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Storia - BastaBugie.it
by BastaBugie
La storia che ci hanno insegnato a scuola è sbagliata; proviamo a guardare alla realtà dei fatti senza pregiudizi e senza paraocchi
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Missili e droni su Cipro, frontiera dimenticata dell'Europa cristiana
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8484MISSILI E DRONI SU CIPRO, FRONTIERA DIMENTICATA DELL'EUROPA CRISTIANAdi Roberto de Mattei «L'Italia non è in guerra e non vi entrerà», ha detto l'11 marzo in Parlamento la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «L'Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», ha ribadito il 13 marzo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rivolgendosi al Consiglio supremo di difesa riunito al Quirinale.Certo, si potrebbe aggiungere, l'Italia non ha dichiarato e non dichiarerà formalmente guerra a nessuno, ma la guerra è già entrata in Europa, nel momento in cui missili e droni, nelle prime settimane di marzo, hanno ripetutamente colpito l'isola di Cipro, che è uno Stato membro dell'Unione Europea, di cui anche l'Italia fa parte. A Cipro esistono basi militari britanniche, ma le bombe su Cipro hanno un significato che va al di là della dimensione geopolitica. Cipro appartiene alla geografia della grande espansione dell'Islam nel Mediterraneo e oggi è qualcosa di più di una semplice frontiera dell'Unione Europea. È una frontiera della memoria.LA STORIA DI CIPRODal 1571 al 1878 l'isola fece parte dell'Impero Ottomano: visse dunque tre secoli sotto lo stendardo dell'Islam. Ma prima, dal 1192 al 1489, era stata l'ultimo baluardo dei crociati nel Mediterraneo. Il Regno crociato di Cipro era stato fondato da Riccardo Cuor di Leone nel 1191 durante la Terza Crociata e poi era stato governato per tre secoli dalla dinastia dei Lusignano. Castelli come quelli che dominano le montagne del nord dell'isola e le grandi cattedrali gotiche di Famagosta testimoniavano la presenza cristiana nel cuore del Mediterraneo. Nel 1489, Caterina Corner, ultima sovrana dell'isola, la cedette alla Repubblica di Venezia. Per i musulmani, la sua conquista aveva un significato strategico e simbolico al tempo stesso, perché rappresentava l'avamposto della Cristianità nel Mar Mediterraneo controllato dall'Islam.Nella seconda metà del XVI secolo, grazie a Solimano I, detto "il Magnifico", l'Islam raggiunse l'apice della sua espansione dal Mar Rosso a Gibilterra, da Baghdad alle porte di Vienna. Nel 1566, a Solimano successe il figlio Solimano II, che decise di rompere la pace conclusa con Venezia nel 1540, rivendicando presunti diritti sull'isola di Cipro. Il 28 marzo 1570, Solimano inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l'isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l'ambasciatore e il doge settantottenne Pietro Loredan durò pochi minuti. «La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell'aiuto di Dio e nella forza delle sue armi», dichiarò il doge. Venezia si preparava alla guerra contro i Turchi. Era Papa san Pio V, che si rallegrò: sarebbe stata una grande occasione per realizzare quello che era il suo pensiero dominante: una Lega dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica.L'8 marzo 1570 il Papa scrisse al re di Spagna Filippo II un'accorata lettera. «Non siamo dunque noi conservati in questo mondo che per essere spettatori di una così sanguinosa tragedia? L'impero dei Turchi si è talmente esteso per la nostra viltà, che non siamo più in condizione di opporci alla loro usurpazione, a meno che i principi cristiani non facciano sforzi considerevoli, e non si colleghino insieme contro il nemico comune, e non gli oppongano potenti armate di terra e di mare».Mentre san Pio V, con l'aiuto di Filippo II e della Repubblica di Venezia, organizzava la coalizione contro i Turchi, il 3 luglio 1570 le truppe musulmane guidate dal Pascià Lala Mustafà sbarcarono a Cipro e dopo un assedio di due mesi, forti di 100.000 uomini, conquistarono Nicosia, capitale dell'isola, massacrando o vendendo come schiavi i suoi abitanti. Rimaneva Famagosta, la principale piazzaforte di Cipro, dove i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni, erano ridotti a cinquecento uomini, ma resistevano. Nel gennaio 1571, il comandante veneziano Marco Querin, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con uomini, viveri e munizioni. Passò l'inverno e nella primavera del 1571 si rinnovarono gli attacchi con sempre maggior furore, mentre Pio V, lavorava faticosamente a riunire la Santa Lega.UN MARTIRIO GLORIOSOMa a Famagosta finirono i viveri e le munizioni e Bragadin fu costretto a decretare la resa della città. Lala Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l'isola, imbarcandosi sulle loro navi. Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda del Pascià per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Baglioni fu decapitato seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all'Islam, ma Bragadin rifiutò con sdegno. Il 17 agosto fu appeso all'albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui scuoiato vivo a partire dalla testa. Bragadin sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, gridò: «In manus tuas Domine commendo spiritum meum» e finalmente spirò. Erano le ore 15 del 17 agosto 1571.Il corpo fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi spedita su una galera a Costantinopoli.La sorte dei cristiani di Cipro era quella che i Turchi preparavano ai cristiani d'Europa, ma un santo sedeva sulla cattedra di Pietro e, in Europa, lo spirito guerriero era ancora vivo. Meno di due mesi dopo la morte di Bragadin, il 7 ottobre 1571, la flotta cristiana trionfò sulla Mezzaluna nelle acque di Lepanto.I musulmani, sciti o sunniti, turchi, arabi o persiani che siano, non hanno dimenticato queste pagine della loro storia. Ma la memoria di Cipro e di Marcantonio Bragadin, di san Pio V e di Lepanto, dice ancora qualcosa ai cristiani di Occidente?
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L'inquisizione ne sapeva una più di Galileo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8317L'INQUISIZIONE NE SAPEVA UNA PIU' DI GALILEO di Giorgio Cavallo «Eppur si muove!»: uno degli aforismi più celebri della storia. Peccato che, come spesso le cose troppo belle celano un trucco, anche la storia di Galileo davanti all'Inquisizione nasconde una verità ben diversa: sotto la patina dell'aneddotica - e dell'aneddotica anticattolica - la storia dello scontro tra il più grande scienziato dei suoi tempi e l'Inquisizione sia profondamente diversa. Ecco come andarono le cose.Nella prima metà del XVII secolo, l'Europa attraversava un'intensa trasformazione culturale, politica e religiosa. La scoperta dell'America aveva cambiato la percezione geografica del mondo; la rivoluzione scientifica, con figure come Copernico, Keplero e anche il nostro Galileo, aveva messo in discussione la cosmologia aristotelico-tolemaica tradizionale. Infine, vi era la Rivoluzione protestante, metastasi sorta dalle eresie del secolo XV che, a differenza delle prime, era dilagata in tutto il Nord Europa e minacciava di mettere radici anche a sud delle Alpi. Come aveva risposto la Chiesa di fronte alle grandi sfide della sua epoca? Con la Controriforma, o Riforma cattolica, mediante quel lungo laboratorio che fu il Concilio di Trento (1545-1563), il quale aveva tra le altre cose rafforzato il ruolo dell'Inquisizione.GALILEO GALILEIGalileo Galilei (1564–1642), matematico e astronomo, si inserì in questo contesto come sostenitore del sistema eliocentrico copernicano, in aperta contraddizione con il modello geocentrico ancora ufficiosamente sostenuto dalla Chiesa. Ora, la questione qui si fa delicata e, per capirla, è opportuno comprendere il pensiero della Chiesa sempre alla luce delle grandi rivoluzioni scientifiche, geografiche e della geo-politica di allora. I papi - o, per meglio dire, i loro esperti - ritenevano davvero che la Terra potesse essere al centro dell'universo, rifiutando le tante evidenze scientifiche? Ecco, proprio qui sta il bello: la teoria eliocentrica, infatti, per quanto stimolante non aveva ancora delle prove scientifiche che potessero dimostrarne la bontà. Per assurdo: non le aveva Copernico, non le aveva Galileo. Quando, messo alle strette, lo scienziato pisano dovette provare le sue affermazioni dati alla mano, si inventò le cose più assurde, tirando in ballo anche le maree come evidenza del fatto che la Terra girasse attorno al Sole e non viceversa. Noi sappiamo che la prova definitiva sulla materia arrivò soltanto con l'esperimento del pendolo di Foucault, presentato al pubblico di Parigi soltanto nel 1851. Galileo non poteva che arrampicarsi sugli specchi, perché sapeva di essere nel giusto ma sapeva anche di non poterlo dimostrare. E la Chiesa, purtroppo, sapeva che Galileo poteva essere nel giusto ma sapeva anche di non poterlo affermare: non si trattava di uno scontro tra scienza e fede, come spesso è stato dipinto; si trattava di buonsenso. Nell'Europa di allora, dilaniata dalle guerre di religione, un'apertura verso una nuova teoria scientifica da parte del Papa avrebbe significato dare fuoco alle polveri di un nuovo scontro ideologico tra cattolici e protestanti. Perché sì, nel Nord Europa i protestanti si facevano davvero scudo con i Testi Sacri che, essendo stati tradotti per la prima volta da Lutero erano ora di libero accesso a molte più persone. Già le teorie di Copernico, pubblicate postume nel 1542, avevano suscitato un vespaio di polemiche nei territori protestanti.COPERNICO ERA CATTOLICOPiccola annotazione: Copernico era cattolico ed era canonico della cattedrale di Frauenburg, avendo preso gli ordini minori. Roma dava ospitalità (e rifugio) a molti scienziati. I papi non hanno mai rifiutato di confrontarsi con la scienza; semmai, all'epoca, era vero il contrario: le dittature teologiche come quella instaurata da Calvino a Ginevra tutto erano, fuorché "aperte" e "dialoganti" con il pensiero scientifico moderno. Per paradossale che possa sembrare, dunque, la Roma dei papi costituiva uno dei baricentri del sistema scientifico di allora, mentre l'Europa protestante, per giunta devastata dalle guerre di religione, non poté per molto tempo essere considerata all'avanguardia su questo punto.Certo, c'era uno scotto da pagare anche in terra cattolica. Vale a dire: non si era liberi di affermare pubblicamente la verità di studi e ricerche scientifici che non fossero validamente provati in modo inconfutabile. Ma, a ben pensarci, è sempre la solita questione di buon senso: non soltanto per evitare scontri scientifico-teologici con il mondo protestante, quanto per non propagandare teorie sbagliate, con gravi ripercussioni su tutti. Roma non avrebbe potuto "metterci la faccia"; temendo di incorrere in un errore madornale, come quel tale che andò in Occidente per giungere in Oriente e che in mezzo trovò un continente sconosciuto, i papi semplicemente ripiegarono sull'usato sicuro. E cioè la teoria geocentrica che, perlomeno, godeva della confortante protezione data dai grandi dell'antichità.Torniamo però a Galileo, che non si limitava soltanto a scrivere saggi ma che insegnava la teoria eliocentrica in università (e le università erano state fondate ed erano gestite dalla Chiesa). Nel 1616 la Congregazione del Sant'Uffizio esaminò le tesi copernicane con un vero e proprio esame scientifico. Il cardinale Roberto Bellarmino era, d'altronde, uno dei più grandi cervelli della sua epoca. Il futuro santo e Dottore della Chiesa comunicò a Galileo che non avrebbe potuto sostenere né insegnare pubblicamente la dottrina eliocentrica come vera, ma solo come ipotesi matematica. Galileo fu dunque invitato alla prudenza.Nel 1632, Galileo pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, che ottenne anche l'imprimatur da Roma mediante l'intercessione nientemeno che del Papa Urbano VIII Barberini. Questi, quando era ancora cardinale, aveva protetto l'eretico Tommaso Campanella ed aveva sempre dimostrato una grande apertura verso le ricerche scientifiche. Urbano VIII aveva dimostrato anche la sua buona volontà anche verso Galileo, ma le cose andarono in modo diverso. In primo luogo, il contenuto dell'opera di Galileo fece storcere il naso a molti: la figura di Simplicio, portavoce delle idee tolemaiche e apparentemente ridicolizzato nel testo, fu percepita come una sfida diretta all'autorità della Chiesa e la diffusione dell'opera fu, per quanto possibile, ostacolata. Il 12 aprile 1633 Galileo fu quindi convocato a Roma per affrontare il processo. Il fulcro dell'accusa non era tanto il contenuto scientifico del Dialogo, ma la presunta violazione dell'ammonizione del 1616. La Santa Inquisizione sostenne che Galileo avesse infranto un ordine diretto di non trattare la dottrina copernicana in alcun modo.EPPUR SI MUOVE: GALILEO NON L'HA MAI DETTONuovamente, la questione di Galileo appare paradossale: lo scienziato pisano si era esposto pubblicamente senza assecondare quell'invito alla prudenza che, nel suo caso, doveva apparire come un imperativo morale in quanto cattolico. Galileo aveva quindi rifiutato di sottostare al Papa, preferendo la via dello scontro frontale. Non era soltanto una questione di carattere (e il carattere di Galileo era notoriamente pessimo) ma di forma e di metodo; ed era in gioco anche il modo di interpretare la scienza. In parole povere: Galilei si faceva schermo della scienza per poter affermare ciò che voleva, andando contro anche ai fraterni ammonimenti del Papa.Con il senno di poi, Galileo si poneva verso la scienza con la sicumera di uno scientista, cioè di colui che eleva la scienza a metro di giudizio del mondo. Ma lo scientismo non è scienza: è dottrina, è fanatismo. Perché la scienza può sbagliare ed, anzi, il metodo scientifico si basa proprio sulla possibilità di sperimentare e quindi di saggiare gli errori. Questa era la posizione della Chiesa che, quindi, era più... scientifica di Galileo! E Galileo, che per altro si era invischiato in questioni teologiche che non gli competevano, il 22 giugno 1633 fu costretto ad abiurare pubblicamente le sue convinzioni. La cosa si esaurì lì: tanto rumore per nulla. Galileo fu condannato alla recita settimanale dei sette Salmi penitenziali per tre anni e alla "reclusione" nella villa dell'ambasciatore del granducato di Toscana, poi in quella dell'arcivescovo Piccolomini a Siena ed infine nella villa posseduta dallo stesso Galileo ad Arcetri. Per altro, l'insostenibile penitenza della recita quotidiana dei Salmi penitenziali fu poi sgravata dalle sue spalle e assegnata alla figlia Maria Celeste, che era suora di clausura.Era evidente che la Chiesa volesse risolvere la questione senza scandalo; semmai, a gettare benzina sul fuoco furono coloro che lessero il "caso Galileo" come uno scontro tra scienza e fede. Cosa che non fu: all'epoca si riteneva ancora che si potesse fare scienza in seno alla Chiesa e che, anzi, la stessa teologia fosse una scienza.I detrattori del cattolicesimo si inventarono la tortura di Galileo (mai avvenuta) e anche il celebre aforisma «Eppur si muove», che compare per la prima volta tra le pagine di Giuseppe Baretti, polemista del secolo XVIII. Ed infine, la beffa: il caso Galileo, come scontro titanico di un uomo, rappresentante della Scienza, contro la Chiesa Cattolica, divenne così celebre che fu tra i primi documenti trafugati dai giacobini al momento dell'invasione degli Stati Pontifici. Pare che i fascicoli processuali passarono nientemeno che tra le mani di Napoleone, il quale li lesse con attenzione. E poi? Tornarono a Roma fortemente lacunosi: il fascicolo dell'Archivio Apostolico Vaticano manca delle parti f
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Papa Francesco non chiuderà il giubileo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8156PAPA FRANCESCO NON CHIUDERA' IL GIUBILEO (ACCADDE SOLTANTO A INNOCENZO XII) di Cristina Siccardi Papa Francesco ha aperto la porta Santa in San Pietro, dando inizio all'Anno Santo ordinario del 2025, la Vigilia di Natale dello scorso anno. Era in sedia a rotelle e le campane suonavano a festa. Il 21 aprile, il Lunedì dell'Angelo, dopo la Santa Pasqua, le campane di San Pietro, invece, hanno suonato a morto per la sua scomparsa, avvenuta a 88 anni di età. Il giorno prima ha voluto incontrare, a sorpresa, il vice presidente degli Stati Uniti JD Vance, poi è apparso dal loggione per impartire la benedizione Urbi et Orbi che ha pronunciato con un filo di voce e al termine è sceso in piazza sulla Papa-mobile tra la folla dei fedeli. È stato il suo ultimo saluto: poche ore dopo, alle 7,35, si è spento. Secondo le sue volontà non sarà sepolto in Vaticano, bensì nella basilica di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche Papali di Roma.Papa Francesco, che aveva già indetto il Giubileo straordinario della Misericordia nel 2015, non potrà chiudere l'Anno Santo nella data prevista, il 6 gennaio 2026.UNICO PRECEDENTEA un solo altro Pontefice accadde la stessa sorte: era Innocenzo XII (1615-1700), nato Antonio Francesco Pignatelli, che morì a 85 anni. Durante il suo pontificato la vita dei popoli europei fu spesso funestata dalle guerre. Il Papa indisse il Giubileo il 18 maggio 1699 con la bolla Regi Saeculorum e all'apertura, a causa delle sue precarie condizioni di salute, non poté presiedere personalmente; ma nel giorno di Pasqua di quell'anno, pur essendo ormai gravemente malato, a causa del gran numero di pellegrini venuti da tutte le parti impartì la benedizione solenne dal balcone del Quirinale. Morì il 27 settembre del 1700, quindi l'Anno Santo fu chiuso dal suo successore, Clemente XI (1649-1721), nato Giovanni Francesco Albani.Nonostante l'assenza del Papa, sostituito dal cardinale Emmanuel de Bouillon (1643-1715), la cerimonia di apertura del Giubileo si svolse solennemente alla presenza della regina di Polonia, María Cristina (1641-1716), vedova del sovrano Jan Sobieski, e dal granduca di Toscana, Cosimo III de' Medici (1642-1723). La regina era entrata in San Pietro scalza e vestita da penitente e l'enorme affluenza di fedeli passava in ginocchio attraverso la Porta Santa.Membro di un casato aristocratico, Antonio Pignatelli, nato a Spinazzola in Puglia, trascorse tutto il periodo di formazione a Roma nel Collegio dei Gesuiti, dove prese gli ordini sacri probabilmente nel 1643. Si laureò in utroque iure e papa Urbano VIII lo chiamò a svolgere le sue mansioni nella Curia romana. Fu ordinato vescovo il 27 ottobre 1652. Svolse la carriera diplomatica come nunzio apostolico e per undici anni, dal 1660 al 1671, risiedette all'estero, tra Confederazione polacco-lituana e Impero austriaco. Fu creato cardinale il 1º settembre 1681 da Innocenzo XI. Come porporato partecipò a due conclavi, nel 1689 e nel 1691, quando fu eletto successore di San Pietro.Convinto della necessità che il clero dovesse porsi a modello dei fedeli, il Pontefice fece pubblicare la costituzione apostolica Sanctissimus in Christo Pater (18 luglio 1695), con la quale richiese a ogni ordine religioso una più stretta osservanza delle regole e una più attenta preparazione dei giovani nei noviziati. Attento alla Liturgia, il 20 agosto 1692 emise un decreto sulla musica sacra, in tal modo dissipò la confusione causata dalle diversità di interpretazioni e illuminando tutta la questione.CONTRO IL NEPOTISMO E IL GIANSENISMOInnocenzo XII è passato anche alla storia per aver emanato, il 23 giugno 1692, la bolla Romanum decet pontificem con la quale si eliminava ogni pratica di nepotismo, proibendo di fatto ai pontefici di concedere proprietà, incarichi o rendite a qualsiasi congiunto; inoltre, nessun parente di essi avrebbe più potuto essere innalzato al cardinalato.Sotto il suo pontificato proseguì l'annosa controversia giansenista, che egli condannò fermamente come eresia nel 1699. Cultore mariano, il 15 maggio 1693, stabilì che tutte la chiese celebrassero la festa dell'Immacolata Concezione con un'ottava. Realista e cosciente dei pericoli musulmani che gravitavano sui popoli d'Europa, appoggiò l'Imperatore del Sacro Romano Impero Leopoldo I d'Asburgo (1640-1705), impegnato nella guerra contro l'Impero Ottomano nella Grande guerra turca (1683-1699). Dopo più di un decennio di duro conflitto, Leopoldo uscì vittorioso in Oriente grazie al geniale talento militare del principe Eugenio di Savoia-Soissons (1663-1736). Con il trattato di Karlowitz, l'Imperatore cristiano recuperò quasi tutto il Regno d'Ungheria, che era caduto sotto il potere turco negli anni successivi alla battaglia di Mohács del 1526.Attento non alle demagogie, ma ai concreti bisogni della Chiesa, Innocenzo XII riformò l'apparato giudiziario per rendere efficace ed efficiente l'azione dei tribunali romani, troppo lenti nel garantire la giustizia. Con la bolla Ad radicitus submovendum del 31 agosto 1692 soppresse tutti i tribunali e i giudici particolari e rimise tutte le cause ai giudici ordinari. Fece quindi erigere un palazzo a Montecitorio, dove concentrò tutti i tribunali dell'Urbe, l'attuale Palazzo Montecitorio, inaugurato nel 1696.Uomo di poche parole, ma dai molti fatti, nel 1692 fece realizzare il nuovo acquedotto di Civitavecchia, dichiarò porto franco lo scalo portuale e le conferì il titolo di Città. Ordinò la costruzione del porto di Anzio (soprannominato «di Nettuno»), che portò crescita e sviluppo del luogo. Fece anche aprire due dogane a Roma, una per il traffico di merci via acqua, presso il porto di Ripa Grande, l'altra per le mercanzie via terra, nel tempio di Adriano a piazza di Pietra e, come non bastasse, rafforzò le difese militari sulla linea di costa per contrastare la minaccia dei Corsari barbareschi.Nel 1693 decise di riorganizzare l'assistenza pubblica di Roma e iniziò con il raccogliere l'infanzia abbandonata in un'unica istituzione, progettando di concentrarvi anche le altre categorie di poveri assistiti. Nacque così il nucleo di quello che divenne l'Ospizio apostolico di San Michele a Ripa Grande.Proprio in occasione del Giubileo del 1700, fece aprire un nuovo raccordo viario tra la via Appia antica e la via Campana, oggi via Appia Nuova, nota ancora oggi come Appia Pignatelli.Patrono delle Arti e delle Scienze, dopo la sua morte, il suo amico e conterraneo, il cardinale don Vincenzo Petra (1662-1747) dei duchi di Vastogirardi, commissionò all'architetto Ferdinando Fuga un monumento funebre in suo onore in San Pietro, presidiato da due statue, opera dello scultore Filippo Valle, che rappresentano la Giustizia e la Carità.
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Le guardie svizzere al servizio del successore di Pietro
VIDEO: Il giuramento delle Guardie Svizzere ➜ https://www.youtube.com/watch?v=9_oxmm_y09Y&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXFTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7957LE GUARDIE SVIZZERE AL SERVIZIO DEL SUCCESSORE DI PIETRO di Alberto CarosaIl 6 maggio 1527 è passato alla storia non solo come l'inizio dell'infame Sacco di Roma, ma anche come il giorno del primo autentico "battesimo di fuoco" per il corpo di guardie svizzere pontificie che aveva cominciato a servire il Papa e il Papato un paio di decenni prima.Ma perché reclutare soldati proprio dalla Svizzera? Perché storicamente gli svizzeri sono famosi per le loro capacità in due particolari mestieri: fare orologi e fare la guerra. I mercenari svizzeri si mettono in luce particolarmente nel XV secolo, dedicandosi per lungo tempo all'attività militare mercenaria quale sbocco alla loro povertà.La loro forza d'animo, nobili sentimenti e proverbiale spirito di fedeltà ne faceva dei combattenti ritenuti invincibili. Le loro formazioni semplici e primitive in quadrati massicci, che richiamavano la testuggine romana, armati di picche, si opponevano come istrici dai lunghi aculei agli attacchi della cavalleria, segnandone l'inizio del declino come arma decisiva.Tutte queste doti e in particolare lo spirito di fedeltà, rispetto alle altre truppe mercenarie del tempo, trovarono piena conferma, se pur ce ne fosse stato bisogno, quel giorno, che era cominciato con l'assalto mattutino alle mura vaticane di Borgo tra il Gianicolo e il Vaticano, da parte delle truppe imperiali di Carlo V al comando del duca Carlo di Borbone.ROMA ATTACCATAMa come si era giunti a questo assalto alla Città eterna? L'ordine era venuto dallo stesso Imperatore Carlo V, che in tal modo volle punire il Papa Clemente VII per il voltafaccia con cui aveva aderito alla Lega Santa di Cognac, alleandosi al Re di Francia, Francesco I di Valois (a sua volta alleato con i turchi), in funzione anti-imperiale. Papa Clemente temeva infatti, che le mire espansionistiche del sovrano asburgico mettessero a rischio la stessa esistenza dello Stato Pontificio come entità territoriale.Il Conestabile di Borbone e la sua orda selvaggia, in gran parte lanzichenecchi tedeschi protestanti già sotto il comando del generale Giorgio von Frundsberg (costretto ad abbandonare il campo anzitempo per motivi di salute), dovevano prendere la città in fretta, per evitare di essere intrappolati a loro volta dall'esercito della Lega, che avrebbe potuto tagliargli la via della ritirata.Poiché forse l'assalto non procedeva secondo i tempi previsti, il Borbone decise di andare a spronare personalmente i suoi soldati che si disponevano a scalare le mura alla Porta del Torrione. Ma mettere tanto zelo in un'impresa del genere non fu una buona idea: una palla d' archibugio (che poi Benvenuto Cellini si vantò d' aver tirato) lo colpì a morte.Dopo un attimo di sbandamento, gli assalti ripresero più furiosi di prima e i mercenari spagnoli (6000 effettivi, il reparto più consistente dopo i lanzichenecchi) sfondarono la Porta del Torrione, mentre i lanzichenecchi dilagavano per Borgo S. Spirito e S. Pietro. La Guardia Svizzera, compatta ai piedi dell'obelisco che allora si trovava vicino al Campo Santo Teutonico, e le poche truppe romane resistettero eroicamente.UN GLORIOSO MARTIRIODopo l'eccidio di tutti i soldati di guardia, mentre per il corridoio il Papa si metteva al sicuro, gli svizzeri ancora resistevano, difendendo S. Pietro. Alla loro testa era il comandante Kaspar Röist. Le orde non rispettarono il luogo santo e feroce si riaccese la mischia. Tutti caddero fino all'ultimo e con essi la consorte del comandante Röist, mutilata prima delle braccia, poi uccisa sul cadavere del marito. Dell'intero corpo, 189 svizzeri, se ne salvarono solo 42, quelli che erano di servizio quel giorno nel palazzo apostolico e quindi col compito di scortare il Papa al sicuro in Castel S. Angelo.Infatti il loro supremo sacrificio non fu vano, perché guadagnarono il tempo sufficiente al Papa per mettersi in salvo attraverso il "Passetto", un corridoio segreto costruito da Alessandro VI sul muro che collegava il Vaticano con Castel Sant'Angelo.A suggello del loro supremo sacrificio, equivalente a un vero e proprio martirio, i 147 svizzeri si coprirono di eterna gloria cadendo eroicamente proprio sui gradini dell'altare maggiore di S. Pietro, quasi a simboleggiare l'unione dell'offerta del loro sangue a quella che Nostro Signore rinnova in maniera incruenta in ogni celebrazione della Santa Messa.ROMA IN MANO AI BARBARI PROTESTANTIAttraverso Ponte Sisto, poi, i lanzichenecchi e gli altri mercenari al seguito si riversarono sulla città, e per otto giorni diedero libero sfogo a ogni sopruso e efferatezze possibili e immaginabili: omicidi, torture, stupri, rapine, sequestri di persona a scopo di estorsione, saccheggi, devastazioni, incendi, accanendosi particolarmente nello sfregio di luoghi e oggetti sacri e nelle offese a quanti vestissero un abito religioso.La violenza fu tale che appena qualche giorno dopo, il 10 maggio, l'estensore di una relazione alla Repubblica veneta scriveva: «L'inferno è nulla in confronto colla vista che Roma adesso presenta». I morti pare siano stati dodicimila nei primissimi tempi, cui vanno aggiunte le svariate centinaia, se non migliaia, di altre vittime della peste che scoppiò quasi contemporaneamente, vuoi a causa dei molti cadaveri insepolti e mangiati dai cani, vuoi per le condizioni e le abitudini promiscue della soldataglia (che ne fu a sua volta ampiamente decimata).Il valore complessivo del bottino si sarebbe poi aggirato - secondo le stime dello stesso Clemente VII - intorno alla cifra esorbitante di dieci milioni di ducati d'oro.Ma ingenti furono anche - sul piano più prettamente culturale - i danni subiti dagli archivi e dalle biblioteche, dai tesori delle chiese e dalle raccolte d'arte; furono profanate perfino le tombe dei Papi, compresa quella di Giulio II, per rubare il loro contenuto.Oltre al danno irreparabile della distruzione di reliquie, andò perduto anche un tesoro d'arte inestimabile, ossia la maggior parte dell'oreficeria artigiana di chiesa. Ad ulteriore sfregio, i lanzichenecchi adibirono san Pietro a stalla per i loro cavalli.Non c'è da meravigliarsi troppo di tutto questo perché l'esercito imperiale, e in particolare i lanzichenecchi, erano animati da uno spirito di crociata antipapista, anche se erano al soldo di un monarca cattolico; infatti il Frundsberg non aveva fatto mistero di voler prendere Roma per impiccare il Papa e i suoi cardinali."VIVAT LUTHERUS PONTIFEX"Non mancarono poi quanti interpretarono gli avvenimenti come un segno dell'ira di Dio per le divisioni dei cristiani a seguito della rivoluzione protestante. Davanti a Castel Sant'Angelo, sotto gli occhi del Papa, fu poi imbastita una parodia di processione religiosa, con la quale si chiedeva che Clemente cedesse a Lutero vele e remi della "Navicella" di Pietro.Allora la soldataglia gridò: "Vivat Lutherus pontifex". Per sfregio, il nome di Lutero fu inciso con la punta d'una spada sull' affresco La Disputa del Santissimo Sacramento nelle Stanze di Raffaello, mentre un altro graffito inneggiava a Carlo V Imperatore.Conciso e esatto il giudizio del priore dei canonici di S. Agostino emesso allora: «Mali fuere Germani, pejores Itali, Hispani vero pessimi»: i tedeschi furono cattivi, peggiori gli italiani, pessimi gli spagnoli.Ad accrescere la ferocia dei vincitori contribuì forse anche il mancato pagamento della "cinquina", ossia il soldo che a quei tempi veniva pagato ogni cinque giorni. Quando però il comandante delle truppe non disponeva di danaro sufficiente, autorizzava il cosiddetto "sacco" della città, che in genere non durava più di una giornata. Nel caso specifico, la soldataglia era rimasta senza paga, senza comandante e senza ordini, e poté quindi più facilmente abbandonarsi ad un saccheggio così sfrenato e prolungato.UN MERITO CHE NON SI DIMENTICALa notizia del Sacco di Roma commosse l'intera Europa ed ebbe grande impatto emotivo e vasta eco presso i contemporanei, tanto che ne rimane traccia in un'articolata pubblicistica. Lo stesso Carlo V ne rimase indignato e fece sospendere le feste indette in Spagna per la nascita del figlio Filippo, fece fare preghiere per la liberazione del Pontefice (come se non fosse suo prigioniero) e scrisse al Re d'Inghilterra e agli altri principi che le violenze erano state commesse contro la sua volontà.La soppressione della Guardia Svizzera, sostituita da una compagnia di 200 lanzichenecchi, fu tra le condizioni imposte a Clemente VII per la resa, ma egli ottenne che gli svizzeri sopravvissuti fossero inclusi nel nuovo corpo. Però solo dodici accettarono, mentre gli altri non vollero avere niente a che fare con gli odiati mercenari tedeschi.La Guardia Svizzera fu reintegrata nella pienezza dei suoi compiti da Paolo III il 3 febbraio 1548, quando un contingente di 225 confederati tornò a servire il Papa su base permanente.E se oggi la Guardia Svizzera è ancora al suo posto dopo le riforme seguite al Concilio Vaticano II, che hanno portato invece all'abolizione di altri corpi armati vaticani, lo si deve anche al ricordo indelebile dell'eroico sacrificio dei suoi 147 membri cinque secoli fa, luminoso esempio di spirito cavalleresco e fedeltà incrollabile al servizio del Papa e del Papato fino alle ultime conseguenze.Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente dal titolo "A cosa servono le guardie svizzere" si spiega il ruolo che hanno ancora oggi
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La Francia è consacrata a Maria Assunta
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7908LA FRANCIA E' CONSACRATA A MARIA ASSUNTA di Francesco PatrunoNei giorni scorsi, durante le Olimpiadi svoltesi a Parigi, abbiamo assistito a una derisione del Cristianesimo nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, tenutasi il 26 luglio. Gli organizzatori hanno voluto scimmiottare l'Ultima Cena. [...]Il carattere esoterico e neo-gnostico della cerimonia era evidente, perché, non a caso, la sua figura centrale era quella del dio pagano Dioniso, che per Friedrich Nietzsche e per gli esoteristi, incarnerebbe l'antitesi del Cristo e rappresenterebbe il simbolo della rottura con la morale cristiana, vista come avvilimento ed annientamento. [...]Guardando a questi spettacoli, così in contrasto con ciò che la Francia un tempo ha rappresentato per la Chiesa e per la fede cattolica, che ha visto germogliare in terra francese schiere di santi, tanto da essere considerata “figlia primogenita della Chiesa”, mi sono chiesto se essi riflettano davvero il popolo francese e le radici di quel paese. A un'analisi superficiale, potrebbe sembrare che quella Nazione non potrà mai tornare ai suoi fasti cristiani. Eppure, c'è speranza. Non dobbiamo dimenticare Colei che tutte le generazioni chiamano beata, a cui la Francia fu affidata secoli fa; un affidamento legato proprio alla solennità dell'Assunzione. Un affidamento che potrebbe costituire, secondo i tempi imperscrutabili della Vergine, che sono i tempi di Dio, il perno su cui la terra di Francia tornerà a essere pienamente cristiana.Cosa c'entra, dunque, quella Nazione con l'Assunta? È presto detto. Si tratta di una storia davvero affascinante, risalente al XVII sec., cioè alle vicissitudini private (e non solo) del re Luigi XIII e della regina Anna d'Austria. Sì, proprio quell'epoca e quei regno durante il quale è ambientata anche la vicenda de I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Per farla breve, la coppia, molto pia e devota (sebbene il re non avesse mancato di intrattenere relazioni con cortigiane), non era stata benedetta dalla nascita di un figlio che potesse garantire la successione al trono. Per la verità, dal matrimonio, la regina concepì ben tre figli, che si risolsero in altrettanti aborti, di cui uno accidentale per una caduta dalle scale.La coppia regale, quindi, non poteva godere della gioia di un erede al trono.Fu su consiglio del monaco agostiniano scalzo Fra Fiacre di Sainte-Marguerite, personalità mistica dell'epoca, che aveva ricevuto nell'autunno 1637 alcune apparizioni della Vergine nelle quali la Madonna annunciava la prossima nascita di un erede al trono ed invitava - suo tramite - a tale scopo la regina Anna a compiere dei cicli di novene (il ciclo di novene si concluse il 5 dicembre di quell'anno, esattamente nove mesi dopo nacque il tanto desiderato bambino), e dell'ex cortigiana e confidente del re, Louise de La Fayette, divenuta nel frattempo monaca visitandina col nome di Suor Angelica, la quale aveva favorito la riconciliazione e la riunione del re con la regina, se si giunse - una volta avuta la certezza del concepimento del figlio da parte della sovrana - alla proposizione di un voto alla Madre di Dio.IL VOTO ALLA VERGINEPer la verità, sin dall'indomani del concepimento del figlio (avvenuto - si badi - dopo oltre un ventennio di matrimonio sostanzialmente sterile), e cioè dall'11 dicembre 1637, il re annunciava la sua intenzione di esprimere un voto alla Vergine. Il testo, più volte corretto e rifinito anche dal primo ministro del re, il celebre cardinal de Richelieu, fu sottoposto al Parlamento di Parigi. Il 10 febbraio 1638, finalmente, il re, nel suo castello di Saint-Germain-en-Laye, firmava, con proprie lettere patenti, il testo del voto in cui dichiarava solennemente che, «prendendo la santissima e gloriosissima Vergine come speciale protettrice del nostro regno, a Lei consacriamo particolarmente la nostra persona, il nostro Stato, la nostra corona e i nostri sudditi, supplicandola di ispirarci una santa condotta e difendere questo regno con tanta cura contro gli sforzi di tutti i suoi nemici [...]. E affinché i posteri non possano non seguire i nostri desideri su questo argomento, come monumento e segno immortale dell'attuale consacrazione che compiamo, faremo riedificare il grande altare della cattedrale di Parigi con un'immagine della Vergine che tenga tra le sue braccia quelle del suo prezioso Figlio deposto dalla Croce, e dove Noi saremo rappresentati ai piedi del Figlio e della Madre nell'atto di offrire loro la nostra corona e il nostro scettro.Ammoniamo il signor arcivescovo di Parigi, e gli ordiniamo nondimeno che ogni anno, nella festa e nel giorno dell'Assunzione, faccia commemorare la nostra presente dichiarazione nella messa solenne, che sarà detta nella sua chiesa cattedrale, e che dopo i vespri di detto giorno, nella detta chiesa si farà una processione, alla quale parteciperanno tutte le compagnie sovrane e gli organi cittadini, con cerimonie simili a quelle che si osservano nelle processioni generali più solenni, che vogliamo si facciano anche in tutte le chiese; sia parrocchiali che quelle dei monasteri di detta città e sobborgo, e in tutte le città, paesi e villaggi della detta diocesi di Parigi.Esortiamo parimenti gli arcivescovi e i vescovi del nostro regno, e nondimeno ingiungiamo loro di celebrare la stessa solennità nelle loro chiese episcopali, e delle loro diocesi, intendendo che a detta cerimonia siano presenti le corti del Parlamento e altre compagnie sovrane, e i principali ufficiali delle città, e avvertendo tutti i popoli ad avere una particolare devozione verso il Vergine, d'implorare in questo giorno la sua protezione, affinché, sotto una così potente Patrona, il nostro regno sia protetto da tutte le imprese dei nostri nemici, che goda lungamente di buona pace, che Dio vi sia servito e venerato così santamente affinché noi e i nostri sudditi arriviamo felici al fine ultimo per il quale tutti siamo stati creati, poiché tale è il nostro desiderio».Con questo voto, Luigi XIII istituì le processioni del 15 agosto durante le quali i sudditi avrebbero dovuto pregare Dio e la Vergine per i felici successi del re. Ogni chiesa del regno era tenuta, nella misura in cui la chiesa stessa non era già sotto il patronato della Vergine, a dedicare un altare o cappella principale alla Regina del Cielo. Luigi XIII promise infine di costruire un nuovo altare maggiore nella cattedrale di Notre Dame di Parigi, nonché di offrire alla cattedrale un nuovo gruppo scultoreo.LA NASCITA DELL'EREDE AL TRONO (DIEUDONNÉ, CIOÈ “DATO DA DIO”)Intanto, il 5 settembre 1638, nasceva il tanto desiderato figlio, Luigi XIV, il famoso Re Sole, soprannominato Dieudonné, cioè “dato da Dio”, proprio perché dono immeritato del Signore, ottenuto per intercessione della Vergine Maria, in un matrimonio sostanzialmente sterile, che si trascinava da oltre un ventennio.Da quell'anno 1638, ogni 15 agosto fu dedicato al ricordo di quel voto e della consacrazione della Francia e del suo popolo alla Madonna.Luigi XIII non fece in tempo ad adempiere al voto: vale a dire a costruire il nuovo altare maggiore a Notre Dame. Questo compito spettò al figlio, Luigi XIV, sessant'anni dopo. Dal 1708 al 1725, l'architetto Robert de Cotte rimodellò completamente il coro della cattedrale parigina, mascherando i costoloni con archi semicircolari più moderni. Ai lati dell'altare maggiore furono collocate sei statue di angeli in bronzo recanti gli strumenti della Passione di Cristo e quelle dei due re inginocchiati, Luigi XIII in atto di offrire scettro e corona di Guillaume Coustou e quella di Luigi XIV scolpita da Antoine Coysevox. Dietro l'altare maggiore, sotto l'arcata centrale dell'abside, fu collocato il gruppo scultoreo della Pietà, in marmo di Carrara, opera di Nicolas Coustou, che lo realizzò tra il 1714 e il 1715. Queste due statue dei re e quella della Pietà vennero rimosse nel 1793 e ricollocate nella cattedrale solo nel 1815, quelle dei sovrani su nuovi piedistalli completati nel 1816 con lo stemma del re di Francia.Tutto il gruppo scultoreo, pegno del voto del pio re di Francia, sono scampati miracolosamente al terribile incendio della cattedrale del 15 aprile 2019.La consacrazione della Francia e del re furono confermate da Luigi XIV il 25 marzo 1650 e vennero rinnovate in occasione del centenario del voto, nel 1738, dal re Luigi XV.Le campane e le processioni si svolsero ogni anno il 15 agosto sino alla Rivoluzione francese e per l'esattezza sino al 1791 compreso: il 14 agosto 1792, infatti, l'Assemblea legislativa rivoluzionaria abolì la consacrazione della Francia ed il voto; l'anno seguente, il 10 novembre 1793, profanata la cattedrale, essa fu trasformata nel tempio della dea Ragione.Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, il re Luigi XVIII ristabilì la celebrazione del voto nel 1814. Sotto la c.d. Monarchia di Luglio, nell'agosto 1831, il re Luigi Filippo I, figlio della Rivoluzione, abolì definitivamente il voto ed ogni celebrazione, nonostante la ferma e vana protesta di intellettuali cattolici come Lamennais, Lacordaire e Montalembert.Per la verità, già dalla modifica costituzionale del 1830 allorché la religione cattolica cessò di essere religione di Stato, il voto aveva perso forza di legge ed era caduto nel dimenticatoio, lasciando sostanzialmente all'iniziativa locale, popolare o diocesana, la celebrazione della ricorrenza.SANTA GIOVANNA D'ARCO PATRONA DI FRANCIA (DOPO L'ASSUNTA)A
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La ridicola festa di san Napoleone al posto dell'Assunta
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7909LA RIDICOLA FESTA DI SAN NAPOLEONE AL POSTO DELL'ASSUNTA di Francesco PatrunoÈ da pochi giorni trascorsa la solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria. Anzi, siamo nell'ottava della ricorrenza. Ovviamente, come sempre ogni anno, nell'indifferenza religiosa di coloro che, in questo periodo di ferie estive, sono più intenti a pensare a come trascorrere il Ferragosto, magari in riva al mare, dopo una notte insonne intorno ad un fuoco, tra canti e gozzoviglie varie.Pensando a questo, mi è venuta in mente come la data del 15 agosto abbia segnato la storia della Chiesa e della fede. Basti pensare a Napoleone Bonaparte, che, nato, appunto, un 15 agosto (1769), lungi dal sentirsi onorato per questa singolare e felice coincidenza, tentasse persino di abolire la festa mariana dell'Assunta, per non sentirsi ripetere, proprio nel giorno del suo genetliaco, al Vangelo, il passo lucano della visita di Maria a S. Elisabetta, con il canto del Magnificat nel quale la Vergine fanciulla di Nazaret, echeggiando le parole di Anna, la madre di Samuele, magnifica ed esulta in Dio perché disperde «i superbi nei pensieri del loro cuore», rovescia «i potenti dai troni» ed innalza gli umili.Divenuto imperatore nel 1804, con proprio decreto del 19 febbraio 1806, al fine di consolidare - a fini propagandistici la sua immagine - e sostenuto anche dalle logge massoniche, decise di abolire la festività dell'Assunta nel suo Impero, sostituendola con una festa nazionale dedicata a un improbabile San Napoleone, una figura inventata per l'occasione. Questo presunto santo, il cui vero nome era Neopolo (deformato, appunto, in Napoleone), venne presentato come un anziano martire della fede ed ufficiale romano, morto in prigione il 2 maggio 304 a causa delle torture subite sotto gli imperatori Diocleziano e Massimiano. Tale figura era associata a un gruppo di martiri (Santi Saturnino, Celestino e Germano). La statua di questo santo si trova ancora oggi su una guglia del Duomo di Milano, collocata lì nel 1811 e opera dello scultore Giuseppe Fabris.Così, il 15 agosto, Napoleone avrebbe potuto vedere celebrato il suo compleanno e il suo onomastico con gli onori di una festa nazionale, a misura del suo ego smisurato. Tuttavia, questa ricorrenza durò meno di un decennio. Come ci ricorda la prima lettera di Pietro, «Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (1 Pt 5,5). Con l'esilio di Napoleone a Sant'Elena, in effetti, la festa nazionale a lui dedicata fu abolita il 16 luglio 1814 da Luigi XVIII. Nel 1852, l'imperatore Napoleone III tentò di ripristinare la festa, ma solo come anniversario della nascita di suo zio, senza il riferimento a San Napoleone. Pure questo tentativo, però, ebbe breve durata. [...]
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Husserl e le opposte vite dei suoi discepoli più famosi
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7897HUSSERL E LE OPPOSTE VITE DEI SUOI DISCEPOLI PIU' FAMOSI: HEIDEGGER ED EDITH STEIN di Roberto de MatteiAgli inizi del Ventesimo secolo, una nuova scuola filosofica si presentava alla ribalta in Europa, nel tentativo di portare il pensiero moderno alla sua "maturità critica". Fondatore della nuova scuola era Edmund Husserl (1859-1938), professore a Gottinga e a Friburgo in Breslavia, che cercava nella coscienza umana l'oggettività della conoscenza e dei valori.Nella cerchia dei collaboratori di Husserl si distinguevano due giovani studiosi, Edith Stein e Martin Heidegger, i cui opposti itinerari intellettuali ed esistenziali sembrano riassumere emblematicamente le diverse possibilità che ha di fronte a sè la filosofia e la civiltà moderna. Martin Heidegger, nato cattolico, percorse fino in fondo l'itinerario teorico dell'immanentismo moderno, approdando ad un nichilismo tanto ambiguo quanto radicale; successe a Husserl nella cattedra, aderì al nazionalsocialismo e dopo la guerra concluse la sua esistenza, acclamato filosofo; oggi è un controverso profeta della Sinistra postmoderna.Edith Stein, la discepola prediletta di Husserl, nata ebrea, dopo una sofferta ricerca personale, si convertì al cattolicesimo; voltò le spalle ad una brillante carriera universitaria e trovò la pienezza della Verità e della Vita alla quale anelava nella filosofia dell'Essere di san Tommaso d'Aquino e nella profondità interiore del Carmelo. Suggellò con il martirio la sua adesione totale a Cristo. La sua figura merita di essere ricordata.Edith Stein, nacque a Breslavia, in Germania nel 1891, undicesima figlia di una coppia di ferventi ebrei. Nel 1910, dopo aver concluso brillantemente gli studi liceali, si iscrisse all'Università di Breslavia. Nel 1913 si trasferì all'Università di Gottinga, dove incontrò il filosofo Husserl, di cui divenne assistente, assieme a Martin Heidegger, di due anni maggiore di lei.QUESTA È LA VERITÀLa Autobiografia di santa Teresa d'Avila, letta in una notte d'estate del 1921, cambiò la sua vita. Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, che si erano assentati brevemente. Ella stessa racconta: "Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo "Vita di santa Teresa narrata da lei stessa". Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità".Contro la volontà dei suoi genitori, Edith ricevette il battesimo e la prima comunione nel giorno di Capodanno del 1922. Voltò le spalle a un futuro di successo e il 14 ottobre 1933, mentre il nazismo andava al potere in Germania, entrò nel monastero delle Carmelitane di Colonia, con il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il padre Cornelio Fabro, scrisse di Lei: "La vita carmelitana le infondeva una pace di spirito, una pienezza di vita, una gioia del cuore inesprimibile che s'irradiava su quanti poterono in rare occasioni avvicinarla: colpiva, nell'aspetto chiaro e giovanile, una dignità di semplicità, una caritatevole affabilità, una fraterna comprensione che dava quel gaudio e quel pungolo insieme da cui siam colpiti ogni volta che in questa grama esistenza ci tocca qualche autentico raggio del Bene infinito» (Edith Stein, dalla filosofia al supplizio, in "Ecclesia", IX, 7 ,1949, pp. 344-346).Il 21 aprile dello stesso 1933 Martin Heidegger, su proposta di un gruppo di docenti nazionalsocialisti era stato eletto rettore alla Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo. Il 21 aprile 1938, suor Teresa Benedetta della Croce emise la professione perpetua nell'ordine del Carmelo. Qualche giorno dopo, il 26 aprile, morì a Friburgo il suo maestro, Edmund Husserl, pronunciando parole di abbandono in Dio. Martin Heidegger, dopo una torbida relazione sentimentale con la sua allieva Hannah Arendt, morirà a Friburgo, a ottantasei anni, nel 1976.RAPPRESAGLIA CONTRO L'EPISCOPATO OLANDESELa notte del 30 dicembre 1938, per sfuggire alle persecuzioni razziali, Edith abbandonò il Convento delle Carmelitane di Colonia per rifugiarsi nel Carmelo di Echt, in Olanda. Così scriveva: "Ho un pensiero persistente: quaggiù non ci sono dimore permanenti. Non desidero nulla, se non che si compia in me e attraverso di me la volontà di Dio: quanto tempo mi lascerà qui e che cosa succederà in seguito? Tutto questo dipende da Lui e perciò non devo preoccuparmi affatto. È però importante pregare molto, per restare fedeli in ogni circostanza". "Fin da adesso - scrive nel suo testamento - accetto la morte che Dio mi ha destinato, con gioia e con una totale sottomissione alla sua santissima volontà. Prego il Signore di voler accettare la mia vita e la mia morte per la sua gloria e glorificazione [...], per il popolo ebreo affinché il Signore sia accolto dai suoi e venga il suo regno [...] Per la salvezza della Germania e per la pace nel mondo; infine, per i miei parenti, vivi e morti, e per tutti coloro che Dio mi ha affidato: perché nessuno si perda".Dopo lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, nel maggio 1940, l'Olanda venne occupata dai tedeschi. Il 2 agosto 1942, il commissario del Reich fece arrestare tutti i religiosi e le religiose non ariane presenti nei conventi, in tutto circa 300, come atto di rappresaglia contro l'episcopato olandese che si era opposto pubblicamente alle persecuzioni contro gli ebrei. Suor Teresa Benedetta, assieme alla sorella Rosa, fu internata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove morì, in una camera a gas, il 10 agosto 1942.Suor Teresa Benedetta della Croce, monaca carmelitana, vergine e martire, fu proclamata beata nel 1987 da Giovanni Paolo II, canonizzata nel 1998 ed elevata alla dignità di co-patrona d'Europa insieme a santa Caterina da Siena e a santa Brigida di Svezia.La grandezza di Edith Stein, più ancora che nel suo martirio, fu nella scelta eroica con cui, decise di voltare le spalle allo spirito del mondo, per immergersi nella profondità spirituale del Carmelo. La grazia del martirio fu la ricompensa di questo ardente amore per la Verità che costituì il filo conduttore della sua vita.
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Sangiuliano, dietro lo svarione c'è la solita vulgata
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7833SANGIULIANO, DIETRO LO SVARIONE C'E' LA SOLITA VULGATA di Stefano ChiappalonePiù che un semplice anacronismo è un boomerang. Domenica a Taormina durante l'evento "Taobuk 2024 - Identità italiana, identità culturale" il ministro Gennaro Sangiuliano a un certo punto ha citato: «... la Santa Inquisizione, perché l'Inquisizione nella Spagna dell'epoca era un contropotere molto forte. Colombo va davanti alla Santa Inquisizione e spiega il suo progetto. Colombo, sapete, non ipotizzava di scoprire un nuovo continente, ma Colombo voleva raggiungere le Indie circumnavigando la terra sulla base delle teorie di Galileo Galilei. Allora i padri, chiamiamoli "padri"...». Il tutto per dire che «Nell'attività normativa legislativa quando ci mettiamo a ragionare a come riformare, troviamo sempre i soloni che ci dicono: "Ma questa cosa non è mai stata fatta". Ma se nella storia dell'umanità non ci fosse stato qualcuno che a un certo punto ha rotto gli schemi, noi non avremmo fatto tante conquiste». Insomma, il riformatore odierno come un novello Colombo o Galileo.Applausi scroscianti sul posto e ironia sferzante sul web, facendo notare un "dettaglio" che dovrebbe essere ovvio come il proverbiale uovo di Colombo (restando in tema): le date non tornano, dal momento che Galileo Galilei nacque nel 1564, quando Cristoforo Colombo era morto da ben 58 anni e pertanto difficilmente avrebbe potuto avvalersi delle «teorie» dello scienziato pisano. Un'occhiata a wikipedia avrebbe risparmiato una gaffe tanto più eclatante in bocca al ministro della Cultura. Come se un sottosegretario agli Esteri confondesse i libanesi con i libici (ah no, è già accaduto). O se qualcuno collocasse Times Square a Londra invece che a New York... ma Sangiuliano ha fatto anche questo.Non c'è solo l'anacronismo: se pure Galileo fosse vissuto qualche tempo prima, di quali teorie si sarebbe potuto avvalere Colombo per il suo viaggio? Dell'eliocentrismo? A rendere possibile il viaggio di Colombo servivano due dati: che la terra fosse sferica, e lo si sapeva da parecchi secoli, malgrado qualcuno ancora sia convinto che le obiezioni a Colombo si basassero sul mito della "terra piatta" (ma la sfericità della terra era cosa nota anche nel vituperato Medioevo). E che la circonferenza terrestre fosse sufficientemente "piccola" da consentire la lunga navigazione attraverso l'Oceano. In effetti le misurazioni di Colombo attingevano alla Geografia non di Galileo bensì di Tolomeo (forse il ministro si riferiva a lui, come ipotizza Focus?)BASTA LO SLOGANSviste non da poco, ma che importa, basta aver lanciato lo slogan: l'uomo delle riforme incurante dei pregiudizi come il navigatore genovese, che la vulgata descrive – al pari di Galileo - come la quintessenza della modernità. Il che basta a godere di quella sorta di "impunità culturale" per cui su certi temi, argomenti o personaggi, si può pontificare a piacimento e ogni strafalcione è perdonato purché si esalti la (presunta) modernità di qualcuno rispetto alla (presunta) arretratezza dei tempi in cui visse. Uno schema buono per tutte le occasioni. E poi l'inquisizione ci sta sempre bene a dare un tocco noir, tanto nessuno va a controllare che non si occupava di viaggi per mare (e che le ricerche più recenti hanno restituito un'immagine non esattamente corrispondente alla leggenda nera, da non sostituire con una leggenda rosa, ma semplicemente con le luci e le ombre della verità storica). Potenza della propaganda ottocentesca che tuttora riecheggia dai sussidiari ai documentari.Comunque sia, le obiezioni dei dotti di Salamanca non si fondavano sul terrapiattismo, bensì su calcoli più esatti di quelli di Colombo: in altri termini, la circonferenza terreste era più ampia e quindi il viaggio sarebbe stato più lungo di quanto avesse preventivato il genovese. Troppo lungo per disporre di provviste sufficienti. E chissà come sarebbe finito se nel percorso tra il porto di Palos e le "Indie" non si fossero imbattuti in quel continente imprevisto. Forse come quello dei fratelli Vivaldi, che esattamente due secoli prima si erano già proposti di andare «per mare Oceanum ad partes Indiae», ma non fecero più ritorno.COLOMBO CATTOLICO ROMANOE la sbandierata modernità di Colombo? Il suo Giornale di bordo si apre «nella grande città di Granada dove (...) vidi il Re Moro venire alle porte della città e baciare le regali mani delle Vostre Altezze e del Principe mio signore». Dalla Reconquista all'ansia di convertire i popoli soggetti a quel «principe che è chiamato Gran Khan»: «quante volte egli ed i suoi predecessori avevano mandato messi a Roma per cercar dottori nella nostra Santa Fede che di essa li istruissero, e mai il Santo Padre ne li ha provveduti, e così tante persone andarono perdute per esser cadute in idolatrie ed aver ricevuto dottrine di dannazione». E poiché il Santo Padre non aveva fatto nulla (anche allora si temeva il proselitismo?), los reyes catolicos «hanno risolto di inviare me, Cristoforo Colombo, alle menzionate contrade dell'India, per vedere (...) la maniera in cui possa intraprendersi la loro conversione alla nostra Santa Fede».Un'ultima nota sulla modernità di Galileo, entrato suo malgrado - e anzitempo - in questa vicenda. Il nodo della querelle tra lui e il cardinale Bellarmino stava nella pretesa galileiana di proporre come verità un'ipotesi scientifica. Lasciamo la parola a uno storico non sospetto di filo-cattolicesimo, come Alessandro Barbero: «Attenzione a dire che Galileo era moderno... quando ha scoperto queste cose ha detto: "Questa è la verità e io intendo insegnare la verità". E il cardinale Bellarmino, pover'uomo, gli diceva: "Ma senti, noi non vogliamo farti mica delle cattiverie, basta che tu accetti di insegnare che questa è un'ipotesi e tu puoi anche dire che con quell'ipotesi lì le cose vanno bene, funzionano, però è un'ipotesi". E Galileo, duro: "No, è la verità, non è un'ipotesi!". E il mio professore di fisica concludeva, lo ricorderò per sempre: "Non era moderno Galileo, era moderno il cardinale Bellarmino!"».Parafrasando un noto tormentone di vent'anni fa: «Dammi tre parole: Colombo, Galileo e Inquisizione». Gli ingredienti perfetti per far sfoggio di luogocomunismo. E lo svarione è perdonato, perché in fondo è in linea con la vulgata.
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Il terrore, apice della rivoluzione francese
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7829IL TERRORE, APICE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE di Mauro RoncoIl Terrore designa la fase acuta del processo rivoluzionario, noto come Rivoluzione francese, che ha devastato la Francia nel decennio dal 1789 al 1799. Per quanto sia possibile distinguere in esso periodi diversi - il primo, nell'agosto-settembre del 1792; il secondo, dalla caduta dei girondini, il 2 giugno 1793, alla caduta di Maximilien de Robespierre (1758-1794), il 28 luglio 1794 -, appare più rispondente alla realtà storica considerare il Terrore un blocco unitario, come esito coerente di un movimento che, per accelerazioni progressive, volle fare terra bruciata del passato religioso, culturale e civile della Francia, e praticò sistematicamente, come metodo di lotta politica, l'annientamento dell'avversario esercitando il potere in modo totalitario. Fra i più rilevanti provvedimenti, grondanti intrinseca ingiustizia, antecedenti alla fase strettamente terroristica, vanno ricordati la confisca dei beni della Chiesa cattolica, la loro trasformazione in beni nazionali e la loro vendita all'incanto, con i decreti del 17 marzo e del 14 maggio 1790; la Costituzione Civile del Clero, del 12 luglio 1790, che voleva svellere il clero cattolico dalla Chiesa universale, e la legge Le Chapelier (Isaac, 1754-1794), del 14 giugno 1791, che interdiceva qualsivoglia associazione fra cittadini esercitanti il medesimo mestiere.IL PRIMO PERIODO: AGOSTO E SETTEMBRE 1792Focalizzando l'attenzione sul primo periodo del Terrore - agosto-settembre del 1792 -, può osservarsi che, a partire dall'estate del 1792, la violenza abbandona le apparenze legalistiche. Il 10 agosto 1792 la marmaglia - che già aveva fatto, sotto la guida di abili mestatori, la prova generale il 20 giugno precedente - assale, sospinta dalla Comune insurrezionale, il palazzo delle Tuileries, da cui re Luigi XVI di Borbone (1754-1793) si era allontanato con la famiglia per porsi sotto la protezione dell'Assemblea Legislativa. Alle guardie svizzere, fedeli alla consegna di difendere la residenza reale, il sovrano, sollecitato dai deputati, trasmette l'improvvido ordine di cessare la resistenza. È l'inizio del Terrore: scampato il pericolo, la folla stermina gli svizzeri e gli altri difensori. La Comune impone l'elezione di un nuovo corpo assembleare e la decadenza del re: l'Assemblea, terrorizzata, sospende il re "[...] fino a che si pronunci la Convenzione nazionale ". La Comune, affermando la sua dittatura, incarcera il re, insieme con la famiglia, nella prigione del Tempio. Si scatena la caccia ai "sospetti ": i vincitori arrestano i sacerdoti che non hanno prestato giuramento alla Costituzione Civile del Clero - detti "refrattari " in contrapposizione ai "giurati " -, gli aristocratici, i parenti degli emigrati e i semplici cittadini malvisti dai sanculotti parigini. Poi, all'inizio di settembre, all'annuncio che l'armata prussiana preme alla frontiera, gli agitatori trucidano nelle prigioni gli arrestati. La carneficina, iniziata il 2 settembre, prosegue il 3, il 4 e il 5 successivi. Le prime esecuzioni sono compiute al convento dei Carmelitani, trasformato in prigione dei sacerdoti fedeli alla Chiesa. Dopo un macello iniziale, compiuto in modo indiscriminato e disordinato a colpi di fucile, di sciabola e di picca, è inscenata una parodia giudiziaria. Il commissario di una sezione della Comune si installa in un corridoio del pianterreno e si fa consegnare la lista dei prigionieri. A due a due i sacerdoti sopravvissuti gli sono presentati innanzi. Con zelo repubblicano, Violette - così si chiamava il figuro - si assicura dell'identità e della persistenza nel rifiuto del giuramento. Poi pronuncia la "sentenza", che viene eseguita immediatamente, con l'uso delle armi più diverse. Dei centocinquanta-centosessanta prigionieri - la grandissima parte sacerdoti - centoquindici sono uccisi: fra essi, il beato Jean-Marie du Lau d'Alleman (1738-1792), arcivescovo di Arles, e i fratelli de la Rochefoucauld-Bayers, il beato François-Joseph (1736-1792), vescovo di Beauvais, e il beato Pierre-Louis (1744-1792), vescovo di Saintes. Maria Teresa di Savoia Carignano, principessa de Lamballe (1749-1792), è vittima dei massacri di settembre: la sua testa, issata su una picca, è condotta come trofeo per le vie della città e portata innanzi alla prigione del Tempio affinché la regina Maria Antonietta (1755-1793) possa vederla. Sono uccisi circa milletrecento prigionieri dei duemilacinquecento imprigionati. Il Comitato di Sorveglianza Rivoluzionaria della Comune si affretta a informare, già in data 3 settembre, i Comitati Dipartimentali che "[...] una parte dei cospiratori feroci detenuti nelle prigioni è stata messa a morte dal popolo " e che gli "[...] atti di giustizia sono apparsi indispensabili al popolo per trattenere con il terrore le migliaia di traditori ". Georges-Jacques Danton (1759-1794), artefice dell'insurrezione del 10 agosto e ministro della Giustizia al momento dei massacri, risponde, all'ispettore delle prigioni che gli manifesta inquietudine: "Me ne fotto dei prigionieri; divengano ciò che potranno ". E il 2 settembre proclama: "Il popolo vuol farsi giustizia da sé di tutti i cattivi soggetti che sono nelle prigioni ". Il 3 aggiunge: "Questa esecuzione era necessaria per tranquillizzare il popolo di Parigi [...]. È un sacrificio indispensabile; d'altra parte il popolo non si sbaglia [...].Vox populi, vox Dei, è questo l'adagio più vero e più repubblicano che io conosca ".IL SECONDO PERIODO: DAL GIUGNO DEL 1793 AL LUGLIO DEL 1794Con l'elezione dei membri della Convenzione, il 21 settembre 1792, sorge la nuova "legalità " repubblicana. Il Terrore assume forme più raffinate e vuole diventare "legale ". Lo stesso 21 settembre la Convenzione proclama all'unanimità l'abolizione della monarchia; il 25 la Repubblica è dichiarata "una e indivisibile ". Sennonché, l'odio comune contro la religione cattolica e la tradizione storica della Francia cela feroci contrasti fra le fazioni. Già il 25 ottobre Robespierre, accusato in assemblea di volersi fare tiranno, rivendica orgogliosamente la contrarietà al diritto di tutta la Rivoluzione, che egli individua come un blocco unitario. Il Terrore - religioso, politico, militare, economico - è organizzato sistematicamente per accelerare il corso della Rivoluzione. Consapevoli di essere una infima minoranza in Parigi e, ancor più, nel paese, i membri della setta giacobina terrorizzano la Francia intera. Il regime di annichilimento è diretto dal Comitato di Salute Pubblica - creato il 6 aprile 1793 -, che esercita di fatto il governo del paese. Nella fase più allucinante del Terrore - dal settembre del 1793 al luglio del 1794 - ne fanno parte dodici uomini, di cui Robespierre è l'elemento trainante e Louis Saint-Just (1767-1794) e Georges Couthon (1755-1794) i più ascoltati consiglieri. Il Comitato si avvale del Tribunale rivoluzionario - Tribunale criminale straordinario, creato il 10 marzo 1793 - e di una serie di leggi eccezionali, fra cui va ricordata quella sui sospetti, del 17 settembre 1793, che prevede l'arresto e la messa a morte di chiunque non sia allineato con il Comitato. L'infrastruttura indispensabile alla repubblica del Terrore è costituita dai Comitati di Sorveglianza Rivoluzionaria, diffusi su tutto il territorio nazionale nel numero di più di ventimila, con poteri di polizia che prevedono l'arresto dei "nemici della libertà ". I sacerdoti, ormai anche quelli "giurati", appartengono alla categoria dei sospetti e possono essere messi a morte in qualsiasi momento. È imposto il calendario repubblicano, allo scopo di abolire ogni traccia cristiana e cancellare il ritmo settimanale con la centralità della domenica. La scristianizzazione si accanisce contro le chiese, gli oggetti di culto e di arte e contro le memorie dei defunti. A Parigi il vescovo Jean-Baptiste Joseph Gobel (1727-1794), collaborazionista e rivoluzionario lui stesso, abdica pubblicamente, prono agli ordini della Comune, alle funzioni episcopali, deponendo il 7 novembre 1793 la croce pettorale e l'anello nelle mani dei convenzionali, senza che il gesto gli serva per scampare alla ghigliottina l'anno successivo. Il 10 novembre si celebra nella cattedrale di Nôtre-Dame una grottesca festa della Ragione: al centro un tempio simil-greco circondato di cartapesta; ai lati, i busti di Voltaire (François-Marie Arouet, 1694-1778), di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e di Benjamin Franklin (1706-1790); sulla scena un'attrice dell'Opéra a rappresentare la Ragione. Il 23 novembre la Comune decreta la chiusura di tutte le chiese di Parigi.MISERIA E FAMELa miseria e la fame flagellano le città, per le cui strade si consuma la caccia ai sospetti. Le delazioni sono innumerevoli e il Tribunale rivoluzionario stenta a tenere il passo, sì che la Convenzione, preoccupata dell'efficienza del sistema, approva, il 10 giugno 1794, la riforma: sola pena prevista è la morte; tutti i cittadini hanno l'obbligo di denunciare i cospiratori e i contro-rivoluzionari; non v'è più bisogno di ascoltare testimoni, a meno che la "formalità " non sia necessaria per scoprire altri complici; le deposizioni sono soltanto orali e non più scritte; i difensori sono aboliti. L'articolo XVI della legge statuisce infatti che difensori dei patrioti calunniati sono gli stessi giurati patrioti; i cospiratori, invece, non meritano difensori di sorta. Grazie a tale legge è reso più sbrigativo il sistema delle "infornate " di condannati. Ogni giorno può essere giudicato un numero doppio di accusati rispetto a prima, il che fa salire il rendimento,
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La Comunione ai divorziati risposati è un'esigenza dovuta ai tempi? Falso!
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3281LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI E' UN'ESIGENZA DOVUTA AI TEMPI? FALSO! di Francesco AgnoliQuello che si sente dire, non di rado, anche in ambienti cattolici, è che la concessione della comunione ai divorziati risposati è un'esigenza dovuta ai tempi. Troppe sono oggi le persone divorziate risposate, per mantenere in vita vecchie regole e vecchi schemi.Si tratta con tutta evidenza di una idea debole, per la quale la verità è sottomessa all'arbitrio del numero. Fu utilizzata dai radicali al tempo del divorzio ("sono già milioni i divorzi de facto, per ignorare ancora la possibilità di un divorzio riconosciuto", si diceva già allora), e sempre dagli stessi per legalizzare l'aborto: "poiché gli aborti clandestini sono ormai la norma, tanto vale regolarizzare l'aborto tout court".Ma lo scopo di questo articolo non è quello di valutare un simile ragionamento sul piano logico; e neppure da un punto di vista teologico. Lo scopo è semplicemente capire, da un punto di vista storico, se questa posizione sia compatibile con l'insegnamento di Cristo.La domanda che vogliamo porci è allora questa: come si comporterebbe Colui che è sommamente buono e misericordioso, Gesù Cristo stesso, se venisse oggi? Cambierebbe la dottrina dell'indissolubilità matrimoniale, ritenendola inadeguata ai tempi, e irrispettosa per l'alto numero di divorziati risposati oggi esistente? Introdurrebbe eccezioni, casistiche, problematicità varie come quelle proposte dal cardinal Kasper? Renderebbe un po' più flessibile, quel laconico e lapidario comandamento che dice "Ciò che Dio congiunge, l'uomo non separi" (Mt.19,8)?Il primo punto da cui partire è senza dubbio questo: il matrimonio, nel mondo antico, pre-cristiano, è di due tipi: monogamico, o poligamico.La monogamia è presente in Grecia, presso il popolo ebraico e a Roma; in altre civiltà, invece, vige la poligamia.L'insegnamento di Cristo sulla famiglia non è dunque una novità del tutto inaudita: la monogamia, lo si ripete, era intuita presso vari popoli come l'istituto portante della società. Siamo di fronte a quello che viene chiamato di solito il "diritto naturale": anche popoli non cristiani portano nel loro cuore il suono di esigenze morali universali. Come Ippocrate aveva capito che abortire è uccidere, in un'epoca in cui l'aborto era però la norma, così i romani comprendevano bene che l'optimum, nel rapporto uomo donna, è la fedeltà e la durata del coniugio.Così in età repubblicana, cioè prima di Cristo, a Roma è previsto il fidanzamento, attraverso una cerimonia ufficiale comprendente lo scambio di un anello (messo nell'anulare, perché, secondo Aulo Gellio, esisterebbe "un nervo molto sottile, che parte dall'anulare e arriva al cuore"). Ad esso segue il matrimonio: una cerimonia solenne, contrassegnata da una sorta di comunione davanti ad un altare, su cui viene offerto a Giove un pane di farro. Inoltre vi è il sacrificio di un animale, di cui vengono lette, da un aruspice, le interiora. Una donna, sposata una sola volta, e quindi di buon auspicio, unisce le mani degli sposi, di fronte ai sacerdoti e a dei testimoni, a dimostrazione della funzione anche sociale del matrimonio. Uomini e divinità sono dunque chiamati a testimonianza di un fatto, lo si ripete, di cui è piuttosto chiara l'importanza.In verità, però, se andiamo a scavare in profondità, scopriamo che anche la monogamia romana, forse la più solida nel mondo antico, era inficiata da mille eccezioni: il maschio, per esempio, poteva andare tranquillamente con le schiave, senza che ciò costituisse uno scandalo neppure per la moglie; inoltre poteva ripudiare la moglie per una serie piuttosto abbondante di motivi. Così anche la monogamia ebraica era quasi una finzione, in quanto le scuole rabbiniche potevano ampliare a dismisura la possibilità del ripudio, permettendo così agli uomini di sposare, in successione, molte e molte donne. Non solo: anche la poligamia era piuttosto praticata.Se torniamo a Roma, in età imperiale, cioè all'epoca di Cristo, e poi nei secoli di graduale affermazione del cristianesimo, i costumi sono precipitati. Tutti gli storici sono concordi nel rilevare che la monogamia, già dissolubile, dell'età repubblicana, è in grave crisi. La durata media dei matrimoni è sempre minore; i divorzi sono sempre di più; persino la cerimonia nuziale, in perfetto accordo con la graduale diminuzione del senso del coniugio, è divenuta semplice, veloce, quasi banale. Ormai, come scrive Igino Giordani nel suo capolavoro, "Il messaggio sociale del cristianesimo", «per divorziare non occorrevano forme complicate. Come per sposare. Bastava un avviso a voce o per iscritto o per messaggio»; tutto era più semplice rispetto al passato repubblicano e il divorzio «divenne una piaga che incancrenì l'istituto del matrimonio e logorò la famiglia».Il grande Seneca, un contemporaneo di Gesù, scrive che ormai le persone «divorziano per sposarsi e si sposano per divorziare». Giovenale, nel I secolo dopo Cristo, ricorda il nome di una donna che si è sposata 8 volte in 5 anni, mentre Marziale descrive la crisi del matrimonio contemporaneo citando Telesilla, con i suoi 10 mariti. Il grande storico romano Carcopino, nel suo La vita quotidiana a Roma, ribadisce il concetto: il divorzio in età precristiana, a Roma, era raro, in età imperiale estremamente diffuso. Anche perché, come ricorda la storica Eva Cantarella, nel suo L'ambiguo malanno, alla possibilità del divorzio richiesto dal marito, con la donna di solito come vittima impotente, si era andata affiancando la possibilità che a divorziare fossero anche le donne.Dato di fatto incontestabile: all'arrivo di Cristo e nei secoli successivi nell'impero romano il matrimonio e la famiglia erano in crisi più che mai; una crisi che si riversava anche sulla società e che finiva anche per avere ripercussioni demografiche. In questo contesto, per citare ancora la Cantarella, la predicazione di Cristo sul matrimonio indissolubile fu senz'altro ben poco "realistica" e alquanto "rivoluzionaria". Tanto più che per i pagani il matrimonio durava sinché dura la volontà di stare insieme, mentre i cristiani "prendevano in considerazione la sola volontà iniziale, fissandola per così dire nel tempo, e solo ad essa attribuendo valore determinante".Di qui le legislazioni degli imperatori cristiani, che piano piano cominciarono a limitare i divorzi, imponendo «per la prima volta, una casistica di circostanze che li giustificavano».Quanto all'insegnamento e all'educazione cristiani, un apologeta come Giustino nella sua Apologia per i cristiani del II sec. d. C espone il pensiero tradizionale della Chiesa, condannando le seconde nozze e il divorzio dei suoi contemporanei e invitando a rispettare in toto l'insegnamento di Cristo. Che certamente non si impone facilmente, soprattutto presso i ceti più alti. Sembra per esempio che Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, sia stato il primo sovrano franco ad avere una sola moglie, meritandosi anche per questo l'appellativo di "Pio".Nel corso dei secoli seguenti la Chiesa si batterà in ogni modo anzitutto per insegnare l'importanza e la grandezza dell'indissolubilità matrimoniale, nello stesso tempo per difenderla, soprattutto dalla prepotenza maschile. Tutti ricordano che per questa posizione intransigente si arrivò persino ad uno scisma, quello con l'Inghilterra di Enrico VIII, quando sarebbe bastato annullare le nozze del re inglese, o concedergli il divorzio da Caterina, per scongiurarlo.Ma i casi simili sono moltissimi. Ricordava infatti lo storico Jacques Le Goff su Avvenire (21/1/2007): "Si dice spesso che in caso di adulterio non vi è uguaglianza fra uomo e donna. Ora, in un certo numero di casi molto particolari, e spesso molto famosi, l'uomo è stato severamente condannato dalla Chiesa, pensiamo al re di Francia Roberto il Pio o a Filippo Augusto. Roberto il Pio, nei primi anni dell'XI secolo, dovette separarsi dalla seconda moglie, Berta di Blois, poiché il clero lo considerava bigamo (la prima moglie era ancora viva) e incestuoso (i due erano consanguinei in terzo grado). Il papa Innocenzo III, invece, eletto nel 1198, lanciò l'interdetto contro il regno di Filippo Augusto, che aveva ripudiato nel 1193 la moglie, Ingeborg di Danimarca, e aveva sposato Agnese di Merania. Negli statuti urbani del XII secolo in Italia e del XIII in Francia, si trovano articoli sulla punizione dell'adulterio che prevedono dure pene sia per gli uomini che per le donne. Così, ad esempio, le Consuetudini di Tolosa del 1293, che raccomandano e illustrano in un disegno la castrazione di un marito adultero...".Possiamo citare un altro caso interessante, che ci dice di come l'indissolubilità sia stata per la Chiesa una verità non negoziabile, neppure con i più potenti. Come nel caso di Teutberga. Racconta lo storico Robert Louis Wilken, nel suo I primi mille anni, riguardo al papa Niccolò I: «In un famoso confronto sfidò il re Lotario II di Lotaringia, che aveva divorziato dalla moglie Teutberga perché non gli aveva dato un erede maschio. Quando gli arcivescovi di Colonia e Treviri giunsero a Roma con i verbali di un sinodo che aveva riconosciuto la validità del divorzio, Niccolò scomunicò i due vescovi. Per tutta risposta l'imperatore Ludovico II (fratello di Lotario, ndr) fece marciare le sue truppe su Roma, accusando Niccolò di 'volersi ergere a 'imperatore del mondo'. Il papa però fu irremovibile e alla fine Lotario dovette accettare Teutberga come sua legittima consorte».Ora, a parte notare quanto gesti come questo, ripetuti molte volte nella storia, abbiano significato per la difesa della dignità femminile, spesso esposta, in passato,
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Vandea, un genocidio in nome della fraternitè
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7799VANDEA, UN GENOCIDIO IN NOME DELLA FRATERNITE' di Giorgio CavalloLa Francia ha inventato la politica moderna. Lo ha fatto durante la Rivoluzione, quando sono stati coniati gli stessi concetti di destra e di sinistra. Tutto il nostro modo di ragionare e di intendere la politica è nato a Parigi, mentre le teste degli oppositori al regime (veri o presunti, poco importava) cadevano sotto la lama affilata del rasoio nazionale, la ghigliottina. Ma la Rivoluzione ha generato anche la sua opposizione e nemesi, la Contro-Rivoluzione. L'ha fatta sorgere dalla periferia profonda, tra i mulini a vento e le fredde campagne della Bretagna, dell'Angiò, del Poitou. Il termine con il quale si identifica questa opposizione al fenomeno totalizzante e degenerativo della Rivoluzione è "Vandea", dal nome dell'attuale dipartimento affacciato sull'Atlantico. Di fronte alla tirannide di Robespierre e dei suoi emuli ed alle disgraziate leggi anticristiane messe in atto dalla banda di fanatici salita al potere nel 1789, i contadini vandeani e bretoni presero le armi dimostrando che è possibile opporsi alla tempesta, ed opporsi in armi.Per capire come andarono le cose, bisogna prima ricordare che la regione occidentale della Francia fu segnata nel corso della seconda metà del XVII secolo dall'opera evangelizzatrice di un grande santo e mistico: San Luigi Maria Grignon de Montfort, autore del famoso Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. Devotissimo alla Madonna e affezionato sostenitore della preghiera del Rosario, San Luigi Maria ha influito molto sulla coscienza dei bretoni e dei vandeani, al punto che è possibile dire che senza il suo insegnamento non vi sarebbe stata l'insorgenza del 1793. Perché il punto è che la sollevazione della Vandea avvenne in nome della regalità di Cristo e di Maria (non a caso il simbolo degli insorti era un Sacro Cuore) e, solo secondariamente, in nome del re. Ad insorgere non furono i nobili, spesso collusi con il nuovo potere e talvolta addirittura artefici dei primi fuochi rivoluzionari; no: furono i contadini a sollevarsi contro la scristianizzazione della Francia, contro il massacro di preti e suore e contro la leva obbligatoria che tanti figli mandava a morire per difendere uno Stato divenuto apostata. Ma, necessitando essi dell'esperienza dei nobili, i quali avevano tutti frequentato la scuola militare come usanza imponeva all'epoca, si recarono da alcuni di loro affinché costituissero un piccolo esercito: l'Armata Cattolica e Reale.PERDERE TUTTO IN CASO DI SCONFITTAFu così che emersero delle figure straordinarie, come quella del marchese Charles Melchior Artus de Bonchamps, del conte Henri du Vergier de La Rochejaquelein o ancora di François-Athanase de Charette de La Contrie, alcuni tra i più celebri comandanti dell'esercito cattolico. Tra loro, personaggi diversi ma accomunati indubbiamente da un coraggio leonino: comandare un esercito insorgente voleva dire perdere tutto in caso di sconfitta. Tutto voleva dire tutto, poiché i rivoluzionari non perdonavano, e per i non allineati il destino poteva essere amaro: oltre alla pena di morte, anche la ritorsione sui familiari e sui beni che la nobiltà locale deteneva da secoli e secoli. Per il caso di Charette, valga il ricordo che la sua famiglia apparteneva all'antichissima dinastia italiana dei Del Carretto (tra Liguria e Piemonte), con origini che si perdevano nell'Alto Medioevo e che da secoli si era stanziata in Francia. Dunque, dinastie che si erano legate in modo indissolubile con il territorio: un territorio che ora chiamava i loro antichi signori per essere difeso. Recentemente, un libro ha raccolto alcune delle più sorprendenti figure della Vandea Militare: è la Storia delle Guerre di Vandea scritta da Giuseppe Baiocchi (Ed. Il Cerchio, Rimini 2023), monumentale opera della quale è stato edito il primo volume e che racconta con tono divulgativo gli episodi salienti del conflitto focalizzando l'attenzione sulle biografie di Bonchamps, del cavaliere Baudry d'Asson, del marchese di La Rouërie.La difesa avvenne in modo eroico, spesso disperato. I contadini attaccavano con tecniche miste tra un esercito regolare e una banda di guerriglieri e, proprio per questo, inizialmente ebbero la meglio su un esercito ancora abituato a tattiche e schemi antichi. Per tutta la primavera-estate del 1793 la Vandea mise in scacco i blu repubblicani, costituendo un problema serio per la dittatura dei giacobini. Ma come? La Rivoluzione, figlia della "religione laica" dei Lumi, aveva "liberato" il popolo ed ora una parte di quel popolo si ribellava? Robespierre diede l'ordine di schiacciare la Vandea ad ogni costo.Dopo la drammatica battaglia di Cholet del 17 ottobre 1793 le cose mutarono. Alcuni dei comandanti storici furono uccisi: è il caso di Bonchamps, che prima di morire ordinò di non infierire sui prigionieri nemici e ne liberò circa cinquemila. Un gesto di clemenza che non fu riconosciuto dai repubblicani, ormai convinti della necessità di dover sterminare i vandeani. Tutti i vandeani. E così, mentre il resto dell'armata cattolica iniziava un lento sciame tra le brume autunnali della Normandia, terminando tragicamente il suo percorso penoso nelle paludi di Savenay, i giacobini ordinarono lo sterminio sistematico di tutta la regione, che avvenne dal principio del 1794.STERMINARE LE DONNE E I BAMBININon dovevano rimanere in vita nemmeno le donne e i bambini; le prime, considerate alla stregua di «solchi riproduttori» e i secondi ritenuti «potenziali briganti». Dunque, individui da sterminare con rigore scientifico, sistematico. L'obiettivo: migliorare la specie francese, depurandola dal cancro della Reazione. Pura eugenetica, prima dell'eugenetica. I vandeani erano esseri inferiori, che avevano alzato la testa contro le sedicenti tesi di pace, amore e libertà recate da Voltaire e dai suoi eponimi, ed incardinate nel motto rivoluzionario «liberté, égalité, fraternité».Le violenze e i soprusi attuati dalle Colonne Infernali (drappelli dell'esercito regolare che avevano il compito di seminare morte e sterminio) furono di una efferatezza tale che lo storico francese Reynald Secher ha parlato di genocidio vandeano. Il genocidio figlio dell'Illuminismo. La rassegna degli orrori è tale che fa ancora raccapriccio, e che ci ricorda come il sonno della ragione generato dalla follia totalitaria generi mostri, evocando l'inferno in Terra. Interi paesi furono dati alle fiamme, i civili seviziati, arsi vivi, squartati. In alcuni casi (poi testimoniati dalle cappelle espiatorie erette nella Restaurazione) ad essere uccisi in modo spietato furono specialmente le donne incinte ed i bambini. Centinaia di bambini, una vera e propria strage degli innocenti. Tra i nomi dei massacri più noti, quello di Lucs-sur-Boulogne tra il febbraio e il marzo 1794, con un numero di vittime tra le 500 e le 600. Nel mentre, i prigionieri dell'esercito cattolico catturati vivi andavano incontro a destini altrettanto tragici: non volendo sprecare pallottole per fucilarli tutti, i ribelli nelle mani dei carnefici furono annegati nella Loira, secondo ciò che la creatività suggeriva. Il «matrimonio repubblicano», a tal proposito, consisteva nell'immergere nei flutti della «vasca da bagno nazionale» (il fiume) un giovane ed una giovane nudi. Spesso, preti e suore subirono questo doloroso supplizio; altri, come il beato Noël Pinot, furono condotti alla ghigliottina ancora vestiti dei paramenti sacri: il suo martirio è narrato con attenzione nel saggio di Baiocchi. Martirio, sì. Perché di martiri, uccisi in odium fidei, si trattò: i civili e i religiosi sterminati dall'esercito del boucher de la Vendée (il macellaio della Vandea) François Joseph Westermann e annegati per ordine del rappresentante in missione Jean-Baptiste Carrier a Nantes furono a tutti gli effetti dei martiri, vittime dell'odio anticattolico che la Rivoluzione francese aveva dimostrato fin dai suoi albori, e che ora era emerso nella sua più luciferina violenza.COMBATTERE PER CRISTO SOVRANO DELLA STORIA E DEI POPOLII nomi dei macellai che infierirono sui ribelli è stato macchiato di infamia, tant'è che la stessa Rivoluzione li sconfessò, condannando alla ghigliottina sia Westermann che Carrier (ma non altri, come il lugubre organizzatore delle Colonne Infernali, Louis-Marie Turreau). Invece, i nomi dei vandeani riposano in eterno coperti da una gloria che, a posteriori, nessuno può a loro togliere. Per quanto stigmatizzati come dei perdenti e degli illusi, nessuno (nemmeno Napoleone!) poté negare che il coraggio di uomini come Charette era fuori dal comune. Ma più che il coraggio contò la causa, l'idea per la quale queste migliaia di uomini e donne ritennero giusto combattere per ripristinare l'Ancien Régime, il vecchio ordine con al centro Cristo sovrano della storia e dei popoli. La causa era tanto radicata e sentita che nemmeno lo sterminio di circa trecentomila vandeani bastò a sopire il desiderio di giustizia della più cattolica delle regioni francesi. La Vandea, infatti, rimase la spina nel fianco della Rivoluzione. Insorgenti bretoni sotto la guida di Georges Cadoudal tentarono a più riprese di uccidere Napoleone. E la sollevazione dell'Ovest francese continuò con alti e bassi fino al 1815, con un'ultima parentesi addirittura nel 1832, nel tentativo di fare cadere il regime liberale di Luigi Filippo d'Orléans, salito al trono dopo la breve rivoluzione di luglio del 1830. L'anno di Rue du Bac. L'anno della fine della chimera della Restaurazione, esperimento fallito perché ormai le idee della Rivoluzione erano e
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Marta Sordi, addio alla grande storica
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=817MARTA SORDI, ADDIO ALLA GRANDE STORICA di Alfredo ValvoMarta Sordi lascia un vuoto incolmabile nel campo degli studi di storia antica, che ha dominato per decenni, e fra gli amici – allievi e colleghi – che l'hanno conosciuta e stimata. Nata a Livorno nel 1925 e laureatasi in Lettere all'Università degli studi di Milano con Alfredo Passerini, Marta Sordi intraprese subito dopo la laurea la sua attività di ricerca. Presso l'Istituto italiano per la Storia antica, a Roma, per un quinquennio fu allieva di Silvio Accame, maestro e amico. Dal 1962 all'Università di Messina Marta Sordi formò una prima Scuola, attiva ancor oggi.Alcuni anni più tardi, nel 1967, passò a Bologna, dove ha lasciato una traccia incancellabile, e infine approdò due anni dopo all'Università Cattolica di Milano, dove insegnò Storia greca e Storia romana fino alla fine della sua lunga carriera accademica, nel 2001. Il numero delle sue pubblicazioni è difficilmente calcolabile. Non vi è problema aperto nel campo degli studi di storia antica nel quale Marta Sordi non sia autorevolmente intervenuta lasciando comunque, sempre, un'impronta di originalità e fornendo risposte almeno degne di considerazione, il più delle volte risolutive. Dominava senza difficoltà tutta la storia antica – il mondo etrusco, greco e romano, il cristianesimo dei primi secoli – sostenuta da una intelligenza vivacissima, una memoria prodigiosa e una capacità di cogliere sempre il nocciolo delle questioni.Tra le sue opere si ricordano La Lega tessala fino ad Alessandro Magno (1958), I rapporti romano-ceriti e l'origine della civitas sine suffragio (1960), Il cristianesimo e Roma (1965), Roma e i Sanniti nel IV secolo a.C. (1969), Il mito troiano e l'eredità etrusca di Roma (1989), ; La 'dynasteia' in Occidente: studi su Dionigi I (1992), Prospettive di storia etrusca (1995), I cristiani e l'Impero romano (2004). Nel 2002 sono usciti due volumi che raccolgono i suoi scritti minori: Scritti di Storia greca e Scritti di Storia romana, ai quali sono da aggiungere Impero romano e cristianesimo. Scritti scelti (2006), e Sant'Ambrogio e la tradizione di Roma (Roma 2008). Ma molti altri sono i contributi pubblicati successivamente. Resta indicativa della sua originalità e della sua personalità una delle sue principali caratteristiche nell'affronto di ogni problema storico, che è stata anche una lezione per le generazioni di studenti che l'hanno avuta per maestra: l'interpretazione delle fonti, siano esse letterarie epigrafiche o di qualsiasi altra natura, non può essere condizionata da pregiudizi, di qualsiasi genere. La conoscenza vastissima, per non dire totale, dei documenti utili per la ricostruzione storica e una capacità di sintesi talvolta prossima alla divinazione, oltre naturalmente all'intelligenza storica, consentivano alla Sordi di dominare il campo del dibattito con assoluta libertà, cioè in piena indipendenza dalle tante opinioni, apparentemente consolidate, che costituiscono la communis opinio. (...)Curò e diresse la collana dei «Contributi dell'Istituto di storia antica», uscita con cadenza annuale dal 1972 in poi presso Vita e pensiero; negli ultimi dieci anni aveva coordinato con energia e rigore i convegni annuali della fondazione Canussio di Cividale del Friuli, della quale ha presieduto il comitato scientifico. Marta Sordi ricevette prestigiosi riconoscimenti della sua attività, tra i quali la Medaille de la Ville de Paris, nel 1997, la Medaglia d'oro per i Benemeriti della cultura, nel 1999, e la Rosa Camuna per la Regione Lombardia, nel 2002. L'entità e l'importanza dell'opera scientifica di Marta Sordi si commentano da sole.Chi ne ha condiviso un lungo tratto della vita ha ricevuto da lei una lezione di fermezza e di coraggio, di ideali e principi affermati e vissuti, dello studio e della ricerca intesi come servizio alla verità, di fedeltà e obbedienza alla Chiesa. Una conclusione è sempre troppo limitativa di una personalità grande.Tuttavia, nel presentare più di due anni or sono, all'Università Cattolica, Impero romano e cristianesimo.Scritti scelti, mi vennero in mente parole ricorrenti nel pensiero e negli scritti di Benedetto XVI che Marta Sordi gradì molto, anche se ne rimase stupita, e che qui ripeto come estremo omaggio, carico di affetto e di rimpianto: «La fede è chiamata a spingere la ragione ad avere il coraggio della verità». Credo che questa esortazione Marta Sordi l'abbia messa in pratica lungo tutta la sua vita di studiosa.
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La Pasqua delle tre enclicliche di PIo XI contro nazismo, comunismo e massoneria
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7756LA PASQUA DELLE TRE ENCICLICHE DI PIO XI CONTRO NAZISMO, COMUNISMO E MASSONERIA di Roberto de MatteiIl titolo "La Pasqua delle tre encicliche" vuole ricordare tre importanti documenti emanati da papa Pio XI a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro nel marzo del 1937. Tre Encicliche che si rivolgevano a tutti i cattolici del mondo e che mantengono ancora oggi la loro attualità.Pio XI, ottantenne e convalescente dopo una lunga malattia che lo aveva immobilizzato per mesi, affrontava tre gravi sfide poste alla Chiesa dalle ideologie anticristiane del suo tempo: il neopaganesimo della Germania hitleriana, con la Mit brennender Sorge;il comunismo della Russia sovietica, con la Divini Redemptoris; l'anticristianesimo del Messico laicista e massonico, con la Firmissimam constantiam. L'uscita di queste tre encicliche nel giro di due settimane fu un fatto unico nella storia della Chiesa.IL NEOPAGANESIMO DELLA GERMANIA HITLERIANALa prima enciclica, la Mit brennender Sorge, era datata la Domenica di Passione il 14 marzo 1937. Pio XI affermava: «Se è vero che la razza o il popolo, se lo Stato o una sua determinata forma, se i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno nell'ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; tuttavia chi li distacca da questa scala di valori terreni, elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi e, divinizzandoli con culto idolatrico, perverte e falsifica l'ordine, da Dio creato e imposto, è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita ad essa conforme. (...) Sulla fede in Dio genuina e pura si fonda la moralità del genere umano. Tutti i tentativi di staccare la dottrina dell'ordine morale dalla base granitica della fede, per ricostruirla sulla sabbia mobile di norme umane, portano, tosto o tardi, individui e nazioni al decadimento morale. Lo stolto, che dice nel suo cuore: "non c'è Dio", si avvierà alla corruzione morale. E questi stolti, che presumono di separare la morale dalla religione, sono oggi divenuti legione».IL COMUNISMO DELLA RUSSIA SOVIETICALa seconda enciclica, la Divini Redemptoris, fu pubblicata il 19 marzo 1937, festa di S. Giuseppe, patrono della Chiesa e dei lavoratori cristiani. Denunciando il comunismo mondiale e ateo che dalla Russia si diffondeva nel mondo, Pio XI diceva: «Per la prima volta nella storia stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta, e accuratamente preparata dell'uomo contro "tutto ciò che è divino" (...) Procurate, Venerabili Fratelli, che i fedeli non si lascino ingannare! Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana. E se taluni indotti in errore cooperassero alla vittoria del comunismo nel loro paese, cadranno per primi come vittime del loro errore, e quanto più le regioni dove il comunismo riesce a penetrare si distinguono per l'antichità e la grandezza della loro civiltà cristiana, tanto più devastatore vi si manifesterà l'odio dei "senza Dio».Pio XI lanciava un «appello a quanti credono in Dio»: «Ma a questa lotta impegnata dal «potere delle tenebre» contro l'idea stessa della Divinità, Ci è caro sperare che, oltre tutti quelli che si gloriano del nome di Cristo, si oppongano pure validamente quanti (e sono la stragrande maggioranza dell'umanità) credono ancora in Dio e lo adorano. Rinnoviamo quindi l'appello che già lanciammo cinque anni or sono nella Nostra Enciclica Caritate in Christi affinché essi pure lealmente e cordialmente concorrano da parte loro "per allontanare dall'umanità il grande pericolo che minaccia tutti". Poiché - come allora dicevamo, - siccome "il credere in Dio è il fondamento incrollabile di ogni ordinamento sociale e di ogni responsabilità sulla terra, perciò tutti quelli che non vogliono l'anarchia e il terrore devono energicamente adoperarsi perché i nemici della religione non raggiungano lo scopo da loro così apertamente proclamato"».Il Papa aggiungeva: «Dove il comunismo ha potuto affermarsi e dominare - e qui Noi pensiamo con singolare affetto paterno ai popoli della Russia e del Messico, - ivi si è sforzato con ogni mezzo di distruggere (e lo proclama apertamente) fin dalle sue basi la civiltà e la religione cristiana, spegnendone nel cuore degli uomini, specie della gioventù, ogni ricordo. Vescovi e sacerdoti sono stati banditi, condannati ai lavori forzati, fucilati e messi a morte in maniera inumana; semplici laici, per aver difeso la religione, sono stati sospettati, vessati, perseguitati e trascinati nelle prigioni e davanti ai tribunali».IL LAICISMO MASSONICO DEL MESSICOProprio al Messico era dedicata la terza enciclica, Firmissimam constantiam, emanata il giorno di Pasqua, il 28 marzo 1937. In essa il Papa affermava che «quando le più elementari libertà religiose e civili vengono impugnate, i cittadini cattolici non si rassegnino senz'altro a rinunziarvi».'Qualora i poteri costituiti «insorgessero contro la giustizia e la verità al punto di distruggere le fondamenta stesse dell'autorità, non si vedrebbe come dover condannare quei cittadini che si unissero per difendere con mezzi leciti ed idonei se stessi e la Nazione, contro chi si vale del potere pubblico per rovinarla».Pio XI non invitava alla resa, ma ricordava ai cattolici messicani ad avere «quella visione soprannaturale della vita, quella educazione religiosa e morale e quello zelo ardente per la dilatazione del Regno di Cristo che l'Azione Cattolica si propone di dare. Di fronte a una felice coalizione di coscienze che non intendono rinunziare alla libertà rivendicata loro da Cristo (Gal. 4, 31) quale potere o forza umana potrebbe aggiogarle al peccato? Quali pericoli, quali persecuzioni, quali prove potrebbero separare anime così temprate dalla carità di Cristo? (cf. Rm, 8, 35)».I cristeros messicani avevano impugnate le armi in nome di Cristo Re. Pio XI, rivolgendosi ai cattolici messicani, richiamava la sua enciclica Quas primas dell'11 dicembre 1925 in cui proclamava Cristo Re dell'universo. Una verità che opponeva alle ideologie anticristiane che alla vigilia della Seconda guerra mondiale minacciavano il mondo. Ma anche nelle ore più buie la virtù della speranza, alimenta la fede dei cristiani.'Così, nella Divini Redemptoris, Pio XI affermava: «Con gli occhi rivolti in alto, la nostra fede vede i "nuovi cieli" e la "nuova terra", di cui parla il primo Nostro Antecessore, San Pietro (II Petr., III, 13). Mentre le promesse dei falsi profeti in questa terra si spengono nel sangue e nelle lacrime, risplende di celeste bellezza la grande apocalittica profezia del Redentore del mondo: Ecco, Io faccio nuove tutte le cose (Apoc., 21, 5)».È questo il nostro augurio nella Pasqua di Resurrezione del 2024, ricordando la Pasqua delle tre gloriose encicliche di Pio XI del 1937.'
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Concordato del 1984: quarant'anni di scristianizzazione
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7703CONCORDATO DEL 1984: QUARANT'ANNI DI SCRISTIANIZZAZIONE di Roberto De MatteiQuarant'anni fa, il 18 febbraio 1984, il presidente del Consiglio Bettino Craxi ed il cardinaleSegretario di Stato Agostino Casaroli firmarono solennemente a Villa Madama, il Nuovo Concordato tra la Santa Sede lo Stato italiano, che rivedeva profondamente i Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929.I Patti Lateranensi del 1929, avevano sancito un nuovo rapporto di collaborazione tra Chiesa e Stato in Italia, la cosiddetta "Conciliazione", dopo il lungo dissidio seguito all'occupazione militare dello Stato pontificio e alla presa di Roma del 20 settembre 1870. Essi avevano il loro principio fondamentale nel riconoscimento della Religione cattolica, apostolica e romana, come la sola Religione dello Stato. Da questo principio scaturivano alcune importanti conseguenze, come l'insegnamento della dottrina cristiana nelle scuole, il riconoscimento giuridico del matrimonio sacramentale, la proclamazione del carattere sacro della città di Roma.La Costituzione repubblicana del 1948, pur essendo animata da un profondo spirito laicista, nel suo articolo 7, recepì i Patti Lateranensi come fondamento dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia. La novità del "Nuovo Concordato", firmato nel 1984, come spiegò lo stesso Presidente del Consiglio Craxi, consisteva invece nel realizzare la «moderna separazione» tra Stato e Chiesa, affermando il principio della "neutralità" dello Stato in materia di religione. Lo stesso cardinale Casaroli precisò che il «fulcro» del Nuovo Concordato era costituito dall'abolizione del "principio originariamente richiamato dai Patti Lateranensi della religione cattolica come sola religione dello Stato». La segreteria di Stato vaticana e la Conferenza episcopale italiana, esprimevano pubblicamente il loro plauso per il nuovo traguardo raggiunto.IL CENTRO CULTURALE LEPANTOL'11 febbraio 1984, una settimana prima della firma del Nuovo Concordato, il Centro Culturale Lepanto, che avevo l'onore di presiedere, pubblicò, come inserto pubblicitario, su alcuni quotidiani nazionali un «manifesto» intitolato «Può un cattolico preferire lo Stato ateo?». Scrivevamo tra l'altro: "Non meraviglia che le forze rivoluzionarie e anticristiane, che professano l'ateismo e l'egualitarismo radicale, esprimano la loro sostanziale soddisfazione verso un progetto concordatario in cui vedono affermato il principio dell'uguaglianza delle religioni, e quindi un implicito ateismo di Stato, destinato ad avere enormi conseguenze in seno alla società civile. Ciò che invece è strabiliante è che la stessa intima soddisfazione per questo Concordato venga espressa pubblicamente dai vertici del mondo cattolico, sia laici che ecclesiastici, tanto da considerarlo molto migliore dell'antico e quindi a questo nettamente preferibile. Il Centro Culturale Lepanto - associazione civico-culturale che si ispira all'immutabile dottrina della Chiesa - rivolge a queste autorità del mondo cattolico italiano una domanda, rispettosa ma pressante: Può un cattolico preferire uno Stato "neutrale" in materia di religione, e quindi implicitamente ateo, ad uno Stato ufficialmente cattolico? Questa preferenza non contraddice la dottrina cattolica e lo stesso buon senso? Negli ultimi due secoli, il Magistero della Chiesa, soprattutto per bocca dei Sommi Pontefici, ha sempre condannato il principio anticristiano del laicismo e della neutralità religiosa, affermando per contro il dovere dello Stato di riconoscere pubblicamente e di sostenere efficacemente la vera Religione. Tra le innumerevoli citazioni, ci limitiamo a riportare questa di san Pio X: «È una tesi assolutamente falsa, un errore pericolosissimo, pensare che bisogna separare lo Stato dalla Chiesa. Questa posizione si basa infatti sul principio che lo Stato non debba riconoscere nessun culto religioso. Essa è assolutamente ingiuriosa verso Dio, poiché il Creatore dell'uomo è anche il fondatore della società umana, e mantiene in vita sia questa che noi singoli individui. Perciò gli dobbiamo non soltanto un culto privato, ma anche un culto sociale ed onori pubblici» (Enc. Vehementer dell' 11 febbraio 1906). Lo stesso buon senso impone del resto che un cattolico abbia il diritto di vivere in una società in cui costumi, leggi e istituzioni subiscano la più profonda influenza da parte della vera Religione. La stessa logica esige che il cattolico reclami l'irrinunziabile diritto di formare una famiglia cattolica, una civiltà cattolica, uno Stato di principio e di fatto cattolico. Assolutamente illogico è invece che un cattolico preferisca uno Stato "neutrale" ad uno Stato animato dallo spirito della Santa Chiesa. Come può infatti egli preferire uno Stato in cui la Religione cattolica perda il suo primato e il suo prestigio per essere trattata alla stregua di una setta qualsiasi? In cui l'insegnamento religioso non venga più impartito nelle scuole, se non su esplicita richiesta? In cui 1e preziose figure dei cappellani debbano abbandonare ospedali, carceri, caserme? In cui l'adorabile immagine del Crocefisso venga estromessa da ogni edificio pubblico? In cui la bestemmia non sia più perseguibile come reato, ma venga considerata una rispettabile opinione? Non sono forse queste le logiche conseguenze del Nuovo Concordato?".CONCLUSIONICiò che era scandaloso non era l'accordo, ma l'elogio che di esso facevano le autorità ecclesiastiche. Esse avrebbero potuto presentare il Nuovo Concordato come un compromesso doloroso, ma necessario, esprimendo il loro rammarico per una oggettiva menomazione dei diritti della Chiesa e ricordando l'ideale dello Stato cattolico, come modello a cui tendere. La CEI, in una dichiarazione ufficiale del 19 febbraio 1984, si vantava invece di aver "dato il deciso contributo di sua competenza nelle fasi dell'elaborazione del testo, lieta ora che il contributo sia stato accolto".Il 12 dicembre 1984 venne posta a Roma la prima pietra della grande moschea islamica che fu ufficialmente inaugurata il 21 giugno 1995, Fu questa una delle prime conseguenze della scomparsa del carattere sacro della città di Roma, tutelato dai Patti Lateranensi.Quarant'anni dopo possiamo confermare ciò che nel 1984, unica voce cattolica in Italia, affermavamo ad alta voce. Il Nuovo Concordato rappresentò una grave tappa nel processo di scristianizzazione del nostro paese.
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Muore Vittorio Emanuele di Savoia, escluso dalla successione per il suo matrimonio
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7702MUORE VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA, ESCLUSO DALLA SUCCESSIONE PER IL SUO MATRIMONIO di Stefano ChiappaloneCon la morte di Vittorio Emanuele di Savoia [...] torna sotto i riflettori il casato che ha cinto la corona d'Italia dal 1861 al 1946, ma - insieme alle non poche controversie che lo hanno coinvolto in vita - anche l'annosa questione di chi sia il “vero” capo di casa Savoia, dopo la morte di Umberto II, l'ultimo re d'Italia deceduto in esilio nel 1983. In sintesi: prosegue il ramo Savoia-Carignano, con Vittorio Emanuele e ora suo figlio Emanuele Filiberto? Oppure, come altri sostengono, sarebbero subentrati i cugini del ramo Savoia-Aosta, con Amedeo (morto nel 2021) e ora suo figlio Aimone? E perché? La questione è apparentemente “di nicchia”, ma tutt'altro che priva di interesse, essendo legata alla storia del nostro Paese e - perché no? - a un ipotetico futuro sovrano, in caso di improbabile ma non impossibile ritorno della monarchia, cui si intreccia anche una profezia attribuita a san Pio da Pietrelcina.Il “nocciolo” della disputa risale al 1970 per via del matrimonio tra Vittorio Emanuele e Marina Ricolfi Doria: non essendo la sposa di famiglia reale, in mancanza di assenso di Umberto II, lo sposo sarebbe stato escluso dalla successione. Assenso necessario secondo le norme di casa Savoia per ogni matrimonio (diseguale o meno), ma se «contratto con persona di condizione e stato inferiore (...), tanto i contraenti, che i discendenti da tale matrimonio, si intenderanno senz'altro decaduti dal possesso dei beni e dei diritti provenienti dalla Corona e dalla ragione di succedere nei medesimi». Salvo «qualche singolare circostanza» che spingesse il sovrano a dare il beneplacito, come stabilito nel 1780 dalle Regie Patenti di Vittorio Amedeo III, re di Sardegna.LA SOLENNE AMMONIZIONENorme che Umberto II, non più re ma pur sempre capo di casa Savoia, ribadiva in una lettera del 25 gennaio 1960 al figlio, all'epoca fidanzato con l'attrice Dominique Claudel, «in modo che tu sappia con esattezza in quale situazione verresti a trovarti», richiamandosi «alla legge della nostra Casa, vigente da ben 29 generazioni e rispettata dai 43 Capi Famiglia, miei predecessori, succedutisi secondo la legge Salica attraverso matrimoni contratti con famiglie di Sovrani. Tale legge, io 44mo Capo Famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare, nonostante l'affetto per te». Umberto era netto sulle conseguenze: «la tua decadenza da qualsiasi diritto di successione come Capo della Casa di Savoia e di pretensione al trono d'Italia, perdendo i tuoi titoli e il tuo rango e riducendoti alla situazione di privato cittadino. Perciò tutti i diritti passerebbero immediatamente a mio nipote Amedeo, Duca d'Aosta». Vittorio Emanuele il 25 aprile 1960 riconosceva «la situazione nella quale verrei a trovarmi se decidessi di rinunciare alle mie prerogative e mi sposassi con una donna - qualunque essa fosse - non di sangue reale» e la relativa situazione anche «sotto l'aspetto strettamente dinastico».L'ammonimento si ripeté il 18 luglio 1963, quando l'ex sovrano riprese carta e penna dopo aver letto un'intervista al figlio circa le possibili nozze (poi di fatto avvenute) con Marina Doria, vedendosi costretto a «ripeterti, parola per parola, quanto ebbi a scriverti il 23 [sic] gennaio 1960, in una simile circostanza». «L'intervista non rispecchia il mio pensiero», rispose Vittorio Emanuele il 25 agosto in calce alla lettera paterna. Fatto sta che qualche anno dopo quel matrimonio che “non s'aveva da fare” si fece nel 1970 a Las Vegas, con rito civile, all'insaputa del padre. Quello religioso seguì l'anno dopo a Teheran.LA PROFEZIA DI PADRE PIOA dirimere la questione nel frattempo insorta fra i due rami fu chiamata nel 2001 la Consulta dei Senatori del Regno, fondata nel 1955 da ex senatori attivi durante la monarchia e poi man mano rinnovatasi per le evidenti necessità anagrafiche. Il risultato, in breve, fu che invece di sciogliere il nodo si spaccò in due anche la Consulta. Da allora di Consulte ce ne sono due: una, presieduta dal medico Pier Luigi Duvina, che riconosce la successione di Vittorio Emanuele (e di Emanuele Filiberto), l'altra, presieduta dallo storico Aldo Alessandro Mola, che invece riconosce i Savoia-Aosta (Amedeo e Aimone) quali legittimi successori di Umberto II. Il picco di tensione tra i due rami si raggiunse però nel 2004 alle nozze reali di Felipe VI di Spagna quando lo scontro divenne anche fisico e Marina Doria dovette andare a scusarsi con Amedeo che aveva appena rimediato un pugno dal cugino Vittorio Emanuele.Anche prescindendo dalla querelle matrimoniale relativa a Vittorio Emanuele, un altro elemento avrebbe nel tempo giocato a favore del ramo Savoia-Aosta: la legge salica - che attribuisce il trono solo agli eredi maschi - anch'essa richiamata nella lettera di Umberto II del 1960. Emanuele Filiberto non ha fratelli e ha due figlie femmine che pertanto non sarebbero entrate nella linea di successione se il nonno Vittorio Emanuele all'inizio del 2020 non avesse dichiarato abolita la legge salica, legiferando a tutti gli effetti come capo di Casa Savoia e pertanto considerandosi tale. Decisione che ha suscitato malumori tra i rami del casato, dichiarata da Amedeo «nulla, tanto più perché proveniente da persona esclusa dalla successione dinastica», attraverso un comunicato. [...]Da capofamiglia si presenta Aimone, che invia le condoglianze ai parenti dal sito intitolato Casa Reale di Savoia. E c'è chi vede in Aimone l'uomo della profezia sul crollo della monarchia e sul suo ritorno per mano di un ramo collaterale, attribuita a san Pio da Pietrelcina, che negli anni '30 avrebbe predetto - il condizionale è d'obbligo - alla futura regina Maria José: «Un ramo della pianta seccherà, ma un altro ramo germoglierà portando copiosi frutti». [...]Nota di BastaBugie: in merito alla profezia di padre Pio accennata alla fine dell'articolo ecco cosa si trova scritto su Wikipedia.Secondo una profezia, padre Pio da Pietrelcina avrebbe previsto la fine del Regno d'Italia, l'estinzione del ramo principale dei Savoia discendenti da Umberto I e il successivo ritorno della monarchia in Italia con il ramo collaterale dei Savoia-Aosta. Nella cripta dove riposano i resti mortali del frate, a San Giovanni Rotondo, è presente un grande bassorilievo commissionato nel 1968 da Gian Paolo Quinto e modellato dallo scultore Cesarino Vincenti, intitolato Maestà e Bellezza ti stanno intorno. L'opera raffigura la Sacra Famiglia attorniata da un gruppo di persone raccolte in preghiera, fra le quali spicca un uomo che, nonostante l'opera sia stata realizzata quando Aimone aveva solo un anno, ha il viso di Aimone di Savoia-Aosta da adulto, con sulle spalle il collare dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata.
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La festa (dimenticata) della libertà dai totalitarismi
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7609LA FESTA (DIMENTICATA) DELLA LIBERTA' DAI TOTALITARISMI di Valter LazzariLa legge sul 9 novembre è una delle più brevi del nostro ordinamento, un solo articolo. «Legge 15 aprile 2005, n. 61 Istituzione del "Giorno della libertà". 1° comma. La Repubblica italiana dichiara il 9 novembre "Giorno della libertà", quale ricorrenza dell'abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo. 2° comma. In occasione del "Giorno della libertà", di cui al comma 1, vengono annualmente organizzati cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti». Stop, finita. Breve ma da conoscere e far conoscere.Lo scorso anno è balzata alle cronache non già per essere stata onorata, ma per le proteste da parte di presidi, insegnanti, sindacati della Scuola, verso il ministro dell'Istruzione per il solo fatto che, essendo tale legge disattesa, egli esortava ad applicarla. Laddove invece si va diffondendo la pratica di celebrare a scuola una "giornata contro l'omo-bi-trans-eccetera-fobia" nonostante nessuna disposizione la prescriva. Eppure molto sarebbe il materiale, generalmente ignorato, che almeno in questo giorno si potrebbe portare alla discussione.IL TRENTENNALE DEL 1989Ricordiamo, quattro anni fa, come è stato celebrato il trentennale del 1989? Liquidato con qualche articolo il solo giorno del 9 novembre, mentre sarebbe stato notiziabile e commercialmente allettante scandire mese per mese tutto il 2019. Una Rai che, per esempio, aveva poco prima minuziosamente ripercorso e vivisezionato la Grande guerra (occasione per blandire pacifisti e nostalgici della rivoluzione d'ottobre), il 1989 lo ha trattato poco e male. Chiediamoci, è casuale questo obnubilamento del 9 novembre e dell'89? È una svista? O non è ancora una volta la manipolazione ideologica della Storia e della storiografia, l'annoso discorso dell'occupazione gramsciana di tutte le casematte culturali (università, editoria, letteratura (e premi letterari!), cinema, teatro, arti figurative, etc. etc.Il totalitarismo, ci ricorda Hannah Arendt nel suo celebre saggio, non pretende solo la subordinazione politica degli individui, ma invade e controlla anche la loro sfera privata. Questa, una delle principali differenze coi regimi autoritari. Da noi nel ventennio non succedeva che, col pretesto di insegnare norme igieniche, gruppi di "volontari" venissero a ingerire in casa per vedere quali libri, quali simboli religiosi appesi, come invece fanno i "Comités de Defensa de la Revoluciòn" nelle case dei cubani. Da noi non succedeva che a ridosso della Pasqua, si interrogassero capziosamente gli scolaretti delle elementari e dell'asilo, per farsi dire se in casa si dipingevano le uova per la festa. In Albania sì. E successivamente in quelle case faceva irruzione la polizia politica. In Albania per battezzare un bimbo si rischiava la vita: un sacerdote, don Stiefen Kurti, subì la fucilazione per aver battezzato un neonato (20 ottobre 1971). Quegli stessi anni '70 in cui un noto disegnatore satirico recentemente scomparso, in Albania ci passava le settimane estive di volontariato "per l'edificazione del Socialismo" (e non risulta che mai abbia pronunciato ravvedimento). Proprio gli anni in cui Italia e mondo democratico, inscenavano fluviali cortei per la pena capitale eseguita in Spagna su uomini i quali, a prescindere dai loro nobili (?) ideali avevano tuttavia compiuto sanguinari atti di terrorismo con corredo di vittime innocenti. La Spagna non era un regime totalitario, i Paesi del Patto di Varsavia lo erano.STUDIARE HAMAS E ISRAELEOnorando il dettato della legge sul 9 novembre si potrebbe studiare Hamas (anche a prescindere dal contegno che essa tiene verso Israele): spiegare nelle scuole (che paiono essere parecchio simpatizzanti, docenti compresi) come Hamas governa nel suo stesso territorio. Con quali strumenti giuridici ha potuto destinare incommensurabili risorse ricevute dagli Stati amici, o dalla Unione Europea stessa, per armamenti sofisticati, per una rete di cunicoli e una edilizia tutta offensiva, lasciando il suo popolo nella miseria. Uno Stato che opprime il suo popolo al punto da farsene scudo umano, che gli impedisce lo sfollamento in luoghi sicuri e installa il quartiere generale bellico sotto strutture ospedaliere, che elimina fisicamente gli oppositori parlamentari e permette lo stupro delle proprie cittadine se carcerate, che purifica il territorio dagli omosessuali spicciamente defenestrandoli dai grattacieli perché intanto per essi c'è la pena di morte. E se non bastano questi indicatori per configurare il totalitarismo, raccomandiamo ai docenti di esporre semplicemente agli studenti lo statuto di Hamas e le ripugnanti pagine dei manuali scolastici che coi nostri soldi UE hanno potuto editare.Si potrebbe altresì spiegare come funziona Israele, vero Stato di diritto, l'unica democrazia che si possa incontrare a partire dal mare dinnanzi alle Canarie fino all'India. E approfondire di come la minoranza araba è rappresentata in tutti i livelli della Pubblica Amministrazione, fino alla Magistratura e compresa la Corte Suprema. Conoscere della possibilità per la popolazione araba di accedere alle università come Medicina senza numero chiuso (ciò che invece vale per la popolazione ebraica) proprio per favorire l'integrazione e la partecipazione alla vita sociale dello Stato di Israele. Altro che apartheid! Magari pure accennando al Welfare e a una Sanità che cura indistintamente tutti.I sistemi totalitari, ci ricorda ancora la Arendt, perseguono sempre una politica estera bellicista e apertamente diretta al dominio mondiale. È dimostrata l'aspirazione alla pace e alla normalizzazione di Israele verso altri paesi arabi, percorso proficuamente iniziato con gli Accordi di Abramo che invece i regimi totalitari hanno voluto interrompere: perché la guerra è consustanziale al totalitarismo.Tutto questo, anche questo, la legge 61/2005, istitutiva del Giorno della Libertà ci permette di mettere a tema. Occorre solo volerla utilizzare. Coraggio prof!
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Il sacerdote che con il suo genio scientifico catalogò oltre 1000 specie di funghi
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2504IL SACERDOTE CHE CON IL SUO GENIO SCIENTIFICO CATALOGO' OLTRE 1000 SPECIE DI FUNGHI di Barbara SartoriI colleghi statunitensi lo consideravano un maestro, «the most learned in the world». Richieste di consulenze gli arrivavano da tutta Europa.Ma, in Italia, al di fuori di una ristretta cerchia di esperti, restava un modesto parroco della Val di Sole.È un sacerdote trentino vissuto a cavallo tra Otto e Novecento il più grande micologo italiano, l'abate Giacomo Bresadola. La Biblioteca della sede piacentina dell'Università Cattolica - che ne conserva gran parte delle opere, vere rarità editoriali, donate da Giuseppe Fogliani, dal 1960 al '92 docente della Facoltà di Agraria - vuol rendere omaggio al suo genio scientifico. Fino al 28 settembre, nell'atrio d'onore, è possibile ammirare alcuni testi originali e riproduzioni delle tavole dipinte dal Bresadola per illustrare i funghi analizzati in cinquant'anni di ricerche. Si calcola, limitandosi alle sole nuove specie, che ne abbia catalogate ben 1017.Nato a Ortisé nel 1847, Giacomo Bresadola è indirizzato dal padre alle scuole tecniche a Rovereto, per farne un ingegnere. Lui preferisce il seminario: nel 1870 è sacerdote.Non dimentica però la passione per le scienze. A Baselga di Piné il giardino della canonica diventa un orto botanico. A Roncegno comincia lo studio delle fanerogame, piante della famiglia dei faggi e degli abeti, sotto la guida Francesco Ambrosi, direttore e bibliotecario del Museo di storia naturale di Trento. È lui a proporgli di occuparsi di muschi e licheni, presentandogli il biologo Venturi. Si deve invece al cappuccino Giovanella da Cembra, se, mentre era curato a Magras, tra il 1878 e l'83, inizia a interessarsi di funghi. Ma i testi su cui lavorare - si accorse il sacerdote - erano imprecisi.Decise perciò di scrivere ad Andrea Saccardo, docente di botanica all'Università di Padova, chiedendogli di inviargli le sue opere e proponendosi «per la ricerca di qualche fungo o altro che riguarda la Micologia, che specialmente in questi paesi montuosi è ricca, e vergine dalle ricerche degli scienziati». È l'inizio della carriera di micologo. Nel 1881 entra in contatto con gli studiosi nordamericani e pubblica la sua prima opera, Fungi tridentini novi vel nondum delineati, un atlante di 281 specie locali, descritte e illustrate dall'autore.Seguiranno Mycromicetes tridentini (1889) e la divulgativa Funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media , in italiano (pubblicata postuma).Il rigore dello studio e la finezza del tratto sono la peculiarità del metodo del Bresadola, che non si accontentava di vaghe descrizioni, ma - seguendo l'insegnamento del francese Lucien Quélet - corredava le sue schede con note critiche e minuziosi disegni, frutto di un attento esame al microscopio. Il suo credito crebbe a tal punto che i musei di Londra, Parigi, Uppsala, Liegi, Washington, Kiev gli inviavano da analizzare le loro collezioni più preziose e ancora oggi custodiscono testimonianze del suo infaticabile lavoro. Senza spostarsi da Trento - nel 1884 era stato nominato amministratore all'Ordinariato vescovile e nel 1887 al capitolo della Cattedrale poté revisionare miceti da ogni latitudine, con l'obiettivo di dare ordine alla catalogazione esistente: ottocento specie furono dichiarate non valide.A dispetto dei riconoscimenti nel 1927 la laurea honoris causa in scienze naturali a Padova, il titolo di socio fondatore conferito dall'Accademia pontificia dei Nuovi Lincei, dalla Società micologica britannica e da varie accademie europee - restò l'umile prete di sempre. Le ristrettezze economiche lo costrinsero a vendere al museo di Stoccolma un erbario con 30mila specie. Alcuni editori stranieri avevano messo gli occhi sulla documentazione prodotta in una vita di studio, qualcosa come 1250 tavole a colori, disegnate a mano. Le avrebbero ottenute, se il Museo tridentino di storia naturale e alcuni studiosi italiani non fossero intervenuti per promuovere la monumentale Iconographia Mycologica .Furono raccolte sottoscrizioni in tutto il mondo e, insieme al denaro, arrivavano attestati di stima nei confronti dell'anziano abate. Prima di morire, nel '27, riuscì a vedere pubblicati i primi 12 dei 26 volumi di cui si compone l'opera, conclusa nel '33. Rarissima, sul mercato librario è quotata sui diecimila euro. Ora, grazie alla 'Società Micologica Bresadola' di Trento, gli appassionati possono consultarla in versione digitale.
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Norma Cossetto, la ragazza stuprata e infoibata che la sinistra vorrebbe dimenticare
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7569NORMA COSSETTO, LA RAGAZZA STUPRATA E INFOIBATA CHE LA SINISTRA VUOL DIMENTICARE di Giovanni TerranoLa triste vicenda di Norma Cossetto, uccisa barbaricamente ottant'anni fa tra la notte del 4 ed il 5 ottobre 1943, dai partigiani comunisti, non rientra sicuramente nel "politicamente corretto". Questa storia è stata commemorata unicamente in Parlamento, in un convegno organizzato il 3 ottobre scorso da Alessandro Amorese, Nicole Matteoni, Maurizio Gasparri e Rossano Sasso e ricordata, poi, il 5 ottobre dal vicepresidente della Camera e deputato di Fratelli d'Italia, Fabio Rampelli. La storia delle foibe, si sa, va nascosta perché scomoda per la sinistra italiana in quanto pone in risalto le barbarie e le atrocità poste in essere dai partigiani.Norma Cossetto, figlia di un dirigente locale istriano del Partito Nazionale Fascista, era una studentessa universitaria di Lettere dell'Università di Padova di 23 anni che stava preparando una tesi di laurea in geografia proprio sul suo territorio, l'Istria Rossa (in quanto ricco di bauxite). Dopo l'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, i partigiani depredarono la casa della famiglia di Norma e quest'ultima si rifiutò di entrare a far parte del movimento partigiano, cosa che le comportò l'arresto presso l'ex caserma della Guardia di Finanza di Parenzo. Successivamente, la sorella, Licia Cossetto, ha raccontato che prima che Norma fosse infoibata ed uccisa, la stessa fu sottoposta anche a sevizi e stupri ad opera dei partigiani. Il suo corpo fu trovato e recuperato, privo di vestiti, dopo il 10 dicembre 1943, a seguito dell'occupazione dell'Istria da parte dell'esercito tedesco.La storia di Norma Cossetto è una delle tante storie di infoibati coinvolti in una razzia storica, di coloro, cioè, che hanno affrontato un'impervia prova senza barattare la propria dignità. Norma è un'eroina, suo malgrado, che ha dimostrato un'accettazione fiera e composta delle barbare violenze dei partigiani, privata, tra l'altro, dei suoi sogni di studentessa universitaria e scaraventata in una realtà di incubi e di morte. Se la realtà partigiana fosse stata realmente giusta, non avrebbe costretto donne come Norma Cossetto a diventare "eroine".Non va dimenticato che il massacro delle foibe, avvenuto tra il 1943 ed il 1945, è un evento storico molto importante, spesso volutamente dimenticato dalla sinistra, che ha dato spazio ad una politica riduzionista se non addirittura negazionista. È noto che sulla strage delle foibe vi sia una forte divisione sul modo di leggere i fatti storici. E, talvolta, alcuni autori hanno tentato di dare palesemente una chiave di lettura faziosa della storia. Vicende tristi come quella di Norma Cossetto non vengono ricordate perché scomode per una certa area politica, e solo il centrodestra ha ritenuto opportuno commemorare gli ottant'anni di tale triste evento, come già detto.Ed è ancora più curioso evidenziare come, qualche giorno prima, sia stato data molta risonanza alle Quattro Giornate di Napoli e all'Anpi, e il Comune di Napoli ha addirittura intitolato ad Antonio Amoretti, ritenuto l'ultimo partigiano delle Quattro Giornate e scomparso qualche mese fa, i giardini di Piazza Quattro Giornate del quartiere Vomero di Napoli. Ma ci sarebbe tanto da dire, a cominciare dal fatto che le Quattro Giornate di Napoli - e, se vogliamo, l'intera Resistenza -, rappresentano un clamoroso falso storico. Ma questo è un altro discorso. Limitiamoci, ora, a ricordare gli ottant'anni dal tragico evento di Norma Cossetto causato dai partigiani, evidenziando, purtroppo, che la storia, spesso, viene letta come la si vuol leggere.
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Il nobile Cristoforo Colombo, ultimo dei cavalieri medievali
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7547IL NOBILE CRISTOFORO COLOMBO, ULTIMO DEI CAVALIERI MEDIEVALI di Michelangelo LongoLa vulgata vorrebbe Cristoforo Colombo marinaio genovese, di umili origini che grazie a una felice intuizione scopre "per caso" un nuovo continente. I dati storici ribaltano questa narrazione. I documenti ci regalando uno spaccato del tardo medioevo assai diverso: il self made man non è semplicemente possibile, ma è possibile l'epopea di un nobile cavaliere spinto dallo spirito di avventura e dal desiderio, per noi post moderni incomprensibile, di portare la fede ovunque.Ma partiamo dalla famiglia. Il cognome per esteso è Colombo di Cuccaro, feudo del marchesato del Monferrato. La famiglia serviva i Marchesi e li seguì fino alla fine della signoria, quando Gian Giacomo Paleologo si dichiarò vassallo dei Savoia per ritornare nel Monferrato dopo l'esilio a Venezia con a seguito i Colombo di Cuccaro. La nobile famiglia dei Colombo si trovò così a servire non più un marchesato nel pieno del suo potere ma un vassallo senza futuro e rendite. A quel punto i Colombo di Cuccaro dovettero trovare altre strade per vivere e una di queste portava al mare...Colombo fu corsaro, mozzo? È plausibile che come cadetto di una nobile famiglia fosse comandante di qualche vascello, magari anche con la licenza di corsa (corsaro appunto). Il figlio Ferdinando riporta episodi che sembrano figli di battaglie atlantiche tra corsari di diverse nazioni, certo è che il futuro Ammiraglio esplora in lungo e in largo l'Atlantico e il Mediterraneo fino ad incontrare il sorgente impero Ottomano a Chio, poche miglia dall'Asia Minore ormai presa dagli infedeli. Forse proprio lì maturò il desidero di trovare una nuova via per l'Asia.Proprio la ricerca di una nuova via per l'Asia ha solleticato la fantasia di innumerevoli detrattori del Medioevo e della Chiesa Cattolica. La leggenda nera vuole la Chiesa schierata su posizioni "terra-piattiste", quando in realtà la consapevolezza della forma sferica della terra era nota ed accettata. Inoltre molti episodi conosciuti alle corti della penisola iberica dimostravano che al di là del mare esistevano terre abitate: le indie? L'Asia? Erano popoli da convertire, con cui commerciare? Il punto era comprendere quanto distasse la terra al di là dell'Oceano. Colombo sosteneva che l'intera circonferenza della terra fosse di 20.000 km (sbagliando), portoghesi, spagnoli non ci credevano. Molti fattori ritardarono l'avvallo all'impresa di Colombo: dubbi sulla rotta proposta, i portoghesi che probabilmente stavano cercando di raggiungere l'altra sponda già da tempo per altre vie, gli Spagnoli che erano ancora intenti a cacciare i mori dalle loro terre, non ultime le consistenti richieste di Cristoforo (la decima parte delle scoperte, l'Ammiragliato, la nomina a vice Re del nuovo mondo). L'idea che un popolano potesse attendere così a lungo, perorare la sua causa con continue trattative con le corti spagnola e lusitana, che potesse intrattenersi con i cartografi e studiosi del suo tempo a discutere di una terra non ancora "scoperta" rimane improbabile. Il nobile Colombo attese con frustrazione uno spiraglio che arrivò dopo un decennio di attesa e, quando era ormai intenzionato a rivolgersi altrove, Isabella e Ferdinando di Castiglia decisero: a don Cristoforo Colombo avrebbero concesso titoli e privilegi nel caso di successo, assegnarono le tre caravelle più famose di tutti i tempi. L'avventura era partita.Quattro viaggi resero Colombo immortale. Dal primo epico e trionfante all'ultimo quasi "normale". Il mondo era entrato in una nuova epoca e i caratteri distintivi dell'Ammiraglio, la testardaggine, la petulanza, l'incapacità al governo, lo resero inviso alle corti del tempo. Morirà lasciando ai posteri un continente e un segno indelebile nella storia.Su di lui si è scritto molto, ma le parole di Leone XIII forse chiariscono il motivo per cui è ancora segno di contraddizione. Nell'enciclica Quarto abeunte saeculo, scritta in occasione del quarto centenario della scoperta del nuovo mondo, scrive "...Colombo è uomo nostro", a sottolineare che Cristoforo non partì per la sete di gloria e di conquista ma per servire Dio, per trovare una via alternativa al Santo Sepolcro, per conquistare nuove anime a Dio. Il nobile Colombo fu l'ultimo dei cavalieri medievali votati al servizio della Cristianità e per questo oggi raccoglie ancora tanto rancore e odio, in un mondo che desidera stare lontano dal Creatore del mondo.
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Quattro buone ragioni a favore della monarchia
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4255QUATTRO BUONE RAGIONI A FAVORE DELLA MONARCHIA di Corrado GnerreIn occasione del 70° anniversario della Repubblica Italiana offro qualche riflessione in merito non alla Repubblica ma alla Monarchia, più specificamente alla Monarchia Cristiana. Prima però mi preme fare due premesse.La prima è più specifica. Confesso (ma penso sia cosa abbastanza prevedibile) di non nutrire alcuna simpatia per Casa Savoia per una serie di motivazioni, prima fra tutte il fatto che essa ha svolto un ruolo decisivo in quel processo, cosiddetto "Risorgimento", che altro non è stato che una sorta di "piemontizzazione" dell'Italia.La seconda premessa è più generale. La Dottrina Cattolica tradizionale (quindi non contaminata da derive modernistiche) accetta diverse forme di governo, sempre che non cadano in derive totalitarie. Ricordo che anche la democrazia, non intesa in senso classico, bensì come puro "democraticismo" (pretesa di poter tutto decidere con il criterio del numero anche cosa è oggettivamente bene e cosa è oggettivamente male) cade inevitabilmente nel totalitarismo, come è ben affermato da Giovanni Paolo II nell'enciclica Centesimus Annus al punto 46: "Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia."Fatte queste due premesse, vengo al dunque. Le buone ragioni della Monarchia sono quattro. La prima è "sociale", la seconda "antropologica", la terza "religiosa" e la quarta "filosofica". Ho utilizzato le virgolette perché il significato di queste aggettivazioni è in senso ampio. 1) RAGIONE SOCIALEUna delle più precise definizioni di Monarchia è "governo di una famiglia su tante famiglie". Infatti, la Monarchia altro non è che la "centralità politica" della Famiglia. Qui ovviamente il riferimento è alla concezione tradizionale e vera della società. Secondo questa concezione la società non può che avere una dimensione comunitaria. Essa non è un insieme di individui ma di famiglie: è una "famiglia di famiglie". La concezione individualistica della società è invece un prodotto tipicamente "moderno". Ed è proprio la forma repubblicana ad esprimere chiaramente l'impostazione individualistica, cioè il governo di uno su tanti, di un individuo su tanti individui.Relativamente a questo discorso va detto che la concezione vera della Monarchia -o meglio: la concezione della Monarchia vera- si espresse non a caso nel medioevo cristiano, che fu un periodo tutto all'insegna della dimensione comunitaria e "familiare". Le stesse corporazioni erano strutturate sul modello familiare.In merito alla famiglia bisogna fare un'altra considerazione. A differenza di altre forme di governo, nella Monarchia Cristiana il Re è tenuto, anche se indirettamente, a render conto di come gestisce la propria famiglia che è parte integrante della sua rappresentatività politica; il tutto nella convinzione che non si può pretendere di governare uno Stato se non si è capaci di saper governare la propria famiglia.2) RAGIONE ANTROPOLOGICAPassiamo adesso ad un'altra buona ragione della Monarchia, che possiamo definire "antropologica". Dico subito che qui il discorso si fa molto più "delicato", non solo nel senso che va ben capito, ma anche perché sembrerebbe offrire argomenti un po' troppo "sottili". Ma si tratta ugualmente di una questione importante.Governare è qualcosa di impegnativo: è un'arte che è difficile improvvisare. Ebbene, nella Monarchia vige il riconoscimento del principio secondo cui sin da piccoli bisogna prepararsi a governare. Può sembrare una sciocchezza, ma non lo è. Lasciamo stare la misteriosa incompetenza di molti politici dei nostri giorni, "misteriosa" perché assume proporzioni tali da sembrare voluta. Spesso mi viene la tentazione di pensare che coloro che ci comandano formalmente siano volutamente scelti per la loro pochezza da coloro che ci comandano sostanzialmente (che stanno dietro le quinte) affinché possano essere più facilmente gestibili. Ma, lasciando stare questo discorso che porterebbe molto lontano, resta il fatto che l'arte del governo è anche l'esito di un apprendimento, di una scuola, di un'educazione. San Luigi IX (che a detta del famoso medievista di formazione laica, Jacques le Goff, è stato il più il più grande Re di Francia) così scrive al figlio che dovrà ereditare il Regno: "Caro Figlio, la prima cosa che ti raccomando è che tu metta tutto il tuo cuore nell'amare Dio. Se Dio ti manda delle avversità, sopportale pazientemente. Confessati spesso e scegli confessori prudenti. Mantieni i buoni costumi del regno e combatti quelli cattivi. Prendi cura di avere in tua compagnia tutti uomini prudenti, sia religiosi, sia secolari. Non sopportare che si dica davanti a te nessun oltraggio verso Dio, né ai Santi. Rendi sovente grazie a Dio di tutti i doni che Egli ti ha fatto, affinché tu sia degno di averne ancora. Le tue genti vivano in pace e in rettitudine sotto te, anche i religiosi e tutte le persone della Santa Chiesa. Dona i benefici di Santa Chiesa. Pacificati piuttosto che porre guerre, sia coi tuoi, sia coi tuoi sudditi, come faceva San Martino. Sii diligente di avere buoni preposti e buoni podestà e buoni inquisitori. Sforzati di impedire il peccato e cattivi giuramenti; fa distruggere le eresie contro il tuo potere. Fa in modo che le spese del tuo palazzo siano ragionevoli. Infine, caro figlio, io ti do tutte le benedizioni che un buon padre pietoso può dare a suo figlio, e che sia benedetta la Santissima Trinità e tutti i Santi ti guardino e ti difendano da ogni male; e che Dio ti dia la Grazia di fare sempre la sua volontà, in modo che Egli sia sempre onorato da te". 3) RAGIONE RELIGIOSASe Dio esiste (ed esiste!) la realtà è gerarchica; e per logica tutto deve essere riconducibile alla sovranità di Colui che è il Re di tutto: il Re dei Re. Se Dio esiste (ed esiste!) la realtà non è né "repubblicana" né "democratica", ma inevitabilmente "monarchica".Qui c'è da aggiungere una cosa interessante. Prima abbiamo detto che simbolicamente la Monarchia rappresenta la centralità politica e sociale della Famiglia; ebbene il Cristianesimo parla di un Dio che è Unico ma anche Comunione, in quanto Trinitario. Dunque, è proprio nel Cristianesimo, più di ogni altra religione, che la Monarchia, come centralità politica della Famiglia, trova il suo fondamento teologico. Possiamo in un certo qual modo dire che il Cristianesimo è strutturalmente monarchico e che la Monarchia è strutturalmente cristiana. 4) RAGIONE FILOSOFICALa Monarchia esprime anche un'altra conformazione, ed è quella alla realtà. Ecco la ragione "filosofica" che è legata al "realismo filosofico", unico criterio per una corretta speculazione razionale.La dimensione gerarchica è nell'ordine naturale delle cose; tant'è che anche negli ambienti che ne teorizzano l'illegittimità e l'innaturalità, questa, cacciata dalla porta, rientra in un certo qual modo dalla finestra. Provare per credere: finanche negli ambienti anarchici il leader finisce sempre con l'emergere.E' nella natura delle cose riconoscere che chi comanda può comandare per sempre, che sui talenti che il Signore dona non c'è data di scadenza. Se la politica diventa un bene di consumo, allora sì che esiste il rischio che vada a male; ma se la politica è promozione e difesa del bene comune (tradizionalmente e metafisicamente inteso) allora non c'è rischio né che vada a male né che possa passare di moda.
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Hitler ne era convinto la principale attività dei preti consisteva nel minare la politica nazista
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1729HITLER NE ERA CONVINTO: LA PRINCIPALE ATTIVITA' DEI PRETI CONSISTEVA NEL MINARE LA POLITICA NAZISTA di Francesco AgnoliIl pensiero di Hitler e stato consegnato solo in parte, cioè nella prima fase della sua attività politica, al Mein Kampf. In questo testo confuso e logorroico, i pensieri del futuro dittatore si accavallano l'uno sull'altro, risultando spesso indigeribili. Però, per quanto riguarda il tema che a noi interessa, sono già in parte delineati. Hitler, infatti, afferma più volte due concetti: che la Chiesa cattolica è «in conflitto con le scienze esatte e con l'indagine scientifica», e che il cristianesimo si è imposto grazie ad una «fanatica intolleranza». Intolleranza che è propria degli ebrei in generale: «Oggi il singolo deve constatare con dolore - scrive Hitler - che nel mondo antico, assai più libero del moderno, comparve col cristianesimo il primo terrore spirituale».Questi pensieri, espressi nel 1923, possono essere meglio compresi alla luce di quanto Hitler ebbe a dire una volta giunto al potere. Per questo risulta indispensabile la lettura delle Conversazioni a tavola di Hitler, da poco ristampato in Italia (dopo ben 50 anni!) dalla Libreria editrice Goriziana. Si tratta dei discorsi tenuti da Hitler con gli invitati che di volta in volta accedevano a lui: furono trascritti a partire dal 5 luglio 1941 per ordine di Martin Bormann, capo della cancelleria del partito e segretario del Führer.Ebbene, in queste conversazioni a ruota libera, Hitler rivela molto chiaramente il suo pensiero rispetto al cristianesimo, dimostrando che era una delle tematiche che più gli stava a cuore. Nelle quasi 700 pagine in cui discorre di guerra, russi, ebrei, diete, nazismo ecc., i riferimenti al cristianesimo e alla Chiesa cattolica, pur minoritaria all'interno del paese di cui era l'incontrastato leader, sono continui, insistenti e ripetitivi.Anzitutto Hitler ritiene che il cristianesimo sia una delle manifestazioni della perfidia ebraica: parla quindi esplicitamente di «cristianesimo ebraico». «Il cristianesimo - afferma la notte del 20 febbraio 1942 - costituisce il peggiore del regressi che l'umanità abbia mai potuto subire, ed è stato I'Ebreo, grazie a questa invenzione diabolica, a ricacciarla quindici secoli indietro». Cristo, in verità, per Hitler, non era un ebreo, ma un ariano che «attaccò il capitalismo ebraico» e per questo venne ucciso: «Non è escluso che sua madre fosse ebrea»: ma certo non lo fu il padre.La «falsificazione della dottrina di Gesù» fu quindi opera dell'ebreo san Paolo: a lui si deve la creazione della religione cristiana, cioè di una forma di bolscevismo ante litteram. Il cristianesimo infatti si è posto alla testa dei più miserabili, degli schiavi, dei malriusciti, con le sue teorie «egualitarie» nate per «conquistare un'enorme massa di gente priva di radici»; «ha mobilitato la feccia», per «organizzare cosi un pre-bolscevismo».Per Hitler all'equazione ebraismo-cristianesimo, si affianca quella cristianesimo-bolscevismo: l'ebreo Saul e l'ebreo Marx sono i creatori di due ideologie di morte equivalenti tra di loro!«Il colpo più duro che l'umanità abbia ricevuto - dichiara - è l'avvento del cristianesimo. Il bolscevismo è figlio illegittimo del cristianesimo. L'uno e l'altro sono una invenzione degli Ebrei. È dal cristianesimo che la menzogna cosciente in fatto di religione è stata introdotta nel mondo. Si tratta di una menzogna della stessa natura di quella che pratica il bolscevismo quando pretende di apportare la libertà agli uomini, mentre in realtà vuol far di loro solo degli schiavi». Ancora: «L'Ebreo che fraudolentemente introdusse il cristianesimo nel mondo antico, allo scopo di perderlo, ha oggi riaperto questa breccia prendendo, questa volta, il pretesto della questione sociale. È sempre lo stesso gioco dei bussolotti. Come Saul si è trasformato in s. Paolo, così Mardocheo è diventato Karl Marx».Come il bolscevismo è oggi causa di morte e di distruzione, così il cristianesimo, afferma Hitler ribadendo quanto già scritto nel Mein Kampf, è fondato sull'intolleranza: «Il cristianesimo è stata la prima religione a sterminare i suoi avversari in nome dell'amore. Il suo segno è l'intolleranza».La colpa storica della Chiesa cattolica è poi quella di aver fatto crollare l'impero romano, regno dell'arte, della tolleranza e della civiltà. E di averlo sostituito con l'arte barbara delle catacombe, col buio del medio Evo, l'epoca più insignificante della stona umana. Hitler afferma: «Sono sicuro che Nerone non ha mai incendiato Roma. Sono stati i cristiani-bolscevichi». Poi loda Giuliano l'Apostata, e depreca Costantino. Il concetto è sempre lo stesso: i cristiani, figli spirituali dell'ebreo Paolo, sono la causa della caduta dell'Impero e di ogni barbarie degli ultimi 20 secoli.Ai cristiani Hitler imputa di negare «tutte le gioie dei sensi»; di aver proposto una errata «volontà ecumenica», cioè universalistica e non razzista; di essere «contro la selezione naturale» e quindi di instillare una «ribellione contro la natura, una protesta contro la natura» di proporre un «paradiso insipido», tutto canti e alleluia; di essere una «storia puerile», una «invenzione di cervelli malati», una vera e propria «malattia».Soprattutto interessante è il fatto che Hitler condivida coi comunisti-bolscevichi (verso cui dichiara il suo odio, e con cui si alleerà per scatenare il secondo conflitto mondiale) due idee. La prima: che il cristianesimo sia contro la scienza e la ragione. La seconda: che sia condannato a sparire col tempo, automaticamente, soffocato dall'affermarsi del nazismo trionfante e liberatore.Anche Marx aveva creduto lo stesso; anche i bolscevichi spiegavano, in quegli stessi anni, che la Chiesa non avrebbe retto il confronto con la scienza, la modernità ed il progresso, e sarebbe sparita da sola, una volta instaurata la società giusta, perfetta, egualitaria, in una parola, comunista. Senza bisogno di persecuzioni (che invece, poi, ci furono eccome).Riguardo alla prima idea, Hitler, che riteneva «scientifico» il razzismo, afferma: «la religione è in perpetuo conflitto con lo spirito di ricerca. L'opposizione della Chiesa alla scienza fu talvolta così violenta da sprizzare scintille». Quanto alla seconda idea cui accennavo, la scomparsa automatica del cristianesimo, per manifesta «inferiorità», Hitler dichiara di aver creduto, un tempo, sin dai 14 anni, che la soluzione avrebbe dovuto essere violenta, la «dinamite»: sterminare i preti, le loro menzogne e la loro malvagità.Poi, col tempo, sostiene di essersi convinto che sia politicamente più produttivo lasciar morire il cristianesimo «a fuoco lento», come effettivamente cercherà di fare sopprimendo le scuole e i giornali confessionali e attuando una persecuzione spesso soprattutto di tipo culturale e ideologico: «A lungo andare, il nazionalsocialismo e la religione non potranno più coesistere... la soluzione ideate sarebbe di lasciar le religioni consumarsi da sé, senza perseguitarle».Per capire questa prospettiva hitleriana è bene ricordare che Hitler era un uomo molto pragmatico: sapeva che certe operazioni vanno fatte con prudenza e cautela, o addirittura di nascosto, come ad esempio nel caso del programma eutanasico T4. Così più volte rivelava ai suoi collaboratori che l'ora dei conti con la Chiesa e con il cardinal von Galen, il suo più agguerrito avversario, sarebbe arrivata solo alla fine della guerra, per non dividere troppo il paese in un momento difficile. In varie occasioni Hitler frenò addirittura le repressioni contro la Chiesa del suo fidato segretario Bormann, non perché non le condividesse, ma perché temeva «potessero ritorcersi sfavorevolmente sullo stato d'animo del paese in guerra». «Secondo Bormann - scrive il gerarca nazista Albert Speer - un modo per restituire vitalità ed interesse all'ideologia nazionalsocialista era quello di stimolare la lotta contro la Chiesa [...]. Hitler in materia temporeggiava, ma nessuno poteva dubitare che egli intendesse soltanto rinviare il problema ad un momento più favorevole, poiché alla tavola della Cancelleria usava nei confronti della Chiesa parole molto più pesanti e scoperte di quelle che usava all'Obersalzberg, dove la presenza delle signore lo frenava. «Quando avrò risolto tutti gli altri miei problemi - diceva a volte - farò i conti con la chiesa. Allora essa vedrà i sorci verdi» (A. Speer, Memorie del terzo Reich, Mondadori, 1997).
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L'Italia riconosce l'Holodomor come genocidio
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7509L'ITALIA RICONOSCE L'HOLODOMOR COME GENOCIDIO di Stefano MagniA 90 anni di distanza, anche il Parlamento italiano ha votato per il riconoscimento dell'Holodomor quale genocidio degli ucraini, commesso da Stalin dal 1932 al 1933. Il Senato ha approvato la mozione con 130 voti a favore e 4 astenuti (e tutti gli altri assenti). I 4 astenuti sono senatori di Verdi-Sinistra Italiana e Movimento 5 Stelle.Sull'Holodomor (in ucraino: "morte per fame") è stato fatto negazionismo (vero) da parte del regime sovietico e ancora oggi il dibattito è difficile da affrontare. È innegabilmente un crimine di massa figlio dell'ideologia comunista. Nel 1928 Stalin impose le sue riforme economiche radicali, dopo aver introdotto il primo Piano Quinquennale. L'agricoltura, che era la principale risorsa per l'Ucraina, come per la Russia meridionale, venne considerata come un settore ausiliario dell'industria. Nutrire gli operai: questo doveva essere il compito dei contadini. Poi la grandezza dell'Urss sarebbe arrivata grazie al programma di industrializzazione. L'Ucraina, nei primi anni sovietici, dopo la guerra civile (che l'aveva devastata, con una prima carestia) aveva ottenuto una certa autonomia, per lo meno il permesso di usare la propria lingua e di studiare la propria cultura nazionale. Gli anni '20 furono un periodo di "ucrainizzazione". Stalin, con la sua furia centralizzatrice, volle distruggere l'identità ucraina che lui stesso, da ex ministro delle Nazionalità, aveva concesso. L'Ucraina era un nemico nazionale: con la sua identità rischiava di minare l'unità dell'Urss. Era anche un nemico di classe, dove la Nuova Politica Economica aveva fatto fiorire più che altrove una classe di intraprendenti contadini proprietari, i "kulaki" come venivano chiamati spregiativamente.SI AIZZARONO LE LOTTE DI CLASSEL'ira lucida di Stalin si abbatté sui kulaki. Considerati nemici di classe, vennero aizzate contro di loro le masse contadine. Con processi sommari e linciaggi veri e propri, furono poi tutti deportati in Siberia, in Asia centrale e al Circolo polare. La campagna di "de-kulakizzazione" fece sparire quasi 2 milioni di ucraini e fu devastante per l'economia. Arrivati al 1931, le autorità sovietiche accelerarono la collettivizzazione. La resa dei terreni crollò. Le autorità sovietiche, più che "esperti" di agricoltura mandarono brigate di agit prop. Le stazioni dei trattori e delle macchine agricole erano centri di propaganda, più che fornitori di servizi ai contadini. La collettivizzazione fu una grande ubriacatura ideologica e causò la fine di una società agricola, in quello che era sempre stato il "granaio d'Europa".Ma al Cremlino non ammisero mai alcun errore, il modello doveva funzionare. Quindi alla comparsa delle prime statistiche che dimostravano raccolti molto inferiori alle quote prefissate dal piano, Stalin reagì punendo in massa i contadini. Chiunque era sospetto di nascondere il grano. La polizia politica entrava casa per casa, con pertiche di ferro con cui ispezionava (e distruggeva) le misere capanne di legno dei contadini, sequestrando ogni singolo chicco di grano. Ai contadini stessi non veniva lasciato nulla. Nessuno poteva fuggire. Venne reintrodotto un sistema rigidissimo di passaporti interni. Nessuno poteva neppure raggiungere le città. In tempi di carestia naturale, le città fanno la fame, i contadini hanno sempre qualcosa da mangiare. In una carestia artificiale, come quella provocata da Stalin in Ucraina, le campagne morivano, le città ricevevano provviste dalle autorità centrali, a sufficienza da sfamare operai e funzionari. Chi provava a entrare nelle città, alla ricerca di un po' di cibo, veniva cacciato o arrestato, oppure bastonato e lasciato morire. I casi di cannibalismo si moltiplicarono. La fame provocò un impazzimento collettivo. Testimonianze di sopravvissuti ci ricordano di persone trasformate completamente, ridotte all'inedia o ad una condizione di automi famelici, disperati, pronti a tutto. Tutta l'Ucraina si riempì di fosse comuni.Non esiste una contabilità dell'Holodomor. Esistono solo stime demografiche che variano da 3 a 7 milioni di morti. La più probabile è di 4,5 milioni di vittime, in un unico anno. Una mattanza simile, per dimensioni (anche se in proporzione alla popolazione fu molto maggiore) si vedrà, mezzo secolo dopo, solo in Cambogia, altro regime comunista che collettivizzò di colpo le campagne.UN VERO E PROPRIO GENOCIDIONella lettera di contestazione inviata al governo italiano dall'Ambasciata russa, si leggono i classici tre argomenti contro la definizione di "genocidio": la stessa carestia riguardò non solo l'Ucraina, ma anche il Kazakistan e la Russia meridionale. Non fu deliberato, ma il frutto di "errori gestionali da parte delle amministrazioni regionali delle zone agricole dell'Urss". E infine avvenne in "condizioni climatiche sfavorevoli dei primi anni '30". La prima obiezione non nega il carattere genocida dello sterminio per fame in Ucraina. La popolazione ucraina fu deliberatamente colpita e, contemporaneamente alla fame, venne scatenata anche una purga di tutte le personalità della cultura nazionale locale, un processo di violenta "de-ucrainizzazione". Semmai sono il Kazakistan e i russi delle regioni del Kuban e Caucaso settentrionale che avrebbero tutto il diritto di reclamare la memoria del loro genocidio, ma nessuno può negare che gli ucraini lo abbiano subito. La dinamica della carestia dimostra che fu un atto deliberato. Non solo non vennero inviati soccorsi, ma vennero vietati tutti i possibili aiuti e chiuse tutte le vie di fuga. Quindi non furono "errori gestionali". Infine le condizioni climatiche "sfavorevoli" non impedirono raccolti altrove, in Urss e all'estero, colpirono selettivamente solo le zone agricole soggette a collettivizzazione forzata. Troppo per essere una coincidenza.UNA SISTEMATICA CAMPAGNA DI NEGAZIONISMODell'Holodomor non si parla molto, perché, appunto, il regime staliniano condusse una sistematica campagna di negazionismo in tempo reale. Non si limitò a chiudere l'accesso delle aree colpite dalla carestia, arrivò ad organizzare tour di giornalisti selezionati in zone in cui era stata creata una campagna sovietica completamente artificiale: finti villaggi, comparse, un benessere costruito per essere mostrato all'estero. Ci cascarono in tanti, un giornalista in particolare si fece promotore della disinformazione sovietica: il britannico (premio Pulitzer) Walter Duranty. Tuttora non è chiaro quanto non sapesse o quanto fingesse di non sapere. Ad un diplomatico britannico, successivamente alle sue corrispondenze, confessò di sapere che la popolazione ucraina aveva subito fino a 5 milioni di morti a causa della carestia. Chi sapeva era il console italiano a Kharkov (attuale Kharkiv), Sergio Guadenigo, che inviava a Mussolini fedeli e puntuali rapporti di quanto stava accadendo. Tuttavia, anche l'Italia fascista scelse di non protestare, di non reagire, in un periodo in cui i rapporti con l'Urss era distesi. L'unico giornalista indipendente che documentò fedelmente l'orrore dell'Holodomor fu un altro britannico, Gareth Jones. Tuttavia i suoi articoli non ebbero seguito e furono contestati dalla stessa comunità giornalistica del suo Paese. Jones morì appena due anni dopo, nel 1935, in Manciuria. Si portò nella tomba la verità sconvolgente che aveva visto in Ucraina. Il 1933 fu l'anno dell'ascesa di Hitler in Germania. Da allora, per la stampa internazionale, non ci fu argomento più importante. Quel poco di attenzione per quanto accadeva nell'Urss si spense subito.Il voto in Senato può essere considerato un atto tardivo, può essere visto come un atto interessato per motivare la politica estera italiana sulla guerra in Ucraina. Ma intanto afferma una verità troppo a lungo negata.
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Gli inglesi che preferirono la morte pur di rimanere cattolici
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7473GLI INGLESI CHE PREFERIRONO LA MORTE PUR DI RIMANERE CATTOLICI di Roberto de MatteiMi sono trovato in Inghilterra il 29 giugno e mi ha molto colpito l'attaccamento che ancora oggi i cattolici inglesi hanno verso il Papa e verso la Chiesa di Roma. Questo attaccamento ha le sue radici nel doloroso scisma che si consumò nel XVI secolo, strappando l'Inghilterra alla vera fede. L'autore di questo scisma fu il re Enrico VIII, che in preda a una diabolica passione per una damigella di Corte, Anna Bolena, divorziò dalla moglie Caterina d'Aragona e, contro il divieto papale, la sposò nel 1533. Papa Clemente VII non riconobbe il matrimonio e l'anno successivo Enrico VIII fece votare dal Parlamento l'Atto di Supremazia con cui il Regno si separava dalla religione cattolica romana e costituiva una chiesa nazionale, detta poi anglicana, di cui il Re era il capo supremo. Il popolo inglese era cattolico ma furono pochi gli ecclesiastici, i dignitari e gli aristocratici, che osarono mettersi contro il sovrano, sfidando la prigione e la morte che li aspettava.SCISMA E GRANDI SANTII primi tra questi furono un eminente laico Tommaso Moro, Cancelliere del Regno, e un vescovo Giovanni Fisher, creato cardinale dal Papa prima del supplizio. Si aprì un periodo di contrastate lotte politiche e religiose, in cui il papa san Pio V scomunicò la regina Elisabetta I, figlia illegittima di Enrico VIII, e il re di Spagna Filippo II tentò di conquistare il Regno d'Inghilterra, ma la Provvidenza aveva disposto altrimenti. Per oltre due secoli la fedeltà a Roma fu testimoniata dall'epopea di una legione di santi, pronti ad affrontare la peggiore delle morti, in difesa della fede cattolica.Il condannato, condotto su un carretto al luogo dell'esecuzione, veniva squartato e orrendamente mutilato, ancora vivo e cosciente. Il carnefice dopo aver castrato il suppliziato, gli praticava un taglio nel ventre estraendone gli intestini, che venivano bruciati in un braciere davanti ai suoi occhi. Poi il carnefice gli tagliava la testa e procedeva allo squartamento del corpo. Con un'ascia lo divideva in quattro parti, prima tagliandolo verticalmente poi, orizzontalmente, quindi in altre due metà. I quarti del suo corpo venivano appesi in diversi angoli della città. Sant'Oliviero Plunkett fu l'ultimo martire cattolico inglese, squartato a Londra nel 1681, in seguito al Complotto papista (Popish Plot), una fittizia cospirazione gesuita per assassinare il re Carlo II di Inghilterra, ma in realtà inventata dal fanatico anglicano Titus Oates, per accreditarsi di fronte al sovrano.Degli innumerevoli martiri cattolici inglesi, Margarete Pole e quaranta compagni furono beatificati da Leone XIII nel 1886, e altri nove nel 1895. Thomas Hereford e altri centosei martiri vennero beatificati da Pio XI il 15 dicembre 1929. Il 25 ottobre 1970 vennero canonizzati da Paolo VI quaranta martiri, undici dei quali appartenevano al gruppo dei beati del 1886 e ventinove a quello del 1929. Il 22 novembre 1987, infine, Georg Haydock e ottantaquattro cattolici di Inghilterra, Scozia e Irlanda, sventrati a Tyburn, sono stati beatificati da Giovanni Paolo II.A Tyburn, proprio accanto al luogo in cui avvenivano le esecuzioni, che si affaccia su Hyde Park, è stato costruito un piccolo convento, dove si prega e si chiede l'intercessione di questi martiri. Vi aleggia lo stesso profumo soprannaturale che si respira in tante cappelle, chiese, santuari e monasteri cattolici del Regno Unito, da Londra fino alle brume della Scozia e alle coste della CornovagliaSANTI PIETRO E PAOLO, FESTA NAZIONALE INGLESELa festa dei Santi Pietro e Paolo che, il 29 giugno in Italia è di precetto solo per la diocesi di Roma, in Inghilterra è festa obbligatoria sul suolo nazionale e quel giorno si recita una bella preghiera che esprime tutto l'amore di questo popolo per la Cattedra di Pietro.Questa è la preghiera, rivolta a San Pietro:"O Beato Principe degli Apostoli, Vicario di Cristo, Pastore di tutto il gregge, Roccia su cui è costruita la Chiesa! Noi ringraziamo il Principe dei Pastori, che nelle epoche della fede ha legato questa terra così dolcemente e fortemente a voi e a quella sede di Roma da cui venne la sua conversione. Noi lodiamo e benediciamo Nostro Signore per quegli intrepidi confessori che hanno dato la vita per il vostro onore e il vostro primato, nell'ora in cui lo scisma e l'eresia divisero la nostra terra. Noi desideriamo ravvivare lo zelo, la devozione e l'amore dei tempi passati. Per quanto è in nostro potere, noi consacriamo il nostro Paese, con fervore ed amore, a Voi. Vi offriamo il nostro omaggio, rinnoviamo la nostra fedeltà al Pontefice, vostro Successore, che ora occupa la Sede Apostolica. Con la vostra potente intercessione confermate e rafforzate la fede dei Pastori e del popolo che vi invoca. Salvateci dall'apostasia, dalla disunione, dall'indifferenza religiosa e dalle perdite a cui l'ignoranza e la tentazione espongono il nostro piccolo gregge. O umilissimo e sincerissimo penitente, otteneteci lacrime di vero pentimento per i nostri peccati ed un amore ardente al Nostro Divin Maestro. O Clavigero del Regno dei Cieli, apriteci le porte del Cielo affinché possiamo entrare nel gaudio del Re della gloria. Ricordatevi del Regno d'Inghilterra che è cresciuto in grazia ed unità sotto la benedetta influenza apostolica per circa mille anni. Pregate Gesù affinché tutti possano ottenere la luce e ritornare al vostro gregge, che è l'unico gregge di Cristo."Non è una preghiera inglese, è una preghiera universale, come ogni preghiera cattolica. Oggi il fumo di Satana che, secondo le parole di Paolo VI, è penetrato all'interno del Tempio di Dio, avvolge la stessa Cattedra di Pietro, ma proprio per questo bisogna aumentare il nostro amore per il Papa e per il Papato, per la Roma immortale, di martiri e di santi, che inviò apostoli e missionari in ogni angolo della terra per diffondere la verità del Vangelo. Oggi c'è bisogno di nuovi apostoli che dall'Inghilterra alla Russia convertano il mondo alla Santa Chiesa romana, l'unica che è veramente una, cattolica e apostolica, e che ha nel successore del Beato Pietro, Vicario di Cristo, il suo fondamento. La preghiera è necessaria.
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Quando le Williams persero dal tennista maschio numero 203
VIDEO: Martina Navratilova - Jimmy Connors ➜ https://www.youtube.com/watch?v=jGRIf7e6fP0TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7462QUANDO LE WILLIAMS PERSERO DAL TENNISTA MASCHIO NUMERO 203 di Riccardo BistiFosse successo oggi, non li avrebbero collocati sul campo 17 di Melbourne Park. Ci sarebbe stata la diretta TV, migliaia di persone si sarebbero ammassate in tribuna e l'hashtag avrebbe fatto tendenza. Per ricordare l'improvvisata Battaglia dei Sessi di Melbourne, invece, bisogna affidarsi all'antico strumento dei testimoni oculari. Neanche le riviste specializzate dell'epoca - pensate un po' - diedero grande risalto alla lezione che Karsten Braasch rifilò a Serena e Venus Williams, allora giovani rampanti del tour. 23 anni dopo sono diventate star planetarie e ricordano malvolentieri quel pomeriggio del 27 gennaio 1998. Se possono, evitano del tutto. Venus aveva già raggiunto la finale allo Us Open (persa contro Martina Hingis), mentre papà Richard (inascoltato) diceva che la sorella minore sarebbe stata ancora più forte. Le due si affrontarono al secondo turno nel primo episodio di una saga infinita. Ma nessuno immaginava cosa sarebbe successo pochi giorni dopo.Durante una conferenza stampa, alcuni giornalisti confrontarono lo stile aggressivo delle sorelle con quello del tennis maschile. La 16enne Serena rispose a gamba tesa: "Durante il torneo mi sono allenata spesso con gli uomini e li ho visti lavorare. Onestamente credo di poter battere un uomo fuori dai primi 200 ATP". Un tour manager particolarmente arguto pensò che sarebbe stato divertente organizzare la sfida. Diede un'occhiata alla classifica mondiale, la confrontò con i giocatori ancora presenti a Melbourne e si accorse che al numero 203 (qualche settimana prima era stato esattamente n.200) si trovava Karsten Braasch, 31 anni, tedesco. Era stato eliminato al primo turno dopo aver superato le qualificazioni ed era il profilo giusto: ex n.38, in declino, personalità particolare, vizio del fumo, occhiali da vista e un servizio dal movimento stranissimo, imparato chissà dove. Per la sua personalità, in Germania dicevano che era il Mario Basler del tennis. "Mi accennarono la possibilità di questa sfida, pensando che fossi il candidato perfetto - racconta Braasch - non c'è voluto molto per convincermi, mi sembrava divertente".LA SFIDA E LA MANCATA RIVINCITAL'avvicinamento al match non fu semplice, poiché le Williams erano già popolarissime e la sfida fu rinviata un paio di volte a causa dei loro impegni. "In questi casi è importante rimanere rilassati e non prenderla troppo sul serio - dice Braasch, soprannominato "Katze", gatto - la mia preparazione è stata una partita di golf al mattino, poi ho bevuto qualcosa e fumato le mie immancabili sigarette. Mi sono presentato sufficientemente rilassato". Il match si è giocato sul Campo 17, davanti a uno sparuto gruppo di spettatori e un paio di giornalisti. Come era accaduto qualche anno prima a Jimmy Connors contro Martina Navratilova, il tedesco ha rinunciato alla seconda di servizio. Nonostante il vantaggio, per Serena è stato un incubo. In pochi minuti è piombata sullo 0-5: temeva il cappotto, ma ha raccolto il game della bandiera. Non è dato sapere se Braasch gliel'abbia concesso o meno. Sul finire della partita, è arrivata Venus. Aveva appena terminato la conferenza stampa dopo la sconfitta contro Lindsay Davenport. In un atto di solidarietà familiare, ha sfidato Braasch per vendicare la sorella. Risultato? 6-2 per il mancino di Marl, cresciuto nella Germania operosa della Ruhr."Entrambe colpiscono la palla molto bene - dice Braasch - ma se hai frequentato il circuito ATP possiedi alcune armi che le metteranno in difficoltà. Le rotazioni, per esempio: noi siamo in grado di dare effetti che non sono abituate a fronteggiare. E poi la preparazione atletica: hanno tirato alcuni colpi che in campo femminile sarebbero stati vincenti, invece io li ho rimandati di là. Il clima era sereno, non l'abbiamo presa troppo sul serio, ci siamo divertiti". Non tutti ricordano che - dopo la batosta - Venus e Serena hanno rilanciato, abbassando le pretese. Volevano sfidare di nuovo un uomo, spostando però l'asticella al n.350 ATP. "Ho detto loro che bastava aspettare qualche settimana e mi avrebbero potuto sfidare di nuovo!". Già, perché a fine torneo Braasch perse i punti del terzo turno raccolto l'anno prima e a fine torneo precipitò al numero 339. La rivincita non si è mai tenuta: Braasch ha visto Venus qualche mese dopo, al Roland Garros: "La nostra rivincita non si è svolta!" disse la Williams con un sorriso, salvo poi scappare via. Meglio non alimentare l'idea di una rivincita.SERENA: "GLI UOMINI SONO MOLTO PIÙ FORTI"Oggi Braasch è un simpatico 53enne che si diletta nei tornei senior, rassegnato ad essere ricordato soprattutto per quella partita giocata bevendo birra e fumando ai cambi di campo. Come Antonin Panenka per il suo rigore a cucchiaio, o Olivier Panis per la sua vittoria a Monte Carlo, sa che glielo chiederanno fino alla fine dei suoi giorni. Al contrario, Serena ha fatto il possibile per cancellare il ricordo. Nel 2017, anno dell'ultima finale Slam in famiglia, i giornalisti le hanno chiesto un ricordo. "Mi ero già dimenticata di lui - ha risposto imbarazzata - non ricordo nemmeno in che anno sia successo". Qualche mese dopo, John McEnroe ha detto che una Serena al meglio avrebbe potuto collocarsi intorno al numero 700 ATP. Curiosamente, in quel momento si trovava in 701esima posizione Dmitry Tursunov. Qualcuno provò a solleticarlo, ma lui tenne alla larga le suggestioni: "Discutere su questo è come cercare di capire chi è più veloce, l'uomo o la donna. Il tennis richiede grande forza fisica, quindi per una donna è molto complicato battere un uomo".Questa storia quasi dimenticata, tuttavia, è servita a cancellare ogni discussione sulla possibilità di una reale sfida tra sessi. Il mitico Riggs-King ebbe troppe influenze sociali e culturali per essere ritenuto attendibile (e qualcuno giura che Riggs scommise una bella cifra contro se stesso), mentre gli altri match di questo tipo erano state semplici esibizioni. Le sorelle Williams hanno avuto bisogno di toccare con mano il divario per tornare a miti consigli. Nel 2010 Serena ha ammesso l'enorme differenza tra i due circuiti. "Credo che tennis maschile e femminile siano molto diversi. Gli uomini sono molto più forti. È come mischiare mele con pere. Non avrei nessuna possibilità contro un top-100". Qualche anno dopo, Andy Murray (uno dei pochissimi uomini che segue con interesse il tennis femminile) disse che gli sarebbe piaciuto affrontarla. "Davvero? Ne è sicuro? - disse Serena - sarebbe divertente, ma credo che non riuscirei a fare un punto". Realismo travestito da umiltà. Per rendersi conto della realtà, aveva dovuto prendere una stesa da un tabagista tedesco con barba e occhiali da vista. Non fosse successo per davvero, sembrerebbe un film.Nota di BastaBugie: alla voce "Battaglia dei sessi (tennis)" su Wikipedia si possono leggere le seguenti informazioni.Nel tennis il termine battaglia dei sessi (in inglese Battle of the sexes) è riferito a tre famosi incontri giocati tra un uomo e una donna. In particolare il secondo ebbe grande risalto mediatico per via della vittoria della giocatrice.1) BOBBY RIGGS - MARGARET COURT (13 MAGGIO 1973)Il campione degli anni trenta e quaranta Bobby Riggs nel 1973 affermò pubblicamente che nonostante la sua età (55 anni all'epoca) egli sarebbe stato in grado di battere anche le migliori giocatrici donne. Inizialmente sfidò Billie Jean King ma questa rifiutò l'incontro, subentrò quindi Margaret Court (all'epoca trentenne e numero 1 della classifica femminile). Il match apparve fin dall'inizio dall'esito incerto, tuttavia la maggior parte degli appassionati riteneva favorita la Court a causa dell'età di Riggs e del suo essere fuori forma da molti anni ormai.La partita si disputò a Ramona; Riggs si era preparato a dovere fisicamente ma soprattutto tatticamente, infatti utilizzando dei lob e dei drop shot riuscì a mandare subito in crisi la Court, infliggendole una dura sconfitta. Dopo questo incontro Riggs apparve sulla copertina di Sports Illustrated e del Time.2) BOBBY RIGGS - BILLIE JEAN KING (20 SETTEMBRE 1973)Delle tre partite questa è quella che viene maggiormente ricordata, al punto che molti la indicano come La battaglia dei sessi, ignorando le altre. Questa partita fu giocata al meglio dei 5 set.Dopo aver rifiutato il precedente incontro, Billie Jean King, all'epoca ventinovenne e numero 2 della classifica femminile, fu convinta a giocare da una ottima offerta economica. A differenza della Court, King si preparò a dovere all'incontro e giocando frequenti smorzate costrinse Riggs a giocare un Serve & Volley per lui innaturale e soprattutto troppo dispendioso dal punto di vista energetico. Questa strategia portò King alla vittoria di fronte a 30.000 spettatori ed ebbe grande risalto mediatico. La partita fu vista in televisione da oltre 90 milioni di persone.Il film
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Per Mattarella l'Italia è figlia dell'antifascismo e della resistenza
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7398PER MATTARELLA L'ITALIA E' FIGLIA DELL'ANTIFASCISMO E DELLA RESISTENZA di Roberto De MatteiNegli ultimi giorni, in Italia, si è discusso molto di antifascismo e di resistenza. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando a Cuneo, ha affermato che il 25 aprile è la festa della identità italiana, ritrovata e rifondata dopo il fascismo. L'Italia è figlia dell'antifascismo e della resistenza, ha aggiunto, e le parole del giurista Piero Calamandrei "Ora e sempre resistenza", costituiscono un programma ideale.Osserviamo che il ventesimo secolo è stato il secolo dei totalitarismi e delle dittature: comunismo, nazionalsocialismo, fascismo. Tra il 1939 e il 1945 si è combattuta una guerra mondiale in cui le democrazie occidentali, alleate al comunismo sovietico, hanno vinto il nazismo e il fascismo. Nella seconda metà del Novecento, scomparsi dalla scena nazismo e fascismo, sono rimaste, l'una di fronte all'altra, divise dalla Cortina di Ferro, le democrazie liberali e la Russia comunista, con i suoi paesi satelliti. Il crollo del muro di Berlino, nel 1989, e l'autodissoluzione dell'Unione Sovietica, nel 1991, hanno segnato la fine dell'anticomunismo, ma non quella del comunismo. Lo prova il fatto che oggi mentre tutti si dicono antifascisti, in assenza di fascismo, nessuno si dice anticomunista, in presenza di regimi politici che si richiamano esplicitamente al comunismo, come la Cina, di Xjnping, ma anche la Russia di Putin, che ancora inneggia a Stalin, come ad un eroe nazionale. La storiografia condanna in blocco come male assoluto il fascismo, ma per quanto riguarda il comunismo scompone il blocco tra l'ideale comunista e la sua realizzazione pratica e tra i diversi comunismi che si sono realizzati.IL FANTASMA DELL'ANTIFASCISMOIl filosofo Augusto Del Noce, scomparso nel 1989, ci offriva oltre cinquant'anni fa, una chiave di interpretazione di questa concezione della storia. Ciò che allora accadeva, e che ancora oggi accade, è che i comunisti utilizzavano il fantasma dell'antifascismo e della resistenza, per combattere non il fascismo, ma una concezione della società che con il fascismo non ha niente a che fare, ma al comunismo direttamente si oppone: quella visione tradizionale del mondo, fondata sul trinomio "Dio, patria e famiglia", che il comunismo vuole estirpare nel suo progetto di secolarizzazione della società Per compiere quest'operazione culturale, gli intellettuali progressisti elevano la resistenza da fatto storico quale essa fu a mito ideale, assumendola come spartiacque tra due ere della storia, l'oscura, legata ai valori tradizionali e la progressiva, fondata sull'abbandono di questi valori e sulla mitologia di un uomo nuovo, emancipato da ogni legge naturale e divina.La resistenza, affermava Augusto Del Noce fu un momento della seconda guerra mondiale, ed è in rapporto a essa che, sul piano internazionale, dev'essere intesa. Essa svolse un ruolo storico, ma in Italia si pose in continuità e non in discontinuità con il fascismo, di cui accolse proprio il concetto di "fascio", cioè di coalizione ideale tra forze divergenti per un progetto comune. Il "fascio" di Mussolini in seguito alla sconfitta nella seconda guerra mondiale si frantumò nelle varie forme che unificava e nacque un nuovo "fascio" antifascista, per cui i fascisti di tendenza liberale raggiunsero i liberali antifascisti, i fascisti cattolici si unirono ai cattolici antifascisti, i fascisti di sinistra io socialisti, agli azionisti ai comunisti; e così via. Al momento della caduta di un regime in cui monarchia e fascismo erano unificati, divampò una guerra civile, in cui, sotto l'aspetto ideologico, spesso le due parti, che erano formate da fascisti, antifascisti ed ex-fascisti, si confondevano; e come accade nelle guerre, ogni parte ebbe i suoi eroi e i suoi vili, i suoi ingenui e i suoi furbi, i suoi onesti e i suoi profittatori.TUTTI I BUONI DA UNA PARTE, TUTTI I CATTIVI DALL'ALTRAPer gli intellettuali progressisti, però, tutti i buoni stavano da una parte, tutti i cattivi dall'altra. Da qui la mitizzazione della resistenza, considerata come "unità ideale" delle forze del progresso contro il "male radicale", individuato non tanto nel fascismo, quanto in ogni visione della storia fondata sui valori tradizionali. La resistenza invece di essere un elemento da situare nella storia, divenne il metro stesso della valutazione della storia, l'antifascismo una categoria ideale contro un nemico che non è più il fascismo storico, ma è la visione del mondo di chi resiste alla dissoluzione dei valori e delle istituzioni tradizionali.Dunque le parole "ora e sempre resistenza" non hanno senso se sono applicate a un fascismo inesistente. E' vero che la vita è lotta e dobbiamo resistere contro i nemici che ci aggrediscono. Ma quali sono i veri nemici che ogni giorno ci troviamo a combattere? Innanzitutto il male morale, che ha le sue radici nel peccato originale e che si esprime nella concupiscenza che portiamo dentro di noi. A questo nemico interno si aggiungono il mondo e il demonio. Dobbiamo resistere al mondo, che san Giovanni dice immerso tutto nel male (1 Gv, 5, 19 e dobbiamo resistere al demonio, che è un essere personale e reale, che san Pietro paragona a un leone ruggente che cerca di divorarci (1, Pt, 5, 8). Ma dobbiamo resistere anche ai nemici della Chiesa e della nostra civiltà, che sono quotidianamente all'opera. Questi nemici sono tanti, e tra questi non c'è più il fascismo, ma c'è ancora il comunismo, che definisce fascisti i suoi avversari. Ed è innanzitutto contro il comunismo, in tutte le sue versioni, che proclamiamo "ora e sempre resistenza" il 25 aprile, festa di una ritrovata libertà che rischiamo nuovamente di perdere.Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo seguente dal titolo "Il vero male del fascismo: il culto dello Stato" spiega che la dottrina fascista è una teoria statalista che anche oggi è incontrastata. Per cui l'antifascismo, da questo punto di vista, è identico al fascismo.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 aprile 2023:"Fascismo" è la parola più abusata nel dibattito politico di questo mese, che si concluderà, passato il 25 aprile, solo con le celebrazioni del 1° maggio. Si tratta, tuttavia, di un insulto ormai scollegato dalla realtà storica. Si dà del "fascista" al prepotente che non ti lascia parlare, all'estremista che ricorre facilmente alle mani, al politico che vuole imporre legge-e-ordine.Al tempo stesso, il "fascismo" è inteso come periodo storico, una pagina negativa della storia di cui si chiede continuamente una ferma condanna. Gianfranco Fini, autore della svolta che mutò il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale, il 25 aprile ha chiesto pubblicamente a Giorgia Meloni di abiurare il fascismo. La premier ha scritto una lettera aperta al Corriere della Sera, condannando tutti i totalitarismi, in generale, e i suoi critici l'hanno accusata di non aver avuto il coraggio di condannare il fascismo, in particolare. La Russa, dopo una serie di uscite che non lo hanno aiutato certamente a superare la sua etichetta di fascista nostalgico, ha rifiutato di rispondere alle insistenti domande di un cronista de La Stampa che gli chiedeva se si "sentisse antifascista".Ma non sappiamo realmente da cosa si debba prendere le distanze. A rendere complicata la memoria su cosa fu il fascismo, furono i fascisti stessi che aveva idee tutt'altro che chiare. Nel suo manifesto Origini e dottrina del fascismo, del 1932, Mussolini ammette: "Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento".Il fascismo elaborò una sua dottrina solo stando al governo. Ma ciò non vuol dire che non vi fosse un pensiero. Vi è una chiara continuità fra le leggi e le politiche perseguite dal regime almeno dall'inizio della dittatura (1925) alla sua sconfitta militare finale nel 1945.La definizione di "totalitarismo" non è un'invenzione di Hannah Arendt o di qualche politologo del secondo dopoguerra, ma è un'aspirazione del regime fascista. Scriveva Mussolini: "Si può pensare che questo sia il secolo dell'autorità, un secolo di «destra», un secolo fascista; se il XIX fu il secolo dell'individuo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo «collettivo» e quindi il secolo dello Stato". E più esplicitamente: "Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono «pensabili» in quanto siano nello Stato". Il filosofo Giovanni Gentile autore delle Idee fondamentali nella dottrina fascista, nega che la nazione nasca dalla tradizione o dal consenso, ma ritiene che sia lo Stato a plasmarla: "Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secon
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Nessuno attendeva la fine del mondo per l'anno mille...
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7337NESSUNO ATTENDEVA LA FINE DEL MONDO PER L'ANNO MILLE di Marco Di MatteoUn mito storiografico ci presenta la società europea al termine del X secolo come paralizzata, per colpa di una superstizione cristiana, dal terrore della prossima fine del mondo, che si credeva coincidente con il compimento del millesimo anno dalla nascita di Cristo. Per prepararsi adeguatamente alla mezzanotte di S. Silvestro del 999, gli uomini del tempo avrebbero abbandonato ogni attività e si sarebbero dedicati solo alle opere di preghiera e di penitenza; essi inoltre sarebbero accorsi ad offrire ai monasteri i propri beni e tesori, per ottenere il perdono delle colpe. Vedendo poi spuntare l'alba del nuovo millennio, avrebbero tirato un sospiro di sollievo e si sarebbero impegnati con gioia e rinnovata alacrità in tutti i campi della vita.UN MITO STORIOGRAFICOIn realtà questa ricostruzione è puramente immaginaria e si basa su leggende inventate circa cinquecento anni dopo tali presunti eventi, che compaiono per la prima volta negli Annales del monaco benedettino occultista Giovanni Tritemio (1462-1517).Nel Settecento anche alcuni ecclesiastici, soprattutto benedettini, animati dall'intento di purificare la devozione religiosa da ogni elemento superstizioso, hanno accreditato la leggenda dei terrori dell'anno Mille, che essi intendevano condannare alla stregua di tutte le altre manifestazioni di barbarie del passato. Poi, le immagini di queste presunte paure e superstizioni collettive furono riprese prima e durante la Rivoluzione Francese da philosophes e pamphletisti anticlericali, che accusavano la Chiesa non solo di aver diffuso credenze irrazionali tra il popolo, ma di averle sfruttate ingannevolmente per incitare nobili, borghesi e contadini a donare i loro beni ai conventi e alla Chiesa. Sulla base di tale arbitraria ricostruzione, in Francia, nel 1791, si giustificò la confisca dei beni del clero, che fu presentata come una doverosa restituzione al popolo di ricchezze sottratte con sotterfugi nei "secoli bui".In età romantica diversi storiografi, in primis Jules Michelet, bramosi di scene tragiche e apocalittiche, diedero pieno credito a tali leggende, raccontando in termini melodrammatici le angosce del popolo cristiano alla vigilia del Millennio. Nel 1876 Le Dictionnaire Universel Larousse conferì un'ulteriore consacrazione a questo mito storiografico, contribuendo a diffonderlo nei manuali scolastici. In Italia soprattutto Giosuè Carducci accreditò tali fantasie nei suoi Discorsi sullo svolgimento della letteratura nazionale.LA VERITÀ STORICASe questa è la leggenda, che cosa in realtà ci raccontano le fonti coeve o di poco posteriori al Mille?Cominciamo col dire che anche questa, come tutte le menzogne, parte da un nucleo di verità: da un lato l'attesa escatologica, biblicamente fondata, della seconda venuta di Cristo, che ha sempre accompagnato la storia della cristianità, soprattutto medievale (alimentando talvolta tendenze millenaristiche poi condannate dalla Chiesa); dall'altro, l'evidente fioritura demografica, economica, artistica ed intellettuale che ha caratterizzato l'Europa dopo il Mille.Tutto questo però non avalla la tesi dei terrori dell'anno Mille, perché dalle fonti non risulta alcun indizio del fatto che l'umanità, al volgere del X secolo, fosse triste e inerte nell'attesa della fine. Al contrario, tutti i documenti ci presentano un'umanità che vive come sempre, lavorando e progettando per il futuro, come se avesse davanti a sé tutto l'avvenire. Le centocinquanta bolle papali pubblicate dal 970 al 1000 non fanno menzione della fine del mondo. I venti concili svoltisi dal 990 al 1000 non accennano a questa drammatica scadenza, al contrario legiferano per gli anni successivi al Mille, a dimostrazione che i vescovi non credevano all'imminente catastrofe (ad esempio nel 998 il concilio di Roma imponeva al re di Francia Roberto II una penitenza di sette anni, quindi fino al 1005). Il 31 dicembre 999 Silvestro II riconfermava Arnoldo arcivescovo di Reims. I Veneziani si impadronivano dell'Istria e della Dalmazia nel 998-999 e, nello stesso periodo, Stefano d'Ungheria otteneva dal Papa il titolo di re. Inoltre dal 950 al 1000 solo in Francia furono costruiti o restaurati circa centoventi monasteri. [...]Ci sono inoltre chiare attestazioni di come gli uomini di Chiesa si adoperassero per sconfessare le profezie apocalittiche circolanti in certi ambienti: quando il 22 dicembre 968 si verificò un'eclissi totale di sole che spaventò l'armata di Ottone I, il vescovo di Liegi rassicurò i soldati sostenendo il carattere naturale del fenomeno; Abbone di Fleury (945-1004) racconta di aver dovuto in due occasioni confutare pubblicamente false profezie sul prossimo avvento dell'Anticristo.Da quanto riportato risulta evidente che la leggenda dell'Anno Mille, come ha riconosciuto anche lo storico Georges Duby, rappresenta una delle tante manifestazioni di ingiustificato disprezzo nei confronti delle proprie radici medievali da parte della cultura occidentale.
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Il medioevo, un'epoca di straordinaria luce
VIDEO: George Lemaître e il Big Bang ➜ https://www.youtube.com/watch?v=q1MUSvVb41A&list=PLolpIV2TSebWIWP-3gYxkN2LbjB79Fu2FTESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7299IL MEDIOEVO, UN'EPOCA DI STRAORDINARIA LUCE di Francesco AgnoliDa dove nasce l'espressione, oggi così spesso impiegata, del «buio Medioevo»? Semplice: dagli "illuministi". È noto che mentre Socrate afferma di «sapere di non sapere», Agostino d'Ippona e Nicola Cusano definiscono l'uomo un «dotto ignorante» e Isaac Newton si paragona a un bambino, pieno di curiosità e d'ignoranza insieme, gli illuministi si considerano invece "adulti" pienamente razionali, avviati verso le «magnifiche sorti e progressive» tanto derise da Giacomo Leopardi. Il marchese di Condorcet, nel suo Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, descrive infatti la storia umana come un'arrestabile ascesa verso la felicità. Per costui, dopo i secoli medievali, oscuri e tetri, la storia ha ormai preso una piega differente. «Lo stato attuale dei lumi», scrive, «ci dice che essa [l'epoca ventura, ndr] sarà felice...» perché sta per giungere «il momento in cui il Sole non illuminerà più sulla terra che uomini liberi che non riconoscano altra guida che la ragione: in cui i tiranni e gli schiavi, i preti e i loro sciocchi o ipocriti strumenti non esisteranno più che nella storia o nei teatri». La pensa così anche il più agguerrito polemista del Settecento, quel Voltaire che bolla i secoli più segnati dal cristianesimo come «tenebrosi e intolleranti» e vede nel Rinascimento l'annuncio della luce piena, giunta, finalmente, con l'Illuminismo (e con lui stesso). A ben vedere tutto il Settecento è segnato da questa convinzione, che sarà ereditata dai secoli successivi: il passato da buttare, il presente e il futuro forieri di una vera e propria salvezza e redenzione terrena, di un regnum hominis capace di svelare l'onnipotenza della ragione umana. Poco importa che poi la luce della ragione trionfi solo nella fantasia e che lo stesso Condorcet finisca condannato a morte da quei giacobini che tagliano teste a ritmo continuo per eliminare "fanatici" e oscurantisti, compreso quell'Antoine-Laurent de Lavoisier, padre della chimica moderna, ucciso nel "radioso" 1794.MARX E MUSSOLINIOggi sappiamo bene che la marcia trionfale dell'uomo illuminista si schianta sulla ghigliottina e sui 23 anni di guerra scatenati dai giacobini... eppure quel sogno continuerà a vivere anche dopo. «Civette del Medioevo» è l'insulto con cui il leader socialista Benito Mussolini apostrofa i sacerdoti cattolici, mentre ripete con Marx che «la religione è l'oppio dei popoli» e annuncia un radioso futuro: «Dietro di noi, quindi, un passato di tenebre; davanti, un avvenire di luce». [...] Non possiamo qui soffermarci sulla luce irradiata dal terrore dei giacobini e dei loro epigoni (in primis i comunisti), ma solo chiederci cosa ci sia di vero nella descrizione del Medioevo cui si è accennato, ricordando, per brevità, che accanto al Medioevo vero e proprio esiste un fanta-Medioevo, zeppo di torturatori, terrapiattisti e cinture di castità, esistito soltanto nella penna dei romanzieri e dei falsari dell'Ottocento, desiderosi di venire incontro al gusto diffuso per il macabro e il gotico. La realtà storica però fu diversa. In estrema sintesi, ricordiamo anzitutto che il Medioevo è diviso in due: l'alto Medioevo, dal 476 al 1000, e il basso Medioevo, dal 1000 al 1492. Ebbene, la prima parte è sicuramente la più cupa: l'Impero romano è crollato, le invasioni barbariche e islamiche rendono la vita dell'Europa piuttosto grama. Eppure questo buio è come quello del grembo materno: annuncia una nascita, un venire alla luce.LA REALTÀ STORICAInfatti, con l'affermarsi di una pace duratura, esplode una civiltà nuova, davvero luminosa, segnata tra l'altro dalla civilizzazione dei germani e degli altri barbari. Sì, la cristianità basso medievale è un periodo storico, che, pur evitando eccessive idealizzazioni, ha pochi paragoni nella storia: nascono i Comuni medievali, la massima espressione di libertà e di "democrazia" realizzata sino ad allora, e con essi le banche, i Monti dei pegni e i primi ospedali degni di questo nome. È in quest'epoca che la ragione umana, intesa come dono di Dio, genera le università e stimola una corsa alla produzione libraria assolutamente unica, portando all'invenzione della carta di Fabriano e a quella della stampa (imprimendo così un'accelerazione inaudita nella diffusione della conoscenza); è in questi secoli che Mondino de' Liuzzi apre alla nascita dell'anatomia moderna, e che Nicola di Oresme, Nicola Cusano e molti altri "scienziati in tonaca" minano l'astrologia superstiziosa degli antichi, segnando il passaggio dall'astrolatria all'astronomia e alle intuizioni del devoto canonico Niccolò Copernico. Ma tornando all'immagine della luce e del buio, il basso Medioevo è inondato di luce: è il periodo in cui nascono le vetrate delle chiese e delle case; in cui vengono inventati gli occhiali (probabilmente da un frate di un convento veneziano), e in cui, nell'università francescana di Oxford, prende forma un'importantissima disciplina scientifica, l'ottica o perspectiva. In generale, la luce esercita un fascino incredibile: il frate Ruggero Bacone conosce la scomposizione della luce in vari colori per mezzo di un bicchiere pieno d'acqua e comprende le leggi della riflessione e della rifrazione (sarà un altro religioso, padre Francesco Maria Grimaldi, nel 1665, a scoprire la diffrazione).LA BONTÀ DELLA CREAZIONETutto ciò in continuità con il suo maestro, il vescovo Roberto Grossatesta, autore di un trattatello, il De luce, che viene oggi considerato un capolavoro scientifico. In esso Grossatesta, prendendo spunto dal Fiat lux della Genesi e dai suoi studi su luce, iride e arcobaleno, propone una cosmologia per certi aspetti anticipatoria dell'ipotesi del Bing Bang (anch'essa figlia, secoli più tardi, dell'ingegno di un sacerdote, George Lemaȋtre): l'universo sarebbe nato da un punto di luce, in un istante atemporale che avrebbe dato cominciamento a materia, spazio e tempo, producendo così una "mundi machina", cioè la macchina ordinata del mondo materiale. Al di là delle considerazioni scientifiche [...] quello che emerge da questa visione tipicamente medievale è la bontà della creazione e della natura, che Dio avrebbe creato tramite la luce, cioè il corpo più sottile e spirituale che esista. [...] Il mondo, per questi oscurantisti medievali, è dunque fatto di luce-energia, di una luce che è a suo modo immagine stessa di Dio, perché capace di mostrare la verità, donare bellezza, scaldare e vivificare ogni altra realtà. Il Medioevo che ama i colori, affresca interamente i suoi ospedali, che produce lo «stile della luce» (le cattedrali gotiche), vede la vita dell'uomo come un progressivo aprirsi alla luce: dal buio del grembo materno, alla luce della nascita, sino alla luce piena del Paradiso («che solo Amore e Luce ha per confine»). L'idea che Dio sia la Luce vera, piena, «che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» è, allora, ciò che non può essere perdonato al medioevo dagli illuministi e da quanti ritengono che l'uomo possa essere luce e salvezza a se stesso!
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Smentita ancora una volta la leggenda nera dell'evangelizzazione dell'America
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7287SMENTITA ANCORA UNA VOLTA LA LEGGENDA NERA DELL'EVANGELIZZAZIONE DELL'AMERICAI missionari spagnoli nelle Americhe furono una benedizione del Signore con buona pace dell'ideologia woke e dell'attivismo stile Black Lives Matterdi Mauro FaverzaniIl ruolo svolto dai missionari spagnoli nelle Americhe? Una benedizione del Signore con buona pace dell'ideologia woke, delle sue teorie false e fuorvianti e dell'attivismo stile Black Lives Matter.È quanto emerso con chiarezza dalla tavola rotonda sul tema «La prima globalizzazione a partire dal Vangelo», svolta nei giorni scorsi dalla facoltà di Teologia dell'Università ecclesiastica «San Damaso» di Madrid. Il prof. Andrés Martínez, docente di Storia della Chiesa presso lo stesso ateneo, non ha dubbi: non si è trattato di «conquista», bensì di opera di «evangelizzazione» di quei territori d'Oltreoceano. Benché dubbi siano stati sollevati circa la genuinità delle intenzioni di re Ferdinando II detto «il Cattolico», mosso, secondo alcuni storici, più da motivi economici che religiosi, «sappiamo con certezza - ha proseguito il docente - come, nella mente di Isabella la Cattolica, vi fosse un progetto sicuramente di evangelizzazione», come si evince da quanto scritto nel suo testamento, dove riconosce pari dignità ai suoi sudditi dalla parte opposta del mondo, nonché dalla bolla di papa Alessandro VI, che dava ai monarchi cattolici diritto di conquista a condizione che evangelizzassero.L'EVANGELIZZAZIONE ERA IL MOTIVO PRINCIPALE«C'è stato chi ha detto che l'evangelizzazione fosse solo una scusa», ha dichiarato la professoressa Maria Saavedra, docente di Storia presso l'Università CEU San Paolo di Madrid, ma non fu così e, francamente, si è detta anche un po' «annoiata» da questa sorta di "leggenda nera", fugata, pur tra luci e ombre, dai buoni e positivi frutti ottenuti proprio grazie alla presenza missionaria spagnola. Quali frutti? I numeri parlano chiaro: mille ospedali, trenta università, un numero incalcolabile di scuole e molte confraternite sono le cifre incontestabili di autentiche e concrete opere di misericordia quotidiana. Secondo la professoressa Saavedra, di fatto, «i sovrani cattolici avviarono per la prima volta nella Storia una vera politica indigenista», riconoscendo subito agli indios lo status di sudditi della Corona di Castiglia. Si stima che, all'epoca, 20 mila missionari spagnoli, tra sacerdoti secolari e religiosi, fecero di tutto per annunciare Cristo ovunque, rispettando sempre la popolazione locale, le sue tradizioni ed il suo patrimonio linguistico e culturale, mai eliminato ma sempre documentato e, ad oggi, conservato proprio grazie al materiale prezioso raccolto dagli uomini di Chiesa, il che ha consentito il sorgere e lo svilupparsi della scienza etnografica. «Non vi fu alcun etnocidio - ha proseguito la professoressa Saavedra - in quanto le realtà culturali non sono state cancellate. Si è verificato un processo di transculturazione, durante il quale i cattolici hanno accettato e valorizzato il buono di quelle culture, rifiutando solo quanto risultasse incompatibile col Vangelo, come il cannibalismo o la magia» oppure i sacrifici umani. Non a caso l'America plasmata dagli spagnoli è la sola area del Continente a vantare ancora oggi una popolazione a maggioranza indigena o meticcia, altro che sterminio!L'IDEOLOGIA WOKE E I MOVIMENTI INDIGENISTILa professoressa Pilar Gordillo, storica dell'arte e delegata per fede e cultura dell'Arcidiocesi di Toledo, ha evidenziato come l'ideologia Woke si opponga per principio a tutto quanto sia stato fatto dalla "cultura bianca", diffamandola ed accusandola persino di aver distrutto le culture indigene, il che è totalmente falso, come mostrano i documenti originali dell'epoca, che comprovano come i pochi eccessi siano stati puniti in modo esemplare. Scontri si sono avuti da entrambe le parti, ma, in generale, si può dire che vi sia stato un sostanziale rispetto per la dignità degli indigeni, rispetto confluito poi nella celebrazione di matrimoni misti e nella liberazione di gruppi etnici sottomessi da altre tribù più aggressive e violente. «Dobbiamo essere orgogliosi del lavoro svolto dalla Spagna», ha commentato la professoressa Gordillo. Sulla stessa linea anche il prof. José María Calderón, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie e direttore della cattedra di Missiologia presso l'Università Ecclesiastica San Damaso: «Vogliamo mostrare la verità - ha detto - in modo che certe dottrine non continuino ad essere diffuse». Per questo ha annunciato di voler impegnare l'intero anno accademico ad approfondire la storia dell'evangelizzazione e l'attività missionaria svolta dalla Chiesa in America. Un proposito più che opportuno per almeno due motivi. Il primo consiste nel mostrare quante ostinate faziosità ed odiose menzogne siano state volutamente propalate per motivi ideologici da una letteratura antispagnola ed anticattolica, iniziata nel Cinquecento negli ambienti protestanti ed ancora oggi alimentata e diffusa tramite movimenti indigenisti, ecologisti, neomarxisti, terzomondisti, pauperisti, nonché dai cosiddetti cattolici progressisti. Il secondo motivo consiste, invece, in positivo, nel far conoscere il patrimonio di opere concrete, realizzate da conquistadores e missionari: dalle case alle chiese, dall'agricoltura all'allevamento, dall'artigianato alle opere di carità, dagli ospedali alle università, dall'arte all'architettura, tutto a beneficio soprattutto delle popolazioni locali in una felice sintesi tra culture sotto l'egida di una comune fede. Checché ne dicano i detrattori...
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Il battesimo di Clodoveo nel 496 cambia la storia d'Europa
VIDEO: Clodoveo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=qB293nyWv88TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7255IL BATTESIMO DI CLODOVEO NEL 496 CAMBIA LA STORIA D'EUROPAOltre a convertire i barbari, la Chiesa doveva renderli capaci di sviluppare una grande civiltà. Tale era il piano divino e a questo scopo Essa aveva bisogno di un potente aiuto, di una spada che prendesse le sue difese, di un guardiano che preservasse i suoi diritti dalle aggressioni, di un potere secolare che fosse garante della sua indipendenza e le assicurasse, nel nuovo ordine di cose, una certa sovranità temporale diventatale più indispensabile che mai. Insomma, per assecondare l'azione della Chiesa, era necessario un popolo che unisse la rettitudine dell'animo, il carattere energico, il potere delle armi, un alto spirito di proselitismo e un ardore cavalleresco e cristiano per la causa della religione.Questo popolo stava per comparire e inaugurare una missione che per 14 secoli sarebbe stata consacrata dalla famosa formula: "Gesta Dei per francos". I franchi, uno dei popoli barbari, avrebbero avuto questa missione provvidenziale.Al contrario della maggioranza dei germani, che aveva abbracciato l'arianesimo, i franchi erano ancora pagani. Dall'anno 481 era alla loro testa un grande guerriero, Clodoveo, che nel 493 aveva sposato una nipote del Re dei burgundi, la principessa Clotilde. Il Re dei burgundi aveva assassinato tutta la famiglia di Clotilde (rimanendo così solo a governare), odiata dalla sua coscienza e dalla sua fede, che erano ariane come tutta la corte dei burgundi. Clotilde, infatti, era cattolica fervente e aveva sofferto la persecuzione degli ariani fanatici, temprando così le virtù che la dovevano sostenere nella sua grande missione.Divenuta sposa di Clodoveo, ella seppe presto conquistare il cuore del barbaro per mezzo della sua dolcezza e santità e, a poco a poco, riuscì a moderare le feroci abitudini di Clodoveo. Ella gli parlava spesso della inutilità degli idoli e della grandezza e soavità della religione cristiana, così come della speranza nell'eternità ad essa congiunta.Clodoveo, per quanto abbagliato, non voleva darsi per vinto. L'influenza di Clotilde era comunque tale che egli permise il battesimo del suo figlio primogenito; la creatura però morì e Clodoveo rimproverò aspramente la sua sposa attribuendo la morte del bambino alla collera degli dei. Tuttavia l'amore per Clotilde fece sì che ella riuscisse a far battezzare anche il secondo figlio. Ma quando, come il primo, anche questo bambino cadde gravemente malato, la collera del Re esplose in modo terribile. Iddio, che voleva mettere alla prova per l'ultima volta la fede della sposa, guarì miracolosamente la creaturina per le preghiere della madre: Clodoveo rimase profondamente impressionato da questo fatto.Poco dopo, nel 496, un altro popolo barbaro, quello degli alemanni, attraversò il Reno. Clodoveo ingaggiò battaglia contro esso vicino a Colonia, nella pianura di Tolbiac. Nel cuore della battaglia l'esercito di Clodoveo sbanda, la vittoria gli sfugge ed egli stesso è sul punto di cadere in potere dei suoi nemici; in quel momento gli tornano alla memoria gli insegnamenti di Clotilde. "Dio di Clotilde - grida a tutto petto - dammi la vittoria e non avrò altro Dio all'infuori di te!"; pochi istanti dopo l'esito della battaglia si rovescia, gli alemanni sono presi dal terrore, retrocedono, fuggono e quelli che non vengono uccisi si arrendono.Clodoveo mantenne il suo giuramento di rozzo, ma forte e lealissimo uomo naturale. Dopo Tolbiac, egli accettò di essere istruito nella fede da due santi vescovi (uno dei quali era il famoso S. Remigio, vescovo di Reims).Un episodio, avvenuto nel corso della sua istruzione religiosa, è utile per dare un'idea del forte spirito guerriero e del coraggio di questo capo dei franchi: all'udire che Gesù, uomo innocente e suo Salvatore, era stato impunemente crocifisso proruppe in un violento grido: "Infami assassini! fossi stato presente io coi miei franchi non sarebbe finita così!".Clodoveo si fece battezzare la vigilia di Natale del 496. Tremila suoi guerrieri, disposti a lasciare, come il loro capo, il culto degli idoli per quello di Gesù Cristo, lo circondavano nell'imponente cerimonia la cui grandezza era accresciuta dalla presenza di numeroso clero e dal canto degli inni sacri. Nel battezzarlo S. Remigio, detto il Samuele francese, fece udire a Clodoveo queste sublimi parole, formula di tutto il nuovo ordine che stava per sorgere: "Abbassa il capo, condottiero; adora quel che bruciasti e brucia quel che adorasti!".La conversione del Re e dei principali guerrieri franchi provocò la conversione della nazione, e l'esempio di Clodoveo contagiò anche le nazioni vicine, venendo imitato anche da altri capi franchi, come Valarico e i suoi figli. Due sorelle di Clodoveo, una pagana e l'altra ariana, ricevettero rispettivamente il battesimo e la riconciliazione con la Chiesa.La conversione di Clodoveo decise il futuro religioso di tutta la sua razza, poiché egli non tardò ad estendere il suo dominio sui territori che dipendevano da altri capi e a riunire tutte le tribù sotto un'unica monarchia. Il battesimo dei franchi fu, dunque, un evento di immensa portata. La conversione di un potente popolo germanico alla fede cattolica portava il sigillo del trionfo del cristianesimo contro l'eresia ariana e se tre tribù di germani abbandonarono la dottrina di Ario nel corso del VI secolo, lo si deve alla conversione dei franchi al cattolicesimo.Sarà necessario lavorare ancora per molto tempo per far penetrare la vita cristiana e sradicare i resti del paganesimo nel popolo franco, tuttavia la sua fedeltà alla Chiesa Romana non verrà smentita; la sua storia domina a partire da allora quella degli altri popoli e si lega strettamente alla storia della Chiesa. Esso salverà nel VII secolo la Cristianità contro l'invasione dell'Islam. Esso difenderà il papato minacciato dai longobardi e opererà sotto Carlo Magno per la conversione della Germania e, più tardi, dei Paesi Bassi. L'Inghilterra riceverà la civiltà da un popolo di cavalieri che l'aveva ricevuta dai franchi. I popoli scandinavi riceveranno da missionari franchi le prime scintille della fede. L'Oriente, durante le crociate, rimarrà tanto meravigliato dalle prodezze di questo popolo cavalleresco, che conserverà fino ai nostri giorni l'abitudine di identificare la fede romana con la civiltà francese.Nota di BastaBugie: Massimo Viglione nell'articolo seguente dal titolo "Il battesimo e la consacrazione di Re Clodoveo" parla dell'ampolla del sacro crisma portato dal cielo per mezzo d'una colomba, che servì a consacrare Clodoveo e tutti i re di Francia, suoi successori.Ecco l'articolo pubblicato su Radio Roma Libera l'8 maggio 2020:Clodoveo, figlio del capo della tribù dei Sicambri, aveva 11 anni quando nel 476 cadde per sempre l'Impero Romano d'Occidente. Quattro anni dopo divenne Re dei Franchi Salii, e da sovrano seppe sempre scegliere come suoi consiglieri vescovi cattolici, sebbene egli fosse ancora pagano e metà del suo popolo cristiano ma ariano. [...]Nel 493, dopo una serie di vittorie, l'esercito di Clodoveo stava per essere distrutto nella Battaglia di Tolbiac. Nel momento del più grande timore, Clodoveo ebbe la forza di imitare Costantino, giurando che qualora la sorte della battaglia si fosse rovesciata egli si sarebbe battezzato. [...]La vittoria arrise miracolosamente e subitaneamente a Clodoveo, il quale, incoraggiato anche dalla nascita del desiderato erede, nella notte di Natale del 496, assistito dalle preghiere di Clotilde, ricevette il Battesimo da san Remigio. [...]Ma un miracolo ancor più grande stava per avvenire, destinato a segnare per sempre la storia della Francia monarchica. Per un banale incidente, era venuto a mancare l'olio benedetto; san Remigio allora si mise a pregare, e subito, come riporta mons. Delassus, [...] che riprende il racconto del Baronio: Dio volle mostrare visibilmente quello che dice a tutti i fedeli: "Quando due o tre sono riuniti in mio nome, io mi trovo in mezzo a loro". Infatti, tutto ad un tratto, una gran luce, più risplendente che quella del sole, riempì tutta la cappella e in pari tempo s'intesero queste parole: "La pace sia con voi. Son io non temete: mantenetevi nel mio amore".Poi, dette queste parole la luce disparve e un odore d'ineffabile soavità profumò il palazzo, a fine di provare evidentemente che l'autore della luce, della pace e della dolcezza era venuto, perché, eccettuato il Vescovo, nessuno degli astanti aveva potuto vederlo, perché erano tutti abbagliati dallo splendore della luce. Il suo splendore penetrò il santo Vescovo, e la luce che raggiava da lui illuminava il palazzo con maggior splendore delle luci che lo rischiaravano.
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Cinquant'anni fa le martellate sulla Pietà di Michelangelo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7048CINQUANT'ANNI FA LE MARTELLATE SULLA PIETA' DI MICHELANGELO di Valerio PeceAlle undici e mezza del mattino del 21 maggio 1972, un uomo si fa largo tra la folla di pellegrini, schiva cinque guardie, si arrampica sulla balaustra e al grido di «sono Gesù Cristo!» e sferra dodici colpi di martello sulla Pietà di Michelangelo. Il suo nome è Laszlo Toth, geologo australiano di origini ungheresi. I colpi mandano totalmente in frantumi il braccio sinistro della Vergine e scheggiano gravemente il naso, l'occhio sinistro e il velo.Quel giorno di 50 anni fa il mondo puntò gli occhi sul gruppo scultoreo posto all'inizio della navata destra della basilica di San Pietro. Prima di essere ricoperta da un drappo, poco dopo le 14, la Pietà venne visitata da Papa Paolo VI. Dal New York Times si legge che il Pontefice bresciano «apparve nella Cappella della Pietà per ispezionare i danni. Si inginocchiò brevemente per pregare davanti alla scultura vandalizzata. Poi indossò gli occhiali mormorando con un'espressione più seria del solito: "Sono gravissimi anche i danni morali"». Le cronache raccontano che dopo aver benedetto in silenzio la folla radunata davanti alla cappella, Paolo VI fece collocare davanti alla Pietà il mazzo di rose bianche e gialle che gli era stato donato quella mattina, domenica di Pentecoste.UN RESTAURO PERFETTOIl restauro della scultura realizzata a ridosso del giubileo del 1500 - quando il cardinale Jean Bilhères commissionò al giovane Buonarroti «una Vergine Maria vestita con Cristo morto, nudo in braccio» - diede risultati insperati. I timori iniziali degli esperti erano più che fondati: le martellate inferte avevano fatto cadere una cinquantina di frammenti più o meno grandi, alcuni completamente polverizzati, come quelli della palpebra sinistra. L'asso nella manica, per quella che all'epoca molti consideravano un'impresa impossibile, fu il calco di gesso dell'opera, realizzata nel 1933 e conservato nei Musei Vaticani. Fu grazie all'utilizzo di quella copia dimenticata che l'équipe di restauratori (tutti italiani) poté ottenere le matrici per realizzare le parti mancanti. Sebbene a distanza ravvicinata può intravedersi un leggerissimo ingiallimento rispetto al marmo dell'opera (il timore era che, con l'invecchiamento naturale del marmo, le protesi sarebbero saltate all'occhio in maniera molto più evidente), a distanza di 50 anni il restauro continua a regalare all'opera un aspetto assolutamente omogeneo.Laszlo Toth, capelli lunghi e barba rossiccia, dopo di versi minuti di violenza inaudita, fu prima bloccato da un vigile del fuoco, quindi immediatamente arrestato. Sandro Barbagallo, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani, per spiegare il ritardo con cui l'autore del gesto fu fermato, ha riferito con candido realismo che «i fedeli erano sotto shock, tanto che nessuno capì realmente cosa stesse succedendo». L'entità dei crimini commessi avrebbe dovuto portare ad una reclusione di nove anni. I giudici, però, ritennero Toth infermo di mente, così, dopo due anni passati in un manicomio italiano, il geologo con brama d'artista fu trasferito in Australia. Da allora se ne sono perse le tracce.Il suo nome, però, sopravvive ancora, specie in certi ambienti artistici di area radicale, in cui Toth viene evocato come un innovatore. Donald Novello, attore e regista italo-americano (noto per aver creato la figura di padre Guido Sarducci, uno dei personaggi più longevi del Saturday Night Live) ha intitolato un suo libro Le lettere di Laszlo. Ken Friedman, compositore americano, ha scritto un oratorio musicale in onore di Laszlo Toth. Esiste perfino una Scuola d'arte, la Laszlo Toth School of Art, che elogia «l'artista del martello», il quale - si legge sul sito - «ha modellato alcune sculture popolari di Michelangelo a una sensibilità più moderna». Un altro intellettuale debitore di chi ha vandalizzato la Pietà Vaticana è Roger Dunsmore, docente di letteratura all'Università del Montana, vincitore di diversi premi di poesia. Dunsmore ha pubblicato un libro-omaggio dal titolo inequivocabile, Laszlo Toth, in cui, tra gli altri, spicca questo verso: «Dove sei Laszlo Toth, dal martello gentile?».VIOLENZA DELIRANTECosa spinse Laszlo Toth a scagliarsi con quella violenza sulla Pietà michelangiolesca non è così semplice da dire (le suore spagnole, responsabili dell'ostello per pellegrini dove Toth visse negli ultimi quattro mesi, riferirono che il geologo era stato «un ospite modello»). Se certi sfregi alle opere d'arte sono dovuti all'azione di squilibrati, altre volte la causa è il puro teppismo. Altre volte ancora - ma sono categorie interscambiabili - i danni alle opere d'arte sono opera di artisti falliti, che riversano la loro insoddisfazione sui capolavori altrui. Celebre è il caso di Pietro Cannata, ex studente di estetica e pittore mancato, autore di una serie-record di sfregi. Non pago di aver rotto il dito del piede sinistro al David di Michelangelo, ha prima scarabocchiato con un pennarello "Sentieri ondulati", quadro di Pollock, per poi vandalizzare, nel duomo di Prato, "Le esequie di Santo Stefano" di Filippo Lippi.Per cercare di capire come si comporta il nostro cervello di fronte ad un capolavoro, da non molti anni le neuroscienze hanno cominciato a interessarsi di arte. Ursula Valmori - esperta del ramo e collaboratrice di State of Mind, rivista di scienze psicologiche - scrive: «Il corpo del fruitore reagisce come se fosse esso stesso direttamente coinvolto nella scena raffigurata». Ciò è risultato con maggiore evidenza soprattutto dopo lo studio dei neuroni-specchio, «capaci», spiega Valmori, «di elaborare, contemporaneamente, una rappresentazione dei propri atti e di quelli altrui».Se la Pietà di Michelangelo, simbolo di bellezza ed armonia, ha potuto provocare turbamenti così violenti da arrivare a quello scandaloso atto vandalico, il motivo va forse ricercato nella perfezione con cui Michelangelo, a soli 23 anni, impressionò il suo tempo. Troppa era la bellezza di quel Cristo, sorretto da una Vergine così dolce e giovane da essere, anche in quel marmo di Carrara, "figlia del suo figlio".
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Il vero motivo dell'affondamento del Titanic furono le bestemmie sullo scafo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6977IL VERO MOTIVO DELL'AFFONDAMENTO DEL TITANIC FURONO LE BESTEMMIE SULLO SCAFOTra le centinaia di operai che lavoravano alla costruzione di quel colosso, alcuni, per dispetto ai loro compagni cattolici, avevano scritto sulla carcassa della nave bestemmie e scherzi sacrileghi, ad esempio: Nemmeno Cristo potrà farti colare a piccoda I Tre SentieriIl 10 aprile 1912 il grande e lussuoso transatlantico Titanic partiva da Southampton alla volta di New York. Aveva a bordo 2201 passeggeri più l'equipaggio. Era il primo e ultimo viaggio.La Domenica in Albis, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, mentre si trovava a 300 miglia (555 km) a sud-est di terranova e a metà della traversata, urtò improvvisamente contro un iceberg. Erano le 23,40. L'urto non risvegliò neppure i viaggiatori addormentati, ma la nave era colpita a morte. In dieci secondi l'iceberg aprì una breccia di 100 metri (un terzo della lunghezza totale al di sotto della linea di immersione). Si lanciarono l'S.O.S. e dei razzi mentre l'orchestra di bordo continuava a suonare musica da ballo.L'acqua montava raggiungendo le caldaie e la stiva. Si decise di mettere in acqua i 16 canotti di salvataggio e le 4 zattere. All'una di notte la prua si inabissava. Poco dopo tutta la parte anteriore veniva sommersa. Seicentosessanta persone presero opposto nelle imbarcazioni di salvataggio. Scene terribili di spavento e di follia si verificarono.Millecinquecento passeggeri rimasero a bordo. Si pensò di invocare l'Onnipotente. L'orchestra accompagnò il canto, divenuto poi celebre in tutto il mondo: "Più vicino a Te, mio Dio... Più vicino a Te". Altri passeggeri in ginocchio sul ponte inclinato pregavano con fervore. Poi fu l'oscurità completa. La prima ciminiera si spezzava e rotolava in mare trascinando parecchi naufraghi. Dopo due minuti (ore 2,20) l'enorme transatlantico, orgoglio della marina mercantile britannica, colava a picco. Le vittime furono 1750, i superstiti 711.Ed ecco alcuni precedenti venuti alla luce quando si faceva l'inchiesta. Tra le centinaia di operai che lavoravano alla costruzione di quel colosso, alcuni, per dispetto ai loro compagni cattolici, avevano scritto sulla carcassa della nave bestemmie e scherzi sacrileghi: "Nemmeno Cristo potrà farti colare a picco". Al di sopra della linea di immersione in lettere enormi si leggeva: "No God, no pope" (Né Dio, né Papa) e dall'altra parte: "Né la terra né il cielo possono inghiottirci".Benché fossero state coperte dalla vernice, parecchie di queste iscrizioni non tardarono a riapparire, anzi un impiegato cattolico del Titanic, che le aveva viste, scrisse ai suoi parenti di Dublino in una lettera che essi conservarono come reliquia: "Sono persuaso che la nave non arriverà in America a causa delle scritte blasfeme che ricoprono i suoi fianchi." Le parole "No God, no pope" furono letteralmente tagliate a metà dall'iceberg che attaccò la linea di immersione dove erano scritte. Queste medesime affermazioni blasfeme furono poi ripetute dal comandante della nave Smith durante l'ultimo pranzo. Poco dopo egli stesso pagava con la vita la sua empia temerarietà.È stato osservato che la bestemmia è più diffusa tra i popoli che hanno più vivo il senso religioso: fenomeno piscologico spiegabile. Quando nella vita domina il pensiero della Divinità che tutto governa, è spontaneo nel momento che le cose vanno male, dapprima lamentarsi con Dio, poi arrivare ad ingiuriarlo come se Egli fosse la causa dei nostri mali. Il bestemmiatore faccia appello al vero buon senso, risvegli la sua fede sopita e la liberi dalle incrostazioni dell'errore.Allora non troverà difficile sostituire l'espressione blasfema, l'imprecazione a Dio, che equivale ad una invocazione di maledizione su di sé, con l'invocazione filiale per la ricerca di aiuto al Datore di ogni bene.
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La storia dei dittatori maniaci e pervertiti
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6722DITTATORI MANIACI E PERVERTITI: MUSSOLINI, HITLER, STALIN...Mussolini donnaiolo maniacale, Togliatti doppio anche nei tradimenti e negli aborti, Hitler bisessuale e sadomasochista, Stalin pedofilo per carnose minorennidi Francesco AgnoliRiscuote sempre più interesse la vita privata dei grandi personaggi storici, in particolare dei dittatori del XX secolo. Le loro vite sono state indagate in lungo e in largo, quanto al pensiero, le scelte politiche ecc. Da tempo godono di notevole successo anche le indagini sulla vita privata ed affettiva, in particolare di Mussolini ed Hitler (meno "fortunato", invece, Stalin).MUSSOLINI DONNAIOLOLa nostra Italia è stata segnata per molti anni dall'attività politica di Benito Mussolini, prima leader socialista, acclamato a sinistra per il suo anticlericalismo e zelo rivoluzionario, e poi fascista.La vita sentimentale di Mussolini è abbastanza nota: da giovane è un teorico del "libero amore", contrario al matrimonio ed ai figli (traduce un opuscolo neomalthusiano dal titolo Meno figli, meno schiavi), vicino al femminismo di sinistra. Prima di essere il duce, frequenta bordelli, gestisce anche 3 o 4 relazioni contemporaneamente, disinteressandosi dei figli che ne nascono: per loro c'è il manicomio, come per il figlio avuto da Ida Dalser, l'abbandono, oppure ancora il ricorso all'aborto, come nel caso di uno dei due figli avuti dalla giovanissima Bianca Ceccato, sua giovanissima segretaria personale al Popolo d'Italia.Storici come Mimmo Franzinelli, autore de Il duce e le donne. Avventure e passioni extraconiugali di Mussolini (Mondadori, Milano, 2013), ed Antonio Spinosa, che ha scritto I figli del duce (Rizzoli, Milano, 1983), hanno indagato la storia di alcune delle amanti del duce, dalle ebree socialiste Angelica Balabanoff e Margherita Sarfatti a Ida Dalser, Leda Rafanelli (esperta di cartomanzia e Corano), Giulia Mattavelli... sino, per brevità, a Claretta Petacci.Roberto Festorazzi riassume così il tutto: "la consumazione vorace di carne femminile fu una costante della sua vita", insieme all'uso di droghe, "in funzione di stimolante sessuale" (Roberto Festorazzi, Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini, Colla editore, Vicenza, 2010). La frequentazione giovanile dei bordelli porta Mussolini a considerare il sesso la sua "ossessione" (teme anche, a lungo, di aver contratto la sifilide), tanto che il medico Pierluigi Baima Bollone non esita a descrivere il duce come un "maniaco sessuale" (Pierluigi Baima Bollone, La psicologia di Mussolini).Sappiamo che il duce del fascismo - che si inseriva in un filone libertario che andava dal "libero amore" della sinistra all'esaltazione, a destra, dei rapporti "rapidi e disinvolti" dei futuristi, della "coppia aperta" e dell'omosessualità dei fiumani e di Gabriele D'Annunzio- avrebbe anche voluto introdurre il divorzio, ma si fermò per evitare un'ulteriore occasione di scontro con la Chiesa cattolica.All'indomani della consultazione referendaria sul divorzio del 1974, l'ex ministro degli Esteri e Guardasigilli fascista Dino Grandi esprimerà al giornalista Benny Lai la sua soddisfazione per l'esito, spiegandogli che si era giunti finalmente a quello che anche lui e Mussolini avrebbero voluto, tanti anni prima: "Mussolini pretendeva che la Santa Sede, la quale aveva rafforzato la sua stretta neutralità dopo l'intervento dell'Italia in guerra, si schierasse a favore delle potenze dell'Asse. A sua volta Hitler insisteva, con la sua nota stupidità, che l'Italia rompesse con la Santa Sede. A quel tempo... toccava a me provvedere alla redazione del nuovo codice civile. Ebbene, ricevetti ordini perentori da Mussolini di stendere gli articoli relativi al matrimonio in modo che fossero in contrasto all'articolo 34 del concordato... Allora mi ribellai, mi ribellai per ragioni tattiche", così che alla fine Mussolini disse: "Questi preti mi hanno fregato. Forse tu hai ragione (a dire che non è questo il momento opportuno, ndr)..." (Benny Lai, Il mio Vaticano).GLI ABORTI DI TOGLIATTI E SPALLONEDa questo punto di vista la storia di Mussolini ricorda da vicino quella di un altro campione di doppiezza, Palmiro Togliatti, leader del PCI: anche il Migliore non lesinava elogi pubblici della famiglia, esaltazioni retoriche della prole, mentre cornificava la moglie Rita Montagnana, trascurava il figlio malato e corteggiava donne molto più giovani della moglie, spingendole, quando "necessario", all' aborto clandestino (il fatto diverrà noto nel 2000, quando si scoprirà che nella clinica privata, Villa Gina, del suo medico di fiducia, Ilio Spallone, "si abortiva anche in casi in cui la gravidanza era molto avanzata anche con pazienti al sesto mese, anche con pazienti che non volevano farlo", vedi Repubblica, 9/6/2000).L'OMOSESSUALITÀ DI HITLER E DEI CAPI DELLE SAIl "maniaco" Mussolini, dopo i primi incontri con Adolf Hitler, verso cui, come noto, nutriva un misto di attrazione e repulsione, definì il tedesco... "un pazzo maniaco sessuale". Al di là di questa definizione, la sessualità di Hitler e di svariati gerarchi nazisti fu per anni, sino al 1934, al centro di molto dibattiti in Germania: in un'epoca in cui esisteva ancora il reato di sodomia (art.175), giornali cattolici, comunisti e socialdemocratici accusavano il leader del NASDAP di essere il capo di una "cricca di omosessuali".Il 5 luglio 1934, cioè dopo la notte dei lunghi coltelli, per esempio, la comunista Deutsche Volks Zeitung sostenne che Hitler aveva assassinato "complici divenuti pericolosi" soprattutto perché conoscevano "la vita privata del Führer omosessuale". Da dove nasceva l'accusa, rilanciata da giornalisti che stigmatizzavano anche il razzismo nazista, e che avrebbero pagato con la vita come Fritz Gerlich?Lo storico ebreo ed omosessuale George Mosse, nel più celebre studio sul tema, Sessualità e nazionalismo (Laterza, Roma-Bari, 1996), ricorda che l'omosessualità era di gran moda tra gli ex combattenti della destra nazionalista e razzista tedesca, molto propensi al disprezzo delle donne ed al culto, che il nazismo coltiverà con insistenza, della bellezza del corpo maschile. Per questi sostenitori dell' "orgoglio" omosessuale, che spesso avevano condiviso, come Hitler, gli anni di servizio militare e di guerra tra soli uomini, gli omosessuali costituivano "il fiore della virilità", e i loro corpi nudi erano simbolo di forza, coraggio, sprezzo degli pseudo-valori borghesi e cristiani (pudore, riservatezza...).In particolare era nota, perché pubblicamente rivendicata, l'omosessualità di Ernst Röhm, leader delle SA, e cioè l'uomo più potente del partito dopo Hitler (che nel 1933 lo nominò Reichsleiter e ministro nel suo primo governo). Ricorda Mosse: "Nel 1932 Hitler aveva difeso con vigore Röhm quando costui era stato pubblicamente accusato di corrompere la gioventù abusando del grado di comandante per sedurre alcuni dei suoi uomini".Anche lo storico Joachim Fest nel suo Il volto del Terzo Reich (Mursia, Milano, 2011) segnala l'"impronta tipicamente omosessuale delle SA", e descrive i primi nazisti come apolidi e sradicati che disprezzavano "i legami solidi e quindi anche quelli con la donna e con la famiglia", vedendo nella donna il mezzo per procreare, ma nell'amore omoerotico, già praticato dai pagani greci, una dignità superiore.Lo storico Francesco Maria Feltri riassume così l'omosessualismo di stampo nazista: "Il nazismo si oppose fin dall'inizio al femminismo, che Hitler bollò come un'assurda e pericolosa innovazione marxista. In un primo tempo, invece, il movimento ebbe un atteggiamento molto più fluido e ambiguo nei confronti dell'omosessualità. Il nazismo era figlio della guerra e celebrava la comunità eletta di coloro che avevano vissuto insieme l'eccezionale esperienza della trincea; le donne erano a priori escluse da quel mondo maschile, che si considerava superiore, perché formato da uomini che avevano attraversato le tempeste d'acciaio del conflitto mondiale. Inoltre, col passar del tempo, la propaganda nazista fece ricorso ad un uso sempre più frequente del nudo maschile, considerato come il veicolo privilegiato per trasmettere l'idea della superiorità della razza ariana su tutte le altre. In questo contesto, non meraviglia che potesse diffondersi tra le file naziste, soprattutto tra le SA di Röhm, un tipo particolare di omosessualità, che disprezzava la donna..." (Francesco Maria Feltri, Nazismo e identità di genere, in Chiaroscuro. Corso di storia, vol. III, Sei, Torino, 2010).Dal canto suo lo storico francese Max Gallo, ne La notte dei lunghi coltelli, (Mondadori, Milano, 1999), ci dà conto delle orge tra uomini che contraddistinguevano la vita di molti alti gradi della SA.Quanto ad Hitler, l'"accusa" ricadeva anche su di lui, non solo per le tante amicizie maschili e l'evidente disinteresse per le donne, coperto, come sostengono molti, dalla finta relazione con Eva Braun, ma anche per la sua ossessiva volontà di far sparire tutto ciò che riguardava la sua giovinezza, quasi a voler nascondere qualcosa che lo avrebbe svilito agli occhi del paese. Così un testimone come l'ex nazista Hermann Rauschning, autore di Hitler mi ha detto (1939): "Più disgustoso di qualunque altra cosa è il miasma puzzolente di sessualità furtiva, pervertita, che emana e ammorba l'atmosfera intorno a Hitler, come un effluvio diabolico. Nulla in questo ambiente è schietto. Relazioni clandestine, sentimenti falsi, segrete brame, così come le mistificazioni e i simboli: niente di ciò che circonda quest'uomo è naturale e genuino, niente ha la freschezza di un istinto naturale".Alcuni anni orsono, il 15/5/2001, il quotidiano Repubblica recensiva le rivelazioni della Cia - basate anche sui racconti di Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl, già addetto stampa di Hitler - sulle perversioni del Führer, definito "omosessuale ed eterosessuale.
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La Spagna torna al terribile clima che causò la guerra civile nel 1936-1939
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6701LA SPAGNA TORNA AL TERRIBILE CLIMA CHE CAUSO' LA GUERRA CIVILE DEL 1936-1939 di José Miguel OriolNegli ultimi anni del regime di Francisco Franco divenne sempre più chiaro che i ministri e i deputati delle Cortes franchiste favorevoli all'evoluzione verso un sistema democratico si sarebbero imposti su quelli che propugnavano un'impossibile continuazione del regime uscito dalla Guerra civile del 1936-1939. Morto Franco nel novembre 1975, dodici mesi più tardi l'immensa maggioranza del popolo spagnolo (il 94,17 per cento) approvò per via referendaria la riforma politica proposta dai governanti per stabilire una nuova legalità a partire da quella precedente: «de la Ley a la Ley» fu lo slogan della cosiddetta Transizione.Uno dei fattori fondamentali di quest'ultima fu la restaurazione della monarchia costituzionale nella persona di Juan Carlos I, nipote di Alfonso XIII, il re deposto nel 1931. La costituzione della Spagna come monarchia, dopo la parentesi aperta dalla Seconda Repubblica, fu una decisione del regime franchista nel 1947. E nel 1969 Franco designò il principe Juan Carlos come suo successore dopo la sua morte.Elemento essenziale del processo di transizione fra i due regimi fu la ley de Amnistia dell'ottobre 1977, promulgata per spianare la strada alla riconciliazione nazionale attraverso la cancellazione di tutti i delitti di natura politica commessi dai giorni della Guerra civile fino a quel momento, inclusi i crimini più recenti compiuti dall'Eta e da altre formazioni terroristiche di minore importanza.UNA TRANQUILLITÀ SOLO APPARENTECosì trascorsero tranquillamente tre decenni dal punto di vista giuridico, mentre al contrario dal punto di vista ideologico e culturale la sinistra non cessò la sua campagna di demonizzazione della fazione nazionalista. In forza di ciò si procedette a una graduale eliminazione di monumenti e riferimenti pubblici a persone e fatti connessi a tale fazione, mentre nello stesso tempo si rendeva omaggio alla fazione repubblicana.Il Partito popolare, sempre timoroso di essere accusato di filo-franchismo, non si è mai opposto a questi provvedimenti che hanno finito per minare lo spirito della Transizione e della Costituzione del 1978. Anzi, ha collaborato ad essi: un caso di particolare importanza è stata la mozione di condanna dell'insurrezione del 18 luglio 1936 (l'"alzamiento" di Franco, ndt) approvata all'unanimità dalla Camera dei deputati il 20 novembre 2002, quando governava con la maggioranza assoluta José María Aznar. Quella delegittimazione del regime franchista non è stata accompagnata, tuttavia, né da una parallela delegittimazione del colpo di Stato socialista dell'ottobre 1934, antecedente fondamentale della Guerra civile, né da quella della deriva bolscevica del regime repubblicano, che affogò la Spagna nel caos a partire dalle elezioni vinte coi brogli dal Fronte popolare nel febbraio 1936.Con l'arrivo al potere del socialista José Luis Rodríguez Zapatero nel marzo del 2004, dopo i sanguinosi attentati jihadisti di Madrid, il processo ha subìto un'accelerazione: una delle sue prime decisioni al riguardo è stata la demolizione della statua equestre di Franco che si trovava insieme a quelle dei dirigenti socialisti Indalecio Prieto e Francisco Largo Caballero presso Nuevos Ministerios, complesso di edifici governativi a Madrid. Le statue dei due leader socialisti rimangono invece in piedi, nonostante siano stati dei golpisti come Franco in forza del sanguinoso tentativo rivoluzionario del 1934.IL CAUDILLO NON ERA IL FÜHRERL'ossessione della sinistra spagnola per le statue di Franco e per altri riferimenti al suo regime è stata giustificata attraverso il paragone con la Germania e con l'Italia. Il ragionamento è il seguente: se ogni ricordo dei regimi di Adolf Hitler e di Benito Mussolini è stato eliminato dalla vita pubblica dei paesi che essi governarono, lo stesso dovrebbe aver luogo in Spagna col regime di Franco. Però le differenze fra i due casi non sono piccole. In primo luogo, mentre Hitler e Mussolini persero le loro guerre, Franco vinse la sua, e dalla notte dei tempi a erigere statue in propria memoria sono sempre stati, come è logico, i vincitori: tutti i paesi del mondo sono disseminati di memorie lasciate da governanti e guerrieri vittoriosi nel corso dei millenni.In secondo luogo, mentre le attuali repubbliche in Italia e in Germania sono nate a partire dall'eliminazione dei regimi fascista e nazionalsocialista, l'attuale monarchia spagnola è conseguenza della vittoria di Franco sulla Seconda Repubblica e continuazione - «dalla Legge alla Legge» - del regime nato a causa di quella vittoria.Ma il passaggio più importante è consistito nella "legge della Memoria storica" del dicembre 2007 promossa dal capo del governo Zapatero, con la quale si è rotto il consenso raggiunto nella Transizione e concretizzato nella Costituzione del 1978. Si è preteso di annullare l'amnistia del 1977 allo scopo di perseguire i dirigenti franchisti, si sono riaperte le ferite, rinfocolati rancori spenti e l'ambiente politico si è trovato di nuovo percorso da tensioni inimmaginabili fino a pochi anni prima. Nelle campagne elettorali seguenti il Partito popolare guidato da Mariano Rajoy ha promesso che la legge sarebbe stata abolita, ma la promessa è rimasta inadempiuta come molte altre, cosa che ha provocato un crescente rigetto da parte di buona parte dei suoi elettori, emigrati di conseguenza verso altre opzioni politiche, fondamentalmente Ciudadanos e Vox.UNA "LEY" VI SEPPELLIRÀCon l'arrivo al potere della coalizione social-comunista tra Psoe e Unidas Podemos, i dirigenti di questi partiti, soprattutto del secondo, ritengono che sia giunto il momento di mettere la ciliegina sulla torta pazientemente preparata nel corso di quarant'anni di falsa riconciliazione da parte di un settore considerevole della sinistra. La chiamano "Seconda Transizione" e consiste nella condanna eterna e senza sfumature della fazione vincitrice nel 1939 e, di conseguenza, nella delegittimazione di tutto ciò che da quella vittoria è derivato, Costituzione del 1978 e monarchia comprese.L'esumazione di Franco dalla Valle dei caduti - dove comunque fu sepolto non per sua volontà, ma per disposizione del re Juan Carlos - nell'ottobre 2019 è stato un gesto di enorme importanza simbolica. Però la mossa chiave del governo di Pedro Sánchez e Pablo Iglesias è la promulgazione della già annunciata "legge della Memoria democratica", norma che verrà a completare quello che è già stato ottenuto dall'antecedente legge della Memoria storica del 2007. Il suo ambito di attuazione sarà ampio: revoca delle decorazioni e dei titoli concessi durante il regime franchista; annullamento delle sentenze giudiziarie dell'epoca franchista, compresa quella molto famosa contro il golpista separatista Lluís Companys; forti multe e anche la messa fuori legge di associazioni che organizzino iniziative o attuino campagne di sensibilizzazione che «incitino all'esaltazione del franchismo»; trasformazione della Valle dei caduti [vedi foto, N.d.BB] in un cimitero civile ed espulsione dei benedettini dall'annesso monastero; anche se è considerato secondario, si valuta la possibilità di abbattere la grande croce che sovrasta il cimitero; aggiornamento dei contenuti scolastici per poter indottrinare i bambini secondo la verità ufficiale circa la storia contemporanea spagnola, eccetera.LA DEBOLEZZA DEL PPE E DEL REA questo progetto totalitario di riscrittura della storia spagnola e di indottrinamento delle future generazioni in una visione manichea della grande tragedia spagnola del 1936-1939 si sono opposte numerose voci - e non tutte ascrivibili in linea di principio alla destra - che lo considerano contrario alla riconciliazione nazionale sigillata nel 1978, incompatibile con un regime democratico e delegittimante della monarchia. Fra i partiti politici, Vox ha annunciato la sua ferma opposizione. Per quanto riguarda il Partito popolare, resta da vedere quale sarà la sua decisione, poiché si tratta di un tema che ha sempre cercato di evitare per non essere accusato di filo-franchismo. A titolo personale, la deputata del Ppe Cayetana Álvarez de Toledo ha invitato il suo partito a dire un "no" assoluto a una legge che, lungi dall'essere democratica, rappresenta la continuazione dello spirito dittatoriale franchista ma sul versante opposto. Il peso che questa presa di posizione personale potrà avere nella sua compagine è al momento attuale imprevedibile, tenendo conto che la stessa Álvarez de Toledo è stata recentemente destituita del suo incarico di portavoce del partito alla Camera dei deputati.Il momento scelto per promuovere questa legge controversa non deve nulla al caso, ma è stato favorito dalla situazione delicata che attraversa la Corona spagnola a causa degli scandali finanziari del re emerito, oggi trasferitosi all'estero. I comunisti presenti nel governo non hanno nascosto il loro interesse nell'approfittare della congiuntura per abbattere la monarchia: il vicepresidente del governo Pablo Iglesias ha dichiarato, il 18 settembre, che «compito fondamentale» del suo partito (Podemos, ndt) è lavorare per mettere fine alla monarchia e con essa al sistema che rappresenta. E come prova definitiva del suo animo totalitario e antidemocratico, cinque giorni più tardi ha annunciato che il Partito popolare, principale partito dell'opposizione, «non tornerà mai più a governare il paese».
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I musei della tortura contengono solo dei falsi (che l'inquisizione non ha mai usato)
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6679I MUSEI DELLA TORTURA CONTENGONO SOLO DEI FALSI (CHE L'INQUISIZIONE NON HA MAI USATO) di Gabriele CampagnanoIn Italia, e nel mondo, esistono numerosi musei della tortura. Spesso fanno gioco sulle leggende nere che riguardano il medioevo e l'inquisizione (che in realtà è un fenomeno fortemente rinascimentale). Questi musei, che in Italia sono un franchising di proprietà della "Inquisizione srl" (non è uno scherzo), mostrano ai turisti un innumerevole numero di "strumenti di tortura". Peccato nessuno di questi sopravviva a una valutazione storica. Essenzialmente, esclusi gli strumenti di condanna capitale, gli altri sono tutti falsi storici del XVII e XIX secolo. Alcuni sono famosissimi come la "Vergine di ferro" o "Vergine di Norimberga" da cui prende il nome il gruppo "Iron Maiden", altri sono meno conosciuti ma altrettanto falsi.Gli strumenti di tortura medievale, specie quelli attribuiti all'Inquisizione - senza neanche specificare di quale Inquisizione si tratti - suscitano da sempre un interesse profondo, a volte morboso, da parte del grande pubblico. Molti di voi hanno visitato i musei della tortura e ci hanno chiesto quale sia la veridicità o verosimiglianza storica degli oggetti esposti. La risposta è abbastanza semplice: si tratta di oggetti senza alcun valore storico che appestano diverse città italiane e, incredibile dictu, riescono a ottenere patrocini regionali, del FAI e addirittura di ONG piuttosto famose. Un'affermazione tranciante, ma pienamente giustificata alla luce di quanto leggerete qui sotto.Il primo dato che accende sincera meraviglia è l'assoluta mancanza di testimonianze archeologiche o documentali sui mezzi di tortura che vediamo esposti nei numerosissimi "musei della tortura". Quasi tutti hanno didascalie che ne spiegano l'uso da parte dell'Inquisizione Romana o di altri tribunali inquisitori, quindi ci si aspetterebbe, ad esempio, di trovare almeno una menzione della Vergine di Norimberga o della Forcella dell'Eretico nel "Philippi a Limborch Historia inquisitionis" [...] scritto da Philippus van Limborch nel 1692, un teologo protestante fortemente critico della Chiesa. Oppure di scoprire, tra le pagine di A history of the Inquisition of the Middle Ages, redatto dallo storico statunitense Henry Charles Lea e pubblicato a partire dal 1887, una breve trattazione della Pear of Anguish. E invece niente, [...] così come in altre decine di volumi da noi visionati, non c'è traccia di questi strumenti. Si rende quindi necessaria un'analisi dei singoli strumenti.1) LA VERGINE DI NORIMBERGALa Vergine di Norimberga ha suscitato le più sfrenate fantasie della cultura di massa, ancora di più della Pear of Anguish, ed è presente in qualsiasi museo della tortura in Italia e all'estero. Spacciata come strumento medievale, è stata in realtà creata solo nel XIX secolo, realizzata su commissione di gentiluomini europei con il gusto per il "finto medioevo gotico", fatto di inquisitori con il cappuccio, streghe formose e un enorme quantitativo di violenza e atrocità gratuite. Il castello di Otranto, di Horace Walpole, pubblicato nel 1764, è stato forse il romanzo che più di ogni altro ha dato una spinta a questo gusto, protrattosi fino all'epoca vittoriana.Tornando alla Vergine, il franchise "Museo della Tortura" la descrive così: "La storia della tortura ricorda molti congegni che operavano col principio del sarcofago antropomorfo a due ante e con aculei all'interno che penetravano, con la chiusura delle ante, nel corpo della vittima. L'esempio più famoso è la cosiddetta "Vergine di Ferro" [die eiserne Jungfrau] del castello di Norimberga, distrutta dai bombardamenti del 1944".In realtà, anche quella andata distrutta nel 1944 era una contraffazione ottocentesca, probabilmente del 1830-40. Ma andiamo con ordine.La prima citazione della Vergine di Norimberga è datata 1793, ad opera dell'erudito tedesco Johann Philipp Siebenkees (1759-1796), che la menziona come utilizzata a Norimberga nel Cinquecento, ma, sebbene abbia ricercato a lungo nei suoi scritti, non ho trovato traccia del passo. Circa mezzo secolo dopo, nel 1840 circa, la Vergine è esposta per la prima volta a Norimberga. L'involucro antropomorfo, interamente in metallo, è alto 210 centimetri e largo 90, abbastanza grande, quindi, da contenere un uomo adulto. Gli spuntoni metallici creano il giusto "morso allo stomaco" dei visitatori, che li immaginano penetrare le membra di un essere umano.Già molti visitatori ottocenteschi ne sottolineano la falsità e il magro interesse storico della Vergine. [...] J. Ichenhauser definisce la Iron Maiden come "... di nessun interesse per storici e antiquari". Questo 52 anni prima del bombardamento alleato che ci ha privati di questo pezzo di poco valore.Ma allora quale fu la vera origine della Vergine di Ferro? Uno dei più importanti archivisti tedeschi, Klaus Graf, in un lungo articolo del 2001, [...] definisce la Vergine di Norimberga come "una finzione del XIX secolo, perché solo nella prima metà del XIX secolo gli schandmantel, a volti chiamati "vergini", vennero dotati di aculei interni; in seguito, questi oggetti furono adattati a morbose fantasie mitiche e letterarie."La menzione dello Schandmantel (o Schandtonne) traducibile come "Mantello/Barile della Vergogna", ci aiuta a fare chiarezza. Questo era infatti una sorta di barile che le autorità civili facevano indossare, in alcuni casi, a prostitute e altri soggetti, con lo scopo di impartire loro una pubblica umiliazione. Morbose fantasie, come dice bene il Graf, e fantasie molto più semplici relative all'orrore e al sacrilego (non di per sé negative, altrimenti non avremmo avuto autori come Lovecraft, Poe, ecc.), hanno preso lo shandmantel come base di partenza per creare qualcos'altro.Non solo non è arrivata fino a noi una Vergine di Ferro costruita prima della fine del XIX secolo, ma anche in tutte le cronache cittadine, i manuali inquisitori, le procedure dei processi gestiti dal potere secolare, non si trova neanche un accenno al dispositivo. Anche nel diario del più famoso boia del Cinque-Seicento, Franz Schmidt [...] non si trova nulla, sebbene egli abbia descritto in modo puntuale ogni punizione ed esecuzione portata a termine (senza mai tralasciare i particolari più raccapiccianti) nei suoi 40 anni di carriera (1578-1617).2) LA PERA VAGINALEGli hanno dedicato paragrafi in riviste, libri e articoli. Fa bella mostra di sé nei "musei della tortura". La citano migliaia di siti e pagine web come uno degli strumenti di tortura dell'Inquisizione. Peccato che non sia mai stata utilizzata. In realtà, la pera vaginale (o "poire d'angoisse" o "pear of anguish") non è mai esistita fino alla costruzione delle prime repliche nel XIX secolo.Nei verbali dell'Inquisizione dal Cinquecento in poi non se ne trova traccia (e chiunque li abbia avuto sottomano sa perfettamente quanto siano precisi), stesso dicasi per le altre fonti dell'epoca, compresi i diari di carnefici del potere civile come Franz Schmidt, le enciclopedie mediche, ecc. [...]È tra fine Ottocento e primi del Novecento che la Pera Vaginale inizia a trovare posto in quella rievocazione dei Cabinet of Curiosities che sono i "musei della tortura" e, da lì, in volumi divulgativi sull'Inquisizione e le torture medievali. Il sentimento anticlericale ha fatto, lentamente, il resto. Molti autori, probabilmente guidati da un interesse morboso, hanno iniziato a fantasticare sull'uso dello strumento per dilaniare vagine e orifizi anali di streghe e seguaci del demonio. Un'assurdità che è diventata quasi sapere comune. Non a caso, anche in una delle ultime pubblicazioni relative all'argomento [...] leggiamo che la pera fu immaginata come "inseribile" anche in orifizi diversi dalla bocca solo nell'Ottocento, e con il fine di sadico godimento sessuale.Eppure basta una ricerca su google per vederla etichettata come "strumento di tortura medievale usata dall'Inquisizione sulle streghe" (difficile trovare più errori storici in una sola frase!). [...]3) LA FORCELLA DELL'ERETICOLa Forcella dell'Eretico presenta come una doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto. Il sito de Il Museo della Tortura, gestito dalla Inquisizione s.r.l., lo definisce così: "Con le quattro punte acutissime conficcate profondamente nella carne sotto il mento e sopra lo sterno veniva impedito qualsiasi movimento della testa: la vittima poteva soltanto bisbigliare abiuro (parola questa che ha il significato di rinunzia ad altra religione o dottrina che non sia quella cristiana)."A parte la menzione alla "dottrina cristiana" senza specificare se si trattasse di strumento dell'Inquisizione Romana o di un tribunale protestante, fa sorridere il fatto che, partendo da questa storia della parola sospirata "abiuro", altri "musei" abbiano addirittura fatto creare dei pezzi che riportano la scritta "abiuro" incisa sul ferro. Le fonti wikipedia per "heretic fork" sono grottesche: un museo della tortura fasullo e la pagina di un negozio online che vende repliche (per giunta maldestre).Un altro falso del secolo scorso. Molto forte dal punto di vista immaginifico ma pur sempre un falso. [...]4) LA SEDIA INQUISITORIAChe qualcuno abbia potuto credere a una cosa del genere è, dal punto di vista storico, a dir poco mortificante. [...] L'idea stessa di inquisitori disposti a spendere cifre enormi per realizzare un simile oggetto è grottesca; il quantitativo di metallo utilizzato, poi, e la presenza di chiodi fatti in serie lasciano presupporre una prima fabbricazione modernissima. È quantomeno sospetto che le prime riproduzioni della Sedia Inquisitoria siano del XX secolo, anzi, più precisamente, dell'ultimo quarto del secolo scorso. [...]5) LA CULLA DI GIUDAAlmeno nel caso della Culla di Giuda [...] alcune pagine wikipedia, come quella in italiano e in tedesco, riportano che si tratta di uno strumento immaginario
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La Prima Guerra Mondiale fu il suicidio dell'Europa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6660LA PRIMA GUERRA MONDIALE FU IL SUICIDIO DELL'EUROPA di Roberto de MatteiNella storia dei conflitti che hanno sempre accompagnato le vicende umane, la Prima Guerra Mondiale occupa un posto centrale, non solo per l'estensione planetaria e il numero spaventoso delle vittime, ben nove milioni, ma soprattutto per la novità e l'intensità dell'odio tra i popoli che essa accumulò nelle trincee contrapposte. Lo storico francese Jean de Viguerie (Les deux patries. Essai historique sur l'idée de patrie en France, Parigi 1998) mostra come alla dottrina tradizionale della "guerra giusta", per sua natura difensiva, si sostituisce nel '14-'18, una nuova concezione della guerra, offensiva, totale, incessante, che ha le sue radici nella Rivoluzione Francese. Il primo conflitto mondiale fu, in questo senso, una continuazione dell'appello alle armi lanciato l'11 luglio 1792, quando l'Assemblea Nazionale dichiarò "la Patria in pericolo".È con la Rivoluzione Francese che nasce la parola d'ordine di "annientare il nemico", interno ed esterno, come avvenne con le "colonne infernali" che tra il 1793 e il 1794 sterminarono gli insorti della Vandea. Al concetto tradizionale di "Patria", radicato in un luogo concreto e in una precisa memoria storica, se ne sovrappone, nel XVIII secolo, uno nuovo, associato all'idea dei diritti dell'uomo. La "patria filosofica" degli illuministi è divinizzata fino a divenire un Moloch che autorizza qualsiasi sacrificio.La continuità ideologica tra la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Francese fu teorizzata dagli interventisti, che presentarono il conflitto come una rivoluzione tesa ad instaurare in Europa la "democrazia universale". La "grande guerra" fu - secondo un altro grande storico, l'ungherese François Fejtö - un conflitto ideologico di massa, che ebbe lo scopo di «repubblicanizzare e de-cattolicizzare l'Europa» e compiere, a livello nazionale e internazionale, l'opera interrotta della Rivoluzione Francese (Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, tr. it. Mondadori, Milano 1994, pagg. 316-333).L'Austria-Ungheria, da cui ancora emanavano i bagliori del Sacro Romano Impero medioevale, rappresentava il principale ostacolo al progresso dell'umanità. Attraverso la distruzione dell'Impero austriaco, l'obiettivo di un circolo ristretto di uomini politici affiliati alla Massoneria fu, sottolinea Fejtö, quello «di estirpare dall'Europa le ultime vestigia del clericalismo e del monarchismo». Abbeverandosi a queste fonti ideologiche, l'interventismo rivoluzionario vedeva nella guerra il compimento della modernità ossia l'ultima fase di un processo culturale che avrebbe definitivamente liberato l'Europa dagli ultimi residui dell'oscurantismo.L'esito della guerra del ‘14-'18 fu, di fatto, la "repubblicanizzazione" dell'Europa. Lo storico inglese Niall Ferguson, autore di un'altra opera capitale sul conflitto, ricorda che alla vigilia della guerra discendenti e altri parenti della Regina Vittoria erano seduti sui Troni non solo di Gran Bretagna e Irlanda, ma anche di Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Romania, Grecia e Bulgaria. In Europa solo Svizzera, Francia e Portogallo erano già Repubbliche. «Nonostante le rivalità imperiali della diplomazia prebellica, i rapporti personali tra gli stessi Monarchi erano rimasti cordiali, persino amichevoli: la corrispondenza tra "George", "Willy" e "Nicky", testimonia il protrarsi dell'esistenza di un'élite reale cosmopolita e poliglotta con un certo senso dell'interesse comune» (La Verità taciuta. La prima guerra mondiale: il più grande errore della storia moderna, tr. it. Milano 2002, pag. 559).La carta postbellica dell'Europa vide l'emergere di Repubbliche in Russia, Germania, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e nei tre Stati baltici, oltre che in Bielorussia, Ucraina occidentale, Georgia, Armenia e Azerbaijan (assorbite di forza nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel periodo dal 1919 al 1921).I trattati di Parigi del 1919-1920 costituirono, osserva a sua volta François Furet, «più che una pace europea, una rivoluzione europea» (Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, tr. it. Mondadori, Milano 1995, p. 70), che sconvolse l'equilibrio sul quale si reggeva l'Europa dal Congresso di Vienna. Al Cancelliere austriaco Metternich successe, come architetto del nuovo equilibrio internazionale, il Presidente americano Woodrow Wilson, che si presentò come il profeta di una nuova era in cui, in nome del principio dell'"autodeterminazione dei popoli", le Nazioni libere avrebbero finalmente trovato la via del progresso, della giustizia, della pace. Il diritto assoluto delle nazionalità a costituirsi come Stati indipendenti, proclamato per la prima volta dalla Rivoluzione Francese, veniva così elevato a principio giuridico e a regola suprema della politica internazionale.Nota di BastaBugie: Massimo de Leonardis nell'articolo seguente dal titolo "Europa 1914. Da cittadella orgogliosa a devastata" parla delle conseguenze disastrose della Prima Guerra Mondiale.Ecco l'articolo pubblicato su Radio Roma Libera il 2 luglio 2021:Nel 1914 l'Europa era la "cittadella orgogliosa", all'apogeo del potere mondiale: controllava il 60% dei territori, il 65% degli abitanti, il 57% della produzione di acciaio, il 57% del commercio. Era consapevole e orgogliosa della sua missione civilizzatrice, della quale era parte rilevante l'opera delle missioni cattoliche, sostenute anche da governi laicisti come quello francese, sia pure per meri fini di prestigio e influenza politica. Tutto ciò fu distrutto con il "suicidio dell'Europa", come giustamente è stata definita la Grande Guerra.Causa scatenante della crisi fu l'assassinio a Sarajevo il 28 giugno 1914 da parte del rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip, la cui mano fu armata da circoli dirigenti serbi, dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono Austro-ungarico, fervente cattolico e anti-massone, fautore di un progetto di riorganizzazione dell'Impero, che avrebbe consolidato la fedeltà al Trono degli slavi, tarpando le ali alla Serbia. Il 23 luglio Vienna inviò un ultimatum a Belgrado, chiedendo una severa inchiesta e la punizione dei colpevoli. Ciò mise in moto un meccanismo diplomatico e militare, che in poco più di dieci giorni precipitò nella guerra gran parte dell'Europa. [...]È evidente che la Prima guerra mondiale scoppiò per ragioni classiche di politica di potenza. Tuttavia era in agguato la direttiva ideologica cara alla Massoneria internazionale: il risultato del conflitto doveva innanzi tutto essere la "repubblicanizzazione" dell'Europa e soprattutto l'abbattimento dell'unica Grande potenza cattolica, l'Impero asburgico.Di lì a poco, la Germania prese la decisione cinica e di corte vedute di inviare Lenin in Russia, allo scopo di farla uscire dalla guerra, che il governo borghese nato dalla rivoluzione di febbraio intendeva invece continuare. La Russia si ritirò dal conflitto, ma furono poste le basi per la creazione del primo Stato comunista. Nello stesso anno entrarono in guerra dalla parte dell'Intesa gli Stati Uniti, portatori di un programma di sovvertimento del tradizionale ordine internazionale e di ostilità alle monarchie. Sempre nel 1917, vero anno chiave della guerra, l'Intesa pose o completò le basi del tuttora insolubile problema del Medio Oriente, dividendosi in zone d'influenza tale area, ma allo stesso tempo da un lato fomentando la rivolta araba dall'altro promettendo agli Ebrei un "focolare nazionale".
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Sai perchè in Francia i rivoluzionari volevano distruggere gli orologi?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6658SAI PERCHE' IN FRANCIA I RIVOLUZIONARI VOLEVANO DISTRUGGERE GLI OROLOGI? di Roberto de Mattei"Santificare il momento presente". È quanto ci invita a fare il canonico Pierre Feige (1857-1947) nel trattato spirituale appena pubblicato dalle Edizioni Fiducia. "Santificare il momento presente - spiega questo autore - è concentrare sopra questo momento, il solo che ci appartiene, tutta la nostra attività, tutta la nostra buona volontà, per passarlo il più santamente possibile, senza preoccuparci inutilmente del passato che non esiste più, né del futuro che non è nostro."Questo prezioso consiglio spirituale ci spinge ad una riflessione di carattere filosofico sul concetto di tempo, perché è sulla linea del tempo che si situa il momento presente, tra un passato che non c'è più e un futuro che non c'è ancora.Sant'Agostino, nelle Confessioni, con la penetrazione psicologica che gli è propria, ha spiegato che delle tre fasi in cui si divide il tempo: passato, presente e futuro, l'unica di cui si può dire che esiste è il presente, perché il passato, non è più e il futuro non è ancora. Passato e futuro posseggono la loro esistenza solo grazie al presente, che conserva il passato e anticipa il futuro. Ciò avviene grazie alle facoltà conoscitive dell'uomo: la memoria, che trattiene il passato e la previsione che anticipa il futuro. Pertanto il tempo non esiste al di fuori dell'uomo, bensì soltanto nell'uomo: "È nella nostra mente che si trovano in qualche modo questi tre tempi, mentre altrove non li vedo: il presente del passato vale a dire la memoria, il presente del presente vale a dire l'intuizione, e il presente del futuro vale a dire l'attesa" (Confessioni, 11, 20).San Tommaso condivide la tesi di sant'Agostino, ma aggiunge che oltre al tempo soggettivo, che esiste nella nostra coscienza, esiste un tempo oggettivo, radicato nel divenire delle cose. Dio infatti, quando ha creato l'universo, ha anche creato il tempo e lo spazio. Se ci fosse un universo senza tempo e senza spazio che lo limiti, questo universo illimitato coinciderebbe con Dio stesso e si cadrebbe nel panteismo. Il panteismo caratterizza chi nega Dio, ma attribuisce alla materia creata i caratteri della divinità, trasformandola, ad esempio, nella dea Gaia degli ecologi.Il tempo e lo spazio hanno dunque una loro esistenza oggettiva: sono i limiti di ogni essere creato. E il tempo, come già aveva compreso Aristotele, è la durata delle cose mutevoli, la misura del divenire, secondo il prima e il dopo (Fisica, 219 b 1). Il tempo, conferma san Tommaso, è una proprietà di tutte le realtà corporee, le quali sono necessariamente soggette al cambiamento, alla generazione e alla corruzione. Gli eventi sono nel tempo come i corpi fisici sono nello spazio. Il tempo esiste perché esiste il divenire e il divenire delle cose esiste perché esiste Dio.Il demonio e suoi seguaci, che odiano Dio e vogliono disfare la creazione per riportare l'universo all'abisso del nulla da cui Dio lo ha tratto, vorrebbero distruggere, se possibile, il tempo e lo spazio. La "società aperta" di George Soros è una società senza tempo, cioè senza memoria e senza spazio, cioè senza frontiere fisiche e geografiche: una società liquida, un ammasso caotico in cui tutto si confonde, tutto diviene e nulla è.È in questa prospettiva che possiamo spiegare un gesto apparentemente folle che suscitò l'interesse del filosofo tedesco Walter Benjamin: la distruzione degli orologi nelle due rivoluzioni di Parigi del 1830 e del 1871: la Rivoluzione di luglio e quella della cosiddetta Comune.Una distruzione che è un gesto più radicale ancora di quello stravolgimento del tempo che fu il calendario rivoluzionario in vigore in Francia dal 1793 al 1806.Nel 1793 si cercò di creare un "tempo nuovo", nel 1830 e nel 1871 si cercò, più coerentemente, di distruggere il tempo, in modo che ogni possibilità di santificarlo fosse preclusa all'uomo. Ma il tempo è necessario per conquistare l'eternità, e quella frazione di tempo che si chiama "momento presente", è quella in cui, come afferma il padre Garrigou-Lagrange, è data all'uomo la possibilità di giudicare le cose del mondo non sulla linea orizzontale del tempo, ma in quella verticale dell'eternità.
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Per capire la donazione di Costantino va conosciuta la donazione di Sutri
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6626PER CAPIRE LA (FALSA) DONAZIONE DI COSTANTINO VA CONOSCIUTA LA (VERA) DONAZIONE DI SUTRIPer Donazione di Sutri si intende la cessione effettuata nel 728 dal sovrano longobardo Liutprando a papa Gregorio II, di alcuni castelli del Ducato romano importanti per la difesa di Roma, il maggiore dei quali era quello di Sutri. Fu la prima delle due restituzioni per donationis titulo effettuate da Liutprando alla Chiesa di Roma. La seconda si ebbe nel 743.Dopo essere stato eletto re dei Longobardi (712), Liutprando, re di un popolo divenuto ormai cattolico, si trovò a fronteggiare una serie di problemi quali il forte potere delle principali famiglie dell'aristocrazia e la minaccia di secessione di alcuni grandi ducati; tra questi in particolare i ducati di Spoleto e di Benevento, costituenti la Langobardia Minor, di fatto autonomi dal potere centrale e separati dal resto del regno dal Corridoio bizantino, che attraversava tutta l'Italia centrale dal Tirreno (Roma) all'Adriatico (Ravenna).A tal proposito iniziò dunque una politica di rafforzamento del potere centrale. Mentre, in una prima fase, cercò l'appoggio di parte del mondo ecclesiastico e romano, in seguito, una volta scoppiata la disputa iconoclasta si volse contro l'impero bizantino, tentando la conquista di quei territori che dividevano in due tronconi il regno. Liutprando seppe cogliere il momento propizio quando nei territori italiani governati dai bizantini si diffuse lo sdegno per l'appoggio dell'imperatore Leone III Isaurico al movimento iconoclasta. La sua campagna militare iniziò appunto da quei territori che dividevano in due la Langobardia, cioè l'area del Ducato romano.Quando il papa capì le intenzioni dei Longobardi - i quali erano probabilmente decisi a conquistare la stessa Roma - si sentì direttamente in pericolo, in quanto da molti anni l'impero bizantino aveva cessato di intervenire militarmente in favore di Roma, spendendo le proprie energie per difendere la sola Ravenna, capitale dell'Esarcato. Il corso degli eventi prese una direzione diversa da quella annunciata (la possibile presa di Roma) quando, nel 728, i Longobardi conquistarono la fortezza di Narni, centro strategico lungo la via Flaminia. Persa la via Flaminia, i bizantini concentrarono tutte le loro difese sulla via Amerina, unica altra strada romana che, partendo da Roma, attraversa l'Umbria e il Piceno.A presidiare la via Amerina vi erano le fortezze di Todi, Amelia ed Orte. Più a sud, i castra di Bomarzo, Sutri e Blera erano a salvaguardia della via Cassia. Papa Gregorio II (715-731) si rivolse direttamente a re Liutprando chiedendogli di rinunciare ai territori già conquistati e di restituirli all'esarca bizantino cioè al legittimo possessore. Liutprando, che nel frattempo era riuscito ad ottenere la sottomissione dei duchi "ribelli" di Spoleto e Benevento, invece donò il castrum di Sutri al pontefice, con un gesto di grande significato simbolico.IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA DONAZIONEA partire almeno dal VI secolo, con papa Gregorio I (romano di nascita) la Chiesa era stata costretta suo malgrado a sostituirsi all'amministrazione bizantina provvedendo al vettovagliamento della popolazione dell'Urbe e dei dintorni. La popolazione era stata colpita da carestie e pestilenze, che si succedettero ripetutamente in quel periodo. In effetti già papa Leone I nel V secolo dovette sopperire con le istituzioni caritatevoli alla sensibile diminuzione delle pubbliche elargizioni seguite alle occupazioni dei Barbari. Dovendo far fronte all'assenza dell'intervento dell'Imperatore di Costantinopoli, legittimo sovrano, e dell'Esarca di Ravenna, ai quali ripetutamente e invano aveva fatto ricorso per ottenere aiuti, il pontefice amministrò sotto la sua responsabilità l'Annona civile e militare, attingendo anche ai beni della Chiesa. Non di rado inoltre, a difesa del territorio e in nome dell'Imperatore, lo stesso papa Gregorio dovette esercitare l'imperium per mezzo del duca (il comandante della guarnigione militare) sulle truppe bizantine stanziate a Roma.Si può far risalire quindi almeno a questo periodo l'acquisizione de facto da parte del papato di un nuovo ruolo politico-istituzionale sul territorio di Roma e dei dintorni, non in virtù di una formale sovranità territoriale, ma in base al riconoscimento ottenuto dalla popolazione stessa. Inoltre, l'accresciuto peso politico-istituzionale della Chiesa, che andava oltre l'autorità religiosa, comportò una ristrutturazione della stessa struttura ecclesiastica al fine di metterla in grado di fare fronte alle accresciute, ed impreviste, funzioni cui si era vista chiamata.Le donazioni longobarde dei primi castelli nell'VIII secolo, formalmente destinate "agli apostoli Pietro e Paolo", non possono pertanto prescindere da un riconoscimento ormai consolidato di un ruolo politico della Chiesa a cui gli stessi sovrani longobardi guardavano ormai come necessario interlocutore negli equilibri politici della penisola. Una soggettività che ormai andava oltre la sua forza principale data dalla "superiorità" spirituale conferitagli dal primato di San Pietro ed in virtù della successione apostolica (preminenza ribadita più volte nei concili ecumenici dei secoli III e IV, e già testimoniata nel I secolo durante il pontificato di papa Clemente I), autorità morale che veniva ormai riconosciuta anche dai popoli germanici: i Franchi, i Visigoti di Spagna, i Burgundi, gli Anglo-sassoni d'Inghilterra e gli stessi Longobardi.D'altra parte la Santa Sede era già proprietaria di numerosi territori, i Patrimonia, storicamente documentati e mediante i quali venivano donati chiese e monasteri, e che erano pervenuti sin dalla fine del III secolo, come già testimoniato nell'Editto di Milano mediante il quale Costantino e Licinio ordinavano che alla Chiesa venissero anche restituiti i beni ad essa in precedenza confiscati, per accrescersi ulteriormente come descritto nel Liber Pontificalis. Già in anni precedenti inoltre erano avvenute altre restituzioni di patrimoni già appartenenti alla Chiesa e sottratti dai Longobardi come il patrimonio delle Alpi Coziee la città di Cuma recuperata dallo stesso Gregorio II.La Donazione di Sutri, pur non rappresentando l'atto formale della concessione di una sovranità statuale e pur ricevendola papa Gregorio II solo come rappresentante dell'Imperatore, costituisce comunque un riconoscimento formale dell'esercizio di alcuni poteri giurisdizionali in capo alla Santa Sede che questa già da tempo esercitava ormai di fatto, sostanzialmente diverso quindi dalla mera gestione amministrativa dei Patrimonia, e segno di una autorità politica che era venuta accentuandosi negli ultimi decenni.Tale riconoscimento di una autorità anche civile e giurisdizionale (che fino ad allora era stata esercitata solo di fatto ma non di diritto sui territori romani), andrà accentuandosi negli anni di poco seguenti con gli immediati successori di Gregorio II (Gregorio III e Zaccaria), dovuto anche al progressivo disinteresse e allontanamento degli imperatori bizantini.La donazione di Sutri, che avveniva nel pieno della rivolta ai decreti bizantini iconoclasti, vedeva inoltre la popolazione romana al fianco del papa contro i rappresentanti degli imperatori di Costantinopoli: l'Esarca e il Duca romano, che già si erano resi protagonisti di un fallito attentato ai danni di papa Gregorio II. Ciò rese maggiormente significativo il fine politico dell'atto della donazione da parte del re longobardo, che si ritagliò un ruolo di primo piano nel ristabilimento, seppur transitorio, dell'ordine e della pace nella penisola. [...]EVENTI SUCCESSIVI ALLA DONAZIONENel 739 papa Gregorio III indirizzò una lettera a Carlo Martello, maestro di palazzo del re dei Franchi, in cui comparve per la prima volta la locuzione populus peculiaris beati Petri, riferita alle popolazioni del Ducato Romano, del Ravennate e della Pentapoli, che vivono insieme in una respublica di cui san Pietro è il protettore e l'eroe eponimo.Tra il 739 e il 741 a Sutri si aggiunsero: Gallese (per riscatto) e per donazione i castra di Ameria (Amelia), Orte, Bieda (Blera), e Polimartium (Bomarzo) e ancora nel 743 re Liutprando restituiva al Pontefice papa Zaccaria per donationis titulo quattro città da lui occupate (Vetralla, Palestrina, Ninfa e Norma) e una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, ad essa sottratti oltre trent'anni prima dai duchi di Spoleto. Liutprando, dal canto suo, aveva temporaneamente sfumato le tensioni con gli altri ducati longobardi, soprattutto con i ducati periferici - e quindi più autonomi - di Spoleto e Benevento, evitando così una guerra civile.Di poco successiva è la Promissio Carisiaca, sottoscritta a Pavia dal re dei Franchi Pipino il Breve nel 754.Con i patti stretti con i sovrani franchi sin dalla seconda metà dell'VIII secolo la respublica di San Pietro non è più solo da intendere come "Patrimonio del vescovo di Roma", ma come un ente avente soggettività giurisdizionale riconosciuta ormai da più parti e a cui Pipino il Breve nel 754 garantirà protezione militare contro le aggressioni dei re longobardi. Le successive restituzioni dei re longobardi al pontefice (774) indotte dai patti con i Franchi, tra cui Ravenna e la Pentapoli, parlano espressamente di una restitutio alla Respublica Romanorum di cui il vescovo di Roma veniva riconosciuto capo.LA DONAZIONE DI COSTANTINO È LA GIUSTA RIVENDICAZIONE DEL RUOLO ACQUISITO DALLA CHIESAUno degli eventi successivi alla donazione di Sutri è anche la redazione del falso storico della Donazione di Costantino (in latino Constitutum Constantini). Secondo il documento, retrodatato al 321, l'imperatore romano Costantino I avrebbe ceduto alla Chiesa di Papa Silvestro I l
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Il cristianesimo feconda la società, senza compromessi col potere politico
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6627IL CRISTIANESIMO FECONDA LA SOCIETA', SENZA COMPROMESSI CON IL POTERE POLITICO di Corrado GnerreIl 13 giugno del 313 venne promulgato l'Editto di Milano. Costantino I il Grande (imperatore dal 306 al 337) adottò verso il Cristianesimo una politica negli anni sempre più favorevole. In una lettera agli orientali del 324 arrivò al punto di esortare i sudditi ad abbracciare il Cristianesimo. Fu particolarmente preoccupato di preservare l'unità della Chiesa, come dimostrano i suoi interventi nella controversia sul donatismo nel 312 e, soprattutto, la convocazione del Concilio di Nicea nel 325 per condannare l'arianesimo. Ovvero quella eresia che negava la natura divina, accanto a quella umana, di Gesù. La stessa fondazione di Costantinopoli, nel sito dell'antica Bisanzio, avvenuta nel 326, si spiega, oltre che per ragioni strategiche, con l'intenzione da parte di Costantino di disporre di una capitale sottratta ad ogni tradizione pagana.Una delle accuse più frequenti che si fanno al Cattolicesimo è quella di essersi nei secoli troppo compromesso con il potere politico. E il punto discriminante sarebbe proprio Costantino. Si dice - soprattutto da parte protestante, ma non solo - che fino a Costantino la Chiesa fu, bene o male, fedele al suo mandato, ma poi sarebbe divenuta una sorta di instrumentum regni, cioè un vero e proprio strumento del potere politico. Davvero le cose sono andate in questo modo? Tutt'altro. In realtà Costantino non fu altro che uno strumento della Provvidenza, uno strumento che ebbe il merito di capire l'essenza vera del Cristianesimo.Il Cristianesimo non è affatto alternativo al mondo in quanto realtà creata da governare ed organizzare. Certo, il "mondo", insieme al "diavolo" e alla "carne" sono i tre nemici del cristiano, ma in questo caso il "mondo" deve intendersi non come realtà creata, che di per sé è "cosa buona" (Genesi 1), quanto come ambizione di potere e tentativo di trovare la propria realizzazione e la propria felicità unicamente su questa terra.Ci sono almeno quattro motivi alla base di questa "attenzione" del Cristianesimo nei confronti della società:1) La fede nel peccato originale.2) La concezione cristiana dell'uomo.3) Il Mistero dell'Incarnazione.4) La libertà di giudizio come esito dell'autonomia politica ed economica.1) LA FEDE NEL PECCATO ORIGINALEPrima di tutto la fede nel peccato originale. Questa fede è stata da sempre l'antidoto ad ogni deriva utopistica del Cristianesimo stesso. Ragioniamo. Se Adamo ed Eva, pur vivendo nella società migliore possibile (il paradiso terrestre), peccarono, vuol dire che l'uomo è sempre chiamato nella sua libertà a decidere di essere buono o cattivo. Certo, un'influenza della società c'è. Non si può negare che da una famiglia moralmente sana più facilmente usciranno dei figli bravi, così da una società virtuosa che riconosce ciò che è bene e condanna ciò che è male, più facilmente si potrà conquistare il paradiso. D'altronde Pio XII ebbe a dire: "Dalla santità delle strutture politiche dipende la salvezza degli uomini." Ma non c'è nessun determinismo, ogni uomo singolarmente è chiamato ad essere buono o cattivo. Ebbene, proprio il rifiuto costitutivo di ogni utopia, fa sì che il Cristianesimo, realisticamente, ponga attenzione alla società, non con la pretesa di crearne una perfetta, ma con la convinzione della necessità che essa sia orientata verso il bene, che sappia salvaguardare il bene comune, che possa difendere chi non ha la possibilità di difendersi... ciò perché il male non potrà mai essere eliminato dalla terra se non alla fine dei tempi.2) LA CONCEZIONE CRISTIANA DELL'UOMOIl secondo motivo è la concezione cristiana dell'uomo (l'antropologia cristiana). Il Cristianesimo dice che l'uomo è formato da anima e corpo, cioè che è stato voluto da Dio non solo in anima ma anche in corpo. Insomma, c'è un rifiuto tanto del materialismo quanto dello spiritualismo. Certo, l'anima deve governare il corpo, tra anima e corpo c'è un indiscutibile rapporto gerarchico; ma l'uomo non è solo la sua anima bensì anche il suo corpo. Da qui l'attenzione alla società.3) IL MISTERO DELL'INCARNAZIONEIl terzo motivo è legato al Mistero dell'Incarnazione. Dio si è fatto uomo per la salvezza dell'uomo. Ha salvato attraverso la carne. San Bernardo infatti dice: "(...) poiché siamo carnali, Dio fa che il nostro desiderio e il nostro amore comincino dalla carne." L'incarnazione valorizza la dignità della condizione umana, perché essa è la salvezza che passa attraverso la realtà corporale. Il Verbo incarnato realizza la salvezza con tutto se stesso. La realizza tanto con la sua natura divina, quanto con quella umana. Il corpo di Gesù è realtà salvifica. Ciò è una gratificazione per l'uomo perché - in un certo qual modo - lo "costringe" a fare attenzione al creato, a governarlo secondo la Verità e il Bene e non consentendogli alcuna "fuga" settaria verso realtà alternative o, peggio, verso imminenti conclusioni palingenetiche e apocalittiche.4) LA LIBERTÀ DI GIUDIZIO COME ESITO DELL'AUTONOMIA POLITICA ED ECONOMICAIl quarto ed ultimo motivo è la libertà di giudizio come esito dell'autonomia politica ed economica. Gesù disse che i suoi discepoli, pur non essendo del mondo, dovevano essere nel mondo. Da qui la gestione da parte degli apostoli di una cassa. E' vero che il cassiere era Giuda e che forse, a riguardo, una certa predisposizione l'avesse, ma Gesù legittimò la gestione di un'autonomia economica. Quello che viene chiamato "potere temporale" non nacque dopo alcuni secoli con la cosiddetta donazione del Castello di Sutri (728), ma sin da subito. Senza autonomia economica, non c'è libertà di giudizio e senza libertà di giudizio non vi può essere la Chiesa. Non a caso tutte le sedicenti chiese cristiane che hanno rifiutato il potere temporale sono finite per sottomettersi ai vari poteri politici.Dunque, l'avversione alla cosiddetta "Chiesa costantiniana" non è altro che la riproposizione di un cristianesimo spiritualista e gnostico. Riproposizione, perché si tratta di una specie di fiume carsico che ogni tanto riemerge nel corso della storia e si rende manifesto in varie eresie, anche formalmente diverse fra loro, ma accomunate proprio da questa convinzione.
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Il cristianesimo non può che essere romano
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6590IL CRISTIANESIMO NON PUO' CHE ESSERE ROMANOLa romanità è un giudizio culturale e un criterio di civiltà che è stato (ed è ancora) importantissimo.Attenzione, importantissimo non solo per la civiltà occidentale in genere, ma anche per il Cristianesimo stesso, per la sua diffusione e quindi per il suo essere fondamento della civiltà occidentale.San Francesco Saverio è un santo straordinario: da solo partì per le Indie per portare il Vangelo. Partì senza nulla, solo con la ricchezza della propria Grazia e della propria Fede. Un vero gigante della santità. Eppure quali sono stati i risultati della sua missione? Certamente tante conversioni, certamente il grandissimo suo esempio che ammiriamo e che ci edifica ancora adesso... ma l'Oriente e l'Estremo Oriente, purtroppo, sono rimasti culturalmente e numericamente non cristiani.Quali invece sono stati i risultati dei vari san Patrizio, san Bonifacio, san Colombano che hanno evangelizzato il Nord Europa? Di fatto quelle terre sono diventate sia culturalmente sia numericamente cristiane.Possiamo, pertanto, concludere che san Patrizio, san Bonifacio e san Colombano erano più santi di san Francesco Saverio? Ovviamente no. E allora dov'è la spiegazione? È nel fatto che mentre san Francesco Saverio trovò un "terreno" poco predisposto ad accogliere il Vangelo, non fu così per coloro che evangelizzarono le terre del Nord Europa.San Francesco Saverio trovò delle terre in cui era pressoché assente la dimensione della libertà individuale e quindi la stessa consapevolezza dell'alterità tra l'individuo e il tutto. D'altronde il fondamento filosofico della religiosità orientale ed estremo-orientale è il monismo panteistico in cui non c'è spazio per la realtà individuale.Chi invece evangelizzò l'Europa trovò un "terreno" già predisposto per l'annuncio evangelico, un "terreno" già dissodato. Da cosa? Dal diritto romano.Certamente, nel mondo antico ancora non vi era un vero e proprio concetto di persona, ma è indubbio come nel diritto romano già vi fosse la dimensione dell'alterità tra individuo e istituzione statuale, che servirà non poco a far accettare il Cristianesimo con il suo costitutivo riconoscimento della sostanza ontologica della persona umana, della sua individualità e dei suoi inalienabili diritti.Dante Alighieri, che con la sua Commedia sintetizza tutto il pensiero medievale, lo dice: è vero che l'Impero romano ha perseguitato i primi cristiani, ma è pur vero che esso non solo è stato criterio di civiltà, ma ha svolto anche un ruolo provvidenziale per la diffusione del Cristianesimo stesso.Si pensi a quanto gli apostoli e i loro successori si siano avvantaggiati di un'unificazione politica, culturale e linguistica, date appunto dalla romanità.Ma Dante giustamente va oltre il dato storico del ruolo provvidenziale che la romanità e poi l'Impero romano avrebbero avuto per il raggiungimento della civiltà cristiana, dice anche che il futuro della cristianità non può che essere nella conservazione anche della sua romanità. In Paradiso Dante dialoga con una grande aquila formata da tante anime beate.D'altronde fu questo il senso provvidenziale di quella fatidica notte del Natale dell'anno 800 in cui proprio a Roma, per volere del Papa e di un grande re come Carlo Magno, nacque quello che non a caso si chiamò il Sacro Romano Impero.Sacro Romano Impero voluto appunto dalla Provvidenza.Per chi crede che la storia non è solo un succedersi di avvenimenti senza significato o di fatti che casualmente si succedono, bensì l'azione della volontà di Dio che si serve della libera collaborazione dell'uomo, allora anche certe coincidenze non possono non avere un significato.Come mai l'Impero Romano inizia con un Romolo e finisce con un altro Romolo (Romolo Augustolo)?E come mai anche il Sacro Romano Impero inizia con un Carlo (Carlo Magno) e finisce con un altro Carlo (il beato Carlo d'Asburgo)?Coincidenze? È un po' difficile crederlo.
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Storia dell'infinita guerra arabo-israeliana
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6587STORIA DELLA INFINITA GUERRA ARABO-ISRAELIANA di Luca Della Torre Uno dei rischi più gravi che minano le relazioni internazionali politiche di questo avvio di millennio è l'opera di dis-informazione e mistificazione dei fatti della Storia che, come nella Fattoria degli animali di George Orwell, mira ad instaurare un sistema di pensiero unico totalitario in nome di un'ipocrita distorsione dei concetti di libertà e di democrazia.La guerra arabo-israeliana ce ne offre un esempio ed è necessario ripristinare i recinti di una verità storica e di una interpretazione storiografica che non si lasci appannare la mente dai tentacoli ideologici che i mass-media propinano al lettore con doloso opportunismo.I violenti scontri armati che divampano in tutto Israele e nelle Striscia di Gaza sono nati per il minacciato sfratto di famiglie palestinesi da parte dei proprietari ebraici di abitazioni nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, il cui suolo fu acquistato già nel lontano 1870 da sudditi ebrei dell'Impero ottomano. La propaganda ideologico-religiosa di tutto il mondo arabo ed islamico - perennemente litigioso ed in conflitto nel proprio seno tra fedi sunnita e sciita, arabi ed iraniani, organizzazioni terroristiche istituzionalizzate come Hamas e Hezbollah, monarchie assolute e populismi totalitari della Fratellanza Musulmana - si è immediatamente ricompattata in un refrain che a livello di cancellerie internazionali, UE ed ONU, è tristemente noto: Israele è uno Stato che si macchia di crimini contro l'umanità e deve essere sottoposto alla macchina della giustizia penale internazionale.Dalla striscia di Gaza, sotto il governo del movimento terroristico di Hamas (si consideri che la stessa mitissima Unione europea ha da anni riconosciuto come terrorista l'organizzazione politica palestinese che amministra Gaza) piovono migliaia di razzi - più di millecinquecento ad oggi - sul territorio di Israele; il leader turco Erdogan, autentica palla al piede della diplomazia NATO in quanto promotore della aggressiva strategia politica neo-ottomana pan-turanista e pan-islamica, definisce pubblicamente gli Ebrei «terroristi senza pietà»; la Guida Suprema del regime teocratico sciita iraniano Khamenei dichiara che Israele non è un Paese, ma un rifiuto della storia, e come tale va eliminato dalla faccia della terra. In sostanza, l'intera Jihad islamica - quel filone di pensiero politico religioso da cui sono sorte tutte le cellule terroristiche che hanno seminato il sangue in Europa in questi anni - si è ricompattata e mobilitata contro il diritto di Israele ad essere riconosciuto e tutelato nella sua esistenza ed integrità territoriale come previsto dai pilastri giuridici del diritto internazionale, artt.2, 42, 51, 55 dello Statuto dell'ONU.ALCUNI PUNTI FERMIAlla luce di questo quadro drammatico, è bene che alcuni punti fermi - sotto il profilo storico-giuridico del diritto e delle relazioni internazionali - siano rammentati e puntualizzati.Nel 1948, dopo che l'Onu stabilisce concordemente con la Risoluzione 181 la partizione della Palestina - per secoli parte del territorio dell'Impero ottomano - in due Stati sovrani (con l'assenso unanime sia degli USA che dell'URSS, sia dei Paesi occidentali che di quelli della Cortina di Ferro, dell'Africa e del Sud America, con la sola eccezione dei membri della Lega Araba), gli Stati arabi violano il patto internazionale ONU, e attaccano le forze ebraiche, che nonostante l'inferiorità numerica salvano i territori assegnati al popolo ebraico e costituiscono lo Stato di Israele. Nel corso di quel primo conflitto gli Arabi si resero responsabili di crimini perseguibili dal Diritto Internazionale umanitario e dei conflitti armati: gli storici ben conoscono le vicende della deportazione dei cittadini ebrei dai quartieri di Gerusalemme, e l'espropriazione delle loro case dal quartiere di Sheihk Jarrah in particolare; la totale distruzione dei cimiteri ebraici della Valle di Cedron ad opera dei carri armati della Giordania, che per sfregio con i cingoli schiacciarono tutte le lapidi funerarie; la loro utilizzazione come manto stradale lungo il Monte degli Ulivi a Gerusalemme.Nel 1967 le forze armate corazzate dei Paesi della Lega Araba si ammassano ai confini del territorio israeliano, circondando dalla Siria al Libano, dall'Egitto all'Arabia Saudita Israele: una condotta che secondo la Risoluzione 3314 dell'ONU rientra nelle fattispecie di aggressione ai danni di uno Stato e autorizza quindi il ricorso alla legittima difesa ex art.51 della Carta ONU: ne scaturirà la guerra dei Sei Giorni, come verrà ricordata, in cui l'esercito israeliano guidato dal generale Moshe Dayan, sbaragliò i Paesi arabi, riunificò Gerusalemme conquistando la Città Vecchia con il Muro del Pianto, ed entrò in possesso - al fine di garantire un "cuscino di difesa" dei territori israeliani di fronte alle ripetute aggressioni arabo islamiche - anche della Cisgiordania, parte della Giordania fra il 1948 e il ‘67, della striscia di Gaza, parte dell'Egitto, oltre che delle alture del Golan in territorio siriano.UNA PERENNE AZIONE TERRORISTICA ALIMENTATA DAI PAESI ARABINel 1973 ancora una volta - con un atto di guerra in violazione dell'art. 2 dello Statuto ONU - gli Stati arabi islamici attaccano Israele di sorpresa durante la festività "dello Yom Kippur": il generale Ariel Sharon rovescia le sorti del conflitto con un'audace offensiva e conquista l'intera penisola egiziana del Sinai.Nel 1982, dopo i ripetuti attacchi dal sud del Libano da parte dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) capeggiata da Yasser Arafat, che ha fatto di Beirut la sua base, destabilizzando totalmente il Paese grazie all'uso politico dei campi profughi palestinesi, Israele invade il Paese dei cedri. Fino al 2000 Israele manterrà la sua presenza in quei territori, a causa della perenne azione terroristica filopalestinese alimentata dai Paesi arabi.Siamo agli anni delle cosiddette "Intifade", guerriglie molto invasive sotto il profilo militare, short acts of war in diritto internazionale, in cui l'odio delle popolazioni arabe islamiche verso l'esistenza di Israele come Stato sovrano è alimentato da una propaganda ideologica sempre più giustificata dal valore religioso della Jihad, della guerra santa islamica.È questo l'acme della inaffidabilità diplomatica e della inadeguatezza politico culturale del mondo arabo e palestinese in particolare, nel gestire pacificamente le relazioni internazionali: Ehud Barak, il generale più decorato al valore nella storia di Israele, diventato primo ministro in quota al Partito Laburista, dunque un progressista moderato, propone ufficialmente al leader palestinese Arafat la creazione uno Stato di Palestina con Gerusalemme Est come capitale: sciaguratamente Arafat, succube delle aspirazioni geopolitiche panislamiste e della demagogia del radicalismo della Fratellanza Musulmani nei Paesi arabi sunniti, rifiuta la proposta.E veniamo al conflitto di questi giorni, combattuto con migliaia di razzi da Gaza, scontri nelle strade di Gerusalemme, stato di emergenza nella città arabo-israeliane ai confini con Gaza. I movimenti terroristi di Hamas e della Jihad palestinese hanno a disposizione missili di diversa gittata, con un raggio di azione che va dagli 8 chilometri ai 180, un arsenale che è fornito dall'Iran e dalla Cina, secondo le fonti dell'International Institute for Strategic Studies e dell'IDF, le forze armate israeliane. E' ancora valida la distinzione giuridica tra un'aggressione militare ingiustificata e la liceità della legittima difesa?Nota di BastaBugie: Gianandrea Gaiani nell'articolo seguente dal titolo "Disarmare Hamas a Gaza è solo un miraggio" spiega la situazione dopo il recente breve conflitto di Gaza.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 25 maggio 2021:Mentre il cessate il fuoco mediato da Egitto e Qatar sembra reggere all'indomani della fine delle e ostilità a Gaza è tempo di bilanci e anche se tutti si dichiarano a loro modo vincitori al termine di dieci giorni di scontri non mancano gli elementi su cui riflettere.Dall'inizio dell'operazione israeliana "Guardiano delle mura" le Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) e il Movimento della Jihad Islamica hanno lanciato contro Israele 4.340 razzi, 640 dei quali abortiti al momento del lancio o caduti all'interno della Striscia mentre il sistema di difesa anti missile Iron Dome ha abbattuto circa 3600 razzi, pari al 90% di quelli sparati contro Israele; i missili non intercettati hanno invece colpito le città di Nevit Haasara, Sderot, Ashkelot, Ashdod e Lod, le periferie di Gerusalemme, Nazareth, Beersheba, Holon e la stessa Tel Aviv. Tredici le vittime in Israele tra cui un militare con 117 i feriti gravi (114 civili e tre militari) mentre la risposta militare israeliana ha causato la morte di almeno 248 persone, più della metà delle quali appartenenti alle milizie e oltre 1900 feriti. I bombardamenti israeliani avrebbero distrutto o danneggiato 2mila edifici e 500 rampe di lancio dei razzi oltre a depositi di armi e oltre 100 chilometri di tunnel che collegano la Striscia di Gaza con il territorio del Sinai egiziano.
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L'epidemia raccontata nei Promessi Sposi
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6582L'EPIDEMIA RACCONTATA NEI PROMESSI SPOSI di Domenico LalliNegli anni in cui furono ambientati I Promessi Sposi, il capolavoro di Alessandro Manzoni, l'Europa e l'Italia furono flagellate da un'epidemia inarrestabile, nota come peste bubbonica, un triste e tragico tributo pagato alla Guerra dei Trent'anni. Il protofisico (una sorta di ministro della Sanità) Lodovico Settala, che ne sapeva qualcosa per aver curato gli appestati nella precedente epidemia del 1576, fu il primo a dare l'allarme.Nel 1630 sembra sia stata portata a Milano da un soldato italiano al servizio della Spagna. Colpì varie zone del Settentrione, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con oltre un milione di morti. Si propagò e flagellò la popolazione in maniera virulenta e spietata, forse anche perché vi furono inizialmente errori e negligenze, a partire dal governatore Ambrogio Spinola - che non se ne preoccupò affatto, preso in faccende di guerra -, da molti medici, così come dalle varie classi sociali quali nobili, mercanti e plebei, che, con toni beffardi, increduli e, a volta violenti, si scagliarono contro i provvedimenti presi dal tribunale della Sanità (bruciar robe, mandar famiglie al lazzeretto, ecc.), considerando i due medici, che ne facevano parte, impostori e nemici della patria.Ma quando il male cominciò a propagarsi senza pietà, mietendo migliaia di morti, non si negò più il contagio, ma lo si attribuì ad arti venefiche e ad operazioni diaboliche, come fosse opera di una congiura: «Cominciarono a farsi frequenti le malattie, le morti con accedenti strani, di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni, morti per lo più celeri, violente, repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia», come si legge nel cap. XXXI de I promessi sposi. Panico ed isteria, insieme a pregiudizi, cominciarono a serpeggiare sempre più diffusamente. Vennero aggrediti molti innocenti per sfogare dolore e disperazione, da menti ormai ottenebrate dall'ignoranza: «Era il povero senno umano - spiega ancora Manzoni - che cozzava co' i fantasmi creati da sé». Sfilano davanti al lettore tanti personaggi di questo piccolo mondo.Una povera infelice viene torturata e bruciata come strega, dietro un «deplorevole consulto» del protofisico Settala; un vecchio, più che ottantenne, massacrato dalla folla perché scambiato per untore; i monatti, incaricati della raccolta dei malati e dei morti, reclutati tra la peggior feccia cittadina, cinici, volgari, maledetti, che diventano arbitri di ogni cosa; brindano e ridono sguaiatamente sui carri che trasportano i cadaveri.[...]Una sequela di scene raccapriccianti di dolore, di morte: ovunque fetore di cadaveri, desolazione, case serrate e strade deserte, in un progressivo imbarbarimento delle menti e dei costumi. In un parossismo senza fine si arrivava a sospettare degli stessi familiari, tanto che Manzoni scrisse, in maniera lapidaria e con sottile ironia, una verità che vale in ogni tempo e per ogni circostanza: «Il buon senso c'è, ma se ne sta nascosto, per paura del senso comune»!La peste non fece sconti nemmeno ad un signorotto mosso da scellerata prepotenza quale don Rodrigo, immoto su un materasso, con occhi spalancati ma senza sguardo, abbandonato anche dal «fedel Griso»; forse solo negli ultimi istanti, capì ch'era un flagello permesso da Dio per richiamare gli uomini, ed anche lui, al pensiero dell'altra vita. È il prologo del dramma. Negli anni immediatamente successivi al contagio vennero costruiti diversi edifici religiosi per celebrarne la fine: cappelle votive e, fra le chiese, la più nota fu certamente la Basilica di Santa Maria della Salute a Venezia.È proprio dall'intreccio di avvenimenti realmente accaduti e di trame romanzesche, che il Manzoni riesce a rappresentare, in maniera impareggiabile, in «una forma che è poesia e ti pare storia», un affresco dell'umanità nelle sue varie sfaccettature: nell'eroismo e nella viltà, nei meschini difetti e nelle più alte virtù, nel gretto egoismo e negli slanci caritatevoli, nelle passioni feroci e nell'umiltà del dolore, nell'ignoranza e nella sapienza. E su tutto si staglia l'esempio dei religiosi, «saldi di coraggio al loro posto», e della loro missione in favore delle vittime del contagio e delle loro sofferenze, perché la pietà è infinita. Come la vita.Nota di BastaBugie: ecco altri tre interessanti articoli sui Promessi Sposi e il loro autore, Alessandro Manzoni.IL FINALE SCONOSCIUTO DEI PROMESSI SPOSIIl romanzo non finisce solo con il matrimonio tra Renzo e Lucia, ma con la loro stupenda riflessione su tutta la vicenda (il Manzoni lo chiama il ''sugo della storia'')di Giovanni Figherahttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5907ALESSANDRO MANZONI CONVERTITO AL CATTOLICESIMO GRAZIE A UN MATRIMONIO, IL SUOIl cammino di fede dell'autore dei Promessi Sposi è adombrato nella vicenda della conversione dell'Innominatodi Giovanni Figherahttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3928I PROMESSI SPOSI E LA FECONDAZIONE ARTIFICIALESulle orme di Renzo e Lucia scopriamo che il sorgere della vita non può essere separato da un atto d'amoredi Giorgio Carbonehttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5364
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Finalmente gli Stati Uniti riconoscono il genocidio degli armeni
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6561FINALMENTE GLI STATI UNITI RICONOSCONO IL GENOCIDIO ARMENO di Luca Della TorreLo scorso 24 aprile, il governo degli USA ha finalmente riconosciuto ufficialmente il genocidio del popolo armeno costato la vita a un milione e mezzo di cristiani sterminati con un piano normativo studiato a tavolino e realizzato con criminale determinazione dal governo ottomano musulmano turco tra il 1915 ed il 1917.Gli Stati Uniti si uniscono così ai 29 Paesi che nel mondo riconoscono che le efferate persecuzioni perpetrate con ferocia dalla Turchia durante la Prima Guerra Mondiale contro l'intero popolo di fede cristiana ed etnia armena rientrino a pieno titolo nella fattispecie di crimine penale internazionale di genocidio, come previsto dalla Convenzione ONU del 1948: 29 Stati sono ancora molto pochi in verità, rispetto ai 194 Stati membri dell'ONU.La decisione degli USA avrà ovviamente una ricaduta storica, politica e giuridica di portata internazionale nei confronti del tanto discusso alleato NATO, il regime islamico-nazionalista turco di Recep Taiyp Erdogan, che viene inchiodato alle sue precise responsabilità in tema di negazionismo sul genocidio armeno cristiano.Gli elementi storiografici che hanno portato a maturazione i processi per il riconoscimento di questo tragico capitolo nella storia della persecuzione alla fede cristiana sono dati dalla scoperta e pubblicazione nelle università USA del carteggio istituzionale di uno dei tre membri del Triumvirato che governò la Turchia ottomana durante la Prima Guerra Mondiale, il ministro Talat Pasha. In questi documenti si individuano le prove dei decreti, ordinanze, provvedimenti amministrativi finalizzati al massacro degli armeni.LA STRAGE DI UN MILIONE E MEZZO DI ARMENIA partire dall'aprile del 1915, il governo del Sultano turco in guerra contro le potenze alleate, pianifica a livello legale, militare un programma mirato alla eliminazione totale dal territorio ottomano della popolazione armena - cittadini turchi a tutti gli effetti ma di fede religiosa cristiana e non islamica e di gruppo etnico non turcomanno - attraverso arresti, massacri, stupri, deportazioni di massa, tra cui le celebri "marce della morte" verso i deserti della Mesopotamia. Le famiglie vengono smembrate, separando i genitori dai figli che vengono affidati in schiavitù a tribù curde dell'Impero ottomano; la legge di sicurezza per la deportazione ed espropriazione dispone la liquidazione dei beni dei cittadini armeni per miliardi di Euro attuali.Il frutto tragico di questa strategia porterà alla eliminazione fisica intenzionale di più di un milione e mezzo di armeni, alla luce dei più attendibili dati scientificamente assunti dalla comunità scientifica internazionale.La repressione dei cristiani armeni nell'Impero ottomano era cominciata in verità diversi anni prima. Già alla fine dell'Ottocento, nel momento in cui all'interno dell'Impero ottomano la vivace intraprendente minoranza cristiana si era organizzata per ribellarsi alle condizioni anacronistiche di "dimmithudine" (la sottomissione giuridica a discriminazioni dei diritti di libertà, politici, economici, praticate dai sistemi politici islamici verso le minoranze religiose cristiane in Medio Oriente da secoli) l'esercito turco si era già mobilitato.Gli storici armeni di quel periodo evidenziano che i militari di Costantinopoli uccisero con ferocia, nei quindici anni compresi fra il 1894 e il 1909, circa 200 mila persone. Uno sterminio, dunque, partito già dagli ultimi sultani, in particolare da Adbul Hamid II, che governò fino al 1909, e poi dal governo dei Giovani Turchi.Oggi la battaglia sul riconoscimento del genocidio riguarda più aspetti nell'ambito delle relazioni internazionali e della geopolitica: almeno tre.In primo luogo la legittimità della attribuzione del termine genocidio a questo stermino di massa, considerato come decisivo a livello di diritto internazionale: si consideri che il termine genocidio non nasce a seguito della Shoah ebraica della Seconda Guerra Mondiale, ma viene creato e introdotto nel diritto internazionale dal giurista accademico USA di origine polacca Raphael Lemkin, che studiò per primo negli anni ‘30 del XX secolo il dramma del popolo armeno nella Prima Guerra Mondiale.La nozione di genocidio introdotta grazie agli studi di Lemkin nella Convenzione ONU per la repressione del crimine di genocidio comprende tutte quelle condotte - uccisioni di massa, lesioni gravi, stupri, deportazioni, sottoposizione a condizioni di vita insostenibili fisicamente - miranti a distruggere in toto o in parte un gruppo nazionale, etnico, religioso, razziale.COPYRIGHT EBRAICO ESCLUSIVO SUL GENOCIDIOPer quanto paradossale possa apparire, si consideri che a livello di relazioni internazionali il termine genocidio è ancora oggetto di contesa sulla "proprietà esclusiva" del termine: un esempio è il discorso di memoria storica fortemente dibattuto in seno ad Israele - sia alla Knesset, il Parlamento, sia nelle accademie - sulla questione di esclusiva del genocidio ebraico e sulla unicità della Shoah. L'Armenia ha avuto parecchi contraddittori proprio con Israele al riguardo, contestando la pretesa israeliana al "copyright" esclusivo sulla tragedia del genocidio in forma di Olocausto nazista.Ciò vale pure per i criminali tragici misfatti compiuti dai regimi totalitari comunisti nel XX secolo: dall'Unione Sovietica alla Cambogia alla Cina, le responsabilità precise dei vertici politici, militari, di questi funesti leader - da Lenin a Stalin a Krushev, da Mao Ze Dong ai Khmer Rossi - tendono a non essere ricomprese nella qualifica di genocidio da parte dei governi che si sono succeduti agli stessi regimi.Così accade in Turchia: la reazione furibonda della Cancelleria turca a questo preciso atto d'accusa USA, tradisce l'impronta islamista-nazionalista che ancor oggi è la piattaforma giuridico-istituzionale che cementa le aspirazioni geopolitiche di questo scomodo alleato dell'Occidente: uno dei primi atti istituzionali che fondano la moderna Turchia in cui si incarna Erdogan è il Patto nazionale del 1920 dei Giovani Turchi, che afferma che il popolo turco ha una comune radice musulmana ed ottomana, che la rende unita per religione, razza e finalità.La Turchia vive oggi - con riferimento al mancato riconoscimento del genocidio armeno - la paradossale condizione dell'impianto costituzionale del proprio Stato, un mix di totalitarismo di evidente impronta islamista che confonde religione, Stato e società civile in un'unica definizione giuridica, e di esasperato nazionalismo panturanico che qualifica come nemico della nazione tutto ciò che proviene dall'Occidente: basti considerare che il Codice Penale turco prevede il reato di "offesa alla nazione turca" nei confronti di chiunque osi attribuire al governo turco di allora la responsabilità del presunto genocidio: le responsabilità giuridiche e politiche del milieu islamico ed islamista nei confronti dell'Occidente sono evidenti, il dialogo tra civiltà non è unilaterale se non esiste piattaforma identitaria condivisa su cui ragionare.Nota di BastaBugie: Leone Grotti nell'articolo seguente dal titolo "Genocidio armeno. Più Erdogan strepita, più si rivela debole" spiega perché Erdogan attacca Biden per il riconoscimento del genocidio armeno. Ma va detto anche che alle parole non seguono i fatti perché l'economia della Turchia è troppo fragile.Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 27 aprile 2021:Il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno da parte di Joe Biden ha mandato su tutte le furie Recep Tayyip Erdogan. Il "sultano" ha intimato agli Stati Uniti di «rivedere immediatamente questo passo falso». Ha spiegato che il riconoscimento «avrà effetti devastanti sulle nostre relazioni bilaterali». Ha aggiunto che i rapporti con gli Usa «sono danneggiati come mai prima d'ora». E poi non ha fatto nulla di concreto, svelando l'estrema debolezza della Turchia.Il presidente turco sa di non potersi permettere sanzioni contro gli Stati Uniti per non indebolire ulteriormente un'economia già fragile e inimicarsi l'alleato Nato. Al contrario di quanto fatto in precedenza, non ha nemmeno ritirato l'ambasciatore, dimostrando ancora una volta l'inconsistenza delle minacce di Ankara. Al di là delle dichiarazioni di fuoco, infatti, più Erdogan urla più dimostra di essere debole.Quando nell'aprile 2019 la Camera dei deputati italiana riconobbe il genocidio armeno, Ankara si infuriò e ritirò il proprio ambasciatore. La stessa cosa fece nel 2015, quando fu papa Francesco a esprimersi sul genocidio. In entrambi i casi, gli ambasciatori tornarono al loro posto dopo pochi mesi.Erdogan sa che l'economia della Turchia è fragile. L'inflazione a marzo è cresciuta per il sesto mese consecutivo, aumentando il costo delle importazioni, a causa del continuo deprezzamento della lira. Nell'ultimo anno la lira turca ha perso più di un quinto del suo valore rispetto al dollaro americano. Ecco perché Ankara non può permettersi di protestare seriamente per il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Biden.Parlare di genocidio armeno in Turchia è un reato punito dall'articolo 301 del codice penale. Ma lo sterminio di 1,5 milioni di armeni tra il 1915 e il 1917 è un fatto storico confermato da decine di migliaia di documenti ufficiali. Persino Hasan Cemal, nipote di quel Djemal Pasha che fu uno degli architetti del genocidio, ha scritto un libro intitolato 1915. Genocidio armeno, tradotto in Italia da Guerini. Nel libro si legge: «Finché noi turchi non prendiamo coscienza di ciò che è avvenuto, non potremo fare pace col nostro passato e considerarci una nazione con una storia».THE PROMISE (2016): IL MIGLIOR FILM SUL GENOCIDIO ARMENOPer sapere tutto sul film, che vede tra i protagonisti Christian Bale (ha interpretato Batman nella trilogia), visita il sito FilmGarantiti.ithttp://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=72
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I francescani che hanno combattuto per Cristo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6553I FRANCESCANI CHE HANNO COMBATTUTO PER CRISTO di Roberto de MatteiI serafini sono il primo coro della gerarchia angelica, gli angeli più vicini al trono divino, dove cantano incessantemente la gloria di Dio. Lo spirito serafico è un ardente amore di Dio che si esprime però in quello spirito di pace, tranquillità e letizia che ha caratterizzato soprattutto san Francesco, il "padre serafico" per eccellenza e i suoi discepoli.Lo spirito serafico che caratterizza la Chiesa trionfante, non è in contrasto con lo spirito guerriero che caratterizza la Chiesa militante. La vita del cristiano infatti è lotta. Il combattimento cristiano, è prima di tutto un atteggiamento spirituale, che comprende la possibilità della guerra giusta e perfino della "guerra santa".Questi concetti vengono riportati alla luce da un bel volume, di cui consiglio la lettura, che ha per titolo: Guerrieri serafici. [...]I due autori ricompongono un binomio troppo a lungo separato nell'ultimo mezzo secolo: la guerra e la santità. Si tratta di una raccolta di racconti di pace e di guerra, non fantasiosi, ma autentici. Le storie dei "guerrieri serafici" sono rigorosamente basate sui documenti, anche se presentate nella maniera avvincente che si addice ai romanzi. Alla fine di ogni racconto, il lettore trova una nota bibliografica che gli permette di controllare e approfondire le vicende narrate.Si parte dall'incontro di san Francesco d'Assisi, con il sultano Al Khamil, durante la Quinta Crociata. I due sacerdoti, basandosi sulle fonti francescane, ricostruiscono il colloquio tra Francesco e il Sultano, che rimase profondamente colpito dal coraggio con cui il santo di Assisi lo invitava alla conversione. La milizia serafica era di ordine spirituale, ma Francesco era un santo dal cuore guerriero e l'impegno costante dei francescani nelle crociate - dal XIII al XVII secolo - si colloca interamente sulla scia dello spirito del Fondatore.Un cuore altrettanto forte mostrò santa Chiara, che fece fronte all'assalto dei saraceni al convento di San Damiano ad Assisi nel 1239.Contro i musulmani giganteggiano poi san Giovanni da Capestrano, condottiero a settant'anni dell'esercito cristiano a Belgrado (1456), e il padre Anselmo da Pietramelara, il cappuccino che con forza soprannaturale salvò la nave ammiraglia pontificia a Lepanto (1571). Singolare e affascinante è la figura di padre Angelo di Joyeuse, che uscì dal chiostro per salvare la Francia dagli Ugonotti. Egli era, al secolo, il duca Enrico di Joyeuse, un valoroso gentiluomo della corte di Enrico III, sposato con la virtuosa Catherine de Nogaret de La Valette, figlia del duca di Epernon. Quando la moglie morì prematuramente, Enrico voltò le spalle al mondo ed entrò in un convento di cappuccini, con il nome di padre Angelo. Qualche anno dopo, mentre la Francia era insanguinata dalla guerra religiosa, la Lega cattolica si trovò senza un capo. Ci si rivolse a lui: nessuno, quanto l' ex-duca di Joyeuse, aveva tanta autorità e conoscenza dell'arte di militare e di governo. Un breve del papa Innocenzo IX, che autorizzava il cappuccino ad uscire dal convento, sciolse i suoi ultimi dubbi. Padre Angelo divenne il capo della Lega Cattolica, combatté, vinse, negoziò l'accordo con Enrico IV, fu creato maresciallo e Pari di Francia, e infine, nel 1599, ritornò nel suo convento. Ebbe fama di grande predicatore e direttore spirituale e morì il 28 settembre 1608 a Rivoli.Grazie a un altro cappuccino, san Lorenzo da Brindisi, nell'ottobre del 1601 la vittoria contro i Turchi arrise alle forze cristiane ad Albareale, città fortificata nella bassa Ungheria, dove erano incoronati i sovrani magiari. Cappuccino fu anche il beato Marco d'Aviano, che animò e guidò i combattenti cristiani nella liberazione di Vienna del 1686.Meno conosciuto è il francescano fra Luka Ibrišimović, soprannominato "il Falco", un frate croato che, il 12 marzo 1680, spada in una mano, rosario nell'altra, sconfisse i turchi sulla collina di Sokolovac vicino a Požega, storica capitale della Slavonia, in Croazia. Oggi davanti alla cattedrale della cittadina, un monumento eretto nel 1893 lo raffigura mentre vittorioso calpesta la mezzaluna islamica.Poco note sono anche le incredibili avventure del francescano Fra Gereon Goldmann, veterano della Wehrmacht, che nel 1943, non ancora sacerdote, assicurò i conforti religiosi a migliaia di feriti. La sua autobiografia è stata tradotta in italiano con il titolo Missione SS. Un frate tra i nazisti (San Paolo, Milano 2008), ma il titolo è improprio, visto che Fra Gereon fu espulso dalle SS per la sua fede cattolica e divenne un membro della resistenza tedesca contro Hitler.A mò di conclusione i due autori pongono san Massimiliano Maria Kolbe e la Milizia dell'Immacolata fondata a Roma nel 1917 per combattere la massoneria e tutti i nemici della Chiesa. Essi ne raccolgono lo spirito in questo libro dedicato "a tutti coloro che lavorano e soffrono per la ricostruzione di un francescanesimo militante sotto le insegne dell'Immacolata".La Chiesa non ha mai professato il pacifismo. Oggi si confonde la pace, che è l'ordine della legge naturale e divina, con il pacifismo, che è un atteggiamento di rinuncia alla Verità e alla lotta per affermarla. Pacifici, ma non pacifisti, furono i guerrieri serafici: guerrieri senza odio, guerrieri mossi dall'amore di Dio e pronti per questo amore a fare l'olocausto della propria vita.Oggi più che mai abbiamo bisogno di guerrieri disposti a combattere e a morire per Cristo in un mondo che gli volta le spalle.Nota di BastaBugie: il libro di cui si parla nell'articolo è Guerrieri serafici (Tabula Fati, Chieti 2021). Il libro è dovuto alla penna di due giovani sacerdoti francescani, padre Ambrogio Maria Canavesi e padre Lorenzo Maria Waszkiewicz, italiano il primo, polacco il secondo, ottimamente ferrati entrambi nelle scienze storiche.Per ordinare il libro, clicca qui! https://www.edizionitabulafati.it/guerrieriserafici.htm
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Il medioevo esaltava ovunque la bellezza
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6522IL MEDIOEVO ESALTAVA OVUNQUE LA BELLEZZAI medievali non avrebbero mai concepito l'idea del museo perché la bellezza è necessaria e non può essere separata dalla vita reale e quotidiana (DOPPIO VIDEO: Il duomo di Siena e l'importanza della donna)di Corrado GnerreI medievali non solo amavano la bellezza, ma la ritenevano in un certo qual modo necessaria. Pensiamo alle cattedrali gotiche. Le guglie venivano fatte benissimo fino alla cima, adornate di disegni e di decorazioni che nessun uomo avrebbe mai potuto ammirare, ma solo viste da Dio e... dai piccioni.Un particolare, questo, che solitamente non viene messo in risalto, ma che è di grande importanza per capire come i medievali intendessero la bellezza. Per loro, infatti, la bellezza non era qualcosa che necessitava di esser vista, ma qualcosa che necessitava e basta. Ci spieghiamo meglio. I medievali non pensavano che a dover decidere se la bellezza fosse tale o meno dovesse essere il giudizio dell'uomo, ma che la bellezza fosse tale in quanto bellezza, indipendentemente dall'osservazione e dal giudizio dell'uomo.Questa mentalità si coglie anche in un altro elemento: i medievali non avrebbero mai concepito l'idea del "museo", che invece, non a caso, nacque con il razionalismo del XVIII secolo. La bellezza - pensava l'uomo medievale - è talmente necessaria che deve essere nella realtà, nella vita, non può essere separata dalla quotidianità, bensì in un certo qual modo deve "informare" (nel senso letterale di "dare forma") l'esistere di ognuno.Alla base dell'idea moderna di "museo" vi è invece la convinzione che la bellezza sia un prodotto di una particolare elaborazione intellettuale del soggetto, un'elaborazione pensata partendo da un distacco dalla vita, come se il vero artista dovesse necessariamente alienarsi, staccarsi, emanciparsi dal vivere per immergersi in una sorta di delirio dell'immaginazione in cui la costruzione puramente intellettuale svolgerebbe un ruolo non solo protagonistico ma anche esclusivo. Insomma, l'arte staccata dal vivere quotidiano, relegata in una sorta di "riserva" per farsi vedere e sottoporsi ad un giudizio di un'élite.Insomma, nella cristianità medioevale vi era l'obbligo di fare cose belle; anche le cose utili dovevano essere belle; e la stessa bellezza aveva una sua utilità.E a proposito di quanto si pretendesse che le cose venissero fatte bene non tanto per gli altri, né tantomeno per se stessi, ma per la bellezza in sé, il poeta Charles Peguy, nel suo Il denaro, ci ha lasciato queste belle parole: "Abbiamo conosciuto un onore del lavoro identico a quello che nel Medio Evo governava le braccia e i cuori. Proprio lo stesso, conservato intatto nell'intimo. Abbiamo conosciuto l'accuratezza spinta sino alla perfezione, compatta nell'insieme, compatta nel più minuto dettaglio... Ho veduto, durante la mia infanzia, impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali... La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso... Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé in sé nella sua stessa natura." E Van Loon, celebre storico delle idee, scrive nel suo famoso Le arti: "(...) un francese o un italiano del Duecento o del Trecento avrebbe scosso il capo perplesso, se qualcuno avesse espresso seri dubbi circa l'utilità di esser circondati da cose belle." San Tommaso d'Aquino -colui che è il vertice del pensiero medioevale- scrive: "(...) belle sono le cose , anche fatte bene dall'uomo, che, anche soltanto viste e sentite, comunque cognite, danno gioia." E già sant'Agostino aveva sentenziato nel De musica: "Che altro si può amare se non le cose belle?"Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 6 minuti) dal titolo "La donna è il fondamento della famiglia" viene spiegato, con l'importante riferimento alla costruzione delle cattedrali medievali, il ruolo "invisibile" e allo stesso tempo fondamentale di una madre di famiglia.
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I documenti provano che Gesù è nato il 25 dicembre
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6402I DOCUMENTI PROVANO CHE GESU' E' NATO IL 25 DICEMBREdi Luca Del PozzoPadre Antonio Spadaro, intervenendo sul Fatto quotidiano del 1° dicembre a proposito della Messa di Natale, osserva che ciò che conta a livello simbolico non è «l'orario esatto - che sia la mezzanotte o qualunque altra ora - ma il fatto che si celebri quando non c'è luce, quando è buio. E questo proprio per rendere evidente il senso simbolico della festa. Tuttavia la Messa non è la "Messa di mezzanotte", ma "della notte". Se si comprende il ragionamento, si comprende pure che la celebrazione della notte che dovesse svolgersi quando è buio, ma in un orario precedente alla mezzanotte, non fa di certo "nascere" Gesù in anticipo».Tutto giusto. A patto però di non ridurre la celebrazione del Natale ad un qualcosa di meramente simbolico. E questo perché con buona pace del "fastidio" di san Clemente Alessandrino citato in apertura da padre Spadaro, oggi possiamo affermare che la festa, anzi la solennità del Natale ha un fondamento storico sicuro. Che poi questo al semplice credente importi poco o nulla ai fini di ciò che il Natale significa, può anche essere. Ma, intanto, è tutto da dimostrare che le cose stiano effettivamente così; inoltre, e cosa più importante, in questa come in altre occasioni bisogna fare attenzione a maneggiare con estrema cura la materia del contendere onde evitare di far passare il messaggio - caro a certa esegesi che fin troppi danni ha fatto avendo voluto distinguere tra il "Gesù della storia" e il "Cristo della fede" - che il cristianesimo sia ultimamente basato sull'aria fritta, che non abbia cioè alcun fondamento storico. Il che, tanto per essere chiari, è falso.IL CULTO PAGANO DEL NATALIS SOLIS INVICTITornando al Natale, la vulgata - confermata dallo stesso padre Spadaro - vuole che tale festa fosse in origine un culto pagano, quello del Natalis Solis Invicti, che cadendo in coincidenza col solstizio d'inverno celebrava la nascita del nuovo corso solare. Solo in seguito la Chiesa sostituì il culto pagano del sole nascente con la festa della nascita del nuovo sole dell'umanità, cioè Gesù. Questa, ridotta all'osso, la "storia" del Natale che ci è stata insegnata.In realtà, come documentò per primo il grande liturgista Tommaso Federici che ne scrisse sull'Osservatore Romano alla vigilia di Natale del 1998, le cose stanno diversamente; ed oggi, anche grazie ai documenti di Qumran, è possibile affermare che Gesù nacque realmente un 25 dicembre. La scoperta si deve soprattutto ai lavori di due specialisti, Annie Jaubert e Shemariahu Talmon. In breve: se Gesù è nato il 25 dicembre, il concepimento deve essere avvenuto, ovviamente, nove mesi prima. E non a caso il calendario cristiano pone al 25 marzo l'Annunciazione a Maria. E l'evangelista Luca ci dice anche che giusto sei mesi prima era stato concepito Giovanni Battista, il precursore. Quel concepimento, che non viene ricordato nella Chiesa d'Occidente, le antiche Chiese d'Oriente lo celebrano solennemente tra il 23 e il 25 settembre, appunto sei mesi prima dell'Annunciazione a Maria.Ci sarebbe dunque una successione di date logica, e in effetti è giusto dal concepimento di Giovanni che bisogna partire. Il Vangelo di Luca si apre con la storia di Zaccaria ed Elisabetta, ormai rassegnata alla sterilità. Sempre da Luca sappiamo che Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia, e che quando ebbe l'apparizione «officiava nel turno della sua classe». Ora si ha che i sacerdoti nell'antico Israele erano divisi in ventiquattro classi le quali, dandosi il turno con una cadenza fissa, prestavano servizio liturgico nel tempio per una settimana, due volte l'anno. Si sapeva anche che la classe di Zaccaria, quella di Abia, nell'elenco ufficiale era l'ottava, senza conoscere però quando cadevano i suoi turni di servizio.E QUI ENTRA IN GIOCO IL PROFESSOR TALMONUtilizzando anche studi e ricerche di altri specialisti, e lavorando, soprattutto, sui testi esseni di Qumran, lo studioso ebreo è riuscito a precisare in quale ordine cronologico si susseguivano le ventiquattro classi sacerdotali. A quella di Abia toccava, come le altre, il servizio liturgico al Tempio due volte l'anno, ed una di quelle volte capitava proprio nell'ultima settimana di settembre: le Chiese orientali avevano dunque ragione a celebrare tra il 23 e il 25 settembre l'annuncio a Zaccaria. Ragione che presto è diventata certezza, perché in seguito gli studiosi, sulla scia delle scoperte di Talmon, hanno saputo ricostruire la genesi di quella antica tradizione giungendo alla conclusione che essa proveniva direttamente dalla Chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme.Ecco allora che ciò che sembrava leggendario e mitologico, d'incanto assumeva nuova luce e credibilità. Questa, dunque, la successione dei fatti, disposti su un arco temporale di quindici mesi: in settembre l'annuncio a Zaccaria e il concepimento di Giovanni; a marzo, sei mesi dopo, l'annuncio a Maria; a giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; infine sei mesi dopo, il 25 dicembre, la nascita di Gesù. In conclusione: fissando in quel giorno la festa del Natale del Signore, la Chiesa non ha fatto una scelta arbitraria dettata da motivi pastorali o, peggio ancora, politici. Come scrisse Federici, «quando la Chiesa celebra la nascita di Gesù nella terza decade di dicembre, attinge all'ininterrotta memoria delle prime comunità cristiane riguardo ai fatti evangelici e ai luoghi in cui accaddero... il 25 marzo e il 25 dicembre per l'annunciazione del Signore e per la sua nascita non furono arbitrarie, e non provengono da ideologie di riporto».LA FEDE NON SI FONDA SULLE FAVOLEA riprova che la fede non si fonda sulle favole ma, appunto, su fatti storici. Quanto al significato del Natale, il Credo che in ogni Messa viene professato dice una cosa tanto precisa quanto spesso e volentieri dimenticata: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». Per noi uomini e per la nostra salvezza: il Natale - questa festa che ogni anno che passa assume sempre più la triste ritualità di un lavacro collettivo delle coscienze ricoperto da una massiccia coltre di sentimentalismo e di buonismo peloso un tanto al chilo, ovviamente in chiave anti-consumistica perché, chiaro, il Natale o è povero o non è - ad un uomo che ha scelto di vivere etsi Deus non daretur e che ora si ritrova terrorizzato a causa di un virus neanche troppo pericoloso, viene a ricordare una cosa che suona inaudita e scandalosa (e infatti l'abbiamo disinnescata smontandola pezzo dopo pezzo), ossia che abbiamo bisogno di essere salvati.Ma non dal Covid-19, che al massimo può uccidere il corpo. E qui la musica cambia. Salvati? E da cosa, esattamente? Ancora con la vecchia storia dell'inferno e della dannazione eterna e dei diavoli che ci tormentano coi forconi? Suvvia, non scherziamo. Piuttosto, vedete di sanificarle le feste, che almeno torna utile a tutti.In effetti, se uno guarda a certi dibattiti teologici o a certa omiletica (che se possibile la fede te la toglie anziché confermartela) gli indizi che la salvezza sia scomparsa dai radar sono più d'uno. Al punto che ampi settori ecclesiali sembrano essere più interessati alla salvezza dell'economia che non all'economia della salvezza. Come se Cristo si fosse lasciato maciullare così, perché ciascuno viva come meglio può sapendo che all'occorrenza, tranquilli, la Chiesa che accompagna gli uomini e le donne del suo tempo nella loro fatica quotidiana c'è e ci sarà sempre; o magari per un mondo più giusto («i poveri li avrete sempre con voi», do you remember?), più equo e solidale, più salubre, con pari opportunità per tutti, più buono. Non perché dopo la morte esiste qualcosa di veramente orribile, come reale possibilità per ogni uomo, no. Ma tant'è. Come tanti altri fenomeni, anche la progressiva secolarizzazione del Natale viene da lontano.IL CARDINALE RATZINGERIn una straordinaria omelia del 25 dicembre 1978, l'allora cardinale Ratzinger aveva intravisto con estrema lucidità quello che stava succedendo e che sarebbe accaduto, e per questo va la pena riportarne un ampio stralcio:«Oggi nella cristianità questi dogmi non contano più molto. Ci sembrano troppo grandi e troppo remoti per poter influenzare la nostra vita. E ignorarli o non prenderli troppo in considerazione, facendo del figlio di Dio più o meno il suo rappresentante, sembra essere quasi una specie di "trasgressione perdonabile" per i cristiani.Si adduce il pretesto che tutti questi concetti sono talmente lontani da noi che non riusciremmo mai a tradurli a parole in modo convincente e in fondo neppure a comprenderli. Inoltre ci siamo fatti un'idea tale della tolleranza e del pluralismo, che credere che la verità si sia effettivamente manifestata sembra essere nientemeno che una violazione della tolleranza.Però, se pensiamo in questo modo, cancelliamo la verità, facciamo dell'uomo un essere a cui è definitivamente precluso il vero e costringiamo noi stessi ed il mondo ad aderire ad un vuoto relativismo. Non riconosciamo quello che di salvifico c'è nel Natale, che esso cioè dà la luce, che si è manifestata e si è rivelata a noi la via, che è veramente via perché è la verità.Se non riconosciamo che Dio si è fatto uomo non possiamo veramente festeggiare e custodire nel nostro cuore il Natale, con la sua gioia grande che si irradia oltre noi stessi. Se questo fatto viene ignorato, molte cose possono funzionare anche a lungo, ma in realtà la Chiesa comincia a spegnersi a partire dal suo cuore. E finirà per essere disprezzata e calpestata dagli uomini, proprio nel momento in cui crederà di essere diventata per essi accettabile».LA VERITÀ SI È MANIF
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Muore Sean Connery... Si torna a parlare de Il nome della rosa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6343MUORE SEAN CONNERY... SI TORNA A PARLARE DE IL NOME DELLA ROSAIl celebre romanzo di Umberto Eco è ideologico, anticattolico e storicamente falsodi Corrado GnerreIn occasione della morte del celebre attore Sean Connery, si è tornati a parlare de Il nome della rosa, il celebre romanzo di Umberto Eco. Se ne è tornato a parlare perché la sua traduzione filmica del 1986 vide come interprete del protagonista (fra Guglielmo di Baskerville) proprio il celebre attore scozzese.Va ricordato che il celebre romanzo di Umberto Eco (1932-2016) non è affatto un romanzo storicamente attendibile, ma solo spudoratamente (consentiteci questo avverbio) "ideologico". Un'ideologia del peggiore, anticattolico, neo-illuminismo.Il nome della rosa può essere, al limite, considerato un romanzo storico, nel senso che alcuni suoi personaggi sono storicamente esistiti, ma non certo un romanzo storicamente attendibile.Prima di tutto non lo è per come vengono raccontati certi personaggi realmente vissuti. Per esempio, il domenicano, inquisitore, Bernardo Gui (1261-1331) fu uomo colto, mite e clemente, tutt'altro da come viene descritto nel romanzo e soprattutto nel film del 1986.Ma veniamo al dunque e vediamo di capire brevemente perché Il nome della rosa è un romanzo ideologico.LA TRAMAIn un monastero benedettino avvengono degli omicidi. Per risolvere il mistero, l'abate chiama un frate francescano, Gugliemo di Baskerville (Baskerville, dal famoso "giallo" Il mastino di Baskerville della serie di Sherlock Holmes. Eco infatti era un ammiratore di sir Arthur Conan Doyle, il creatore del celebre detective).Questi scopre che a morire sono monaci che nella biblioteca erano venuti in contatto con un misterioso libro imbevuto di veleno. In realtà, si trattava del secondo libro della Poetica di Aristotele, in cui il celebre filosofo parla positivamente della commedia e quindi dell'allegria.L'assassino è il bibliotecario, un anziano monaco, chiamato venerabile Jorge, il quale decide di continuare a tenere all'oscuro il libro di Aristotele affinché non si alterasse l'immagine che il medioevo voleva dare del filosofo. Un immagine seriosa e oscurantista, compatibile con una cultura, come quella cattolico-medioevale, che sarebbe stata altrettanto seriosa e oscurantista, ovviamente secondo le convinzioni neo-illuministe.Ci sono dunque due elementi molto importanti che dimostrano l'inattendibilità del romanzo. Il primo è la presunta avversione medievale verso l'allegria; il secondo l'intento censorio della cultura monastica. AVVERSIONE VERSO L'ALLEGRIA E CENSURA DEI TESTI SCOMODIIl medioevo sarebbe stata un'epoca "seriosa", intollerante nei confronti dell'allegria. Grande sciocchezza!Se c'è stata un'epoca amante dell'allegria questa è stata appunto il medioevo. Ci sono tanti segni che lo dimostrano. Solo alcuni esempi.I medievali aggiunsero ufficiosamente un ottavo peccato capitale: la tristitia. Avevano ben capito che il cristiano, malgrado le prove della vita, non può mai assecondare la tristezza.I medievali avevano un atteggiamento positivo nei confronti della vita che dimostravano attraverso varie espressioni artistiche, fra cui anche l'amore per il forte contrasto cromatico che contraddistingueva i dipinti, le vetrate delle cattedrali, l'araldica, il vestiario, le miniature, ecc.Nel medioevo il suicidio era pressoché inesistente.Ma poi, a tagliare la testa al toro, come si suol dire, è ciò che scrive san Tommaso d'Aquino (1225-1274), massima espressione della filosofia e teologia di questo periodo, il quale nella II-II, questione 168, della Summa, citando sant'Ambrogio, dice che l'uomo equilibrato deve avere un volto sorridente. Se non è così, questi potrebbe nascondere un vizio.L'altro elemento che dimostra l'inattendibilità de Il nome della rosa è la convinzione secondo cui la cultura monastica avrebbe svolto un opera di censura nei confronti della cultura classica, trasmettendo ciò che è più o meno compatibile con il Cristianesimo, censurando ciò che è invece incompatibile.Ora - diciamolo francamente - qui siamo su un'affermazione che è talmente errata da essere da "matita blu".Si sa che le opere letterarie del mondo classico sono arrivate a noi grazie alla mediazione della cultura monastica. Ora, se i monaci avessero voluto fare ciò che indirettamente sostiene Eco nel romanzo, noi dovremmo conoscere solo opere del mondo classico edificanti. Ciò che invece non è. Si pensi che il XIII secolo è stato definito dagli studiosi come l'età ovidiana, perché caratterizzata da una forte riscoperta di questo scrittore latino. Ebbene, tra le opere di Ovidio, vi è anche l'Ars amandi che è un'opera inequivocabilmente licenziosa. Come mai i monaci l'hanno trasmessa ugualmente?UN ROMANZO FILOSOFICORimane però un altro interrogativo. Perché Il nome della rosa si chiama così? Cosa c'entra la parola "nome" e la parola "rosa"?Per rispondere dobbiamo necessariamente fare riferimento alla filosofia, ma cercheremo di essere quanto più semplici possibile.Nel XIV secolo entrò in crisi la scolastica (la corrente filosofica il cui vertice fu il pensiero di san Tommaso). Da questa crisi subentrò un pensiero chiamato nominalismo che affermava l'impossibilità di conoscere una verità universale, ma solo verità particolari. Da qui la messa in discussione della possibilità di dimostrare razionalmente l'esistenza di Dio e quindi anche l'esistenza di una morale universale. Pertanto si arrivò al principio della "doppia verità": un conto è ciò che farebbe conoscere la fede, altro ciò che farebbe conoscere la ragione.Ragione e fede possono anche contraddirsi. Anzi, in un certo qual modo devono contraddirsi per essere davvero se stesse. Insomma, è il sorgere del dramma della modernità, con la sua carica inevitabilmente schizofrenica.Ed ecco perché "nome della rosa". Ciò che la ragione può conoscere sono solo gli oggetti particolari, gli universali altro non sarebbero che dei "nomi" (flatus vocis: espressioni vocali). Ed ecco il nominalismo; ed ecco anche lo scetticismo moderno. La verità? Sarebbe solo un'espressione vocale e basta.E pensare che ci sono professori che pretendono insegnare ai nostri figli il medioevo con Il nome della rosa.Nota di BastaBugie: nel 2019 è uscita una nuova versione-kolossal (finanziata da RaiCinema, cioè dai contribuenti), se possibile, anche peggiore del film del 1986 con protagonista il recentemente scomparso Sean Connery. Ecco il link all'articolo che parla dell'ultima riproposizione cinematografica del libro Il nome della Rosa. A seguire due articoli su Umberto Eco autore del romanzo.LA SERIE TV ''IL NOME DELLA ROSA'' HA RIPROPOSTO I SOLITI ERRORI SUL MEDIOEVO E LA CHIESADel resto Umberto Eco, autore del libro, era relativista, anticattolico e antistorico... potevamo aspettarci qualcosa di diverso dalla nuova fiction Rai?di Rino Cammillerihttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5870UMBERTO ECO, RELATIVISTA ANTICATTOLICO E ANTISTORICO... PER QUESTO ESALTATO DAL MONDONel suo famigerato romanzo, Il nome della rosa, deturpa la verità storica su medioevo e inquisizione arrivando alla conclusione che Dio e la verità non esistonodi Aldo Vitalehttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4114MUORE UMBERTO ECO, IL FRUTTO PEGGIORE DELLA CULTURA TORINESE ED ITALIANA DEL XX SECOLOL'autore de ''Il nome della rosa'' a 22 anni abbandonò la fede e diventò un nominalista, cioè non credeva che esistano verità universali (tanto meno Dio), ma solo nomi convenzionalidi Roberto de Matteihttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4125 Titolo originale: Il nome della rosa? Un romanzo ideologico e per nulla storico!Fonte: I Tre Sentieri, 2 novembre 2020Pubblicato su BastaBugie n. 689
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A 150 anni dalla presa di Roma sono evidenti tutti i disastri del risorgimento
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6288A 150 ANNI DALLA PRESA DI ROMA SONO EVIDENTI TUTTI I DISASTRI DEL RISORGIMENTO di Angela PellicciariOramai tanto tempo fa, ventidue anni per l'esattezza, pubblicavo Risorgimento da riscrivere, un testo che ha curiosamente avuto molto successo. Curiosamente è l'avverbio esatto. E non perché ritenga che i libri che ho scritto non siano documentati, seri, e quindi meritevoli di attenzione. Ma perché, vivendo in una società pervasa fin nei suoi più piccoli meandri dalle soffocanti maglie del pensiero liberal-massonico, era semplicemente impossibile che un libro sui "fatti" del risorgimento avesse successo.D'altronde la sua stessa pubblicazione ha avuto del miracoloso: dopo aver bussato a tutte le porte, c'è voluto l'intervento di Padre Pio perché alla fine l'Ares si decidesse a pubblicare quello che è stato uno dei suoi più riusciti best seller.Lo spiraglio che si è aperto per qualche tempo una ventina di anni fa, si è nel frattempo meticolosamente richiuso e le notizie che ho raccontato in tanti libri, oggi sono in pochi a ricordarsele. E' la vita. Lo stesso Meeting di Rimini, che tanta risonanza ha dato ai miei libri sul risorgimento, da qualche anno non solo ha taciuto ma si è accodato alla versione di sempre. Quella ribadita dallo stesso presidente della Repubblica Napolitano, accolto con molta benevolenza dai vertici del Meeting.150 anni dalla presa di Roma? Sotto la presidenza Napolitano, all'epoca di Alemanno sindaco, sono stati restaurati sul Gianicolo i tanti busti dei protagonisti della repubblica romana del 1849. Cosa si celebra in quell'evento? L'aver messo la parola fine al potere temporale dei papi. Detto in altri termini, l'aver creduto di aver ucciso la religione cattolica: "Roma, la santa, l'Eterna Roma, ha parlato", scrive Mazzini in Per la proclamazione della Repubblica Romana. Cosa avrebbe detto Roma? "Roma non è dei Romani: Roma è dell'Italia: Roma è nostra perché noi siamo suoi. Roma è del Dovere, della Missione, dell'Avvenire". E quelli che non sono d'accordo? "I Romani che non lo intendono non sono degni del nome".La libertà portata ai romani da Mazzini e dai carbonari è descritta da Pio IX nell'enciclica Quibus quantisque malorum compsta durante l'esilio di Gaeta, ma è anche raccontata dal futuro primo ministro Luigi Carlo Farini ne Lo stato romano dall'anno 1814 al 1850: "Fra gli inni di libertà, e gli augurii di fratellanza erano violati i domicilii, violate le proprietà; qual cittadino nella persona, qual era nella roba offeso, e le requisizioni dei metalli preziosi divenivano esca a ladronecci, e pretesto a rapinerie".Se questo è stato l'inizio, il 20 settembre 1870 i massoni hanno continuato l'opera in piena e totale libertà.Se siamo ancora vivi è perché Pio IX e tutto il popolo cristiano hanno obbedito al Vangelo e hanno alla lettera dato l'altra guancia.TUTTI I NUMERI DI UN DISASTROL'unità d'Italia è stata realizzata dai Savoia in nome della monarchia costituzionale e dello stato liberale.È successo l'esatto contrario: sono stati violati tutti i principali articoli dello Statuto, a cominciare dal primo che definisce la chiesa apostolica, cattolica, romana, unica religione di Stato:- sono stati soppressi tutti gli ordini religiosi: a 57.492 persone è stata negata la possibilità di vivere come liberamente avevano scelto di fare;- sono stati derubati tutti i beni degli ordini religiosi (chiese, conventi, terreni, compresi archivi, biblioteche, oggetti d'arte e di culto, paramenti);- al momento dell'unificazione più di cento diocesi sono state lasciate senza vescovo;- non c'è stata nessuna libertà di istruzione;- non c'è stata nessuna libertà di stampa (è stata persino proibita la pubblicazione delle encicliche del papa);- è stato infranto il principio della inviolabilità della proprietà privata;- in nome dell'ordine morale che aveva visto la luce i preti sono stati obbligati a cantare il Te Deum e a dare i sacramenti agli scomunicati liberali. Chi non ha ubbidito è incorso in multe pesanti ed è stato condannato a 2 o 3 anni di carcere (questo stabiliva il codice di diritto penale approvato nel 1859 nell'imminenza dell'invasione);- qualche anno dopo l'unificazione sono state soppresse anche le 24.000 opere pie.CONSEGUENZE- per giustificare la violenza contro lo stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie è stata imposta una storiografia radicalmente falsa;- è trionfato l'odio per la religione cattolica;- è trionfato il disprezzo per la nostra storia e per la nostra identità (tuttora imperante);- l'1% circa della popolazione di fede liberale ha realizzato un bottino ingente alle spalle dei beni della Chiesa, cioè di tutta la popolazione;- enorme è stata la distruzione del patrimonio artistico e culturale;- il bilancio dello stato è risultato fuori controllo (all'opposto delle abitudini virtuose degli stati preesistenti);- è stata imposta una tassazione elevatissima per l'epoca;- c'è stato l'impoverimento delle fasce più povere della popolazione;- all'Italia liberale è spettato il primato della popolazione carceraria: 72.450 detenuti (il rapporto carceratiabitanti è di 138 ogni 100.000 persone in Francia, di 107 in Inghilterra, di 63 in Belgio, di 270 in Italia);- è stata realizzata una grande concentrazione della proprietà fondiaria che è aumentata del 20% nei primi venti anni dopo l'unificazione;- per la prima volta nella sua storia l'Italia è stata ridotta a colonia (economica, culturale, religiosa);- per la prima volta nella sua storia il popolo italiano è stato costretto ad un'emigrazione di massa.Nota di BastaBugie: già da noi pubblicizzati, consigliamo nuovamente i video di Angela Pellicciari. Ecco come l'autrice li presenta:In questo periodo, per ingannare il tempo, mi sono inventata quelle che ho chiamato Pillole. Piccoli video in cui parlo con semplicità e chiarezza delle cose che ho scritto. Se credete potete vederle sul mio canale di youtube. Ben 51 sono quelle che ho dedicato al risorgimento (1; 31-35; 57-102).https://angelapellicciari.com/pillole/METTERE UN VIDEO VERSIONE YThttps://www.youtube.com/playlist?list=PLxI2qyU9ZN4nlsTa-0x_wgyiLIdCxen-T Titolo originale: Porta Pia e Risorgimento, 150 anni di menzogne. Tutti i numeri di un disastro.Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18-09-2020Pubblicato su BastaBugie n. 683
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Ai mondiali del 2006 l'Italia sconfisse la Francia... ma non era la prima volta
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6228AI MONDIALI DEL 2006 L'ITALIA SCONFISSE LA FRANCIA... MA NON ERA LA PRIMA VOLTADiciamolo francamente i francesi sono cugini fino ad un certo punto. Si, tutto quello che volete: i nostri vicini, la somiglianza, la lingua neolatina, la passione per il vino e i formaggi, una cucina che non è molto differente dalla nostra (si fa per dire!). Sì, c'è tutto questo... ma i francesi sono francesi, e gli italiani sono italiani.Ci è difficile sopportare quella prosopopea sciovinista con contorno di nasino all'insù. Così come loro non sopportano la nostra superiorità storica e culturale. Questa insopportazione ce l'hanno fino al midollo e l'hanno voluta trasmettere finanche ai più piccoli: la serie di Asterix e Obelix docet.Calcisticamente non gli è andata sempre bene. Così come per noi. Nella finale degli Europei del 2000 gli azzurri di fatto dominarono, poi vennero beffati con il famoso golden gol di Trezeguet. Ma ci rifacemmo nella finale del Mondiale 2006. Accadde di fatto il contrario: i blues transalpini fecero più possesso palla e, anche senza Zidane (espulso), ce la fecero vedere brutta. Ma andò come andò e Fabio Grosso, di mestiere terzino fluidificante, divenne l'eroe nazionale.Forse l'unico match in cui il dominio territoriale sortì effetto fu l'ottavo di finale nei Mondiali del Messico del 1986, quando la banda di Platini, Rochteau e Tigana ci dette una lezione non indifferente sul piano del gioco e del risultato: 2-0 senza nessuna attenuante!Eppure tra le grandi sfide Italia-Francia ve ne è un'altra che arrise a nostro favore. Una bella lezione che va ben oltre la conquista di Cesare delle Gallie e la romanizzazione del Rodano.Nel basso medioevo la Sorbona era il top del sistema universitario della cristianità. Allora il sistema universitario funzionava in un modo molto libero e poco burocratico. Gli studenti, beneficiando di un'unificazione linguistica accademica (il latino), seguivano i corsi che ritenevano più utili in diverse università dell'Europa. E nello stesso ateneo potevano decidere liberamente di seguire i corsi dei docenti che ritenevano più preparati. Ebbene, nel XIII secolo, alla Sorbona, i corsi più seguiti erano di due italiani, precisamente di un viterbese e di un ciociaro: San Bonaventura da Bagnoregio e san Tommaso d'Aquino... scusate se è poco. Ovvero, il vertice della scuola francescana e il vertice della scuola domenicana.Costoro raccoglievano una tale quantità di studenti che ci fu chi pensò di farli fuori (accademicamente parlando, s'intende), proponendo che fosse bene per i regolari (cioè per coloro che appartenevano ad ordini religiosi) non insegnare per evitare che si distraessero dalla preghiera. Ma non ci fu nulla da fare, questi due italiani erano diventati troppo famosi e continuarono a "menare la danza" della docenza e ad affascinare filosoficamente. Se volessimo utilizzare un paragone calcistico (speriamo non irriverente) è come se in una stessa squadra vi fossero contemporaneamente un Maradona ed un Pelé.San Bonaventura e san Tommaso... un bel colpo per lo sciovinismo transalpino!
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Il conflitto tra Napoleone e Papa Pio VII
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6201IL CONFLITTO TRA NAPOLEONE E PAPA PIO VII di Alvaro RealLa Chiesa e i grandi poteri non hanno mai avuto ottimi rapporti. Lo Stato Pontificio è sempre stato un luogo di conflitto. Nel 1797 Pio VI venne arrestato e deportato da alcuni rivoluzionari in Francia, dove morì tre anni dopo. Anche Napoleone ha avuto i suoi conflitti con il Successore di Pietro.Napoleone voleva estendere il proprio potere in tutta l'Europa, aspirava a creare un impero che non avesse fine e si vedeva come il grande imperatore onnipotente del continente europeo. Tutto doveva essere sotto il suo controllo e il suo potere, anche il nuovo papa, Pio VII.All'inizio Napoleone voleva essere un alleato di Roma. Non voleva agire come i rivoluzionari, ma giungere a un accordo con lo Stato Pontificio. Venne firmato un concordato, con il quale si pensava di pacificare gli animi. Nonostante questo, Napoleone portò avanti i suoi piani. Per lui il pontificato era una semplice pedina della sua strategia militare.VOLEVA UMILIARE PAPA PIO VIILa prima cosa che fece fu obbligarlo ad andare a Parigi alla sua incoronazione. [...] Ma perché Napoleone volle obbligare il papa ad assistere alla sua incoronazione? L'idea di Napoleone era trattenere il pontefice in Francia, ma desistette rendendosi conto che se il papa non fosse tornato i cardinali avrebbero pensato che aveva rinunciato e avrebbero eletto un nuovo pontefice. Fu la prima delle tensioni.Nel 1806 Napoleone minacciò il papa quando la Gran Bretagna chiese al pontefice di astenersi davanti al blocco continentale alla Francia. "Sua Santità è sovrano di Roma, ma io sono l'imperatore; tutti i miei nemici devono essere i suoi", gli scrisse.Nel 1808 le tensioni aumentarono. Le truppe dell'imperatore entrarono nella Città Eterna, e il papa si ritirò nel Quirinale. Napoleone riuscì ad annettere parte del territorio, ma voleva di più.Nel 1809 decretò l'annessione del resto dei territori e lasciò che il pontefice restasse nella sua residenza di Roma. Pio VII eseguì la condanna più grave che si può verificare nella Chiesa e scomunicò l'imperatore. Alcuni diranno che non fu una scomunica perché non citava il nome del pontefice, ma non serviva. La bolla Quam memorandum era molto chiara: "scomunicava i ladri del patrimonio di San Pietro".I rapporti finirono per rompersi, e Napoleone decise di arrestare il papa. Quando le truppe entrarono nel Quirinale, Pio VII non oppose resistenza. In quel momento il papa pronunciò la frase più famosa del suo pontificato. Gli venne chiesto se rinunciava allo Stato Pontificio e se ritirava la scomunica, ma la risposta fu netta: "Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo".PIO VII, SERVO DI DIOVenne portato a Savona, in un viaggio disumano con il quale Napoleone voleva continuare a umiliarlo. Cercò di far sì che il papa sostenesse la sua causa, ma Pio VII rifiutò i vescovi designati dall'imperatore e il suo divorzio e successivo matrimonio. Napoleone convocò un concilio a Parigi per umiliare ancor di più il pontefice, ma i vescovi appoggiarono Pio VII.La tremenda storia di Pio VII non finì qui. Venne trasferito nel palazzo di Napoleone, e nel trasferimento fu sul punto di morire. Sopravvisse a una grave malattia, e l'imperatore pensò che il papa avrebbe potuto essergli più utile se lo avesse liberato. Si sbagliava. Pio VII non si lasciò manipolare, e Napoleone lo arrestò e lo deportò nuovamente. Venne portato da un luogo all'altro, da una città all'altra.Pio VII sarebbe stato liberato dagli austriaci, e poco dopo Napoleone avrebbe abdicato. Il papa tornò nel luogo dal quale non avrebbe mai dovuto andar via: la sua residenza di Roma.Pio VII potrebbe arrivare agli altari, e forse presto sarà santo. Benedetto XVI rimase così colpito dalla sua storia, dal suo coraggio e dalla sua forza da dichiarare il "nihil obstat" e da concedergli il titolo di Servo di Dio. Attualmente nella diocesi di Savona-Noli è aperta la sua causa.Anche la storia di Napoleone è forse finita in modo positivo, o almeno strano. Esiliato nell'isola di Sant'Elena, disse del pontefice: "È davvero un uomo buono, amabile e coraggioso. È un agnello, un vero uomo, che mi fa sentire piccolo". Fu forse la conseguenza degli anni di lotte con il pontefice, della determinazione di Pio VII o di una caduta da cavallo come per San Paolo. Perché alla fine dei suoi giorni Napoleone parlò così del pontefice? Lo sa solo lui.Il fatto è che l'imperatore francese alla fine venne sconfitto. Non il suo esercito né il suo potere, ma il suo egoismo e la sua lotta personale. In esilio si convertì e abbracciò la fede. Ma questa è un'altra storia.[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti] Titolo originale: Pio VII vs Napoleone: l’imperatore contro il papaFonte: Aleteia, 7 aprile 2017Pubblicato su BastaBugie n. 674
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Enrico VIII, da difensore della fede cattolica ad eretico e scismatico
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6193ENRICO VIII, DA DIFENSORE DELLA FEDE CATTOLICA AD ERETICO E SCISMATICO di Elisabetta SalaQuando, nemmeno diciottenne, Enrico VIII ereditò il trono, l'Inghilterra gioì. Generoso e pio, era anche uno dei principi più colti della Cristianità. Sposò, per amore e non per opportunità politica, Caterina d'Aragona, principessa spagnola decisamente alla sua altezza; insieme aprirono le porte agli umanisti europei e sovvenzionarono generosamente chiese e università.Ottimo musicista, il re compose, oltre alla ben nota "Greensleeves", anche due Messe in cinque parti; alla nascita del primogenito, il sovrano andò a rendere grazie al santuario di Nostra Signora di Walsingham, una delle sue mete preferite insieme a quella di san Tommaso di Canterbury (due santuari, che avrebbe poi distrutto).Quando, nel 1511, il re di Francia minacciò il Papa di deposizione, Enrico, scandalizzato, aderì con entusiasmo alla Lega Santa che Giulio II costituì contro il francese. Certo non aspettava altro per riprendere la guerra contro il tradizionale nemico; nel suo discorso al Consiglio Privato, però, lanciò tuoni e fulmini contro l'uomo che aveva osato «lacerare la tunica di Cristo, tessuta senza cuciture». Pochi anni dopo dichiarò al Papa di essere pronto per una Crociata, se il Pontefice ne avesse indetta una.Intanto, nel 1517 scoppiò la bomba luterana. Enrico si sentì subito chiamato in causa e, lì per lì, buttò giù una bozza in difesa del Papato e delle indulgenze. Quando Lutero pubblicò il "De captivitate babylonica", Enrico si mise d'impegno e, incoraggiato dal card. Wolsey, ampliò quella bozza, redigendo l' "Assertio septem sacramentorum", il primo scritto antiluterano composto da un monarca. Dato alle stampe nel luglio 1521, quando il monaco apostata era già stato scomunicato e dichiarato fuorilegge, il libro ebbe una gran fortuna, con una ventina di edizioni, nel corso del Cinquecento, in tutta Europa. In ottobre un'edizione di lusso fu inviata a Leone X, il quale conferì al re d'Inghilterra il titolo onorifico di Defensor fidei, difensore della fede.CONTRO LUTEROIl vasto successo fu dovuto proprio al fatto che fosse un'opera piuttosto convenzionale e divulgativa, priva di finezza teologica, opera in cui si ribadiva con forza l'infallibilità del Papa, l'indissolubilità del matrimonio, la terribile gravità dello scisma. Uno degli argomenti contro Lutero si rivelò piuttosto efficace: come mai Dio avrebbe rivelato la verità solo ora e a quell'oscuro monaco tedesco, dopo aver lasciato che la Chiesa vagasse nelle tenebre per duemila anni?Lutero gli rispose con l'infamante "Contra Henricum regem Angliae" (1522), in cui, smontando alcune facilonerie di Enrico, lo mise alla berlina davanti all'Europa intera. L'ex-monaco, che certo non è passato alla storia per la raffinatezza dell'eloquio, affermò che quell'incompetente imbrattafogli del re inglese faceva parte dei «porci tomisti» e non era altro che un ipocrita ed un giullare, plebeo e ignorante.Da questo momento, forse anche più del luteranesimo, Enrico odiò con tutte le sue forze la persona di Lutero. Visto che la questione si faceva seria e intricata, non si abbassò a rispondere all'eresiarca tedesco e delegò il compito ai due migliori apologeti d'Inghilterra, John Fisher e Thomas More, entrambi fini umanisti e suoi amici personali, con i quali s'intratteneva spesso a discettare di teologia, esegesi, astronomia.L'INCREDIBILE VOLTAFACCIAChe avrebbe detto il giovane Enrico se qualcuno gli avesse profetizzato gli anni a venire, rivelandogli ch'egli avrebbe insanguinato la propria famiglia, il proprio Paese, quella Chiesa cui era tanto devoto? Che avrebbe rinnegato l'alleanza imperiale, ripudiato l'amata moglie, distrutto tutte le ottocento case religiose d'Inghilterra, intascandone i proventi? Che avrebbe presto causato la rovina e la morte di Wolsey, Fisher, More e tanti altri, che ora stimava e ammirava? Che, a causa sua, l'Inghilterra sarebbe divenuta protestante, che la confusione dottrinale avrebbe regnato sovrana, che gli inglesi avrebbero poi diffuso quel protestantesimo incerto e multiforme in tutto l'impero?Certo, Enrico non ci avrebbe creduto. Certo, lo avrebbe ritenuto impossibile. Eppure Enrico VIII si attirò la scomunica, depredò i beni della Chiesa, morì universalmente odiato. Senza, oltretutto, aver ottenuto ciò per cui aveva cominciato a buttare tutto all'aria: una successione solida (lasciò il trono a un bambino di nove anni) e l'amore di Anna Bolena (che fece decapitare dopo soli tre anni di "matrimonio").Quanto alla Chiesa scismatica che aveva creato, proibì categoricamente qualsiasi ulteriore cambiamento: la liturgia doveva rimanere in latino e guai a chi dubitasse della Transustanziazione, del celibato sacerdotale o della necessità della confessione auricolare. Ma due anni dopo la morte del re, l'arcivescovo criptoprotestante Thomas Cranmer (lo stesso che aveva illegittimamente annullato il matrimonio con Caterina d'Aragona) diede alle stampe il "Book of Common Prayer", con il quale l'Inghilterra entrava ufficialmente a far parte del variopinto caleidoscopio protestante. Peggio di così...Nota di BastaBugie: sulla vicenda dello scisma anglicano del re d'Inghilterra Enrico VIII il miglior film è "Un uomo per tutte le stagioni" che vede come protagonista il Cancelliere del Regno Tommaso Moro che si opporrà eroicamente al re perdendo prima il lavoro, poi la libertà ed infine la vita. Il film è del 1966 e all'epoca vinse 6 Premi Oscar (tra cui: miglior film, migliore regia, migliore attore protagonista, miglior sceneggiatura). Per approfondimenti sul film e per leggere la lettera di San Tommaso Moro alla figlia, clicca qui! http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=4Qui sotto puoi vedere il trailer del film "Un uomo per tutte le stagioni".https://www.youtube.com/watch?v=StMdOMqz9No
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La storia che ci hanno insegnato a scuola è sbagliata; proviamo a guardare alla realtà dei fatti senza pregiudizi e senza paraocchi
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