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PODCAST · news

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Siamo uno spazio dedicato alla Cultura del cambiamento indispensabile.Siamo una radio dedicata alle persone e alle organizzazioni che ogni giorno si misurano con questi temi sul terreno della politica, dell’economia, della scienza e della cultura.

  1. 65

    Santa Marta, la conferenza che vuole riscrivere le regole del gioco climatico

     «Il rischio non è la transizione. Il rischio è una transizione tardiva, caotica, non pianificata. Un trattato non è una minaccia per i Paesi produttori: è la loro migliore protezione per garantire che il cambiamento sia giusto, sostenuto e prevedibile. Senza regole condivise, i Paesi più forti si muoveranno per primi e gli altri pagheranno il conto.»

  2. 64

    L'antica caccia al pescespada

    BAGNARA CALABRA — Nelle prime ore del mattino, quando il porto è ancora avvolto da una luce incerta e il mare dello Stretto di Messina appare immobile, prende avvio una delle pratiche di pesca più antiche e identitarie del Mediterraneo: la caccia tradizionale al pesce spada praticata dalle feluche di Bagnara Calabra, lungo la Costa Viola.Si tratta di un’attività che unisce tecnica, esperienza e organizzazione dell’equipaggio in un contesto operativo fortemente codificato.UN SISTEMA DI PESCA AD ALTA SPECIALIZZAZIONELa feluca — imbarcazione lunga e affusolata dotata di una caratteristica torretta di avvistamento e di una passerella anteriore — rappresenta uno strumento progettato specificamente per la pesca selettiva del pesce spada.L’organizzazione del lavoro a bordo è rigidamente suddivisa:l’avvistatore, posizionato sulla torretta, individua la presenza del pesce attraverso segnali visivi minimi;il timoniere regola la rotta e la velocità per consentire un avvicinamento non invasivo;il fiocinatore, sulla passerella, esegue la cattura.L’intero processo si basa sulla capacità di intercettare il pesce in superficie senza alterarne il comportamento. Non si tratta di inseguimento, ma di posizionamento strategico.LA CATTURANel corso dell’uscita documentata dalle foto, l’avvistamento è avvenuto dopo una fase prolungata di perlustrazione visiva.Una volta individuato l’esemplare — segnalato dalla tipica sagoma appena sotto il livello dell’acqua — l’imbarcazione ha ridotto al minimo il regime del motore per evitare vibrazioni e rumori che potessero disturbare la preda.La fase di cattura si è svolta in tempi rapidi: il fiocinatore, raggiunta la posizione ottimale sulla passerella, ha lanciato l’asta con precisione, assicurando l’aggancio dell’animale.La successiva reazione del pesce ha generato una breve ma intensa fase di trazione, gestita dall’equipaggio attraverso il controllo della cima collegata alla fiocina. Dopo alcuni minuti, la resistenza si è esaurita consentendo il recupero.UNA PRATICA SOSTENIBILEA differenza dei sistemi industriali, la pesca con feluca si caratterizza per: selettività della cattura; impatto ambientale limitato; assenza di reti o attrezzi derivanti. Ogni uscita si traduce generalmente nella cattura di un numero ridotto di esemplari, mantenendo un equilibrio tra attività economica e conservazione della risorsa. La battuta conclusasi con esito positivo conferma la vitalità di una tradizione che continua a rappresentare una componente significativa dell’identità marittima locale.Nel contesto delle comunità costiere dello Stretto, la pesca al pesce spada non è soltanto un’attività produttiva, ma un sistema di conoscenze tramandate che coniuga osservazione ambientale, abilità manuale e gestione responsabile del [email protected]

  3. 63

    Il fallimento della COP e il caso Venezuela

    L’inizio del 2026 con i suoi accadimenti drammatici a cominciare dalla svolta impressa dal Presidente  Trump alla politica americana, ha segnato un punto di svolta critico (anche) nel dibattito globale su ambiente, politica ed etica. In questa intervista, il Professor Gianfranco Pellegrino, docente di Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, delinea una connessione profonda e inquietante tra l’instabilità geopolitica e la nostra dipendenza dai combustibili fossili. 

  4. 62

    A Belem, in Brasile, al via la COP30

    “The Greatest con job ever perpetrated on the world” cioè “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”.Così il Presidente Americano Donald Trump ha definito il Cambiamento Climatico nell’ultimo suo discorso tenuto recentemente alle Nazioni Unite battezzando a suo modo, potremmo dire, la Conferenza delle Parti della convenzione sui cambiamenti climatici dell’ONU che apre in questi giorni. L’incontro si terrà ai confini della foresta Amazzonica, nella città di Belém, in Brasile e i lavori andranno avanti fino al 21 novembre.Saranno rappresentati quasi 200 Paesi e quindi praticamente tutta l’umanità con tutto il suo crogiolo di differenze linguistiche, culturali, religiose, economiche, dimensioni territoriali e di popolazione, presenza geografica e relazioni geopolitiche. Se avete mai partecipato ad una riunione di condominio, potete avere una idea delle difficoltà che i partecipanti incontreranno per raggiungere un qualsivoglia accordo.Sarà un evento con migliaia di persone, tra cui scienziati, politici, giornalisti, lobbisti di aziende e rappresentanti della “società civile”. Le presenze saranno talmente tante che si sono già sentite le prime polemiche sulla difficoltà ed i costi necessari a trovare un alloggio. Meno presenti invece i capi di Stato che dovrebbero essere circa la metà della precedente edizione tenutasi a Dubai. Evidentemente il Clima è oggi un tema meno “di moda” e comunque, secondo il Presidente USA, tutte queste persone saranno li riunite a discutere di una “bella truffa”. Andrebbe ricordato che nel 2009 Trump firmò una pagina pubblicitaria sul NYT, con altre dozzine di business leader, dove esprimeva supporto alla battaglia contro il cambiamento climatico. Ma questa è un’altra storia.

  5. 61

    L’acqua e l’innovazione di SMAT tra sostenibilità e cambiamenti climatici

    L’acqua non è solo una risorsa, ma un ciclo vitale. Questo è il principio cardine che guida SMAT, la società a totale partecipazione pubblica che gestisce il servizio idrico integrato per Torino e per altri 292 comuni, servendo oltre 2,2 milioni di abitanti. Lo spiega con chiarezza Armando Quazzo, amministratore delegato di SMAT, durante l’incontro IFIB di Torino, sottolineando come l’azienda sia da oltre vent’anni un pioniere della sostenibilità e dell’economia circolare.L’approccio circolare: dal rubinetto all’ambienteIl servizio di SMAT copre ogni fase del ciclo dell’acqua: dalla captazione e potabilizzazione fino alla distribuzione agli utenti, per poi recuperare le acque reflue tramite le fognature, depurarle e restituirle all’ambiente. Un processo interamente circolare, che non si limita alla gestione dell’acqua, ma si estende anche ai sottoprodotti.“L’attività di una società che gestisce il servizio idrico integrato deve essere indirizzata verso una sostenibilità a tutto tondo”, afferma Quazzo. Questo approccio circolare è al centro del dibattito, specialmente per quanto riguarda il riutilizzo dei fanghi derivanti dalla depurazione.Il recupero del fosforo e le sfide europeeUno dei temi più attuali, e al centro del convegno IFIB, è il riutilizzo dei fanghi di depurazione. L’Unione Europea ha recentemente adottato una nuova direttiva sulle acque reflue, che influenzerà anche la futura normativa sulla gestione dei fanghi. L’obiettivo è chiaro: recuperare materiali critici come il fosforo e l’azoto.“Il fosforo è una materia critica ed esiste una buona quantità di fosforo all’interno dei fanghi di depurazione. La domanda è: come facciamo a recuperarlo?”, spiega Quazzo. Esistono diverse tecnologie mature per questo scopo, come il riutilizzo dei fanghi in agricoltura (compost) o il recupero energetico tramite ossidazione termica per estrarre il fosforo dalle ceneri. Quazzo sottolinea l’importanza di investire in ricerca per esplorare queste e altre soluzioni promettenti.Nonostante la ricchezza d’acqua del Piemonte, l’impatto dei cambiamenti climatici è una minaccia concreta. Le siccità estive e le precipitazioni concentrate sono fenomeni sempre più frequenti che mettono a dura prova le riserve idriche.“Il mantra degli acquedottisti è avere resilienza nel sistema”, afferma Quazzo. Mentre i grandi sistemi idrici come quello di SMAT si sono dimostrati resistenti, i problemi si sono manifestati nei piccoli acquedotti montani, dove l’abbassamento delle falde ha causato crisi idriche. La soluzione, per SMAT, non risiede nel semplice riuso dell’acqua, che richiederebbe un dispendio energetico per il pompaggio, ma nell’incrementare le capacità di stoccaggio.La strategia degli invasi: un modello di successoLa risposta ai cambiamenti climatici è la creazione di nuovi invasi per stoccare l’acqua piovana. Questi invasi servono non solo per l’uso idropotabile, che rappresenta una quota limitata (10-20% del totale), ma anche per l’agricoltura e, più in generale, per la regolazione idrogeologica del territorio.Quazzo sottolinea la notevole disparità tra l’Italia e altri paesi europei nella capacità di stoccaggio: “noi catturiamo solo l’11% dell’acqua che ci cade dal cielo, mentre la Spagna arriva al 37% e la Francia al 35%”.SMAT sta affrontando questa sfida con progetti concreti, riutilizzando invasi nati per scopi idroelettrici anche per usi idropotabili. Un esempio di successo è l’acquedotto della Valle di Susa, che preleva acqua dalla diga di Rochemolles, garantendo l’approvvigionamento anche in periodi di siccità. Progetti simili, alcuni finanziati dal PNRR, sono in corso anche per la Valle dell’Orco e la Valle di Lanzo, con l’obiettivo di “chiudere il cerchio” e assicurare la disponibilità di acqua per tutti gli usi.Questi progetti, pur richiedendo tempi lunghi (anche 10-15 anni per l’autorizzazione), sono essenziali per il futuro del sistema idrico e per garantire la sicurezza del territorio, prevenendo alluvioni e supportando l’agricoltura. Un impegno a lungo termine che dimostra come l’innovazione e la sostenibilità siano al centro della missione di SMAT per un futuro più resiliente.

  6. 60

    La Bioeconomia: Il Futuro dell’Energia e dei Materiali

    La Lunga Strada della Ricerca alle Applicazioni IndustrialiDavide Chiaromonti, professore al Politecnico di Torino, sottolinea che il percorso delle bio-tecnologie, dall’innovazione al mercato, è un viaggio lungo che può richiedere anche vent’anni. Questo sviluppo riguarda sia il settore energetico che quello dei materiali. Si spazia dai biocombustibili (solidi, liquidi e gassosi) ai materiali polimerici e da costruzione, e persino a quelli per l’industria come l’acciaio. Esistono già tecnologie pronte a livello commerciale che hanno dimostrato un avanzamento significativo.Il Ruolo Cruciale delle Politiche di SettoreUn fattore determinante per la sostenibilità e la penetrazione di mercato di queste tecnologie è rappresentato dalle politiche governative. Chiaromonti evidenzia che in Europa il quadro normativo è complesso e in continua evoluzione, creando un clima di incertezza che rende difficili gli investimenti a lungo termine. È necessario stabilire politiche chiare e stabili per permettere all’industria di pianificare e attuare la transizione.Scenari Attuali e Prospettive Future: Tra Bio-carburanti e Nuove FrontiereNel settore dei trasporti, la quota di combustibili rinnovabili è stabilita al 29% in energia, un dato che posiziona l’Europa in modo unico a livello globale, anche se la direttiva RED introduce complessità nella scelta delle materie prime. Un settore particolarmente forte in Italia è quello del biogas e del biometano, con target ambiziosi che lo rendono un contributo molto rilevante.Nonostante l’attuale leadership dei bio-carburanti, le proiezioni per il 2040-2050 prevedono un ruolo preponderante per l’elettricità e l’idrogeno, seppur con la necessità di infrastrutture e produzione di energia rinnovabile che ancora non sono a pieno regime. I biocombustibili, già oggi carbon neutral o addirittura carbon negative, sono una soluzione immediatamente disponibile e performante.Un Incarico Internazionale per Guidare la TransizioneChiaromonti ha recentemente assunto il ruolo di chairman della Biofuture Platform, un’iniziativa intergovernativa nata in Brasile che raggruppa 23 paesi. La piattaforma lavora per promuovere la bioenergia e la bioeconomia a livello internazionale, operando in contesti come il G7, il G20 e le conferenze COP. Con l’imminente COP 28 a novembre, i lavori della piattaforma si intensificano, dato che gli studi recenti indicano la necessità di quadruplicare la produzione attuale per raggiungere gli obiettivi climatici.

  7. 59

    IFIB: La Bioeconomia, da Strategia a Azione

    A Torino, in occasione dell’Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy (IFIB), si è fatto il punto sulla situazione del biotech a livello nazionale e internazionale. L’evento, che ha visto la partecipazione di oltre 220 delegati da tutto il mondo, ha confermato come la bioeconomia sia un movimento globale in crescita, spinto dall’esigenza di affrancarsi dalle fonti fossili per un’economia più sostenibile e basata su risorse biologiche rinnovabili.Mario Bonaccorso, direttore del Cluster SPRING, ha sottolineato come le due giornate torinesi abbiano offerto l’opportunità di ascoltare presentazioni di imprese innovative in settori chiave: dalla chimica bio-based all’automotive, dai biocombustibili all’agroalimentare. Le tavole rotonde hanno approfondito temi cruciali, in particolare le nuove politiche per la bioeconomia a livello europeo e nazionale. Un momento saliente è stata la discussione con Agata Kotkoska della Commissione Europea e altri importanti rappresentanti di organizzazioni europee e private.La discussione ha evidenziato l’urgenza di passare dall’attuale fase di ricerca e innovazione a quella di industrializzazione per rimanere competitivi a livello globale. L’obiettivo è chiaro: tradurre le strategie in piani d’azione concreti, con l’adozione di leggi e regolamenti efficaci per creare un mercato solido per i prodotti innovativi. Questo approccio è in linea con le recenti indicazioni del rapporto Draghi, che ha evidenziato la necessità di agire con prontezza. La Commissione Europea, dal canto suo, sta già muovendo passi in questa direzione, come testimonia la prossima pubblicazione del Circular Economy Act.Il dibattito ha inevitabilmente toccato l’influenza del contesto geopolitico. Nonostante la posizione di alcuni attori politici come Trump, che ha ritirato un ordine esecutivo di Biden sulla biotecnologia, gli Stati Uniti rimangono un player di primo livello. Questo scenario, ha spiegato Bonaccorso, impone all’Europa di rafforzare la propria unità e la capacità di avere una posizione chiara e difendibile. L’affrancamento dalle importazioni di fonti fossili, reso ancora più urgente dagli attuali conflitti, fornisce un ulteriore stimolo allo sviluppo di alternative a base biologica, un concetto ribadito anche dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.Passando al piano nazionale, Bonaccorso ha lanciato un appello per l’Italia: è il momento di meno chiacchiere e più azioni. Il Cluster SPRING sta coordinando un gruppo di lavoro per esaminare la legislazione esistente e proporre modifiche concrete. Una delle principali sfide è l’assenza di una definizione di “bioeconomia” nella legislazione italiana e di una normativa dedicata. È fondamentale, inoltre, un maggiore coordinamento interministeriale (Agricoltura, Ambiente, Ricerca, Economia) per un settore così complesso e interdisciplinare.Guardando al futuro, Bonaccorso esprime la speranza che entro un anno la strategia si trasformi in un piano d’azione e che vengano realizzate riforme cruciali. Tra queste, la riforma dei codici NACE/ATECO, la riforma dell’LCA (Life Cycle Assessment) e la creazione di un lead market che favorisca lo sviluppo di nuovi mercati per i prodotti bio-based. La leadership italiana e europea nel settore, infatti, va mantenuta per non rischiare di diventare meri importatori di innovazione dall’estero.

  8. 58

    Eco-design e Bioeconomia: l’innovazione sostenibile nelle pavimentazioni

    In Italia, il dibattito sulla sostenibilità ambientale sta diventando sempre più cruciale, influenzando profondamente il settore industriale. Tra le aziende che si distinguono per il loro impegno, Artigo, un’impresa italiana specializzata in pavimentazioni in gomma vulcanizzata, si posiziona come un esempio di innovazione sostenibile.In un’intervista tenutasi a Torino, Michele Andolfo di Artigo ha offerto una panoramica chiara sulle sfide e le opportunità che l’azienda sta affrontando per integrare la sostenibilità nel proprio modello di business.Sostenibilità e Pavimentazioni: Un Binomio NecessarioSecondo Andolfo, l’attenzione alla sostenibilità nel settore delle pavimentazioni è trainata principalmente dalla domanda dei clienti, in particolare degli architetti, sempre più sensibili a queste tematiche. Il settore è particolarmente adatto per questo approccio, poiché i calcoli di impatto ambientale si basano su misure semplici come il metro quadrato. Per un produttore di pavimenti in gomma vulcanizzata come Artigo, che opera con processi di estrazione chimica, affrontare il tema in modo serio e concreto è un imperativo.Innovazione e Materiali Bio-basedArtigo si distingue per l’utilizzo di polimeri di origine biogenica. L’azienda impiega gomme bio-based e sta lavorando per integrare materiali di scarto nel processo produttivo. Un esempio significativo è il recupero di materiale interno che, anziché finire in discarica, viene macinato e reintrodotto nei prodotti. Questo processo è parte di un ambizioso obiettivo: diventare una fabbrica a scarto zero entro il 2026.Inoltre, l’azienda sperimenta l’uso di altri filler di origine biogenica, come gli scarti di legno, che vengono trattati per agire come agenti rinforzanti nella gomma vulcanizzata.Nel mercato delle pavimentazioni, Artigo si confronta principalmente con due settori: il PVC e il Linoleum. Il PVC è il leader di mercato, mentre il Linoleum, pur essendo un prodotto bio-based per natura, ha un’estetica più tradizionale. La gomma vulcanizzata di Artigo, pur avendo un costo leggermente superiore al PVC, offre notevoli vantaggi ambientali: l’assenza di alogeni e la possibilità di utilizzare gomme bio-based.“Il discorso della sostenibilità è una grande opportunità per noi,” spiega Andolfo, sottolineando come il PVC, per avvicinarsi ai valori sostenibili di Artigo, debba ricorrere a materiali più costosi, riducendo così il divario di prezzo.L’Eredità di Mondo e la Collaborazione EuropeaArtigo, con sede a Cuneo, è parte del Gruppo Mondo, un colosso internazionale nato ad Alba e famoso per le sue piste di atletica in gomma vulcanizzata, come quella delle ultime Olimpiadi di Parigi. Artigo produce pavimentazioni per il settore contract: aeroporti, ospedali, uffici e università.L’azienda partecipa attivamente al Bio-based Industry Consortium (BIC), un consorzio che lavora a stretto contatto con la Commissione Europea. Attraverso questa collaborazione, Artigo contribuisce a proporre temi di ricerca e sviluppo trainati dal mercato che possono beneficiare di finanziamenti europei, promuovendo così l’economia biogenica.Eco-design e FuturoAndolfo evidenzia l’importanza dell’eco-design come strumento fondamentale per la sostenibilità. “Senza un approccio scientifico all’eco-design, non si può fare sostenibilità in modo opportuno,” afferma. Questo processo implica un’analisi approfondita delle proprietà dei prodotti—sostenibilità, impatto di CO2, proprietà meccaniche e costo—per ridurre l’impatto ambientale senza aumentare i prezzi per il consumatore finale.Grazie a questo approccio, Artigo è in grado di lanciare una nuova gamma di prodotti con una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 equivalente per metro quadrato, mantenendo gli stessi prezzi delle formulazioni a base fossile. Un risultato che testimonia come la sostenibilità non sia solo un’ideologia, ma un vantaggio competitivo concreto.

  9. 57

    La Narrazione Uccide la Verità?

    Guido Bosticco, esperto e professionista della Comunicazione, insegnante all’Università di Pavia, imprenditore, saggista e autore insieme Giovanni B. Magnoli Bocchi del libro “Controcomunicazione. Sopravvivere all’intelligenza artificiale (Franco Angeli)”, affronta in questa intervista i principali temi legati alla comunicazione rilevando come oggi più che mai non può esistere una giustizia sociale globale senza una giustizia cognitiva globale. E quindi come la vera sfida di questo momento storico sia coniugare giustizia e conoscenza.La “verità” è oggi sempre più sotto l’attacco di una narrazione basata su un pensiero unico o dominante. Quello che il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos ha definito “epistemicidio” per indicare la distruzione del patrimonio culturale delle popolazioni in favore di un pensiero unico, di una o più narrative dominanti .Gli esempi sono molti:  quello di un’idea di progresso come traiettoria della storia a cui tutte le popolazioni dovrebbero aspirare, la naturalizzazione delle differenze per occultare le gerarchie, lo screditamento delle conoscenze alternative a favore della conoscenza scientifica, l’egemonia globale che soverchia la cultura locale, fino alla monocultura capitalistica che si impone su altri modelli produttivi.Da qui il valore della percezione che oggi, anche grazie alla pervasività e alla diffusione degli strumenti di comunicazione digitali – prima di tutti i social con gli algoritmi che ne governano l’uso –  assume rilievo nella manipolazione della realtà. Grazie al controllo e all’uso del significato delle parole, si può offrire alle persone un punto di vista come il nostro, un “framing” preciso (una inquadratura degli argomenti) attraverso il quale vedere le cose fino a che le persone la vedranno come voi. Non è più una questione di razionalità ma di percezione.

  10. 56

    Regenesi, la moda che ri-nasce dai rifiuti

    “Vogliamo trasformare i rifiuti in bellezza”, così esordisce Maria Silvia Pazzi, Founder e CEO di Regenesi. Ed è la migliore delle presentazioni, non c’è dubbio.Regenesi è un’azienda di Ravenna che si occupa di moda e quindi di bellezza, di lusso. Regenesi nasce nel 2008 a Bologna, come start-up innovativa in tempi in cui parlare di circolarità era pionieristico. Da subito si connota come azienda basata sul modello di “Economia Circolare”.«La sfida era creare bellezza da ciò che era scarto puro, dare una seconda vita a materiali considerati inutili. Ma non solo, si trattava di immaginare e progettare prodotti e tecnologie rispondenti ad un preciso modello di business che avevo ben chiaro assieme ai miei soci e collaboratori”.Tra i materiali utilizzati: alluminio, pelle rigenerata, plastica post-consumo, cotone e fibre tessili riciclate.Ogni pezzo racconta una storia di rinascita e innovazione, grazie a una filiera interamente made in [email protected]

  11. 55

    Islanda, il calore della Terra

    La giornalista Amanda Ronzoni ci conduce alla scoperta dell'Islanda

  12. 54

    Oltre l’economia che conosciamo – conversazione con Massimiano Tellini

    Conversazione con Massimiano Tellini, responsabile dalla Circular Economy di Intesa Sanpaolo Innovation Centre, sicuramente tra i maggiori esperti di economia circolare in Italia e voce autorevole a livello internazionale.

  13. 53

    La Bioeconomia in Europa, una realtà per la crescita e lo sviluppo

    La Bioeconomia è una opportunità di crescita e sviluppo in Europa come si rileva dall’Undicesimo Report: “LA BIOECONOMIA IN EUROPA” presentato all’Università Luiss di Roma il 17 giugno.Quando parliamo di transizione necessaria del modello economico, spesso lo facciamo con un pensiero “al negativo”; qui invece siamo senza alcun dubbio, “al positivo” in quanto la bioeconomia è un volano di sviluppo e opportunità.Gli investimenti nel settore sono in crescita e investire ripaga, soprattutto per le imprese comprese in filiere industriali grandi e complesse migliorando il loro Ebitda.“Il Rapporto: La Bioeconomia in Europa”, realizzato dal Cluster Spring e da Intesa Sanpaolo, come ci dice, in questa intervista Stefania Trenti del Centro Studi di Intesa Sanpaolo che ha coordinato il lavoro di ricerca, “per la prima volta raccoglie ed elaborare i dati del settore di ben 23 dei 27 Paesi che compongono l’Unione Europea. La ricerca mostra numeri rilevanti stabili o in crescita, in tutti i Paesi dell’Unione considerati. Se è vero che l’UE sta cambiando l’approccio complessivo a queste tematiche, rendendolo, in un certo senso, più di indirizzo strategico che normativo-dirigista, è altresì vero che non cambia la prospettiva e l’indicazione per il futuro.”L’UE già nel prossimo anno, pubblicherà un nuovo documento che integrerà e svilupperà molti dei temi già presenti nel Clean Industrial deal del 2025 che ha l’obiettivo di rilanciare l’industria europea proprio attraverso la decarbonizzazione. Il rapporto presenta numeri importanti e trend per un settore che conta circa 17 milioni di addetti e oltre 3.000 mld di fatturato.Il report mostra un settore  particolarmente rilevante nell’area del Mediterraneo che solo in Italia, Paese leader, conta oltre 2 milioni di addetti contribuendo alla nostra economia con un output di 426.8 miliardi di euro e che rappresenta circa il 10% in termini di valore della produzione e il 7,7 considerando l’occupazione.Ma la Bioeconomia è anche una formidabile opportunità per la tutela della Biodiversità e per la crescita delle cosiddette “Aree Interne” del nostro Paese, in particolare del Mezzogiorno, al quale il Report dedica una sezione specifica. Opportunità quest’ultima che naturalmente sarà necessario saper cogliere soprattutto con una nuova e più efficace politica fatta di interventi normativi mirati e funzionali oggi piuttosto deficitari.La Bioeconomia circolare è anche un tema di geopolitica. Prendiamo il caso emblematico delle fonti energetiche di Petrolio e Gas che sono e restano strategiche per il nostro Paese che ha necessità di approvvigionamenti costanti e continui al minor prezzo possibile e che hanno visto, negli ultimi anni, un fortissimo balzo del costo dovuto a molti fattori a cominciare dai conflitti in atto. O anche del tema del recupero di tutti i materiali – ad esempio quelli rari – proprio dagli scarti sia industriali che agricoli. In questo in Italia siamo all’avanguardia con esperienze come quella del Consorzio Conai.La Bioeconomia è anche una risorsa che genera innovazione e ricerca generando un forte dinamismo di mercato sempre più orientato verso nuovi prodotti o modelli di acquisto e consumo. Un settore che vede una forte presenza di start up evidenziando come per lo sviluppo serve coraggio.Infine il Report ha anche una apposita sezione di approfondimento sulla plastica dove ci sono significativi spazi di crescita che la Politica deve saper cogliere con una attenta politica fiscale.Il Report è scaricabile dal sito: group.intesasanpaolo.com.

  14. 52

    Intervista a Michele Vitulano, presidente di UNACEA

    Dietro le infrastrutture che ogni giorno attraversiamo — strade, ponti, ferrovie, edifici pubblici e residenziali — ci sono macchine che lavorano instancabilmente nei cantieri di tutta Italia. Sono le cosiddette macchine per costruzioni, strumenti essenziali ma spesso ignorati dall’opinione pubblica. A rappresentare questo comparto, che unisce il meglio del made in Italy e delle importazioni, è UNACEA, l’unione italiana delle aziende produttrici e distributrici del settore.

  15. 51

    La biodiversità salvata nei barattoli: il progetto di ARPA Umbria che unisce scienza, cultura e cittadini

    PERUGIA – Dietro un nome tecnico come “Banca del Germoplasma” si cela una realtà viva, partecipata e profondamente radicata nel territorio umbro. Ce lo racconta con passione la dottoressa Rosalba Padula, biologa di ARPA Umbria, protagonista di un’intervista in cui emergono il valore scientifico e culturale di un progetto che sta coinvolgendo enti, università e cittadini in un’opera di tutela della biodiversità regionale.

  16. 50

    Nel cuore della Giara: il Museo che racconta la storia, la natura e l’identità della Sardegna

    Genoni (SU) – Nascosto tra le colline dell’entroterra sardo, il piccolo comune di Genoni custodisce un gioiello di storia e biodiversità: il Museo del Cavallino della Giara, un presidio culturale che unisce scienza, tradizione e sostenibilità. A guidarci alla scoperta di questo luogo è Michele Zucca, tra i responsabili della cooperativa che gestisce la struttura.Il museo, spiega Zucca, è articolato in tre sezioni. La prima è demo-antropologica e ricostruisce la vita quotidiana del passato attraverso l’ambientazione di una tipica casa campidanese. La seconda è interamente dedicata al protagonista del territorio: il cavallino della Giara, una razza equina unica al mondo. Infine, una sezione didattica ospita laboratori legati al riciclo, alla sostenibilità ambientale e al lavoro manuale.Ma il percorso espositivo va oltre la semplice visita museale. È un viaggio che inizia milioni di anni fa, con la formazione dell’altipiano della Giara in seguito a eruzioni vulcaniche, e si collega al Parco – il museo paleontologico – dove si racconta la Sardegna primordiale, ancora sommersa da mari tropicali. In questo scenario geologico prende forma anche la storia del cavallino, che affonda le sue radici nel tardo periodo nuragico.«Un tempo – racconta Zucca – i cavalli erano proprietà privata e venivano utilizzati nei lavori agricoli, soprattutto per la trebiatura». Ogni anno, in primavera, iniziava una vera e propria transumanza dei cavalli, che venivano radunati dai paesi vicini per affrontare la stagione del raccolto, da sud verso le zone più interne dell’isola. I cavallini erano talmente apprezzati da essere richiesti anche da altre regioni, come la Campania e la Sicilia.Oggi la razza è tutelata e vive in stato semi-brado sull’altipiano della Giara. «Se ne stimano circa 600-700 esemplari – spiega Zucca – organizzati in arem: piccoli gruppi sociali guidati da un maschio dominante, con alcune femmine e i puledri». È un delicato equilibrio naturale, soprattutto in primavera, stagione di nascite e accoppiamenti, quando i giovani maschi iniziano a cercare di formare nuovi gruppi.Ma il Museo del Cavallino non è solo conservazione. È anche e soprattutto educazione. Ogni anno centinaia di studenti, famiglie e turisti – anche internazionali, dagli Stati Uniti e non solo – partecipano alle attività proposte dal museo e dalla cooperativa Gionone, che fa parte della rete internazionale Hands-on Children Museums. Le proposte spaziano dai laboratori sul riciclo, alla tessitura tradizionale, fino ai campi estivi per piccoli archeologi e paleontologi.«Dopo quasi vent’anni di attività – conclude Zucca – i musei di Genoni sono diventati una realtà culturale ed economica importante. Danno lavoro, generano indotto, ma soprattutto mantengono viva l’identità di una comunità dell’entroterra che resiste con orgoglio e passione».Un invito, quindi, a scoprire Genoni, a camminare sull’altipiano, e a lasciarsi sorprendere da quei piccoli cavalli selvaggi che raccontano – in silenzio – una storia lunga millenni.

  17. 49

    L’economia circolare come strategia nazionale: intervista a Mariangela Cozzolino di Cassa Depositi e Prestiti

    Nel corso di un’intervista esclusiva, Mariangela Cozzolino, Responsabile del “Competence Center Economia Circolare” di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), ha condiviso la visione strategica dell’Istituto sul ruolo dell’economia circolare nel nostro Paese, soffermandosi su stato attuale, sfide e ruolo della finanza.Un nuovo paradigma economico: il significato odierno dell’economia circolare“L’economia circolare, come è largamente noto, è un modello economico che sta assumendo una rilevanza sempre più strategica per il sistema economico-produttivo a livello globale”, esordisce Cozzolino. La sua diffusione non riguarda più soltanto l’Europa,  ma coinvolge anche altri contesti internazionali dove la circolarità assume una valenza geopolitica, oltre che industriale.“Rispetto a qualche decennio fa, in cui il paradigma della circular economy era legato quasi esclusivamente alla sostenibilità ambientale, oggi si afferma sempre più come un vero e proprio modello economico”, prosegue. Ricerca e innovazione tecnologica permettono di introdurre nuove logiche nella creazione di valore, offrendo alle imprese opportunità di business inedite. Questo è possibile, sottolinea, soprattutto quando si attivano sinergie tra attori della stessa filiera o tra filiere diverse: il concetto di simbiosi industriale, per quanto ancora poco sviluppato in Italia, rappresenta una chiave fondamentale per incrementare la competitività delle imprese.In un contesto globale segnato da “policrisi” e tensioni geopolitiche, l’accesso alle materie prime – non solo quelle strategiche ma anche quelle essenziali alla transizione energetica – rende vulnerabili le economie più dipendenti dall’estero. Qui i modelli circolari diventano una leva concreta per garantire sostenibilità e sicurezza, prolungando il ciclo di vita dei materiali e riducendo il rischio di interruzioni nelle catene del valore.L’Italia tra eccellenze e difficoltà“L’Italia è ancora oggi uno dei paesi più virtuosi nella transizione verso l’economia circolare”, afferma Cozzolino, evidenziando come il nostro Paese abbia saputo trasformare la scarsità di risorse naturali in un vantaggio competitivo. Quasi la metà delle imprese italiane ha già adottato pratiche circolari, con maggiore diffusione al Nord e tra le imprese di dimensioni medio-grandi.Tuttavia, se il riciclo resta una pratica consolidata, pratiche come l’ecoprogettazione o il prolungamento della vita utile dei prodotti stentano a decollare, nonostante le opportunità offerte dall’innovazione. L’Italia, pur posizionandosi ai vertici europei per indicatori come il tasso di riciclo o l’utilizzo di materiali secondari, incontra difficoltà a migliorare ulteriormente le proprie performance.Un’analisi dell’Osservatorio Energy Strategy del Politecnico di Milano, di cui CDP è partner dal 2023, mostra come la diffusione delle pratiche circolari sia fortemente influenzata dalle dimensioni aziendali: il tasso di adozione sfiora il 46% tra le grandi imprese, ma scende al 37% per le piccole e ancora meno per le microimprese. A livello economico-finanziario, le aziende circolari mostrano una maggiore solidità, con più capacità di autofinanziarsi e minore indebitamento. Ma il livello complessivo degli investimenti resta inferiore alla media europea, anche a causa della struttura imprenditoriale italiana, composta prevalentemente da PMI con capacità di investimento limitate.Il sistema finanziario: attore chiave della transizione“Riteniamo che il sistema finanziario rivesta un ruolo chiave nello sviluppo dell’economia circolare e della sostenibilità d’impresa”. Gli investimenti, soprattutto se accompagnati da adeguati meccanismi di governance, orientano le scelte strategiche delle imprese. Nonostante a livello globale si siano mobilitati circa 334 miliardi di dollari in cinque anni per finanziare l’economia circolare, in Italia il livello di investimento resta ancora modesto.Le PMI, in particolare, incontrano difficoltà di accesso al credito, tanto che quasi una su due ricorre all’autofinanziamento. Gli investimenti, inoltre, sono spesso di piccola scala e con tempi di ritorno brevi. Per questo, sottolinea Cozzolino, è necessario sviluppare strumenti finanziari specifici e sostenere attivamente le imprese, riconoscendo che questa è prima di tutto una transizione economica, oltre che energetica ed ecologica.CDP, in quanto istituto nazionale di promozione, ha un ruolo centrale: “Siamo in grado di attivare investimenti a lungo termine e promuovere uno sviluppo sostenibile e inclusivo per il Paese”, aggiunge.Il Piano Strategico 2025-2027 di Cassa Depositi e Prestiti: obiettivi e visioneIl nuovo piano strategico del gruppo CDP, presentato nel dicembre 2023, parte da risultati molto positivi nel triennio precedente: 75 miliardi di risorse mobilitate e 200 miliardi di investimenti attivati. Per il triennio 2025-2027 l’obiettivo è impegnare 81 miliardi, attivando investimenti per 170 miliardi, guidati da quattro priorità: competitività, coesione sociale e territoriale, sicurezza economica e “just transition”.L’economia circolare viene inserita trasversalmente in tutte le aree di intervento dell’Istituto, dai finanziamenti ai servizi di advisory alla pubblica amministrazione. Il gruppo ha pubblicato delle linee guida strategiche dedicate, con obiettivi chiari: potenziare le filiere del riciclo e del riuso, colmare i gap infrastrutturali, promuovere l’innovazione di prodotto e di processo, e passare dal concetto di “fine vita” a quello di “uso prolungato”.L’approccio di CDP si fonda sull’integrazione della valutazione dell’impatto nei processi decisionali. Il modello “Sustainable Development Assessment” consente di analizzare le operazioni lungo l’intero ciclo di vita, includendo parametri ambientali, sociali e di governance (ESG), sempre nel rispetto del ritorno finanziario.Una rete europea per la circolaritàCDP è attivamente coinvolta a livello europeo in diverse iniziative: è membro fondatore dell’Alleanza per l’economia circolare insieme a grandi gruppi italiani (come Enel, Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato), e partecipa alla Joint Initiative on Circular Economy (JICE) e alla European Long-Term Investors Association (ELTI).Queste collaborazioni, sottolinea Cozzolino, hanno già mobilitato oltre 130 miliardi di euro in progetti green e social, e mirano a intensificare il coordinamento tra gli istituti nazionali di promozione per favorire co-investimenti in startup, scaleup e imprese tecnologiche. “Guardando al futuro, il gruppo CDP continuerà a mettere a disposizione del Paese due asset fondamentali: risorse e competenze”, afferma Cozzolino in chiusura. Le attività di capacity building, rivolte in particolare alla pubblica amministrazione, saranno centrali per sostenere progettualità strategiche. In un contesto in continua evoluzione, l’economia circolare è vista come leva per rafforzare la resilienza dei sistemi produttivi, ridurre i rischi finanziari e logistici, e sostenere una crescita inclusiva, sostenibile e duratura.Il nuovo piano strategico 2025-2027 segna dunque un impegno concreto verso una trasformazione profonda e strutturale del modello economico italiano, in cui l’economia circolare non è più una nicchia ambientale, ma un asse portante dello sviluppo [email protected]

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    Costacciaro: modello di comunità e sostenibilità

    L’ Università degli Uomini Originari di Costacciaro, un’istituzione che affonda le sue origini nel 1299. Secondo il suo presidente Natale Vergari, si tratta di un esempio di comunione familiare collettiva privata, una realtà nata per gestire in modo equo le risorse del territorio. L’idea centrale è che il benessere individuale sia legato al benessere collettivo. Le risorse naturali venivano gestite in modo solidale, garantendo diritti di legnatico, pascolo e uso del forno per l’intera comunità. Un modello economico che ha anticipato di secoli concetti come la mutualità e la sostenibilità ambientale.Nel corso dell’intervista, il sindaco Andrea Capponi ha sottolineato come il turismo sia una fonte di ricchezza ma anche di sfide. Costacciaro, con i suoi 1.100 abitanti, registra oltre 14.000 presenze turistiche annue, in costante crescita soprattutto dopo la pandemia. Il territorio vanta un ecosistema incontaminato, protetto grazie all’Università degli Uomini Originari, che per oltre 700 anni ha garantito la conservazione del Parco del Monte Cucco. Tuttavia, la pressione turistica impone la necessità di gestire l’afflusso e proteggere le risorse naturali, con misure come la chiusura della strada per il Monte Cucco nei periodi di maggiore afflusso.Uno dei progetti più innovativi in corso riguarda la banca del germoplasma, in collaborazione con la Regione Umbria e l’Università, per recuperare e preservare antiche varietà ortofrutticole locali. Questo progetto dimostra come la tradizione agricola possa incontrare l’innovazione, offrendo una risposta concreta alla standardizzazione imposta dal mercato globale.

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    Il Biologico Italiano cresce: innovazione e strategie per il futuro

    L’Italia si conferma tra i paesi leader nel settore dell’agricoltura biologica. Durante la Festa del Bio organizzata da FederBio, il Sottosegretario per l’Agricoltura, la Sovranità Alimentare e le Foreste, Luigi D’Eramo, ha fatto il punto sulla crescita del settore e sulle strategie per il futuro. Il biologico italiano sta vivendo una fase di espansione significativa. Attualmente, circa il 20% delle superfici agricole è destinato alla coltivazione biologica, avvicinandosi all’obiettivo del 25% entro il 2030 fissato dall’Unione Europea. Anche i dati di mercato sono incoraggianti: i consumi interni hanno registrato un incremento del 5,7%, mentre l’export ha segnato un aumento del 7%. Questi numeri dimostrano che il biologico non è solo una scelta etica e ambientale, ma anche una reale opportunità economica.Uno dei progetti chiave del Ministero dell’Agricoltura è la creazione di un marchio ufficiale per il biologico italiano. Dopo aver raccolto oltre 300 proposte, la commissione ha selezionato il logo che rappresenterà e tutelerà i prodotti bio italiani. Il lancio ufficiale è previsto entro la fine dell’anno, probabilmente tra luglio e settembre.Il marchio avrà una duplice funzione:Promozione del biologico italiano a livello nazionale e internazionale.Garanzia di qualità e tracciabilità per i consumatori.Il Sottosegretario D’Eramo ha evidenziato l’importanza di un piano di sviluppo per le aree montane e interne, territori cruciali per l’equilibrio ambientale e sociale del Paese. L’obiettivo è costruire un modello di azione integrata che coinvolga agricoltura, turismo, infrastrutture e servizi. Questi territori possiedono un grande potenziale in termini di biodiversità, paesaggio e cultura enogastronomica. Tuttavia, senza un adeguato sostegno, rischiano di subire uno spopolamento progressivo.I Distretti Biologici rappresentano uno strumento chiave per valorizzare la coltivazione bio e incentivare la collaborazione tra aziende agricole, associazioni di categoria e istituzioni locali. Questo approccio permette di:Creare filiere produttive sostenibili.Rafforzare le economie locali.Favorire la cooperazione tra agricoltura, turismo e commercio.Il biologico italiano sta dimostrando di essere un settore strategico per l’economia e la sostenibilità del Paese. L’impegno del governo nel promuovere un marchio nazionale, incentivare le aree interne e sviluppare distretti biologici segna un passo importante verso un futuro più sostenibile e competitivo per l’agricoltura italiana.

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    Un nuovo sistema alimentare contro lo “sconquasso ambientale”

    Nel cuore della crisi climatica globale, il sistema alimentare gioca un ruolo cruciale. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, ci guida attraverso una riflessione profonda su come il sistema alimentare sia il principale responsabile dell’inquinamento, ma anche la chiave per un cambiamento sostenibile.Petrini sottolinea come il settore agroalimentare sia responsabile del 37% delle emissioni globali di CO2, superando di gran lunga il settore dei trasporti, che incide solo per il 17%. Questo dato allarmante impone una riflessione urgente su modelli produttivi diversi e su un sistema alimentare sostenibile.Inoltre, lo spreco alimentare ha raggiunto livelli intollerabili un terzo del cibo prodotto viene sprecato. Questo spreco comporta un uso massiccio di risorse come acqua e terra, aggravando ulteriormente l’emergenza ambientale.Per Petrini, il cambiamento deve partire da due fronti: i produttori e i consumatori. Gli agricoltori devono adottare pratiche agricole meno impattanti, mentre i cittadini devono scegliere consapevolmente prodotti che rispettino l’ambiente e la biodiversità, contribuendo a un sistema alimentare sostenibile.Orientarsi verso un sistema alimentare sostenibile significa ridurre il consumo di carne, privilegiare prodotti locali e stagionali e combattere lo spreco alimentare. Anche la ristorazione gioca un ruolo fondamentale, creando alleanze con i produttori locali per ridurre l’impronta ecologica.Nonostante la gravità della situazione, Petrini invita a guardare al futuro con speranza. Il ruolo delle nuove generazioni è centrale: solo con un cambio di paradigma culturale si potrà costruire un sistema alimentare sostenibile e un modello economico e sociale più equo.Anche le nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, possono essere strumenti utili se messe al servizio dell’umanità e non del profitto sfrenato. Tuttavia, il vero cambiamento deve partire dalle scelte individuali e collettive.Secondo Petrini, affrontare la crisi climatica significa rivedere il nostro rapporto con la natura e il cibo. Non si tratta di una privazione, ma di una liberazione: un’opportunità per costruire una società più giusta, solidale e rispettosa dell’ambiente attraverso un sistema alimentare sostenibile.In un’epoca di cambiamenti epocali, la consapevolezza e l’azione individuale sono le chiavi per un futuro più sostenibile. La sfida è aperta, e il momento di agire è ora.

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    L’Isola Pantelleria tra Vento, Fuoco e Tradizioni Millenarie

    L’isola Pantelleria, conosciuta come la “figlia del vento” e del fuoco, offre un’esperienza unica nel cuore del Mediterraneo. Situata più vicina all’Africa che all’Italia, Pantelleria è un luogo dove la natura vulcanica incontra una cultura ricca di storia e tradizioni. Giuseppe D’Aietti, una delle voci più autorevoli di Pantelleria, ci ha accompagnato in un viaggio attraverso le meraviglie di questa isola affascinante.Pantelleria deriva il suo nome dall’antico termine arabo “Bentheria”, che significa vento, ma come sottolinea D’Aietti, l’isola è anche figlia del fuoco, a causa della sua origine vulcanica. Circa il 28% dell’isola emerge dalle acque, mentre il resto rimane sommerso, creando un ambiente unico per la flora e la fauna locali.Geograficamente, Pantelleria si trova nella fascia sub-sahariana, parte della placca continentale africana. Questo contribuisce a un clima secco, mitigato però dall’umidità portata dai venti, che garantisce una fertilità straordinaria al terreno vulcanico.Uno dei simboli più rappresentativi dell’isola Pantelleria è la vite ad alberello, un metodo di coltivazione che protegge le piante dal vento e conserva l’umidità del suolo. Questo tipo di viticoltura ha permesso di adattarsi alle difficili condizioni climatiche dell’isola, producendo lo Zibibbo, un vitigno che acquisisce un sapore unico grazie ai nutrienti del suolo vulcanico.Il processo di coltivazione è così particolare che è stato riconosciuto come patrimonio UNESCO, simbolo della cosiddetta “agricoltura eroica” di Pantelleria.Pantelleria non è una destinazione per turisti alla ricerca di vacanze convenzionali. Come spiega D’Aietti, l’isola è perfetta per chi cerca introspezione e vuole immergersi in una cultura autentica, lontana dai cliché turistici. Le spiagge attrezzate e la movida sono assenti, sostituite da un paesaggio aspro e relazioni umane profonde.La storia di Pantelleria è stata influenzata da molte culture, ma l’ipotesi di un’origine araba per lo Zibibbo è solo una delle possibili. Potrebbero essere stati i Romani o i Cartaginesi a introdurre il vitigno, dato il loro amore per il vino. Questa varietà di influenze culturali ha arricchito il patrimonio dell’isola, rendendola un crocevia di storie e sapori unici.

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    La Vite ad alberello di Pantelleria: Tradizione, Resilienza e Vini Unici

    Pantelleria, affascinante isola del Mediterraneo, è nota non solo per i suoi paesaggi mozzafiato, ma anche per la sua tradizione agricola unica: la vite ad alberello. Questa tecnica, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale, rappresenta un connubio perfetto tra natura, storia e dedizione umana. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Fabrizio Basile, produttore locale e ambasciatore di questa pratica secolare, per comprendere meglio il valore e le sfide legate a questa coltivazione.“La vita a Pantelleria è come vivere su una barca a vela,” racconta Fabrizio Basile. “I ritmi sono scanditi dalla natura e ogni gesto agricolo rispecchia un’identità culturale profondamente radicata. La vite ad alberello non è solo un metodo di coltivazione; è un simbolo di resistenza e amore per la terra.”Grazie alla particolare conformazione dell’isola e ai suoi microclimi, le viti possono essere coltivate a diverse altitudini, che variano dai 150 ai 500 metri sul livello del mare. Questa varietà consente una vendemmia scaglionata, sfruttando appieno le specifiche condizioni climatiche di ogni area per ottenere uve dalla qualità eccezionale.La vite ad alberello pantesca è un esempio straordinario di resilienza e adattamento, caratteristiche che l’UNESCO ha voluto valorizzare riconoscendola come patrimonio dell’umanità. “Le piante crescono in piccole conche, create per proteggerle dai forti venti dell’isola,” spiega Basile. “Ogni intervento è manuale, dalla potatura alla raccolta, ed è un lavoro che richiede passione e dedizione.”Il riconoscimento UNESCO non è solo un traguardo, ma un punto di partenza per la promozione e la tutela di questo sistema agricolo unico. La coltivazione della vite ad alberello non è solo agricoltura, ma una manifestazione culturale che lega generazioni attraverso la trasmissione di saperi e pratiche.Coltivare la vite ad alberello a Pantelleria è un’arte che va oltre la semplice agricoltura. “Tutto si basa sull’osservazione e la sensibilità,” ci racconta Basile. “Ogni appezzamento di terra ha le sue caratteristiche uniche, influenzate dall’altitudine, dal tipo di suolo e dal microclima. È un processo che richiede una conoscenza profonda del territorio e una capacità di adattamento continua. ”Questa pratica agricola è strettamente legata alla cultura immateriale dell’isola, con la trasmissione delle conoscenze che avviene di generazione in generazione, mantenendo viva una tradizione che altrimenti rischierebbe di scomparire.Pantelleria è conosciuta soprattutto per il suo celebre Passito, ma negli ultimi anni i viticoltori locali hanno iniziato a valorizzare anche la produzione di vini bianchi. “Grazie alle altitudini più elevate, possiamo produrre vini freschi e adatti a vari momenti del pasto,” spiega Basile. “Questa diversificazione ci permette di portare il gusto autentico di Pantelleria sulle tavole di tutto il mondo, offrendo un’ampia gamma di esperienze sensoriali.”Il Passito di Pantelleria, con il suo sapore dolce e intenso, rimane l’icona della produzione vinicola dell’isola, ma l’espansione verso i bianchi e altri tipi di vini sta aprendo nuove opportunità per il mercato enologico pantesco.Nonostante le bellezze naturali e le tradizioni, Pantelleria affronta sfide significative nella viticoltura. “La mancanza di manodopera qualificata e le difficoltà logistiche sono tra i principali ostacoli,” sottolinea Basile. “Essendo un’isola remota, i collegamenti sono limitati e questo influisce sia sulla produzione che sulla distribuzione.”Tuttavia, l’impegno delle istituzioni locali, come il Parco Nazionale e il Consorzio di Tutela DOC, sta dando frutti, promuovendo l’isola e i suoi prodotti attraverso iniziative di valorizzazione e tutela del territorio.

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    Passito di Pantelleria: l’antica Tradizione è un Patrimonio Unico

    Nell’incantevole isola di Pantelleria, nel cuore del Mediterraneo, la produzione del Passito rappresenta una tradizione che affonda le radici nel passato. In questa intervista, Salvatore Ferrandes, produttore locale, ci conduce attraverso la storia e le tecniche che hanno reso il Passito di Pantelleria un prodotto d’eccellenza.Fin dagli anni ’60, Pantelleria è stata rinomata per la produzione di uva passa, con picchi di produzione che raggiungevano i 65.000 quintali. Il Passito, come lo conosciamo oggi, ha iniziato a svilupparsi negli anni ’80, grazie all’intervento di alcune aziende marsalesi che hanno riscoperto questo prodotto tradizionale. Prima di allora, il Passito veniva prodotto in ambito familiare, spesso per accogliere gli ospiti con un bicchiere di questo vino dolce e aromatico.La conformazione geografica di Pantelleria, con il suo terreno roccioso e il clima ventoso, ha portato allo sviluppo di metodi di coltivazione unici, come il sistema delle viti ad alberello. Le viti sono piantate in conche profonde per proteggere le piante dal vento, mentre i muretti a secco aiutano a mantenere l’umidità del suolo e a prevenire il dilavamento.Nel passato, la vita agricola di Pantelleria era caratterizzata da una forte coesione comunitaria. Ogni famiglia produceva ciò che serviva per la propria sopravvivenza, dai cereali all’uva, e le attività agricole, come la raccolta dei capperi o la vendemmia, coinvolgevano l’intera comunità in un’atmosfera di convivialità e condivisione dei saperi.Oggi, la produzione di Passito si scontra con nuove sfide, tra cui la difficoltà di reperire manodopera e gli effetti del cambiamento climatico. Tuttavia, il Passito di Pantelleria continua a mantenere il suo prestigio, grazie a una qualità eccezionale e a una produzione limitata che ne garantisce l’autenticità.Nonostante le difficoltà, il futuro del Passito sembra promettente. Il mercato rimane stabile grazie alla reputazione consolidata del prodotto. Le strategie di marketing si stanno adattando per promuovere il Passito come un vino da degustazione e non solo da pasto, ampliando così il suo appeal tra i consumatori moderni.

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    Libri da far circolare - “Il Capitale nell’Antropocene” di Saitò Kohei

    Saitò Kohei è signore giapponese che insegna filosofia all’Università di Tokyo. E’ membro del Comitato per la Nuova Edizione delle Opere Complete di Marx e Engels. Ed ha scritto il libro che vi presentiamo oggi: Il Capitale nell’ Antropocene.Un libro che sta facendo molto discutere a livello internazionale e in Italia.Saito Kohei offre una nuova prospettiva alla lettura delle tesi di Marx anche basandosi su testi inediti: prevalentemente lettere e appunti che Marx scrisse negli ultimi anni della sua vita. Una rilettura del pensiero di Marx svolta a partire dalla consapevolezza che il capitalismo ci offre un modo di vivere insostenibile dato che le risorse del Pianeta, che i capitalisti sfruttano senza limiti per aumentare i loro profitti, sono finite e il loro consumo senza limiti, ci sta conducendo alla catastrofe climatica e ad una estinzione di massa.Kohei scrive: “ Il punto sottolineato da Marx (però) è chiaro: il comunismo ha lo scopo di abbattere un capitalismo che devasta il pianeta alla ricerca di un incremento illimitato del valore”. E poi continua: “(Marx) Fa inoltre della Terra un bene comune da gestire in collettività.”Saito irrompe quindi nel dibattito in corso su come contrastare la crisi climatica, che appare irreversibile, con proposte anche operative, coraggiose, radicali e ponderate.Nelle circa 300 pagine, sostiene e ne illustra a fondo le motivazioni, che il tecno-utopismo. (La tecnologia che risolve quasi come magia tutti i problemi), il Green New Deal di stampo Kenesiano o l’ecologismo di facciata delle aziende, non sono la soluzione, così come i singoli gesti quotidiani  dei singoli non sono sufficienti.Sostiene Saito che se non accettiamo fino in fondo che le risorse del pianeta sono limitate e finite, e non affrontiamo il problema delle diseguaglianze, siamo destinati alla completa rovina.Dobbiamo tornare all’essenziale, alle cose concrete, alla comunità. Dobbiamo riscoprire quella che Marx definiva la relazione metabolica tra uomo e natura.Un libro che potrebbe apparire provocatorio ma solo perché siamo tutti condizionati da una visione univoca del nostro benessere legato allo sviluppo continuo dei consumi e della produzione, senza se e senza ma, all’interno delle logiche capitalistiche dello sfruttamento, tendente all’infinito, delle risorse sia umane sia ambientali.Del libro, Slavoj Ziek ha scritto: “Questo libro non è rivolto solo agli ecologisti o a chi si interessa dei problemi del capitalismo globale, è indispensabile. Per chiunque voglia sopravvivere, cioè tutti noi”.E il The New York Times: “ Un modello fattibile per riorientare la società intorno al benessere collettivo anziché alla continua ricerca della ricchezza”.Infine Der Spiegel. “E’ arrivato il momento di prendere nuovamente sul serio le idee di Marx”.Il Capitale nell’Antropocene di Saito Kohei, edito da Einaudi, è un  libro tutt’altro che banale, che offre una prospettiva di riflessione ma anche di azione rispetto alla crisi ambientale e sociale che stiamo vivendo e che tutti i dati ci dicono potrà solo peggiorare nei prossimi anni in modi difficilmente prevedibili ma sicuramente drammatici per tutti noi.

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    Libri da far circolare - "La Creazione" di Edward O. Wilson

    Il ruolo delle formiche nella biosfera è così importante che l’umanità forse non sopravviverebbe senza di esse. E di certo, l’umanità non potrebbe sopravvivere senza batteri e archei, l’invisibile e onnipresente materia oscura dell’universo vivente. Lo afferma Edward O. Wilson che per decenni ha insegnato ad Harvard ed è considerato il più grande entomologo vivente, nel suo libro: La Creazione, edito Adelphi. Un libro scritto come una lettera inviata ad un immaginario uomo di Chiesa, nella speranza che religione e scienza, scrive Wilson, possano incontrarsi per salvare il futuro della vita sulla Terra. Wilson scrive: “ Io sono un umanista laico. Penso che l’esistenza sia ciò che ne facciamo in quanto individui, che non ci sia alcuna garanzia di vita oltre la morte, che paradiso e inferno li creiamo noi stessi, su questo pianeta. Non c’è altro posto per noi al di fuori della Terra.” E continua: “ Per lei, la gloria di un’invisibile divinità; per me la gloria di un Universo alla fine svelato. Per lei il credo di un Dio fatto uomo per salvare l’Umanità, per me il credo nel fuoco di Prometeo carpito per rendere gli uomini liberi. Lei ha trovato la sua verità finale. Io la sto ancora cercando. Le nostre differenze nella visione del mondo ci dividono irrimediabilmente? No. Propongo di mettere da parte ciò che ci separa per salvare insieme la Creazione. La difesa del vivente ha un valore universale. Non sorge da dogmi religiosi o ideologici, ne li promuove ma serve gli interessi dell’intera umanità, senza discriminazioni. Reverendo abbiamo bisogno del suo aiuto – continua Wilson -. La creazione, il mondo vivente è in grave pericolo. Gli scienziati ritengono che, se le attività distruttive dell’uomo continueranno al ritmo attuale, metà delle specie animali e vegetali sulla Terra scomparirà o sarà destinata all’estinzione entro la fine del secolo. Sicuramente io e lei siamo d’accordo che ogni specie per quanto piccola e umile possa apparire ai nostri occhi, è un capolavoro della vita, degna di essere preservata. A questo punto lei può chiedere a me: perché mai vi rivolgete a me? Perché la religione e la scienza sono le due forze più potenti nel mondo di oggi.” Edward Wilson è uno scienziato al servizio della Terra e delle specie viventi, inclusa la nostra. Un libro che educa, informa e affascina circa la Biologia e la biodiversità, sull’amore per la conoscenza e sul come trasmetterla: La Creazione di Edward O. Wilson edito da Adelphi.

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    Agricoltura Simbiotica: un futuro sostenibile per il suolo e la salute

    Durante l’evento Terra Madre, organizzato da Slow Food a Torino, abbiamo incontrato Sergio Capaldo, presidente de La Granda e del Consorzio Agricoltura Simbiotica. In questa intervista, Capaldo ci illustra il concetto rivoluzionario dell’agricoltura simbiotica, un approccio che mira a rigenerare il suolo e a produrre alimenti più sani e nutrienti.Cos’è l’Agricoltura Simbiotica?L’agricoltura simbiotica si basa su un principio fondamentale: favorire la simbiosi tra le radici delle piante e i microrganismi presenti nel suolo, in particolare i funghi micorrizici. Questi funghi si connettono alle radici delle piante, facilitando l’assorbimento di nutrienti che la pianta da sola non riuscirebbe a ottenere. In cambio, la pianta fornisce al fungo zuccheri prodotti attraverso la fotosintesi.Capaldo spiega come questa interazione sia essenziale per la salute delle piante e, di conseguenza, per la qualità degli alimenti che consumiamo. “La biodiversità del suolo è fondamentale. Solo restituendo vita ai microrganismi naturali possiamo ottenere prodotti più nutrienti e saporiti”, afferma Capaldo. Questo approccio non richiede l’uso di prodotti chimici sintetici, ma si basa su biostimolanti naturali che migliorano la qualità dei foraggi e delle colture.Il Legame tra Suolo e Salute UmanaL’agricoltura simbiotica non riguarda solo il miglioramento del suolo, ma ha anche effetti diretti sulla salute umana. Capaldo sottolinea come l’intestino umano, definito “il secondo cervello”, giochi un ruolo fondamentale nel benessere complessivo del corpo. “Se il nostro microbiota intestinale non riconosce ciò che mangiamo, il nostro organismo ne soffre”, spiega. La connessione tra alimentazione e salute mentale è sempre più evidente, con studi che dimostrano come la qualità del cibo possa influire su condizioni come la depressione, legata alla mancanza di serotonina.Capaldo insiste sulla necessità di rivedere le tecniche agronomiche moderne, spesso dannose per il suolo e per l’equilibrio ecologico. “Dobbiamo ridurre al minimo la lavorazione del suolo e utilizzare biostimolanti naturali, perché tutto ciò ha un impatto diretto sulla qualità degli alimenti che produciamo e consumiamo”.Sostenibilità Ambientale ed EconomicaUn aspetto cruciale dell’agricoltura simbiotica è la sua sostenibilità economica. Capaldo evidenzia come questo modello agricolo non solo migliori la qualità del suolo e dei prodotti, ma possa anche essere economicamente vantaggioso. “Non possiamo pensare che il futuro dell’agricoltura risieda solo in piccole nicchie”, sostiene. L’Italia, con la sua ricca biodiversità, ha l’opportunità di distinguersi a livello globale, promuovendo prodotti agricoli unici e certificati.Capaldo ha collaborato con istituzioni scientifiche come il CNR di Pisa e l’Orto Botanico di Torino per dimostrare come l’uso di biostimolanti naturali possa aumentare i valori nutrizionali delle colture. Dalle zucchine ai pomodori, fino alla carne di vitello, i risultati sono stati sorprendenti: una maggiore resa, una migliore qualità proteica e un sapore superiore.Il Ruolo dell’Allevamento e il Benessere AnimaleIl progetto di Capaldo include anche un’attenzione particolare all’allevamento. La Granda, con le sue razze autoctone come la Piemontese, segue un modello che promuove la qualità dei foraggi e il benessere degli animali. “Abbiamo eliminato l’uso di OGM, bicarbonati e integratori artificiali, concentrandoci su cereali e foraggi di alta qualità”, spiega. Questo approccio ha portato a un miglioramento della salute e della longevità degli animali, tanto che La Granda è antibiotico-free da oltre 16 anni.Un Nuovo Modello di Agricoltura per il FuturoL’intervista si conclude con un messaggio chiaro: il futuro dell’agricoltura passa attraverso la riscoperta di tecniche antiche e l’uso intelligente delle risorse naturali. “Non dobbiamo stupire con l’innovazione a tutti i costi, ma piuttosto tornare alla semplicità e alla qualità”, conclude Capaldo. La simbiosi tra suolo, piante e animali non solo migliora la qualità degli alimenti, ma contribuisce anche a una maggiore sostenibilità ambientale ed economica.L’agricoltura simbiotica rappresenta una visione olistica e sostenibile per il futuro del nostro pianeta. Mettendo al centro la salute del suolo e promuovendo un legame più profondo tra agricoltura e salute umana, questo approccio offre una soluzione concreta alle sfide ambientali ed economiche del nostro [email protected]

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    Teo Musso: il padre della Birra Artigianale Italiana

    Nel cuore di Terra Madre – Salone del Gusto, Teo Musso, fondatore del birrificio Baladin, riflette sulla sua straordinaria carriera, iniziata nel 1996, che lo ha reso uno dei pionieri della birra artigianale in Italia. Riconosciuto come il “padre” di questo movimento, Musso racconta con orgoglio l’evoluzione della sua visione, che ha portato la birra nel mondo della ristorazione, introducendo una nuova dimensione sensoriale e culturale.Le Origini di una RivoluzioneMusso ricorda i primi passi nel 1986, quando, sfidando la tradizione vinicola delle Langhe, aprì un locale dedicato alla birra e alla musica, che ottenne un grande successo. Dieci anni dopo, diede vita a quella che sarebbe diventata una vera rivoluzione nella birra artigianale italiana. Il suo intento non era solo produrre birra, ma creare un modello d’impresa nuovo e sostenibile, capace di trasformare il territorio e di coinvolgere attivamente la comunità.Nonostante le apparenti differenze, Musso sottolinea come il vino abbia avuto un ruolo fondamentale nella nascita della birra artigianale in Italia. La rivoluzione del vino negli anni ’80, con l’attenzione verso la qualità e l’esperienza sensoriale, ha aperto la strada anche alla birra artigianale, che è stata inizialmente commercializzata proprio nelle enoteche. “Senza il vino, non avremmo mai fatto quello che abbiamo fatto,” dichiara Musso.Innovazione Continua: Bicchieri, Lattine e Birre 100% ItalianeTra le numerose innovazioni introdotte da Baladin, spiccano il bicchiere da degustazione universale e la prima lattina di birra artigianale italiana. Ma una delle creazioni più significative è stata Nazionale, la prima birra 100% italiana, prodotta con soli ingredienti locali. Questo progetto ha segnato un importante traguardo nel legame tra birra e territorio, puntando sulla filiera corta e sull’autosufficienza produttiva.Oggi, Baladin coltiva oltre 350 ettari di terreno per produrre il 95% delle materie prime necessarie, rendendola una delle poche aziende in Europa a operare in questo modo.La Birra Open Source: Collaborazione e CondivisioneUn altro momento di svolta nella carriera di Teo Musso è stata la creazione di Open Baladin, una birra open source. L’idea era quella di promuovere la collaborazione tra birrai, offrendo la ricetta a disposizione di tutti. Questo progetto ha avuto una vasta risonanza mediatica, tanto che la rivista Wired ha dedicato ampio spazio all’iniziativa.Uno degli obiettivi principali di Musso è la sostenibilità. Con il nuovo “birrificio del futuro”, costruito senza utilizzo di nuovo cemento e alimentato da fonti rinnovabili, Baladin punta a diventare un modello di ecosostenibilità. Questo birrificio utilizza energia fotovoltaica e sfrutta il calore in eccesso per riscaldare le strutture adiacenti. Inoltre, grazie all’ampliamento dell’impianto di biodepurazione, Baladin prevede di restituire oltre 40 milioni di litri d’acqua alle falde superficiali, contribuendo all’irrigazione agricola.Progetti Futuri e Responsabilità SocialeNon solo birra. Musso ha avviato numerosi progetti a sfondo sociale, tra cui laboratori di panificazione nelle carceri e una scuola di musica per persone con disabilità. Per lui, fare birra non è solo un business, ma un modo per fare del bene. “Quando produciamo qualcosa che entra nel corpo delle persone, dobbiamo farlo con grande responsabilità, per farli stare bene,” afferma Musso, sottolineando la profonda connessione tra produzione, territorio e benessere sociale.Teo Musso continua a innovare e a ispirare, spinto da una passione autentica e dalla volontà di creare un modello imprenditoriale che sia sostenibile e che promuova la condivisione. Baladin non è solo un birrificio, ma un simbolo di come la birra possa essere un veicolo di cambiamento culturale, gastronomico e sociale. Con progetti ambiziosi come il recupero dell’acqua pre-industriale e la produzione sostenibile, il futuro della birra artigianale italiana sembra essere in ottime [email protected]

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    Il primo Master in Circular Economy for Food

    L’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, in collaborazione con Slow Food, ha recentemente inaugurato l’Executive Master in Circular Economy for Food, il primo corso in Italia interamente dedicato all’applicazione dell’economia circolare nel settore alimentare. Questo programma formativo, guidato dal professor Franco Fassio, associate professor of Systemic Food Design, mira a formare i futuri manager della sostenibilità, con un focus sull’innovazione e la rigenerazione del capitale naturale.La centralità dell’economia circolare nel settore alimentareL’Executive Master si colloca in un contesto accademico pionieristico, dato che l’Università di Pollenzo è la prima istituzione italiana dedicata esclusivamente allo studio delle scienze gastronomiche. Fondata nel 2004 su impulso di Carlo Petrini, leader di Slow Food, Pollenzo ha sempre posto al centro il cibo come fulcro delle proprie attività accademiche, costruendo un approccio sistemico alle questioni legate all’alimentazione e alla sostenibilità.Nel corso degli anni, l’università ha intercettato nuove tendenze e sviluppato competenze avanzate nella gestione sostenibile della filiera alimentare. Questo percorso ha portato alla creazione del Master in Circular Economy for Food, frutto di un lungo processo di ricerca e progettualità nell’ambito dell’economia circolare applicata al cibo.Un approccio innovativo: economia, società e biosferaSecondo il professor Fassio, l’economia circolare rappresenta un paradigma economico fondamentale per il futuro del settore alimentare. Il cibo è intrinsecamente legato a sistemi complessi, e per questo l’approccio sistemico diventa cruciale per comprendere e affrontare le sfide della sostenibilità. “Non esiste innovazione se non è accompagnata da uno sviluppo sostenibile”, afferma Fassio. Il master, infatti, si sviluppa intorno a un modello che abbraccia l’idea di rigenerazione del capitale naturale, coniugando economia, società e biosfera.Il programma si articola in tre moduli principali: uno dedicato alla gestione delle risorse naturali (aria, suolo, acqua), uno alla società e alle dinamiche intergenerazionali, e infine uno alla governance economica, con focus su modelli di business circolari, rendicontazione e finanza sostenibile.Un percorso formativo unico in ItaliaIl Master, destinato a professionisti già attivi nel settore, si svolge con 75 ore di lezioni in presenza presso il campus di Pollenzo e altrettante online. Tra i partner del programma figurano importanti enti e realtà del settore, come la stazione zoologica Anton Dohrn, il Kyoto Club, e Slow Food Italia e International.Una caratteristica distintiva del Master è la possibilità di ottenere tre certificazioni professionali: oltre al titolo di Circular Economy for Food Manager, rilasciato dall’Università di Pollenzo, gli studenti possono sostenere gli esami per le qualifiche di Sustainability Manager e Innovation Manager, figure sempre più richieste nelle grandi imprese del settore alimentare.Gli sbocchi professionali del Circular Economy ManagerIl professor Fassio sottolinea come la formazione offerta dal Master apra le porte a numerose opportunità professionali. “Il mercato sta cercando figure come il Circular Economy Manager, il Sustainability Manager e l’Innovation Manager”, spiega. “Le aziende alimentari italiane, dai colossi industriali alle realtà più piccole, stanno riconoscendo l’importanza di implementare modelli di business sostenibili e circolari.”Oltre alle competenze tecniche, il Master fornisce strumenti per sviluppare una visione imprenditoriale e innovativa, con un’attenzione particolare alla rendicontazione ambientale e alla bioeconomia circolare. Fassio incoraggia gli studenti a diventare imprenditori di sé stessi, sfruttando il know-how acquisito per avviare nuove iniziative nel settore alimentare, con una prospettiva di almeno 10-12 anni.L’importanza del pensiero sistemico per il futuro del ciboIl cuore del Master in Circular Economy for Food risiede nell’approccio sistemico. Fassio sottolinea come l’economia circolare non debba limitarsi alla gestione dei rifiuti, ma debba considerare l’intero ciclo produttivo e le relazioni con l’ecosistema naturale. “Il cibo è già di per sé un sistema complesso, interconnesso con la natura,” afferma, “ed è per questo che l’approccio sistemico è l’unico modo per affrontare queste sfide.”In conclusione, il Master dell’Università di Pollenzo rappresenta un’opportunità unica per chi desidera acquisire competenze avanzate in un settore in rapida evoluzione, con un occhio di riguardo per la sostenibilità e l’innovazione. Un percorso formativo che non solo prepara i professionisti del futuro, ma contribuisce attivamente a ridisegnare il futuro del settore [email protected]

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    Erbalatte: Innovazione e Sostenibilità nell’Agricoltura Simbiotica

    In un mondo in cui l’attenzione alla sostenibilità e alla qualità dei prodotti alimentari è sempre più centrale, l’agricoltura simbiotica rappresenta un modello innovativo e virtuoso. Alessandro Bergese, titolare di Erbalatte, azienda specializzata nella produzione di latte da agricoltura simbiotica, ci racconta la rivoluzione che ha investito il suo business negli ultimi dieci anni. Durante l’intervista a Terra Madre, Bergese ha spiegato come questa pratica agricola abbia migliorato sia la qualità dei prodotti sia l’efficienza aziendale.Un Cambio di Rotta Verso la QualitàErbalatte, come molte aziende del settore lattiero-caseario, era originariamente un’azienda convenzionale con circa cento vacche in lattazione, alimentate con insilati di mais, mangimi e soia. Tuttavia, la transizione all’agricoltura simbiotica ha segnato un cambiamento radicale, eliminando insilati e riducendo l’uso di mangimi e soia, in favore di una dieta più naturale per gli animali, basata su fieno e pascolo.Questa scelta ha avuto un impatto diretto sulla qualità del latte prodotto, che varia secondo le stagioni in termini di gusto, contenuto proteico e grassi. La variabilità stagionale del latte riflette un legame più stretto con la natura e il ciclo delle colture, offrendo ai consumatori un prodotto più ricco di nutrienti e dal gusto autentico.Un Latte Diverso, Più Sano e DigeribileBergese sottolinea che il latte da agricoltura simbiotica si distingue per l’elevato contenuto di vitamine e proteine, grazie alla presenza di diverse essenze vegetali nei prati, come leguminose e graminacee. Questa varietà di foraggi, oltre a garantire un’alimentazione bilanciata agli animali, migliora anche la digeribilità del latte. “Molti consumatori che avevano smesso di bere latte, hanno ripreso a farlo grazie al nostro prodotto,” afferma.Erbalatte ha ampliato la propria attività, passando dalla semplice vendita di latte ai caseifici all’imbottigliamento sotto il proprio marchio, distribuendolo a bar, ristoranti, pasticcerie e gelaterie. Il feedback positivo dei consumatori testimonia il successo di questo approccio innovativo.Agricoltura Simbiotica: Benefici per il Terreno e la ProduzioneOltre ai benefici per i consumatori, l’agricoltura simbiotica ha un impatto positivo anche sul suolo e sulla produzione agricola. Bergese spiega come il terreno, grazie a questa pratica, sia più resiliente alle condizioni di siccità, permettendo di ottenere fino a sei tagli di fieno per stagione, rispetto alla media di quattro. Inoltre, l’azienda ha implementato tecniche di pascolo rigenerativo, che consentono agli animali di contribuire alla semina naturale attraverso il calpestio, migliorando così la qualità del terreno per le annate successive.Un Approccio Sostenibile ed EconomicoL’agricoltura simbiotica non è solo un’operazione ecologica, ma anche economicamente vantaggiosa. L’utilizzo di mais autoprodotto, ad esempio, ha mostrato un notevole incremento nel contenuto proteico del latte. Questo è il risultato di una gestione sostenibile che consente di ridurre i costi senza sacrificare la qualità del prodotto.Erbalatte dimostra come l’agricoltura simbiotica possa rappresentare un modello di successo per le aziende agricole, non solo per la sua sostenibilità ambientale, ma anche per il suo ritorno economico. Ogni processo è certificato da enti esterni, garantendo la massima trasparenza e credibilità del prodotto.L’esperienza di Erbalatte è un esempio concreto di come l’innovazione in agricoltura possa coniugare sostenibilità e redditività. L’agricoltura simbiotica, infatti, offre un approccio innovativo che migliora la qualità del suolo, dei prodotti e, in ultima analisi, il benessere dei consumatori. Un modello che rappresenta un futuro possibile per molte aziende agricole alla ricerca di nuove soluzioni in un contesto di cambiamento climatico e crescente richiesta di sostenibilità[email protected]

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    Gusci di mandorla siciliani: da rifiuto speciale a risorsa

    All’interno del contesto del Salone del Gusto di Slow Food – Terra Madre, abbiamo parlato con il Professor Sottile del progetto innovativo che, in Sicilia, si occupa del recupero dei rifiuti derivanti dalla lavorazione delle mandorle. Il Professore è membro del Board Internazionale di Slow Food e docente all’Università di Palermo.Il progetto, partito tre anni fa, è stato avviato per rispondere a una necessità concreta di alcune imprese siciliane dedite alla produzione di mandorle. La sfida principale consisteva nel trovare una destinazione alternativa ai gusci e ai tegumenti delle mandorle, che costituiscono la maggior parte del rifiuto generato da questa produzione. Basti pensare che da un chilo di mandorle in guscio si ricavano soltanto 300 grammi di mandorle commestibili. I restanti 700 grammi sono rappresentati da gusci che, nella maggior parte dei casi, vengono considerati rifiuti speciali da smaltire.Soluzioni innovative per l’impiego sostenibile dei residui di mandorlaGrazie alla collaborazione con l’Università di Palermo e il contributo di esperti in agronomia, microbiologia, chimica degli alimenti e design industriale, sono state sviluppate soluzioni innovative per il riutilizzo dei gusci di mandorla. Tra i risultati più significativi c’è la produzione di pannelli edilizi certificati come prodotti ad elevata sostenibilità, e la creazione di pellet ad alto potere calorifico, per cui si punta a ottenere una certificazione biologica. Un altro prodotto interessante sviluppato all’interno del progetto è stato l’impiego dei tegumenti della mandorla per arricchire prodotti da forno, come il pane, grazie al loro alto potere antiossidante, contribuendo così a ridurre l’indice glicemico degli alimenti.L’Impatto dell’Economia Circolare nel Settore AgricoloIl Professor Sottile ha evidenziato come l’economia circolare stia attirando sempre più attenzione da parte delle imprese agricole e delle istituzioni. Questa sensibilità, sebbene in crescita, si manifesta in maniera disomogenea, variando da settore a settore. Alcuni ambiti, come la produzione di olio extravergine d’oliva e la lavorazione del riso, hanno già implementato soluzioni innovative per la valorizzazione degli scarti. Tuttavia, l’obiettivo è quello di estendere queste pratiche virtuose anche ad altre filiere agricole.Slow Food e il Sostegno all’Economia CircolareDal punto di vista di Slow Food, il tema dell’economia circolare è strettamente connesso ai principi di sostenibilità e biodiversità. Secondo Sottile, è essenziale non solo valorizzare i residui della produzione agricola, ma soprattutto ridurre la quantità di scarti prodotti. Slow Food, come movimento internazionale, sostiene attivamente tutte le iniziative volte a riutilizzare gli scarti agricoli, creando nuovo valore economico e sociale per gli agricoltori.Il Professor Sottile ha introdotto anche un concetto nuovo: quello di economia sferica. Questo paradigma, che va oltre il modello circolare tradizionale, mira a includere anche aspetti sociali all’interno del ciclo economico. L’idea è dare una “seconda vita” ai prodotti, integrando nel processo il contributo delle comunità agricole, per creare un sistema più equo e [email protected]

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    La Coffee Coalition è il futuro del caffè?

    A Terra Madre 2024, uno degli eventi più attesi di Slow Food, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Emanuele Dughera, responsabile della Coffee Coalition, un progetto che promuove un approccio sostenibile e consapevole alla produzione e al consumo del caffè.La Coffee Coalition riunisce una vasta rete internazionale di agricoltori, tostatori, commercianti e consumatori di caffè, che lavorano insieme per promuovere pratiche agricole rispettose dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. “Qui a Terra Madre abbiamo oltre 25 agricoltori da tutto il mondo che hanno portato la loro esperienza e il loro caffè”, racconta Dughera. La coalizione si estende a più di 40 comunità globali, includendo paesi come Messico, Colombia, Uganda, Cuba e Perù.L’importanza dell’agroforestazioneUno dei pilastri fondamentali della Coffee Coalition è la promozione dell’agricoltura agroforestale, un sistema che integra la coltivazione del caffè all’interno di un ecosistema più ampio. Questa tecnica non solo protegge la biodiversità, ma rispetta anche i principi dell’agroecologia, in linea con i valori di Slow Food. “Il caffè deve essere agroforestale, tracciabile e collaborativo”, spiega Dughera. Questo approccio permette di valorizzare la qualità del prodotto e garantire un impatto positivo sull’ambiente e sulle comunità locali.Il caffè non è solo una bevanda energetica, ma un vero e proprio prodotto agricolo che passa attraverso molte mani prima di arrivare nelle nostre tazze. Dughera sottolinea che questo cambio di prospettiva è fondamentale per comprendere il valore reale del caffè e di chi lo produce. “Il caffè non è una commodity, è una pianta, e dietro ogni chicco c’è un lungo percorso di lavoro e dedizione”.Certificazione partecipativa: fiducia e trasparenzaUna delle innovazioni della Coffee Coalition è il sistema di certificazione partecipativa (PGS – Participatory Guarantee System), un modello basato sulla fiducia reciproca all’interno delle comunità agricole. A differenza delle certificazioni tradizionali, questo sistema non richiede la presenza di un ente esterno, ma coinvolge direttamente agricoltori e produttori nel definire gli standard di produzione sostenibile. “Non siamo un ente certificatore, ma spieghiamo e supportiamo chi vuole adottare questo modello”, afferma Dughera.Un prezzo equo per i produttoriUno dei problemi più grandi nell’industria del caffè è la fluttuazione dei prezzi sul mercato internazionale. La Coffee Coalition si propone di garantire un prezzo stabile e superiore alla media di mercato, che possa sostenere i produttori e le loro comunità. “Lavoriamo per trovare un equilibrio tra i farmer e i tostatori, definendo un prezzo che è giusto per entrambe le parti”, spiega Dughera. Questo approccio non solo premia la qualità, ma sostiene anche i lavoratori coinvolti nella raccolta del caffè, spesso sottopagati o in condizioni di lavoro precarie.Verso un consumo consapevoleUno degli obiettivi principali della Coffee Coalition è educare i consumatori a fare scelte più consapevoli. Spesso, soprattutto in Italia, il caffè viene consumato rapidamente, senza considerare la sua origine o il processo produttivo. Dughera invita i consumatori a riflettere su ogni tazza di caffè, a scegliere con cura, e a riconoscere il lavoro e la cultura che stanno dietro a questa bevanda tanto amata. “Vogliamo dare ai cittadini gli strumenti per fare scelte più consapevoli quando si tratta di caffè”, conclude.Grazie a progetti come la Coffee Coalition, il mondo del caffè sta cambiando, diventando più equo, sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Terra Madre 2024 si conferma, ancora una volta, un punto di incontro cruciale per tutti coloro che credono in un futuro più giusto per produttori e consumatori di tutto il [email protected]

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    Come produrre uova circolari a partire dagli insetti

    Al Terra Madre di quest’anno abbiamo incontrato Beppe Tresso, CEO di Bef Biosystem, per discutere di un progetto rivoluzionario che combina sostenibilità, economia circolare e produzione alimentare. La proposta si basa sull’alimentazione delle galline ovaiole con larve di mosca soldato, alimentate a loro volta con scarti alimentari. Questo approccio potrebbe ridurre notevolmente lo spreco di risorse, ridurre le importazioni di mangimi e valorizzare la produzione locale.Il progetto nasce dalla sinergia tra l’Università di Pollenzo e l’azienda avicola piemontese Fantolino. L’obiettivo principale è introdurre il primo uovo “circolare” sul mercato, sfruttando le larve di mosca soldato come mangime alternativo. Queste larve sono alimentate con sottoprodotti alimentari, recuperando scarti che altrimenti verrebbero destinati alle discariche o trasformati in biogas o compost.Uova circolari e riduzione dello spreco alimentareL’utilizzo delle larve come mangime per le galline ha diversi vantaggi. Ogni uovo da 55 grammi prodotto grazie a questo sistema evita la produzione di altrettanti grammi di rifiuti alimentari. Inoltre, questo processo permette di ridurre le importazioni di soia, una delle principali fonti di proteine nei mangimi. In Europa, infatti, l’80% delle proteine utilizzate per i mangimi proviene dall’importazione, principalmente da paesi come il Sud America.Numeri impressionanti: il consumo di uova e mangimi in ItaliaIn Italia si producono circa 41 milioni di uova al giorno, equivalenti a circa 215 uova pro capite all’anno. Inoltre, ogni anno vengono trasformati in carne circa 500 milioni di polli, il che comporta la necessità di enormi quantità di mangimi. La dipendenza da mangimi importati, principalmente a base di soia e cereali, solleva questioni di sostenibilità economica e ambientale.Il ruolo degli insetti nell’economia circolareUno degli aspetti più innovativi del progetto di Bef Biosystem è l’utilizzo della mosca soldato, una specie particolarmente adatta all’allevamento. Queste mosche, che non sono dannose per l’uomo e si alimentano esclusivamente di materiali in decomposizione, offrono una soluzione sostenibile e alternativa ai mangimi tradizionali. Le larve, una volta cresciute, vengono trasformate in mangimi ricchi di proteine.I vantaggi dell’allevamento di larve: dal benessere animale alla sostenibilitàL’alimentazione delle galline con larve vive offre anche benefici in termini di benessere animale. Come ha spiegato Tresso, le galline che consumano larve mostrano una minore conflittualità e una riduzione delle infiammazioni intestinali, grazie alla chitina presente nelle larve stesse. Questo comporta una minore necessità di farmaci e una maggiore produzione di uova di qualità superiore.Convenienza e mercato dell’uovo circolareDal punto di vista economico, l’uovo circolare rappresenta un prodotto con un valore aggiunto che può essere apprezzato dai consumatori attenti alla sostenibilità. Il costo di produzione di un uovo circolare è solo leggermente superiore rispetto a un uovo convenzionale, ma il mercato è disposto a pagare di più per un prodotto che coniuga qualità e sostenibilità. Come ha spiegato Tresso, il prezzo di un uovo circolare si posiziona tra quello delle uova biologiche e delle uova allevate a terra, offrendo una soluzione intermedia a livello di prezzo, ma con un forte valore aggiunto in termini di sostenibilità.Il progetto di Bef Biosystem rappresenta un’importante evoluzione nell’ambito della produzione alimentare sostenibile. L’allevamento di insetti per la produzione di mangimi ha il potenziale di ridurre gli sprechi, diminuire le importazioni di soia e migliorare il benessere degli animali. In un mercato sempre più attento alla sostenibilità, l’uovo circolare potrebbe rappresentare una valida alternativa per i consumatori e un passo avanti nell’economia [email protected]

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    L’economia circolare nel settore agroalimentare

    Durante l’evento dedicato al biologico, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Andrea Segrè, professore ordinario di economia circolare presso l’Università di Bologna, noto esperto nel settore e fondatore della campagna Spreco Zero. Il suo intervento ha evidenziato l’importanza dell’economia circolare, specialmente nel contesto dell’agroalimentare, dove la gestione sostenibile delle risorse naturali è cruciale per il futuro del pianeta e della nostra alimentazione.Economia circolare e agricoltura biologicaSegrè sottolinea che l’agricoltura biologica rappresenta un perfetto esempio di economia circolare. Questo approccio si basa su un utilizzo sostenibile delle risorse naturali, come il suolo, l’acqua e l’energia, minimizzando l’impiego di input chimici e producendo alimenti più sani e sostenibili. “L’agricoltura biologica”, afferma Segrè, “è parte integrante della bioeconomia perché integra il rispetto delle risorse naturali con la produzione alimentare”. Inoltre, il professore enfatizza l’importanza di garantire una sostenibilità economica delle aziende biologiche, che spesso affrontano sfide economiche non trascurabili a causa della domanda di cibo a basso costo da parte dei consumatori.Il valore del cibo e il costo nascostoUn tema ricorrente nell’intervento del professore è il valore del cibo. Segrè invita a riflettere sul fatto che, quando un alimento viene venduto a un prezzo troppo basso, qualcuno ne sta pagando le conseguenze, sia esso il produttore agricolo, l’ambiente o persino la nostra salute. “Spesso non ci rendiamo conto che dietro al basso costo del cibo ci sono problematiche sociali come il caporalato e impatti ambientali significativi”, afferma. Questo rende necessario un cambiamento di mentalità che parta dall’educazione alimentare e dalla consapevolezza dei consumatori.L’importanza dell’educazione alimentareUn altro punto fondamentale che emerge dall’intervista è la mancanza di educazione alimentare nelle scuole italiane. “Dovremmo insegnare fin da piccoli cosa significa cibo, come viene prodotto, qual è il suo valore nutrizionale e ambientale”, sostiene Segrè, sottolineando come oggi l’educazione alimentare sia quasi completamente assente nei programmi scolastici. Un cambiamento in questo senso potrebbe aiutare le nuove generazioni a fare scelte alimentari più consapevoli e a ridurre lo spreco.Spreco alimentare: un problema economico e ambientaleSegrè è noto anche per il suo lavoro nella lotta allo spreco alimentare. Secondo le ricerche condotte dalla sua campagna Spreco Zero, ogni anno in Italia finiscono nella spazzatura oltre 7,5 miliardi di euro di cibo. La maggior parte di questo spreco avviene a livello domestico: ogni italiano butta via circa 600 grammi di cibo a settimana. “Lo spreco alimentare non è solo una questione economica, ma anche ambientale”, spiega Segrè. “Ogni volta che gettiamo del cibo, stiamo buttando via risorse come acqua, energia e suolo che sono state utilizzate per produrlo.”Il ruolo della grande distribuzione e del consumatoreL’intervista si conclude con una riflessione su come la grande distribuzione e le abitudini dei consumatori influenzino lo spreco. “Le offerte speciali come il 3×2“, spiega Segrè, “spingono i consumatori ad acquistare più di quanto realmente necessario, contribuendo così allo spreco“. Anche la crescente abitudine a mangiare cibi preconfezionati e a preparare pasti veloci ha un impatto significativo. La soluzione? Secondo Segrè, una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, insieme a politiche che incentivino l’acquisto responsabile e la riduzione degli [email protected]

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    Agricoltura biologica, circolarità e sfide del cambiamento climatico

    Alla Festa del Bio di Bologna abbiamo incontrato Andrea Ferrarini, rappresentante dell’azienda agricola Bio Ferrarini, realtà specializzata in agricoltura biologica da oltre 25 anni. Situata nella Bassa Modenese, nei pressi di Mirandola, Bio Ferrarini si distingue per l’adozione di pratiche sostenibili, dalla rotazione delle colture fino all’allevamento di Angus, integrando un modello di economia circolare che contribuisce non solo alla qualità del suolo, ma anche alla lotta contro il cambiamento climatico.Un Modello di Agricoltura CircolareBio Ferrarini segue un approccio olistico alla gestione agricola. Come spiega Ferrarini, l’azienda coltiva una vasta gamma di ortaggi — dai fagiolini alle cipolle, dai meloni ai cereali come grano e soia. Oltre alla coltivazione, ha recentemente avviato un progetto di allevamento biologico di Angus, che non solo valorizza i prodotti locali, ma chiude il ciclo di produzione grazie all’uso del letame come fertilizzante naturale. “Vogliamo chiudere la circolarità aziendale all’interno della nostra impresa,” sottolinea Ferrarini, evidenziando l’importanza dell’autosufficienza in un contesto agricolo biologico.Bio Ferrarini e il Mercato EsteroNonostante l’Italia sia il primo Paese europeo per superficie agricola dedicata al biologico, il consumo interno resta limitato rispetto ai mercati del Nord Europa, come Svizzera, Germania e Danimarca, dove Bio Ferrarini esporta buona parte della sua produzione. “I consumatori esteri sono più preparati e sensibili a questi temi,” afferma Ferrarini, sottolineando la necessità di educare il pubblico italiano per far comprendere il valore aggiunto di prodotti biologici, sia in termini di qualità che di impatto ambientale.L’Impatto Sociale e la Sfida del Cambiamento ClimaticoUn tema centrale nell’intervista è l’impatto sociale dell’agricoltura biologica. Ferrarini ricorda che, rispetto all’agricoltura industriale, il biologico richiede più manodopera, poiché molte operazioni, come l’estirpamento delle erbe infestanti, devono essere eseguite manualmente. Questa maggiore intensità di lavoro genera anche un valore sociale, creando posti di lavoro e preservando tecniche tradizionali. “Il consumatore deve comprendere che il prodotto biologico ha un costo maggiore proprio per queste ragioni,” precisa Ferrarini.La sostenibilità è un altro pilastro della filosofia di Bio Ferrarini, soprattutto in un’epoca segnata dal cambiamento climatico. L’erosione del suolo e i cambiamenti meteorologici imprevedibili sono diventati sfide quotidiane per gli agricoltori, e l’adozione di pratiche rigenerative è fondamentale per contrastarne gli effetti. “L’agricoltura ha un ruolo chiave nel mantenimento della salute del pianeta,” afferma Ferrarini, evidenziando come il loro approccio contribuisca a mitigare gli impatti ambientali negativi.Il Futuro del Biologico in ItaliaNonostante le difficoltà, Ferrarini si dice ottimista riguardo al futuro dell’agricoltura biologica in Italia. Tuttavia, sottolinea che è necessario un impegno maggiore da parte delle istituzioni e una maggiore trasparenza nella comunicazione verso i consumatori. “Se viene dato il giusto valore aggiunto al sudore degli agricoltori, possiamo avere un futuro sostenibile senza pesare troppo sul sociale,” conclude.L’intervista con Andrea Ferrarini ci ricorda l’importanza di sostenere un’agricoltura sostenibile e biologica, non solo per migliorare la salute del nostro pianeta, ma anche per garantire un futuro economico equo per i produttori. Educare i consumatori sulla qualità e sul valore dei prodotti biologici è fondamentale per aumentare la domanda interna e, di conseguenza, stimolare ulteriori investimenti nel [email protected]

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    Tutte le sfide del Biologico in Italia

    Alla Festa del Bio di Bologna, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la dottoressa Nicoletta Maffini, presidente di AssoBio, che ha offerto una panoramica completa delle sfide e delle opportunità legate al settore biologico italiano, un comparto in forte crescita produttiva ma ancora frenato dal basso consumo interno.Il ruolo di AssoBio e la differenza con FederBioAssoBio rappresenta oltre 140 imprese di trasformazione biologica italiane, che includono sia piccole che grandi aziende. L’associazione lavora in sinergia con la grande distribuzione, tra cui colossi come NaturaSì, per promuovere la diffusione dei prodotti bio non solo in Italia ma anche all’estero. La principale differenza con FederBio, spiega Maffini, è che quest’ultima raggruppa anche aziende agricole, mentre AssoBio si focalizza principalmente sulla trasformazione e distribuzione.Il paradosso del biologico in Italia: produzione vs consumoNonostante l’Italia sia un leader mondiale nella produzione agricola biologica, con una quota che si avvicina al 25% del totale nazionale, il consumo interno di prodotti bio è ancora molto limitato. Solo il 3% del cibo consumato nel Paese è biologico, un dato che ci pone indietro rispetto a molti paesi europei. Di conseguenza, una significativa parte della produzione italiana viene esportata. Questo squilibrio evidenzia la necessità di sensibilizzare maggiormente il consumatore italiano sui benefici del bio.Comunicare l’importanza del biologicoUno degli obiettivi principali di AssoBio è diffondere maggiore consapevolezza sui prodotti biologici, non solo dal punto di vista della salute personale, ma anche per l’impatto positivo sull’ambiente. L’agricoltura biologica, infatti, utilizza metodi che rispettano maggiormente l’ecosistema, sia nel campo vegetale che animale. Tuttavia, come sottolinea Maffini, c’è ancora molta strada da fare in termini di comunicazione: molti consumatori non sanno riconoscere il marchio biologico europeo, la “fogliolina verde” presente sui prodotti certificati.Le richieste alle istituzioni: riduzione IVA e maggiori investimentiMaffini ribadisce l’importanza del supporto istituzionale per favorire lo sviluppo del settore biologico. AssoBio e FederBio, in un lavoro coordinato, hanno già richiesto maggiori fondi per la ricerca e una riduzione dell’IVA su alcuni prodotti, come quelli per la prima infanzia, ritenendo che un’azione concreta in tal senso sia fondamentale per incentivare il consumo. L’agricoltura biologica, sottolinea, è il futuro per la sostenibilità del pianeta.Il caso Mielizia: un esempio di apicoltura biologica in difficoltàMaffini, oltre a presiedere AssoBio, è anche direttore generale di Mielizia, cooperativa di apicoltori con 45 anni di esperienza. Mielizia rappresenta l’unica filiera italiana del miele, ma la situazione nel settore è critica. Negli ultimi tre anni, le produzioni di miele sono drasticamente diminuite a causa del cambiamento climatico, con cali che superano il 50%. Gli inverni troppo miti e le gelate primaverili stanno compromettendo la raccolta del miele, un settore vitale non solo per i prodotti apistici, ma per l’intera agricoltura, dato che le api sono impollinatori fondamentali.Il pericolo delle frodi sul mieleUn altro problema che affligge il settore è la massiccia importazione di miele adulterato, una delle frodi alimentari più diffuse al mondo. Maffini denuncia la difficoltà nel rilevare il falso miele, che viene spesso miscelato con quello vero in quantità minime, rendendo complicato identificarlo. Questo mercato fraudolento, con un rapporto di prezzo tra il vero miele italiano e quello contraffatto di uno a dieci, mette in ginocchio i produttori [email protected]

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    Apicoltura sostenibile e clima: la sfida di Api Selvatica

    Nel panorama sempre più complesso dell’economia circolare e dell’agricoltura sostenibile, l’apicoltura rappresenta una pratica chiave non solo per la produzione di miele, ma anche per la tutela della biodiversità. A raccontarcelo è Viola Servi, fondatrice di Api Selvatica e presidente di uno dei distretti biologici dell’Emilia Romagna, che ci ha spiegato come le api siano al centro di un ecosistema delicato, fortemente influenzato dai cambiamenti climatici e dalle pratiche agricole intensive.Apicoltura sostenibile: una scelta oltre il biologicoViola Servi preferisce definire la sua apicoltura come sostenibile piuttosto che semplicemente biologica. La differenza principale risiede nel rifiuto del nomadismo, una pratica comune in apicoltura che prevede lo spostamento delle api per seguire le fioriture stagionali. Questo metodo, spiega, può compromettere l’equilibrio tra le api e l’ambiente locale. “Il mio obiettivo è mantenere un equilibrio stabile tra l’alveare e il suo ecosistema circostante”, afferma Servi. La sua scelta di non spostare le api punta a produrre un miele locale che rispetti i ritmi naturali del territorio.Cambiamenti climatici: un nemico difficile da combattereL’apicoltura oggi si trova ad affrontare sfide sempre più difficili a causa dei cambiamenti climatici. Servi racconta come le condizioni meteorologiche estreme, con inverni sempre più miti seguiti da gelate tardive, abbiano un impatto devastante sulla salute degli alveari e sulla produzione di miele. “Gli inverni caldi fanno sì che le api riprendano l’attività troppo presto, esponendole alle gelate che distruggono le fioriture essenziali per la loro sopravvivenza,” spiega. Queste anomalie climatiche, unite a piogge improvvise e prolungate, hanno ridotto drasticamente la produzione di miele, in alcuni casi fino al 50%.Agricoltura intensiva e pesticidi: una minaccia per le apiOltre ai cambiamenti climatici, le api devono far fronte all’impatto negativo dell’agricoltura intensiva. “L’uso di fitofarmaci e pesticidi nelle coltivazioni intensive è uno dei principali fattori che contribuiscono al disequilibrio ambientale,” afferma Servi. Le pratiche agricole moderne, spesso mirate ad aumentare la resa in tempi brevi, rischiano di compromettere non solo la salute delle api, ma anche quella dell’ecosistema nel suo complesso. La produzione sostenibile, invece, punta a un equilibrio di lungo termine che tuteli sia l’ambiente che la qualità dei prodotti.Il supporto delle istituzioni: ancora molto da fareAlla domanda sul supporto da parte delle istituzioni, Viola Servi risponde con un sorriso, evidenziando un rapporto ambivalente. Pur riconoscendo che le intenzioni delle istituzioni, sia italiane che europee, sembrano positive, molte delle leggi proposte si rivelano spesso controproducenti per il settore biologico. Come presidente di uno dei distretti biologici dell’Emilia Romagna, Servi è coinvolta nel dialogo con le istituzioni, ma sottolinea la necessità di un maggiore impegno da parte dello Stato e dell’Unione Europea per sostenere l’apicoltura e l’agricoltura sostenibile in modo efficace.Consigli per i giovani apicoltori: guardare al lungo termineNonostante le difficoltà, Viola Servi incoraggia chiunque sia interessato all’apicoltura a non farsi sedurre dalle promesse di un’agricoltura intensiva orientata al profitto immediato. “Il biologico offre un tipo di profitto diverso, più costante e sostenibile nel tempo, che beneficia non solo l’azienda, ma l’intero ecosistema e la comunità,” afferma. La sostenibilità, per Servi, non riguarda solo la vendita di un prodotto a un prezzo maggiore, ma la creazione di un sistema in cui tutti possiamo trarre vantaggio in [email protected]

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    Biologico italiano: cresce il metodo produttivo certificato

    Nella cornice della “Festa del Bio”, organizzata da FederBio, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Maria Grazia Mamuccini, presidente della Federazione. Durante la conversazione, abbiamo approfondito il tema dell’agricoltura biologica, un settore in continua espansione che combina sostenibilità, tutela ambientale e crescita economica.Cos’è il Biologico? Un Metodo di Produzione CertificatoIl biologico rappresenta un metodo di produzione agricola certificato dall’Unione Europea, come spiega Mamuccini. Il regolamento europeo stabilisce norme rigide, basate su principi chiave come la tutela della fertilità del suolo e l’uso esclusivo di concimi organici. A differenza dell’agricoltura convenzionale, il biologico esclude l’uso di pesticidi di sintesi chimica, privilegiando invece soluzioni naturali come insetti utili, rame, zolfo e altri composti di origine vegetale.Inoltre, l’agricoltura biologica pone grande attenzione alla biodiversità, cercando di preservare gli equilibri naturali per prevenire malattie delle piante. Un altro punto fermo è il divieto di uso di OGM e antibiotici negli allevamenti. Questi valori distintivi fanno sì che i prodotti biologici siano privi di residui chimici, sia negli alimenti che nell’ambiente.Un Settore in Crescita: L’Italia Leader in EuropaL’Italia si posiziona come leader europeo nel settore biologico. Con il 19,8% delle superfici agricole coltivate secondo il metodo biologico, il nostro Paese supera ampiamente la media europea del 10%. Questo dato riflette un trend di crescita anche nei mercati, con un valore complessivo che sfiora i 9 miliardi di euro, divisi tra il mercato interno (5,5 miliardi) e l’export (3,5 miliardi).Negli ultimi anni, l’export dei prodotti bio italiani ha registrato un aumento costante, con una crescita dell’8% nel 2023. Mamuccini sottolinea che la combinazione tra il valore del cibo italiano e la sostenibilità sta diventando un vero vantaggio competitivo sui mercati internazionali.Sfide Attuali: Comunicazione e SemplificazioneUn altro tema cruciale è la comunicazione e la riconoscibilità dei prodotti biologici sugli scaffali. Oggi, molti consumatori scelgono prodotti etichettati come “sostenibili”, senza però conoscere esattamente il loro processo produttivo. Il logo dell’Eurofoglia, che certifica il biologico, rappresenta l’unica garanzia pubblica della sostenibilità di un prodotto alimentare. In futuro, il marchio del biologico italiano renderà ancora più facile per i consumatori riconoscere i prodotti bio di origine nazionale.Mamuccini evidenzia anche le sfide burocratiche che ostacolano la crescita del settore, specialmente per le piccole e medie imprese. “La semplificazione dei processi di certificazione è fondamentale”, afferma, indicando la necessità di utilizzare piattaforme digitali per snellire i controlli e ridurre la burocrazia.Formazione e Innovazione: Le Chiavi per il Futuro del BioUn altro aspetto centrale è la formazione degli agricoltori. Passare al biologico richiede competenze specialistiche, dal conoscere il suolo e il clima, fino a saper prevenire le malattie delle piante. Per questo, la Federazione è impegnata nel fornire assistenza tecnica e consulenza, insieme alla promozione della ricerca per trovare nuove soluzioni naturali che aiutino le aziende agricole a gestire al meglio le proprie coltivazioni, soprattutto in un contesto di cambiamenti climatici.Il settore biologico italiano è in piena espansione, ma per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione Europea, come il 25% delle superfici agricole dedicate al bio entro il 2027, è necessario affrontare alcune sfide. Semplificare la burocrazia, migliorare la comunicazione con i consumatori e investire in formazione e innovazione sono i passi chiave per consolidare la posizione dell’Italia come leader del biologico in [email protected]

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    Il futuro del biologico in Italia passa per la divulgazione

    In occasione della Festa del Bio organizzata da FederBio a Bologna, abbiamo avuto il piacere di incontrare Patrizio Roversi, noto divulgatore e volto storico della televisione italiana, che ci ha offerto una riflessione profonda sulla situazione del biologico in Italia e sull’importanza di comunicare in modo chiaro e trasparente ai consumatori.Il ruolo della divulgazione nel biologicoPatrizio Roversi, da anni vicino alle realtà agricole biologiche, sottolinea come la divulgazione sia fondamentale per ridurre la distanza tra produttori e consumatori. “Partecipare a eventi come la Festa del Bio,” afferma, “è un modo per far conoscere i processi produttivi dietro il biologico e per far capire che non si tratta solo di marketing, ma di un modello agricolo sostenibile, che fa bene sia all’ambiente che alla salute.” Secondo Roversi, il vero problema risiede nella superficialità con cui spesso viene presentato il biologico: uno slogan vuoto che non permette di comprendere appieno il valore di queste pratiche.La chiave per colmare il gap tra produzione e consumo sta, quindi, nell’informare il pubblico su aspetti pratici come l’eliminazione dei pesticidi o l’importanza della fertilità del terreno. “Le persone devono sapere come funziona davvero l’agricoltura biologica per apprezzarla,” continua Roversi. Questo tipo di comunicazione, a suo parere, può aumentare la consapevolezza dei consumatori, oggi ancora troppo scettici o mal informati.Italia: leader nella produzione, ma fanalino di coda nel consumo di biologicoL’Italia si distingue in Europa per la vastità delle sue terre coltivate a biologico, con una superficie agricola utilizzata (SAU) che si avvicina al 25%, un dato in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea. Tuttavia, Roversi evidenzia una contraddizione: “Siamo leader nella produzione, ma uno degli ultimi in Europa per il consumo di prodotti bio.” Questa disparità, secondo lui, è dovuta alla mancanza di conoscenza e fiducia da parte dei consumatori italiani.Il divario tra produzione e consumo si spiega anche con una percezione diffusa di diffidenza nei confronti del biologico, spesso considerato semplicemente come una trovata commerciale. “È importante,” dice Roversi, “spiegare al consumatore che il biologico non è solo sinonimo di cibo sano, ma implica una serie di scelte sostenibili che fanno bene a tutti, al pianeta e alla nostra salute.”L’importanza della narrazione agricolaDurante l’intervista, Patrizio Roversi ha sottolineato come sia cruciale “raccontare” il biologico e l’agricoltura in generale attraverso storie reali, che permettano di comprendere meglio i processi produttivi. Spesso, la televisione e i media si concentrano solo sugli scandali del settore agricolo – dal caporalato agli allevamenti intensivi – tralasciando la possibilità di narrare la quotidianità di un’agricoltura sostenibile, che esiste e che potrebbe essere un modello virtuoso.Un esempio che Roversi cita con ironia è il suo progetto televisivo, in cui aveva immaginato di viaggiare per l’Italia su un trattore per parlare di agricoltura. “Se arrivi su un trattore,” scherza, “è chiaro che vuoi parlare di agricoltura!” Un format che, però, non ha trovato spazio nei palinsesti, evidenziando la difficoltà di far emergere temi legati all’agricoltura sostenibile e alla biodiversità nell’informazione mainstream.La crisi del linguaggio e l’importanza dell’educazioneUn altro tema centrale per Roversi è la crisi del linguaggio, acuita dalla comunicazione frammentaria e superficiale dei social media. “Non possiamo continuare con pillole di comunicazione da 60 secondi,” afferma, riferendosi all’uso dei social per trattare temi complessi come l’agricoltura biologica. Secondo lui, questa frammentazione porta a una perdita di profondità e a una conoscenza superficiale.Per affrontare questa crisi, Roversi ritiene fondamentale coinvolgere maggiormente la scuola, anche se riconosce le difficoltà del sistema educativo italiano, in cui i docenti non godono più del prestigio di un tempo. “Bisogna cominciare dalla radice del problema, che è politica ed economica,” afferma, citando persino il Papa come uno degli intellettuali più acuti in questo senso, grazie alle sue analisi economiche e sociali nell’enciclica Laudato si’.Patrizio Roversi ci lascia con un messaggio chiaro: l’informazione e la comunicazione sul biologico devono andare oltre i semplici slogan e puntare a educare e sensibilizzare i consumatori sui reali benefici di queste pratiche. Solo così si potrà ridurre la distanza tra la produzione di cibo biologico e il suo consumo, favorendo scelte alimentari più consapevoli e sostenibili.In un contesto in cui l’Italia primeggia per la quantità di terre coltivate a biologico, ma rimane indietro nel consumo, il futuro del biologico sembra dipendere non solo dalla politica agricola, ma anche da una nuova narrazione capace di far emergere il valore reale di queste [email protected]

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    Dall'IFIB di Bologna : intervista al professor Danilo Porro - il futuro della biotecnologia in Italia tra sfide e opportunità

    Durante il recente Forum sulle biotecnologie IFIB di Bologna, il professor Danilo Porro, docente di Microbiologia Industriale presso l’Università Bicocca di Milano, ha offerto una panoramica approfondita sullo stato della ricerca biotecnologica in Italia e in Europa, affrontando sia i successi che le sfide ancora presenti.Secondo Porro, la ricerca italiana ed europea nel campo delle biotecnologie è a un livello elevatissimo. L’Europa produce tra il 18 e il 20% delle pubblicazioni scientifiche più citate al mondo, con l’Italia che rappresenta circa il 2,6% di questo contributo. Questi dati evidenziano come l’Italia sia considerata un leader nella ricerca biotecnologica, sia a livello europeo che globale.Tuttavia, Porro sottolinea un importante divario tra la qualità della ricerca e la sua applicazione pratica. “Il vero problema arriva quando si tenta di passare dalla ricerca all’innovazione,” afferma. Nonostante l’eccellenza scientifica, l’Europa fatica a trasformare le scoperte in prodotti concreti sul mercato, trovandosi indietro rispetto a grandi economie come Stati Uniti e Asia.Innovazione nella biotecnologia: il grande ostacoloUno dei problemi principali, secondo il professor Porro, è la mancanza di competitività e attrattiva dell’Europa per gli investimenti in innovazione. I capitali necessari per portare un’idea dal proof of concept alla commercializzazione sono spesso scarsi, soprattutto in Italia. “L’Europa non è attrattiva e l’Italia lo è ancora meno,” afferma Porro, evidenziando come molti finanziatori preferiscano investire altrove.In questo contesto, Porro cita il recente report commissionato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, a Mario Draghi. Il report evidenzia l’importanza della ricerca, ma sottolinea come l’innovazione in Europa sia carente, richiamando la necessità di trovare capitali adeguati per colmare questo gap.Green Deal e prudenza nell’innovazioneNel corso dell’intervista, si è anche discusso del Green Deal europeo, il piano della Commissione Europea per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Secondo Porro, non si tratta di scetticismo verso gli obiettivi del Green Deal, ma piuttosto di una questione di tempistiche. “Raggiungeremo gli obiettivi, ma non sappiamo esattamente quando. Potrebbe volerci molto più tempo del previsto,” ha dichiarato.Il professor Porro ha inoltre messo in evidenza una mancanza di attenzione all’industria durante la pianificazione di questi obiettivi. A suo parere, sarebbe stato opportuno includere l’industria in modo più prudente, allungando l’orizzonte temporale per evitare rischi di accelerazioni eccessive nei cambiamenti richiesti.La sfida della comunicazione scientificaUno dei temi più importanti sollevati durante l’intervista è stato quello della comunicazione scientifica. Porro riconosce che i ricercatori spesso dedicano troppo poco tempo alla divulgazione delle loro scoperte e al dialogo con il pubblico e l’industria. “La ricerca arriva sempre prima, ma gli scienziati devono imparare a comunicare meglio e a contaminare il mondo con la loro conoscenza,” ha affermato.Secondo Porro, esiste una sorta di “globalizzazione della conoscenza” tra i ricercatori di tutto il mondo, che sono costantemente in contatto indipendentemente dalle loro provenienze. Tuttavia, è fondamentale che la società partecipi più attivamente a questo processo e che si crei una maggiore cultura dell’innovazione sin dalle scuole primarie.Fuga dei cervelli: una perdita inevitabile?Un altro problema cruciale discusso riguarda la fuga dei cervelli dall’Italia. Porro offre una prospettiva interessante su questo fenomeno, affermando che non è così rilevante dove un ricercatore sviluppa la sua conoscenza, poiché essa finirà per essere condivisa globalmente. Tuttavia, sottolinea anche come l’Italia, pur essendo un leader nella ricerca, non sia altrettanto attrattiva per i ricercatori stranieri. “Investire nella formazione dei ricercatori italiani senza essere in grado di trattenerli o attrarre talenti dall’estero è un problema che deve essere affrontato,” ha concluso.Biotecnologia e economia circolare: un cambiamento inevitabilePorro ha chiuso l’intervista affrontando il tema dell’economia circolare, di cui la biotecnologia è parte integrante. Il professor Porro ha affermato che il cambiamento verso uno stile di vita più sostenibile è inevitabile e necessario, dati gli attuali livelli di popolazione e sfruttamento delle risorse naturali. Anche se il petrolio, contrariamente alle previsioni di qualche decennio fa, è ancora abbondante, non è sostenibile continuare ad utilizzarlo con gli attuali ritmi.“In passato si pensava che il petrolio non fosse biodegradabile, ma in realtà lo è. Solo che ci vogliono migliaia di anni per farlo. Il vero problema è culturale: dobbiamo insegnare ai bambini, fin dalle scuole primarie, l’importanza dell’innovazione e del cambiamento,” ha concluso.

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    Dall'IFIB di Bologna: intervista a Laura Gallo - Coffee From: quando il Caffè diventa materiali sostenibili

    Durante il Forum IFIB (Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy) di Bologna, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Laura Gallo, fondatrice della startup Coffeefrom. Questa innovativa azienda italiana è impegnata nella trasformazione dei fondi di caffè in materiali biocompatibili, contribuendo alla riduzione della plastica fossile e dell’impatto ambientale. Ecco cosa abbiamo scoperto su questo progetto.L’idea alla base di Coffeefrom è semplice ma rivoluzionaria: utilizzare i fondi di caffè come materia prima per produrre nuovi materiali plastici. Ogni giorno milioni di persone consumano caffè, ma solo il 10% del chicco viene utilizzato nella bevanda. Mentre il restante 90% finisce nelle discariche, generando elevate emissioni di CO2. Laura Gallo spiega come la sua azienda sia in grado di recuperare questo scarto e trasformarlo in polimeri ecologici, riducendo sia i rifiuti sia l’inquinamento causato dalla plastica tradizionale.Soluzioni Circolari: il caffè dall’Economia Lineare all’Economia CircolareUno degli obiettivi principali di Coffeefrom è contribuire alla transizione verso un’economia circolare, dove i rifiuti non esistono e ogni risorsa viene recuperata e riutilizzata. Attualmente, la startup ha sviluppato quattro polimeri che contengono fino al 20% di caffè recuperato. Laura ha confermato che l’azienda è già al lavoro su un brevetto che permetterà di aumentare questa percentuale fino al 50%, rendendo i loro materiali ancora più sostenibili. Il futuro di Coffeefrom è quindi in linea con le normative europee, che prevedono la sostituzione del 30% delle plastiche fossili con materiali biodegradabili.Applicazioni Industriali e Prospettive Future del caffèI polimeri creati da Coffeefrom hanno già trovato applicazione in diversi settori, tra cui automotive, moda e ristorazione. “Il nostro progetto non si limita a risolvere un problema ambientale,” spiega Laura, “ma vuole anche proporre un nuovo modello di business basato sulla circolarità.” L’azienda sta collaborando con grandi player dell’industria alimentare, che forniscono scarti di caffè direttamente dalle fabbriche, e ha in corso progetti pilota per recuperare il caffè esausto da bar, hotel e distributori automatici.Oltre ai polimeri, Coffeefrom produce oggetti finiti come tazzine e “mug“, dimostrando come i loro materiali possano essere utilizzati per creare prodotti esteticamente piacevoli e funzionali. Questi oggetti non solo sono sostenibili, ma sono anche in grado di rispondere agli standard di resistenza termica e sicurezza per il contatto alimentare, fattore determinante per il loro successo.Il Sostegno delle Istituzioni e l’Accelerazione InternazionaleLa startup ha ricevuto diversi riconoscimenti e supporto istituzionale. Nel 2022, Coffeefrom ha partecipato al programma di accelerazione TerraNext, promosso da CDP (Cassa Depositi e Prestiti), ed è stata selezionata tra le 7 startup più promettenti. Laura ha inoltre raccontato di aver preso parte al Global Startup Program, un’iniziativa dell’ICE che l’ha portata a Singapore per espandere ulteriormente la rete internazionale dell’azienda.Coffeefrom ha anche partecipato al programma Innovit a San Francisco, dove ha avuto l’opportunità di presentarsi a potenziali investitori statunitensi, consolidando il suo posizionamento nel panorama internazionale delle startup biotecnologiche.Sfide e OpportunitàNonostante il successo, Coffeefrom affronta ancora le sfide comuni a molte startup. Una delle maggiori difficoltà, secondo Laura, è la creazione di una rete commerciale solida che permetta all’azienda di superare la fase iniziale e di espandersi su larga scala. Per il 2025, l’obiettivo è sviluppare significativamente le vendite, sia dei semilavorati (granuli polimerici) che dei prodotti finiti, offrendo un’alternativa concreta e sostenibile alle plastiche tradizionali.La storia di Coffeefrom è un esempio brillante di come innovazione e sostenibilità possano andare di pari passo. Trasformando gli scarti del caffè in materiali ecologici, l’azienda non solo riduce l’impatto ambientale, ma contribuisce attivamente alla creazione di un’economia circolare. Con il supporto delle istituzioni e una visione chiara per il futuro, Coffeefrom è destinata a giocare un ruolo di primo piano nella rivoluzione sostenibile dell’industria plastica.

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    Dall'IFIB di Bologna : intervista a Mario Bonaccorso - Dall’IFIB passa il Futuro della Bioeconomia Circolare

    Si è appena conclusa l’edizione 2024 dell’IFIB (Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy) a Bologna, un evento che ha visto la partecipazione di esperti, aziende e startup da tutto il mondo, riuniti per discutere delle ultime novità nel settore della bioeconomia circolare. Mario Bonaccorso di Spring, l’organizzazione che ha curato l’evento, ha tracciato un bilancio positivo di questa edizione, sottolineando l’importanza del forum nel promuovere innovazione e sostenibilità.Con la partecipazione di relatori e aziende provenienti da diverse nazioni, il forum si è rivelato una piattaforma efficace per discutere delle sfide e delle opportunità legate alla bioeconomia. “Il bilancio è molto positivo”, ha dichiarato Bonaccorso, “abbiamo avuto un’ampia partecipazione internazionale, con grandi aziende come le americane IFF e Origin Materials, e le europee UPM e Metza Spring.”Tra i temi principali, la necessità di creare un quadro regolatorio stabile per favorire investimenti e progetti legati alla bioeconomia. Il settore rappresenta un pilastro fondamentale per la transizione ecologica e il Green Deal europeo, ma servono politiche chiare e incentivanti per supportare la realizzazione concreta di impianti e progetti.Bioeconomia e Politiche Regolatorie all’IFIB: L’Urgenza di AgireBonaccorso ha sottolineato l’importanza di creare le condizioni per lo sviluppo della bioeconomia, con l’industria e la ricerca già pronte a dare il loro contributo. Tuttavia, rimane il problema delle politiche regolatorie, che faticano a tenere il passo con l’innovazione. “Non c’è più tempo da perdere”, ha affermato, “l’industria è pronta, la ricerca è pronta, ma il ritardo nell’attuazione delle politiche favorevoli è ormai imbarazzante.”Un segnale positivo arriva dalla presenza del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che secondo Bonaccorso potrebbe rappresentare un presupposto per un futuro più solido, con il governo italiano finalmente coinvolto in modo attivo nello sviluppo del settore.Il Ruolo dell’IFIB nella Comunicazione della BioeconomiaUn altro tema cruciale emerso durante il forum è il ruolo della comunicazione. Bonaccorso ha evidenziato come sia fondamentale migliorare la divulgazione scientifica legata alla bioeconomia per aumentare la consapevolezza pubblica. “Per decarbonizzare e defossilizzare, abbiamo bisogno del supporto dell’opinione pubblica,” ha dichiarato. La bioeconomia non riguarda solo la creazione di nuovi posti di lavoro, ma implica anche un cambiamento radicale nel modo in cui interagiamo con l’ambiente, un tema che deve essere compreso e sostenuto dalla società.Il coinvolgimento dei media e dei professionisti della comunicazione è quindi essenziale per evitare fraintendimenti e diffondere messaggi corretti e accessibili a tutti. Solo così si potrà costruire una narrativa efficace e coerente sulla bioeconomia.Startup Italiane e Innovazione: Caffè e Pomodori Come Esempi di SostenibilitàDurante l’IFIB, alcune startup italiane hanno presentato progetti innovativi che dimostrano come la bioeconomia possa trasformare scarti agricoli in risorse preziose. Mario Bonaccorso ha citato esempi legati all’uso dei fondi di caffè e degli scarti di pomodori per creare materiali biotecnologici, mostrando come la bioeconomia circolare utilizzi residui e sottoprodotti per generare valore.“L’Italia è un terreno fertile per l’innovazione bioeconomica”, ha affermato Bonaccorso. Attraverso iniziative come Bail Invest It e la collaborazione con attori internazionali come l’European Circle of Bail Economy Fund e la Banca Europea per gli Investimenti, il paese sta cercando di creare un ambiente favorevole alla crescita di nuove imprese biotecnologiche.Scale-Up e Sostegno alle Startup: Le Prossime SfideNonostante il potenziale, Bonaccorso ha evidenziato la necessità di un maggiore sostegno per consentire alle startup di fare il salto di qualità. “Dobbiamo creare le condizioni per il trasferimento tecnologico e facilitare la crescita delle startup,” ha spiegato. Questo richiede non solo investimenti, ma anche la creazione di un mercato favorevole ai nuovi prodotti bioeconomici, affinché la ricerca non rimanga solo a livello sperimentale.ConclusioniL’IFIB 2024 ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra industria, ricerca e istituzioni, evidenziando le sfide e le opportunità della bioeconomia circolare. Con un settore pronto a crescere, l’Italia si trova in una posizione strategica per diventare leader in questo campo, ma serve un supporto politico più deciso per facilitare l’implementazione di impianti e progetti concreti.

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    Dall'IFIB di Bologna : intervista a Silvia Buzzi - Il vino di Caviro: la più grande cantina d’Italia

    L’economia circolare è un tema sempre più centrale nel contesto della sostenibilità, e un esempio eccellente di questo modello è l’azienda Caviro, una cooperativa che opera nel settore vitivinicolo con un processo integrato che valorizza ogni aspetto della produzione. In un’intervista per Cod23 Radio, l’ingegner Silvia Buzzi ha illustrato come Caviro rappresenti un punto di riferimento per la bioeconomia circolare e l’innovazione sostenibile in Italia.Caviro è una cooperativa di secondo grado che rappresenta 11.100 soci viticoltori distribuiti in sette regioni d’Italia, raccogliendo circa il 9% dell’uva prodotta nel Paese. Questa base sociale estesa permette all’azienda di definirsi “la più grande cantina d’Italia”. Oltre alla produzione di vino, Caviro si distingue per un approccio che abbraccia l’intera filiera produttiva, massimizzando il valore non solo dell’uva, ma anche dei sottoprodotti della vinificazione.Tra i marchi più noti della cooperativa figurano brand come Tavernello e Castellino, ma Caviro produce anche vini di pregio, come gli Amaroni della Valpolicella, rappresentando diverse regioni vinicole italiane. Tuttavia, ciò che rende Caviro unica è la sua capacità di trasformare i sottoprodotti del processo di vinificazione in risorse preziose, come alcoli, acido tartarico, polifenoli e bioetanolo. Questi prodotti trovano impiego in vari settori, dall’industria alimentare e cosmetica a quella farmaceutica e chimica.Il vino nell’Economia Circolare CompletaUno degli aspetti più innovativi del modello di Caviro è la produzione di biometano, fertilizzanti naturali e energia rinnovabile. Attraverso impianti di compostaggio all’avanguardia, l’azienda riesce a restituire alla terra la sostanza organica raccolta durante il ciclo di produzione. “Dal vigneto alla vigna,” come ha spiegato Buzi, Caviro chiude il cerchio dell’economia circolare, generando non solo profitto, ma anche un impatto ambientale positivo.L’azienda gestisce 600.000 tonnellate di scarti all’anno, trasformandoli in nuovi prodotti e dimostrando come la bioeconomia circolare possa rappresentare un’opportunità di crescita e innovazione, senza compromettere le risorse naturali.Sfide e Opportunità del Modello Circolare del vinoQuando si parla di innovazione e sostenibilità, Buzi ha sottolineato l’importanza della base sociale all’interno del mondo cooperativo. Caviro ha convinto i propri soci dell’efficacia del modello circolare attraverso il profitto. Non solo i soci beneficiano direttamente dei guadagni, ma parte del profitto viene continuamente reinvestito in nuovi processi e tecnologie per mantenere l’azienda competitiva in un mercato in rapida evoluzione.Tuttavia, il percorso non è privo di ostacoli. Buzi ha evidenziato le difficoltà legate alla burocrazia italiana ed europea, spesso eccessivamente frammentata e complessa. “La caoticità delle norme e la non chiarezza creano situazioni di non corretta competitività,” ha spiegato. Nonostante questo, Caviro continua a innovare e a crescere, puntando su trasparenza e affidabilità per rafforzare la propria posizione di leadership.Tecnologia e Innovazione: L’Italia come Fucina di IdeeParlando di tecnologia, Buzi ha espresso grande fiducia nella capacità dell’Italia di guidare l’innovazione. “L’Italia è una fucina di grandi innovatori,” ha detto, riconoscendo il ruolo chiave che la tecnologia gioca nel mantenere l’azienda competitiva. L’innovazione, però, deve essere accompagnata dalla velocità di esecuzione per evitare di perdere terreno rispetto ai competitor internazionali.Il vero vantaggio competitivo, secondo Buzi, sta nell’essere i primi a implementare nuove tecnologie, ma ciò richiede istituzioni forti e un sistema regolatorio che favorisca il progresso rapido.Finanza e Sostenibilità: Un Rapporto VincenteUn altro aspetto cruciale per il successo di Caviro è il rapporto con il mondo della finanza verde. Grazie al suo elevato rating di sostenibilità, Caviro è riuscita ad attirare investimenti significativi. “Se si hanno bilanci in regola e obiettivi chiari, la finanza arriva,” ha affermato Buzi, sottolineando come una governance forte e una visione lungimirante siano fondamentali per ottenere supporto finanziario.Concludendo l’intervista, Buzi ha espresso un messaggio di ottimismo, rivolto soprattutto ai giovani. In un mondo segnato da crisi globali come la pandemia e i conflitti internazionali, è essenziale che le imprese italiane fungano da modello per le nuove generazioni, dimostrando che è possibile crescere e innovare in modo sostenibile. “Le aziende che funzionano devono essere guide positive per i giovani,” ha dichiarato Buzi, sottolineando l’importanza di trasmettere speranza e fiducia nel futuro.

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    Dall'IFIB di Bologna : intervista a Elena Sgaravatti - Bologna diventa capitale della bioeconomia

    Bioeconomia circolare: pilastro della transizione ecologicaDal 3 al 4 ottobre, Bologna si trasformerà nella capitale mondiale della bioeconomia, ospitando il prestigioso Forum Internazionale IFIB 2024. L’evento, organizzato dal cluster italiano Spring, diretto da Mario Bonaccorso, vedrà riuniti i principali attori della bioeconomia circolare, un settore fondamentale per la transizione ecologica e il futuro industriale dell’Europa. Bonaccorso ha sottolineato l’importanza strategica dell’evento e il ruolo chiave della bioeconomia nel contesto delle sfide globali legate alla sostenibilità.La bioeconomia circolare, che comprende settori come la chimica bio-based e l’innovazione agroalimentare, si pone come uno degli elementi portanti del Green Deal europeo. Bonaccorso ha evidenziato come l’Unione Europea, con la sua comunicazione “Building the Future with Nature Biotechnology Biomanufacturing in the European Union”, abbia riconosciuto il ruolo cruciale delle biotecnologie e della produzione biologica per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e sostenibilità. Il direttore di Spring ha ribadito che investire nella bioeconomia non solo favorisce l’innovazione, ma rafforza anche la competitività delle imprese europee, consentendo loro di competere con giganti come Stati Uniti e Cina.IFIB porta innovazione e competitivitàL’evento di Bologna si inserisce in un percorso già avviato da anni in Italia, con precedenti edizioni tenute a Bari, Firenze e altre città. Bonaccorso ha sottolineato come la scelta di Bologna non sia casuale: la regione Emilia-Romagna è infatti un territorio con una forte vocazione agroalimentare, un settore che sarà al centro del forum. Tra i protagonisti dell’evento, realtà innovative come Caviro e startup come Toma, Pente e Coffee From, che hanno sviluppato nuovi prodotti utilizzando sottoprodotti agricoli. Questo approccio rappresenta un esempio concreto di come la bioeconomia circolare possa trasformare rifiuti in risorse, generando valore economico e riducendo l’impatto ambientale.Il ruolo dell’Europa e la necessità di una strategia unitariaNonostante l’importanza riconosciuta alla bioeconomia, Bonaccorso ha espresso preoccupazione per la mancanza di una chiara menzione del termine nel recente rapporto sulla competitività stilato da Mario Draghi. L’assenza di riferimenti alla chimica bio-based, ha spiegato, potrebbe essere un segnale negativo, soprattutto in un momento in cui l’Europa deve affrontare una competizione globale sempre più agguerrita. Per garantire la leadership europea in questo settore, è fondamentale creare un quadro normativo stabile e incentivare il trasferimento tecnologico e la scalabilità delle innovazioni.Una sfida culturale: il cambiamento degli stili di vitaL’intervista ha toccato anche il tema del cambiamento culturale necessario per sostenere la transizione verso un’economia più sostenibile. “Ogni rivoluzione industriale è accompagnata da una rivoluzione culturale”, ha dichiarato Bonaccorso, aggiungendo che è cruciale iniziare a pensare come europei per affrontare le sfide globali. L’Unione Europea, con il suo ampio mercato, ha tutte le carte in regola per guidare la transizione ecologica, ma è necessario un allineamento delle politiche nazionali e un forte impegno a livello comunitario.Innovazione nel settore alimentare e sostenibilitàUno degli aspetti centrali del Forum sarà la bioeconomia applicata al settore agroalimentare. Bonaccorso ha evidenziato come molte aziende italiane stiano già utilizzando sottoprodotti alimentari per creare nuovi materiali e prodotti sostenibili. Un esempio è l’uso dei residui del pomodoro e del caffè per sviluppare soluzioni innovative, che saranno presentate durante il forum. Questa capacità di trasformare scarti in risorse rappresenta uno dei pilastri della bioeconomia circolare, con un potenziale enorme per ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza delle filiere produttive.IFIB e competizione internazionale e leadership europeaLa bioeconomia è al centro di una competizione globale sempre più intensa. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha lanciato un piano ambizioso per il biotech e la biomanufacturing, con ingenti investimenti per attrarre impianti produttivi. L’Europa, pur avendo una leadership consolidata nelle biotecnologie, rischia di perdere terreno se non si adottano misure adeguate per sostenere e incentivare lo sviluppo di impianti industriali innovativi. Bonaccorso ha lanciato un appello affinché le istituzioni europee mantengano alta l’attenzione su questo settore strategico, evitando di lasciare spazio ai concorrenti internazionali.Il Forum IFIB 2024 di Bologna rappresenta un’opportunità unica per discutere delle sfide e delle opportunità offerte dalla bioeconomia circolare. L’Italia, con la sua tradizione agroalimentare e il suo spirito innovativo, può giocare un ruolo di primo piano in questo processo. Tuttavia, per vincere la sfida globale della sostenibilità, è necessario un cambiamento culturale profondo, che coinvolga imprese, istituzioni e cittadini. Solo attraverso una strategia unitaria e una visione comune a livello europeo sarà possibile guidare la transizione ecologica e garantire un futuro sostenibile per le prossime generazioni.

  44. 22

    Dall'IFIB di Bologna, intervista a Josko Bobanovic - Le sfide per le Startup Biotech Italiane

    Durante l’evento IFIB di Bologna dedicato alla bioeconomia, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Josko Bobanovic, partner di Sofinnova Partners, un importante fondo di venture capital specializzato in investimenti nel settore biotech. Sofinnova, da anni, supporta startup innovative in diversi ambiti tecnologici, con un focus particolare sulla sostenibilità e le tecnologie ambientali. Bobanovic ha condiviso la sua visione sul mercato italiano e le sfide che le startup devono affrontare per emergere a livello internazionale.La Situazione del Mercato Biotech in ItaliaBobanovic ha evidenziato che, sebbene l’Italia sia una fucina di piccole startup innovative, esiste un problema di sviluppo e crescita. “Le startup italiane, soprattutto quelle nell’ambito biotech, impiegano troppo tempo per svilupparsi e spesso mancano di fondi sufficienti per accelerare i loro processi di crescita”, ha affermato.Un altro aspetto critico, secondo Bobanovic, è legato alla mentalità aziendale italiana. Molte imprese sono fortemente influenzate dal modello familiare, che predilige una crescita limitata e meno ambiziosa. Questo, a suo avviso, limita il potenziale di molte startup italiane. “Per attrarre investimenti da venture capital, è necessario puntare a una crescita ambiziosa, spesso con una visione globale”, ha sottolineato.Il Ruolo del Venture Capital e la Mentalità VincenteL’approccio di Sofinnova Partners è quello tipico del venture capital: investire in numerose società sapendo che solo alcune avranno successo, ma che quelle che riescono devono generare ritorni sufficienti per compensare gli investimenti nelle altre. “Dobbiamo incoraggiare le startup ad avere ambizioni globali sin dal primo giorno”, ha ribadito Bobanovic, sottolineando l’importanza di una mentalità orientata al successo su mercati internazionali.La Bioeconomia e il Cambiamento ClimaticoDurante l’intervista, Bobanovic ha anche affrontato il tema della bioeconomia, settore in continua evoluzione che offre opportunità significative in termini di sostenibilità e lotta al cambiamento climatico. “Oggi vediamo gli effetti del cambiamento climatico ogni giorno”, ha detto, “dobbiamo agire subito, cambiando i processi industriali e agricoli per ridurre le emissioni di gas nocivi”.La bioeconomia, secondo Bobanovic, può contribuire a questo obiettivo grazie all’introduzione di tecnologie industriali innovative. Tuttavia, lo sviluppo di queste soluzioni richiede tempo, e per questo è cruciale agire adesso per garantire risultati nel lungo termine.Regolamentazione Europea: Un Ostacolo o un Vantaggio?Un altro punto discusso è stato il ruolo della regolamentazione europea nel facilitare o ostacolare gli investimenti nel settore biotech. Secondo Bobanovic, la regolamentazione può avere sia aspetti positivi che negativi. Da un lato, norme rigide offrono ai consumatori la garanzia che i prodotti approvati siano sicuri e di alta qualità. Dall’altro, il processo di approvazione è spesso lungo e complesso, rallentando l’introduzione di nuove tecnologie sul mercato.Inoltre, ha sottolineato come in Europa ci sia ancora una certa resistenza verso le tecnologie di modificazione genetica, paragonandola alla diffidenza verso l’elettricità che esisteva 150 anni fa. Questo freno culturale rallenta l’adozione di innovazioni che potrebbero avere un impatto significativo sulla bioeconomia.Materie Prime e Riciclo: Opportunità SottoutilizzateBobanovic ha anche evidenziato come la disponibilità di materie prime, come i prodotti agricoli e i sottoprodotti, non sia un problema per l’Europa. “Abbiamo abbondanza di zucchero, e ci sono ampie possibilità di riciclare i sottoprodotti agricoli, ma oggi non c’è ancora un vero market pull che spinga verso l’adozione di soluzioni innovative”, ha osservato.Quali Paesi Europei Investono di Più?Parlando di legislazione e investimenti, Bobanovic ha menzionato paesi come Francia, Paesi Bassi, Danimarca e Belgio, che stanno facendo passi avanti significativi nel promuovere il settore della bioeconomia e delle biotecnologie. L’Italia, sebbene forte nel campo delle tecnologie ecologiche e del riciclo, investe meno rispetto ad altri Paesi nel campo della biotech industriale.L’intervista con Josko Bobanovic mette in luce le sfide e le opportunità per le startup italiane nel settore biotech. Mentre l’Italia vanta un ecosistema di startup innovative, la mancanza di ambizione internazionale e di fondi rappresenta un freno significativo. Per competere a livello globale, è necessario un cambio di mentalità, insieme a un maggiore supporto da parte delle istituzioni e degli investitori. La bioeconomia, con il suo potenziale per contrastare il cambiamento climatico, rappresenta una strada promettente, ma richiede impegno e investimenti a lungo termine.

  45. 21

    Dall'IFIB di Bologna, intervista a Morena Diazzi - L’Emilia-Romagna punta alla crescita tramite la bioeconomia

    Durante il Forum sulle Biotecnologie a Bologna, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la Dott.ssa Morena Diazzi, Direttrice Generale della Regione Emilia-Romagna per la conoscenza, la ricerca, il lavoro e le imprese. In questa occasione, ha evidenziato il ruolo cruciale della bioeconomia nello sviluppo sostenibile e l’importanza della collaborazione tra pubblico, privato e mondo accademico.L’impegno dell’Emilia-Romagna nella bioeconomiaLa Dott.ssa Diazzi ha sottolineato come la bioeconomia rappresenti uno dei pilastri fondamentali per il futuro sostenibile della Regione. Con circa 14.000 imprese coinvolte e 7.000 progetti già finanziati, la Regione si conferma un polo di eccellenza a livello europeo. La bioeconomia include settori strategici come l’agricoltura, l’energia green e l’economia circolare, con un forte impatto su vari ambiti, dalla cosmesi alla farmaceutica, fino al packaging sostenibile.La Regione ha messo in atto politiche concrete per sostenere questo settore, con l’obiettivo di connettere le risorse naturali con le innovazioni tecnologiche. Tra i progetti di punta, spiccano le iniziative legate al biometano e alla valorizzazione delle risorse marine, che mirano a produrre energie sostenibili.La ricerca e l’innovazione al centroUn altro aspetto centrale del discorso della Dott.ssa Diazzi è stato il ruolo chiave della ricerca e dell’innovazione. Emilia-Romagna ha raggiunto il 2,4% del PIL regionale investito in ricerca, un risultato che la pone al primo posto in Italia. Le collaborazioni tra università, laboratori e imprese sono fondamentali per sviluppare soluzioni innovative. Il focus regionale non è solo sulle grandi aziende, ma anche sui piccoli coltivatori e sulle startup, grazie a una forte sinergia tra i diversi attori del settore.In particolare, la Regione ha approvato la Legge 2 del 2023 per attrarre talenti e sostenere la formazione avanzata, con finanziamenti dedicati a dottorati di ricerca nel settore della bioeconomia.La sfida della sostenibilità e il ruolo dell’EuropaSecondo la Dott.ssa Diazzi, uno dei problemi principali che l’Europa deve affrontare è la frammentazione delle attività di ricerca e impresa. A questo proposito, ha evidenziato la necessità di una maggiore connessione tra i vari paesi e settori per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità.L’Emilia-Romagna sta attivamente partecipando al programma europeo STEP, che mira a sviluppare tecnologie nel campo delle deep tech, clean tech e biotecnologie. Con un budget regionale di 65 milioni di euro, la Regione punta a finanziare sia attività di ricerca sia investimenti industriali, coinvolgendo anche le grandi imprese.Economia circolare e innovazione agricolaIl settore agricolo, da sempre fondamentale per l’Emilia-Romagna, sta vivendo una vera e propria trasformazione grazie all’adozione di pratiche di economia circolare. Le imprese agricole e quelle della trasformazione stanno collaborando per ridurre gli scarti e rendere i processi più sostenibili, utilizzando materie prime naturali e tecnologie avanzate.La Dott.ssa Diazzi ha sottolineato anche l’importanza della cooperazione tra grandi e piccole imprese agricole, evidenziando come l’Unione Europea stia promuovendo politiche di sostegno per questi settori. I giovani imprenditori, sempre più orientati alla sostenibilità, trovano in questo contesto un terreno fertile per sviluppare nuove attività.Il futuro della bioeconomia e le sfide globaliInfine, la Dott.ssa Diazzi ha espresso preoccupazione per il Green Deal europeo e i suoi possibili ridimensionamenti, sottolineando la necessità di una finanza eccezionale e di tecnologie pronte per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di sostenibilità. La regione Emilia-Romagna sta lavorando su soluzioni innovative come l’idrogeno, ma i costi ancora elevati rappresentano una sfida.

  46. 20

    Bioeconomia circolare: pilastro della transizione ecologica

    Dal 3 al 4 ottobre, Bologna si trasformerà nella capitale mondiale della bioeconomia, ospitando il prestigioso Forum Internazionale IFIB 2024. L’evento, organizzato dal cluster italiano Spring, diretto da Mario Bonaccorso, vedrà riuniti i principali attori della bioeconomia circolare, un settore fondamentale per la transizione ecologica e il futuro industriale dell’Europa. Bonaccorso ha sottolineato l’importanza strategica dell’evento e il ruolo chiave della bioeconomia nel contesto delle sfide globali legate alla sostenibilità.La bioeconomia circolare, che comprende settori come la chimica bio-based e l’innovazione agroalimentare, si pone come uno degli elementi portanti del Green Deal europeo. Bonaccorso ha evidenziato come l’Unione Europea, con la sua comunicazione “Building the Future with Nature Biotechnology Biomanufacturing in the European Union”, abbia riconosciuto il ruolo cruciale delle biotecnologie e della produzione biologica per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e sostenibilità. Il direttore di Spring ha ribadito che investire nella bioeconomia non solo favorisce l’innovazione, ma rafforza anche la competitività delle imprese europee, consentendo loro di competere con giganti come Stati Uniti e Cina.IFIB porta innovazione e competitivitàL’evento di Bologna si inserisce in un percorso già avviato da anni in Italia, con precedenti edizioni tenute a Bari, Firenze e altre città. Bonaccorso ha sottolineato come la scelta di Bologna non sia casuale: la regione Emilia-Romagna è infatti un territorio con una forte vocazione agroalimentare, un settore che sarà al centro del forum. Tra i protagonisti dell’evento, realtà innovative come Caviro e startup come Toma, Pente e Coffee From, che hanno sviluppato nuovi prodotti utilizzando sottoprodotti agricoli. Questo approccio rappresenta un esempio concreto di come la bioeconomia circolare possa trasformare rifiuti in risorse, generando valore economico e riducendo l’impatto ambientale.Il ruolo dell’Europa e la necessità di una strategia unitariaNonostante l’importanza riconosciuta alla bioeconomia, Bonaccorso ha espresso preoccupazione per la mancanza di una chiara menzione del termine nel recente rapporto sulla competitività stilato da Mario Draghi. L’assenza di riferimenti alla chimica bio-based, ha spiegato, potrebbe essere un segnale negativo, soprattutto in un momento in cui l’Europa deve affrontare una competizione globale sempre più agguerrita. Per garantire la leadership europea in questo settore, è fondamentale creare un quadro normativo stabile e incentivare il trasferimento tecnologico e la scalabilità delle innovazioni.Una sfida culturale: il cambiamento degli stili di vitaL’intervista ha toccato anche il tema del cambiamento culturale necessario per sostenere la transizione verso un’economia più sostenibile. “Ogni rivoluzione industriale è accompagnata da una rivoluzione culturale”, ha dichiarato Bonaccorso, aggiungendo che è cruciale iniziare a pensare come europei per affrontare le sfide globali. L’Unione Europea, con il suo ampio mercato, ha tutte le carte in regola per guidare la transizione ecologica, ma è necessario un allineamento delle politiche nazionali e un forte impegno a livello comunitario.Innovazione nel settore alimentare e sostenibilitàUno degli aspetti centrali del Forum sarà la bioeconomia applicata al settore agroalimentare. Bonaccorso ha evidenziato come molte aziende italiane stiano già utilizzando sottoprodotti alimentari per creare nuovi materiali e prodotti sostenibili. Un esempio è l’uso dei residui del pomodoro e del caffè per sviluppare soluzioni innovative, che saranno presentate durante il forum. Questa capacità di trasformare scarti in risorse rappresenta uno dei pilastri della bioeconomia circolare, con un potenziale enorme per ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza delle filiere produttive.IFIB e competizione internazionale e leadership europeaLa bioeconomia è al centro di una competizione globale sempre più intensa. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha lanciato un piano ambizioso per il biotech e la biomanufacturing, con ingenti investimenti per attrarre impianti produttivi. L’Europa, pur avendo una leadership consolidata nelle biotecnologie, rischia di perdere terreno se non si adottano misure adeguate per sostenere e incentivare lo sviluppo di impianti industriali innovativi. Bonaccorso ha lanciato un appello affinché le istituzioni europee mantengano alta l’attenzione su questo settore strategico, evitando di lasciare spazio ai concorrenti internazionali.Il Forum IFIB 2024 di Bologna rappresenta un’opportunità unica per discutere delle sfide e delle opportunità offerte dalla bioeconomia circolare. L’Italia, con la sua tradizione agroalimentare e il suo spirito innovativo, può giocare un ruolo di primo piano in questo processo. Tuttavia, per vincere la sfida globale della sostenibilità, è necessario un cambiamento culturale profondo, che coinvolga imprese, istituzioni e cittadini. Solo attraverso una strategia unitaria e una visione comune a livello europeo sarà possibile guidare la transizione ecologica e garantire un futuro sostenibile per le prossime [email protected]

  47. 19

    Agricoltura Simbiotica: un futuro sostenibile per il suolo e la salute

    Durante l’evento Terra Madre, organizzato da Slow Food a Torino, abbiamo incontrato Sergio Capaldo, presidente de La Granda e del Consorzio Agricoltura Simbiotica. In questa intervista, Capaldo ci illustra il concetto rivoluzionario dell’agricoltura simbiotica, un approccio che mira a rigenerare il suolo e a produrre alimenti più sani e nutrienti.Cos’è l’Agricoltura Simbiotica?L’agricoltura simbiotica si basa su un principio fondamentale: favorire la simbiosi tra le radici delle piante e i microrganismi presenti nel suolo, in particolare i funghi micorrizici. Questi funghi si connettono alle radici delle piante, facilitando l’assorbimento di nutrienti che la pianta da sola non riuscirebbe a ottenere. In cambio, la pianta fornisce al fungo zuccheri prodotti attraverso la fotosintesi.Capaldo spiega come questa interazione sia essenziale per la salute delle piante e, di conseguenza, per la qualità degli alimenti che consumiamo. “La biodiversità del suolo è fondamentale. Solo restituendo vita ai microrganismi naturali possiamo ottenere prodotti più nutrienti e saporiti”, afferma Capaldo. Questo approccio non richiede l’uso di prodotti chimici sintetici, ma si basa su biostimolanti naturali che migliorano la qualità dei foraggi e delle colture.Il Legame tra Suolo e Salute UmanaL’agricoltura simbiotica non riguarda solo il miglioramento del suolo, ma ha anche effetti diretti sulla salute umana. Capaldo sottolinea come l’intestino umano, definito “il secondo cervello”, giochi un ruolo fondamentale nel benessere complessivo del corpo. “Se il nostro microbiota intestinale non riconosce ciò che mangiamo, il nostro organismo ne soffre”, spiega. La connessione tra alimentazione e salute mentale è sempre più evidente, con studi che dimostrano come la qualità del cibo possa influire su condizioni come la depressione, legata alla mancanza di serotonina.Capaldo insiste sulla necessità di rivedere le tecniche agronomiche moderne, spesso dannose per il suolo e per l’equilibrio ecologico. “Dobbiamo ridurre al minimo la lavorazione del suolo e utilizzare biostimolanti naturali, perché tutto ciò ha un impatto diretto sulla qualità degli alimenti che produciamo e consumiamo”.Sostenibilità Ambientale ed EconomicaUn aspetto cruciale dell’agricoltura simbiotica è la sua sostenibilità economica. Capaldo evidenzia come questo modello agricolo non solo migliori la qualità del suolo e dei prodotti, ma possa anche essere economicamente vantaggioso. “Non possiamo pensare che il futuro dell’agricoltura risieda solo in piccole nicchie”, sostiene. L’Italia, con la sua ricca biodiversità, ha l’opportunità di distinguersi a livello globale, promuovendo prodotti agricoli unici e certificati.Capaldo ha collaborato con istituzioni scientifiche come il CNR di Pisa e l’Orto Botanico di Torino per dimostrare come l’uso di biostimolanti naturali possa aumentare i valori nutrizionali delle colture. Dalle zucchine ai pomodori, fino alla carne di vitello, i risultati sono stati sorprendenti: una maggiore resa, una migliore qualità proteica e un sapore superiore.Il Ruolo dell’Allevamento e il Benessere AnimaleIl progetto di Capaldo include anche un’attenzione particolare all’allevamento. La Granda, con le sue razze autoctone come la Piemontese, segue un modello che promuove la qualità dei foraggi e il benessere degli animali. “Abbiamo eliminato l’uso di OGM, bicarbonati e integratori artificiali, concentrandoci su cereali e foraggi di alta qualità”, spiega. Questo approccio ha portato a un miglioramento della salute e della longevità degli animali, tanto che La Granda è antibiotico-free da oltre 16 anni.Un Nuovo Modello di Agricoltura per il FuturoL’intervista si conclude con un messaggio chiaro: il futuro dell’agricoltura passa attraverso la riscoperta di tecniche antiche e l’uso intelligente delle risorse naturali. “Non dobbiamo stupire con l’innovazione a tutti i costi, ma piuttosto tornare alla semplicità e alla qualità”, conclude Capaldo. La simbiosi tra suolo, piante e animali non solo migliora la qualità degli alimenti, ma contribuisce anche a una maggiore sostenibilità ambientale ed economica.L’agricoltura simbiotica rappresenta una visione olistica e sostenibile per il futuro del nostro pianeta. Mettendo al centro la salute del suolo e promuovendo un legame più profondo tra agricoltura e salute umana, questo approccio offre una soluzione concreta alle sfide ambientali ed economiche del nostro [email protected]

  48. 18

    Teo Musso: il padre della Birra Artigianale Italiana

    Nel cuore di Terra Madre – Salone del Gusto, Teo Musso, fondatore del birrificio Baladin, riflette sulla sua straordinaria carriera, iniziata nel 1996, che lo ha reso uno dei pionieri della birra artigianale in Italia. Riconosciuto come il “padre” di questo movimento, Musso racconta con orgoglio l’evoluzione della sua visione, che ha portato la birra nel mondo della ristorazione, introducendo una nuova dimensione sensoriale e culturale.Le Origini di una RivoluzioneMusso ricorda i primi passi nel 1986, quando, sfidando la tradizione vinicola delle Langhe, aprì un locale dedicato alla birra e alla musica, che ottenne un grande successo. Dieci anni dopo, diede vita a quella che sarebbe diventata una vera rivoluzione nella birra artigianale italiana. Il suo intento non era solo produrre birra, ma creare un modello d’impresa nuovo e sostenibile, capace di trasformare il territorio e di coinvolgere attivamente la comunità.Nonostante le apparenti differenze, Musso sottolinea come il vino abbia avuto un ruolo fondamentale nella nascita della birra artigianale in Italia. La rivoluzione del vino negli anni ’80, con l’attenzione verso la qualità e l’esperienza sensoriale, ha aperto la strada anche alla birra artigianale, che è stata inizialmente commercializzata proprio nelle enoteche. “Senza il vino, non avremmo mai fatto quello che abbiamo fatto,” dichiara Musso.Innovazione Continua: Bicchieri, Lattine e Birre 100% ItalianeTra le numerose innovazioni introdotte da Baladin, spiccano il bicchiere da degustazione universale e la prima lattina di birra artigianale italiana. Ma una delle creazioni più significative è stata Nazionale, la prima birra 100% italiana, prodotta con soli ingredienti locali. Questo progetto ha segnato un importante traguardo nel legame tra birra e territorio, puntando sulla filiera corta e sull’autosufficienza produttiva.Oggi, Baladin coltiva oltre 350 ettari di terreno per produrre il 95% delle materie prime necessarie, rendendola una delle poche aziende in Europa a operare in questo modo.La Birra Open Source: Collaborazione e CondivisioneUn altro momento di svolta nella carriera di Teo Musso è stata la creazione di Open Baladin, una birra open source. L’idea era quella di promuovere la collaborazione tra birrai, offrendo la ricetta a disposizione di tutti. Questo progetto ha avuto una vasta risonanza mediatica, tanto che la rivista Wired ha dedicato ampio spazio all’iniziativa.Uno degli obiettivi principali di Musso è la sostenibilità. Con il nuovo “birrificio del futuro”, costruito senza utilizzo di nuovo cemento e alimentato da fonti rinnovabili, Baladin punta a diventare un modello di ecosostenibilità. Questo birrificio utilizza energia fotovoltaica e sfrutta il calore in eccesso per riscaldare le strutture adiacenti. Inoltre, grazie all’ampliamento dell’impianto di biodepurazione, Baladin prevede di restituire oltre 40 milioni di litri d’acqua alle falde superficiali, contribuendo all’irrigazione agricola.Progetti Futuri e Responsabilità SocialeNon solo birra. Musso ha avviato numerosi progetti a sfondo sociale, tra cui laboratori di panificazione nelle carceri e una scuola di musica per persone con disabilità. Per lui, fare birra non è solo un business, ma un modo per fare del bene. “Quando produciamo qualcosa che entra nel corpo delle persone, dobbiamo farlo con grande responsabilità, per farli stare bene,” afferma Musso, sottolineando la profonda connessione tra produzione, territorio e benessere sociale.Teo Musso continua a innovare e a ispirare, spinto da una passione autentica e dalla volontà di creare un modello imprenditoriale che sia sostenibile e che promuova la condivisione. Baladin non è solo un birrificio, ma un simbolo di come la birra possa essere un veicolo di cambiamento culturale, gastronomico e sociale. Con progetti ambiziosi come il recupero dell’acqua pre-industriale e la produzione sostenibile, il futuro della birra artigianale italiana sembra essere in ottime [email protected]

  49. 17

    Il primo Master in Circular Economy for Food

    L’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, in collaborazione con Slow Food, ha recentemente inaugurato l’Executive Master in Circular Economy for Food, il primo corso in Italia interamente dedicato all’applicazione dell’economia circolare nel settore alimentare. Questo programma formativo, guidato dal professor Franco Fassio, associate professor of Systemic Food Design, mira a formare i futuri manager della sostenibilità, con un focus sull’innovazione e la rigenerazione del capitale naturale.La centralità dell’economia circolare nel settore alimentareL’Executive Master si colloca in un contesto accademico pionieristico, dato che l’Università di Pollenzo è la prima istituzione italiana dedicata esclusivamente allo studio delle scienze gastronomiche. Fondata nel 2004 su impulso di Carlo Petrini, leader di Slow Food, Pollenzo ha sempre posto al centro il cibo come fulcro delle proprie attività accademiche, costruendo un approccio sistemico alle questioni legate all’alimentazione e alla sostenibilità.Nel corso degli anni, l’università ha intercettato nuove tendenze e sviluppato competenze avanzate nella gestione sostenibile della filiera alimentare. Questo percorso ha portato alla creazione del Master in Circular Economy for Food, frutto di un lungo processo di ricerca e progettualità nell’ambito dell’economia circolare applicata al cibo.Un approccio innovativo: economia, società e biosferaSecondo il professor Fassio, l’economia circolare rappresenta un paradigma economico fondamentale per il futuro del settore alimentare. Il cibo è intrinsecamente legato a sistemi complessi, e per questo l’approccio sistemico diventa cruciale per comprendere e affrontare le sfide della sostenibilità. “Non esiste innovazione se non è accompagnata da uno sviluppo sostenibile”, afferma Fassio. Il master, infatti, si sviluppa intorno a un modello che abbraccia l’idea di rigenerazione del capitale naturale, coniugando economia, società e biosfera.Il programma si articola in tre moduli principali: uno dedicato alla gestione delle risorse naturali (aria, suolo, acqua), uno alla società e alle dinamiche intergenerazionali, e infine uno alla governance economica, con focus su modelli di business circolari, rendicontazione e finanza sostenibile.Un percorso formativo unico in ItaliaIl Master, destinato a professionisti già attivi nel settore, si svolge con 75 ore di lezioni in presenza presso il campus di Pollenzo e altrettante online. Tra i partner del programma figurano importanti enti e realtà del settore, come la stazione zoologica Anton Dohrn, il Kyoto Club, e Slow Food Italia e International.Una caratteristica distintiva del Master è la possibilità di ottenere tre certificazioni professionali: oltre al titolo di Circular Economy for Food Manager, rilasciato dall’Università di Pollenzo, gli studenti possono sostenere gli esami per le qualifiche di Sustainability Manager e Innovation Manager, figure sempre più richieste nelle grandi imprese del settore alimentare.Gli sbocchi professionali del Circular Economy ManagerIl professor Fassio sottolinea come la formazione offerta dal Master apra le porte a numerose opportunità professionali. “Il mercato sta cercando figure come il Circular Economy Manager, il Sustainability Manager e l’Innovation Manager”, spiega. “Le aziende alimentari italiane, dai colossi industriali alle realtà più piccole, stanno riconoscendo l’importanza di implementare modelli di business sostenibili e circolari.”Oltre alle competenze tecniche, il Master fornisce strumenti per sviluppare una visione imprenditoriale e innovativa, con un’attenzione particolare alla rendicontazione ambientale e alla bioeconomia circolare. Fassio incoraggia gli studenti a diventare imprenditori di sé stessi, sfruttando il know-how acquisito per avviare nuove iniziative nel settore alimentare, con una prospettiva di almeno 10-12 anni.L’importanza del pensiero sistemico per il futuro del ciboIl cuore del Master in Circular Economy for Food risiede nell’approccio sistemico. Fassio sottolinea come l’economia circolare non debba limitarsi alla gestione dei rifiuti, ma debba considerare l’intero ciclo produttivo e le relazioni con l’ecosistema naturale. “Il cibo è già di per sé un sistema complesso, interconnesso con la natura,” afferma, “ed è per questo che l’approccio sistemico è l’unico modo per affrontare queste sfide.”In conclusione, il Master dell’Università di Pollenzo rappresenta un’opportunità unica per chi desidera acquisire competenze avanzate in un settore in rapida evoluzione, con un occhio di riguardo per la sostenibilità e l’innovazione. Un percorso formativo che non solo prepara i professionisti del futuro, ma contribuisce attivamente a ridisegnare il futuro del settore [email protected]

  50. 16

    Erbalatte: Innovazione e Sostenibilità nell’Agricoltura Simbiotica

    In un mondo in cui l’attenzione alla sostenibilità e alla qualità dei prodotti alimentari è sempre più centrale, l’agricoltura simbiotica rappresenta un modello innovativo e virtuoso. Alessandro Bergese, titolare di Erbalatte, azienda specializzata nella produzione di latte da agricoltura simbiotica, ci racconta la rivoluzione che ha investito il suo business negli ultimi dieci anni. Durante l’intervista a Terra Madre, Bergese ha spiegato come questa pratica agricola abbia migliorato sia la qualità dei prodotti sia l’efficienza aziendale.Un Cambio di Rotta Verso la QualitàErbalatte, come molte aziende del settore lattiero-caseario, era originariamente un’azienda convenzionale con circa cento vacche in lattazione, alimentate con insilati di mais, mangimi e soia. Tuttavia, la transizione all’agricoltura simbiotica ha segnato un cambiamento radicale, eliminando insilati e riducendo l’uso di mangimi e soia, in favore di una dieta più naturale per gli animali, basata su fieno e pascolo.Questa scelta ha avuto un impatto diretto sulla qualità del latte prodotto, che varia secondo le stagioni in termini di gusto, contenuto proteico e grassi. La variabilità stagionale del latte riflette un legame più stretto con la natura e il ciclo delle colture, offrendo ai consumatori un prodotto più ricco di nutrienti e dal gusto autentico.Un Latte Diverso, Più Sano e DigeribileBergese sottolinea che il latte da agricoltura simbiotica si distingue per l’elevato contenuto di vitamine e proteine, grazie alla presenza di diverse essenze vegetali nei prati, come leguminose e graminacee. Questa varietà di foraggi, oltre a garantire un’alimentazione bilanciata agli animali, migliora anche la digeribilità del latte. “Molti consumatori che avevano smesso di bere latte, hanno ripreso a farlo grazie al nostro prodotto,” afferma.Erbalatte ha ampliato la propria attività, passando dalla semplice vendita di latte ai caseifici all’imbottigliamento sotto il proprio marchio, distribuendolo a bar, ristoranti, pasticcerie e gelaterie. Il feedback positivo dei consumatori testimonia il successo di questo approccio innovativo.Agricoltura Simbiotica: Benefici per il Terreno e la ProduzioneOltre ai benefici per i consumatori, l’agricoltura simbiotica ha un impatto positivo anche sul suolo e sulla produzione agricola. Bergese spiega come il terreno, grazie a questa pratica, sia più resiliente alle condizioni di siccità, permettendo di ottenere fino a sei tagli di fieno per stagione, rispetto alla media di quattro. Inoltre, l’azienda ha implementato tecniche di pascolo rigenerativo, che consentono agli animali di contribuire alla semina naturale attraverso il calpestio, migliorando così la qualità del terreno per le annate successive.Un Approccio Sostenibile ed EconomicoL’agricoltura simbiotica non è solo un’operazione ecologica, ma anche economicamente vantaggiosa. L’utilizzo di mais autoprodotto, ad esempio, ha mostrato un notevole incremento nel contenuto proteico del latte. Questo è il risultato di una gestione sostenibile che consente di ridurre i costi senza sacrificare la qualità del prodotto.Erbalatte dimostra come l’agricoltura simbiotica possa rappresentare un modello di successo per le aziende agricole, non solo per la sua sostenibilità ambientale, ma anche per il suo ritorno economico. Ogni processo è certificato da enti esterni, garantendo la massima trasparenza e credibilità del prodotto.L’esperienza di Erbalatte è un esempio concreto di come l’innovazione in agricoltura possa coniugare sostenibilità e redditività. L’agricoltura simbiotica, infatti, offre un approccio innovativo che migliora la qualità del suolo, dei prodotti e, in ultima analisi, il benessere dei consumatori. Un modello che rappresenta un futuro possibile per molte aziende agricole alla ricerca di nuove soluzioni in un contesto di cambiamento climatico e crescente richiesta di sostenibilità[email protected]

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