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EPISODE · Feb 23, 2026 · 35 MIN

1948: il silenzio della stampa laica sull’esodo forzato di 750 mila palestinesi

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di Daniele VitarelliPrendendo le mosse dalla denuncia del premio Pulitzer Chris Hedges sul silenzio mediatico occidentale attorno alla pulizia etnica della Palestina, Krisis ha fatto una verifica negli archivi italiani dell’epoca. Analizzando i quotidiani di via Solferino e delle Botteghe oscure, è emersa una inedita sintonia: nonostante le divergenze ideologiche, entrambe le testate minimizzarono la tragedia palestinese. Derubricando l’esodo a cronaca bellica, non lo collegarono all’azione delle forze ebraiche, presentando un resoconto degli eventi spesso di parte e talora distorto. A differenza della stampa cattolica.IN BREVECecità occidentale Come denunciato dal premio Pulitzer Chris Hedges, nel 1948 l’espulsione forzata della popolazione palestinese non fu seguita con attenzione dai media. I giornalisti occidentali presenti a Giaffa descrissero le «case vuote», ma senza spiegarne le cause.Allineamento italiano L’analisi degli archivi del 1948 rivela che anche i nostri media si adeguarono a questo silenzio, relegando ai margini della cronaca bellica la tragedia dei civili palestinesi in fuga.Convergenza mediatica Emerge anche una sintonia inattesa tra Il Corriere della Sera e L’Unità. Entrambe le testate descrissero l’esodo di 750 mila palestinesi come sgombero volontario o effetto collaterale dei combattimenti.Dettaglio chiave Eppure, come risulta anche dagli articoli scritti dai giornalisti italiani sul terreno, l’esodo era iniziato prima dello scoppio della guerra, avvenuto il 15 maggio 1948.Cattolici fuori dal coro A differenza dei media liberali e comunisti, quelli cattolici dedicarono grande attenzione ai profughi palestinesi. E fu proprio nel milieu cattolico internazionale che, nel 1949, comparve per la prima volta l’equazione tra i metodi del sionismo e quelli del nazismo.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da un mio studente dell’Università degli Studi di Milano, Daniele Vitarelli. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantirne l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.«La Nakba fu quasi universalmente non coperta… C’era l’evidenza fisica e a volte l’evidenza fisica veniva descritta, ma ciò che accadde realmente non veniva trasmesso». Con queste parole lapidarie, il giornalista Chris Hedges porta alla luce un fatto storico poco conosciuto. Nel 1948, in Medio Oriente un evento di portata enorme si consumò sotto gli occhi dei media. Ma i giornalisti occidentali, pur vedendolo, non lo raccontarono.La denuncia del premio Pulitzer è contenuta all’interno di una video-intervista alla scrittrice australiana di origini palestinesi Micaela Sahhar, trasmessa il 28 novembre 2025 su The Chris Hedges Youtube Channel. L’ex giornalista del New York Times racconta che i reporter che si recarono a Giaffa, città palestinese quasi completamente svuotata attraverso la pulizia etnica, descrissero le «case vuote», senza però spiegare perché si erano svuotate.La Nakba, l’esodo di circa 750 mila palestinesi avvenuto nel 1948, è stata per molto tempo un vero e proprio tabù. Come sottolinea lo storico israeliano Ilan Pappè nel suo libro La pulizia etnica della Palestina, a seguito del Piano Dalet del 10 marzo 1948, «la leadership sionista dichiarò apertamente che avrebbe cercato di prendere il controllo del Paese e di espellere con la forza la popolazione indigena».Una chiave di lettura, quella di Pappé, che ha suscitato un ampio dibattito nella storiografia israeliana e internazionale. Altri storici, pur riconoscendo l’entità dell’esodo e la responsabilità delle operazioni militari ebraiche, hanno valutato in modo diverso il grado di pianificazione dell’esodo (vedi intervista qui sotto al professor Paolo Zanini).Resta il fatto che, nel 1948, i giornalisti occidentali che assistettero alla nascita dello Stato di Israele non misero a fuoco la portata di quanto stava accadendo. La questione è stata sollevata da Micaela Sahhar nel libro Find me at the Jaffa Gate. Discendente di una famiglia costretta all’esodo forzato, Sahhar ha sottolineato come, spesso, i giornalisti o non ottenevano l’autorizzazione dai loro direttori a parlare della Naqba oppure non capivano l’importanza di quanto stava accadendo.E la stampa italiana? Per capire se questo fenomeno coinvolse anche i giornali di casa nostra, abbiamo analizzato gli archivi di quelli che nel 1948 erano i quotidiani italiani più rilevanti: Il Corriere della Sera, il giornale con maggior tiratura, e L’Unità, organo del Partito comunista italiano. Le due testate facevano parte di mondi cotrapposti ma, sulla descrizione della Nakba, la loro narrazione si rivelò convergente.Già… Perfino la stampa comunista, solitamente critica nei confronti delle versioni ufficiali, in quel caso specifico si allineò alla narrazione dominante. Il contesto in cui furono pubblicati gli articoli che abbiamo esaminato è il primo conflitto arabo-israeliano. Al termine del mandato britannico, il 14 maggio 1948, fu dichiarata la nascita dello Stato di Israele. E il giorno successivo, il 15 maggio 1948, prese avvio l’invasione da parte di Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq e Libano.Annotazione doverosa: questi eventi si verificarono a soli tre anni dalla fine della Shoah. L’Apocalisse che aveva colpito il popolo ebraico non poté non influenzare la visione sul conflitto in Palestina da parte dell’opinione pubblica occidentale, ancora traumatizzata dall’orrore dei lager nazisti.Secondo le abitudini dell’epoca, Il Corriere della Sera e L’Unità focalizzarono l’attenzione sulle dinamiche militari e sulle trattative diplomatiche, tralasciando o concedendo solo brevi spazi al dramma dei civili palestinesi. La prima volta che Il Corriere della Sera inserì all’interno di un articolo una breve descrizione dell’esodo fu il 23 aprile 1948, quindi 21 giorni prima della nascita dello Stato di Israele e 22 giorni prima dell’invasione degli eserciti arabi.Un dettaglio cronologico fondamentale, dato che la narrazione ufficiale israeliana sostiene che l’esodo non fu il risultato di un piano preordinato di espulsione, ma una conseguenza inevitabile seppur tragica degli eventi bellici. L’Unità si occupò dell’esodo il 24 aprile 1948.Erano i giorni in cui le truppe israeliane inducevano i cittadini palestinesi ad abbandonare Haifa. Un evento che lo storico Pappé descrive in tutta la sua drammaticità: «La campagna terroristica ebraica iniziò a dicembre, con pesanti bombardamenti, cecchini, fiumi di olio e carburante in fiamme buttati giù dalla montagna, e barili di esplosivo, e andò avanti nei primi mesi del 1948, intensificandosi ad aprile».Ecco che cosa scrisse invece Il Corriere della Sera. Nell’articolo Caifa in mano agli Ebrei dopo sanguinosi scontri (Caifa era la traslitterazione dell’epoca per l’odierna Haifa, ndr) si legge: «Avendo gli Arabi respinto le condizioni della tregua d’armi, è subito cominciato il loro esodo dalla città. Durante tutto il giorno, da 10 a 15 mila uomini, donne e fanciulli sono sfilati per le vie, trasportando le loro masserizie. Fonti britanniche calcolano che da 18 a 25 mila Arabi debbano sgomberare. La ritirata araba darà agli Ebrei il controllo del principale porto palestinese nel Mediterraneo orientale».In modo analogo, l’articolo del giorno successivo, Gli Arabi abbandonano anche i dintorni di Gerusalemme, evidenziò: «Continua lo sgombero volontario della popolazione araba di Caifa». E aggiunse: «Secondo gli Ebrei questo sgombero in massa sarebbe stato deciso per ragioni politiche, allo scopo di produrre una profonda impressione negli altri Paesi arabi e di far apparire gli Ebrei come invasori».L’Unità era sulla stessa lunghezza d’onda. Nell’articolo dedicato ai fatti di Haifa, riferì della fuga dei palestinesi, sostenendo che sarebbe stata dettata da scelte politiche o dalla volontà delle élite. Non solo. Secondo il quotidiano del Pci, gli ebrei avrebbero addirittura voluto bloccare l’esodo, garantendo «rispetto per la vita».Il 24 aprile 1948, Corrado Salviati, che a differenza dell’inviato del Corriere scriveva da Londra, firmò il pezzo L’Aganah combatte alle porte di Gerusalemme. Sessantamila arabi sgombrano la città di Haifa (Aganah era la traslitterazione dell’epoca per l’odierna Haganah, ndr). Salviati raccontò che «sessantamila arabi, che non hanno accettato la proposta di tregua avanzata dalle autorità militari ebraiche si dispongono ad evacuare la città».Il giorno dopo, il 25 aprile, comparve un articolo pubblicato questa volta da Haifa. Intitolato Re Abdullah si prepara ad invadere la Palestina, sosteneva che «numerosi appelli sono stati rivolti agli arabi dalle autorità militari ebraiche perché sospendano l’evacuazione. […] Mentre i capi arabi, che hanno rifiutato la tregua proposta dall’Haganah, hanno ordinato a tutti gli arabi residenti nella città di sgombrare al più presto, le autorità ebraiche hanno garantito il rispetto della vita […] Lo sgombero della città è per i capi arabi una battaglia politica e al parere dei più essi la perderanno».In quei giorni avvenne pure l’espulsione dei palestinesi da Giaffa che, per quanto fosse anch’essa caratterizzata da un’estrema violenza da parte dell’Irgun e dell’Haganah, ebbe un’eco mediatica inferiore rispetto a quella di Haifa. «Anche lì vi furono scene che richiamano alla memoria gli orrori avvenuti nel porto settentrionale di Haifa» racconta Pappé. «Persone letteralmente spinte in mare quando la folla tentò di salire a bordo di piccolissimi battelli da pesca che avrebbero dovuto portarla a Gaza, mentre le truppe ebraiche sparavano in aria per accelerarne l’espulsione».Il 29 aprile 1948 l’inviato dell’Unità descrisse l’invasione di Giaffa, senza però dedicare neanchVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

di Daniele VitarelliPrendendo le mosse dalla denuncia del premio Pulitzer Chris Hedges sul silenzio mediatico occidentale attorno alla pulizia etnica della Palestina, Krisis ha fatto una verifica negli archivi italiani dell’epoca. Analizzando i quotidiani di via Solferino e delle Botteghe oscure, è emersa una inedita sintonia: nonostante le divergenze ideologiche, entrambe le testate minimizzarono la tragedia palestinese. Derubricando l’esodo a cronaca bellica, non lo collegarono all’azione delle forze ebraiche, presentando un resoconto degli eventi spesso di parte e talora distorto. A differenza della stampa cattolica.IN BREVECecità occidentale Come denunciato dal premio Pulitzer Chris Hedges, nel 1948 l’espulsione forzata della popolazione palestinese non fu seguita con attenzione dai media. I giornalisti occidentali presenti a Giaffa descrissero le «case vuote», ma senza spiegarne le cause.Allineamento italiano L’analisi degli archivi del 1948 rivela che anche i nostri media si adeguarono a questo silenzio, relegando ai margini della cronaca bellica la tragedia dei civili palestinesi in fuga.Convergenza mediatica Emerge anche una sintonia inattesa tra Il Corriere della Sera e L’Unità. Entrambe le testate descrissero l’esodo di 750 mila palestinesi come sgombero volontario o effetto collaterale dei combattimenti.Dettaglio chiave Eppure, come risulta anche dagli articoli scritti dai giornalisti italiani sul terreno, l’esodo era iniziato prima dello scoppio della guerra, avvenuto il 15 maggio 1948.Cattolici fuori dal coro A differenza dei media liberali e comunisti, quelli cattolici dedicarono grande attenzione ai profughi palestinesi. E fu proprio nel milieu cattolico internazionale che, nel 1949, comparve per la prima volta l’equazione tra i metodi del sionismo e quelli del nazismo.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da un mio studente dell’Università degli Studi di Milano, Daniele Vitarelli. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantirne l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.«La Nakba fu quasi universalmente non coperta… C’era l’evidenza fisica e a volte l’evidenza fisica veniva descritta, ma ciò che accadde realmente non veniva trasmesso». Con queste parole lapidarie, il giornalista Chris Hedges porta alla luce un fatto storico poco conosciuto. Nel 1948, in Medio Oriente un evento di portata enorme si consumò sotto gli occhi dei media. Ma i giornalisti occidentali, pur vedendolo, non lo raccontarono.La denuncia del premio Pulitzer è contenuta all’interno di una video-intervista alla scrittrice australiana di origini palestinesi Micaela Sahhar, trasmessa il 28 novembre 2025 su The Chris Hedges Youtube Channel. L’ex giornalista del New York Times racconta che i reporter che si recarono a Giaffa, città palestinese quasi completamente svuotata attraverso la pulizia etnica, descrissero le «case vuote», senza però spiegare perché si erano svuotate.La Nakba, l’esodo di circa 750 mila palestinesi avvenuto nel 1948, è stata per molto tempo un vero e proprio tabù. Come sottolinea lo storico israeliano Ilan Pappè nel suo libro La pulizia etnica della Palestina, a seguito del Piano Dalet del 10 marzo 1948, «la leadership sionista dichiarò apertamente che avrebbe cercato di prendere il controllo del Paese e di espellere con la forza la popolazione indigena».Una chiave di lettura, quella di Pappé, che ha suscitato un ampio dibattito nella storiografia israeliana e internazionale. Altri storici, pur riconoscendo l’entità dell’esodo e la responsabilità delle operazioni militari ebraiche, hanno valutato in modo diverso il grado di pianificazione dell’esodo (vedi...

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