FilosofIndia

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FilosofIndia è un podcast che parla di filosofia indiana presentandone le idee fondamentali e i concetti attraverso approfondimenti su varie correnti filosofiche dell’India antica e classica. Sono Giacomo Foglietta, da più di vent’anni mi occupo di filosofia indiana, facendo conferenze e scrivendo libri e articoli

  1. 47

    Il Tantrismo: filosofia, rituale e trasformazione

    Quando in Occidente sentiamo la parola “tantra”, molto spessopensiamo immediatamente a qualcosa legato alla sessualità: ilcosiddetto tantric sex, pratiche erotiche spiritualizzate,corsi di coppia, manuali di sensualità mistica.Ma questa immagine è in gran parte un malinteso moderno. Il tantrismo è in realtà una tradizione religiosa e filosoficaestremamente ampia, sviluppatasi in India nel corso di molti secoli e che ha influenzato profondamente non solo l’induismo, ma anche il buddhismo e, in misura minore, altre correnti religiose dell’Asia.In questo episodio di FilosofIndia Pop proveremo a fare quattrocose:1. Prima di tutto cercheremo di capire che cosa significadavvero la parola “tantra” e cosa si intende con “tantrismo”.2. Poi vedremo come e quando nasce questa tradizione, e quali sono i suoi testi principali.3. Nella terza parte entreremo nella filosofia del tantrismo,cioè nella visione del mondo che sta dietro alle pratiche rituali.4. Infine analizzeremo una distinzione importante: quella tratantrismo śivaita e tantrismo viṣṇuita.

  2. 46

    Meditazione e neuroscienze

    In questo episodio di FilosofIndia esploriamo il dialogo tra meditazione buddhista e neuroscienze, concentrandoci su una domanda centrale: la coscienza è una semplice successione di stati mentali o un campo unitario che integra ogni esperienza?A partire dalla scuola yogacāra (IV–V secolo d. C.), analizziamo l’idea di una “coscienza di base”, una consapevolezza costante e pre-riflessiva che funge da sfondo a percezioni, emozioni e pensieri. Non una sostanza metafisica, ma un flusso continuo di vissuti corporei che rende possibile l’unità dell’esperienza.Le neuroscienze contemporanee, studiando fenomeni come l’enterocezione e la consapevolezza corporea, sembrano offrire punti di contatto con questa intuizione. La meditazione diventa così un laboratorio privilegiato per osservare dall’interno i processi mentali e comprendere meglio la struttura della coscienza.Episodio basato principalmente su: Monima Chadha, Meditation and unity of consciousness: a perspective from Buddhist epistemology (Phenom Cogn Sci 2013).Lutz, A, Dunne, J. D., & Davidson, R. J., Meditation and the neuroscience of consciousness: An introduction (In P. Zelazo, M. Moscovitch, E. Thompson (Eds.), Cambridge Handbook of Consciousness (pp 499–554). Cambridge, MA: Cambridge University Press 2007).

  3. 45

    La filosofia oltre i confini culturali - Intervista a Alfredo Tomasetta

    In questo episodio di Filosofia Talk parliamo con Alfredo Tommasetta del suo libro Io e mondo nella filosofia indiana (Carocci 2025). Una chiacchierata sul superamento della distinzione tra Oriente e Occidente, sullo statuto filosofico del pensiero indiano e sul rigore teorico di scuole come l’Abhidharma e il Nyāya, per ripensare che cosa intendiamo davvero per filosofia.Alfredo Tomasetta è Professore Associato di Filosofia e Teoria dei Linguaggi presso la Scuola Universitaria Superiore IUSS Pavia. Ha studiato filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, il King’s College London e l’Università Vita Salute San Raffaele dove ha conseguito il dottorato in Filosofia e Scienze Cognitive. E’ stato assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Bergamo, assegnista e ricercatore presso la Scuola Universitaria Superiore IUSS Pavia, e ha insegnato corsi di Semantica Formale, Filosofia della Mente e Filosofia della Scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. Specializzato in filosofia della mente, filosofia delle scienze cognitive e metafisica analitica, tra le sue aree di competenza ci sono la logica formale, la filosofia del linguaggio e la filosofia classica indiana. Oltre a vari articoli su riviste italiane e internazionali, ha pubblicato quattro libri: Esistenza necessaria e oggetti possibili (Cuem 2008), Coscienza e modalità (Aracne 2012), Persone umane (Carocci 2015) e, con Michele Di Francesco e Massimo Marraffa, Filosofia della mente (Carocci 2017).https://www.iusspavia.it/it/rubrica/alfredo-tomasetta

  4. 44

    Il sacrificio vedico: origini di un mondo spezzato

    In questo episodio di FilosofIndia Pop entriamo nel cuore del mondo vedico per esplorare il significato profondo del sacrificio, pratica centrale dell’India antica e origine di molte riflessioni filosofiche successive. Dalle origini storiche dei Veda al mito del sacrificio primordiale del Puruṣa, il rito emerge come gesto cosmico capace di tenere insieme un mondo fragile e spezzato. Seguendo l’interpretazione di Jan C. Heesterman, analizziamo il sacrificio come atto di rottura e di riparazione, in cui violenza, linguaggio e simbolo si intrecciano. Il sacrificio non è solo offerta agli dèi, ma una macchina che produce ordine, tempo ed efficacia attraverso la ripetizione rituale. Da qui nascono temi cruciali della filosofia indiana: il rapporto tra azione e conoscenza, tra parola e realtà, fino alla crisi del rito e alla sua interiorizzazione nelle Upaniṣad. Un viaggio tra mito, rituale e pensiero, per capire perché il sacrificio vedico ci riguarda ancora oggi.

  5. 43

    Atomi, immagini e unità: Śubhagupta contro i Vijñānavādin

    In questo episodio di FilosofIndia esploriamo il dibattito buddhista sulla percezione e sulla realtà degli oggetti, tra atomismo e idealismo. A partire dall’articolo di Margherita Serena Saccone, “Śubagupta on the Cognitive Process” (Journal of Indian Philosophy, 2014), ricostruiamo il confronto tra Śubhagupta e la tradizione vijñānavāda (Vasubandhu, Dignāga, Śāntarakṣita, Kamalaśīla) sul ruolo delle immagini mentali (ākāra) e sull’unità dell’esperienza percettiva.

  6. 42

    Il campo di battaglia interiore: Arjuna e la scelta impossibile

    In questo episodio di FilosofIndia Pop ci affacciamo sul campo di battaglia Kurukṣetra, dove Arjuna, guerriero irreprensibile, cede alla crisi interiore e non riconosce più il proprio dharma (il proprio dovere di guerriero). Nel dialogo tra lui e il dio Kṛṣṇa, la Bhagavadgītā — uno dei testi spirituali più profondi dell’India — esplora paura, visione cosmica e Bhakti Yoga. Un viaggio nel cuore del conflitto interiore e nella possibilità di trasformarlo in consapevolezza.La Bhagavadgītā (II secolo a. C. - II secolo d. C.), "Il canto del Beato (Kṛṣṇa)", è un testo sacro dell’India, parte del poema epico Mahābhārata. Presenta il dialogo tra Arjuna e Kṛṣṇa, che offre insegnamenti su dharma, azione, conoscenza e devozione.La Bhagavadgītā ha avuto enorme fortuna in Occidente sin dal XIX secolo: tradotta e commentata da filosofi, filologi e mistici, ha influenzato pensatori come Schopenhauer, Emerson e Gandhi. Apprezzata per la sua profondità etica e spirituale, è diventata uno dei testi indiani più letti, ispirando movimenti culturali, studi accademici e percorsi di meditazione.Il Mahābhārata ("La grande [storia] dei Bhārata") non è nato in un solo momento, né da una sola mano. È un testo stratificato, cresciuto lentamente nel corso dei secoli. Gli studiosi oggi concordano che le sue radici affondano tra il IV e il II secolo a.C., quando le prime storie eroiche dei Kuru circolavano oralmente fra cantori e bardi. Era un nucleo ancora fluido, fatto di genealogie, duelli, racconti di re e guerrieri. Tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., questo materiale si espande enormemente: vengono aggiunti episodi, dialoghi filosofici, miti, dottrine e sezioni rituali. È in questo periodo che si inserisce anche la Bhagavadgītā, come un insegnamento spirituale incastonato nel cuore del poema. Il Mahābhārata diventa così un’opera enciclopedica che riflette la complessità religiosa dell’India antica: il brahmanesimo, le correnti yogiche, il buddhismo e le tradizioni popolari.

  7. 41

    Śunyatā, storia di un'idea. IV Candrakīrti non era un Prāsaṅgika (e forse i Prāsaṅgika non esistono)

    In questo episodio di Filosofindia affronteremo uno deitemi più enigmatici, e più fraintesi, dell’intera storia del Buddhismo filosofico: la distinzione tra Prāsaṅgika e Svātantrika. Una distinzione che tutti ripetono, che compare nei manuali e nei dibattiti, che sembra antichissima e profondissima… e che invece, come vedremo, è un’invenzione relativamente recente dei commentatori tibetani, proiettata a ritroso in un passato che non l’aveva mai concepita.Candrakīrti, maestro della scuola del vuoto vissuto nel VII secolo d. C.— considerato il campione dei Prāsaṅgika — non si vedeva come Prāsaṅgika. E ancor più radicalmente: né lui né nessun altro autore indiano riconosceva l’esistenza di due correnti distinte all'interno della scuolaMadhyamaka. Questo episodio è basato sul bel saggio: “Was Candrakîrti a Prāsangika?” (Wisdom Pub, Boston 2003) di C. W. Huntington Jr., grande studioso di buddhismo indiano e tibetano, scomparso nel 2020.

  8. 40

    La danza dell’universo: il gioco divino tra Vedānta e Śivaismo

    In questo episodio di FilosofIndia Pop esploriamo l'idea che la creazione dell'universo sia un gioco: līlā, il 'gioco' divino. Sin dall'epoca vedica, infatti, il pensiero indiano ha sostenuto che dio crei l'universo senza un perché, per puro piacere. Più tardi, sia il Vedānta di Śaṅkara che lo Śivaismo del Kashmir, in linea con la tradizione vedica, sosterranno - pur con significative differenze - che la creazione è un atto spontaneo di autoespressione dell'Assoluto, che non necessita di una motivazione o di una giustificazione. FilosofIndia Pop è lo spin-off di FilosofIndia. E' uno spazio dove parliamo di filosofia indiana in maniera divulgativa, semplice e narrativa, riflettendo sulle tematiche più note del pensiero indiano antico.

  9. 39

    Bhartṛhari e il mistero degli universali linguistici

    Ci sono domande che sembrano semplici finché non proviamo arispondere. Per esempio: perché possiamo dire che due cosediverse — due fiori, due persone, due suoni — condividono unastessa qualità? Che cosa vuol dire che due oggetti sono “rossi”?O che due parole sono “uguali”? Dietro questa domanda, apparentemente innocente, si nasconde uno dei grandi nodi della filosofia di ogni tempo: il problema degli universali.In questo episodio di FilosofIndia racconteremo come, tra il V e il VI secolo della nostra era, un pensatore indiano—grammatico,poeta e filosofo—propose una soluzione tanto audace quantoraffinata al problema degli universali. Il suo nome era Bhartṛhari.

  10. 38

    Il Sāṃkhya-Yoga è davvero realista? L'interpretazione fenomenologica di Burley

    In questo episodio di FilososfIndia affrontiamo una domanda che, alla prima impressione, suona accademica, ma che porta con sé conseguenze pratiche profondissime: che cosa intendono, davvero, Sāṃkhya e Yoga quando parlano di realtà, esperienza e liberazione? Per molti la risposta è semplice e familiare: Sāṃkhya e Yoga descrivono un universo che nasce da una materia primordiale —prakṛti — e da un principio cosciente separato — puruṣa — e il loro sistema sarebbe una sorta di cosmologia antica, una «storia» dell’emergere delle cose. Mikel Burley, però, nel suo bel libro “Classical Saṃkhya and Yoga. An Indian Metaphysics of Experience” (Routledge 2007) ci invita a cambiare radicalmente prospettiva: e se Sāṃkhya e Yoga fossero, prima di tutto, una metafisica dell’esperienza —un’analisi delle condizioni che rendono possibile l’esperienzastessa — più che una mera descrizione di un mondo là fuori?

  11. 37

    Il testimone invisibile (II): Śaṅkara, Husserl e Sartre a confronto

    Nella scorsa puntata abbiamo visto come il pensiero di Śaṅkara possa dialogare, a distanza di secoli, con la filosofia critica di Kant: entrambi ci hanno mostrato il rapporto tra i limiti della conoscenza e la possibilità di un fondamento. In questo episodio di FilosofIndia, secondo di due, continuiamo quel viaggio e ci spostiamo nel Novecento con Husserl. Con lui entriamo nel mondo della fenomenologia, dove l’io trascendentale diventa un po’ come un testimone che osserva tutto senza partecipare direttamente – un’idea che fa eco, in modi diversi, al testimone vedāntico.E non ci fermeremo qui: da Husserl, con la sua coscienza pura e costituente, faremo un passo verso Sartre; con lui l’ego non è più solo testimone interno o pura coscienza, ma si mostra nella sua trascendenza, sempre proiettato fuori di sé verso il mondo e gli altri. Dal testimone immobile di Śaṅkara, passando per l’io costituente husserliano, fino all’ego trascendente di Sartre… il filo della coscienza continua a dipanarsi.

  12. 36

    Il testimone invisibile (I): Śaṅkara e Kant a confronto

    In questo episodio di FilosofIndia, primo di due, innanzitutto introdurremo una nozione fondante nel pensiero di Śaṅkara e dei suoi successori, la nozione di testimone. Nella seconda parte dell'episodio faremo una sintetica riflessione sulle modalità con cui Śaṅkara, maggior rappresentante della scuola brahmanica Vedānta e Kant, fondatore del criticismo, affrontano il tema della costituzione dell'esperienza a livello trascendentale. Kant e Śaṅkara, pur appartenendo a mondi lontani, toccano un punto sorprendentemente simile: dietro la varietà dei pensieri e delle esperienze c’è un principio che le rende possibili. Questo episodio e il successivo devono la loro ideazione ai capitoli 3 e 6 del bel libro di Bina Gupta, The Disinterested Witness: a Fragment of Advaita Vedānta Phenomenology, Northwestern Univ, 1998

  13. 35

    Esistono le altre menti? Ratnakīrti vs Dharmakīrti sul problema del solispsismo

    Nel corso dei secoli molti filosofi, sia in Occidente che in India, hanno sostenuto l'inesistenza del mondo esterno, la sua natura puramente mentale, paragonandola all'esperienza del sogno. Ma questa forma classica di idealismo è una posizione difficile da sostenere, perché solleva il problema del cosiddetto “solipsismo”, ovvero il fatto che nessun'altra mente esista oltre alla nostra. In questo episodio di FilosofIndia vorremmo illustrare brevemente il celebre argomento contro il solipsismo enunciato nel VII secolo dopo Cristo dal filosofo buddhista Dharmakīrti. Tale argomento, alcuni secoli dopo (precisamente nell'XI secolo), verrà criticato dal maestro buddhista Ratnakīrti, per sostenere, invece, che non è possibile dimostrare l'esistenza di altre menti oltre alla propria.

  14. 34

    La meditazione della cessazione: la scuola buddhista Yogācāra tra teoria e prassi

    In questo episodio di FilosofIndia, esploreremo una delle esperienze meditative più misteriose della tradizione buddhista: la cessazione di nozioni ed esperienza, in sanscrito saṃjñāvedayitanirodha. Per comprendere questa esperienza radicale, dobbiamo partire dalla filosofia della scuola Yogācāra, ovvero: "pratica della meditazione", nota anche come "scuola della sola mente". La riflessione sulla 'cessazione di nozioni ed esperienza' nella scuola Yogācāra solleva problemi universali, come il problema dell’idealismo e del rapporto mente-corpo. Un’interpretazione moderna e affascinante della filosofia Yogācāra è quella che la avvicina al panpsichismo. Il panpsichismo sostiene che la caratteristica fondamentale della realtà sia la coscienza onnipervasiva, o almeno una qualche forma di principio mentale. In questa prospettiva la materia è intrinsecamente psichica, possiede in sé il "germe" della coscienza.

  15. 33

    Com'è essere Śiva: filosofia della mente e śivaismo kashmiro

    In questo episodio di FilosofIndia proveremo sinteticamente a capire come lo Śivaismo del Kashmir affronta il problema dell'esperienza fenomenica in prima persona all'interno del suo contesto teorico.Nel 1974 il filosofo della mente Thomas Nagel scrisse un articolo intitolato “Com'è (o cos'è) essere un pipistrello?” Egli voleva porre l'attenzione sul problema della coscienza fenomenica, ovvero sul fatto che l'esperienza soggettiva in prima persona è un evento privato e incomunicabile.Vedremo come la scuola śivaita del Kashmir, non solo avesse maturato l'idea che Śiva, in quanto soggetto conoscente, possiede un'esperienza fenomenica in prima persona, ma avesse anche descritto tale esperienza in modo affine a quello della filosofia della mente contemporanea.Questo episodio segue come traccia il capitolo 6 del bel libro di Marco Ferrante, Indian Perspectives on Consciousness, Language and Self. The School of Recognition on Linguistics and Philosophy of Mind, Routledge 2020

  16. 32

    So di sapere: Bhartṛhari, Śāntarakṣita, Utpaladeva

    In questo episodio di FilosofIndia vorremmo inquadrare la nozione filosofica indiana di svasaṃvedana, che possiamo tradurre con “auto-cognizione”. In sintesi, sva-saṃvedana significa che quando percepisco un oggetto, ad esempio un fiore di loto blu, sono anche consapevole dell'atto cognitivo diretto al loto blu. Questa nozione diviene uno dei temi centrali del lavoro del filosofo buddhista dell'VIII secolo Śāntarakṣita e, nel X-XI secolo, dei filosofi Śivaiti del Kashmir Utpaladeva e Abhinavagupta. Alcuni secoli prima, intorno al IV-V secolo dopo Cristo, il filosofo e grammatico Bhartṛhari, nella sua opera “Della frase e della parola”, aveva proposto un'idea di auto-cognizione che diverrà poi la base per l'interpretazione degli Śivaiti del Kashmir, ma che ha delle importanti analogie anche con l'interpretazione buddhista. Pare quindi che Bhartṛhari abbia ispirato sia la posizione buddhista che la posizione Śivaita kashmira

  17. 31

    L'onniscienza del Buddha (II): Śāntarakṣita e Kamalaśīla

    Nel Tattva-saṃgraha, “Compendio dei princìpi” o “delle verità”, Śāntarakṣita affronta il tema dell’onniscienza con un approccio filosofico e critico, inserendolo nel contesto del dibattito interreligioso e inter-scuola dell’India dell’VIII secolo. L’onniscienza del Buddha viene presentata non solo come un’affermazione religiosa, ma come una tesi razionalmente argomentabile attraverso una logica rigorosa. Śāntarakṣita sostiene che, se esistono mezzi validi di conoscenza (pramāṇa), allora è possibile inferire l’esistenza di un essere che li ha perfezionati in sommo grado: il Buddha. Il suo discepolo Kamalaśīla approfondirà poi questa linea nei commentari. L’onniscienza, in questo quadro, diventa il culmine dell’analisi epistemologica e il fondamento dell’autorità dottrinale del Buddha.

  18. 30

    L’onniscienza del Buddha (I): il canone pali

    In questo episodio di FilosofIndia, primo di 2, vedremo sinteticamente come l’idea della possibilità dell’onniscienza del Buddha si sia sviluppata a partire dagli strati più antichi del canone pali, e come sia mutata poi all’interno dei testi para-canonici successivi e in ambito abhidharmico, spianando la via alle concezioni di onniscienza adottate nel Mahāyāna, all’interno del quale si situa la riflessione di Śāntarakṣita e del suo allievo Kamalaśīla, vissuti entrambi nell'VIII secolo d. C., ai quali dedicheremo interamente il secondo episodio.

  19. 29

    Il concetto di karma (II): problemi filosofici

    Il concetto di karma è uno dei pilastri della filosofia indiana classica e ha dato origine a profondi dibattiti filosofici sulla natura della causalità e della responsabilità morale. Nelle scuole induiste e buddhiste il karma è visto come la legge di causa ed effetto applicata alle azioni morali: ciò che un individuo fa determina le sue future esperienze. Tuttavia, la questione centrale è se questo processo sia regolato da un principio finalista o meccanicista.Un’interpretazione finalista del karma implica un ordine morale intrinseco alla realtà, in cui le azioni sono ricompensate o punite secondo una giustizia cosmica. Alcune correnti vedono questa legge come governata da divinità o principi superiori. D’altra parte, un approccio meccanicista considera il karma come una legge impersonale di causa ed effetto, simile a un fenomeno naturale privo di intenzionalità.In questo episodio di FilosofIndia esploreremo le diverse concezioni del karma di alcune correnti maggiori della filosofia indiana del periodo classico, mettendo in luce le implicazioni metafisiche ed etiche di ciascuna interpretazione

  20. 28

    Il concetto di karma (I): prospettive

    In questo episodio di FilosofIndia vedremo alcune prospettive sul concetto di karma nelle scuole brahmaniche e nel buddhismo, e analizzeremo le diverse interpretazioni del karma, esaminandone le implicazioni dottrinali e le connessioni con la liberazione dal ciclo delle rinascite.Il concetto di karma occupa un ruolo centrale nelle scuole filosofiche dell’India classica, fungendo da principio regolatore dell’esperienza umana e della cosmologia morale. Derivato dal sanscrito karman, che significa "azione", il termine indica il nesso causale tra azioni e conseguenze, una legge che trascende la dimensione etica per assumere una valenza metafisica. Ma cosa significa davvero karma? È solo una legge di causa ed effetto? Un destino ineluttabile? O qualcosa di più profondo?

  21. 27

    L’algoritmo brahmanico. Nyāya (III): le parole e le cose

    Il Nyāya affronta il problema del rapporto tra le parole e le cose con una teoria epistemologica e semiotica sofisticata. Secondo i Nyāya Sūtra, la conoscenza verbale è un mezzo valido di conoscenza, ma solo se basata su un uso corretto delle parole e su un’autorità affidabile. Qui sorge il problema: le parole rappresentano davvero la realtà o sono solo convenzioni?In questo episodio di FilosofIndia parleremo brevemente del rapporto tra le parole e le cose secondo la scuola Nyāya, con particolare riferimento al dibattito sui concetti universali, uno dei temi centrali del periodo classico della filosofia indiana. Per il Nyāya, le parole hanno un rapporto non arbitrario con gli oggetti, grazie alla nozione di tātparya (intenzione del parlante) e lakṣaṇā (significazione secondaria). Tuttavia, il significato non è fisso, ma dipende dal contesto e dall'uso. Questo è evidente nell’insegnamento di Vātsyāyana (V sec. d. C.), il cui commento ai Nyāya Sūtra di Gautama (II sec. a, C.) mostra come il linguaggio possa sia rivelare che oscurare la verità. Il problema, quindi, è trovare un equilibrio tra il valore oggettivo delle parole e la loro interpretazione soggettiva.

  22. 26

    I tre registri del Buddha Dharma - Intervista a Giuseppe Ferraro

    In questo episodio di FilosofIndia Talks abbiamo avuto il piacere di ospitareGiuseppe Ferraro, al quale abbiamo posto le seguenti domande:Quali sono gli elementi più importanti di rottura e quelli di continuità dell’insegnamento del Buddha rispetto alpensiero dei suoi contemporanei? Nel tuo libro Il buddhismo indiano. Storia di una tradizione filosoficaesponi una teoria che chiami “i tre registri del Buddha Dharma”. Di cosa si tratta?Il concetto di via di mezzo è strettamente connesso a quello di vacuità, che importanza ricoprono questi due concetti nella transizione dal buddhismo del canone pali a quello cosiddetto del “grande veicolo”? Esiste un ambito della filosofia contemporanea per il quale l’approccio riduzionista del buddhismo risulta particolarmente interessante?Giuseppe Ferraro si è Laureato in filosofia dell’India presso l’università La Sapienza di Roma, dove è stato allievo di Raniero Gnoli, Corrado Pensa e Raffaele Torella; ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università Federale di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile, dove attualmente è ricercatore affiliato. È docente di filosofia e storia presso il liceo scientifico italiano parificato “Fondazione Torino” di Belo Horizonte. È Autore di libri e articoli (in inglese, portoghese e italiano) dedicati alla storia del pensiero buddhista indiano e, in particolare, alla filosofia madhyamaka di Nāgārjuna. Nel 2024 ha pubblicato, per Carocci,Il buddhismo indiano. Storia di una tradizione filosofica; nel 2023, per Mimesis,Determinismo e giustizia socialehttps://ufmg.academia.edu/GiuseppeFerraro

  23. 25

    La disputa sugli universali: Dharmakīrti critico di Kumārila (terza parte)

    In questo episodio di FilosofIndia Talks - che fa da seguito alla seconda parte, e conclude la nostra trattazione - vedremo la risposta di Dharmakīrti , il più influente allievo di Dignāga, vissuto intorno al VII secolo dopo Cristo, alle critiche che Kumārila aveva mosso al suo maestro. Kumārila era probabilmente coetaneo di Dharmakīrti, e aveva presumibilmente conosciuto le posizioni di Dignāga leggendo il suo allievo illustre. Le argomentazioni che Dharmakīrti mette in campo, per difendere la teoria del significato degli epistemologi buddhisti dagli attacchi della scuola Mīmāṃsā, rappresentano un interessantissimo esempio del clima filosofico del periodo classico, in cui le dispute tra scuole buddhiste e brahmaniche generano una impressionante serie di nuovi problemi e soluzioni a problematiche tradizionali, come ad esempio il rapporto tra l'unità e la molteplicità, la natura del linguaggio, l'esistenza o meno di un principio unico di ordine metafisico, la natura della conoscenza, la relazione tra i sensi e l'intelletto, l'esistenza del mondo esterno, e così via.

  24. 24

    La disputa sugli universali: Dharmakīrti critico di Kumārila (seconda parte)

    In questo episodio di FilosofIndia Talks - che fa da seguito alla prima parte - vedremo in sintesi la critica che nel IV secolo dopo Cristo Dignāga, fondatore della corrente buddhista degli epistemologi, aveva mosso alla concezione realista dei concetti universali della scuola Mīmāṃsā, critica che, nel VII secolo dopo Cristo, genererà una ferma risposta di Kumārila, il quale, nella sua opera di commento ai Mīmāṃsā-sūtra di Jaimini (collocabili nel II secolo a. C.), opera fondativa della scuola Mīmāṃsā, riporta la celebre teoria del significato di Dignāga, e poi la critica punto per punto, con l'intento di affermare la propria concezione metafisica del linguaggio contro quella convenzionalista degli epistemologi buddhisti. Nel terzo ed ultimo episodio vedremo la risposta di Dharmakīrti, il più influente allievo di Dignāga, anch'egli vissuto intorno al VII secolo dopo Cristo, alle critiche che Kumārila aveva mosso al suo maestro.

  25. 23

    La disputa sugli universali: Dharmakīrti critico di Kumārila (prima parte)

    In questo episodio di FilosofIndia Talks - che funge da introduzione agli episodi successivi su questo tema - introdurremo un dibattito che ricorda la cosiddetta "disputa sugli universali", avvenuta tra i teologi scolastici durante il Medioevo. La questione, in India, vede schierate da un lato le scuole brahmaniche, e in particolare la scuola Mīmāṃsā, e dall'altro la corrente buddhista degli "epistemologi". Il loro fondatore, Dignāga aveva criticato la concezione realista degli universali della Mīmāṃsā, la quale aveva risposto per bocca di uno dei suoi maestri più importanti, Kumārila, il quale aveva a sua volta attaccato la concezione negativa degli universali di Dignāga. In difesa del maestro, nel VII secolo d. C., si ergerà la voce di Dharmakīrti, il quale tenterà di smontare le argomentazioni di Kumārila.

  26. 22

    Il concetto di dhamma - Intervista a Simone Perrone

    In questo episodio di FilosofIndia Talks Simone Perrone ci parlerà del concetto di dhamma così come viene introdotto e definito nei discorsi del Buddha e nella letteratura antica successiva, cercando di definire i significati e le valenze di questo termine complesso e polisemico, in connessione alla sua importanza all'interno della pratica meditativa, non solo nell'antichità ma anche nel presente Simone Perrone ha conseguito con lode la laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Laureando magistrale in Filosofia presso la medesima Università, collabora con diverse riviste filosofiche attraverso contributi aventi a oggetto il buddhismo, in modo particolare quello che si è espresso attraverso la lingua pāli. Gestisce un canale YouTube (http://www.youtube.com/@SimonePerrone) destinato alla divulgazione filosofica, prevalentemente buddhologica.

  27. 21

    L’algoritmo brahmanico. Nyāya (II): il metodo della filosofia

    In questo episodio di FilosofIndia vedremo come il metodo filosofico del Nyāya si sia sviluppato a partire dalla sua teoria degli strumenti di conoscenza,  integrata da una teoria del ragionamento chiamata tarka. Gautama ci indirizza a comprendere come l'impiego delle fonti di conoscenza le renda metodi di indagine da integrare con confutazioni razionali. Questo programma è chiamato "nyāya", termine tecnico che indica il metodo filosofico corretto e che, per estensione, ha dato il nome all’omonima scuola filosofica indiana

  28. 20

    L’algoritmo brahmanico. Nyāya (I): realismo

    In questo episodio di FilosofIndia introdurremo la scuola brahmanica Nyāya e cercheremo, attraverso questo e altri episodi successivi sullo stesso tema, di comprendere l’importanza di tale scuola per lo sviluppo della filosofia indiana in generale e, nello specifico, per l’evoluzione dello stile filosofico basato sui dibattiti con le altre scuole, in particolare quelle buddhiste. In questo episodio ci occupiamo del tema originario del Nyāya: la difesa del realismo dagli attacchi degli antirealisti buddhisti

  29. 19

    Siamo gli stessi ogni istante? La critica di Śāntarakṣita alla concezione sostanziale del Sé

    In questo episodio di FilosofIndia parleremo di Śāntarakṣita, un filosofo buddista del VII-VIII secolo dopo Cristo, e della sua critica alla concezione sostanziale del sé sostenuta dalla scuola Nyāya e, in particolare, dal maestro Uddyotakara nella sua opera Nyāyavārttika. Secondo Śāntarakṣita, l'idea di un sé permanente è incoerente e non necessaria per spiegare la continuità dell'esperienza. Nella sua opera Tattvasamgraha, egli smonta i presupposti logici del Nyāya, sostenendo che il sé è un'illusione costruita dalla mente e che solo il flusso momentaneo di stati mentali è reale e coerente con la visione buddista del "non-sé".

  30. 18

    Verso il nibbāna: una sintesi del percorso di vipassanā secondo il Visuddhimagga (Simone Perrone)

    Il presente contributo intende fornire una sintesi del percorso di vipassanā – come articolato nel terzo volume del Visuddhimagga – teso verso la realizzazione compiuta del nibbāna. Benché la presentazione sarà necessariamente stringata, per il fatto di dover stare all’incirca in quaranta minuti, la speranza è che riesca a suscitare interesse in misura sufficiente a spingere ad approfondirne le tematiche per conto proprio, a partire dai testi riportati di seguito. Simone Perrone ha conseguito con lode la laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Laureando magistrale in Filosofia presso la medesima Università, collabora con diverse riviste filosofiche attraverso contributi aventi a oggetto il buddhismo, in modo particolare quello che si è espresso attraverso la lingua pāli. Gestisce un canale YouTube (http://www.youtube.com/@SimonePerrone) destinato alla divulgazione filosofica, prevalentemente buddhologica. Bibliografia minima Bodhi, B. (a cura di) (2007), A Comprehensive Manual of Abhidhamma: The Philosophical Psychology of Buddhism, Charleston, Pariyatti Publishing. Bomhard, A. R. (2010), Buddhist Meditation In Theory and Practice.  A General Exposition According to the Pāḷi Canon of the Theravādin School, Charleston, Charleston Buddhist Fellowship, pagg. 269-320. Comba, A. S. (a cura di) (2010), Visuddhimagga. Il Sentiero della Purificazione, vol. III, Edizioni Lulu. Gunaratana, H. (1980), A Critical Analysis of the Jhānas in Theravāda Buddhist Meditation, Buddha Dharma Education Association Inc., pagg. 161-190  

  31. 17

    Il re e la ballerina: il dualismo Samkhya-Yoga

    In questo episodio di FilosofIndia esploreremo il dualismo del Samkhya, che distingue tra purusha (spirito/coscienza) e prakriti (materia/natura). Proveremo ad esaminare la complessità di questa divisione, considerandone le implicazioni per la comprensione della realtà e della liberazione spirituale. Un'analisi critica rivela, infatti, le tensioni e i paradossi che emergono dall’interno di questa filosofia dualistica da sempre considerata il riferimento teorico dello Yoga di Patanjali

  32. 16

    Come fare: qualche riflessione sulle parole del Buddha

    Le parole del Buddha sono state oggetto di un lunghissimo e dettagliatissimo lavoro di ricostruzione da parte della comunità monastica, nei secoli successivi alla morte del maestro. Sebbene oggi pensiamo di essere a conoscenza dell’insegnamento originario, è probabile che il Buddha abbia detto molte più cose di quelle riportate nel canone. È fuor di dubbio che il nucleo dell’insegnamento buddhista ruotasse intorno all’origine e all’estinzione del dolore, e all’idea che l’esperienza debba fungere da guida principale per chiunque voglia raggiungere la consapevolezza della verità. Ciò non ostante, su molte tematiche altrettanto importanti vi sono, nel canone, diverse opinioni e diverse letture. La legge di causa-effetto, la natura dell’individuo, il funzionamento della mente, l’esistenza di un principio metafisico, sono solo alcune di queste. Certamente però, sappiamo che i discorsi del Buddha avvenivano in costante dialogo e contrasto con il pensiero filosofico dei ricercatori spirituali a lui contemporanei, i quali parlavano di assoluto, di coscienza e di essere in termini sostanziali. Per il Buddha, invece, che pensava in termini processuali anziché sostanziali, la categoria filosofica fondamentale era quella di azione morale

  33. 15

    Sunyata, storia di un’idea. III il concetto di vacuità nel dibattito tra i prasangika e gli svatantrika

    In questo episodio di FilosofIndia cercheremo di raccontare le fasi principali del dibattito tra due correnti interne alla scuola del vuoto dopo Nagarjuna. Tra il V e il VII secolo dopo cristo, in India, la scuola del vuoto diviene oggetto di svariati commenti da parte di influenti maestri appartenenti a quella stessa scuola. Ben presto si creano due posizioni: la prima sosteneva che la reductio ad absurdum, cioè il prasanga, fosse l’unica strategia logica che Nagarjuna avesse mai adottato; la seconda sosteneva, invece, che la scuola del vuoto avesse bisogno di essere difesa dalle critiche attraverso un metodo logico indipendente e propositivo, lo svatantra. In India tale controversia andrà avanti per molti secoli, e proseguirà successivamente in Tibet, dove giungerà sino ai giorni nostri.

  34. 14

    Il corpo di Dio: il vedanta teistico di Ramanuja

    In India, al termine dell’elaborazione filosofica del periodo classico, la scuola che sosteneva la metafisica monista per eccellenza, il vedanta non duale fondato da Samkara, evolverà verso il teismo, grazie alla sintesi del maestro Ramanuja, vissuto in Tamil Nadu all’inizio dell’XI secolo dopo Cristo e appartenente alla corrente religiosa visnuita degli Sri Vaisnava. Ramanuja cercherà di conciliare l’unità e l’immutabilità dell’assoluto vedantico con la molteplicità e il mutamento del mondo empirico, ma lo farà teorizzando una soluzione non più fondata sul concetto di sovrimposizione illusoria, bensì sul concetto di relazione concreta tra l’Assoluto e il mondo, dove quest’ultimo diviene il vero e proprio “corpo di Dio”.

  35. 13

    Conoscere l’inconoscibile: la teoria della percezione meditativa di Dharmakirti

    In questo episodio di FilosofIndia, parleremo del filosofo buddhista Dharmakirti, vissuto intorno al VII secolo dopo Cristo. Finissimo logico ed epistemologo, egli ha sviluppato un contributo unico alla teoria della meditazione: la concezione della cosiddetta “percezione meditativa”, che ha avuto grande influenza nel buddhismo a lui successivo

  36. 12

    Il corno del coniglio: il dibattito sui termini vuoti tra il Nyaya e i Buddhisti

    In questo episodio di FilosofIndia presenteremo i tratti essenziali di un dibattito che risale all’XI secolo dopo Cristo, avvenuto tra Udayana, rappresentante della scuola brahmanica di logica denominata Nyaya, e Jnanashrimitra, rappresentante della corrente buddhista degli epistemologi. Per Udayana e la scuola Nyaya, di impostazione fortemente realista, tutto quello che esiste deve poter essere percepito, non esiste nulla nella mente che non sia passato prima dai sensi. Per Jnanashrimitra e gli epistemologi buddhisti, al contrario, anche gli oggetti immaginari possono essere conosciuti, e questo fa di loro qualcosa di reale, anche se a livello convenzionale. Questa controversia di ordine logico aveva una grande importanza, perché smentire la posizione dell’avversario, come vedremo, avrebbe significato minare le fondamenta di tutto il suo sistema filosofico.

  37. 11

    Vasubandhu: esiste davvero un idealismo buddhista?

    In questo episodio di FilosofIndia vorremmo raccontare le vicende filosofiche di Vasubandhu, un maestro buddhista del IV secolo dopo Cristo, celebre per aver traghettato il buddhismo verso la svolta idealista. Egli è considerato il fondatore della cosiddetta “scuola della sola rappresentazione mentale”, che diverrà, insieme alla “scuola del vuoto”, la corrente più importante del Grande Veicolo, diffondendosi successivamente in Tibet, Cina e Giappone

  38. 10

    Esclusione: gli espistemologi buddhisti

    In questo episodio di FilosofIndia proveremo a delineare brevemente una teoria dell’essere e del linguaggio alquanto radicale, sostenuta da Dinnaga e Dharmakirti, fondatori, intorno al V-VI secolo dopo Cristo, della scuola buddhista indiana di epistemologia. Secondo gli epistemologi, non è possibile definire una cosa per via positiva, attraverso le sue qualità, ma soltanto per via negativa, cioè attraverso la differenza tra quella singola cosa e tutte le altre.

  39. 9

    Io sono l'universo: lo Sivaismo del Kashmir

    In questo episodio di FilosofIndia esploreremo alcune idee chiave dello Sivaismo del Kashmir, una corrente tantrica sorta in Kashmir tra l’VIII e l’XI secolo dopo Cristo. La sintesi filosofica di elementi esoterici, rituali, di raffinata metafisica monista e di speculazione grammaticale fanno dello Sivaismo del Kashmir una delle vette del pensiero indiano, giunta, non a caso, dopo secoli di dibattiti tra le scuole del periodo classico

  40. 8

    L’inventario del reale: l’iper-realismo del Vaisesika

    In questo episodio di FilosofIndia parleremo del Vaisesika (“distinzione”, “caratteristica del reale”), una scuola filosofica indiana la cui fondazione viene fatta risalire a un periodo che va dal II al V-VI secolo dopo Cristo, e per la quale è molto difficile individuare un unico autore. Nel corso dei secoli della sua elaborazione, il Vaisesika si è modificato e arricchito di idee audaci, fino a diventare il sistema realista per eccellenza dell’India classica. O forse, sarebbe meglio definirlo iper-realista, perché espande il concetto di realtà ben oltre a quello che si può vedere e toccare.

  41. 7

    Prima le parole: la teoria del significato della Mimamsa

    In questo episodio di FilosofIndia parleremo della Mimamsa, una delle scuole filosofiche del periodo classico. I Veda sono i testi rivelati alla base della cultura e della religione dell’India antica. Ogni scuola filosofica di ambiente brahmanico del periodo classico ha, in qualche modo, un legame con i Veda, quantomeno a livello di autorità fondativa. C’è una scuola che però ha un legame speciale con la parola vedica. Questa scuola è la Mimamsa, che signfica “riflessione profonda” sulla parola vedica a livello innanzitutto sintattico, e poi anche semantico e filosofico. Essa ha sviluppato nei secoli un’affascinante teoria del significato che dà centralità alle parole, perché sono quest’ultime a possedere il potere, per così dire, di attivare il legame tra linguaggio e mondo ultraterreno

  42. 6

    Tutto è parola: l’olismo linguistico di Bhartrhari

    In questo episodio di FilosofIndia tenteremo di mostrare i tratti essenziali dell’olismo linguistico del grammatico e filosofo Bhartrhari, rappresentante del Vedanta, vissuto in India intorno al V secolo d. C. Bharthari, inserendosi in una tradizione di pensiero antichissima, che risale ai Veda, sostiene una visione del linguaggio in quanto Assoluto. Quest’ultimo è linguaggio, e dunque è il linguaggio ad aver creato il mondo. Per questo l’essenza delle cose è imbevuta di linguaggio

  43. 5

    Verità, errore, autoevidenza: la teoria della conoscenza del Vedanta

    Il dibattito sulla validità dei nostri strumenti di conoscenza è uno dei grandi temi della filosofia indiana classica, e ogni scuola difende un proprio punto di vista. In questo episodio di FilosofIndia vedremo la teoria della conoscenza del Vedanta, che si fonda sul principio dell’auto-evidenza.

  44. 4

    Avidya, l’indefinibile apparenza dell’essere nel Vedanta

    In questo episodio di FilosofIndia parleremo un po’ del concetto di avidya nel Vedanta, una scuola filosofica sorta in India intorno all’VIII secolo d. C. grazie al genio del maestro Shankara. Il Vedanta ha fissato alcuni dei concetti canonici della filosofia indiana, anche attraverso un serrato dibattito con le altre scuole filosofiche ortodosse e il Buddhismo.

  45. 3
  46. 2

    Sunyata, storia di un’idea. Il concetto di vacuità dal Buddha a Nagarjuna. II parte: Nagarjuna e la scuola del vuoto

    In questo episodio di FilosofIndia parleremo del maestro buddhista Nagarjuna, il quale, intorno al secondo secolo dopo cristo, fondò un insegnamento basato sul concetto di vacuità in quanto cardine di tutto l’insegnamento buddhista. Nagarjuna fu un finissimo logico, tanto che il suo metodo è ancora oggi materia di dibattito. Egli diede grande importanza alla funzione del linguaggio, e al rapporto tra parole e cose.

  47. 1

    Sunyata, storia di un’idea. Il concetto di vacuità dal Buddha a Nagarjuna. I parte: i discorsi del Buddha

    In questo episodio di FilosofIndia vedremo la nascita del concetto di vacuità così come emerge dalle parole del Buddha. La vacuità è la via mediana tra l'essere e il non essere, l'impermanenza del sè e del mondo

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FilosofIndia è un podcast che parla di filosofia indiana presentandone le idee fondamentali e i concetti attraverso approfondimenti su varie correnti filosofiche dell’India antica e classica. Sono Giacomo Foglietta, da più di vent’anni mi occupo di filosofia indiana, facendo conferenze e scrivendo libri e articoli

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Giacomo Foglietta

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