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𝑷𝒓𝒂𝒕𝒊𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒊𝒏𝒆𝒎𝒂𝒕𝒐𝒈𝒓𝒂𝒇𝒊𝒄𝒉𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆
by Scaldasole Books
Pratiche cinematografiche di condivisione del sapere è un ciclo dedicato al cinema di confine, un cinema che mette al centro l’esperienza dello spettatore e la sua percezione come dimensione indispensabile nella creazione dell’opera stessa. Centrale è l’esperienza cinematografica in quanto esperienza sensoriale e corporea che interroga le immagini in movimento come testo fluido e come momento d’incontro unico e irripetibile. Cinema come dimensione ipnotica e onirica, cinema della memoria, cinema come corpo e movimento e cinema come soglia tra reale e finzione. Gli incontri si articoleranno su due movimenti dove alla dimensione di ascolto, visione e analisi delle opere scelte dai relatori seguirà un momento di scambio sulla base delle suggestioni e degli interrogativi suscitati dall’esperienza cinematografica stessa.
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What's Up Doc?
Perché il documentario è stato uno dei generi cruciali, maggiormente riconosciuti e ammirati, del cinema italiano contemporaneo? E perché, soprattutto, è il luogo in cui meglio si riflette sul ruolo delle immagini nel mondo?Questo incontro affronterà le forme attraverso cui il cinema documentario prova a tradurre e mediare il mondo, interrogandosi sul motivo per cui percepiamo le sue immagini come qualcosa di “reale” rispetto a quelle del cinema di finzione. Negli ultimi venticinque anni, infatti, il documentario si è affermato non semplicemente come un genere tra gli altri, ma come un campo di pratiche capace di ridefinire continuamente il rapporto tra immagini e realtà, configurandosi come spazio estetico ed etico in cui si mettono in discussione il potere delle immagini, la responsabilità dello sguardo e la posizione dello spettatore. La relazione con la letteratura, esplicita o indiretta, attraversa molte delle esperienze analizzate nel volume, mostrando come ogni gesto di messa in forma del reale sia anche un atto narrativo.Luca Mosso e Giulio Sangiorgio, critici cinematografici e curatori del numero 611/612 della rivista Bianco e Nero, proveranno a dare risposta a queste domande, affrontando tali questioni con particolare attenzione ai maggiori esponenti e alle opere più significative del cinema documentario contemporaneo in Italia.A questo intervento dalla natura introduttiva seguiranno altri due incontri, nei quali Giulio Sangiorgio dialogherà coi registi Massimo D'Anolfi e Michelangelo Frammartino, approfondendo il genere documentario alla luce della loro poetica.
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Una piccola parte del tutto
Dal 2006 Massimo D’Anolfi porta avanti la sua pratica cinematografica insieme a Martina Parenti: un cinema documentario che mantiene una dimensione artigianale, basata sulla ricerca sul campo.Nei loro film D'Anolfi e Parenti hanno sempre applicato il proprio sguardo senza prendere posizione in alcuna altra forma. In questo modo il loro cinema ha acquisito una profondità quasi saggistica, indagando attraverso il loro sguardo temi complessi come il funzionamento di infrastrutture civili (nei film Il castello e Blu) e il potere militare (in Materia oscura e Guerra e pace).Senza utilizzare parole, i loro film riescono a mettere in relazione temi come la resistenza anticoloniale dei nativi americani, le statue del Duomo di Milano e le forme di vita unicellulare (in Spira Mirabilis), fino all'indagine sugli altri regni del mondo non umano di Bestiari, erbari, lapidari.D'Anolfi e Parenti esprimono così un senso di interconnessione con tutto ciò che è altro dall’umano, attraverso immagini nelle quali la molteplicità di tempi diventa percepibile dal nostro sguardo come stratificazioni geologiche.In questo incontro, Giulio Sangiorgio dialogherà con Massimo D'Anolfi per una lettura del genere documentario alla luce della sua poetica.
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𝑫𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒆 𝒄𝒊𝒏𝒆𝒎𝒂. 𝑰𝒍 𝒄𝒐𝒓𝒑𝒐 𝒇𝒊𝒍𝒎𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒄𝒐𝒓𝒆𝒐𝒈𝒓𝒂𝒇𝒊𝒄𝒐 𝒅𝒊 𝒀𝒗𝒐𝒏𝒏𝒆 𝑹𝒂𝒊𝒏𝒆𝒓
𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞𝐷𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑐𝑖𝑛𝑒𝑚𝑎. 𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑓𝑖𝑙𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑒𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑌𝑣𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑅𝑎𝑖𝑛𝑒𝑟𝑌𝑣𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑅𝑎𝑖𝑛𝑒𝑟 (1934) è una danzatrice, coreografa e cineasta americana, nota per essere una delle fondatrici del 𝐽𝑢𝑑𝑠𝑜𝑛 𝐷𝑎𝑛𝑐𝑒 𝑇ℎ𝑒𝑎𝑡𝑒𝑟 , collettivo artistico di importanza centrale per la danza del XX secolo, nato negli Stati Uniti tra gli anni 60 e 70 e considerato movimento ideatore della 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑚𝑜𝑑𝑒𝑟𝑛 𝑑𝑎𝑛𝑐𝑒. La sua estetica radicalmente anti spettacolare, espressa nel 𝑁𝑜 𝑀𝑎𝑛𝑖𝑓𝑒𝑠𝑡𝑜 del 1965, si sviluppa attraverso entrambe le discipline (danza e film), rifiutando inizialmente ogni tipo di narrazione ed emotività. Nella ricerca e pratica coreografica e cinematografica di Yvonne Rainer centrale è la questione dello sguardo, sia dal punto di vista del danzatore che dello spettatore. La coreografa interroga i fondamenti dello sguardo nei confronti del corpo in movimento e del gesto danzante, nella sua presenza fisica o nella sua rappresentazione in immagini filmiche. Come poter guardare senza riprodurre logiche di dominio e seduzione? Attraverso la visione e il commento delle sue brevi pièces filmiche e la sua fondamentale partitura coreografica, 𝑇𝑟𝑖𝑜 𝐴, osserveremo in che modo la costruzione dell’immagine in movimento sia fortemente influenzata dalla sua conoscenza del corpo e della danza.A cura di Giulia BasagliaGiulia Basaglia, è attualmente libraia. Dopo una prima formazione in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano prosegue il suo percorso specializzandosi in Organizzazione dello spettacolo dal vivo presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Collabora in seguito con le compagnie di danza contemporanea Zappalà danza, MK, Santasangre e cura il lavoro della danzatrice e coreografa Annamaria Ajmone. In seguito prosegue gli studi a Parigi, presso l'Università Paris 8 Vincennes - Saint Denis specializzandosi in Storia dell'arte e Estetica della danza con una doppia ricerca incentrata sull'esposizione della danza contemporanea all'interno di spazi museali e sulla ricerca e pratica della coreografa e danzatrice Lisa Nelson, importante figura della postmodern dance.
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𝑮𝒍𝒊 𝒉𝒐𝒎𝒆 𝒎𝒐𝒗𝒊𝒆𝒔 𝒕𝒓𝒂 𝒎𝒆𝒎𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒆 𝒐𝒃𝒍𝒊𝒐
𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐺𝑙𝑖 ℎ𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑜𝑣𝑖𝑒𝑠 𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑒 𝑜𝑏𝑙𝑖𝑜. 𝑃𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑'𝑎𝑟𝑐ℎ𝑖𝑣𝑖𝑜 𝑒 𝑑𝑖 "𝑟𝑖𝑢𝑠𝑜" 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑖𝑛𝑒𝑚𝑎 𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎𝑙𝑒Il patrimonio filmico costituito dai cosiddetti film di famiglia (ℎ𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑜𝑣𝑖𝑒𝑠, 𝑓𝑖𝑙𝑚 𝑑𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑙𝑒) è ormai da diversi decenni al centro delle attenzioni nell’ambito delle pratiche archivistiche e artistiche e della ricerca accademica, sia in Italia che a livello internazionale. Varcando le soglie degli archivi che si occupano con scrupolo e passione del loro recupero – attraverso le attività di restauro, digitalizzazione e catalogazione – questi film vengono quindi “sradicati” dal loro contesto originario, la famiglia: da documenti filmici concepiti e fruiti in una ristretta cerchia famigliare, si trasformano in patrimonio culturale a disposizione della collettività. Ripercorrendo le tappe del nuovo percorso di vita di alcuni di questi film, e soffermandosi sulle pratiche d’archivio e le possibilità di riuso e rielaborazione, l’incontro vuole porre l’attenzione sulla molteplicità di sguardi, letture e riflessioni che si schiudono alla loro visione. A cura di Karianne FioriniKarianne Fiorini si occupa di film di famiglia dai primi anni Duemila, nella veste di archivista, ricercatrice e curatrice indipendente. Tra il 2003 e il 2015 è tra i fondatori e responsabili di Home Movies - Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna, per poi dedicarsi all'elaborazione dei percorsi di formazione Re-framing home movies - Residenze in archivio dedicati al riuso creativo dei film di famiglia, e alla formazione in ambito accademico. Dal 2023 è docente di Storia e fonti del documento audiovisivo nell'ambito della Scuola di specializzazione in beni archivistici e librari dell'Università Sapienza di Roma e dal 2020 è Presidente di Re-framing home movies - Associazione nazionale per la salvaguardia e la valorizzazione dei film di famiglia e delle memorie audiovisive private.
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𝑹𝒆𝒂𝒍𝒕𝒂̀ 𝒄𝒉𝒊𝒎𝒆𝒓𝒂. 𝑻𝒓𝒂 𝒄𝒊𝒏𝒆𝒎𝒂 𝒅𝒐𝒄𝒖𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒆 𝒔𝒑𝒆𝒓𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒍𝒆
𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞𝑅𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑐ℎ𝑖𝑚𝑒𝑟𝑎. 𝑃𝑒𝑟𝑐𝑜𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑖𝑔𝑢𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒, 𝑡𝑟𝑎 𝑐𝑖𝑛𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑜𝑐𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒Uno dei paradigmi genetici della cultura cinematrografica è quello di un’arte capace di restituire trasparentemente la realtà: rappresentare per farci vedere come le cose sono. Ma è davvero possibile? Nel regime smart dell’informazione, dove ogni esperienza e ogni angolo di mondo sono potenzialmente comunicabili e a portata di like, il cinema sembrerebbe chiamato invece a lavorare su quello che altri linguaggi letteralmente rimuovono: inquadrare, osservare, e persino raccontare, sono sempre atti di trasfigurazione, in cui ci è tanto più possibile lambire la flagranza irriducibile del reale, quanto più siamo capaci di abbracciare la dimensione inconscia delle immagini. Montaggio, straniamento e fuori campo concorrono a definire l’epifania relazionale del dispositivo cinema: mentre noi guardiamo il mondo, il mondo ci ri-guarda. A cura di Marco LongoMarco Longo, produttore creativo per Berenice Film, si occupa di documentario e progettazione transdisciplinare, con attenzione al dialogo tra cinema e arti performative. Insegna materie audiovisive al CISA di Locarno, all’ICMA di Busto Arsizio e collabora con la Civica Scuola di Cinema L. Visconti, la Fondazione San Fedele, il Locarno Film Festival. È programmer per FuoriFormato Festival a Genova, e redattore della rivista online Filmidee.
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𝑰𝒍 𝒄𝒊𝒏𝒆𝒎𝒂 𝒅𝒆𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒏𝒂𝒎𝒃𝒖𝒍𝒊. 𝑺𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒂𝒍𝒊 𝒆 𝒕𝒆𝒄𝒏𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒓𝒊𝒔𝒗𝒆𝒈𝒍𝒊𝒐
𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞𝐼𝑙 𝑐𝑖𝑛𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑛𝑎𝑚𝑏𝑢𝑙𝑖. 𝑆𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑙𝑖 𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑖𝑠𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜Il cinema si è sempre interessato a sonnambuli e sognatori. Eppure, non è semplice capire come le immagini materiali possano somigliare ai sogni. Alcuni autori hanno cercato di replicare in immagini e sovrimpressioni la bizzarria dei sogni (dal primo film psicoanalitico di Pabst alle esplorazioni nell’inconscio di Lynch, passando per i sogni hitchcockiani scenografati da Dalì); altri hanno equiparato lo schermo del sogno e quello del cinema (Buster Keaton, ma anche il cinema terapeutico di Les Mystères des roches de Kador di Léonce Perret del 1912); infine, le recenti produzioni di realtà virtuale sembrano le più adatte a replicare il carattere immersivo delle immagini oniriche (come ad esempio The Key di Céline Tricart). In un percorso a metà strada tra cultura visuale e archeologia dei media, cercheremo di capire come l’inconscio possa esteriorizzarsi e diventare immagine mediale e collettivamente esperibile. A cura di Giancarlo GrossiGiancarlo Grossi è ricercatore di Cinema, fotografia, televisione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si occupa dal punto di vista dell’ archeologia dei media dell’ intersezione tra cinema e psicologia. Tra le sue pubblicazioni, i libri Le regole della convulsione. Archeologia del corpo cinematografico (Meltemi, 2017) e La notte dei simulacri. Sogno, cinema, realtà virtuale (Johan & Levi, 2021).
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Pratiche cinematografiche di condivisione del sapere è un ciclo dedicato al cinema di confine, un cinema che mette al centro l’esperienza dello spettatore e la sua percezione come dimensione indispensabile nella creazione dell’opera stessa. Centrale è l’esperienza cinematografica in quanto esperienza sensoriale e corporea che interroga le immagini in movimento come testo fluido e come momento d’incontro unico e irripetibile. Cinema come dimensione ipnotica e onirica, cinema della memoria, cinema come corpo e movimento e cinema come soglia tra reale e finzione. Gli incontri si articoleranno su due movimenti dove alla dimensione di ascolto, visione e analisi delle opere scelte dai relatori seguirà un momento di scambio sulla base delle suggestioni e degli interrogativi suscitati dall’esperienza cinematografica stessa.
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