PODCAST · society
PUTEOLANERS - Gente di Pozzuoli
by Stefania Gentile De Fraia
Puteolaners è un podcast narrativo sui luoghi e sulle persone di Pozzuoli. Nasce da un progetto indipendente di Stefania Gentile De Fraia, all’interno del blog locale Pozzuoli Online.Nei Campi Flegrei la terra si muove. Sale. Scende.Alle scosse ci si abitua. All’attesa no.Ogni episodio parte da un luogo e arriva alle persone.Non cronaca, ma memoria. Non spiegazioni, ma voci, immagini, silenzi.Puteolaners è un racconto corale, di un territorio che cambia all’improvviso e di persone che hanno imparato a vivere nel cambiamento.Un podcast per chi è di Pozzuoli,e per chi vuole capire cosa significaabitare una terra viva.
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Il luogo che misura (il Tempio di Serapide)
Quando i puteolani vogliono capire se il suolo si alza o si abbassa, oggi possono aprire il sito dell’INGV, controllare i dati, leggere i grafici. Qualcuno segue anche la pagina Facebook di un geologo del posto, aggiornata quasi in tempo reale. Oppure si affaccia al Serapide. Perché il Tempio di Serapide non è solo un sito archeologico. È un riferimento. Un punto di confronto. Per molti puteolani è stato, e in parte è ancora, il modo più concreto per capire se la terra sta salendo o scendendo. Le colonne portano una fascia di piccoli fori allineati, a un’altezza precisa. Non sono decorazioni, né danni casuali. Sono i segni lasciati da organismi marini che vivono solo sott’acqua. Se hanno scavato la pietra a quell’altezza, significa che il mare è arrivato fin lì. E che poi si è ritirato. Non una volta sola. Prima che arrivasse la parola bradisismo, c’erano solo gli occhi. La memoria. Il confronto tra “com’era” e “com’è adesso”. Il Serapide è diventato questo: una misura visibile di qualcosa che non si vede. C’è chi passa davanti alle colonne e non guarda le rovine, ma la linea dell’acqua nelle fotografie di qualche anno prima. C’è chi ricorda periodi in cui il pavimento era quasi al livello del mare e altri in cui si camminava più in alto. Non servono strumenti sofisticati. Basta sapere dove posare lo sguardo. Il nome, poi, è un equivoco rimasto addosso al luogo. Per molto tempo si è creduto che fosse un tempio dedicato a Serapide, per via di una statua ritrovata qui. Il nome è rimasto. Ma in realtà non era un tempio: era un macellum, il mercato pubblico romano. Qui si vendeva carne, si trattava il prezzo del pesce, si scambiavano merci. Era un luogo di commercio, non di culto. Un fraintendimento che si è sedimentato nel linguaggio.Come se il posto avesse accettato di essere chiamato con un nome che non era il suo. Oggi, come molti altri siti archeologici, è anche altro. Si organizzano manifestazioni. Gli sposi vengono a farsi fotografare tra le colonne. Gruppi di turisti ascoltano le guide raccontare del dio egizio e del mistero dell’acqua che a volte copre il pavimento e a volte no. Ma per chi vive qui resta soprattutto una misura. Come la Darsena per i pescatori.Come l’Averno per chi cercava un confine. Il Serapide è il punto dove la città controlla il proprio respiro. Dove si viene per capire dove siamo. E forse, ogni volta che qualcuno si affaccia tra quelle colonne, la domanda non è soltanto se il suolo si sia alzato o abbassato. Ma è se restiamo. Perché restare, qui, non dipende dal livello dell’acqua.È una scelta quotidiana.E basta.
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Un gigante che non si muove (l'Anfiteatro Flavio)
L’Anfiteatro Flavio non si muove. È lì da quasi duemila anni, con le arcate larghe e la pietra che ha cambiato colore col tempo. Fermo, immobile. Quasi a dire “io da qui non mi sposto” È stato costruito quando Pozzuoli non era una periferia, ma uno dei centri più importanti del Mediterraneo. Il porto era tra i più attivi dell’Impero. Le navi arrivavano cariche di grano, vino, merci. Roma era lontana, ma qui passava una parte decisiva della sua economia. In quel contesto nasce l’anfiteatro.Non solo per ospitare spettacoli, ma per affermare una presenza. Era un segno di potere. Un modo per dire che Pozzuoli aveva peso, risorse, ambizione. La pietra, in epoca romana, era un linguaggio chiaro. Non spiegava: mostrava. Sotto l’arena, nei sotterranei ancora oggi visitabili, uomini e animali aspettavano il loro turno. Meccanismi, botole, carrucole. Sopra, il pubblico assisteva. L’ordine era netto: chi guardava e chi veniva guardato. Il potere si mostrava senza mediazioni. La tradizione racconta che proprio qui fu portato San Gennaro. Condannato ad essere sbranato. Le belve, però, non lo toccarono. Rimasero ferme. È un episodio che si racconta, da secoli fa parte della memoria del luogo, e noi puteolani sistematicamente lo raccontiamo Poi l’Impero si è dissolto.Le rotte hanno cambiato direzione.Il centro del mondo si è spostato altrove. Per lunghi periodi non è stato né monumento, né attrazione. È stato semplicemente spazio. I contadini entravano con le capre. Le facevano pascolare tra le arcate, dove un tempo sedeva il pubblico. L’erba cresceva tra le pietre. È un’immagine che dice molto di questa città: ciò che nasce come simbolo di potere, col tempo si integra nella vita quotidiana. Senza solennità. L’anfiteatro è rimasto. Ha visto la città restringersi e riallargarsi. Ha visto periodi di prosperità e fasi di silenzio. Ha visto il mare avanzare e ritirarsi con il bradisismo. Ha visto interi quartieri cambiare volto. Oggi i puteolani gli passano accanto ogni giorno. Non sempre lo osservano davvero. È diventato parte del paesaggio, come una presenza familiare che non richiede più spiegazioni. Quando qualcosa resiste così a lungo, smette di stupire. Diventa un riferimento. L’anfiteatro continua a stare lì E forse la sua forza non è l’immobilità.È l’aver attraversato tutto questo senza scomparire. Restare, qui, non significa non cambiare.Significa attraversare il cambiamento senza sparire.
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La montagna che non c’era (Montenuovo)
Ci sono luoghi che nascono lentamente. Montenuovo no. Prima del 1538 lì non c’era una montagna. C’erano campi, frutteti, vigne. C’era un villaggio che si chiamava Tripergole. La terra fumava e si gonfiava, come fa qui da sempre. I tremori erano parte della vita quotidiana. C’era una donna, Lucia. Impastava il pane mentre il pavimento vibrava leggermente sotto i piedi. Si ascoltano così certe cose, da queste parti: come qualcosa che prima o poi passerà. Quella volta non passò. L’acqua dei pozzi cambiò sapore. Gli animali restavano immobili, inquieti. Alla Solfatara il respiro della terra si fece più intenso. Poi il mare si ritirò, lasciando pesci sulla sabbia. Qualcuno parlò di miracolo. Qualcun altro di presagio. La sera del 29 settembre 1538 la terra si aprì. Non fu solo un terremoto. Fu un boato profondo, un rumore che sembrava venire da sotto il mondo. Fuoco e cenere ricoprirono Tripergole. Dal mare si alzò una luce violenta. Pomici e lapilli piovvero sull’acqua. Le barche fuggirono verso largo. La gente scappava. Verso Pozzuoli. Verso Napoli. Tripergole sparì. All’alba, dove c’erano case e vigne, c’era fango caldo. E una montagna che cresceva giorno dopo giorno, senza chiedere permesso. La chiamarono Monte Nuovo. Nei giorni successivi la terra continuò a muoversi. Il fuoco diminuì, la cenere si posò, ma l’attesa restava. La gente guardava da lontano. Qualcuno provò ad avvicinarsi. Qualcuno non tornò più. Poi arrivò la voce del potere. Il Viceré fece sapere che chi fosse rimasto non avrebbe pagato tasse né debiti. Un incentivo. O forse una scommessa. Napoli sembrava più sicura, più distante da quella montagna ancora calda che fumava piano. Molti partirono comunque, con carri carichi di quello che restava di una vita. Altri rimasero. Aspettarono che la montagna si raffreddasse. Che il fuoco smettesse di uscire. Che la terra trovasse un nuovo equilibrio. Oggi Montenuovo non brucia più. Si sale a piedi, si percorre in bicicletta. I sentieri girano intorno al cratere. Dentro c’è vegetazione fitta, verde, quasi protettiva. Dal bordo si vede Pozzuoli, il mare, l’intero paesaggio dei Campi Flegrei. Non c’è traccia degli scenari di fuoco. Nessuna ombra evidente di ciò che è stato. Eppure quella montagna è lì perché un giorno la terra ha deciso di cambiare tutto. Pozzuoli non finì quel giorno.Perché, ancora una volta, qualcuno decise di restare.
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Dove il silenzio pesa (il Lago d'Averno)
Visto dall’alto, sembra tranquillo. È un cerchio quasi perfetto dentro un cratere antico, circondato da colline e da vigne che scendono verso l’acqua. Nei mesi caldi l’odore della terra si mescola a quello delle foglie. È un paesaggio fertile, generoso, molto più verde di quanto si immagini quando si pensa ai Campi Flegrei. Eppure per secoli questo luogo è stato associato all’idea di ingresso agli Inferi. Gli antichi lo chiamavano Aornos, “senza uccelli”. Dicevano che i vapori impedissero agli animali di volare sopra il lago. Qui, secondo la tradizione, cominciava la discesa verso l’Ade. Virgilio ambienta proprio in queste zone il viaggio di Enea nel mondo dei morti. Facilis descensus Averno, scrive: è facile scendere all’Averno. Chi vive qui cresce con questa storia. Anche se non la studia a fondo, la sente nominare. Fa parte del paesaggio quanto l’acqua. Poi c’è la grotta che per anni è stata indicata come quella della Sibilla Cumana. In realtà la Sibilla vera è a Cuma. Ma l’errore non ha mai disturbato troppo nessuno. In un luogo come questo il confine tra geografia e racconto è sempre stato sottile. Oggi l’Averno è diverso da come lo immaginavano gli antichi. È un lago che cambia colore, a volte persino tonalità di rosa per la presenza di microrganismi. Gli scienziati spiegano, analizzano, misurano. E hanno ragione. Ma anche quando hai una spiegazione, resta una sensazione di sospensione. Lungo il perimetro si cammina. C’è chi viene a correre, chi a passeggiare, chi a stare in silenzio. C’è una madre che porta qui i figli e racconta due versioni diverse della stessa storia: una volta parla di eroi che scendono negli Inferi, un’altra volta dice che è solo un lago nato da un’eruzione. I bambini chiedono quale sia quella vera. Lei risponde che, forse, lo sono entrambe. Intorno al lago le vigne continuano a crescere. La terra qui è instabile, ma è anche straordinariamente fertile. Produce vino, ortaggi, frutta. È una contraddizione tipica di questi luoghi: ciò che si muove è anche ciò che nutre. E poi c’è il silenzio. Un silenzio che non è vuoto. È denso. Sembra trattenere qualcosa. Forse è per questo che, negli ultimi anni, proprio qui vicino, tra il Tempio di Apollo e i giardini che affacciano sull’acqua, si sono fatti concerti. Musica alta, voci, applausi. Come se ogni generazione sentisse il bisogno di riempire quel silenzio con qualcosa di vivo. Il Lago d’Averno non è più la porta dell’Ade. Ma continua a essere una soglia. Non tra vivi e morti, forse, ma tra ciò che possiamo spiegare e ciò che scegliamo di raccontare. Chi resta a Pozzuoli impara anche questo:non tutto va risolto. Alcune cose si attraversano. E si continua a vivere accanto a un lago che per secoli è stato l’inizio della discesa.
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Abbascio ’o mare (la Darsena)
Alla Darsena il bradisismo non si misura con i bollettini. Qui il mare non è mai stato solo lo sfondo per un bel panorama, è stato lavoro, rischio, abitudine. Un punto di partenza e, quando andava bene, un punto di ritorno. Chi viveva abbascio ’o mare lo sapeva: la giornata cominciava presto e non sapevi quando finivi, certo non quando lo decideva l’orologio. I pescatori dell’Assunta partivano per settimane, a volte per mesi. Spingevano le barche fino alle coste laziali o toscane. Non facevano grandi saluti. Salire a bordo era già un gesto definitivo, perché nessuno poteva garantire il ritorno. Prima di uscire, però, si fermavano davanti alla chiesa. Riempivano i secchi con l’acqua del mare e la versavano sui gozzi, sulle reti, sulle mani. Era un gesto semplice, ma serviva a ricordare che il mare non si controlla. Si affronta. Alla Darsena si è sempre lavorato così, con rispetto e diffidenza insieme. Poi c’è il bradisismo. Che qui non si vede in una crepa sul muro. Si sente quando il molo non è più alla stessa altezza di qualche mese prima. Quando la barca tocca sotto prima del previsto. Quando devi cambiare abitudine senza che nessuno ti abbia avvisato. C’è un pescatore che dice che non ha bisogno di leggere i dati dell’INGV. Capisce che il suolo si è sollevato dal modo in cui il legno sfrega contro la pietra. Dal rumore. È una misura empirica, ma è la sua. Negli ultimi anni, però, alla Darsena i pescatori sono rimasti in pochi. I gozzi non occupano più lo spazio di una volta. Al loro posto ci sono tavoli, ombrelloni, luci accese fino a sera. I depositi delle reti sono diventati bar e ristoranti. La vita continua, ma con un ritmo diverso. Chi viveva di mare si è spostato altrove, in un punto dove si può attraccare meglio, dove l’acqua è più profonda e le barche toccano meno il fondo. È stata una scelta pratica. Necessaria. Lì, però, non c’è la chiesa dell’Assunta ad affacciarsi sul molo. Non ci sono le campanelle che accompagnavano le partenze e i ritorni. Non c’è quel gesto antico di bagnare le reti prima di prendere il largo. Si sono adattati, come hanno sempre fatto. Hanno cambiato posto senza fare troppo rumore, sapendo che qui nulla resta identico a lungo. E forse è solo un passaggio. Perché alla Darsena si è sempre tornati. E prima o poi torneranno ad attraccare anche qui, davanti a quella chiesa che continua a guardare il mare
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Dove la terra respira (la Solfatara)
A Pozzuoli ci sta un posto con cui noi puteolani abbiamo imparato a convivere, un luogo che anche quando non lo vedi, sai che c’è. Di notte, soprattutto nei periodi in cui il suolo si fa sentire di più, capita di avvertire un boato profondo. Non è un rumore improvviso, è più un respiro che attraversa i muri. All’inizio ti spaventa. Poi impari a riconoscerlo. Capisci che viene da lì, dal vulcano, quel cratere bianco poco distante dal centro abitato, e smetti di considerarlo un evento. Diventa uno dei tanti suoni della città. La Solfatara è sempre stata così. Un luogo aperto, visibile, che non nasconde quello che accade sotto. Il terreno fuma, l’odore di zolfo pizzica la gola, l’aria è più calda. Non è un vulcano che esplode, è qualcosa che lavora lentamente. Quando Goethe arrivò nei Campi Flegrei rimase colpito soprattutto da questo. Più delle rovine romane, più del mare. Scrisse che sotto un cielo limpido poteva nascondersi un suolo instabile. Era la sintesi perfetta di questo territorio: bellezza in superficie, precarietà sotto. Tutti frequentavano la Solfatara. Usavano le stufe naturali, due cavità chiamate Inferno e Purgatorio, convinti che i vapori sulfurei avessero proprietà terapeutiche. Qui la terra non era solo minaccia. Era anche cura. Il confine tra le due cose non è mai stato netto. Per i puteolani la Solfatara è sempre stata una presenza familiare. Ci andavi in gita da bambino, ci tornavi da adulto con chi veniva da fuori. Era il modo migliore per spiegare a chi non è del posto che vivere qui significa accettare che il terreno sia in continuo movimento. Poi c’è stata la tragedia. E il luogo è stato chiuso. Da allora il cancello è diventato parte del paesaggio quanto il cratere stesso. Non è solo una misura di sicurezza. È il simbolo di una sospensione. Qui le chiusure tendono a durare, e l’idea di “temporaneo” ha contorni indefiniti. La Solfatara continua a respirare anche così, dietro una recinzione, dietro ad un cancello Noi puteolani abbiamo imparato a convivere con ciò che si muove lentamente. Con i rumori profondi, con l’odore di zolfo, con l’idea che la terra sotto i piedi sia infida e instabile. Forse la cosa più difficile, a Pozzuoli, non è abituarsi ai tremori È capire quanto può durare l’attesa. Puteolaners. Gente di Pozzuoli.
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’Ncopp’ ’a Terra (il Rione Terra)
“Vac’ ’ncopp’ ’a terra.” È così che diciamo noi puteolani quando decidiamo di andare al Rione Terra. Non diciamo “vado al Rione”. Diciamo “salgo”. Perché il Rione non è sotto, è sopra. Sta su un promontorio che domina la città e il mare. Da quassù si vede tutto: il porto, le barche che entrano nel golfo, Capri nei giorni limpidi, la penisola sorrentina, il Vesuvio. È sempre stato un punto di controllo e di privilegio. Non è un caso che i primi a costruirci siano stati i greci, poi i romani. Qui si respirava un’aria diversa. Qui si capiva cosa stava succedendo, prima degli altri. Vivere al Rione Terra significava stare al centro. Le donne salivano dal porto per fare la spesa nelle botteghe, i bambini giocavano sulla terrazza affacciata sul mare, le voci rimbalzavano tra i vicoli stretti. Era un quartiere povero, ma vivo. Denso. Pieno. Poi la terra ha ricominciato a muoversi. Qui ai Campi Flegrei non è una metafora. Quando la terra sale, le case si inclinano, le crepe si allargano, la paura diventa quotidiana. Il Rione, che era il punto più alto, ha cominciato a diventare il più fragile. Le scosse non hanno portato via subito le persone. I puteolani restano. Sono sempre restati. Anche quando nelle stanze vivevano cinque o sei persone insieme, anche quando i panni non si asciugavano mai per l’umidità, anche quando l’odore dei vicoli scendeva fino al porto prima ancora delle persone. Poi, però, arrivò l’ordine. Dissero che era per il bradisismo. Che era per la sicurezza. Un giorno arrivarono i militari e dissero che bisognava scendere. Questa volta non erano eserciti stranieri a salire sulla rocca. Erano soldati italiani venuti a svuotarla. Lo sgombero durò pochi giorni. Le porte rimasero socchiuse, dentro piatti, bicchieri, oggetti lasciati in fretta. Le stanze si svuotarono in silenzio. La terra continuava a salire. Le persone, invece, scendevano. Da allora il Rione Terra non è più stato lo stesso. Oggi le facciate sono restaurate, i colori del tufo e del rosso pompeiano risaltano al sole, le scale sono pulite, le luci a Natale disegnano una collana sulla rocca. Dal mare è uno dei panorami più belli del golfo. Ma non è abitato. È visitabile, viene fotografato. Ma non vissuto. Non è più un quartiere, è un simbolo. Pozzuoli ha una rocca sopra la testa e un vuoto dentro. Saliamo ancora ’ncopp’ ’a terra, ma non sappiamo più come starci. Non sappiamo più come abitarla. Le stratificazioni di una civiltà millenaria sono lì, sotto i nostri piedi, ma non fanno più parte della nostra quotidianità. È un luogo sospeso. E forse racconta qualcosa di noi. Perché qui la terra si muove continuamente, ma il Rione resta fermo. E con lui resta ferma una parte della città. ’Ncopp’ ’a terra la rocca è immobile.E Pozzuoli aspetta.
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