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Back to Peace? - Audioguida [ITA]
by eArs
Back to Peace? La Guerra Vista Dai Grandi Fotografi Magnum
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P8 - Il Muro di Berlino
Neanche venti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, una nuova ombra sembrava profilarsi sulla pace appena ricostituita in Europa. L’ombra… di un muro. Tra il 12 ed il 13 agosto 1961 Berlino venne divisa tra Est e Ovest dal Muro di Berlino, il simbolo più noto della Guerra Fredda. All’inizio non si trattò di una vera e propria parete, ma di un confine delimitato da filo spinato, blocchi di cemento e soldati di pattuglia. Le strade e le case furono bruscamente tagliate a metà; famiglie, amanti e conoscenti divisi da un confine prima invisibile e che di giorno in giorno diveniva sempre più concreto. Questa situazione fuori dal comune di una città che mattone dopo mattone veniva spezzata in due è stata ritratta dai quattro fotografi Magnum Burt Glinn, René Burri, Leonard Freed e Thomas Hoepker. Sempre nello stile tipico dell’agenzia, le loro foto riescono a trasmetterci tanto il dato storico, quanto il vissuto umano dei berlinesi. Alcune inquadrature potrebbero quasi sembrare situazioni surreali. Vediamo persone che, in piedi su ringhiere o su dossi di sabbia, guardano oltre il muro eretto a metà e salutano di lontano conoscenti e familiari che fino a pochi giorni prima potevano abbracciare. Alcuni spiano attraverso gli spiragli tra i blocchi di cemento. In un altro scatto, un muratore posa dei mattoni su una finestra di una casa che sta per diventare parte del muro. Ancora: gruppi di soldati si osservano l’un l’altro a distanza di pochissimi metri. Per quanto stranianti, queste immagini sono allo stesso tempo testimoni di una situazione che ha accompagnato la vita dei berlinesi da allora fino al 1989, fino a pochi decenni fa.Il muro di Berlino segna la fine del nostro viaggio che ci ha fatto testimoni dei conflitti della Seconda Guerra Mondiale, della ricostruzione e dei nuovi timori del mondo del dopoguerra. Testimoni non soltanto dei fatti di cronaca, ma delle vite delle persone che hanno affrontato momenti ora drammatici ora di speranza e che sono arrivate fino a noi grazie alla lente dei fotografi di Magnum Photos. Vi ringraziamo per aver compiuto questo viaggio insieme a noi. Nelle sale della mostra, dentro noi risuona la domanda che ci siamo posti all’inizio e che, nell’epoca in cui viviamo, appare più attuale che mai.Back to Peace?C’è la possibilità di un ritorno… alla pace?
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P7 - Generazione X
Chi sono le persone che erediteranno il mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale? Generation X è stato un progetto collettivo che ha coinvolto i più noti fotografi della Magnum - molti dei quali li abbiamo già conosciuti nelle sale di questa mostra. Il tutto nacque da un’iniziativa di Robert Capa, che nel 1951 invitò i colleghi a ritrarre un giovane uomo o donna nel Paese dove si trovavano - catturando sia l’individuo, sia il contesto nel quale viveva. Inoltre, alle persone ritratte, era richiesto di compilare un questionario dettagliato riguardo la propria famiglia, le proprie ambizioni e convinzioni. Con un totale di 24 soggetti provenienti da quattordici Paesi in tutto il mondo, il risultato di Generation X è stato un grande mosaico della gioventù che si affacciava alla maturità a pochi anni dalla fine della guerra. Sono individui in equilibrio tra i segni e le memorie ancora tangibili del conflitto e la speranza verso il futuro che li attendeva. Il progetto è anche un modo per toccare con mano lo spirito umanista che accomuna tutti i fotografi della Magnum. Come abbiamo potuto constatare già nelle sale precedenti, anche in questa raccolta i fotografi riescono viaggiare su un doppio binario: da un lato, hanno la capacità di entrare in intimità con gli esseri umani, la loro storia e la loro psicologia; dall’altro, contemporaneamente, riescono a restituirci una prospettiva globale, un quadro universale di una generazione. Uno spaccato di mondo non necessariamente omogeneo perché, al di là di quello che sembra un atteggiamento generalmente ottimista verso le prospettive del futuro, ogni soggetto ci comunica una vita diversa, toccata in modo differente dal conflitto e dalle sue conseguenze in tempo di pace.
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P6 - David “Chim" Seymour
Polacco naturalizzato francese, David Seymour - soprannominato Chim - fotografò la guerra civile spagnola come Robert Capa e, come lui, divenne parte del primo nucleo dei fondatori di Magnum. Tra il 1945 e il 1948, fotografa Germania, Austria, Polonia e altri paesi europei collaborando per diverse pubblicazioni. I suoi reportage catturano la vita delle persone negli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale: bambini sfollati, famiglie alla ricerca dei propri cari e civili impegnati nella ricostruzione. Accanto alla resa giornalistica dei fatti, le foto di Chim lasciano spazio all’individualità dei suoi soggetti, riuscendo così a restituirci non una folla anonima, ma ritratti di persone reali. Le sue immagini ci aiutano a capire come le rovine lasciate dalla guerra non siano soltanto edifici distrutti, ma anche macerie che si portano nell’anima. Nel 1948 il reporter viene ingaggiato dall’UNICEF - il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia - con il compito di fotografare le condizioni dei bambini europei, documentando al contempo il lavoro dell’organizzazione. Gli scatti di questa serie, “Children of Europe”, celano dietro i volti dei bambini storie di realtà difficili da accettare. Ragazzi e ragazze sopravvissuti alla crudeltà dell’uomo: una giovane vittima di stupro a Napoli; situazioni di estrema povertà, bambini feriti e mutilati. Chim riesce a trattare queste scene senza cadere in un facile sentimentalismo, ma rendendo i suoi soggetti in tutta la loro complessità psicologica. Spesso è lui stesso a scrivere le loro storie nelle didascalie delle foto, trasformando lo scatto in uno strumento per denunciare al mondo l’impatto della guerra sugli innocenti.
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P4 e P5 - Herbert List, Rovine di Guerra
Osservando la foto “Glyptothek. Statua romana” è come se all’interno di una stessa immagine potessimo ritrovare: un quadro metafisico di Giorgio De Chirico, un frammento di documentario sull’arte antica e lo scenario di devastazione di una città bombardata. Queste sono le tre anime dei Herbert List. Fotografo ebreo di origine tedesca, aveva sviluppato il suo stile tra gli anni Venti e Trenta, influenzato dalla pittura surrealista e metafisica. In seguito, dopo aver abbandonato la Germania nel 1936, si dedicò all’architettura e all’antichità fotografando la Grecia nel suo libro “Licht über Hellas”. Così, nella sua serie di fotografie scattate a Monaco tra il ‘45 e il ‘46, intitolata “Rovine di Guerra”, List fa confluire le sue precedenti esperienze in una raccolta che racconta i lasciti della guerra con una visione unica ed eclettica.
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P2 e P3 - Werner Bischof, La Fine della Guerra
Il fotografo svizzero Werner Bischof si affaccia ai primissimi anni del dopoguerra con un profilo da fotografo d’arte e di studio. Seguiva i criteri della Nuova Oggettività: una corrente artistica che, in opposizione all’Espressionismo, voleva rappresentare la realtà senza idealizzazioni, eccessi retorici o metafore. Nelle sue prime foto, paesaggi montani, nature morte e ritratti sono trattati con un rigore formale impeccabile, con precise geometrie e un uso del bianco e nero simile ad un lavoro di grafica. Bischof parla di quel periodo trascorso in Svizzera, Paese neutrale durante la guerra, come un rifugio d’avorio, dove poté perfezionare la sua tecnica in un ambiente relativamente al sicuro dai pericoli del conflitto. Con il dopoguerra, lavorando per l’organizzazione umanitaria Swiss Relief e la rivista svizzera Du, l’obiettivo della sua camera si spostò dalla fotografia di studio alla documentazione del dolore e della caparbietà degli esseri umani alle prese con la ricostruzione dell’Europa.Si creò così uno stile reportagistico in grado di unire ineccepibili composizioni armoniose e temi sociali che colpiscono per sensibilità. A Berlino, fotografa il Reichstag in rovina all'orizzonte ed in primo piano i resti di un elmetto che si riflettono su una pozzanghera. La costruzione dell’immagine - dove la differente composizione di acqua, terra e rovine genera tre piani distinti - dà vita un’unione perfetta tra precisione grafica e drammaticità. Lo stesso potremmo dire della fotografia scattata a Napoli dove, sullo sfondo di una consapevole alternanza tra spazi vuoti e superfici chiare, vediamo un gruppo di bambini e la scritta “No alla Guerra” - come fosse un messaggio lasciato per il loro futuro. Si formerà così quell’approccio alla fotografia che diventerà la firma di Werner Bischof, che nel 1949, diventerà il primo membro di Magnum esterno al gruppo dei fondatori.
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P1 - Robert Capa, La Liberazione di Parigi
Con il viaggio di ritorno dei prigionieri francesi filmato da Henri Cartier-Bresson è cominciato anche il nostro percorso che ci allontanerà dalla guerra e che adesso ci conduce a Parigi. Ci troviamo nella prima sala dedicata alla seconda sezione tematica della mostra, dedicata alla ricostruzione e alla pace. Robert Capa è ancora al fianco dei soldati, guidati dal generale Philippe Leclerc, mentre liberano la capitale francese. Come racconterà il fotografo: “La strada per Parigi era aperta e tutti i parigini erano fuori per le strade, a toccare il primo carro armato, a baciare il primo soldato, a cantare e piangere.” Queste parole vivono nei suoi scatti dove la folla si affaccia anche sui cornicioni degli edifici per celebrare la fine dell’occupazione. Un momento di liberazione che esplode praticamente a ridosso dei combattimenti. Tra le foto del reportage non mancano infatti scene di conflitto e anche momenti in cui festeggiamenti e pericolo arrivano perfino a mischiarsi: una foto riprende la folla stesa a terra sul marciapiede, a seguito del fuoco di alcuni cecchini nemici ancora attivi durante la celebrazione. Come sempre, Capa è accanto a loro, probabilmente steso o accovacciato anche lui, ma comunque con la macchina fotografica pronta a scattare.
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W7 - Erich Hartmann, Nei Campi di Concentramento
Di origine tedesca, Erich Hartmann, prestò servizio nell’esercito americano dopo essere fuggito dalla Germania nazista. All’epoca non era ancora fotografo di professione e sarà molti anni dopo che tornerà sui luoghi del conflitto mondiale con la sua fotocamera. Lo farà nel 1994 con la serie “In the Camps”, dove fotografa 22 campi di concentramento, pochi anni prima che i loro manufatti e le loro strutture originali crollassero per essere sostituiti da repliche didattiche e musei. In queste foto, rigorosamente in bianco e nero, la totale assenza di qualsiasi essere umano dona ai luoghi un tono perturbante e angoscioso. Se nei disegni di Zoran Music, realizzati all’interno dei campi, sono spesso soltanto i volti e i corpi a emergere in un ambiente indefinito, qui è invece l’ambiente vuoto a far emergere immagini e sensazioni di dolore e atrocità: nei tavoli operatori e di dissezione vuoti; negli sportelli semiaperti dei forni crematori abbandonati; nel cappio che ancora penzola da un patibolo nella nebbia. Hartman riesce a catturare un’assenza che non significa silenzio, ma ha una potenza evocativa che parla direttamente al cuore dello spettatore.
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W7 - Henri Cartier-Bresson, Le Retour
Nel 1945 il governo statunitense commissiona al fotografo francese Henri Cartier-Bresson la realizzazione di un documentario di circa 30 minuti che racconti la liberazione ed il ritorno a casa dei prigionieri francesi. Un’esperienza, quella della prigionia, che Cartier-Bresson aveva sperimentato in prima persona, dopo essere stato fatto prigioniero dai soldati tedeschi durante la guerra - riuscendo poi a fuggire. Con un approccio semplice e diretto, il documentario racconta passo dopo passo il viaggio di ritorno: dalla liberazione; agli spostamenti; alle attese ai posti di frontiera; fino all’arrivo a casa - mentre chi arriva cerca tra la folla i volti dei propri cari. Il tutto commentato dalla voce del poeta francese Claude Roy.Sebbene fosse sovvenzionato dagli Stati Uniti, il risultato non è un film di propaganda, ma una restituzione essenziale di questo specifico momento conclusivo della guerra. E nonostante questa sobrietà della narrazione, la pellicola è in grado di restituirci con sorprendente intensità il senso di separazione causato dal conflitto, l’attesa, la speranza ed infine la gioia di chi, fortunatamente, ha potuto trovare un lieto fine.
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W6 - Wayne Miller, Hiroshima
Il 6 agosto 1945 venne lanciata la bomba atomica su Hiroshima. L’esplosione causò la distruzione di circa due terzi dell’abitato, tra le 60 e le 70 mila vittime immediate e altrettanti feriti. Nessuna arma da sola aveva mai causato una tale catastrofe prima di allora. È grazie a fotografi come Wayne Miller, tra i primi a documentare Hiroshima circa un mese dopo il bombardamento, che è stato possibile per il grande pubblico rendersi conto della portata di questo evento. Il reportage di Miller affianca immagini di pura desolazione - là dove sono ritratti l’epicentro dell’esplosione o le poche rovine ancora in piedi degli edifici - a scene affollate e ritratti dove è l’empatia tra soggetto e fotografo ad emergere in modo particolarmente potente. In queste foto, nelle quali sono le persone al centro dell’inquadratura, è possibile vivere le conseguenze dell’atomica attraverso una vasta gamma di emozioni che percorrono i volti della gente. Se da un lato è impossibile non cogliere la sofferenza e la miseria in fotografie come quelle scattate all’interno di un ospedale di fortuna invaso dalle mosche, non è solo la disperazione l’unico tono emotivo di questo popolo appena colpito dal disastro. C’è determinazione nel volto del medico Hisikichi Tokoda; dignità e inquietudine in quello della madre che porta in braccio il suo bambino. Qua e là c’è spazio perfino per un sorriso, tra gli operai che lavorano al restauro di un edificio bombardato o tra i soldati in treno che tornano a casa - sconfitti, ma ancora vivi. In questi scatti Miller, piuttosto che cercare l’immagine perfetta della tragedia, è come se volesse raccontarci una storia di profonda umanità: tanto fragile quanto determinata, anche nell’epicentro della devastazione.
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W5 - Zoran Music
In questa mostra fotografica abbiamo dedicato uno spazio ad un artista che, pur non usando la camera come proprio mezzo d’espressione, ha saputo catturare uno degli aspetti più traumatici della Seconda Guerra Mondiale, vivendolo in prima persona. Zoran Music, pittore e incisore di Bukovica, vicino a Nova Gorica, fu deportato nel campo di concentramento di Dachau nel 1944. Lì, in segreto, con mezzi di fortuna e mettendo a rischio la propria vita, realizzò una serie di disegni raffiguranti la realtà infernale nella quale era immerso. Con un tratto secco e sintetico per necessità, l’artista ha rappresentato frammenti di vita all’interno del campo di concentramento: volti scavati e inanimati, cadaveri ora ammassati ora trascinati dai soldati. Questi disegni sono una testimonianza raccolta in diretta di tali atrocità e sono stati per lui l’unico appiglio per sopravvivere dentro di Dachau. Dopo la liberazione, l’artista tornerà su questo tema negli anni ‘70, con la serie di dipinti e stampe intitolata “Non Siamo gli Ultimi”, dove le scene emergono come immagini di un ricordo, con lo stesso segno tagliente e drammatico.
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W4 - George Rodger
L’inglese Georges Rodger riuscì a catturare l’attenzione della rivista LIFE grazie ai suoi scatti del Blitz di Londra, quando la città fu bombardata dai tedeschi nel 1943. Alcune di queste foto ci colpiscono perché riescono ad inquadrare insieme i momenti di quotidianità delle persone e le tracce della guerra da cui sono circondate. Sono in un certo senso una dimostrazione della resilienza dei cittadini inglesi, che portano avanti le loro vite anche sotto le bombe del nemico. Possiamo vederlo nella foto in cui un sorvegliante fa una chiamata da una tipica cabina telefonica londinese, con la porta sfondata e su un marciapiede cosparso di detriti. Oppure nello scatto dei due bambini: uno di loro che porta l’elmetto - non per gioco, ma per precauzione.Con il servizio intitolato “LIFE spende un Weekend di Guerra sul Tamigi”, il periodico lo assunse così come suo corrispondente. Iniziò per lui una lunga carriera di fotoreporter che lo portò a scattare in Italia, Francia, Belgio, Germania e Olanda e lo vide protagonista di alcuni momenti fortemente simbolici del conflitto. Nel 1945, accompagnò il Primo Ministro britannico Winston Churchill e il Generale Montgomery in una missione insolita e pericolosa: quando attraversarono il fiume Reno e trascorsero mezz’ora in territorio nemico. Sempre lui, fotografò la resa tedesca in Olanda, Germania nord-occidentale e Danimarca. Quello di Rodger è stato un viaggio attraverso la guerra che trovò il suo culmine narrativo ed emotivo quando arrivò a scattare le immagini di Bergen-Belsen - il campo di concentramento dove morì Anna Frank.
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W3 - Robert Capa, Germania
Dopo lo sbarco in Normandia, Robert Capa continua a seguire gli americani, condividendo con i soldati i momenti di maggiore rischio sul fronte. A marzo del 1945 si paracaduta con loro in Germania: mentre lui riesce a cavarsela atterrando su un campo, molti altri vengono uccisi dal fuoco nemico o dallo schianto degli alianti fuori controllo. Quindi raggiunge con le truppe la città di Lipsia, devastata dai bombardamenti.Sapete che in inglese i termini “Scatto” e “Sparo” si possono tradurre con la stessa parola? “Shot”! Ecco, proprio mentre il fotografo stava scattando una foto ad un soldato affacciato su un balcone, questo viene colpito dal proiettile di un cecchino nemico. Ancora una volta un esempio che ci dimostra quanto da vicino Capa sia riuscito a documentare il conflitto. Simbolicamente e drammaticamente, il fotoreporter definì questo soldato caduto durante la fase finale della campagna americana in Germania “l’ultimo uomo a morire” della Seconda Guerra Mondiale.
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W2 - Robert Capa
Il suo vero nome era Endre Friedmann. Di origine Ungherese, studiò a Berlino finché non fuggì a Parigi con l’ascesa del nazismo. Fu lì che nacque il nome d’arte con cui ancora oggi è ovunque conosciuto: Robert Capa. Nel 1939 era già noto come “il più grande fotografo di guerra del mondo”, non ancora per gli scatti della Seconda Guerra Mondiale, ma per il suo reportage sulla guerra civile spagnola.Per quanto possa suonare ironico, il miglior fotografo di guerra non riuscirà a trovare nessun incarico sul fronte del conflitto mondiale fino al 1943, quando venne inviato come corrispondente in Nord Africa, al seguito dell’esercito statunitense. Da quel momento, Capa è al fianco degli americani durante tutte le loro principali imprese belliche. Nello stesso anno arriva in Sicilia, dove fotografa l’avanzata dei soldati e l’assedio della città di Troina, difesa dalle truppe tedesche. Tra momenti di grande drammaticità, il reportage cattura anche istanti più pittoreschi: tra le sue foto, ne troverete una dove un piccolo contadino siciliano indica con un bastone a un soldato americano, alto forse il doppio, la posizione dei tedeschi - un dialogo di gesti incorniciato in un’immagine di notevole equilibrio compositivo. Nel 1944 Capa è spalla a spalla con gli americani durante lo sbarco in Normandia, a Omaha Beach. Anzi è letteralmente alle loro spalle, mentre li fotografa durante la discesa dal mezzo anfibio, in una foto mossa che sa rendere l’istante di pericolo e forte concitazione dei soldati che corrono sotto il fuoco nemico con l’acqua alle ginocchia. L’immagine ci fa capire quanto il fotografo fosse a contatto con l’azione durante il conflitto, riprendendo i combattimenti non da posizioni sicure, ma direttamente sul campo di battaglia. Come disse lui stesso «Se le tue foto non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino».
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Back to Peace? - Introduzione
Benvenuti a Back to Peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum. In questa mostra, vi accompagneremo in un percorso che attraversa i decenni della Seconda Guerra Mondiale, della ricostruzione del dopoguerra e degli inizi della Guerra Fredda, catturati dalle lenti degli autori che hanno riscritto la storia del reportage. Ma chi sono i fotografi Magnum? Magnum Photos è l’agenzia fotografica fondata pochi anni dopo la fine del conflitto, nel 1947, da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert: cinque fotografi di cinque diverse nazionalità. Ognuno di loro aveva raccontato la guerra con il proprio sguardo e ognuno di loro avrebbe continuato a raccontare il mondo in maniera unica. Oltre che per i grandi nomi che la fondarono e che si unirono ad essa, la Magnum si distinse anche per la tutela dei fotoreporter. In un’epoca in cui le riviste fotografiche esercitavano un grande controllo sui fotografi, i membri della Magnum si impegnarono per difendere la proprietà intellettuale delle foto, l’autenticità dello stile e la garanzia di rispetto e onestà per il pubblico.Accompagnati da questa verità di sguardo e di narrazione, ci prepariamo a vivere da vicino i traumi e le ferite del secolo scorso; e insieme la lenta e difficile ricostruzione della pace. Sbarcheremo con le truppe americane durante il D-Day; attraverseremo le macerie dell’Europa in rovina e del Giappone della bomba atomica; vedremo i volti della generazione che faceva il suo ingresso nel mondo del primo dopoguerra; fino ad arrivare di fronte al Muro di Berlino, all’ombra di una pace già minacciata dai nuovi timori della Guerra Fredda. Back to peace? Ritorno alla pace? La risposta potrete cercarla tra le sale e gli scatti di questa mostra.
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