PODCAST · news
Escalation
by I Bastioni di Orione
Cominciamo la serie sulle infami regole evanescenti e prive di scrupoli che sottendono al traffico di armi, che vede le aziende italiane, controllate o meno dallo stato, protagoniste e molto vivaci nel fare affari, perseguire la difesa degli interessi dei colossi energetici nazionali, contrastare l'immigrazione con campi di concentramento appaltati a milizie spietate, addestrare apparati polizieschi che coincidono con gli aguzzini di Giulio Regeni. Inauguriamo questa narrazione con l'intervento di Antonio Mazzeo nella trasmissione informativa di Radio Blackout del 25 marzo 2021
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La contesa per i corridoi economici nella guerra contro l'Iran
La guerra contro l’Iran sta ridefinendo gli equilibri geopolitici mirando da parte israelo americana alla ristrutturazione radicale del sistema della connettività eurasiatica, poiché ne percepiscono lo sviluppo come un potenziale pericolo per la struttura di potere globale che possiamo definire talassocratico su cui si è retta la lunga stagione dell’egemonia americana. Gli israeliani, in particolare, hanno bombardato chirurgicamente, pochi giorni fa, una precisa sezione dei 14.000 km di rete ferroviaria iraniana: giusto quegli otto segmenti e dieci tratte del corridoio ferroviario strategico Iran-Cina, inaugurato ufficialmente il 3 giugno scorso (appena dieci giorni prima dello scatenamento della fase 1 della guerra) e frutto di un significativo investimento cinese, nel quadro della “Belt and Road Initiative”. L’obiettivo strategico di questo corridoio ferroviario è quello di consentire all'Iran di esportare petrolio direttamente in Cina via terra, aggirando lo Stretto di Hormuz e di importare merci, riducendo drasticamente i tempi di trasporto (15 giorni contro i 40 previsti dalla rotta via mare), diminuendo la vulnerabilità al sistema sanzionatorio e al controllo navale navale occidentale dell’Oceano indiano e lo Stretto di Malacca attraverso cui transita il 90% del petrolio che la Cina importa dall’Iran,vera e propria giugulare per il sistema di scambio commerciale cinese. Questi corridoi non sono solo est-ovest ma s’intersecano anche con quelli nord-sud in cui la Russia ha un ruolo significativo , e i corridoi intermodali che trovano nel porto secco di Aprin ,a sud ovest di Teheran , un terminale strategico hanno in Iran uno snodo decisivo. L’incubo dei neocon statunitensi è stato da sempre il rischio dell’unificazione del continente eurasiatico che mettesse in discussione la talassocrazia atlantica ,Brezinski nel 1997 nel libro “La grande scacchiera” metteva in guardia su questo scenario. Il distacco della Russia dall’Europa ,in particolare dalla Germania riunificata è avvenuto con la guerra in Ucraina e il sabotaggio del North Stream , ora con la guerra contro l’Iran l’obiettivo sembra essere quello di colpire i corridoi di connettività eurasiatica .La guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale fattore d’instabilità dall’Asia occidentale all’Asia centrale e non è un caso che gli Stati Uniti ed Israele abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC (il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre membri del BRICS Russia, Iran e India.) : il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina . Il fatto che Israele stia bombardando questi obiettivi ci dice da un lato che sta sicuramente perseguendo con determinazione i suoi interessi geopolitici locali, ma se bombarda gli asset cinesi in Iran, lo fa per conto di chi conduce un gioco molto più grande per il nazionalismo sionista. Ne parliamo con Salvatore Minolfi studioso di storia contemporanea ed autore di varie pubblicazioni .
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Il caso Anthropic / Pentagono ridefinizione del nuovo complesso militare tecnologico
Si sta definendo un complesso militare, tecnologico e finanziario con al centro l'intelligenza artificiale che incontra le esigenze di aziende e start up affamate di utili che ancora non arrivano e inquiete per una prossima bolla speculativa. Assistiamo ad una ipercapitalizzazione (solo Nvidia capitalizza 4600 miliardi di dollari) a fronte di un alto tasso d'indebitamento e profitti ancora non all'altezza degli investimenti.Il ruolo da monopolista della maggior produttrice di microprocessori di Nvidia rischia di essere intaccato da altri produttori di chip specifici per compiti differenziati come i TPU di Google in uno scontro d'interessi nel quale s'inserisce il caso Anthropic .Il Pentagono ha definito la società di Amodei "un rischio per la catena di approvvigionamento" nonostante il contratto da 200 milioni di dollari già stipulato. Il rifiuto di Anthropic di consentire l'uso del suo sistema definito "Claude" d'intelligenza artificale generativa per la sorveglianza di massa e per le armi autonome senza supervisione umana ha portato ad una rottura con il Pentagono ,ma non fa certamente Anthropic un modello di etica considerando i contratti di collaborazione già in essere anche con Palantir.E' sempre più difficile districare l'utilizzo dual use dell'intelligenza artificiale ,gli usi civili da quelli militari. Molte applicazioni che utilizziamo frequentemente derivano da progetti che rispondevano ad esigenze miitari ,lo scontro con la Cina si gioca anche sulle capacità di produrre microprocessori avanzati nonostante le limitazioni imposte a Pechino dalle restrizioni commerciali americane. Gli investimenti massicci del progetto "Star link" evidenziano un gigantismo nordamericano che comporta la costruzione di enormi data center estremamente energivori che rischiano anche di diventare in un contesto bellico obiettivi militari.Di questo e altro ne parliamo con Daniele Signorelli giornalista freelance di "Guerre di rete" progetto di informazione su cybersicurezza, sorveglianza, privacy, censura online, intelligenza intelligenza artificiale.
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Attacco all'Iran scontro fra fondamentalisti tra evocazioni messianiche e corsa al controllo delle risorse
Tentare di decrittare la guerra israelo americana contro l'Iran senza ricorerre a categorie psicoanalitiche è impresa ardua. La dicotomia semplicistica dei buoni contro i cattivi, che discende dalle rappresentazioni hollywoodiane dei nemici come sempiterni cattivi senza sfumature, è stata utilizzata fin dai tempi di Reagan che parlava dell'Unione sovietica come l'impero del male pensando di essere sul cast di "Guerre stellari". Nell'ora più buia che stiamo vivendo si aggiunge un' aggravante ulteriore costituita dalla overdose di fondamentalismo che permea le menti dei protagonisti di questa guerra. La deriva messianica sionista è stata ampiamente constatata durante il massacro di Gaza non fosse per i deliri di Netanyahu che paragonava i gazawi agli amaleciti ,un antico popolo che fu sterminato dagli Israeliti per ordine biblico divino (bambini, neonati, animali e donne incluse), che abitava il Negev .L'ossessione fondamentalista evangelica che impera nell'amministrazione americana ha oltre che in Trump sostenuto apertamente dai pastori evangelici, validi interpreti in Hegseth a capo del ministero della Difesa ,pardon della guerra ,uno psicopatico suprematista che invoca una nuova crociata e in Rubio il neocon che si presenta in televisione con una croce sulla fronte il mercoledì' delle ceneri. Anche JD Vance non è esente da una visione suprematista ultracattolica che auspica un’America cristiana, bianca, tradizionalista, chiusa al mondo e guidata da una presunta missione divina. A queste considerazioni si sommano le perplessità sullo scopo della guerra contro l'Iran, le difficoltà dell'ammnistrazione Trump a gestire le conseguenze globali di un'aggressione che si pensava portasse ad un rapido cambio di regime. Questa sottovalutazione probabilmente deriva dal fatto che i decisori all'interno delle strutture militari americani si sono formati in un epoca post guerra fredda in cui gli Stati Uniti sembravano gli unici regolatori globali in grado di esercitare una potenza militare senza avversari. Finita questa fase e di fronte ad una guerra non più asimmetrica con uno stato come l'Iran strutturato e con un esercito organizzato ,con uno scenario globale che vede l'emergere della potenza cinese e alla fine del ciclo imperiale americano le mutate condizioni stanno mettendo in crisi le capacità dell'apparato militare americano .Ne parliamo con Francesco Dall'Aglio studioso dei paesi dell'Europa orientale ed analista di questioni strategico militari.
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Innumerevoli approcci alla crisi iraniana, tutti egualmente esiziali per il sistema
Manca il Piano B e ora che si sono infilati nella guerra forse gli aggressori dell’Iran cominciano a rimpiangerlo. E sono finiti i giochettiL’egemonia economica e politica degli Usa sul mondo non può ormai che essere spartita con altre potenze e un’amministrazione nazionalista e sovranista come quella trumpiana cerca di invertire il flusso della storia e si trova a cercare di provocare reazioni da parte cinese che potrebbero disarticolare l’equilibrio che sta mantenendo reale lo sviluppo economico che sostiene l’impero del Partito comunista cinese; Stefano Capello ci spiega che è inutile dire che la partita che sta giocando Pechino sembra si svolga su un’altra scacchiera rispetto a quella militare su cui si muove scompostamente (e ferocemente) Trump e il suo sodale Netanyahu. A questo l’Iran sta resistendo in qualche modo, e se dovesse farcela a non capitolare per un certo periodo, poi l’impantanamento sarebbe esiziale per gli americani, come lo è stato per Putin la resistenza ucraina, drogata dall’appoggio europeo e dalle forniture di Biden.D’altro canto la vietnamizzazione di un conflitto con soldati statunitensi sul terreno è l’incubo che trattiene dalla completa esasperazione del conflitto un presidente divenuto tale, perché irrideva le guerre mediorientali dei Bush e ora si trova interi settori Maga, che gli hanno dato il mandato, scontenti che mettono in discussione la stretta relazione con il sionismo. Tanto che all’interno dell’amministrazione americana sono ora i neocon di Rubio a indirizzare la politica internazionale. E il marchingegno messo in atto per far esplodere tutta l’area accende attorno al fulcro della crisi anche molti altri focolai di crisi: curioso in particolare come sia esploso il contiguo conflitto afgano-pakistano, che esibisce ancora meglio gli schieramenti, visto che Modi – stretto alleato di Netanyahu – si pone al fianco dei talebani in funzione antipakistana, laddove Islamabad si è schierata con l’Iran ed è alleata della Cina, ma ha stretto un’alleanza con i sauditi, che si sono cautelati con l’ombrello nucleare pakistano. E in questo quadro va inserito il fuoco di sbarramento non troppo incisivo sui vicini arabi e turchi potenzialmente interventisti: una deterrenza fondata sul preavviso, il “colpetto”, come lo definisce Stefano Capello, seguendo la terminologia militare.Una mossa da perseguire per Trump è quella di strozzare l’economia cinese detenendo il tubo della pompa di benzina, per mantenere la centralità nel potere economico, che è fondamentale per detenere gli investimenti che coprono il debito americano. Infatti un’eventuale implosione del sistema cinese trascinerebbe l’intero sistema globale, compresa l’economia americana, e dunque non è pensabile una guerra diretta, né apertamente commerciale, né tantomeno un conflitto che non si limiti a ridimensionare soltanto l’occupazione dei mercati mondiali, facendo recedere l’espansione “pacifica” cinese. Peraltro al governo cinese interessa maggiormente – anche solo per un semplice calcolo matematico – mantenere la bilancia commerciale con gli Usa decisamente a proprio favore, piuttosto che difendere stati alleati importanti come fornitori di energia, ma in qualche modo sostituibili. Invece è l’Occidente e in particolare l’Europa a importare una nuova “crisi petrolifera” grazie anche a meccanismi che agganciano il costo al consumo dell’energia al prezzo del gas alla borsa internazionale, a prescindere da stoccaggi e potenziali autonomie temporanee, comprese le produzioni di energie rinnovabili agganciate per legge .
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Le mille sfaccettature che compongono il Sudovest asiatico
La millenaria cerniera tra mondo occidentale e Oriente, correndo dai golfi del Mar Arabico ai mari del Caucaso, ha visto mutare confini, registrare divisioni e annessioni, raccontare guerre globali (da quella mitologica di Troia a quelle petrolifere del Golfo); le culture e tradizioni delle comunità che vi abitano rimangono sullo sfondo e le loro divisioni vengono sfruttate dal colonialismo e imperialismo occidentale, che contende le risorse e i corridoi commerciali della regione all’impero persiano da sempre. Murat Cinar, intellettuale e giornalista esperto di Sudovest asiatico, nato sulle sponde del Mediterraneo orientale, ci aiuta a comprendere alcuni tasselli di questo nuovo conflitto globale, le sfaccettature maggiormente collegate al mondo turcofono.Il ruolo della Repubblica di Turchia è da qualche anno di mediazione, ma spesso ha svolto nei confronti della Repubblica islamica quello di partner e rivale, con una rivalità che da 300 anni non vede conflitti armati, dovute a reciproche dipendenze. Altro elemento importante è il fatto che Erdoğan è ricattabile da Trump per serie di scandali e mosse avventate, questo accentua ulteriormente l’equilibrismo del regime di Ankara, che vede anche tutti i paesi del golfo in qualche modo collegati e con “interessi” investiti in Turchia (commercio e finanza), compresa l’Arabia Saudita – negli ultimi anni riavvicinatasi per fare buoni affari militari e di intelligence. Un ennesimo aspetto non secondario è l’importanza della Repubblica turca all’interno della Nato.Tutto ciò spiega la pacatezza che impronta le reazioni alle provocazioni provenienti dall’Iran in materia di attacchi a basi americane in sorvolo del paese degli ayatollah, peraltro la trama si infittisce se si pensa che il paese fratello della Turchia non ha mai smesso di pompare petrolio verso lo Stato ebraico. Inoltre l’enclave di Nahcivan – essenziale per unire Turchia e Azerbaijan (ma anche l’oleodotto per Israele) – è proprio quella contesa, il cui aeroporto è l’unico territorio turcofilo bombardato dagli iraniani; e sul corridoio di Zengezur avevano rivolto l’attenzione gli americani come Cavallo di Troia per entrare in Caucaso ad agosto: i bombardamenti dei pasdaran sono tutti mirati e rispondenti a logiche precise.Murat, sollecitato a spiegare quale può essere la scelta di schieramento dei curdi in Rojhilat – appena scottati dall’ennesimo tradimento americano in Rojava –, coglie atteggiamenti anche razzisti verso il popolo curdo, che sta cercando di piegare a proprio vantaggio una situazione cangiante e molto variabile e che li vede sempre perseguitati da quegli stati (ancora legati alla retorica panarabista del baathismo) in dissoluzione sotto la spinta sionista, e che temono di smembrarsi più velocemente se i curdi dovessero ottenere autonomia. Ora le testate sovraniste americane cercano di dare per scontato il coinvolgimento filoamericano dei curdi, in realtà ci sono mille sfumature di curdi soprattutto in Iran: Komala, Pjak… alleanze tra 5/6 gruppi diversi di cui non si hanno certezze: il nostro interlocutore ci illustra con precisione le attuali posizioni che vedono sia chi appoggia il regime, chi pensa di agevolare il tracollo del sistema e anche chi non sta né con un nemico né con l’altro; e poi ci sono i peshmerga iracheni di Barzani. E questo raddoppierebbe il caos, l’estensione del conflitto e… una nuova ondata di profughi in Turchia, stavolta non più siriani.
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La polizia come continuazione della guerra sul fronte interno.
La polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, l'apparato securitario si mobilita sul fronte interno colpendo i potenziali disertori della logica di guerra. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.Il dissolvimento dello stato di diritto sostituito dalla legge del più forte trova sostegno nel discorso pubblico che tende a criminalizzare qualsiasi devianza ,questa logica securitaria induce una crescita disfunzionale dell'apparato repressivo. Il dispositivo securitario si è affinato con la pandemia ,momento di vera e propria sperimentazione sul campo della sospensione di diritti collettivi preparazione per lo stato di guerra permanente contro un nemico a geometria variabile ,ora l'islam radicale,il virus,la Russia un tempo il comunismo. Ai problemi sociali generati dalle politiche neoliberali si risponde con provvedimenti di ordine pubblico ,la derubricazione a reato della protesta sociale e del dissenso è un passaggio naturale della logica di "warfare" che viene dispiegata ed applicata nell'articolazione del controllo sociale.Ne parliamo con Vincenzo Scalia che si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia.
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Il granello di cibo rifiutato negli ingranaggi della macchina bellica
Frapporsi tra i profitti dell’industria bellica inglese e il genocidio sionista si puòPalestine Action ha prodotto azioni che hanno colpito nel segno senza fare alcuna vittima, né ferire nessuna persona, muovendo non solo critiche e indignazioni contro un efferato sterminio da parte di un nazionalismo confessionale animato da un'ideologia di sopraffazione genocidaria. E lo ha fatto procurando danni ad apparecchiature e impianti dell'industria bellica complice illegale dei massacri sionisti.Questo ha mosso il governo laburista britannico a collocare il gruppo di attivisti nell'elenco delle organizzazioni terroristiche, in modo che gli arrestati subiscono detenzioni pregiudiziali da un anno; la censura della repressione nei confronti di questa campagna fa languire nel silenzio persino i detenuti in sciopero delal fame, alcuni da più di due mesi.Ma il 14 gennaio una notizia ha dato il segno che a qualcosa è servito questo strenuo impegno di azione diretta e contrapposizione: Elbit System, la fabbrica di armi che approvvigiona Idf, è stata esclusa da un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. A seguito di questo tre hungerstriker hanno sospeso il loro sciopero della fame, avendo ottenuto almeno una delle ragioni delal lotta; altri attivisti proseguono fino all'ottenimento di tutte le richieste minime di garanzie di diritti fondamentali.La svolta nel braccio di ferro con le autorità di Downing Street inizia il 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria hanno incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche.Ma il risultato principale sono le 500 persone che si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida. Intanto quattro sono le fabbriche di armi israeliane chiuse in GB negli ultimi 5 anni di azione diretta. La nostra interlocutrice, attivista in Inghilterra sottolinea come un’altra vittoria riguardi il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia.
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Il disimpegno statunitense dalla guerra in Ucraina sintomo dell'irrilevanza strategica dell'Europa.
I russi stanno maturando esperienza e competenze nel combattimento reale da ormai tre anni, mentre la bellicosa Europa orfana dell'assistenza militare statunitense ,non conosce più la realtà del conflitto bellico sul campo. La strategia russa si fonda sul paziente logoramento del nemico, sulla distruzione sistematica del potenziale economico ed umano dell'Ucraina ,consapevoli i russi della scarsa propensione degli europei a spendere risorse che forse neanche hanno nel buco nero di una guerra senza fine. L’abbandono dei territori occupati non è preso nemmeno in considerazione dalla leadership russa perchè quei territori servono per mettere in sicurezza la Crimea e creare un cuscinetto protettivo. Nei territori occupati dai russi non risulta che ci sia un opposizione all’occupazione ,perché gli irriducibili sono andati via dal 2014 ed ormai queste terre non si puo’piu’dire che siano ucraine essendosi spopolate dagli abitanti non russofoni .Il dato di realtà contrasta con la propaganda bellica che racconta di una restituzione dei territori occupati all'Ucraina.La richiesta dei missili Tomahawk e la risposta ambigua di Trump potrebbe essere un espediente per alzare la posta in campo diplomatico ,questi missili che verrebbero maneggiati da personale statunitense sono probabilmente l’ultimo mezzo di escalation prima dell’intervento diretto, infatti i russi hanno risposto mettendo in discussione la qualità dei rapporti con gli Stati Uniti. Questa minaccia dei Tomahawk è la prova della fine degli espedienti diplomatici frutto anche della consapevolezza della crisi dell’alleato ucraino. Questi missili che possono anche essere armati con ogive nucleari sono un armanento riservato per gli Stati Uniti e per un gruppo ristretto di alleati ,la concessione all'Ucraina potrebbe quindi alterare certi equilibri anche all'interno dell'Alleanza atlantica.L’Europa senza gli USA non è una potenza militare ,non è più strategica e gli americani non vogliono più investire nella sua difesa. Fare dell’Europa una potenza militare serve solo ad ingrassare il complesso millitare industriale americano, presentare la Russia come nemico esistenziale è funzionale a giustificare una spesa imprecisata in armamenti per difendere l'Europa da una ipotetica invasione . L’Europa ha appaltato la sua sicurezza agli Stati Uniti permettendosi investimenti in altri settori come il welfare in quanto durante la guerra fredda il controllo dell’Europa era fondamentale per gli U.SA. All’epoca l’Europa era il continente dove si produceva e c’era la ricchezza ,le produzioni industriali non erano ancora delocalizzate in Asia .Dopo la fine della guerra fredda l’Europa è diventata strategicamente irrilevante ,per questo gli Stati Uniti si stanno disimpegnando ,la guerra fredda si sposta nell’Indo Pacifico,la scarsa centralità europea comporta che la guerra ucraina sia percepita dal resto del mondo come una guerra regionale mentre per l'apparato mediatico propagandistico è diventata uno spartiacque di civiltà. Di questi temi abbiamo parlato in questa puntata di Bastioni di Orione con Francesco Dall'Aglio , specialista di strategia e storico dell'Europa orientale.
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Le nuove frontiere belliche della tecnologia, guerre di rete e dual use .
Con Carola Frediani che ha lavorato per anni come giornalista occupandosi di sorveglianza, cybercrimine e cybersicurezza, animatrice della newsletter Guerre di Rete parliamo delle interazioni sempre più pervasive fra guerre e tecnologia.Guerre di rete conduce una ricerca accurata sui temi della cybersicurezza con uno sguardo critico ed informato sull'applicazione delle nuove tecnologie agli scenari bellici, partendo dal caso ucraino, scenario in cui la predominanza dell'uso dei droni ha cambiato il modo di fare la guerra con l'utilizzo di tecnologia diffusa spesso a duplice uso militare e civile .Gli attacchi informatici spesso anticipano le guerre sul terreno, si cita il caso del reclutamento da parte dell'esercito ucraino di vari hacker attivisti nonché di attacchi informatici russi contro obiettivi sensibili ucraini .Si espande il controllo dei sistemi di sorveglianza anche verso gruppi sociali ritenuti pericolosi in un contesto bellico con il supporto di aziende tecnologiche che sperimentano in scenari bellici l'efficacia dei propri sistemi di cybersicurezza. La ricerca di armamenti che riduca sempre di più l'intervento umano conduce all'utilizzo dell'intelligenza artificiale nella definizione degli obiettivi (vedi il sistema Lavender israeliano utilizzato a Gaza) definendo il numero di potenziali vittime "collaterali" in base alla preminenza dell'obiettivo da colpire. L'osservatorio con le sue peculiarità consente di registrare realmente i tempi di progettazione e uso dell'innovazione tecnologica, consentendo di verificare quando e chi abbia preparato le guerre, ma anche quale uso dell'Intelligenza Artificiale sia più sviluppato dai poteri nazionali – ormai tutti apertamente totalitari e di impronta autoritaria. Evidente è il caso dell'Iran che sviluppa sicuramente il comparto dei droni da combattimento (meno sofisticati di altri stati), ma potenzia moltissimo le applicazioni che pervadono il controllo dell'ordine interno; altri paesi sono all'avanguardia del contrasto alla migrazione (Usa); e poi ci sono le guerre scatenate per appropriarsi delle risorse utili a potenziare la dotazione in AI.
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La Guerra dei Droni: spettacolarizzare la guerra asimmetrica
L’impresa coronata da uno spettacolare successo dei Servizi ucraini nell’attacco preparato per un anno e mezzo – dunque con la complicità dell’amministrazione Biden? – va analizzata sia nelle sue pieghe più tecniche fino alla valutazione degli strumenti bellici in campo (perché indicano la vera entità del danno e dell’umiliazione della retorica russa), sia nelle conseguenze scatenate a livello di diplomazie, con il sicuro lavoro frenetico di telefonate tra Rubio e Lavrov per verificare conoscenze, responsabilità e se si sia elevato il livello della guerra verso coinvolgimenti occidentali e mezzi più sofisticati di assistenza.Francesco Dall’Aglio si applica con la consueta efficacia a riconoscere dettagli, concetti di terrorismo (non dimenticando l’attacco al treno civile e al ponte sulla Crimea) e interpretazioni dei dati rilevabili, avendo competenze sui mezzi in campo e acume nel disvelare strategie: il risultato è molto diverso dalle veline della propaganda militare, ma anche dal volo cieco degli articoli della stampa occidentale e dal balbettio italiano.Ci sono due guerre in corso: una sul campo con l’avanzata russa, l’altra di propaganda asimmetrica, entrambe in preparazione dell’ancora lontano momento della trattativa.
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Dai porti passano gli strumenti di morte .
Con Carlo Tombola di "the weapons watch" ,l'osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei ,parliamo della necessità della costruzione di una informazione oggettiva sul complesso militare industriale che non comunica i dati reali del volume di affari ,la legge 185 ha dei limiti per i quali non consente il reale controllo sul movimenti delle armi che vengono vendute anche a paesi sotto embargo o in guerra. Con il trucco delle triangolazioni vengono aggirate le limitazioni legali ed anche i codici che caratterizzano le merci sono falsati per occultare la vera natura del commercio di armi. Le servitù militari che in base a trattati segreti hanno concesso pezzi di territorio italiano agli Stati Uniti contribuiscono all'opacità del sistema ,sono stoccate nelle basi americani che godono di extraterritorialità armi di enorme potenza distruttiva che non sono controllate dalle autorità italiane .
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Armi italiane ai coloni israeliani.
Duccio Facchini ,direttore di Altraeconomia, parla delle importazioni di armi israeliane da parte italiana ,la prima provincia per importazioni è Parma ,mentre prima per esportazioni sia pur di armi destinate ai civili è la provincia di Lecco .Queste armi arrivano in mano anche ai coloni che colpiscono i residenti palestinesi in Cisgiordania, anche le munizioni prodotte dalla Fiocchi. A proposito della guerra israeliana ci si domanda chi siano i gestori di fondi d'investimento e banche che hanno nei loro portafogli i titoli debito israeliani emessi proprio allo scopo di sostenere lo sforzo bellico sionista. Uno di questi istituti di credito è la BPER che in un primo momento ha negato per poi ammettere , dopo la pubblicazione di alcuni dati, di avere in pancia titoli pubblici israeliani.
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La finanza per il riarmo .
Con Alessandro Volpi ,docente di storia contemporanea all'Università di Pisa e autore di varie pubblicazione ci concentriamo sugli aspetti finanziari della corsa al riarmo e del tentativo dell'Unione Europea di dirottare i risparmi privati per finanziare l'apparato militare industriale .Di questo trasferimento di risorse dalla spesa sociale all'industria degli armamenti beneficieranno i grandi fondi d'investimento nordamericani Blackrock,Vanguard e State street che controllano i grandi gruppi industriali che producono armamenti .Questo piano di riarmo comporterà anche un aumento dell'indebitamento pubblico con conseguente taglio delle risorse per il welfare già colpito dalle rigide regole dell'austerità e dell'equilibrio di bilancio che però non valgono per le armi .Con il nostro interlocutore affrontiamo anche la questione dei dazi legata all'enorme indebitamento statunitense con la conseguente perdita progressiva della centralità del dollaro e la frattura fra l'amministrazione Trump e il sistema finanziario dei grandi fondi che non gradiscono l'instabilità finanziaria innescata dalle politiche economiche della Casa Bianca.
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Militarizzazione della scuola
Antonio Mazzeo insegnante impegnato nel movimento antimilitarista ci parla del processo di militarizzazione all'interno degli istituti scolastici con la presenza sempre più pervasiva dei militari che scelgono la scuola come luogo di promozione della carriera militare e di reclutamento. Si esercita la retorica patriottarda per irretire le coscienze e cercare potenziale carne da cannone da gettare nel tritacarne della prossima guerra ,fortunatamente tra i giovani studenti ci sono degli anticorpi che si oppongono a questa narrativa edulcorata che descrive l'esercito come una soluzione per il futuro lavorativo.
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Dai cannoni all'aerospace: il just in time nel sistema Italia
Le eccellenze della industria bellica italiana https://www.weaponwatch.netL’informazione precisa e approfondita e la ricostruzione di storia e percorsi di Carlo Tombola permettono la formulazione di un lineare discorso che esplicita il metodo di raccolta di dati e la loro analisi conducendoci dalla tradizione lecchese dei forgiatori della Valsassina all'Umbra Cuscinetti, monopolista mondiale; dalla filiera dei cannoni all'aerospace tradizionale e da riconversione dell'automotive; fino al cortocircuito delle forniture per Idf, gli scali israeliani nei porti dell'Adriatico, la serie di aziende che collegano la cybersecurity con i servizi di Tel Aviv.Ne risulta un Sistema Italia predisposto a qualsiasi lavorazione: è la merce il centro della produzione e della distribuzione e su quella si adatta il flessibile tessuto industriale dei distretti, che sono individuabili per tipologia ed è interessante capire quale indotto si trascina dietro la grande industria in precisi territori: è rivelatorio delle vocazioni di una zona scorrere l’elenco delle aziende che partecipano ai progetti – di uno Carlo Tombola ha raccolto i nominativi di circa 200 aziende coinvolte nel progetto di un elicottero. La rete si sostiene sul know how e si sostiene con i capitali messi a disposizione dai politici, che ora sono debitori dei fondi come Blackrock, che ne condizionano i consigli per gli acquisti, non solo quelli da effettuarsi con i fondi stanziati per RearmEurope.
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Distretti industriali militarizzati e modello israeliano
Costruttori di guerra in Italiahttps://www.atlanteguerre.it/notizie/dossier-le-catene-della-guerra-in-italia-i-fornitori-nel-sud-italia-7/ La condizione che ha visto il mondo precipitare nella Terza guerra mondiale a pezzi ha prodotto un'attenzione particolare verso indagini che perlustrano il sistema guerrafondaio. Linda Maggiori sta procedendo per “L'Atante delle Guerre” nell'excursus interno ai distretti industriali italiani, che presentano processi locali in parte differenziati tra loro dalla destinazione d'uso – talvolta già tradizionalmente inseriti nella filiera bellica – o da produzioni dual, o in taluni casi riconvertiti con celere facilità da impianti civili a militari. Quello che emerge dal suo dossier è il fatto che il sistema di produzione appare predisposto ad adeguarsi repentinamente in ogni comparto alla richiesta del mercato.Si registra poi la presenza di grosse multinazionali, anche con interessi statali come Leonardo, che tessono reti di aziende fornitrici reclutate per apportare know how industriale, impianti e logistica ai colossi armieri. Il caso della Microtecnica per Collins, ma anche il caso della Civitanova Navi, dove il riarmo patriottico camuffa il conglobamento in colossi militari esteri, fino al caso della Piaggio acquistata da Baykar, il produttore di droni di fascia media del genero di Erdoǧan.Non ultimo è l'aspetto finanziario: un settore che si fonda sempre più su investimenti proiettati verso la guerra, nel quale si assiste a spin off di ambiti di produzione di grosse multinazionali che alienano a favore di aziende dedite alla fornitura di armi interi comparti (il caso di Exxor che vede al centro i Lince di Iveco nella transazione proprio verso Leonardo), o l'inaugurazione dell'avventura nucleare con i sottomarini livornesi per il Qatar, che dimostrano come la fidelizzazione del cliente civile di yacht di lusso possa diventare anche il consumatore di prodotti militari dagli stessi fornitori.Si mescolano tradizione regionale e nuove lavorazioni nel nuovo business collegato alla demilitarizzazione e l'apertura di nuovi stabilimenti come quello per la nitroglicerina nella zona da sempre dedicata alla produzione militare tra Colleferro e Anagni.Il settore più ambito che non viene tralasciato da nessun ente regionale italiano è quello dell'aerospace,che si trova diffuso lungo tutta la penisola, anche se è più sviluppato nelle aree ex automotive, perché sono la meccanica e meccatronica a essere ambiti di più facile riconversione. Anche in questo caso le maggiori ricadute sono su Leonardo (e quindi di nuovo si tratta di un favore alla potenza bellica statunitense). L'aerospaziale se la batte con la cybersecuity per importanza nell'innovazione della filiera bellica e questa volta la parte del leone è svolta da Israele, che funge anche da modello per l'intero sistema produttivo e governativo.
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Il mirabolante e sgangherato riarmo dei volenterosi
RearmEurope. Strumenti per una guerra tra i nazionalismi europei Già all’inizio del Novecento, ai tempi di Kraus, la maggioranza pacifista del mondo fu schiacciata dalla coalizione di industria bellica, politicanti inetti, media sdraiati e generali assetti di sangue; lo stesso sta avvenendo ora con lo smarrimento dei potenziali sistemi per fare rete e coordinarsi tra antimilitaristi. Commissari e lobbisti della Unione europea colgono l’occasione per sottrarre risorse al welfare e stornarle e dirigerle sulla filiera delle armi o al limite dual, addirittura il piano Von Der Leyen indica i protocolli di spesa da cui attingere senza aggiungere nuovi prelievi, se non derogando dal 3% di deficit, che significa in realtà alla fine nuove tasse, oltre a quelle derivanti dalla mancata erogazione dei servizi. La più classica economia di guerra. Una serie di teatrini per il riarmo che nasce con l’infame Guerra del Golfo e passa attraverso i Balcani negli anni Novanta: la riconversione bellica delle produzioni civili per scopi militari, l’adeguamento delle reti infrastrutturali alle esigenze militari, la costruzione del nemico e la militarizzazione della società attraverso una complessa e articolata campagna mediatica, l’arruolamento dei civili nella mobilitazione bellica che parte dalle scuole, produce posti di lavoro precari e propone divise per il futuro. Ora il problema è la accelerazione: il fronte di guerra si muove velocemente e va contrastata nella sua velocità. Diserzione, renitenza e obiezione dovunque è l’unica sopravvivenza possibile: tutti possono essere disertori del modello di guerra, che non è la norma, come tossicamente sbandierato dalla strategia del riarmo. Non a caso è Macron il campione del RiarmNuke: è molto debole all’interno e trascinare la Francia in guerra potrebbe consentirgli di mantenere e consolidare il potere monarchico e soprattutto Thales è la più importante industria bellica in toto europea (Leonardo produce con e in Usa ed è recente l’accordo con Baykar per implementare tecnologie sofisticate sui maneggevoli e poco costosi droni turchi del genero di Erdogan). Poi si parla di deterrenza, ma in realtà già così si spende ben di più che la Russia – come ha dimostrato Cottarelli, perdendo il posto di editorialista del Gruppo Gedi –, eppure non c’è stata deterrenza allora e quindi non ci sarà neppure gettando via altri 800 miliardi; quasi due terzi delle armi importate dai membri europei della Nato negli ultimi cinque anni sono state prodotte dagli Stati Uniti. Inoltre Putin all’inizio dell’avventura ucraina aveva citato armi particolarmente sofisticate, non usate in quel conflitto, ma che sarebbero adatte per una guerra continentale contro potenze militari dotate di ordigni nucleari, dunque anche se la Russia fosse intenzionata a invadere (e non si capisce perché e con quali forze poi controllerebbe il territorio conquistato) non è dotandosi di armi in più che cambi qualcosa. Quindi è tutto costruito solo per imporre la difesa comune europea, ovvero un esercito europeo.
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Dalla clava dell’economia a Stargate, la cultura aggressiva Usa
Abbiamo voluto dare un seguito radiofonico su Radio Blackout all'incontro Trump tra guerra e pace tenutosi al circolo "Volere la luna" di Torino tra Elisabetta Grande, Giorgio Monestarolo e Raffaele Sciortino, aggiungendo la voce di Alessandro Aresu per approfondire l’aspetto più strettamente di investimenti tecnologici e di colonialismo spaziale. Quali strumenti per interpretare il nuovo scacchiere internazionale. Innanzitutto ci troviamo di fronte al multipolarismo o a una nuova sorta di multilateralismo? Giorgio Monestarolo propone questa distinzione come potenziale lettura del momento attualmente in bilico tra un imperialismo classico e una eventuale concertazione tra aree di influenza; e gli Usa arrivano da una sconfitta strategica in Ucraina, inutile che cerchino di mascherarla con il Piano B del tracollo dei tedeschi e con loro dell’UE, i cui responsabili sono imbarazzanti per insipienza e l’istinto a consegnarsi agli anglo-americani, invece di innescare un processo rivoluzionario. Mentre altre realtà asiatiche hanno saputo reagire e ritagliarsi ambiti e tecnologie controllate monopolisticamente, mantenendosi come Centri dell’economia dove si determinano eventuali conflitti tra capitale e lavoro, mentre l’Europa si va periferizzando sempre più. Tech e AI: gli annunci del piazzista Trump, a cui eravamo ormai disabituati, sono molteplici ma in particolare si concentrano in questi giorni sulle sovvenzioni della tecnologia, sia verso le imprese spaziali di Musk, sia nella direzione dell’intelligenza artificiale di Oracle (destinataria nei piani di Trump del social di controllo di Tik Tok, dopo che è stato “bandito” nella sua diffusione americana, dunque “espropriato” per consegnarlo a uno degli impresari di riferimento della corte); sono comunque miliardi investiti in tecnologie squisitamente utili al settore militare, pur apparentemente dual, che vedono al centro il Data Center, uno dei due corni su cui si fonda il potere, l’altro è il detentore di queste informazioni, le Corporation che vengono cooptate dal potere, beneficiando degli investimenti che solo lo stato può permettersi. E infatti erano tutti alla corte dell’imperatore nel momento della sua investitura: Ellison, Altman, Bezos, Zuckerberg, oltre ovviamente a Musk, il primo ad annusare l’affare. Ma cosa cambia rispetto alle Star Wars di Ronald Reagan mezzo secolo fa? Questo è un dubbio che abbiamo posto ad Alessandro Aresu, mentre Giorgio Monestarolo rievoca altre figure di presidenti americani: Theodore Roosevelt, per il monopolismo che diede vita all’antitrust americano, e Herbert Hoover, liberista ai tempi della crisi del Ventinove. Mettere insieme Corporation e lavoratori: metà dei votanti non si sente rappresentata da nessuno e infatti molti di quelli che non riescono a sopravvivere pur svolgendo tre lavori non sono andati a votare.; vero che c’è un Lumpenproletariat che rappresenta il ventre molle dell’America profonda che segue le indicazioni del deep state. Ma ci sono anche forti vertenze vincitrici – finché le istanze non si istituzionalizzano in sindacato – a partire dal potere contrattuale delle dimissioni e lotte che ottengono conquiste contro le inique distribuzioni della ricchezza. Infatti la situazione di classe negli Usa è talmente grave proprio a causa delle politiche di Biden che la disillusione è stata più forte dell’orrore per il fascismo insito e scontato nell’ideologia che smuove le masse trumpiane del ceto medio impoverito saldato ai rednecks nazistoidi e con i conseguenti sostegni dei padroni attuali, i tech attratti dai miliardi della nuova frontiera spaziale e chatgpt.Reindustrializzare gli Usa attraverso i dazi ha pesanti ricadute, ma anche pensare di svalutare il dollaro per rilanciare le merci americane aumenterebbe inflazione, o tassi di interesse altissimi sulla moneta: le ricette muscolari di Trump sono pericolose e tendono a interconnettere strutture e risorse statali, Pentagono, industria militare e ricerca di aziende tecnologiche: una commistione pubblico/privato che rende competitiva l’America rispetto alla burocrazia europea; peraltro la forza tecnologica dell’impresa americana non si regge senza l’immigrazione di forza lavoro che consente la competitività. Trump si colloca nel passaggio tra le aziende belliche classiche (Lockheed, Boeing…) e SpaceX, ma la preparazione alla guerra è identica, soprattutto nello spazio.
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Monroe 2.0: la dottrina della spartizione multipolare del piazzista Trump
La nuova Era non c'è ancora e la vecchia svaniscehttps://x.com/i/status/1606310533317238806Il polo imperiale speculare al polo di Putin andrà sostituendo il polo ideologico di Biden che tradizionalmente contrapponeva l’Occidente all’Asia: Trump nelle sue uscite estemporanee con la veste di apparenti boutade propone la sola America senza la zavorra europea contro gli altri due poli, rendendosi conto che l’impero non è in grado di reggersi a lungo senza sfaldarsi (e perdere tutte le guerre degli ultimi 70 anni).Tra Kamchatka e Groenlandia il nuovo RisikoA partire dalle dispute sull’Artico, dove i giochi non sono ancora fatti né per le vie di comunicazione, né per le infrastrutture, né soprattutto per il controllo dei preziosi giacimenti sotto il permafrost – ma si è cercato di accerchiare il mare russo con la cooptazione di Svezia e Finlandia – abbiamo parlato con Pierluigi Fagan in occasione di un suo articolo e nell’imminenza del suo Benvenuti nell’era complessa, edito da Diarkos e anche in questa chiacchierata traspare la soglia di una nuova era che ancora non si dispiega chiaramente ma già offusca quella precedente. In quale delle due sguazzano i libertariani della destra tecnologica e dove si dibattono i vecchi neocon ideologici, dove si sfidano le due scuole, quella realista e quella idealista, se la punta dell’iceberg vede ancora il cortile americano per la Casa Bianca e un veterocolonialismo ai danni di Panama, Canada, Groenlandia?Evidente la preoccupazione di contenere l’avanzata di una era cinese con ricette enunciate in modo populista e muscolare e dunque elementari, come l’imposizione di dazi, per un’era così complessa nelle strategie come quella che si comincia a scontornare di minimizzazione dello stato, di aree di influenza ben definite, di una globalizzazione in formato diversamente multipolare.
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L’ordine nuovo di quel Mondo che rende minoranza l’Occidente
Con Alessandro Dall’Aglio è possibile intrecciare gli spunti che in queste settimane hanno imbastito un possibile passaggio a un multilateralismo soft fondato su una nuova unità monetaria contabile comune di riferimento a regolare scambi tra paesi ormai maggioranza globale su piattaforma internazionale per i regolamenti multilaterali e i pagamenti in valute digitali degli stati membri, senza per questo volersi sostituire al dollaro, solo per limitarne lo strapotere; e infatti in questa direzione va interpretata la volontà di istituire agenzie di rating alternative alle 3 statunitensi e una nuova piazza indipendente per fissare i prezzi delle materie prime; non sempre i Brics sono in accordo, ma l’occasione dell’incontro annuale svolto stavolta a Kazan pare abbia permesso accordi inattesi, che l’Occidente nella sua supponenza non ha colto. Come si è minimizzato il risultato elettorale a Chişinău sarebbe stato sensato da prevedere, perché sembra la ripetizione di Maidan per gli altri stati considerati “cuscinetto” dalla dottrina Putin… e i giovani non intendono fare la fine dei coscritti ucraini per le mire americane; il referendum è stato aggiustato dai voti della diaspora occidentale (agevolati dai molti seggi, rispetto ai due allestiti in Russia), contro cui nulla han potuto i voti comprati dall’oligarca scappato in Russia. Ma a proposito di guerre: dopo due anni di morti, stragi, distruzioni, coscrizioni sempre più ampie… si attinge a nuova carne da cannone: importata dalla Corea, osservatori ma forse anche truppa; ma soprattutto reclutatori. Comunque si registrano i soliti affari di guerra con scambi intrecciati tra compari di Astana: sistemi antiaerei agli iraniani – minima critica all’orrore sionista –, droni ai russi ma soprattutto manovre di schieramento globale.
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Lugubri prospettive di espansione del conflitto globale
Brusco risveglio dal sogno trentennale di annichilire il nemicoIl costante stato di guerra, il bisogno di un nemico insito nel sistema di governance dell’impero americano – a differenza dei precedenti, che dopo le conquiste tendevano a pacificare – ha mantenuto la parvenza di una guerra ammantata di pace e di conflitti per procura, ma la presenza della guerra ai poveri, alla droga, al terrorismo ha sempre acceso battaglie in svariati campi, magari periferici ma utili a perpetuare i parametri del sistema bellico, rispondendo così alle richieste dell’industria pesante, in alleanza con il Pentagono e la Casa Bianca.Di questo che appare un po’ il momento della svolta parliamo con Salvatore Minolfi, esperto di storia contemporanea e autore di Le origini della guerra russo-ucraina (https://www.iisf.it/index.php/pubblicazioni-iisf/edizioni-iisf-press/le-origini-della-guerra-russo-ucraina.html): ponendo al centro la ricerca del momento in cui il confronto si propone direttamente tra le due grandi potenze militari, di nuovo in campo europeo, coinvolgendo i governi tedesco, francese e polacco, oltre al resto dell’Europa, soprattutto in forniture e logistica; un segnale è stato l’impegno a rinfocolare istinti nazionalisti che erano sopiti dopo il 1945 e la memoria dell’enorme bagno di sangue consumato. Contemporaneamente il quadro nell’altro teatro di guerra (l’Indopacifico) vede il coinvolgimento del Giappone – anche in questo caso smilitarizzato e dedito all’arricchimento dei consumatori e alla produzione industriale – per contrastare l’altro nemico degli Usa. Il terzo scenario è quello dove si è sperimentato a pieno l’unipolarismo (mentre nel Pacifico prima la potenza finanziaria del Giappone fino al 1989 e dopo il 2001 la Cina hanno costituito una valida competizione regionale allo strapotere americano; e in Europa i rapporti tra UE e Russia costituivano un deterrente al consolidamento della potenza unica al tracollo dell’Urss); una regione mantenuta sempre sotto pressione dalla presenza di Israele che ha causato una costante situazione di guerra, che con l’acuirsi dell’aspetto confessionale e la natura di apartheid dell’entità sionista ha a sua volta dato un impulso all’escalation in corso, dopo che il sistema unipolare ha causato le infinite guerre e l’assenza di ogni sistema di riferimento, dove ai danni profusi dal coordinamento mediorientale statunitense si è cercato di mettere una toppa con sempre nuove guerre.Il tutto è precipitato rapidamente nell’ultimo decennio accelerando processi che erano già maturi, mentre gli anni Novanta – di cui Washington continua a provare nostalgia –caratterizzati dall’unilpolarismo furono vissuti come decennio d’oro americano. Ora tutto è in subbuglio. A cominciare dalla questione tedesca, laddove la Germania aveva immaginato di poter proseguire la propria diplomazia commerciale (e il Nord Stream2 connetteva direttamente le coste russe con il territorio tedesco, senza mediazioni, affondando nell’Ostpolitik brandtiana), che è forse uno degli obiettivi delle provocazioni che hanno condotto al 24 febbraio 2022.Ma anche il declino del Rule making power americano, che ha perso molti asset economici e di scambi commerciali e la concertazione con alcuni giganti nazionali affacciatisi al quadro multilaterale ha indotto gli americani a ritrarsi e far saltare il sistema prima che i Brics potessero diventare un reale ostacolo all’egemonia incontrastata, anche della potenza militare (la sfida di Netanyahu a Biden). Per quanto i Brics stiano recuperando molti spazi commerciali a detrimento degli interessi americani.Si può ricondurre il fallimento strategico americano a un errore in chiave storica di valutazione degli avversari che si sarebbe preteso di distruggere in un nuovo olocausto nucleare senza considerare le facili vie strategiche diplomatiche?
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Aumentare la tensione per innescare l’economia di guerra
Messaggi militari scritti con le scie dei velivoli nei cieli mediorientali? https://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/ Coinvolgiamo di nuovo Francesco Dall’Aglio per decrittare i molti messaggi e studi sottesi alle guerre ibride, per procura, Fredde e… palesi, alfine. Ma sono guerre davvero o semplici paraventi con qualche migliaio di morti causati con pretesti a sostegno della sostituzione dell'economia della globalizzazione con l'economia di guerra? Eventi, strategie, alleanze, scambi… sono ambiti particolarmente frammentati e impossibili da comporre in un quadro che comprenda enigmi e ricostruzioni plausibili. Con Dall’Aglio ci avventuriamo a mettere insieme dati e ipotesi attendibili, partendo dalla analisi degli ordigni usati, di quelli non usati, potenziali ed esauriti; scorte e ricerca, industria militare e potere politico. Un'ottima base di partenza è offerta dai più feroci atlantisti segnalati da Dall'Aglio stesso sul suo canale telegram (https://t.me/BravagliosWarRoom/2439), dove si dà notizia dei trattati a pochi giorni dall'invasione che sarebbero stati vantaggiosi per Kyiv, ma i piani atlantisti erano ormai dettati dalla decisione di cambiare le basi dell'economia.Penetrabilità degli irondome globaliQuali sono le ricostruzioni accettabili, quali i missili davvero usati; quanto sono stati gli apporti effettivi della coalizione e perché sono state diffuse fotografie palesemente camuffate? In realtà non si sa nulla di preciso e neanche se è stata più o meno organizzata coreograficamente. Forse l’accordo corre sul filo di un linguaggio a noi precluso e con significati che riguardano il campo incerto tra campo diplomatico e campo bellico. Cosa hanno potuto capire e dimostrare l’un l’altro in quella notte di scie luminose nei cieli mediorientali?Sottovalutazione del “nemico” e iperproduzione per il sistema di guerraE anche sottovalutazione della maggiore capacità di realizzare alleanze strategiche da parte del mondo non-Nato. Ma forse, guardando davvero agli obiettivi militari reali, nessuno ha intenzione veramente di andare allo scontro aperto… è più probabile la pantomima per ottenere tantissimi capitali da ambo le parti, creando basi e caserme (dislocate più a Est in Europa) con infrastrutture (compreso il Tav: corridoi strategici per veloci trasporti di equipaggiamenti), nuovi strumenti bellici per dimostrare che la sicurezza si è ottenuta grazie ad arsenali pieni (pagati con il welfare smantellato). Un sistema di guerra pagato dagli stati senza una reale guerra dichiarata.Potenziali nuovi cicli di lotte giovanili e interessi energetico-belliciCi potrebbero essere elementi sufficienti per innescare proteste giovanili e in particolare universitarie – come si vede – e per questo scattano i manganelli, perché è una possibilità di mettere sabbia nell’ingranaggio del bisogno dei governi di smantellare il welfare per stornare i fondi verso l’industria bellica, come chiesto da Letta/Draghi. Certo non ci si può liberare da dipendenze energetiche da un giorno all’altro senza pagare il giusto prezzo.
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Produrre il Caos per mantenere l’Impero al centro del Risiko
Annientamento dei nemici di Israele. Eterogenesi dei fini o obiettivo iniziale delle guerre mediorientali? Cogliamo l’occasione offerta dal volume Ucraina, Europa, mondo di Giorgio Monestarolo per avviare una conversazione con l’insegnante e storico (i cui riferimenti nello sviluppo del discorso sono Stefano Arrighi e Pino Arlacchi) attorno all’attualità immersa nell’estensione delle guerre globali, riconducendola innanzi tutto alla spartizione della zona Mena innescata dal Processo di Astana – che vedeva protagonisti la Russia, impegnata nella operazione militare speciale; l’Iran, coinvolto nel conflitto arabo-palestinese (il lancio di droni su Israele è di due giorni successivo a questa registrazione); la Turchia, attiva militarmente sia in Rojava che in Nagorno. Un Processo reso possibile dal vuoto lasciato dal ritrarsi di Washington dall’impegno mediorientale, lasciando a presidiare la regione lo Stato ebraico e gli alleati sunniti della Penisola arabica; in quel vuoto si è creato quel tipico caos entropico da cui scaturiscono “catastrofi”. La situazione attuale è ancora nel passaggio multilaterale che conduce a polarizzazioni negli schieramenti sempre più manifestati in guerre aperte, che vedono le potenze locali coinvolte direttamente, risultando inefficaci gli scontri delegati alle milizie proxy come per la Mezzaluna sciita.Ne è scaturita una interessante disamina con l’autore del libro che tratta della guerra in Ucraina e delle sue conseguenze (facendola risalire a Maidan e a quello che è successo negli ultimi tre lustri, dalle Primavere arabe – e dalla fine di Gheddafi – alla guerra in Siria). E infatti proprio l’intervento russo in Siria è stato il punto di squilibrio che ha inceppato il progetto di eliminare le potenze locali che si contrapponevano allo Stato ebraico. I motivi economici della scelta muscolare Affrontare la teoria del caos consente alla discussione di allargarsi all’uso della War on Terrorism collegandola alla War on Drugs per sfruttare gli interessi collegati ai fenomeni migratori e di ricostruzione che si vanno a creare; dalla gestione economica dell’impero mondiale all’altra faccia della medaglia del multilateralismo alla Obama che si è rivelato non un’apertura di pace, ma molti scenari di conflitti diversi e che stano mettendo in sofferenza il ruolo del dollaro.Quindi l’egemonia rimane esclusivamente affidata alla potenza militare statunitense e il suo apparato industriale militare è il vero motore politico delle guerre per procura dell’impero Usa, che hanno un ritorno anche e soprattutto economico-militare. Diventa interessante mettere a confronto la proxy war ucraina con le tensioni nel Pacifico e le differenti relazioni tra Usa e Russia e l’odio e amore che contrappone Cina e Usa.
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Strategie globali, esercitazioni mirate... lunghe eclissi imperiali
Il divenire del confronto mostra l'eclissi del vecchio che non scompare e il nuovo non ancora pronto a sostituirlo.Proseguiamo la proposta della discussione con Francesco Dall'Aglio iniziata qui: https://www.spreaker.com/episode/il-rilfesso-dell-entropia-distopica-della-guerra-rispecchiata-nei-singoli-cocci-dei-conflitti-locali--59038313Le strategie militar-diplomatiche americane a livello globale e in previsione dei rivolgimenti futuri dal Nord all'Oceano indiano: le esercitazioni nell'Artico sono palesemente antirusse, ma forse problematizzano anche i cinesi con la somma delle presenze di navi nel golfo di Aden, ma anche per il confronto nell'area artica per le merci e non solo, visto il coinvolgimento degli scandinavi, che scoprono l'autentico interesse di presidio di rotte e scenari potenzialmente anodini di situazione bellica.
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Il rilfesso dell'entropia distopica della Guerra rispecchiata nei singoli cocci dei conflitti locali
Lento declino dell’impero: i focolai della Guerra si addensano sul golfo di Aden e deflagranohttps://ogzero.org/tag/armi/Una partita complessa e feroce che si sta manifestando con molti conflitti che divampano in un unico quadro generale di guerra dichiarata, con esibizione di muscoli, oppure con stragi e carneficine; ribaltamenti di posizioni di forza e alleanze; passaggi ardui con missioni anodine, come i rapporti di belligeranza tra stati armati fino ai denti e milizie, con armi adatte alla guerra sul territorio; potenze nucleari e vecchi contenziosi estratti dalle ceneri della storia di Trenta anni di potenza unica incontrastata. E tanti civili massacrati in mezzo.Con Francesco Dall’Aglio abbiamo compiuto un viaggio globale negli innumerevoli panorami di guerra, sempre tornando in qualche modo verso il Mar Rosso, dove ci aspettava la lente di ingrandimento di Matteo Palamidesse a illustrarci l’emblematica interpretazione locale del più diffuso vento nazionalista: il Sudan, la provocazione eritrea nel Tigray da anni sotto scacco, le tensioni interne all’Etiopia, il Somaliland e gli interessi sui porti dell’Oceano indiano.Ma soprattutto gli Houthi, gruppo ribelle che rappresenta una nazione e che ha appena resistito ai sauditi, che ha colto nel segno bloccando lo stretto di Bab el Mandeb e costringendo gli europei a inviare navi da guerra nell’Oceano indiano a difendere merci e cavi. Esportazioni di problemi occidentali: il neocolonialismo è il risultato dell’esportazione tracotante di democrazia, che produce la scomposizione dei continenti in frammenti che diventano schegge che si ricompongono sotto altre influenze (Wagner, Cina, Turchia… Emirati) attraverso spaccature che passano attraverso conflitti locali e sacche di resistenza a macchia d’olio. Centrale di questo movimento è la decomposizione del Sudan, dove nuovi attori vanno a occupare gli spazi lasciati dalla deflagrazione e si appropriano delle macerie, laddove il distante impero non riesce e non vuole intervenire, perché il ritorno non pagherebbe lo sforzo.Dal conflitto asimmetrico al rifiuto fallimentare della diplomaziaNonostante il favorevole sistema di guerra che consente all’Occidente boom di vendite di armi, come sancito dal Sipri, la messa in crisi della supremazia occidentale produce vuoti di potere (dai risvolti imprevisti), come quello in Sahel da parte dell’anello debole francese, in cui si incuneano forze che fanno convergere l’intolleranza per il neocolonialismo sull’alternativa offerta da potenze altrettanto coloniali, dando libero sfogo a guerre che costituiscono una collana di innumerevoli mercati che assorbono e consumano armi, prodotte per lo più dall’odiata Babylon occidentale, e ciascuna perla di quella collana è una potenziale area di tensione che esplode localmente, ma essendo correlata globalmente divampa in una rete di adeguamenti al nuovo sistema mondiale immerso in un unico grande Sistema di Guerra in tutta la sua filiera fatta di mercati, affari, nazionalismi, eserciti, milizie, distruzioni, stragi, fame, genocidi soffocati per decenni. E ancora una volta sembra emblematico il costruendo porto di Khan Younis, appeso alla foglia di fico degli aiuti umanitari, s’inizia con gli affari legati alla sua costruzione, il suo prevedibile uso per la deportazione dei palestinesi residui, sgomberati dalla Striscia verso il Ruanda via Larnaca. Una soluzione che era nei piani di Netanyahu fin dalle mappe sbandierate poco prima del 7 ottobre come un drappo rosso di fronte al toro, per far giungere sul litorale di Gaza le merci che transiteranno dal corridoio saudita preconizzato in alternativa alla Bri cinese. Un capolavoro di infamia geopolitica, che s’illude di rispondere al declino dell’Impero americano.
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Analizzare ordigni connessi alle strategie geomilitari
Analizzare ordigni e strategie militari per districarsi nel ginepraio della propagandahttps://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/A partire dallo studio delle armi messe in campo si può risalire non solo alle strategie belliche, ma pure agli obiettivi reali dell’operazione militare in senso geopolitico? E nel caso delle guerre in corso è possibile ricostruire e dunque prevedere dal tipo di ordigni e di mezzi di guerra utilizzati perché si è giunti a questo punto e come evolverà?Francesco Dall’Aglio, esperto di Europa orientale e di questioni strategico militari, ci aiuta a districarci nelle molte verità artefatte della guerra Ucraina a cominciare dal tipo di armi utilizzate diretta conseguenza della strategia militare adottata. Dapprima sono in campo armi definite difensive, definizione avventata per strumenti di morte, quali armi anticarro e armi antiaeree supponeva una strategia di contenimento da parte dell’esercito Ucraino e degli strateghi Nato.Con l’annuncio in pompa magna della fallita offensiva di primavera cambia la natura delle armi inviate: carri armati, veicoli trasporto truppe con lo scopo di sostenere l’auspicato avanzamento dell’esercito ucraino. Il congelamento del fronte ha generato una richiesta di utilizzo di droni e artiglieria. I droni iraniani Shahed, facili da usare, economici; “suicidi”, in quanto destinati a colpire bersagli a terra. Fanno la concorrenza ai droni turchi Bayraktar. Sul campo sono presenti anche missili ipersonici russi contrapposti al sistema di difesa Patriot americano… la sperimentazione sul campo diventa un’opportunità commerciale significativa per l’industria degli armamenti.Per esempio: Francesco descrive nel suo canale telegram “War Room” la foto che abbiamo adottato in copertina, commentando «qualcuno deve essersi chiesto perché non attaccare una testata termobarica TBG-7V a un drone e mandarla a schiantarsi sulle trincee ucraine, a distanza ben maggiore dei 500 metri scarsi che il lanciarazzi garantisce (non sono le bombe termobariche che lanciano gli aerei ma quelle più piccole che si lanciano con gli rpg - qui la scheda tecnica:https://roe.ru/eng/catalog/land-forces/strelkovoe-oruzhie/grenade-launchers/tbg-7v/). La domanda deve aver trovato risposta positiva e questo è il risultato».Un approccio particolarmente efficace per descrivere pragmaticamente conflitti e rivelare intenti geopolitici, spesso inconfessabili.
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Scardinare con uno “scatto” la difesa del consenso al potere
Nonostante il potere.https://artspaces.kunstmatrix.com/en/exhibition/12198946/wars-2023-terza-edizione Ed è soprattutto il potere democratico, paradossalmente, ad avere bisogno di censurare il fotogiornalismo di guerra.E allora abbiamo colto l’occasione per cercare di dare il giusto rilievo al lavoro dei fotoreporter, “gettando uno sguardo” al Premio internazionale Wars - War and Revolutionary Stories a cura dell’“Atlante delle Guerre”; ma anche per fare due chiacchiere con Raffaele Crocco, direttore responsabile e curatore della mostra insieme a Fabio Bucciarelli, per toccare alcuni temi e questioni collegate al complesso e coraggioso occhio dei reporter di Guerra e Migrazione – che infatti si può definire “Guerra alla povertà”: dalla visibilità che deve produrre uno sforzo enorme per superare l’occupazione dell’immaginario dell’ipertrofica produzione di immagini di guerra a sostegno della narrazione di potere, alla “partecipazione” di chi sceglie l’inquadratura e la luce, chi non documenta soltanto la situazione di cui è testimone, ma vive nella Storia insieme ai suoi soggetti.Il premio è andato a Sigfrid Modola per un reportage da una sanguinosa guerra dimenticata, quella del Myanmar; ma anche Federico Rios ha ottenuto un riconoscimento con un bel lavoro sul cammino al Darien Gap, lo strenuo passaggio dei migranti che faticosamente attraversano infinite frontiere con la determinazione della disperazione; e non poteva venire dimenticato Santi Palacios, che documenta gli effetti stranianti della strage di Bucha, a completare il terzetto di finalisti. Tre momenti che non a caso riassumono la geopolitica di questa epoca, in cui il sistema mediatico ha preso le misure al grande rivoluzionario lavoro dei freelance che aveva saputo con pochi scatti risvegliare la coscienza politica mondiale al tempo della Guerra nel Vietnam e ora avrebbe bisogno di accedere a molti canali, o che da molte segnalazioni si confluisse sul lavoro di questi 120 partecipanti alla terza edizione di Wars, per toccare le menti distratte da innumerevoli immagini concentrate altrove.Si coglie la composizione quasi artistica dello scatto fotografico, ma si rileva anche l’impossibilità di ottenere un distacco da ciò che si vede, perché significherebbe rinunciare alla propria umanità, pressata dalla ferocia delle 31 guerre in corso in questo momento, di cui non si darebbe nemmeno conto se non per il lavoro di questi obiettivi che narrano i tanti civili uccisi, senza contare i molti costretti a indossare divise, per andare a morirci dentro.
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Riconvertire la longa manus mercenaria... prima che te la morda
https://ogzero.org/tag/wagner/Abbiamo interpellato Stefano Ruzza, perché la definizione di Private military and security company contiene aspetti che nella relazione tra Cremlino e Wagner non erano soddisfatti fin dall’inizio e, con l’aumento della concentrazione di potere e risorse in quel centro di potere che controllava la Wagner (costituita di gruppi immobiliari, catering, editoria…), il rapporto è ancor più mutato, deteriorandosi sia per gli interessi del committente che differivano ormai dalle ambizioni del gruppo rappresentato da Prigozhin, sia perché la vera forma di contratto stipulato tra le parti non era in realtà quello che intercorre in genere tra contractors ed enti che ne richiedono i servizi: nelle intenzioni di Putin la Wagner non era altro che un apparato militare che svolgeva i lavori sporchi che un esercito regolare non può assolvere, in particolare utile per proxy war – come quella siriana; o interventi di affiancamento a paesi in difficoltà con jihad o rivolte – come in Mali e Burkina; o guerre asimmetriche – come in Sudan, dove i paramilitari avevano già operato una scelta politica di passare armi e bagagli ai ribelli di Hemedti. Sicuramente le potenzialità di una Pmsc sono meno efficaci, o pericolosamente centrali, nei casi di guerre guerreggiate come in Ucraina.In realtà un Gruppo ibrido come quello in cui si è trasformato Wagner in seguito alle tante risorse drenate nelle molteplici attività ora non è più funzionale ai bisogni del Cremlino e quindi andava integrato nell’Armata russa, oppure limitato alle operazioni africano e perso per perso... non gli è ancora andata poi così male, a meno che le purghe stiano per scaricarsi, oppure l'analisi deve essere più complessa e attendere che si veda in che modo verrà smembrata la compagnia... perciò la parola va a Stefano Ruzza.
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Lustrare le armi per promuovere la guerra
https://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/ Il cartello delle armi collauda localmente, crea occasioni di smercio e smaltimento su larga scala, allestisce show-room di distruzione di massa, condiziona attraverso nazionalismo, saccheggio di risorse, settarismo religioso e promozione di risorse. Agisce esattamente come una qualunque altra filiera di prodotto: cercando e individuando mercati da penetrare, un’analisi seguita da una forte campagna di marketing (magari aiutandosi con un po’ di terrorismo, qualche milizia opportunamente armata, leader spregiudicati o ispirati da fedi fanatiche), investimenti e promozioni di prodotti in concorrenza tra loro –in territori volta per volta destabilizzati e attraversati dalla guerra… fomentata dalla presenza delle armi studiate appositamente per quel tipo di guerra. Dunque “la guerra viene con le armi”, come dice Elisa Gianni nel podcast della trasmissione del 3 aprile di “Rights Now” di Radio Popolare di Milano, citando il dossier da cui OGzero ha iniziato a monitorare per un anno lo smercio di ordigni e utensili bellici… dopo la conclusione di quel dossier con un libro collettaneo (2023:Orizzonti di guerra) possiamo dire che ormai la guerra non è mai stata così diffusa capillarmente: la filiera delle armi ha fatto un ottimo lavoro, non tralasciando alcuno spazio dell’”orbe terraqueo” (citazione dotta, desunta da una premier il cui ministro della Difesa fa di mestiere il trafficante) dove andare a insinuare il bisogno di riarmo. Non si tratta più di seguire le armi per prevedere dove sarà la guerra, ma di capire per ciascun’area che razza di contrasto armato sta per esprimere la conseguenza della tempesta seminata attraverso il repertorio di arnesi di guerra esportati nei singoli scacchieri internazionali. La guerra globale tra le richieste autocratiche di multilateralismo provenienti dall’Oriente e la pervicace supremazia monocratica atlantista dall’altro, questo l’effetto del bisogno di… piazzare armi da parte delle più importanti industrie della filiera delle armi; che agisce nello stesso modo in cui si presentava un secolo fa e come ha documentato bene nel libro Eric Salerno commentando un articolo della rivista “Fortune” del 1934.Ma rimane una speranza – che era quella di Fabrizio De Andrè, anche se nella canzone Girotondo risulta fallace – che è quella della foto in copertina: il concerto a Tel Aviv dove russi, bielorussi, ucraini tutti in coro mandano affanculo la guerra. La guerra è dappertutto, Marcondiro'nderala terra è tutta un lutto, chi la consolerà?Abbiam tutta la terra Marcondiro'nderagiocheremo a far la guerra, Marcondiro'ndà.
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Arms and the Men
https://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/Una disamina quella di Eric Salerno, impegnato in un dialogo durante la “Domenica dei libri” con Roberto Festa sulle frequenze di Radio Popolare, che mette al centro la lobby potentissima degli armieri da un secolo a questa parte centrale nell’esplosione di conflitti e che ha segnato il “Secolo breve”. Lo spunto nasce dai suoi due saggi ospitati nella raccolta di OGzero intitolata 2023: Orizzonti di guerra, in particolare quello che riprende un articolo di “Fortune” del 1934 che conclude la rassegna e inizia l’intervista.Uno degli aspetti del libro è quello che descrive lo strapotere dei settori militari e industriali sulle scelte politiche, che condizionano qualsiasi forma di esercizio del potere, sia esso democratico o autocratico o frutto della convergenza degli interessi delle oligarchie ideologiche o religiose, come per il secondo saggio di Eric, che si occupa dell’uso di Tsahal dei test delle armi sui palestinesi come garanzia nelle vendite di ordigni all’estero. La discussione prosegue su temi centrali del mercato armiero: il coinvolgimento del racconto mediatico nel divulgare i bisogni dell’industria e le necessità del campo di battaglia, lo smaltimento degli arsenali, la creazione di sempre nuovi nemici a cui vendere le armi, l’intento di «mantenere l’Europa in costante stato di stress», come dice l’estensore dell’articolo di “Fortune” (Eric Francis Hodgins) che chiude il libro da cui Festa e Salerno hanno preso spunto… arrivando a evocare poi la figura di “Ike” Eisenhower, come scritto nell’intervento di Eric nel volume. La chiosa dell’intervista si occupa dell’altro saggio di Eric inserito in 2023: Orizzonti di guerra è dedicato a Israele e coglie nell’incipit il cuore del discorso: il cliente vuole essere certo che il prodotto funzioni e i gioielli micidiali che Israele vende sono testati; e la spirale “virtuosa” per i Signori della Guerra si innesca con la vendita degli americani ai paesi arabi, provocando la spinta di Israele all’innovazione e alla costante supremazia e sofisticazione dei prodotti a disposizione di Tsahal.
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La logistica della filiera delle armi
https://ogzero.org/studium/7813/#yemenLa consapevolezza di come è strutturato e a quali interessi oltreatlantico rispondono i flussi di armi che transitano nei nostri porti è un dato impossibile da ottenere nella sua interezza, ma un costante monitoraggio attraverso accessi a dati paralleli, a segnalazioni estemporanee, incrocio di dati, messa in relazione con eventi coperti dalla stampa internazionale... consente di ricostruire i passaggi e le strategie che sottendono alla produzione, alla logistica, ai modi di aggirare embarghi per zone di guerra, triangolazioni e flotte di traghetti Ro.Ro in costante movimento a rifornire di armi i belligeranti e a preparare le prossime battaglie, destinate ad "assorbire" la produzione di ogni tipo di macchina da guerra. Proprio attraverso queste prassi scientifiche Carlo Tombola ha impostato il suo studio e la sua azione si esprime anche nella partecipazione e ispirazione per https://www.weaponwatch.net, perciò abbiamo cominciato un dialogo che si prevede lungo, volto a illustrare come si può raccogliere, divulgare, contrastare almeno in parte il business che fa di intere popolazioni vittime del profitto che innesca i conflitti.Questo primo incontro si è svolto attorno a due fulcri: la lotta dei portali inserita nella filiera mondiale del trasporto marittimo di armi (il 25 febbraio ci sarà una grande manifestazione a Genova contro le armi) e le caratteristiche dell'industria pesante – apparentemente – italiana.
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Dual use militarista: riarmo drogato e industria bellica
https://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/ L’industria degli armamenti europei è al centro del dibattito per le pretese ucraine di vincere armi esiziali per sgominare l’avversario, allargando il conflitto al mondo. Ma le armi europee e occidentali in generale raggiungono anche altri stati belligeranti e autocrati che opprimono le loro stesse genti, oltre all’idrovora questuante Zelensky, che ha il chiaro intento di tirare dentro alla guerra l’Europa, cominciando dalla Germania.Prendendo spunto da un articolo di Alessandro De Pascale comparso su “il manifesto” (https://ilmanifesto.it/myanmar-ora-i-generali-si-fanno-le-armi-in-casa) a due anni dal golpe sanguinario dei generali birmani abbiamo percorso un viaggio alternativo nella produzione, diffusione, traffico di armi e nell’aggiramento dei loro embarghi. La denuncia che ha dato la stura a questo percorso tortuoso che abbiamo svolto in questi 24 minuti con Alessandro riguarda l’approvvigionamento da parte di produttori di armi (europei, americani, cinesi, russi e ucraini, spesso statali o a partecipazione statale) di macchine, software, particolari tecnologici, ricambi, componenti da assemblare in loco che consentono alla giunta di Naypyidaw di costruirsi le armi per uccidere gli oppositori (le stesse cartucce che due anni fa la ditta italiana Cheddite aveva fornito a Tatmadaw si trovano ora nei bossoli dei basij iraniani sui giovani in rivolta). La ciliegina evidenziata nel rapporto (Fatal Business) a cui fa riferimento l’articolo è che non esiste industria bellica in Birmania al di fuori dell’esercito stesso.Da quel crogiuolo birmano di armi provenienti da tutto il mondo in particolare dalla Cina – ma con la connivenza di tutti i produttori di morte mondiali (l’Italia del ministro della Difesa mercante d’armi tra i primi) – il discorso di Alessandro si allarga ai beni dual use che aggirano divieti e avviano triangolazioni (e questo ci porta in Cina, India e all’onnipresente industria militare turca), che vedono sempre in primo piano l’importanza di luoghi topici, essenziali per la loro collocazione come Singapore e Taiwan, dove in un altro rapporto si trova denunciata la presenza di tecnici europei che curano la manutenzione dei macchinari da rimandare in Myanmar. Un sistema che vale per tutte i regimi (Egitto, Sudan, Etiopia, Iran…) in cui i militari hanno una rilevanza enorme all’interno di una società da loro interpretata e dove l’economia è controllata direttamente da loro. Un esempio eclatante è lo scivolamento nella dittatura militare dello Stato d’Israele, dove tutte le scelte sono influenzate da Tzahal; come vale per una democratura oligarchica quale quella russa.Un altro spunto di discussione ci viene dato da un articolo dell’Atlante delle guerre ispirato dal Centro studi strategici statunitense che simula un attacco di Pechino a Taipei: il fatto che ci perdano tutti più che risultare un deterrente per guerrafondai incalliti, fa immaginare come nella chiosa dell’articolo di Emanuele Giordana (https://www.atlanteguerre.it/war-games-la-guerra-sotto-traccia-per-taiwan/) che più che dei “wargame” come “The First Battle of the Next War” (un giochino che nella realtà va avanti da tempo con i sorvoli degli stormi del Pla, o le esercitazioni navali nel mar cinese meridionale) si dovrebbero implementare simulazioni di “diplomaticgame”, e invece il responso è stato mandare più armi a Taiwan, innescando di nuovo un’escalation che può fare piacere solo all’industria bellica. Un riarmo che è invece il panorama globale che nell’area vede nel Giappone un altro protagonista che ha operato enormi stanziamenti (https://ogzero.org/studium/la-guerra-viene-con-le-armi-lo-spaccio-ad-agosto/#japan), cambiato la costituzione (ex pacifista), acquisito armi, partecipato a esercitazioni (https://ogzero.org/studium/7813/#nihon).Anche il Covid ha avuto un ruolo nella militarizzazione della società, come lo svuotamento degli arsenali di mezzo mondo esauriti nella quantità di fuoco sparato nella guerra ucraina ha prodotto nuovi problemi, perché le aziende non riescono a stare dietro alla richiesta, pur producendo a pieno ritmo; ed è un business di stato quello delle armi. Vendute a regimi feroci e sanguinari, anche e soprattutto da aziende italiane, che in modo anticostituzionale – pur essendo spesso a partecipazione statale – ripudiano a loro modo la guerra.Chiudiamo le suggestioni legate alle armi con un ultimo articolo, firmato da Alessandro sull’uso dei droni da parte dei narcos (https://www.atlanteguerre.it/la-guerra-coi-droni-dei-narcos-messicani/), macchine usate a scopo offensivo per bombardare zone, ma anche – un nuovo dual use – per trasportare droga, le stesse usate ai tempi dei tagliagole daesh, completando il ciclo con l’assunzione di droghe per effettuare efferati massacri come quelli che i droni riescono a fare se caricati di munizioni e ordigni letali. E che ancora vengono utilizzati in Siria, il più nuovo narcostato del mondo sia per il trasporto del Captagon che per bombardare civili (https://droghe.aduc.it/articolo/captagon+ha+reso+siria+piu+nuovo+narco+stato+mondo_35484.php).
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Qatar-washing: oleum et circenses
Con Alberto Negri scrutiamo in che modo il Qatar abbia assunto un ruolo eminente nell’area, nonostante i molti vicini ostili e le evidenti simpatie per i Fratelli musulmani (in un momento di grandi difficoltà per l’Iran), e si candidi a snodo strategicamente importante, sfruttando l’ipocrisia occidentale, che finge di additare i diritti umani calpestati per poi farsi bastare pochi appalti, alcuni miliardi in cambio di armi (in preparazione di quale guerra, probabilmente contro il mondo occidentale, non si sa ancora; per il momento si assiste a milizie mercenarie braccio molto ben armato dei vari emirati) per vedere offuscata la vista sulla condizione femminile, sulle esecuzioni sommarie, sui morti di schiavitù nella costruzione degli stadi mondiali (pagati con denaro europeo, viste le partecipazioni qatarine).Abbiamo preso spunto da un articolo scritto da @negrialbe per "il manifesto", https://ilmanifesto.it/in-europa-e-in-italia-siamo-tutti-qatarini, riassunto in alcuni spezzoni dell'eloquio del reporter, che ci ricorda in che modo hanno agito gli al-Thani: «Hanno esportato il terrorismo a casa degli altri e usato i quattrini per mandare i terroristi negli altri paesi arabi, ma non si è mai sentita alcuna campagna mediatica contro i paesi del Golfo… ospitano due dei più grossi contingenti militari nel proprio territorio: uno americano e uno turco… rappresentano preziosi investimenti nell’immobiliare, nel settore bancario-assicurativo, nel lusso, nella grande distribuzione in Europa...»Un segnale di quanto i qatarini siano ormai potenti e l’organizzazione dei mondiali non sia da leggere come rampa di lancio, ma come esibizione di potenza acquisita, è il fatto che nella questione della corruzione lobbystica al parlamento europeo non compaia nemmeno un nome di qatarino.https://ogzero.org/regione/golfo-persico/
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Uno sguardo radioattivo dall’interno del nucleo
https://ogzero.org/tag/jcpoa/Il nucleare è sempre stato al centro del dibattito geopolitico per motivi svariati in epoche diverse, prima della guerra in Ucraina si ragionava del superamento del carbon-fossile e l’alternativa alle fonti rinnovabili, per taluni più inquinanti per il depauperamento della terra, se non si procedeva a innescare la decrescita, poteva essere il ritorno alla rincorsa nucleare; con le conseguenze di approvvigionamento energetico che ha comportato l’invasione dell’Ucraina (che tra gli altri ha visto al centro dei timori la sorte della centrale di Zaporizhzhia) molti stati sono tornati a riattivare centrali nucleari, tra queste la Germania che in questi giorni ha rinunciato al programmato spegnimento definitivo delle sue 3 centrali, o la Francia che non ha mai abbandonato la scelta nucleare (e si è trovata proprio in questo frangente bellico con molte in difficoltà e in manutenzione) e sta impiantando nel Sud della Francia Iter – promosso come un nuovo sole in Bouches-du-Rhône; ma anche il gigante cinese ha in progetto 150 nuove centrali entro il 2040, e pure la piccola Slovacchia intraprende la strada del nucleare; e persino il Giappone, dopo la pericolosa impreparazione dimostrata a Fukushima, sta tornando all’energia nucleare.Three Miles Island, Chernobyl. Fukushima… ultima piccola fuga radioattiva di cui non si è parlato in questi giorni di settembre bellico si è verificata a Leibstadt: c’è di che sentire scorrere i brividi lungo la schiena? Si aggiunge inoltre l’aspetto militare con la minaccia russa di usare bombe tattiche; intanto si direbbe che con la scelta di campo di Tehran con l’ingresso nel Sco, il Jcpoa venga accantonato definitivamente per aprire le porte di arricchimento oltre al 90% dell’uranio – quello militare – all’interno delle centrali iraniane; ormai sono solo più 2 (una in Nordcorea) le centrali civili che producono sia energia elettrica che Plutonio239, che è l’isotopo indispensabile per la bomba, mentre in Russia ci sono 8 centrali a graffite – una è anche in Lituania –, da cui si può ricavare materiale utile per la costruzione della bomba.Per questo abbiamo sentito il bisogno di ricevere qualche delucidazione (e rassicurazione) in più sul mondo del nucleare civile, gettando qualche sguardo angosciato al suo potenziale utilizzo militare. Per fare questo Piergiorgio Pescali, scienziato e ricercatore che per il suo lavoro anche per l’Aiea ha visitato parecchie di queste centrali (Zaporizhia e le altre 4 centrali ucraine, Chernobyl, gli stabilimenti nordcoreani e quelli iraniani… Fukushima e le sue acque usate per spegnere il nucleo, che verranno sversate il prossimo anno in Oceano), ci ha fornito il suo punto di vista sulla pericolosità, la manutenzione, il controllo, la sottile linea che divide l’applicazione civile da quella militare, dove talvolta è lo scienziato che prepara il terreno ai generali, più spesso è la necessità bellica (in particolare si citerà Israele come esempio di uno stato che ha avviato la scommessa nucleare esclusivamente per scopi militari) a produrre con gli enormi stanziamenti quella conoscenza che poi filtra nell’applicazione civile. Proprio da questa figura di scienziato bipolare prende l’avvio questo intervento di Piergiorgio Pescali.
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Intrecci mediorientali in uno scacchiere che si va scombinando
https://ogzero.org/studium/il-mare-di-astana-il-mediterraneo/Un dato da cui prendere le mosse per questo excursus sull’area Mena è il fatto che gli sciiti per la prima volta non sono compatti dietro Tehran; di conseguenza vengono considerazioni su Iran-Turchia-Russia, ovvero concertazioni di Astana sempre rinnovate; sauditi e paesi del Golfo che collaborano con Israele, intenti tutti a bombardare e suddividere la Siria, pur nella lenta riabilitazione di Assad.Non secondario nella ricostruzione delle turbolenze in corso è il sempre più scarso consenso in costante precario equilibrio per quanto sono stremate le popolazioni – in grado però solo di brevi esplosioni di rabbia e insurrezioni rintuzzate da milizie e repressione – e spartizioni di risorse e influenze. Direte: «Nulla di nuovo!», non proprio... e con Antonella De Biasi – autrice di un quasi profetico volume sulla fine del multilateralismo (Astana e i 7 mari) abbiamo proprio cercato di individuare gli sviluppi e i potenziali spunti di novità offerti dal superamento del multilateralismo. Per capire il momento bisogna poi considerare la questione dell'accordo Jcpoa che condiziona le mosse iraniane, sempre molto caute nel coacervo antioccidentale che si sta amplificando a livello globale; mentre il socio di Astana Erdoğan si espone in modo spregiudicato, pur giocando strategicamente e fingendo una equidistanza: cioè i due partner di Astana perseguono tattiche e politiche distinte, complementari e opposte nell'atteggiamento.Inoltre le molte tornate elettorali producono politiche antimigratorie, in particolare in Turchia, che mantiene un ruolo nella Nato che sta incrementando, riallacciando relazioni amichevoli con Israele, e contemporaneamente a fini interni provoca la Grecia, rivendicando fette Zee di mare.E permane la questione palestinese, curda, saharawi...
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Astana prepara crepe nell'asse mondiale sparigliando le polarità
https://ogzero.org/studium/il-mare-di-astana-il-mediterraneo/Tutti contro tutti. Un panorama di rovine su cui ridisporre il nuovo ordine mondiale è l’intento del terzetto di Astana?La difficoltà a interpretare il quadro fosco di conflitti globali scatenati sullo scacchiere internazionale ci ha spinto a rivolgerci a Matteo Bressan, docente di Relazioni internazionali alla Lumsa e di Analisi strategica presso la Link Campus University. E proprio la strategia raffinata, sottile e priva di addentellati etici risulta particolarmente complessa nel momento in cui, dopo Accordi promossi e sbandierati nei loro (presunti) risultati, si assiste a svolte e rilanci, come quelli relativi all'accordo sul grano con l'Onu e la Turchia a fare da garanti, che lasciano intuire un disegno più ampio a coinvolgere gli stessi protagonisti chiamati a sancire risoluzioni effimere, ciascuno cercando di ottenere un vantaggio ulteriore e recondito dalle singole tappe della partita in corso.Ciò che ci ha colpito è che quelle iperattive sono le potenze che hanno animato il Processo di Astana, uno dei tasselli principali che va condizionando l'attuale sistema internazionale e che permane come asse regolatore degli equilibri tra Iran, Turchia e Russia, tanto da riproporre l'incontro a tre il 19 luglio (e poi di nuovo a Sochi il 5 agosto per nuovi dettagli), dimostrando come Mosca sia tutt'altro che isolata e che è in grado di dare le carte, spartendo aree di influenza e reciproche legittimazioni, giocando sui termini "terrorismo", "operazioni speciali", "forniture" in chiave antioccidentale (magari continuando per certi versi – militari – a farne parte, come Ankara), interpretando in chiave "locale" mediterranea la sfida alla supremazia Occidentale, individuando nell'ascesa cinese la possibilità di scalfirla, sia in forma bipolare – costituendo un cartello di regimi a liberalismo non democratico, oppure mantenendo quel multilateralismo di mani libere che il disimpegno di Trump ha agevolato non contrastandoquell’espansionismo, che fa leva anche sul sentimento anticoloniale del Sud del mondo, che trova una sponda nel l’attivismo militare russo (Wagner) e nei bisogni di nuovi approdi per la Bri cinese. Tutto ciò può preludere a un nuovo ordine globale.Quell'incontro a Tehran è avvenuto a qualche giorno di distanza dal viaggio mediorientale di Biden: in Israele a suffragare il potere militare di Tel Aviv (e consolidando gli accordi di Abraham, utili ad assicurare alleanze con altrettali autocrazie) e a Riad, dove l'assassino Mbs si è preso il lusso di respingere la richiesta del potente alleato di aumentare la produzione di petrolio: un ritocco fuori dagli organismi dell'Opec – di cui fa parte anche la Russia – sarebbe stata una scelta di campo. Invece lo schieramento è ancora molto liquido e sulla scacchiera le pedine non sono tuttora disposte a precise scelte di campo, come dimostra il muro eretto da entrambi (Israele e sauditi) contro il nucleare iraniano, perché percepito da ambedue come un accordo contro di loro, come nel 2015; come lo stesso grano caricato sulle 10 navi ucraine ancora in stallo a Odessa. Evidentemente non ci sono ancora rassicurazioni valide per tutti o si intravedono margini di trattativa ulteriore in ognuno di questi teatri di scontro, che rappresentano l'intera area (dallo Yemen all'Iraq): «Una parte di mondo si sta orientando diversamente e non è detto che guardino all'Occidente come prima; questa è l'incognita della guerra della Russia: dimostrare che il sistema occidentale che dal 1945 regola il mondo può essere bypassato», chiosa Bressan. E questo si ottiene anche riorientando l'intera economia russa su altri mercati – disponibili e pronti ad assorbire merci sotto embargo –, inficiando sanzioni che si dimostrano inefficaci, come dimostrato dal sistema di isolamento dell'economia iraniana, che non ha mai prodotto risultati.E da quel porto sul mar Nero con il suo carico di cereali abbiamo cominciato a seguire il ragionamento di Matteo Bressan, che ha ripercorso il format di Astana e le sue soluzioni, che propongono per il futuro una riedizione del passato neo-ottomano (curdi, libici e armeni hanno cominciato ad accorgersene) e neozarista, mentre la mezzaluna sciita si trova alle prese con lo stallo iracheno, il tracollo libanese, lo scacco Jcpoa (accordi che non possono rimanere soltanto meramente tecnici, ma devono venire composti dalle diplomazie); un iter che consente a Erdoğan di presentarsi come mediatore, non avendo abbandonato il campo Nato, ma essendo centrale in questa spartizione di influenze. Il capolavoro di questo processo è rappresentato dall'accordo sul grano, perché a tutti gli effetti vede Turchia e Russia decidere come procedere, come era successo in Artsakh (https://ogzero.org/tag/nagorno-karabakh/), «tagliando fuori tutto il resto del mondo».Il dubbio che abbiamo sottoposto a Bressan è che si tenda a risolvere la disputa sugli equilibri mondiali in senso non più unipolare tentando da parte delle potenze autocratiche diversamente liberaliste di comporre il dissidio una volta conseguiti i risultati locali minimi, oppure invece procedere a innescare una vera guerra globale che finirebbe con il coinvolgere anche il comparto indopacifico (reale interesse americano che spiega il disimpegno mediorientale all'origine delle spallate di ogni singola potenza locale), stravolgendo il mondo che abbiamo imparato a conoscere dal 1945.
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Il cambio di passo militare: acceleratori e corsa agli armamenti
https://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/Una serie di diversi e sinistri aspetti gravitano attorno alle armi, alle tecnologie di distruzione, agli investimenti, spesso nascosti dall’utilizzo dual (militare/civile)… solo Diana, l’acceleratore della Nato principale in Europa da cui cominciamo il discorso con Antonio Mazzeo, vede stanziati 1.3 miliardi di euro.Diana (Defence Innovation Acceleration North Atlantic), primo fondo d’investimento sovrano per le nuove tecnologie di armamenti, buco nero per soldi e trasformazione urbanistica intorno alle Ogr torinesi, proprio vicino al Politecnico, che svolge un ruolo determinante nel progetto, un atteggiamento apertamente bellicista che la facoltà d’ingegneria torinese adotta ormai da alcuni anni.Cultura della Sicurezza e Cultura della Difesa. A quando si può far risalire il successo di questo modello politico-culturale di riferimento con pilastri centrali l’esercito e i servizi, da un lato, e la ricerca dall’altro, che assorbe finanziamenti enormi? Un modello vincente di stampo israeliano, per cui si vedono sempre più frequenti fusioni tra istituzioni e aziende italiane con quelle israeliane, collaborazioni e finanziamenti comuni.E proprio i finanziamenti sono al centro e una voce spropositata di spesa collettiva statale viene assorbita dalle missioni militari all’estero, rifinanziate da tutti i governi (il bilancio di spesa per le missioni italiane 2022 è fissato a 1.3 miliardi di euro), con la differenza che ora spudoratamente vengono allestite attorno agli interessi energivori nazionali da figure militari e civili che passano da un incarico all’altro dimostrando l’interconnessione stretta di un sistema chiuso tra apparato militare (il generale Graziano nominato da Draghi a Fincantieri), finanziario (Profumo da ceo di Unicredit a amministratore delegato di Leonardo): un elite fuori dal controllo parlamentare e che stringe accordi come quelle del generale Portolano (segretario generale alla Difesa), che ha interpretato alla lettera l’incarico di stimolare l’export, facendo il mercante di armi dal settembre 2021.Tutto il sistema di spesa, produzione, traffico adotta missioni (dove si collaudano ed esibiscono i mezzi da vendere), accordi, collaborazioni come vetrina allestita direttamente dal ministero della Difesa; il fatto che la promozione sia a carico delle istituzioni governative è dimostrato dalla partecipazione a fiere come quella di Riyad o Eurosatory, dove è il ministero a sponsorizzare i prodotti delle aziende. Che ora non sono neanche più distinte tra convenzionali e di sterminio di massa o nucleari; i sofisticati sistemi di arma ibridi hanno capacità di distruzione micidiali e vengono vendute a fazioni in conflitto aperto; ed è la produzione e vendita di armi a belligeranti a loro volta produttori di armi innesca esponenzialmente i focolai bellici. Di nuovo: la guerra viene con le armi.
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Fine di un mito: la neutralità scandinava
Sembra quasi che ciascun protagonista colga a pretesto lo scoppio del bubbone ucraino per definire una propria nuova visione del mondo per ricollocarsi, andandogli stretto il canovaccio rispettato per decenni... e forse azzardando previsioni o precognizioni che non ci sia più spazio per posizioni più defilate. E meno servili?Comunque abbiamo chiesto a Monica Quirico come si può "collocare" la scelta di Svezia e Finlandia di rinunciare alla scelta – pacifica – di non schierarsi a favore di alcuna potenza. L'ultimo atto del declino socialdemocratico scandinavo: sepoltura definitiva di Olaf Palme, welfare e ripudio del nazionalismo; Kakkonen e gli equilibrismi finnici, le guerre tra bianchi e rossi... tutto sostituito da elmetto e mimetica della Nato.In realtà un lungo processo di avvicinamento e di ostentato nazional-militarismo che ora va a coronarsi nella amalgama atlantista.
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Utopia del contingente da disarmare
«Manca la volontà politica di andare a un dialogo... ma perché gli interessi sono altrove», così sintetizza @mazzeoantonio questa mezz'ora in cui la guerra ucraina viene raccontata su @rbo10525 da un punto di vista inedito: quello del business delle armi.Analisi di un sistema volto a innescare una corsa agli armamenti che coinvolge tutte le parti in causa in una tendenza globale. I dubbi sono molti: innanzitutto chi riceverà le armi provenienti dall'Occidente? non esiste un esercito che non sia infiltrato da neonazisti. Non solo, anche le regole di ingaggio non sono riconosciute, perché ciascuno dei contendenti non individua un terreno comune e soprattutto non rinuncia a usare qualsiasi mezzo per raggiungere il fine. Senza alcuna etica riconducibile alla Grande illusione di Renoir. Il rischio può essere nucleare, ma ormai si è disinnescato il deterrente e quindi tutto può venire utilizzato. Non è un caso che gli unici che vengono rivalutati sono i titoli di borsa legati al comparto bellico; per esempio alla prima edizione della Fiera delle armi di Riad tutti i protagonisti del sistema bellico erano presenti fianco a fianco. Peraltro i vari battaglioni neonazisti sono stati addestrati dalla Nato.E poi guerra elettronica che vede protagonisti aerei e sistemi di stanza in territorio italiano; e l'escalation vede portaerei, sistemi d'arma per fare pressing sulla Russia; al centro c'è una sorta di keynesismo di guerra della corsa al riarmo: depauperare risorse pubbliche per trasferirle al gas e all'energia nucleare e al comparto militare industriale stanziamenti che vengono spartiti con ricerca universitaria prona a collaborare tra le fake news della propaganda bellica
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L’ultima frontiera françafrique: droni da Israele in Maghreb e in Sahel risorse e contractor
Il Marocco nell’analisi di Antonio Mazzeo rappresenta un passaggio originale della penetrazione di Israele – unico sviluppo di affari derivanti dagli Abrahams’ Accords – e degli interessi francesi nell’area; il paesaggio maghrebino rischia di riempirsi di droni chiamati a risolvere un’impasse che dura da quasi mezzo secolo, con i processi di ricolonizzazione del Sahara spagnolo. L’obiettivo principale dei droni è il popolo saharawi, ma anche la rivale storica, l’Algeria; il tutto inserito nella tensione franco-algerina, con la guerra dei visti e l’uso strumentale della storia dei collaborazionisti Harkis.L'escalation dei contractor russi della Wagner in Mali è un’altra forma di neocolonialismo con vecchi e nuovi protagonisti: Bamako sarebbe pronta a versare quasi 11 milioni di dollari al mese alla società di sicurezza privata Wagner Group. Ma la Francia difficilmente rinuncerà alla sua influenza sull’area.
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Missioni coloniali in Sahel: tassello della guerra globale e della spartizione del mercato africano
Il Sahel è un'area molto importante per l'Occidente, la Francia in particolare, viste le risorse (Uranio, petrolio) e per la collocazione che mette in collegamento il Mediterraneo maghrebino con l'Africa centrale. Ma è anche in subbuglio, perché il jihad ha buon gioco a inquadrare la miseria derivante dalla desertificazione, dalla trasformazione della proprietà della terra (monocultura e controllo delle acque) e dalle predazioni dei paesi colonialisti.Di qui la necessità di occupare in forze militarmente il territorio: la Francia già da anni ha dislocato la missione Barkhane, intervenendo in Mali, ora si avvia Takouba, una ancora più mirata missione internazionale, a cui partecipano truppe dell'esercito italiano, con regole d'ingaggio sconosciute, sotto il comando francese, e a seguito di un voto parlamentare datato e approvato su un testo fumoso inserito nel finanziamento delle spese militari all'estero, dalle quali emerge l'impegno di 200 militari, 20 carri armati e 8 elicotteri.Abbiamo preso spunto da due articoli per affrontare questo spinoso argomento: uno è una ridicola marchetta di Formiche.net, che ha intervistato Giulio Sapelli per spingere il governo italiano a una maggiore intraprendenza nel "fare affari", tradotto: vendere armi anche e soprattutto ai "dittatori" come al-Sisi, nonostante tutto, per risultare competitivi con l'assenza di scrupoli di Macron, soprattutto in Africa.Invece l'articolo serio è comparso su "Pagineesteri.net", lo ha firmato Antonio Mazzeo: "Italia in Mali. Assieme ai golpisti per fermare i flussi migratori e 'stabilizzare' il Sahel". Abbiamo sentito l'estensore di questo secondo articolo per inquadrare meglio questa "stabilizzazione" e già dall'inizio ha avuto modo di rassicurare Sapelli, perché ci ha fornito una informazione poco conosciuta e cioè che su quei Rafale venduti dai francesi all'Egitto verranno montati sistemi d'arma di Leonardo-Finmeccanica: cioè le due potenze coloniali collaborano sia attraverso i grossi rami d'azienda (Eni e Leonardo per l'Italia; Total e Dassault per la Francia). Macron ha potenziato enormemente il dispositivo militare dislocato in Sahel, perché la minaccia e forte quanto gli interessi, soprattutto ora che è morto Déby costituendo un nuovo motivo di preoccupazione. E la Francia è solita imporre regimi golpisti laddove vede lesi i suoi interessi da forze insorgenti, come è capitato proprio in Mali, dove si andrà a sostenere con Takouba una giunta militare, instaurata da un anno proprio dai francesi di BarkhaneVengono legittimate le intrusioni europee in Sahel a difesa degli interessi predatori dalla necessità di contrastare gli uguali interessi energivori di Russia e Cina (e Turchia, che è il vero competitor italo-francese): giustificazioni per imprese militari costosissime e che servono per difendere la presenza africana (Angola, Mozambico, Nigeria) dell'Eni – oltreché per giustificare la spesa in attrezzature militari e dell'intero comparto della Difesa. I francesi hanno un numero spropositato di cacciabombardieri nell'area, una quantità di uomini che potrebbe contrastare una potenza suo pari nell'area e in quasi un decennio non è riuscita a limitare lo sviluppo di milizie e di gruppi insorgenti: la lotta al jihad è solo la foglia di fico, e dunque la crescita della sfida islamica va mantenuta per poter legittimare le missioni e imporre l'accesso al mercato africano; e non va dimenticato Biden, che ha rilanciato Africom, l'agenzia americana di penetrazione dell'Africa da parte dei militari statunitensi: è in preparazione un'esercitazione che si svolgerà in Marocco, come in finale del suo intervento ci rivela Antonio Mazzeo per illustrare la corsa di tutte le potenze grandi, medie e piccole per trasformare il continente come il più grosso mercato di armi mondiale, soprattutto proprio in Sahel.
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Il traffico d’armi segue solo criteri di mercato, ma si può tracciare
L'abbraccio tra mercanti d'armi e politica italiana è esiziale. Il traffico d’armi segue solo criteri di mercato, ma si può tracciare; e questo è ciò che l'osservatorio sulle armi leggere e la rete italiana pace e disarmo fanno, diffondendo dati e informazioni. Giorgio Beretta illustra come certe teorie geostrategiche giustifichino la vendita di ogni tipo di armi in qualsiasi contingenza aggirando geopoliticamente le leggi in vigore. Un'economia che vale l'1% del pil, ma che viene spacciata come centrale delle finanze italiane. L'esportazione degli armamenti sono diventati un modo di implementare l'importanza dell'Italia nel mondo.Sono disponibili due documenti utilissimi, uno è fornito per legge (la 185 del 1990: “Tutto deve essere conforme alle necessità di difesa italiane”) ed è previsto che al parlamento venga fornita la Relazione governativa annuale sull'export degli armamenti, un report che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani; da questo si desumono alcuni dati importanti, quello che urla vendetta immediatamente è che il cliente più grosso per le casse italiane delle armi è l'Egitto, seguito dal Qatar, dal Turkmenistan... dall'Arabia saudita. Quest'ultima fin dai tempi in cui aveva già iniziato l'avventura yemenita. Giorgio Beretta, il nostro interlocutore, ricorda questa particolarità e viene spontaneo chiedersi se sarebbe possibile preconizzare nuovi conflitti e preparazioni di orizzonti bellici seguendo le indicazioni statistiche che si evincono da queste relazioni... considerando le leggi di mercato, per cui è ovvio che per passar a nuove tranche di consegne vanno smaltite le forniture precedenti.Un dato è chiaro: con i quasi 15 miliardi del 2016 si prosegue a strascico, con una scia che arriva fino al 2021, portando con sé una serie di clientele e forniture fidelizzate per trascinamento che pongono il posizionamento italiano su un livello medio più alto.L'altro documento a cura di Transparency International è uscito in questo scorcio di fine aprile. Si tratta dell'Analisi dell’industria della difesa sull’agenda politica italiana, un rapporto redatto a livello europeo sulle influenze che condizionano l'industria della difesa in Italia, le indebite influenze nella politica in materia di difesa. Germania e Italia sono state scelte come casi di studio per le caratteristiche della governance della difesa, con le potenziali influenze, i meccanismi messi in atto, il coinvolgimento delle fondazioni politiche, il fenomeno delle sliding doors, i sistemi di suddivisione della cifra totale e la difficoltà dunque di tracciare la somma totale destinata a “scopi di difesa”.«le esportazioni di armi sono direttamente collegate alle strategie di capacità di difesa nazionale, poiché è la somma della produzione per le Forze Armate e per le esportazioni che rende la produzione di armi economicamente sostenibile. Questo crea nei Governi una dipendenza dalla promozione delle esportazioni di armi dell’industria in cambio di migliore capacità di difesa nazionale e maggiore capacità di produzione interna», Giorgio Beretta sintetizza e analizza con precisione i meccanismi e i dati in nostro possesso su quale sia la struttura del business, scoperchiando i traffici illeciti di armi e facendo nomi e cognomi dei responsabili, filiere complete di ordigni e poi protesi per “aggiustare” i danni prodotti.
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Fiere in armi
Laddove si può lucrare sulla morte, l’Azienda-Italia fornisce i prodotti soprattutto ai dittatori.Escalation era un’espressione collegata alla figura di Lyndon Johnson che maturò nel novembre del 1964 la scelta di procedere con bombardamenti a tappeto sul Nord Vietnam con l'operazione Rolling Thunder, che utilizzò una quantità di ordigni superiore a quelli sganciati nell'intera Seconda guerra mondiale. Ora stiamo assistendo a un'escalation nel rifornimento di mezzi di morte da parte delle potenze – piccole, medie, grandi – e di test su missili balistici, impieghi di nuove macchine belliche in teatri di guerra locali con lo scopo di collaudarle... parallelamente si sta profondendo altrettanto sforzo promozionale da parte di membri del governo e di figure colluse con la vendita di armi che promuovendo lo sforzo produttivo della filiera bellica, ne esalta gli effetti: l’uso nei paesi relativamente vicini è rivolto al contenimento dell'immigrazione (spesso con una falsa e strumentale equazione fantasiosa con il terrorismo), collaborando con regimi totalitari e fondati sulla sopraffazione e sull’estrazione da giacimenti controllati da Eni, l’altra preziosa industria nazionale; la vendita a nazioni lontane e sotto embargo invece è possibile attraverso triangolazioni con paesi terzi o impiantando società in un paese con minori scrupoli ancora che fabbrica usando brevetti e know-how, smerciando direttamente a massacratori. Come è il caso della bella inchiesta di Atlante delle Guerre, Opla e altri che hanno individuato da una fotografia la dotazione di proiettili "italiani" a Tatmadaw, il famigerato esercito birmano che sta soffocando l'insurrezione contro il golpe del 1° febbraio in Myanmar: un'inchiesta che sta proseguendo quotidianamente ospitata su "il manifesto" e ripresa su “Lettera22”.Casi come quelli vengono denunciati ultimamente da molti attenti analisti: Manlio Dinucci ha scritto un articolo per "il manifesto" del 23 febbraio in cui si studiavano le varie implementazioni di missili balistici a lungo e corto raggio presso tutte le potenze che si contendono il controllo globale a suon di testate nucleari, mentre il lavoro svolto da Antonio Mazzeo, insegnante, blogger ed esperto di armamenti, denuncia ogni forma di complicità con regimi messi al bando ufficialmente, ma con cui sotto banco si fanno affari, o addirittura si addestrano in una sorta di Escuela de las America mediterranea (ad Abbasanta in Sardegna, ma per insegnare ai poliziotti birmani la repressione c’è anche l’organizzazione umanitaria Ihil di Sanremo) i peggiori aguzzini per esempio egiziani, istruendo proprio i commilitoni che hanno torturato e assassinato Giulio Regeni. E il ministro Guerini nega tutto, ma Mazzeo lo ha inchiodato su "Africa Express", portando date, riferimenti (Fincantieri con le sue fregate – per quanto la lavorazione sia esternalizzata dando lavoro a maestranze a basso costo – e Leonardo con cacciabombardieri e con i Mangusta, oltre agli addestratori), iniziative (la partecipazione entusiasta alla Fiera delle Armi de Il Cairo, ennesima vetrina ipocrita)... progetti (Itepa).Antonio Mazzeo ha tracciato un quadro che prende in considerazione tutti questi ambiti, documentando come e perché è feroce e inaccettabile eticamente il comportamento dei responsabili italiani dell'esportazione enorme di armi – spesso poi premiati con posti di rilievo e molto ben remunerati (come Minniti nel mondo di Leonardo e anche editorialista di "la Repubblica" filoisraeliana diretta da Maurizio Molinari): la vera escalation di armi in fiera.Ma esistono ancora movimenti e persone inorridite pronte a contrapporsi alle aziende di morte, come avvenne negli anni Settanta quando le maestranze stesse imposero la riconversione delle linee di prodotti militari in merci civili.
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Cominciamo la serie sulle infami regole evanescenti e prive di scrupoli che sottendono al traffico di armi, che vede le aziende italiane, controllate o meno dallo stato, protagoniste e molto vivaci nel fare affari, perseguire la difesa degli interessi dei colossi energetici nazionali, contrastare l'immigrazione con campi di concentramento appaltati a milizie spietate, addestrare apparati polizieschi che coincidono con gli aguzzini di Giulio Regeni. Inauguriamo questa narrazione con l'intervento di Antonio Mazzeo nella trasmissione informativa di Radio Blackout del 25 marzo 2021
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I Bastioni di Orione
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