Specchi

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I Giubilei tematici che animano quello della speranza sono lo spunto per raccontare la vita, gli inciampi e le risalite di molte persone appartenenti a diverse categorie: dai giornalisti ai sacerdoti, dai giovani ai poveri. Il podcast è scritto e curato da Benedetta Capelli, Fabio Colagrande e Amedeo Lomonaco.

  1. 15

    Ep. 15 - Speciale - seconda parte

    Tredici storie, tredici Giubilei tematici, un unico filo rosso: la speranza che si riflette nelle vite di persone segnate da ferite profonde, cadute improvvise, inquietudini, domande irrisole. Storie illuminate anche, e soprattutto, dalla capacità di rialzarsi e di andare avanti con una speranza più forte di ostacoli apparentemente insormontabili. Dalla comunicazione all’arte, dal volontariato alla malattia, dallo sport alla disabilità. Dall’universo dei giovani, a quello dei migranti, del lavoro. Dalla povertà alla detenzione. Gli ultimi due speciali episodi del podcast “Specchi” attraversano questi mondi con testimonianze accompagnate dalle voci di Papa Francesco e di Papa Leone, che ha vissuto da Pontefice il Giubileo dopo l’elezione, l’8 maggio del 2025, al soglio di Pietro. Il dialogo degli autori - Benedetta Capelli, Fabio Colagrande e Amedeo Lomonaco - ripercorre il percorso del podcast nell’Anno Santo della speranza. Nel 15.mo episodio si ricordano, in particolare, sette testimonianze. Una giovane influencer, Lucia Vecchi, vent’anni, ripercorre la genesi del suo profilo Instagram che diventa ricerca di autenticità. Fra Andrea Palmentura, un giovane carmelitano, evangelizza sui canali social con la parola scritta. La testimonianza di Mor Amar, cittadino italiano originario della Mauritania e co-fondatore della cooperativa Sophia, che è il protagonista di un’esperienza di migrazione e di integrazione. Francesca Villanova, infermiera tra mamme e bambini disabili in Zambia, racconta la vita consacrata come relazione che genera futuro. Manuela Praticò, presidente della sezione Anmil di Reggio Emilia, ha trasformato un tragico infortunio sul lavoro in una testimonianza di speranza. La storia di Ciro,che ha vissuto per strada e si commuove al ricordo delle persone che non hanno esitato a tendergli la mano. La settima testimonianza è quella di Massimiliano Cirillo, ex detenuto che, grazie all’Articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, ha avuto la possibilità di lavorare in un laboratorio di panificazione.

  2. 14

    Ep. 14 - Speciale - prima parte

    Tredici storie, tredici Giubilei tematici, un unico filo rosso: la speranza che si riflette nelle vite di persone segnate da ferite profonde, cadute improvvise, inquietudini, domande irrisole. Storie illuminate anche, e soprattutto, dalla capacità di rialzarsi e di andare avanti con una speranza più forte di ostacoli apparentemente insormontabili. Dalla comunicazione all’arte, dal volontariato alla malattia, dallo sport alla disabilità. Dall’universo dei giovani, a quello dei migranti, del lavoro. Dalla povertà alla detenzione. Gli ultimi due speciali episodi del podcast “Specchi” attraversano questi mondi con testimonianze accompagnate dalle voci di Papa Francesco e di Papa Leone, che ha vissuto da Pontefice il Giubileo dopo l’elezione, l’8 maggio del 2025, al soglio di Pietro. Il dialogo degli autori - Benedetta Capelli, Fabio Colagrande e Amedeo Lomonaco - ripercorre il percorso del podcast nell’Anno Santo della speranza. Nel 14.mo episodio si ricordano, in particolare, sei testimonianze.  Il giornalista abruzzese, Giustino Parisse - che dopo il terremoto dell’Aquila nel 2009 ha perso i figli e il padre - continua a raccontare la sua terra per non farla morire tra le macerie dell’oblio. La seconda storia è quella di Simone Cristicchi, un artista che trasforma la fragilità in poesia. La terza testimonianza è quella di un medico, Vincenzo Trapani Lombardo, che ha scelto di stare accanto ai malati, agli ultimi. Una storia segnata ma non sfigurata dalla malattia è quella di Andrea Rustichelli, giornalista che stava per partire per l’Ucraina come inviato del TG3. Invece ha iniziato un viaggio tra reparti oncologici. È ricca di coraggio e di forza anche la testimonianza di Amelio Castro Grueso, schermitore colombiano che, a causa di un incidente, ha perso l’uso delle gambe ma non la voglia di andare vanti. La sesta storia è quella di Federico Azzaro, poeta e giornalista. Per lui la carrozzina non è una condanna ed esorta a non confondere la persona con il suo limite. Grazie a Luca Rossi per il supporto tecnico e grazie a chi ha deciso di raccontarsi, di offrire agli altri una parte di sè. E grazie anche a chi ha avuto il coraggio e la forza di specchiarsi nella vita degli altri, traendone quella speranza che il Giubileo 2025 ha voluto far rivivere.

  3. 13

    Ep. 13 - Il Giubileo dei detenuti

    In questo episodio del podcast “Specchi” la testimonianza di Massimiliano Cirillo, ex detenuto che grazie all’Articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario ha avuto la possibilità di lavorare nel laboratorio di panificazione della cooperativa “Panatè”. Oggi è il responsabile del panificio della casa circondariale di Cuneo. "Il carcere - afferma - può servire a farti capire, comunque, dove hai sbagliato. Quando sei libero non devi più sbagliare per non ritornare dentro". Imparare un mestiere significa anche avere la possibilità di scrivere una pagina nuova, anche dopo tanti errori. "Io penso che il lavoro nella vita sia la base di tutto; senza lavoro non si va tanto avanti. Poi c’è la soddisfazione che vedi, giorno dopo giorno".  Sfornare il pane è una grande emozione. "L’impasto non è tutti i giorni uguale. Poi, piano piano, quello che mi fa svegliare, mi fa andare tutti i giorni a lavorare, è far capire ai ragazzi che comunque c'è la vita, c'è speranza". L'episodio si apre con le parole pronunciate da Papa Paolo VI durante la storica visita el 1964 al carcere “Regina Caeli”: "Sappiate che io sono venuto perché vi voglio bene, che ho per voi illimitata simpatia. Se mai vi cogliesse la tristezza di pensare: nessuno mi vuol bene, tutti mi guardano con occhi che umiliano e mortificano, la società intera che qui m'ha relegato mi condanna; forse perfino le persone care mi guardano con insistente rimprovero: che cosa hai fatto? ebbene ricordate che io, venendo qui, vi guardo con profonda comprensione e grande stima". Massimiliano Cirillo esorta a guardare chi ha compiuto degli errori senza pregiudizi. Le sue riflessioni superano il perimetro della cella e si legano ai dolori, alle speranze del mondo. "Noi detenuti - sottolinea - a volte ci lamentiamo. Ma c'è gente che sta peggio. In Ucraina i bambini, a volte, non hanno neanche coperte per coprirsi, cibo da mangiare. Noi almeno abbiamo un tetto sulla testa. I ragazzi detenuti hanno un piatto caldo da mangiare. Anche se il mangiare non è eccellente, però almeno c'è. Quindi la speranza dobbiamo averla tutti: non solo per noi, non solo per i detenuti, ma anche per le altre persone che soffrono ancora più di noi".

  4. 12

    Ep. 12 - Il Giubileo dei poveri

    In questo episodio del podcast “Specchi” la testimonianza di Ciro si rispecchia in un percorso fatto di discese all’inferno delle dipendenze e di risalite provvisorie. Il suo è un cammino in cui non mancano cadute ma anche certezze via via più solide. “In fondo sono una bella persona”, afferma questo giovane oggi 37.enne ripercorrendo la sua storia che è un riflesso nitido della speranza. Una delle voci più autentiche che scandiscono il Giubileo dei poveri. Nella sua testimonianza non manca il riferimento ad un capitolo importante del suo vissuto più recente: l’Osservatore di strada, il giornale che tiene spesso nel suo zaino con pagine scritte dalle persone più vulnerabili in cui emergono storie dolorose ma anche ricche di riscatto. Nel racconto si scorge anche il tessuto urbano del Quarticciolo, il quartiere romano nella zona dell’Alessandrino dove Ciro è tornato, dopo anni da frequentatore delle piazze di spaccio, nelle vesti di reporter. In un suo articolo racconta di sentirsi come “Il sottoscritto”, la canzone dei Baustelle che “parla di battaglie perse, di occasioni al vento, di ali di cera che si sciolgono al sole e di mulini a vento”. Ciro ha vissuto per strada e si commuove al ricordo delle persone che non hanno esitato a tendergli la mano. La sua risalita dall’inferno del passato ha un punto focale: “ho messo al centro della mia vita la fede”, sottolinea dopo aver ricordato ferite profonde. “La mia problematica è stata la figura paterna, la mia c'è stata, ma l'abuso non va mai bene, qualsiasi tipo di abuso non va bene, per cui ora comprendo tutto, lo accetto, lo perdono, ma nulla toglie che è stato quel che è stato”. Ripercorre infine gli incontri con Leone XIV e Francesco: “quegli attimi - riferendosi all’abbraccio con il Pontefice argentino - sono stati anche di grazia, perché alla fine i miei occhi hanno incontrato i suoi e forse anche gli occhi di un signore stanco ma mi hanno fatto rivedere gli occhi di mio nonno. Sono uscito fuori da quell'aula veramente già lì cambiato”. Ciro è una persona nuova e dalla sua voce traspare nitida la speranza: “Pure in tutto questo mondo malvagio, io la vedo ancora una speranza perché tanto Dio all'ultimo viene e cambia tutto”.  

  5. 11

    Ep. 11 - Il Giubileo del mondo del Lavoro

    In questo’episodio del podcast Specchi – la speranza giubilare riflessa nella vita – raccontiamo la storia di Manuela Praticò, presidente della sezione ANMIL di Reggio Emilia, che ha trasformato una tragedia sul lavoro in una testimonianza di speranza. “Il lavoro è un diritto dell’essere umano... ma non basta commentare i problemi: bisogna unire le forze per trovare soluzioni”, ricorda in apertura una frase di Papa Leone XIV pronunciata alla vigilia del Giubileo del mondo del lavoro. È il contesto in cui si inserisce la vicenda di Manuela, che nel 2013 subì un grave infortunio: “Un muletto di novecento chili mi è passato sopra. La gamba è esplosa. Io ero sempre cosciente, e ricordo tutto.” Da quel giorno la sua vita è cambiata: “Dopo un infortunio grave devi reinventarti fisicamente, psicologicamente. E non è facile.” Ma da quella ferita è nato un nuovo impegno. “Io credo infinitamente nella missione dell’ANMIL... Se con la mia testimonianza riuscissi a salvare anche solo una persona, direi che ho già vinto la mia battaglia.” Nel podcast il cammino di rinascita di una donna che ha scelto di “non arrendersi al dolore, ma di trasformarlo in un dono per gli altri.” Nelle sue parole, la sicurezza sul lavoro diventa cultura e responsabilità: “Bisogna fare qualcosa di concreto, non solo parlare, com'è giusto fare, dei morti.” La tragedia personale ha fatto vacillare la fede di Manuela, che ancora oggi è attraversata da momenti di sconforto. “Quando è successo l’incidente ce l’avevo con Dio... Poi ho incontrato un sacerdote che mi ha donato un rosario. Da allora lo porto sempre con me e ogni giorno dico: ‘Grazie Signore, perché non mi hai voluto con te’. ” L’episodio si chiude con le parole di Papa Francesco nel settembre 2023: “La sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo... ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi! Non possiamo abituarci agli incidenti né rassegnarci all’indifferenza verso le vite spezzate.” Nella storia di Manuela, un messaggio di coraggio e speranza: rialzarsi è possibile, e ogni vita custodita è già una vittoria.

  6. 10

    Ep. 10 - Il Giubileo della Vita Consacrata

    “La vita consacrata è una relazione”, dice Francesca Villanova, 55 anni, veneta, Piccola Apostola della Carità, missionaria in Zambia. Una relazione “di quelle piene dove dici: che bello stare insieme a quella persona lì”. E quella persona, per lei, è Cristo. Dalla veranda della casa dei volontari di Chipata, dove lavora come infermiera tra mamme e bambini disabili, racconta una vocazione nata tra le incertezze di gioventù e sbocciata come una chiamata d’amore. In questo episodio del podcast Specchi -  che racconta la speranza giubilare riflessa nella vita -  Francesca offre la sua testimonianza nel cammino verso il Giubileo della Vita Consacrata 2025, tempo per riscoprire la speranza nel dono totale di sé. La sua voce attraversa distanze e culture, intrecciando la quotidianità africana con il ricordo delle radici venete e di un percorso segnato da scelte difficili, da una madre preoccupata e da sorelle incerte, fino a quel segnalibro ricevuto come una benedizione: Va’ dove ti porta il cuore. A Taizé, a 17 anni, aveva incontrato per la prima volta Cristo “senza rendermene conto”. Poi, dopo una breve esperienza con i disabili de La Nostra Famiglia, ha scoperto il carisma delle Piccole Apostole della Carità: vivere nel mondo senza abito, accanto agli ultimi, portando la speranza nei gesti quotidiani. “Diamo ai bambini la possibilità di muoversi, di andare a scuola, di vivere”, racconta. “È un lavoro che non cambierei con nulla al mondo, perché mi permette di rimanere in relazione, in una relazione profonda.” Nel suo racconto, la fede si intreccia alla corsa, altra passione che diventa annuncio. “Ho trovato più gente da catechizzare nella corsa che nella catechesi. Correndo insieme si diventa amici nella fatica.” Da Chipata, Francesca ricorda che la speranza è una forza concreta, capace di rinascere ogni giorno: “Ho vissuto storie non a lieto fine, ma dopo il non lieto fine c’è sempre stata tanta vita. La vita che ci ha promesso Cristo è abbondante, rigogliosa, piena. Lo sperimento in continuazione anche in questa terra lontana, povera e dall'altra parte del mondo, eppure la gente qui ha molta speranza nel futuro, quindi si va avanti".

  7. 9

    Ep. 9 - Il Giubileo dei migranti

    “I nostri cuori sono feriti anche per le più di cinquanta persone morte e circa cento ancora disperse nel naufragio di un’imbarcazione carica di migranti che tentavano il viaggio di 1100 chilometri verso le Isole Canarie, rovesciatasi presso la costa atlantica della Mauritania”. Nelle parole pronunciate da Papa Leone XIV all’Angelus, lo scorso 31 agosto, si riflettono le tragedie di chi, solcando deserti e tratti di mare, perde la vita cercando di raggiungere l’Europa. La Mauritania, evocata dal Pontefice, è proprio il Paese sullo sfondo della testimonianza dell’ospite del nuovo episodio del podcast “Specchi”. Si tratta di Mor Amar, arrivato in Italia nel 2011 dopo essere fuggito dalla Mauritania: “per motivi politici, sono stato costretto a scappare per salvare la mia vita; nel mio Paese avevo tutto e anche degli obiettivi. Ma sono stato costretto un giorno a lasciare tutto”. Un incontro ha poi portato nel 2013 alla nascita della cooperativa Sophia, una impresa sociale sostenuta dalla Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana. . Mor, uno dei fondatori di questa impresa sociale, porta la sua testimonianza nelle scuole in Italia e in Senegal: “è importante prima di fare una scelta, prima di partire o di restare, conoscere bene la realtà: per i giovani - anche i ragazzi italiani - è importante che, prima di partire, conoscano la realtà del Paese di destinazione”. Mor parla della cooperativa Sophia come di una famiglia dove, stando insieme, le differenze trovano una composizione armonica: “io sono musulmano e vivo e lavoro con ragazzi cristiani. Siamo colleghi di lavoro, siamo fratelli”. Riferendosi a questo Anno Santo, Mor esprime infine una speranza: “per i giovani, anche per i miei figli, io sempre dico che dobbiamo vivere la realtà; quando vivi la realtà puoi avere una speranza molto bella, puoi avere anche un futuro veramente molto bello; dobbiamo cercare la cultura della realtà”.

  8. 8

    Ep. 8 - Il Giubileo dei missionari digitali

    Nel cuore del Giubileo degli influencer cattolici e dei missionari digitali, celebrato a Roma a fine luglio, la voce di fra Andrea Palmentura, carmelitano scalzo, si distingue per profondità e autenticità. Il protagonista dell’ottavo episodio del podcast Specchi non è un religioso “smanettone”, ma un giovane figlio di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, per il quale “la contemplazione è la base dell’evangelizzazione online”. Fra Andrea, nato a Bari a metà degli anni ’90, evangelizza con sobrietà e rigore, scrivendo post su Facebook che parlano di Vangelo e spiritualità. Non lo fa per apparire, ma per trasmettere ciò che ha ricevuto. “Pregare – ricorda – è stare soli a soli davanti a colui dal quale sappiamo di essere amati”. E aggiunge: “È la preghiera che mi insegna ad essere non un uomo virtuale, ma un uomo virtuoso”. Fra Andrea racconta la sua esperienza durante il Giubileo dei missionari digitali, vissuta come un tempo di “comunione e unità nella diversità”, tra giovani evangelizzatori provenienti da tutto il mondo. Colpisce la sua riflessione sul mandato ricevuto da Papa Leone XIV: essere “agenti di comunione, capaci di rompere le logiche della polarizzazione”. Perché, osserva fra Andrea, “anche sui social si combattono guerre inutili: la prima guerra è quella delle parole”. Non ama definirsi influencer: “Ho scelto la scrittura in controtendenza con l’immediatezza dei video, perché spesso si parla alla pancia delle persone. Io vorrei parlare alla mente e al cuore”. E anche quando viene attaccato sui social, risponde sorprendendo gli interlocutori: “Alla violenza verbale ho risposto con parole di carità. Alla fine, quella persona mi ha chiesto scusa e oggi c’è anche stima. Se noi usassimo e vivessimo di più la carità incendieremmo il mondo di amore”. "A volte - commenta ancora il religioso carmelitano - noi pensiamo che i social siano il luogo per poter dire tutto il contrario di tutto e con il linguaggio e il tono che vogliamo noi, come se l'altro non esistesse, come se non ci fosse più rispetto". "Questo quando succede? Quando ci dimentichiamo che l'altro è fatto di carne, quando manca il principio dell'incarnazione". Il podcast raccoglie la testimonianza di come si possa conciliare vita spirituale e attività social. Fra Andrea spiega che scrivere su Facebook è un’estensione della sua vocazione. Ma per essere autentici nel virtuale bisogna prima essere radicati nel reale. "Quando perdiamo di vista quel contatto con lo sguardo di Cristo - racconta - cominciamo a guardare alle altre cose, ad attaccarci ad esse in modo sbagliato… è tutta una questione di sguardi…". 

  9. 7

    Ep. 7 - Il Giubileo degli influencer e dei giovani

    Lucia Vecchi ha 20 anni ed è di Reggio Emilia, studia biologia. È lei la protagonista del settimo episodio di Specchi, la speranza del Giubileo riflessa nella vita. La sua storia è quella di tanti ragazzi che vivono alternando gioia e tristezza, incertezza e sicurezza, che vivono in ricerca di qualcosa o di qualcuno che li faccia sentire importanti. Lucia è stata per molto tempo inquieta e oggi sembra aver trovato una direzione. Ha scoperto che la comunicazione è un ambito che la entusiasma e che ha una passione per i video in cui racconta le proprie esperienze. È per questo che è stata scelta tra i 100 giovani creator riuniti dalla Conferenza episcopale italiana nel progetto “Shine to share”. Ed è per questo che partecipa al Giubileo degli influencer che si apre il 28 luglio. “Durante l'esperienza di Shine to share – racconta - ho proprio visto la luce dello stare insieme, una gioia, una felicità, proprio la bellezza del volersi bene. E forse ho visto anche proprio un amore un po' più grande di noi”. Si dice convinta che per comunicare il bene, soprattutto sui social, è necessario spogliarsi delle maschere che spesso si indossano. “Io vedevo il mio profilo Instagram che era pieno di manichini, mi mettevo anche io molto in vetrina, come se dovessi mostrare una parte della vita perfetta”. Per questo la ricetta che Lucia suggerisce è di avere “il coraggio di farsi vedere per come si è, mostrando un bene diverso, un amore più libero, forse un amore in cui ti voglio bene per come sei non per cosa fai”. Oggi Lucia, dopo esperienze di fede intense e costruttive, ha capito che lasciarsi amare dal Signore è la strada per la felicità. Per lei la speranza è qualcosa di prezioso che va sempre protetto. “E’ una candela che fa luce anche nella stanza buia…”. La speranza è anche il desiderio di conoscere di più il Signore, la Chiesa, ricambiare l’abbraccio che lei ha sentito. “Mi auguro di essere felice. Io come Luci proverò a mostrarmi sempre amorevole, vorrei essere l'amore per le persone che ne hanno poco, cioè vorrei provarci. Oppure quell'abbraccio di cui quella persona ha bisogno, quel sorriso che ha bisogno di ricevere. E proverò a essere quello, perché secondo me più che indottrinare la gente, bisogna fargli vedere l'amore, che è quello che poi ti mette in ricerca. Io nell'amore ho conosciuto Dio, però prima è venuto l'essere amata, l'essere accolta, l'essere abbracciata e guardata”.

  10. 6

    Ep. 6 - Il Giubileo delle persone con disabilità

    Nel sesto episodio di Specchi, il protagonista è Federico Azzaro, 35 anni, giornalista, poeta e scrittore affetto da tetraparesi spastica. L’occasione è il Giubileo delle persone con disabilità, celebrato a Roma nell’aprile 2025 in piena Sede Vacante. Azzaro, che ha svolto uno stage presso L’Osservatore Romano, diventa testimone vivo di speranza e dignità, contro ogni forma di “scarto”.“Dipende se tu guardi la persona o la carrozzina. La carrozzina può diventare un biglietto da visita che non rende giustizia alla persona”, ammonisce Federico. Il suo invito è rivolto soprattutto a chi lavora nel sociale: “Fate attenzione, può diventare una barriera architettonica mentale”. Il racconto della sua vita inizia da un elicottero: nato a Subiaco con asfissia prenatale, fu trasportato d’urgenza a Roma dove i medici lo davano per spacciato. E invece, dice lui, “sono qui per dire a chi la vita non sorride che c’è sempre una finestra di speranza: dovete solo aprirla e far prendere aria alla vostra anima”. Federico si è laureato in Scienze religiose nel 2022 e ha scoperto nella scrittura una vocazione e una professione. Ha già pubblicato due libri: "Verso l’infinito e oltre il desiderio" (2020), raccolta di riflessioni scritte tra pandemia e studi teologici, e "I miei intimi soliloqui" (2024), poesie nate durante una dolorosa convalescenza post-operatoria. “La poesia mi accompagna da quando ho quindici anni: l’ho incontrata in un periodo difficile, quando mia madre si ammalò di depressione”. Il suo amore per la vita nasce dalla fede: “Un cuore senza ragione è smidollato. Dio è il partner dei miei intimi soliloqui”, afferma citando Viktor Frankl. “Il nostro cuore può essere la stanza dove incontrare Dio. Ma ricordiamoci: nessuno si salva da solo. Come nel girotondo: o si casca tutti, o si sta in piedi insieme”. Nel podcast, Federico commenta tre sue poesie. In "Tempo pieno" invita a reagire all’angoscia: “L’attacco di panico è solo fame d’aria che fa l’amore con la voglia di vivere”. In "Ossimoro" affronta il pregiudizio: “Penso di avere tanto da dare, ma combatto contro l’ossimoro del mio biglietto da visita: la carrozzina. Non è un problema per me, ma per gli altri. Problema loro”. In "Terapia d’urto" rilancia: “Prendi il tuo limite, piegalo bene nella valigia e fanne il tuo punto di forza”. Tutto il suo pensiero ruota attorno a un concetto: il tempo vissuto come kairòs, occasione favorevole. “Evitiamo l’ipertono dei cuori – conclude –. La mia tetraparesi causa irrigidimento muscolare. Ecco, oggi anche i cuori sono rigidi: dobbiamo imparare ad essere più fluidi, più umani. C’è urgenza di tornare ad accogliere”.

  11. 5

    Ep. 5 - Il Giubileo dello sport

    "Quando lo sport diventa business, rischia di perdere i valori che lo rendono educativo, e può diventare addirittura dis-educativo. Su questo bisogna vigilare, specialmente quando si ha a che fare con gli adolescenti". Sono queste parole, rivolte da Papa Leone XIV agli atleti della squadra di calcio del Napoli, ad introdurre il nuovo episodio del podcast "Specchi" in occasione del Giubileo dello Sport. L'ospite è Amelio Castro Grueso, protagonista con il Team paralimpico dei rifugiati ai Giochi Olimpici di Parigi nel 2024, che vive lo sport in modo autentico. Lo schermitore colombiano, dopo aver ricordato pagine drammatiche della sua vita - l'uccisione della madre e l'incidente stradale che gli ha fatto perdere l'uso delle gambe - svela i suoi sogni: scrivere un libro per raccontare la propria storia e vincere una medaglia d’oro alle paralimpiadi. Sono sogni diversi ma hanno lo stesso obiettivo: testimoniare, consolare, dare forza a chi, colpito da prove e sofferenze, pensa di mollare, di aver consumato ogni speranza. “Io, in realtà, la medaglia non la voglio per me. La voglio per gli altri: so che se mi presento come un campione paralimpico posso essere più credibile”.  Amelio Castro Grueso sottolinea che anche nei momenti più dolorosi, come quelli in cui si sentiva abbandonato dalla famiglia in ospedale, ha sempre sperimentato l'amore di Dio: "ho capito che la grazia di Dio comunque mi è stata sempre accanto. La mia fede ha cominciato a diventare più forte: ho visto che se ero in sofferenza, se c’era sempre quella mancanza da parte della famiglia, c’era comunque qualcuno che mi dava quello di cui avevo bisogno; è stato un periodo di cui ringrazio tanto il Signore perché ho conosciuto Dio. Dio che, con la sua grazia, mi metteva sempre accanto qualcuno. Persone che mi aiutavano a risolvere dei problemi e che cercavano di essere anche la mia famiglia. Per questo ringrazio Dio e anche per tutto quel tempo in solitudine: è quello che mi ha fatto crescere nella fede". Il sogno di Amelio non ha bisogno necessariamente di un bel finale olimpico, di una grande vittoria, ma di una strada da percorrere e, soprattutto, da condividere. "Io voglio vivere quel bel processo che mi porterà forse alla medaglia e vado avanti piano, uno scalino alla volta; il mio obiettivo è godermi il percorso; a volte, abbiamo anche dimenticato che il percorso è la vita. Cerchiamo tanto il finale però non ricordiamo che tra l'inizio e il finale c'è una lunga strada che è la nostra vita. Io quindi mi godo quello e tutte le persone che trovo, tutte le cose che vedo; non ho ambizioni ma sogni, lavoro per arrivare al traguardo ma se non ci dovessi riuscire comunque rimane tantissima bellezza nella strada che ho costruito".

  12. 4

    Ep. 4 - Il Giubileo degli ammalati

    Il quarto episodio del podcast "Specchi" è un doppio pellegrinaggio: quello verso la Porta Santa e quello vissuto tra le corsie e i reparti degli ospedali. A compierlo, incrociando le proprie parole con i passi verso la Basilica di San Pietro, è Andrea Rustichelli, giornalista del Tg3. Sarebbe dovuto partire per recarsi in Ucraina come giornalista della redazione Esteri. La sua richiesta era stata appena accettata dal Ministero della Difesa ucraina. Invece si è ritrovato in un reparto d’ospedale per sottoporsi a vari cicli di chemioterapia. Andrea Rustichelli è anche l'autore del libro, edito dalla casa editrice Marlin e intitolato: “Senza biglietto. Vaggio nella carrozza 048”. Questo numero è il codice che il sistema sanitario italiano assegna ai malati oncologici. Percorrendo via della Conciliazione, dopo essere partito da Piazza Pia, Andrea ha varcato la Porta Santa pochi giorni prima del Giubileo degli ammalati e ha ricordato la sua storia. Un racconto in cui i protagonisti sono anche i suoi compagni di stanza in ospedale. Le sue parole, in questo Anno Santo, si saldano ad una speranza che lo ha accompagnato nei momenti più difficili: "Che vada tutto bene, che tutto si compia nella forma migliore. Questo non significa necessariamente la guarigione; certo la guarigione è auspicabile, tutti vogliamo guarire, io voglio guarire certo, ma al di là della guarigione serve che le cose prendano la loro forma migliore. Lo so che può sembrare astratto e vago, ma è un riferimento a un'intima forza che ci guida nelle varie traversie della vita. E nelle varie traversie della vita ci sono anche le difficoltà, c'è anche la morte, c'è anche l'accettazione di quello che può accadere; ecco la mia preghiera è proprio indirizzata a questo, ad accettare la pienezza della vita in ogni fase, in ogni situazione". Andrea sottolinea che "i familiari sono i protagonisti silenziosi della malattia". "Nessuno pensa a loro; si pensa giustamente al malato e poco a quelli che gli stanno intorno. Questi sono i protagonisti silenziosi, bisognerebbe fare forse di più per loro, creare dei luoghi più accoglienti per loro, pensare che non c'è solo il singolo degente, ma c'è tutta la rete familiare che va sostenuta, tutelata". Un altro aspetto cruciale è quello lavorativo: "non c'è una cultura dell'integrazione del paziente nei propri posti di lavoro, anche in grandi aziende pubbliche manca questo. Si dice spesso che la vita attiva è la terapia: bisognerebbe cominciare a praticarla questa vita attiva anche nei contesti relazionali allargati come quello del lavoro che sono importanti". Nel libro “Senza biglietto”, dove non mancano anche riflessioni ironiche ed amare, c'è poi una immagine legata la mondo del pugilato. Andrea scrive che uno dei due pugili impegnati nel combattimento, all’improvviso abbraccia l’avversario. In realtà, lo fa per difendersi dai suoi colpi. Come un boxeur, anche il malato deve affrontare la propria malattia. Deve in fondo capirla, affrontarla proprio come un pugile che abbraccia l’avversario. Queste parole fanno tornare alla mente quelle di Papa Francesco: “quale illusione vive l’uomo di oggi quando chiude gli occhi davanti alla malattia e alla disabilità”. “Il modo in cui viviamo la malattia e la disabilità - ha detto Papa Francesco durante il Giubileo straordinario della Misericordia nel 2016 - è indice dell’amore che siamo disposti a offrire”. Dopo aver varcato la soglia della Porta Santa, Andrea Rustichelli sussurra davanti alla Pietà di Michelangelo il suo messaggio rivolto a tutti, in particolare a chi soffre: "è importante che i malati sappiano che si portano una croce, ma quel peso, quella sofferenza, quella difficoltà non è l'ultima parola, è un passaggio, è una fase sicuramente molto drammatica, ma non è quella sicuramente l'ultima verità". Le vite di ogni essere umano sono riscaldate da una promessa, quella della vita eterna.

  13. 3

    Ep. 3 - Il Giubileo del mondo del volontariato

    Il terzo episodio del podcast "Specchi" racconta il volontariato come un percorso significativo di altruismo e relazione interpersonale. In un discorso di Papa Francesco viene descritto come un’uscita verso gli altri caratterizzata dall'apertura e dalla disponibilità. "Il volontariato è la fatica di uscire per aiutare altri, è così. Non c’è un volontariato da scrivania e non c’è un volontariato da televisione, no. Il volontariato è sempre in uscita, il cuore aperto, la mano tesa, le gambe pronte per andare. Uscire per incontrare e uscire per dare" . È un invito a passare dall’azione passiva a un coinvolgimento attivo e generoso nelle vite altrui. Il dottor Vincenzo Trapani Lombardo, medico ematologo con una lunga carriera, condivide con noi la sua esperienza nel volontariato, con l’Unitalsi ma anche nella gestione di un hospice e in un servizio di medicina a domicilio nella periferia di Reggio Calabria, durante la pandemia. Sottolinea l'importanza di stabilire un legame umano, profondo e paritario con i pazienti e le persone bisognose. Per lui, il volontariato non è solo un atto di donazione, ma un autentico scambio umano che arricchisce tanto chi riceve quanto chi offre aiuto.  "Alla fine - spiega - ci si rende conto che il servizio che si fa è quasi, non voglio dire una frase fatta, un servizio che si riceve, però indubbiamente è un servizio scambievole, c'è un rapporto paritario con il soggetto a cui è rivolto il volontariato".  L'importante, aggiunge, è "avere un rapporto paritario, anche con le persone che si rivolgono a te perché hanno una necessità. Metterle a proprio agio significa proprio questo, non farle sentire in dovere nei tuoi confronti. Questa è forse la cosa più difficile". Le storie personali, come quella di un episodio tragico vissuto in ospedale, rivelano come la consapevolezza della responsabilità e il rispetto reciproco possano creare una rete di sostegno e comprensione non solo tra volontari e beneficiari, ma anche tra professionisti e pazienti. Questa connessione umana si riflette nella cure palliative, un ambito del suo impegno che va oltre il semplice aspetto medico, mirando a dare dignità e supporto agli ultimi momenti di vita. "Probabilmente se garantissimo le cure palliative serie a tutti non ci sarebbe neanche la spinta verso l'eutanasia - riflette -  perché le cure palliative possono fare moltissimo per le persone, perché è un accompagnamento alla morte, ed è un accompagnamento serio". “Essere volontari solidali è una scelta che ci rende liberi", ha detto il Papa nel videomessaggio con le intenzioni di preghiera del dicembre 2022. "Ci rende aperti alle necessità dell’altro, alle richieste di giustizia, alla difesa dei poveri, alla cura del creato”.  Il dott. Trapani, nella sua storia professionale, ha abbandonato posizioni di prestigio per un contatto diretto con la comunità, anche in contesti difficili come il quartiere di Arghillà - "una realtà veramente abbandonata" -  nella zona nord di Reggio Calabria, dove come medico volontario ha effettuato visite domiciliari a chi ne aveva più bisogno. "Io faccio le cose che posso fare nel mio piccolo - spiega con semplicità - più di questo non credo che posso fare, perché non sono un politico e non mi lancio in ambienti politici, per cui io faccio il piccolo che posso fare".

  14. 2

    Ep. 2 - Il Giubileo degli artisti e del mondo della cultura

    "C’è bisogno di gettare la luce della speranza nelle tenebre dell’umano, dell’individualismo e dell’indifferenza. Aiutateci a intravedere la luce, la bellezza che salva". Simone Cristicchi, cantautore, scrittore, attore e regista, era nella Cappella Sistina nel giugno 2023 quando Papa Francesco rivolse questo appello ai rappresentanti del mondo dell'arte. Quasi due anni dopo, mentre a Roma si celebra il "Giubileo degli artisti e della cultura", si trova a Sanremo per partecipare alla 75ma edizione del Festival della canzone italiana con un brano -  "Quando sarai piccola"  - che descrive in poesia come si trasforma il rapporto di amore tra una madre e suo figlio quando l'età e la malattia avanzano.  "Nel momento in cui si sgretola davanti ai nostri occhi un punto di riferimento, come può essere una madre o un padre - riflette il cantante -  c'è anche una buona dose di sofferenza che dobbiamo trasformare in bellezza". "Io credo che non sia la bellezza che salverà il mondo, ma siamo noi in prima persona che dobbiamo salvare la bellezza", spiega Cristicchi nel secondo episodio del podcast "Specchi", raccontando come la speranza giubilare si rifletta nelle sue canzoni e nei suoi spettacoli. "La scopo dell'arte in generale dovrebbe essere quello di riconnetterci alla frequenza madre, alla parte più autentica in noi. Io sento molto la forza spirituale della musica. Poi ci può essere anche la musica di intrattenimento che oggi va per la maggiore, ma non dobbiamo dimenticare che la musica nasce per uno scopo molto più alto". L'artista romano, che dopo cinque anni di silenzio ha pubblicato nel giugno 2024 l'album "Dalle tenebre alla luce", racconta anche il suo pellegrinaggio spirituale cominciato con un rapporto difficile con la Chiesa cattolica e maturato poi in positivo attraverso la frequentazione dei conventi di clausura e degli eremi francescani in Umbria, luoghi di meditazione e silenzio. "Credo che ci sia una grande domanda di silenzio, di riflessione, di contemplazione che si contrappone al frastuono del nulla che avanza", spiega.  "Secondo me dovremmo ritagliarci dei momenti di pace ogni giorno anche all'interno delle metropoli, dei nostri eremi metropolitani. Cioè trovare uno spazio all'interno delle nostre giornate dove poter ricontattare quella parte più intima che è in noi e che ha bisogno di nutrimento, così come il nostro corpo".  Se c’è un filo rosso nella produzione artistica di Cristicchi, oltre a quello della ricerca interiore, è poi sicuramente l’attenzione per gli ultimi, i diseredati, quelli che Papa Francesco chiama gli scartati. "Dovremmo superare questo senso di superiorità - afferma nel podcast - perché il fragile, l'emarginato, lo scartato ha una potenza in sé enorme. Perché è uno specchio, è lo specchio di chi siamo, è una parte di noi che viene riflessa. E quindi se crediamo che davvero nell'altro c'è una parte di noi e che noi stessi siamo gli altri, non possiamo che aiutarci a vicenda e riscoprire questo senso di solidarietà per gli ultimi".

  15. 1

    Ep. 1 - Il Giubileo della comunicazione

    Il primo dei Giubilei tematici nel calendario dell'Anno Santo è quello dedicato alla comunicazione, 24 – 26 gennaio 2025. Ma come si intreccia la speranza con il lavoro del giornalista? E come rinasce la speranza dopo una tragedia personale? A rispondere è Giustino Parisse, giornalista de “Il Centro” quotidiano d’Abruzzo, che nel terremoto de L’Aquila ha perso i suoi figli, Domenico e Maria Paola e il padre Domenico.  "La speranza, nella prospettiva del Giubileo - sottolinea Giustino - non è qualcosa che tu attendi, un qualcosa che tu speri che accada in futuro, ma la speranza, come ne ha parlato anche Papa Francesco spesso, è qualcosa di attuale. La speranza è importante perché ti aiuta a vivere il presente. Non è che aspetti la speranza per vivere meglio il futuro". Una speranza che si intreccia con il compito che per il giornalista abruzzese è diventato una missione dopo il sisma de L'Aquila che ha provocato 309 vittime: fare memoria dei suoi figli, fare memoria di Onna, il borgo duramente colpito dal sisma con 40 morti su 350 abitanti.  Nel racconto duro e difficile di quelle ore in cui la vita cambia per sempre, Giustino riprende carta e penna, scrive della sua tragedia personale, sente di non avere più la terra sotto i piedi perchè avverte il rischio che a morire siano anche le sue radici, i profumi e gli odori del suo paese. La scrittura allora è terapia, aiuta a rimettere in ordine le cose, a lasciare traccia del passato per guardare di nuovo al futuro sapendo da dove si viene.  "Sto parlando con voi da casa mia - racconta Giustino - che ho ricostruito con i miei soldi dopo un paio di anni e sto dentro la mia biblioteca, qui ci sono 10.000 volumi, c'è un archivio sterminato con tutte le cose che ho messo insieme prima e anche dopo il terremoto, e questa è la mia memoria. Io quando sto qui sento di essere vivo, perché la memoria è quella collettiva sempre, mi aiuta. Poi quando magari la sera vado a letto, alle 3 di mattina mi sveglio e arrivato indietro nel tempo ecco che ho l'impressione che la mia vita in fondo sia cambiata ma si sia fermata a quel 6 aprile del 2009".  Nella ricostruzione dell'anima arriva in soccorso la fede, l'accettazione del mistero. "Il giubileo - conclude il giornalista - è un percorso, si parla di pellegrinaggio. Il pellegrino è la vita di ognun di noi. Io oggi sto pellegrinando la mattina, quando io mi alzo, se non ho un obiettivo, se non ho un progetto, se non ho un pellegrinaggio da fare durante la giornata, sarei morto pur non essendolo. Quindi continuo a essere pellegrino nella vita fino a quando il buon Dio deciderà".

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I Giubilei tematici che animano quello della speranza sono lo spunto per raccontare la vita, gli inciampi e le risalite di molte persone appartenenti a diverse categorie: dai giornalisti ai sacerdoti, dai giovani ai poveri. Il podcast è scritto e curato da Benedetta Capelli, Fabio Colagrande e Amedeo Lomonaco.

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Radio Vaticana - Vatican News

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