PODCAST · music

FATHER AND SONS

  1. 389

    Father & Sons 388 – Julius Eastman

    Geniale, respingente, tragico: Julius Eastman ha preso la purezza matematica del minimalismo bianco e accademico e l’ha violentata con la carne, il sangue e l’orgoglio della cultura nera e queer della New York anni Settanta. Compositore, pianista e vocalist dalla cifra stilistica irripetibile, Eastman ha teorizzato il “minimalismo organico”, un processo di accumulazione sonora in cui ogni nuova cellula melodica non sostituisce la precedente ma si stratifica in un crescendo denso e dal forte impatto fisico, che richiedeva ai musicisti uno sforzo quasi atletico. Brani dai titoli volutamente incendiari come Evil Nigger, Crazy Nigger o Gay Guerrilla non erano provocazioni sterili, ma ordigni politici scagliati contro l’intelligenzia musicale dell’epoca, rivendicazioni identitarie radicali che fondevano il rigore strutturale di Steve Reich con la fiammata dionisiaca del free jazz. Ma la sua urgenza espressiva passava anche attraverso una tecnica vocale prodigiosa: la sua interpretazione degli Eight Songs for a Mad King di Peter Maxwell Davies resta un documento impressionante di follia teatrale ed estensione acrobatica. A fronte di un talento monumentale, la sua parabola biografica si è consumata in una discesa agli inferi dolorosa e totalizzante. Divorato dalle dipendenze e dall’autodistruzione, subì uno sfratto esecutivo che portò alla dispersione e alla distruzione di gran parte delle sue partiture, gettate letteralmente sul marciapiede della East Village. È morto in totale isolamento e indigenza nel 1990, e il mondo si è accorto della sua scomparsa solo otto mesi dopo. Oggi, grazie a un meticoloso lavoro di restauro filologico delle poche registrazioni superstiti, Eastman viene finalmente riconosciuto per ciò che era: un gigante eretico che ha pagato con l’oblio il prezzo di una libertà estetica troppo assoluta per il suo tempo. TRACKLISTING: Julius Eastman’s spoken introduction to the Northwestern University concert/ Eight songs for a mad king / Stay on it / Femenine – All changing / Evil nigger / Travelling / The holy presence of Joan D’Arc / Femenine – Prime / Joy boy Altre Informazioni

  2. 388

    Father & Sons 387 – Captain Beefheart

    Abissale, urticante, sciamanico: calarsi nell’universo di Don Van Vliet, alias Captain Beefheart, significa accettare il naufragio di ogni certezza formale per esplorare il cubismo applicato alla materia rock. Viene sezionata la parabola di un genio primitivo che ha disintegrato il blues rurale del Delta per ricombinarlo con l’urgenza del free jazz, trasformando la poliritmia in una rischiosa architettura del caos. Al centro di questo Big Bang estetico pulsa l’asse magnetico e conflittuale con Frank Zappa, compagno di scorribande adolescenziali nel deserto del Mojave a base di r&b oscuro e visioni d’avanguardia. Zappa, il geometra ossessivo della partitura, fu l’unico a comprendere e incanalare la potenza anarchica del Capitano, offrendogli i mezzi per registrare i suoi deliri sonori e assecondando una visione che sfidava le leggi stesse della fisica acustica. La cifra stilistica di Beefheart risiede proprio in questo totale disallineamento: chitarre deragliate che viaggiano su tempi dispari, linee di basso sradicate dal groove tradizionale e una voce da baritono fangoso capace di coprire quattro ottave, spesso registrata a cappella ignorando la traccia strumentale. Non si trattava di improvvisazione, ma di un rigore brutale e primitivo, ottenuto costringendo la sua Magic Band a prove estenuanti per tradurre in note frammenti di pianoforte astratti e intuizioni visive. Senza questo espressionismo sonoro e la sua poesia ecologista e allucinata, l’evoluzione del post-punk, del noise e del rock alternativo avrebbe traiettorie completamente diverse. Un viaggio denso e ravvicinato per comprendere l’uomo che ha dimostrato al mondo come la struttura più complessa possa nascere dalla più pura e viscerale anarchia. TRACKLISTING: Her eyes are blue a million miles – Diddy wah diddy (Bo Diddley cover) – Electricity – Trust us – Hair pie _ Pachuco cadaver – When Big Joan sets up – Flash Gordon’s ape – Big eyed beans from Venus – Further than we’ve gone – Muffin man (live with Frank Zappa) – Bat chain puller – Ice cream for crow – Sure ‘nuff ‘n yes i do Altre Informazioni

  3. 387

    Father & Sons 385 – Perigeo

    I Perigeo rappresentano una delle anomalie più colte, felici e tecnicamente folgoranti della musica italiana degli anni ’70. In un panorama nazionale dominato dal progressive rock sinfonico, la creatura di Giovanni Tommaso scelse una via radicalmente diversa, ponendosi come il ponte ideale tra la fusion elettrica d’oltreoceano e un lirismo tipicamente europeo e mediterraneo.Nata nel 1972, la band non si limitò a ricalcare la rivoluzione elettrica di Miles Davis o dei Weather Report. L’eleganza dei Perigeo risiedeva in un perfetto equilibrio geometrico, garantito da una formazione di solisti straordinari: oltre al basso pulsante di Tommaso, la chitarra spigolosa di Tony Sidney, le tastiere avanguardistiche di Franco D’Andrea, il sassofono geometrico di Claudio Fasoli e il drumming poliritmico di Bruno Biriaco.Il cuore della loro proposta artistica, evidente in capolavori come Azimut (1972) e Abbiamo tutti un blues da piangere (1973), si fondava su un interplay democratico e paritetico. Non c’era un leader a catalizzare l’attenzione; c’era invece un dialogo costante in cui i temi venivano continuamente decostruiti dalla sezione ritmica. Le strutture complesse, mutuate dal jazz modale, mantenevano sempre un impatto viscerale e una dinamica rock, senza mai sfociare nel virtuosismo fine a se stesso. Anche nei momenti di massima spinta esecutiva, la loro musica manteneva un’incredibile pulizia e una gestione dello spazio sonoro che confinava con la musica colta contemporanea.I Perigeo hanno dimostrato che la complessità poteva coesistere con la fluidità, creando una terza via stilistica che ha ridefinito i confini tra generi. Oggi la critica li riconosce unanimemente come il vertice assoluto del jazz-rock europeo, un laboratorio di rigorosa ricerca sonora che rimane un unicum irripetibile nella nostra storia musicale. TRACKLISTING: Azimut – Posto di non so dove – Grandangolo – Abbiamo tutti un blues da piangere – Via Beato Angelico – Acoustic image – Il lungo film – Questa donna – A mano a mano (live con Rino Gaetano) 36° parallelo Altre Informazioni

  4. 386

    Father & Sons 384 – Prefab Sprout

    Definire l’eleganza di Paddy McAloon significa parlare di un artigianato che non ha eguali nel pop contemporaneo. Con i Prefab Sprout, McAloon ha trasformato la forma-canzone in un’architettura sofisticata, dove l’ispirazione colta del “Brill Building Sound” incontra una sensibilità melodica quasi ultraterrena. La sua cifra stilistica risiede nella capacità di nascondere una complessità armonica sbalorditiva dietro una superficie di apparente immediatezza. Grazie anche alla produzione visionaria di Thomas Dolby, brani come quelli di Steve McQueen o Jordan: The Comeback sono diventati paradigmi di un suono cristallino, capace di bilanciare l’emozione pura con un’ironia intellettuale mai banale. McAloon non ha mai cercato il facile consenso, preferendo muoversi come un eremita del suono, un teorico della melodia che scrive saggi sull’amore e sulla vita attraverso testi metalinguistici. Oggi, la sua eredità resta un baluardo per chi crede nel pop come “arte alta”: una musica che non si esaurisce al primo ascolto, ma continua a svelare strati di bellezza e intelligenza a ogni passaggio. TRACKLISTING: Appetite – Cue fanfare – When love breaks down – Goodbye Lucille #1 – Nightingales – The world awake – We let the stars go – Andromeda heights – Cowboy dreams – I trawl the megahertz – Let there be music – The best jewel thief in the world – Bonny Altre Informazioni

  5. 385

    Father & Sons 383 – Charlemagne Palestine

    Figura cardine dell’avanguardia, Charlemagne Palestine trascende l’etichetta di minimalista per abbracciare un “massimalismo” sonoro che trasforma il pianoforte Bösendorfer in un generatore alchemico di onde stazionarie. Attraverso la sua celebre tecnica dello strumming ( un’iterazione percussiva e ossessiva ai limiti della resistenza fisica) Palestine eccita i Golden Overtones, portando lo strumento a una saturazione tale da evocare spettri armonici e frequenze di battimento che fluttuano oltre la nota fisica, saturando lo spazio psicoacustico. Dalle giovanili esperienze delle campane alle modulazioni analogiche del Buchla, la sua Body Music si configura come un rito sciamanico popolato da totem di peluche e vapori di cognac, dove il suono smette di essere narrazione per farsi evento materico assoluto. Precursore del drone moderno dei Sunn O))) e della noise più stratificata, Palestine abita la soglia tra performance e ascesi, convertendo la vibrazione acustica in una presenza architettonica e trascendentale che annulla il tempo lineare a favore di un’iper-sonorità totale. TRACKLISTING: Chassidic etudes 5 – Bells – Three Fifths – Strumming for Bosendorfer piano – Schlongo!!!daLUVdrone – Timbral assault – Schlingen / Blangen – Untitled 3 ( with Pan Sonic) – Cataclisma 2 Altre Informazioni

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