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Io so' io e voi nun siete un...

Del rapporto patologico di noi italiani col potere e di come un po' di Lean, Agile e Psicologia potrebbero aiutarci. Si chiama "Io so' io e voi nun siete..." perché ritengo che il Marchese del Grillo racconti tanto di noi. Infatti "Non ho paura del Marchese del Grillo in sé, ma del Marchese del Grillo in me", per parafrasare il grande Giorgio Gaber.

  1. 10

    Io so' io e voi nun siete... Trailer

    In vent’anni da consulente ho visto cose che non potevo immaginare: direttori che si odiano ma fingono armonia, Yes Man allevati come bestiame, manager che definiscono collaborazione quello che gli altri sentono paura, leader che chiamano i colleghi i miei sottoposti o anche riporti come se fossero dei labrador, specialisti amputati del proprio assistente personale che contestano il demansionamento; in generale, ho visto aziende dove il cliente più importante è il capo. Sono passati 50 anni dal primo film di Fantozzi, ma in molti casi non abbiamo progredito nell’interpretazione moderna di un’organizzazione votata al cliente, in qualche caso siamo tornati pure indietro all’epoca del marchese del grillo perché qualche leader in azienda la pensa ancora come lui: “Io so’ io e voi nun siete…” è un podcast sul rapporto patologico di noi italiani col potere. Non ci troverete dentro solo disperazione per la nostra infausta condizione, ma anche qualche soluzione grazie alle lezioni che ci hanno dato le neuroscienze, la filosofia, la storia, la psicologia e, soprattutto, due approcci, tanto famosi quanto male interpretati: l’organizzazione snella e quella agile. Provo a raccontarveli io, Alessandro Valdina, nelle mie confessioni di consulente di organizzazione aziendale. Anonimato garantito

  2. 9

    #10 Dritto nei denti

    "Su questo ci torniamo”. “Non so se è una priorità in questo momento". “Idea fantastica, ma per il momento mettiamola un attimo nel parcheggio”. Quante volte vi hanno detto di no senza dirvelo davvero? In questa puntata parto da una targhetta sui finestrini dei treni (grazie a un monologo geniale di Gioele Dix) per arrivare a un tema molto meno innocuo: lo svuotamento del linguaggio nelle organizzazioni. Quando la diplomazia smette di proteggere le relazioni e inizia solo a nascondere le intenzioni, la comunicazione diventa passivo-aggressiva. E lì aumenta il nostro tempo e la nostra energia per capire che diavolo volesse dirmi l'altro.Dentro la puntata ci sono un po' di riferimenti a libri e film che ho amato molto: la “Mappa delle culture” di Erin Meyer, il modello dell’assertività di Smith e Alberti, gli studi di Amy Edmondson sulla sicurezza psicologica nelle squadre, una scena chirurgica dal fim Spencer (2021) su Diana che spiega meglio di mille teorie che cosa si "rompe" in noi esseri umani quando la forma prende il sopravvento sulla sostanza.È una critica all’eccesso di cortesia, quando diventa un modo elegante per non prendersi la responsabilità di dire quello che pensiamo, di dire quello che serve.Si trasforma in ipocrisia. Se lavorate in aziende con troppa politica, probabilmente sapete meglio di me di che cosa sto parlando.Tracce dei contributi audioGioele Dix - La targhetta dei finestrini del trenoSpencer (2021) - La scena di Carlo e Diana attorno al biliardo

  3. 8

    #9 Dio perdona loro

    “Vorrei ringraziare tutto il team che mi ha supportato ma soprattutto sopportato”. Se avessi ricevuto un euro per ogni volta che ho sentito questa frase ai discorsi aziendali, oggi scriverei questo podcast dalla Terrazza Martini guardando il Duomo. Ogni volta che parte questo incipit, però, mi si drizzano le antenne: è il segnale che stiamo entrando nella terra di nessuno delle parole che non significano più nulla. Una specie di liturgia aziendale: non comunichi, ti riconosci nella tribù. Quindi in questa puntata do sfogo alla mia penna per prendermela con chi dice "fissare" per aggiustare, "applicare" per candidarsi, "consistente" per coerente... Alcuni sono anche miei amici, a cui voglio bene. Ma oltre a risultare affettati - magari non lo sanno - contribuiscono alla liturgia: e le liturgie servono a farci sentire parte di qualcosa, e per farlo ci chiedono di smettere di pensare. Ed è pericoloso, non credete?

  4. 7

    #8 Gianni Agnelli non ne aveva capito una beata mazza

    Miglioramento continuo sospeso per preparare l’audit delmiglioramento continuo.No, non è una supercazzola, l’ho sentito dire davvero. Qualche anno fa, in uno stabilimento di compressori: tutte le attività di miglioramento furono bloccate per mesi per “mettere a posto le carte” in vista dell’audit World ClassManufacturing. L’obiettivo? Prendere almeno la medaglia d’argento, altrimenti ci chiudono. Lo stabilimento ha chiuso lo stesso. Non per il WCM, ma per ragioni economiche e politiche globali. Il WCM, semmai, servì a tirarla lunga.In ogni caso:le certificazioni che correlano con la qualità ma non lacausanogli standard che migliorano l’efficienza a breve ma uccidonol’apprendimentogli audit che producono documenti, non comportamentiLe medaglie non sostituiscono la responsabilitàDue secoli e mezzo fa Kant l’aveva già spiegatomeglio di noi: la legge morale non viene dall’esterno, ma da dentro e vale anche per le organizzazioni. Se la qualità esiste solo quando arriva l’auditor, è un'altra cosa, è teatro.È un articolo lungo, argomentato, referenziato, figlio dellamia esperienza e di un po’ di letture. E’ la sintesi di quello che alla fine ho capito dopo tanti anni nelle aziende. È la puntata di cui vado più “orgoglione”. Se la condivideste, fareste un favore a me ma anche all’umanità :-DPer capire che cosa c’entri il “povero” Agnelli dovetearrivare alla fine, vi avviso.Poi non si dica che non ve l’abbia detto: l'ascolto potrebbedare molto fastidio a chi vive di bollini, persone di cui ho rispetto perché chi sono io per giudicare, “tengo famiglia pur’ io”.  Ma davvero i bollini non fanno per me, li tollerosolo per l’autostrada svizzera quando dicono agli altri che ho pagato e all’Esselunga così poi ci ritiro i piatti.

  5. 6

    #7 Severo ma giusto (parte 2)

    Carichi di lavoro, KPI, obiettivi e premi. In questi anni ne ho viste di ogni e dedico a loro questa 7ª puntataDentro ci troverete:- Perché l’equità non è una questione di etica ma di efficacia organizzativa- Che cosa succede quando gli obiettivi sono individuali ma i risultati sono interdipendenti- Perché l’iniquità è uno spreco enorme a livello proprio industriale(e soprattutto)- Perché ogni tentativo di migliorare questi sistemi viene spesso sabotato dal puntacazzista* di turno, quello che vi spiega che “in realtà è più complesso di così”*Scusate, la caduta di stile ma non esiste parola più efficace di questa

  6. 5

    #6 Severo ma giusto (parte 1)

    Complicarsi la vita da soli e poi spacciarla per complessità. Questo ritornello l'ho visto più volte nella mia vita da consulente, giustamente chiamato a dare uno sguardo nuovo e fresco per capire che cosa togliere, più che cosa aggiungere. A volte però “l’ufficio complicazioni cose semplici” è funzionale a una leadership non troppo equa coisuoi collaboratori, che pratica qualche favoritismo di cui "sarebbe meglio non si sapesse troppo in giro". Ma questo va parecchio in contrasto con le organizzazioni lean e agili che si basano sulla condivisione delle informazioni. Nei casi più gravi la chiamiamo "mafia", quando vogliamo essere sofisticati "economia basata sulle relazioni". In ogni caso l'effetto a "chi sta sotto" è ridurre il coinvolgimento e convogliare le proprie risorse di collaboratore verso le relazioni interne, qualcosa a cui il cliente finale dà valore il giusto, per non dire una fava. In questa 6° puntata della newsletter e del podcast parto dal caso della pianificazione dei turni di alcuni medici in un ospedale pubblico per spiegare che forse “non siamo furbi” come crediamo di essere perché a un certo punto qualcuno se ne accorge e se può andare se ne va, magari in Svizzera.

  7. 4

    #2 Che bella recita

    Quando la prima linea fa finta di essere d'accordo di fronte al direttorissimo ma poi si scanna appena va via e in presenza dei collaboratori: quella prima linea non sa che danni che fa al morale della truppa

  8. 3

    #5 Per la creatività servono metodo e libertà. La gerarchia meno

    C'è ancora chi chiama i collaboratori "sottoposti" o "riporti". E più spesso di quello che si crede. Vi provo a offrire un viaggio nei modelli organizzativi più rilevanti come Fordismo, Toyotismo e Agile per ragionare su questo tema: la gerarchia è uno strumento utile a ottenere efficienza ed eventualmente velocità di esecuzione, ma, non solo nella mia esperienza, inibisce spesso l'innovazione di prodotti, processi e servizi. Accade perché la gerarchia responsabilizzando solo alcuni - tra cui qualche leader non esattamente servile - deresponsabilizza tutti gli altri: oggi, che siamo alla disperata ricerca del bisogno e della soluzione rilevante per cliente, abbiamo bisogno di efficacia prima che ancora che di efficienza. Quella facciamola fare all'AI, se ci riusciamo.

  9. 2

    #4 Alienazione o collaborazione? Mentori e aziende ai tempi dell’AI

    Spesso lavoro in aziende in cui "i vecchi" si tengono il mestiere e solo attraverso "la violenza" riusciamo a estrarla per darla ai giovani. Oggi questo è molto più facile con l'aiuto dell'onnipresente AI. Ma questa estrazione di valore, secondo me è meglio stringere una collaborazione di lungo periodo tra capitale e lavoro perché non vorremmo fare la fine dei polli che si mettono nel forno da soli

  10. 1

    #3 Quando gli Yes Man proliferano

    Antidoti organizzativi e individuali a questo veleno

  11. 0

    #1 L'estinzione dei delfini

    In questo debutto, racconto la nostra straordinaria incapacità di costruire la leadership futura, nel trovare un delfino, svilupparlo e cedergli il posto. Il mare. Senza lasciarlo nel delfinario.

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Alessandro Valdina, giornalista e consulente di organizzazione aziendale

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