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Father & Sons 396 – TOM VERLAINE
Tom Verlaine, leader e mente compositiva dei Television, ha rappresentato una delle figure più influenti del rock contemporaneo. Emerso nella scena newyorkese degli anni Settanta, ha superato i canoni del punk e del virtuosismo blues, introducendo un’architettura sonora cerebrale, poetica e rigorosa. La sua cifra stilistica ha unito il lirismo simbolista, le strutture modali del free jazz e una geometria a due chitarre del tutto inedita. Attraverso la Fender Jazzmaster, un uso chirurgico del tremolo e l’intreccio armonico con la chitarra di Richard Lloyd, Verlaine ha trasformato lo strumento elettrico in una voce espressiva assimilabile a un fiato. Dalla pubblicazione dello storico album Marquee Moon (1977) alle collaborazioni con Patti Smith, fino ai dischi solisti tra rock d’autore e sperimentalismo strumentale (Warm and Cool), la sua produzione ha segnato la storia dell’art-punk e del post-punk, influenzando direttamente artisti come David Bowie, R.E.M., Sonic Youth e Pixies. Scomparso nel gennaio 2023, lascia un’eredità fondata sull’equilibrio tra avanguardia e rigore formale. TRACKLISTING: Breakin’ my heart – Little Johnny jewel – Hey Joe (Hendrix’s cover with Patti Smith) – Marquee moon – Days – Kingdome come – Always – Postcard from Waterloo – The scientist write a letter – Lore – Call Mr. Lee – From her finger – Tom Curtain Altre Informazioni
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Father & Sons 395 – TOM CORA
Ripercorrere la traiettoria artistica di Tom Cora significa fare i conti con uno dei profili più autentici, innovativi e rigorosi della musica contemporanea degli ultimi cinquant’anni. La sua cifra stilistica non è mai risieduta nella pura esibizione di virtuosismo, ma nella capacità di umanizzare la sperimentazione rendendola uno strumento di comunicazione viscerale, ritmica e democratica. Cora ha dimostrato che il violoncello non doveva rimanere incatenato alla tradizione classica o al jazz convenzionale, trattandolo come un organismo vivo, acustico ed elettrico, capace di fondere la memoria del folk e del blues rurale con l’impatto del punk, la libertà del free jazz e il rigore del Rock in Opposition. Il suo impatto storiografico è monumentale: pochi musicisti hanno saputo costruire ponti così solidi tra contesti apparentemente inconciliabili, dai club underground del Lower East Side newyorkese ai centri sociali anarcho-punk olandesi, fino ai grandi festival d’avanguardia europei. La sua eredità vive nell’opera di violoncellisti contemporanei come Erik Friedlander, Hank Roberts, Okkyung Lee e Lucy Railton, che nel suo lavoro hanno trovato la prova che ogni confine strumentale è solo un limite mentale. A testimonianza dell’amore di una comunità globale resta il disco tributo Hallelujah, Anyway, pubblicato nel 1999 con artisti come Fred Frith, John Zorn e The Ex, omaggio indelebile a un maestro indimenticabile del suono. TRACKLISTING: Hidegen Fújnak a Szelek (tHE eX) – Straylight – NY Trio (with Eugene Chadbourne & John Zorn)- Panther burn (Curlew) – The goat explains the can – You may find a bed (Skeleton crew) – La semaine des quatre jeudis (Nimal) – Saint dog (Curlew) – State of shock (The Ex) – Globe trudgers – Janna lied (Roof) – One more time (with Fred Frith & Chris Cutler) Altre Informazioni
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Father & Sons 394 – CURRENT 93
Analizzare l’imponente corpus d’opere firmato da David Tibet significa confrontarsi con una delle figure più irriducibili ed esegetiche della ricerca sonica contemporanea, capace di travalicare i confini del rumorismo industriale per codificare le coordinate ermetiche dell’Apocalyptic Folk, fino a lambire la stasi contemplativa del drone-noise e le frammentazioni Sludge Metal. La chiave di volta di quattro decenni di produzione risiede in una prassi esecutiva rituale e teogonica, dove la vocalità profetica di Tibet oscilla tra declamazione gutturale e monologo interiore, ricombinando in un’unica matrice concettuale lo gnosticismo copto, l’esoterismo di Crowley, la letteratura nichilista e la psichedelia cosmica britannica. Fondatore dei Current 93 e snodo nevralgico con la sua etichetta Durtro, Tibet ha ridefinito la storiografia dell’underground fungendo da catalizzatore tra la prima avanguardia industrial di Throbbing Gristle, Nurse With Wound e Coil e il cantautorato neofolk e alternativo, restituendo alla forma-canzone la sua natura tragica e trascendente. TRACKLISTING: A sadness song – LAShTAL – Ach Golgotha – Beausoleil – A silence song – A soft voice whispers nothing – Soft black stars – The magical bird in the magical woods – Black ships ate the sky – Not because the fox barks – Untitled 7 – All the pretty little horses (featuring Nick Cave) Altre Informazioni
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Father & Sons 393 – N.W.A. (Niggaz Wit Attitudes)
Analizzare a posteriori la parabola degli N.W.A significa comprendere una delle più radicali operazioni di riscrittura estetica e sociologica della musica popolare del Novecento. La cifra stilistica del collettivo di Compton ha stabilito un nuovo paradigma espressivo basato sull’iper-realismo documentaristico della scrittura e su un’ingegneria del suono rivoluzionaria, votata all’esasperazione delle frequenze basse e alla drammatizzazione cinematografica del campionamento. La forza d’urto del gruppo risiedeva in una straordinaria alchimia di talenti complementari: Ice Cube, mente ideologica e metrica, ha introdotto nella West Coast una densità lirica e schemi di rime complessi applicati a una narrazione viscerale e priva di filtri; MC Ren ha garantito l’ortodossia stradale del gruppo con un flow baritonale, serrato e marcatamente nichilista; Eazy-E, con il suo carisma iconico e il timbro vocale acuto e beffardo, ha trasformato lo spacciatore di Compton in un archetipo della cultura pop globale; mentre Dr. Dre e DJ Yella hanno firmato l’architettura sonora, superando il minimalismo degli anni Ottanta per stratificare campionamenti funk e rock fino a ridefinire, con l’uso di sintetizzatori analogici e musicisti in studio, gli standard di missaggio dell’intera industria discografica. Gli N.W.A sono stati fondamentali perché hanno costretto l’America mainstream a guardare dentro l’abisso delle proprie contraddizioni sociali, anticipando le tensioni strutturali e la brutalità poliziesca che avrebbero infiammato Los Angeles nel 1992, resistendo persino ai tentativi di censura dell’FBI e dimostrando che un prodotto indipendente poteva conquistare la vetta di Billboard senza passaggi radiofonici o televisivi. Non hanno inventato il rap di strada, ma lo hanno elevato a forma d’arte antropologica e politica: senza la breccia aperta dagli N.W.A, l’evoluzione di carriere monumentali come quelle di Snoop Dogg, Tupac Shakur, Eminem, fino ad arrivare a Kendrick Lamar, semplicemente non sarebbe stata possibile, avendo preso il margine geografico e sociale dell’impero americano per trasformarlo, per sempre, nel centro del dibattito culturale mondiale. TRACKLISTING: Express yourself – Boyz ‘n the hood – Dope man – Straight outta Compton – Fuck tha police – We want Eazy – Gangsta gangsta – Real niggaz – Always into somethin’ – No vaseline (Ice Cube) – The dayz of wayback – Real Muthaphuckkin G’s (Eazy E) – Tha muthaphuckkin’ real (Eazy E) – If it ain’t ruff Altre Informazioni
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Father & Sons 392 – Tori Amos
Eretica, confessionale, pianistica: l’universo di Tori Amos rappresenta uno degli strappi più violenti e necessari nel tessuto del cantautorato rock dagli anni Novanta in poi. Lontana dalle mode del grunge e dell’alt-rock dell’epoca, l’artista americana ha eletto il pianoforte a prolungamento fisico del proprio corpo e della propria voce, scardinando l’immagine rassicurante della pianista classica per trasformarla in una sciamana viscerale. Tori Amos ha edificato la sua intera poetica su un contrasto formidabile: la purezza classica degli arrangiamenti strumentali , frutto di una formazione precoce in conservatorio, costantemente profanata da testi crudi, disturbanti e privi di filtri censori. La sua cifra stilistica risiede in una drammaturgia del suono instabile, dove la voce si muove con un’escursione acrobatica e teatrale, passando da sussurri soffocati a improvvisi registri gutturali, mentre le mani sul pianoforte tessono poliritmie complesse e arpeggi ipnotici. Brani seminali come Crucify e Silent All These Years non sono stati semplici sfoghi catartici, ma radicali manifesti politici, capaci di affrontare il trauma, la violenza sessuale, il peso della colpa religiosa e la decostruzione del consumismo con un’onestà che ha ridefinito i confini del pop alternativo. I suoi capolavori degli anni Novanta, da Little Earthquakes e Under the Pink fino alle sperimentazioni elettroniche d’avanguardia di From the Choirgirl Hotel, sono trattati di anatomia emotiva e ingegneria acustica. Attraverso l’uso di progressioni armoniche oblique e dissonanze controllate, Tori Amos ha dimostrato che la massima vulnerabilità può coincidere con una prova di forza compositiva monumentale, elevano il concetto di “canzone POP” e lasciando un’eredità imprescindibile per chiunque intenda la musica come un rito di possessione e liberazione. TRACKLISTING: Spark – Crucify – Cool on your island – Silent all these years – Cornflake girl – Caught a little sneeze – Cruel – Juarez – ’97 Bonnie & Clyde (Eminem cover) – A sorta fairytale – Big wheel – Star whisperer – Shush – Professional widow Altre Informazioni
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Father & Sons 391 – The Durutti Column
I Durutti Column non sono mai stati una semplice band, ma la proiezione dell’universo interiore di Vini Reilly, architetto di un suono inconfondibile che ha ridefinito i confini del post-punk e dell’avanguardia chitarristica fin dagli esordi sotto l’ala protettrice della Factory Records, un progetto che ha saputo elevare il minimalismo, l’improvvisazione e l’elettronica da camera ad una forma d’arte pura, capace di trasformare il silenzio in uno strumento narrativo fondamentale. Attraverso un intreccio di arpeggi cristallini, loop ossessivi e una sensibilità melodica sempre sospesa tra malinconia e astrazione, Vini Reilly ha influenzato generazioni di artisti senza mai piegarsi alle logiche commerciali, mantenendo intatta una coerenza estetica quasi ascetica. Dalle atmosfere glaciali di The Return of the Durutti Column fino alla capacità di rendere il dolore un’esperienza tattile in brani come The Missing Boy (dedicata all’amico Ian Curtis), l’alchimia sonora di Reilly (un vero e proprio artigiano dell’effimero) oggi torna prepotentemente protagonista. Dopo sedici anni di silenzio discografico, la creatura di Vini Reilly è pronta a tornare con l’inedito album Renascent, confermando come la musica dei Durutti Column possa essere ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile. TRACKLISTING: Future perfect – No communication – Sketch for summer – The missing boy – Prayer – Without mercy – Tomorrow – Arpeggiator – Requiem again – For Colette – Pigeon – Quatro – Liars Altre Informazioni
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Father & Sons 390 – Steely Dan
Maniacali, cinici, inafferrabili: l’universo degli Steely Dan rappresenta il più sofisticato paradosso del pop-rock americano. Walter Becker e Donald Fagen hanno applicato il rigore armonico del be-bop, la letteratura noir della Beat Generation e il nichilismo metropolitano alla forma canzone, creando un ibrido sonoro inimitabile. Liquidata presto l’attività live, si sono rinchiusi negli studi di Los Angeles trasformando il gruppo in un marchio concettuale. Guidati da un’ossessione maniacale per la perfezione acustica, Becker e Fagen agivano come registi spietati, capaci di convocare e scartare decine di turnisti di lusso per un singolo assolo, esigendo l’esecuzione definitiva.La loro cifra stilistica vive nel contrasto tra la lucentezza degli arrangiamenti e l’oscurità dei testi. Sotto una superficie levigata di pop-jazz e yacht rock si nasconde un microcosmo di spacciatori, truffatori e intellettuali falliti, raccontati con ironia sarcastica.Hanno dimostrato come la massima complessità strutturale possa mimetizzarsi nel pop accessibile.Capolavori come The Royal Scam, Aja e Gaucho sono autentici trattati di ingegneria sonora. Attraverso l’uso di soluzioni armoniche audaci e incastri ritmici millimetrici affidati a giganti come Steve Gadd o Larry Carlton, la band ha anticipato la precisione dei sequencer digitali.Gli Steely Dan hanno ridefinito gli standard della produzione discografica, lasciando un’eredità imprescindibile per chiunque consideri lo studio di registrazione come il più alto strumento di composizione. TRACKLISTING: Dirty work – Reelin’ the years – Do it again – Bodhisattva – Rikki don’t lose that number – Night by night – Doctor Wu – Kid Charlemagne – Aja – Deacon blues – Hey nineteen – New Frontier (Donald Fagen solo album)- Babylon sisters Altre Informazioni
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Father & Sons 389- The Lounge Lizards
Abissali, eleganti, urticanti: calarsi nell’universo dei Lounge Lizards significa accettare il naufragio del jazz tradizionale per assistere al trionfo del cubismo applicato alla materia rock. Fondati alla fine degli anni Settanta nel Lower East Side da John Lurie e suo fratello Evan, hanno preso il bop e l’hanno scaraventato nelle cantine della No Wave newyorkese, inventando lo sfrontato concetto di “Fake Jazz”. Non era vero jazz perché rifiutava la filologia accademica, ma era jazz d’assalto perché ne deformava i canoni con una spigolosità punk. Indossando abiti vintage stazzonati, i Lizards hanno imposto un’avanguardia in cui le melodie del sax di Lurie venivano squartate dalle lame di rumore bianco della chitarra di Arto Lindsay e dal drumming geometrico di Anton Fier. Nel corso degli anni l’ensemble si è trasformato in un’orchestra mutante di fuoriclasse, arruolando geni eretici come Marc Ribot e John Medeski. La loro evoluzione è una sequenza cinematografica: dalle nevrosi metropolitane degli esordi alle marce da circo di No Pain for Cakes, fino al primitivismo ipnotico e poliritmico di Voice of Chunk. I Lounge Lizards hanno dimostrato che il jazz deve rimanere una materia bastarda, pericolosa e contaminata. Senza le loro partiture oblique e la loro attitudine da dandy post-punk, l’evoluzione della scena Downtown di New York e del rock alternativo avrebbe traiettorie completamente diverse. TRACKLISTING:Big heart / I can’t hardly walk / Incident on south street / Stompin’ at the Corona / Bella by barlight / No pain no cakes / The magic of Palermo / Bob the Bob / Voice of chunk / The Punch & Judy tango / Queen of all ears / The invention of animals (as The John Lurie National Orchestra) Altre Informazioni
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Father & Sons 388 – Julius Eastman
Geniale, respingente, tragico: Julius Eastman ha preso la purezza matematica del minimalismo bianco e accademico e l’ha violentata con la carne, il sangue e l’orgoglio della cultura nera e queer della New York anni Settanta. Compositore, pianista e vocalist dalla cifra stilistica irripetibile, Eastman ha teorizzato il “minimalismo organico”, un processo di accumulazione sonora in cui ogni nuova cellula melodica non sostituisce la precedente ma si stratifica in un crescendo denso e dal forte impatto fisico, che richiedeva ai musicisti uno sforzo quasi atletico. Brani dai titoli volutamente incendiari come Evil Nigger, Crazy Nigger o Gay Guerrilla non erano provocazioni sterili, ma ordigni politici scagliati contro l’intelligenzia musicale dell’epoca, rivendicazioni identitarie radicali che fondevano il rigore strutturale di Steve Reich con la fiammata dionisiaca del free jazz. Ma la sua urgenza espressiva passava anche attraverso una tecnica vocale prodigiosa: la sua interpretazione degli Eight Songs for a Mad King di Peter Maxwell Davies resta un documento impressionante di follia teatrale ed estensione acrobatica. A fronte di un talento monumentale, la sua parabola biografica si è consumata in una discesa agli inferi dolorosa e totalizzante. Divorato dalle dipendenze e dall’autodistruzione, subì uno sfratto esecutivo che portò alla dispersione e alla distruzione di gran parte delle sue partiture, gettate letteralmente sul marciapiede della East Village. È morto in totale isolamento e indigenza nel 1990, e il mondo si è accorto della sua scomparsa solo otto mesi dopo. Oggi, grazie a un meticoloso lavoro di restauro filologico delle poche registrazioni superstiti, Eastman viene finalmente riconosciuto per ciò che era: un gigante eretico che ha pagato con l’oblio il prezzo di una libertà estetica troppo assoluta per il suo tempo. TRACKLISTING: Julius Eastman’s spoken introduction to the Northwestern University concert/ Eight songs for a mad king / Stay on it / Femenine – All changing / Evil nigger / Travelling / The holy presence of Joan D’Arc / Femenine – Prime / Joy boy Altre Informazioni
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Father & Sons 387 – Captain Beefheart
Abissale, urticante, sciamanico: calarsi nell’universo di Don Van Vliet, alias Captain Beefheart, significa accettare il naufragio di ogni certezza formale per esplorare il cubismo applicato alla materia rock. Viene sezionata la parabola di un genio primitivo che ha disintegrato il blues rurale del Delta per ricombinarlo con l’urgenza del free jazz, trasformando la poliritmia in una rischiosa architettura del caos. Al centro di questo Big Bang estetico pulsa l’asse magnetico e conflittuale con Frank Zappa, compagno di scorribande adolescenziali nel deserto del Mojave a base di r&b oscuro e visioni d’avanguardia. Zappa, il geometra ossessivo della partitura, fu l’unico a comprendere e incanalare la potenza anarchica del Capitano, offrendogli i mezzi per registrare i suoi deliri sonori e assecondando una visione che sfidava le leggi stesse della fisica acustica. La cifra stilistica di Beefheart risiede proprio in questo totale disallineamento: chitarre deragliate che viaggiano su tempi dispari, linee di basso sradicate dal groove tradizionale e una voce da baritono fangoso capace di coprire quattro ottave, spesso registrata a cappella ignorando la traccia strumentale. Non si trattava di improvvisazione, ma di un rigore brutale e primitivo, ottenuto costringendo la sua Magic Band a prove estenuanti per tradurre in note frammenti di pianoforte astratti e intuizioni visive. Senza questo espressionismo sonoro e la sua poesia ecologista e allucinata, l’evoluzione del post-punk, del noise e del rock alternativo avrebbe traiettorie completamente diverse. Un viaggio denso e ravvicinato per comprendere l’uomo che ha dimostrato al mondo come la struttura più complessa possa nascere dalla più pura e viscerale anarchia. TRACKLISTING: Her eyes are blue a million miles – Diddy wah diddy (Bo Diddley cover) – Electricity – Trust us – Hair pie _ Pachuco cadaver – When Big Joan sets up – Flash Gordon’s ape – Big eyed beans from Venus – Further than we’ve gone – Muffin man (live with Frank Zappa) – Bat chain puller – Ice cream for crow – Sure ‘nuff ‘n yes i do Altre Informazioni
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Father & Sons 385 – Perigeo
I Perigeo rappresentano una delle anomalie più colte, felici e tecnicamente folgoranti della musica italiana degli anni ’70. In un panorama nazionale dominato dal progressive rock sinfonico, la creatura di Giovanni Tommaso scelse una via radicalmente diversa, ponendosi come il ponte ideale tra la fusion elettrica d’oltreoceano e un lirismo tipicamente europeo e mediterraneo.Nata nel 1972, la band non si limitò a ricalcare la rivoluzione elettrica di Miles Davis o dei Weather Report. L’eleganza dei Perigeo risiedeva in un perfetto equilibrio geometrico, garantito da una formazione di solisti straordinari: oltre al basso pulsante di Tommaso, la chitarra spigolosa di Tony Sidney, le tastiere avanguardistiche di Franco D’Andrea, il sassofono geometrico di Claudio Fasoli e il drumming poliritmico di Bruno Biriaco.Il cuore della loro proposta artistica, evidente in capolavori come Azimut (1972) e Abbiamo tutti un blues da piangere (1973), si fondava su un interplay democratico e paritetico. Non c’era un leader a catalizzare l’attenzione; c’era invece un dialogo costante in cui i temi venivano continuamente decostruiti dalla sezione ritmica. Le strutture complesse, mutuate dal jazz modale, mantenevano sempre un impatto viscerale e una dinamica rock, senza mai sfociare nel virtuosismo fine a se stesso. Anche nei momenti di massima spinta esecutiva, la loro musica manteneva un’incredibile pulizia e una gestione dello spazio sonoro che confinava con la musica colta contemporanea.I Perigeo hanno dimostrato che la complessità poteva coesistere con la fluidità, creando una terza via stilistica che ha ridefinito i confini tra generi. Oggi la critica li riconosce unanimemente come il vertice assoluto del jazz-rock europeo, un laboratorio di rigorosa ricerca sonora che rimane un unicum irripetibile nella nostra storia musicale. TRACKLISTING: Azimut – Posto di non so dove – Grandangolo – Abbiamo tutti un blues da piangere – Via Beato Angelico – Acoustic image – Il lungo film – Questa donna – A mano a mano (live con Rino Gaetano) 36° parallelo Altre Informazioni
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Father & Sons 384 – Prefab Sprout
Definire l’eleganza di Paddy McAloon significa parlare di un artigianato che non ha eguali nel pop contemporaneo. Con i Prefab Sprout, McAloon ha trasformato la forma-canzone in un’architettura sofisticata, dove l’ispirazione colta del “Brill Building Sound” incontra una sensibilità melodica quasi ultraterrena. La sua cifra stilistica risiede nella capacità di nascondere una complessità armonica sbalorditiva dietro una superficie di apparente immediatezza. Grazie anche alla produzione visionaria di Thomas Dolby, brani come quelli di Steve McQueen o Jordan: The Comeback sono diventati paradigmi di un suono cristallino, capace di bilanciare l’emozione pura con un’ironia intellettuale mai banale. McAloon non ha mai cercato il facile consenso, preferendo muoversi come un eremita del suono, un teorico della melodia che scrive saggi sull’amore e sulla vita attraverso testi metalinguistici. Oggi, la sua eredità resta un baluardo per chi crede nel pop come “arte alta”: una musica che non si esaurisce al primo ascolto, ma continua a svelare strati di bellezza e intelligenza a ogni passaggio. TRACKLISTING: Appetite – Cue fanfare – When love breaks down – Goodbye Lucille #1 – Nightingales – The world awake – We let the stars go – Andromeda heights – Cowboy dreams – I trawl the megahertz – Let there be music – The best jewel thief in the world – Bonny Altre Informazioni
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Father & Sons 383 – Charlemagne Palestine
Figura cardine dell’avanguardia, Charlemagne Palestine trascende l’etichetta di minimalista per abbracciare un “massimalismo” sonoro che trasforma il pianoforte Bösendorfer in un generatore alchemico di onde stazionarie. Attraverso la sua celebre tecnica dello strumming ( un’iterazione percussiva e ossessiva ai limiti della resistenza fisica) Palestine eccita i Golden Overtones, portando lo strumento a una saturazione tale da evocare spettri armonici e frequenze di battimento che fluttuano oltre la nota fisica, saturando lo spazio psicoacustico. Dalle giovanili esperienze delle campane alle modulazioni analogiche del Buchla, la sua Body Music si configura come un rito sciamanico popolato da totem di peluche e vapori di cognac, dove il suono smette di essere narrazione per farsi evento materico assoluto. Precursore del drone moderno dei Sunn O))) e della noise più stratificata, Palestine abita la soglia tra performance e ascesi, convertendo la vibrazione acustica in una presenza architettonica e trascendentale che annulla il tempo lineare a favore di un’iper-sonorità totale. TRACKLISTING: Chassidic etudes 5 – Bells – Three Fifths – Strumming for Bosendorfer piano – Schlongo!!!daLUVdrone – Timbral assault – Schlingen / Blangen – Untitled 3 ( with Pan Sonic) – Cataclisma 2 Altre Informazioni
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