EPISODE · Feb 22, 2026 · 17 MIN
Olimpia Racconta - Le Olimpiadi Invernali 4 EPISODIO
from Olimpia Racconta, le olimpiadi invernali · host Fabrizio Silvestri - LCLR
Ultimo episodio di “Olimpia racconta” le olimpiadi invernali, il podcast che ti rende partecipe di alcuni dei momenti più belli, incredibili ed emozionanti della lunga avventura dei Giochi olimpici invernali. In questo nostro ultimo episodio voglio portarti dentro due storie che, più di tante altre, raccontano l’essenza profonda delle Olimpiadi, attraverso atleti che hanno incarnato alla perfezione quello spirito riassunto dalla celebre frase attribuita al barone De Coubertin: “l’importante non è vincere, ma partecipare”. E sono sicuro che, ascoltando le vicende dei protagonisti di questo episodio, il barone ne sarebbe orgoglioso. Curiosamente entrambe le nostre storie ci riportano allo stesso anno, il 1988, e alla stessa Olimpiade, quella di Calgary, in Canada: un’edizione che ha visto nascere due avventure destinate a entrare nel cuore della gente. Se ti dico “Giamaica”, cosa ti viene in mente? Bob Marley e il reggae, i velocisti e le velociste che dominano l’atletica mondiale, Usain Bolt, le spiagge assolate, il mare turchese di un paradiso caraibico. Di certo non penseresti: ghiaccio, neve, bob e quattro atleti ai Giochi invernali. E invece in questo ultimo episodio voglio proprio raccontarti l’incredibile nascita della nazionale giamaicana di bob. Sì, hai capito bene: bob. Tutto comincia verso la fine degli anni Ottanta, quando due uomini d’affari statunitensi, George B. Fitch e William Malone, residenti sull’isola, hanno un’idea che a molti appare folle: creare una squadra giamaicana di bob. A ispirarli sono le gare di carretti a spinta che in quegli anni si disputano spesso sulle strade dell’isola. Guardando quelle competizioni, notano una certa somiglianza con il bob: niente ghiaccio, certo, ma la partenza – la fase più importante – assomiglia moltissimo a quella dello sport invernale. E in Giamaica, di atleti veloci, ce ne sono tanti. Da qui l’idea: perché non reclutare alcuni di quei velocisti e trasformarli in bobbisti? Il sogno di Fitch e Malone però si scontra subito con la diffidenza dei giamaicani. Per la maggior parte di loro, la strada “seria” è l’atletica, non certo un bob lanciato sul ghiaccio dall’altra parte del mondo. In fondo, l’unico “Bob” di cui vale la pena occuparsi, sull’isola, sembra rimanere Marley. Ma i due americani non si arrendono: si rivolgono al colonnello delle forze armate giamaicane, Ken Barnes, che in poco tempo trova i primi tre volontari. Sono il capitano dell’Aeronautica Dudley Stokes, il tenente Devon Harris e il riservista Michael White; a loro si aggiungono presto Freddie Powell, Clayton Solomon e Caswell Allen. Formata la squadra, resta un problema non proprio secondario: i soldi. Il comitato olimpico giamaicano preferisce investire sulla più sicura e collaudata atletica leggera. Così è lo stesso Fitch a farsi carico del progetto, finanziando l’impresa e riuscendo anche a ottenere un contributo dall’ente turistico giamaicano. Ma c’è ancora un altro ostacolo enorme da superare: dove allenarsi? Di sicuro non in Giamaica…. La neonata nazionale di bob è costretta a volare all’estero: prima negli Stati Uniti, a Salt Lake City, poi in Austria, sotto la guida tecnica di Sepp Haidacher. I duri allenamenti servono a prendere confidenza con la specialità, ma anche, pian piano, a farsi conoscere e a guadagnare la simpatia del pubblico. Alla fine gli sforzi vengono premiati: la Giamaica si qualifica per i Giochi di Calgary con un equipaggio per il bob a due e uno per il bob a quattro. Ai Giochi, la squadra non sfigura affatto. Nel bob a due chiude al 22º posto su 41 equipaggi, un risultato che permette di guardare con cauto ottimismo alla gara del bob a quattro. L’equipaggio del bob a quattro è composto dal pilota Dudley Stokes, dal frenatore Michael White e da Devon Harris e Chris Stokes. La loro storia ha già fatto il giro del villaggio olimpico: quando si schierano al via, sugli spalti cresce una simpatia quasi contagiosa per questi “reggae boys” catapultati sul ghiaccio canadese. Le prime due manche si chiudono con la Giamaica al 24º e 25º posto su 26 equipaggi. Non sono lì per vincere, e lo sanno: sono lì per esserci, per partecipare, per dimostrare di poter stare in pista nonostante lo scetticismo di molti. Poi arriva la terza manche. Tutto fila liscio fino alla famigerata curva “Kreisel”. È lì che accade l’irreparabile: Stokes perde il controllo del bob, il mezzo si rovescia violentemente e comincia a scivolare sul ghiaccio per decine di metri, come un proiettile metallico senza guida. Lo stadio trattiene il fiato. Nessuno sa cosa stia succedendo sotto quella carcassa rovesciata. Sono secondi infinitamente lunghi: il tempo sembra fermarsi, la tensione è quasi tangibile. Poi, lentamente, i quattro giamaicani riemergono da sotto il bob. Sono illesi. E fanno qualcosa di inatteso: invece di abbandonare lì la loro corsa, afferrano il bob e cominciano a spingerlo a mano verso il traguardo. Hanno fatto troppi sacrifici, hanno messo in gioco tutto, per lasciare che la loro Olimpiade finisca con una caduta. Sono lì per onorare lo spirito dei Giochi, la loro Nazione e, perché no, anche la memoria di De Coubertin. L’importante è partecipare, sì, ma per loro l’importante è anche finire la gara, in qualunque modo. Così, passo dopo passo, spinta dopo spinta, avanzano lungo la pista, tra gli applausi crescenti del pubblico. Il traguardo si avvicina, la folla li accompagna quasi a voce, come a volerli sospingere. Alla fine i quattro bobbisti giamaicani tagliano la linea d’arrivo. Nessuna medaglia al collo, ma una vittoria enorme: il rispetto del mondo intero, che fino a quel momento aveva guardato quella spedizione con un sorriso ironico, se non proprio con sarcasmo. L’avventura giamaicana ai Giochi invernali è un successo che va ben oltre i risultati della pista. Nel 1993, la Disney le dedica il film “Cool Runnings – Quattro sottozero”, una commedia che racconta con toni leggeri ma mai irrispettosi quella piccola, grande impresa. Quella storia, apparentemente folle, apre simbolicamente le porte dei Giochi invernali a nazioni che, almeno geograficamente, hanno poco a che fare con neve e ghiaccio. Il tempo passa, le Olimpiadi si susseguono. Nelle otto edizioni a cui partecipa fino a oggi, la Giamaica difende con orgoglio l’eredità dei pionieri del 1988. Dopo l’assenza a Pechino 2022, i “reggae boys” sono tornati protagonisti a Milano Cortina, con un obiettivo chiaro: dimostrare di puntare in alto, quel brutto anatroccolo del 1988 è pronto a trasformarsi in uno splendido cigno. Lo ha detto bene Roland Reid, campione di bob giamaicano: «Spesso ci associano al film Cool Runnings e va bene così, ma cerchiamo di far capire che siamo più di un film. Siamo atleti veri, seri, e vogliamo fare il salto di livello. Nel 2034 puntiamo ad una medaglia e ci alleniamo in riva al mare. Se succede è festa nazionale… Dopo l’incredibile storia del bob giamaicano, restiamo ancora a Calgary 1988 per raccontare un’altra impresa fuori dagli schemi. Questa volta il protagonista non è una squadra, ma un uomo solo, con un sogno ostinato: partecipare ai Giochi. Lui è Michael Edwards, passato alla storia come “Eddie the Eagle”, il primo concorrente a rappresentare la Gran Bretagna nel salto con gli sci alle Olimpiadi invernali. Eddie viene da una famiglia umile. È uno sciatore di buon livello, specializzato nella discesa libera, e fin da ragazzo coltiva un sogno che sembra sempre un po’ troppo grande: prendere parte ai Giochi invernali. Nel 1984 tenta la qualificazione per Sarajevo come discesista, ma non ci riesce. Per molti, sarebbe il momento di arrendersi. Per lui, no. Eddie ha un’illuminazione: se la Gran Bretagna non ha tradizione nello sci alpino, ne ha ancora meno nel salto con gli sci. Di neve se ne vede poca, di saltatori praticamente nessuno. Proprio per questo, pensa, quella può essere la sua strada: diventare il primo, ad aprire una via dove non c’è nessuno. C’è solo un piccolo dettaglio: Eddie non sa come si salta dal trampolino. Sì, sugli sci se la cava, ha persino partecipato a spettacoli coreografici saltando file di auto e di autobus allineati, ma un conto è fare acrobazie, un altro è lanciarsi giù da un trampolino olimpico. Eppure il desiderio di esserci, ai Giochi, è così forte da fargli superare ogni paura. Comincia ad allenarsi. Cade, sbaglia, si fa male. A un certo punto si rompe persino la mascella. Non ha soldi per l’ospedale, non ha assicurazioni, non ha nulla. Così si arrangia: si auto-medica e gira per un periodo con una federa di cuscino legata intorno alla testa per tenere ferma la mandibola. Michael Edwards Per allenarsi seriamente deve andare all’estero. Le sue finanze sono talmente limitate che è costretto a fare i lavori più disparati per pagarsi salti e allenamenti. Si arrangia con quello che trova: scarponi di seconda mano troppo larghi, nei quali i piedi “ballano” e che cerca di riempire infilando sei paia di calze. Per dormire, si adatta a ogni sistemazione possibile, persino in una clinica psichiatrica, come gli accade in Finlandia. Ma Eddie non molla. È testardo, caparbio, convinto che chi persevera, prima o poi, conquista. Nel 1987 partecipa ai Campionati mondiali: arriva ultimo, ma riesce a saltare quasi 70 metri. Tanto basta per ottenere il pass olimpico e realizzare il suo sogno. Quando arriva a Calgary, ad accoglierlo c’è già un enorme striscione: “Welcome Eddie the Eagle”. La sua epopea ha già fatto il giro del mondo: quel britannico con gli occhialoni da sci rosa sopra gli spessi occhiali da vista, che per inseguire il suo sogno si arrangia con caschi regalati dagli italiani e sci donati dagli austriaci, incuriosisce e conquista il pubblico. E poi arriva il momento. Eddie sta per debuttare ai Giochi olimpici invernali di Calgary. È in cima al trampolino, davanti a sé una lunga discesa che finirà nel vuoto e, si spera, in un volo controllato. L’emozione è alle stelle, il cuore gli batte fortissiQuesto episodio include contenuti generati dall’IA.
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