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Televisione - BastaBugie.it
by BastaBugie
La Tv esige un solo atto di coraggio: quello di spegnerla!
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Chuck Norris, il "duro" che non si vergognava di Gesù Cristo
VIDEO: Chuck Norris ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Q8j85-Aj_xkTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8489CHUCK NORRIS, IL ''DURO'' CHE NON SI VERGOGNAVA DI GESU' CRISTOdi Don Stefano Bimbi La morte di Chuck Norris, avvenuta in un'isola delle Hawaii il 19 marzo a 86 anni, chiude una parabola singolare: quella di un uomo di spettacolo che, pur immerso nel circo di Hollywood, non si vergognò di parlare di Gesù. E già questo, nel deserto morale dell'Occidente contemporaneo, basta a distinguerlo da un'intera folla di divi, influencer, artisti e saltimbanchi che trovano sempre il coraggio di bestemmiare il cristianesimo, ma mai quello di professarlo.Chuck Norris era protestante evangelico, ma mentre non pochi cattolici arrossiscono davanti al Vangelo, un attore di film d'azione trovava ancora la forza di dire che senza Dio la vita perde il suo ordine. In un articolo del 2008 aveva dichiarato che l'aborto «non riguarda il diritto di scelta della donna, ma il diritto fondamentale alla vita».Norris veniva da un'America in cui parole come disciplina, virilità, onore, patria e responsabilità non erano ancora state completamente consegnate alla caricatura progressista. Prima campione di karate, poi volto simbolo del cinema d'azione, costruì la propria fama tra combattimenti, giustizieri, soldati, uomini duri e inflessibili. Da The Way of the Dragon a Missing in Action, da Invasion U.S.A. a The Delta Force, fino a Walker Texas Ranger, una delle fiction più viste degli anni Novanta, incarnò un tipo umano oggi quasi proibito: il maschio che non chiede scusa di esistere.Nei trenta film nel ruolo di protagonista Chuck Norris ha incarnato precisamente quello che il mondo moderno odia: l'uomo virile, l'autorità, la morale, la difesa degli innocenti e dell'ordine che non si conserva con le chiacchiere sociologiche, ma con l'uso della forza, anche fisica, al servizio del bene. Il sistema liberal-progressista tollera tutto, tranne la normalità; assolve ogni perversione, ma non perdona la rettitudine; celebra ogni trasgressione, ma considera provocatorio un uomo che parli di Dio, di famiglia, di disciplina e di valori tradizionali. Norris, con il suo stile diretto e senza vergogna, risultava insopportabile alla mentalità contemporanea proprio perché ricordava una verità elementare: una civiltà può sopravvivere solo se conserva forza morale, senso del dovere e un riferimento superiore all'ego individuale.L'APPOGGIO AL PARTITO REPUBBLICANOAnche sul piano politico, non si allineò al catechismo laicista imposto dall'oligarchia culturale. Fu conservatore, patriottico, estraneo alle liturgie del politicamente corretto. E questo bastò a renderlo sospetto agli occhi di chi pretende di impartire lezioni di umanità mentre benedice aborto, dissoluzione familiare, corruzione dei costumi, ideologia gender e disprezzo sistematico della legge naturale. Ha sempre sostenuto i candidati repubblicani alla Casa Bianca. Nel 1984 aveva detto al New York Times di essere «un grande ammiratore di Ronald Reagan». Ha sostenuto sia Bush padre che Bush figlio. Nel 2012 si era schierato con Mitt Romney, dicendo che gli Stati Uniti avrebbero avuto «mille anni di tenebre» se Obama fosse stato rieletto. Nel 2016 si era espresso a favore di Trump che, appresa la notizia della morte ha commentato: «Chuck Norris era un bravo ragazzo. Era davvero un duro. Non avresti voluto sfidarlo, te lo dico. Era un mio grande sostenitore».Il 7 aprile 2009 pubblicò un articolo dove commentava il fatto che molte persone ignoravano le convinzioni religiose di Barack Obama lamentando «il clima di "correttezza politica" che serpeggia per l'intero paese, nel quale le persone hanno paura di manifestare le proprie convinzioni, temendo accuse di intolleranza».Pur dichiarandosi a favore della libertà di religione, scriveva che «è un dovere, e un privilegio, e nell'interesse della nostra nazione cristiana, quello di scegliere e preferire cristiani per i ruoli di governo» non dovendo dimenticare che «siamo nati come nazione cristiana». Norris non aveva paura a scrivere: «Come George Washington, non credo che un qualunque standard civile o morale potrà essere mantenuto rinunciando a un fondamento religioso», e poi sottolineava: «soprattutto, credo nei vari e tanto poetici articoli del Credo degli Apostoli: Credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo suo unico figlio», proseguendo con il testo del Credo per intero.CHI HA PAURA DI GESÙ?Tornando poi a criticare Obama scriveva: «Non c'è spazio per le esitazioni a cui abbiamo assistito nella Settimana Santa. Gesù è il suo nome, e credo che sia venuto in questo mondo per morire per i peccati dell'umanità, che chiunque creda in lui avrà la vita eterna - faccio pubblicamente questa professione di fede oggi esattamente come ritenni opportuno di farla anni fa». «Obama ha forse paura della parola "Gesù"? Io no, e spero sia lì che trovi dimora il mio cuore e la mia mente durante questo periodo in cui un miliardo di persone nel mondo vanno commemorando la sua Via Dolorosa. Piuttosto che chiederci quale sia la religione di Obama, cerchiamo di capire bene quale sia la nostra». Invitava infine i credenti a non vergognarsi della propria religione, ma anzi a proclamarla pubblicamente, come peraltro faceva lui che infatti concludeva l'articolo dicendo «Questa è l'America e questo è ciò che ancora fa di noi una grande nazione. In God we trust».Naturalmente nessuno pensi di arruolare Chuck Norris in un pantheon cattolico che non gli appartiene. Non servono agiografie sciocche, né ecumenismi sdolcinati. Un cattolico deve restare cattolico anche davanti alla morte di una celebrità che non ha avuto paura di annunciare la sua fede cristiana. Ma bisogna riconoscere che la morte di Chuck Norris non è soltanto la fine di una stagione cinematografica. È un rimprovero provvidenziale. Non a lui, che ora è consegnato al giudizio di Dio, davanti al quale ogni uomo compare nella verità nuda, senza celebrità, senza meme, senza adulazioni. Ma a noi. A noi cattolici del tempo della crisi. A noi figli di un'epoca che ha smesso di combattere. A noi, troppo spesso più preoccupati di essere tollerati dal mondo che di essere trovati fedeli da Cristo. Chuck Norris non era cattolico, ma almeno era un cristiano che non si vergognava di esserlo. E questa, nel tempo dei tiepidi, è già una condanna per molti.Nota di BastaBugie: dagli anni 2000 Chuck Norris è divenuto molto popolare tra i giovani in internet grazie a notizie inventate e volutamente inverosimili che lo fanno assomigliare a un dio. Questo filone goliardico è denominato in America "Chuck Norris facts" ed è stato diffuso in Italia da La Zanzara, il programma radiofonico di Giuseppe Cruciani. Nel seguente video si possono ascoltare alcuni esempi.
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Come Sal da Vinci a Sanremo, Bruno Mars conquista l'America
VIDEO: Risk It All ➜ https://www.youtube.com/watch?v=lY5V4hSLWY8TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8479COME SAL DA VINCI A SANREMO, BRUNO MARS CONQUISTA L'AMERICAdi Raffaella Frullone Che il pop tornasse a cantare il matrimonio non era esattamente la previsione più scontata del nostro tempo. E invece sta accadendo. Se da noi il successo del brano di Sal Da Vinci a Sanremo ha mandato in tilt l'intellighenzia liberal - che vede come fumo negli occhi quel "Per sempre sì", con tanto di stacchetto che mette in evidenza l'anello nuziale e la promessa davanti nientepopodimeno che a Dio - negli Stati Uniti sta succedendo qualcosa di molto simile, ma probabilmente di portata ben maggiore.Protagonista è Bruno Mars, con la sua Risk It All, ovvero "Giocati tutto", una ballata romantica che racconta una storia semplice quanto ormai controcorrente: una coppia che decide di sposarsi e di affrontare insieme il tempo, le difficoltà, la vita, buttando il cuore oltre l'ostacolo. Non l'amore liquido e intermittente che domina da anni la narrativa pop, non la fluidità sentimentale, ma una promessa che guarda all'eternità. C'è da dire che Mars ha già onorato l'antica arte di donarsi tutta la vita con il suo successo del 2010 "Marry you", diventato la colonna sonora di molte proposte di matrimonio, soprattutto quelle che corrono sui social, un brano vivace e orecchiabile diventato presto coreografia.In questo caso si va anche oltre, nel videoclip, in cui domina l'estetica romantica e cinematografica, ci sono alcuni dettagli che non sono passati inosservati: la location è una chiesa disseminata di statue dei santi, con una Madonna in bella vista, inoltre nei primi istanti della clip si intravedono un rosario e la Medaglia Miracolosa. Ma poi è lo stesso Mars mostrarsi seduto fuori e dentro la chiesa mentre suona la chitarra portando al collo quella stessa medaglia insieme a un crocifisso. Un immaginario esplicitamente cattolico dentro un prodotto pop globale: decisamente fuori dal comune.Naturalmente nessuno pensa che Bruno Mars stia facendo teologia. Ma il segnale culturale resta interessante: nel pieno di un'epoca che racconta soprattutto relazioni fragili e fluide, senza prospettiva sul futuro, arrivano non una ma due canzoni che mettono in musica matrimonio e fedeltà.E se da noi, dopo Sanremo, il pubblico ha trasformato il ritornello di Per sempre sì in un coro collettivo - cantato in piazza e soprattutto sui social - con Risk It All si prevede qualcosa di simile. RISK IT ALLTo hold your hand and call you mineI'm tryna be your man 'til the end of timeOh, I'll do anything, anything you ask me toI would run through a fireJust to be by your sideIf your heart's on the lineYou could take minePer tenerti la mano e chiamarti miaCercherò di essere il tuo uomo fino alla fine dei tempiFarò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa mi chiederaiCorrerei attraverso il fuocoSolo per essere al tuo fiancoSe il tuo cuore è in giocoPotresti prendere il mio.L'AMORE PUÒ DURARE IN ETERNODa Napoli a Hollywood, da Sanremo alle classifiche americane, sembra emergere lo stesso filo rosso: dopo anni di storie usa-e-getta e amori a tempo determinato, il pop ricomincia a flirtare con l'idea che l'amore possa durare. Addirittura in eterno. Forse è solo una coincidenza musicale.Oppure è il segnale di qualcosa di più semplice e profondo: anche nella cultura più disincantata resta una nostalgia ostinata per l'amore vero, quello indissolubile. E se perfino il pop ricomincia a cantarlo, forse è la volta buona che si ricominci a sposarsi.
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Non guardo Sanremo ma... ho visto una piccola luce!
VIDEO: Per sempre sì - Sal Da Vinci ➜ https://www.youtube.com/watch?v=4Q4Ga2Pb5MYTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8469NON GUARDO SANREMO MA... HO VISTO UNA PICCOLA LUCE!di Simona Bimbi Premetto che non mi siedo sul divano a guardare Sanremo da almeno 10 anni, ma di botta o di rimbalzo, quella settimana lì tutti noi qualcosa su Sanremo veniamo sempre a sapere.Quest'anno ho sentito di un balletto che tutti rifanno sui social che includeva indicare la fede nuziale... incuriosita ho scoperto che tra i concorrenti in gara c'era un certo Sal Da Vinci, che portava una canzone sul matrimonio dedicata alla moglie, sposata nel 1992. Confesso che non sapevo chi fosse il cantante, come più della metà di quelli in gara... ma d'altra parte ho passato i 40 anni e per fortuna le nuove generazioni con il microfono in mano e molto alternative mi sono più o meno sconosciute!Sal Da Vinci non è sicuramente un giovane ma ho ascoltato la sua canzone, che ha una melodia più facile per le mie orecchie e appena terminato l'ascolto ho pensato: "Che cosa fantastica sarebbe se quest'anno vincesse lui!”Sì forse porta in gara una canzonetta senza lode né infamia ma almeno che parla di una normalità che ormai pare in disuso: un uomo e una donna che si innamorano e decidono di passare insieme tutta la vita, coronando il loro sogno con un matrimonio davanti a Dio... Ma figurati, se in questo mondo così politicamente corretto può vincere una canzone così "banale"... E invece domenica ho letto che aveva vinto proprio lui!!! Non ci potevo credere!!! Non sono un critico musicale quindi le mie considerazioni non hanno un gran valore, lo so, ma in questa vittoria mi piace leggerci un urlo unanime di tutti quelli che non ne possono più di tutto questo politicamente corretto con baci saffici, uomini vestiti da donna, coppie non più coppie alla Ilary e Totti, di tutta questa musica tremendamente alternativa che, con sonorità poco piacevoli, parlano insistentemente di sesso sfrenato con chiunque, di violenza, di odio, di disperazione, ecc.Volendo essere precisi, di sesso parla anche Sal Da Vinci ("Litigare e far l’amore poi che male c’è"), ma un sesso sicuramente più sano di chi a Sanremo nel 2023 ha cantato: "Ormai nemmeno facciamo l’amore / Direi piuttosto che facciamo l’odio".E anche Sal Da Vinci parla di momenti difficili ma non con disperazione come fanno tante canzoni degli ultimi tempi ma dicendo più poeticamente: "Perché un amore, non è amore per la vita / Se non ha affrontato la più ripida salita".Poi al televoto ha preso più voti il secondo classificato? E pazienza... alle 1,00 di notte per votare possono essere svegli principalmente solo i giovani della notte a cui piace di più il secondo! Ma nelle giurie di Sala stampa e della Radio ha vinto Sal... come a dire: "Anche se noi per lavorare dobbiamo stare nel politicamente corretto... però non se ne può più nemmeno noi perché... quando è troppo è troppo!" E se è troppo per loro... figuriamoci per noi comuni mortali!!! Insomma magari mi sono entusiasmata troppo per una canzonetta ma mi auguro che Dio prenda una piccola cosa come questa vittoria per toccare il cuore di tante persone in modo da migliorare un po' questo mondo e spero che Dio premi con un matrimonio lungo chi oggi ha avuto il coraggio di cantare: Con la mano sul petto / io te lo prometto / Davanti a Dio / saremo io e te / da qui / sarà per sempre sì.
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Pippo Baudo è morto con il conforto dei sacramenti
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8290PIPPO BAUDO E' MORTO CON IL CONFORTO DEI SACRAMENTIÈ lecito sperare che si sia pentito (anche perché aveva avuto due mogli e due figli, di cui uno da una donna che non sposò mai), ma i santi sono un'altra cosa...di Lorenzo Bertocchi Sabato 16 agosto 2025 si è spento serenamente Pippo Baudo, a 89 anni, al Campus Biomedico di Roma. Attorno a lui gli affetti più cari e, come riportano le agenzie, «con il conforto dei sacramenti». Un dettaglio che rischia di passare inosservato, ma che dice più di mille necrologi: l'uomo che per oltre mezzo secolo è stato il volto stesso della televisione italiana ha concluso la sua lunga corsa affidandosi a Dio.Baudo non è stato soltanto un conduttore, è stato un simbolo. Un'icona nazionale-popolare, capace di trasformare la TV in fenomeno di costume, di dare un ritmo e un linguaggio alle famiglie italiane. Con quella sua battuta che è diventata leggenda - «L'ho inventato io!» - ricordava con orgoglio gli artisti che aveva scoperto: Lorella Cuccarini, Heather Parisi, Andrea Bocelli, Giorgia, Laura Pausini, Fiorello, Beppe Grillo. Nomi, tra i tanti, che hanno segnato musica, comicità, spettacolo, e che devono a lui la prima scintilla sotto i riflettori.Eppure, al tramonto della vita, Pippo sembra aver riconosciuto che c'è qualcuno che non poteva inventare lui: Dio. Il successo, la fama, gli amori, le platee gremite - tutto resta piccolo davanti al mistero dell'eternità. E Baudo ha voluto affrontarlo con la forza dei sacramenti, quasi un gesto di umiltà che ribalta l'immagine del mattatore assoluto.Il suo rapporto con la fede non è mai stato lineare. Celebre l'episodio dell'incontro con Padre Pio, che lo cacciò dopo aver ascoltato la sua risposta: «Sono venuto per curiosità». «Allora vattene», replicò il frate. Ma qualcosa, negli ultimi anni, sembrava essere cambiato. In un'intervista del 2020 concessa al periodico Maria con te, Baudo confidò: «Maria è nostra madre, per lei nutro amore e rispetto. È a lei che mi rivolgo nei momenti difficili». Una frase semplice, quasi sussurrata, che lasciava intravedere un legame nascosto, forse mai del tutto reciso. Forse è stato proprio quel filo con la Madre a portarlo fino all'abbraccio dei sacramenti. Fino al Figlio.Così se ne va l'uomo che ha fatto la storia della televisione italiana, capace di trasformare la TV in specchio e rito collettivo. Un uomo che ha regalato sorrisi, lanciato carriere, accompagnato le domeniche degli italiani. Ma nell'ultimo atto, lontano dai riflettori, ha scelto un gesto di fede silenziosa e potente: ricevere i sacramenti. È lì che la sua storia incontra un'altra regia, quella definitiva, che non appartiene al piccolo schermo ma all'eternità. E così, caro Pippo, noi siamo tra quelli che ti sperano finalmente davanti a quel palco infinito, dove non puoi più dire «L'ho inventato io!». Perché hai incontrato Dio.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Armani, Baudo, Acutis e Frassati tra mode ed eternità" spiega la differenza tra i "santi" del Mondo e quelli della Chiesa Cattolica.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 settembre 2025:Ci sono santi e santi. C'è Giorgio Armani e Pippo Baudo, da poco scomparsi, e Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, da poco canonizzati. I primi sono santi laici, anche i secondi, ma in un'altra accezione. Armani e Baudo sono santi pop, venerati in vita. I secondi sono santi cattolici, venerati da morti. I primi li sappiamo morti. I secondi li sappiamo morti, ma anche vivi tra noi e vivi lassù dove ci attendono. I primi non facevano miracoli, se non miracoli terreni grazie a forbici e microfoni. I secondi hanno compiuto veri e propri miracoli, hanno portato il Cielo in terra.I primi avevano il pubblico. I secondi hanno i credenti. Armani fu ed è celebrato per lo stile, il gusto, l'originalità, la ricercatezza, il lusso. Virtù del mondo e di certo non tra le peggiori, seppur virtù di superficie, scintillanti ma in sé vuote se non c'è sostanza, quella sostanza che invece ha riempito l'esistenza dei due nuovi e giovani santi. Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo viene ricordato per la professionalità, la capacità di scoprire nuovi talenti, di intercettare il sentimento nazional popolare e di inventare format che al tempo non si sapeva nemmeno che si chiamassero così. Al pubblico o non importava l'omosessualità di Armani o addirittura l'apprezzava. Così come al pubblico non importava o riteneva normale che Baudo avesse avuto due mogli e due figli, di cui uno da una donna che non sposò mai.Di contro Acutis e Frassati sono stati canonizzati perché interpreti in modo eroico di virtù quali la giustizia, la fortezza, la temperanza, la prudenza su su fino alla fede, alla speranza e alla carità. Ai credenti invece importa eccome della loro vita privata perché è questa che li ha spediti in Paradiso. Ed è questa vita privata che prima con la beatificazione e poi la canonizzazione è diventata pubblica per far sapere a tutti che se loro ce l'hanno fatta, possiamo farcela anche noi. Non tutti potranno essere il nuovo Armani o il nuovo Pippo Baudo, ma tutti potremo essere il nuovo Acutis e il nuovo Frassati, seppur a modo nostro.Le virtù post-moderne dello stilista e del presentatore li hanno consacrati come idoli dello spettacolo, seppur il Pippo nazionale era ormai da anni più che una stella cadente una stella decadente o ormai decaduta, simbolo di un'Italia che non c'è più e che mai più tornerà. Acutis e Frassati non erano ammaliati da idoli, ma da Dio. Armani vantava milioni di follower, i due giovani santi erano tra i milioni di seguaci anonimi di Cristo. L'umiltà dei due servitori di Dio li ha resi sconosciuti in vita alla massa dei loro contemporanei, seppur in vita erano già assai conosciuti da Gesù stesso. Lo stilista e il conduttore invece cercavano la fama - non certo la fama di santità - come molti, moltissimi che affollano i social nella speranza di essere seguiti, notati, ricercati, conosciuti, apprezzati, stimati. Insomma voluti bene. Carlo e Pier Giorgio invece sapevano che erano già amati dall'Amore in persona.Armani e Baudo erano personaggi, Acutis e Frassati solo persone. Il personaggio è necessariamente mondano perché piace al mondo, la persona invece è imago Dei e se l'immagine di Dio si scorge nelle sue scelte allora piace a Dio stesso. Il like che ha maggior valore al mondo.Il sarto stilista si è spento a 91 anni e l'uomo di spettacolo a 89. Acutis morì a 15, Frassati a 24. Il tempo di Dio non è il nostro. Le brevi vite di Acutis e Frassati abbracciavano già l'eternità qui in terra e dunque, verrebbe da chiedersi, perché prolungarle ancor di più? La lunga esistenza dei due vip appare oggi così fugace perché è stato l'effimero la cifra caratteristica delle loro professioni. L'imperituro e il perenne invece sono state le alte vette a cui hanno teso i due giovani santi. Questo ha donato un peso specifico alle loro brevi esistenze che non possiamo ritrovare in quelle, ben più lunghe, dei due celebrati vip appena scomparsi.Armani seguiva e dettava le mode, che per loro natura sono precarie, temporanee. Baudo fondò il suo successo nel mondo dello spettacolo, anch'esso soggetto a mode. E dunque il motivo del suo successo fu anche il motivo del suo declino. Carlo e Pier Giorgio non hanno seguito mode, ma hanno vissuto al modo di Cristo, nel tempo, ma fuori dalle tendenze del tempo perché tendevano sempre all'Assoluto. Inattuali per i loro contemporanei. Immortali come possono esserlo solo i santi.
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Attrice pornografica si converte al cattolicesimo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7758''ATTRICE'' PORNOGRAFICA SI CONVERTE AL CATTOLICESIMO di Paola Belletti«Il perdono e la misericordia di Dio sono reali. Se qualcuno distrutto e peccatore come me può essere redento e convertito, non c'è dubbio che anche chiunque legga questo possa essere salvato dalla Sua divina misericordia». Sono alcune delle parole che Bree Solstad ha "fissato in alto" nel suo account X. Fissate a fondo nella sua anima, come racconta lei stessa, sono le parole di misericordia che ha non solo ricevuto, ma effettivamente incontrato vive nella Chiesa cattolica fino al punto da desiderare, chiedere e ottenere di essere accolta tra le sue braccia materne. Sì, si tratta di un'altra storia di conversione e come tale è miracolosa.Ogni conversione è una sorta di personale apocalisse che ci rivela a noi stessi, mostrandoci l'orrore del peccato e la vastità della nostra miseria insieme alla vittoria definitiva di Cristo sulla radice di ogni male. La storia di questa giovane donna ha però qualcosa che può colpire ancora di più per il fatto che lo stile di vita che ha deciso di abbandonare definitivamente è legato a doppio filo con la pornografia: attrice e produttrice di successo, poteva contare sulla ricchezza e gli agi che le garantiva il work sex. Spazzatura, alla fine. Di questo si è resa conto durante un viaggio in Italia. Dio abita volentieri in Italia, potremmo dirci con baldanzosa umiltà, echeggiando il titolo dell'ultimo libro di Antonio Socci.UN AMORE MAI SPERIMENTATOE così, conquistata da un amore che non aveva mai sperimentato prima e consolata finalmente dalla Presenza di qualcuno che poteva guardarla con benevolenza infinita nonostante tutto il suo male, ha chiesto di diventare cattolica: il Mercoledì della Ceneri si è confessata per la prima volta e durante la Settimana Santa ha ricevuto la sua prima comunione. Come riportano ACI Prensa e Infocatolica, la svolta è avvenuta lo scorso anno: «Nel 2023 ha viaggiato in Italia, e nelle chiese vedeva sempre il crocifisso. Ma a Sorrento cominciò a vedere l'immagine della Vergine ovunque: "Sentivo che Maria mi stava chiamando in un modo molto particolare. Ogni volta che entravo in una chiesa la cercavo, potevo davvero sentire la sua presenza. Volevo salutarla e chiederle aiuto per superare la tragedia che ho sofferto"». Si riferisce a un fatto doloroso, che non ha specificato, avvenuto durante il periodo universitario e che ha contribuito ad allontanarla ancora di più dalla fede in Dio e a indurla al vizio. La giovane infatti è stata battezzata da bambina nella chiesa luterana e fino a quel momento si era definita almeno nominalmente cristiana.Nei momenti salienti della conversione di Bree vediamo i tratti distintivi della vita del credente: il disgusto per il proprio peccato, il desiderio di abbandonare definitivamente il male e la presenza costante di Maria, come colei che ci porta concretamente Cristo. E' bello dunque notare che la giovane convertita ha voluto annunciare sui social la decisione di abbandonare la pornografia e ogni forma di peccato proprio il 1° gennaio, festa della Santa Madre di Dio. «In Assisi, "sono rimasta colpita da San Francesco ma Santa Chiara mi ha commosso fino alle lacrime. Mi sono inginocchiato davanti alla sua tomba e gli ho chiesto aiuto. L'ho sentita presente e ho sentito che mi stava dicendo che avrei preso tutto il mio dolore e la mia ansia per darli a Dio", ha raccontato ad ACI Prensa.»DIO TI AMA, AMA PROPRIO TEChe gioia accorgersi che c'è qualcuno di così grande e buono in grado di toglierci di dosso tutto quel peso; una volta fatta questa scoperta difficile restare a contendersi carrube con i maiali. Bree è cambiata e da quel momento non le è più stato possibile tornare a fare quel che faceva e le dava ricchezza e potere, ne era ormai profondamente disgustata: «mi sono resa conto che non volevo più quella vita. (...) Mi sono sentita sgradevole e colpevole per il lavoro che ho fatto per un decennio. Non potevo smettere di pensare a tutte le cose che avevo fatto e a tutte le vite che avevo influenzato negativamente con la pornografia (...).» A leggere le sue parole ci si sente un po' come il figlio maggiore che sbuffa e si lamenta col padre perché per il fratello che ha sperperato metà patrimonio in bevute e bordelli ammazza il vitello grasso, mentre a noi tocca sgobbare tutti i giorni nei campi senza nemmeno un capretto da grigliare per far festa con gli amici. Peccato che non ci rendiamo sempre conto di quanto sia esaltante e gratificante avere da fare per nostro Padre, essere in Sua compagnia, aiutarlo a diffondere il Suo regno: grazie allora a tutti i fratelli impazienti che se ne vanno, sperperano e ritornano e ci danno motivo non solo per fare festa ma anche per fare memoria.Bree racconta di come si è sentita parlando a lungo con un sacerdote che le diceva quello che ci sentiamo dire spesso anche noi nelle omelie, in confessionale, durante le catechesi: Dio ti ama, ama proprio te. Per lei quelle parole sono state come «una cascata di luce» e le hanno fatto desiderare di essere migliore, di essere felice e di mostrare a tutti cosa può fare l'amore di Dio. Come molte altre testimonianze ci ricordano, ciò che fa capitolare definitivamente chi si avvicina alla chiesa cattolica per la prima volta è l'Eucarestia: «Onestamente mi sono innamorata della Chiesa cattolica. C'è una tale ricchezza nella fede. La Santissima Trinità, il Padre, Gesù, lo Spirito Santo, Maria Madre di Dio, tutti i santi ispiratori, eroici e belli, i sacramenti, la storia, la tradizione, tutto! Ma ciò che mi ha toccato di più è l'Eucaristia (...) qualcosa di così sorprendente per me con Gesù fisicamente presente».Non stupisce allora che questa sorella convertita ricordi con tanta commozione i momenti di questo primo incontro: «Questi 5 secondi rimarranno per sempre impressi nel mio cuore, nella mia mente e nella mia anima. E' il momento più bello della mia vita. La mia vita è cambiata così tanto in meglio durante questi ultimi mesi, ma impallidisce in confronto a quanto questo momento in cui ho ricevuto la mia prima Eucaristia mi ha trasformato in modo.» permanente.
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Sister Boniface, l'investigatrice del mistero che smaschera il male
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7733SISTER BONIFACE, L'INVESTIGATRICE DEL MISTERO CHE SMASCHERA IL MALE di Paolo GulisanoArriva in Italia su Rai 1 la serie televisiva Le indagini di Sister Boniface, prodotta dal 2022 dalla BBC e BritBox con il titolo originale di Sister Boniface's Mysteries. Nell'Inghilterra degli anni Sessanta, la protagonista che dà il titolo alla serie è sorella Boniface, una suora cattolica del convento di St. Vincent situato nell'immaginaria città di Great Slaughter, collocata nelle Midlands, nel cuore della vecchia Inghilterra rurale.La scelta di non tradurre il nome lasciando l'originale inglese può far sorridere, immaginando l'imbarazzo dei produttori in tempi di ipersensibilità sui temi della parità di genere. Boniface infatti significa Bonifacio, e un tempo era normale che nel mondo anglosassone le suore prendessero come nome da religiosa anche nomi maschili, con riferimento a santi particolarmente significativi. In questo caso, san Bonifacio era un monaco benedettino inglese, vissuto tra settimo e ottavo secolo, che fu il principale evangelizzatore della Germania e morì martire per mano dei pagani.Sister Boniface è una religiosa che oltre a compiere i propri doveri nella vita del convento, tra Ora e Labora (in tal senso si occupa di produrre vino) possiede un dottorato in scienze forensi che le dà le competenze per collaborare con la polizia locale in qualità di consulente della polizia locale.Molto spesso le fiction con presenza di sacerdoti e suore, lasciano abbastanza a desiderare da un punto di vista dell'ortodossia dottrinale. Il punto più basso venne raggiunto col grottesco Sister Act.SPIN OFF DI PADRE BROWNSister Boniface è ben altro, fortunatamente. Nasce come spin off della serie dei Racconti di Padre Brown, con Mark Williams nella parte del sacerdote detective creato da Chesterton. Suor Boniface infatti compare in uno degli episodi di una serie che già di per sé era apocrifa, essendo ambientata negli anni '50 (Chesterton era morto nel 1936). Le vicende della suora investigatrice hanno una collocazione ulteriore: siamo negli anni '60, e questo è di per sé molto significativo. Sono gli anni in cui la Chiesa inglese era ancora molto solida, consapevole della propria tragica e commovente storia di persecuzione.Un prete cattolico era distinguibile per la sua veste talare, e per il suo colletto definito “romano”. Il pubblico televisivo inglese aveva già avuto modo di esprimere la propria approvazione verso la serie di Padre Brown per quel tipo di Chiesa, per gli aspetti “esteriori” ma anche e soprattutto per quella dottrina, per quella visione chiara dei rapporti col mondo che la caratterizzavano prima della burrasca postconciliare. E' significativa questa nostalgia per quel mondo, ma soprattutto per quel tipo di Chiesa. Molti spettatori giovani che non la conoscevano, ne sono rimasti affascinati, scoprendo una realtà molto più interessante delle attuali strutture e attività socioecclesiali progressiste.Così come il pubblico aveva gradito la catholic way of life di Padre Brown e dei personaggi della sua serie, così sta apprezzando il personaggio di questa Sister Boniface che anch'essa indossa la veste del suo ordine, e non un tailleur come si usa adesso, che prega, che crede in Dio, che riconosce la presenza del male nel mondo e collabora per arginarlo.COZY MYSTERYQuesta serie appartiene a una sorta di sottogenere del Giallo, chiamato in inglese Cozy Mystery, ovvero un filone narrativo privo di violenza, di sesso, di aspetti spaventosi. “Cozy”, che letteralmente significa “confortevole”, è anche il rivestimento, quasi sempre fatto a mano, delle teiere. Un prodotto dello sferruzzamento di gentili anziane signore. Il Giallo Cozy è una narrazione che non vuole terrorizzare, ma vuole fare pensare il lettore, rassicurandolo che per quanto il male esista e agisca, non può avere l'ultima parola.Sister Boniface ci ricorda proprio questo. Lei non è un'assistente sociale: è una donna di fede e un'investigatrice del Mistero, come è indicato per i grandi giallisti cristiani, da monsignor Knox a Chesterton fino ad Agatha Christie, che non a caso si impegnò negli anni seguenti al Concilio perché fosse mantenuta la Messa in Vetus Ordo.Così vediamo la suora di St. Vincent operare in un mondo segnato dalla caduta, che è una questione di libera scelta: come il mondo è stato corrotto a causa di una tale scelta, così può essere riparato attraverso un buon uso della libertà. Come diceva Chesterton, «un uomo può stare sdraiato immobile e guarire da una malattia. Ma non deve stare sdraiato immobile se vuole guarire dal peccato; al contrario, deve alzarsi e balzare in piedi violentemente. Il “paziente” si trova in un atteggiamento passivo; il “peccatore” in un atteggiamento attivo. Ogni riforma morale deve iniziare con una volontà attiva, non passiva».Sister Boniface ce lo conferma. Cogliamo l'opportunità rara di vedere qualcosa di buono alla Tv.
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Hazbin Hotel, la serie tv che riabilita i demoni
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7718HAZBIN HOTEL, LA SERIE TV CHE RIABILITA I DEMONI di Stefano ChiappaloneRiabilitare gli abitanti dell'inferno per sottrarli allo sterminio ordito dal paradiso: su questo ribaltamento tra buoni e cattivi si gioca la nuova serie tv statunitense Hazbin Hotel. Appena creata per Prime Video da Vivienne Medrano (ma preceduta da un episodio pilota nel 2019), è già disponibile in italiano, accolta con grande entusiasmo, a giudicare dai commenti in margine al trailer. Una serie animata, anche se classificata dai 18 anni in su per via del linguaggio esplicito e volgare, che forse è il minore dei problemi. Quello principale è appunto la raffigurazione quasi tranquillizzante dell'inferno contrapposto a un cielo cattivo e vendicatore. È in fondo una delle mille varianti di quell'«eccessivo e insano interesse» verso i diavoli (contrapposto all'errore speculare di chi invece non ci crede affatto) menzionato da Clive S. Lewis: c'è l'interesse insano di chi si dà all'esorcismo fai-da-te (con esiti talora tragici, come la strage di Altavilla) e quello altrettanto insano di chi coltiva una familiarità quantomeno imprudente col "piano inferiore".Hazbin Hotel prende le mosse da un problema di sovrappopolazione all'inferno (con buona pace di chi pensa che sia vuoto): a risolverlo provvedono annualmente degli angeli sterminatori capeggiati da Adamo, detti anche "esorcisti" nella serie, con periodici massacri. "Poveri diavoli", dirà lo spettatore... A salvarli dalla celeste carneficina provvede la protagonista "Charlie" Stella del Mattino, figlia di Lucifero e Lilith, con la brillante idea di creare un luogo - l'Hazbin Hotel, appunto - dove demoni e dannati, che mai verrebbero accettati in paradiso, possano riabilitarsi. In questo modo potrebbero andare in cielo, invece di essere annientati. L'impresa viene condotta insieme alla sua "compagna" Vaggie (ex angelo sterminatore, ripudiato dal cielo perché, mossa a compassione di un demone, si era rifiutata di ucciderlo) e di Anthony "Angel" Dust, demone androgino, gay e pornostar, nonché primo ospite dell'hotel. Alla fine sono gli angeli a venire ricacciati in paradiso: l'esatto rovesciamento dell'invocazione con cui si conclude la preghiera a san Michele arcangelo: «ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime».L'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE ESORCISTIMa per quanto l'idea possa apparire "accattivante" al pubblico, specie ai più giovani (e forse pure a qualche teologo), L'inferno non si può redimere: lo chiarisce sin dal titolo una Nota dell'Associazione Internazionale Esorcisti, che definisce Hazbin Hotel «un pianificato stravolgimento del racconto biblico che mistifica il messaggio cristiano di salvezza e lede la coscienza del pubblico, in particolare di bambini e ragazzi». Vero, è «formalmente vietata ai minori, ma accessibile a tutti (tanto più perché animata e quindi di sicura presa sui più giovani)», presentando «un universo narrativo falso e deviante sul piano teologico, culturale e educativo». Per inciso, e a costo di essere ripetitivi, non si può fare a meno di chiedersi anche questa volta perché l'unica religione costantemente - e impunemente - presa di mira sia sempre il cristianesimo, dai programmi televisivi alla vita quotidiana, mentre ci si riempie la bocca di rispetto e tolleranza per qualsiasi credenza, fosse anche la più astrusa.Il problema principale evidenziato dall'AIE è la «normalizzazione del male», nonché la «sottovalutazione della sua reale pericolosità», ritraendo «demoni e dannati in modo umoristico». Così facendo li si rende familiari, addomesticati, inducendo nello spettatore un atteggiamento simpatetico verso gli abitanti dell'inferno, addirittura vittime di quel paradiso "cattivo" che li stermina senza pietà, quando loro in fondo vorrebbero redimersi, in «oltraggiosa e ricercata contraddizione con l'insegnamento cattolico sulla confessione, sul pentimento e la vera conversione del cuore verso Dio». Ecco il "diabolico" (è il caso di dirlo) fraintendimento inculcato dalla serie: una redenzione senza conversione. Meglio ancora, anzi, peggio ancora: senza volersi redimere. Dimenticando che se anche, per assurdo, il cielo si aprisse a demoni e dannati, sarebbero questi a non volervi entrare, in virtù di una scelta irrevocabile per il male compiuta in modo definitivo da loro stessi.L'INFERNO COME IL PAESE DEI BALOCCHIL'inferno, spiegava san Giovanni Paolo II, «è la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell'ultimo istante della sua vita», specificando che «la "dannazione" consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall'uomo e confermata con la morte che sigilla per sempre quell'opzione» (L'inferno come rifiuto definitivo di Dio, 28 luglio 1999). Una tragica realtà che questa serie tv invece "normalizza", con un ulteriore rischio, evidenziato dalla Nota dell'AIE: «La sua visione impietosita dei demoni e della loro sorte (descritta come ingiusta) può favorire una distorta concezione del peccato e incoraggiare una normalizzazione dell'occultismo, aumentando il rischio che le persone, in particolare i giovani, si avvicinino a pratiche magiche, cerchino di interagire con entità maligne fino ad aderire a una visione satanista della realtà».Conseguenze esagerate? E perché mai, se in fondo il male non fa più paura e l'inferno si trasforma in una specie di paese dei balocchi, abitato da questi diavoletti apparentemente innocui, giocando addirittura il ruolo di vittime di un Dio spietato, lui sì, il vero antagonista. Nicolás Gómez Davila scriveva che «la più grande astuzia del male è travestirsi da dio domestico e discreto, familiare e rassicurante». Così rassicurante da ribaltare la redenzione da lotta contro il male a lotta contro il bene, non con la grazia di Dio ma contro di Lui. Facile nella nostra epoca che se la ride delle "arcaiche" paure del diavolo, ma manifesta una vera e propria fobia nei confronti di Cristo.
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Perchè Sanremo è Sanremo?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7695PERCHE' SANREMO E' SANREMO? di Giuseppe De LorenzoCi hanno provato, in Rai, a non far sollevare polveroni. Speravano di sentir risuonare solo la musica, e invece come al solito strombazzano le questioni politiche. Inevitabile, o quasi, quando metti il microfono in mano a cantanti che, celandosi dietro l'immunità artistica, scambiano il palco di Sanremo per la festa dell'Unità.Nel primo vero Festival della nuova dirigenza, dopo l'imbarazzante carnevalata di anno scorso, tra baci di Rosa Chemical, letterine femministe, monologhi sul razzismo e via dicendo, la kermesse chiusasi due giorni fa era partita anche bene. Certo: c'era stato il duetto Amadeus-Mengoni sulle note di Bella Ciao e l'inutile invito ai trattori a salire sul palco, ma insomma: niente rispetto al Ballo del Qua Qua. Poi però il desiderio di visibilità degli artisti ha preso il sopravvento e nelle ultime due serate è venuto fuori tutto l'armamentario di una certa cultura sinistra: BigMama s'è rivolta alla comunità queer, Dargen D'Amico ha chiesto di fermare le bombe, Ghali ha evocato il "genocidio" a Gaza e sono pure spuntate bandiere palestinesi in diretta tv davanti a 15 milioni di persone. A nessuno, nemmeno ad Amadeus, è venuto in mente di ricordare quei ragazzi uccisi il 7 ottobre, massacrati durante un festival musicale israeliano. [...]Essere liberi non esime dal dovere di contenersi. Di capire il momento. Di decifrare il contesto. Ghali ricorda che sono anni che parla "di quello che sta succedendo nelle mie canzoni", ma questo non lo solleva dalla responsabilità di comprendere che non può "usare questo palco" come gli pare e piace. Perché la sua [...] idea sulla guerra in corso nella Striscia è parziale, da approfondire, certo non esauribile in due parole ("stop genocidio") urlate con il bamboccio di un alieno al fianco. Ma soprattutto chi vorrebbe replicare a certe esternazioni, primo fra tutti l'ambasciatore israeliano, non ha la fortuna di poter godere di 10 secondi in diretta di fronte alle telecamere più ambite d'Italia. Per di più in una tv pubblica. [...]Diverso è invece se l'artista esce dai binari, oltrepassa il motivo per cui è stato ingaggiato e scambia il Festival in un raduno di centri sociali. Cosa avremmo detto se un interprete fosse salito sul palco e avesse invocato il blocco navale anti-migranti ("diritto a non emigrare")? [...] E se Madame avesse fatto un appello a non vaccinarsi? Chiedo: il Pd, il M5S e Sinistra Italiana avrebbero difeso la sua "libertà" di espressione? [...]
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L'intervista di Tucker Carlson mostra il punto di vista di Putin
VIDEO: Intervista a Putin ➜ https://www.youtube.com/watch?v=_3TIsbTJQaITESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7697L'INTERVISTA DI TUCKER CARLSON MOSTRA IL PUNTO DI VISTA DI PUTIN di Gianandrea GaianiCon l'intervista fiume a Vladimir Putin il giornalista televisivo Tucker Carlson ha fatto arrabbiare tutti al di qua della "Cortina di Ferro", cioè in quello che ai tempi della prima guerra fredda potevamo definire orgogliosamente il "mondo libero". Ha fatto arrabbiare i colleghi, anchorman e star dei grandi media mainstream statunitensi perché ha ottenuto un incontro e una intervista con Putin che ad altri è stata negata, Non pago, giusto per aumentare la dose di bile dei colleghi che non gli perdonano né di venire dalla "reazionaria" Fox News né di essere vicino a Donald Trump, Carlson ha ottenuto da Mosca anche di poter intervistare Edward Snowden.Un'intervista non meno importante di quella a Putin tenuto conto che la fuga di Snowden, prima in Cina poi a Mosca, scatenò nel 2013 quel Datagate che raccontò al mondo intero di come gli Stati Uniti (e i britannici) spiano amici e alleati fino a controllare i cellulari di leader, capi di stato e di governo europei, i quali hanno peraltro reagito con limitate proteste formali, di fatto accettando come un fatto ineluttabile il loro stato di sudditanza. Imprese sviluppatesi peraltro negli anni dell'amministrazione Obama in cui Joe Biden era vice presidente.Tornando all'intervista a Putin, Carlson ha fatto arrabbiare anche gli editori delle testate mainstream perché la mole di visualizzazioni che ha totalizzato (oltre 100 milioni nelle prime 24 ore) ha ridicolizzato anche le più affermate testate statunitensi dimostrando che la censura posta dall'Occidente nei confronti dei media russi e delle fonti ufficiali russe non solo non serve a nulla perché non crea consenso (il sostegno all'Ucraina non gode di grande popolarità sulle due sponde dell'Atlantico) ma è contro producente perché evidenzia l'inadeguatezza delle classi dirigenti di Europa e USA, entrambe in crisi di fiducia e consensi presso le proprie opinioni pubbliche.Carlson quindi ha fatto arrabbiare anche i governi occidentali perché ha offerto una ampia vetrina a Putin che ha colto l'opportunità per raccontare, fin nei dettagli e negli aspetti storici più lontani, il punto di vista russo sulla crisi con l'Occidente e la guerra in Ucraina. Una narrazione che a tratti ha colto impreparato lo stesso Carlson, apparso in più occasioni spiazzato dai riferimenti di Putin su cui non si era documentato. Ma del resto, c'è forse un leader in Occidente tra quelli che si oppongono alla Russia a poter sostenere con argomenti efficaci un dibattito con Putin sui temi toccati nell'intervista?IL PUNTO DI VISTA DI PUTINLa vera "colpa" di Carlson è di aver mostrato il punto di vista di Mosca e di Putin, un crimine per un Occidente talmente sicuro e forte dei suoi principi da adottare un oscurantismo maccartista senza precedenti per definire fake news o disinformazione le "verità degli altri" e applicare la censura alle fonti non allineate. Se così non fosse oggi non si parlerebbe di possibili sanzioni della UE a Tucker Carlson: primo caso di un giornalista sanzionato per aver intervistato uno dei protagonisti del panorama mondiale ma che oggi non sarebbe certo sorprendente ma costituirebbe una sciocchezza enorme e un autogol.L'ostracismo verso Carlson è il modo migliore per ingigantirne ruolo e fama spalancandogli le porte di un incarico politico se alle prossime elezioni dovesse vincere Donald Trump. Meglio non dimenticare che (anche qui in Italia) i fustigatori di Carlson sono in molti casi gli stessi che avevano messo in prima pagina le liste di proscrizione dei "putiniani" o quei direttori e giornalisti che sono stati decorati dal presidente Volodymyr Zelensky per i servigi resi all'Ucraina, per non parlare delle interviste a Zelensky effettuate in totale adorazione dell'interlocutore ucraino e del tutto prive di domande scomode circa.Le critiche mosse all'intervista di Carlson riguardano quindi solo il personaggio intervistato. Qualcuno sostiene con convinzione che in guerra non si debba intervistare il nemico ma occorre osservare, sgombrando il campo da ogni ipocrisia, che se fossimo davvero in guerra con la Russia i nostri soldati combatterebbero a fianco degli ucraini ad Avdiivka o in altre aree del Donbass e sarebbe lecito attendersi che in Europa non vengano acquistati oltre 42 milioni di metri cubi di gas al giorno dalla Russia, che peraltro giungono da noi nei gasdotti che attraversano l'Ucraina.La guerra (come prima il Covid) appare quindi un buon pretesto per imporre censure, limitare la libertà d'espressione e di dissenso e vietare il confronto delle idee che ha reso grande e prospero il "mondo libero", nella speranza vana che l'opinione pubblica non si renda conto della pochezza della classe dirigente che sta guidando l'Occidente verso il baratro.Carlson del resto ha dimostrato di aver ben compreso e ragioni dell'astio nei suoi confronti: dopo aver ammesso di non essere particolarmente popolare tra i colleghi ha ribadito che la gran parte degli americani non ha capito questo conflitto se non superficialmente ed era giusto lasciare che Putin parlasse e spiegasse la sua visione del mondo perché gli americani si facessero un'idea compiuta.SONO AMERICANO E HO 54 ANNIIn termini di informazione l'intervista a Putin contiene alcuni aspetti critici: è troppo lunga, non è stata pianificata dettagliatamente nei tempi delle risposte e l'impressione è che il conduttore abbia ceduto troppo spesso il timone all'intervistato. A ben guardare aspetti abbastanza consueti nelle interviste a leader di primo piano. Inoltre non contiene elementi nuovi se non la disponibilità a uno scambio con gli USA di cittadini in carcere nelle rispettive nazioni.«Ho provato per tre anni a fare quest'intervista, ma il governo del mio Paese ha fatto di tutto per impedirmelo addirittura lavorando con i servizi, illegalmente, contro di me e questo mi ha mandato su tutte le furie» ha detto ieri Tucker Carlson, invitato sul palco principale del World Governments Summit di Dubai per raccontare la clamorosa intervista diffusa su X.«Sono americano, ho 54 anni e ho sempre pagato le tasse, eppure per tre anni il governo del mio Paese ha fatto di tutto, ricorrendo anche ai servizi segreti, per impedirmi di intervistare Vladimir Putin. Pensavo di esser nato libero e in Paese libero», aggiunge, raccontando come la CIA abbia fatto pressioni sul Cremlino per far cancellare l'appuntamento.«Non mi sarei mai aspettato che il mio Paese e la CIA, che solitamente combatte i nemici, si sarebbero rivolti contro un suo cittadino. Questo mi ha scioccato ma ha anche rafforzato la mia determinazione a fare quest'intervista: non solo per capire quale fosse la visione del mondo di Putin ma perché mi erano state date motivazioni assurde per non farla».A Dubai Carlson si è vendicato degli sgarbi subiti negli Stati Uniti «evidentemente guidati un uomo incompetente: è malato, le sue aspettative di vita sono al ribasso e questa non è un'osservazione politica. È la realtà delle cose anche se in America è giudicato sconveniente dirlo». Quanto al conflitto in Ucraina ha detto che «Putin vuole uscire da questa guerra e sarà sempre più aperto al negoziato se il conflitto durerà» ma «l'Occidente non ha mai riflettuto abbastanza su quali siano gli obiettivi concretamente raggiungibili di un negoziato: restituire la Crimea a Kiev come alcuni hanno ventilato significa non capire nulla dell'area e non avere il senso di cosa è fattibile».Parole che sembrano voler tirare la volata a Trump, che ha più volte affermato che se tornerà alla Casa Bianca concluderà il conflitto in Ucraina in 24 ore.
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Perdi la verginità? Planned Parenthood avrà un altro cliente... per questo te lo insegna
VIDEO: Le strategie di Planned Parenthood ➜ https://www.youtube.com/watch?v=OFcNoFogpSA&list=PLolpIV2TSebURQLIBppY4bAc0bO7DbkRTTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7691PERDI LA VERGINITA'? PLANNED PARENTHOOD AVRA' UN ALTRO CLIENTE... PER QUESTO TE LO INSEGNALo spot esorta i bambini a fare sesso il prima possibile in modo da aumentare gli aborti e quindi i profitti (VIDEO: Le strategie di Planned Parenthood)di Fabio Piemonte«Scegli di fare sesso secondo le modalità che preferisci, quando, dove e con chi vuoi, è qualcosa che solo tu puoi definire». È questo il messaggio sotteso al video diffuso recentemente sul social X da Planned Parenthood, uno spot per indottrinare i bambini a non aver timore di perdere la propria verginità.Il video choc mostra una pseudoinsegnante in un'aula appositamente adibita per l'educazione sessuale. Alle sue spalle c'è una scritta in lettere colorate "Sex Ed 101" e un cartellone con una parola che si ripete in colonna: «Consentito, consentito, consentito»; accanto a lei i modelli degli apparati sessuali maschile e femminile. E poi ancora uno scheletro con una maglietta che recita: «L'educazione sessuale è potere», tipico slogan ideologico postsessantottino. Nel video scorrono immagini con disegni allusivi ed emoji accattivanti (una pesca, le labbra e alcune goccioline) per catturare l'attenzione dei più piccoli e fare così in modo che siano introdotti al sesso come a un gioco. La stessa educatrice racconta poi con entusiasmo ogni tipologia di rapporto sessuale, affinché ci si liberi dal pregiudizio che il rapporto sessuale debba essere concepito esclusivamente all'interno di una relazione d'amore tra l'uomo e la donna.Data la diffusione capillare della nota rete abortista, il video-spot ha già totalizzato quasi tre milioni di visualizzazioni e più di duemila commenti, la maggior parte dei quali però fortemente critici nei confronti di tale modalità di adescamento di Planned Parenthood: «Sta parlando con i bambini. Lo capiscono tutti, persino i più piccoli, dati i colori pastello usati. Questo è perverso». Un altro utente ha commentato: «Lasciate in pace i bambini, malati!». Planned Parenthood è perciò subito corsa ai ripari, consentendo di replicare nei commenti al video ai soli account che seguano l'associazione o la menzionino esplicitamente nei post (così che possano essere prontamente rimossi se considerati ostili, ndr).Con le sue campagne social, gli spot e i cartelloni pubblicitari, la nota rete di cliniche abortiste e di "genitorialità pianificata" si premura dunque di incoraggiare i ragazzi a fare sesso, presentando la castità come un «costrutto sociale» e quale retaggio di un «modo di pensare obsoleto e patriarcale».L'intento ideologico è chiaro, gli interessi economici lo sembrano essere altrettanto. Il dubbio, infatti, è che più ragazze rimangono incinte, più Planned Parenthood può eseguire aborti; più i bambini vivono in maniera fluida la relazione col corpo proprio e col partner anche attraverso rapporti promiscui, più aumenta la possibilità ricorrere a pratiche quali l'utero in affitto.Insomma quella di Planned Parenthood è un'operazione puramente ideologica che, distorcendo il significato autentico dell'atto sessuale, colto in una mera dimensione ludico-ricreativa che non gli appartiene affatto, ha il solo scopo di fare business sulla pelle dei più giovani.
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I danni della TV
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3101I DANNI DELLA TV di Fabrizio CannoneLa negatività della Tv non è davvero più da dimostrare e il fatto che indagini recenti dimostrino che la sua fruizione, nell'era di internet e del web, non è affatto diminuita presso giovani e meno giovani, non sposta di una virgola il grave problema morale. Ai tempi di Pio XII (1939-1958) e ancora del Concilio Vaticano II (1962-1965) esisteva una televisione, almeno in Italia, sottoposta a giusta censura, in bianco e nero, che andava in onda a ore precise (senza emissioni notturne...), con un carattere se non cristiano, almeno conforme, genericamente, alla decenza morale comunemente ammessa al tempo. Ecco perché sia il venerabile Pacelli che lo stesso Vaticano II insegnarono nel loro Magistero più o meno così: se la Tv è decente e formativa, può guardarsi, se è immorale no.Oggi, mezzo secolo dopo, praticamente non esiste televisione senza immoralità, ed è la censura previa ad essere stata censurata: dunque la prudenza è da moltiplicarsi. Tutto ben ponderato e senza avere paraocchi come i cavalli, la Tv, intesa come mezzo e come visione del mezzo, è oggi uno dei maggiori pericoli per l'anima, uno dei maggiori nemici della famiglia cristiana, e uno dei maggiori veicoli di disinformazione, intossicazione intellettuale e secolarismo morale. Alla luce di ciò, crediamo convintamente, che essa non debba soltanto essere presa a piccole dosi dal credente, soprattutto se il focolare contiene dei minori.Il fatto che sia astrattamente possibile la fruizione di programmi né indecenti né inutili milita paradossalmente proprio a favore della soppressione della tv: come mai infatti tra i moltissimi che dichiarano di essere contrari alla Tv spazzatura quasi nessuno riesce a evitare del tutto gli effetti tossici di detta spazzatura? Come mai, accanto a documentari più o meno interessanti e formativi, spopolano come share i programmi-immondizia come il Grande Fratello, l'Isola dei famosi, Amici, e centomila altre insulsaggini siffatte? Ci risponda chi può.Intanto, anche vedendo la trasmissione cosiddetta impegnata, il dibattito culturale e il programma dichiarato scientifico, le anime vengono a poco a poco come ipnotizzate e narcotizzate dall'apparecchio, bombardate di messaggi pubblicitari in cui l'oscenità e il consumismo sono legge, e le famiglie risultano scompaginate a causa della universale regola domestica odierna: tot capite tot Tv. La casa come un albergo? La prima colpa la ha proprio la Tv perchè è difficilissimo resistere al suo fascino, specie da giovani. Basterebbe fare un semplice calcolo sui giorni di vita che ogni anno si buttano al secchio, per una visione televisiva di due ore medie al giorno, per capire che la Tv è sempre più una catena, un ceppo e un pericolosissimo virus: non ci sono ragionamenti sottili che tengono. Vogliamo fornire alcune riflessioni al lettore di buona volontà e lo facciamo citando due fonti di origine francese. Anzitutto un ottimo libro di tenore scientifico uscito da poco (cf. Michel Desmurget, TV LOBOTOMIE. La veritéé scientifique sur les effets de la Télévision, éditions Max Millo, Paris 2012)."Sono un ricercatore. In quanto tale, appaio nel repertorio di diffusione dei principali giornali scientifici legati al campo delle neuro-scienze fondamentali e cliniche. Ad ogni nuova uscita, questi giornali mi inviano il sommario delle pubblicazioni, in modo da permettermi di identificare i lavori di mio interesse. Da 15 anni, non è passata una settimana che io non abbia reperito almeno uno o due pezzi relativi agli effetti deleteri della televisione sulla salute psichica, cognitiva e somatica del bambino" (p.13).Con queste parole altamente significative inizia la lunga inchiesta dello studioso Michel Desmurget che ha esplorato praticamente tutta la letteratura scientifica in materia, specialmente in lingua francese e inglese. La sua documentata ricerca ha come scopo quello di mostrare le conseguenze psicologiche della visione quotidiana della Tv sui bambini e gli adolescenti (e secondariamente sugli adulti). Tra le conseguenze segnaliamo d'emblée: aumento dell'incapacità di essere attenti e sereni, eccitamento alla violenza, solitudine, fobie diverse, comportamenti irrazionali e nevrotici, tendenza all'obesità, all'alcolismo e al tabagismo, abitudine alla pigrizia, alla passività e all'ozio, ecc., ecc.Anche l'abbassamento del livello scolastico è una tendenza tipica della "dittatura dei mass-media". Ancora più gravi e drammatiche sono le conseguenze della Tv se le analizziamo dal punto di vista morale, ben sapendo dello spazio crescente che offre la Tv a ogni tipo di immoralità, di libertinismo, di voyeurismo, di pornografia e di perversione. E questo specie nelle fiction per tv.Questa però non è la strada percorsa dall'Autore che si limita ai soli problemi psicologici e fisiologici legati alla visione televisiva, specie se prolungata. Sarebbe potuto credere e sperare in una diminuzione drastica del tempo medio passato davanti alla Tv grazie alla concorrenza di internet, Facebook, i-Phone, ecc. E' accaduto il contrario: "Negli Stati Uniti il 79% delle famiglie possiede 3 televisori e oltre il 70% dei bambini dagli 8 anni in su ha una televisione in camera" (p.40). Negli anni '50 solo l'1% delle famiglie americane aveva la Tv in casa. In pochi anni la presenza della Tv è passata dall'1% al 99,99%! D'altra parte "un adolescente che guardava la Tv 2 ore al giorno si troverà a guardarla per 3 ore e 30 se l'avrà nella propria camera" (p.41). Conseguenza matematica: "Uno dei primissimi effetti della Tv è di ridurre drasticamente il volume e la qualità delle relazioni genitori-figli" (p.30). Secondo lo studioso è evidente che "la Tv e gli altri media elettronici influenzino negativamente il benessere mentale e fisico dei bambini" (p.26). E' stato calcolato che lo spettatore medio passi davanti allo schermo acceso 3 ore e 40 minuti ogni giorno, ovvero 1.338 ore complessive, quasi 2 mesi ogni anno! Si potrebbe così calcolare quanti anni, in un'intera vita, sono stati gettati nella meno utile delle attività. In conclusione l'Autore dimostra come "la Tv sia un fattore di isolamento sociale ed espone lo spettatore a dei rischi morbosi per la sua propensione a favorire la sedentarietà, il declino cognitivo, la comparsa di patologie cerebrali degenerative (Alzheimer) e i comportamenti a rischio (tabacco, alcol, violenza, sessualità)" (p.247).Il filosofo Pascal Bruckner scrisse che "la Tv non esige dallo spettatore che un atto di coraggio - ma esso è sovrumano - quello di spegnerla" (cit. p.35). Noi aggiungiamo: e di cassarla completamente.
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Esselunga, la forza dirompente dello spot che mostra il dolore dei figli dei separati
VIDEO: Lo spot di Esselunga ➜ https://www.youtube.com/watch?v=sFE9VvAym3QTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7554ESSELUNGA, LA FORZA DIROMPENTE DELLO SPOT CHE MOSTRA IL DOLORE DEI FIGLI DEI SEPARATI di Massimiliano FiorinLe verità indicibili sono come certe infezioni. Più a lungo rimangono nascoste, e più suppurano e fanno male quando vengono allo scoperto. Se riguardano fatti rilevanti per il vivere civile, provocano a lungo dolori atroci in larghi strati della popolazione. Ma solo quando vengono svelate - spesso per caso, o grazie all'innocenza di qualche bambino che dice che l'imperatore è nudo - si scopre che esistevano già da anni, o addirittura da decenni. A quel punto, i media, gli esperti e le tribune dei social non perdono tempo per dire la loro, con pareri talvolta sensati, ma assai più spesso da mani nei capelli.È quello che è successo con lo spot della bambina che al supermercato compera la pesca per il suo papà. Nessuno se lo aspettava, ma l'intuizione dei pubblicitari dell'Esselunga ha rappresentato la rivincita dell'ovvio. Le reazioni scomposte che il cortometraggio ha suscitato - talvolta di esecrazione, in altri casi di giubilo, ma quasi sempre di critica - sono state indice di quanto il nostro sistema delle separazioni e dei divorzi si fondi sulla rimozione di una verità tanto essenziale quanto misconosciuta.Un'evidenza della quale non si può parlare apertamente, anche se la sua negazione continua a essere pagata cara da tutti. E cioè, detto in parole semplici, che i figli non vorrebbero mai la separazione dei loro genitori. Mai. Non la vorrebbero nemmeno quando gli stessi sono conflittuali tra loro o - come si dice oggi - gravemente disfunzionali. Per i figli è sempre meglio che i propri genitori rimangano insieme, anche nelle condizioni di una famiglia imperfetta (come lo sono tutte), piuttosto che venire esposti alle conseguenze del loro divorzio.Da sempre, nella grande maggioranza dei casi, le separazioni coniugali sono pronunciate dai tribunali in forma consensuale e per semplice incompatibilità di carattere. Vale a dire che raramente esse dipendono da situazioni di grave pregiudizio. La realtà ci insegna che alla base della rottura di una coppia vi è quasi sempre l'egoistico desiderio di uno dei due, o di entrambi, di rifarsi una vita. Anche se farlo notare significa sfidare un altro tabù. Dal punto di vista di un avvocato familiarista, che i dolorosi processi delle separazioni e dei divorzi li conosce non certo per sentito dire, il filmato presenta diversi livelli di lettura.IL LIVELLO IDEOLOGICOTutti interessanti, anche se sconfortanti per come rivelano il baratro nel quale la nostra società è caduta. Il primo livello è quello ideologico. È il terreno dei fautori della distruzione della famiglia naturale. Quelli che hanno abbattuto l'ideale del Mulino Bianco, e a suo tempo hanno costretto la Barilla a fare autodafé, per evitare il rischio di venire travolta dalle conseguenze economiche di un boicottaggio. Agli occhi della lobby lgbt-ecc. uno spot come quello del quale stiamo parlando - che ha riproposto in modo quasi sfacciato il valore della famiglia eterosessuale, unita e con figli - deve avere rappresentato un affronto insopportabile.Inevitabilmente, è subito partita la contraerea, per cui Esselunga è tornata sul banco degli imputati. Purtroppo, non si possono escludere per il prossimo futuro penose ritrattazioni o nuovi cortometraggi di riparazione. Ma perché tanto scandalo? In effetti, per aggredire ideologicamente l'idea di quella che, oltretutto, è un'agenzia pubblicitaria internazionale - quindi non certo un'espressione di italico provincialismo - è necessario attaccarsi più a quello che la storia non dice, rispetto a quello che si vede.E così, ecco le insinuazioni riguardo al fatto che la mamma dello spot è stata discriminata, in quanto sarebbe sembrata più colpevole della separazione rispetto al marito. Per non parlare dell'immancabile rilievo sullo sfruttamento pubblicitario dei minori. O dell'ipocrisia tipica del politicamente corretto, per cui mettere in scena il dolore di una bambina sarebbe una mancanza di rispetto per quello di centinaia di migliaia di sue coetanee. Fino ad arrivare al riflesso condizionato di chi si è semplicemente messo a urlare contro le famiglie che rovinano i bambini, ovvero ha protestato che non devono essere i figli a decidere sul destino di una coppia, e così via ideologizzando. C'è stato persino chi, nonostante le sue pretese competenze, di fronte alla disarmante verità mostrata dallo spot non ha saputo far altro che gettare la palla in tribuna, dissertando, su ispirazione di una blogger, sugli accenti corretti con i quali si devono nominare le pesche.LA LETTURA DEGLI ADDETTI AI LAVORIVi è poi - e talvolta, nella fattispecie, è stata pure peggio - la lettura degli addetti ai lavori. Cioè, di quel gigantesco carrozzone di giuristi, mediatori, consulenti e psicologi assortiti, che quotidianamente vive della fabbrica delle separazioni e dei divorzi. Inutile negare che anche chi scrive ne faccia parte, e quindi lo conosca bene, per quanto da molto tempo in esso cerchi di salvare il salvabile del buonsenso. Per gran parte di questi operatori, il divorzio altrui è una ragione di vita, e non solo una esigenza economica. Per loro si tratta quindi di giustificare il proprio operato, che consiste nel cercare di convincere i giudici di quello che sarebbe il "preminente interesse del minore", su cui tutto il sistema si fonda.Tra costoro, solo i più onesti intellettualmente hanno capito che il suddetto interesse del minore rappresenta né più né meno che un'araba fenice. Ognuno lo tira da una parte o dall'altra, in modo da renderlo adeguato alle esigenze - se non proprio alle voglie - dell'uno dell'altro genitore. Ma di per sé, l'unico vero e preminente interesse del minore sarebbe che i suoi genitori non si separassero. Proprio quello che sta tanto scandalizzando, per via dello spot Esselunga,la quale ce lo ha rimesso sotto gli occhi.I magistrati delle separazioni e dei divorzi da tempo si rifiutano di decidere, e delegano ogni scelta sull'affidamento dei figli dei separati ai loro consulenti d'ufficio. Questi sono sempre psichiatri o psicologi, e utilizzano come criterio decisionale costruzioni retoriche che immancabilmente si giustificano con l'autorità di "la scienza". Quello stesso idolo che abbiamo già ampiamente veduto all'opera negli ultimi anni di pandemia. Per gli operatori di questo livello, la critica più diffusa è che non spetta ai bambini decidere sulla separazione dei genitori. C'è da crederci, perché si tratta di scelte che essi vorrebbero riservate esclusivamente a loro. Decidendo per l'appunto in nome de "la scienza", senza troppi riguardi per quello che veramente i bambini vorrebbero.IL MODO DI PENSARE DEL CETO MEDIO DIVORZISTAC'è poi un ulteriore livello di lettura. Quello confacente al modo di pensare del ceto medio divorzista. A differenza della famiglia separata dello spot della pesca Esselunga, esso non vive abitualmente nelle ZTL. Tuttavia, è perfettamente adeguato alla narrazione dominante proposta dagli "esperti". Si tratta di un ceto al quale è stato inculcato, talvolta ossessivamente, che separarsi dal partner non sia - o meglio, non debba mai essere - un dramma esistenziale, bensì l'espressione del trionfo di sacrosanti diritti di libertà.A queste persone è stato raccontato, senza arrossire di vergogna, che quando una coppia entra in crisi separarsi sarebbe sempre la scelta migliore anche per i figli stessi. Sarebbe sempre meglio così, piuttosto che esporre i bambini allo spettacolo delle continue tensioni, litigi e incomprensioni tra i genitori. Ma si tratta di una sesquipedale bugia, motivata solo dalla necessità di giustificare l'egoismo degli adulti. È l'ennesima inversione del senso comune, per cui nella nostra società liquida, e in quanto tale informe, oggi non sono più i genitori a doversi preoccupare della serenità dei figli, ma sono questi ultimi a dover garantire la serenità dei genitori.D'altronde, è interessante notare che i due genitori dello spot della pesca, a ben vedere, tra di loro non litigano né se le mandano a dire per mezzo della figlia. Anzi, appaiono entrambi molto tranquilli, anche se evidentemente imbarazzati. Sulle prime, per chi non conosce certe situazioni, può essere complicato capire perché la loro rappresentazione stia provocando tanta insofferenza nel pubblico progressista. Ma lo si può facilmente spiegare: si tratta semplicemente di una gigantesca coda di paglia.Esiste infatti anche un livello inferiore, che è quello delle tribune dei social, in cui ognuno si dilunga nelle sue considerazioni su chi sarà stato il soggetto maggiormente colpevole della separazione. Sarà stata la mamma, che appare sostanzialmente fredda e anaffettiva? Oppure il papà, che nel filmato sembra tanto tenero e ragionevole ma sotto sotto sarà stato il solito egoista, e alla figlia non pagherà nemmeno gli assegni di mantenimento? Le risposte variano a seconda del vissuto e del livello culturale al quale appartiene il commentatore. Resta tuttavia il fatto che
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Esselunga fa uno spot dove la figlia desidera che i genitori separati si rimettano insieme
VIDEO: Lo spot di Esselunga ➜ https://www.youtube.com/watch?v=sFE9VvAym3QTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7550ESSELUNGA FA UNO SPOT DOVE LA FIGLIA DESIDERA CHE I GENITORI SEPARATI SI RIMETTANO INSIEMEUna storia commovente, come spot della nota marca di supermercati Esselunga. Si vede una bambina che, mentre fa la spesa con la mamma, compra una pesca. Poi la bambina, chiaramente figlia di due genitori separati o divorziati, incontra il padre e le dà proprio quel frutto, dicendogli che è un regalo da parte della madre, nel tentativo di farli riavvicinare.Apriti cielo! Sono piovute su Esselunga indignazioni, polemiche e critiche. C'è chi polemizza con la scelta di «strumentalizzare» le emozioni di una bambina, i cui genitori sono separati. Sicuramente la scelta della nota marca di supermercati è stata originale e non scontata, ma ci chiediamo: e se fosse stata la stessa storia strappalacrime ma con un "diverso" tipo di "famiglia"?Se i genitori fossero stati due uomini o due donne? Se la bambina avesse avuto come tarlo principale in testa non il riavvicinamento dei genitori ma il proprio cambiamento, magari di "identità"? Se all'interno dello spot ci fossero stati chiari riferimenti alla fluidità, alle relazioni fluide e così via? Ci sarebbe stata la stessa indignazione per la «strumentalizzazione» della bambina, della famiglia e delle loro emozioni?Le domande sono ovviamente retoriche perché sappiamo bene che le indignazioni social non ci sarebbero mai state per una "famiglia Lgbt", mentre qualsiasi cosa riguardi una famiglia composta da un uomo e una donna, anche se separati o divorziati, va criticata e vista come una vergognosa strumentalizzazione.A noi, invece, sembra invece che sia il caso di fare un plauso a chi non solo ha avuto il coraggio di affrontare qualcosa di difficile e complicato come il divorzio o la separazione dal punto di vista dei piccoli, ma lo ha anche avuto nel mettere in scena una vera famiglia, formata da un uomo e una donna, con la propria bambina e senza aggiunte moderniste e fluide.
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La cantante Sinead O'Connor muore a 56 anni
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7495LA CANTANTE SINEAD O'CONNOR MUORE A 56 ANNINata a Dublino da famiglia numerosa (suo fratello Joseph O'Connor è uno scrittore di successo), Sinéad impara a suonare la chitarra e inizia a comporre canzoni mentre ancora frequenta la scuola. All'età di 14 anni si unisce al gruppo irlandese In Tua Nua col quale esordisce come autrice nel brano Take my hand che diventa un successo nel 1984 e in seguito collabora con il gruppo dei Ton Ton Macoute. Questa collaborazione le vale un contratto con l'etichetta indipendente Ensign Records.Nel 1985 Sinéad si trasferisce a Londra per lavorare al suo primo album The Lion and the Cobra, da lei stessa scritto e prodotto, che viene pubblicato nel 1987. L'album, un immediato successo di pubblico e critica, ospita anche una giovane Enya che nel brano Never get old recita in gaelico alcuni passi della Bibbia. Sull'onda del successo del disco, Sinéad intraprende un tour attraverso l'Europa e gli Stati Uniti. Il concerto tenuto al Dominion Theatre di Londra nel giugno 1988 viene ripreso dal regista John Maybury e l'anno seguente viene pubblicato col titolo The Value of Ignorance. Il 1989 vede inoltre l'esordio di Sinéad come attrice nel film Hush-a-Bye Baby.In campo musicale il suo successo maggiore rimane legato al singolo Nothing Compares 2 U del 1990, incluso nell'album I Do Not Want What I Haven't Got. Il brano è una struggente ballata romantica e raggiunge i vertici delle classifiche mondiali. Prince l'aveva composto nel 1985 e affidato al gruppo The Family che l'avevano inclusa nel loro unico disco, rivelatosi un totale insuccesso. Senza l'interpretazione di SInéad O'Connor il brano era perciò destinato a rimanere sconosciuto. L'album ottenne un ragguardevole successo, trainato anche dai singoli successivi The Emperor's New Clothes e Three Babies e vendette 7 milioni di copie in tutto il mondo.Sulla scia della popolarità, Sinéad prende parte al concerto The Wall - Live in Berlin organizzato da Roger Waters a Berlino il 10 settembre 1990, interpretando il brano Mother insieme a The Band. Tra il 1990 e il 1991 ha una relazione con Anthony Kiedis, cantante del gruppo Red Hot Chili Peppers, che le dedica la canzone I Could Have Lied contenuta nell'album Blood Sugar Sex Magik.Nel 1992 la cantante pubblica il terzo album Am I Not Your Girl?, composto da una serie di omaggi a celebri standard jazz che abbracciano circa sessant'anni di storia della canzone, più l'inedito Success Has Made a Failure of Our Home del cui testo è autrice.STRAPPATA IN DIRETTA LA FOTO DI GIOVANNI PAOLO IINel 1992, dopo che Sinéad ebbe manifestato l'intenzione di non esibirsi in New Jersey qualora fosse stato eseguito l'inno nazionale degli Stati Uniti d'America, Frank Sinatra dichiarò che l'avrebbe volentieri «presa a calci nel sedere». L'8 ottobre dello stesso anno, cantando il brano War di Bob Marley durante il programma televisivo della NBC Saturday Night Live, Sinéad cambiò alcune frasi dell'ultima strofa, facendo esplicito riferimento alla pedofilia di cui erano stati accusati membri della Chiesa cattolica negli Stati Uniti d'America e al termine dell'esibizione strappò davanti alla telecamera una foto di Papa Giovanni Paolo II dicendo: Fight the real enemy! («Combattete il vero nemico!»). In conseguenza del gesto, pochi giorni dopo - 16 ottobre - quando la cantante salì sul palco del Madison Square Garden in occasione del concerto dedicato ai trent'anni di carriera di Bob Dylan, il pubblico cominciò a fischiarla e insultarla. Sinéad dapprima attese in silenzio che il pubblico si placasse, quindi perse le staffe, fece segno di non avere alcuna intenzione di cantare e incominciò a recitare proprio il testo della canzone di Marley interpretata la settimana prima in televisione. [...]L'album del 1994 Universal Mother non ottiene particolari consensi, e in realtà anche gli album successivi non arriveranno più a toccare il picco di popolarità dei primi album, anche per via del diradarsi delle apparizioni pubbliche della cantante e alla scarsa promozione dei suoi lavori.Nei tardi anni novanta la cantante è stata ordinata prete da un movimento "cattolico" indipendente, decidendo di farsi chiamare Madre Bernadette Mary, annunciando nel 2003 di avere intenzione di abbandonare l'industria discografica. Pur continuando a esibirsi dal vivo, nel 2005 dichiara in una intervista concessa a Interview che la sua missione è "salvare Dio dalla religione".Il 27 dicembre 2011 la cantante divorzia dal marito Barry Herridge, con il quale si era sposata a Las Vegas appena diciotto giorni prima.Il 5 marzo 2012 pubblica l'album How About I Be Me (And You Be You)?. Il successivo 23 aprile annuncia l'annullamento di tutte le date del suo tour a causa di un disturbo bipolare. [...]I DIVORZI, LA MALATTIA MENTALE, LA MORTE DEL FIGLIO MINORENNEIl 16 marzo 2015 Sinéad O'Connor dichiara sulla sua pagina Facebook che non canterà più Nothing Compares 2 U perché non la sente più sua e non riesce a dare emozioni al brano.Il 29 novembre 2015 dalla stessa pagina dichiara: «Le ultime due notti mi hanno distrutto. Ho preso un'overdose. Non c'è altro modo per ottenere rispetto. Non sono a casa, sono in un hotel da qualche parte in Irlanda, sotto un altro nome. Finalmente vi siete sbarazzati di me.»La dichiarazione allerta le autorità irlandesi che poi rassicurano il pubblico sulle sue condizioni di salute.L'8 agosto 2017 pubblica un video di 11 minuti nel quale fra l'altro dichiara: «Sono da sola, tutti mi trattano male e sono malata. Le malattie mentali sono come le droghe. Vivo in un motel Travelodge in New Jersey e sono da sola. E non c'è niente nella mia vita eccetto il mio psichiatra, la persona più dolce al mondo, che mi tiene in vita. Voglio che tutti sappiano cosa significa e perché faccio questo video. Le malattie mentali sono come le droghe, sono uno stigma. All'improvviso, tutte le persone che dovrebbero amarti e prendersi cura di te ti trattano male».Il 19 ottobre 2018 annuncia pubblicamente di essersi convertita all'Islam adottando il nome di Shuhada' Davitt.Nel 2021 pubblica la sua autobiografia Rememberings.Il 7 gennaio 2022 il figlio Shane di soli 17 anni, avuto da una relazione col cantante folk Donal Lunny, viene ritrovato morto. È la stessa cantante a darne annuncio sul suo profilo Twitter. Il ragazzo era scomparso da due giorni, dopo essere scappato da un centro psichiatrico dove era ricoverato per aver manifestato tendenze suicide.Sinéad O'Connor viene trovata senza vita nel suo appartamento londinese il 26 luglio 2023. La famiglia diffonde la notizia del decesso tramite un comunicato affidato all'Irish Times, senza specificarne le cause. [...]Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente dal titolo "Addio a Sinead O'Connor, tormentata anima dei nostri tempi" si scoprono altri particolari della vita della cantante.Ecco l'articolo pubblicato su Gay.it il 26 luglio 2023:Sinead O'Connor ci ha lasciati oggi, 26 Luglio 2026, all'età di 56 anni. [...]Nel 1990, Sinéad O'Connor conquistò fama mondiale con "Nothing compares to you", trasformandosi da promessa indie britannica in una superstar globale. La canzone, scritta originariamente da Prince per i Family, divenne un inno dei cuori spezzati grazie alla magistrale interpretazione di Sinéad nel suo album "I do not want what I haven't got".La versione di Sinéad era diversa dall'originale, più orchestrata e carica di sentimento, e il toccante videoclip contribuì al suo successo. Contrariamente al significato originale, incentrato sulla tristezza di un amore fallito (scritto da Prince pensando a Susannah Melvoin, tastierista uscita da una relazione infelice), la versione di Sinéad era un omaggio a sua madre, con cui aveva un rapporto tormentato. [...]Prince non ne fu soddisfatto e decise di incontrare Sinéad. L'incontro fu spiacevole e finì con un'accesa discussione, culminata con Sinéad che lasciò la scena dopo aver sputato addosso all'autore del brano.Sinead ha avuto una relazione difficile con i propri genitori e con i membri della sua famiglia. Parlò senza infingimenti di infanzia difficile, di abusi subiti da sua madre. [...] O'Connors ha avuto diverse battaglie legali per ottenere la custodia dei suoi figli, che sono stati coinvolti in dispute familiari pubbliche. [...]Sinead O'Connor è stata sposata quattro volte e ha avuto relazioni tumultuose con vari partner. I suoi matrimoni e divorzi hanno alimentato la speculazione e le voci sui tabloid.John Reynolds: Il suo primo matrimonio è stato con John Reynolds, un produttore musicale irlandese, nel 1987. La coppia ha avuto un figlio di nome Jake, nato nel 1987. Il loro matrimonio è terminato nel 1991.Nicholas Sommerlad: Nel 2001, Sinead si è sposata con Nicholas Sommerlad, uno scrittore britannico. Hanno avuto un figlio di nome Shane, nato nel 2004. Il loro matrimonio è terminato nel 2004.Steve Cooney: Nel 2010, Sinead si è sposata con Steve Cooney, un musicista irlandese. Il loro matrimonio è durato solo pochi mesi e si sono separati nello stesso anno.
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Netflix chiama Emanuela Orlandi "Vatican girl", ma è solo propaganda contro la Chiesa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7459NETFLIX CHIAMA EMANUELA ORLANDI ''VATICAN GIRL'', MA E' SOLO PROPAGANDA CONTRO LA CHIESA di Nico SpuntoniNell'ormai nota serie di Neftlix, Vatican Girl, Andrea Purgatori afferma che "Emanuela non era una ragazza qualunque, era una cittadina vaticana che viveva in un edificio del Vaticano". Quella del giornalista è una frase chiave per chi vuole provare a raccapezzarsi in quarant'anni di coincidenze, indizi, rivelazioni e piste rivelatesi puntualmente inesatte. È una frase chiave perché va ribaltata: Emanuela era una ragazza qualunque.La cittadinanza vaticana e il fatto che vivesse in un edificio del Vaticano - tanto per citare le parole utilizzate con pathos da Purgatori - si sono rivelati elementi privi di qualsiasi collegamento concreto con la scomparsa da Corso Rinascimento, territorio italiano, in quel pomeriggio romano di quarant'anni fa. Al contrario, la sua residenza in quel piccolo e affascinante Stato, una volta fatta conoscere inevitabilmente dai giornali nei primi giorni dalla scomparsa, ha contribuito ad attirare mitomani e sciacalli su questa vicenda di cronaca nera.INTRIGO INTERNAZIONALE E SCIACALLAGGIO MEDIATICOLo sciacallaggio più eclatante iniziò proprio due giorni dopo l'appello di Giovanni Paolo II all'Angelus per il ritorno a casa della ragazza e vide protagonista il telefonista dall'accento maccheronicamente straniero, che sostenne di agire in nome di un gruppo che aveva preso in ostaggio Emanuela e che l'avrebbe liberata in cambio del rilascio di Ali Ağca, l'attentatore di Piazza San Pietro.Nel buio generale su quanto accaduto nel tardo pomeriggio del 22 giugno 1983, le telefonate anonime a famiglia e Santa Sede che si susseguirono in quell'estate romana sembrarono dare una speranza di risoluzione del caso e i comunicati di rivendicazione, gli ultimatum, le richieste su Ağca proiettarono la scomparsa nel filone del terrorismo internazionale. Ci cascò la Santa Sede, come dimostrano i messaggi del Papa che si appellarono alla "voce della coscienza" di "coloro che hanno nelle loro mani Emanuela Orlandi" e come ammesso nel 2012 da padre Federico Lombardi, ex direttore della Sala Stampa, nella completa nota sulla vicenda diffusa ai tempi del pontificato di Benedetto XVI. Ci cascò la Procura, che nel settembre del 1983 affidò l'indagine ad un pm specializzato sui dossier di terrorismo internazionale come Domenico Sica, che era stato anche il primo ad interrogare Ağca dopo l'attentato a Wojtyla.Ma i presunti rapitori, oltre a registrazioni con frasi fuori contesto e alla fotocopia della tessera d'iscrizione alla scuola di musica, non seppero produrre alcuna prova concreta di avere in ostaggio la ragazza. La residenza vaticana che inizialmente fece la sua comparsa come un dettaglio di poco significato - emblematico il "ma lei è un prete?" che uno dei due primissimi telefonisti, Pierluigi, pronuncia di fronte alla richiesta dello zio di Emanuela di vedersi in Vaticano in una fase precedente al primo appello del Papa - ha preso il sopravvento nell'indagine giudiziaria ma anche nel racconto giornalistico e saggistico di questa vicenda, nonostante il castello dell'intrigo internazionale sia presto crollato sotto il peso dell'assenza di prove certe. Questo dato di fatto, confermato dalle parole di Purgatori nella serie che ha ridato ribalta mondiale al caso, potrebbe essere stato un ostacolo nella ricerca della verità, portando ad escludere o a sottovalutare altri filoni.Dopo il capitolo del cosiddetto Amerikano, tutte le altre piste spuntate nel corso di quarant'anni si sono rivelate dei sequel più scadenti dell'originale, spesso pieni di errori grossolani o platealmente inverosimili o ancora smentiti prontamente dai fatti. La maggior parte delle suggestioni tirano in ballo la Santa Sede, cardinali e persino Papi tanto che è ormai vox populi che "il Vaticano" debba per forza avere qualche responsabilità in quella scomparsa.L'ERRORE DELLA SANTA SEDEIn effetti, la Santa Sede una responsabilità ce l'ha ed è da rintracciare nella gestione comunicativa: probabilmente a Palazzo Apostolico si comprese ad un certo punto che chi chiamava o scriveva non era il rapitore, se è vero, come rileva il giornalista Pino Nicotri, che nell'appello all'Angelus del 28 agosto 1983 Wojtyla parlò in forma dubitativa di "coloro che dicono di trattenere quegli esseri innocenti e indifesi" e poi da allora in poi smise di fare dichiarazioni pubbliche. Però si è sottovalutato il peso mediatico delle tesi colpevoliste contro la Santa Sede e si è preferito rispondere alle accuse fioccate periodicamente al massimo con deboli comunicati senza evidenziare le numerosissime contraddizioni su cui si fondavano. Il risultato di quest'atteggiamento, che non rende onore alla verità, è che oggi, se si chiede alla mitica casalinga di Voghera qual è la prima cosa che le viene in mente quando si parla di Vaticano, la risposta è proprio il caso Orlandi. Un esemplare di casalinga di Voghera è il senatore e leader politico Carlo Calenda, a cui è bastata la visione di Vatican Girl per dare come assodato il contenuto della lettera-patacca pubblicata da Emanuele Fittipaldi nel 2017, in cui un cardinale si sarebbe rivolto con un inesistente "Sua Riverita Eccellenza" a due vescovi curiali per inviare un inverosimile rendiconto spese sulla permanenza di Emanuela a Londra.Quest'anno, poi, l'apertura dell'inchiesta da parte del promotore di giustizia vaticano, nonostante le due archiviazioni degli inquirenti italiani nel 1997 e nel 2016. Chiaramente l'auspicio è che l'indagine della giustizia vaticana possa riuscire a far luce sul destino della figlia dell'ex dipendente della prefettura della casa pontificia, ma per avere qualche speranza che questo avvenga la base di partenza non può essere la montagna di mitomanie senza capo né coda che sono emerse in questi anni - puntualmente rilanciate con clamore ma senza approfondimento da giornali e trasmissioni televisive - e di cui la registrazione di un sodale di un gruppo criminale romano contenente gravi diffamazioni su san Giovanni Paolo II costituisce l'esempio più eclatante.UNA NEVER ENDING STORYA proposito del caso Orlandi, Ennio Amodio, professore emerito di Procedura penale, ha detto al Foglio che "siamo di fronte a ciò che gli americani chiamerebbero una never ending story, una storia senza fine, cioè una storia che ogni tanto salta fuori, viene cavalcata dai media per l'interesse che ha, suscita sprazzi di speranza, ma è quasi sempre destinata a non vedere la fine". Un interesse scaturito da tutto ciò che ha comportato in quarant'anni il particolare della residenza della quindicenne. L'unico lato positivo di quest'interesse è che oggi, quarant'anni dopo quel pomeriggio romano e nonostante le migliaia di scomparse precedenti e successive, Emanuela è entrata nei cuori di tantissime persone in tutto il mondo che non la conoscevano o che non erano nate all'epoca. La ricordiamo non in quanto "cittadina vaticana" ma come simbolo di tutti coloro i quali sono stati inghiottiti nel nulla, lasciando i familiari nello strazio di una perenne, dolorosa, 'speranza'.I racconti della sua infanzia fatta di giochi nei giardini vaticani o dell'adolescenza con la comitiva di coetanei in Piazzetta Sant'Egidio ci restituiscono anche l'immagine di un Vaticano più familiare, in cui poteva vivere anche la figlia dell'"ultimo degli impiegati" (come il cardinale Silvio Oddi ebbe a definire, con eccessiva durezza, il padre Ercole per far capire che il movente del terrorismo internazionale non reggeva) e che non per forza doveva essere il teatro di chissà quale intrigo. Andrea Purgatori ha torto: Emanuela era una ragazza qualunque e merita di essere ricordata in quanto tale, ovvero in quanto Emanuela e non per la cittadinanza o per la proprietà dell'edificio in cui viveva.
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Striscia la notizia, le iene e la voglia di processo sommario
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7454STRISCIA LA NOTIZIA, LE IENE E LA VOGLIA DI PROCESSO SOMMARIO di Manuela AntonacciSe il sospetto si rivelasse fondato, la faccenda avrebbe dei contorni drammaticamente surreali. Stiamo parlando dell'inchiesta aperta dalla procura di Roma, per omicidio stradale, in seguito all'incidente del pomeriggio dello scorso 14 giugno, in via Aristonico di Alessandria, zona Casal Palocco, in cui ha perso la vita, Manuel Proietti, un bambino di 5 anni, morto poco dopo aver raggiunto il vicino ospedale Grassi di Ostia, dove è stato trasportato subito dopo lo schianto, mentre la madre Elena Uccello, una donna di 29 anni e la sorella di Manuel, di appena quattro anni con cui viaggiava, sono rimaste ferite. Il piccolo si trovava in una Smart Forfour che si è scontrata con un suv Lamborghini con a bordo cinque ragazzi.Il ventenne alla guida dell'auto, che era stata presa a noleggio, è attualmente indagato, mentre le posizioni degli altri quattro giovani sono al vaglio dei magistrati, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Prestipino. Una consulenza tecnica, affidata dalla procura di Roma, accerterà la velocità a cui viaggiava il Suv Lamborghini nel momento dello scontro con la Smart Forfour, ma soprattutto, la fondatezza del sospetto, secondo cui nelle fasi precedenti allo schianto, i quattro ragazzi stessero girando un video da postare, poi, sui social - in particolare sul gruppo Theborderline di cui fanno parte - per una 'sfida' online incitando il ragazzo alla guida a premere l'acceleratore.Certo è che risulta alquanto insolito che dei giovani si alternino per ben 50 ore alla guida, apparentemente senza motivo. Peraltro uno degli indagati ha già rotto il silenzio: «Sono distrutto, il trauma è indescrivibile anche se non guidavo io», ha detto ieri mattina il ragazzo che compare nel video, Vito Loiacono, uno degli youtuber che si trovavano sul suv Lamborghini Urus. Tuttavia ad essere accusato di omicidio è Matteo Di Pietro che in quel momento era alla guida dell'auto.Di Pietro, volto e fondatore dei Theborderline pare che, insieme ad altri quattro amici, avesse noleggiato una Lamborghini per l'ennesima sfida social: passarvi dentro, appunto, cinquanta ore, senza mai scendere. Un format che aveva già proposto ai suoi followers nei mesi precedenti, prima dentro una Cinquecento e poi dentro una Tesla. Il gruppo social, infatti, nei loro video cercava, come hanno dichiarato, di replicare gli stessi "esperimenti" di Mr. Beast, il secondo canale YouTube con più iscritti (160 milioni). Un canale dai contenuti più svariatamente folli: sfide estreme, prove di sopravvivenza, giochi a squadre improbabili ecc.Viene spontaneo chiedersi, allora, dove siano i genitori di questi ragazzi impegnati in tali pazzie, costantemente connessi con una realtà paradossale. Magari sono i genitori stessi ad essere alle prese con i vari tik tok e gruppi social, perché quello che si percepisce è che di fatto nessuna autorità sembra venire esercitata su giovani che si dedicano a simili sfide. Non solo, ci si chiede anche che impostazione educativa possano aver ricevuto dei ragazzi che, pur di ostentare chissà cosa e mostrarsi sopra le righe, siano disposti ad aderire anche a sfide come questa, in cui ci può anche scappare un morto. Ma agli occhi di chi non distingue il reale dal virtuale, l'importante è raggiungere l'obiettivo di aumentare like e followers. La realtà vera è quella dei social, insomma!Nota di BastaBugie: Roberto Marchesini nell'articolo seguente dal titolo "Roma, dopo l'incidente la barbarie della gogna mediatica" parla dell'incidente di Casal Palocco.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 giugno 2023:La Nuova Bussola si è già occupata dell'incidente di Casal Palocco; diversi lettori, tuttavia, sono rimasti colpiti dalle reazioni emerse dai social media. C'è chi banalizza l'accaduto, il solito «Sò rragazzi...»; ma c'è anche chi ha minacciato di morte il guidatore della Lamborghini e chi non ha risparmiato improperi di ogni tipo per suo padre, appassionato di Ferrari. Insomma: pare piaccia l'ergersi a giudice; ovviamente di chi è già caduto in disgrazia (un tempo, questa cosa si chiamava «Maramaldeggiare»). E che giudice: inflessibile, severissimo, giacobino. Ogni volta che qualcuno ne combina, sui social si scatena il tribunale del popolo.Fenomeno, questo, affatto nuovo e del tutto anticristiano. Il Vangelo, infatti, ammonisce: «Non giudicate, per non essere giudicati»; e aggiunge: «perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati». Inoltre: «Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello».Ma se proprio non vogliamo scomodare il Signore, basterebbe la vecchia buona educazione, che consiste semplicemente nel mettersi nei panni degli altri. Se avessi combinato tu un guaio del genere, come vorresti essere trattato?Ma tutto questo è passato, non si usa più. C'è un fenomeno sociale che, secondo me, ha incentivato questa tendenza al processo popolare sommario. Nel 1988 nasceva Striscia la Notizia di Antonio Ricci, striscia d'informazione dall'apparenza scanzonata, in realtà una vera e propria gogna mediatica; nel vero senso della parola. Stessa cosa per Le Iene, importato in Italia nel 1997 e anch'esso con un piccolo cimitero dietro l'angolo: questo il caso più clamoroso, ma non dimentichiamo che questa trasmissione ha colpito anche diversi sacerdoti cattolici.La derisione, l'imbarazzo, il montaggio tendenzioso, ma ancor di più le finte risate di sottofondo e la solita risposta: «Non c'è alcuna colpa da parte nostra, quindi non abbiamo nulla da dire». Vite rovinate per ottenere un servizio televisivo del quale, dopo tre giorni, nessuno si ricorda. A Milano si chiama «sputtanamento»; se politicamente scorretto, «macchina del fango».È questo il meccanismo che spinge la gente, seduta in poltrona mentre addenta un bignè o in mutande al computer a stabilire che questo o quello merita la gogna e, perché no, la morte. Lo dice il Gabibbo che è un delinquente, non importa se non ha avuto un processo e la possibilità di difendersi. Le Iene lo inseguono, lo incalzano mettendo in piazza la sua vita: quindi se lo merita. Mentre un poveretto viene beccato in un momento drammatico partono le risate registrate: è il segnale per il lancio dei pomodori. Ovviamente, questo modo becero di fare «informazione» è stato imitato da diversi improvvisati «giornalisti d'assalto» che non meritano nemmeno di essere nominati.Viviamo nell'epoca delle comunicazioni di massa e ancora non ci rendiamo conto della loro potenza, della loro capacità di plasmare atteggiamenti e comportamenti collettivi, delle strategie di comunicazione e manipolazione che ogni giorno vengono utilizzate dai media. Eppure, 1984 di George Orwell, con i «5 minuti d'odio», dovrebbero averlo letto tutti...Registro, di passaggio, che la stessa cosa avveniva a Parigi durante il Terrore; o nella Russia di Stalin; o anche in Italia immediatamente dopo il 25 aprile. Periodicamente la barbarie, la fame di sangue, lo schiacciamento del debole solo perché è debole, riemergono nei periodi più oscuri della storia. La civiltà è nata e ha camminato lungo i secoli accompagnata dal giusto processo, dal rispetto dell'imputato, del diritto di difesa. Ora siamo tornati ai processi di piazza, alla folla che chiede sangue; e più ne ha, più ne chiede.Che fare? Ovviamente, urge l'evangelizzazione dell'Europa. Tuttavia questa impresa, apparentemente disperata, richiede secoli se non millenni. Nel frattempo, che fare? Buttare la televisione. Lo so, lo so: la vostra è sempre spenta, non la guardate mai o, al massimo, ci guardate il Giro d'Italia. Datemi retta: buttatela. Mi ringrazierete.
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La BBC promuove in prima serata il satanismo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7431LA BBC PROMUOVE IN PRIMA SERATA IL SATANISMO di Stefano Magni"Pensi di conoscere i satanisti? Probabilmente no", titola la BBC il suo servizio sulla convention della Satanic Temple (chiesa satanista, legale negli Usa) a Boston. Con un titolo così, cosa potrebbe andare storto? Tutto, è la risposta. Il sito della Tv pubblica britannica, invece che limitarsi a documentare, finisce per sdoganare il Male conclamato ed esplicito di questo culto.Nell'articolo si scopre che il satanismo è già mainstream, anche se non ce ne siamo accorti. Si spiega che nelle cerimonie di iniziazione si pratica lo "sbattezzo". E in tutto il mondo cristiano le associazioni atee e razionaliste incoraggiano lo sbattezzo. Il primo intervistato nel servizio della BBC è un gay fuggito da una famiglia cristiana che "lo faceva sentire un abominio", mentre nella setta satanica ha ritrovato la sua "dignità". E questo rientra dunque nella classica narrazione contemporanea, progressista, dell'emancipazione dei gay dal cristianesimo.SI CREDE SOLO NELLA SCIENZATutti, nel culto, portano la mascherina, anche a pandemia finita. E anche questo comportamento è premiato. I satanisti intervistati affermano di non credere a Satana, non credere all'Inferno, ma solo nella Scienza. E chi, nel mondo dell'accademia e della stampa, non si proclama seguace della Scienza? L'impegno maggiore nella società che i Satanic Temple vantano è l'aiuto alle donne per l'accesso alla "salute riproduttiva", leggasi aborto. Apprendiamo anche che eseguano un rito durante l'aborto: è un espediente per aggirare la legge, perché così, nel nome della libertà di culto, si potrà abortire anche negli Stati in cui è vietato. Nei riti di iniziazione, in compenso, vengono strappate Bibbie, ma non è profanazione, bensì parte dei riti di una chiesa legale e riconosciuta. D'altra parte, vorrai mica reagire come un musulmano quando viene strappato un Corano? Sempre nel nome della libertà di religione, vengono organizzati dei doposcuola dei Satanic Temple. Ci sono programmi con giocattoli a tema e libri per l'infanzia per educare sin dalla tenera età ai precetti del culto. E anche dei cartoni animati.Letto con occhiali laicisti, parrebbero quasi dei benefattori: proteggono i diritti Lgbt, difendono i "diritti riproduttivi", dunque anche i diritti delle donne, partecipano all'educazione, hanno come principio quello della libertà di culto e del rispetto per il credo altrui. Sono sempre giocherelloni e pronti a scherzare, non prendono mai nulla sul serio. Semmai risultano rigidi, aggressivi e ottusi quei gruppi di cristiani, intervistati dalla BBC, che protestano fuori dall'hotel in cui si svolge la convention. Tutto il pezzo, consapevolmente o meno, finisce per riabilitare un culto da una cattiva nomea, come dimostrano le interviste a chi ha perso il lavoro o è stato minacciato quando ha palesato la sua fede satanista. O gli argomenti dei nuovi adepti: "A quel punto mi sono informata. Un po' spaventata, credo, come molti lo sarebbero. E volevo davvero assicurarmi che non facessero sacrifici dei bambini! Poi ho iniziato a entrare nella cultura e nell'ambiente, ho iniziato a partecipare alle riunioni... e alla fine ho capito che no, non è così, è solo un simbolo che usano e sono davvero brave persone".IL SOLITO VECCHIO TRUCCO DEL DEMONIOPoche righe sopra, si legge che questa "religione" pratica riti durante l'aborto. "Ha anche sviluppato un rituale per l'aborto per le persone che interrompono la gravidanza, progettato per dare conforto, che comporta la recita di un'affermazione prima dell'aborto". E la signora intervistata non nota alcuna contraddizione. Solo una cultura profondamente laicista non considera un feto come un essere umano. Un rito celebrato mentre si uccide un nascituro è, a tutti gli effetti, un sacrificio umano di un bambino. Strappare copie della Bibbia è un atto profondamente anti-religioso (non solo contro il cristianesimo). Domandiamoci perché vi fosse così tanta ossessione per la mascherina, in certi ambienti atei e scientisti, anche quando e dove non era necessaria. Domandiamoci poi che cosa significhi "seguire la Scienza", considerando che la scienza non può mai costituire un'alternativa alla fede, sempre che non diventi una religione a sua volta. I debunker si sono precipitati a negare l'esistenza di doposcuola satanisti, ma ci sono, i Satanic Temple li vantano: dunque abbiamo a che fare anche con l'indottrinamento dei bambini, sin dalla tenera infanzia.E non è ateismo, è ben diverso, come sottolinea l'ultimo degli intervistati che "si è convertito dall'ateismo al satanismo solo di recente" e che afferma con chiarezza: "Ho scoperto che il satanismo afferma tutto ciò che io sostengo". La convinzione che Satana non esista, sia solo un simbolo e che soprattutto l'Inferno non esista è la vera chiave di volta per le conversioni al culto. Ma è il vecchissimo trucco demoniaco quello di far credere di non esistere. Di indurre a non credere a nulla e di non prendere mai nulla sul serio. Se si ha fede in Dio, ci si può accorgere del pericolo e resistere, smontando queste dissimulazioni. Ma se la predicazione satanista viene letta con gli occhiali della cultura laicista, immersi come siamo in una cultura relativista, non si hanno più difese nei suoi confronti. Le cifre sono lì a dimostrarlo: i membri di Satanic Temple erano 10mila nel 2019, sono 700mila oggi.
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Annunziata e Fazio fanno le vittime... ma (purtroppo) nessuno li ha cacciati dalla Rai
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7423ANNUNZIATA E FAZIO FANNO LE VITTIME... MA (PURTROPPO) NESSUNO LI HA CACCIATI DALLA RAI di Ruben RazzanteAlmeno dagli anni settanta in poi la Rai viene lottizzata dalla politica e chi vince le elezioni e prende in mano le redini del Governo del Paese cerca di piazzare suoi uomini ai vertici delle reti e dei tg. È sempre stato così e sarà sempre così, almeno fino a quando non si individuerà un sistema di pesi e contrappesi, sancito per legge, che possa porre fine alla lottizzazione partitica della tv di Stato.Due giorni fa il Consiglio d'amministrazione Rai, peraltro spaccandosi, ha approvato le nuove nomine volute dal Governo Meloni e questo ha scatenato, com'era prevedibile, le reazioni indignate della parte politica penalizzata da queste scelte, vale a dire la sinistra, che ha perso le ultime elezioni politiche. Peraltro quando si parla di sinistra non s'intende affatto un blocco monolitico perché il Pd è spaccato in più correnti, il Terzo polo gioca una partita tutta sua e il Movimento 5Stelle cerca di non farsi sottrarre voti dai dem a guida Schlein. Queste divisioni nella sinistra hanno ulteriormente facilitato il compito al centrodestra, che ah occupato le principali poltrone Rai senza particolari ostacoli.Ma non c'è nulla di scandaloso rispetto al passato. Si può condannare l'andazzo lottizzatorio ormai imperante e radicato ma non si può certo accusare questo Governo di aver fatto peggio degli altri. Ha semplicemente portato avanti una prassi consolidata, che viene spacciata come pluralismo ma in realtà è solo un regolamento di conti tra chi vince le elezioni politiche e chi le perde.MISTIFICAZIONE DELLA REALTÀTuttavia, al netto di queste tristi considerazioni, che si ripetono da decenni, bisogna registrare con stupore alcuni tentativi di mistificazione della realtà che alcuni volti della tv di Stato hanno portato avanti nelle ultime settimane. Alcuni media vicini alla sinistra hanno accusato la "Rai meloniana" di aver epurato Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, ma in realtà i due non sono stati cacciati da nessuno. Hanno ricevuto un'offerta vantaggiosissima sul piano economico da Discovery e se ne sono andati. Anche un'altra conduttrice di punta della fascia pomeridiana, Serena Bortone potrebbe andare a Discovery perché la sua vicinanza alla sinistra e in particolare a Enrico Letta starebbe orientando i vertici Rai a sostituirla in quella conduzione. Normale amministrazione, scelte che sono sempre state fatte da tutti i Governi e che solo oggi sembrano scandalose perché ad averle fatte è un Governo di centrodestra.Neppure Lucia Annunziata è stata cacciata dalla Rai, ma ha annunciato nelle ultime ore le sue dimissioni "irrevocabili" dalla tv di Stato. "Non condivido nulla dell'operato dell'attuale governo, né sui contenuti, né sui metodi. In particolare non condivido le modalità dell'intervento sulla tv pubblica", ha fatto sapere la giornalista nella sua lettera di dimissioni, ed ha aggiunto: "Arrivo a questa scelta senza nessuna lamentela personale: giudicherete voi, ora che ne avete la responsabilità, il lavoro che ho fatto in questi anni. Vi arrivo perché non condivido nulla dell'operato dell'attuale governo, né sui contenuti, né sui metodi. In particolare non condivido le modalità dell'intervento sulla Rai. Riconoscere questa distanza è da parte mia un atto di serietà nei confronti dell'azienda che vi apprestare a governare. Non ci sono le condizioni per una collaborazione dunque". Di recente, in una delle puntate della sua trasmissione domenicale su Rai 3, la Annunziata, intervistando Gianfranco Fini, aveva rivendicato con orgoglio la sua faziosità, che peraltro era apparsa negli anni sempre più evidente. Non si dimentichi che la Annunziata ha ricoperto tantissimi ruoli nella tv di Stato, anche quello di presidente, ovviamente su designazione della sinistra.REAZIONI SCOMPOSTEAnche in questo caso, però, non si tratta di una cacciata. Le era anzi stato riconfermato lo spazio domenicale e non aveva ricevuto alcuna interferenza o pressione. C'è chi insinua che il Pd le abbia proposto una candidatura alle europee fra un anno. Sarà vero?Ma queste reazioni molto scomposte alle nomine fatte dal cda Rai non si fermano alla Annunziata. Antonella Clerici, durante una puntata di "È sempre mezzogiorno", avrebbe commentato sarcasticamente gli addii di Lucia Annunziata e Fabio Fazio con una frase sibillina ma neppure troppo: "Non dobbiamo nasconderci. Noi diciamo sempre la verità, fin troppo. Poi infatti ci cacceranno, ma non importa". Anche lei affetta da manie di persecuzione?Ciliegina sulla torta un tweet di Gad Lerner, anche lui orgoglioso di aver preso una delle prime tessere del Pd, anche lui con precedenti in Rai nelle gestioni di sinistra e ora indignato verso la svolta meloniana della tv pubblica e solidale con la "povera" Annunziata, che se ne va da sola ma fa la vittima. "Brava Lucia Annunziata - scrive Lerner - non sei donna per tutte le stagioni, vai per la tua strada come ai vecchi tempi... e vediamo cosa son capaci di fare al posto tuo questi "nuovi venuti" che in realtà son tutti vecchie conoscenze, tendenzialmente mediocri".Sono tutti atteggiamenti fortemente ideologici oltre che arroganti sul piano intellettuale, che nel giornalismo non dovrebbero trovare spazio perché inficiano alla radice il concetto stesso di informazione pubblica e al servizio di tutti i cittadini. Sarebbe molto più onesto da parte di questi soloni del giornalismo targato sinistra lasciar cimentare i nuovi arrivati e, semmai, metterne in luce eventuali carenze professionali o sbandamenti in termini di faziosità. Attaccare la Meloni anche sulla Rai sembra un altro autogol di una sinistra ormai allo sbando.
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Fedez e Ferragni a Dubai: ma non gli faceva schifo?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7372FEDEZ E FERRAGNI A DUBAI: MA NON GLI FACEVA SCHIFO?Il rapper è il re dell'ipocrisia, ma nell'era degli influencer non deve sorprenderedi Max Del PapaFedez a Dubai con la famiglia fa venire in mente le massime della retorica borghese, aggiornate ai tempi: la parola è parola, io ho una sola parola. Per dire: faccio l'esatto contrario di quello che dico. Non si può sbagliare. Poi agli invidiosi, ai gretti basta il solito populismo lamentoso, tu vai a divertirti e noi moriamo di fame, ma è, appunto, il luogo comune dei mentecatti, la faccenda vera essendo la seguente: c'è qui un intrattenitore da avanspettacolo, passato chissà come in fama di artista, che annuncia: "Mai a Dubai, hanno i cadaveri sotto i piedi", hanno pochi scrupoli in tema di diritti umani; ed eccotelo selfato e contento con la consorte, la famiglia, a Dubai. Io ho una sola parola e voi potete stare certi che la mantengo, nel senso che faccio rigorosamente l'opposto di quanto promesso.TUTTO COME DA COPIONEE hanno ancora la forza di stupirsi? Non è lo stesso che sosteneva, a Sanremo ci vanno i falliti e poi è diventato un soprammobile dell'Ariston? Ma chi è più da compatire, l'affarista senza scrupoli o quelli che se ne stupiscono e se ne indignano? Da mai a Dubai a saluti da Dubai è il lampo di un contratto: basta un invito all inclusive, che è la formula del contrattualismo ipocrita per dire scrocconi legittimati, consumi di lusso contro visibilità. C'è un mercato specifico, a volte certi influencer straccioni cascano male e vengono sputtanati sui social da ristoratori e albergatori, ma ai livelli più alti va per la maggiore l'accordo sulla finta vacanza. Un po' come il ladrone messicano Mescal di Trinità al quale il maggiore aveva dato il permesso di razziare 30 cavalli.È la linea seguita dalla metropoli degli Emirati Arabi dove prima o dopo riparano tutti: politici, infermiere eroiche, influencer tettone, e tutti avendo cura di mostrare alberghi e locali all'insegna del moralismo cubista. Tutti e tutte petulanti, intransigenti sui diritti umani, il femminismo, il genderismo, la bandierina arcobaleno "in bio" e poi morbidi e adattabili come il Pd mediterraneo che predica diritti e razzola male (vedi Qatargate). Difatti il nostro Fedez è sempre più contiguo al Pd, ora si fa i filmatini con lo Zan apostolo del cambio di sesso precoce. Il liberismo irresponsabile, che è cosa diversa e opposta dal liberalismo libertario, prevede massima disinvoltura sui temi etici e sulla coerenza, e una certa libertà di movimento: tutti a Dubai, come per una pausa stretta fra le parentesi del moralismo cialtrone.PRETENDERE COERENZA DAGLI INCORERENTI?E i follower si stupiscono, inveiscono, nello straziante tentativo di sollecitare a questi personaggi senza storia e senza coerenza una risposta, una giustificazione. Ma la giustificazione sta nell'affare, sta kantianamente in sé: a loro modo questi soggetti sono trasparenti; dicono o lasciano intendere: noi siamo finzione, prosperiamo sull'illusione, sul mercato dei miraggi e non lo nascondiamo. E voi che altro vi aspettate? In quest'ottica, il moralismo patetico e vagamente reazionario è ornamentale, tattico, un orpello che fa parte della messinscena ma che nessuno sano di mente dovrebbe prendere sul serio. Così andando le cose nel tempo del tutto e subito, qui ed ora. Ma il pubblico, che oggi si chiama follower, seguaci, adotta per l'appunto approcci sul fideistico magico.Anche per la veggente di Trevignano, Gisella Cardia, che replicava le nozze di Cana con le pizzette e faceva piangere alla divina statua sangue di maiale, i devoti si sono svuotati le tasche, uno ha donato, non si è capito per cosa, 130mila euro e adesso dice: "La credevo una santa ma è il diavolo". Ma non è né angelo né demonio, pare sia una imbrogliona in fuga dalla Sicilia col marito, subito sparita in Romania con le donazioni dei fessi, una dell'infinita schiera delle mamma Ebe, maga Clara e Wanna Marchi. [...] Ed è infinita perché non non si placa il bisogno di assoluto e di certezze, di miraggi, di moralismo dell'homo seguace, homo follower.
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Cosa ha deciso il tribunale sulla denuncia contro Fedez e Rosa Chemical
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7336SANREMO: COSA HA DECISO IL TRIBUNALE SULLA DENUNCIA CONTRO FEDEZ E ROSA CHEMICAL di Giuliano GuzzoVa tutto bene, «non c'è reato». È questa la motivazione per cui, nelle scorse ore, la Procura di Imperia avrebbe deciso di archiviare l'esposto che era stato presentato dall'associazione Pro Vita & Famiglia - insieme con l'On. Carlo Giovanardi e l'avv. Cianciulli - contro la simulazione di un atto sessuale di Fedez e Rosa Chemical nel corso dell'ultimo festival di Sanremo. Il condizionale è però d'obbligo perché - almeno fino a quando scriviamo, ovvero venerdì mattina 24 febbraio - come fanno sapere gli stessi proponenti, la notizia dell'archiviazione è arrivata solo tramite le agenzie di stampa e non ancora tramite un atto ufficiale della Procura.Tuttavia, va detto che pure attorno a questo esposto, sono in poco tempo circolate svariate fake news, almeno una delle quali è bene smascherare una volta per tutte.Stiamo parlando dell'inesattezza, cui purtroppo hanno abboccato svariati organi di informazione - dall'Ansa a Repubblica fino a Tg24 - , secondo cui l'esposto in questione sarebbe stato presentato per «il bacio» tra Fedez e Rosa Chemical. Ecco, questo non è vero. Quell'atto di denuncia, depositato anche a seguito di oltre 37.000 firme (ora diventata addirittura oltre 51.000) di una petizione popolare, nasceva per altro, e cioè per il fuoriprogramma che ha visto i due artisti mimare un rapporto sessuale con relativo amplesso. «Si tratta», recitava l'esposto, «di un comportamento di una gravità inaudita, che ha portato a un'ondata di indignazione generale per la vergogna, il disagio e la repulsione provocata dalla volgarità di un comportamento che riguarda la sfera sessuale».Peraltro, sarebbe stato pure assai singolare un esposto contro un bacio tra due uomini per il semplice fatto che un bacio del tutto analogo - e proprio sul palco dell'Ariston - non è affatto una novità, anzi: è un avvilente déjà vu. Proprio così: già oltre dieci anni fa, e precisamente nel Sanremo 2011, c'era infatti già stato un bacio sulle labbra tra due uomini, vale a dire quello che si scambiarono Luca Bizzarri e Gianni Morandi, a loro volta bissando le effusioni tra due donne, che avevano avuto come protagoniste Belen Rodriguez ed Elisabetta Canalis.Dunque, Fedez e Rosa Chemical baciandosi davanti alle telecamere non hanno inventato nulla. Viceversa, hanno "inventato" - anche troppo - mimando un atto sessuale esplicito, questo sì oggetto dell'esposto poi archiviato.La decisione della magistratura, se confermava, che va ovviamente rispettata, ma che ha già visto la risposta dei proponenti. L'avvocato Luca Ghelfi, infatti - che aveva depositato l'esposto - ha già fatto sapere che se e quando arriverà l'atto ufficiale della Procura i proponenti stessi presenteranno opposizione al giudice per le indagini preliminari.Ciò detto, va però anche ribadito come non tutto ciò che non sia - secondo la Magistratura - penalmente rilevante risulti anche moralmente accettabile. Tutt'altro: vi sono innumerevoli azioni e gesti che il Codice penale non persegue ma che sono, tanto più se fatti in televisione, qualcosa di gravissimo e intollerabile.Un caso che pare proprio riguardare, evidentemente, quello che è a svariate decine di milioni di italiani, lo scorso 11 febbraio - alla finalissima del 73° Festival di Sanremo - è toccato vedere. Da questo punto di vista, se qualcuno forse tirerà un sospiro di sollievo per il possibile naufragio dell'esposto di Pro Vita & Famiglia, di certo né questa associazione né molti altri si dicono pentiti, anzi, di una denuncia che ritenevano e continuano a ritenere più che fondata, per le ragioni anche morali poc'anzi ricordate. Ciò che deve passare, infatti, è un'idea molto semplice: la televisione, a maggior ragione la televisione finanziata dai contribuenti - e quindi di tutti -, non può permettersi il lusso di mandare in onda qualsiasi cosa.Ne consegue, dunque, che - dopo quello che è stato mandato in onda - una forma di risposta dovrebbe comunque essere messa in conto dai responsabili del programma e del canale. Perché davvero tutto si può chiedere, oggi, al popolo che ha a cuore i valori della vita e della famiglia, tranne di accettare in silenzio la propagazione di contenuti che di provocatorio non hanno nulla, mentre di offensivo per la sensibilità comune hanno moltissimo.
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Cosa rimane dopo il Festival di Sanremo 2023?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7318COSA RIMANE DOPO IL FESTIVAL DI SANREMO 2023? di Giuliano GuzzoFestival dell'omologazione, del gender, non più della canzone. Meriterebbe di esser ribattezzato così, a partire dal prossimo anno, Sanremo che, con l'edizione 2023, ha definitivamente concluso la sua mutazione: da evento nazionalpopolare a kermesse liberal e progressista, da trasmissione per far divertire tutti a programma per indottrinare tutti. Le prove della drammatica metamorfosi sono talmente tante che c'è l'imbarazzo della scelta. Anzitutto c'è stata lei, Chiara Ferragni, che, dopo aver debuttato leggendo una bella letterina a se stessa - in caso qualcuno ancora dubitasse quanto le sia caro l'ego -, ha alternato abiti molto discutibili fino alla serata finale, quando ha sfoggiato un collana dalla forma emblematica: quella di un utero composto da sezioni di corpo femminile, simbolo di attivismo per «i diritti riproduttivi», come viene ingannevolmente chiamato l'aborto volontario.ROSA CHEMICAL E FEDEZDegni di nota, restando in tema di conduttrici con il pallino per le omelie laiche, anche i monologhi della pallavolista Paola Egonu - icona del «fluido in amore» che ha voluto ricordare al Paese grazie quale ha potuto affermarsi quanto sarebbe «ancora razzista» - e dell'attrice Chiara Francini, che ha voluto far sapere a tutti quanti che, "beata lei", vive in un Paese - non certo l'Italia che ha tassi di natalità cimiteriali - in cui, ad un certo punto «tutti intorno a te cominciano a figliare». Gran e sorridentissimo cerimoniere di tutto l'ambaradan, come noto, è stato Amadeus, conduttore secondo cui bisogna «spiegare ai bambini che esiste un uomo che ama un uomo e una donna che ama una donna e che questo è normale».Una domanda dunque sorge spontanea: si deve considerare una «spiegazione ai bambini» pure l'amplesso mimato tra Rosa Chemical e Fedez, i quali non si sono risparmiati neppure un bel bacio omo in diretta? Oppure lo si deve considerare diversamente, quel gesto che offende anzitutto il buon gusto, questo sconosciuto? Sarebbe davvero interessante capirlo.Allo stesso modo, restando al "mitico" Rosa Chemical, sarebbe utile comprendere se egli abbia la licenza di far qualsiasi cosa - come ha fatto alla fine dell'esibizione in coppia con Rose Villain, mostrando un sex toy strillando: «Viva l'amore, viva il sesso, libertà» (che l'originalità!) - o se ci sia un codice di decenza minimo da osservare e, in caso che così non sia, come sembrerebbe, perché diamine non lo si rivela apertamente.LE CANNE SONO UNA COSA POSITIVA?Non è finita. Altro dubbio che sorge: secondo i responsabili del festival, le canne sono una cosa positiva? Le cosiddette "droghe leggere" il cui consumo, non di rado, è solo l'inizio d'una dipendenza che può portare - e spesso ha portato e purtroppo ancora porta - all'autodistruzione, per i vertici Rai rappresentano qualcosa da proporre al pubblico? E se così non è, scusate, dove sono almeno i richiami per quel «Giorgia legalizzala» (riferito alla cannabis) urlato dagli Articolo 31 e dal solito Fedez?La domanda più importante, e forse anche più scomoda, è però un'altra: cosa aspettano le istituzioni, incluso il Governo, a smantellare questo carrozzone ideologico che, purtroppo, è diventato il festival di Sanremo, con le canzoni ridotte a contorno e il trionfo di Marco Mengoni quasi a varia ed eventuale? Tra gli aiuti in Turchia e Siria martoriate dal sisma, il contrasto ai rincari, la guerra in Ucraina e i delinquenti che vorrebbero cestinare il 41bis, è comprensibile che l'esecutivo in questi giorni abbia tutt'altre questioni sul tavolo. Ci sta. Ma quanto accaduto a Sanremo in questi giorni pare davvero troppo grave per lasciar correre.Sappiamo che diversi esponenti di Fratelli d'Italia, e non solo, si sono indignati per lo show - l'ennesimo - del marito di Chiara Ferragni che da una parte ha strappato davanti alle telecamere una foto del viceministro alle Infrastrutture, Galeazzo Bignami, e dall'altro ha attaccato il ministro per la Famiglia Eugenia Roccella. Una indignazione - per Bignami - sacrosanta, intendiamoci. Però non basta. Beninteso: non si tratta di instaurare alcuna forma di controllo a scapito della libertà di nessuno, tanto meno degli artisti. Tuttavia, va compreso - a proposito di «diritti», ormai parolina passepartout per legittimare qualsiasi cosa - che esistono anche quelle delle famiglie italiane a non essere esposte a volgarità a raffica e dei più piccoli a non essere scandalizzati e bombardati di messaggi negativi. E appunto sono stati, i messaggi negativi, i veri protagonisti del fu festival della canzone, ormai ridotto - lo ripetiamo - a sinistra fiera dell'omologazione e della sessualità fluida.Nota di BastaBugie: Andrea Zambrano nell'articolo seguente dal titolo "È Sanremo o la festa dell'Unità? Al governo va bene così" spiega perché il governo Meloni rinuncia a contrastare la deriva ideologico-propagandistica e va al traino della Sinistra.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 febbraio 2023:E con Paola Egonu, che ha accusato l'Italia di essere un Paese razzista, il Festival di Sanremo è diventato ufficialmente la Festa dell'Unità. La pallavolista ha rivendicato con orgoglio il suo essere nera e sessualmente fluida e lo ha fatto servendosi del palco messogli a disposizione all'Ariston dalla tv di Stato nella terza serata del Festival. In pratica: accusa di razzismo il Paese che le ha regalato il pass per diventare un personaggio mediatico non in virtù dei suoi meriti sportivi, ma per le sue idee politiche.Prima di lei c'era stato Fedez, che, con il doppio attacco, prima al viceministro delle Infrastrutture Bignami del quale aveva strappato una sua vecchia foto di Carnevale vestito da nazista e poi al ministro della Famiglia Eugenia Roccella per aver definito l'aborto «purtroppo un diritto», ha mostrato che il rap al servizio della propaganda politica non è arte. E prim'ancora Amadeus, che aveva invitato il ministro Salvini a guardarsi un film sabato sera e messo in guardia i "bacchettoni" spiegando che il «compito della tv è quello di educare che è normale che un uomo ami un altro uomo».Il tutto con la benedizione di Mattarella.La sfida al governo Meloni è lanciata col ghigno e l'arroganza dei primi della classe, utilizza i palinsesti della tv pubblica e i soldi dei contribuenti e gli ultimi episodi vanno ad aggiungersi ad una serie infinita di operazioni di propaganda, che nulla hanno a che fare con la cultura, ma semmai con il kulturame egemonico di Sinistra. Sembra quasi che, orfana di un posto al governo, la Sinistra abbia voluto occupare Sanremo riversando tutto il suo catalogo: cantanti stonati e ideologizzati che teorizzano nuove forme di amore, tra il promiscuo e il perverso; ricchissime influencer incapaci di qualunque slancio artistico se non quello del fiuto per gli affari; nani e ballerine a corredo di un'operazione che il centrodestra digerisce a fatica, ma che è incapace di contrastare con un'adeguata reazione, se non altro di indignazione.Ci ha provato Vittorio Sgarbi a farlo: ha detto che «Benigni e Fedez sono artisti obbligatori, una tassa che lo Stato deve pagare per dare spazio a esponenti di Sinistra o vagamente transgender». Ma Sgarbi, si sa, è un battitore libero. Il resto del governo, finché può, cerca di starsene zitto, in ritirata, ripiegato sul conformismo dominante, incapace di provare a esprimere un'idea di cultura che, anche se non necessariamente controegemonica, per lo meno sia capace di esprimere sentimenti e valori condivisi da un popolo o che non urtino la sensibilità della sua maggioranza silenziosa.E per forza. Si conferma il problema già sollevato su queste colonne in occasione del voto parlamentare sulla legge 194 di un centrodestra che non ha una cultura politica, che «si è totalmente appiattito sul "fiore all'occhiello" della cultura del post-illuminismo borghese, dell'individualismo narcisistico, dell'emotivismo etico, della cultura postmoderna dei nuovi diritti».Non è un caso che per un Sottosegretario alla cultura che parla, ce ne sia un altro che invece cerca di starsene fuori dalle polemiche. E non è un sottosegretario di poco conto dato che Giorgia Meloni gli ha affidato non solo la cultura, ma persino la delega agli spettacoli.Al grande pubblico il nome di Gianmarco Mazzi non dice granché, ma il suo essere un importante impresario del mondo dello spettacolo lo mette tra i protagonisti dei Sanremo degli ultimi 15 anni. È stato infatti per diverse edizioni (sotto la conduzione di Bonolis, Panariello, Antonella Clerici e Gianni Morandi) il direttore artistico del Festival e recentemente ha collaborato proprio con Amadeus per le precedenti edizioni del '20, '21 e '22.Ebbene. Proprio Mazzi, nonostante sia Sottosegretario alla cultura con delega agl
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A Sanremo 2023 sarà benedetto l'inferno?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7308A SANREMO 2023 SARA' BENEDETTO L'INFERNO? di Roberto de MatteiL'idea di fondo del gender consiste nel negare l'esistenza di una natura umana e di leggi morali che da questa natura umana discendono. Uomini e donne, secondo la teoria del gender non si nasce, ma si diventa. L'idea di natura, che rimanda all'idea di un Dio creatore, è sostituita dall'idea di cultura e l'uomo si sostituisce a Dio come padrone della cultura e della natura. Le conseguenze sono devastanti. "In un mondo senza legge naturale - diceva Palmaro - la normalità non esiste più, le condotte contro natura non esistono più, il peccato non esiste più".Dieci anni fa la teoria del Gender sembrava un'elucubrazione intellettuale di menti distorte, destinata a infrangersi contro il buon senso dell'uomo della strada, ma oggi la Rivoluzione culturale è talmente avanzata da pervadere l'intera società. Chiunque abbia figli o nipoti, di otto, nove, dieci anni, è destinato a subire prima o poi domande del tipo: "Che cosa significa essere bisessuale?" Perché di questo parlano i compagni di scuola e alcuni maestri, suggerendo ai bambini di scegliere il genere a cui vogliono appartenere, maschile o femminile che sia, sulla base dei propri "sentimenti".BENEDETTO L'INFERNOMa oggi l'ideologia del gender ha superato le categorie binarie di maschio e di femmina, che vengono sostituite da quella di gender fluid, di sessualità fluida o liquida. Gender fluid significa che si può essere, di momento in momento, a seconda delle situazioni, maschi, femmine o qualsiasi altra cosa, piegando la natura ai propri impulsi e desideri. Se si sceglie di essere maschi o femmine si sceglie un'identità definita, mentre il gender fluid è il regno del caos e dell'indeterminazione, che a ben riflettere è l'anticamera dell'inferno.La fluidità sessuale è sempre più presente nella moda, nella pubblicità e nel mondo dello spettacolo, al punto che un oscuro cantante, Manuel Franco Rocati, in arte "Rosa Chemical," ha annunciato che porterà al Festival di Sanremo il gender fluid, il sesso indeterminato e l'amore poligamo, in una sua canzone dal titolo Made in Italy.Il Festival di Sanremo è il più famoso spettacolo di intrattenimento italiano, trasmesso dalla televisione pubblica in prima serata. Dunque, se la notizia sarò confermata, la sessualità fluida entrerà in tutte le case italiane, come qualcosa di assolutamente normale. Come non vedere in tutto questo un'opera diabolica?L'autore del messaggio gender fluid di Sanremo, Rosa Chemical ha prodotto nel 2022, assieme alla cantante Gianna Nannini un brano musicale dal titolo Benedetto l'inferno, che è un vero e proprio inno al sesso e al demonio.Benedetto l'inferno: basta il titolo, senza bisogno di ascoltare le orribili strofe: benedetto il luogo di tutti gli orrori, di tutte le sofferenze, di tutti i supplizi, destinato per l'eternità a chi si rivolta contro Dio e contro la sua legge. Questo è il messaggio che diffonde Rosa Chemical, il cantante gender fluid di Sanremo a cui i mass media già dedicano tutta la loro attenzione.UNA SCELTA DRAMMATICALa nostra vita sulla terra ci pone di fronte a una scelta drammatica: il paradiso o l'inferno: la felicità eterna o l'eterna dannazione. A seconda della nostra scelta saremo giudicati e la sentenza, una volta pronunciata, sarà inappellabile. Esiste un giudizio di Dio, esiste l'eternità, esiste l'inferno, che è il luogo dei tormenti eterni, dell'infelicità senza fine. Solo il demonio può benedire l'inferno e se un uomo o una donna ripetono questa bestemmia, miserabile sarà il loro destino, quando si vedranno nelle mani di Lucifero, abbandonati non solo dagli uomini, ma dalla Regina degli angeli e da Dio, Padre di ogni misericordia.A che cosa servirà il successo di Sanremo quando con la morte tutto sarà ridotto in cenere e si aprirà l'abisso dell'eternità? Eternità beata per chi ha rispettato la legge divina e naturale, ma eternità di tormenti per chi ha benedetto l'inferno e la sessualità fluida. All'esibizione blasfema dei cantori del gender fluid e dell'inferno, opponiamo in ginocchio la preghiera che nel 1917 la Madonna ha insegnato a Fatima ai tre pastorelli: "Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell'inferno e portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia".Ma per chi sfida Dio e la sua legge, suona presto, in vita o in morte, l'ora della Giustizia, non quella della Misericordia.Nota di BastaBugie: Giuliano Guzzo nell'articolo seguente dal titolo "Verso Sanremo. Ecco chi è Rosa Chemical, il testimonial dell'agenda gender fluid" riporta alcune frasi raccapriccianti del sedicente "artista" sanremese.Ecco l'articolo pubblicato su Provita & Famiglia il 6 febbraio 2023:Il Festival di Sanremo inizia domani, ma c'è una polemica che lo ha già preceduto. È quella innescata da Manuel Franco Rocati, in arte Rosa Chemical, cantante che si esibirà all'Ariston il cui look ricorda molto quello di Achille Lauro e che ha pensato bene di annunciarsi, nei giorni scorsi, rilasciando una intervista a Vanity Fair nel corso della quale ha esposto la sua concezione degli affetti e delle relazioni; da viversi senza limiti né vincoli. E c'è da chiedergli dato che, specifica la giornalista che l'ha intervistato, «su OnlyFans, un sito di intrattenimento per adulti [...] Rosa Chemical fa contenuti porno».Con simili premesse non stupirà sapere che secondo Rosa - questo il nome in cui più egli si identifica («i miei amici mi chiamano Manu, ma io sono Rosa, mi piace, ormai è parte di me») - bisogna smetterla di immaginare una unione come solo tra due persone. «Ma se vi dicessi che si può amare più persone contemporaneamente?», si è chiesto parlando appunto con Vanity Fair e subito aggiungendo che quelle degli "amori multipli" «sono possibilità che io stesso vivo. Ho una fidanzata, è una relazione aperta. Se non la vedo per due giorni è possibile che io abbia fatto sesso con altre quattro persone. E lei lo sa e fa lo stesso. Oggi, nel 2023, come posso essere il meglio per la persona che ho davanti? Non sono così egoista».Questa piccola apologia dell'«amore libero» non è tutto. Rosa Chemical ha in serbo per i telespettatori dell'evento anche un inno al gender fluid, scritto nero su bianco nel testo del suo brano, Made in Italy, che contiene, appunto, passaggi assai espliciti rispetto sia agli "amori multipli" sia al potersi sentire "sentire di sesso diverso", in barba ai dettami morali cristiani: «Sono perverso e non mi giudichi/Se metterò il rossetto in ufficio lunedì/Da due passiamo a tre/Più siamo e meglio è [...] Sono un bravo cristiano/Ma non sono cristiano». [...]Chissà che ne pensa di tutto questo il buon Amadeus. Lo scorso anno, si ricorderà, ebbe a dichiarare - «da cattolico» - di non sentirsi turbato dalle performance al limite del blasfemo di Achille Lauro. Beato lui, e chissà che anche a breve non debba prodursi in nuove minimizzazioni di esibizioni che, prima che di sensibilità etiche o religiose, si fanno beffe del buon gusto, questo sconosciuto.
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Batosta storica per Netflix e Disney per aver diffuso la propaganda Lgbt
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7271BATOSTA STORICA PER NETFLIX E DISNEY PER AVER DIFFUSO LA PROPAGANDA LGBT di Giuliano GuzzoL'anno da poco concluso è stato, per il cinema e per le serie tv, sicuramente caratterizzato dalla cultura woke. Più ancora, in realtà, dalla parossistica diffusione di personaggi arcobaleno, divenuti immancabili non solo nelle produzioni cinematografiche sempre più numerose - se si clicca su un sito come cinemagay.it, oggi, ci si imbatte in un catalogo sterminato, di oltre 4.000 film! -, ma anche in quelle destinate ai più piccoli; su questo versante, il sito di Pro Vita & Famiglia non ha certo mancato, come chi lo visita abitualmente sa, di continuare ad offrire aggiornamenti, anche se l'impresa non è semplice.Ciò nonostante, ecco il punto: il 2022 arcobaleno non solo non ha fatto prosperare i grandi media ma, sotto il profilo economico, ha inflitto loro una batosta storica. A farlo presente, una fonte di sicura autorevolezza come il Financial Times, secondo cui nell'anno finito da pochi giorni la Walt Disney Company, Netflix, Comcast e altri giganti dei media hanno perso più di mezzo trilione di dollari di valore di mercato. Lo si evince andando a vedere, appunto, l'indice Dow Jones Media Titans, barometro della salute finanziaria di 30 delle più grandi società di media del mondo, negli ultimi dodici mesi da $ 1,35 trilioni, che era, è precipitato $ 808 miliardi, facendo segnalare un calo di circa il 40%.Naturalmente, tale flessione non è stata omogenea per tutti i grandi gruppi, con alcuni di essi che hanno accusato perdite ancor più significative. Come la già citata Walt Disney Company, le cui azioni sono precipitate addirittura del 45%, facendo segnare il calo più drammatico dell'ultimo mezzo secolo. Colpa, spiegano gli esperti, degli esiti non brillanti delle ultime produzioni al botteghino e di altri riscontri non positivi, che tutti assieme, secondo un analista, hanno fatto sì che si realizzasse una «tempesta perfetta di cattive notizie». Sarà pure così, per carità, non lo si può escludere.Al tempo stesso, però, non si può neppure fingere di non vedere come la principale casa mondiale di produzione di contenuti per bambini abbia sposato esplicitamente la causa Lgbt. Karey Burke in persona, presidente della Disney's General Entertainment Content, su questo aspetto ancora mesi fa era stata molto chiara, affermando che prossimamente «almeno la metà» dei personaggi dei cartoon dovrà essere arcobaleno. Lo si era scritto su queste colonne e non ci vuol molto a capire come tutto questo possa aver generato una sostanziale sfiducia, da parte di molte famiglie, in quella che fino a pochi anni fa era una garanzia, rispetto all'intrattenimento per i più piccoli.Secondo quanto ricostruito dal Christian Post, inoltre, Disney non farà alcun dietrofront rispetto alla linea arcobaleno fino ad oggi così ardentemente sposata. Probabilmente non lo farà neppure Netflix, piattaforma che già nei primi tre mesi dello scorso anno aveva fatto sapere di aver perso la bellezza di 200.000 abbonati, circa l'equivalente degli abitanti di Siena, Pisa e Lucca messi assieme. «Il woke mind virus ha reso Netflix inguardabile», aveva commentato ad aprile Elon Musk, il patron di Tesla e poi di Twitter per provare a spiegare il collasso del gigante dello streaming. Una interpretazione che, anche se non può essere certo elevata a fattore monocausale, comunque torna utile anche per capire come mai il 2022 è stato l'anno nero di un po' tutto l'universo dei grandi media.
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Suor Cristina rinuncia all'abito da suora e abbandona il convento
VIDEO: Altro che suor Cristina ➜ www.youtube.com/watch?v=DJXxLzUkurk&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXFTESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7221SUOR CRISTINA RINUNCIA ALL'ABITO DA SUORA E ABBANDONA IL CONVENTO di Stefano ChiappaloneQuello di suor Cristina Scuccia non sarà il primo né l'ultimo caso di abbandono della vita religiosa, anche a voti già professati (un bilancio piuttosto tragico da qualche decennio a questa parte). Fin qui fatti suoi e "chi siamo noi per giudicare" l'ormai ex orsolina? Piuttosto sarebbe il caso di porre qualche domanda in più alle sue superiore anche, a monte, sui criteri in base ai quali oggigiorno si vive e si discerne la vita consacrata.Cristina Scuccia, oggi 34enne, era salita alla ribalta nel 2014 con la vittoria al talent show The Voice. Oggi vive in Spagna e lavora come cameriera, dopo aver rinunciato all'abito ma non alla musica, passione presente prima, durante e dopo la sua esperienza. La "rivelazione" è giunta domenica nel programma Verissimo condotto da Silvia Toffanin. Un cambiamento, a suo dire, più che una perdita di vocazione, ma resta il dubbio su quale delle due vocazioni prevalesse sull'altra: il velo o il microfono? E a quegli anni la Scuccia guarda comunque con gratitudine: «Anni intensi, che mi hanno fatto crescere». Piuttosto si è manifestata una crisi: «Tutta l'esposizione al successo mi ha messo di fronte ad una responsabilità enorme: rappresentavo qualcosa di importante per tutti. Questo mi ha fatto fare i conti con me stessa».Un esito non proprio sorprendente visto che gli anni trascorsi tra le Orsoline della Sacra Famiglia sono scanditi soprattutto da comparsate televisive e successi discografici. Un musical nel 2007, un disco (Sister Cristina) nel 2014, fino al successo travolgente (che cioè travolge il pubblico, ma anche lei). Tutte cose lecite per chi vive nel mondo, ma forse poco opportune per chi ha dedicato la vita a testimoniare l'eterno, poiché alle mode del presente ci pensiamo benissimo da soli. Mentre è proprio da vite interamente dedite a Dio che si va ad attingere una luce per la propria fede vacillante. Se cercassimo una popstar busseremmo altrove, non in convento.LE RESPONSABILITÀ DELLE SUPERIORELe superiore oggi si trincerano dietro il no comment - «Suor Cristina? Non abbiamo nulla da dire. Non c'è proprio niente di cui parlare». Del resto, l'avevano assecondata all'inizio quando la redazione di The Voice bussò alle loro porte in cerca del fenomeno canoro già noto online, non senza ricorrere a modelli biblici. La madre superiora, ricorda Cristina Scuccia, pensò ad «Abramo quando fu chiamato a sacrificare suo figlio», vedendo nell'inedita occasione «un'opportunità di evangelizzazione». Le reverende madri l'avevano seguita fino in studio, dimenandosi in grida di giubilo, come attesta il video. «Ero impreparata io ed erano impreparate loro, hanno provato con tutte le forze a proteggermi ma l'eccesso di protezione per me si trasformava in una limitazione per come concepivo io la vita religiosa». Sull'impreparazione non ha tutti i torti.E invece sarebbero proprio le superiore a dover rispondere a qualche domanda. Non quelle prevedibili su suor Cristina, ma quelle (valide naturalmente anche per gli ordini maschili) che davvero contano: in cosa consiste la loro vocazione? Quali sono i criteri in base ai quali ammettono oppure no una ragazza che aspira a seguire il loro cammino? Durante il noviziato, negli anni della formazione, la mettono di fronte alle esigenze rigorose della consacrazione a Dio, oppure ci vanno di manica larga (tanto più che c'è crisi di vocazioni) e poi mal che vada esce dal convento? Senza contare che l'eventuale perdita non va solo a carico dell'ordine, ma anche della ragazza che nel poi si troverà a ricominciare daccapo dopo anni. Forse anche tra le mura dei conventi c'è bisogno di più madri (o padri) e meno "amicone"...I DISASTRI DELL'AGGIORNAMENTO POSTCONCILIAREE qualche altra domanda si dovrebbe porre alle gerarchie, beninteso con parresia: perché continuare a insistere su un malinteso «aggiornamento» di tutto ciò che un tempo era dominio del sacro? Non è moralismo né passatismo, ma una necessità innata dell'uomo quella di varcare - attraverso un altare o un chiostro - la soglia di un altrove, respirare un po' di eternità tra le fatiche del quotidiano, levare lo sguardo verso il cielo piuttosto che verso un palcoscenico. Tanto più che - al di là delle doti canore di Cristina Scuccia, ormai laica a pieno titolo - i goffi tentativi di "avvicinarsi" alla gente, restando sempre metà e metà, il più delle volte hanno dato risultati un po' patetici, buoni solo per offrire spunto a impietose parodie, come quelle dei Valleluia.Un'ultima nota va spesa sui talenti artistici, musicali o di qualsiasi altro tipo. È evidente che a entrare in convento o in seminario è un uomo o una donna con delle legittime passioni, che però vanno vissute in maniera differente a seconda dello stato di vita e così pure l'ambito di esibizione e il successo che ne deriva. Così come è perfettamente lecito, per esempio, giocare a bowling, ma non lo è più se per farlo si lasciano sistematicamente a casa moglie e figli. E il consacrato è sposato con Dio e ha come "figli" credenti e non credenti, che hanno bisogno di qualcuno che non indichi sé stesso, ma Dio; che non sia il protagonista ma al contrario sappia condurre al Protagonista e suscitare le domande - e il fascino - della fede anche in chi non crede. Perché se invece cerchiamo il "mondo", allora tanto vale tenersi l'originale.
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Il nuovo amico di Peppa Pig ha due mamme lesbiche
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7143IL NUOVO AMICO DI PEPPA PIG HA DUE MAMME LESBICHE di Clemente SparacoUn tempo si raccontava che i bambini nascevano sotto i cavoli.Allora i cavoli erano l'unico alimento con vitamine e minerali di cui si potesse disporre d'inverno ed erano raccolti nove mesi dopo la semina prevalentemente da donne le quali ne recidevano la radichetta, che, come un cordone ombelicale, li legava alla madre terra.Ma oggi che nessuno crede più alle favole si narrano cose diverse. Così il magico mondo della Disney, i programmi per bambini di Netflix, la Barbie trans, l'edizione Lego arcobaleno, raccontano piuttosto di coppie dello stesso sesso e di bambini felici.E anche Peppa Pig si omologa a tale modello, dovendo l'editore rispondere alle richieste pressanti delle famiglie arcobaleno. Così vi fa la sua comparsa un nuovo amico, Penny Polar Bear, che, descrivendo la sua famiglia, dice di vivere con la mamma e l'altra mamma e che una fa il dottore, mentre l'altra cucina gli spaghetti.Si sa, non è più tempo di favole, né di cavoli o cicogne, ma è tempo di ideologia. Le favole sono fantastiche e immaginifiche, ma a loro modo dicono la verità e sono immediate e in armonia con la natura. L'ideologia invece ha un rapporto rovesciato con la natura e anche con la biologia e, per quanto ostenti modi suadenti, è menzognera. Si costruisce infatti su premesse sottratte alla prova e l'assenso che le si dà si dimostra non censurabile criticamente e trasfigurato emozionalmente.Ed è violenta almeno quanto è mistificante.Così quello che riscontriamo in questa disincantata favola moderna è, come scrisse Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per la Legge e la Giustizia, commentando anni fa un caso di adozione da parte di una coppia lesbica, «l'estensione del potere degli adulti sui bambini. Non basta più che i bambini siano in balia delle fluttuazioni sentimentali degli adulti, che siano separati dalle loro madri o padri dal divorzio; adesso gli adulti vorrebbero falsificare la loro filiazione all'estremo per soddisfare i propri desideri».La verità è che due donne non possono avere un bambino. Pertanto, la mistificazione si annida nel non dire che, per averlo, devono comprare il seme di un venditore (che chissà perché tutti chiamano donatore), fecondare l'ovulo di una delle due e impiantarlo in un utero il più delle volte neanche loro; quindi nell'occultare almeno uno dei genitori biologici.La violenza si determina, poi, nel momento in cui si carpisce l'innocenza infantile e si costringe il bambino ad adeguarsi alle scelte affettive dei pretendenti genitori.Ma la cavolata più grande sta nel fidare indiscriminatamente nella tecnica e nel suo potere manipolatorio per travalicare la natura.L'elemento dirimente è, in tal caso, la rivoluzione biomedica che ha modificato lo status della generazione fino a determinarla come atto medico artificiale, programmato, controllato. Così, trasformato il figlio in oggetto biologico, sono spariti mamma e papà e sono subentrati oociti e spermatozoi con il supporto di siringhe e sonde. Sono state quindi indotte situazioni non corrispondenti alla realtà naturale e biologica, che hanno fatto insorgere l'idea innaturale di avere figli senza l'altro sesso. Le difficoltà che hanno i legislatori nell'adeguare la terminologia a queste inconsuete pretese ne dimostrano l'assurdità e per certi versi, la mostruosità: non più Padre e Madre o Papà e Mamma, ma Genitore 1 e Genitore 2.Ciò ha avviato un processo che porta, se non regolato, verso l'ennesima degradazione, verso il post-umano, il quale si rivela disumano nel momento in cui si misconosce il diritto del bambino ad avere i riferimenti sicuri di cui ha bisogno per crescere (mamma e papà).Nota di BastaBugie: Federico Cenci nell'articolo seguente dal titolo "La Sinistra difende Peppa Pig con due mamme, ma odiava Goldrake" ricorda che la sinistra negli anni '70 voleva censurare Goldrake perché violento e fascista.Ecco l'articolo completo pubblicato su Provita & Famiglia il 16 settembre 2022:Enrico Letta ha parlato di «destra arretrata», Carlo Calenda di un dibattito «delirante», Laura Boldrini ha persino agitato lo spettro dell'«oscurantismo» definendo «inaccettabile» il tentativo di «censura». Un tale subbuglio tra le fila della Sinistra è stato provocato dalla polemica seguita alla scelta della Rai di mandare in onda una puntata del cartone animato Peppa Pig con "due mamme".Secondo gli esponenti politici progressisti, insomma, sarebbe arretrata, delirante e censoria la richiesta al servizio pubblico radiotelevisivo da parte dei genitori italiani di non veicolare l'ideologia gender ai propri figli. Eppure, andando a ritroso nel tempo si scopre che proprio la Sinistra, in Italia, ha inaugurato la tagliola moralizzatrice sotto la quale far passare cartoni animati a lei sgraditi. L'idiosincrasia politica verso un programma per giovanissimi risale al 1979. In quell'anno, mentre l'Italia annaspava tra problemi vecchi e nuovi, l'allora deputato di Democrazia Proletaria e membro della Commissione Vigilanza Rai Silverio Corvisieri lanciò un'offensiva contro il cartone animato giapponese Goldrake.A chi è stato bambino negli anni '70 e '80 ne è nota la trama: il pianeta Terra è minacciato da un manipolo di potenti e reprobi personaggi, così un ragazzo dall'animo audace e gentile, Actarus, si dota di un formidabile robot per combatterli. Possiamo affermare che Goldrake non faceva altro che riproporre, nella versione di un moderno anime nipponico, la più classica contrapposizione tra un eroe buono e un antieroe cattivo. Dietro lo scontro tra macchine si celava l'eterna battaglia tra bene e male. D'altronde favole, poemi epici, romanzi e poi film e appunto cartoni animati hanno avuto nel corso dei secoli l'obiettivo di erudire intere generazioni a valori positivi.Non era così per Corvisieri, il quale spiegò la sua accusa in un articolo pubblicato su Repubblica dal titolo Un ministero per Goldrake. L'esponente di Democrazia Proletaria sosteneva che con il famoso robot giustiziere «si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l'orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del "diverso"». Ne seguì un'interpellanza parlamentare per proporre l'eliminazione di Goldrake dal palinsesto dei programmi Rai. L'azione a Montecitorio scivolò nell'oblio, al contrario dell'articolo di Repubblica.A dare man forte al deputato di Sinistra fu il suo compagno Dario Fo, che definì il robot guidato da Actarus «fascista». Si racconta che in quegli stessi giorni il sempreverde epiteto dispregiativo in uso alla Sinistra sia stato lanciato da Nilde Iotti all'indirizzo di tutti i cartoni animati giapponesi: fascista quindi Goldrake, ma fascisti anche Mazinga Z, Jeeg Robot d'Acciaio, Daitarn 3, per non parlare di Capitan Harlock con il suo vessillo nero e il teschio che ricorda quello della X Mas.Invitiamo pertanto la Sinistra che oggi si scandalizza per i tentativi di "censura" a sfogliare il proprio album di famiglia. E magari, leggendo la conclusione dell'articolo di Corvisieri su Repubblica, potrebbe raccogliere uno spunto di riflessione. «È possibile», scriveva, «delegare alla Rai, che poi provvede rivolgendosi alle multinazionali americane e giapponesi, l'educazione dei nostri figli?». La risposta è no, l'educazione dei figli spetta ai genitori. Che hanno il diritto di opporsi ai tentativi di indottrinamento gender.
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All'Eurovision song contest dovevano vincere gli ucraini e hanno vinto
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7011ALL'EUROVISION SONG CONTEST DOVEVANO VINCERE GLI UCRAINI... E HANNO VINTO di Giuseppe De LorenzoCi sono tre cose incredibili in questo Eurovision Song Contest. Primo: il risultato era talmente scontato da apparire pure noioso seguirlo. Quando di mezzo ci si mette il perbenismo, non c'è gara musicale che tenga. Dovevano vincere gli ucraini, invasi dall'autocrate Putin, e così è avvenuto. Poco importa se la loro canzone, va detto, era decisamente bruttina.Secondo: è stato veramente imbarazzante il moto di sostegno arrivato ' non tanto da Zelensky, quello sarebbe pure comprensibile ' ma dai vertici europei. I quali pare che non abbiano di meglio da fare che emozionarsi per le performance canore della Kalush Orchestra. "Stanotte la tua canzone ha conquistato il nostro cuore. Celebriamo la tua vittoria in tutto il mondo. L'Ue è con te", ha scritto Ursula Von Der Leyen tra una riunione a Bruxelles e l'altra. Charles Michel, che di inventiva ne ha molta meno, s'è limitato a twittare alcune parole del testo di Stefania.Terzo, e forse è la faccenda più incredibile: i cantanti ucraini hanno seriamente rischiato la squalifica. Il motivo? Il loro leader subito dopo l'esibizione si è lasciato andare ad un messaggio "politico" rivolto alla sua terra. Anche questo, comprensibilissimo. Ma vietato dal regolamento, che all'Eurovision song contest è rigidissimo e vieta ai partecipanti di esporre tesi politiche. Attimi di panico hanno costretto gli organizzatori a cercare una via d'uscita, trovata nel più classico dei giochi di parole: i commenti del frontman Oleh Psiuk non erano un messaggio "politico" ma "umanitario". Dunque tutti felici e contenti: la Kalush Orchestra, bocciata dalla critica, grazie al televoto si ritrova sul tetto della musica mondiale.Che poi se di messaggio di pace parliamo, c'è un buon motivo per essere preoccupati. Già, perché il presidente Zelensky sulla sua pagina Facebook ha scritto che l'anno prossimo l'Ucraina, che sarà chiamata a organizzare la prossima edizione, farà "il possibile" affinché la città ospitante possa essere Mariupol. Bello, ma complicato. Nel senso che la città nel Sud dell'Ucraina è ' Azovstal a parte ' ormai nelle mani della Russia. Per organizzare anno prossimo lì l'Eurovision le opzioni sono due: firmare un armistizio con Putin oppure riconquistarla a suon di bombe. E visto che per il momento pare che Kiev e Mosca non siano propense a sedersi ad un tavolo, la più probabile delle opzioni sembra essere la seconda. Sicuri che il mondo voglia un contest musicale organizzato al ritmo di granate e "armi letali occidentali"?
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Il mito delle fonti sicure per le notizie, ovvero... perchè esiste BastaBugie
VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=1cam55tcA6w&list=PLolpIV2TSebVLUetRlYxAQgaHFOcG_4PaTESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6993IL MITO DELLE FONTI SICURE PER LE NOTIZIE, OVVERO... PERCHE' ESISTE BASTABUGIELa maggior parte delle notizie provengono dalle istituzioni, ma questo non è garanzia di verità (VIDEO: Le dieci regole della manipolazione mediatica)di Raffaella Frullone"E allora da dove provengono le notizie?" Se lo chiede proprio Marcello Foa nel suo già citato Gli stregoni della notizia. Scrive: "La risposta è semplice: il 70% forse persino l'80% delle notizie nascono dalle istituzioni: governi n primo luogo e poi Parlamenti, Tribunali - dal primo grado alla Corte suprema -, procure, partiti politici, Comuni, Regioni, Amministrazione pubblica. E ancora: l'Onu, la Croce Rossa Internazionale, l'Unione Europea. In campo Economico: le Borse, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Banche centrali, le aziende, le Associazioni settoriali, i sindacati. In campo militare: gli eserciti, i ministeri della Difesa, i servizi segreti. In ambito sociale: lo Stato e le organizzazioni riconosciute (Caritas, centri studi ecc.). Persino sulle notizie di cronaca la fonte ultima è un' istituzione: polizia, vigili del fuoco, ospedali, magistrati. Chi avverte le redazioni quando accade un incidente o quando c'è stata una rapina? I cittadini? Talvolta. Ma a dare ufficialità a una notizia di cronaca è sempre un Ente, riconosciuto, ufficiale, pubblico. Un'istituzioni, appunto, intesa in senso ampio. Sono loro i giudici ultimi, soprattutto quando, come ammoniva Lippmann, i giornalisti non possono verificare personalmente un fatto, perché avviene a centinaia di chilometri di distanza o in un'area non accessibile alla stampa o semplicemente perché non possiedono le competenze tecniche specifiche per appurare la versione ufficiale. O, più semplicemente, si fidano".PREVISIONI ERRATEFacciamo un esempio. E' il 29 aprile del 2020. Siamo in piena pandemia, ma si comincia a discutere di riaperture dopo il primo, duro lockdown. I parrucchieri, secondo le indicazioni di allora, avrebbero dovuto riaprire il 3 giugno, per i cinema si parlava addirittura del mese di dicembre. Sui giornali c'era il report del Comitato Tecnico Scientifico che aveva ispirato le decisioni del Governo, e stando a quanto scritto con le aperture in questione (che poi sarebbero state anticipate), entro l'8 giugno 151mila persone sarebbero finite in terapia intensiva. Grazie al Cielo non fu così, ma tutti i giornali riportarono la notizia senza colpo ferire e senza chiedersi se non fosse avventato pubblicare una previsione tanto catastrofica in un momento così delicato, perché? Proprio perché la fonte era un'istituzione e i giornalisti. Come scriveva Foa, si sono fidati. E' un esempio minuscolo, ma esemplificativo di come funziona il sistema dell'informazione.Oggi, al tempo dei social, oltre alle istituzioni vere e proprie ci sono delle figure che rivestono lo stesso ruolo. Si tratta di giornalisti, intellettuali, attivisti vari, che sono stati nel tempo coronati - dal mainstream, ovviamente - dell'autorevolezza necessaria per essere considerati "fonti sicure". Anche da loro vengono le notizie. Ma non sono sempre vere. Lo scorso anno a marzo l'avvocato Cathy La Torre, legale bolognese nota per il suo attivismo per i diritti cosiddetti Lgbt (e anzi diventata "fonte autorevole" proprio per questo), ha denunciato tramite i suoi profili social una vicenda: "In una scuola superiore della provincia di Piacenza, una ragazzina esentata dalla didattica a distanza, tornando in classe, dopo aver affrontato un aborto, ha trovato, sulla porta della sua aula e lungo tutto il piano in cui si trova la classe, appesi dei fogli con disegni di un feto e scritte come: "Ho bisogno di afFeto". "Questo eri tu". La ragazza è chiaramente e fortemente turbata dell'accaduto". Tempo zero la notizia è stata ripresa prima dal Corriere della Sera e poi, come di fronte ad un ordine di scuderia, da tutte le principali testate italiane.Nessuno si è fatto domande, causa Dad, gli studenti a scuola erano pochissimi, la ragazza in questione era stata esentata dalla Dad, come scrive sempre il Corriere, "perché ha bisogno di un sostegno"; com'è possibile che in una scuola semi deserta i pochi ragazzi presenti abbiano attaccato bigliettini in corridoio senza essere notati? In coro, i media mainstream rilanciano la notizia, gonfiandola di volta in volta, cogliendo l'occasione per ribadire che "l'aborto non deve essere messo in discussione" e aggiungendo - non c'entra nulla, ma ce lo mettono lo stesso - che in Italia "ci sono troppi obiettori". La vicenda ha tenuto banco per giorni. Salvo poi rivelarsi falsa. La preside chiarirà che i disegni erano relativi a un progetto di scienze, erano stati affissi ben due settimane prima dell'aborto e in classe non c'era alcuna tensione. Quante testate hanno poi riportato la rettifica?FAKE A INTERMITTENZANell'agosto del 2018 le agenzie di stampa riportano la notizia che riguarda la vicenda di Daisy Osakue, allora atleta azzurra under 23 di lancio del disco, colpita sul volto da un uovo lanciato da un'auto in corsa. La ragazza - torinese di origine nigeriana - aveva riportato la lesione a un occhio. Immediatamente Enrico Mentana rilancia la notizia su Facebook: "Salvini, Di Maio - scrive - ma come si fa a dire che non c'è un aumento allarmante di episodi di intolleranza nei confronti dei neri di questo Paese?". Segue anche in questo caso la ripresa della notizia, da parte di Ansa, Corriere della sera, Repubblica, La Stampa, Espresso, Tg Rai, Sky, Mediaset che all'unisono declinano più o meno intensamente sull'"allarme razzismo". Che ha tenuto banco per giorni. Peccato che il razzismo non c'entrasse nulla. Gli autori del lancio delle uova - tre ragazzi di 19 anni, di cui uno figlio di un politico locale del Pd - avevano preso di mira altre persone nelle settimane precedenti, indipendentemente da razza, sesso, o altri fattori. "L'abbiamo fatto per gioco", diranno una volta individuati. Ma nei tg e sui giornali è rimasto solo l'allarme razzismo.Quando a dare una notizia falsa sono le istituzioni, o le fonti considerate autorevoli, non entrano in campo i debunker, o i fact checker, non si parla di fake news. Ma d'altra parte le fake news hanno cominciato a esistere con la Brexit e con l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Forse prima nessuno dava notizie false? O forse da quel momento determinati pulpiti hanno iniziato a essere considerati autorevoli e altri a prescindere inaccettabili?
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Le cause del tramonto di Netflix
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7006LE CAUSE DEL TRAMONTO DI NETFLIX di Giuliano GuzzoDici streaming e pensi a Netflix: viene automatico. Eppure presto potrebbe non essere più così, data la forte difficoltà che sta incontrando la celebre società statunitense operante nella distribuzione via Internet di film, serie televisive ed altri contenuti d'intrattenimento a pagamento. A renderlo noto, è stato lo stesso gigante dello streaming che, nei tre mesi del 2022, ha fatto sapere di aver perso la bellezza di 200.000 abbonati, circa equivalente degli abitanti di Siena, Pisa e Lucca messi assieme.Non solo, si è pure saputo che, se da un lato Netflix si aspettava di crescere di 2,5 milioni di abbonati a fine 2022, dall'altro è ben lontana dal risultato inizialmente previsto.CRISI IN RUSSIA, USA E CANADAA causa del blocco delle attività in Russia la piattaforma ha infatti già perso 700.000 abbonati. Quindi tutta colpa di Vladimir Putin e delle conseguenti sanzioni europee introdotte nei confronti di Mosca? Non esattamente. Infatti simili dinamiche di flessione le stanno registrando pure altre piattaforme. Il punto è che il colosso è in crisi pure negli States e in Canada, dove ha perso un esercito di 600.000 abbonati e, entro la fine di quest'anno - se il trend continuerà -, si aspetta di perdere 2 milioni di abbonati. Se non si può parlare di catastrofe, di sicuro è uno smacco: è infatti la prima volta - in oltre 10 anni - che la società perde più abbonati di quanti ne guadagni.D'accordo, come mai tutto questo? Quali le cause di quella che ha tutte le sembianze di una implosione? Verosimilmente, le spiegazioni sono molteplici. Sicuramente ha avuto il suo peso il recente aumento di prezzo degli abbonamenti; prova ne sia che Netflix ora sta valutando l'introduzione di un abbonamento più economico degli attuali - e sostenuto in parte dalla pubblicità - proprio per spingere più persone all'iscrizione. C'è inoltre la variabile concorrenza dato che, quando conquistava immense quote di mercato, la società non faceva i conti, come invece avviene oggi, con PrimeVideo, AppleTV e Disney+, tutte rivali che non esistevano o risultavano comunque essere agli albori.COSA NE PENSA ELON MUSKNon è finita. C'è infatti anche chi ipotizza come dietro questo clamoroso crollo vi possano essere motivazioni, per così dire, di ordine maggiormente culturale. E no, non si tratta del solito bigotto che detesta le piattaforme streaming e non vedeva l'ora di vederle in crisi. A dare questa spiegazione è stato infatti l'uomo più ricco del mondo, Elon Musk, il quale ha scritto testualmente che «il woke mind virus ha reso Netflix inguardabile». Il patron di Tesla l'ha sparata grossa? Difficile da dire. Di certo, ecco il punto, il gigante dello streaming una piega militante e di appoggio nei confronti della cultura dominante l'ha presa. Su questo non c'è davvero dubbio.Inoltre, a favore della interpretazione di Musk, ci sono dei precedenti. Si pensi per esempio a quanto raccontava il Timone nel settembre 2020, quando dava conto di quello che era un primo record di cancellazione di abbonamenti incassato da Netflix. Un segnale negativo che, anche in quella occasione, non arrivava causalmente, bensì dopo le polemiche generate dalla premiere di "Cuties", film accusato di promuovere la pedofilia sessualizzando le protagoniste femminili, che si erano tradotte con l'hashtag "#CancelNetflix". Col senno di poi, quell'episodio non era che l'inizio di una nuova tendenza con Netflix che, dopo averle lanciate tante, ora si trova subirla. Inevitabile, allora, chiedersi se quella in corso non sia davvero la fine di un'era.
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Il festival di Sanremo non esiste
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6917IL FESTIVAL DI SANREMO NON ESISTE di Rodolfo CasadeiAdesso che il Festival di Sanremo è finito da due settimane, sui media non se ne parla più, l'isteria collettiva si è sedimentata e sono rimaste in circolazione solo le canzoni, adesso si può scrivere del Festival di Sanremo, adesso si può commentarlo. Si può criticarlo, attaccarlo, polemizzare. Prima no, prima significava fare il suo gioco. Farsi usare.Tutti i benintenzionati, o anche tutti i benpensanti, che si sono indignati per le blasfemie, le volgarità, l'ossessiva correttezza politica che hanno connotato il Festival, e che lo hanno fatto sapere attraverso i social, hanno contribuito al successo di Sanremo e alla propagazione della sua ideologia: hanno moltiplicato il suo messaggio nel mentre stesso che lo esecravano. E non semplicemente perché parlandone, anche in negativo, gli si è fatta pubblicità. Il motto di Oscar Wilde, tratto dal Ritratto di Dorian Gray, «nel bene o nel male, purché se ne parli», resta sempre valido, ma non spiega completamente il meccanismo di Sanremo. Che si nutre delle critiche, dello scandalo e dell'indignazione delle persone religiose o semplicemente sensibili e amanti della decenza proprio per meglio imporre l'egemonia culturale della sua visione del mondo post-cristiana e nichilista. Le provocazioni e le cosiddette blasfemie si ripetono stucchevolmente anno dopo anno proprio allo scopo di sollevare proteste e invettive che non avranno alcuno sbocco.Dopo l'esibizione del cantante Achille Lauro alcune associazioni hanno avviato una raccolta di firme online per chiedere la squalifica del cantante. La petizione ha raccolto 81 mila firme, che impallidiscono a fronte dei 13 milioni di spettatori della serata finale del festival, e che ovviamente non hanno ottenuto quanto chiedevano. Non è chiaro? Le provocazioni vengono reiterate allo scopo di dimostrare l'impotenza delle reazioni. La forza dell'ideologia sanremese non è dimostrata dall'assenza di proteste, ma dal fatto che le proteste, previste e puntuali come le provocazioni di anno in anno, non incidono assolutamente per nulla: Amadeus, Fiorello e soci proseguono imperterriti per la loro strada fatta di ammiccamenti, irrisioni e atti di deferenza (al politicamente corretto) a dimostrazione della loro incontrastata superiorità rispetto ai dissenzienti.IGNORARE L'EVENTOL'unico modo sensato di contrastare l'egemonia culturale di Sanremo è ignorare l'evento. Meno se ne parla, più lo si indebolisce. Perché Sanremo, come tutti gli spettacoli, esiste come evento di massa soltanto nella misura in cui viene visto in televisione e commentato sui social. Il Festival di Sanremo, in sé e per sé, è una manifestazione canora che si svolge in una località del Ponente ligure, in un teatro che ha una capienza massima di 2 mila persone. A farne un evento di costume di dimensioni nazionali è la tivù, chi la guarda e chi commenta quello che ha visto sui social. È perfettamente sensato che il vescovo di Sanremo e Ventimiglia dica la sua sui contenuti dell'evento, poiché si tratta di qualcosa che avviene nel territorio della sua diocesi. A Sanremo, il Festival di Sanremo esiste veramente, in un luogo e in un tempo ben determinati. Ma fuori da Sanremo, nelle case e nelle teste di ciascuno di noi, Sanremo esiste soltanto nella misura in cui guardiamo una trasmissione televisiva e poi ne rilanciamo i messaggi commentandoli con altre persone, dal vivo o nel mondo virtuale. Siamo noi che lo facciamo esistere. Se davvero non ci piace e troviamo deleterio il suo messaggio, abbiamo una sola strada: non permettergli di esistere. E riusciamo a non farlo esistere se lo ignoriamo, se non ne parliamo.Sanremo non è più da molto tempo un festival della canzone: è una liturgia; è il rito e la lezione di catechismo di una religione. Tutto ciò che avviene sul palco del festival ha i caratteri della ieraticità, della rivelazione, della parola di verità distillata alle folle. Le cinque serate rappresentano una specie di Settimana santa della televisione italiana, nel corso della quale ogni sera un personaggio diverso pronuncia un'omelia su un argomento dottrinale: il sesso, la razza, la criminalità, eccetera. Con un'impostazione della voce, con inquadrature, con coreografie che rimandano alla sacralità, alla profezia, al rapimento mistico. Gli officianti evocano figure di martiri che traggono la loro consacrazione non dallo specifico della loro testimonianza, ma dal fatto che le loro icone vengono mostrate a Sanremo.LE PROFANAZIONI DEL CRISTIANESIMOLe cosiddette profanazioni del cristianesimo affidate alle esibizioni di Achille Lauro e alle parodie di Fiorello non sono autentiche profanazioni, ma tipici procedimenti di una religione nuova che per soppiantare più rapidamente e in modo davvero irreversibile la religione che l'ha preceduta non si limita a negarla, ma ne assorbe simboli, riti e linguaggi. Tutti sanno che il cristianesimo ha scelto il 25 dicembre come data della nascita di Cristo in sostituzione della festa pagana del Sole Invitto che si celebrava in quella data; che il papa è chiamato anche sommo pontefice, in continuità col pontifex maximus che era la massima autorità religiosa romana; pochi sanno che i cembali usati nelle cerimonie dei cristiani copti erano usati già nei riti religiosi egizi. Mutuare e risignificare è la parola d'ordine di ogni nuovo culto che vuole annientare quello che era già presente: è un'operazione iniziata già quarant'anni fa, coi crocifissi esibiti da Madonna come orecchini o su reggiseni scoperti, strofinati sulla bocca o su altre parti del corpo.Se ancora non credete all'interpretazione del Festival di Sanremo come nuovo culto umanitario e nichilista, date un'occhiata a quello che ha scritto Elena Stancanelli, nota scrittrice, su La Stampa a proposito dei due vincitori, Blanco e Mahmood: «A cantare è un fanciullo. Un giovane favoloso che di anni ne ha davvero diciotto, Blanco da Calvagese, in provincia di Brescia. Insieme a un uomo altrettanto favoloso, Mahmood, trent'anni. Uno che ha talmente tanto talento e intelligenza da aver capito che quello che gli serviva, per rendere il suo pezzo indimenticabile, era un ragazzo con gli occhi ancora pieni di stelle. (...) Guardatelo Blanco che si affaccia al balcone e spiega ai suoi coetanei che lo acclamano che devono indossare la mascherina. Non c'è niente che non possa fare senza mai togliersi quelle stelle dagli occhi perché sa fare una cosa che noi abbiamo fatto malissimo: essere giovane. Sa navigare, e ha la spavalderia di chi non si tira mai indietro. Capace di attraversare tutto e non rifiutare niente. (...) Non so voi, ma io non vedo l'ora che, dopo il festival di Sanremo, si prendano tutto. Diamogli le chiavi, chiediamogli scusa e facciamo un passo indietro». I vincitori di Sanremo sono figure messianiche. Sono gli unti del Signore. Non lo leggete su un giornaletto, ma su un grande quotidiano del gruppo editoriale Gedi di John Elkann; non lo scrive una sciroccata, ma una scrittrice che ha già vinto il premio Vittoriano Esposito.Chi non è Testimone di Geova, non frequenta le Sale del Regno. E non fa post su Facebook o tweet su Twitter per commentare negativamente quello che nelle Sale del Regno si dice e si fa. Fate lo stesso coi geovisti di Sanremo: lasciateli perdere, non aprite quando suonano al vostro campanello. Le canzoni potete ascoltarle dopo con calma, al di fuori del festival. Per ascoltare la Messa di Requiem di Mozart non dovete per forza partecipare a un funerale. Il Festival di Sanremo non esiste. Non fatelo esistere proprio voi.
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La Russia sogna un'Italia... che non c'è più
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6854LA RUSSIA SOGNA UN'ITALIA... CHE NON C'E' PIU' di Eugenio CapozziSugli schermi della televisione pubblica russa in queste feste natalizie si è materializzata per la seconda volta un'Italia riprodotta "in laboratorio" che piace ai russi (e a molti italiani) forse più di quella vera.Dopo il grande successo ottenuto l'anno scorso da Ciao 2020 - finto spettacolo musicale italiano di Capodanno (in italiano con sottotitoli) ricalcato sull'estetica nostrana degli anni Ottanta - il conduttore e autore satirico russo Ivan Urgant ha deciso di ripetere l'impresa. E così la sera del primo gennaio è andata in onda su Pervyi Canal (l'equivalente russo di Rai 1) l'edizione aggiornata del programma, Ciao 2021, presentata come la precedente dal suo improbabile alter ego italico "Giovanni Urganti", con la partecipazione di molti personaggi della musica pop e dello spettacolo russi, sotto altrettanto improbabili pseudonimi ispirati al Bel Paese.Le due trasmissioni, viste insieme, offrono molti spunti per ragionare sull'immagine del nostro paese in Russia; ma anche, più in generale, su quanto sia cambiata l'Italia dal punto di vista sociale e culturale negli ultimi decenni.Urgant e i suoi collaboratori hanno trasposto in parole, musica e scenografia - con ammirevole leggerezza - l'idea dell'Italia coltivata da tanti loro compatrioti fin dagli anni della dittatura comunista, quando il festival di Sanremo e le tournée di cantanti melodici italiani come Al Bano, Toto Cutugno, Pupo, i Ricchi e Poveri rappresentavano per i sudditi dell'impero sovietico tra le pochissime occasioni d'incontro con la cultura occidentale. Ai russi l'Italia appariva, in contrasto con il lugubre e oppressivo grigiore della loro esistenza quotidiana, innanzitutto come il paese della gioia di vivere, dell'allegria, dei colori, dei piaceri, delle passioni.NOSTALGIA PER GLI ANNI OTTANTAQuell'idea, nonostante l'enorme volume di acqua passata sotto i ponti da allora, si è a quanto pare conservata sostanzialmente integra nel tempo, complice l'inveterato amore di tutti popoli nordici per la way of life mediterranea: tanto è vero che la vediamo oggi riproposta pari pari in Ciao 2020 e Ciao 2021. Con l'aggiunta della nostalgia per un periodo, come appunto gli anni Ottanta, ricordato già di per sé per il suo prorompente edonismo. I personaggi dello show "italiano" made in Moscow sono le sorridenti maschere di una nazione raffigurata con indulgente ironia come forse chiassosa, ma spensieratamente dedita a godersi la vita: a "musica, ritmo e stile" (come recita la sigla iniziale del programma di quest'anno). Cantanti, soubrette, ballerini, figuranti dello show si abbracciano e baciano rumorosamente, sfoggiano abiti sgargianti e pettinature vaporose, si struggono in canzoni esageratamente sentimentali, in ambientazioni e luci che ricordano trasmissioni vintage come Disco Ring, Drive in o Deejay Television.Ma nella rivisitazione nostalgica russa del Bel Paese emerge un aspetto ulteriore particolarmente degno di nota, tipico di uno sguardo proveniente dal ventunesimo secolo inoltrato. La way of life italiana vi appare, infatti, significativamente anche come una delle ultime isole di resistenza culturale ai dogmi e ai precetti opprimenti del "politicamente corretto". Rispetto a quella tendenza della cultura occidentale alla retorica colpevolizzante, alla censura, al moralismo più asfissiante giustificato dalla pretesa lotta alle discriminazioni - che i russi vedono prevalentemente come un fenomeno tanto stravagante quanto inquietante - l'atteggiamento "italiano" verso la vita appare loro come un argine ancora rassicurante; una zona franca in cui si possono ancora chiamare le cose, le persone, i sentimenti con i loro nomi consolidati dalla storia.Il momento dello show in cui tale convinzione viene presentata con la maggiore evidenza è uno sketch collocato nei saluti iniziali. La soubrette/valletta denominata in italiano "Allegra" - bionda appariscente, prosperosa e super-abbronzata che incarna evidentemente l'ideale russo della bellezza femminile del nostro paese - dopo aver ricevuto dagli uomini sul palco una serie interminabile di apprezzamenti sulla sua avvenenza ("bellissima", "sexyssima" ... ) all'improvviso si irrigidisce e urla: "Basta! Questi vostri complimenti rasentano la molestia", facendo cadere il gelo nella sala. Il conduttore interpretato da Urgant a questo punto si stringe nelle spalle e, alzando un dito ammonitore, ammette rassegnato e solenne: "È la nuova etica!". Col capo cosparso di cenere, i presenti si profondono in scuse ad Allegra. Ma all'improvviso la ragazza spiazza tutti e scoppia a ridere: "Era uno scherzo! Siamo in Italia!", suscitando un generale sospiro di sollievo. E lasciando chiaramente intendere che nel nostro paese l'ammirazione rivolta a una donna non potrebbe mai essere giudicata offensiva o importuna.SOLTANTO NEI SOGNIOra, il principale motivo di riflessione offerto dal programma di Urgant e soci sta proprio nella distanza enorme che separa oggi lo stereotipo ironico e affettuoso dell'Italia vista da Mosca dalla realtà sociale e culturale attuale. Se si guarda con occhi disincantati alla storia italiana tra la seconda metà del Novecento e il nostro secolo, infatti, si deve necessariamente ammettere che dell'Italia vitale, creativa, spensierata, ottimista che, pur tra tanti problemi, si impose all'ammirazione del mondo tra gli anni del boom economico e, appunto, gli Ottanta del "made in Italy", sia rimasto oggi davvero ben poco. In suo luogo, sempre più si è andata materializzato una nazione intristita, rinunciataria, incattivita, inaridita. Una nazione segnata dal crollo demografico, dalla demolizione dell'istruzione, dalla crescita dell'assistenzialismo improduttivo, dalla ferocia autofaga dell'antipolitica giustizialista, dalla micro-conflittualità, dalla ricerca rabbiosa di capri espiatori.Una nazione della quale le masse psicotizzate dal terrorismo pandemico, rassegnate a un regime tecno-paternalistico e alla medicalizzazione della società, pronte all'odio per gli "untori" e i disobbedienti, venute in primo piano negli ultimi due anni con le reazioni suscitate dal Covid, sono la più impietosa espressione. E in quanto alla resistenza verso il politicamente corretto, non stiamo messi molto meglio. L'ideologia woke ha attecchito ormai decisamente anche nella nostra classe intellettuale, nel mondo dei media, nella politica, scopiazzando in forma ancor più trita le parole d'ordine provenienti d'oltreoceano e dal Nord Europa.Insomma: cari amici russi che tanto ci amate ancora, sia pur attraverso il filtro dell'ironia, ci dispiace deludervi, ma il paese vivace, appassionato, indisciplinato, "scorretto" da voi messo in scena esiste ormai purtroppo quasi soltanto nei vostri sogni.
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Scandalo al Grande Fratello Vip: Alfonso Signorini si dichiara contro l'aborto
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6794SCANDALO AL GRANDE FRATELLO VIP: ALFONSO SIGNORINI SI DICHIARA CONTRO L'ABORTO di Giuliano GuzzoPolemiche dovevano essere e polemiche, come da copione, son state. Le reazioni alle parole di Alfonso Signorini che durante il Grande Fratello Vip, in prima serata su Canale 5, ha osato esprimere a chiare lettere una difesa della vita nascente - «Noi siamo contrari all'aborto in ogni sua forma» - sono state numerose e prevedibilmente critiche. Dall'attrice Anna Foglietta («occhio ai diritti») alla cantante Fiorella Mannonia («ma noi chi?»), dalla giornalista Selvaggia Lucarelli («parla per te e per il tuo corpo») fino all'attrice Sabrina Ferilli («un passo avanti, due indietro») molte, infatti, son state le frecciate all'indirizzo di Signorini, il quale, peraltro, nel pronunciare le sue parole partiva dal caso d'una cagnolina; e se si fosse limitato a condannare l'aborto tra gli animali e non quello «in ogni sua forma», vien da dire, probabilmente gliela avrebbero pura fatta passere liscia.TUTTI CONTRO UNOInvece Signorini ha osato e, come si diceva, la polemica è stata forte. Perfino Endemol Shine Italia, società produttrice del Grande Fratello Vip, in una nota ha preso le distanze dal conduttore, affermando che l'aborto è «un diritto di ogni donna sancito dal nostro ordinamento». Certo, il popolare giornalista ha incassato pure delle dichiarazioni di appoggio (Paolo Brosio, Mario Adinolfi, il Movimento per la Vita, ProVita&Famiglia), ma non c'è dubbio che le voci critiche contro di lui sian state ben più numerose. Eppure - ecco, forse, la vera notizia - Signorini non ha mollato, non è corso a scusarsi. E, nella serata di martedì, a 24 ore dalle sue parole sull'aborto, ha rilanciato la sua posizione, difendendo un principio che troppi sembran essersi dimenticati: la libertà di pensiero.«Tra i diritti civili per i quali mi batto da sempre ci sono il rispetto e la difesa della libertà di pensiero», ha scritto Signorini su Twitter, subito aggiungendo: «Un principio che difendiamo, anzi difendo, con assoluta fermezza. Indipendentemente dai miei gruppi di lavoro». Dice bene, il conduttore del Grande Fratello. Il punto è che - ed ora se ne starà di certo accorgendo pure lui, a sue spese - la libertà di pensiero, oggi, non è più tollerata; non se si parla di aborto e non nel mondo occidentale. Le prove di questo sono ormai purtroppo evidenti e gli esempi, come si suol dire, si sprecano.LA DIFESA DELLA VITA SI PAGA CARASi va da Stéphane Mercier, docente di filosofia che nel 2017 fu sospeso dall'università cattolica belga di Lovanio per aver equiparato l'aborto all'omicidio, a padre David Palmer, allontanato dall'università di Nottingham per aver difeso la vita sui social, fino a John Gibson, top manager statunitense nel mondo dei videogiochi che, per aver espresso supporto alla legislazione pro life del Texas è stato cacciato. Insomma, oggi essere antiabortisti costa. La difesa della vita si paga cara e, soprattutto, dell'aborto - sul piccolo schermo - non si deve parlare. Guai.Se ne accorse a sue spese pure un mito del giornalismo italiano, Enzo Biagi, che l'8 marzo 1985, nel suo programma su Rai 1, Linea diretta, trasmise in versione integrale Il grido silenzioso, documentario sull'aborto realizzato, dopo la conversione alla causa pro life, dal già citato Nathanson. Fu il finimondo. E come andò a finire? Non risulta che Biagi abbia subito richiami ufficiali ma Linea diretta l'anno dopo, fatalità, non era più nei palinsesti. Questo, beninteso, non significa che Alfonso Signorini verrà cacciato. Anzi, ci auguriamo vivamente che la sua voce possa continuare ad essere presente sul panorama televisivo e non solo. Ma prima di tornare sull'argomento aborto, ecco, probabilmente la prossima volta lui per primo ci penserà, anche più delle famose due volte.
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Squid Game su Netflix corrompe i giochi dei bambini, facendo morire chi perde
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6769SQUID GAME SU NETFLIX CORROMPE I GIOCHI DEI BAMBINI FACENDO MORIRE CHI PERDE di Francesca GaliciLo chiamano gioco ma Squid game è ben altro. La serie coreana Netflix è diventata un fenomeno di costume particolarmente diffuso tra i giovani, che si sono appassionati a questa sorta di sfida, tanto da emularla. Il risultato sono numerosi episodi di violenza denunciati nelle scuole, in particolar modo alle elementari. Il fenomeno è talmente dilagante da aver spinto la polizia di Stato a intervenire per offrire ai genitori un supporto e consigli per capire e affrontare le conseguenze che questa serie tv può portare nei più piccoli.Nelle ultime settimane sono arrivate numerose segnalazioni di bambini che, non appena ne hanno la possibilità, menano le mani e imitano il colpo di pistola alla testa dell'uno, due, tre stella. Giovanissimi emulatori che fanno il gioco del calamaro e quello del biscotto. Si parla di bambini che per fare a botte lasciano fuori le bambine dalla classe prima della lezione, mettono un loro amico di vedetta e all'interno dell'aula partono pugni e colpi proibiti proprio come nella serie tv coreana. Presidi e insegnanti sono in allarme, travolti da qualcosa che non si aspettavano e che stanno provando a gestire con il supporto dei genitori.Squid game è una serie televisiva vietata ai minori di 14 anni ma molte famiglie non riescono ad avere il totale controllo del telecomando di casa. L'effetto domino degli effetti della serie tv può ancora essere arrestato ma serve un'azione di concerto tra famiglie, scuola e forze dell'ordine. Alcuni istituti stanno anche pensando di organizzare degli incontri tra gli studenti e gli agenti, coinvolgendoli in un dialogo che possa riportare tutto alla misura adeguata.Per questo motivo la polizia si sta interessando al fenomeno ha diramato un vademecum di consigli utili per frenare l'emulazione, prima che si superi il limite invalicabile della morte. Il Commissariato di ps (polizia di Stato) online, oltre a ricordare ai genitori che il limite di età per la serie esiste proprio perché i contenuti possono turbare la mente dei più giovani, consiglia alle famiglie di parlare "della serie. Chiedete ai bambini/ragazzi cosa ne pensano in modo che, anche se non hanno il permesso di vederla, siano in grado di partecipare ad eventuali commenti e discussioni con i coetanei". Il dialogo con i nativi digitali è fondamentale per capire la loro visione del mondo in funzione della fruizione degli strumenti in loro possesso, che possono alterare la percezione del reale.Quindi, nel vademecum, viene suggerito di ricordare e spiegare ai ragazzi che "quanto rappresentato nelle serie è frutto di finzione e che la violenza non è mai un gioco a cui partecipare". Infine, la polizia invita i genitori a rivolgersi alle forze dell'ordine. "Se avete contezza che stanno circolando tra i bambini/ragazzi giochi violenti che imitano quelle ritratte nella serie, non esitate a segnalare la cosa", si legge nel post.Squid game è esploso in pochissimo tempo e il suo successo è andato ben oltre ogni aspettativa. Nemmeno Netflix poteva immaginare che diventasse qualcosa di così diffuso, tanto che non è stato nemmeno doppiato in italiano. Ma i fenomeni virali, come si sa, sono imprevedibili e non sempre controllabili, come dimostra quest'ultimo caso.
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Netflix rifiuta Unplanned e promuove Sex Education che induce al disprezzo per la vita
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6740NETFLIX RIFIUTA UNPLANNED E PROMUOVE SEX EDUCATION (CHE INDUCE AL DISPREZZO PER LA VITA) di Anna BonettiNei giorni scorsi la metropolitana di Milano è stata invasa da manifesti promossi dalla serie TV Sex Education, difficilmente distinguibili da una pubblicità pornografica.Si tratta di una serie di immagini storpiate in modo tale da assomigliare ai genitali maschili e femminili. Ad accompagnarle è la scritta "se la/o vediamo in forme diverse è perché non ce n'è una sola. Ognuna è perfetta, anche la tua". Come se l'accettazione si sé dipendesse solo dagli organi sessuali che si hanno.D'altronde i sostenitori di questa campagna non hanno esitato a scaldare gli animi per etichettare come "bigotto" chiunque abbia espresso qualche perplessità al riguardo.È necessario sottolineare che più che focalizzare l'attenzione sui manifesti in sé, occorre interrogarci sulle conseguenze che il messaggio porta alla società, in particolar modo tra i giovanissimi.Sin dall'inizio della serie l'attenzione dello spettatore piomba in scene di sesso estremo condite da un linguaggio scurrile e zeppo di parolacce, tradimenti e rapporti disordinati e infarciti di ideologia LGBT. Personaggi che cambiano orientamento sessuale da un giorno all'altro e senza una precisa ragione, spinti da una forte confusione interiore. Un insegnamento tutt'altro che educativo.LE CONSEGUENZE SOCIALIPiù che una perplessità rivolta ad una sessualità forzata ed estrinseca, sarebbe utile cercare di comprendere quale siano le conseguenze sociali che l'insegnamento profondamente diseducativo di Sex Education pone nei confronti di essa. Il focus del film dichiara di concentrarsi sull'accettazione di sé. Eppure per tutta la durata delle tre stagioni il sesso è posto al centro di ogni cosa. Quando in realtà l'accettazione di sé dipende da molteplici fattori, siccome (e per fortuna) le relazioni umani sono fatte anche di molto altro. Il sesso viene presentato su un piatto d'argento come qualcosa da concedere a chiunque, pur di trarne piacere, piuttosto che interrogarci su chi abbiamo davanti.Inoltre, nel film non mancano numerosi riferimenti a PornHub, che in maniera subliminale tendono a invitare i giovanissimi a lasciarsi travolgere dall'inferno a luci rosse che si cela nella pornografia, soprattutto in quella online. Un mondo virtuale ed illusorio, in cui tutto è finzione e l'amore non esiste, in cui si trascina lo spettatore ai limiti dell'immaginazione, in una dimensione sub-umana che non ha nulla a che vedere con la realtà. In sintesi, passa un messaggio distorto e lontano anni luce dall'amore vero.L'affettività è mostrata come un mezzo per colmare tramite il sesso il vuoto creato dalla nostra società. Un vuoto che avrebbe bisogno di dialogo, comprensione ed empatia, anziché fare dei nostri corpi uno strumento usa e getta.Da questo calderone di enigmi irrisolti emerge una retorica totalmente priva di amore. La contraccezione è posta come un mezzo di deresponsabilizzazione delle proprie azioni, con noncuranza del fatto che nella quasi totalità dei casi in cui una gravidanza ha inizio è perché è stata preceduta da un'azione consenziente.SESSUALITÀ FORZATA E DISTORTALa vera educazione sta nell'insegnare ai giovani che nel momento in cui si decide di avere un rapporto ci si assumono precise responsabilità. Ecco, invece, che nella prima stagione di Sex Education si ha modo di assistere anche alla scena di un aborto. È così che questa sessualità forzata e distorta dalla realtà sfocia in un disprezzo totale per la vita. Ma non solo, anche della maternità. Colpisce particolarmente la figura di una donna che abortisce, che si è appena risvegliata nel gelo di una clinica, vuota con il suo niente, che dichiara: «meglio non essere madre, che una pessima madre». Una frase infarcita di menzogna da cui traspare una sacrosanta verità che sottolinea come la morte nell'odierna società venga presentata come la soluzione ad ogni cosa.Possiamo ben immaginare i risvolti drammatici che una simile pseudo-educazione può avere nella società, dall'aumento di relazioni vuote e insoddisfacenti a quello che rischia di diventare un aumento drammatico anche del numero di aborti. Più relazioni disordinate hanno un'altissima potenzialità di aumentare il numero di figli "non voluti". Un dramma che rischia di gettare le proprie ripercussioni soprattutto tra i giovanissimi, ai quali andrebbe insegnato a vivere in maniera libera e spensierata la loro età e i loro amori, anziché accanirsi a creare problemi che non esistono per mezzo di una sessualizzazione violenta e precoce imposta dai giganti dei social media o dello streaming, come Netflix. Infatti, non dimentichiamo che tempo fa la piattaforma ha rifiutato di mettere in programma Unplanned, che racconta la storia vera di Abby Jhonson, ex dirigente di Planned Parenthood e oggi instancabile attivista pro-life.Si percepisce, inoltre, una violenta imposizione contro la libertà di scelta educativa dei genitori, vista come un retaggio culturale e non più un bene in grado di indirizzare i figli sulla retta via. Inoltre dalle serie si evince un'immagine falsata dei pro-life, etichettati come retrogradi e analfabeti, quando dovremmo ricordarci che nel nostro paese oltre il 70 per cento dei medici sono obiettori. Dunque anche loro sarebbero retrogradi e analfabeti?È nostra cura scegliere se preferire di aprire le nostre porte alla cultura della morte, al disprezzo totale di sé e degli altri, oppure se cogliere l'invito al rispetto di se stessi, della vita e dell'umanità.
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Performance blasfema di Sanremo 2021
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6504PERFORMANCE BLASFEMA DI SANREMO 2021Achille Lauro inizia con il sacro cuore di Gesù e le lacrime di sangue stile Madonna di Civitavecchia, poi in coppia con Fiorello con una corona di spine, infine il costato insanguinato (comunicato integrale del vescovo di San Remo)di Andrea ZambranoSi è presentato sul palco dell'Ariston neanche fosse al sambodromo di Rio: piume di struzzo, capelli blu e trucco pesante abbarbicato ad un asta del microfono con due angeli e un Sacro Cuore. Achille Lauro deve aver capito che il genere maudit con punte dissacranti frutta parecchio. L'anno scorso aveva indignato con quelle sue pose da San Francesco e da San Sebastiano, poi le copertine blasfeme come Gesù crocifisso hanno fatto il resto.E il resto è la sua performance da cavaliere dello zodiaco nella canzone Solo noi con la quale ha inaugurato la prima delle sue serate come ospite del Festival. Perché De Marinis, pur non essendo in gara a Sanremo, ce lo sciropperemo tutte le sere con i suoi travestimenti e c'è da scommettere che i riferimenti alla religione, sempre cattolica ovviamente, non mancheranno. Dato che ormai nessuno si indigna neanche più, avrà campo libero di sperimentare.Sò ragazzi, si dirà. La canzone, poi, è il classico tiramento generazionale di noi ggiovani poveretti che siamo soli «senza un'anima, senza umanità, immoralità, bipolarità». [...]Non capiamo proprio cosa ci sia di geniale in questo prodotto commerciale della musica. Canta la disperazione col portafoglio ormai pieno. Comodo. Però funziona, i ragazzi ci cascano perché nelle sue pose androgine da ragazzo problematico ha trovato la sua vena. E poi parla di sessualità indefinite «sessualmente tutto, genericamente niente, peccato e peccatore», tutto troppo politicamente corretto per meritarsi almeno qualche punta di critica.SEMPLICEMENTE BRUTTOLa canzone è orecchiabile, ha un non so che di ingenuo, ma forse è solo monotonia, scritta da chi non ha neanche idea di che cosa sia una melodia, ma già da diverse settimane è in classifica. Lui è urticante alla vista, semplicemente brutto e per poter dare nell'occhio con i suoi travestimenti deve scivolare nel blasfemo (lo ammettiamo: non avremmo scritto questo articolo se si fosse vestito solo di strass e paillettes). [...]Il Sacro Cuore sull'asta del microfono è chiaramente visibile e così anche i due angeli alla sua base e alla sua sommità. Le lacrime di sangue finali poi, beh, con quello non sappiamo se sia più il trash o l'irriverenza. Un fiotto di colorante vermiglio in quantità industriali tali che probabilmente non le ha usate neanche Tarantino nello scontro stradale tra Butch e Marcellus in Pulp Fiction. Ma il rimando alla Madonnina di Civitavecchia è un pugno nello stomaco. Per lo meno per chi ha sentito dalla bocca dei protagonisti quello che è accaduto a Pantano. Non certo per lui, che sembra venuto da Marte, ma è romano de Roma e quindi almeno dovrebbe lasciarsi interrogare un po' di più.Ma ormai si è capito che Achille Lauro è quel personaggio lì. L'anno scorso aveva indignato, quest'anno nemmeno e non sappiamo se per lui sia in fondo un peccato dato che se non fai incazzare qualcuno non sei nessuno. Ormai irridere i simboli della fede non fa neanche più notizia, né uno strepito, né un moto di ribellione, ma di questo non dobbiamo incolpare Lauro, ma guardare in casa nostra, visto che il piano verso l'annacquamento del cristianesimo lo abbiamo inclinato noi, folto e inclito popolo di Dio, rinunciando a chiamare blasfemia ciò che offende prima Dio e poi il suo gregge.STUPIRE E DISSACRAREPerò facile prendersi gioco sempre della Chiesa cattolica, dei suoi simboli, dei suoi misteri. Prova a farlo con l'islamismo che sgozza gole come fossero panetti di burro, Achillino, e magari inginocchiati verso la Mecca mentre lo fai. Vediamo poi se ti passa la voglia di fare il travestito della disperazione giovanile.Oppure prova a prendere di mira le categorie sacralizzate e protette dal politicamente corretto, tra cui ci sono anche quei gay ai quali strizzi l'occhio con pose e riferimenti e magari i migranti, o le donne come categoria sociopolitica del femminismo contemporaneo, o tutti quei simulacri di perbenismo di fronte ai quali bisogna inginocchiarsi. Ecco, prova a stupire e dissacrare, come prometti, e poi vediamo che cosa ne è delle tue comparsate in Riviera.Questo lo sa anche la direzione artistica di Sanremo che non permetterebbe mai che un artista in gara si prenda gioco dei simboli del politcally correct, visto che questo è anche l'anno del buonismo pandemico dove anche le infermiere possono scendere le scale dell'Ariston come reginette del varietà. Però per la fede cattolica la direzione artistica - e la Rai - permettono che si possa derogare a questa regola. Niente si può dissacrare, tranne ciò che è sacro. Quelli, i simboli della fede, come il segno di croce, servono magari come rito scaramantico in favor di telecamera proprio mentre si accendono le luci, vero Amadeus? Però lì le critiche sono piovute dai soliti atei in servizio permanente. Ma di che stupirsi? Fanno il loro mestiere. Almeno loro. Nota di BastaBugie: S.E. Mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia - San Remo, il 7 marzo ha pubblicato nel sito della diocesi un comunicato per criticare la blasfemia del festival di quest'anno.Ecco il testo integrale:A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71° edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto.Il mio intervento, a questo punto doveroso, è per confortare la fede "dei piccoli", per dare voce a tutte le persone credenti e non credenti offese da simili insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante, per esortare al dovere di giusta riparazione per le offese rivolte a Nostro Signore, alla Beata Vergine Maria e ai santi, ripetutamente perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima.Un motto originariamente pagano, poi recepito nella tradizione cristiana, ricorda opportunamente che "quos Deus perdere vult, dementat prius" [A quelli che Dio vuole rovinare, prima toglie la ragione, N.d.BB].Quanto al premio "Città di Sanremo", attribuito ad un personaggio, che porta nel nome un duplice prezioso riferimento alla devozione mariana della sua terra d'origine [Fiorello si chiama Rosario Tindaro, il rosario è la preghiera mariana per eccellenza e Tindaro in onore della Madonna del Tindari a Messina, N.d.BB], trovo che non rappresenti gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente "non in mio nome".DOSSIER SANREMO Titolo originale: Achille Lauro, blasfemia protetta dal politically correctFonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04-03-2021Pubblicato su BastaBugie n. 707
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X-Factor 2020- Spopola il concorrente genderqueer nè maschio, nè femmina
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6292X FACTOR 2020: SPOPOLA IL CONCORRENTE GENDERQUEER, NE' MASCHIO NE' FEMMINA di Chiara ChiessiOrmai, come dicevamo anche in articoli precedenti, l' "avanguardia" del gender è la fluidità: non si è più né maschi né femmine, ma "qualcosa" che sta in mezzo e che fluttua tra i due diversi sessi. È il caso del nuovo concorrente di X Factor di quest'anno, il giovane 21enne di Livorno, in arte Blue Phelix, ragazzo che si definisce "non binario" e che nei suoi account social rende esplicita questa sua condizione con l'uso dei tre pronomi "He/She/They". In un suo video di presentazione, l'artista dice: "Non ho mai capito perché la gente non apprezzi gli uomini vestiti con una gonna", i vestiti non hanno identità di genere. Sono pezzi di tessuto. Quando io mi metto un vestito mi sento sicuro di me, mi sento libero e bello. Ho iniziato a fare video su TikTok qualche mese fa, faccio vedere che io esisto. Esisto in questo mondo. Magari non sono come la maggior parte delle persone, ma sono qui. Prima di trasferirmi a Londra avevo paura di far vedere chi fossi veramente. A Londra mi sono reso conto di quello che voglio essere e quello che voglio fare, mi ha aiutato ad esprimere quella parte che era stata repressa. Non possiamo essere influenzati dal giudizio esterno, perché che vita fai? Cosa me ne frega? Niente". Uno dei giudici ha così commentato dopo aver ascoltato la canzone del giovane: "Davanti a me vedo una bellissima persona con una bellissima storia da raccontare, e con una battaglia che penso tu abbia già vinto", ha detto Emma Marrone. "Ma credo che tu possa batterti per gli altri, perché in questo Paese c'è bisogno di chi ci metta la faccia". Ovviamente lodi sperticate e battiti di mani alla condizione fuori da ogni logica e buonsenso dell'artista, che non si definisce né maschio né femmina, ma non-binario, ovvero il suo genere sfugge alla binarietà maschile /femminile. Il danno più grave di queste affermazioni pubbliche è che si influenzano tantissimi ragazzi che seguono sui social quest'artista, e che dunque cresceranno con l'idea che ognuno può decidere quello che è a seconda di ciò che si sente. Ormai, come dicevamo anche in articoli precedenti, l' "avanguardia" del gender è la fluidità: non si è più né maschi né femmine, ma "qualcosa" che sta in mezzo e che fluttua tra i due diversi sessi. È il caso del nuovo concorrente di X Factor di quest'anno, il giovane 21enne di Livorno, in arte Blue Phelix, ragazzo che si definisce "non binario" e che nei suoi account social rende esplicita questa sua condizione con l'uso dei tre pronomi "He/She/They". In un suo video di presentazione, l'artista dice: "Non ho mai capito perché la gente non apprezzi gli uomini vestiti con una gonna", i vestiti non hanno identità di genere. Sono pezzi di tessuto. Quando io mi metto un vestito mi sento sicuro di me, mi sento libero e bello. Ho iniziato a fare video su TikTok qualche mese fa, faccio vedere che io esisto. Esisto in questo mondo. Magari non sono come la maggior parte delle persone, ma sono qui. Prima di trasferirmi a Londra avevo paura di far vedere chi fossi veramente. A Londra mi sono reso conto di quello che voglio essere e quello che voglio fare, mi ha aiutato ad esprimere quella parte che era stata repressa. Non possiamo essere influenzati dal giudizio esterno, perché che vita fai? Cosa me ne frega? Niente". Uno dei giudici ha così commentato dopo aver ascoltato la canzone del giovane: "Davanti a me vedo una bellissima persona con una bellissima storia da raccontare, e con una battaglia che penso tu abbia già vinto", ha detto Emma Marrone. "Ma credo che tu possa batterti per gli altri, perché in questo Paese c'è bisogno di chi ci metta la faccia". Ovviamente lodi sperticate e battiti di mani alla condizione fuori da ogni logica e buonsenso dell'artista, che non si definisce né maschio né femmina, ma non-binario, ovvero il suo genere sfugge alla binarietà maschile /femminile. Il danno più grave di queste affermazioni pubbliche è che si influenzano tantissimi ragazzi che seguono sui social quest'artista, e che dunque cresceranno con l'idea che ognuno può decidere quello che è a seconda di ciò che si sente. Nota di BastaBugie: ecco altre notizie sul "gaio" mondo gay... sempre meno gaio.TEORIA GENDER NELL'AGENDA DELLA VON DER LEYENPrimo discorso sullo stato dell'Unione all'Europarlamento della presidente Ursula von der Leyen: «Proporremo di allungare la lista dei crimini di incitamento all'odio, sia che si tratti di matrice razziale, di genere o di orientamento sessuale, l'odio non va tollerato. Essere se stessi non è la vostra ideologia, è la vostra identità e nessuno potrà mai rubarvela».E dopo questo incoraggiamento a varare leggi sulla cosiddetta omofobia ecco un'altra proposta gay friendly: la richiesta del «mutuo riconoscimento dello status familiare perché se si è genitore in un Paese, si è genitore in ogni Paese». Dunque l'omogenitorialità diverrà transfrontaliera.Un'altra prova che le priorità nell'agenda europea sono dettate anche e soprattutto dalla lobby LGBT.(Gender Watch News, 18 settembre 2020)LEZIONI GENDER OBBLIGATORIE IN SCOZIAEntro maggio 2021 in tutte le scuole pubbliche scozzesi diventeranno obbligatorie alcune lezioni LGBT. Si parlerà di terminologia arcobaleno, della "omofobia-bifobia-transfobia", della storia del movimento LGBT e di molto altro.Il progetto a forti tinte ideologiche era già stato approvato nel 2018. Allora il Vicepremier John Swinney aveva dichiarato: «La Scozia è già considerata uno dei paesi più progressisti in Europa per l'uguaglianza LGBT. Sono lieto di annunciare che saremo il primo Paese al mondo ad avere un'istruzione inclusiva LGBT incorporata nel curriculum. Il nostro sistema educativo deve supportare tutti a raggiungere il loro pieno potenziale. Per questo motivo è fondamentale che il curriculum sia tanto vario quanto i giovani che imparano nelle nostre scuole. Le raccomandazioni accettate non solo miglioreranno l'esperienza di apprendimento dei nostri giovani LGBT, ma sosterranno anche tutti gli studenti a celebrare le loro differenze, promuovere la comprensione e incoraggiare l'inclusione».È la prima volta al mondo che un governo impone lezioni gender su tutto il proprio territorio nazionale. Si passa così dal divieto di discriminare all'obbligo di abbracciare l'ideologia gender.(Gender Watch News, 17 settembre 2020)AVVENIRE SBARCA AL GAY PRIDEBisogna essere onesti: date le premesse e il processo avviato negli ultimi anni era solo questione di tempo. Ed ecco che finalmente Avvenire, giornale della Conferenza Episcopale Italiana, sbarca tra gli applausi in una manifestazione del Gay Pride. Succederà domani, 11 settembre, a Padova, "grande chiusura" del Padova Pride Village, definita come la più grande manifestazione gay in Italia: per tutta l'estate «musica, concerti ed eventi culturali all'insegna del divertimento e dell'affermazione dei diritti civili».E domani sera a divertire il pubblico del Village non poteva esserci che lui: Luciano Moia, il giornalista di Avvenire che da anni si batte strenuamente per promuovere la causa gay all'interno della Chiesa. Da parte del Padova Pride è una sorta di dovuto ringraziamento per la sua attività, ed è invitato a parlare dunque di "Chiesa e omosessualità", che è anche il titolo del libro appena pubblicato da Moia; ma è anche il riconoscimento ormai di una amicizia e di una alleanza, visto che fondatore e grande regista del Padova Pride Village, giunto alla XIII edizione è Alessandro Zan, il deputato del PD che ha dato il nome al disegno di legge contro l'omofobia, attualmente in discussione alla Camera, che vorrebbe chiudere la bocca per legge a chiunque non accetti il verbo omosessualista.Zan infatti ha avuto il privilegio di una lunga intervista su Avvenire all'indomani della Nota della presidenza CEI che bocciava proprio il suo ddl. Intervista "in ginocchio", tesa a rassicurare la CEI, ovviamente firmata da Moia. Insomma, uno scambio di cortesie che loro chiamano "dialogo", ma che l'allora cardinale Ratzinger nel lontano 1986, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, descrisse in un modo ben diverso: «Un numero sempre più vasto di persone, anche all'interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all'interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo» (cfr. Nota sulla cura delle persone omosessuali, no.8).Dato l'evento in questione e il ruolo che gioca Moia all'interno di Avvenire, è chiaro che la sua presenza al Padova Pride Village non può essere a titolo personale, cosa peraltro confermata dal fatto che sul palco tra l'aperitivo e la cena avrà una compagnia pesante. A fargli da spalla è annunciato infatti nientepopodimeno che il rettore del seminario vescovile di Padova, monsignor Giampaolo Dianin, il che ci fa nascere anche qualche domanda sui criteri di ammissione a quel seminario (che per le leggi della Chiesa dovrebbe essere negata a candidati con radicate tendenze omosessuali).Abbiamo dunque presente nella più importante manifestazione italiana dell'orgoglio gay i rappresentanti della Chiesa istituzionale, che ovviamente si batteranno il petto per le ingiuste discriminazioni a cui la Chiesa cattolica ha per tanto tempo costretto le persone omosessuali; ma ora, finalmente, con la Chiesa di Francesco tutto è cambiato e anche l'omosessualità (non solo le persone con ques
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Le donne violate di cui a Sanremo non si può parlare
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6023LE DONNE VIOLATE DI CUI A SANREMO NON SI PUO' PARLARE di Lorenza FormicolaSuccede che Sanremo finisce e che gli abiti sbrilluccicanti, che devono fare scena e rima con le parole da mettere al posto giusto perché nessuno deve sentirsi offeso, ritornano negli armadi. E succede che la protagonista del monologo che la critica ha giudicato da Oscar, Rula Jebreal, finisce di nuovo in prima pagina. Perché si può diventare l'eroina del giusto, del vero, del bello e del puro, per poi un attimo dopo prendere in giro sull'aspetto fisico il maschio bianco, il presidente Trump. Non le sue idee, non le sue parole, ma la sua esteriorità. La Jebreal con una foto pubblicata su Twitter vorrebbe umiliare il presidente Usa e sbugiardare i capelli incollati alla testa e il colorito sistemato con il trucco. [...]Ma lasciamo perdere chi bullizza l'aspetto fisico di Trump o di chi per esso. E, per una volta, invece di parlare di tutti, e quindi di nessuno, andiamo in fondo alla verità dell'argomento.CHI SA O SI RICORDA DI ROTHERHAM?La cittadina inglese dove per anni almeno 1400 ragazze minorenni sono state aggredite sessualmente, molestate o violentate da gang di maschi islamici.Per sedici anni i fatti sono stati taciuti da istituzioni negligenti e timorose di essere accusate di "razzismo" o "islamofobia". Dagli assistenti sociali alla polizia fino ai giudici nessuno ha voluto sfiorare un argomento che avrebbe voluto dire denunciare il barcone del multiculturalismo. [...]Eppure nessun discorso contro la violenza sulle donne ha mai osato denunciare fatti simili. Che poi non sono accaduti solo a Rotherham, ma anche a Oxford, e poi Bristol, ecc. [...] Sono più di 15 le città di una delle patrie per eccellenza del "multikulti", il Regno Unito, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche."Per gli abusi sessuali si sono serviti di coltelli, mannaie, mazze da baseball, giocattoli sessuali... Gli abusi erano accompagnati da comportamenti umilianti e degradanti - quanta delicatezza e parsimonia di giudizio! ndr - come mordere, graffiare, urinare, picchiare e ustionare le ragazzine. Le violenze sessuali sono state compiute spesso da gruppi di uomini e, a volte, la tortura è andata avanti per giorni e giorni. [...] I luoghi in cui sono state effettuate le violenze spesso erano case private di Oxford. Gli uomini che pagavano per violentare le ragazze non erano sempre di Oxford. Molti venivano, appositamente, anche da Bradford, Leeds, Londra e Slough. Spesso previo appuntamento", si leggerà in un estratto del rapporto della procura inglese alla fine di uno dei tanti processi degli ultimi anni. Tanti altri sono ancora in corso. E chissà perché nessuno ne scrive."Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient'altro", è un altro degli imputati, uno della gang islamica, a parlare.Ed è meglio non approfondire i numeri, perché quelli lì sono davvero agghiaccianti.VIOLENTARE LE RAGAZZINE BIANCHE CON LA COMPLICITÀ DELLE AUTORITÀLa stessa Svezia [...] che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace, come il Regno Unito ha visto perpetrare abusi sessuali di massa da immigrati islamici nell'occasione di due affollatissimi festival musicali nazionali.E sempre a proposito di violenza sulle donne, quanti monologhi sono stati fatti dopo il capodanno di Colonia del 2016? E sulle misure adottate per gli anni successivi? Sarebbe stato bello ascoltare, poi, monologhi sulla solidarietà femminile quando la deputata laburista Sarah Champion è stata costretta alle dimissioni. Perché dopo anni di denunce aveva osato scrivere un editoriale in cui denunciava le bande di pakistani che, a zonzo per il Paese, violentano le ragazzine bianche. Considerazioni troppo disdicevoli per la sinistra inglese. E cosa dire ancora delle oltre mille ragazze cristiane e indù che, ogni anno, vengono rapite, violentate, convertite forzatamente all'islam e costrette a sposare un musulmano molto più grande. Una barbarie che si compie con la complicità delle autorità. Solo qualche giorno fa l'Alta Corte del Sindh ha deciso che il matrimonio di una 14 enne cristiana con un musulmano - malgrado rapimento, violenza e tutto il resto - è da ritenersi valido.Il Pakistan può continuare tranquillamente a perseguitare i cristiani, a favorire il rapimento e lo stupro delle ragazze cristiane, a uccidere chi chiede di non essere discriminato, tanto nessuno farà mai un monologo o una denuncia come si deve da nessun palco con una certa eco. E nessuno racconterà delle torturatrici della polizia religiosa istituita dall'Isis a Raqqa. Dove l'organizzazione terroristica aveva istituito una vera gestapo al femminile.Donne che torturano altre donne e una sola la parola d'ordine: rapire, colpire, torturare e uccidere le infedeli, le donne crociate o semplicemente senza velo. La violenza sulle donne è una cosa seria, ma di quella vera e diffusa nessuno ne parlerà mai, perché troppo brutale per i discorsi che devono piacere a tutti quelli che piacciono. Troppo complessa per l'evanescente ideologia di cui è imbevuta quella approvata dal pensiero unico.Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Lorenza Formicola, nell'articolo seguente dal titolo "150 enclave islamiche minacciano la Francia" parla di un'indagine condotta dal Ministero dell'Interno certifica che in Francia ci sono ormai 150 zone a predominio islamico dove lo Stato non solo è assente, ma addirittura interdetto. Vere e proprie aree fuori controllo che non riguardano solo le periferie delle grandi città.Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 gennaio 2020:Interi quartieri francesi e della Ville Lumiére sono ostaggio degli islamici. Lo conferma un documento diffuso dal Ministro dell'Interno transalpino, Cristophe Castaner, ai prefetti. Secondo l'indagine condotta dal DGSI - Direction générale de la sécurité intérieure - sono state individuate ben 150 zone a predominio islamico. Territori più che quartieri in cui lo Stato non solo è assente, ma interdetto. A inizio gennaio, Castaner, aveva già inviato un telegramma ai prefetti chiedendo loro di riunire i GED, vale a dire i gruppi di valutazione dipartimentali, eppure questa volta, sul tavolo dell'ennesimo incontro, ci sono i 150 distretti che l'islam controlla radicalmente. Territori perduti dalla Repubblica.L'attentato alla prefettura di Parigi, per mano di un poliziotto radicalizzato, aveva spinto il governo ad interrogarsi sulla lotta all'islamismo e alla tendenza musulmana al ritirarsi in comunità per analizzare "un nuovo piano d'azione". Niente di fatto, da allora, è stato prodotto dal governo. [...]Adesso, però, emerge quanto analisti, giornalisti e ricercatori, come noi da queste pagine, scrivono da tempo: per la prima volta l'intelligence ammette che l'islam ha istituito ben 150 stati all'interno della Repubblica. Perché questo sono le enclave. Zone abitate da immigrati provenienti, soprattutto, dal Nord Africa e dall'Africa sub-sahariana, molti dei quali anche di terza generazione. Dove la polizia cerca di non entrare, lo stato è assente e l'azienda di trasporti pubblici, la Ratp, ha dovuto assumere dipendenti legati ad ambienti islamici perché il resto si rifiutava di guidare in quelle zone, nel terrore di essere presi a sassate. Zone dove la disoccupazione raggiunge anche il 60% per quanto riguarda quella giovanile. E poi traffico di droga, prostituzione, ricettazione, scontri tra bande.Quando all'indomani dell'attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, quelli di Fox News - il canale televisivo americano - sostennero l'esistenza di "no go zones" nel cuore di Parigi, mandarono su tutte le furie i media francesi. Il fatto che nel bel mezzo della romantica Ville Lumiére ci fossero aree ostaggio in cui i non musulmani non sono ben accetti, e dove regna la shari'a, venne considerata una fake news.Il Le Parisien condusse un'inchiesta su una di queste zone, il quartiere di Chapelle-Pajol, zona est di Parigi. Là, come in tutti gli altri territori censiti dall'intelligence, le donne sono continuo bersaglio di molestie e insulti. Odiate per il loro sesso e per i costumi così tremendamente occidentali. In tante si sono trasferite, altre escono solo se accompagnate.Le 150 zone a predominio islamico non contano solo i più noti sobborghi di Parigi, Lione e Marsiglia, ma anche diverse città del dipartimento del Nord sono nel mirino dell'intelligenza interna. [...] Adesso, per la prima volta, si ammette l'esistenza del numero preciso di queste enclave nelle mani degli islamici plasmate a loro immagine.
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A Sanremo Benigni riduce la Bibbia a un manifesto del sesso libero
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6013A SANREMO BENIGNI RIDUCE LA BIBBIA A UN MANIFESTO DEL SESSO LIBERO di Miguel CuarteroDopo un ingresso trionfale sul palco dell'Ariston per la settantesima edizione del Festival di Sanremo, Benigni ha spiegato di voler dedicare il suo monologo a un libro della Sacra Scrittura: il Cantico dei Cantici. In quel momento la metà degli spettatori ha iniziato ad annoiarsi per partito preso, il resto del pubblico si è annoiato nei successivi secondi per le banalità e le falsità esposte dal comico toscano.Benigni ha spiegato di aver scelto il Cantico dei Cantici perché non c'è niente di meglio, in un festival della canzone, che parlare della "canzone delle canzoni" (che infatti in inglese si dice Song of the Songs). «Mi sono messo a cercare la canzone più bella che sia mai stata fatta. Alla fine l'ho trovata: è la canzone delle canzoni. È il Cantico dei Cantici che sta nella Bibbia».Fin qui tutto perfetto. Di per sé l'idea di introdurre un libro della Bibbia in uno spettacolo mondano come il Festival di Sanremo può apparire di certo audace, ma Benigni non smentisce le aspettative e riesce, col suo monologo, a trasformare il Cantico dei Cantici (una vera perla letteraria, come lui stesso afferma) in nient'altro che un inno all'amore carnale. Come se il pubblico dell'Ariston avesse bisogno della Bibbia (e di Benigni) per trovare il coraggio di fare sfoggio delle proprie fantasie sessuali.In pochi minuti Benigni riesce con la sua tipica parlata entusiasta ed entusiasmante a ridurre il testo biblico a un manifesto del sesso libero, perché - afferma - l'invito è rivolto «a tutte le coppie che si amano, gli uomini con le donne, le donne con le donne, gli uomini con gli uomini...». Per Benigni, dopo aver ascoltato il Cantico dei Cantici, il pubblico avrebbe dovuto rispondere con una grande orgia sul palco di Sanremo: «Io sarei per metterci qui tutti quanti, e fare l'amore, qui sul palco, anche l'orchestra... sarebbe una serata bellissima». Perché «siamo nati per l'amore e per fare l'amore», e l'amore è un «frammento di infinito», uno strumento per raggiungere l'immortalità.UNA LETTURA PERSONALE E FUORVIANTESecondo il comico, il CdC è entrato per sbaglio nel canone biblico, in un momento di "distrazione" dei teologi (sic!) i quali - sostiene Benigni - «ce lo volevano togliere» per paura del messaggio d'amore che trasmette. Certo, perché dopo tanto sangue e violenza, dopo tante guerre e assassini, l'Antico Testamento trova finalmente l'amore nel Cantico dei Cantici che sarebbe dunque - a dire di Benigni - il libro «più importante della Bibbia». Inoltre potrebbe essere stato scritto da una donna, il che tradirebbe secoli di misoginia espresse dalla cristianità. Per neutralizzare e tenere nascosto il potente messaggio di amore (umano e sessuale) contenuto nel CdC, la Chiesa, imbarazzata, avrebbe inventato le interpretazioni allegoriche, per ingannare i lettori e distoglierli dal significato prettamente sessuale del testo; per questo si è cominciato a dire che il libro parlava simbolicamente «dell'amore tra Dio e la Chiesa». Fin qui Benigni.Una lettura del tutto personale di un testo che - in quanto Parola di Dio, testo sacro per milioni e milioni di persone - avrebbe meritato un minimo di rispetto e di preparazione. Un testo che avrebbe tanto da dire agli uomini e alle donne di oggi, se solo non si lasciassero catechizzare da qualsiasi improvvisato esegeta. È vero che il CdC rivela chiaramente una verità che molti, nella loro ignoranza e malafede, faticano a credere: ossia che Dio benedice l'amore umano, anche quello carnale (leggere la storia biblica di Tobia e Sara). Di conseguenza anche la religione ebraica e il cristianesimo, nonostante le accuse di sessuofobia, hanno da sempre considerato l'amore umano e l'atto sessuale tra l'uomo e la donna come un evento sublime, in cui - nel dono reciproco e totale di sé - gli uomini collaborano all'opera creatrice di Dio. Nessuna strabiliante novità, nessuna nuova scoperta, dunque.NESSUNA ANOMALIAAltro errore di Benigni è quello di considerare il CdC un'anomalia all'interno della Bibbia. In primo luogo sposando il pregiudizio (che giustamente non rende contenti i fratelli ebrei) secondo cui l'Antico Testamento sarebbe un libro horror, pieno di cattiveria, violenza, guerre, infedeltà, assassini, massacri e altre terribili disgrazie. Leggendolo, si scopre invece che si tratta di una storia di salvezza, di alleanza, di amore, di promesse e di fedeltà (in risposta all'infedeltà). Una storia stupenda di cui andare fieri e non un libro da addomesticare con imbarazzo. Il CdC non è dunque un'anomalia. Forse lo è dal punto di vista letterario, [...] ma dal punto di vista dei contenuti si inserisce perfettamente in un contesto, quello biblico, che dà ampio spazio al tema dell'amore, umano e divino. L'amore sponsale come paradigma dell'amore di Dio per il Suo popolo è infatti uno dei filoni che percorre trasversalmente le Scritture, dalla Genesi all'Apocalisse di San Giovanni (e di cui il libro di Osea è un esempio eclatante, mediante un'interpretazione sponsale dell'alleanza).Non un'anomalia, dunque, ma un poema d'amore che canta l'incontro e il legame inscindibile tra Dio e la Sua sposa, Israele, tra Cristo e la Chiesa, tra il Creatore e ogni amina umana. L'amato e l'amata come cantava il mistico Giovanni della Croce. L'interpretazione allegorica non è dunque frutto dell'imbarazzo o del timore di fronte a un messaggio "dirompente", ma nasce con il testo stesso: il CdC è il compimento delle promesse, il vino nuovo annunciato dai profeti, la Gerusalemme Celeste cantata da Tobia, la Terra Promessa vista da Mosè. Ridurre il CdC a un'anomalia, a una (in)felice svista dei teologi, è una deformazione della realtà frutto di una decontestualizzazione del testo e di una lettura superficiale dell'opera.Infine, utilizzare la Bibbia per sventolare la bandiera arcobaleno, beh... questo si poteva di certo evitare, perlomeno per un fatto di rispetto, non tanto verso i fedeli (che non cambieranno idea né scenderanno in piazza per una lezioncina di pochi minuti) quanto verso sé stessi, poiché un altro oratore avrebbe evitato una così spudorata strumentalizzazione a fini politici del testo sacro.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Sanremo, è il festival del cristianesimo calpestato" spiega come mai dopo Roberto Benigni, Achille Lauro e Fiorello al Festival di Sanremo la religione cristiana ne esce svilita, vilipesa e falsificata.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 8 febbraio 2020:Agatha Christie ebbe a dire una volta: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». I nostri tre indizi, trovati lungo le serate del Festival di Sanremo, hanno altrettanti nomi: Roberto Benigni, Achille Lauro e Fiorello. I tre indizi provano che... ve lo sveliamo dopo.Iniziamo da Roberto Benigni che ha recitato e prima spiegato il Cantico dei Cantici. [...] Benigni ci spiega che il Cantico ha destato sempre molto imbarazzo in ambito ecclesiale e dunque per occultarne il vero significato lo hanno rivestito di significati simbolici. In realtà è tutto molto più semplice: Dio ha creato l'uomo e la donna attratti naturalmente l'uno verso l'altra. Una realtà, quella della sessualità, dunque buona agli occhi della Chiesa. Non è dello stesso avviso il Roberto nazionale quando dichiara che «l'amore fisico veniva considerato come il più grave dei peccati», precipitando così nei soliti stereotipi anti ecclesiali. L'attrazione tra i due amanti nel Cantico dei cantici assume significati polivalenti: è la celebrazione dell'amore umano, ma anche divino. Se siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, anche nell'attrazione sessuale si riverbera questa somiglianza. E così illustrare il mutuo desiderio di due giovani serve per spiegare il legame sponsale di Cristo con la Sua Chiesa, l'unità della Santissima Trinità, il desiderio della nostra anima di congiungersi con Dio e molto altro: una cosa non esclude le altre.Inoltre per Benigni un'altra fonte di imbarazzo sta nel fatto che nel Cantico la protagonista è una donna. Il solito cliché della Chiesa misogina, proprio lei che riconosce in una donna - Maria - la più perfetta tra tutte le creature. Ma a monte viene da rispondere al comico toscano: se la Chiesa fosse stata imbarazzata dal Cantico, perché, a suo dire, libro «inaudito, scandaloso», non faceva prima a non inserirlo nella Bibbia? [...]Secondo indizio: la performance di Achille Lauro che canta "Me ne frego", però senza accenti fascisti. Il cantante, dopo qualche battuta musicale e altrettanti inciampi nell'intonazione, si spoglia di una lunga veste damascata e rimane con un costumino paillettato color carne alla baywatch che impietosamente aderisce alle sue non avvenenti grazie. Il rimando implicito è a San Francesco quando si spogliò davanti al padre, rinunciando ad ogni avere.Terzo indizio già da noi analizzato qualche giorno fa (clicca qui): Fiorello vestito da sacerdote che apre il Festival.Come si diceva poc'anzi, i tre indizi fanno una prova: il tema religioso serve per costruire presentazioni, monologhi e performance musicali. In tutti e tre i casi però la religione cristiana ne esce svilita, vilipesa, strumentalizzata, falsificata e derisa, però - si badi bene - senza cattiveria, senza malanimo. Ma per quale motivo così tanto interesse per le tematiche religiose?Proviamo ad azzardare qualche risposta. In primo luogo perché è necessario scandalizzare altrimenti passi inosservato. E quindi o ti spogli o parli male/irridi qualcuno o qualcosa (Achille Lauro ha puntato su entrambi i tavoli da gioco). Se spari contro i cattolici vai sul sicuro dato che questi, nella maggior parte dei casi, ti applaudiranno.
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Striscia La Notizia e Repubblica all'attacco di don Armando... ma i parrocchiani lo difendono
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6011STRISCIA LA NOTIZIA E REPUBBLICA ALL'ATTACCO DI DON ARMANDO... MA I PARROCCHIANI LO DIFENDONOI giorni scorsi su alcuni quotidiani nazionali, e stretto giro sul profilo social di una nota "opinionista", sono apparsi stralci di titoli e pagine tratti del bollettino della Parrocchia di Vanzaghello (Mi), il Mantice. Le frasi, estrapolate dal loro contesto, hanno dato vita ad un vero e proprio "linciaggio" social del parroco, don Armando, reo di aver pubblicato concetti "imbarazzanti e inammissibili nel 2020", perché non in linea con alcune tendenze "politically correct".Per chi si fosse preso la briga di leggere fino in fondo gli articoli oggetto di scandalo, questi denunciano il relativismo imperante, contro cui spesso si è scagliato il magistero della Chiesa. Possono non piacere a livello di tono o di contenuto, si può certamente dissentire e dibattere, ognuno liberamente può trarre la propria conclusione; sono articoli già presenti sul web, con una risonanza certo maggiore rispetto al bollettino parrocchiale di paese, ma non ci risulta che siano stati mai contestati in rete.Ci sembrano quindi un pretesto per far diventare caso nazionale un dibattito interno ad un paese di 5.000 anime, con la speranza di far rimuovere il parroco dal suo incarico, come se dalla scelta di pubblicare articoli (oltre ai soliti avvisi e numeri utili) si possa giudicare l'operato di un pastore e lo stato di salute di una comunità.Vorremo quindi provare a dare un minimo di contesto e fare luce sull'uomo e pastore don Armando.Don Armando arrivò a Vanzaghello nel 1993 anni fa come coadiutore, per affiancare l'ormai anziano parroco del paese, di cui prenderà il posto tre anni dopo: finalmente dopo qualche anno si riaprivano i cancelli dell'Oratorio, la domenica quello che ormai era un luogo semi deserto si riempiva di bambini e giovani. Don Armando chiarì sin da subito le sue posizioni e il suo modus operandi: l'oratorio, riprendendo i principi del suo fondatore Don Bosco, è un luogo di formazione, non solo di svago, veniva chiesta quindi un'iscrizione formale e la partecipazione assidua ad un percorso.Un prete duro e distante quindi, si potrebbe pensare: tutt'altro. Chi ha avuto modo di bussare alla sua porta o al suo confessionale si è trovato di fronte un pastore comprensivo, sempre pronto ad ascoltare, a dare conforto sia spirituale che materiale. Un pastore accogliente anche nei confronti di persone immigrate e di altre religioni, che cercavano un confronto e un aiuto vero.Tutto ciò non certo in nome del dilagante e sterile buonismo, ma con grande spessore culturale e con la profonda umanità di un pastore che vede e comprende le povertà della vita quotidiana alla luce della vera pietas cristiana. Come ama dire lui stesso: «Dal pulpito si tuona, dal confessionale si perdona»."Dai loro frutti li riconoscerete". Oggi, a Vanzaghello, ci sono circa 300 ragazzi iscritti all'oratorio domenicale, sono nate numerose associazioni parrocchiali sia di tipo contemplativo che caritativo; più di 300 persone che si turnano nella chiesetta di San Rocco per adorare il Santissimo Sacramento giorno e notte. Nel 2018 è stata riaperta la chiesa di Madonna in Campagna con una corona umana di 1300 persone. Attualmente due ragazzi sono in seminario e uno sta percorrendo il cammino per diventare Frate Domenicano.Oltre alla forte spinta spirituale l'attenzione costante di don Armando verso i ragazzi (non per nulla anche da parroco ha scelto di risiedere in Oratorio) si è manifestata con ampliamenti, manutenzioni, ristrutturazioni, nuovi spazi e nuove attrezzature al passo con i tempi. Tanti giovani, oggi ormai adulti, hanno nel cuore le belle giornate del campeggio estivo, le fatiche delle camminate assieme, le serate davanti ai falò con don Armando che suona la chitarra elettrica (già talmente retrogrado che suona bene la chitarra elettrica!), le tende montate in qualche modo, le messe all'aperto, le gite in piscina, la caccia al tesoro per le vie del paese, il Giubileo del 2000, e un lungo elenco di fotogrammi pieni di gioia.Se avete l'occasione di passare da Vanzaghello, fermatevi nella nostra bella chiesa, guardate come è ben curata, ascoltate il nostro maestoso organo ottocentesco rimesso in funzione dopo anni di inattività, andate a vedere il dipinto della Vergine delle Rocce della scuola di Marco d'Oggiono, la corona della Vergine di Lourdes fatta con gli ori offerti dei fedeli. Potete fermarvi a pregare il Santissimo sempre presente in San Rocco, ammirare la grande Croce Istoriata nel cortile della casa parrocchiale, proseguire nei cortili dell'oratorio per vedere la sala stampa e tante altre opportunità a disposizione dei ragazzi.Tutto questo è segno di un lavoro spirituale e organizzativo costante, di una sintonia tra il pastore e il gregge.Se qualcuno vuole dissentire dalle posizioni di don Armando chieda un confronto, ma la Chiesa di Milano sappia che Vanzaghello è, con tutti i limiti, una piccola oasi felice dal punto di vista della fede cattolica, guidata da un pastore che porta avanti la sua missione... con "qualche" frutto.Con affetto e riconoscenza verso il nostro parroco,Giovani e adulti parrocchiani di VanzaghelloNota di BastaBugie: nel video (durata: 3 minuti) si può vedere il servizio del 23 gennaio 2020 dell'inviata musulmana Rajae Bezzaz per Striscia la notizia con l'attacco a don Armando Bosani, parroco a Sant'Ambrogio di Vanzaghello, diocesi di Milano. L'accusa è quella di razzismo, omofobia, antisemitismo, persino "antigretismo" e qualche altro non meglio specificato psicoreato dell'era moderna.La segnalazione a Mediaset è partita dal Pd di Vanzaghello. Nel video alcuni esponenti del Pd hanno fatto in modo di farsi trovare "casualmente" mentre passava la troupe per le interviste...Per vedere la puntata di Striscia la notizia, clicca nel link qui sotto:https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/striscialanotizia/rivista-parrocchiale-poco-pacifica_F309939901105C11
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Le origini armene del duo comico Luca e Paolo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5969LE ORIGINI ARMENE DEL DUO COMICO LUCA E PAOLO di Nadia PasqualScommetto che conoscete il duo comico Luca e Paolo, ma forse non sapete che Paolo di cognome fa Kessisoglu e ha origini armene. Io lo sapevo dal 2007, quando iniziai a frequentare l'Armenia per lavoro e un giornalista me ne parlò. Tuttavia, fino all'anno scorso tutto quello che sapevo di lui, era quello che riporta Wikipedia alla voce Paolo Kessisoglu. Poi il 12 aprile 2016 finalmente incontrai Paolo al concerto per il centenario del genocidio armeno al Teatro La Fenice a Venezia. Gli chiesi se potevo intervistarlo: ci è voluto un po' di tempo, ma quelle che seguono sono le sue risposte.Raccontaci delle tue origini armene. Da dove proviene la parte armena della tua famiglia e com'è giunta in Italia?Molto in sintesi, le origini arrivano da mio nonno paterno Kaloust (Callisto) che nel '22 scappa da Akhisar con padre, madre, sorella più piccola e nonna per salvarsi dall'esercito ottomano. Si salvano imbarcandosi su una nave italiana che li sbarca in Grecia dove, ironia della sorte, la sorellina muore cadendo dalle scale. Nel gennaio del '23 mio nonno Callisto arriva in Italia a Trieste.Come hai scoperto le tue origini armene?Le mie origini sono state chiare da subito in quanto mio nonno veniva da là, scriveva, parlava in armeno ed era orgoglioso di esserlo.Purtroppo non parlava molto della sua terra, molto pochi i racconti e le esperienze di vita. Mi avrebbe entusiasmato conoscere anche particolari della sua vita d'infanzia oltre che le barbarie dei turchi e quanto incivile fosse il loro odio.Quali sono i tuoi sentimenti riguardo al tuo essere di origini armene e come sono eventualmente cambiati nel tempo?Con il tempo ho preso coscienza di molte cose e, occupandomi di comunicazione (che è parte del mio lavoro), mi sono interessato alle mie origini da un punto di vista più ampio e meno ego-referenziato. Sono entrato in contatto con alcuni armeni attivi e dal pensiero moderno, come l'ex ambasciatore Sargis Ghazarian col quale siamo diventati amici e con il quale ho spesso parlato dell'Armenia e dell'immagine che, a mio avviso, il mondo ha degli armeni. Spesso gli ho confidato che avremmo dovuto fare in modo che ciò cambiasse.In che modo la tua appartenenza armena ha influenzato il tuo modo di essere?Ho compreso con il tempo che il mio essere armeno può e deve essere un viatico per comunicare una nuova immagine di questo popolo affascinante per genialità, brillantezza intellettuale ed estro artistico. Nessuno, o pochi, lo sanno e troppo spesso il popolo armeno viene percepito unicamente come strana gente sofferente. Agli armeni viene solitamente abbinata l'idea della sconfitta, della desolazione legata al genocidio e questo perché in fondo scegliamo arbitrariamente ciò che vogliamo vedere. Se mi è concesso, il sentimento di compassione verso qualcuno o un popolo intero che riteniamo "looser" è più appagante del rispetto per chi si rialza con fierezza.Gli armeni l'hanno fatto ogni giorno da sempre, ma nessuno ha la curiosità di andare oltre la superficialità. [...]Non so a voi, ma a me la storia del nonno paterno di Paolo Kessisoglu, sembra uscita dal romanzo La strada di Smirne di Antonia Arslan. Come la famiglia del nonno di Antonia, anche quella del nonno di Paolo nel 1922 si trova a Smirne, città cosmopolita, dove migliaia di armeni trovano riparo dai massacri e dalle deportazioni iniziate il 24 aprile 1915. Il 13 settembre 1922 le forze ottomane incendiano Smirne: è l'ultimo atto dello sterminio pianificato dai Giovani Turchi per eliminare gli armeni e le altre minoranze cristiane dal territorio dell'Impero Ottomano. Riesce a salvarsi solo chi, come Callisto, il nonno di Paolo, riesce a imbarcarsi su una delle navi straniere ancorate nel porto della città. Anche nel loro caso, il cognome della famiglia viene modificato. Infatti, il cognome armeno Keshishian, durante la fuga viene turchizzato in Keşişoğlu (con l'aggiunta della desinenza patronimica -oğlu) per non attirare l'attenzione.A distanza di oltre un secolo, un'altra storia di quegli armeni che sono riusciti a sfuggire al genocidio e a rifarsi una nuova vita in Italia. Quante storie rimangono ancora da raccontare?
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I due papi, il film Netflix che deforma Benedetto XVI e papa Francesco
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5958I DUE PAPI, IL FILM NETFLIX CHE DEFORMA BENEDETTO XVI E PAPA FRANCESCO di Marco TosattiPer puro caso - veramente per puro caso - ho visto I due papi, il film uscito di recente su Netflix, e che è pubblicizzato anche da un maxi-cartellone in via della Conciliazione a Roma. Il film tratta del rapporto fra Ratzinger e Bergoglio; da prima dei due conclavi - quello del 2005 e quello del 2013 - fino all'elezione di Bergoglio stesso.Ho trovato che da un punto di vista semplicemente visivo la scelta dell'attore che ha impersonato Bergoglio sia stata felice: fisicamente i due si assomigliano. Non altrettanto felice la scelta di Ratzinger. E per il resto, non andrei a rivederlo, a meno che non mi pagassero profumatamente. E anche in quel caso ci penserei un paio di volte...Per essere sincero, ai limiti della brutalità, mi è sembrato un polpettone mieloso. L'impressione è che siamo davanti a un'opera messa in piedi per fornire una specie di "investitura" di natura provvidenziale a quello che si sta rivelando come uno dei pontificati più divisivi [...] della lunga e travagliata storia della Chiesa.INVENZIONE PURAIl film propone l'idea che esistesse, e forse esista ancora, parecchia amicizia e familiarità fra i due. Ora, questa idea non è fondata su niente di storico o di verificabile. Anzi: sappiamo della delusione di Bergoglio quando Roma e la Congregazione per la Dottrina della Fede gli bocciavano la candidatura del suo teologo favorito, quello del guariscimi con un bacio, Tucho Fernandez, che adesso è vescovo a La Plata, dopo l'ottimo mons. Aguer, mandato ovviamente via non appena ha compiuto 75 anni. Quindi, dove gli autori abbiano preso l'idea che Ratzinger e Bergoglio fossero amici, non è dato di sapere. E probabilmente non è vero.Come suonano false un sacco di altre cose. Vediamo Benedetto che suona il pianoforte per il cardinale Bergoglio, e gli parla dei Beatles, e di Abbey Road. Vediamo i due che vanno a sedersi nella Sistina e Benedetto si fa confessare da Bergoglio. Gli confida che vuole dimettersi. Gli predice che lui, Bergoglio, sarà papa e che la Chiesa ha bisogno che lui la rinnovi. Lo accompagna nel cortile Vaticano dove una berlina attende il cardinale, e di fronte a tutti Bergoglio gli prende le mani e comincia a insegnargli il tango... Vi sembra plausibile, anche nel regno del surreale e della metafora?E poi, profeticamente: è stato usato come sottofondo Bella ciao. In un punto è stata arrangiata come una specie di canto gregoriano. Ma non solo. Benedetto se non ho capito male, parlando del suo rapporto con Cristo, dice a Bergoglio di aver riconosciuto nelle sue parole (di Bergoglio) la voce di Gesù... E va be'...IL VERO PROBLEMAIl problema però, al di là delle qualità estetiche e artistiche dell'opera, risiede nella veridicità dei messaggi che trasmette a un pubblico certamente in gran parte non abbastanza al corrente per esercitare un controllo sulla veridicità dei contenuti. Vi citiamo a mo' di esempio qualche riga di una recensione: "Fernando Meirelles sicuramente ha scelto un cammino semplificato, poco spinoso e critico per raccontare la storia di questo incontro papale, cimentandosi in quella che si può tranquillamente considerare come un'agiografia semplicistica di due Papi che hanno avuto problemi considerevoli con la propria leadership, il primo bramandola fortemente e dovendoci rinunciare, il secondo ottenendola senza averla mai cercata". E qui abbiamo un capovolgimento totale della realtà. Il "primo" sarebbe Ratzinger; e di sicuro se c'è qualcuno che non ha voluto diventare papa (stava organizzando, finalmente, la sua pensione, nel rifugio dei Castelli...) è proprio lui. [...]Ma se il recensore, che non è certamente un esperto di cose vaticane, questo ha percepito, lo stesso accadrà agli ignari spettatori. E una grande menzogna diventerà verità per il volgo.
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La serie tv "Il nome della rosa" ha riproposto i soliti errori sul medioevo e la Chiesa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5870LA SERIE TV ''IL NOME DELLA ROSA'' HA RIPROPOSTO I SOLITI ERRORI SUL MEDIOEVO E LA CHIESA di Rino CammilleriQuando ho visto la prima puntata de Il nome della rosa televisivo nel marzo u.s. ho realizzato che la nuova versione-kolossal (tra l'altro finanziata da RaiCinema, cioè dai contribuenti, tra cui io) era, se possibile, anche peggiore della precedente, il film di Jean-Jacques Annaud, uscito nel 1986 e tratto dal "palinsesto" di Umberto Eco. Il quale aveva preteso questa aggiunta nei titoli per chiarire che il film non poteva rappresentare tutta la complessità del romanzo bestseller omonimo. Ma torniamo alla miniserie: la primissima scena di cui dicevamo è scritta in campo nero con la quale si avverte lo spettatore che nel 1327, anno in cui si svolge la vicenda, l'imperatore Ludovico stava cercando di "separare la politica dalla religione". Di fronte ad un'affermazione del genere è previsto che le simpatie dello spettatore si orientino verso l'imperatore, lodevolmente impegnato a liberarsi da una Chiesa che vorrebbe imporre a lui e ai posteri uno stato teocratico di tipo, per intendersi, jihadista.LA STORIA VERALa storia, vera, dice però il contrario: tutta la lunga Lotta per le investiture, dal secolo XI al Concordato di Worms del 1122, fu combattuta perché era, semmai, l'imperatore a voler sottomettere la Chiesa decidendo lui la nomina dei vescovi. L'imperatore che regnava nel 1327, Ludovico IV il Bavaro, aveva deciso allora di tagliare del tutto il cordone ombelicale con la madre Chiesa. Infatti, volle farsi incoronare non dal pontefice, ma da un laico, quello Sciarra Colonna che aveva preso a schiaffi il papa Bonifacio VIII ad Anagni. Con quel gesto simbolicamente si chiuse il Medioevo cristianissimo. Bonifacio VIII lo comprese benissimo, tant'è che ne morì di crepacuore subito dopo. E la Chiesa, come previsto, finì alla mercé del potere politico: nel 1327 il pontificato, infatti, non stava più a Roma bensì ad Avignone, sequestrato e deportato in Francia dal re Filippo il Bello, il distruttore dei templari. E furono settant'anni di papi e cardinali guarda caso francesi, cui seguì il disastro del Grande Scisma (tre papi, ognuno pretendentesi legittimo). Il potere politico, privo della guida e del freno di un'autorità morale, divenne sempre più assoluto (ab-solutus, cioè svincolato da ogni limite), culminando infine nei totalitarismi del secolo XX. La fiction in tv ci presenta un inquisitore veramente esistito, Bernardo Gui, come la quintessenza del fanatismo più ottuso e ideologico, quasi antesignano delle SS e del Kgb. Ora, poiché nessuno storico si sente più di sostenere una fesseria del genere, ecco che una fiction ricavata da un romanzo ripropone la leggenda nera sull'Inquisizione e i "secoli bui".MEDIOEVO FARO DI CULTURAAl tempo dell'uscita del romanzo medievisti come Franco Cardini e Marco Tangheroni si spesero per ricordare che i monasteri medievali erano fari di cultura, non di ignoranza, e sfamavano i dintorni (è rimasto il detto "cosa passa il convento oggi?"); le biblioteche monastiche non avevano affatto passaggi segreti o libri inaccessibili, al contrario; il divieto di ridere lo ha messo in scena Eco, i monaci (veri) salvarono, copiarono e tramandarono anche opere pagane licenziose come quelle di Ovidio; Bernardo Gui (vero) fu mite inquisitore e fine intellettuale, stimato come il maggior storico del suo tempo; non si potevano accendere roghi su due piedi, la procedura inquisitoriale era lunga, complessa e garantista: gli eretici dolciniani non erano affatto dei Robin Hood, ma per il loro comunismo utopico saccheggiavano e uccidevano. Ancora: il papa Giovanni XXII mai si sognò di abolire i francescani; solo, disputava con gli eretici "fraticelli", francescani di frangia che intendevano instaurare la povertà assoluta; e i termini della questione sfociavano nell'eresia dell'abolizione, di principio, della proprietà privata. Eccetera.ECO E IL BRACCIO DI FERROMa, al di là della esigenze televisive (per esempio la figlia vendicativa di Dolcino non è mai esistita), il problema sta a monte, cioè nel romanzo di Eco (che la fiction tv ha risospinto in classifica). L'autore conosceva bene la storia di quel periodo ed anche il dibattito ecclesiale che lo contraddistinse. Ma scelse appositamente di fare un romanzo "gotico", una specie di Il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe, farcendolo dei più grezzi luoghi comuni laicisti sui "secoli bui". La famosa "Chiesa povera" reclamata dai "fraticelli" e dai teologi al soldo dell'imperatore era di fatto una Chiesa ricacciata in sacrestia, una Chiesa che non aveva il diritto di giudicare il potere e le leggi che esso emanava. Il papa Giovanni XXII, ripetiamo, non cercò mai di abolire l'ordine francescano, ma solo di impedire che la disputa sulla povertà finisse in questo modo (cosa che poi avvenne con Lutero prima e Robespierre poi). Insomma, è in quell'antico braccio di ferro la radice del mondo moderno, non a caso Eco scelse di ambientarvi la sua opera.ALLE RADICI DEL RELATIVISMOE la rosa? Stat rosa pristina nomine (diceva un altro Guglielmo francescano, Ockam, ammirato dal protagonista del romanzo), nomina nuda tenemus: non abbiamo che nomi nudi, l'essenza della rosa è solo un nome. Ultimamente, la verità non esiste. Ed ecco fondato l'odierno relativismo. "L'unica verità è imparare a liberarci della passione insana per la verità", fa dire l'autore al suo protagonista. Non esiste neanche Dio, perciò. Gott ist ein lautes Nichts, Dio è un grande Nulla: così conclude il romanzo il narrante Adso da Melk, tedesco. Dal relativismo scettico di Ockam discende pure il positivismo giuridico, perché se non esiste la verità non esiste neanche un diritto naturale. Cioè, io non ho diritti per natura, perché esisto e sono persona; ma ho solo quei diritti che l'ordinamento giuridico mi dà. E, come li dà, così può toglierli. La "Chiesa povera", insomma, quella reclamata dai "fraticelli", non è una Chiesa che rinuncia ai suoi beni per darli ai poveri, ma una Chiesa che, di fronte ai poteri mondani, fa una, per così dire, "scelta religiosa", si ritira nel chiuso delle cappelle e dei santuari e lascia allo Stato completa mano libera. Intanto, però, il film-tivù è stato venduto in 130 Paesi, così la "leggenda nera" viene rispalmata su nuove generazioni. Un Medioevo tutto streghe, roghi, passaggi segreti, libri proibiti, frati fanatici e torture efferate. Tanto per ribadire che la realtà attuale è "il migliore dei mondi possibili".
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Raffaella Carrà, dal tuca tuca al gay pride
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5690RAFFAELLA CARRA', DAL TUCA TUCA AL GAY PRIDE di Luigi PirasUna vigilia di Natale un Babbo Natale che si aggira per le vie di una città portando in tre case un enorme pacco. Per una coppia di sposi anziani il regalo è una bambina, che si getta sul letto ad abbracciarli, forse la figlia che non hanno mai avuto o la nipote che non vedono mai. Per una ragazza affranta e sola è un gruppo chiassoso di amici. Per un ragazzo altrettanto solo è invece un bel giovane, l'amore perduto o sognato. Sullo sfondo, da uno schermo televisivo spunta il caschetto biondo platino della 75enne Raffaella Carrà, mentre il suo canto accompagna lo scorrere dei quadretti di vita. Si tratta del videoclip della canzone "Chi l'ha detto", che ha fatto da lancio al doppio cd della Carrà "Ogni volta che è Natale", uscito a fine del 2018 e che ripropone una miscela di elementi che ha caratterizzato la carriera della madrina di tutte le soubrette televisive: i buoni sentimenti, l'allegra bonomia da donna della porta accanto - agli inizi ragazza, poi donna matura, oggielegante anziana - e messaggi tossici in dosi omeopatiche.ICONA GAY«Canto il mio Natale per le famiglie omosessuali perché deve essere una cosa normale» si intitolava l'intervista rilasciata dalla Carrà al Corriere della Sera a fine novembre. «Ho cominciato a capire il mondo gay durante la prima Canzonissima», ha raccontato sempre la Carrà, «ricevevo lettere da ragazzi gay che non si sentivano accettati specialmente in famiglia. E mi sono chiesta: possibile che esista questo gap tra genitori e figli? Poi nel mondo dello spettacolo ci sono tante persone omosessuali e così sono diventata icona gay mio malgrado. Da anni mi chiedevano di prendere parte alle sfilate per l'orgoglio gay e così l'anno scorso sono andata a Madrid alla giornata mondiale del gay pride e li ho beccati tutti in una notte». In effetti la Raffaella nazionale, che da anni ormai lontani è stata eletta dal mondo Lgbt nostrano una sua icona, nel giugno del 2017 si è recata presso l'ambasciata italiana della capitale spagnola a ritirare il World Pride Award, che le ha dato lo status simbolico di ambasciatrice Lgbt a livello internazionale. «Quando si parla delle adozioni a coppie gay ma anche etero» ha commentato la Carrà in quell'occasione, «faccio un pensiero: ma io con chi sono cresciuta? Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono cosi male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute. Sono venuta male?».DALLA ROMAGNA CON FURORERaffaella Carrà è il nome d'arte di Raffaella Pelloni. Nasce a Bologna il 18 giugno del 1943 da padre romagnolo, gestore di un bar di Bellaria, vicino a Rimini, e da madre di origini siciliane. I due si lasciano poco dopo le nozze: « Mia mamma Angela Iris fu una delle prime a separarsi nel dopoguerra. Non si risposò più. Nonna Andreina era rimasta vedova di un poliziotto di Caltanissetta. Mi vergognavo di non avere una figura maschile. Mio padre è stato un uomo buono e intelligente, ma inaffidabile. Non aveva alcun senso della famiglia». La piccola Raffaella segue avidamente la trasmissione Rai Il Musichiere, attratta dal mondo dello spettacolo, si sposta a Roma e a 17 anni consegue il diploma al Centro sperimentale di cinematografia, studiando anche presso l'Accademia nazionale di danza. Neanche ventenne inizia ad affacciarsi a teatro, in radio, al cinema. Ma il decollo arriva a 26 anni, tra il 1969 e il 1970, con la partecipazione al varietà televisivo Io, Agata e tu, dove la Carrà lancia un nuovo stile di presenza femminile, scattante, briosa e anche qualcosa di più. Il termine soubrette deriva dalla tradizione teatrale francese, per indicare ruoli femminili insieme brillanti, civettuoli e maliziosi. Il che si attaglia al nuovo personaggio che esplode sulla Rai, che segna uno stacco dalla femminilità algida di Mina, quella fanciullesca di Rita Pavone o da quella straniera, quindi vagamente irreale e irraggiungibile, delle gemelle Kessler. Scrive la critica d'arte e musicale Virginia Villo Monteverdi: «Raffaella balla, canta e si muove come una trottola e svela parti del corpo che normalmente in televisione venivano nascoste per pudore. A Canzonissima 70 si presenta con un corpo di ballo sulle note di Ma che musica maestro, e regala molti cambi d'abito estremamente sexy e poco coprenti che mettono in mostra l'ombelico, con scollature vertiginose». Fioccano le polemiche ma anche gli applausi compiaciuti.IL SESSO LIBERO NAZIONALPOPOLARE«Nel 1971, sempre a Canzonissima, la giovane ballerina e cantante si esibisce nel più famoso ballo erotico della televisione italiana: il Tuca Tuca, ballato in coppia con Enzo Paolo Turchi, dove lei indossa un mini abito sexy pieno di lustrini. Un tocca tocca generale con mosse maliziose, frasi piccanti «mi piaci ah ah, mi piaci... Mi piace! E quando mi guardi lo so cosa tu vuoi da me». Un successo inaspettato, che trasforma la canzone in un tormentone febbrile». Questa sensualità paesana e provocatoria, che sa di balera ma anche di pulsioni sessantottine, diventa come un filo rosso. «Il tema principale delle sue canzoni è l'amore libero e spensierato, quello fugace ed estivo della riviera romagnola, quello passionale che deve essere vissuto in modo un po' ingenuo, quello di "a far l'amore comincia tu" o di "come è bello far l'amore da Trieste in giù", senza rimpianti o paure perché se un uomo non va bene "trovi un altro più bello che problemi non ha". Raffaella invita la donna a essere libera di usare il proprio corpo come preferisce, sempre nei limiti della decenza ovviamente, ma emancipa la sessualità femminile rendendola simile a quella maschile, lasciando il tutto avvolto dalla speranza di un amore, breve o duraturo che sia».Ancora, fa notare Villo Monteverdi: «Nella vastissima e poco conosciuta discografia di Raffaella non si possono dimenticare canzoni come Pedro, pezzo che ora spopola nei balli di gruppo ma che in realtà parla di un'avventura sessuale della cantante con un ragazzino minorenne conosciuto a Santa Fe ("Altro che ragazzino, che perbenino, sapeva molte cose più di me, mi ha portato tante volte a veder le stelle, ma non ho visto niente di Santa Fè"); oppure Maracaibo, anch'essa canzone da ballo di gruppo ma che racconta storie di prostituzione e traffico di droga con un vago sapore colombiano da telenovela. Brani come Si ci sto o Troppo ragazzina, canzoni con riferimenti al desiderio sessuale, mostrano sempre una certa disponibilità femminile alle avventure e ai piaceri del sesso, mettendo anche in luce le fantasie romantiche delle ragazze acqua e sapone. O ancora Male e Rumore che indicano anch'essi una presa di coscienza della libertà del corpo femminile dimostrando all'uomo che la donna non è sempre consenziente e può decidere lei quando e come provare piacere, con chi stare o non stare». Insomma la Carrà «è riuscita a trasformare il sesso libero e spensierato in una canzone ballabile, in una sigla orecchiabile, fatta di femminismo luccicante e televisivo a cui si unisce il buon senso popolare».SATANA IN PRIMA SERATAL'approdo al ruolo di ambasciatrice della causa Lgbt sarebbe stato solo l'ultimo passo di un balletto pluridecennale. Ma un balletto di cui la Carrà è stata davvero consapevole protagonista? Difficile dirlo. Come nella commedia francese, dove la soubrette è sì in primo piano, ma spesso giocata dagli eventi, così viene da pensare sia stato anche per la più famosa delle soubrette televisive italiane. Un passaggio chiave della carriera della Carrà e stato certamente la conoscenza di Gianni Boncompagni (1932-2017), autore radiofonico e televisivo, paroliere, pigmalione di lolite e avvenenti attrici, tra i principali iniettori di libertinismo e nonsense nei palinsesti per il grande pubblico. I due si conobbero nel 1969, proprio quando la Carrà fece il grande salto sul piccolo schermo, e rimasero sentimentalmente legati per 11 anni, con un sodalizio artistico che durò molto più a lungo.La canzone Satana, che la Carrà nel 2008 cantò in prima serata sulla Rai, nel corso del fortunato programma Carramba! Che fortuna («Satana, volgarità, Satana, fatalità / Portami all'inferno, Pago per amore, lascio tutto e vengo via con te/ Magica divinità, Brivido di libertà, anima senza pietà, lasciami per carità!») aveva tra i suoi autori l'immancabile Boncompagni.
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Giornali e televisioni non informano, ma fanno propaganda
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5658GIORNALI E TELEVISIONI NON INFORMANO, MA FANNO PROPAGANDA di Fabio PiemonteI media informano o fanno propaganda? A questa domanda risponde attraverso un'accurata e acuta analisi della macchina della manipolazione mediatica l'ultimo saggio di Giuliano Guzzo, firma nota ai lettori de Il Timone, dal titolo: Propagande. Segreti e peccati dei mass media (La Vela, pp. 203). "Le notizie non vanno solo apprese. Sarebbe troppo semplice. Vanno anche esaminate"; perché "la verità esiste e, nonostante tutto, resiste. Ma non deve mai essere data per scontata". È questo anelito al vero, a smascherare ogni forma di menzogna spacciata per verità, a muovere l'indagine di Guzzo soprattutto su temi bioetici.Edward Bernays, uno degli spin doctor che compare nel novero dei 100 uomini più influenti del XX secolo secondo la rivista Life, nel suo saggio Propaganda, pubblicato nel 1928, ha riconosciuto esplicitamente che "il vero potere dominante è nelle mani di coloro che regolano i meccanismi nascosti della società, concludendo che noi siamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee ispirate in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare". Non si tratta qui di aderire a teorie complottiste, ma di constatare un dato di fatto.DISINFORMAZIONE ABORTISTAPer esempio, in relazione all'aborto Bernard Nathanson, il noto abortista americano poi divenuto pro-life, ha rilevato proprio l'intenzionalità manipolatoria della campagna mediatica pro-choice: "Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell'aborto era una battaglia liberale, progressista e intellettualmente raffinata". E così "anche se il numero delle donne morte per le conseguenze di aborto illegali si aggirava su 200-250 l'anno, indicammo ai media che era 10 mila. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l'aborto", ha confessato lo stesso dottore. Anche in Italia si diedero i numeri: 25000 sarebbero state le donne vittima dell'aborto clandestino. Peccato però che tale cifra si sia rivelata addirittura superiore al numero totale delle donne in età feconda decedute nel 1972 che fu pari a 15116. In tempi recenti la copertura mediatica sulle principali emittenti americane della March for Life 2018, nonostante ad essa abbia partecipato anche Donald Trump, è stata di soli 2 minuti e 6 secondi; mentre all'indomani quella femminista ha avuto uno spazio tre volte maggiore, ossia ben 6 minuti e 43 secondi.Relativamente all'eutanasia, la narrazione del 'caso pietoso' è piuttosto strumentale a "un'intenzione non già d'informare le persone, come sarebbe giusto, ma di generare in esse un senso di profonda pietà e indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza di una persona piuttosto che prolungarne un'esistenza dolorosa". E così la ragione economica viene anteposta alla dignità del paziente.LA VIOLENZA SULLE DONNE E LE FAKE NEWS SULLA CHIESASi procede con lo stesso metodo anche riguardo al tema della violenza sulle donne, sul quale si continua a insistere imputandone la colpa principale alla famiglia 'tradizionale'. Si mistifica in questo modo ancora una volta la realtà, in quanto "la maggior parte delle violenze alle donne non si manifesta all'interno del matrimonio, anzi è vero l'opposto: la condizione coniugale è mediamente una garanzia, rispetto a tutte le altre, per la sicurezza femminile".Di frequente diventa legittimo anche ricorrere a palesi fake news, pur di gettare fango sulla Chiesa. Basti ricordare che "si raccontava che Benedetto XVI se ne andasse in giro con scarpe di Prada, quando esse erano in realtà un prodotto artigianale donato al Santo Padre da un artigiano novarese". Attualmente però pare che la tecnica manipolatoria abbia cambiato il suo registro. "Da qualche tempo - sottolinea infine acutamente Guzzo - si assiste a una sorprendente mutazione genetica che, all'insistenza martellante, preferisce i giochi di parole, alla difesa di un credo la sponsorizzazione di opinioni, alla promozione di ideologie collettive quella di convinzioni individuali, ma non per questo meno ideologiche e meno funzionali a logiche di dominio". Il rimedio resta dunque sempre lo stesso: vigilare e vagliare per rimanere fedeli alla realtà.
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L'Amore Strappato: la fiction di canale 5 con Sabrina Ferilli su fatti veri e sconvolgenti
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5652L'AMORE STRAPPATO: LA FICTION DI CANALE 5 CON SABRINA FERILLI SU FATTI VERI E SCONVOLGENTI di Caterina GiojelliFa freddo, quella mattina del 24 novembre 1995. Angela ricorda i passi che rimbombano mentre Carla la trascina per un braccio davanti ai cappottini appesi fuori dalle porte delle altre classi. «Dov'è la mia mamma?», continua a ripetere la bambina; «smettila, i tuoi genitori sanno tutto», le ripete seccata la donna. Non sa, la piccola Angela, che Carla mente. Perché è un'assistente sociale che all'insaputa dei suoi la sta trascinando fuori dalla scuola di Masate, piccolo centro del Milanese, per scortarla con due carabinieri al centro di affido familiare (Caf) dove resterà per oltre sedici mesi, prima di venire spostata in un centro di affido protetto, e da lì adottata da una nuova famiglia. Non sa Angela, mentre singhiozza, prigioniera sul sedile posteriore di quell'auto nera che da sola basta a farle paura, che dal momento del suo "rapimento" a scuola passeranno oltre undici anni e dovrà soffrire il corso assurdo della giustizia minorile e soprusi di ogni genere prima di poter riabbracciare i suoi genitori e suo fratello Francesco che disperatamente non smetteranno mai di cercarla. Sa solo che manca un mese al compimento dei suoi sette anni ed è certa che i genitori sanno dove si trova: «Loro lo sanno, loro lo sanno, loro lo sanno», ripete silenziosamente.Angela non immagina che nel 2019 la sua terribile storia diventerà una fiction, L'amore strappato, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi e interpretata da Sabrina Ferilli ed Enzo Decaro. Una grande fiction, prodotta da Jeki Production, e andata in onda su Canale 5 dal 31 marzo, che si ispira alla vicenda maledettamente vera e raccontata nel 2009 da Angela stessa a Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella nel libro Rapita dalla giustizia (Rizzoli), i primi due coraggiosi giornalisti che su Panorama condussero un'insistente battaglia per restituire la bambina alla sua famiglia. Ora i produttori assicurano di aver portato in tv solo «la storia di una donna», «nessun attacco alla magistratura». Ma l'infernale storia di Angela, che qui raccontiamo attingendo a piene mani dalle pagine di Rapita dalla giustizia, non può non ascriversi a una serie di errori giudiziari.IL DISEGNO DI UN FANTASMAIl magistrato cui è affidato il caso è Pietro Forno, inquisitore di pedofili e violentatori. È lui a raccogliere le denunce di Antonella M., la cugina quattordicenne di Angela che dal 1993 inizia ad accusare il fratello di averla violentata. Nonostante due perizie ginecologiche disposte dalla procura di Milano appurino che la ragazza è vergine, le sue accuse sono prese in seria considerazione dagli inquirenti. Davanti alla famiglia, che unita rigetta e contraddice ogni insinuazione, Antonella prima ritratta, poi sostiene che gli abusi siano iniziati anni prima, quindi coinvolge anche suo padre, e parenti, e persone estranee alla famiglia, infine perfino sua madre: tutti secondo il racconto della ragazza - che più volte viene ricoverata in reparti di salute mentale, assume droga, brucia materassi e compie atti di autolesionismo - hanno partecipato a sconvolgenti giochi pedofili. Infine, saputo che lo zio Salvatore non ha preso le sue difese, Antonella accusa anche lui. Al pm Forno dirà che l'uomo ha abusato anche dei suoi due figli: Angela, di sei anni e mezzo, e Francesco, che ne ha quasi dodici. Da qui parte, a cascata, il dramma raccontato nel libro e poi nella fiction. La testimonianza di Antonella, però, è contorta. Più volte afferma di essersi inventata tutto, più volte torna sui suoi passi. Quando il magistrato le chiede di decidersi, la sua risposta è: «Dipende se mi conviene».Per giorni, davanti alla psicologa che il Tribunale dei minori di Milano ha nominato come perito tecnico, Angela disegna bambole, animali e altri oggetti innocenti. «Poi, nell'ultima visita - racconta nel libro - avevo avuto la pessima idea di cambiare soggetto: forse stanca, di certo annoiata per la ripetitività dell'esercizio al quale venivo costretta, sul foglio bianco avevo tracciato una linea oblunga cui avevo dato il nome di "fantasma"». Nel "gioco" seguito con la psicologa a questo fantasma viene dato il nome di "pisello". «Quel segno banale e incerto e quel nome, per me totalmente casuali e di certo non spontanei, sarebbero stati gli errori più grandi della mia vita e l'origine di un doppio dramma, il mio e quello della mia famiglia. Perché alla psicologa il mio spettro stilizzato era parso avesse un significato sessuale, e questo le era bastato per segnalare al Tribunale dei minori una situazione di grave pericolo. I giudici avevano ordinato subito che fossi allontanata da casa».A quel punto, Angela è portata al Caf da cui proviene la psicologa che per il Tribunale dei minori (con evidente conflitto di interessi) ha raccomandato il ricovero della bambina. Quello schizzo diventa la prova centrale della presunta pedofilia di suo padre, che il 26 gennaio 1996 è portato a San Vittore in attesa di processo. La detenzione preventiva, già durissima per un indagato per pedofilia, è resa più insopportabile dal divieto totale di avere colloqui con il figlio Francesco (che, tenendo testa agli inquirenti, in una drammatica udienza negherà con forza di avere mai assistito ad atti anormali del padre sulla sorellina o di averne mai subiti in prima persona), e dall'angoscia di non sapere più nulla di sua figlia: nonostante sua moglie Raffaella non venga mai indagata e continui ad allevare Francesco, Angela non può tornare a casa.SAI PERCHÉ TUA MADRE NON VIENE QUI?Al Caf, dove le finestre sono sempre chiuse e non esistono orologi e calendari, Angela racconta di essere entrata come la più piccola. Ricorda schiaffi sulla nuca, i capelli tagliati perché vezzo inutile. La bimba è disperata ma non assente come altri compagni, che vagano con lo sguardo perso nel vuoto, succhiano le maniglie, restano a letto avvinghiati ai peluche. «Smettila di disegnare bambole, mi fai il tuo letto con il fantasma?», le chiedono continuamente le sue esaminatrici, mentre lei si domanda cosa ha fatto per meritare dai suoi quella punizione terribile. I custodi del Caf e la psicologa del Tribunale riferiscono più volte, a verbale, che Angela di giorno in giorno starebbe confermando gli abusi subiti, ma non esiste nessuna videoregistrazione che possa provarlo. In compenso vengono combinate visite tra Angela e la cugina Antonella: «Mi parlava con insistenza di mio padre. Mi chiedeva se ricordassi le sue visite notturne, quando ancora dormivo in camera mia, e le strane cose che mi faceva mentre ero nel mio lettino». «Secondo te, perché Antonella viene a trovarti e la tua mamma no?», sono invece le domande di Carla. Non sa la bambina dove sono i suoi, perché si trova lì da mesi e mesi, nessuno le dice nulla. Non sa che la sua mamma, che arriverà a incatenarsi alla cancellata del Caf («era lì fuori, a pochi metri. Lo avessi saputo, la mia vita sarebbe cambiata: avrei avuto un motivo in più per lottare, per sperare») e a scrivere al presidente del Tribunale Livia Pomodoro supplicandola di intervenire, sta conducendo una durissima battaglia. Non cederà mai alle pressioni dello psicologo del Tribunale che la invita a confermare le accuse mosse contro il marito per rivedere sua figlia. Ma non smetterà mai di cercarla.SE PARLI TORNI A CASALeggete la storia di Angela, leggete il lavaggio del cervello cui è stata sottoposta una bambina di sette anni dalla psicologa, dalla cugina e dall'assistente sociale per prepararla all'audizione protetta architettata dentro al Caf, alla presenza degli inquirenti nascosti dietro un vetro unidirezionale. Mutismo totale della piccola, finché è Carla a spezzare il gelo: «Se torniamo lì dentro e racconti le cose di cui abbiamo parlato tante volte tu torni a casa». «Nella mia testa di bambina, ovviamente, non riuscivo a comprendere la gravità dei comportamenti che stavo attribuendo a mio padre. Quando, molto tempo dopo, scoprii il vero significato di quello che mi avevano spinto a dire, fu orribile: mi sentii sporca e, per la prima volta, veramente violentata».Salvatore è condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per violenze sessuali. Sedici mesi dopo l'ingresso al Caf, Angela è spostata a un centro di affido temporaneo, il Kinderheim di Genova. Strillando come un'indemoniata riconosce lo zio accampato per protestare fuori dal Caf mentre il pullmino si allontana: «Incollata al vetro posteriore, piangendo e gridando, guardai per qualche istante lo zio che, dietro di me, continuava la sua corsa sulla strada. Ma era inutile, si allontanava. (...) Ignoravo che il Tribunale dei minori quel giorno mi stava trasferendo, paradossalmente, proprio per evitare che la protesta di mia madre potesse "turbare la mia serenità"». Al Kinderheim, Angela è sottoposta a vessazioni, dieci, cinquanta, cento flessioni al giorno che diventano duecento dopo che tenta la fuga.«Una sera mi resi conto che della mamma non ricordavo più nemmeno il nome. Fu una scoperta terribile, sconvolgente, che quasi mi tolse il respiro. Rammentavo il colore dei suoi capelli, rossi e ondulati; ma come si chiamava? Nulla: il vuoto. Anche di mio padre avevo scordato il nome. Solo di quello di mio fratello Francesco ero sicura». Il sogno di ricongiungersi ai suoi si spezza orrendamente quando le viene comunicato che andrà a vivere in nuova famiglia («ricordatevelo bene - urlavano alle bambine del Kinderheim quando Angela disegnava mamma, papà e fratello -: Angela non ha una famiglia, così come non ce l'ha nessuna di voi»). Intanto a Masate il padre, decorsi i termini della carcerazione preventiva e in attesa di appello, si danna l'anima, non sapendo dove si trovi la figlia rapita dalla giustizia mille giorni prima.
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In Rai è assente il rispetto per la cultura cattolica
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5649IN RAI È ASSENTE IL RISPETTO PER LA CULTURA CATTOLICA di Ruben RazzanteCom'era prevedibile, è stata strumentalizzata, ma l'uscita del presidente della Rai, Marcello Foa, sulla necessità di assicurare maggiore presenza cattolica sulla tv pubblica va giudicata con rispetto e interesse. È forse il primo presidente della Rai ad aver posto all'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica un tema così delicato e sensibile. L'ha fatto nei giorni scorsi a Dogliani dal palco del Festival della Tv e dei nuovi media.Le parole di Foa sembrano cadute nel vuoto. I media le hanno più o meno ignorate e chi le ha riprese lo ha fatto per criticarle aspramente. Ma cosa ha detto di preciso Foa per scatenare le ire di alcuni osservatori e perfino di alcuni ambienti interni? «La voce cattolica ha un livello di rappresentanza che non rispetta l'identità culturale del Paese. Ci sono sensibilità che non hanno abbastanza rappresentanza nel mondo giornalistico Rai. Bisogna che il mondo Rai diventi più pluralista, io auspico più presenza cattolica in Rai».Non si tratta, quindi, di accontentare con il bilancino i cattolici affinché ottengano qualche minuto in più in diretta nei tg o nei talk show. Occorre «uno sforzo di cambiamento culturale», secondo il presidente, che ha aggiunto: «Stupisce che l'Italia, che è un Paese cattolico, abbia un po' perso questa identificazione con la sua storia». La questione, dunque, non è quantitativa, ma di metodo, di approccio, di sensibilità.POLEMICHE INUTILI E STRUMENTALIEppure, per screditare le parole di Foa, i suoi oppositori hanno insinuato il sospetto che lui pensi di certificare la fede cattolica dei giornalisti o di fare un'infornata di giornalisti di provata fede cattolica nella tv pubblica. «Innanzitutto mi domando come il presidente pensi di certificare la fede cattolica di un giornalista», è il commento al cianuro di Vittorio Di Trapani, segretario dell'Usigrai: «Con esami di teologia o di catechismo? Oppure immagina selezioni organizzate all'abbazia di Trisulti con Bannon e il cardinale Burke come presidenti di commissione». La prova del travisamento delle parole di Foa si ha quando Di Trapani invita quest'ultimo a non occuparsi di cose che non gli competono, in quanto «le assunzioni spettano all'amministratore delegato». Come se il presidente della Rai pretendesse di assumere nuovi giornalisti cattolici.Anche Riccardo Laganà, consigliere d'amministrazione eletto dai dipendenti, va giù duro: «Se il presidente si riferiva all'ingresso di nuovi giornalisti di fede cattolica siamo in palese violazione del codice etico, non si possono fare discriminazioni di alcun tipo. Se voleva dire che occorre dare più spazio a un certo tipo di cultura, ricordo che la voce cattolica in Rai è ampiamente coperta da vari programmi a essa dedicati».Probabilmente il membro del cda si riferiva ai programmi della domenica, come la Santa Messa, la trasmissione A sua immagine e l'Angelus con il Papa da piazza San Pietro. Ma il nocciolo della questione non è lì, cioè nella messa in onda di riti religiosi o pratiche di culto, bensì nel radicato pregiudizio anticattolico di molti ideatori e produttori di trasmissioni di intrattenimento, anche di talk show, e di moltissimi direttori di telegiornali e contenitori informativi, che paiono aver operato da tempo una sorta di "conventio ad excludendum" nei confronti del pensiero cattolico, mostrando uno stucchevole ostracismo verso tutto ciò che sia riconducibile ad esso.UN ATTACCO AI VALORI CHE FONDANO LA NOSTRA IDENTITÀ CRISTIANAA questi elementi si è agganciata la reazione di Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai in quota Fratelli d'Italia, che ha dato ragione a Foa per quanto riguarda la difesa dei valori tradizionali dell'Occidente. «C'è un argomento toccato da Foa che trovo giusto. Oggi assistiamo a un attacco, in Italia e in tutto l'Occidente, ai valori che fondano la nostra identità cristiana, dalla difesa della vita fin dal concepimento alla famiglia naturale, e su questo il servizio pubblico deve tornare a giocare un ruolo decisivo».Sullo sfondo della polemica accesa dalle parole di Foa rimane la concezione stessa di servizio pubblico. Il nuovo contratto di servizio Rai, entrato in vigore l'anno scorso, enfatizza in alcuni punti l'esigenza di affrontare con un respiro più ampio il tema del pluralismo culturale, tanto più nell'era della convergenza multimediale che stiamo vivendo da tempo. Bisogna intendersi, oggi più che mai, su cosa significhi servizio pubblico e su come esso debba declinarsi nel rispetto delle radici storiche, culturali e religiose del nostro Paese. Le parole di Foa, se accuratamente soppesate, potrebbero offrire l'appiglio per un sereno e franco dibattito su un argomento alquanto decisivo per le nuove generazioni e per l'affermazione di un rapporto più costruttivo tra tv e opinione pubblica.
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Il nome della rosa: nuova fiction, vecchi errori
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5572IL NOME DELLA ROSA: NUOVA FICTION, VECCHI ERRORI di Rino CammilleriGià dalla prima scena si è capito che la nuova versione-kolossal de Il nome della rosa (finanziata da RaiCinema, cioè dal contribuente) era anche peggio della precedente, il film di Jean-Jacques Annaud del 1986, tratto dal «palinsesto» di Umberto Eco. Il quale, pretendendo questa aggiunta nei titoli, chiarì che il film non poteva rappresentare tutta la complessità del romanzo bestseller omonimo. La prima scena di cui dicevamo è una scritta che avverte lo spettatore che nel 1327, anno in cui si svolge la vicenda, l'imperatore Ludovico stava cercando di «separare la politica dalla religione». Messa così, è chiaro che la simpatia dello spettatore si orienterà verso l'imperatore, che la Chiesa vorrebbe sottomettere imponendo ai posteri uno stato teocratico di tipo, per intenderci, khomeinista.LA STORIA DICE IL CONTRARIOLa storia, vera, dice però il contrario: tutta la lunga Lotta per le Investiture, dal secolo XI al Concordato di Worms del 1122, fu combattuta perché era l'imperatore a voler mettere il cappello sulla Chiesa decidendo lui la nomina dei vescovi. L'imperatore che regnava nel 1327, Ludovico IV il Bavaro, aveva deciso allora di tagliare del tutto i legami con la Chiesa. Infatti, fu il primo imperatore a farsi incoronare non dal papa, ma da un laico, quello Sciarra Colonna che aveva preso a schiaffi il papa Bonifacio VIII ad Anagni. Gesto che simbolicamente chiuse il Medioevo cristianissimo. Gesto la cui portata Bonifacio VIII comprese benissimo, tant'è che ne morì di crepacuore.La Chiesa, come previsto, finì alla mercé del potere politico: nel 1327 il pontificato non era più a Roma ma ad Avignone, deportato in Francia da Filippo il Bello, il distruttore dei templari. Il potere politico, privo della guida, e del freno, di un'autorità morale, da allora divenne sempre più assoluto, culminando nei totalitarismi del secolo XX.Il kolossal televisivo già dalla prima puntata ci ha presentato un inquisitore veramente esistito, Bernardo Gui, come la quintessenza del fanatismo più ottuso e ideologico, quasi che l'Inquisizione fosse stata l'antesignana della Gestapo, delle SS e del Kgb. Ora, poiché nessuno storico da decenni si sente di sostenere una fesseria del genere, ecco che una fiction ricavata da un romanzo (fiction a sua volta) ripropone in tutto il suo squallore «gotico» la leggenda nera sull'Inquisizione e i «secoli bui», propalandola per il pianeta alle nuove generazioni (la fiction, infatti, è stata acquistata da molti Paesi).QUALCHE VERITÀ DA RICORDARETrent'anni fa medievisti come Franco Cardini e Marco Tangheroni si spesero per ricordare che:a) i monasteri medievali erano fari di cultura, non di ignoranza;b) essi sfamavano i dintorni, tant'è che è rimasto il detto «cosa passa il convento oggi?;c) le biblioteche monastiche non avevano affatto passaggi segreti o libri inaccessibili;d) il divieto di ridere lo immaginava Eco, laddove i monaci copiarono e tramandarono anche opere pagane licenziose come quelle di Ovidio;e) Bernardo Gui fu un mite inquisitore e un fine intellettuale, stimato come il maggiore storico del suo tempo;f) non si potevano accendere roghi su due piedi, la procedura era complessa e garantista;g) i dolciniani, per realizzare il loro comunismo utopico, saccheggiavano e uccidevano.Ancora: il papa Giovanni XXII mai si sognò di abolire i francescani, ma disputava con gli eretici «fraticelli» francescani che intendevano instaurare la povertà assoluta; e i termini della questione sfociavano nell'eresia dell'abolizione, di principio, della proprietà privata. Eccetera.Ma la potenza delle immagini, in prima serata e a puntate, è praticamente invincibile. La generazione dei Tangheroni, ma anche dei Messori e, ma sì, dei Cammilleri, ha già dato. Tocca adesso alle nuove leve, se ci sono, ricominciare, con pazienza, di nuovo tutto da capo.
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Quello che non ha detto Report, la trasmissione di Rai3, sul vaccino contro il papilloma virus
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4673QUELLO CHE NON HA DETTO REPORT, LA TRASMISSIONE DI RAI 3, SUL VACCINO CONTRO IL PAPILLOMA VIRUS di Paolo GulisanoE' sempre più aspro e polemico il dibattito sulle vaccinazioni, che la NBQ sta seguendo cercando di offrire ai propri lettori una informazione ponderata e corretta sull'argomento, lontana quindi dai furori ideologici delle opposte fazioni che si stanno fronteggiando sempre più bellicosamente. L'ultimo capitolo di questa storia è dell'altro giorno: la trasmissione di RAI 3 Report ha affrontato una vicenda riguardante la vaccinazione contro l'HPV, il Papilloma Virus, un virus a trasmissione sessuale che è responsabile di diversi tipi di tumori. Da qualche anno sono stati messi a punto dei vaccini che vengono praticati nelle preadolescenti e che sono stati definiti "vaccini contro il cancro dell'utero". Vedremo più avanti come stanno esattamente le cose.DANNI DI TIPO NEUROLOGICONella trasmissione che fu già di Milena Gabanelli, si è parlato di uno studio effettuato da un istituto scientifico indipendente, il Nordic Cochrane Center, con il quale i ricercatori danesi accusavano l'EMA, l'Agenzia Europea del Farmaco, di aver sottovalutato le reazioni avverse prodotte dai vaccini anti Papilloma, in particolare i danni di tipo neurologico che lì invece il Nordic Cochrane Center avrebbe rilevato. Secondo i ricercatori danesi tutti i dati in materia diffusi dall'EMA sono stati in realtà forniti dalle aziende farmaceutiche, e che non esistono ricerche davvero indipendenti, finanziate da enti pubblici. Altro punto critico rilevato dal Nordic Cochrane è quello della segretezza dei risultati del report, e delle considerazioni apparentemente diverse tra il report di 256 pagine elaborato dall'EMA e quello di sole 40 reso pubblico, dove non c'era traccia dei dubbi espressi da molti esperti sulla sicurezza del vaccino e sulla necessità di nuove ricerche.Una diatriba di tipo essenzialmente metodologico tra due istituzioni scientifiche come l'EMA e il Nordic Cochrane si è trasformata in Italia, dopo la puntata di Report, nella solita gazzarra politica e nello scontro manicheo tra ipervaccinalisti e anti-vaccinisti, fatta di iperboli e affermazioni assolute. Tra i primi si sono segnalati la solita Lorenzin e diversi esponenti del PD, in particolare Monica Cirinnà, che dopo la battaglia per le unioni civili sembra avere ora trovato nella campagna pro vaccinazioni una nuova ragione di vita. I toni del dibattito si sono fatti accesissimi, con la consueta demonizzazione degli avversari, definiti - secondo un copione abituale - diffusori di paura e di tesi antiscientifiche, disinforma tori nemici del progresso scientifico e della salute pubblica.A ben vedere, in realtà, lo studio del Nordic Cochrane non aveva assolutamente la finalità di negare l'utilità o l'importanza delle vaccinazioni, ma semplicemente quella di accertare se ci fossero state delle irregolarità o degli errori di valutazione sugli eventuali effetti collaterali di questi vaccini. Un'analisi destramente corretta, anche perché in campo farmaceutico come in tanti altri campi della medicina è sempre possibile che ci siano delle criticità e individuarle serve a correggerle, ad apportare miglioramenti. E' strano che una cultura scientifica come quella in cui viviamo, che si è fondata sul dubbio sistematico, sulla negazione di verità assolute, sulla pratica intensiva del relativismo, non accetti che determinate pratiche mediche o determinati prodotti della ricerca farmaceutica possano presentare delle fallacie.UNICA PREVENZIONE EFFICACE DEL TUMORE ALL'UTERO?Ma c'è un altro aspetto molto importante su cui è importante fissare l'attenzione. Ma questa vaccinazione anti Papilloma Virus, presentata come "l'unica prevenzione efficace del tumore all'utero", cos'è realmente? E soprattutto, perché ora la si vuole introdurre anche per i maschi, che notoriamente l'utero non l'hanno?Il Papilloma Virus umano (HPV) è il responsabile di una tra le più comuni infezioni a trasmissione sessuale sia nella donna che nell'uomo, soprattutto in giovane età. La manifestazione tipica dell'HPV è rappresentata da lesioni della cute e delle mucose chiamate condilomi o verruche ano-genitali. Tra i principali responsabili, del tumore dell'utero nella donna, l'HPV infetta anche l'uomo, ed anche nell'uomo può causare alcuni tumori come quello del pene, del ano e anche quello dell'orofaringe.Inoltre i condilomi genitali possono aumentare il rischio di insorgenza di tumori correlati all'HPV. Dunque il vaccino serve a proteggere da un virus che è esclusivamente a trasmissione sessuale, e come si può intuire dalle zone sopracitate di infezione, trasmesso attraverso tipologie di rapporti che vanno oltre una normale attività sessuale. Il Papilloma Virus non avrebbe una diffusione come quella che sta conoscendo se la nostra società non fosse pervasa da una mentalità permissiva, trasgressiva, pansessualista che non vuole saperne più di un esercizio responsabile della propria affettività, all'interno di legami stabili, solidi, fedeli.Nessuno lo vuole ammettere, ma il proliferare delle malattie sessualmente trasmesse è la conseguenza dell'irresponsabilità con cui ci si accosta alla sfera della sessualità, nonché della rinuncia ad educare le nuove generazioni ad una affettività rispettosa di sé e dell'altro. Si preferisce vaccinare le undicenni (e magari a breve anche i maschi) dando l'illusione di una protezione, di una immunità nei confronti di queste malattie. Non è così. Lo stesso vaccino protegge solo da alcuni ceppi di HPV, non da tutti. E per quanto tempo? Gli studi condotti fino ad ora dimostrano che la protezione offerta dai vaccini in uso ha una durata minima di 5 anni.MA NON AVEVATE DETTO CHE IL PRESERVATIVO PREVIENE LE MALATTIE?Al momento, non è noto se occorrano successivamente dosi di richiamo per rafforzarne l'effetto. Perché allora vaccinare bambine di undici anni? Perché se una ragazza di qualche anno in più fosse già venuta a contatto col virus, il vaccino sarebbe inefficace. Quindi si potrebbe dire che - anche se il vaccino è proposto come la prevenzione del tumore all'utero (o all'ano o al pene per i maschi) - questa vaccinazione per preadolescenti vorrebbe consentire una attività erotica "sicura" per i giovanissimi. Ma non ci è stato raccontato per anni che il condom era il toccasana, la barriera insuperabile che garantisce il "sesso sicuro"?Le vendite dei preservativi negli ultimi anni sono aumentate vertiginosamente, ma le malattie a trasmissione sessuale stanno aumentando costantemente. In Italia ogni anno sono oltre 600.000 i nuovi casi. Vorrà pur dire qualcosa. Allora niente prevenzione, ci si potrebbe obiettare? Niente affatto. Per la prevenzione nelle donne adulte c'è un tipo di screening semplice, economicissimo e prezioso, che ha salvato - lui sì - centinaia di migliaia di vite. Il PAP test. E per i ragazzi e le ragazze? Per quanto riguarda loro, la prevenzione primaria dovrebbe consistere nell'educazione all'affettività autentica. Persino l'Organizzazione Mondiale della Salute, quando aveva messo a punto le linee guida per la prevenzione dell'AIDS, aveva messo al primo posto "Abstinence" e "Be faithful", l'astinenza e la fedeltà. Certo non è facile proporre questo a ragazzi sottoposti ad una pressione mediatica, ambientale, sociale, fortissima, che spinge all'erotizzazione della vita, con una forza che si avvicina al bullismo, anche se nessuno ne parla.Prima che vaccinare i sistemi immunitari, occorrerebbe vaccinare i cuori e le menti. E state certi che non ci sarebbero effetti avversi.
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Come, quanto e quando far vedere la tv ai figli
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/3939COME, QUANTO E QUANDO FAR VEDERE AI FIGLI LA TV di Laura Costa Immaginando di scattare una fotografia della società dei Paesi così detti sviluppati possiamo notare alcune caratteristiche peculiari: allo straordinario progresso tecnologico e scientifico a cui assistiamo e che ha portato notevoli benefici nella vita di tutti i giorni, non corrisponde un pari impegno sul piano dello sviluppo morale e del comportamento delle persone.Rispetto al passato, i nostri figli godono di migliori condizioni di vita: l'abbigliamento e l'alimentazione sono più ricchi e curati, così come sono molto migliorate le condizioni igienico-sanitarie e le possibilità di frequentare le scuole migliori. Tuttavia, a causa delle condizioni attuali del lavoro, i genitori sono di solito assenti fino a sera e, mancando spesso fratelli e compagni con cui giocare, i bambini sono il più delle volte soli.Sovente stanchi e preoccupati, i genitori ricoprono il bambino di regali evitandogli fatiche e frustrazioni e, spinti dalla moda, lo riempiono di giocattoli sofisticati e costosi, tanto che fin dalla più tenera età tablet, pc e televisione sono a sua disposizione, spesso senza valutarne prudentemente le conseguenze. Infine, spinti da una cultura in cui l'emotivismo spadroneggia, i genitori proteggono i figli con una indulgenza eccessiva, tanto che si parla di ''famiglia affettiva'', e tale protezione riguarda quasi esclusivamente l'ambito fisico piuttosto che quello morale e quello psicologico, fondamentali per crescere maturi e autonomi.IL RUOLO DELLA TVIn questa situazione complessa accade spesso che la televisione diventi quasi la babysitter e funga da surrogato di quelle gratificazioni affettive di cui il bambino rimane privo. Cerco di riflettere sulle caratteristiche di questo mezzo di comunicazione non per demonizzarlo, ma per aiutare i genitori a giudicare le opportunità che la televisione offre e i rischi a cui può portare.La televisione è sicuramente occasione di informazione, svago e intrattenimento, ma simboleggia la possibilità di scegliere il mondo in cui vivere e la disponibilità di molti canali fa sì che si possa fare zapping. Questi passaggi sono talmente repentini che nemmeno il teatro dell'assurdo ne è riuscito a realizzare di talmente scollegati. Questa esperienza rafforza l'idea che il mondo non sia innanzitutto ''dato'', bensì scelto. Vuoi sentire qualcosa di particolare? Allora scegli un programma che ti faccia sentire rilassato, eccitato, impaurito, esaltato, sentimentale.La TV ha inoltre un rapporto complicato con la verità in quanto ha una sembianza di oggettività, ma è risaputo che è facilmente manipolabile. Inoltre non possiamo non considerare quanto la televisione abbia contribuito a diffondere una concezione ridotta e distorta della sessualità. Bisogna infine considerare un fattore di fondo: il tempo trascorso davanti alla TV riduce lo spazio dell'intimità famigliare. Si è persa l'abitudine di guardarsi negli occhi e di raccontare storie, che sono un momento di gioia e un'occasione per stabilire un contatto tra genitori e figli.Va tenuto presente anche il falso mito della neutralità del mezzo televisivo, perché nessuna tecnologia è neutra. Questo è confermato dagli studi sulla neuroplasticità del cervello, che ci spiegano come il cervello si adatti continuamente, anche a livello fisico, alle circostanze in cui vive, e che tale adattamento non può andare in tutte le direzioni: o si sceglie di andare in profondità o si diventa multitasking, preferendo la superficialità degli stimoli.In definitiva non è solo l'utente che usa la tecnologia, ma è anche la tecnologia che usa l'utente! Questo non significa sostenere che la tecnologia sia intrinsecamente negativa, ma bisogna sapere che essa determina un mutamento del rapporto con il mondo, una facilitazione di certi aspetti e una complicazione di altri. Quindi per avere criteri giusti si tratta di capire quali siano gli aspetti facilitati e quali quelli ostacolati dallo strumento TV.USARE SENZA FARSI DOMINAREQuando i bambini sono piccoli è utile limitare il tempo da passare davanti al piccolo schermo e anche selezionare programmi adatti per evitare l'assuefazione emotiva, che fra l'altro crea dipendenza. Il bisogno profondo del bambino è psicologico e non materiale: egli cerca in sostanza la disponibilità dell'adulto e il gioco in libertà in compagnia dei coetanei. Quindi è importante non perdere l'abitudine di raccontare storie e leggere libri insieme. In questo modo, oltre a sviluppare fantasia e capacità di riflessione, si farà sperimentare al figlio che papà e mamma, anche se indaffarati, hanno a cuore soprattutto lui.Inoltre è essenziale tenere presente che il gioco è un bisogno primario del bambino, che deve avere tempo per giocare. Ma i giocattoli, che se standardizzati rischiano di portare il bambino al conformismo, devono prestarsi ad attività di smontaggio, reinvenzione e manipolazione per stimolare contemporaneamente le facoltà logiche e immaginative.L'IMPORTANZA DEL GIOCOInoltre occorre sapere che il gioco è lo specchio della personalità nascente del figlio e mezzo per conoscerlo meglio in termini di attitudini, caratteristiche personali e bisogni. Osservando il proprio figlio che gioca il genitore può desumere come interpreta il mondo, quali interessi ha o quali paure lo affliggono. Il gioco ha infatti anche una funzione catartica e compensatoria, che aiuta a liberarsi delle sofferenze interiori di cui il bambino non sa parlare perché non ha ancora il pensiero riflessivo.Il gioco è anche mezzo privilegiato di socializzazione e incontro. Il gioco è, quindi, una istanza educativa urgente per il nostro tempo e il contatto con il reale e con la natura non può essere sostituito dalla mediazione di una immagine su uno schermo.Con l'eccessiva esposizione alla TV il bambino viene privato di ciò di cui ha maggiormente bisogno: stare in compagnia dei suoi genitori, conoscere il mondo e la natura, manipolando oggetti e sporcandosi le mani. Ecco alcune ragioni per dire che ci vuole più famiglia e meno TV.
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A Sanremo 2015 gli Anania con i loro 16 figli
VIDEO: La famiglia Anania a Sanremo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=bs321gzT-ygTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3627A SANREMO 2015 GLI ANANIA CON I LORO 16 FIGLI di Chiara Rizzo L'ultima volta che la cicogna è passata dalla famiglia Anania, per via Fleres a Catanzaro, è stata l'anno scorso, il 29 giugno, quando ha portato Paola: la sedicesima figlia della famiglia più numerosa d'Italia. Oltre a Paola, Rita e Aurelio sono genitori, nell'ordine, di Marta, 19 anni, Priscilla, 18, Luca, 17, Maria, 16, Giacomo 15, Lucia, 14, Felicita, 12, Giuditta, 11, Elia 10, Beatrice, 9, Benedetta 8, Giovanni 6, Salvatore, 5, Bruno, 4 e Domitilla, 3. Quasi un figlio all'anno, persino in tempi di recessione economica. Al rientro delle vacanze, Aurelio continua a ripetere, con la sua voce pacata e quasi divertita, dello stupore che suscitano gli Anania: «Non siamo anormali, né straordinari. Dico sempre che noi siamo una famiglia straordinariamente normale».Scusi Aurelio, ma la domanda è quasi d'obbligo. Chi ve l'ha fatto fare? Sedici figli sono tantissimi.Noi abbiamo solo risposto alla chiamata del Signore. Siamo cattolici e quando ci siamo sposati con mia moglie Rita non abbiamo fissato un numero. Non è che avessimo pensato di fare 16 figli o 20. Abbiamo deciso solo di fare la volontà di Dio, che poi si è tradotta in questa apertura alla vita. Ma non è che siamo straordinari. Io dico sempre che noi siamo una famiglia straordinariamente normale. Nel fare la volontà di Dio c'è anche la paura, il timore o la preoccupazione di non farcela. Ma c'è anche la fede che Dio provvede sempre. Guardi, prevengo le obiezioni: la nostra non è ignoranza, non siamo incoscienti. Siamo perfettamente consapevoli di quello che avviene e sappiamo che sempre Dio ci tiene per mano. Le posso anticipare una sua domanda?Prego.Sicuramente si chiederà com'è che non ci siamo fermati prima, o se abbiamo intenzione di farlo. No, non ci siamo mai fermati. È difficile spiegare come si fa ad arrivare a 16 figli. Qualcuno potrebbe pensare che siamo dei cattolici esaltati. Ma non è così. Siamo solo cattolici che vogliono fare la volontà di Dio, e questo può passare anche dall'avere una famiglia numerosa. Anzi, la più grande d'Italia. Ma non ci fermeremo. Il regista di questa storia è Dio, noi siamo solo degli attori e facciamo la nostra parte, seguendo le "direttive" che ci giungono tramite i fatti della vita quotidiana.Chi di voi lavora in famiglia?Solo io, lavoro all'accademia di Belle arti di Catanzaro, sono coaudiatore. Quello che una volta si chiamava "bidello".Quanto guadagna?Lo stipendio che ho preso oggi per il mese di agosto, comprensivo degli assegni familiari che spettano a chi ha dei figli, è di 3.500 euro.Che facendo un rapido calcolo fanno meno di duecento euro a testa per tutto il mese. Come fate a vivere? Vi aiuta qualcuno?La Provvidenza. Ripeto che non si tratta di essere bravi. Certo, stiamo attenti ai conti, e cerchiamo di fare la spesa al supermercato seguendo tutte le offerte. Ma siamo contenti della vita che facciamo. Vivo di Provvidenza, e questo significa che ogni volta che ci sono state delle necessità, il Signore si è presentato e ci ha aiutato.Per esempio?Quando abbiamo dovuto comprare i libri scolastici per i ragazzi, abbiamo trovato tra i librai sempre persone che ci conoscevano e che sapendo che in quel momento non potevamo pagare, ci hanno fatto la cortesia di farci acquistare "a rate", poco per volta. E noi puntualmente abbiamo sempre pagato. La Provvidenza non è trovare migliaia di euro ma solo il necessario a sopravvivere. Io non sono abituato a chiedere nulla agli altri, né a pretendere. Però quando abbiamo avuto bisogno, è sempre accaduto un fatto che ci rispondeva. Le racconto un altro episodio. Una sera non avevamo nulla da mangiare. All'improvviso ha chiamato un amico che era andato dal macellaio, dicendomi: "Senti non so perché, ma mi sei venuto in mente e ho preso della carne per te. Non è che ti offendi, se ti faccio questo regalo?". Quando è arrivato in casa era stupito che proprio quel giorno avessimo bisogno, e gli ho risposto: "Vedi, non mi sono offeso. Tu sei stato la risposta del Signore che per stasera ha provveduto al nostro bisogno". Il mio amico ci ha portato solo la carne per quel giorno, non per i successivi venti, ma non bisogna preoccuparsi. È come quando il Signore ha mandato la manna del cielo agli ebrei nel deserto: l'ha mandata poco per volta, giorno dopo giorno. Secondo me, noi cristiani dovremmo recitare ogni giorno il salmo 94. "Se oggi ascolti la mia voce non indurire il tuo cuore". Ad ogni giorno basta la sua pena.La maggior parte dei suoi figli è adolescente, quindi è lecito supporre che qualcuno di loro le avrà chiesto un vestito di marca, un motorino o il cellulare all'ultimo grido. Come fate?Certo che mi chiedono queste cose. È semplice. Abbiamo educato i più grandi come i più piccoli a non pretendere nulla, e che la cosa più importante è la fede. Ciò non toglie che ci siano anche i capricci, è normale. La mia seconda figlia ha compiuto 18 anni e ha ricevuto un paio di scarpe costose in regalo. Così anche le altre figlie mi hanno chiesto delle scarpe di marca, e io ho fatto loro un discorso. "Qual è la differenza tra un paio di scarpe di 250 euro e un altro di buona qualità? Le scarpe servono a camminare senza farsi male, e a non bagnarsi. Perciò un paio vale l'altro". Con mia moglie abbiamo sempre cercato di spiegare loro che la vanità non serve a nulla. A che serve acquistare il modello di cellulare più costoso, se tanto la funzione di tutti i cellulari è chiamare?Lapalissiano.Non è questione di povertà, ma di avere il senso dell'utilità delle cose. Detto questo, la Provvidenza ci accompagna anche nelle cose futili. Questo è il quindicesimo anno che andiamo in vacanza al mare e abbiamo trovato una casa adatta a tutti noi, grazie ad un nostro amico che ce l'ha affittata ad un prezzo ragionevole. L'anno prossimo vedremo.Lei vive in una zona del meridione dove la disoccupazione raggiunge proporzioni impietose. Cosa le dicono i suoi amici, quando lei parla con loro di Provvidenza?Qui si lamentano tutti. Ma la lamentela è normale. E io non è che mi lamento perché sono anormale. È che non ho nulla da lamentarmi. Io ho 46 anni, una che mi è stata data da Signore, anche con difficoltà. Ma su questo pianeta non sono solo, c'è Gesù Cristo. Una volta un mio amico è sbottato: "Con questa crisi, se tutti la pensassero come te, saremmo tutti felici". Gli ho risposto che non è utopia. È una vita possibile. Il Papa in questi giorni ha vissuto un lutto e per me è stato d'esempio. Non ho visto una persona disperata, che si è lacerata le vesti per aver perso i propri cari in un tragico e improvviso incidente. Ha mantenuto la sua fede e ringraziato con la preghiera Dio. Chi è un uomo di fede sa che l'esperienza su questa terra finisce, ma c'è un salmo che dice "Signore, insegnami a contare i miei giorni e arriverò alla pienezza del cuore". Chi si preoccupa o si lamenta non vive contando i suoi giorni o guardando alla pienezza del cuore. Se si pensa solo a fare i soldi, e si ama i soldi su tutto, è normale che poi non si abbia più rispetto per nessuno. Io non ho bisogno di una casa di 500 metri per essere felice. Preferisco il Paradiso.Come è organizzata la vita quotidiana in casa?Ci aiutiamo tutti, e fin da quando i bimbi sono piccoli. I figli più grandi pensano ai più piccoli, si occupano di lavarli e vestirli al mattino prima di uscire, o alla sera. Facciamo i turni per apparecchiare, sparecchiare, pulire. Per ora studiano tutti, la grande si è appena iscritta a giurisprudenza. Fanno il loro dovere, ma non sono gelosi degli altri fratelli.Beato lei, verrebbe da dire.Non siamo stati bravi noi. Si comportano così non perché sono anormali, ma perché sono stati educati a valori della vita che possiamo racchiudere nella parola "fede", e che concretamente significa essere coraggiosi, fiduciosi, generosi.
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Femminicidio, invenzione di regime
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2901FEMMINICIDIO, INVENZIONE DI REGIME: GLI UOMINI UCCISI SONO IL QUADRUPLO di Roberto MarchesiniIn Polonia c'è un piccolo paese sconosciuto al mondo, ma che i polacchi conoscono molto bene. Si chiama Manieczki, e tutti i polacchi, almeno quelli sopra una certa età, lo conoscono bene per averlo visto in televisione migliaia di volte durante il regime comunista. Ogni volta che la televisione di stato parlava degli splendidi successi ottenuti dal piano agricolo quinquennale, ogni volta che cantava le lodi del sistema dei kołchoz (cooperative agricole collettivistiche), le immagini trasmesse erano quelle di Manieczki.Sarebbe bastato girare le riprese in uno qualsiasi dei tantissimi kołchoz polacchi per vedere una realtà diversa: miseria, degrado, fame. Ma la televisione proponeva solo e soltanto le immagini di Manieczki, delle sue meravigliose feste del raccolto, danze, canti, abbondanza. I contadini di Manieczki erano più bravi degli altri? No. Era semplicemente una messinscena ideologica per nascondere la triste realtà del tragico fallimento del comunismo.Ogni regime si inventa una realtà, le sue lotte, i suoi successi. È la lezione del romanzo orwelliano 1984 nel quale i cittadini si radunavano "spontaneamente" davanti a enormi schermi sui quali passavano le immagini dei successi militari ottenuti dalla patria; dopo di che cominciavano i "due minuti d'odio", durante i quali i cittadini – sempre in modo spontaneo – mostravano tutto il loro odio contro il nemico pubblico numero uno, Emmanuel Goldstein. Anche in questo caso: trionfi fasulli e nemici fasulli per nascondere la triste realtà di un intero continente trasformato in lager.Questo è quanto mi è venuto in mente quando, dopo una rapida scorsa ai quotidiani on line, ho seguito la conferenza stampa del consiglio dei ministri che presentavano il Decreto Legge "contro il femminicidio", l'emergenza che da qualche anno sta affliggendo l'Italia. Come è cominciato l'allarme "femminicidio"?Nel marzo del 2012 ha fatto molto scalpore un dato rivelato da Ritanna Armeni, secondo la quale la violenza sulle donne "è la prima causa di morte in tutta Europa per le donne tra i 16 e i 44 anni". Un paio di mesi dopo Barbara Spinelli, sul Corriere della Sera, aveva fatto una rivelazione simile: "La prima causa di uccisione [morte] nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l'omicidio (da parte di persone conosciute)". Nel giugno dello stesso anno è intervenuta sul tema Rashida Manjoo, special rapporteur dell'ONU sulla violenza contro le donne, secondo la quale "[...] in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età".Peccato che tutte queste dichiarazioni (ovviamente riprese con grande enfasi da tutti i media) siano false. È falsa la dichiarazione riguardante l'Europa (pp.168ss.); è falsa la dichiarazione sulla popolazione femminile mondiale; è falsa la dichiarazione sull'Italia.Il Rapporto Criminalità Italia del Ministero dell'Interno recita a pagina 125: "È condivisa l'idea che determinate condizioni di "debolezza", dovute al sesso femminile o all'età avanzata, aumentino la vulnerabilità e quindi la probabilità di essere vittima di un reato violento come l'omicidio. Al contrario, dai dati emerge che più frequentemente le vittime di omicidio sono maschi, fino ad un massimo di 8 soggetti su 10 tra il 1992 e il 1997"; e a pagina 128: "Le donne commettono omicidio soprattutto verso maschi e la quota percentuale rimane abbastanza costante per tutto il periodo considerato. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che gli omicidi da parte di autore di sesso femminile sono una minima parte di quelli commessi e solitamente avvengono nei confronti del proprio partner, in ambienti quindi familiari".Dunque al massimo si profila un "maschicidio", sia da parte di altri maschi, che da parte di femmine (soprattutto in ambienti familiari). Esattamente il contrario rispetto alla tesi del "femminicidio". Ma al di là di tutto questo: l'omicidio (al di là del sesso della vittima) non è già punito, e con severità, in Italia? Che bisogno c'è di parlare di "femminicidio" o "maschicidio"?Secondo il ministro dell'interno Angelino Alfano: "Le norme hanno tre obiettivi: prevenire violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime". Il linguaggio è significativo, e rimanda ad un mondo ideologico, non necessariamente corrispondente con il mondo reale.Ricordiamoci del kołchoz di Manieczki: questa è una grande vittoria del governo contro un nemico di paglia, il "femminicida"; al quale sono stati rivolti i "due minuti d'odio" al pari dell'evasore e dell'omofobo.Il solito "nemico del popolo" da stanare ed eliminare. Il cui identikit (maschio, eterosessuale, marito e padre) si delinea con una chiarezza sempre maggiore: il padre di famiglia.RISPOSTA ALLE CRITICHE SUL MIO ARTICOLOIl mio articolo intitolato "Femminicidio, invenzione di regime" ha suscitato diverse reazioni; alcune positive, altre negative. Cercherò di rispondere alle seconde.C'è chi ha ironicamente commentato: "E chi glielo dice adesso che, mentre lui pubblicava, altri parlavano di 99 donne uccise dall'inizio dell'anno? E che a darne la notizia non era un quotidiano di regime bolscevico, ma niente meno che «L'Avvenire»? Si tratta del vecchio trucco detto "dell'uomo di paglia": si crea una caricatura dell'avversario facendogli dire cose che in realtà non ha mai detto, in modo da segnare un punto facile che con l'avversario vero non si sarebbe riusciti a segnare. Io non ho mai scritto che in Italia non viene uccisa nessuna donna; né ho mai negato che in Italia, ogni anno, vengano uccise molte donne. Ho negato l'emergenza femminicidio. Fino al 31 luglio 2013 sono state uccise 99 donne: malissimo! È una tragedia. E quanti uomini sono stati uccisi nello stesso periodo? Avvenire non lo dice, né altri media riportano la cifra. Perché? Perché ci si prende la briga di contare le donne uccise mentre gli uomini uccisi non li conta nessuno? Sappiamo che il rapporto tra gli uomini e le donne uccisi in un anno è circa 4/1: perché 99 donne uccise fanno notizia e 400 uomini uccisi no? Perché le 99 donne uccise vengono contate e i 400 uomini uccisi no? Valgono forse meno?C'è stato chi ha obiettato che l'emergenza femminicidio c'è, perché la percentuale di donne uccise sale di anno in anno. Invece l'emergenza femminicidio non c'è, perché il numero di donne uccise scende di anno in anno. Erano 192 nel 2003; 172 nel 2009; 156 nel 2010; 137 nel 2011, 124 nel 2012. E come mai, se il numero assoluto di donne uccise diminuisce di anno in anno, la percentuale sale? Perché il numero assoluto di omicidi compiuti nel nostro paese scende di anno in anno, ma scende più velocemente per gli uomini che per le donne (anche a causa della maggior diffusione degli omicidi con vittime maschili).Infine c'è chi ha commentato: "I numeri dei delitti passionali parlano chiaro: il 60% delle vittime sono donne". È vero, ma riflettiamo. Più dell'80% degli omicidi ha come autore un uomo. In ambito familiare o affettivo abbiamo un uomo ed una donna, quindi in tale ambito dovremmo avere una percentuale di vittime femminili dell'80%. Invece la percentuale è più bassa. Come dice il Rapporto sulla Criminalità in Italia del Ministero dell'Interno, mentre gli uomini uccidono più uomini, e più fuori casa, le donne uccidono più uomini e più in casa. Ossia: sicuramente gli uomini hanno una tendenza omicida più marcata (come la spiegano, gli ideologi di genere?), ma sono più pericolosi fuori casa che in casa; mentre le donne sono più pericolose in casa che fuori. Esattamente il contrario di quanto afferma la vulgata del femminicidio.Concludo constatando che, nell'anno del trionfo dell'ideologia di genere, vorrei che fossero rispettate le quote rosa anche per quanto riguarda la criminalità in Italia, cioè che il numero di uomini uccisi ogni anno nel nostro paese possa scendere fino a raggiungere il livello delle donne uccise. E mi piacerebbe molto vedere i fautori della parità indignarsi per il silenzio con il quale vengono dimenticate molte vittime di crimini violenti soltanto a causa del loro sesso (maschile).
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