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La Sveglia di Giulio Cavalli

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La Sveglia di Giulio Cavalli

Dal lunedì' al venerdì, ogni mattina, la sveglia per il quotidiano La Notizia. E poi le letture. E tutto quello che ci viene in mente.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  1. 1000

    Occhi su Gaza, diario di bordo #196

    Domenica 26 aprile, sessanta imbarcazioni della Global Sumud Flotilla lasciano Augusta, in Sicilia, con attivisti di più nazionalità e con carichi di prima necessità. La nave Arctic Sunrise di Greenpeace garantisce il supporto tecnico. Destinazione Gaza, per sfidare il blocco navale israeliano. La risposta della Commissione europea arriva il 27 aprile a Bruxelles. La portavoce Eva Hrncirova usa una formula che merita lettura: «Pur rispettando l'impegno umanitario di tutte le persone a bordo della Flotilla, scoraggiamo questo tipo di consegne perché mettono a rischio la sicurezza dei partecipanti». Il diritto di navigazione in acque internazionali va rispettato. La Commissione chiede «costantemente un accesso senza ostacoli» per gli aiuti a Gaza. Si tratta di contraddizione strutturale. Bruxelles vuole accesso senza ostacoli e scoraggia l'unica azione civile che tenta di forzare quell'ostacolo. Il blocco navale israeliano non viene nominato come problema: il problema, nella formula ufficiale, sono i rischi per i partecipanti. La sicurezza di chi sfida il blocco, non il blocco. Questa è la grammatica diplomatica europea applicata a Gaza: solidarietà all'intenzione, scoraggiamento dell'azione, rinvio al dialogo con lo Stato che impone il blocco. Una formula che non produce pressione né accesso. Il carico dell'ong Music for Peace per la missione precedente è bloccato in Giordania da sei mesi per veto israeliano. Il 27 aprile, mentre la Flotilla naviga verso la Grecia, le forze israeliane uccidono quattro palestinesi nella Striscia: due uomini al Kuwait Roundabout a Gaza City, uno vicino alla moschea Saqqa, una donna quarantenne a Khan Younis. Lo riportano gli ospedali Shifa e Nasser. Dall'ottobre 2025, secondo OCHA, i morti nel cessate il fuoco sono già 786: 226 bambini, 179 donne. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  2. 999

    Occhi su Gaza, diario di bordo #195

    La giuria della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia ha messo per iscritto quanto i tribunali internazionali hanno già stabilito. Il 23 aprile, la presidente Solange Farkas e le altre componenti hanno dichiarato che "si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l'umanità dalla Corte Penale Internazionale". Il Leone d'Oro e il Leone d'Argento, cerimonia il 9 maggio, non potranno andare né alla Russia né a Israele. Il mandato d'arresto della CPI contro Netanyahu è del novembre 2024. Da allora ha prodotto effetti in ambiti sempre più distanti dalle aule di giustizia. Una giuria culturale italiana, in piena autonomia, ha stabilito che quel mandato vincola anche le valutazioni estetiche. La Biennale si è limitata a precisare che la giuria "opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio nell'esercizio delle sue funzioni": né approvazione né sconfessione, solo la presa d'atto di una distanza. Nel 2024 il padiglione israeliano era stato chiuso all'inaugurazione da Ruth Patir. Partecipa, espone, ma non concorre. La distinzione è netta: non è l'artista ad essere escluso, è lo Stato che lo rappresenta a diventare ineleggibile finché Netanyahu risponde all'Aja di crimini contro l'umanità. La Global Sumud Flotilla — 63 imbarcazioni partite stamani da Siracusa — naviga verso Gaza. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, ha dichiarato ieri: «A Gaza non è cambiato niente dall'anno scorso, eppure ci dicono che va tutto bene». Anche la dichiarazione della giuria veneziana dice altro. I leader accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini contro l'umanità sono "attualmente" tali — non in astratto, non a titolo storico, ma adesso — nel momento stesso in cui si assegnano i premi. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  3. 998

    Occhi su Gaza, diario di bordo #194

    Mercoledì sera, vicino alla moschea di Al-Qassam a Beit Lahia, nel nord della Striscia, un drone israeliano ha colpito un gruppo di civili. Cinque morti. Tre erano bambini. I corpi sono stati portati all'ospedale Al-Shifa di Gaza City. Ieri mattina, altri tre morti in un attacco a un'auto all'ingresso del campo profughi di Maghazi. Il Ministero della Salute di Gaza comunica: 6 morti e 18 feriti nelle ultime 24 ore. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 è formalmente in vigore. Da quella data sono stati uccisi più di 800 palestinesi. Cinque organizzazioni umanitarie internazionali — tra cui Oxfam e Save the Children — hanno scritto la settimana scorsa che il piano sta fallendo su tutti gli obiettivi dichiarati. Ormai sono aggiornamenti, non sono nemmeno più notizie. Che è peggio. Il governo italiano sa. Non è un sospetto: lo sa. Il deputato Marco Grimaldi (AVS) ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI). Tajani ha risposto ammettendo che gli aiuti umanitari donati dagli italiani — raccolti da "Music for Peace", consegnati a "Food for Gaza" — sono fermi in Giordania. Non in transito: fermi. Il governo non li sblocca, non interviene, non pretende. Grimaldi lo ha detto ieri alla Camera: «La risposta a chi chiede perché la Flotilla riparte è nella complicità del nostro governo con quello di Israele». Oggi alle 10.00, la flotta salpa verso Gaza: oltre 50 imbarcazioni, circa 500 persone da decine di Paesi. Parte dall'Italia perché le istituzioni non fanno quello che cento barche di civili cercano di fare. Il portavoce ONU Stéphane Dujarric, interrogato sulle scuse di Netanyahu per la profanazione di una statua di Gesù e sul silenzio israeliano rispetto alle moschee rase al suolo a Gaza, ha risposto: «Lascio a te trarre i parallelismi o l'ironia». Era la frase più dura che un portavoce ONU potesse pronunciare. Un atto d'accusa nascosto dentro una domanda retorica. Oggi è la vigilia del 25 Aprile, la Liberazione. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  4. 997

    Occhi su Gaza, diario di bordo #193

    Il Consiglio Affari Esteri dell'UE ha chiuso il 21 aprile a Lussemburgo senza alcuna misura contro Israele. Nessun voto, nessuna sospensione dell'Accordo di Associazione del 2000. Kaja Kallas: «Non abbiamo visto un accordo politico, ma le discussioni continueranno». Spagna, Irlanda e Slovenia chiedevano la sospensione totale. Germania e Italia si sono opposte. Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International, ha definito la decisione «un fallimento morale» che «resterà come un capitolo vergognoso nella storia dell'UE». Un milione di europei aveva firmato la petizione. Settantacinque ONG e quattrocento ex diplomatici avevano chiesto la stessa cosa. Nessun esito. Lo scarto italiano è documentabile. Il governo Meloni ha sospeso a marzo il memorandum di cooperazione militare con Israele. Quello stesso governo, a Lussemburgo, ha bloccato l'unico strumento multilaterale disponibile. Albares: «L'Unione Europea deve dire oggi con chiarezza a Israele che è necessario un cambiamento». Wadephul, per Berlino: la proposta era «inappropriata». Dal cessate il fuoco di ottobre 2025, oltre 740 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia. Il West Bank Protection Consortium — guidato dal Norwegian Refugee Council — ha pubblicato Sexual Violence and Forcible Transfer in the West Bank: sedici casi di violenza sessuale in Area C della Cisgiordania occupata, attribuiti a soldati e coloni israeliani, su 83 interviste. Cinque soldati della Force 100, accusati di aggressione sessuale su un detenuto a Sde Teiman, erano stati reintegrati la settimana precedente, dopo l'archiviazione. Amnesty International: «Un altro capitolo inconcepibile nell'impunità strutturale del sistema legale israeliano». Flotilla Sumud: la nave arriva oggi in Sicilia. Domani 24 aprile salpa da Siracusa verso Gaza. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  5. 996

    Occhi su Gaza, diario di bordo #192

    Il Board of Peace di Donald Trump ha un prezzo d'ingresso: un miliardo di dollari per un seggio permanente. Lo statuto è stato firmato il 22 gennaio 2026 a Davos, alla presenza di una ventina di Paesi. L'accesso è su invito del presidente, la leadership a vita. L'organismo non ha mandato ONU né rappresentanza palestinese. Il Financial Times ha rivelato il 21 aprile che rappresentanti del Board hanno avuto colloqui con DP World, colosso logistico di Stato di Dubai, per affidarle le catene di approvvigionamento nella Striscia: magazzini, tracciamento, sicurezza, porto a Gaza o sulla costa egiziana, zona franca. Una bozza citata dal giornale descrive un «sistema di catena di approvvigionamento sicuro e tracciabile». Tre le fonti citate. Un portavoce di DP World ha dichiarato di non essere a conoscenza di trattative. La Casa Bianca non ha risposto. Lo stesso giorno Unione Europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale hanno pubblicato la Rapid Damage and Needs Assessment: servono 71,4 miliardi di dollari per la ripresa nel decennio, 26,3 nei soli primi diciotto mesi. Oltre 371.000 abitazioni distrutte, ospedali per metà fuori servizio, economia contratta dell'ottantaquattro per cento. Il rapporto prescrive che la ricostruzione «sia guidata dai palestinesi» con trasferimento della governance all'Autorità palestinese. I due documenti non si parlano. Il Board of Peace progetta un «ecosistema economico guidato dal porto» con piattaforme commerciali private emiratine e zone franche. Il rapporto ONU-UE chiede libertà di movimento, finanza trasparente, governance responsabile verso i palestinesi. Nessun finanziamento promesso si è ancora materializzato. Dal cessate il fuoco di ottobre, le forze israeliane hanno ucciso 776 palestinesi, secondo il ministero della Salute di Gaza. La flotta verso Gaza? Oggi ad Augusta è in corso il carico: circa 55 barche al porto Xiphonia nel Siracusano attendono le ultime arrivate dalla Spagna. Il 23 aprile la flotta confluirà a Siracusa. La partenza verso Gaza è fissata per il 24 aprile. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  6. 995

    Occhi su Gaza, diario di bordo #191

    A Bruxelles, il 20 aprile 2026, l'Unione Europea ha co-presieduto la ministeriale della Global Alliance per la soluzione a due Stati. Dubravka Šuica ha presentato la Rapid Damage and Needs Assessment: per ricostruire Gaza, con 1,9 milioni di sfollati, servono 71,4 miliardi di dollari. Da ottobre 2025, le forze israeliane hanno ucciso oltre 760 palestinesi nonostante il cessate il fuoco, secondo il ministero della Salute di Gaza. La conferenza parla di fase post-bellica. La fase bellica è in corso. L'Alto Commissario ONU Volker Türk ha scritto il 10 aprile che i bombardamenti «riflettono un disprezzo continuo per le vite palestinesi, reso possibile da un'impunità dilagante». Il premier palestinese Mohammad Mustafa ha dichiarato che la stabilizzazione richiede «una sola struttura di sicurezza, una sola legge, una sola arma» e il ritiro israeliano da Gaza. Nello stesso palazzo la Global Sumud Flotilla apriva il congresso parlamentare con la Dichiarazione per un corridoio marittimo ONU. Due conferenze, stesso giorno: una discute il futuro di Gaza, l'altra chiede di arrivarci. Il 19 aprile il Tribunale di Gerusalemme ha accolto la richiesta di Netanyahu di annullare la deposizione nel processo per corruzione. L'avvocato ha citato ragioni «di sicurezza e diplomatiche». La Procura aveva già obiettato. Era sospeso da febbraio per l'Iran, prima rinviato per Gaza, poi per il Libano. Hamas si è detto disponibile a cedere le armi di polizia interna, migliaia di fucili automatici, ma non i razzi. Due funzionari lo hanno riferito al New York Times il 20 aprile. Israele e Stati Uniti chiedono il disarmo totale. Flotte Sumud, Le imbarcazioni sono in rotta verso Siracusa. Il 21 aprile è previsto il carico degli aiuti al porto di Augusta. La partenza verso Gaza è fissata al 24 aprile. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  7. 994

    Occhi su Gaza, diario di bordo #190

    Novecento giorni. Nessun giornalista straniero è entrato a Gaza in modo indipendente dall'ottobre 2023. Il 13 aprile, la Foreign Press Association in Israele — che rappresenta giornalisti di 130 testate — ha depositato una mozione d'urgenza alla Corte Suprema per anticipare la decisione sul divieto. La risposta: nuova proroga. Scadenza al 24 maggio. La nona. Il governo israeliano presenta le memorie come materiale classificato, inaccessibile alla FPA e ai suoi legali. La FPA non può replicare ad argomenti che non conosce. «I rinvii hanno reso ridicolo il processo legale», ha dichiarato Tania Kraemer, presidente della FPA. «È ora che i giudici mettano fine a tutto questo.» Si sono uniti come amici della corte il CPJ, RSF e l'Unione dei giornalisti in Israele. Le ragioni del divieto si sono aggiornate: prima i combattimenti, poi gli ostaggi, infine la guerra con l'Iran. Thibaut Bruttin, direttore generale di RSF, ha scritto che il governo punta a posticipare «l'ingresso dei reporter» perché sa che una sentenza favorevole cambierebbe l'opinione pubblica mondiale. Oltre 220 giornalisti palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Almeno 70, secondo RSF, erano stati identificati come obiettivi. Il 16 aprile Ciriani ha confermato alla Camera la sospensione del rinnovo del memorandum di cooperazione militare con Israele. La lettera è stata inviata da Crosetto a Israel Katz il 13 aprile. Il testo non è pubblico. Il deputato M5S Pellegrini ha depositato richiesta formale per accedervi in Commissione Difesa. Ieri le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono salpate da Barcellona verso la Sicilia, con Open Arms e la Arctic Sunrise di Greenpeace. Partenza per Gaza il 24 aprile da Siracusa. «Il buio di Gaza non è un effetto collaterale», ha scritto il CPJ il 13 aprile. «È una scelta.» #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  8. 993

    Occhi su Gaza, diario di bordo #189

    La Procura di Roma ha aperto un'indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: «È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto.» Arturo Scotto, deputato del PD, lo ha definito «un fatto rilevante». Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent'anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell'esecutivo. La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l'azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione «arriva con settantamila morti di ritardo». Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: «Non c'è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell'accordo». La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria. L'indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L'Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent'anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  9. 992

    Occhi su Gaza, diario di bordo #188

    Ieri mattina i bambini di Umm al-Khair, a Masafer Yatta, Cisgiordania occupata, tornavano a scuola per la prima volta dopo quarantaquattro giorni. Le lezioni erano sospese dal 28 febbraio, data di inizio delle operazioni statunitensi e israeliane contro l'Iran. Durante la notte i coloni di Carmel avevano steso filo spinato sull'unica strada che porta alle aule. Si sono seduti davanti al filo spinato e hanno tenuto lezione all'aperto. Le forze israeliane hanno sparato granate lacrimogene e stordenti. Sarah Al-Hathaleen, dodici anni, ha detto ad AFP: «Mi hanno lanciato una granata. Ho avuto paura e sono corsa via. Ho cominciato a piangere.» Rashid Al-Hathaleen, undici anni: «Stanotte eravamo eccitatissimi per la scuola. Gli israeliani hanno chiuso la strada con il filo spinato. Vogliamo tornare a scuola.» L'esercito israeliano ha comunicato ad AFP di aver «disperso un raduno insolito di palestinesi», precisando che «non sono stati riportati feriti». Le riprese di AFP documentano il lancio dei candelotti. La formula trasforma bambini seduti in soggetti da disperdere. Bassam Jabr, direttore dell'istruzione di Masafer Yatta, ha dichiarato: «I coloni cercano di stringerci il nodo al collo in ogni modo. Uno di questi metodi è tagliare la strada agli studenti mentre espandono l'insediamento.» Nella Cisgiordania occupata vivono oltre cinquecentomila israeliani in insediamenti che il diritto internazionale definisce illegali. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile: settanta imbarcazioni, tremila partecipanti da cento paesi, il doppio della flotta intercettata nel settembre 2025. Il portavoce Pablo Castilla ha dichiarato che l'attenzione internazionale su Gaza è calata dall'inizio della guerra all'Iran. L'esercito israeliano ha scritto: «non sono stati riportati feriti». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  10. 991

    Occhi su Gaza, diario di bordo #187

    Ieri mattina il CENTCOM — U.S. Central Command — ha annunciato il blocco navale di tutti i porti iraniani, in vigore dalle dieci EDT. Il comunicato recita: "sarà applicato imparzialmente alle navi di tutte le nazioni". La parola scelta è "blocco". La stessa parola che Israele applica a Gaza dal 2009: sedici anni di chiusura che la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del luglio 2024, ha inserito nel quadro di un'occupazione dichiarata illegale dal diritto internazionale. Il 7 aprile ne è la prova. Al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, l'ambasciatore americano Mike Waltz ha condannato il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz perché "impedisce l'accesso di aiuti medici e forniture alle crisi umanitarie in Congo, Sudan e Gaza". Gaza nominata come vittima di un blocco da un Paese alleato di quello che la blocca per via navale da sedici anni. Nella stessa settimana, secondo i dati del ministero della salute di Gaza, i morti dall'inizio del "cessate il fuoco" dell'ottobre 2025 hanno superato 738 unità. Ieri, un raid aereo israeliano ha ucciso almeno tre palestinesi nel quartiere di Al Mazraa, a Deir al-Balah, nella Striscia centrale: lo ha comunicato l'ospedale dei martiri di Al-Aqsa. La Global Sumud Flottilla è in mare per rompere esattamente quel blocco. Domenica la nave madre ha lasciato Barcellona, per ricongiungersi con circa cento imbarcazioni in rotta da Italia e Grecia. La street artist Laika ha dipinto sullo scafo Hind Rajab, uccisa da 355 colpi di artiglieria, e Ritaj Rihan, 9 anni, freddata mentre studiava con i compagni di classe. Sotto di loro, la rotta. Due blocchi, una parola, standard opposti. L'ambasciatore Waltz ha concluso: «Nessuno dovrebbe tollerarlo. Stanno tenendo in ostaggio l'economia mondiale a mano armata». Si riferiva a Teheran. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  11. 990

    Occhi su Gaza, diario di bordo #186

    Il cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Ieri erano esattamente sei mesi. Il documento esiste: venti punti, mediato da Egitto, Qatar e Turchia, sottoscritto da trenta paesi con la firma degli Stati Uniti. Nelle cronache e nelle analisi internazionali, la parola "ceasefire" compare da mesi tra virgolette. Non è una scelta tipografica. Il Government Media Office di Gaza ha registrato 2.073 violazioni tra il 10 ottobre 2025 e il 18 marzo 2026: 973 bombardamenti, 750 sparatorie contro civili, 87 incursioni in aree residenziali oltre la Yellow Line, 263 demolizioni di proprietà, 50 detenzioni. Nel solo periodo dell'offensiva su Iran — tra il 28 febbraio e l'8 aprile — Israele ha attaccato Gaza in 36 dei 40 giorni. Lo certifica Al Jazeera il 9 aprile. I morti dall'entrata in vigore della tregua ammontano ad almeno 738. Il totale dall'ottobre 2023 ha superato 72.315, secondo il ministero della Salute di Gaza. L'accordo prevedeva l'ingresso di 23.400 camion di aiuti nel periodo dell'offensiva su Iran. Ne sono entrati 4.999: meno di un quinto. Le evacuazioni mediche pattuite: 7.800. Autorizzate: 625, l'otto per cento. Il 6 aprile le forze israeliane hanno aperto il fuoco su un veicolo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità nell'est di Khan Younis, uccidendo il conducente Majdi Aslan, di cinquantaquattro anni. L'OMS ha sospeso le evacuazioni mediche da Gaza verso l'Egitto. L'Integrated Food Security Phase Classification certifica che il 77 per cento della popolazione di Gaza è in stato di insicurezza alimentare acuta. Il cessate il fuoco, nel testo originale prevedeva che gli aiuti completi fossero inviati immediatamente nella Striscia di Gaza. Questa frase è ancora lì, scritta. Le virgolette nelle fonti internazionali non sono una scelta tipografica. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  12. 989

    Occhi su Gaza, diario di bordo #185

    L'8 aprile 2026, Defense for Children International-Palestine ha annunciato la cessazione delle attività dopo trentacinque anni. Dal 1991 l'organizzazione documentava detenzioni, torture e uccisioni di minori palestinesi, forniva assistenza legale ai bambini fermati dall'esercito israeliano. La motivazione è scritta nel comunicato: "criminalizzazione mirata delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani da parte di Israele". Il meccanismo è stato progressivo. Nel 2021 Israele ha designato DCIP organizzazione terroristica e ha fatto irruzione nella sede di Ramallah, sottraendo computer e archivi. Nel 2025 una nuova legge ha imposto alle organizzazioni palestinesi di consegnare gli elenchi completi dei dipendenti "per escludere legami con il terrorismo"; chi rifiutava veniva bandito dall'1 gennaio 2026. L'ultimo caso pubblicato prima della chiusura riguarda Adam Sayed Saleh Beit Dahman, quindici anni, ucciso in Cisgiordania nel marzo 2026. Le forze israeliane lo hanno colpito al bacino, picchiato e tenuto fermo l'accesso all'ambulanza per trenta minuti. È morto in ospedale un'ora e mezza dopo. Nel comunicato con cui annuncia la propria fine, DCIP descrive la condizione dei bambini palestinesi: "genocidio, apartheid, occupazione militare e rapida espansione di insediamenti israeliani illegali". Ogni termine è ancorato a un sistema di documentazione costruito in trentacinque anni e smantellato da Israele. La stessa mattina, un drone israeliano ha ucciso Mohammed Wishah, corrispondente di Al Jazeera Mubasher, a Gaza City. Ore dopo il portavoce arabo dell'IDF ha ripostato su X un tweet del 2024 che descriveva Wishah come "comandante prominente" del braccio armato di Hamas. Il Gaza Government Media Office certifica 262 giornalisti uccisi nella Striscia dall'ottobre 2023. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  13. 988

    Occhi su Gaza, diario di bordo #184

    A Gaza i bambini organizzano funerali con le bambole. Fingono di sparare con le mani, cadono, fingono di essere morti. Il gioco porta il nome di «guerra» e si pratica sui muri delle case demolite, che diventano carta da disegno quando mancano quaderni e pennarelli. Lo certifica Save the Children in un comunicato dell'8 aprile: trenta mesi di violenza estrema, fame cronica e sfollamenti forzati hanno reso la violenza materiale di gioco per una generazione intera. Ahmad Alhendawi, direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Save the Children, descrive «il peso di questa guerra sui bambini» come una misura clinica, non retorica, e segnala «un grave rischio di danni psicologici permanenti». Da ottobre del 2023 l'organizzazione ha raggiunto quasi quindicimila minori a Gaza con programmi di supporto psicosociale. Non esiste una stima di quanti non siano stati raggiunti. Settecentosessanta scuole risultano distrutte o danneggiate nella Striscia. Israele, in quanto potenza occupante, ha l'obbligo giuridico di garantire i bisogni umanitari della popolazione che controlla: è quanto ricorda Save the Children richiamando il diritto internazionale umanitario, con una formulazione che vale come denuncia. L'accordo di tregua di due settimane annunciato l'8 aprile tra Stati Uniti e Iran non include Gaza. La Striscia è al centoottantesimo giorno consecutivo di violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025. Il ministero della Salute di Gaza ha contato oltre settecento morti dall'inizio di quella tregua, settantaduemila dall'ottobre 2023. «Il prezzo di un'ulteriore escalation», scrive Save the Children, «sarà misurato nelle vite e nel futuro di bambini che meritano protezione, dignità e speranza, non nelle conseguenze di un conflitto che non hanno scelto». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  14. 987

    Occhi su Gaza, diario di bordo #183

    Majdi Aslan, 54 anni, guidava un veicolo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità lungo via Salah al-Din, a est di Khan Younis, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato sui mezzi in transito. Era la mattina del 6 aprile, alle 9:15. Aslan, residente nel campo profughi di Bureij, è stato colpito alla testa. Dichiarato morto all'ospedale Al-Aqsa. Un medico dell'OMS è rimasto ferito. Sette altre persone, civili su un mezzo commerciale che precedeva il veicolo onusiano, sono state colpite nella stessa sequenza. Lo ha ricostruito il corrispondente di Al Jazeera Hani Mahmoud, presente nell'area. La conseguenza è stata immediata: l'OMS ha sospeso tutte le evacuazioni mediche da Gaza verso l'Egitto via Rafah, a tempo indeterminato. Quel corridoio — l'ultimo rimasto — è chiuso. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha scritto su X che «una persona impegnata a fornire servizi all'Organizzazione a Gaza è stata uccisa in un incidente di sicurezza». Nel comunicato inviato ad Al Jazeera, l'OMS ha definito l'accaduto un "incidente di sicurezza critico, in esame da parte delle autorità competenti", senza nominare chi ha sparato. Le autorità competenti, ha precisato, stanno conducendo un'indagine. Mentre le agenzie seguono gli attacchi su Teheran, Gaza continua. Dal cessate il fuoco raggiunto nell'ottobre 2025, il Ministero della Salute palestinese ha registrato oltre 720 persone uccise nella Striscia e quasi 2.000 ferite. Dall'ottobre 2023, secondo il rapporto UNRWA al 25 marzo 2026, i morti sono 72.265, i feriti 171.959. Il corridoio medico era l'ultimo che restava: trasportare fuori i pazienti che non potevano ricevere cure dentro. Ora è sospeso «fino a nuovo avviso», ha comunicato Tedros. Le autorità competenti stanno esaminando l'incidente. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  15. 986

    Occhi su Gaza, diario di bordo #182

    Nel maggio 2025 un drone israeliano ha colpito Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra mentre camminava lentamente, da solo, verso casa sua a Khan Younis. Aveva la paralisi cerebrale e un'andatura compromessa da un incidente infantile. L'esercito israeliano lo ha definito «sospettato di fungere da palo di avvistamento per attività militanti». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica. Sette suoi familiari erano stati uccisi in un raid precedente, tra cui il padre e quattro sorelle. Nel luglio 2024, Mohammed Bhar, 24 anni, con sindrome di Down e autismo, incapace di muoversi senza assistenza, era rimasto nell'abitazione di Shuja'iyya, quartiere di Gaza City, dove l'unità israeliana ha fatto irruzione il 3 luglio. Il cane da combattimento lo ha aggredito al petto e alla mano. I soldati lo hanno separato dalla famiglia promettendo cure mediche. Quando la famiglia ha potuto rientrare, una settimana dopo, ha trovato il corpo in decomposizione sul pavimento con un laccio emostatico al braccio. Questi non sono incidenti. Sono casi documentati in un contesto in cui le persone con disabilità non possono obbedire agli ordini di evacuazione, non possono spostarsi in tempo, non possono dimostrare la propria innocenza prima di essere colpite. L'UNRWA, nel Rapporto 215 aggiornato al 31 marzo 2026, documenta 34.251 persone con disabilità assistite psicologicamente nella Striscia dall'ottobre 2023. È la dimensione misurabile di una popolazione che il sistema militare israeliano continua a classificare, caso per caso, come minaccia. L'esercito israeliano, sulla morte di Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra, aveva dichiarato che il bersaglio era stato «identificato come terrorista in osservazione delle truppe israeliane». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica della sua paralisi cerebrale. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  16. 985

    Occhi su Gaza, diario di bordo #181

    Il 20 marzo Benjamin Netanyahu ha scritto su X: «Ancora fake news sul mio atteggiamento verso i cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele». Erano passate ventiquattr'ore dalla conferenza stampa in cui aveva dichiarato, citando lo storico Will Durant, che «la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene». Era il 19 marzo. Oggi è Giovedì Santo. Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza — unica parrocchia cattolica della Striscia di Gaza — ha stimato che dall'ottobre 2023 sono stati uccisi cinquantaquattro cristiani della comunità. La chiesa è stata colpita dal fuoco israeliano in due occasioni distinte: la prima nel dicembre 2023, quando un cecchino ha aperto il fuoco nel cortile uccidendo due donne; la seconda nel luglio 2025, quando un proiettile di un carro armato israeliano ha colpito il compound, causando morti e feriti tra i rifugiati all'interno. Padre Romanelli non si è mai mosso da Gaza. Nel compound vivono oggi circa cinquecento sfollati, in larga maggioranza musulmani. La comunità cristiana di Gaza contava settemila persone nel 2007. Nell'ottobre del 2023, alla vigilia dell'escalation, ne erano rimaste 1.017. Oggi la cifra non è verificabile: parte è morta, parte è fuggita, parte vive nel compound della Sacra Famiglia in attesa della Pasqua. Cinque scuole cristiane esistevano a Gaza prima del 7 ottobre 2023. Ne funziona una sola, quella del compound parrocchiale, con centosessanta bambini. Il Patriarcato latino di Gerusalemme la descrive come l'unica scuola cristiana ancora aperta nella Striscia. Netanyahu, su X, il 20 marzo: «i cristiani sono protetti e prosperano in Israele». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  17. 984

    Occhi su Gaza, diario di bordo #180

    Il 30 marzo la Knesset ha approvato con 62 voti contro 48 la legge che introduce la pena di morte per impiccagione dei palestinesi condannati per omicidio in Cisgiordania occupata. Il provvedimento entra in vigore tra trenta giorni. Netanyahu ha votato a favore. Ben Gvir, che ha guidato la campagna, ha stappato champagne in aula. «Abbiamo fatto la storia», ha scritto sui social. Il testo garantisce l'anonimato alle guardie carcerarie designate come esecutori e assicura loro l'immunità legale. I colloqui tra condannati e avvocati sono ridotti a videochiamate. L'esecuzione avviene entro novanta giorni dalla condanna. I tribunali militari della Cisgiordania occupata giudicano esclusivamente palestinesi: i coloni israeliani restano sotto i tribunali civili. La pena capitale è la sentenza predefinita, salvo circostanze eccezionali. L'ufficio ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati ha dichiarato il 31 marzo che la legge «rafforza la violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid». Human Rights Watch ha definito il doppio binario «tratto caratteristico dell'apartheid». Amnesty International ha collegato la norma alle assoluzioni dei soldati per gli abusi nel centro di detenzione di Sde Teiman. «Per anni abbiamo assistito a esecuzioni extragiudiziali con i responsabili che godevano di quasi totale impunità», ha dichiarato Erika Guevara-Rosas di Amnesty International. «Questa legge è il culmine di tali politiche.» Al 31 marzo 9.500 palestinesi si trovavano detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 350 minori e 73 donne. Circa la metà è in detenzione amministrativa o classificata come «combattente illegale»: nessun processo, nessuna difesa possibile. La legge non è retroattiva. Chi ucciderà domani potrà essere impiccato da un esecutore senza nome. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  18. 983

    Occhi su Gaza, diario di bordo #179

    Il giovedì scorso, nel villaggio cisgiordano di Tayasir, il fotogiornalista Cyril Theophilos stava documentando per la CNN gli attacchi di coloni israeliani contro palestinesi quando i soldati del battaglione Netzah Yehuda sono intervenuti. Uno lo ha immobilizzato con una presa al collo, lo ha gettato a terra e ha danneggiato la telecamera. Il corrispondente Jeremy Diamond e la troupe sono stati trattenuti per circa due ore. Alcuni militari hanno detto che tutti i palestinesi sono terroristi. Il Netzah Yehuda, 97° della brigata Kfir, è un reparto ultraortodosso da anni sotto osservazione per abusi in Cisgiordania occupata. Il Washington Post ha riportato domenica le conclusioni dell'inchiesta interna avviata dall'esercito israeliano. «È stato un brutto incidente che non sarebbe dovuto accadere», ha dichiarato il portavoce militare Nadav Shoshani. «Non rappresenta il modo in cui i nostri soldati dovrebbero parlare o agire.» Il capo di Stato maggiore ha sospeso il dispiegamento operativo del battaglione, che resterà in servizio di riserva sottoposto a un percorso di rafforzamento etico e professionale. La sospensione non è arrivata in seguito agli anni di rapporti sugli abusi documentati in Cisgiordania occupata. È arrivata quando la telecamera di Theophilos ha ripreso il volto di chi la stava rompendo. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha condannato nella stessa giornata le violenze di «elementi estremisti in Giudea e Samaria». Non Cisgiordania, non West Bank: Giudea e Samaria, il nome biblico che i fautori dell'annessione usano per indicare lo stesso territorio. L'ambasciatore americano Mike Huckabee ha completato la ridefinizione su X: i coloni violenti non sono «settlers» ma «unsettlers». Il territorio resta lo stesso. I nomi cambiano a seconda di chi può tenerlo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  19. 982

    Occhi su Gaza, diario di bordo #178

    La mattina del 29 marzo la polizia israeliana ha bloccato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e il Custode di Terra Santa davanti alla Basilica del Santo Sepolcro. Non potevano entrare per una Messa privata. Il Patriarcato Latino ha ricordato che dal 28 febbraio la chiesa ospitava Messe private ininterrottamente: non era chiaro perché domenica fosse diverso. La polizia ha invocato ragioni di sicurezza. Il governo italiano ha convocato l'ambasciatore israeliano. La premier Giorgia Meloni ha dichiarato che l'azione «costituisce un'offesa non solo ai credenti ma a ogni comunità che riconosce la libertà religiosa». Netanyahu ha risposto che non c'era «nessuna intenzione malevola». Sicurezza: la stessa parola usata il 24 marzo dal Comitato per la sicurezza nazionale della Knesset per approvare il disegno di legge sulla pena di morte applicata ai palestinesi. Il testo promosso da Limor Son Har-Melech del partito di Ben Gvir prevede nei tribunali militari della Cisgiordania la pena capitale obbligatoria per omicidio intenzionale, inflitta a semplice maggioranza senza che la procura la richieda, eseguita per impiccagione entro novanta giorni. I tribunali militari hanno giurisdizione esclusivamente sui palestinesi: i coloni vengono processati dai tribunali civili. Lo stesso esercito israeliano ha dichiarato che la legge viola il diritto internazionale e potrebbe esporre i comandanti a giudizi stranieri. Dodici esperti ONU hanno scritto che l'impiccagione «equivale a tortura». Amnesty ha definito le pene senza appello «crimini di guerra». Al Purim, Har-Melech si era vestita da boia. «La legge fissa un messaggio chiaro e inequivocabile», ha detto Har-Melech il 24 marzo. «Chi sceglie di uccidere ebrei perché sono ebrei perde il diritto di vivere.» #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  20. 981

    Occhi su Gaza, diario di bordo #177

    Il 25 marzo 2026, all'Istituto Universitario di Ginevra, Philippe Lazzarini ha tenuto il suo ultimo discorso da commissario generale dell'UNRWA. Le violazioni del diritto internazionale non sono una novità, ha detto. La novità è che non vengono più nascoste: «vengono rivendicate, commesse con orgoglio». Lo stesso giorno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz annunciava che le operazioni nel Libano del Sud seguiranno «il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza»: distruzione delle abitazioni, blocco dei ritorni finché il nord di Israele non sarà sicuro. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aggiungeva: «il Litani deve essere il nostro nuovo confine con il Libano». Gaza scompare dall'agenda. Younis Al-Khatib, presidente della Mezzaluna Rossa Palestinese, parlava ieri ad Acireale davanti a 59 rappresentanti del Movimento di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: «dopo l'inizio del conflitto in Iran la situazione a Gaza è peggiorata. Il mondo si sta dimenticando di Gaza». Due milioni di persone senza acqua, cibo e medicine. Il cessate il fuoco e il piano di ricostruzione non hanno fatto progressi. I dati UNRWA documentano la direzione. Dal 28 febbraio tutte le frontiere tranne Kerem Shalom sono chiuse. Le evacuazioni mediche restano sospese: 18.500 pazienti attendono cure non disponibili a Gaza, 3.800 sono bambini. Il 46 per cento dei farmaci essenziali è esaurito. Il 23 marzo è caduto il primo anniversario dell'uccisione di quindici operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese. Il modello viene rivendicato come vanto mentre Gaza scivola via dall'agenda diplomatica. Nel discorso al Geneva Graduate Institute, Lazzarini ha detto: «È sbalorditivo che un'agenzia delle Nazioni Unite sia stata lasciata schiacciare, in violazione del diritto internazionale, in totale impunità». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  21. 980

    Occhi su Gaza, diario di bordo #176

    La sentenza del giudice Ehud Kaplan del Tribunale di Hadera su Walid Khalid Abdullah Ahmad risale al dicembre 2025. È rimasta secretata tre mesi, pubblicata questa settimana dopo una petizione di Haaretz. Walid aveva 17 anni, palestinese e cittadino brasiliano, morto il 22 marzo 2025 nel carcere di Megiddo. Kaplan scrive che era stato «probabilmente fatto morire di fame». Nella stessa sentenza chiude il caso. Walid era stato prelevato dal letto a Silwad, Cisgiordania occupata, la notte del 30 settembre 2024. Non fu mai formalmente incriminato. Rimase sei mesi in detenzione amministrativa, misura che Israele applica esclusivamente ad arabi e palestinesi. Il 22 marzo 2025 collassò nel cortile del carcere. Gli altri detenuti chiamarono le guardie, che non risposero. Furono i compagni a portarlo al cancello. Morì alle 9:10. L'autopsia al Centro forense Abu Kabir di Tel Aviv rilevò addome incavato, perdita di massa muscolare, malnutrizione prolungata grave. Walid aveva segnalato scarsità di cibo in dicembre. DCIP lo identifica come il primo minore morto in custodia israeliana dall'ottobre 2023. Almeno 88 detenuti palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane dall'inizio dell'offensiva su Gaza. Il nesso è la parola che Kaplan usa per archiviare. L'autopsia documenta malnutrizione estrema. Il giudice riconosce il fatto. Poi scrive che non è possibile stabilire un nesso causale diretto tra le condizioni di Walid e la sua morte. Il crimine viene nominato e neutralizzato nello stesso atto. Il corpo rimane trattenuto da Israele. La famiglia non ha ricevuto spiegazioni. «Il fatto che sia stato probabilmente fatto morire di fame non può e non deve essere nascosto», scrive Kaplan nella sentenza di dicembre 2025. La frase chiude un paragrafo. Il paragrafo successivo chiude il caso. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  22. 979

    Occhi su Gaza, diario di bordo #175

    Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dato un nome a quello che sta accadendo nel Libano del sud. Il 22 marzo ha ordinato alle Forze di difesa israeliane di accelerare la demolizione delle abitazioni civili nei villaggi di confine «in accordo con il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza». Due le città del riferimento operativo: Beit Hanoun, cinquantamila abitanti, quasi interamente spianata secondo Haaretz; Rafah, dove si erano concentrati oltre un milione di sfollati, con il settanta per cento delle strutture distrutto secondo il Centre for Information Resilience. Quello che Israele ha costruito a Gaza è diventato un manuale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato il 23 marzo all'emittente Srugim che il Litani «deve diventare il nostro nuovo confine con il Libano, come la Linea gialla a Gaza». Tutti e cinque i ponti sul fiume sono stati fatti saltare. Il tredici per cento del territorio libanese è sotto ordini di evacuazione israeliani, secondo Haaretz. I civili non potranno rientrare, ha precisato Katz, finché «la sicurezza non sarà garantita per i residenti del nord di Israele». Human Rights Watch ha definito l'annuncio di Katz «un'ammissione aperta dell'intenzione di commettere pulizia etnica» in Libano. A Ginevra il 24 marzo la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto "Torture and Genocide". In conferenza stampa ha dichiarato: «Gaza rappresenta solo l'inizio di questa nuova fase di escalation volta a cancellare i palestinesi». «Sei mesi dopo, Israele stava già applicando in Libano ciò che aveva messo in atto a Gaza», ha aggiunto. «E ora continua in Libano, in Iran, e non si fermerà lì». Il 22 marzo Katz aveva scritto: «In accordo con il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  23. 978

    Occhi su Gaza, diario di bordo #174

    Karim ha un anno. Il 22 marzo, secondo il referto medico depositato dall'Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, l'esercito israeliano lo ha prelevato nel campo profughi di Al-Maghazi, nella Striscia di Gaza centrale, e lo ha sottoposto a ustioni di sigaretta, punture e una ferita da chiodo. Ramy Abdu, presidente del Monitor, ha dichiarato che il bambino era stato torturato «nel tentativo di fare pressione sul padre ed estorcergli una confessione». Dopo dieci ore è stato riconsegnato alla famiglia tramite la Croce Rossa in stato di shock fisico. Il padre, Osama Abu Nassar, rimane detenuto. Il caso ha un contesto documentato. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui Territori palestinesi occupati, ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto "Tortura e genocidio". Il documento classifica la tortura come "caratteristica strutturale del genocidio israeliano in corso e del più ampio apartheid coloniale". Copre Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est dal 7 ottobre 2023. Registra l'uso sistematico del corpo dei detenuti come strumento di coercizione, punizione collettiva e sfollamento forzato. La parola confessione lavora a due livelli. Un corpo viene usato per costringere un altro a firmare. La stessa documentazione viene poi usata per negare ciò che descrive. Israele ha respinto il rapporto. Nel 2025, l'amministrazione Trump aveva già inserito Albanese nella lista OFAC del Tesoro, il registro riservato a trafficanti e terroristi. "Tortura e genocidio" richiama l'articolo 1 della Convenzione contro la tortura. La sanzione era arrivata sei giorni dopo la pubblicazione del rapporto sull'economia di quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La sequenza ha una sua logica: chi registra i fatti viene colpito prima che vengano smentiti. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  24. 977

    Occhi su Gaza, diario di bordo #173

    La moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme Est, ha trascorso l'Eid al-Fitr chiusa ai fedeli. È la prima volta dal 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia. Le autorità israeliane hanno comunicato al Waqf islamico, l'ente che amministra il sito, l'intenzione di prolungare la chiusura oltre la festività. La motivazione ufficiale è la "security situation" legata alla guerra con l'Iran. Venticinque dipendenti del Waqf per turno: tanto è ammesso dentro il complesso. Il Middle East Eye riferisce che le forze israeliane hanno installato telecamere nelle sale di preghiera, inclusa la Cupola della Roccia. I ministri degli Esteri di otto paesi — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Indonesia, Giordania, Pakistan e Qatar — hanno emesso una dichiarazione congiunta: «Israele non ha giurisdizione su Gerusalemme Est occupata né sui suoi siti sacri islamici e cristiani». La chiusura viola il diritto internazionale e lo status quo storico del sito. Aouni Bazbaz, del Waqf, ha detto al Middle East Eye di temere che la misura diventi strutturale. Nella stessa mattina, Loris De Filippi, health specialist dell'UNICEF, ha dichiarato a Radio Cusano che «parlare di tregua è fuorviante». Dal cessate il fuoco, ottobre 2025, sono stati uccisi 700 palestinesi. Il 77% della popolazione è in crisi alimentare. Dei 272 camion di aiuti necessari, ne sono arrivati 36. De Filippi ha definito il Board of Peace «un precedente internazionale gravissimo che potrebbe appiattire la funzione dell'ONU» e Gaza «un laboratorio di distruzione del diritto internazionale». La guerra con l'Iran è la cornice dentro cui le misure trovano giustificazione pubblica. Al-Aqsa chiusa per ragioni di sicurezza. I valichi chiusi per ragioni di sicurezza. La parola tregua aperta sul vocabolario, chiusa sui fatti. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  25. 976

    Occhi su Gaza, diario di bordo #172

    Il valico di Rafah è stato riaperto il 19 marzo 2026. Pochi palestinesi sul lato egiziano, ambulanze ferme per pazienti dalla Striscia. Era chiuso dal 28 febbraio — il giorno in cui Israele e gli Stati Uniti avevano avviato l'offensiva sull'Iran. Il Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori, COGAT, ha spiegato la riapertura con «una nuova valutazione», «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza». Nessun cargo. Nessuna evacuazione medica. La chiave è in mano israeliana. Nelle stesse ore, Rami Mhanna, direttore medico dell'ospedale Shifa di Gaza City, ha dichiarato all'AP che due attacchi aerei avevano ucciso quattro palestinesi nei quartieri di Zeitoun e Tuffah. L'esercito non ha risposto. Il giorno prima le IDF avevano comunicato l'uccisione di Muhammad Abu Shaleh, ufficiale dell'intelligence della brigata Khan Younis di Hamas: «attacco di precisione per eliminare una minaccia immediata». A Bruxelles il 19 marzo i leader europei si riunivano con il segretario ONU Guterres. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato «urgente mobilitare la comunità internazionale a sostegno della popolazione di Gaza». Il premier Pedro Sanchez ha detto che la guerra in Iran «è collegata agli altri conflitti: Gaza, la Cisgiordania, il Libano». Nei comunicati, Gaza era premessa al dossier del Golfo. Il rapporto UNRWA aggiornato al 17 marzo registrava 72.135 palestinesi uccisi, 391 operatori dell'agenzia morti, il 46 per cento dei farmaci essenziali esaurito, il 66 per cento dei materiali chirurgici non disponibile. L'OMS stimava 200 camion al giorno in ingresso contro i 600 necessari. COGAT, 19 marzo 2026: il valico riapre «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza alla luce della situazione e delle minacce nella zona». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  26. 975

    Occhi su Gaza, diario di bordo #171

    Il 16 marzo 2026, nell'area al-Mawasi di Khan Younis, un muro dell'edificio distrutto dell'Al-Ribat è crollato sui tendoni di famiglie sfollate. L'ospedale Nasser ha identificato i morti: Intisar Abu Dan, 65 anni; Tasneem Barbakh, 19 anni, incinta; Husni Abu Taha, 5 anni. Nessun soldato aveva sparato. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 era formalmente in vigore. Le Nazioni Unite stimano che l'occupazione militare israeliana abbia prodotto 61 milioni di tonnellate di macerie nella Striscia. Dall'ottobre 2023 le forze israeliane hanno distrutto o danneggiato oltre l'ottanta per cento delle infrastrutture civili. I materiali da costruzione restano bloccati agli ingressi: Israele subordina ogni autorizzazione all'approvazione militare. UNRWA segnala che 117 proprie strutture restano nella zona militarizzata, con accesso subordinato a coordinamento militare israeliano. Il rapporto dell'Alto Commissariato ONU per i diritti umani del 19 febbraio 2026 contiene una formula precisa: le condizioni imposte ai palestinesi a Gaza sono «sempre più incompatibili con la loro esistenza continuata nella Striscia come gruppo». Non è una metafora. È la soglia giuridica che distingue la distruzione materiale dalla sua intenzionalità. Nessun piano di rimozione delle macerie è autorizzato da ottobre 2025. Le macerie non sparano. Crollano quando il vento soffia, quando una donna incinta di diciannove anni dorme in un tendone a tre metri da un muro che nessuno ha potuto rimuovere. Da ottobre 2025 AP documenta dodici casi analoghi con morti. Il cessate il fuoco non ha interrotto questa sequenza: l'ha ereditata. L'Alto Commissario Volker Türk ha dichiarato: «L'impunità non è astratta: uccide». L'ospedale Nasser di Khan Younis ha registrato i tre nomi. I materiali da costruzione restano fuori. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  27. 974

    Occhi su Gaza, diario di bordo #170

    Il 16 marzo 2026, nell'area al-Mawasi di Khan Younis, un muro dell'edificio distrutto dell'Al-Ribat è crollato sui tendoni di famiglie sfollate. L'ospedale Nasser ha identificato i morti: Intisar Abu Dan, 65 anni; Tasneem Barbakh, 19 anni, incinta; Husni Abu Taha, 5 anni. Nessun soldato aveva sparato. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 era formalmente in vigore. Le Nazioni Unite stimano che l'occupazione militare israeliana abbia prodotto 61 milioni di tonnellate di macerie nella Striscia. Dall'ottobre 2023 le forze israeliane hanno distrutto o danneggiato oltre l'ottanta per cento delle infrastrutture civili. I materiali da costruzione restano bloccati agli ingressi: Israele subordina ogni autorizzazione all'approvazione militare. UNRWA segnala che 117 proprie strutture restano nella zona militarizzata, con accesso subordinato a coordinamento militare israeliano. Il rapporto dell'Alto Commissariato ONU per i diritti umani del 19 febbraio 2026 contiene una formula precisa: le condizioni imposte ai palestinesi a Gaza sono «sempre più incompatibili con la loro esistenza continuata nella Striscia come gruppo». Non è una metafora. È la soglia giuridica che distingue la distruzione materiale dalla sua intenzionalità. Nessun piano di rimozione delle macerie è autorizzato da ottobre 2025. Le macerie non sparano. Crollano quando il vento soffia, quando una donna incinta di diciannove anni dorme in un tendone a tre metri da un muro che nessuno ha potuto rimuovere. Da ottobre 2025 AP documenta dodici casi analoghi con morti. Il cessate il fuoco non ha interrotto questa sequenza: l'ha ereditata. L'Alto Commissario Volker Türk ha dichiarato: «L'impunità non è astratta: uccide». L'ospedale Nasser di Khan Younis ha registrato i tre nomi. I materiali da costruzione restano fuori. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  28. 973

    Occhi su Gaza, diario di bordo #169

    Tammun, Cisgiordania occupata, notte tra il 14 e il 15 marzo. Le forze israeliane aprono il fuoco su un'auto. Ali Khaled Bani Odeh, trentasette anni, la moglie Waad, trentacinque, e due dei quattro figli — Mohammad di cinque anni, Othman di sette — muoiono colpiti alla testa. Rientravano da Nablus coi vestiti per l'Eid al-Fitr. Il comunicato congiunto dell'esercito e della polizia israeliani parla di un'auto che avrebbe accelerato verso le truppe: «minaccia immediata». Haaretz ricostruisce, citando testimoni di Tammun, che l'unità era entrata nel villaggio su un veicolo con targa palestinese. La Mezzaluna Rossa dichiara che i soccorritori sono stati bloccati; i corpi vengono recuperati solo in seguito. Le immagini mostrano il veicolo crivellato trainato. Nella stessa giornata a Gaza, l'ospedale Al-Aqsa Martyrs di Nuseirat segnala dodici morti in due raid: quattro civili tra cui una donna incinta di gemelli, il marito e il figlio di dieci anni; e otto agenti incluso il colonnello Iyad Abu Yousef, capo della polizia del governatorato centrale. AP conferma. Israele tace. «Minaccia» è la parola che classifica ogni vittima e regge l'assenza di conseguenze. Yesh Din documenta che su 2.427 denunce per condotte illecite tra il 2016 e il 2024, i procedimenti penali sono stati avviati in meno dell'uno per cento dei casi. B'Tselem scrive, il 15 marzo, che «non esiste meccanismo efficace per chiamare a rispondere i responsabili». L'OCHA registra diciotto palestinesi uccisi in Cisgiordania dall'inizio del 2026, otto dei quali da coloni israeliani. Dall'ospedale di Tubas, Khaled Bani Odeh, dodici anni, racconta a Reuters e ad Al Jazeera come si è chiusa quella notte: i soldati lo hanno tirato fuori dall'auto e picchiato. Le parole che gli hanno rivolto: «Abbiamo ucciso dei cani.» #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  29. 972

    Occhi su Gaza, diario di bordo #168

    Il cinque luglio 2024 cinque riservisti della Force 100 trascinano un prigioniero palestinese in un'area delimitata con scudi per sottrarsi alle telecamere. Il video esiste, è stato trasmesso dalla televisione israeliana. Il detenuto arriva all'ospedale con costole rotte e un retto perforato. Subisce un intervento chirurgico. Viene rimandato a Sde Teiman. Il dodici marzo 2026 l'avvocato generale militare israeliano archivia tutte le accuse. Le immagini non bastano a provare un abuso abbastanza grave da giustificare una condanna. La vittima, rilasciata a Gaza, non può testimoniare. Si trova a Gaza, sotto i bombardamenti israeliani. Il premier Benjamin Netanyahu saluta l'archiviazione: sono combattenti eroici. Il ministro della Difesa Israel Katz si congratula con i soldati. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich chiede il processo per Yifat Tomer-Yerushalmi, la procuratrice che aveva autorizzato la diffusione del video. Tomer-Yerushalmi si era dimessa mesi fa — non per aver gestito male il caso, ma per aver permesso che le prove venissero viste. L'undici marzo, Paesi Bassi e Islanda depositano alla Corte internazionale di giustizia le dichiarazioni di intervento nel caso Sudafrica contro Israele, diventando il diciottesimo e diciannovesimo stato a farlo. I Paesi Bassi argomentano che deportazioni forzate, ostruzione degli aiuti e atti contro i bambini possono costituire condotta genocidaria rilevante per l'intento. L'Islanda sostiene che l'intento genocidario può essere desunto da un insieme di condotte. Sari Bashi, direttrice esecutiva del Public Committee Against Torture in Israel, commenta l'archiviazione: «L'avvocato generale militare ha appena concesso ai soldati la licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  30. 971

    Occhi su Gaza, diario di bordo #167

    Prima di ordinare i bombardamenti sull'Iran, il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth aveva già smantellato le unità del Pentagono incaricate di limitare le vittime civili. Lo riferisce HuffPost l'11 marzo 2026. A febbraio 2025 Hegseth aveva rimosso i vertici del JAG Corps — gli avvocati militari delle tre forze armate — definendoli «ostacoli agli ordini del comandante in capo». Rosa Brooks, docente di diritto alla Georgetown University, aveva già scritto: «È quello che fai quando pianifichi di violare la legge: elimini gli avvocati». Il metodo era già stato sperimentato a Gaza. I sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale Lavender e The Gospel — documentati da Access Now nel 2024 — avevano automatizzato la selezione degli obiettivi nella Striscia. Akbar Shahid Ahmed di HuffPost ha scritto il 12 marzo che Israele applica la «logica di Gaza» al Libano con la benedizione di Trump. Sul New York Times del 10 marzo Thomas Friedman ha scritto che Netanyahu «sarebbe probabilmente felice di fare dell'Iran un'altra Gaza». Le autorità iraniane contano oltre 1.300 civili uccisi in dodici giorni. Il primo giorno, un bombardamento in doppio colpo ha distrutto la scuola elementare femminile di Minab: 168 bambine. A Beirut, nel quartiere di Ramlet al-Bayda, l'IDF ha ucciso otto persone e ferito trentatré tra famiglie che dormivano in tende sul mare. AP ha documentato nella stessa notte attacchi israeliani su campi degli sfollati a ovest di Gaza City. L'IDF ha dichiarato di non essere «a conoscenza di un attacco in quella zona». L'11 marzo, davanti ai giornalisti al Pentagono, Pete Hegseth ha letto il Salmo 144: «Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri». Ha concluso: «Amen». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  31. 970

    Occhi su Gaza, diario di bordo #166

    Il 10 marzo 2026, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito il progetto E1 — 3.400 unità abitative su dodici chilometri quadrati a est di Gerusalemme, autorizzato dal governo israeliano nell'agosto 2025 — «un grave errore». Ha convocato il ministro degli Esteri Johann Wadephul a Gerusalemme per ribadirlo. «È cruciale che noi europei trasmettiamo questo messaggio insieme», ha dichiarato Merz a Berlino. La parola errore presuppone una deviazione accidentale. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con delega agli insediamenti, aveva già risposto mesi prima che Merz parlasse. Nel 2025 aveva dichiarato: «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo, non con slogan ma con azioni. Ogni insediamento è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa». Non un errore. Un programma enunciato prima che Berlino aprisse bocca. Ehud Olmert, premier israeliano dal 2006 al 2009, lo chiama con altre parole. Su Haaretz ha scritto che in Cisgiordania è in atto «un tentativo violento e criminale di pulizia etnica», con polizia, esercito e Shin Bet come complici. L'Ufficio dell'Alto Commissariato ONU per i diritti umani, nel rapporto del 19 febbraio 2026, solleva le stesse preoccupazioni: attacchi sistematici e trasferimenti forzati sembrano orientati a uno spostamento permanente della popolazione palestinese. Nel 2025, secondo i dati ONU, l'espansione degli insediamenti ha raggiunto il livello più alto dal 2017. In Cisgiordania vivono 700.000 coloni israeliani tra 3 milioni di palestinesi. Il progetto E1 è già in gara d'appalto. Merz chiede che Israele rinunci all'E1. Smotrich nel 2025 aveva già risposto alla domanda che nessuno gli aveva ancora posto: «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan ma con azioni». La parola errore non era contemplata. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  32. 969

    Occhi su Gaza, diario di bordo #165

    A dicembre 2025, il generale Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, ha visitato Gaza e definito la Linea Gialla «una nuova linea di confine». Il testo del cessate-il-fuoco del 10 ottobre, siglato da Qatar, Egitto, Turchia e Stati Uniti, usa la parola «temporanea». La parola «confine» non compare. Secondo immagini satellitari analizzate da AP e Christian Science Monitor, i blocchi di cemento giallo vengono spostati di notte, talvolta centinaia di metri oltre le mappe firmate, senza preavviso. A dicembre Haaretz aveva già documentato il riposizionamento verso ovest. Al Jazeera e UNRWA stimano che Israele controlli il 53-58 per cento della Striscia, incluso l'unico valico con l'Egitto. Due milioni di persone occupano il perimetro «sicuro», che si restringe settimana dopo settimana. Da ottobre 2025, AP documenta almeno 80 palestinesi uccisi nei pressi della Linea Gialla, tutti definiti dal portavoce IDF «terroristi che si erano avvicinati alle forze». L'ufficio ONU per il coordinamento umanitario certifica che in molte zone la linea non è segnata fisicamente: nessun cartello, nessun avviso. I residenti la navigano a memoria, per suono. Chi era a cinquanta metri dal limite ieri si trova già nella zona di fuoco libero oggi. Il 9 marzo 2026, un raid israeliano ha colpito l'area dell'Università Al-Azhar, nella Gaza City occidentale, in zona formalmente palestinese. Tre uomini sono morti. I funerali si sono svolti all'ospedale Al-Shifa. Era il giorno in cui ogni dispaccio inseguiva missili su Tehran. Il cessate-il-fuoco non è mai stato sospeso né concluso. Funziona come cornice che certifica la pace mentre produce lo spostamento di un confine che nessun accordo ha autorizzato. Zamir lo chiama confine. Il testo firmato lo chiama ancora temporaneo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  33. 968

    Occhi su Gaza, diario di bordo #164

    L'otto marzo 2026, mentre le agenzie aggiornano il conteggio dei missili su Teheran e il prezzo del petrolio supera i cento dollari al barile, a Gaza City un drone israeliano uccide tre persone. Uno dei morti è un medico. Non era il bersaglio: stava passando vicino al luogo colpito, riferisce il direttore dell'ospedale all'Associated Press. Nello stesso giorno, un attacco israeliano vicino all'Università Al-Azhar uccide altre tre persone. Al campo profughi di Nuseirat un'altra incursione ferisce diversi civili, bambini compresi. È la Giornata Internazionale della Donna. La redazione dell'AP, nel suo video outlook delle 04:00 GMT, elenca sei notizie di apertura: il nuovo leader supremo iraniano, i missili intercettati sull'Arabia Saudita, i fuochi nei depositi di Teheran, una protesta a New York in sostegno all'operazione USA-Israele, le inondazioni in Kenya. La sesta: «Le donne di Gaza dicono che stanno soffrendo e non vedono una fine». Il Comando militare israeliano ha comunicato che nell'ultima settimana ha demolito due chilometri di tunnel nella Striscia e ucciso cinque operativi oltre la Yellow Line. Le operazioni non si sono interrotte durante l'escalation iraniana. Il cessate il fuoco di ottobre esiste ancora come categoria giuridica; secondo il ministero della salute di Gaza, i morti dalla tregua hanno superato seicento. A Tunisi, gli attivisti della Sumud Flotilla trattenuti sono saliti a sei. L'ultimo è Ghassen al Hanchiri, fermato sabato dopo una marcia di solidarietà. La procura tunisina indaga per sospetti flussi finanziari nelle donazioni raccolte per la flottiglia. Gli attivisti respingono le accuse e sostengono di aver reso pubblici i dati. Nel video outlook dell'AP, la notizia sulle donne di Gaza compare sesta, dopo il petrolio. Non è un errore redazionale. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  34. 967

    Occhi su Gaza, diario di bordo #163

    Hala Rharrit si era dimessa dal Dipartimento di Stato nell'aprile del 2024, in protesta. Aveva messo per iscritto che il genocidio a Gaza avrebbe prodotto una guerra regionale con l'Iran se Washington non avesse contenuto Israele. Nessuno l'aveva ascoltata. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran. Khamenei è morto. La regione brucia. Il 5 marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è recato al confine nord con il Libano e ha pubblicato un video. «Dahiyeh sembrerà presto Khan Younis», ha detto, dopo che l'esercito aveva ordinato l'evacuazione immediata dei sobborghi meridionali di Beirut. Khan Younis: città del sud di Gaza dove l'Agenzia Anadolu documenta oltre 72.000 morti, 172.000 feriti, il 90% delle infrastrutture civili distrutte. Smotrich non ha citato Khan Younis come esempio di tragedia. L'ha usata come unità di misura. Come parametro di produzione bellica. Human Rights Watch ha dichiarato il 5 marzo che l'ordine di evacuazione sui sobborghi di Beirut «solleva gravi rischi di violazioni del diritto internazionale umanitario». La stessa formulazione usata per Gaza. Le stesse organizzazioni. Lo stesso protocollo che in due anni non ha fermato niente. A Gaza, intanto, padre Ibrahim Faltas ha detto all'ANSA il 6 marzo: «Gaza è dimenticata». I valichi restano chiusi. L'ONU è riuscita a far entrare 570.000 litri di diesel da Kerem Shalom, ha dichiarato il portavoce Dujarric, ma Rafah rimane sbarrato. Nei mercati di Deir el-Balah, i civili non fanno più scorte. Sono stanchi di sperare in un confine che si apre e si chiude secondo le esigenze militari altrui. Il genocidio a Gaza non era un episodio isolato: era la prima pagina di un manuale. Smotrich lo ha citato in pubblico come modello. Rharrit lo aveva scritto due anni fa. Non la cercò nessuno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  35. 966

    Occhi su Gaza, diario di bordo #162

    Centoquarantaquattro. È il numero di giorni consecutivi in cui le forze israeliane hanno violato l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo documentano le organizzazioni umanitarie sul campo: attacchi di artiglieria, raid aerei, colpi di arma da fuoco in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. Il totale dei morti ha raggiunto 72.116. Dall'accordo ne sono stati uccisi altri 631. I valichi restano chiusi dal 28 febbraio. Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah, spiega che i farmaci per il parkinson sono esauriti, finiti gli antidolorifici. Gli ospedali hanno carburante per tre giorni. In Cisgiordania, per il quarto giorno consecutivo, l'esercito ha chiuso posti di blocco e ingressi a città e villaggi. Mentre accade tutto questo, ieri il Senato italiano ha approvato il DDL Romeo. Centocinque voti favorevoli. Il testo adotta la definizione IHRA, secondo cui l'antisemitismo è "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio". La parola su cui fermarsi è percezione. Non un atto, non un crimine: una percezione. La definizione include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo fare paragoni tra la politica israeliana e quella nazista, o criticare lo Stato di Israele come collettività ebraica. Alcune critiche alla condotta di Israele a Gaza diventano, almeno potenzialmente, materia da monitorare. Il PD si è spaccato: Delrio e altri hanno votato sì, il resto si è astenuto. Della Seta ha scritto che è "desolante" che alcuni dem "vi si siano prestati". Da una parte una legge che tutela una percezione. Dall'altra centoquarantaquattro giorni di violazioni, ospedali senza carburante, una minaccia di rioccupazione totale pronunciata da Smotrich con "legittimità internazionale e sostegno americano". Il problema non è aver scelto da che parte stare. È fingere che le due cose non abbiano nulla a che fare l'una con l'altra. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  36. 965

    Occhi su Gaza, diario di bordo #161

    A Gaza l’oppressione continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili. Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l’indipendenza delle forze dell’ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno. Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall’altra l’ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico. Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un’altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  37. 964

    Occhi su Gaza, diario di bordo #160

    Mentre i titoli scorrono verso Teheran e le mappe si allargano, Gaza viene richiusa dentro il suo perimetro. I valichi serrati, il carburante contato in ore, l’acqua razionata. Israele annuncia una riapertura “graduale” di Kerem Shalom, coordinata con il centro americano per gli aiuti. Graduale significa camion contingentati, liste approvate, attese. Significa trasformare un diritto umanitario in concessione amministrativa. Le agenzie parlano di generatori quasi fermi negli ospedali, di impianti idrici che funzionano a intermittenza, di panifici che sospendono perché la farina resta bloccata oltre la frontiera. Due litri d’acqua al giorno in alcune aree. Il mercato reagisce prima ancora dei comunicati: i prezzi salgono appena circola la voce di una chiusura. La fame anticipa la politica. Gerusalemme offre un’altra scena. Al-Aqsa chiusa per giorni consecutivi in pieno Ramadan, accessi limitati per ragioni di sicurezza. Il luogo sacro svuotato diventa messaggio di sovranità. La gestione dell’ordine pubblico coincide con la gestione del conflitto. Le autorità parlano di emergenza, i fedeli trovano cancelli. In Cisgiordania, intanto, la cronaca resta minuta e costante. Qaryut, due fratelli uccisi, coloni armati, soldati presenti. La violenza si consuma sotto protezione, mentre l’attenzione internazionale guarda altrove. La guerra regionale assorbe lo sguardo e consente un’amministrazione per sottrazione dentro Gaza. Si chiude, si riapre a metà, si pesa ogni sacco di farina come se fosse favore. La popolazione conta i giorni di scorte e le ore di corrente. La diplomazia discute equilibri strategici, a Rafah si discute di acqua potabile. È una differenza di scala che racconta tutto. Anche le parole aiutano: “sicurezza”, “gradualità”, “coordinamento”. Rendono accettabile l’idea che una frontiera decida chi mangia oggi e chi domani. Dentro questa normalità forzata ogni giorno diventa procedura, ogni ferito pratica, ogni bambino cifra da aggiornare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  38. 963

    Occhi su Gaza, diario di bordo #159

    La guerra che si allarga verso Teheran stringe di nuovo la Striscia. I valichi restano chiusi, i camion fermi, il carburante razionato. Israele motiva la decisione con esigenze di sicurezza mentre le sirene suonano a Beer Sheva e nel sud. Gaza intanto scivola fuori dall’inquadratura pubblica, come se l’emergenza potesse attendere la fine di un altro fronte. Nei mercati la tensione si misura a chili di farina. Le famiglie comprano quello che trovano, accumulano, calcolano i giorni. Le organizzazioni umanitarie parlano di scorte che coprono poche settimane; alcune cucine comunitarie riducono le porzioni. Il carburante è la soglia decisiva: senza diesel si fermano i generatori degli ospedali, gli impianti di desalinizzazione, le pompe delle fognature. La crisi umanitaria procede per sottrazione, toglie pezzi ogni giorno. Dal lato israeliano la postura è quella di un Paese sotto attacco. Scuole chiuse, mobilitazione, dichiarazioni ufficiali che collegano la chiusura dei varchi alla guerra con l’Iran. È una catena lineare: escalation regionale, priorità militari, blocco dei passaggi. In mezzo restano due milioni di persone già stremate da mesi di bombardamenti e assedio. Pochi giorni fa si parlava di ricostruzione e di fondi promessi. Oggi la misura concreta sono i camion che non entrano e le cisterne che si svuotano. Ogni tregua che dipende da un cancello resta sospesa alla decisione di chi controlla quel cancello. Gaza vive così, appesa a un interruttore esterno. E quando il conflitto cambia scala, la Striscia torna a essere una variabile subordinata, un corridoio logistico dentro una guerra più grande. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  39. 962

    Occhi su Gaza, diario di bordo #158

    La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi. Intanto a Ginevra si combatte un’altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente. Sul fondo c’è l’altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l’UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l’UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche. La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un’altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  40. 961

    Occhi su Gaza, diario di bordo #157

    A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all’Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l’accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto. In Cisgiordania, intanto, l’occupazione si consolida con un altro timbro. L’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell’indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l’Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L’annessione avanza per prassi, senza proclami solenni. Poi c’è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L’esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un’attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B’Tselem parla di messa in scena. Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell’annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  41. 960

    Occhi su Gaza, diario di bordo #156

    Le ruspe arrivano quando il rumore delle bombe smette di occupare i titoli. A Beit Liqya, a sud-ovest di Ramallah, i bulldozer israeliani entrano tra serre e abitazioni palestinesi e iniziano a demolire case e strutture agricole. Un’operazione registrata come intervento ordinario. La guerra, qui, assume la forma della gestione quotidiana del territorio. Mentre Gaza continua a vivere tra macerie e sfollamenti permanenti, la Cisgiordania cambia lentamente volto. Le demolizioni restringono spazio abitabile, interrompono economie familiari, trasformano villaggi in territori provvisori. Ogni muro abbattuto produce uno spostamento forzato che raramente diventa notizia internazionale. La violenza perde spettacolarità e diventa procedura. Nelle stesse ore emerge un dato che pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Il Committee to Protect Journalists certifica che il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato per l’informazione: 129 operatori dei media uccisi nel mondo, ottantasei collegati alla guerra di Gaza. Due terzi delle morti risultano attribuite alle operazioni israeliane. Raccontare questo conflitto resta una delle attività più pericolose esistenti, e ogni voce che scompare riduce ciò che il mondo riesce a vedere. La pressione sul racconto continua anche lontano dal fronte. Il ministero della Difesa israeliano dispone la chiusura di cinque piattaforme mediatiche palestinesi attive a Gerusalemme Est. Meno immagini circolano, meno testimonianze sopravvivono, più semplice diventa trasformare la guerra in narrazione controllata. Intanto, negli Stati Uniti, Donald Trump dichiara pubblicamente conclusa la guerra e sostiene che tutti gli ostaggi sarebbero tornati a casa. La giornata si richiude dove era iniziata: tra polvere e ruspe. Gaza resta sospesa dentro questa distanza crescente tra parole ufficiali e realtà che continua a consumarsi davanti agli occhi di chi riesce ancora a raccontarla. Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l’evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L’emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  42. 959

    Occhi su Gaza, diario di bordo #155

    Il Ramadan in Cisgiordania si apre con un ragazzo di diciassette anni ucciso a Beit Furik, a est di Nablus. Mohammad Wahbi Hanani viene colpito alla testa durante un’incursione dell’esercito israeliano e muore all’ospedale di Rafidia. Nelle stesse ore, nel villaggio di Tell, vicino Nablus, viene incendiata la moschea Abu Bakr al Siddiq: secondo il ministero degli Esteri palestinese l’azione è opera di coloni che hanno lasciato scritte razziste sui muri. L’Autorità nazionale palestinese parla di responsabilità politica del governo israeliano. Intanto la Palestinian Prisoner Society riferisce di oltre cento arresti dall’inizio del mese sacro, tra cui donne e minori. La cornice diplomatica prova a inseguire i fatti. Diciannove Paesi, insieme alla Lega araba e all’Organizzazione della cooperazione islamica, firmano una dichiarazione che condanna l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, cita il progetto E1 e richiama il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024. Parlano di annessione di fatto. Sul terreno, però, ruspe e raid proseguono. A Gaza una nuova indagine indipendente di Forensic Architecture ed Earshot ricostruisce l’attacco del 23 marzo 2025 contro soccorritori palestinesi alla periferia sud. Oltre novecento colpi esplosi in pochi minuti, veicoli identificabili con luci d’emergenza accese, quindici operatori uccisi. I corpi recuperati giorni dopo, alcuni sepolti in una fossa comune insieme ai mezzi distrutti. L’esercito israeliano aveva parlato di “minaccia”. L’inchiesta incrocia audio, video e immagini satellitari. Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l’evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L’emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  43. 958

    Occhi su Gaza, diario di bordo #154

    Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore l’archivio si è riempito di celle. Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte “visite” organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, l’immagine è chiara: la detenzione come messaggio. Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dell’Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico è tecnico, la cornice è quella del tragico Board of Peace. Sul fronte regionale l’Egitto si dice “sconcertato” dalle parole dell’ambasciatore Usa Huckabee sull’espansione israeliana “fino al Nilo” e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in un’analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris. Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finché la realtà non torna a pesare più delle formule. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  44. 957

    Occhi su Gaza, diario di bordo #153

    L’iftar tra le macerie circola nelle stesse ore in cui la parola “ricostruzione” viene pronunciata nei palazzi. Una famiglia palestinese stende una tovaglia sopra i detriti della propria casa distrutta, divide pane e zuppa mentre alle spalle restano ferri piegati e cemento frantumato. La scena racconta più di qualunque vertice internazionale. Sul terreno la cosiddetta tregua continua a perdere pezzi. Amnesty International Italia e Greenpeace Italia, davanti a Palazzo Chigi e alla Farnesina, hanno denunciato oltre 600 palestinesi uccisi dall’avvio del cessate il fuoco del 9 ottobre 2025, tra cui più di 100 bambini, e almeno 1.620 violazioni registrate fino al 10 febbraio 2026 tra raid aerei, colpi di artiglieria e sparatorie. I numeri sono contenuti nei loro documenti diffusi il 19 febbraio. Intanto il ministero della Difesa israeliano ribadisce, con dichiarazioni riprese da Anadolu Agency, che le forze resteranno nella “zona di sicurezza” di Gaza senza limiti temporali. Sullo sfondo, lo studio pubblicato su The Lancet Global Health e ripreso da Reuters il 19 febbraio stima 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025. Il 56,2% appartiene a donne, bambini e anziani: circa 42 mila persone. È una fotografia statistica che attraversa governi e conferenze, e che resta sul tavolo mentre si discute di gestione internazionale della Striscia. La Cisgiordania aggiunge un altro capitolo. Reuters riferisce dell’uccisione di un diciannovenne palestinese con cittadinanza statunitense vicino a Ramallah, in un episodio attribuito a coloni israeliani. Versioni divergenti, indagini annunciate, tensione che sale. Tra i comunicati sul futuro di Gaza e le immagini delle tende, la distanza resta misurabile. La famiglia che rompe il digiuno tra i calcinacci continua a vivere dentro quella distanza. Ogni giorno.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  45. 956

    Occhi su Gaza, diario di bordo #152

    C’è una parola che oggi arriva con il timbro dell’ONU: “pulizia etnica”. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, nel rapporto diffuso a Ginevra, parla di distruzione sistematica, trasferimenti forzati, blocco degli aiuti, detenzioni arbitrarie, torture, morti in custodia. Il lessico è quello dei crimini gravi. La sede è istituzionale. La data è di oggi. Mentre nei palazzi si discute di ricostruzione, l’OHCHR scrive che a Gaza e in Cisgiordania si consolidano pratiche che svuotano il diritto. A Roma, tra Palazzo Chigi e Farnesina, Amnesty International Italia e Greenpeace Italia hanno acceso un maxi schermo con le immagini dei bombardamenti successivi alla tregua di ottobre. Sotto scorre una cifra: seicento palestinesi uccisi in centotrenta giorni di cessate il fuoco. È una contabilità che entra in conflitto con la retorica della “fase nuova”. Le ONG chiedono lo stop all’invio di armi verso Israele. Le immagini scorrono in silenzio, davanti alle finestre del governo. Intanto il calendario segna Ramadan. A Gaza il mese del digiuno comincia dentro una tregua fragile, con gli aiuti che restano il vero varco da attraversare. I camion sono numeri, le razioni sono numeri, le cliniche sono numeri. Ogni cifra racconta un collo di bottiglia. La ricostruzione evocata nei consessi internazionali si scontra con la sopravvivenza quotidiana di chi aspetta un passaggio, un sacco di farina, una visita. In Cisgiordania, a Hebron, nell’area di Jabal Jalis, le forze israeliane conducono una vasta campagna di arresti. Le immagini che circolano mostrano rastrellamenti notturni. Fuori da Gaza, stesso clima di forza e controllo. La parola “processo” resta sospesa, mentre il rapporto ONU elenca fatti. A Washington si parla di tavoli e partecipazioni. L’Europa rivendica presenza “per Gaza”. Le istituzioni discutono architetture diplomatiche. L’OHCHR pubblica un allarme. A Roma le ONG proiettano i morti della tregua. Il diritto internazionale ha un lessico preciso. Oggi è stato usato. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  46. 955

    Occhi su Gaza, diario di bordo #151

    Ottomila corpi restano sotto le macerie. Il numero lo ripete la Protezione civile della Striscia: edifici crollati, quartieri polverizzati, squadre senza mezzi sufficienti per scavare in profondità. Si vive sopra ciò che non è stato ancora sepolto. L’UNDP stima che, al ritmo attuale, serviranno anni per rimuovere le macerie. Anni per riportare alla luce case, scuole, persone. Il tempo tecnico della ricostruzione coincide con il tempo morale della sospensione. Intanto la vita quotidiana si misura in permessi sanitari. Dalla riapertura del valico di Rafah sono usciti poco più di duecento pazienti, a fronte di oltre diciottomila che avrebbero bisogno di cure fuori dalla Striscia. Ogni partenza è un’eccezione amministrativa. Gli altri restano in corsia, negli ospedali che funzionano a intermittenza, tra carenze di farmaci, generatori e personale. La selezione diventa criterio di sopravvivenza. Mentre Gaza resta una distesa di detriti, a Gerusalemme si parla di futuro territoriale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l’intenzione di promuovere la “migrazione” dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania e di estendere la sovranità israeliana su parti dei territori occupati. Nelle stesse ore, ottantacinque Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione contro l’espansione degli insediamenti e contro ogni passo verso l’annessione. Due linguaggi si sovrappongono: quello della pianificazione politica e quello della condanna diplomatica. Sul terreno restano i corpi irraggiungibili e i pazienti in attesa. Le macerie non sono solo ciò che è crollato. Sono ciò che impedisce di contare fino in fondo le vittime e di restituire un nome a chi manca. Ogni giorno che passa consolida una normalità fatta di emergenza permanente. Gaza è un luogo in cui il tempo della rimozione è lento e quello delle decisioni è rapido. Nel mezzo, una popolazione che continua a vivere sopra ciò che non riesce ancora a seppellire. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  47. 954

    Occhi su Gaza, diario di bordo #150

    Mohammad Dhabban aveva una malattia rara. Servivano cure fuori dalla Striscia. Serviva un permesso. Non è arrivato. È morto così, dentro un territorio che trattiene anche chi dovrebbe soltanto attraversarlo per farsi curare. La restrizione alla mobilità diventa diagnosi. Il confine diventa cartella clinica. La sua storia scorre nelle stesse ore in cui Gaza continua a contare i vivi per sottrazione. A nord della Striscia, dopo più di quattrocentonovanta giorni, la protezione civile ha recuperato venti corpi dalle macerie della casa della famiglia Nasr. Altri restano sotto il cemento. Il tempo non alleggerisce nulla, cristallizza. Le bare allineate davanti ai parenti raccontano che la guerra sopravvive anche quando si parla di tregua. Il silenzio delle armi non coincide con la fine delle conseguenze. Le agenzie riferiscono dell’uccisione di un palestinese oltre la cosiddetta “linea gialla” e della scoperta di depositi d’armi tra Rafah e i tunnel. L’Idf rivendica operazioni mirate. Fonti locali parlano di un minore colpito a Jabalia e di un ferito. Le versioni divergono, i corpi restano. Ogni comunicato militare genera un contro-bollettino civile. Intanto la Cisgiordania entra nel lessico dell’annessione. Si parla di percentuali, di registrazioni di terre come “statali”. Otto Paesi arabi e islamici richiamano la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e il parere della Corte internazionale di giustizia. La geografia diventa pratica amministrativa. Mentre si scava per restituire un nome ai morti e per tentare di salvare chi chiede cure altrove, altrove si prepara un tavolo che si definisce pace. Qui l’uscita resta chiusa. Per i malati. Per chi attende sotto le macerie. Per una popolazione che aspetta un varco che sia reale. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  48. 953

    Occhi su Gaza, diario di bordo #149

    La guerra entra in classe. A Gerusalemme Est con le uniformi, a Ramallah con le gomme da cancellare. Il 4 febbraio Israel Hayom ha anticipato un progetto del Home Front Command: riservisti arabofoni, in divisa, dentro una scuola pilota palestinese per lezioni di “emergency awareness”. Avvio a maggio, coordinamento con municipio e comitati dei genitori. The New Arab ha ripreso la notizia. L’esercito spiega che è educazione civile. L’immagine è un soldato davanti a un banco. Nelle stesse settimane, documenti diffusi da Quds parlano di una lettera del 19 gennaio 2026 del ministro dell’Istruzione Amjad Barham al ministro delle Finanze e di un incontro del 27 gennaio con funzionari europei: richieste di modifiche ai manuali, dalla prima alla decima classe. Rimozioni e sostituzioni: l’inno nazionale in prima, riferimenti ai prigionieri, formule su Gerusalemme, mappe, termini storici. Palestine Chronicle e MEMRI rilanciano. Bruxelles, nei testi pubblici sugli aiuti, parla di riforme e condizionalità, senza elenchi di pagine. Intanto Gaza continua a contare. Fonti mediche palestinesi parlano di centinaia di vittime dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco indicata a ottobre; i numeri restano senza verifica indipendente e senza distinzione tra civili e miliziani. L’Unicef segnala 37 bambini uccisi dall’inizio del 2026. Un ospedale diventa campo di contesa. Medici senza frontiere interrompe attività al Nasser di Khan Younis dopo segnalazioni di uomini armati nell’edificio; la direzione respinge e chiede di ritrattare. La neutralità si discute in corsia. Uniformi tra i banchi, parole che spariscono dai libri, corsie che si svuotano. La battaglia per Gaza si gioca anche qui: chi insegna, cosa si può dire, quali mappe restano appese. La pace viene pronunciata nei comunicati. La guerra decide il lessico. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  49. 952

    Occhi su Gaza, diario di bordo #148

    Le Nazioni Unite parlano di dieci missioni autorizzate a ritirare aiuti arrivati a Kerem Shalom e Zikim: cibo, vaccini, carburante, forniture mediche. Il portavoce Stéphane Dujarric chiede la revoca delle restrizioni e libertà operativa per i partner umanitari. È la grammatica della tregua: permessi, finestre, corridoi. Intanto Gaza resta un territorio amministrato per quote di respiro. Nelle stesse ore le autorità sanitarie di Gaza aggiornano i numeri: 591 morti dalla tregua, 1.583 feriti, 724 corpi recuperati dalle macerie. La parola “cessate il fuoco” convive con droni, colpi isolati, ordigni inesplosi che esplodono adesso. La contabilità cresce mentre la diplomazia discute la “seconda fase”. Dentro le prigioni israeliane la cronaca si sposta sulle celle. Testimonianze legali raccolte da Reuters descrivono razioni insufficienti per detenuti palestinesi nonostante una decisione della Corte Suprema che imponeva maggiori quantità di cibo. Sullo sfondo, la linea del ministro Itamar Ben-Gvir sulle condizioni detentive. Un video rilanciato sui social mostra abusi nel carcere di Ofer durante una sua visita: immagini da verificare, che alimentano la percezione di impunità. Sul piano politico, Benjamin Netanyahu annuncia l’intenzione di revocare la cittadinanza a due cittadini palestinesi di Israele accusati di attacchi e di deportarli. Il controllo dei confini si salda al controllo dello status giuridico. Territorio, corpi, documenti. La tregua è un timbro su un foglio. Sul terreno restano crateri, file per il pane, celle sovraffollate. L’ONU chiede di rimuovere ostacoli alle operazioni umanitarie. La richiesta è formale. La fame è concreta. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

  50. 951

    Occhi su Gaza, diario di bordo #146

    La mano scava tra i calcinacci di Gaza City. Cerca ossa, brandelli di vestiti, tracce minime di una famiglia rimasta sotto il cemento dal 2023. La scena attraversa le agenzie e resta lì, sospesa. È il fotogramma delle ultime ventiquattro ore: un padre piegato a terra mentre sopra di lui passano dichiarazioni, vertici, comunicati. La tregua regge sulla carta. Sul terreno arrivano spari, raid mirati, accuse di violazioni reciproche. L’esercito israeliano parla di risposta a movimenti sospetti; da Gaza si contano altri corpi. La parola cessate il fuoco resta scritta nei briefing, intanto le ambulanze fanno la spola tra macerie e ospedali esausti. La Striscia vive dentro una pausa armata, fragile come il vetro. A Washington Benjamin Netanyahu incontra Donald Trump. Sul tavolo c’è l’Iran, con i colloqui indiretti in Oman e il nodo del programma nucleare. Gaza entra come capitolo collegato, pedina dentro un disegno più ampio. Le priorità si leggono nei tempi e nei sorrisi delle foto ufficiali: sicurezza regionale, deterrenza, equilibri strategici. La Striscia resta scenario. Da Bruxelles arriva una frase che pesa. L’Alta rappresentante Kaja Kallas definisce “controproducenti” e “incompatibili con il diritto internazionale” le ultime decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano sulla Cisgiordania. È un richiamo formale, registrato nei verbali dell’Unione. Le parole europee fotografano l’espansione degli insediamenti e l’aumento delle operazioni nei campi profughi. Intanto a Torino tre bambini feriti di Gaza entrano al Regina Margherita. Vengono accolti nei reparti pediatrici, lontani dalle sirene. La guerra attraversa il Mediterraneo e prende posto in un corridoio d’ospedale. Restano la mano che scava e i letti bianchi. Tutto il resto gira intorno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

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Giulio Cavalli

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