EPISODE · May 21, 2024
Weimar, nelle mani del poeta
from Cultureland Germany - Storie di arte, design e musica
Io vedevo l’indolenza degli uomini, e non sapevo che fare, come comportarmi. Tentavo di ispirarli ma nulla, la mia luce, le mie strade, la mia natura potevano arrivare solo fino a un certo punto, e il mio nome, Weimar, andava a perdersi nel chiacchiericcio mondano. Poi arrivò lui, nel 1775, una figura complessa e poetica, scrittore giovane ma affermato, che portava sulle spalle un peso che sentivo di condividere, una malinconia maldestra dettata dalla luna, lui che era nato con la campane del mezzogiorno. L’aveva convinto Carl August, figlio della grande Anna Amalia, strappandolo ai soldi della famiglia Goethe per farlo diventare primo ministro qui a Weimar, una sfida che Johann Wolfgang accettò volentieri. All’inizio ricordo che rimase sorpreso e io un po’ mi vergognai: non avevo industrie, canalizzazione, ero difficile da raggiungere e l’illuminazione a gas era poca. Mi sentivo piccola rispetto alla sua Francoforte. Il duca però lo sistemò in una bella casetta sulle sponde dell’Ilm, una casetta appartenuta a dei vignaioli, di cui Goethe apprezzò e curò molto il giardino. Gli piaceva stare nella natura, lì scriveva molto, e il postino, quando ritirava le lettere, spesso vi leggeva il nome di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico con cui Johann comunicò molto, e che tecnicamente ammirava anche, ma con cui non si trovò mai fino in fondo. Francesca Müller-Fabbri: “Dopo le guerre di liberazione inizia di nuovo la montata dei romantici, perché inizia il patriottismo, il nazionalismo. Goethe è molto scettico, lui non vuol sentir parlare né di misticismo religioso, né di patriottismo, né di nazionalismo, sono tutte idee in cui lui vede il pericolo della guerra e quindi non ne vuole sentire parlare. Però naturalmente non può neanche dirlo molto ufficialmente, perché è pagato dal duca che naturalmente fa parte di questo programma patriottico, che dopo il Congresso di Vienna riottiene il suo territorio, può risiedere sul suo territorio, e quindi Goethe comincia un contatto anche con i romantici, e cerca un dialogo con i romantici, a più livelli, attraverso delle riviste, attraverso degli scritti". Io, Weimar, sentivo le sue conversazioni, i suoi sfoghi, quando ripeteva che lui lì ci vedeva solo la guerra, pur ricordando le sue radici, così simili a ciò che ora criticava e di cui sembrava quasi pentirsi. Una volta, addirittura, parlando della sua opera più famosa, I dolori del giovane Werther, lo sentii affermare di averla scritta in un periodo da lui definito patologico. I primi anni qui a Weimar si stressò molto, lo vedevo, in cerca di soldi per i suoi progetti ambiziosi, e devo essergli stata un po’ stretta anche, perché poi decise di passare un paio d’anni viaggiando in Italia, per caricarsi di nuovi stimoli. Quando poi tornò, arrivò anche l’altro, un rivoluzionario in fuga dal carcere militare di nome Schiller, anche lui con una certa fama d’autore. All’inizio non si piacquero, tanto che Goethe lo spedì a Jena, percependo in lui una minaccia ai suoi ideali. Francesca Müller-Fabbri: “Schiller non può dire di no, perché comunque è l’unica chance che ha di rimanere sul territorio e quindi dice di sì e a Jena ha già tutti i contatti importanti, a Jena c’erano degli editori, c’erano molti intellettuali con cui Schiller aveva molti contatti e poi, qualche anno dopo, anzi, veramente 5 anni dopo questo primo incontro che non era andato molto bene, si rincontrano a Jena, Goethe e Schiller, e scocca una scintilla in qualche modo e si scoprono complementari. Complementari e tutti e due pensano che il Classico può salvare il mondo, che il Classico è l’unica strategia per un’arte che non porti alla guerra tra le nazioni ma che attraverso un linguaggio internazionale e un’idea di armonia etica e morale superiore porti l’uomo al bello e quindi al bene”. Lavorarono molto insieme, Schiller tornò anche da me, e le loro case distavano appena cinquanta metri, cosa di cui i vari garzoni e inservienti ringraziavano, dato la quantità di biglietti e note che i due si scambiavano quotidianamente. Percepivo quell’indolenza sparire, sciogliersi alla luce del loro desiderio. Rivoluzionarono il teatro, e io, Weimar, le vedevo uscire le persone, la sera, dopo lo spettacolo, e sui loro visi, più che sorrisi, leggevo l’espressione di chi ha appena scoperto qualcosa di nuovo e sensazionale, l’espressione di chi non ha ancora capito fino in fondo ciò a cui ha appena assistito. Il rivoluzionario morì presto, troppo presto, e per Goethe fu un brutto colpo. Lo vedevo passeggiare tra i parchi, quello sull’Ilm, vicino alla sua prima casa, si spingeva fino a quello che circondava il castello di Tiefurt, sulle orme di Anna Amalia, poi si rifugiava a cercare sollievo in mezzo all’orangerie del parco Belvedere, dove passando riguardava quella Römerhaus, d’ispirazione romana e costruita dopo il suo soggiorno in Italia; il tutto, ripensando alle conversazioni con l’amico Schiller. Rimuginava su quei bigliettini, ne ripercorreva i passaggi, li ricordava con affetto e una nuova malinconia, diversa e più profonda. Anni dopo, molto dopo le loro morti, trasformarono le loro case in musei, la gente ora può apprezzare le loro collezioni, la loro corrispondenza e un’espressione totale dei loro ideali. E proprio in quel tratto, in quei cinquanta metri che le separano, vedo ancora passare i loro occhi, illuminati da un’idea che dovevano subito condividere, prioritaria su tutto, da gettare nella mente dell’altro e guardarla come in uno specchio, aspettando che fiorisca. Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
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