PODCAST · society
Storia delle Case Chiuse
by Editoriale Programma
Le Case Chiuse, i bordelli, i casini o in qualsiasi modo le si voglia chiamare, sono una parte importante della storia d'Italia, che ha lasciato tracce profonde nel Paese, sia sul piano sociale che culturale. Vivrete anticipazioni, scenari e atmosfere tratte dai tre libri Storia delle Case Chiuse, pubblicati dall'editore Angelo Pastrello di Editoriale Programma.Editoriale Programma è una casa editrice trevigiana nata nel 2009, specializzata nella pubblicazione di libri di saggistica riguardanti vari argomenti che, dalle tematiche locali di varie regioni e città, ampliano il loro raggio a tutto il territorio italiano. Editoriale Programma - Alessandra ArtaleEditoriale Programma- Scarica l'app Loquis per iOS e Android.
-
33
Firenze, Casa chiusa Villa Rina
A Villa Rina però succedevano anche cose strane. Questo è il racconto di un signore che ne fu un affezionatissimo e fedelissimo cliente: “In anni grami, passava in casino la politica, il fascismo e l’antifascismo. Il capitano Carità, un commerciante di radio di via Calzolai che si specializzerà in torture, era un assiduo. Ma assiduo era anche Paolo Pavolini, un partigiano che, più tardi diventerà una firma del giornalismo. Quando gli alleati si avvicinarono alla città e i tedeschi minarono tutti i ponti sull’Arno, la Rina dovette traslocare in casa di Pavolini che, intanto, aveva messo a punto un attentato: l’uccisione di un già corposo giovanotto che aveva avuto la debolezza di collaborare a un giornale repubblichino e che, oggi, sta nell’empireo dell’alta politica. Il commando avrebbe dovuto agire alle otto di mattina di un lunedì. Ma, nel mezzo, c’era la domenica e fu, nella casa di Pavolini trasformata in compiacente maison, una domenica di baldoria. Festeggiò anche il padrone di casa che avrebbe dovuto guidare il commando. E il lunedì mattina, non si svegliò. Un pezzo grosso della nostra Repubblica deve la vita all’umanissimo clima, alla deboscia di una casa di tolleranza, dove probabilmente lui non aveva mai messo piede”. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
32
Firenze, Casa chiusa Madame Saffo
Nei primi decenni del secolo scorso, il bordello più celebre di Firenze era all’ultimo piano di un palazzo di via Antinori. La maîtresse aveva un nome che evocava la poetessa greca musa dell’amore, appunto, saffico: Madame Saffo. La sua era una delle case chiuse più lussuose ed eleganti non solo d’Italia ma anche d’Europa e il periodo d’oro fu durante l’epoca fascista. Esiste un aneddoto particolare: era la metà degli anni Trenta e da lei veniva sempre uno scrittore famoso, che pagava profumatamente per salire in camera e far posizionare la ragazza nuda sulla sponda del letto con le gambe completamente divaricate. Poi per qualche minuto fissava la zona, la stessa che Gustave Courbet nel 1866 aveva ritratto in modo assolutamente perfetto intitolandola L’origine del mondo, poi con aria meditabonda sussurrava: “Accidenti! Più la guardo, meno ci capisco!”. Madame Saffo si dice che commentasse così: “Sarà strano finché volete ma gli è di molto filosofico!” Che quella casa chiusa fosse per personaggi anche intellettualmente attraenti lo si capisce dal fatto che era frequentata come un qualunque circolo da uomini del calibro di Eugenio Montale, Carlo Bo, Carlo Emilio Gadda e Indro Montanelli. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
31
Prato, Casa chiusa il Carbonizzo - Toscana
A Prato i bordelli erano solo due, gestiti dalla Gina. La Gina andava nei suoi bordelli solamente per riscuotere: la gestione pratica era infatti delegata ad altre due maîtresse, che evidentemente godevano della sua incontrastata fiducia. Il suo giro d’affari era cospicuo: due case chiuse con circa cinque o sei ragazze per una, non erano business da poco, considerato che i maschi che le frequentavano erano qualche centinaia al giorno e si sa che mediamente una prostituta faceva quotidianamente dalle trenta alle cinquanta marchette. Per farle i conti in tasca basterebbe poco, ma non è carino. Se le signorine avevano gli stessi nomi evocativi che si trovavano in tutte le case chiuse d’Italia, al Carbonizzo ne passò una che lasciò una traccia indelebile nei ricordi dei pratesi e non solo per il suo nome, la Romanona, ma per il suo aspetto. Quello che era particolare era la sua mole: enorme, altissima, talmente grassa che era perfino impossibile abbracciarla. Eppure lei - che sembrava esser presa da un racconto di Hemingway e di Bukowski - era la più richiesta, forse anche per la curiosità. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
30
Pistoia, la filastrocca - Toscana
Saltando con un balzo in avanti all’era moderna, i bordelli pistoiesi erano praticamente tutti in via Tomba, tanto che esiste una piccola filastrocca assai significativa che così recita: “In via Tomba si mangia, si beve e si tromba”. Era proprio quella la via deputata al piacere, perfetta per quello scopo, in quanto in pieno centro ma un poco defilata per non dare troppo nell’occhio. Erano queste case chiuse di media categoria, a prezzi contenuti e dalla clientela di medio livello, che piacevano anche ai soldati americani dell’immediato dopoguerra e a quelli del distretto militare di San Lorenzo oltre che ai militari della Gavinana, anche se si sa che nei bordelli andavano quasi tutti gli uomini per vari motivi. Come in tutte le case chiuse legalizzate, la visita medica era non solo obbligatoria ma era anche accurata. A Pistoia il medico deputato per questo era il dottor Landini, con studio in Via della Madonna 26, la cui targa sul muro riportava ‘Dermatologo’. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
29
Siena, L’ordine costituito - Toscana
Era il 30 novembre 1641, ovvero l’ultimo anno in cui fu governatore della città, quando il principe Mattias de’ Medici fece affiggere quest’avviso, con le lettere ben in vista sotto lo stemma marmoreo della sua famiglia, all’inizio e alla fine di via Salicotto: “IL SER. PRINCIPE MATTIAS HA PROIBITO CHE NELLA STRADA MAESTRA DI SALICOTTO POSSIO ABITARE MERETRICI PENA DI CATTURA E ARBITRIO. Una decisione drastica dunque, perché evidentemente l’ordine, a chi faceva la vita, di andare a lavorare non in via Salicotto ma nei vicoli di Coda e del Vannello era stato disatteso e gli abitanti del rione erano piuttosto infuriati, tanto da dover ricorrere ‘all’ordine costituito’, una frase che rimanda inevitabilmente a Bocca di Rosa di De Andrè, che proprio di una di quelle cantava. Ma i residenti non riuscirono ad averla vinta: si mise in mezzo la Biccherna, ossia la magistratura finanziaria della repubblica senese, che decise che era “necessario per un buon governo che simili donne vi siano”. Insomma, ancora una volta viene dato per acquisito che la prostituzione fosse necessaria, quello che dirà più di tre secoli dopo un altro toscanaccio, cioè Indro Montanelli. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
28
Siena, L’arresto - Toscana
Dal 1547, quando a Siena divenne governatore Diego Hurtado di Mendoza, diplomatico nonché fine scrittore, in città arrivarono anche le sue truppe spagnole, che per continuare l’allegra vita iberica si portarono appresso anche una notevole quantità di prostitute, le quali continuarono così la loro spregiudicata carriera di portatrici d’amore in città. Di loro c’è ancora il segno nella toponomastica nella centralissima contrada della Giraffa, come via delle Vergini - il cui nome sa tanto di presa in giro -, strada che unisce via Baroncelli al piccolo vicolo della Viola, che prende il nome da una celebre prostituta che aveva un rinomato bordello proprio in quella via, ma che circa due secoli dopo era conosciuto anche come vicolo del Buon Costume. Essendo le prostitute senesi un gran numero, vien da sé che dovevano esserci anche parecchie querelle sui clienti e sul come procurarsene di nuovo a scapito di altre meretrici. E difatti nel luglio del 1561 furono arrestate e finirono in carcere Presidia Dominici da Santa Fiora, Donna Maddalena e Caterina Guglielmi detta la Ciabattina, lavoratrici a San Marco, perché colpevoli di essere “entrate nel convento di Sant’Agostino e tentato commercio con i frati”. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
27
Lucca, Palazzo Bocella - Toscana
Un altro antico e particolare bordello era vicino alla Madonna dello Stellario, precisamente negli scantinati di palazzo Bocella, uno storico edificio ora sede del museo di arte moderna, il L.U.C.C.A., con annesso ristorante. In questo luogo sono stati trovati reperti risalenti all’epoca romana e medievale e una piccola stanza, adibita a posto di guardia con una porta che dava direttamente su via del Fosso, nome derivante da un piccolo ruscello che scorre lì accanto, e due grandi pilastri affrescati da Agostino Ghirlanda. Questo pittore era un abile frescante e dopo il 1582 lavorò su varie facciate di palazzi signorili lucchesi, tra cui palazzo Bocella, dove evidentemente affrescò anche la parte sotterranea. Sono bei dipinti raffiguranti banchetti, donne molto ben agghindate, soldati dalla mascolinità evidente con alabarde e coppe di vino tra le mani, Bacco e satiri. I pilastri sono stati restaurati e le pitture sono visibili al pubblico. È altamente probabile che questo negli scantinati non fosse un vero e proprio bordello, ma comunque un posto dove i soldati di guardia potessero anche trastullarsi in piacevoli attività nelle tante ore che dovevano passare per fare il proprio lavoro. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
26
Pisa, tutte fidanzate di un pilota
A raccontare com’era il mondo dei bordelli pisani in un’intervista di qualche anno fa, è un ragazzo classe 1937, Renzo Castelli, giornalista e scrittore molto noto in città: “Negli anni d’oro dei bordelli, il clima era ben diverso da quello di oggi. Il sesso era un vero e proprio tabù. La massima trasgressione era rappresentata dalle immagini illustrate di modelle in costume da bagno. Non dimentichiamo poi che l’influenza della Chiesa era fortissima, così come il senso del peccato, le case chiuse rappresentavano una scoperta. A Pisa, nei casini di via La Nunziatina, solo per entrare si pagava un ingresso di 50 lire. Molti erano i giovani che andavano lì, nel salottino di attesa, solo per vedere le ragazze discinte. Anche se il discinto di allora bisogna immaginarlo come nelle immagini della Roma di Fellini. Le donnine non erano mai nude ma sempre ornate di biancheria intima. Le ragazze poi, dicevano quasi tutte di essere fidanzate con un pilota morto. Il pilota andava per la maggiore, rendeva alla loro immagine quel senso di romanticismo. Leggevano tutte Liala. Qualcuno perdeva la testa per una di loro e la seguiva nei casini di tutta Italia sino a riuscire a sposarla. E spesso erano tra i matrimoni più riusciti”. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
25
Pisa, casa chiusa Il Villino Rosa - Toscana
La fondò nel 1919 la Nerina, al secolo Clelia Croce, una donna buona che aiutava chi era in difficoltà facendo beneficenza, specialmente agli abitanti del quartiere di Sant’Andrea. Per incrementare i guadagni portati a casa dalle sue ragazze, quando cambiava la quindicina la Nerina le prendeva alla stazione e le faceva salire su una carrozza a cavalli aperta, con un vetturino vestito di tutto punto con tanto di bombetta. Questo tour pubblicitario passava per i lungarni e davanti al bar Pietromani, che all’epoca era frequentatissimo, creando confusione e aspettative pruriginose in tutti gli uomini e i ragazzi, perché la signora le sceglieva tutte giovani e belle, anche perché il suo bordello era di prima categoria, costosetto in realtà, ma offriva davvero il meglio che si potesse avere. Il Villino Rosa era frequentato da personaggi facoltosi, gente benestante e professionisti di ogni genere, ma anche da studenti con qualche soldo in tasca più degli altri. Questi giovanotti stavano ore lì dentro, non solo a guardare le ragazze ma anche a studiare e molte tesi di laurea sono state preparate proprio lì, tra una sveltina e un ammiccamento. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
24
Livorno, Casa chiusa Madame Sitrì - Toscana
I clienti erano ricevuti in salottini privati, non c’era mai confusione per la scala, e nel salone c’erano gli affezionati, quelli che oltre a pagare le marchette, passavano il tempo giocando a carte. Non era posto da studentelli senza il becco di un quattrino. Negli anni Cinquanta i cadetti, ormai non più aristocratici e dai cognomi altisonanti come i loro predecessori ma dal fare decisamente più goliardico, scrissero sui muri dell’Accademia parecchie frasi su una certa Piera, una ragazza di Villa Sitrì: “Viva Piera!”, “Piera sei la fine del mondo” o ancora “La nostra nave scuola preferita si chiama Piera”. Se il comandante dell’Accademia fosse stato un altro, i cadetti sarebbero stati costretti a imbracciare cenci e ramazze e pulire barche, barchette e tutto quello che galleggiava per decenni. Invece furono fortunati, perché il comandante era Francesco Mimbelli, il quale oltre ad essere un gentiluomo, per di più decorato con medaglie d’oro e d’argento, era anche un personaggio speciale, a cui il senso della cosa non sfuggiva neanche un po’. Così, in abiti borghesi, andò da madame Sitrì per conoscere la famosa Piera, di cui i suoi allievi raccontavano meraviglie. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
23
Livorno, Casa chiusa Sorelle Catarsi - Toscana
Quella delle sorelle Catarsi era di prima categoria, carissima e lussuosa, tra baldacchini e specchi, ori e velluti, saloni e salottini privati. È diventato leggenda un giovedì del 1917, quando Aimone di Savoia Aosta, il futuro re di Croazia e duca di Spoleto, arrivò all’ultimo anno di Accademia accompagnato proprio da loro. Preavvisata del regale cliente, Valenza si presentò in abito di gala, scollatissimo e con lo strascico. La casa tutta era preparata al suo arrivo: festoni tricolori per la scala, stemmi sabaudi, coccarde e pennacchi in ogni dove. Tutto un gran pavese in onore alla monarchia, ma non solo: appena il ragazzo entrò, partì il grammofono con la Marcia reale, le signorine, vestite per l’occasione, incedevano con passi sensuali e la Catarsi, inchinandosi a lui, pronunciò una frase storica e memorabile per i bordelli di tutt’Italia: “Benvenuto duca, casa Catarsi è fiera di ricevere casa Savoia”. Valenza e Gisella, amanti delle buone maniere e della monarchia, non amavano il fascismo, il fez, gli stivaloni e la luttuosa divisa d’orbace, anzi quando i gerarchi arrivavano da loro, li guardavano con un certo disprezzo, senza inchini e senza smancerie. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
22
Bologna, Preservativi con il marchio del Duce - Veneto
Quasi sicuramente pochi sono al corrente che durante il periodo fascista il veneziano commendator Franco Goldoni (da cui si pensa derivi il termine veneto goldon per dire “preservativo”, anche se altri ritengono derivi dal fatto che molti preservativi arrivassero dall’America con marchio Gold One, altri ancora da altri termini) chiese aiuto al Duce, uomo noto anche per la sua sfrenata attività sessuale, per agevolare la documentazione idonea per aprire a Bologna la sua attività. Tra i vari prodotti come tettarelle per biberon, succhiotti per bambini, guanti chirurgici, figurava anche un prodotto un po’ anticonvenzionale, appunto il preservativo. In cambio gli fu imposto di inserire sul marchio di fabbrica l’aquila littoria e l’antico nome latino Habemus tutorem (abbreviato poi in Ha-Tu per esigenze commerciali). Nell’anno 1935 furono realizzati per la campagna d’Abissinia preservativi in lattice trattati con vulcanizzazione a caldo, pubblicizzata come molto resistente ai climi tropicali. I preservativi consegnati ai militari non potevano essere ceduti o venduti, ma usati solo dalla persona che li aveva ricevuti in dotazione. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
21
Venezia, Ponte de la Donna Onesta - Veneto
Le leggende qui si sprecano. Due sono piuttosto maliziose: una narra che la struttura fosse destinata a crollare qualora vi fosse passata sopra una donna onesta... motivo per cui il ponte si trova ancora al suo posto, integro e sano. Poco distante c’è anche la faccia scolpita di una donna, incassata nel muro: il già nominato Tassini racconta di due uomini che passando da quelle parti disquisivano sulla mancata onestà del genere femminile e uno dei due, indicando la faccia, disse qualcosa sul fatto che quella era l’unica donna onesta esistente al mondo. Un’altra storia ancora lo associa all’abitazione di una meretrice lì nei dintorni: l’aggettivo onesta potrebbe riferirsi a lei come cortigiana intellettuale, oppure come prostituta discreta e dalle tariffe abbordabili. L’ultimo racconto, probabilmente il più attendibile, arriva da Iacopo Foscarini: abitavano nei pressi del ponte uno spadino e la sua bella moglie, della quale s’invaghì un patrizio che, cercando un modo per vederla, ordinò una spada al marito. In seguito, con la scusa di vedere la manifattura dell’arma, questi s’introdusse nella casa in assenza dello spadino per approfittare della consorte, ma piuttosto di perdere l’onore la donna preferì uccidersi proprio con la lama appena affilata. Editoriale Programma - Walter Basso
-
20
Venezia, la Pierina - Veneto
Le case di tolleranza erano sempre operative nonostante la concorrenza e le più lussuose si trovavano, nei primi del Novecento, intorno alla Frezzeria e a San Fantin: nei racconti si distinguono dagli altri dalle fragranze, lavanda e bergamotto contro l’olezzo di sigarette e disinfettante che contraddistingueva le case di bassa lega. Tra i più famosi: la maison di Angelina De Franceschi, vicino al Bauer; il bordello della Maria Cita nel sotoportego vicino al Ponte delle Veste e la Pierina, riservato e discreto, situato nel sotoportego della Malvasia tra calle Fuseri e calle Goldoni: le prostitute di questo bordello erano molto disciplinate, tanto da farsi spesso confondere con le collegiali, e dopo la chiusura si recavano in gran segreto al Caffè Martini per qualche straordinario, accompagnate da magnaccia (riconoscibili da giacca scura, braghe bianche e scarpe di tela chiara) e tenutarie. Leonora, Vittoria, Berta, Amelia, Ines e le altre (questi i soprannomi da battaglia delle discinte frequentatrici) sedevano accavallando le gambe, fumavano e portavano i clienti nello stanzino dietro il locale per guadagnare le cinque o dieci lire della prestazione. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
19
Venezia, Le Carampane - Veneto
Nel 1421, con l’indisturbato dilagare della sifilide, si decise di spostare l’attività di meretricio nelle case che il Comune aveva ereditato dalla famiglia Rampani - in una zona che comunque, in barba alle restrizioni, già pullulava di mamole (termine veneziano per “prostitute”) che adescavano in libertà per le strade. Il luogo divenne ben presto un vero e proprio distretto a luci rosse, chiamato le Carampane (da case dei Rampani, appunto), gestito un po’ come un’efficiente city lavorativa: molte prostitute facevano le pendolari, andando e venendo da casa a lavoro e viceversa, venivano mantenuti e regolarmente stipendiati i custodi a salvaguardia dell’ordine pubblico e delle signore, le case stesse si affittavano come un normale ufficio o negozio - cioè a prezzo ribassato poiché finalizzato alla mera attività commerciale, non a scopo abitativo. Editoriale Programma - Walter Basso
-
18
Belluno - Veneto
Tutta questa zona abbondava di osterie e locande dove i visitatori, dopo avere placato il formidabile appetito sessuale, potevano recuperare le energie spese abbuffandosi con i piatti tipici che erano (e sono tuttora!) particolarmente gustosi e nutrienti. Se poi un cliente era timido poteva sempre fermarsi in osteria prima per scolarsi una grappa doppia, in modo da ottenere quel coraggio leonino necessario a superare il portone di zia Pina. Narra Peppino Zangrando, in un articolo sul Corriere delle Alpi del 2008 ricavato dal racconto di un ex giovane membro del club dei flanellati locali, che all’interno del postribolo, sul muro in fondo al corridoio di fronte all’entrata, campeggiava una citazione di sicuro non partorita dall’estro poetico di Manzoni o Leopardi, che metteva un certo terrore addosso. La frase riportava esattamente le seguenti parole: «Chi non ama pan, vin e f… Dio li castiga!». Le ragazze lavoravano quindici giorni, poi preparavano armi e bagagli e con un apposito taxi andavano in stazione per avviarsi a dare il cambio ad altre colleghe in altre case. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
17
Belluno, Casa del Piacere della zia Pina - Veneto
La casa del piacere dove si sollazzava una parte degli uomini (mica tutti, ci mancherebbe!), nominata della zia Pina, si trovava ai primi del Novecento in via della Motta 17. La suddetta via diventò in seguito, nella parlata comune, via della Potta ed il punteggio diciassette per i vecchi giocatori di briscola nelle affumicate osterie mutò in «Dissete fa mona!». Poi il casino passò in zona Mezzaterra e qualcuno gli dedicò addirittura una cantata che iniziava così: «E in Mezzaterra l’è la zia Pina L’è la rovina di noi Alpin» La zia Pina svolgeva la sua rinomata attività in un’abitazione nella quale si entrava da un portone con borchie di metallo, dotato di spioncino per evitare spiacevoli visite. Proprio davanti all’edificio c’era un vespasiano dove i clienti all’uscita potevano cambiare l’acqua alle olive. Vicino al portone si trovava un altro ingresso che portava però nella casa della maîtresse. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, forse perché i bellunesi erano più vicini alle posizioni laiche che non a quelle ecclesiastiche, la presenza della casa di zia Pina non creava alcun problema, anzi costituiva un grande motivo de tegnerse in bon, insomma di orgoglio e di prestigio. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
16
Verona, Bernardina Ferrarese - Veneto
Una testimonianza tragica parla di una famosa meretrice vissuta nel XVI secolo, forse la più ricca cortigiana della città, di nome Bernardina Ferrarese. Questa donna aveva guadagnato moltissimo dal suo mestiere e viveva nel lusso più sfrenato, addirittura pare che nel suo giardino ospitasse animali esotici di ogni genere; pare che “adottasse” diverse ragazze povere per iniziarle alla professione, ma trattandole male. Bernardina fu arrestata dalle autorità veneziane, le fu tagliato il naso e cavato un occhio, poi fu esposta al pubblico ludibrio e venne massacrata dal popolo, infine venne trasportata all’Ospedale di Pietà in fin di vita e lì morì. Bernardina, infatti, non pagava le tasse e non era nemmeno iscritta ai registri, quindi fu il Podestà a fare in modo che morisse nella più totale vergogna, in modo da potersi accaparrare tutte le sue ricchezze. Alla fine comunque non la spuntò del tutto: eccetto quanto dovuto per saldare le tasse a Venezia, il resto della sua eredità andò all’Ospedale di Pietà, luogo dov’era morta, come da legislazione prevista. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
15
Verona, Machiavelli - Veneto
È ben noto che dal 1276 le prostitute esercitassero sotto gli arcovoli dell’Arena e ben presto quello fu il luogo dove vennero ghettizzate, l’unico in cui poter esercitare. Il grande Machiavelli, uomo di grande ingegno ma anche sessualmente molto attivo (lo conferma lui stesso), ci lascia un simpatico aneddoto a tema in una lettera privata indirizzata a Luigi Guicciardini, politico dell’epoca. «L’appetito era robusto», ribadisce senza remore il Machiavelli, tanto da farlo andare in fretta e furia con una donna in una stanza buia e mezza sottoterra che in realtà, quasi certamente, era un arcovolo dell’Arena ancora abitabile. Qui con grande frenesia si svolse il rapporto, alla fine del quale il nostro Niccolò prese un tizzone dal focolare e finalmente guardò la donna con la quale aveva giaciuto. A questo punto ebbe la sorpresa più sgradita di tutta la sua vita: si trattava di una vecchia brutta, sdentata e con la bocca storta, il suo alito puzzava come avesse mangiato un topo da fogna e aveva anche un notevole baffo. Quando si dice “mai comprare a scatola chiusa”! ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
14
Vicenza, Casino Villa Lola - Veneto
Nella prima metà del Novecento il quartiere Araceli, che nei secoli precedenti ospitava monasteri e chiese, venne pian piano lasciato da parte e finì nel più completo degrado. Qui, a nord-est del centro storico cittadino, si trovavano diverse case di tolleranza e abitazioni di prostitute di infima classe; era una zona che portava una nomea malfamata, ma subito dopo il secondo dopoguerra venne a poco a poco riqualificata. Il casino di lusso era invece Villa Lola , chiamata anche la Casa delle Bambole (un nome, un programma), situata nella strada Contrà Torretti di fronte all’attuale sede della Caritas: questa zona, un po’ defilata, vedeva sempre un gran viavai di uomini diretti quasi unicamente al lupanare. Nel secondo dopoguerra tuttavia pare che a un altro piano dello stesso edificio abitasse una terribile professoressa di matematica “vecchio stampo”, una donna di polso che era anche consigliera comunale per il Partito Socialista: ebbene, capitava spesso che i clienti impazienti sbagliassero campanello e suonassero il suo, ricevendo una scarica di meritati insulti laddove invece si aspettavano sorrisi e ammiccamenti. Editoriale Programma - Walter Basso
-
13
Padova, Casino della Norma - Veneto
I bordelli di basso rango, quelli più infimi, si trovavano nel quartiere di Santa Lucia ed erano frequentati dal cosiddetto popolasso. La Norma, gentilissima, ogni anno in data 8 febbraio, festa della matricola, concedeva agli studenti una “consumazione” gratuita: immaginerete la ressa. Nel suo bordello accorrevano persone importanti, di alto rango: quando a questi si alzava il testosterone, prenotavano una carrozza speciale in piazza Garibaldi - speciale perché furbescamente silenziata, ovvero dotata di ruote in gomma che permettessero di evitare di far casino andando in casino a causa della pavimentazione sconnessa. La signora Norma, dotata di grandi conoscenze di marketing come quasi tutte le sue colleghe italiane di buon livello, ogni quindici giorni rinnovava le ragazze scegliendo le migliori e, non contenta, provvedeva in prima persona a spargere le voci sulle loro qualità. Anche qui giravano dei flanellati piuttosto originali: si narra che uno di essi, diventato famoso avvocato e passato da pochi anni a miglior vita, abbia preparato l’intera tesi di laurea proprio dalla nostra amica. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
12
Casino della Ramazza - Veneto
Si dice che un prete locale, uno di quelli sanguigni e terribili che dall’altare la domenica mattina lanciava fulmini e minacce di fuoco eterno parlando di lussuria e altre nefandezze, essendo occasionalmente preda del demonio frequentava il casino della Ada, che aveva due entrate: davanti alla principale, che si trovava a metà circa della Cae de Oro, sostava ogni sera un tutore della legge in divisa. Il problema vero era il dover dividere i peociosi dai siori timidi e dai casuali rappresentanti del clero, applicando così con spirito cristiano il famoso detto di Gesù “bisogna dividere il grano dal loglio” e facendo entrare i peociosi per l’ingresso principale e gli altri per quello secondario. Grazie a quest’accortezza il nostro parroco entrava e usciva da quello secondario (in via Isola di Mezzo), nascosto da paravento e lussureggianti piante con grande rispetto della privacy e dell’onore. Tuttavia chiunque era a conoscenza del suo “segreto” e così, quando giù nel salone occasionalmente sostavano i flanellati con le tose, appena lo sentivano uscire gli urlavano dietro «Padresialodatogesucristoooo!», danneggiandogli gravemente il fegato. ©Editoriale Programma - Walter Basso
-
11
La Spezia, Casa chiusa il Suprema - Liguria
La più bella casa di tolleranza della città si trovava a Sant’Agostino e si chiamava Suprema. Qui era la zia, ovvero la maîtresse ad accogliere la clientela ma non solo. Era un locale elegante, come fa capire il nome, arredato elegantemente e con prezzi alti in quanto bordello di prima categoria. Si racconta che fosse davvero bello, con perfino due statue marmoree di Amore e Psiche, molti tappeti e ricchi tendaggi, bei mobili e begli ‘oggetti’ a far mostra di sé, anche se gli ‘oggetti’ più belli erano le ragazze, di prima scelta, giovani e stupende. Al Suprema poi c’era anche una stanza tappezzata di specchi per chi voleva sbizzarrirsi e, inutile a dirsi, era richiestissima. Non essendoci in città l’Accademia di Belle Arti, spesso la maîtresse faceva entrare modelle e pittori, trasformando così un seppur elegante bordello anche in un centro di cultura. Ora è trasformato in un ristorante altrettanto prestigioso che ha mantenuto lo stesso nome. Nostalgia dei tempi andati? ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
10
La Spezia, L’altare di Venere - Liguria
Nel 1866 la città si infiammò per una questione logistica, vale a dire che a fianco delle scuole ubicate nell’ex convento delle Clarisse, all’epoca in via XX settembre perciò al Poggio, il quartiere deputato ad ospitare quei luoghi di piacere, ci fosse proprio un bordello. I genitori degli studenti quindi non erano per nulla felici di quel vicinato così appetibile da parte dei loro figli e un giornale locale scrisse così: “Capita spesso che alcuni alunni invece di entrare per la parte che conduce al tempio di Minerva, per la pura e seducente opportunità, tratto tratto scivolino per quella che conduce all’altare di Venere”. La vicenda finì con una salomonica decisione: si spostò l’ospedale di Sant’Andrea nell’ex convento delle suore e gli studenti furono a quel punto mandati nell’ex ospedale. La morale era salva e questo placò gli animi dei preoccupati genitori spezzini. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
9
Genova, Casa chiusa il Castagna - Liguria
Per gli studenti universitari il luogo di ritrovo era il Castagna, nell’omonimo vicolo, dove andavano per lo più a studiare al caldo, visto che di soldi nelle loro tasche ne giravano pochini. Al massimo, quando la maîtresse si stancava di avere tanti flanellanti che guardavano le ragazze seduti sui sofà, prendeva il flit, quello che una volta si usava contro mosche e zanzare, e gli dava una bella spruzzata, magari gridando “qui non si perde tempo, ragazze in camera!” La signora però, sapendo che la sua casa era frequentata da molti studenti, si era anche lei inventata una promozione: timbrava una scheda personale e ogni tre marchette comprate ne regalava una. Ma non solo. Quando uno dei suoi affezionati studenti si laureava, la maîtresse gli regalava una marchetta con una ragazza che poteva scegliere lui stesso. “Era un bel posto – racconta Francesco, un distinto avvocato di successo dall’aria dolce, con la voce imperiosa e allo stesso tempo suadente – con una saletta non troppo grande dove stava la ‘maîtresse’ e dove i clienti sceglievano le ragazze, con una bella scala da cui si saliva in camera. Le ragazze, credimi, erano proprio belle, ma belle, belle, belle!”. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
8
Genova, Il Lepre - Liguria
Tra via della Maddalena e vico delle Vigne, in piazza Lepre c’era il Lepre, quello che prediligevano i gerarchi fascisti, tanto che nel periodo del Duce la portinaia Dolly accoglieva tutti con il saluto romano. A gestire il Lepre era la signora Rina, soprannominata la tigre di Gondar per i suoi trascorsi in Etiopia. Di lei si raccontava che avesse conquistato il paese africano prima di Starace, e proprio lì aprì il suo primo bordello con prostitute bianche. Quando arrivò ai quarant’anni, aveva il denaro necessario per aprire un bordello in Italia e così, tornata a Genova, nacque il Lepre. Era questa la casa chiusa più colorata della città: la signora Rina, infatti, fanatica del fascismo, non permetteva che si indossasse biancheria nera, sarebbe stato infatti un oltraggio usare il colore uguale a quello delle camicie divisa dei fascisti per mutandine e reggiseno. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
7
Genova, Casa chiusa il Suprema - Liguria
Se i muri potessero parlare, quelli dei bordelli di Genova color salmone carnicino racconterebbero aneddoti piccanti e melanconici, storie d’amore e di emarginazione, stralci di vite vissute con passione e altre portate avanti con rassegnazione. Quello della prostituzione è un mondo dai contorni frastagliati, composto da un florilegio femminile di ogni estrazione sociale, di diversi caratteri, colmo di sogni e di speranze, di delusioni e di tristezza. Il Suprema, vicino all’attuale Galleria Mazzini, era una casa chiusa di lusso nel salotto buono della città. Era la più chic di Genova, come si evince dal suo nome, vale a dire quello che identificava bordelli raffinati, eleganti e costosissimi, con arredi Liberty, dal fascino misterioso e intrigante, ricchi di tessuti preziosi, tendaggi e abat-jour che regalavano alle stanze una luce soffusa e intrigante. Così come intriganti e stupende erano le ragazze che ci lavoravano, degne del nome Suprema. Il meglio del meglio insomma. Ma il Suprema non era proprio per tutte le tasche, anche se vogliose. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
6
Albenga, Il primo amore - Liguria
Albenga aveva la sua casa chiusa. Era un casino di lusso, ben arredato e frequentato da persone facoltose e altolocate, fra cui si contavano numerosi professionisti, compresi medici e avvocati, e qualche prelato dalle voglie proibite. Le ragazze erano belle, giovani, disponibili a tutto, ben educate e gentili. Di questo casino ho raccolto un particolare ricordo da Alfredo, un bel signore dall’aria sorniona e sempre sorridente: “Ero giovane ma andavo spesso al casino. Mi ero affezionato a una ragazza della mia stessa età, si faceva chiamare Lily e non ho mai saputo il suo vero nome. Andavo a trovarla ogni mattina, anche senza consumare perché non potevo spendere tanti soldi. È stato bellissimo, lei era adorabile. È stato il mio primo amore. E sì, lo confesso, ero anche un po’ geloso. Era bella, dolce e passare il tempo con lei era appagante. Era una bella persona, davvero. Sembrerà strano, ma è un ricordo che ho sempre nel mio cuore e che non appassirà mai. Lily è stata il mio primo amore. Ora sono vecchio, stanco e un po’ acciaccato, ma quando ripenso a Lily mi sembra di ritornare ad essere un giovanotto baldanzoso, pieno di forze e di sogni”. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
5
Alassio, Zaira - Liguria
Non è stato facile né trovarla né convincerla a parlarmi perché lei, Zaira, il suo antico nome d’arte, è una di quelle signorine che ha passato qualche anno della sua vita dentro ai casini. Adesso Zaira è una simpatica ed elegante signora, con il vezzo di tingersi ancora i capelli di rosso scuro e di usare la cipria rosata dal profumo tenue e inconfondibile. Gli anni sono passati, è vero, ma quella bellezza che incantava gli uomini è rimasta, un po’ appannata certo ma ancora evidente. Dopo qualche attimo di imbarazzo plausibile da entrambe le parti, inizia a parlare senza che le faccia domande precise, come sapesse già cosa volevo chiederle. “Chi frequentava i casini di un tempo erano uomini diversi, molto diversi da quelli di oggi. Potevano essere persone dallo sguardo severo, dai modi bruschi che mettevano in soggezione, ma sempre gentili e mai arroganti. La maggior parte dei clienti era ammaliata da noi, ci amava e noi li trattavamo bene, con affetto direi. I clienti arrivavano sempre vestiti con giacca e cravatta, non mi è capitato mai nessuno ubriaco o pericoloso. In quel senso sì, eravamo molto tutelate, nessuno poteva farci del male”. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
4
Sanremo, Frau Lotte - Liguria
La maîtresse era un donnone tedesco, Frau Lotte, che, anche dopo decenni che abitava in Italia, parlava con un marcato accento germanico, senza declinare i verbi ma usandoli sempre all’infinito. La teutonica Lotte arrivò nella città dei fiori in vacanza con il marito, ma il poverino morì improvvisamente. E allora che fare? Era in un posto a lei poco conosciuto, non sapeva far altro che ballare ma non era facile trovare un posto fisso, così pensò bene di arrangiarsi e mise su un bordello, con due o al massimo tre ragazze, che andò avanti con successo per decenni. Molti anni dopo che i bordelli vennero chiusi, Frau Lotte lavorava ancora imperterrita, nonostante fosse in età ormai più che matura. Della legge Merlin non le importava evidentemente un granché. Intorno ai primi anni Novanta del secolo scorso ebbe qualche guaio con la polizia che andò nella sua ‘casa’ e trovò due o tre ragazze dell’Est, belle e giovani, insieme a parecchi oggetti erotici. La signora, nel suo italiano dall’accento inconfondibilmente tedesco, disse che le fanciulle erano lì solo per aiutarla nelle faccende domestiche, e quelle altre cose erano giochini che ogni donna ha in casa sua. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
3
Sanremo, Casa chiusa Villa Citera - Liguria
Molti altri erano i bordelli della città del Festival. Uno dei più famosi era Villa Citera, in via Galileo Galilei 263, nel quartiere del Borgo, in un bellissimo edificio che ora è sede di una palestra di basket. Mai nome fu più adatto per un bordello: l’isola greca di Citera era l’isola dedicata ad Afrodite, la dea dell’amore. Villa Citera era una casa di lusso dove, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, andavano soprattutto ufficiali tedeschi. E qui si apre un capitolo drammatico relativo ai giorni dopo il 25 aprile 1945: si racconta che le signorine che ci lavoravano, che non erano in alcun modo colluse con i nazisti, come qualcuno ha sussurrato, stessero per essere fatte fuori, impiccate sugli alberi che erano nei dintorni della villa da chi voleva fare piazza pulita di ogni persona che aveva avuto contatti con i tedeschi. Per fortuna per loro, il buon senso prevalse e alle ragazze vennero solo rasati i capelli, come si faceva allora con le donne in odor di essere spie. Ebbero sì salva la vita, ma persero ancora una volta, come se non fosse bastato il loro lavoro, la loro dignità, caduta in terra insieme ai loro capelli tosati. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
2
Sanremo, Casa Rosa - Liguria
A Sanremo la zona a luci rosse era situata nella città vecchia, chiamata anche ‘Pigna’, dove il bordello più celebre era la Casa Rosa in via San Bernardo 4, proprio nella zona dove adesso c’è il mercato annonario. Anzi, proprio per costruire il mercato quella casa fu demolita e si racconta che, benché fosse un ammasso di macerie, ci fossero ancora appesi alle pareti dei piccoli quadretti raffiguranti scene erotiche. La Casa Rosa era un grande edificio, con un piano terra e un primo piano, che occupava gran parte della salitina e ci lavoravano una quindicina di ragazze. Era un bordello di terza categoria, con un arredamento minimale e i prezzi molto abbordabili, con le ragazze adeguate alla categoria, cioè bruttine. Ad avvisare le signorine che dal vialetto arrivavano i clienti c’era il pappagallo Loreto, che urlava in continuazione «Arrivano i marinaiiiii!». Quando in città approdavano le navi americane, due marinai della Short Petrol, cioè il corrispettivo della Marina della Military Police, con tanto di fascia identificativa sul braccio, stazionavano davanti all’ingresso con il manganello per evitare tafferugli. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
-
1
Luci rosse a Monte Albano - Liguria
Nel periodo dei Comuni, fra il 1300 e il 1400, il podestà aveva stabilito le regole a cui le prostitute, i clienti e i bordelli dovevano attenersi. Le meretrici dovevano vestirsi di giallo, andare a messa e in processione ogni 22 luglio, dietro la statua della santa a cui erano devote, Maria Maddalena. Il quartiere di Monte Albano era ‘a luci rosse’ e pullulava di casupole dove le prostitute praticavano l’antico mestiere. Dovevano però pagare una tassa giornaliera di 5 soldi che serviva ai lavori di manutenzione del porto e dei moli. Le tasse pagate dalle prostitute venivano investite anche in altre opere, come la cattedrale di San Lorenzo, dove esiste ancora una lastra di marmo con inciso un braccio femminile. Pagando le tasse, alle prostitute venivano riconosciuti i contributi, i giorni di sosta per malattia e le ferie vere e proprie, come a ogni dipendente. Con il decreto dogale del 17 marzo 1550 - in cui si avviavano i lavori per la costruzione di Strada Nuova, ora via Garibaldi – il quartiere di Monte Albano praticamente scomparve e le prostitute e i relativi bordelli vennero spostati nella zona della Maddalena, la sede storica della prostituzione genovese, in mezzo ai caruggi. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
We're indexing this podcast's transcripts for the first time — this can take a minute or two. We'll show results as soon as they're ready.
No matches for "" in this podcast's transcripts.
No topics indexed yet for this podcast.
Loading reviews...
ABOUT THIS SHOW
Le Case Chiuse, i bordelli, i casini o in qualsiasi modo le si voglia chiamare, sono una parte importante della storia d'Italia, che ha lasciato tracce profonde nel Paese, sia sul piano sociale che culturale. Vivrete anticipazioni, scenari e atmosfere tratte dai tre libri Storia delle Case Chiuse, pubblicati dall'editore Angelo Pastrello di Editoriale Programma.Editoriale Programma è una casa editrice trevigiana nata nel 2009, specializzata nella pubblicazione di libri di saggistica riguardanti vari argomenti che, dalle tematiche locali di varie regioni e città, ampliano il loro raggio a tutto il territorio italiano. Editoriale Programma - Alessandra ArtaleEditoriale Programma- Scarica l'app Loquis per iOS e Android.
HOSTED BY
Editoriale Programma
Loading similar podcasts...