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Gli articoli di Krisis.info
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Krisis è una rivista online italiana che analizza le dinamiche politiche globali, focalizzata sulle crisi internazionali. Offre un’informazione approfondita, indipendente e libera da pregiudizi, per comprendere i cambiamenti epocali che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Rifiutando gli schieramenti ideologici, Krisis si impegna a presentare una pluralità di punti di vista, affinché i lettori possano formarsi una propria opinione. Krisis è sostenuta da un comitato etico-scientifico composto da accademici, diplomatici e militari, che garantiscono la qualità e l’autorevolezza delle analisi.Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Carbo-colonialismo: la corsa ai crediti di carbonio
di Paola OttinoLa transizione ecologica apre una nuova competizione globale. In gioco non c’è più solo l’accaparramento delle materie prime, ma anche il controllo degli ecosistemi capaci di assorbire CO₂. Attraverso i mercati dei crediti climatici, i territori del Sud globale diventano asset finanziari, ridefinendo i rapporti di forza tra multinazionali, Stati e comunità locali.IN BREVECaso kenyota. Il 18 giugno 2026 l’ente di certificazione Verra ha ripristinato un progetto di crediti di carbonio in Kenya, riaprendo il dibattito sul carbo-colonialismo.Nuova finanza I crediti di carbonio monetizzano la capacità di stoccaggio della CO₂ di foreste e torbiere, trasformando le funzioni ecosistemiche in asset finanziari.Meccanismo asimmetrico Il carbo-colonialismo permette a imprese occidentali di controllare i diritti climatici del Sud globale, scaricandovi i costi della transizione verde.Scissione fondiaria La finanza climatica separa la proprietà materiale della terra dal diritto economico di gestire e commercializzare il servizio di assorbimento della CO₂.Secolo verde La conservazione dei serbatoi naturali inaugura una nuova fase. Il XXI secolo potrebbe essere il secolo della geopolitica del carbonio.Il 18 giugno 2026, Verra, il principale ente di certificazione dei mercati volontari del carbonio, ha deciso di ripristinare il Northern Kenya Rangelands Carbon Project [1], uno dei più grandi progetti mondiali di crediti di carbonio del suolo. Nel 2025, il piano era stato sospeso a seguito delle contestazioni relative ai diritti delle comunità pastorali locali.Il ripristino del progetto ha riacceso lo scontro fra Verra, che dal 2009 ha emesso oltre un miliardo di crediti, e Survival International, che ha denunciato la vicenda come un caso emblematico di «carbon colonialism». L’ong londinese sostiene che il sistema dei crediti di carbonio continua a consentire l’appropriazione delle capacità ecologiche dei territori indigeni senza un adeguato consenso delle popolazioni interessate.Il caso rappresenta un esempio particolarmente significativo delle tensioni che attraversano la nuova economia globale del carbonio e consente di comprendere le dinamiche del carbo-colonialismo. In effetti, la transizione ecologica sta producendo una trasformazione profonda dei rapporti tra economia, natura e potere.Per oltre 30 anni il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato soprattutto sulla riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione dei sistemi produttivi. Ma negli ultimi anni è emersa una nuova frontiera della governance climatica globale: la competizione per il controllo dei carbon sink, i pozzi di carbonio naturali. Vale a dire quegli ecosistemi – foreste tropicali, torbiere, mangrovie, praterie marine e suoli agricoli – capaci di assorbire e immagazzinare anidride carbonica dall’atmosfera [2]. I progetti che ne proteggono o accrescono la capacità di assorbimento possono generare crediti di carbonio negoziabili sui mercati climatici, trasformando il carbonio assorbito in un bene economico scambiabile.L’espansione del mercato del carbonio sta dunque dando origine a una configurazione dei rapporti economici e geopolitici che gli studiosi interpretano come carbo-colonialismo. In sostanza, il fenomeno si verifica quando grandi imprese o fondi d’investimento dei Paesi economicamente più sviluppati acquisiscono il controllo economico di territori situati nei Paesi in via di sviluppo per realizzare progetti di compensazione delle emissioni.Attraverso questo sistema, le economie ad alte emissioni tendono quindi a trasferire sui Paesi in via di sviluppo gli oneri della transizione climatica, con possibili conseguenze negative per le popolazioni locali, come la perdita di accesso alle terre e alle risorse.In sostanza, chi acquista un credito non compra alberi o ettari di foresta, ma un certificato che attribuisce valore economico a una quantità di CO₂ teoricamente assorbita o non emessa. Si profila così una nuova fase della globalizzazione, nella quale la competizione si sposta dalle fonti energetiche tradizionali alla capacità ecologica di assorbire i danni ambientali dello sviluppo.Nuove forme di appropriazioneStoricamente, il capitalismo ha incorporato la natura come fonte di materie prime, energia e forza lavoro indiretta. Foreste, miniere, terreni agricoli e oceani sono stati valorizzati in funzione della loro capacità di alimentare la produzione. Oggi però assistiamo a un mutamento significativo, in cui la centralità economica si sposta dai beni estratti dagli ecosistemi alla loro capacità di stoccaggio.Il carbonio immagazzinato negli alberi, nei sedimenti o nei suoli diventa pertanto una risorsa economica monetizzabile. L’innovazione fondamentale introdotta dai mercati dei crediti di carbonio consiste proprio nella possibilità di attribuire un valore all’emissione evitata o al carbonio sequestrato, producendo una nuova forma di astrazione economica. Non viene scambiata la foresta in quanto tale, ma la sua funzione climatica. In tal modo, il valore si sposta dalla biomassa alla capacità ecosistemica.I mercati dei crediti di carbonio nascono con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma prendono realmente piede negli ultimi 15 anni. Con la crescita della finanza climatica, assumono un ruolo centrale nella governance della transizione ecologica. In parole povere, le imprese che producono gas serra possono acquistare crediti legati a un progetto di assorbimento del carbonio [3], per compensare una parte delle proprie emissioni. Fondi di investimento, imprese multinazionali, banche, società di consulenza ambientale e piattaforme finanziarie che gestiscono asset climatici possono cioè appropriarsi dei diritti economici associati ai pozzi di carbonio senza acquisire necessariamente il controllo diretto dei territori in cui si trovano.L’interesse non riguarda quindi più le foreste, i pascoli o le risorse minerarie presenti in un territorio, ma il carbonio che è in grado di trattenere. Questa trasformazione può essere interpretata attraverso il concetto di «accumulazione per espropriazione» elaborato da David Harvey [4]. Secondo il geografo economico, il capitalismo continua a espandersi incorporando nei circuiti della valorizzazione economica beni comuni, diritti e risorse precedentemente sottratti al mercato. Nel caso dei pozzi di carbonio, l’oggetto dell’appropriazione non è più la risorsa materiale in quanto tale, ma la capacità ecosistemica di assorbire la CO₂.Il carbo-colonialismo si manifesta proprio in questa separazione tra il controllo formale del territorio e il controllo economico delle sue funzioni climatiche. Una foresta può rimanere formalmente di proprietà di uno Stato o di una comunità locale, mentre i diritti economici associati al carbonio vengono trasferiti a imprese multinazionali, fondi di investimento o intermediari finanziari. La novità consiste nel fatto che il processo di accumulazione non si fonda più sull’estrazione delle risorse, ma sulla gestione della loro conservazione.Si assiste così a una progressiva finanziarizzazione dell’ambiente. Foreste e zone umide vengono valutate non soltanto per il loro valore ecologico, ma anche per il flusso potenziale di crediti che possono generare.Foreste tropicali come assetNel quadro del carbo-colonialismo, il controllo delle grandi capacità di assorbimento del carbonio sta assumendo un valore geopolitico crescente, trasformando gli ecosistemi naturali in asset strategici. I principali serbatoi di carbonio si concentrano in alcune aree chiave: la foresta amazzonica, il bacino del Congo, le foreste pluviali del sud-est asiatico e le foreste boreali di Canada, Russia e Scandinavia [5].A questi si aggiungono le torbiere che, pur occupando una porzione relativamente ridotta della superficie terrestre (circa il 3%), custodiscono riserve di carbonio accumulate nel corso di migliaia di anni [6]. Particolarmente significative sono le torbiere dell’Indonesia, della Siberia e della regione congolese. Anche le mangrovie e gli ecosistemi costieri e marini rappresentano importanti serbatoi di blue carbon [7], capaci di sequestrare anidride carbonica per tempi molto lunghi (Figura 1).La crescente importanza dei mercati del carbonio sta modificando profondamente il significato economico e politico di questi ecosistemi. Sempre più spesso, il diritto a generare e commercializzare crediti di carbonio viene separato dai tradizionali diritti fondiari, dando origine a una distinzione tra proprietà della terra e proprietà del servizio climatico fornito dalla terra stessa. La capacità di assorbimento del carbonio diventa così un bene autonomo, suscettibile di essere contrattualizzato, venduto e finanziarizzato.Nel quadro del carbo-colonialismo, le grandi foreste tropicali non rappresentano più soltanto riserve di biodiversità, ma stanno diventando infrastrutture climatiche gVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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La replica da Pechino alle accuse europee di concorrenza sleale
di Jiankun Wang e Kai GuoL’Unione Europea importa dalla Cina molto più di quanto riesca a esportarvi: nel 2025 il divario ha raggiunto 359,3 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto al 2019. Uno squilibrio dovuto, secondo la Commissione, ad asimmetrie di mercato e a sussidi governativi cinesi. L’analisi del China Finance 40 Forum propone però una lettura diversa. Circa il 70% dell’aumento delle importazioni europee dalla Cina è riconducibile ai prodotti chimici e alla «nuova triade»: veicoli elettrici, batterie e fotovoltaico. Quanto al calo dell’export europeo, è legato alla crescente capacità dell’industria cinese di produrre internamente beni che in passato importava.IN BREVESquilibrio commerciale Secondo gli autori, l’aumento del deficit UE con Pechino non deriva da un dumping generalizzato dei prezzi, ma da profondi mutamenti strutturali nella domanda europea e nell’offerta cinese.Spinta della transizione Il 70 per cento della crescita dell’export cinese in Europa è trainato da prodotti chimici e dalla «nuova triade», ossia auto elettriche, batterie e fotovoltaico.Choc energetico europeo La crisi dell’energia ha reso la produzione interna della filiera chimica europea meno conveniente, spingendo le aziende a importare beni da Pechino.Sostituzione dell’import Il calo delle esportazioni europee non è causato da una contrazione del mercato cinese, ma dal progresso industriale di Pechino, che ora produce internamente ciò che prima importava.Limiti del protezionismo I due economisti concludono sostenendo che i dazi commerciali non cancelleranno la domanda europea di tecnologie verdi né fermeranno l’avanzata manifatturiera cinese, rendendo il protezionismo inefficace.Nota della direttrice: Al G7 di Évian, Ursula von der Leyen ha ricondotto il disavanzo commerciale dell’Unione alla sovraccapacità manifatturiera di alcuni Paesi che «producono troppo e consumano troppo poco», con un chiaro riferimento alla Cina. Non è una posizione nuova: da anni l’UE accusa Pechino di concorrenza sleale. Per offrire ai lettori un elemento di confronto nel dibattito europeo, Krisis pubblica quest’analisi del China Finance 40 Forum. Sulla base dei dati analizzati, gli autori attribuiscono il crescente squilibrio commerciale a tre fattori: aumento dei costi energetici europei, effetti della transizione verde e crescente capacità della Cina di sostituire le importazioni con produzione nazionale.Una delle narrazioni più strumentali oggi a Bruxelles è che l’Europa si trova ad affrontare un secondo «choc cinese»: un’ondata di prodotti cinesi a basso costo, spinti all’estero da sovraccapacità, sussidi e da una debole domanda interna. I dati raccontano una storia diversa.Una nuova e dettagliata analisi del China Finance 40 Forum mostra che l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’Europa è stato fortemente concentrato in pochi settori – veicoli elettrici, batterie, prodotti fotovoltaici e prodotti chimici – dove la transizione verde e lo choc energetico dell’Europa stessa hanno creato una domanda reale. Nel frattempo, il calo delle esportazioni europee verso la Cina non è stato guidato principalmente da una contrazione del mercato cinese, ma dalla modernizzazione industriale e dalla sostituzione delle importazioni da parte della Cina.In altre parole, lo squilibrio non è semplicemente qualcosa che la Cina ha fatto all’Europa. È anche qualcosa che i costi energetici, la struttura industriale e le scelte di transizione dell’Europa stessa hanno contribuito a produrre.Esplosione del deficit commerciale UENel 2025, il deficit commerciale dell’UE rispetto ai beni importati dalla Cina si è ampliato fino a 359,3 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 15% rispetto al 2024 e quasi raddoppiando rispetto al 2019[1]. (…) Il punto di svolta è arrivato dopo il 2020, quando il deficit ha iniziato ad ampliarsi rapidamente e in modo persistente, diventando una delle principali preoccupazioni nelle relazioni economiche bilaterali[2].Negli attuali dibattiti europei, quattro spiegazioni vengono richiamate più spesso per illustrare questo squilibrio: la politica industriale cinese e l’eccesso di capacità produttiva; il reindirizzamento verso l’UE di merci originariamente destinate al mercato statunitense dopo l’escalation delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti; la debolezza del renminbi[3]; infine, il rallentamento della domanda cinese legato alla crisi immobiliare iniziata nel 2021[4].Tuttavia, (…) i dati settoriali e commerciali non confermano queste spiegazioni. Le esportazioni cinesi verso l’UE non si sono espanse in modo generalizzato, né la concorrenza a basso prezzo ne è stata la caratteristica principale. La crescita degli ultimi anni si è concentrata in un numero limitato di settori. Al tempo stesso, la debolezza delle esportazioni dell’UE verso la Cina ha riflesso una minore dipendenza cinese dalle importazioni e una loro più rapida sostituzione, più che una contrazione complessiva del mercato cinese.(…) L’ampliamento dello squilibrio commerciale riflette quindi l’effetto combinato dei cambiamenti nella domanda europea e nella struttura dell’offerta cinese. Da un lato, la transizione energetica dell’UE ha aumentato i costi industriali e accresciuto la domanda per la «nuova triade» cinese e per i prodotti chimici[5]. Dall’altro, l’upgrading industriale della Cina ha accelerato la sostituzione delle importazioni, riducendo la domanda di prodotti importati e restringendo lo spazio per le esportazioni dell’UE verso la Cina. Allo stesso tempo, l’ampliamento dello squilibrio bilaterale non ha modificato la più ampia posizione di surplus esterno dell’Europa[6].Export cinese trainato dalla transizione energeticaOsservando l’andamento complessivo delle esportazioni cinesi verso l’UE tra il 2016 e il 2025, i dati sui prezzi non confermano l’argomento secondo cui i movimenti dei tassi di cambio avrebbero prodotto un dumping a basso prezzo. (…) Misurati in euro, cioè nei prezzi effettivamente pagati dagli acquirenti europei, gli indici dei prezzi all’esportazione di Cina, Giappone e Corea hanno seguito andamenti molto simili e sono rimasti sostanzialmente stabili dopo il 2023[7].(…) Tra il 2019 e il 2022 il renminbi si è rafforzato in termini nominali rispetto all’euro, indebolendosi in modo visibile solo entro il 2025. In altre parole, l’espansione delle esportazioni cinesi verso l’UE è avvenuta in un periodo in cui il renminbi era relativamente forte, non debole. Il calo dell’indice dei prezzi dei beni cinesi denominato in euro appare dunque più come uno sviluppo recente che come un fattore persistente dei guadagni di quota di mercato registrati dal 2020.Dal 2016 al 2024, la Cina non ha mostrato un vantaggio di prezzo in costante aumento. Se il tasso di cambio fosse stato il principale motore delle esportazioni, i prezzi in euro dei prodotti cinesi avrebbero dovuto divergere chiaramente da quelli di Giappone e Corea a partire dal 2020. I dati mostrano invece che i tre Paesi si sono mossi sostanzialmente in parallelo. Ciò suggerisce che la spiegazione basata sul tasso di cambio non trovi sostegno nei dati sui prezzi[8].Anche i dati sui volumi non confermano l’idea che la Cina abbia guadagnato quote di mercato grazie ai prezzi bassi. Se la competitività di prezzo fosse stata il fattore principale, negli ultimi cinque anni i volumi di esportazione della manifattura cinese avrebbero dovuto aumentare sensibilmente man mano che i prezzi si indebolivano. Tuttavia, gli indici dei volumi di esportazione e dei valori unitari mostrati nella figura 5 non confermano questa conclusione[9].(…) Persino nei settori più associati allo «shock da basso costo», non si registra una chiara espansione dei volumi[10]. Al contrario, macchinari e mezzi di trasporto, insieme ai prodotti chimici, sono stati i comparti in cui i volumi di esportazione sono aumentati in modo più evidente. (…) La crescita delle esportazioni in questi settori non è stata trVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Il paradosso della difesa europea
di Francesco CosimatoIl generale Cosimato sostiene che la strategia di Bruxelles si fonda su un evidente cortocircuito. La Russia viene presentata come una minaccia esistenziale e, al tempo stesso, come un avversario destinato alla sconfitta. L’analisi dei dati militari e dell’evoluzione del conflitto in Ucraina mostra una realtà diversa.IN BREVEContraddizione strategica Se da un lato i vertici politici paventano un’invasione russa, dall’altro si dicono certi di infliggere a Mosca una sconfitta bellico.Valutazioni d’intelligence I dati dei servizi d’informazione e il comandante del SACEUR escludono piani di attacco russi contro i Paesi del blocco atlantico nel continente.Asimmetria atlantica Senza il supporto e gli asset logistici degli Stati Uniti, le forze dei governi europei mostrano forti carenze nei sistemi d’arma convenzionali.Stato del conflitto Sul terreno, l’iniziativa resta in mano a Mosca. Un dato di fatto che evidenzia l’inefficacia della linea di condotta occidentale basata sul solo invio di armi.La narrazione sulla sicurezza occidentale è imperniata attorno a una profonda contraddizione. Per un verso, i leader europei della NATO alimentano il timore di un’imminente invasione russa contro il cuore del continente. D’altro canto, la medesima classe politica si mostra incrollabilmente convinta di poter infliggere a Mosca una «sconfitta strategica» attraverso deleghe militari.Se la Russia possiede realmente le capacità attribuitele dall’Occidente, allora risulta difficile sostenere che possa essere sconfitta mediante un sostegno indiretto all’Ucraina. Se invece non dispone di tali capacità offensive nei confronti dell’Europa, viene meno la giustificazione dell’allarme permanente. Questo cortocircuito logico delinea il paradosso della difesa dell’Europa: ci si dichiara fatalmente vulnerabili di fronte a un nemico che, al tempo stesso, si presume di poter piegare.I Paesi europei membri della NATO si ritengono vulnerabili in vista di un eventuale attacco russo. Eppure non risultano evidenze concrete circa una reale volontà russa di attaccare un’area caratterizzata da una forte dipendenza energetica, da una progressiva deindustrializzazione e da profonde tensioni sociali.Il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo delle Forze alleate in Europa (SACEUR), ha dichiarato che non esistono informazioni d’intelligence che indichino un’intenzione russa di attaccare l’Europa. Se questa è la valutazione del massimo comandante militare della NATO in Europa, risulta arduo capire perché il dibattito politico continui a prospettare come imminente un’aggressione russa contro il continente.La NATO si ostina a dichiarare, attraverso i suoi leader, che è un’alleanza difensiva. In particolare, ciascun ministro degli Esteri ripete ad ogni occasione che il suo Paese non è in guerra con la Russia. Tuttavia, appare evidente che tutti questi Paesi contribuiscono in maniera determinante allo sforzo bellico ucraino.È noto che l’Ucraina importa una quota significativa di componenti per droni da Paesi europei (come Polonia, Repubblica Ceca e Germania), che vengono poi assemblati o integrati in loco. Secondo i principi del diritto dei conflitti armati, impianti industriali destinati in modo diretto alla produzione di materiale bellico in determinate circostanze possono essere qualificati come obiettivi militari, purché ricorrano i requisiti previsti dal diritto internazionale umanitario.L’esame dei dati numerici di fonte aperta circa le forze e i sistemi d’arma della NATO (Fonte Global Fire Power Index – tabella 1) e il potenziale confronto tra il blocco russo-bielorusso e i Paesi cosiddetti «volenterosi» (tabella 2) offre un quadro esplicativo immediato. In quei numeri figurano anche gli Stati Uniti, il cui contributo rappresenta la componente decisiva delle capacità militari complessive della NATO.Tabella 1: Dati NATODati NATO.Per la National security strategy di Donald Trump, l’area di intervento prioritaria per gli USA è il continente americano. Se dai dati della NATO (Tabella 1) si sottraggono le cifre americane e in particolare gli asset strategici, cioè satelliti da comunicazione, da ricognizione, nonché trasporti strategici, rimane ben poco. In sostanza, i Paesi europei della NATO non hanno forze sufficienti per difendersi o, peggio, attaccare per ottenere la «sconfitta strategica» della Russia.Per questo i governi europei, almeno a parole, dichiarano di voler aumentare le spese per la Difesa. Non solo in seguito alle reiterate richieste dell’amministrazione Trump, ma anche perché le loro forze sono oggettivamente del tutto insufficienti a sostenere un ipotetico conflitto contro la Russia. Nella tabella 2 si notano carenze nel campo dei velivoli da combattimento, dei carri armati e delle artiglierie.Tabella 2: Confronto blocco russo e bielorusso con «volenterosi»* Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, Ungheria, Spagna.Sotto il profilo strettamente geopolitico, la Russia non pare avere alcun interesse strategico ad attaccare un’Europa che, priva di autonomia energetica e di risorse naturali, non offre vantaggi competitivi a Mosca. Ciononostante, i tecnocrati europei e le figure politiche di riferimento sostengono con assoluta certezza l’ineluttabilità di un’aggressione russa, indicando, sulla base di proiezioni non verificate, il 2029 come anno di svolta. Un generale britannico, Sir Richard Shirreff, aveva già preconizzato tale invasione per lo scorso novembre. Previsione che non ha trovato riscontro nei successivi sviluppi sul campo.Tutti gli strumenti militari dismessi dopo la fine della Guerra fredda vengono oggi rivalutati, portando diversi Paesi a riconsiderare anche il modello della leva obbligatoria, che potrebbe essere ripristinata in Paesi come Germania, Francia, Danimarca e Regno Unito. Invece, in Italia, le tesi favorevoli al ripristino del servizio di leva, in piena conformità all’articolo 52 della Costituzione, rimangono confinate ai margini del dibattito istituzionale (posizione che chi scrive condivide pienamente).Il quadro si fa evidentemente complesso: sembra che la NATO sia un organismo potentissimo, ma sul punto di dissolversi per via delle critiche mosse dagli americani. Annotazione curiosa: un membro della NATO, gli Stati Uniti, ha attaccato un Paese non NATO, l’Iran, e, quando si è trovato in difficoltà, ha chiesto ai Paesi europei di aiutarlo. Intervenire con un contingente militare a grande distanza dalla madrepatria è un’operazione difficile già solo per il trasporto delle forze, figuriamoci in mancanza di queste.Peraltro, l’Italia si è dotata di uno strumento militare che, per esplicita ammissione del ministro della Difesa, dispone esclusivamente di forze per condurre operazioni di peacekeeping. Forse gli americani non sapevano di questa nostra caratteristica che ci accomuna agli altri Paesi europei che si definiscono volenterosi?Un elemento cruciale per comprendere la complessità del quadro attuale è la valutazione dell’andamento sul terreno del conflitto in Ucraina. La narrazione strategica occidentale insiste sul presupposto che il continuo sostegno militare a Kiev possa condurre alla «sconfitta strategica» di Mosca. Tuttavia, i resoconti provenienti dal fronte delineano una realtà differente e ben più complessa per l’Occidente. La Russia mantiene l’iniziativa e prosegue nel suo sforzo offensivo, registrando avanzate lente ma costanti.È ben vero che i droni ucraini colpiscono la Russia in profondità, ma questo non implica che le sorti del conflitto si stiano invertendo. La capacità di colpire in profondità il territorio avversario non coincide necessariamente con la capacità di modificare l’andamento strategico di un conflitto. Durante la Seconda guerra mondiale, i nazisti furono capaci di colpire Londra con i missili V1 e V2 sul finire del conflitto. Eppure non impedirono agli alleati di progredire comunque dalla Francia verso la Germania stessa. Il corso di quella guerra rese inutili i missili nazisti. In ultima analisi, e in aperta contraddizione con le evidenze sul terreno, le leadership europee – spesso prive di solido consenso popolare – insistono nel sostenere una guerra che appare ormai perduta. Non dall’Ucraina, ma da tutti noi.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleFrancesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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La fine del cibo a basso costo
di Think BricsLa fine dell’era neoliberale ha trasformato l’agricoltura in infrastruttura strategica e linea di faglia geopolitica. Per approfondire questo cambio di passo, Krisis propone una sintesi dell’intervista al professor Fabiano Escher, realizzata da @ThinkBRICS in collaborazione con Andrea Pincin. In questa prima parte, il docente brasiliano di politica ed economia agraria spiega come i Paesi Brics, che controllano il 44% della produzione cerealicola mondiale, il 25% dell’export e il 42% delle terre coltivabili, stiano rimodellando il capitalismo globale. Pur non avendo una politica agricola comune, utilizzano i sistemi alimentari per rafforzare le singole sovranità nazionali. Il cibo smette quindi di essere una semplice merce e diventa uno strumento essenziale per navigare nel nuovo disordine mondiale.IN BREVELa borsa dei Brics Il blocco lancia la Brics Grain Exchange, una borsa merci indipendente nata per commerciare in valute locali e ridurre la dipendenza dai mercati occidentali.Accordo interrotto Il mercato low cost non era un dato economico, ma un patto basato su energia, logistica e manodopera a basso prezzo unito a rotte aperte ormai diventate fragili.Effetto domino Gli choc dei trasporti nel Mar Rosso e i conflitti geopolitici influenzano i costi dei fertilizzanti, i prezzi del pane e i futuri raccolti mondiali.Autoconservazione La Cina punta sulle riserve, l’India sui sussidi e il Brasile coniuga l’agrobusiness con ampi programmi di welfare e di contrasto alla povertà.Modello russo Mosca ha superato il trauma degli anni Novanta centralizzando le agro-holding e legando l’export di grano alla propria sicurezza nazionale.Mentre i prezzi alimentari continuano a salire e le rotte commerciali sono sotto pressione, i ministri dell’Agricoltura dei Brics si sono riuniti il 12 e 13 giugno a Indore, India, per trasformare la sicurezza alimentare in strumento di sovranità nazionale. Il 16° summit ha rilanciato la piattaforma di ricerca agricola comune e la BRICS Grain Exchange, la borsa agricola del blocco destinata a ridurre la dipendenza dalle piazze occidentali (Chicago in primis) e commerciare in valute nazionali.Obiettivo dichiarato: «rafforzare la sicurezza alimentare globale, migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali e plasmare il futuro del settore primario e dei sistemi alimentari verso un approccio che metta al centro le aziende agricole». I Brics, che controllano il 44% della produzione cerealicola mondiale, il 25% dell’export e il 42% delle terre coltivabili, stanno trasformando l’agricoltura da semplice merce a infrastruttura strategica del nuovo ordine multipolare. Un chiaro segnale che l’era neoliberale del cibo a basso costo è finita.Per comprendere la profondità di questo cambio di paradigma, Krisis ripropone l’intervista al professor Fabiano Escher, realizzata da @ThinkBRICS in collaborazione con Andrea Pincin. Docente nel Dipartimento di Sviluppo, Agricoltura e Società dell’Università federare rurale di Rio De Janeiro, Escher si occupa in particolare di politiche rurali, capitalismo agrario e sistemi alimentari nel Sud globale. Sta per pubblicare il libro The BRICs and the global agrifood system. Varieties of capitalism and food regime transformation (I Brics e il sistema agroalimentare. Tipologie di capitalismo e trasformazione dei regimi di governo del cibo).Professor Escher, il suo libro si apre con un’affermazione sorprendente: «La civiltà costruita sulla globalizzazione neoliberale è crollata e la fine del cibo a basso costo dal 2008 in poi rappresenta una delle principali linee di faglia».«Il cibo è diventato la prima linea del conflitto geopolitico perché l’era del cibo a basso costo non è mai stata semplicemente un fatto economico. Era un vero e proprio accordo politico. Dipendeva da energia a basso costo, credito a basso costo, trasporti a basso costo, manodopera a basso costo, frontiere ecologiche intatte, rotte commerciali aperte e, soprattutto, dalla convinzione che i mercati globali potessero approvvigionare le società meglio di quanto potessero fare gli Stati. Ciò che è venuto a mancare non è stato solo la stabilità dei prezzi alimentari, ma la fiducia che un ordine alimentare mondiale liberalizzato potesse garantire stabilità sociale, sicurezza nazionale e legittimità politica. Gli choc dei prezzi alimentari del 2008 e del 2011 sono stati il primo grande avvertimento. Hanno dimostrato che, quando i prezzi del cibo aumentano drasticamente, i governi non trattano il cibo come una semplice merce. Rilasciano scorte, tagliano i dazi, impongono controlli sui prezzi, limitano le esportazioni, espandono i sussidi e difendono i consumatori interni. In altre parole, il cibo viene immediatamente ri-politicizzato. Ecco perché sostengo che la fine del cibo a basso costo rappresenti una rottura molto profonda con l’ordine precedente. Il cibo è una delle fondamenta materiali della civiltà. Quando diventa instabile, il rapporto tra economia, società e natura viene messo sotto pressione. Il Covid ha intensificato tutto questo: la pandemia non ha creato la fragilità del sistema alimentare globale, ma l’ha esposta brutalmente. Poi, la guerra in Ucraina ha reso impossibile ignorarne la dimensione geopolitica. Russia e Ucraina sono fondamentali a livello globale per il grano, il mais, l’olio di girasole, i fertilizzanti, l’energia e i corridoi del Mar Nero. In Medio Oriente, per esempio a Gaza, il cibo, l’acqua, la terra, l’accesso umanitario e le infrastrutture sono diventati parte integrante del conflitto stesso, subendo distruzioni terribili. Nel Mar Rosso, la questione della sicurezza legata all’Iran si ripercuote sulle perdite di carico, sui prezzi dell’energia, sulle rotte di navigazione e sui punti di snodo strategici. Seguiamo quindi la catena delle cause: uno choc nel Mar Nero influenza i prezzi del pane in Nord Africa; un conflitto nel Mar Rosso colpisce il commercio globale tra Asia, Europa e Africa; prezzi dell’energia più alti incidono sui costi dei fertilizzanti, i quali a loro volta influenzano le decisioni di semina, che determinano i futuri raccolti. I sistemi alimentari sono globalizzati, ma l’autorità politica rimane frammentata. In questo contesto, i Brocs assumono un’importanza centrale perché non sono semplici vittime passive di questo ordine mondiale frammentato, ma ne sono organizzatori, mediatori e, a volte, beneficiari. La Cina gestisce la sicurezza alimentare come una questione di sovranità nazionale, tramite riserve, obiettivi di produzione e importazioni strategiche. L’India fa affidamento sulla distribuzione pubblica e sui cereali sovvenzionati. Il Brasile ha combinato il potere di esportazione dell’agrobusiness con politiche contro la fame e la povertà, mense scolastiche e appalti pubblici. La Russia è forse il caso più interessante. Dopo i traumi degli anni Novanta, ha ricostruito le proprie capacità agricole ed è diventata, come sappiamo, un leader nell’esportazione di grano, ottenendo così una forte leva geopolitica. Per concludere la mia risposta, direi che il cibo non viene semplicemente usato come arma, sebbene in parte sia vero. Il punto più profondo è che il cibo è diventato strategico perché la promessa neoliberale di un approvvigionamento automatico del mercato non ispira più fiducia. L’ordine emergente tratta il cibo come un’infrastruttura: di sovranità, di riproduzione sociale e persino di influenza geopolitica. Questo è il motivo per cui l’agricoltura e il cibo rappresentano oggi un terreno decisivo su cui si combatterà il futuro del capitalismo globale e del multipolarismo».Nel suo libro sostiene che per comprendere il capitalismo odierno bisogna guardare alle loro storie agricole, ai regimi fondiari, alle strutture contadine e alle relazioni di classe rurali. Puoi farci un esempio concreto di come il passato agrario di un Paese stia ancora plasmando il suo modello economico oggi?«Parlerò della Russia, poiché è un esempio interessante. Se vogliamo capire il capitalismo russo di oggi, non possiamo partire dal 1991, come se il capitalismo fosse semplicemente apparso dal nulla con le riforme di mercato e il crollo dell’Unione Sovietica. Dobbiamo guardare alla sua storia agraria. Partiamo dal tardo periodo zarista: la Russia era già una grande potenza cerealicola: è famosa la frase di Anton Siluanov, ministro delle Finanze dal 1887 al 1892 “mangeremo di meno, ma esporteremo”. L’Impero esportò grano su larga scala per sostenere la bilancia dei pagamenti e l’industrializzazione. Ma questo non portò a una trasformazione capitalistica reale nelle campagne; fu una transizione dall’alto, dominata da famiglie povere, bassa produttività e uno Stato che mobilitava l’agricoltura per il potere nazionale e l’espansione militare. Questo schema continuò durante l’era sovietica. Attraverso la collettivizzazione forzata, l’agricoltura divenne un meccanismo per trasferire il surplus verso l’industrializzazione. I kolchoz e i sovchoz non erano solo fattorie; erano istituzioni di controllo sociale e territoriale. Aiutarono a costruire l’Urss come potenza industriale, ma con enormi costi umani e inefficienze. Il paradosso fu che, pur essendo una superpotenza, dagli anni Settanta e Ottanta l’Unione Sovietica iniziò a dipendere massicciamente dalle importazioni di grano, specialmente dagli Usa. La dipendenza alimentare fu vissuta come una vulnerabilità strategica. Questo si aggravò con la catastrofe degli anni Novanta: la terapia d’urto post-sovietica smantellò le fattorie collettive disorganizzando la produzione e il welfare. Le importazioni aumentarono e molti sopravvissero solo coltivando piccoli appezzamenti di terra in proprio. La memoria degli anni Novanta è essenziale per capire la Russia di oggi. Le politiche di Vladimir Putin sono una risposta diretta a quel trauma. HaVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Cementificazione in Albania: dall’isola dei fenicotteri alle torri di Tirana
di Romeo FarinellaLo scontro attorno al progetto del mega-resort del clan Trump ha svelato i meccanismi profondi di un modello di sviluppo aggressivo. Dietro l’esibizione di progetti ecologici e avveniristici si nasconde la radicale svolta neoliberista, che attraversa l’asse geografico dalle coste distrutte alla capitale verticale. Il professor Farinella analizza la transizione dall’anarchia edilizia degli anni Novanta alla grande pianificazione istituzionalizzata contemporanea, mostrando come ambiente, corsi d’acqua e quartieri storici vengano sacrificati e trasformati in puri asset per l’accumulazione di capitale. Un processo in cui la massiccia produzione di complessi residenziali semivuoti e inaccessibili risponde alle sole logiche della rendita immobiliare globale, subordinando l’interesse collettivo e la tutela del bene comune al profitto di pochi.IN BREVELitorali saccheggiati La protesta contro il progetto di Jared Kushner a Sazan mostra il conflitto latente tra la tutela dei beni comuni e l’accumulazione di capitale.Degrado delle coste L’anarchia edilizia del post-1991 ha degradato le coste preparando il terreno per l’ingresso dei grandi fondi di investimento internazionali.Fiumi inquinati Mentre si promuove l’edilizia costiera di lusso, corsi d’acqua come l’Ishëm riversano nell’Adriatico tonnellate di scarichi e metalli pesanti.Paradosso abitativo Nella capitale si costruiscono grattacieli come asset finanziari vuoti, con prezzi folli del tutto sproporzionati rispetto ai redditi medi.Democrazia svuotata La pianificazione e i piani urbani integrano la sostenibilità all’interno del marketing immobiliare, espellendo i residenti storici.Al grido di «giù le mani dalla laguna», migliaia di persone sono scese in piazza in Albania per protestare contro un grande progetto turistico promosso dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, lungo la costa di Zvërnec-Narta e sull’isola di Sazan. La stampa internazionale ha parlato di «rivolta dei fenicotteri», evocando gli uccelli migratori che popolano la laguna di Narta. Ma la vicenda trascende la semplice protesta ecologica. Dietro la difesa di quel tratto di costa emerge un conflitto molto più profondo che riguarda il modello di sviluppo dell’Albania contemporanea, il ruolo della rendita immobiliare, la finanziarizzazione del territorio e la trasformazione delle città e dei paesaggi in asset destinati all’accumulazione di capitale.La protesta contro il resort di lusso non nasce soltanto dalla preoccupazione per la tutela di un ecosistema fragile. Nasce dalla percezione che l’Albania stia vivendo una fase di intensa urbanizzazione guidata da grandi investimenti immobiliari e turistici che tendono a subordinare l’interesse collettivo alla valorizzazione economica del territorio a vantaggio di pochi. La vicenda mette in evidenza alcuni aspetti del processo di appropriazione neoliberista del territorio identificabili nella finanziarizzazione del valore della natura e nell’urbanistica della rendita.Speculazione costieraIl processo che ha trasformato la costa albanese – da Valona a Saranda, da Dhërmi a Ksamil – non è un fenomeno recente né omogeneo, ma il risultato di due fasi strettamente intrecciate. La prima è quella dell’abusivismo diffuso esploso dopo il 1991. All’indomani del crollo del comunismo, operatori locali, emigrati di ritorno e imprenditori spesso privi di qualsiasi controllo urbanistico hanno occupato ampi tratti della costa con palazzi, ville, ristoranti e piccole strutture ricettive realizzati nella più totale anarchia, approfittando della restituzione dei terreni confiscati durante il regime socialista e della debolezza delle istituzioni pubbliche. Ne è derivata un’edilizia spesso priva di progetto e di qualità, caratterizzata da costruzioni incompiute, scheletri di cemento armato e paesaggi frammentati che ancora oggi segnano vaste porzioni del litorale albanese. La seconda fase, più recente, è quella della pressione turistico-immobiliare strutturata.La questione non riguarda soltanto alberghi, infrastrutture turistiche e porti esclusivi, ma anche grandi complessi residenziali, resort, ville di lusso, seconde case e immobili destinati agli affitti brevi o agli investitori stranieri. È qui che entrano in scena fondi internazionali, grandi operatori immobiliari e archistar globali. L’abusivismo diffuso, degradando il paesaggio costiero, ha paradossalmente preparato il terreno all’ingresso del grande capitale. La necessità di «riqualificare» e «valorizzare» territori già compromessi è diventata uno degli argomenti utilizzati per legittimare una nuova stagione di trasformazioni. La piccola speculazione anarchica da un lato e la grande speculazione finanziaria dall’altro non rappresentano fenomeni opposti, ma due momenti successivi dello stesso processo di mercificazione del territorio e di progressiva erosione del bene comune costiero.Infine, mentre il governo promuove la costa albanese come una destinazione turistica d’eccellenza, i principali corsi d’acqua del Paese continuano a trasportare nell’Adriatico enormi quantità di rifiuti e sostanze inquinanti. Il fiume Ishëm, considerato tra i più inquinati del continente, riversa ogni anno nell’Adriatico centinaia di migliaia di chilogrammi di rifiuti, creando un problema che coinvolge l’intero tratto costiero fino alla Croazia. Anche la qualità delle acque del fiume Drin è progressivamente peggiorata fino a compromettere interi tratti fluviali, mentre la presenza di metalli pesanti e altre sostanze inquinanti sollevano seri interrogativi sulla salute pubblica. Emerge evidente la contraddizione che attraversa il modello di sviluppo albanese. Da un lato si investe nella promozione internazionale di resort, marine turistiche e destinazioni di lusso; dall’altro si continua a trascurare la qualità ambientale dei territori che dovrebbero costituire la principale risorsa del Paese.Tuttavia, per comprendere pienamente ciò che sta accadendo lungo la costa, occorre spostare lo sguardo anche verso Tirana. È nella capitale che si è consolidato il modello di sviluppo neoliberista che oggi viene esteso ad altre parti del Paese. Negli ultimi 20 anni, Tirana ha conosciuto una trasformazione urbana impressionante. La città socialista a bassa densità ha lasciato progressivamente il posto a una metropoli verticale caratterizzata da torri residenziali, edifici direzionali e grandi operazioni immobiliari. Il centro urbano è diventato il laboratorio di una nuova economia fondata sulla valorizzazione fondiaria e immobiliare. Le nuove architetture hanno contribuito a costruire una narrazione di successo che presenta l’Albania come un Paese proiettato verso il futuro.Per capire come si sta modificando Tirana occorre partire dalla sua morfologia storica. Tirana nasce nel 1614 come insediamento ottomano divenendo una città villaggio tipica nell’area balcanica. Su questo nucleo si depositarono i successivi innesti. Il primo fu quello fascista tra il 1923 e il 1945, quando Tirana divenne capitale del Paese. Poi il comunismo, che mantenne una certa coerenza di tessuto basso e denso. Infine, la transizione post-1991, con le migrazioni interne che hanno prodotto quartieri informali come il 5 Maji: un’altra forma di città-villaggio, spontanea e precaria. La città europea (di matrice medievale) si basa su una geometria regolare di strade e isolati urbani chiusi, la città di impronta ottomana ha una logica organica. L’organizzazione si articola attorno ai suoi poli generatori: la moschea, l’hamman e il bazar.Laboratorio verticaleQuello che sta accadendo ora è qualitativamente diverso. Le torri e i grattacieli firmati dalle archistar introducono una scala verticale estranea all’intera storia urbana della città, distruggono il rapporto tra suolo e cielo che ne definiva la leggibilità, e lo fanno non per costruire uno spazio pubblico nuovo ma per estrarre rendita da appartamenti in gran parte vuoti. Tirana incarna così un paradosso: simulare la gentrificazione e la turistificazione per sembrare più europea, o meglio più occidentale, come se esistesse un unico modello di città europea, a scapito della peculiarità urbana che caratterizza l’Europa balcanica.In realtà, il modello che si vorrebbe consolidare appartiene a quel mondo neoliberista che identifica la modernità nelle «stramberie contorte» di cui parlava Vittorio Gregotti. Edifici che evidenziano un processo di omologazione formale che usa l’architettura al di fuori di qualunque contesto inteso come relazione con il suolo, l’antropogeografia e la storia dei sistemi insediativi. In fondo, le architetture di queste archistar sono tutte uguali, un repertorio di oggetti che vengono riproposti ovunque rispondendo solo alle logiche di marketing del capitale finanziario. Architetture bizzarre rese possibili dalla grande evoluzione delle tecnologie digitali e costruttive. La città si trasforma quindi in un collage incoerente, una tabula rasa selettiva, che demolisce strategicamente ciò che occupa i suoli più pregiati e lascia le macerie come sfondo neutro della nuova skyline.Ma, dietro quest’immagine, emergono numerose contraddizioni e il paradosso urbanistico è sotto gli occhi di tutti. Decine di migliaia di appartamenti risultano vuoti, mentre i prezzi di vendita nel centro gentrificato oscillano tra i 2.500 e i 4.500 euro al metro quadrato. Il reddito medio lordo mensile di un lavoratore albanese si aggira intorno agli 850 euro, eppure si continuano a costruire o a proporre torri. La scala delle trasformazioni urbane appare largamente sproporzionata rispetto alle dinamiche demografiche, ai redditi della popolazione e ai bisogni abitativi reali.Le nuove costruzioni sembrano rivolgersi molto più agli investitori, alla diaspora e ai circuiti della rendita che agli abitanti. Le torri firmate dalle grandi archistar internazionali non sono semplicemente edifici: sono asset finanziari il cui valore economico viene accresciuto dal prestigio della firma architettonica. Questa trasformazione è resa possVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Irlanda: nubi minacciose sul paradiso fiscale europeo
di Giacomo GabelliniDietro lo straordinario boom del Pil irlandese si nasconde un’ipertrofia contabile drogata dai profitti dei colossi Usa. Con l’entrata in vigore della Global minimum tax e l’offensiva tariffaria di Washington, il modello economico dell’isola mostra tutte le sue fragilità, lasciando il bilancio pubblico ostaggio del Big business.IN BREVEBenessere distorto In Irlanda, il Reddito nazionale lordo reale nel 2025 si ferma a 321 miliardi di euro, svelando che la ricchezza dei cittadini è dimezzata rispetto ai dati ufficiali.Deflusso di capitali Nel 2024 le società estere hanno trasferito oltre 169 miliardi di euro in royalty fuori dai confini, drenando le risorse generate sul territorio.Riforme tributarie Dal 2026, l’aliquota societaria minima sale al 15%, mentre una tassa d’uscita cerca di arginare la fuga dei diritti di proprietà intellettuale.Contraccolpo estero Le misure protezionistiche americane applicate sui prodotti farmaceutici hanno provocato una contrazione trimestrale del prodotto interno del 12,1%.Nel 2025, il Pil dell’Irlanda è cresciuto del 12,3%, raggiungendo i 665 miliardi di euro. Un risultato straordinario, che ha reso il Pil pro capite irlandese tra i maggiori al mondo sia sotto il profilo nominale (112.870 euro, pari al 137% della media europea) che della parità di potere d’acquisto (117.780 euro, pari al 237% della media europea).Se come parametro di riferimento si considera tuttavia non il Pil, che conteggia tutte le attività che si svolgono entro i confini irlandesi, ma il Reddito nazionale lordo (Rnl) aggiustato, che corregge le distorsioni prodotte dall’operato delle multinazionali straniere, emerge una realtà ben diversa e molto meno prospera per lavoratori, famiglie e imprese irlandesi.Il Rnl attesta un’economia che nel 2025 ha raggiunta una dimensione di 321 miliardi di euro, mentre il Rnl pro capite aggiustato ammonta ad appena 55.084 euro. Non si tratta di una semplice anomalia contabile, ma del risultato di un modello fiscale attentamente studiato che ha trasformato l’Irlanda in un centro globale di trasferimento profitti per i giganti tecnologici e farmaceutici statunitensi.Queste aziende registrano ingenti ricavi e profitti in Irlanda – soprattutto per la concessione in licenza dei diritti di proprietà intellettuale – che vengono tassati secondo la legge irlandese. Tuttavia, la proprietà intellettuale e il controllo strategico sui profitti rimangono in capo alle rispettive società madri estere.Sebbene l’Irlanda catturi una parte di questi profitti attraverso l’imposta societaria, i profitti rimanenti al netto delle imposte vengono in genere rimpatriati presso la casa madre o trasferiti all’interno delle strutture globali delle multinazionali. In termini contabili, i profitti possono risiedere temporaneamente in Irlanda, ma il beneficio economico e il potere decisionale restano saldamente al di fuori dei confini nazionali.Il cuore della distorsione economica irlandese non risiede soltanto nella scala e nella portata dell’attività delle multinazionali, ma anche nel relativo metodo di misurazione. Il Pil calcola i ricavi registrati in Irlanda come se appartenessero interamente all’economia irlandese, laddove provengono in realtà da vendite realizzate altrove. Conteggia per di più tutti i ricavi registrati dalle aziende in Irlanda senza dedurre costi importanti come l’ammortamento dei diritti di proprietà intellettuale o le royalty che le filiali locali pagano alle loro case madri estere. Si tratta di somme ingenti che lasciano regolarmente l’Irlanda ogni anno, di cui non c’è però traccia nei dati afferenti il Pil.Ne scaturisce un paradigma di contabilità nazionale che amplifica artificiosamente le dimensioni e la ricchezza dell’economia nazionale, mascherando simultaneamente l’entità del reddito sistematicamente sottratta al Paese.Soltanto nel 2024, le società con sede in Irlanda hanno versato 169,3 miliardi di euro in royalty e canoni di licenza ad affiliate estere – 50 miliardi di euro soltanto nell’ultimo trimestre. Questi pagamenti, effettuati principalmente a beneficio di case madri statunitensi o società off-shore, riflettono il costo di utilizzo dei diritti di proprietà intellettuale non irlandese. È ricchezza che defluisce dall’Irlanda sotto forma di importazione di servizi, come attestato dal Rnl aggiustato ma non dal Pil, perché registra i ricavi globali delle multinazionali ma non i flussi paralleli in uscita di profitti, royalty e ammortamenti dei diritti di proprietà intellettuale che tornano sotterraneamente ai proprietari stranieri.Il risultato è una raffigurazione enormemente distorta dello stato reale in cui versa l’economia nazionale. Il Pil appare robusto, ma il reddito che sostiene l’occupazione, la spesa dei consumatori e la domanda delle imprese locali è molto più modesto.Per anni, le autorità di Dublino hanno difeso il sistema perché garantisce comunque all’erario le entrate connesse alla tassazione dei profitti dichiarati dalle multinazionali in Irlanda. A dispetto dei vigorosi e costanti deflussi, i capitali che rimangono nei bilanci irlandesi a fini fiscali hanno alimentato un boom delle imposte societarie, con entrate superiori a 24 miliardi di euro nel 2024 e a 38 miliardi nel 2025. Un vero e proprio tesoretto, che ha posto l’Irlanda nelle condizioni di accumulare avanzi di bilancio, ridurre il debito pubblico ed erogare servizi di qualità a vantaggio della collettività.Quella sostenuta dalle tasse versate dalle multinazionale viene tuttavia a configurarsi come una prosperità fittizia, non tanto perché le ingenti imposte societarie contribuiscono in misura minima o addirittura nulla a incrementare i salari reali, sostenere la domanda interna e stimolare gli investimenti. Quanto in virtù della sua insidiosissima caratteristica di vincolare i destini dell’economia nazionale all’operato delle multinazionali e alle decisioni contabili dei loro consigli d’amministrazione che hanno selezionato l’Irlanda come base fiscalmente vantaggiosa in cui parcheggiare i profitti realizzati su scala globale.Una scelta che, ben più che l’affinità linguistica e giuridica, sconta le condizioni di estremo favore garantite dal fisco irlandese, che per anni ha applicato un’aliquota nominale sulle società del 12,5% associata a una serie di agevolazioni che consentono ogni anni alle multinazionali straniere – dell’alta tecnologia, soprattutto – di abbattere il carico effettivo al di sotto della soglia del 5%.La situazione è cambiata a partire dall’1 gennaio 2026, per effetto dell’innalzamento al 15% dell’aliquota sugli utili delle multinazionali attuato dall’Irlanda in conformità all’intesa sulla Global Miminum Tax, raggiunta nel 2021 da ben 140 Paesi per arrestare la spirale discendente dei prelievi fiscali sulle aziende a livello mondiale. Il nuovo regime prevede che, qualora gli utili di una multinazionale venissero tassati al di sotto del 15% all’interno di uno specifico Paese, tutti gli altri avrebbero applicato un’imposta supplementare.Dublino ha aderito all’accordo, premurandosi però di introdurre in via cautelativa la cosiddetta Strict Exit Tax, un’imposta a carico delle multinazionali intenzionate a spostare all’estero la residenza fiscale o a trasferire al di fuori del perimetro giurisdizionale irlandese i loro asset (come i diritti di proprietà intellettuale).Il rapporto costi-benefici ha indotto le grandi multinazionali a mantenere le radici in Irlanda. A partire da Microsoft, Apple ed Eli Lilly, che nel 2024 hanno pagato complessivamente al fisco irlandese quasi 17 miliardi di euro di tasse.Eli Lilly, in particolare, ha beneficiato al pari delle altre grandi case farmaceutiche domiciliate fiscalmente in Irlanda del colossale volume di vendite di farmaci contro obesità e diabete realizzato negli Stati Uniti nel periodo del 2025 antecedente all’entrata in vigore dei dazi imposti dal presidente Trump. Una volta insediatosi alla Casa Bianca, quest’ultimo aveva preso di mira l’Irlanda accusandola di essersi «impossessata delle case farmaceutiche statunitensi e di sottrarre le entrate fiscali che queste aziende avrebbero dovuto pagare a Washington».La necessità tassativa di anticipare i dazi si è tradotta in un vero e proprio boom delle esportazioni irlandesi verso gli Stati Uniti, aumentate nei primi cinque mesi del 2025 del 153% su base annua, con picchi mensili superiori al 450%. Lo straordinario attivismo verificatosi nella prima metà del 2025 ha fatto sì che gli Stati Uniti assorbissero l’anno passato qualcosa come il 43% circa dell’export irlandese di beni irlandesi, a fronte del 33% registrato nel 2024. Circa la metà delle vendite negli Usa è costituita proprio da prodotti medicali e farmaceutici.Nel momento in cui l’offensiva tariffaria scatenata da Washington è divenuta pienamente esecutiva, l’Irlanda ha inesorabilmente subito i contraccolpi più significativi. Il pesante ridimensionamento dei settori dominati dalle multinazionali indotto dai dazi statunitensi ha alimentato una caduta del 12,1% su base trimestrale del Pil irlandese, destinata a trascinare in territorio negativo l’intera eurozona. Nello stesso lasso di tempo, però, il Rnl è cresciuto dell’1,5%.In compenso, documenta un rapporto dell’Irish Fiscal Advisory Council (Ifac), la spesa netta del governo tra il 2025 e il 2028 crescerà al ritmo più elevato dell’intera Unione Europea e dello stesso reddito nazionale, con conseguente aggravamento della dipendenza dalle entrate fiscali garantite dalle multinazionali statunitensi. «Le finanze pubbliche dipendono sempre più da queste imposte sulle società, che continuano a crescere e a concentrarsi […], ma una quotaVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Todd: «Il razionalismo lascia gli individui soli davanti ai propri dubbi»
di Emmanuel ToddDopo aver descritto il passaggio dalla religione attiva alla religione zombie e infine alla religione zero, Emmanuel Todd affronta una questione decisiva: cosa accade a una società quando la fede scompare senza essere sostituita da nulla? Dalla critica al presunto «ritorno del sacro» al fallimento delle promesse del razionalismo, questa seconda parte dell’intervista esplora la crisi dei legami collettivi e il senso di smarrimento delle società occidentali contemporanee.IN BREVEIl fallimento del razionalismo La scomparsa della fede non ha portato al trionfo dei valori positivisti. Il razionalismo non basta a unire la società, ma lascia gli individui soli davanti ai propri dubbi.Individui impoveriti Lo sviluppo personale e la frammentazione in piccole fedi individuali non sostituiscono la religione, che storicamente offriva un quadro collettivo di appartenenza.Crisi del progetto comune A mancare nell’Occidente moderno non è la moralità individuale, ma un progetto comune. La religione forniva il sentimento di appartenere a un gruppo con una meta condivisa.Niente all’orizzonte A differenza della crisi dell’Impero romano, dove il Cristianesimo ristrutturò la società, oggi la globalizzazione dissolve i vecchi legami senza generare nuove credenze collettive.Ritorno della nazione I nuovi legami sociali non rinasceranno da dinamiche psicologiche, ma da choc economici. Davanti alla povertà e alla fame, la risorsa collettiva superstite sarà la nazione.«Io vedo Trump con i suoi travestimenti simbolici. Vedo Hegseth. Vedo, in collaborazione con Israele, gli assassinii mirati, persino quelli di poveri pescatori venezuelani accusati di traffico di droga e colpiti da droni. Persone che compiono azioni del genere non possono essere realmente credenti. Oppure appartengono a una sorta di sistema satanico fondato sull’inversione dei valori religiosi. Storicamente ci sono state molte stragi compiute in nome della religione, è vero. Ma da quasi mezzo secolo sento parlare continuamente del “ritorno della religione”. E ciò che constato, al contrario, è che i comportamenti sono sempre meno guidati dai valori religiosi tradizionali».È interessante, perché lei ha appena citato la rivoluzione scientifica e il razionalismo. Ma non sono forse anch’essi in crisi? Oggi vediamo sempre più persone diffidare della scienza. Si diffondono credenze New Age, la biodinamica e molte altre forme di spiritualità che sembrano uscire dal quadro razionalista tradizionale.«Sì. E forse quel razionalismo era esso stesso, in una certa misura, un’eredità del cattolicesimo. Ho riflettuto molto sul libro di Jacques Bouveresse. Successivamente ho riletto alcuni saggi di Bertrand Russell, in particolare Perché non sono cristiano. Entrambi assumono una posizione di resistenza nei confronti delle nuove credenze, anche se appartengono a epoche diverse. Oggi, per esempio, vediamo il successo dei cristalli, delle pratiche esoteriche, delle streghe e di tutta una serie di fenomeni che esercitano una forte attrazione sui giovani. Ma ciò che mi ha colpito nella lettura di Bouveresse è proprio la sua determinazione nel difendere il razionalismo. In sostanza dice: non bisogna cedere.E parlando di Émile Durkheim, che aveva attribuito alla religione un ruolo centrale come matrice della vita sociale, Bouveresse mette in evidenza un elemento comune tra Durkheim e Bertrand Russell. Se ho ben compreso il suo ragionamento, entrambi constatavano la scomparsa della religione, una scomparsa che consideravano necessaria, ma al tempo stesso erano convinti che i valori razionalisti possedessero una capacità strutturante sufficiente a tenere insieme la società. In altre parole, Durkheim e Russell pensavano che fosse possibile costruire società coerenti, stabili e unite sulla base di valori individuali, razionalisti e positivisti».Positivisti, appunto.«Esattamente. Ma ciò che stiamo scoprendo nello stadio zero è che questo non funziona. Semplicemente non funziona. Ed è proprio qui che il mio schema interpretativo si rivela utile. Mi porta a dire che Durkheim e Russell erano intellettuali tipici di una fase «zombie», vale a dire di un’epoca in cui, per la maggioranza delle persone, i quadri mentali ereditati dalla religione continuavano ancora a esistere, anche se la fede era già scomparsa. Nello stadio zero, invece, non assistiamo affatto al trionfo dei valori razionalisti. Quei valori non bastano alla vita umana e non sono in grado di definire una collettività. Producono individui lasciati soli di fronte ai propri dubbi. Che si tratti del nichilismo profondo dei paesi protestanti o di un nichilismo molto più attenuato nei paesi cattolici — e penso in particolare all’Italia, dove tutto è bello e dove basta passeggiare per le strade per ritrovare fiducia nell’umanità — il problema resta lo stesso.Non basta. Siamo entrati nell’epoca dello sviluppo personale. Benissimo, perché no? Ma non vedo individui immensamente arricchiti dalla scomparsa dei vincoli religiosi e collettivi. Vedo piuttosto individui impoveriti dalla propria solitudine. Perché quei vincoli religiosi rappresentavano anche l’interiorizzazione del senso del dovere, dell’onore, di una disciplina morale, di un significato dell’esistenza, della sensazione di andare verso una meta, qualunque fosse la credenza. Ed è questo il paradosso che vorrei sottolineare. Al limite, una credenza assurda — purché non sia completamente delirante — è meglio dell’assenza totale di credenze.Naturalmente vediamo persone orientarsi verso questa o quella pratica, questa o quella convinzione. Ma una società nella quale ciascuno costruisce la propria piccola religione personale, alla quale peraltro aderisce solo debolmente, non è affatto una società che ritorna alla religione. La religione, nel senso storico e sociologico del termine, è un quadro collettivo fondamentale di azione e di appartenenza. E questo non sta tornando. Si tratta semplicemente di individui un po’ smarriti in un processo di ricerca che non li conduce da nessuna parte. E, in fondo, continuiamo a non sapere dove stiamo andando».Questo produce un mondo saturo di discorsi religiosi, ma che in realtà crede sempre meno a qualsiasi cosa.Sì. E non vorrei parlarne con leggerezza, perché è qualcosa che sento personalmente. Davvero, mi piacerebbe molto credere. Lo dico sinceramente. Ma devo ammettere che non ci riesco. Ci provo, faccio degli sforzi, ma non posso. Detto questo, vorrei precisare una cosa. Quando affermo che ci mancano i quadri mentali ereditati dalla religione, non mi riferisco principalmente alla moralità individuale.So bene che esistono molti discorsi sul declino morale. Vedo anch’io il calo del livello educativo. Vedo aumentare le inciviltà. Ma non ho l’impressione di vivere in un mondo in cui le persone siano diventate molto più immorali.Ne avevamo già discusso e so che non siamo completamente d’accordo su questo punto. Così, proprio stamattina, ho ricontrollato l’evoluzione del tasso di omicidi. In Francia, dal 1992, il tasso di omicidi è stato diviso per due. Certo, si può discutere dei tentati omicidi. Forse oggi le persone denunciano di più. Forse la medicina salva molte più vite di un tempo. Tutto questo è vero. Ma resta il fatto che il tasso di omicidi è diminuito.Anzi, per farmi un po’ di male — perché mi piace pensare che tutto abbia iniziato a peggiorare dopo il Trattato di Maastricht — ho preso proprio quella data come riferimento. Eppure, anche da allora, il tasso di omicidi è quasi dimezzato. Naturalmente non bisogna idealizzare questi dati. Una delle spiegazioni è che la popolazione è più anziana. Gli anziani sono generalmente più tranquilli. Inoltre, il calo dei livelli di testosterone contribuisce meccanicamente a ridurre la violenza. Ma non è questo il punto. Ciò che mi sembra davvero problematico nelle società occidentali avanzate è l’assenza di un quadro collettivo e di un progetto comune. È questo che la religione forniva. La religione dava il sentimento di appartenere a un gruppo che andava da qualche parte. Anche verso un obiettivo assurdo, se si vuole. Ma almeno si andava da qualche parte insieme. Si procedeva insieme in quanto cristiani, cattolici o protestanti. Si procedeva insieme in quanto cittadini della grande nazione francese. Esistevano anche versioni negative di questo fenomeno. Si procedeva insieme in quanto sudditi del Terzo Reich tedesco. Anche quella era una forma di ideologia «zombie». Ma era efficace. Era qualcosa di collettivo.Oggi stiamo entrando in un mondo nel quale non resta più nulla di tutto questo».Eppure potrebbero emergere fenomeni settari. Piccoli gruppi che ricostruiscono questo tipo di appartenenza su scala ridotta.«Sì. E a volte mi chiedo se non stia accadendo qualcosa del genere. Questo tema è stato studiato molto bene dal sociologo della religione Rodney Stark. Mi diverte sempre il suo nome: sembra quello di un pugile. Ma è uno studioso molto sottile. Ha scritto un libro sulla formazione del cristianesimo nell’Impero romano e mostra qualcosa di estremamente interessante. Quando pensiamo al cristianesimo, almeno per come l’ho conosciuto io — sono stato battezzato, ho fatto il catechismo, dunque il cattolicesimo non mi è affatto estraneo; anch’io sono stato liberato dal peccato originale attraverso il battesimo — conserviamo il ricordo di un messaggio trionfante. “Io sono la via, la verità e la vita”. E immaginiamo folle che si convertono in massa. Questo è il ricordo che ne conserviamo.In realtà non andò affatto così. Il cristianesimo delle origini fu composto da comunità molto piccole, alle quali le persone aderivano attraverso relazioni personali. In quelle comunità trovavano una forma di sicurezza sociale nel senso più ampio del termine: un sentimento di appartenenza a un gruppo, in un mondo che si stava disgregando. L’Impero romano si stava sfaldando ovunque, soprattutto nelle grandi metropoli come Antiochia, Alessandria o Roma. Ed è proprio questo che Rodney Stark studia: il processo di diffusione delVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Caucaso, confine culturale fra Vicino Oriente ed Eurasia
di Aldo FerrariDietro le altissime montagne del Caucaso, la tradizione collocava Gog e Magog, i popoli dell’Apocalisse. Da quella stessa frontiera passavano però eserciti, commerci, miti e religioni, in un intreccio che ha fatto della regione uno dei grandi crocevia della storia eurasiatica. Prima ancora che uno spazio geografico, il Caucaso è stato una barriera mentale. A questa storia di confini, incontri e conflitti è dedicato Storia del Caucaso, il nuovo libro di Aldo Ferrari pubblicato da Carocci, di cui ospitiamo l’introduzione.IN BREVERilevanza geopolitica Citato per la prima volta nel Prometeo incatenato, per millenni il Caucaso ha costituito una frontiera tra popoli nomadi delle steppe eurasiatiche e civiltà stanziali del Vicino Oriente.Identità millenaria Al di là dei conflitti odierni, la regione possiede un’antichissima complessità culturale, profondamente radicata sia nell’immaginario biblico sia in quello classico.Laboratorio culturale Caratterizzato da una ricchezza etno-linguistica quasi insuperabile, il Caucaso si configura come un problematico crogiolo marginale e di perenne frontiera.Dominio russo La conquista zarista a fine Settecento, e il successivo assetto sovietico, hanno unificato l’intero territorio sotto un solo sistema politico duraturo.Anacronismi storiografici Analizzare queste terre applicando la categoria moderna di Stato-nazione è fuorviante a causa di identità locali stratificate, complesse e spesso non univoche.Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, il Caucaso ha iniziato ad attrarre con sempre maggiore intensità l’attenzione internazionale, divenendo una delle aree di maggior rilievo strategico del mondo contemporaneo. I numerosi conflitti scoppiati in quest’area a partire dagli anni Novanta dello scorso secolo hanno fatto sì che gli studi di carattere geopolitico dedicati a quest’area siano quindi divenuti relativamente numerosi, anche in Italia. Tuttavia, l’odierna rilevanza geopolitica del Caucaso non dovrebbe farne dimenticare la straordinaria dimensione storica e culturale.Questa vasta regione prevalentemente montuosa che occupa lo spazio compreso tra il Mar Nero e il Mar Caspio, è infatti una delle aree culturalmente più antiche e complesse del mondo e occupa un posto di rilievo nell’immaginario europeo, di derivazione sia biblica che classica. Pensiamo all’Ararat, il monte di Noé, tradizionale simbolo della terra armena [1]. Oppure all’avventura degli Argonauti in cerca del Vello d’Oro, in Colchide, vale a dire nella regione costiera dell’attuale Georgia; o ancora al titano Prometeo – che ha un corrispondente diretto nella figura pancaucasica di Amirani [2]– incatenato su un’alta vetta del Caucaso per aver osato sfidare la collera degli dèi. Proprio nell’opera eschilea Prometeo incatenato, scritta intorno alla metà del V secolo a.C., compare per la prima volta il termine Caucaso, che quindi si è diffuso a partire dalla Grecia.Questa connessione tra la Grecia antica ed il Caucaso non deve sorprendere. Georges Dumézil, che nei suoi studi ha dedicato un’attenzione particolare al Caucaso, parlava di «una cultura in passato comune all’insieme dei popoli della pianura del Sud-Est europeo e delle sponde del Mar Nero» [3]. Come è stato osservato, il Caucaso costituisce «uno dei più problematici laboratori di culture del nostro Mediterraneo» [4], caratterizzato da una quasi insuperabile ricchezza etno-linguistica e al tempo stesso da una dimensione fortemente marginale, “di frontiera”.Per millenni, infatti, il Caucaso ha costituito un confine non solo e non tanto geografico, quanto storico-culturale tra due mondi assai diversi, anche se tra loro comunicanti: quello del Vicino Oriente, con le sue civiltà complesse e durature, e quello delle steppe eurasiatiche, magmatico crogiolo di popoli nomadi.Pur essendo relativamente ben nota a Greci e Romani, poi anche a Bizantini, Arabi e Europei del Medioevo, questa regione rappresentava una sorta di estrema frontiera culturale e psicologica, oltre che geografica, del mondo conosciuto: «terra incognita, dove potevano coabitare fatto e finzione, antico e moderno» [5]. Nell’Antichità nessuno dei grandi imperi del Mediterraneo e del Vicino Oriente riuscì infatti a superare la catena del Grande Caucaso. Lo fecero invece, e di frequente, le popolazioni nomadi provenienti da Nord, dalle steppe eurasiatiche.Non a caso al Caucaso è collegata una tradizione risalente al popolarissimo Romanzo di Alessandro, secondo la quale il grande conquistatore dell’Oriente avrebbe racchiuso delle popolazioni barbare e minacciose al di là delle Porte del Caspio (o del Caucaso). E nella sura XVIII del Corano si racconta di come Alessandro vi abbia costruito una grande barriera («Gog e Magog non riuscirono a scalare lo sbarramento né a forarlo»). Oltre il Caucaso sono dunque rinserrati i popoli dell’Anticristo, connessi con le profezie escatologiche di Ezechiele 38-39 (dove Gog è re del Paese di Magog) e Apocalisse 20, 7-10 («Quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra»).Questa percezione liminare del Caucaso fu fatta propria anche nella lontana Europa medievale. Così, per esempio, nella mappa mundi del monastero di Ebstorf, nella Bassa Sassonia, eseguita intorno al 1235, a nord-est dell’Armenia è raffigurata una lunga catena montuosa, evidentemente il Caucaso, dietro alla quale – dice la legenda della mappa – si trovano le «duas gentes immundas Gog et Magog quas comites habebit Antichristus». Anche Marco Polo scrive: «quivi fece fare Alessandro una torre con gran fortezza, perché coloro non potessono passare per venire sopra lui, e chiamasi la “porta del ferro!”. E questo è lo luogo che dice il libro di Alessandro» (Milione, cap. XVII). Nell’immaginario delle popolazioni europee e vicino-orientali, tanto cristiane quanto musulmane, il Caucaso è quindi fortemente connotato come un confine estremo, un argine costantemente minacciato da popolazioni leggendarie, ma in realtà modellate sui nomadi provenienti dalle steppe eurasiatiche.Nonostante la sua convenzionalità, questa percezione coglieva in effetti il dato cruciale della storia del Caucaso, che per millenni ha costituito una frontiera tra i popoli nomadi e le civiltà stanziali del Vicino Oriente. Una frontiera impervia, ma non certo invalicabile, attraversata infinite volte da invasori che costringevano gli sconfitti a rifugiarsi nelle zone più alte e inaccessibili della regione. Si è creato così un crogiolo di tradizioni, popoli e lingue, troppo complesso per costituire uno spazio politico unitario, ma anche per essere dominato durevolmente dall’esterno. Tanto gli imperi del Vicino Oriente quanto quelli delle steppe eurasiatiche non hanno potuto esercitare che un controllo parziale e temporaneo sul Caucaso. Soltanto la conquista russa, a partire dalla fine del XVIII secolo, ha inserito l’intero spazio caucasico in un unico sistema politico, ricreatosi mutatis mutandis in epoca sovietica e parzialmente disgregatosi dopo il 1991.La frammentazione e la relativa marginalità della regione, e anche la forte differenziazione esistente tra la parte meridionale del Caucaso e quella settentrionale (quest’ultima a lungo poco documentata nelle fonti scritte), ne rendono molto problematico lo studio, soprattutto in un’ottica unitaria. Non a caso, all’interno della pur vasta bibliografia dedicata al Caucaso, sono ben pochi gli studi che hanno un carattere d’insieme. Questo vale soprattutto per il nostro Paese, dove sono disponibili solo alcuni testi di impianto ormai superato [6].Un approccio integrato e molto produttivo alla regione è presente nel volume Il Caucaso: cerniera tra culture dal Mediterraneo alla Persia. Secoli IV-XI (1996) in cui sono raccolti Atti della XVIII settimana di Studio del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, che coprono peraltro un’estensione cronologica relativamente limitata. Sono invece numerosi gli studi dedicati alla storia delle diverse componenti etniche della regione, soprattutto armeni e georgiani, ma anche circassi, osseti e così via, senza però che sia stata tentata una visione di sintesi. D’altro canto, i testi che studiano il Caucaso nell’ottica della geopolitica contemporanea si sforzano di fornirne un quadro unitario, ma risultano inevitabilmente lacunosi per quel che riguarda la prospettiva storica di lunga durata [7]. Il lettore italiano dispone peraltro anche della traduzione del volume di Charles King Il miraggio della libertà. Storia del Caucaso, che si concentra però essenzialmente sull’epoca moderna, a partire dall’espansione imperiale russa fino alla nascita dei nuovi Stati dopo il collasso dell’Unione Sovietica.Pur nella consapevolezza della compVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Oltre le terre rare, la nuova geologia del potere
di Paola OttinoIl controllo strategico si sta spostando dalla disponibilità delle risorse alla capacità di governare le filiere. È quanto è emerso durante un convegno nazionale di geologi che si è tenuto a Pescara a fine maggio, di cui Krisis era media partner. La corsa alla decarbonizzazione non riduce la dipendenza dalle materie prime, ma ne riconfigura le forme per rafforzare l’autonomia strategica e la sicurezza economica. Ma, al di là dei materiali critici, il vantaggio competitivo dipende sempre più dalla capacità di integrare risorse e innovazione scientifica.IN BREVEMaterialità dell’era virtuale Dietro l’apparente immaterialità del mondo digitale e della transizione verde si nasconde un incremento senza precedenti dell’estrazione di minerali strategici e materiali avanzati.Primato delle filiere industriali Il possesso dei giacimenti minerari non garantisce più la sovranità strategica. Il vero potere geopolitico globale risiede ormai nel controllo della raffinazione e della trasformazione tecnologica.Rifiuti come riserve strategiche L’urban mining e l’economia circolare abbattono il confine tra risorsa e scarto. I rifiuti elettronici delle città si trasformano in cruciali miniere urbane di metalli critici.Rivoluzione dell’Ia Modelli computazionali e supercomputer riducono la progettazione dei materiali da anni a settimane. La scoperta scientifica si sposta dai laboratori tradizionali ai data center.Nuovo potere algoritmico La competizione del XXI secolo si gioca sulla capacità di calcolo. Chi governa le infrastrutture di simulazione può reinventare la materia e influenzare la geografia delle risorse.Chi pensa che la geopolitica del futuro si giocherà sul possesso dei giacimenti minerari è rimasto fermo al Novecento. La novità emersa dal convegno nazionale sulle materie prime critiche, organizzato a Pescara il 28 e il 29 maggio 2026, è che il controllo del sottosuolo non basta più. Oggi la sovranità si gioca sulla capacità di calcolo algoritmico e sulla progettazione dei materiali in laboratorio. Come evidenziato dagli esperti riuniti dall’Ordine dei geologi dell’Abruzzo, la vera sfida strategica si è già spostata dalla miniera al mainframe, trasformando la geologia in una questione di simulazione computazionale e supercomputer.La transizione ecologica viene generalmente presentata come un processo attraverso il quale l’economia diventa sempre meno dipendente dal consumo di risorse energetiche. Energie rinnovabili, digitalizzazione, intelligenza artificiale, mobilità elettrica e reti intelligenti alimentano l’immagine di una società sempre più fondata sull’informazione e sempre meno dipendente dalla materia. Eppure, osservata dal punto di vista delle infrastrutture che la rendono possibile, la realtà appare profondamente diversa.La cosiddetta rivoluzione verde e quella digitale coincidono con una crescente intensificazione dei processi estrattivi. Mai come oggi la produzione di energia, la mobilità, il calcolo computazionale e l’intelligenza artificiale hanno richiesto quantità così elevate di minerali strategici e materiali avanzati. Dietro l’apparente immaterialità del mondo digitale si nasconde una nuova geologia del potere (figura 1).Da questo punto di vista, i risultati del convegno nazionale Terre rare e materie critiche: tra geologia, geopolitica ed economia circolare, organizzato dall’Ordine dei Geologi abruzzese, assumono un significato che va ben oltre la dimensione specialistica dell’incontro. L’evento ha beneficiato del supporto della rivista Krisis quale media sponsor, rafforzando la connessione tra il confronto tecnico-scientifico e il più ampio dibattito culturale sulle implicazioni geopolitiche, economiche e tecnologiche della transizione contemporanea.Le relazioni dedicate alle terre rare, alle materie prime critiche, all’urban mining, alla geopolitica e alle prospettive future dell’approvvigionamento minerario hanno messo in evidenza una questione centrale del nostro tempo: il progressivo spostamento della competizione strategica dal controllo delle risorse naturali alla capacità di governare le filiere tecnologiche, le infrastrutture computazionali e i processi di progettazione della materia.Materialità nascostaUno dei principali equivoci che caratterizzano il dibattito contemporaneo riguarda l’idea che la digitalizzazione e la decarbonizzazione conducano verso un’economia meno dipendente dalle risorse naturali.In realtà, la diffusione delle tecnologie legate alla transizione energetica e all’intelligenza artificiale implica un incremento senza precedenti della domanda di materie prime critiche. Batterie, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, semiconduttori, reti digitali e sistemi di Ia dipendono da materie prime critiche. La transizione, dunque, non elimina la dipendenza dalla materia ma la riconfigura, trasferendo il baricentro della competizione economica e geopolitica verso nuove forme di dipendenza mineraria e tecnologica.Litio, nichel, cobalto, grafite, manganese e terre rare sono diventati elementi indispensabili per sostenere il nuovo paradigma energetico e tecnologico. Allo stesso modo, materiali meno noti come gallio, germanio e indio stanno acquisendo un ruolo crescente nei settori della fotonica, delle telecomunicazioni avanzate, dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali[1].Ad esempio l’indio, essenziale per schermi Lcd, Oled e alcune tecnologie fotovoltaiche, presenta una caratteristica che evidenzia la complessità della geopolitica contemporanea dei materiali: essendo prodotto prevalentemente come sottoprodotto della raffinazione dello zinco, la sua disponibilità non dipende soltanto dalla domanda finale, ma dall’intera struttura delle filiere industriali.L’antropocene digitale, vale a dire la materialità del virtuale, non coincide dunque con un superamento della dipendenza dell’economia da risorse fisiche e processi estrattivi, ma con l’emergere di nuove forme di dipendenza mineraria. Dietro ogni algoritmo operano miniere, impianti di raffinazione, reti logistiche, infrastrutture energetiche e sistemi produttivi che rendono possibile l’elaborazione dell’informazione.Le materie prime critiche diventano così l’infrastruttura invisibile della società digitale. Non sorprende che il tema dei Critical Raw Materials sia diventato una questione strategica per l’Unione Europea (figura 2). La crescente dipendenza da filiere concentrate in poche aree del pianeta ha reso evidente come la transizione energetica e digitale non possa essere affrontata esclusivamente in termini tecnologici o ambientali.Impone di interrogarsi sulle basi materiali che la sostengono: materie prime critiche, capacità di raffinazione, infrastrutture industriali, approvvigionamento energetico e controllo delle filiere tecnologiche. La sicurezza degli approvvigionamenti, la capacità di trasformazione industriale e la resilienza delle catene del valore sono ormai elementi centrali delle politiche europee per l’autonomia strategica.Tecno-politica delle filiereL’evento di Pescara ha mostrato con chiarezza come il problema delle materie prime critiche non possa essere interpretato esclusivamente in termini geologici. Per gran parte del Novecento, il potere geopolitico è stato associato al controllo diretto delle risorse naturali. Oggi questa interpretazione appare insufficiente. Il caso delle terre rare dimostra che il possesso dei giacimenti rappresenta soltanto uno degli elementi della competizione globale. Ciò che assume rilevanza strategica è il controllo delle catene di trasformazione, raffinazione, progettazione e integrazione tecnologica.La posizione dominante della Cina non deriva semplicemente dalla disponibilità di risorse minerarie, ma dalla capacità di controllare le fasi industriali e tecnologiche della filiera. Tale posizione conferisce a Pechino una leva strategica che va ben oltre l’estrazione, come dimostrano sia le restrizioni alle esportazioni di terre rare verso il Giappone nel 2010 sia quelle su gallio e germanio introdotte nel 2023[2].Assistiamo così al passaggio da una geopolitica delle risorse a una vera e propria tecno-politica della materia. La sovranità non si esercita soltanto sul territorio o sul sottosuolo, ma sulle infrastrutture industriali, logistiche, scientifiche e tecnologiche che consentono alla materia di diventare tecnologia. Il controllo dei processi di raffinazione, delle piattaforme industriali, dei brevetti, dei dati e delle capacità computazionali diventa una forma di potere non meno importante del controllo delle miniere.Da questo punto di vista, uno degli aspetti più significativi emersi dal convegno riguarda il ritorno della questione mineraria in Europa e in Italia. Il riferimento alle carbonatiti italiane (rare rocce ignee di origine profonda, ndr) e alla possibile valorizzazione di risorse nazionali non segnala semplicemente un interesse geologico. Queste particolari formazioni rocciose rappresentano una potenziale, seppur complessa, fonte endogena di materie prime critiche come le terre rare.Il ritorno delle miniere testimonia il tentativo di recuperare un rapporto diretto con le risorse strategiche necessarie alla transizione energetica e digitale, dopo decenni nei quali l’Europa ha progressivamente trasferito all’esterno gran parte delle attività estrattive e delle filiere di trasformazione. La ricerca di nuove forme di autonomia strategica implica quindi non soltanto il controllo delle tecnologie, ma anche il recupero di capacità industriali, competenze produttive e filiere materiali, senza le quali la transizione energetica e digitale rischia di trasformarsi in una nuova forma di dipendenza geopolitica.Reinvenzione della risorsaParticoVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Lo strano caso del viceré d’Occidente in Bosnia
di Giulia ContiniLa paralisi sulla successione dell’Alto rappresentante a Sarajevo Christian Schmidt apre uno scontro tra le grandi potenze. In ballo non c’è solo il nome del successore, ma il futuro di un sistema nato con gli Accordi di Dayton. Con l’analisi del generale Francesco Cosimato, Krisis passa ai raggi X i meccanismi di un potere trentennale oggi contestato tanto da Mosca quanto da Washington. Un’impasse che lascia l’Unione Europea sempre più isolata. Intanto, l’Italia prova a giocare le sue carte, proponendo un candidato sostenuto da Usa, Giappone e Turchia.IN BREVECrisi istituzionale Il sistema di supervisione internazionale in Bosnia è paralizzato dopo le dimissioni di Schmidt. Lo stallo sulla successione evidenzia le crepe di un protettorato trentennale.Poteri assoluti Introdotti nel 1997, i poteri di Bonn consentono all’Alto Rappresentante di revocare funzionari eletti e imporre leggi, derogando di fatto al principio di separazione dei poteri.Veti incrociati La nomina del nuovo rappresentante spacca i 55 Paesi del Consiglio per l’attuazione della pace. L’Italia candida Zanardi Landi con il sostegno Usa. La Francia propone Troccaz con l’appoggio tedesco.Modello neocoloniale Le tutele esterne e il diritto di veto etnico cristallizzano lo stallo politico. Per il generale Cosimato, l’assetto di Dayton, ormai museale, nega l’autodeterminazione del Paese.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Giulia Contini, che sta scrivendo una tesi magistrale sul tema. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire il rigore scientifico e la coerenza con i nostri standard editoriali.La Bosnia-Erzegovina sta vivendo una crisi senza precedenti. Le dimissioni dell’Alto Rappresentante Christian Schmidt e il fallimento nella scelta del suo successore mostrano le crepe di un sistema di supervisione internazionale che, a 31 anni dalla fine della guerra, fatica a giustificare la propria esistenza. Per la prima volta dalla firma degli Accordi di Dayton nel 1995, l’Ufficio dell’Alto rappresentante, l’organismo incaricato di vigilare sull’attuazione civile degli accordi, appare privo del consenso fra Europa, Stati Uniti e Russia che lo ha sostenuto per oltre 30 anni.Dietro lo scontro diplomatico sulla nomina del nuovo Alto rappresentante, si nasconde una questione più profonda. La disputa ha portato alla luce il ruolo di una figura dotata di poteri straordinari lasciata a lungo nell’ombra. Per alcuni analisti, l’Alto rappresentante è l’unico strumento in grado di evitare che scoppi una nuova guerra balcanica, per altri è il simbolo dell’ingerenza internazionale in uno Stato che dovrebbe essere sovrano. In sintesi, si tratta davvero dello strumento necessario per preservare la stabilità della Bosnia o rappresenta invece il baluardo di un sistema di tutela internazionale anacronistico?Per trovare risposta a questa domanda, abbiamo chiesto aiuto al generale Francesco Cosimato. Forte dell’esperienza in due missioni in Bosnia Erzegovina (nel 1998 e nel 2006), dov’è stato capo dell’ufficio di diretta collaborazione del comandante della forza europea Eufor Althea Gian Marco Chiarini, l’alto ufficiale non ha dubbi. «Di fatto, la Bosnia è un protettorato» spiega tranchant. «La presenza delle potenze internazionali – Italia compresa – è la versione contemporanea del neocolonialismo».Quella del generale non è una voce isolata. Le critiche all’Alto rappresentante non provengono solamente da Oriente, con le storiche opposizioni di Russia e Republika Srpska (una delle due entità politiche che costituiscono lo Stato di Bosnia ed Erzegovina, ndr), ma giungono con altrettanta nettezza anche da Occidente.L’Alto rappresentante è stato fortemente criticato dal think tank European Stability Initiative (ESI), con sede a Berlino, che lo ha descritto come un ruolo molto affine «a quello dei Raj britannici nell’India del XIX secolo» (il British Raj era il regime di dominio coloniale esercitato dal Regno Unito in India fra il 1858 e il 1947, ndr), un «governo indiretto» tipico di un «potere imperiale sui suoi possedimenti coloniali». Non solo. The Guardian lo ha descritto come un «dominio feudale». E The Economist ci è andato giù ancor più pesante, definendolo un «vicerè».Prima di entrare nei meandri della politica interna di Sarajevo, è necessario capire come la Bosnia post-Dayton si sia trovata a essere di fatto governata, per 31 anni, da otto diplomatici europei con poteri pressoché assoluti, storicamente coadiuvati da un primo vice di nazionalità statunitense.Da Dayton a BonnGli Accordi di pace di Dayton, firmati il 21 novembre 1995 sono la base dell’assetto istituzionale bosniaco. Pur avendo posto fine al conflitto armato, concorsero alla creazione di un Paese fragile, sotto costante tutela internazionale. Un controllo esterno che si riassume, appunto, nella figura dell’Alto rappresentante. A Dayton era stato pensato come una carica di natura temporanea, finalizzata all’attuazione degli accordi nella società civile e al consolidamento delle istituzioni democratiche. Tuttavia, non erano stati specificati né il termine di durata né gli obiettivi concreti necessari a decretarne il completamento.L’Alto rappresentante non è solo l’autorità massima per l’interpretazione degli accordi stessi. Gode anche dei poteri giuridici necessari per l’esercizio delle sue funzioni. Il suo ufficio (Ohr) risponde esclusivamente al Peace Implementation Council (Pic), un consorzio internazionale che comprende 55 Paesi e varie agenzie.Ma chi rappresenta l’Alto rappresentante? Qui cominciano le opacità. La figura non rappresenta l’Onu perché non la nomina l’Onu. Non rappresenta l’Ue perché non la nomina l’Ue. Rappresenta una non meglio definita comunità internazionale. In realtà, all’interno degli accordi di pace non viene specificato quale organo debba nominare l’Alto rappresentante. Di fatto, l’organo da cui riceve il mandato è il Consiglio per l’attuazione della pace (Pic), che in teoria comprende anche la Russia.La posizione di Mosca, però, è di totale rottura. La frattura definitiva risale al 2021, quando è stato nominato l’ultimo Alto rappresentante, il tedesco Christian Schmidt che ora ha dato le dimissioni. In un’intervista, Igor Kalabukhov, l’ambasciatore della Federazione russa in Bosnia Erzegovina, ha messo in dubbio il meccanismo di nomina da parte del Pic, sostenendo che la decisione finale spettasse al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In risposta, il ministro degli esteri bosniaco, Elmedin Konaković, citando lo stesso punto degli Accordi di Dayton, ha ribadito che l’Alto rappresentante deve essere eletto direttamente dal Pic, senza passare dal Consiglio di Sicurezza [1].Dunque non c’è chiarezza neanche su chi lo deve nominare: il Consiglio per l’attuazione della pace [2] o l’Onu? Quel che è certo è che l’Alto rappresentante non viene eletto dalla popolazione su cui deve vigilare, ma scelto da un organo internazionale creato ad hoc.Ma non è tutto. La questione si fa ancor più controversa a causa dei cosiddetti «poteri di Bonn», assegnati all’Alto rappresentante nel dicembre del 1997. Se già l’architettura di Dayton era ambigua, l’introduzione di queste prerogative speciali ha finito per congelare lo sviluppo democratico del Paese, trasformando un supervisore temporaneo in un plenipotenziario.L’aspetto più problematico riguarda, la validità legale di queste prerogative. I poteri di Bonn sono stati conferiti all’Alto rappresentante dal Consiglio per l’attuazione della pace, che in realtà non disponeva delle competenze per modificarli[3]. Eppure, durante la conferenza di Bonn, gli è stata data la facoltà di intervenire ogni qual volta i partiti locali non riescono o non vogliono prendere una decisione e di rimuovere i pubblici ufficiali che, a suo parere, violano impegni giuridici o in generale gli Accordi di Dayton.Una svolta eccezionale, quella avvenuta – in sordina – a Bonn nel 1997. Le prerogative attribuite all’Alto rappresentante non hanno eguali sullo scacchiere internazionale, perché di fatto derogano ai principi cardine della separazione dei poteri, sui quali si reggono la democrazia e lo stato di diritto sin dai tempi di Montesquieu.Con i poteri di Bonn, quella che era nata come un’istituzione temporanea con un ruolo di mediatore è stata trasformata in un ufficio permanente, dotato di poteri quasi illimitati in ambito sia giuridico sia legislativo, in grado di prendere decVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Epstein e il saccheggio della Russia
di Chris HedgesChris Hedges intervista la giornalista investigativa Moe Tkacik sui retroscena finanziari dello scandalo Epstein. Dal crollo dell’Urss all’appropriazione degli asset statali, l’ex giornalista del New York Times spiega i meccanismi con cui ricchezza, informazione e impunità si intrecciano ai vertici del potere. Nella prima puntata di questa serie, indagine sul lato oscuro della classe dirigente anglo-americana.IN BREVECabala degli oligarchi Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ha dato il via a un brutale e sistematico saccheggio delle risorse statali russe, gettando le basi per la nascita della classe oligarchica.Ruolo di Harvard Sotto la guida di Larry Summers alla Banca Mondiale, l’economista di Harvard Andrei Shleifer ha supervisionato la privatizzazione di migliaia di imprese statali. Sua moglie, manager di hedge fund, si è arricchita enormemente.Ascesa di Blavatnik Tra i protagonisti del saccheggio post-sovietico emerge Len Blavatnik, miliardario legato a Epstein, che ha accumulato fortune immense mentre il popolo russo si impoveriva.Network criminale Le privatizzazioni selvagge in Russia non sono state un libero mercato trasparente, ma complesse operazioni gestite con reti estorsive mafiose e acquisizioni illegali.Impunità totale Nonostante le indagini sull’arricchimento illecito e la sospensione dei fondi Usaid, i protagonisti di questa stagione mantengono intatti potere, cattedre e capitali.La pubblicazione dei cosiddetti Epstein Files ha sconvolto l’opinione pubblica con racconti difficilmente immaginabili di pedofilia, sfruttamento delle donne e sfacciata depravazione da parte delle élite dominanti. Tuttavia, se queste storie hanno suscitato la maggiore indignazione pubblica, un’analisi più approfondita dei documenti rivela anche il funzionamento interno della classe dei miliardari: il modo in cui controlla le informazioni, collabora per nascondere i propri crimini e accumula immense ricchezze a spese della classe lavoratrice. Chris Hedges si confronta con Maureen Tkacik, giornalista investigativa che ha studiato e scritto sugli Epstein Files per The American Prospect e The Nation. Tkacik ricostruisce i protagonisti del saccheggio dell’Unione Sovietica dopo il suo crollo, la verità dietro le improvvise dimissioni di Larry Summers da Harvard, le controversie sulla morte del magnate dei media Robert Maxwell e molto altro.Oltre a procurare donne a uomini ricchi e potenti, Epstein divenne il loro fidato gestore finanziario, […]. Era inoltre abile nel coltivare amicizie con le mogli di questi uomini, come Valeria Wasserman, moglie di Noam Chomsky, e Soon-Yi Previn, moglie di Woody Allen. Tkacik descrive Epstein come «una calamita per questo tipo di combinazioni tra uomini molto anziani e facoltosi e mogli molto più giovani», sfruttando tali relazioni per orientare le finanze di questi uomini verso cause che lui e la classe che rappresentava ritenevano preferibili […].La rete finanziaria di Jeffrey Epstein viene spesso trascurata nei documenti resi pubblici. Non era soltanto un trafficante e uno sfruttatore di ragazze e donne, ma si trovava al centro della classe miliardaria dominante, una classe globale che controlla non solo le nostre economie e la nostra politica, ma anche i nostri sistemi di informazione e istruzione. […] Con me oggi c’è Maureen Tkacik, responsabile delle inchieste per The American Prospect. Maureen, vorrei discutere con te due articoli che hai scritto e che si concentrano su come Epstein abbia accumulato la sua ricchezza. Il primo, pubblicato su The Nation, si intitola Larry, We Knew You Too Well. Il secondo, apparso su The Prospect, è Newspapers Did Not Kill Themselves. Cominciamo però dall’articolo pubblicato su The Nation, perché ci riporta alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, all’appropriazione degli asset statali che diede origine alla cabala oligarchica russa da cui emerse Putin […], coinvolgendo Larry Summers, ex presidente di Harvard, e Jeffrey Epstein.«Certo. È curioso: alla fine tutto riconduce sempre al 1991. È l’anno in cui Jeffrey convince Les Wexner a concedergli la procura generale […]».Hai idea del motivo per cui Wexner fece una cosa del genere? Stiamo parlando del capo di Victoria’s Secret. Enormi somme di denaro, proprietà e altri beni vennero trasferiti da Wexner a Epstein. Quale potrebbe essere stata la ragione?«Più o meno nello stesso mese, forse addirittura nella stessa settimana, iniziò a circolare all’interno del Dipartimento di Polizia di Columbus un memorandum riservato riguardante i legami di Wexner con la criminalità organizzata e il suo coinvolgimento nell’omicidio, in stile esecuzione mafiosa, del suo commercialista. Quest’ultimo avrebbe dovuto testimoniare in cambio di una riduzione della pena per accuse piuttosto gravi di evasione fiscale. A quanto pare non aveva presentato la dichiarazione dei redditi per sette anni. Quest’uomo, noto in una certa misura come un “commercialista della mafia”, stava per testimoniare e collaborare con l’Fbi. Invece viene ritrovato morto. È una vicenda davvero sordida. Non ricordo tutti i dettagli, ma il Dipartimento di Polizia di Columbus iniziò a mappare tutte le relazioni di Wexner, quelle della famiglia Taubman – il suo principale proprietario immobiliare nel settore della vendita al dettaglio – e anche quelle di un uomo che un tempo possedeva i San Francisco 49ers, ma che fu costretto a vendere la squadra dopo essere stato estromesso dalla Nfl […]. Wexner era quindi sotto osservazione. E immagino che, data la sua posizione, avesse molti contatti all’interno della polizia di Columbus […]. È una voce che ha continuato a circolare per molto tempo. Ne lessi persino in un libro. Insomma, qualcosa si stava stringendo attorno a Wexner. Alcune persone stavano avvicinandosi pericolosamente a lui. E, osservando la cronologia degli eventi, ho il sospetto che questo possa essere stato uno dei motivi per cui trasferì tutti quei poteri a Jeffrey Epstein: per tenere i federali lontani dai propri affari. Per me è una spiegazione che ha senso. Ma nel 1991 stavano accadendo molte altre cose. Una delle più importanti era il crollo dell’Unione Sovietica. E poi c’era Robert Maxwell, editore di libri scolastici e giornali, storico collaboratore del Mossad, personaggio enorme e gioviale, che acquistò il New York Daily News, appena uscito da uno sciopero devastante. I proprietari del giornale, la Chicago Tribune Company, avevano speso qualcosa come 250 milioni di dollari nel tentativo di spezzare il sindacato. Ci erano quasi riusciti. A quel punto Maxwell arrivò dicendo: “Comprerò il New York Daily News se mi date 60 milioni di dollari per farlo”. E la Tribune rispose: “Sessanta milioni sono comunque meno dei 150 milioni che pensiamo ci costerebbe onorare tutti i contratti sindacali che dovremo pagare. Quindi va bene, il giornale è tuo”. Al Daily News tutti erano entusiasti. Poi, sette o otto mesi dopo, Maxwell cadde dal suo yacht e morì. O forse morì prima di cadere dallo yacht. O quasi certamente non nell’ordine ufficialmente raccontato. Subito dopo emerse che la sua società, Maxwell Communications, aveva un buco di 1,4 miliardi di dollari in liquidità che avrebbe dovuto essere disponibile. Dov’era finito quel denaro? Era un enorme mistero. I conti della famiglia furono congelati in diversi Paesi e Kevin Maxwell, uno dei figli, venne di fatto sottoposto a una sorta di arresti domiciliari. Era il figlio che stava assumendo il controllo dell’azienda. Nel frattempo Ghislaine Maxwell, che si trovava a New York, raccontava a tutti di essere completamente al verde, di non possedere più un centesimo. Come riuscirono a uscire da quella situazione? Perché Ghislaine era stata vista da un giornalista del Mirror mentre ordinava all’equipaggio dello yacht di distruggere tutto ciò che trovava: triturare documenti, gettare carte in mare e così via. Era quindi circondata da forti sospetti. Viveva ormai a New York e aveva deciso di restarvi. E tra i documenti contenuti negli Epstein Files ne ho trovato uno che getta molta luce su ciò che accadde realmente. Ma contemporaneamente a tutto questo, naturalmente, l’Unione Sovietica stava collassando. E Larry Summers – non so se a quel punto fosse già amico di Epstein; non sono certa di quando i due siano diventati così vicini da sembrare praticamente inseparabili negli anni precedenti alla morte di Epstein – era ai vertici della Banca Mondiale. Summers inviò in Russia un suo protetto, Andrei Shleifer, giovane economista di Harvard. Era nato in Russia, era emigrato negli Stati Uniti e si era laureato giovanissimo, a circa 16 anni o qualcosa del genere. Era una delle stelle nascenti dell’economia, un vero fenomeno agli occhi dell’establishment accademico. Larry Summers lo mette a capo di questo progetto per privatizzare la Russia, in sostanza per supervisionare la privatizzazione di circa 225.000 imprese statali all’interno dell’amministrazione di Boris Eltsin, circondato da una squadra di economisti formati alla scuola di Chicago – anche se, in questo caso, erano soprattutto ragazzi di Harvard. Tutto questo finisce con questi uomini che diventano incredibilmente ricchi, mentre quasi nessuno presta attenzione al fatto che la Russia stia crollando completamente. L’economia collassa. Il rublo perde gran parte del suo valore. Molti dei prestiti del Fondo monetario internazionale, che avrebbero dovuto servire a stabilizzare la valuta russa, spariscono misteriosamente. Improvvisamente un miliardo di dollari viene trasferito dal Fondo monetario internazionale alla Russia e nessuno riesce più a capire dove sia finito. Succedono cose estremamente oscure. Nel 1997, dopo che un informatore decide di parlare – qualcuno rimasto escluso dalla spartizione dei profitti – l’Usaid, che aveva finanziato l’intera operazione, sospende tutti i fondi destinati al progetto e, di fatto, estromette questi uomini dalla Russia. Cominciano le indagini. E si scopre che avevano guadagnato enormi somme investendo proprio nVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Todd: «Dopo la religione, resta il vuoto»
di Emmanuel ToddL’autore de «La sconfitta dell’Occidente» descrive il crollo delle grandi matrici religiose europee e le conseguenze: un vuoto metafisico che alimenta nuove forme di nichilismo. Tra cattolicesimo e protestantesimo, Todd propone una chiave di lettura originale per comprendere la crisi dei valori condivisi e le trasformazioni della geopolitica contemporanea.IN BREVETre stadi Il modello di Todd identifica tre fasi storiche della fede: attiva, quando è vissuta e praticata; zombie, legata a valori e ideologie ereditate; zero, segnata dalla totale assenza di credenze sociali.Vuoto metafisico Nello stadio zero scompare la dimensione collettiva della fede. L’individuo si ritrova isolato in una società atomizzata, privo di precetti morali comuni e di risposte sul senso profondo dell’esistenza.Predisposizione al nulla Il nichilismo si sviluppa con maggiore forza nei Paesi di tradizione protestante. Questa matrice genera ansia e non ammette la bellezza del mondo, lasciando il vuoto assoluto dopo il crollo della fede.Resistenza all’angoscia Il cattolicesimo contempla l’assoluzione dai peccati e preserva l’estetica del mondo. Giunto allo stadio zero, non sprofonda nel nulla cosmico e ammette la sopravvivenza della bellezza terrena.Decomposizione occidentale La proliferazione contemporanea di slogan spirituali nella politica dell’Occidente non indica un ritorno alla fede. Si tratta di fenomeni nichilisti e derive settarie slegate dalla morale.In quest’intervista con la conduttrice Diane Lagrange, Emmanuel Todd torna sui temi centrali del suo ultimo saggio. Al centro della sua analisi c’è l’evoluzione delle società occidentali, attraverso tre fasi: dalla religione vissuta alle ideologie che ne prendono il posto, fino allo «stadio zero», segnato dall’assenza di valori condivisi. Un percorso che, secondo il saggista, aiuta a leggere la crisi contemporanea e le sue ricadute geopolitiche.Oggi affronteremo un tema centrale: la religione. Il ruolo della religione è centrale nel suo modello, in particolare ne La sconfitta dell’Occidente. Lei ha definito tre stadi: attivo, zombie e zero. Può ricordarli, per chi non li conosce?[…] «La religione attiva è quella che esiste davvero: la gente crede, pratica, cerca di conformarsi moralmente ai precetti, e questa religione – non di un singolo, ma di un gruppo di credenti – definisce una collettività. Il secondo stadio è la religione zombie: la fede scompare, la pratica scompare, ma i valori e il sentimento di appartenenza restano. La religione viene sostituita da ideologie, o quasi-religioni. Nel caso francese, il cattolicesimo crolla sui due terzi del territorio tra il 1730 e il 1780, e nel 1789 abbiamo la Rivoluzione: “Viva la nazione!”. La nazione è un concetto zombie. Poi c’è lo stadio zero: i valori ereditati sono scomparsi. Non resta più nulla – o, meglio, non resta più il gruppo che condivideva quei valori. Solo individui, una società atomizzata. Questo dà alla religione una dimensione capitale nella storia: matrice iniziale da cui esce qualcosa che poi scompare». […]Con questo concetto di nichilismo, lei arriva allo stadio zero.«Lo stadio zero è quando non hai più credenze religiose né ideologiche sostitutive: sei nel vuoto. L’essere umano resta un animale intelligente che non sa cosa ci fa sulla Terra, non sa perché vive, né come vivere con gli altri. Vuoto metafisico, vuoto sociale. Una delle uscite più frequenti è la deificazione del vuoto stesso: volontà di distruzione delle cose, degli uomini, della realtà. So che può scioccare e dare l’impressione che io sia un emerito reazionario, ma considero le ideologie transgender e i cambi di sesso – geneticamente impossibili – come indicatori di nichilismo ultimo, quasi più significativo della guerra, in un certo senso».Lei vede una differenza tra le diverse religioni? Immagino abbia definito questi stadi pensando al cristianesimo, dove c’è già una separazione […] tra privato e pubblico. E religioni più totali, come l’Islam o l’ebraismo, che regolano ogni aspetto della vita e della società?«La tripartizione è operativa in ogni senso […]. Sono partito dal cristianesimo non per qualità particolari, ma perché vivo in un Paese uscito dal cattolicesimo e ho legami intellettuali con il mondo anglo-americano, che è piuttosto protestante. Ma allo stadio attuale ho due problemi. Primo: il cristianesimo stesso è diviso. C’è il protestantesimo e c’è il cattolicesimo.E l’ortodossia…«Sull’ortodossia non posso dire nulla: allo stadio attuale la teologia ortodossa mi è totalmente impenetrabile. Ci avevo provato in passato. Più tardi, più tardi si dovrà, si deve, si dovrebbe tornarci sopra […]. Il nichilismo mi sembra molto più attivo e violento nei Paesi protestanti. Sì, più nei Paesi protestanti che nei Paesi cattolici. Conseguenza pratica: una sorta di russofobia patologica diretta contro un Paese che non ha minimamente intenzione di invadere l’Europa. A prescindere dai polacchi, che hanno un problema specifico con la Russia, sono i Paesi protestanti del Nord, i popoli che consideravo i più ragionevoli e che ammiravo – scandinavi, danesi, svedesi, norvegesi, sui quali lavoravo già per la mia tesi a Cambridge sulle strutture familiari – a essere entrati in un rapporto paranoico con una Russia immaginaria».Forse a causa della loro storia?«No, per niente, per niente. Non hanno problemi con la Russia dal XVIII secolo […]. L’Italia e la Spagna sono molto meno minacciate dal nichilismo. Quindi c’è già un problema logico molto importante: se la religione zero è la scomparsa di ogni religione, due Paesi a stadio zero, dato che zero è uguale a zero, dovrebbero essere uguali. Non lo sono […]. Il protestantesimo era una religione estremamente forte, estremamente esigente, con il presunto rapporto diretto del fedele con Dio attraverso le Scritture, perché si doveva imparare a leggere, e con un livello di ansia, tra l’altro, nel rapporto con il male del tutto particolare. E infine con una percezione abbastanza negativa del mondo […]. Quando si è credenti, si è in qualcosa. Quando si è nella fase zombie, si conservano forti valori strutturanti di appartenenza al gruppo. Gli svedesi hanno costruito, hanno fatto innovazioni assolutamente straordinarie di trasformazione sociale, hanno definito di fatto la modernità occidentale. Poi, quando sono arrivati allo stadio zero, non è restato più nulla. E soprattutto si sono ritrovati in un mondo vuoto, perché, in ogni caso, la loro religione in partenza non apprezzava granché il mondo. Al contrario, il cattolicesimo è più soft. Voglio dire, non c’è il livello di esigenza – non oso dire morale, ma sì, oso dirlo – diciamo che il livello di ansia morale, di ansia religiosa è molto più basso nel cattolicesimo. Il sentimento di appartenenza al gruppo è altrettanto forte, ma l’ansia è minore. Esiste l’assoluzione dai peccati, c’è una sorta di tolleranza, e poi non c’è predestinazione. C’è meno angoscia. E, soprattutto, nel cattolicesimo resta, in modo quasi esagerato dopo la Controriforma, un sentimento della bellezza del mondo: immagini, rituali splendidi. Allo stadio zero del cattolicesimo, resta la bellezza del mondo. E ho l’impressione che lo stadio zero, tra virgolette, del cattolicesimo ammetta la bellezza del mondo. Quindi qualcosa resta, alla fine. Se questo resta, nonostante tutto, non si è di fronte al nulla. Nel caso del protestantesimo non resta niente. Ed è ovviamente il protestantesimo ad avere una predisposizione a produrre il nichilismo. Per il cattolicesimo dopotutto non è così: anche fuori dalla fede il mondo è bello […]».Negli Stati Uniti c’è una ripresa del cattolicesimo, per l’immigrazione latino-americana e per le conversioni. Ma è un cattolicesimo in stato di frizione: il Papa ha criticato la guerra degli Stati Uniti e di Israele, Trump ha postato un’immagine di se stesso come Gesù, J.D. Vance ha detto al Papa che non dovrebbe dare lezioni di teologia, il che è abbastanza ironico. E abbiamo raggiunto l’apoteosi con Pete Hegseth, il ministro della Guerra, che ha fatto un servizio religioso nel Pentagono dove ha tirato fuori un sermone non dalla Bibbia ma da Pulp Fiction.«Io parlo di religione zero ma in realtà il discorso politico, ideologico, geopolitico è saturo di religione […]. Perché un’epoca percepita come se fosse di religione zero è strapiena di discorsi religiosi? Forse è normale: in un mondo in cui le persone in realtà non hanno più alcuna fede religiosa solida, si aggrappano a parole e comportamenti che definiscono religiosi, ma sono tutt’altra cosa. Forse, in certi casi, verrebbero considerate come nuove religioni […]. Sono disposto ad ammettere che sono nuove religioni, ma mettendo bene in chiaro che non si tratta di una religione così come l’ho definita sopra, cioè come qualcosa che è portatore di una moralità e che definisce una collettività. Dicono cose che definiscono religiose, ma non creano una collettività. E non sono morali. Prendiamo Hegseth, che si esalta perché i bombardamenti uccideranno gente e lo trova fantastico. Al massimo, sono disposto a concedere loro, forse, un giorno, lo status di setta satanica. Non so se ha visto quella specie di preghiera nello Studio Ovale, con la pastora che parla in una lingua incomprensibile… Tutto ciò non appartiene né al Protestantesimo né al cattolicesimo […]. Non si tratta di religioni nel senso classico del termine. Penserei piuttosto a prodotti della decomposizione sociale, che rientrano nell’universo brulicante, proliferante, mal definito del nichilismo. In realtà penso che si tratti di persone che in fondo sputano sulla religione, che si stanno prendendo gioco di ciò che era il vero protestantesimo, il vero cattolicesimo o il vero cristianesimo, anziché persone che hanno attività o fedi religiose. Quanto al cattolicesimo, Alastair Crooke, un analista britannico ragionevole, mi ha detto: “È una questione di classe”. L’attuale immagine del protestantesimo e degli evangelici è associata a persone incolte. D’altronde, le statistVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Guerra fredda: quando gli intellettuali si ritrovarono al servizio della Cia
di Frances Stonor SaundersL’editore Fazi ripropone il celebre saggio in cui Frances Stonor Saunders svela come, alla fine della Seconda guerra mondiale, lo spionaggio Usa abbia reclutato l’intelligencija occidentale in funzione anti-sovietica. Con dovizia di particolari, la giornalista britannica mostra come riviste, concerti e mostre d’arte influenzarono l’immaginario europeo, diventando sofisticate armi di persuasione di massa. Nell’introduzione del libro, pubblicata qui di seguito, ricostruisce i meccanismi di questa sofisticata operazione di conquista delle menti.IN BREVEPropaganda Cia Durante la Guerra fredda, lo spionaggio Usa finanziò un programma segreto per influenzare l’immaginario europeo attraverso riviste, mostre e concerti.Libertà della cultura Dal 1950, il Congresso per la libertà della cultura aprì uffici in 35 Paesi, mobilitando artisti e intellettuali in funzione anti-sovietica.Guerra psicologica La strategia puntava a distogliere l’intelligencija europea dal marxismo per promuovere la pax americana, vista come un nuovo Illuminismo.Reclutamento intellettuali Molti radical e intellettuali delusi dallo stalinismo cooperarono con l’Agenzia, uniti da una comunità d’intenti e convinzioni.Campagna di persuasione I documenti ufficiali smentiscono l’altruismo della Cia: ogni finanziamento esigeva una propaganda mirata a orientare le menti occidentali.Nel pieno della Guerra fredda il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse a un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale. Uno dei tratti principali di questo programma era proprio l’esplicita negazione della sua esistenza. Fu messo in atto con estrema riservatezza dallo strumento di spionaggio statunitense, la Cia, Central Intelligence Agency.Un atto fondamentale di questa campagna segreta fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente della Cia Michael Josselson, tra il 1950 e il 1967. I suoi risultati furono considerevoli, e così la sua durata. Al suo culmine, il Congresso per la libertà della cultura aveva uffici in 35 Paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di 20 riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, contava su un proprio servizio per la diffusione di notizie e articoli di opinione, organizzava conferenze internazionali di alto livello e ricompensava musicisti e altri artisti con premi e pubblici riconoscimenti.La sua missione consisteva nel distogliere l’intelligencija europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way. Facendo ricorso a una rete estesa ed enormemente influente di personale al diretto servizio dell’Agenzia di intelligence, di strateghi politici, grandi industriali ed ex allievi delle università della Ivy League, la nascente Cia iniziò, a partire dal 1947, a mettere in piedi un «consorzio» il cui duplice compito doveva consistere nel vaccinare il mondo dal contagio del comunismo e nel facilitare il conseguimento degli interessi globali della politica estera statunitense.Il risultato fu una rete di persone, notevolmente integrata, che lavorò gomito a gomito con l’Agenzia per promuovere un’idea: il mondo aveva bisogno di una pax americana, di un nuovo Illuminismo che sarebbe stato battezzato «il secolo americano». Il consorzio messo in piedi dalla Cia, formato da quella che Henry Kissinger qualificò come «un’aristocrazia al servizio della nazione in nome di principi che superano lo spirito di parte», costituì l’arma segreta con la quale gli Stati Uniti combatterono la Guerra fredda, un’arma che, in campo culturale, ebbe un vastissimo raggio d’azione.Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del Dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a quest’impresa segreta. Agendo del tutto indisturbato, anzi, per oltre 20 anni addirittura senza essere individuato, lo spionaggio statunitense tenne aperto e sovvenzionò in maniera considerevole un complesso fronte culturale in Occidente, per l’Occidente, in nome della libertà d’espressione. Nel definire la Guerra fredda «una battaglia per la conquista delle menti umane», andò accumulando un immenso arsenale di armi culturali: riviste, libri, conferenze, seminari, esposizioni, concerti, premi.Tra i membri di questo consorzio figurava un gruppo assortito di radical e di intellettuali di sinistra la cui fede nel marxismo e nel comunismo si era infranta di fronte all’evidenza del totalitarismo stalinista. Usciti dal «decennio rosa» degli anni Trenta, che Arthur Koestler qualificò con amarezza come quello «dell’abortita rivoluzione dello spirito, della fallita rinascita, della falsa alba della storia», la loro disillusione si accompagnava al desiderio di aderire a un nuovo progetto, di consolidare un nuovo ordine che sostituisse le esauste forze del passato. La tradizione del dissenso radicale, nell’ambito della quale gli intellettuali si erano assunti il compito di indagare miti, discutere prerogative istituzionali e disturbare il compiacimento del potere, veniva sospesa a favore dell’appoggio alla «proposta americana».Legittimato e finanziato da istituzioni potenti, questo gruppo non comunista orientò la vita intellettuale dell’Occidente tanto quanto aveva fatto il comunismo solo alcuni anni prima (e per di più, molte persone erano le stesse) […]. Gli intellettuali che si erano sentiti traditi dal falso idolo del comunismo si trovavano a considerare la possibilità di costruire una nuova Weimar, una Weimar americana. Se il governo, e il suo braccio operativo segreto, la Cia, era disposto a fornire aiuto a questo progetto, ebbene, perché no? Che alcuni personaggi un tempo di sinistra finissero per legarsi alla Cia in una comune impresa non è tanto assurdo come può sembrare a prima vista.C’era una vera comunità d’intenti e di convinzioni tra l’Agenzia e gli intellettuali reclutati, inclusi quelli che non ne erano del tutto consapevoli, per combattere la guerra fredda della cultura. L’influenza della Cia non fu «sempre, o con frequenza, reazionaria o bieca», ha scritto l’eminente storico liberale americano Arthur Schlesinger. «Secondo la mia esperienza, la sua leadership fu politicamente intelligente e raffinata». Questa concezione della Cia come paradiso del liberalismo fu un potente incentivo a collaborare con l’Agenzia o, quantomeno, ad accettare l’idea che avesse buone ragioni di esistere.Questo modo di vedere le cose, tuttavia, non si accorda affatto con la reputazione della Cia quale strumento del potere statunitense per interventi spietati e pericolosamente fuori d’ogni controllo, durante la Guerra fredda. La Cia fu l’organizzazione che orchestrò il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo Arbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci, nel 1961, l’infausto Programma Phoenix in Vietnam.Teneva sotto controllo decine di migliaia di cittadini statunitensi, attaccava dirigenti democraticamente eletti di altri Paesi, pianificava assassinii nello stesso tempo in cui, davanti al Congresso, negava di svolgere queste attività, facendo raggiungere all’arte della menzogna nuove, altissime vette. Con quale atto di magia, dunque, riuscì a presentarsi a intellettuali di solidi principi, come Arthur Schlesinger, quale vascello dell’anelata libertà?La questione di quanto internamente si spinse lo spionaggio americano nelle questioni culturali dei suoi alleati occidentali, agendo nell’ombra per stimolare un’ampia varietà di attività creative, disponendo gli intellettuali e le loro opere come pezzi degli scacchi con cui giocare il Grande gioco, rappresenta ancor oggi uno dei temi più suggestivi della Guerra fredda. L’argomentazione adottata dagli avvocati difensori del periodo, che i sostanziosi investimenti economici della Cia non fossero sottoposti a condizioni o pretendessero contropartite, non è stata ancora vagliata in maniera seria.Nei circoli intellettuali degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale si è ancora pronti ad accettare come vera l’idea che la Cia fosse interessata unicamente ad ampliare le possibilità della libera e democratica espressione culturale. «Abbiamo semplicemente aiutato la gente a dire quello che, in ogni caso, avrebbe detto», è la principale linea difensiva, una sorta di «assegno in bianco» all’Agenzia […].I documenti ufficiali relativi alla Guerra fredda della cultura, tuttavia, smentiscono sistematicamente questa leggenda sull’altruismo dell’Agenzia. Dagli individui e dalle istituzioni sovvenzionati la Cia si aspettava che agissero come elementi di una campagna di persuasione ampia, di una guerra di propaganda, nella quale la «propaganda» si definiva come «ogni sforzo o movimento organizzato per diffondere informazioni o una particolare concezione mediante notizie, prese di posizioni o appelli, pensa ti per influire sul pensiero e sulle azioni di un determinato gruppo».Una componente essenziale di questo sforzo era la «guerra psicologica» definita come «l’uso pianificato della propaganda e di altre attività, diverse dal combattimento, da parte di uno Stato, per comunicare idee e informazioni come mezzo per esercitare influenza su opinioni, atteggiamenti, emozioni e comportamenti di gruppi stranieri al fine di favorire il conseguimento di obiettivi nazionali». Ancor di più, si definiva «il tipo di propaganda più efficace» quella in cui «il soggetto opera nella direzione richiesta per motivi che ritiene essere propri». Non ha senso mettere in dubbio queste definizioni. I documenti governativi ne sono pieni […].Nel 1996 apparve sul «New York Times» una serie di articoli che portavano alla luce un’ampia gamma di attività segrete con dotte dall’intelligence statunitense. ManVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Questa non è una storia cinese a lieto fine
di An SanshanIl testo di An Sanshan ha scosso il web. Ma la realtà che descrive, con una mamma sfinita dalla fatica prima dei 50 anni e un figlio che a 66 anni trasporta ancora mattoni, rappresenta un atto d’accusa contro la povertà che persiste in alcune zone interne del Paese del dragone.IN BREVESaggio virale Il testo di An Sanshan, un manovale di 66 anni, ha commosso il mondo raccontando l’incessante fatica e la prematura scomparsa della madre.Povertà ereditaria La vicenda è la cruda testimonianza di una miseria che si tramanda da una generazione all’altra nella Cina contemporanea.Eco internazionale Il commovente racconto ha varcato i confini nazionali grazie a una traduzione inglese ripresa anche dai canali istituzionali e dai media di Stato cinesi.L’estate scorsa, nel Nord della Cina, un influencer ha incrociato per strada un lavoratore migrante di 66 anni, chiedendogli di scegliere tra 100 yuan in contanti e la possibilità di vincerne 1.000 scrivendo un saggio.An Sanshan, un manovale giornaliero della provincia dello Shanxi, ha scelto la seconda opzione. Seduto in un ristorante vuoto, ha composto un saggio di oltre 800 caratteri cinesi intitolato «Mia madre». Il video è stato successivamente pubblicato su Douyin, l’equivalente cinese di TikTok, il 9 luglio 2025. Il filmato è diventato rapidamente virale, trasformando un uomo che passava le sue giornate a trasportare mattoni e cemento in un improbabile caso letterario.I lettori sono rimasti colpiti dall’impatto dei suoi ricordi, ovvero una madre che non riposava mai, un figlio che non ha più potuto pronunciare la parola «mamma» per oltre 30 anni e una tomba la cui erba è diventata verde, poi gialla, poi di nuovo verde, proprio come la sua incessante nostalgia.Eppure, ciò che rende il saggio così devastante non è solo il dolore. È la continuità. La madre è stata logorata da una vita di fatiche e il figlio, decenni dopo, vive ancora sotto lo stesso peso della fatica fisica. La sua storia non parla quindi solo di memoria, di amore o di talento letterario. È anche la testimonianza cruda di come la povertà possa trasmettersi di generazione in generazione e di come le vite dei lavoratori meno pagati della Cina siano spesso costruite su fatiche così implacabili da diventare quasi invisibili.Quasi un anno dopo, il saggio ha trovato una seconda vita online quando un creatore di contenuti in lingua inglese residente a Pechino lo ha tradotto e letto ad alta voce. Il filmato in inglese, caricato il 23 aprile 2026, si è diffuso nuovamente sui social media cinesi.La traduzione è stata poi ripresa dai media di Stato cinesi e dagli account ufficiali rivolti all’estero, tra cui China Daily, Xinhua, le ambasciate cinesi e il portavoce del ministero degli Esteri della Cina, come esempio di una «storia cinese» capace di commuovere il pubblico oltre i confini nazionali […].Yuxuan JIA, Zhu YutaoMia madreOggi mi è capitato di imbattermi in alcune persone che giravano un breve video e facevano interviste. Dovevano estrarre un argomento e, poiché ero l’unico in questo gruppo di operai ad aver frequentato le scuole superiori, le due giovani donne hanno scelto me. Ho avuto la fortuna di estrarre il titolo «Mia madre». Tornare ai ricordi di mia madre mi ha riempito di molti pensieri.Mia madre se n’è andata ormai da più di 30 anni. È sepolta nel vecchio cimitero ai margini del villaggio. Il suo aspetto, ogni suo movimento, è ancora tutto lì, proprio davanti a me.Mia madre non ha avuto un solo momento di riposo in tutta la sua vita. Si alzava prima dell’alba e smetteva di lavorare solo dopo il tramonto. Dentro e fuori casa, le sue preoccupazioni non finivano mai. Indossava sempre abiti lavati finché non sbiadivano, rammendati più e più volte.Era d’animo gentile e tollerante. Non litigava mai con i vicini. Ogni volta che si presentava qualcosa di buono, si assicurava sempre che gli altri lo avessero per primi.Ciò che ricordo di più sono i pasti. Tutta la famiglia si riuniva intorno al tavolo, ma mia madre non si univa mai a noi. Era sempre occupata ai fornelli. Solo dopo che avevamo finito tutti di mangiare, guardava dentro la pentola. Se era rimasto qualcosa, mangiava qualche boccone. Se non c’era nulla, non mangiava affatto e diceva: «Non ho fame».La vita era difficile allora, non c’era molta differenza tra ricchi e poveri, ma le persone erano calorose e davano valore alle relazioni. Mia madre era la più gentile di tutte.I ravioli che preparava avevano un profumo ineguagliabile. Erano l’unica cosa che desideravamo in quei giorni duri.Il Capodanno era il suo periodo più frenetico, tra lavare, strofinare e preparare il pranzo della festa fino a non riuscire più a stare dritta per la stanchezza, ma manteneva sempre il suo sorriso. Guardandoci sparare i petardi, era persino più felice di noi. Non importa quanto fossero logori i nostri vestiti, li prendeva tra le mani e li puliva, rendendoli ordinati e decorosi.A quei tempi vivevamo ancora sotto il sistema collettivo. Le verdure fresche erano difficili da trovare. In autunno venivano distribuite le quote di grano. Il grano veniva raccolto di giorno e poi diviso tra le famiglie di notte, un processo che durava tutta la notte.L’autunno in campagna è amaramente freddo e mia madre indossava abiti molto leggeri. Dopo la consegna del grano, tremava in modo insopportabile dal freddo. Si avvolgeva in una coperta molto sottile e, proprio così, faceva di nuovo alba e iniziava un altro giorno di duro lavoro. Si stropicciava gli occhi e si alzava per preparare il cibo per tutta la famiglia.C’erano molte persone in casa e quella grande pentola di ferro usata per cucinare a legna era incredibilmente pesante. Sollevarla e spostarla non era una cosa alla portata di chiunque. Pensandoci ora, mi chiedo dove mia madre, con la sua corporatura minuta, trovasse così tanta forza.Quando mia madre morì, aveva appena superato i 50 anni, logorata dal lavoro. Ora la sua tomba si trova ai margini del villaggio, una piccola e anonima collinetta di terra. Ogni volta che ritorno, vado sempre a fermarmi lì per un po’ e le parlo.Ho passato la maggior parte della mia vita in città a fare lavori manuali, trasportando cemento, legando barre d’acciaio, salendo sui ponteggi. Le mie mani e le mie spalle sono piene di calli. È un lavoro davvero estenuante, ma quando penso alla forza di mia madre nel sollevare quella pentola di ferro, quando penso a come tremava per il freddo ma stringeva i denti e resisteva fino al mattino, la mia stessa forza ritorna.Mia madre non ha mai goduto di una vita agiata, ma ciò che mi ha insegnato è stato questo spirito incrollabile e il senso del dovere verso la mia famiglia. Devo continuare a mantenere questa famiglia che tu hai costruito e mantenerla stabile.L’erba sulla sua tomba diventa verde, poi gialla, poi di nuovo verde, anno dopo tempo, proprio come la mia nostalgia che non finisce mai.Sono diventato padre. Sono diventato nonno. Ma per oltre 30 anni non ho pronunciato la parola mamma.Penso che un giorno, quando non potrò più trasportare il cemento, tornerò al villaggio e mi sdraierò accanto a quella collinetta di terra. Forse allora, quando chiamerò la mamma, lei sarà in grado di sentirmi.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleAn Sanshan Nato nel 1960 nella provincia dello Shanxi, è un operaio edile cinese. Dopo aver abbandonato gli studi per lavorare nei cantieri delle grandi città, ha vissuto sulla propria pelle i sacrifici della classe operaia migrante. Nell’estate 2025, alcuni influencer cinesi gli hanno chiesto di scrivere un testo in cambio di 1.000 yuan. Il risultato è il saggio «Mia madre», che è rapidamente diventato virale. La sua scrittura, intima e priva di retorica, ha commosso il pubblico globale per la sua straziante onestà nel raccontare la povertà della Cina rurale.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Lettera aperta di Jeffrey Sachs al cancelliere Merz
di Jeffrey D. SachsNell’intervento pubblicato sulla «Berliner Zeitung», il professore lancia un duro monito alla Germania sul rischio di un conflitto totale con la Russia. Attraverso l’analisi di sei storici fallimenti diplomatici dal 1990 a oggi, denuncia l’abdicazione della leadership tedesca, schiacciata dalle pressioni di Washington. Sachs esorta Merz a interrompere la corsa al riarmo e a fermare l’escalation militare per scongiurare tanto la guerra quanto il grave declino industriale ed economico dell’Europa.IN BREVEEscalation L’Europa rischia un conflitto aperto con Mosca. Con questa lettera aperta, Jeffrey Sachs esorta il cancelliere tedesco Friedrich Merz a riaprire subito i canali diplomatici.Sei errori A partire dal 1990, sei gravi fallimenti della politica estera di Berlino – dall’espansione della Nato al caso Nord Stream – hanno profondamente minato la fiducia geopolitica di Mosca.Crisi manifatturiera L’interruzione dei rapporti commerciali con la Russia e il sabotaggio del gasdotto costringono Berlino ad acquistare gas Usa a prezzi insostenibili.Risorse sprecate Il massiccio riarmo sottrae centinaia di miliardi di euro a investimenti strategici che sarebbero urgenti, come l’Intelligenza artificiale, i chip e le reti digitali.Via d’uscita Per evitare il disastro, sostiene Sachs, occorre una pace negoziata che sancisca la neutralità ucraina, lo stop all’allargamento della Nato e la ripresa delle relazioni economiche.Cancelliere Merz,quando le ho scritto una lettera aperta sei mesi fa, ho esortato la Germania a perseguire la diplomazia con la Russia anziché la normalizzazione della guerra. Sei mesi dopo, la situazione in Europa è drammaticamente peggiorata. L’Europa e la Russia stanno scivolando verso una guerra aperta. E in questa deriva, Cancelliere, la sua responsabilità è unica. Nessun leader europeo – né a Parigi, né a Varsavia, né a Roma – occupa la posizione che occupa la Germania, o ha il potere che lei personalmente detiene, per interrompere questa catastrofe. Proverà a cercare la pace?Lei stesso, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al presidente Emmanuel Macron, ha chiesto nel gennaio 2026 che l’Europa riavviasse le relazioni con la Russia e ha descritto la Russia come «un Paese europeo». Eppure lei non ha perseguito la diplomazia. Con il futuro dell’Europa in gioco, questa è una straordinaria abdicazione di leadership. Ha tentato, nei suoi mesi da Cancelliere, un solo dialogo sostanziale con il presidente Vladimir Putin? Il Suo ministro degli Esteri ha tentato un solo dialogo sostanziale con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov? Conversazioni reali, simili a quelle che posero fine alla Guerra Fredda. La risposta, per quanto rivelano i documenti pubblici, è no. Nemmeno una volta. E non per mancanza di riconoscimento dell’urgenza.I giorni scorsi hanno portato a una pericolosa accelerazione che dovrebbe concentrare l’attenzione di ogni mente europea. Entrambe le capitali sono ora sotto attacco continuo: droni ucraini a lungo raggio hanno colpito in profondità Mosca, inclusi siti civili. Gli attacchi russi con missili e droni contro Kiev si sono notevolmente intensificati. Droni ucraini hanno attraversato lo spazio aereo degli Stati baltici, sollevando l’immediata prospettiva di un incidente che potrebbe trascinare l’Europa direttamente in guerra. Un terribile attacco ucraino su una scuola maschile a Lugansk ha ulteriormente eroso quel poco che restava della moderazione. E il 25 maggio, il ministro degli Esteri Lavrov, agendo su istruzioni del presidente Putin, ha notificato formalmente al Segretario di Stato degli Stati Uniti che le forze armate russe stanno ora lanciando «attacchi sistematici e continui» su strutture e centri decisionali a Kiev. Il ministero degli Esteri russo ha consigliato agli Stati Uniti e ad altri Paesi di «assicurare l’evacuazione del proprio personale diplomatico e di altri cittadini dalla capitale dell’Ucraina». Questo messaggio è il prologo di una grande escalation. La diplomazia è più urgente che mai.Il modo di difendere l’Ucraina non è il continuo massacro, ma la pace a condizioni che siano accettabili per tutte le parti. Invece, affrontiamo un’escalation, con più morti, più distruzione e la reale prospettiva di una guerra che si espanda oltre l’Ucraina. Chiedendo sempre più armi, una capacità di combattimento sempre maggiore e dimostrazioni sempre più forti di «risolutezza», nonché segnalando che la Germania si sta preparando alla guerra piuttosto che lavorare per porvi fine, lei ha permesso a Berlino di diventare un acceleratore piuttosto che un freno per una guerra a livello europeo.La responsabilità della Germania: sei punti particolariLa Germania porta una profonda responsabilità per la situazione che si trova ora ad affrontare. Prima che la politica tedesca possa essere reimpostata verso la pace, il passato della Germania deve essere affrontato onestamente. Espongo qui di seguito sei gravi fallimenti della politica estera tedesca nei confronti della Russia dalla riunificazione della Germania nel 1990.Primo – il Trattato 2+4 e l’espansione a Est della Nato. Il 12 settembre 1990, a Mosca, la Germania firmò il Trattato sullo stato finale della Germania – il «Trattato 2+4» – che completò la riunificazione tedesca. Quel trattato fu ottenuto perché a Mikhail Gorbaciov vennero date solenni assicurazioni, da Hans-Dietrich Genscher, da Helmut Kohl, da James Baker e da altri leader occidentali, che la Nato non si sarebbe spostata verso Est. Il verbale desecretato – inclusi i memorandum ora pubblici raccolti dal National Security Archive della George Washington University – è inequivocabile: quelle assicurazioni furono date ed erano chiaramente intese all’epoca come applicabili all’Europa orientale, oltre il territorio dell’ex Ddr. Tali assicurazioni furono riaffermate nel corso del 1990 e del 1991.Il Trattato 2+4 limita il posizionamento delle truppe Nato nella ex Ddr e richiama i principi dell’Atto finale di Helsinki, il quale sottolinea che la sicurezza di nessuna nazione dovrebbe andare a scapito di un’altra. Qualche persona seria crede forse che l’Unione Sovietica si preoccupasse delle truppe occidentali sul territorio della ex Ddr ma fosse indifferente agli eserciti della Nato a Varsavia, Vilnius o Kiev? Ovviamente no.La questione dell’allargamento della Nato fu discussa in dettaglio. Esplicite assicurazioni che non si sarebbe allargata a Est furono date dalla Germania ai leader sovietici – e poi furono infrante. La Germania è stata la principale beneficiaria di quelle assicurazioni, che erano il quid pro quo per la riunificazione della Germania. Eppure, già nel 1993, i leader tedeschi iniziarono a promuovere la violazione di quelle assicurazioni.Secondo – la testimonianza diretta della cancelliera Merkel. Nelle sue memorie, Angela Merkel scrive con sorprendente candore che aveva capito, al momento del vertice di Bucarest del 2008, che invitare l’Ucraina e la Georgia nella Nato sarebbe equivalso a una dichiarazione di guerra alla Russia. Conosceva la linea rossa della Russia. Tuttavia cedette alle pressioni americane, accettando il comunicato di compromesso secondo cui l’Ucraina e la Georgia «sarebbero diventate» membri della Nato. Quella singola frase mise in moto le catastrofi del 2014 e del 2022. La successiva franchezza di Merkel è un dono per i suoi successori: ha detto, chiaramente e con parole sue, che cosa si era capito all’epoca. La Germania non dovrebbe ora fingere il contrario.Terzo – il tradimento dell’accordo del 21 febbraio 2014. Il 21 febbraio 2014, a Kiev, l’allora ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, assieme ai suoi omologhi di Polonia e Francia, mediò un accordo tra il presidente Viktor Yanukovych e l’opposizione. L’accordo prevedeva il ritorno alla costituzione del 2004, la formazione di un governo di unità nazionale e scadenze elettorali presidenziali anticipate. Il presidente Putin fu consultato; l’accordo venne confermato. Si trattò di un serio successo diplomatico in un contesto di estrema violenza. Eppure, nel giro di 24 ore, Yanukovych venne rovesciato con la forza da un violento colpo di stato. La Germania non insistette sull’accordo che aveva appena garantito. Al contrario, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, sostenne il nuovo governo, come se non ci fosse alcun accordo in vigore. Quella decisione convinse Mosca che non poteva fare affidamento sulle firme occidentali.Quarto – Minsk II. Nel febbraio 2015, la cancelliera Merkel negoziò personalmente Minsk II nel Formato Normandia e assicurò l’appoggio politico della Germania attraverso la Dichiarazione di sostegno adottata a Minsk il 12 febbraio 2015. Per sette anni, la clausola politica chiave – l’autonomia per le regioni del Donbas all’interno di un’Ucraina sovrana – non fu mai implementata da Kiev. La Germania non fece pressioni su Kiev affinché applicasse la clausola sull’autonomia che essa stessa aveva sostenuto – e Merkel successivamente ammise che l’accordo era stato usato come un’azione di contenimento per consentire all’Ucraina di riarmarsi. Il presidente François Hollande disse la stessa cosa. La garanzia, in altre parole, non era affatto una garanzia. Era uno stratagemma – ancora una volta su richiesta di Washington. Ancora una volta, il messaggio a Mosca fu che non ci si può fidare delle firme occidentali.Quinto – Nord Stream. Il 7 febbraio 2022, nella East Room della Casa Bianca, il presidente Joe Biden annunciò – con l’allora cancelliere Olaf Scholz al suo fianco – che «se la Russia invade… allora non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi porremo fine». Alla domanda su come lo avrebbero fatto, rispose: «Vi garantisco che saremo in grado di farlo». I gasdotti furono distrutti sette mesi dopo in un atto di sabotaggio nel Mar Baltico. Le prove disponibili – il giornalismo investigativo negli Stati Uniti e in Germania, la pista seguita dal Procuratore federale tedesco e le dichiarazioni pubbliche di ex funzionari – puntano in modo schiacciantVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Sull’orlo del baratro: la Nato verso la guerra totale con la Russia
di Thomas FaziL’analista mette in luce la drammatica escalation bellica, dove i raid dei droni ucraini, guidati dalle tecnologie occidentali, stanno riducendo al minimo le possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. Tra la nascita del nuovo asse militare-industriale fra Berlino e Kiev, l’allarme geopolitico nel Mar Baltico e le pressioni dei falchi di Mosca su Putin per una risposta nucleare, l’Occidente ha smarrito la lungimiranza politica per frenare la corsa verso la catastrofe.IN BREVEScontro militare diretto Il livello di coinvolgimento nella guerra in Ucraina ha trasformato il conflitto per procura in un confronto operativo reale che cancella la finzione della non belligeranza.Produzione bellica La Germania e altri Paesi europei accelerano la cooperazione strategica con Kiev, creando joint venture per fabbricare armamenti e droni a lungo raggio in Europa.Spettro nucleare Le operazioni oltre i confini rinvigoriscono i consiglieri più radicali a Mosca, che spingono per adottare un cambio di strategia che può arrivare fino all’uso del nucleare.Assenza diplomazia A rendere eccezionale la crisi attuale contribuisce la mancanza di canali secondari e di leader capaci di proporre un accordo negoziato per fermare la macchina bellica.La vicenda del drone russo che, secondo il ministero della Difesa di Bucarest, stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza.A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla.Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo.Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia.Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di raffinazione del petrolio russa. Solo questo mese, i droni ucraini hanno colpito due dozzine di raffinerie di petrolio russe, secondo il Ministero della Difesa ucraino. Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano fino a 1.500-1.700 km dal confine ucraino, il che segnala un notevole miglioramento delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina.Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen, gli attacchi ucraini con droni e missili sul territorio russo, inclusa Mosca, rappresentano un passo significativo verso l’alto nella scala dell’escalation. Pur non essendo impressionato dal loro effetto militare immediato, la traiettoria lo preoccupa profondamente: «L’entità del danno che questi droni possono fare non è così grande… non influenzerà certamente l’esito della guerra in alcun modo significativo. Questo non succederà. Ma penso che il grande pericolo per il futuro sia che gli ucraini, lavorando con gli europei che restano determinati a sconfiggere la Russia, aumenteranno il numero di attacchi e il tipo di attacchi sulla Russia».La Russia ha già risposto all’attacco dei droni contro lo studentato del Donbas con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più grandi dall’inizio della guerra, che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik con capacità nucleare. E ha già minacciato di lanciare una nuova ondata di «attacchi sistematici» contro la capitale. I nuovi raid prenderanno di mira «centri decisionali e posti di comando», oltre a impianti di produzione di droni nella città, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev «il prima possibile» e ha avvertito i cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari.Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartieri generali ucraini — un fatto piuttosto singolare se si considera che le forze armate ucraine hanno ripetutamente preso di mira i quartieri generali russi, come ha osservato Anatol Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha rivendicato di aver distrutto un importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili — che l’Ucraina lancia da due anni — richiede i dati di puntamento statunitensi.Nonostante ciò, Mosca non ha preso di mira i quartieri generali ucraini a Kiev proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence statunitensi e di altri Paesi Nato venissero uccisi, rischiando come risposta una drastica escalation da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo è stato frenato anche dal desiderio di non contrariarlo né di indebolirlo. Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui di pace sono a un punto morto e che «al momento non ci sono colloqui in corso».Questo indica non solo una pericolosa escalation della guerra – ma anche la sua potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina. Dopotutto, sebbene questi attacchi vengano formalmente eseguiti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina non potrebbe mai compiere questi attacchi con droni sul territorio russo senza il supporto satellitare e di intelligence della Nato – e degli Stati Uniti nello specifico. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha continuato a fornire all’Ucraina l’intelligence per effettuare attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto riferito da molteplici funzionari statunitensi e ucraini.Le informazioni d’intelligence aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione delle rotte, l’altitudine, la tempistica e le decisioni di missione, consentendo ai droni d’attacco unidirezionali a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni dell’Ucraina come lo «strumento» che gli Stati Uniti stanno usando per raggiungere l’obiettivo di indebolire l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la Cia è stata coinvolta nel potenziamento del programma di droni ucraino.Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va ben oltre la semplice condivisione di informazioni d’intelligence. Mentre un funzionario statunitense ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno effettivamente stabilito le priorità degli obiettivi per l’esercito ucraino – il che significa che gli Stati Uniti stanno di fatto scegliendo cosa colpire.Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare – sia sottoforma di guida Gps in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello ucraino annesso alla Russia tramite Starlink di Elon Musk) sia attraverso la fornitura di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale Gps in tempo reale, come nelle aree in cui il segnale viene disturbato: mappe del terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di elusione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione satellitare e dall’intelligence americana.Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la Russia sono di fatto un’operazione Usa-Nato sotto bandiera ucraina. Ma la Nato non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi attacchi — e naturalmente i soldi per i droni. Sempre più spesso, fornisce i droni stessi.Anche seVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Palestina, la Nakba degli ulivi
di Giulia ContiniDal 1948 a oggi, la distruzione dei terreni olivetati emerge come fenomeno economico, territoriale e metaforico. Tra estirpazione delle piante, restrizioni all’accesso alle terre e violenze dei coloni, l’analisi ricostruisce l’impatto materiale di tali pratiche, evidenziandone anche il valore identitario e culturale. Per i palestinesi, l’albero millenario diventa così il punto di intersezione tra sopravvivenza e appartenenza, al centro di un conflitto che si gioca anche sul controllo dello spazio e dei suoi emblemi.IN BREVEPolitiche di sradicamento Il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’abbattimento di 3.000 ulivi in Cisgiordania, per distruggere «l’idea di uno Stato palestinese».Devastazione a Gaza I bombardamenti nella Striscia hanno raso al suolo oltre l’80% dei campi coltivabili, riducendo gli ulivi a circa 150.000 e compromettendo i frantoi.Economia e sussistenza Prima della guerra, fra Gaza e Cisgiordania,la coltivazione olivicola interessava il 45% delle terre palestinesi, garantendo il sostentamento a 100.000 famiglie.Identità & sumud L’ulivo simboleggia la resilienza culturale, detta sumud. E lega il popolo palestinese alla propria terra, attraverso la tradizione della raccolta.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Giulia Contini. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire il rigore scientifico e la coerenza con i nostri standard editoriali.«Stiamo costruendo la Terra di Israele e distruggendo l’idea di uno Stato palestinese». Con queste parole inequivocabili, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato, il 7 maggio 2026, lo https://www.timesofisrael.com/smotrich-announces-uprooting-of-3000-trees-planted-by-palestinians-in-northern-west-bank/ piantati dai palestinesi nel Nord della Cisgiordania, vicino a Jenin, per la creazione di nuovi insediamenti di coloni. Il 18 maggio i bulldozer israeliani sono entrati nella città di Azzun, a Est di Qalqilya, https://www.nation.com.pk/18-May-2026/israeli-forces-uproots-olive-trees-bulldozes-agricultural-land-west-bank intorno all’insediamento illegale di Ma’ale Shmron.Nonostante la stagione del raccolto delle olive sia ormai giunta al termine, la violenza dei coloni israeliani sui palestinesi prosegue. All’interno del https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/crackdown-palestinian-civil-society-union-agricultural-work-committees-raided-enar, il 2025 è stato definito «il più violento mai registrato»: dal solo primo ottobre si contano 167 attacchi da parte dei coloni su 87 villaggi, prendendo di mira sia contadini sia attivisti per i diritti umani, solamente a partire dal primo ottobre, in concomitanza della raccolta delle olive.In un https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/remarks-head-un-human-rights-office-occupied-palestinian-territory-ajith-sunghay-press-olive-harvest-season-delivered-enar del 21 ottobre 2025, già a metà dell’anno si contavano 757 attacchi da parte dei coloni, un aumento del 13% rispetto al 2024, con cifre ben https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-update-244-west-bank rispetto agli anni precedenti. Nella Striscia di Gaza durante gli attacchi sono stati https://www.fao.org/newsroom/detail/gaza-s-agricultural-infrastructure-continues-to-deteriorate-at-alarming-rate/en dei campi coltivabili, toccando il https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666017225000057.Prima dell’inizio del conflitto, la Striscia contava circa due milioni di ulivi dislocati su 5.000 ettari (50.000 dunum). Oggi si stima la sopravvivenza di appena 150.000 alberi su una superficie ridotta a 450 ettari, su un totale di 4.000 ettari rimasti coltivabili in tutta la Striscia.Inoltre, come riporta la Palestinian Press Agency, i https://en.safa.news/post/5784/Gaza-s-Olive-Harvest-Faces-Devastating-Decline-Amid-Ongoing-Genocidal-War#:~:text=The%20number%20of%20operational%20olive,the%20eastern%20parts%20of%20Gaza., con soltanto quattro stabilimenti per la lavorazione delle olive ancora in funzione. Tuttavia, a causa della difficoltà nel reperire il carburante, anche questi ultimi rischiano l’interruzione dell’attività.Non si tratta di un fenomeno recente: dal 1948, con la distruzione dei villaggi palestinesi durante la Nakba, molti degli uliveti andarono perduti, espropriati o incorporati in https://www.972mag.com/olive-oil-trees-nakba-1948/. Secondo un rapporto dell’https://unctad.org/system/files/official-document/gdsapp2015d1_en.pdf del 2015, dal 1967 al 2011, con l’occupazione illegale della Cisgiordania da parte di Israele, circa https://imeu.org/resources/resources/fact-sheet-israels-environmental-apartheid-in-palestine/126, di cui https://theecologist.org/2015/nov/07/destruction-palestinian-olive-trees-monstrous-crime. Molti campi, anche se non sono stati distrutti, sono impossibili da coltivare: per riuscire a oltrepassare i posti di blocco, c’è bisogno di un https://www.un.org/unispal/2011-10-18-olive-harvest-fast-facts-ocha-factsheet/ rilasciato dalle autorità militari israeliane, che viene negato sempre più spesso, lasciando incolti https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/remarks-head-un-human-rights-office-occupied-palestinian-territory-ajith-sunghay-press-olive-harvest-season-delivered-enar di terra.La costruzione del muro da parte di Israele in Cisgiordania nel 2002 (dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004) costituisce un ulteriore ostacolo per i contadini, essendo stato eretto per l’86% su territorio palestinese. Secondo un https://www.un.org/unispal/2011-10-18-olive-harvest-fast-facts-ocha-factsheet/, il muro separa circa l’80% dei proprietari originari dai propri campi, data la difficoltà nell’ottenere un permesso da «visita», soprattutto a partire dal 2023 dopo l’invasione della striscia di Gaza, come testimoniato da https://www.aljazeera.com/opinions/2025/10/18/in-the-occupied-west-bank-the-war-continues.Sotto pressione delle Nazioni Unite, lungo il tracciato del muro sono stati predisposti dei varchi per consentire il transito dei coltivatori. Ciononostante, ben 44 su 66 varchi sono aperti solamente durante la stagione della raccolta, precludendo le necessarie attività agricole nel resto dell’anno. https://www.un.org/unispal/document/ohchr-remarks-21oct25/, provocando una perdita di 10 milioni di dollari per i palestinesi, mentre nel 2024, la cifra ha superato i 22 milioni e mezzo di dollari.Con i trattati di Oslo del 1993, la Cisgiordania venne divisa in tre zone: la zona A ad amministrazione palestinese; la zona B ad amministrazione civile palestinese e controllo militare israeliano e la zona C sotto amministrazione israeliana. Nonostante fossero intese come misure temporanee, divennero lo status quo. La zona C, va evidenziato, comprende circa il 60% della Cisgiordania e rappresenta anche l’area più fertile e con le maggiori risorse idriche dei territori palestinesi.Durante la Seconda Intifada, nel 2000, Israele distrusse il https://pchrgaza.org/wp-content/uploads/2025/05/We-Will-Leave-Them-Nothing.pdf delle terre coltivabili della Striscia di Gaza. Per concludere l’elenco, tra il 2010 e il 2023 altri https://anthrosource.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/cuag.12318 ulivi sono stati distrutti o danneggiati, a cui vanno aggiunti ulteriori 19.000 distrutti nel 2023. Qual è il motivo dietro la distruzione degli uliveti da parte di Israele? Per rispondere alla domanda, bisogna prima capire che significa l’ulivo per i palestinesi.L’ulivo rappresenta un elemento centrale della vita palestinese, a livello sia simbolico sia pratico. Prima della guerra a Gaza, circa il https://www.ifpri.org/blog/no-olive-branch-the-question-of-natural-resource-destruction-in-gaza-and-the-west-bank/ del terreno coltivabile era utilizzato per le olive, che davano sostentamento a circa https://yris.yira.org/column/israels-campaign-against-on-palestinian-olive-trees/ famiglie tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. L’industria olearia rappresentava il Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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La Chiesa cattolica e la sfida dell’intelligenza artificiale
di Maria PappiniDalla nuova enciclica di Papa Leone XIV al regolamento europeo AI Act, la scienziata Mirella Mastretti riflette sull’etica per i sistemi informatici dal punto di vista cristiano. Spiega come la diffusione di avatar emotivi, la profilazione digitale di massa rendano necessarie nuove regole per difendere il pensiero critico dei giovani. E sottolinea la necessità di una governance capace di tutelare la dignità della persona.IN BREVEQuestione antropologica L’intelligenza artificiale non è più solo una tematica tecnica: riapre la domanda su cosa significhi restare umani.Persona o funzione? Per la tradizione cristiana, l’uomo non è solo cognizione o comportamento, ma coscienza, libertà e relazione.Rischio profilazione Gli algoritmi classificano, prevedono e profilano comportamenti. Il rischio è ridurre la persona a dato statistico.Pensiero critico Delegare scrittura e ragionamento all’IA può indebolire autonomia di giudizio, analisi e capacità critica delle nuove generazioni.Relazioni artificiali Avatar e companion IA creano legami emotivi simulati. La sfida è non sostituire l’incontro umano con relazioni algoritmiche.Governare la tecnologia La vera sfida non è essere contro l’IA, ma mantenerla al servizio della dignità e della libertà della persona.Con l’odierna pubblicazione della nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata alla persona nel tempo dell’intelligenza artificiale, il rapporto tra tecnologia, coscienza e dignità umana è ormai entrato al centro del dibattito globale. Non più soltanto una questione tecnica, economica o geopolitica, ma una domanda radicalmente antropologica: cosa significa restare umani nell’epoca degli algoritmi? E soprattutto: chi decide cosa deve restare umano, e chi ha già smesso di esserlo?Krisis ne ha parlato con Mirella Mastretti, ricercatrice indipendente, attiva dal 1988 nel campo dell’intelligenza artificiale e della systems engineering. Fisica cibernetica, ha iniziato lavorando nei laboratori di ricerca avanzata di Italtel, per poi ricoprire posizioni manageriali in diverse aziende tecnologiche e insegnare in varie università, fra cui il Politecnico di Milano. Ha partecipato all’iniziativa «Una vita da scienziata» e ha fondato AlgoRadar, un gruppo multidisciplinare di scienziati indipendenti che mirano a promuovere un’intelligenza artificiale trasparente, antropocentrica e orientata al bene comune. Cattolica praticante, collabora con istituzioni vaticane e reti universitarie legate alla Chiesa. Ha scritto il capitolo conclusivo del libro Artificial Intelligence and care of common home, che ha presentato assieme ai coautori a papa Leone XIV il 5 dicembre 2025.Esiste uno scontro tra antropologia cristiana e IA?«Più che uno scontro frontale, direi che stiamo entrando in una tensione culturale tra modi diversi di concepire l’essere umano. Oggi parliamo genericamente di “intelligenza artificiale”, ma in realtà esistono paradigmi differenti. I sistemi che utilizziamo quotidianamente sono forme di IA ristretta, specializzate nell’elaborazione di dati, schemi e probabilità e modelli di IA generativa, capaci di produrre testi, immagini e contenuti che appaiano sempre più simili a quelli creati dall’uomo. La ricerca, però, si sta evolvendo verso modelli più complessi – neurosimbolici, neuromorfici e cognitivi – che cercano di simulare processi decisionali, inferenze e funzioni cognitive sempre più avanzate. Anche considerando questi sviluppi, però, rimane una distanza profonda rispetto all’antropologia cristiana. La dottrina sociale della Chiesa si fonda infatti su una concezione personalistica e relazionale della persona, radicata nell’idea di imago Dei. L’essere umano non è soltanto cognizione o comportamento. È coscienza, libertà, responsabilità morale, corporeità, relazione, esperienza vissuta. La persona è molto di più delle sue funzioni computazionali».Quale rischio culturale introduce l’IA?«La vera questione non è semplicemente tecnica, ma antropologica: quale idea di uomo guiderà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale? Ed è qui che entra in gioco il tema della governance etica. Se costruiamo la tecnologia dentro una visione puramente tecnocratica o funzionalista, il rischio è quello di impoverire l’umano, soprattutto il pensiero critico delle nuove generazioni. Se invece l’intelligenza artificiale resta al servizio della persona, può diventare uno strumento straordinario: nella medicina, nell’educazione, nell’accesso alla conoscenza e nella promozione del bene comune».Le normative attualmente in vigore sono sufficienti?«Normative europee come l’AI Act rappresentano certamente un passo importante, perché introducono principi di trasparenza, gestione del rischio e tutela dei diritti fondamentali. Tuttavia, dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, questo non basta ancora. La domanda decisiva resta: cosa significa rimanere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Per questo credo siano necessari anche strumenti concreti di governance etica. Nel mio lavoro ho proposto, ad esempio, l’idea di una sorta di “etichetta etica” capace di identificare applicazioni e sistemi che rispettino determinati valori antropologici e sociali. Non si tratta di uno strumento giuridico, ma culturale: un modo per riportare al centro la dignità della persona umana».L’Occidente post-cristiano sembra aver smesso di cercare la salvezza in Dio per cercarla nella tecnologia. L’IA è una nuova promessa di salvezza secolare?«In parte sì. Alcune narrazioni contemporanee sembrano aver trasferito nella tecnologia aspettative che un tempo appartenevano alla religione: il desiderio di superare il limite umano, eliminare la sofferenza, controllare l’incertezza e persino vincere la morte. Esistono correnti transumaniste – penso ad esempio al singularitarianism di Ray Kurzweil e Vernor Vinge – che parlano apertamente della tecnologia come mezzo per superare l’uomo biologico. Si arriva persino all’idea dell’upload della mente, della fusione uomo-macchina o di una sorta di immortalità digitale.In queste visioni, la coscienza viene interpretata soprattutto come elaborazione di informazioni. Ma qui emerge una domanda decisiva: la coscienza umana è davvero riducibile a un processo computazionale?»Una macchina può davvero avere coscienza?«Anche un’intelligenza artificiale molto avanzata può elaborare informazioni, simulare linguaggio, emozioni o ragionamenti. Ma questo non significa necessariamente possedere una coscienza nel senso pieno del termine, cioè legata all’esperienza soggettiva, morale e corporea della persona.Recentemente Anil Seth ha usato un’immagine molto efficace: il confronto tra gli scacchi e il meteo. Gli scacchi sono completamente computabili, governati da regole precise; per questo una macchina può superare l’essere umano. Il meteo, invece, è dinamico, emergente, immerso in processi fisici reali. La coscienza somiglia molto più al meteo che agli scacchi. Emerge da processi biologici, dall’interazione col corpo e con l’ambiente. Possiamo simulare un uragano, ma la simulazione non sente il vento. Per questo il vero tema non è scegliere tra fede e tecnologia. La domanda è se useremo l’intelligenza artificiale come strumento al servizio dell’uomo oppure se finiremo per cercare nella tecnologia una forma di salvezza esistenziale che nessuna macchina può realmente offrire».La tradizione cristiana distingue tra conoscenza, intelligenza e sapienza. Come ricorda il Siracide: «Tutta la sapienza viene dal Signore ed è con lui per sempre». Un sistema artificiale può elaborare informazioni, ma può davvero avvicinarsi a ciò che la Bibbia chiama sapienza?«La sapienza implica coscienza, esperienza vissuta, discernimento morale, interiorità e relazione. Un sistema artificiale può descrivere il dolore senza provarlo, parlare del bene senza desiderarlo, discutere della morte senza avere coscienza della propria fine. Su questo credo sia ancora molto attuale l’esperimento mentale della Chinese Room di John Searle. Immaginiamo una persona chiusa in una stanza che non conosce il cinese. Riceve simboli dall’esterno e possiede soltanto un enorme manuale di istruzioni che le dice come combinare quei simboli per produrre risposte corrette. Chi sta fuori dalla stanza penserà che quella persona comprenda il cinese. In realtà non comprende nulla: sta semplicemente manipolando simboli. Allo stesso modo, un sistema artificiale può elaborare informazioni, riconoscere schemi complessi e produrre risposte sempre più sofisticate. Una futura IA potrebbe persino simulare forme avanzate di ragionamento. Ma comprendere davvero, avere coscienza e consapevolezza, è un’altra cosa. La sapienza, infatti, non coincide semplicemente con l’intelligenza: implica coscienza, esperienza morale e consapevolezza dell’esistenza».Quali rischi per la dignità umana emergono quando algoritmi classificano, profilano e predicono comportamenti su scala planetaria?«Gli algoritmi tendono inevitabilmente a classificare, profilare, attribuire punteggi e prevedere comportamenti. Questo può produrre forme di discriminazione, esclusione, sorveglianza e manipolazione comportamentale, soprattutto nei sistemi basati sulla raccolta massiva di dati. Il rischio emerge quando la previsione algoritmica diventa più importante della libertà personale. In quel momento l’essere umano rischia di essere trattato come un oggetto da ottimizzare, ridotto a un profilo statistico o a una sequenza di comportamenti prevedibili».Come può la tradizione dell’imago Dei offrire una forma di resistenza culturale?«L’idea cristiana di imago Dei ricorda che l’essere umano non è soltanto cognizione o comportamento. È coscienza, libertà, responsabilità morale, corporeità, relazione ed esperienza vissuta. Per questo il valore della persona non dipende dall’efficienza, dalla produttività o dalla caVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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L’urbanizzazione «verde» della povertà
di Romeo FarinellaCon quasi sei abitanti del pianeta su 10 che risiedono nei centri urbani, le metropoli sono diventate l’epicentro della miseria. Attraverso le lenti del Sud globale e della finanziarizzazione immobiliare, l’urbanista svela le debolezze dell’Agenda 2030, il documento con cui l’Onu promuove la riconversione ambientale. Ordinario all’Università di Ferrara e autore del libro «Le fragole di Londra», Farinella denuncia come la sostenibilità rischi di trasformarsi in un privilegio di classe, generando nuove forme di segregazione.IN BREVEOrigine del fenomeno Il sorpasso demografico delle città sulle aree rurali non ha generato benessere. Ha trasformato i centri urbani nell’epicentro di una miseria strutturale.Milton Santos Il geografo brasiliano di origine africana ha dimostrato che il capitalismo non contrasta la povertà urbana. Tende a redistribuirla e a concentrarla in periferie totalmente escluse.Finanziarizzazione Le nuove logiche neoliberali e la valorizzazione immobiliare continuano a produrre segregazione, trasformando lo spazio in un terreno di profitto e di esclusione.Iniquità ambientale La crisi climatica colpisce soprattutto le fasce marginali, che subiscono una doppia discriminazione, restando confinate in territori inquinati e privi di tutele.Inganno della transizione Interventi di rigenerazione verde provocano fenomeni di gentrificazione, riducendo la sostenibilità ecologica a un privilegio di classe accessibile a pochi.Oggi nel mondo più di una persona su due risiede in città. Con circa il 58% della popolazione globale concentrato nei centri urbani – pari a 4,8 miliardi di persone – il sorpasso demografico sulle aree rurali, avvenuto nel 2007, è ormai un dato strutturale del nostro secolo. Eppure, questa transizione non ha coinciso con un aumento del benessere. Anzi, le metropoli sono diventate l’epicentro della miseria: quasi un quarto degli abitanti urbani vive in baraccopoli. È proprio all’interno di questa contraddizione che si colloca la straordinaria attualità del pensiero del geografo brasiliano Milton Santos, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.Le città moderne vengono spesso immaginate come luoghi di progresso e opportunità. Eppure, come osservava Santos, è proprio nello spazio urbano che la povertà si riorganizza, si concentra e diventa parte integrante del funzionamento della metropoli contemporanea. Il geografo ha sviluppato il tema dell’urbanizzazione della povertà tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, analizzando gli effetti della modernizzazione e della globalizzazione sulle grandi città del Sud globale.Quando Santos ha elaborato questa riflessione, il Brasile era governato dalla dittatura militare e viveva una fase di rapida crescita economica accompagnata da un’intensa espansione urbana. L’industrializzazione accelerata, la modernizzazione infrastrutturale e l’integrazione nel capitalismo internazionale stavano trasformando profondamente il Paese.Le grandi città, in particolare São Paulo e Rio de Janeiro, attiravano milioni di migranti provenienti dalle aree rurali povere, soprattutto dal Nordest. Questa crescita, però, non era accompagnata da una redistribuzione della ricchezza né da adeguate politiche sociali. Le città esplodevano, così come le disuguaglianze. Accanto ai quartieri moderni e integrati nei circuiti economici globali si espandevano enormi periferie informali prive di servizi, infrastrutture e condizioni abitative dignitose.In questo contesto Santos ha elaborato una riflessione sul tema della Pobreza Urbana (2023) associandolo anche a una riflessione sulla Urbanização Brasileira (2023): un processo dal quale emergeva una crescente e strutturale associazione tra urbanizzazione e povertà. Una riflessione che ha preso corpo durante i suoi anni di esilio, nella quale sostiene che lo sviluppo urbano non contrastava la povertà ma tendeva piuttosto a redistribuirla e concentrarla in alcune aree delle grandi metropoli.La modernizzazione avviata dal capitalismo si accompagna in effetti a una forte selezione sociale, fenomeno ancora più evidente nei paesi periferici. Solo una parte della popolazione beneficia dei miglioramenti economici e sociali; un’altra ne resta esclusa. Il capitalismo contemporaneo, al di là delle forme di governo, si conferma così come un sistema profondamente e interessatamente contradditorio: da un lato innovazione e ricchezza, dall’altro marginalità, informalità ed esclusione territoriale.Nelle periferie brasiliane, come sottolinea l’urbanista Erminia Maricato, l’informalità urbana – favelas, autocostruzione, occupazioni irregolari – non rappresenta un’anomalia, ma il modo concreto attraverso cui milioni di persone riescono ad accedere alla città in un sistema profondamente diseguale (Brasil, cidades: alternativas para a crise urbana, 1995).Tendiamo spesso a considerare l’informalità un problema, ma per chi vi abita ha rappresentato anche una soluzione abitativa e sociale, pur continuando a essere uno spazio di conflitto. In questo senso, Maricato si avvicina molto alla lettura di Santos della «modernizzazione selettiva», intesa come integrazione solo parziale della popolazione nell’economia urbana ufficiale, mentre le periferie restano spesso escluse dagli investimenti pubblici, dalla mobilità efficiente e dal pieno diritto alla cittadinanza urbana.Raquel Rolnik, un’altra protagonista di quello straordinario laboratorio di pensiero sulla crisi dell’abitare che è São Paulo, riprende e attualizza il pensiero di Santos nell’epoca della globalizzazione neoliberale. Se Santos analizzava gli effetti della modernizzazione industriale sulla povertà urbana, Rolnik (São Paulo: o planejamento da desigualdade, 2023) mostra come la finanziarizzazione dello spazio e le nuove logiche del capitalismo globale continuino a produrre esclusione, segregazione e vulnerabilità territoriale. La relazione tra ricchezza urbana e produzione della marginalità, tuttavia, precede la contemporaneità e accompagna la storia stessa della città industriale.Agli inizi del Settecento, il medico e filosofo inglese Bernard Mandeville sviluppò una riflessione metaforica sui vizi privati e le pubbliche virtù della società britannica nel testo La favola delle api. Nel libro descriveva la sporcizia di Londra, il cattivo odore e il degrado delle strade come effetti collaterali di una ricchezza prodotta dai commerci internazionali e dall’avvio di quel processo che avrebbe preso poi il nome di rivoluzione industriale. Indicando degrado e povertà, come manifestazioni della ricchezza in formazione della futura città vittoriana, Mandeville anticipò uno degli aspetti strutturali della crescita urbana che caratterizzerà i secoli successivi.1Oggi il tema della povertà e delle disuguaglianze condiziona profondamente le politiche urbane nella prospettiva, condivisa a livello globale, della transizione ecologica promossa dall’Agenda 2030 dell’Onu. Quale rapporto tra povertà e ricchezza emerge dalla composizione delle nostre città? E quali forme urbane si identificano con questo dualismo, spesso strettamente interdipendente? È un dato di fatto che, senza il lavoro povero e precario di molti, la città dei ricchi faticherebbe a funzionare.L’argomento della povertà attraversa tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030. In alcuni compare esplicitamente, in altri è implicito nelle pratiche necessarie per realizzarli. L’acqua pulita, l’istruzione di qualità, la fame, la salute e il benessere, non sono problemi dei ricchi. L’accesso a questi «servizi» è un diritto prima di essere un bisogno, ma è limitato per le fasce più vulnerabili della popolazione. Se questi sono punti salienti di un percorso che vuole rendere sostenibile il pianeta, non è possibile affrontarli senza intervenire in modo strutturale, e non soltanto caritatevole, sulle disuguaglianze sociali.Possiamo allora affermare che la lotta contro la povertà costituisce una delle finalità principali dell’Agenda 2030. Ma esistono davvero le condizioni per realizzarla? E attraverso quali strumenti politici ed economici? In che modo potranno essere affrontate le grandi urbanizzazioni che concentrano quote sempre maggiori di povertà?Il capitalismo e la civiltà industriale occidentale si sono alimentati di un’idea di progresso resa possibile dall’avanzamento tecnico, trasformato progressivamente nella morale identitaria della modernità. Questo processo ha prodotto una separazione sempre più netta tra politica, economia e tecnologia da un lato, biosfera, ecologia e limiti ambientali dall’altro.Come ricorda Günther Anders, il mondo è stato a lungo considerato una «miniera da sfruttare» (L’uomo è antiquato, vol. 2, 2007). Oggi la complessità della crisi contemporanea impone invece la necessità di definire nuovi paradigmi di sviluppo (o di decrescita), capaci di affrontare anche le disuguaglianze, le vecchie e nuove povertà, le crisi climatiche e la redistribuzione delle ricchezze. Su questo terreno, tuttavia, le istituzioni politiche appaiono in ritardo.Che povertà e miseria siano state condizioni funzionali all’accumulazione del capitale emerge con forza già durante la rivoluzione industriale. Le lotte sociali, sindacali e politiche tra Ottocento e Novecento hanno certamente migliorato le condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, ma non hanno eliminato le contraddizioni profonde del modello industriale. Nel mondo colonizzato dalle potenze europee, molti insediamenti urbani vennero progettati secondo i principi urbanistici pensati per «igienizzare» le città industriali occidentali: luce, aria, verde, grandi assi viari. Tuttavia, questi modelli erano destinati soprattutto agli spazi abitati dagli europei e dalla borghesia emergente.Alcune forme contemporanee di urbanizzazione globale ancora oggi sembrano riprodurre questa logica segreVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Usa, l’impero dei debiti e il tramonto del dollaro
di Chris HedgesProseguendo il loro confronto, Hedges e Wolff analizzano i meccanismi finanziari che tengono sotto scacco gli Stati Uniti, tra crescente indebitamento, ruolo internazionale del dollaro e trasformazioni dell’equilibrio tra potenze. A partire dalla cecità della classe dirigente Usa, arroccata su schemi consolidati dagli anni Ottanta, Wolff traccia la mappa di un sistema-mondo frammentato. Privo di canali di diplomatici adeguati, il sistema si trova esposto al rischio di una depressione globale.Seconda parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVESuperpotenza al tramonto Gli Stati Uniti affrontano la fine della loro egemonia. Un cambiamento epocale che la classe dirigente nega, moltiplicando errori geopolitici ed economici.Crisi del dollaro La crescita della Cina e le strategie del Global South sottraggono al dollaro il suo ruolo globale, minacciando di frenare la capacità statunitense di finanziare il suo debito pubblico.Declassamento Con l’aumento delle spese militari e il declassamento del rating, Washington rischia di subire tassi d’interesse più alti o un blocco dei prestiti esteri.Rottura delle catene Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran interrompe il commercio mondiale, procovando carenze di energia e di microchip.Depressione globale La mancanza di cooperazione internazionale e l’inasprimento dei conflitti trascinano l’intero sistema economico verso scenari di pesante recessione e deflazione.Nella prima puntata di questo colloquio, il giornalista Chris Hedges e l’economista Richard Wolff hanno analizzato come l’escalation militare in Medio Oriente stia mettendo a nudo le fragilità strategiche degli Stati Uniti. Ma quali sono le ricadute strutturali della crisi sul sistema economico globale? In questo secondo confronto, l’attenzione si sposta sui nodi finanziari che tengono sotto scacco Washington. Al centro dell’analisi, il crescente indebitamento degli Stati Uniti, il ruolo del dollaro come valuta di riferimento internazionale e le strategie di potenze come Cina, Russia e Iran, che tentano di ridurre la propria dipendenza dal sistema finanziario occidentale.Che ripercussioni genera sull’Impero la paralisi dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della sterminata catena di approvvigionamento?«Questo è un tasto dolente per me. Ritengo che il nostro impero sia finito. Credo che ciò che stiamo vivendo – tu, io, la nostra attuale generazione – sia l’esperienza brutta, sgradevole e spaventosa del declino di un impero. Nel corso dell’ultimo secolo, il nostro impero è cresciuto costantemente. Non per tutti, naturalmente, ma per una fetta di popolazione sufficiente a conferirle i tratti di una vera e propria espansione economica e strutturale. E ciò è avvenuto in particolar modo all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando tutti gli altri potenziali contendenti per quel ruolo di leadership si erano ridotti in macerie. Il risultato, in sostanza, è che siamo diventati i padroni del mondo.Da tale congiuntura sono scaturiti gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, decenni in cui si è assistito a quella strana esaltazione di tutto ciò che era americano, il cosiddetto “eccezionalismo americano”: l’idea che, se si era credenti, Dio amasse noi più di chiunque altro, e via discorrendo. Qual è l’origine di tutto ciò? Si è trattato di un classico abbaglio: l’incapacità di capire quanto fossero particolari le condizioni di quel momento, sfociata nell’illusione che vi fosse una qualche garanzia di immutabilità; o che, pur in presenza di un mutamento del contesto, la singolare posizione di privilegio degli Stati Uniti si sarebbe in qualche modo perpetuata. Ma non vi è nulla di più falso.A partire da circa 10 o 15 anni fa, ritengo che tale declino sia diventato evidente. Non tanto a livello di narrazione pubblica, poiché viviamo in un Paese che pratica sistematicamente quella che mia moglie, di professione psicoterapeuta, definisce una “negazione di massa”. Vi è un rifiuto categorico di prendere in considerazione la sola idea che l’impero sia al tramonto. Di conseguenza, ci si preclude di domandarsi: cosa significa? Come dobbiamo comportarci con la Cina, la Russia o l’Iran agendo in veste di impero in declino? Questo richiederebbe un cambio di paradigma radicale.A quel punto, l’obiettivo dovrebbe diventare quello di capire come gestire la transizione e attraversare la fase di declino senza farci saltare in aria o disintegrare l’intero pianeta. Non si tratta più di preservare la propria egemonia: quella è definitivamente svanita. Si tratta di trovare un modo sostenibile di gestire i rapporti. Ma i nostri leader non ragionano né si esprimono in questi termini. Parlano come se si trovassero ancora negli anni Settanta o Ottanta, quando si poteva verosimilmente sostenere che la posizione degli Stati Uniti fosse di dominio assoluto. Quel periodo è ormai finito.Il Vietnam ha segnato l’inizio della fine, forse persino la Corea, ma il Vietnam certamente; per poi proseguire con l’Afghanistan, l’Irak e ora l’Ucraina. È assurdo. Non siamo nella posizione di fare esibizioni di forza, nonostante la saggezza del senno di poi secondo cui l’amministrazione americana – Pete Hegseth, Donald Trump – era convinta di poter risolvere la questione iraniana nel giro di pochi giorni, assassinare l’Ayatollah, sganciare un po’ di bombe sull’Iran e convincersi che tutto sarebbe andato in pezzi a nostro favore. È un errore talmente catastrofico che ti lascia senza fiato.Per quanto mi riguarda, stiamo vivendo l’epilogo dell’Impero, un tracollo che è stato accelerato e reso ancor più imminente dalla crisi attualmente in corso in Medio Oriente. E poiché l’approccio americano continua a fondarsi sull’assunto illusorio di non avere un impero ormai in declino, si continuano a fare errori che finiscono per auto-alimentare il declino imperiale stesso. Ma è questo il prezzo imposto dalla negazione. È esattamente ciò che è avvenuto, a causa di una negazione del tutto analoga, nel tramonto di altri grandi imperi del passato: quello romano, quello greco, quello persiano, quello ottomano, nessuno escluso. Lo schema storico non diverge di molto. Si inizia con la negazione: non si riesce a crederci, non si vuole crederci, si decide deliberatamente di non crederci. Di conseguenza, si compiono errori macroscopici che rendono la caduta un dato di fatto stringente, accelerandone la dinamica.Al giorno d’oggi, quando mi trovo a rilasciare interviste ad organi di stampa britannici, li esorto in questo modo: “Aiutateci. Voi state gestendo il vostro declino da molto più tempo di noi”. L’Impero americano ha di fatto raccolto i cocci di quello che rimaneva dopo il collasso dell’Impero britannico, e i britannici hanno dovuto fare i conti con questa realtà per molto tempo. Noi stiamo solo iniziando ad affrontarlo, e lo stiamo facendo in maniera disastrosa».Vorrei chiederle dell’egemonia del dollaro, dello Swift e dei petrodollari […]. È in atto un tentativo da parte di Cina, Russia e certamente Iran di liberarsi dalla tirannia del dollaro?«Sì, e qui rintracciamo, se me lo consente, una splendida esemplificazione della nozione hegeliana di contraddizione. Ecco cosa intendo: i cinesi in particolare hanno capito – e va riconosciuto loro il merito – di aver raggiunto un traguardo formidabile. E a tal proposito, dovrei premettere (lei mi conosce, non se ne preoccuperebbe, ma di questi tempi mi tocca specificarlo): quanto sto per dire non costituisce un endorsement nei confronti della Cina. La Cina presenta innumerevoli problemi, che giustificherebbero un cospicuo numero di programmi a sé stanti. Non stiamo parlando di una società ideale o nulla di simile.Ciò detto, la crescita economica della Cina negli ultimi 40 anni ha registrato tassi fenomenali. Non mi risulta esservi alcun precedente al mondo – e la storia economica è la mia materia di studio. Nessuno ha mai conseguito un tale livello di crescita economica in una frazione temporale e storica così breve. Pertanto, i cinesi sono del tutto consapevoli del fatto che il miracolo dello sviluppo economico di cui si fregiano è avvenuto in un momento storico in cui gli Stati Uniti operavano in qualità di egemone e il dollaro in qualità di valuta globale.Di conseguenza – e ne ho discusso con economisti cinesi – hanno maturato la consapevolezza che è più saggio procedere con estrema cautela e senza fretta, poiché non intendono affossare un elemento che riconoscono come parte integrante del loro successo. Non hanno alcuna fretta di veder sparire il dollaro. Ritengono che tale eventualità sarebbe foriera di pericoli per loro stessi, per non parlare del resto del mondo. D’altro canto, come sottolineava giustamente lei, oggi sono la superpotenza economica concorrente a livello globale. Non vi è alcun dubbio. Non è la Russia. È la Cina. Il protagonista è la Cina. Chiaro? I cinesi sanno bene che le dinamiche sono queste, e sono perfettamente consapevoli del fatto che gli Stati Uniti traggono straordinari vantaggi tanto dal ruolo del dollaro come valuta mondiale, quanto dal peso specifico del dollaro all’interno del mercato del petrolio, parte integrante del loro ruolo nel mondo.E non dispiacerebbe loro godere di alcuni di quei privilegi – se vogliamo, i benefici e il valore che scaturiscono dall’avere la propria moneta nel ruolo di valuta globale. Vorrebbero che la loro moneta assumesse quel medesimo ruolo a loro vantaggio. Dunque, hanno un atteggiamento deferente nei confronti del dollaro e degli Stati Uniti, ed è proprio qui che si inscrive la contraddizione. Da un lato osteggiano il sistema, dall’altro lo assecondano. Lo si vede nei suggerimenti dati all’inizio agli iraniani, se ho letto correttamente i resoconti delle notizie. I cinesi stanno spingendo per porre fine alla guerra. Vogliono che anche gli iraniani facciano delle concessioni. È un po’ diverso rispetto ai consigli che penso l’Iran stia ricevendo dalla Russia. Anche tra di loro non mancano le divergenze. Tuttavia,Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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La trappola di Tucidide: il rischio di guerra tra Stati Uniti e Cina
di Graham AllisonLa metafora della «trappola di Tucidide» descrive i pericoli che emergono quando uno Stato in ascesa minaccia lo status quo. Finita al centro del dibattito internazionale, l’espressione è stata coniata dal professore di Harvard Graham Allison nel libro «Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?». L’autore paragona l’antica rivalità Atene-Sparta con l’attuale confronto Pechino-Washington. E sostiene che «nei prossimi decenni la guerra tra gli Stati Uniti e la Cina non sarà solo possibile, ma molto più probabile di quanto attualmente riconosciuto». Eppure, conclude, «non è inevitabile».Nota della direttriceOggi, dopo che il 14 maggio Xi Jinping l’ha evocata durante il colloquio con Donald Trump, tutti parlano della «trappola di Tucidide». Ma la nostra rivista si era occupata della lezione tratta dalla Guerra del Peloponneso quasi un anno e mezzo fa. Il 17 gennaio 2025 avevamo pubblicato un testo dell’autore della metafora, il politologo di Harvard Graham Allison. Ecco perché abbiamo deciso di riproporre la sua analisi, rendendola disponibile anche in formato audio. P.S. Krisis non si limita a informare sui grandi temi della geopolitica globale. Li anticipa.IN BREVELezione geopolitica Quando una potenza in ascesa minaccia l’egemone dominante, lo scontro armato diventa la regola storica e non l’eccezione, indipendentemente dalle intenzioni.Origine storica Il concetto di «trappola di Tucidide» nasce dall’analisi della sfida tra Atene e Sparta nel V secolo a.C., dove la paura del cambiamento strutturale rese inevitabile il conflitto.Scontro economico Il boom cinese ha ridotto la quota Usa nell’economia globale, trasformando Pechino in un rivale militare e politico formidabile per Washington.Precedenti Negli ultimi cinque secoli, in 12 casi su 16 la rivalità tra una potenza emergente e una dominante si è conclusa con una guerra catastrofica.Evitare il disastro Un conflitto globale non è una profezia inevitabile: Pechino e Washington possono scongiurarlo solo con profonde e dolorose misure correttive.In Italia è un concetto sconosciuto ai più. Nel consesso internazionale è invece un tema molto dibattuto. Lo evocano figure di spicco come il presidente cinese Xi Jinping e l’ex presidente statunitense Barack Obama, il ministro degli Esteri di Singapore Vivian Balakrishnan e il politologo Usa Joseph Nye.La «trappola di Tucidide» descrive il rischio di conflitto che si verifica quando una potenza emergente minaccia di superare una potenza dominante. Questa metafora, coniata dal politologo statunitense Graham Allison nel suo libro «Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?», si ispira agli scritti dello storico greco. Nella Guerra del Peloponneso, Tucidide analizzò la rivalità fra Atene e Sparta, egemone nella Grecia del V secolo a.C., evidenziando come il timore generato dall’ascesa di un nuovo attore possa spingere la potenza dominante verso il conflitto.Le similitudini con l’attuale relazione tra Stati Uniti e Cina sono evidenti: la crescita esponenziale di Pechino e il ridimensionamento di Washington ricordano proprio le dinamiche tra Atene e Sparta. Tuttavia, il conflitto non è inevitabile. Come sostiene Graham Allison, «la trappola di Tucidide è un avvertimento, non una profezia. Sebbene la storia mostri che il conflitto è più probabile che evitabile quando una potenza in ascesa sfida l’egemone dominante, non è inevitabile».Sulla stessa lunghezza d’onda Barack Obama: «Non dobbiamo cadere nella trappola di Tucidide, ma dobbiamo riconoscere che la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina richiede di essere gestita con attenzione». Più esplicito il presidente cinese Xi Jinping: «Non esiste una trappola di Tucidide nel mondo. Ma se le grandi potenze commettono errori strategici, potrebbero crearsela da sole».Per approfondire le origini di questa metafora e comprenderne le implicazioni nel contesto attuale, Krisis presenta ai lettori un estratto dal libro di Graham Allison, riflessione fondamentale per affrontare le sfide geopolitiche del nostro tempo.Negli studi di Relazioni internazionali, la frase citata più di sovente è quella in cui lo storico greco Tucidide spiega che: «La crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto».Tucidide descrisse la guerra del Peloponneso, un conflitto che nel V secolo a.C. travolse la sua patria, la città-Stato di Atene, e che con il tempo finì per stravolgere quasi tutta la Grecia antica. Da ex soldato, Tucidide osservò Atene sfidare quella che al tempo era la potenza egemone in Grecia, ossia la città-Stato di Sparta, con una forte tradizione militare. Assistette allo scoppio delle ostilità armate tra le due potenze e descrisse dettagliatamente lo spaventoso bilancio di vittime dello scontro. Non visse abbastanza da vederne l’amara conclusione, allorché una Sparta ormai stremata riuscì infine a sopraffare Atene, ma meglio così per lui.Mentre altri avevano individuato tutta una serie di cause che contribuirono allo scoppio della guerra del Peloponneso, Tucidide andò dritto al nocciolo della questione. Ponendo l’attenzione su «la crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani», egli individuò un movente essenziale alla base di alcuni tra i più catastrofici e sconcertanti conflitti della storia.Lasciando da parte le intenzioni, quando una potenza in ascesa minaccia di spodestarne un’altra al potere, la sollecitazione strutturale che ne deriva rende lo scontro violento la regola e non l’eccezione. Così è accaduto tra Atene e Sparta nel V secolo a.C., tra Germania e Gran Bretagna un secolo fa e per poco non ha portato alla guerra tra Unione Sovietica e Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta.Come molti altri, anche Atene era convinta che il proprio progresso fosse innocuo. Nei cinquant’anni che precedettero il conflitto, la città era emersa come un faro di civiltà. La filosofia, il teatro, l’architettura, la democrazia, la storia e la maestria in campo navale… Atene possedeva tutto questo e ben al di là di quanto si fosse mai visto prima di allora. Il suo rapido sviluppo cominciò quindi a minacciare Sparta, che di contro si era abituata al proprio ruolo di potenza egemone nel Peloponneso.Al pari della sicurezza e dell’orgoglio, in Atene andarono crescendo anche le pretese di ottenere rispetto e le aspettative per un cambiamento degli accordi affinché riflettessero le nuove realtà del potere. Come ci spiega Tucidide, queste non erano altro che reazioni naturali al mutare del suo ruolo. Come potevano, infatti, gli ateniesi non ritenere che i loro interessi meritassero un peso maggiore? Come potevano non esigere di dover esercitare un’influenza maggiore nella risoluzione delle controversie?È altrettanto naturale però, come ci chiarisce Tucidide, che gli spartani dovessero considerare le pretese di Atene irragionevoli e perfino irriconoscenti. Chi infatti, si domandavano giustamente i lacedemoni, aveva messo in sicurezza l’ambiente che aveva consentito ad Atene di prosperare? Mentre quest’ultima andava enfiandosi di un senso sempre maggiore della propria importanza e si sentiva autorizzata ad avere più peso e controllo, Sparta reagì invece con insicurezza, paura e con la ferma intenzione di difendere lo status quo.Dinamiche molto simili si possono ravvisare in una miriade di altri scenari, perfino nelle famiglie. Quando una rapida crescita fa di un adolescente un giovane uomo che minaccia di sovrastare i propri fratelli maggiori (o addirittura il padre), che cosa ci aspettiamo? Dovrebbe forse cambiare l’assegnazione delle camere da letto, dello spazio nell’armadio o dei posti a sedere, per riflettere l’importanza di ognuno al pari delle età?Nelle specie dominate dall’individuo alfa, come i gorilla, quando un possibile successore diventa più grande e più forte sia il capobranco che l’aspirante si preparano a una prova di forza. Nel mondo delle imprese, quando le tecnologie dirompenti consentono a giovani aziende come Apple, Google e Uber di penetrare rapida- mente in nuovi settori produttivi il risultato è spesso un’aspra concorrenza, che costringe le aziende affermate come Hewlett-Packard, Microsoft o le compagnie di taxi a adattare i propri modelli d’impresa, oppure a soccombere.La trappola di Tucidide riguarda il naturale quanto inevitabile scombussolamento che si genera quando una potenza in ascesa minaccia di spodestare il potere dominante. Ciò può avvenire in ogni ambito; tuttavia, le sue implicazioni sono estremamente pericolose negli affari internazionali. Proprio perché l’esempio originale di questa trappola finì per risolversi in una guerra che mise in ginocchio la Grecia antica, nei secoli successivi questo fenomeno ha tormentato tutte le diplomazie. Oggi essa sta conducendo le due maggiori potenze mondiali verso un cataclisma che nessuno desidera, ma che potrebbero dimostrarsi incapaci di evitare.Gli Stati Uniti e la Cina sono destinati alla guerra?Il mondo non ha mai conosciuto niente di simile al rapido cambiamento strutturale nell’equilibrio globale che si è prodotto con l’ascesa della Cina. Se gli Stati Uniti fossero una società di capitali, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale essi avrebbero rappresentato circa il 50 per cento del mercato economico globale. Nel 1980 il dato sarebbe sceso al 22 per cento. E oggi (2017, ndr), tre decenni di crescita a due cifre da parte della Cina hanno ridotto la quota statunitense al 16 per cento.Se continuerà l’andamento attuale, nei prossimi trent’anni la quota americana nella produzione economica globale si ridurrà ulteriormente fino all’11 per cento. Nello stesso periodo, invece, la quota cinese nell’economia globale schizzerà dal 2 per cento nel 1980 al 18 per cento nel 2016 e raggiungerà il 30 per cento nel 2040.Il suo sviluppo economico sta trasformando la Cina in un formidabile rivale politico e militare.Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Mythos, quando la sicurezza informatica diventa geopolitica
di Giuseppe SpertiIl progetto Glasswing promette di scoprire vulnerabilità informatiche su scala industriale. Il modello automatizza un processo finora affidato all’esperienza di pochi specialisti e lo rende continuo, sistematico, potenzialmente illimitato. La cybersecurity cambia pertanto natura: non più solo una sfida tecnica, diventa una leva strategica. In gioco non ci sono solo sistemi e dati, ma equilibri di potere tra Stati e capacità di pressione nel nuovo spazio digitale.Seconda e ultima puntata della serie Glasswing: il progetto riservato che rivoluzionerà la geopolitica della cybersecurityIN BREVESicurezza geopolitica L’intelligenza artificiale applicata alla cybersecurity trasforma la ricerca delle falle informatiche in un fattore strategico che altera gli equilibri di potere globali.Il gap tecnologico Il controllo iniziale della coalizione Glasswing garantisce un vantaggio temporaneo, ma la natura duale del software rende la proliferazione tra le superpotenze inevitabile.Rischio inflazione Se diversi attori replicheranno modelli simili, il sistema di disclosure entrerà in crisi, generando un’inflazione di zero-day superiore alla capacità umana di applicare patch.Frammentazione globale La nascita di ecosistemi tecnologici separati e non comunicanti spezzerà la cooperazione globale, lasciando l’Europa esposta, a causa della sua dipendenza da tecnologie altrui.Corsa contro il tempo La vera resilienza non risiederà nella scoperta delle vulnerabilità, ma nella capacità e nella velocità di riparare i sistemi prima che una macchina perpetua possa sfruttarli.Nella prima parte di questa serie di due puntate, abbiamo ripercorso la storia di WannaCry – il ransomware che nel maggio 2017 paralizzò ospedali, ferrovie e aziende in 150 Paesi. Abbiamo visto come un exploit sviluppato dalla Nsa finì nelle mani sbagliate. Abbiamo esplorato le fragilità strutturali che resero possibile quella catastrofe: vulnerabilità nascoste nel codice, patch che arrivano ma non vengono installate, sistemi dimenticati e mai aggiornati.E abbiamo chiuso l’articolo con una domanda: che cosa succederebbe se qualcuno potesse industrializzare quel processo? Se esistesse uno strumento capace di trovare vulnerabilità critiche non una alla volta, frutto del lavoro paziente di ricercatori specializzati, ma a decine, a centinaia, in modo continuo e automatico?Torniamo all’annuncio di Anthropic dell’aprile 2026, ma con occhi diversi. Che cosa sappiamo ora? Sappiamo cosa significa trovare una vulnerabilità critica. Sappiamo quanto sia prezioso il tempo tra scoperta e correzione. Sappiamo quanto sia fragile l’equilibrio su cui si regge la sicurezza di sistemi da cui dipendono ospedali, economie e governi.Mythos è un modello di intelligenza artificiale progettato per fare su scala industriale ciò che, fino a oggi, richiedeva anni di esperienza umana concentrata: esplorare sistemi software complessi, comprenderne le interazioni, identificare le debolezze nascoste nelle pieghe del codice.Un ricercatore di sicurezza esperto – uno di quelli che trovano vulnerabilità critiche, non semplici bug – può analizzare in profondità forse qualche decina di progetti significativi nel corso di un’intera carriera. Un team ben finanziato, con strumenti all’avanguardia, può estendere quella portata di un ordine di grandezza. Ma esistono milioni di progetti software in circolazione; miliardi di righe di codice; librerie che dipendono da altre librerie in catene che nessuno riesce più a tracciare completamente.Mythos cambia l’equazione. Può scandagliare simultaneamente migliaia di codebase. Può mantenere in memoria le connessioni tra componenti diversi, notando quando una debolezza in una libreria oscura si propaga a software critico che la utilizza. Può lavorare senza pause, senza distrazioni, senza i limiti cognitivi che vincolano l’attenzione umana. E può farlo mentre il codice evolve, giorno dopo giorno, aggiornando continuamente la propria comprensione.Dualità intrinsecaLa stessa capacità che permette di trovare una vulnerabilità per correggerla è, per sua natura, la capacità di trovare una vulnerabilità per sfruttarla. Non esiste un modo tecnico per distinguere le due intenzioni. Il codice non sa se chi lo analizza vuole proteggerlo o attaccarlo.Questa dualità intrinseca è il motivo per cui Glasswing è stato annunciato con tanta cautela. È il motivo per cui l’accesso è ristretto. È il motivo per cui le dichiarazioni ufficiali hanno insistito sui rischi invece che sulle opportunità.Se Mythos può trovare vulnerabilità a un ritmo che l’ecosistema attuale non è in grado di assorbire, le conseguenze dipendono interamente da chi controlla quella capacità e da come decide di usarla. Nelle mani di chi vuole difendere, può accelerare la correzione delle falle più critiche, dando priorità a ciò che conta davvero. Nelle mani di chi vuole attaccare, può generare un flusso continuo di armi digitali, saturando le difese avversarie più velocemente di quanto riescano ad adattarsi. E nel mezzo – nella zona grigia dove operano Stati, agenzie di intelligence e attori che non distinguono nettamente tra difesa e attacco – apre possibilità strategiche che meritano di essere comprese.Quando emerge una capacità come quella di Mythos, la domanda non può essere soltanto tecnica. Non basta chiedersi come si possa usare responsabilmente o quali procedure vadano adottate per gestirla. Bisogna chiedersi: cosa può fare un attore razionale – uno Stato, un blocco di potere, un’alleanza – che dispone di questa leva e che i suoi avversari non hanno? Si aprono almeno due forme di vantaggio strategico. Nessuna delle due richiede un attacco visibile o un atto di guerra dichiarata.Vantaggi & svantaggiSapere prima di chiunque altro dove si trovano le fragilità nei sistemi di un avversario – o di interi settori critici del suo tessuto economico e istituzionale – significa disporre di una mappa che l’altro non ha. Non è necessario sfruttare immediatamente quelle vulnerabilità. Si può scegliere di conservarle come opzioni: strumenti da usare se e quando le circostanze lo richiederanno.È il potere della conoscenza asimmetrica: io so dove sei vulnerabile, ma tu non sai che cosa io sappia. È una forma di vantaggio che non lascia tracce, non viola trattati, non appare nei notiziari – ma pesa. Anche senza compiere alcun attacco, la sola possibilità credibile di un flusso continuo di vulnerabilità «nuove» può spingere istituzioni e aziende avversarie in una postura difensiva permanente.Immagina di essere il responsabile della sicurezza di un’infrastruttura critica di un Paese che non ha accesso a strumenti come Mythos. Sai che esistono, sai che altri li usano, ma non sai cosa abbiano già trovato nei sistemi da cui dipendi. Ogni giorno devi chiederti: quali falle conoscono che io non conosco? Cosa potrebbero fare domani che non ho modo di prevedere oggi?Questa incertezza logora. Consuma risorse. Impone priorità distorte. Costringe a investimenti difensivi che potrebbero essere inutili o mal calibrati, perché basati su ipotesi invece che su informazioni. È una forma di pressione che non ha bisogno di concretizzarsi in un attacco per produrre effetti reali.Se la capacità di modelli come Mythos è strategica – se può alterare equilibri di potere – allora la sua distribuzione non è più una scelta commerciale o tecnica. È una scelta geopolitica.La restrizione dell’accesso operata dalla coalizione Glasswing non è un capriccio né una strategia di marketing dell’esclusività. È il tentativo consapevole di evitare che una capacità intrinsecamente duale – utilizzabile sia per difendere sia per attaccare – entri nel sistema internazionale come una commodity, disponibile a chiunque abbia le risorse per acquistarla.È una logica che riecheggia decisioni prese in altri domini strategici: i regimi di non-proliferazione nucleare, i controlli sull’export di armi avanzate, le restrizioni sui materiali sensibili. Con una differenza cruciale: nel mondo digitale, le barriere sono più porose. Replicare una capacità software è più facile che costruire una centrifuga per l’arricchimento dell’uranio. Il tempo necessario per colmare un gap tecnologico può essere molto più breve.Questo ci porta alla domanda centrale, quella che definisce lo scenario che si sta aprendo: in un mondo multipolare, attraversato da rivalità sistemiche e sfiducia reciproca, chi può davvero permettersi di restare fuori da una capacità che ridisegna il rapporto tra vulnerabilità, potere e stabilità?La domanda non ammette una risposta univoca. Ammette piuttosto tre scenari, tre traiettorie che vale la pena esplorare perché ciascuna illumina una logica diversa e un diverso equilibrio di rischi.Tre scenariNel primo scenario, la coalizione Glasswing mantiene il controllo. L’accesso a Mythos resta confinato a un perimetro ristretto di alleati americani e partner tecnologici fidati. Nessun altro attore riesce a replicare la capacità in tempi brevi. Il vantaggio informativo diventa strutturale. Il sistema di disclosure coordinata si biforca: continua a esistere per le vulnerabilità ordinarie, quelle che non hanno rilevanza strategica. Ma le falle critiche – quelle nei sistemi di avversari o potenziali avversari – seguono canali riservati, invisibili al resto del mondo.Gli esclusi – come Cina e Russia – investono massicciamente per sviluppare capacità equivalenti, ma il gap temporale pesa. Nel frattempo, la coalizione dispone di una leva permanente. È una forma di deterrenza asimmetrica, più sottile di un attacco ma non meno reale.I rischi di questo scenario sono principalmente due. Il primo è l’instabilità dell’esclusione: chi è fuori potrebbe interpretare anche intrusioni esplorative come atti ostili, innescando escalation non volute. Il secondo è la fragilità interna del club: fughe di informazioni, dissidi commerciali tra i partner, pressioni per monetizzare la capacità potrebbero erodere la coesione più rapidamente di quanto si immagini.Nel secondo scenario, altrVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Iran, dagli Ayatollah ai Pasdaran
di Pierluigi FrancoDopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, l’Iran sta vivendo una metamorfosi epocale: dal dominio carismatico delle guide spirituali al potere tecnocratico-militare dei falchi. Grazie a droni avanzati e missili ipersonici, Teheran è ormai considerata da parecchi analisti la quarta potenza mondiale, nonostante l’assenza dell’arma atomica. Oltre al petrolio, la nuova minaccia corre sui cavi Internet sottomarini dello Stretto di Hormuz, arma digitale capace di paralizzare l’economia globale.IN BREVEPotere dei Pasdaran La morte di Khamenei segna il passaggio dal clero al dominio dei Guardiani della Rivoluzione. Mohammad Bagher Zolghadr emerge come fulcro del nuovo assetto militare.Arsenale tecnologico L’Iran è diventato una grande potenza in campo tecnologico grazie al reverse engineering di droni occidentali. I missili ipersonici Fattah possono superare i Mach 15 eludendo ogni difesa.Trappola geostrategica Le strategie Usa sembrano aver sottovalutato la resilienza iraniana. L’offensiva militare ha rafforzato i vertici di Teheran invece di abbattere il regime esistente.Scacchiere mediorientale Mentre Trump rivendica vittorie incerte, l’Iran tiene testa agli Stati Uniti. Il conflitto resta alimentato dalle necessità politiche interne di Benjamin Netanyahu.Minaccia digitale Il controllo dello Stretto di Hormuz mette a rischio i cavi internet sottomarini. Un sabotaggio digitale paralizzerebbe transazioni globali per 10.000 miliardi di dollari.Non manca giorno senza che Donald Trump annunci la vittoria sull’Iran. Ai più, però, non è chiaro di quale vittoria si tratti. La realtà sembra essere ben altra, con un Iran sempre più in grado di tenere testa agli Stati Uniti. E, ancora una volta, le strategie americane sembrano aver sottovalutato chi si trovano di fronte.Sarà per mancanza di conoscenza e di analisi storica, o sarà forse per pressapochismo giustificato dalla certezza di essere «superpotenza», di certo quella grande operazione militare che avrebbe dovuto abbattere in pochi giorni il regime iraniano non sembra aver prodotto gli effetti sperati. Anzi, l’impressione è che abbia notevolmente rafforzato i vertici di Teheran soprattutto favorendone il rinnovamento dopo aver eliminato i vecchi leader.Se fino al 28 febbraio scorso il Paese era sotto l’autorità religiosa, assoluta e soprattutto carismatica della Guida suprema Ali Khamenei, oggi sente il peso dei Guardiani della Rivoluzione, sempre più potenti, che sembrano aver sostituito il clero nella guida dell’Iran.Si ha la netta impressione che, con la morte di Khamenei, l’Iran non sia più quel «Paese degli Ayatollah» così definito dal 1979, bensì il «Paese dei Pasdaran». È evidente che la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei non può contare sul carisma e sul potere del padre, mentre il clero sembra pressoché scomparso dalle decisioni politiche iraniane. Così emergono elementi cari ai Pasdaran, tutti considerati falchi, mostrando che il potere a Teheran è tutt’altro che indebolito. L’uccisione a marzo di Ali Larijani ha lasciato il posto di Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale a Mohammad Bagher Zolghadr.Generale dei Pasdaran, Zolghadr ha mantenuto anche l’importante ruolo di segretario del Consiglio per il discernimento. Di lui si parla poco, compare raramente, ma sono in molti a credere che sia il vero fulcro dell’attuale potere iraniano. A lui sembra fare riferimento anche l’attuale comandante dei Pasdaran, Ahmad Vahidi, nominato il 1° marzo scorso subito dopo l’uccisione di Mohammad Pakpour.E sempre legato ai Guardiani della rivoluzione, di cui è stato generale e capo delle Forze aeree, è anche un’altra figura emergente: il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, finora quasi sconosciuto al di fuori dell’Iran e balzato alla notorietà per essere stato il capo delegazione nelle trattative con gli Stati Uniti.Nuova geografia del potereIl mondo si sta accorgendo, forse con un po’ di ritardo, che l’Iran sta mettendo in luce una crescente rilevanza geostrategica. In molti parlano ormai di quarta potenza mondiale dopo Usa, Cina e Russia, nonostante sia l’unica a non avere l’arma atomica. Ma a ben vedere, soprattutto in questo momento, andrebbe inserita anche una quinta potenza che è il grande attore del caos e che sembra comandare anche a Washington: Israele.È chiaro a tutti che a impantanare gli Usa nella trappola di Hormuz sia stato Benjamin Netanyahu, al quale giova tenere aperti i fronti di guerra evitando così quel carcere per corruzione che lo aspetta da anni. Incomprensibile, se non per gli affari da palese «insider trading», resta però il fatto che, a quanto pare, nessuna analisi di intelligence abbia suggerito maggiore prudenza a Trump e ai suoi consiglieri. D’altra parte, che l’Iran fosse una potenza era noto da tempo, non avendo mai fatto mistero delle sue strutture e dei suoi armamenti.Sul fronte dei droni, ad esempio, gli iraniani sono stati capaci di un notevole salto generazionale grazie proprio alla superficialità statunitense. Senza bisogno di operazioni di spionaggio, l’industria aeronautica iraniana ha infatti costruito gran parte del suo arsenale attraverso il «reverse engineering» di velivoli occidentali catturati o abbattuti.Il salto di qualità è avvenuto nel 2011 quando Teheran ha realizzato i droni «Saegheh» e «Shahed 171», dopo aver catturato sul proprio territorio un drone spia stealth statunitense «RQ-170 Sentinel». E poi ancora lo «Shahed 129», ispirato al «General Atomics MQ-1 Predator» americano o lo «Shahed 149», versione iraniana del «MQ-9 Reaper». Ma gli iraniani sono riusciti ad attingere anche da Israele, realizzando lo «Shahed 136» ispirandosi al drone israeliano anti-radar «IAI Harpy».E che dire dei missili? Già prima dell’attacco israeliano e statunitense era noto che l’Iran possedeva un potente arsenale missilistico. D’altra parte, Teheran non ne ha mai fatto mistero. Secondo le stime di esperti occidentali, nonostante quelli già lanciati dopo l’attacco, la Repubblica islamica può contare ancora su una disponibilità di oltre 2.500 missili balistici e su un gran numero di lanciatori sotterranei.Negli ultimi mesi il mondo ha potuto constatare che la potenza missilistica iraniana non era fondata sul bluff, potendo contare su missili a corto e medio raggio di notevole potenza. Il cardine dell’arsenale è senz’altro costituito dai missili balistici «Shahab», in particolare lo «Shahab-3»; ci sono poi missili a combustibile solido «Sejjil» di nuova generazione, conosciuti anche come «missili danzanti», che hanno una più rapida esecuzione di lancio e sono difficili da individuare.Ma l’Iran è all’avanguardia anche sui missili ipersonici con i suoi «Fattah», in grado di muoversi a una velocità superiore a Mach 15 (circa 18.000 km orari), manovrare in atmosfera e superare le difese aeree.Hormuz, la guerra dei caviMa la più potente arma dell’Iran resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Anche se era noto da sempre, gli americani e il mondo sembrano essersi accorti soltanto ora di quanto sia strategicamente importante quel passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Dopo l’attacco, come era prevedibile, l’Iran ha dimostrato come il controllo selettivo su Hormuz permetta di influenzare i prezzi energetici globali e minacciare il commercio internazionale. A ciò si aggiunge un’altra vulnerabilità tutt’altro che sottovalutabile: i cavi sottomarini che garantiscono le comunicazioni digitali.Come spesso accade nella Repubblica Islamica, i Pasdaran lanciano messaggi «indiretti» tramite i media a loro legati. Così è accaduto che l’agenzia di stampa Tasnim ha sollevato il problema invitando l’Iran a trarre profitto dai cavi internet che attraversano lo Stretto di Hormuz, ricordando che la via navigabile non è soltanto un punto nevralgico per l’energia e il trasporto marittimo, ma anche di pressione per il settore digitale. Il titolo del servizio di Tasnim non lascia dubbi sulle intenzioni future: «Tre misure concrete per generare entrate dai cavi internet dello Stretto di Hormuz».L’agenzia di stampa iraniana ha ricordato così che attraverso quei cavi sottomarini in fibra ottica passano ogni giorno transazioni finanziarie per oltre 10.000 miliardi di dollari, ritenendo illogico che l’Iran sia privato dei benefici economici di questa infrastruttura. Le tre misure proposte suggeriscono di addebitare alle aziende straniere le spese di licenza e di rinnovo annuale, richiedere alle principali aziende tecnologiche come Meta, Amazon e Microsoft di operare secondo il sistema normativo iraniano e, infine, di concedere alle aziende iraniane il controllo esclusivo sulla manutenzione e la riparazione dei cavi.Per Tasnim non c’è dubbio: in questo modo Hormuz diventerebbe «un centro strategico per la creazione legittima di ricchezza». Difficile pensare che le grandi aziende tecnologiche siano pronte a pagare. Facile invece pensare a un modo «elegante» per far sapere di essere pronti a ogni azione su quei cavi in caso di nuovi attacchi ventilati a Washington.A Teheran, dunque, sanno bene di avere un altro strumento capace di mettere in ginocchio il mondo. I cavi che transitano nel tratto di mare davanti alla lunga costa persiana sono fondamentali per tutti i servizi che collegano in rete Asia, Medio Oriente, Africa e Europa. In caso di danneggiamenti le conseguenze sarebbero incalcolabili, ben maggiori di un bombardamento.Il messaggio è chiaro. E, forse, qualcuno potrebbe averlo già sussurrato a Trump.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionalePierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dellVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale
di Chris HedgesDalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.Prima parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVEMercati in apnea Secondo Wolff, la paralisi dello Stretto di Hormuz sta innescando uno choc sistemico globale. Il rincaro di energia e fertilizzanti trascina l’economia verso una depressione senza precedenti.Catene spezzate Il modello della massimizzazione del profitto ha creato filiere lunghe e fragili. La dipendenza logistica da snodi critici espone ora le corporation a paralisi operative fatali.Costi sociali Mentre le aziende hanno ignorato le esternalità negative, i cittadini ne pagano il conto. La perdita di posti di lavoro e il caro vita colpiscono duramente le fasce più deboli.Declino imperiale Gli investimenti vengono sottratti ai bisogni sociali per finanziare infrastrutture d’emergenza. Il tramonto dell’egemonia Usa emerge nella gestione politica delle riserve energetiche.Rischio deflattivo Oltre l’inflazione, il sistema teme una contrazione drastica dei consumi. Se il potere d’acquisto crolla, le imprese saranno costrette a tagli dei prezzi in uno scenario di crisi.Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times. Milioni di persone, in particolar modo in Asia e in Africa, rischiano di sprofondare in una povertà estrema a causa del conflitto, secondo quanto segnalato dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.Gli Stati Uniti, in qualità di esportatori netti di petrolio e gas naturale, sono rimasti relativamente isolati dallo choc globale, sebbene i prezzi della benzina siano aumentati di un dollaro al gallone dal 28 febbraio. Tuttavia, la situazione non rimarrà tale qualora l’Iran non dovesse riaprire presto lo Stretto. Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è già aumentato di quasi il 50 per cento, superando i 5,60 dollari al gallone. L’aumento dei prezzi del carburante, unito alle crescenti carenze e alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento, inizierà a gravare pesantemente sull’economia statunitense, dal momento che tutto ciò che paghiamo – inclusi beni di consumo, prodotti alimentari e trasporti – subirà rincari.Non stiamo solo sfiorando una recessione globale, ma, se la chiusura dello Stretto non verrà risolta, rischiamo una depressione globale, con tutta la sofferenza e l’inevitabile instabilità socio-politica che le crisi finanziarie catastrofiche infliggono alle società. Oggi si unisce a me, per discutere le conseguenze economiche della guerra, il professor Richard Wolff, emerito di Economia presso la University of Massachusetts-Amherst e professore ospite presso il programma di specializzazione in affari internazionali della New School. Ha inoltre insegnato economia alla Yale University, alla City University di New York, alla University of Utah e all’Università di Parigi.Vorrei iniziare, Rick, esaminando un aspetto di cui non si è discusso diffusamente: le catene di approvvigionamento. Quanto sono fragili (stiamo già assistendo, ovviamente, al loro deterioramento), quant’è difficile ripristinarle e quali sono le conseguenze di un loro grave danneggiamento.«D’accordo, è un ottimo punto di partenza. Chris, mi consenta di dedicare un momento alla storia economica. In particolare a partire dagli anni Settanta, le grandi corporation capitalistiche (americane, ma anche dell’Europa occidentale, giapponesi e altre) hanno seguito la direttiva della massimizzazione del profitto – la religione del capitalismo, per farla breve – spostando la produzione a livello globale, che è passata dall’essere concentrata negli Stati Uniti, ad esempio, all’essere sparsa in tutto il mondo. Nel 1970, Detroit era il fulcro dell’industria automobilistica in questo Paese. E tutt’intorno a Detroit, c’erano letteralmente centinaia di piccole e medie imprese che alimentavano quel settore, nel raggio di 20-50 miglia dalla città. Tutto ciò è svanito e Detroit ne è la dimostrazione. Per dare un’idea delle conseguenze sociali, oggi la sua popolazione è di circa 700.000 persone. Nel 1970 sfiorava i 2 milioni di abitanti. Questa è la demografia, per così dire, di ciò che è accaduto a quell’industria. Ebbene, la produzione si è spostata all’estero. E la realtà è questa: se si va all’estero – in Cina per un certo tipo di attività, in India per un altro, in Brasile per un altro ancora – ciò che si va a creare sono lunghe catene di approvvigionamento. Non è una questione di tecnologia. Spesso è frutto di un malinteso credere che la tecnologia moderna lo richieda. No, non è così. Lo spostamento non riguarda la tecnologia moderna: le tecnologie installate in Cina non sono poi così diverse da quelle che venivano installate qui. La realtà era che il costo del lavoro in Cina era molto più basso, e la disperazione di quei Paesi nel voler attirare posti di lavoro ha fatto sì che offrissero profitti altissimi e le corporation americane hanno accettato l’offerta. Nessuno ha puntato loro una pistola alla testa. Niente è stato fatto sotto costrizione. Si è trattato di un normale investimento capitalistico, volto a ricercare profitti più elevati. Il risultato finale, che non hanno calcolato perché raramente lo fanno, è stato non tenere conto di tutte le conseguenze secondarie scaturite dalle lunghe catene di approvvigionamento. Esaminiamo tali conseguenze. Le corporation non hanno tenuto conto di quello che sto per dire. Per loro, la prospettiva di profitti più alti chiudeva la questione. Ecco alcune delle conseguenze: occorre percorrere lunghe distanze per riportare il prodotto finito dalla Cina, o dall’India, o dal Bangladesh o dovunque sia stato prodotto, negli Stati Uniti per la vendita. Questo significa diventare dipendenti dalle spedizioni, ovvero dall’industria navale. E significa essere dipendenti – per citare l’attualità – dallo Stretto di Hormuz, oltre che da Malacca, Panama, Suez. Ci sono molti di questi snodi, e oggi rivestono un’importanza che in passato non avevano. Secondo, quando si spediscono le merci su lunghe distanze, perlopiù via mare, si inquina l’oceano. Ciò andrà a intaccare i viaggi, la pesca, l’accesso all’acqua: tutta una serie di conseguenze secondarie che, naturalmente, avrebbero dovuto essere prese in considerazione. Terzo, sarai soggetto alle turbolenze politiche: se la tua rotta di navigazione passa di qui o di là, se hai bisogno di strutture di stoccaggio lungo il percorso (il che di solito è necessario per far fronte a imprevisti), devi disporre di postazioni favorevoli in cui svolgere tali operazioni. Inoltre, in qualsiasi momento chiunque può bloccarti. E se lo fanno, ti ritrovi improvvisamente paralizzato. Lo stiamo vedendo proprio ora […]. Noi, come società, abbiamo bisogno di sapere in cosa stiamo investendo, in termini di tutte le ricadute sociali ad esso connesse. O quantomeno per ciò che possiamo prevedere e misurare. Ma le aziende non lo fanno, perché non calcolano i costi che non sono tenute a coprire. Non sono responsabili dell’inquinamento delle acque; non sono responsabili delle turbolenze politiche che possono generare delle interruzioni. Di conseguenza, non devono tener conto di queste eventualità né devono accantonare fondi per gestire gli imprevisti. Niente di tutto questo: procedono con il loro investimento. Tutto ciò produce le conseguenze sociali che ho appena delineato. E noi – i cittadini, il governo, la società – veniamo lasciati a cercare di rimediare a ciò che non è stato previsto, mentre loro incassano profitti che derivano non dai benefici intrinseci dell’investimento, bensì dal fatto di non dover calcolare, e tanto meno coprire, i costi sociali coinvolti. Ora ci troviamo a convivere con questo sistema. La guerra tra l’Iran, gli Stati Uniti e Israele – a prescindere dall’opinione che se ne ha – rappresenta un’interruzione all’interno di una lunga catena di approvvigionamento. E ci stiamo facendo carico degli enormi costi sociali, che hai accuratamente elencato in parte all’inizio della trasmissione. Tutti quanti ci troveremo a lottare sul piano economico, politico e culturale: basti pensare cheVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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WannaCry, il prologo di una crisi che mette a rischio il sistema informatico globale
di Giuseppe SpertiDallo choc di WannaCry nel 2017 al misterioso annuncio del Progetto Glasswing nel 2026, l’ecosistema digitale affronta il passaggio verso un nuovo ordine geopolitico. Al centro della trasformazione c’è Mythos, il modello di Anthropic capace di automatizzare la caccia alle vulnerabilità informatiche. Un progetto che ridefinisce il confine tra protezione delle infrastrutture critiche e segreto di Stato.Prima puntata della serie Glasswing: il progetto riservato che rivoluzionerà la geopolitica della cybersecurityIN BREVEL’eredità di WannaCry L’attacco del 2017 ha svelato la fragilità delle infrastrutture critiche mondiali, paralizzando ospedali e trasporti attraverso lo sfruttamento di falle informatiche latenti.Arsenale digitale tradito La crisi esplose a causa di EternalBlue, un potentissimo exploit sviluppato dalla Nsa e sottratto da hacker, trasformando un’arma governativa in una minaccia globale.Vulnerabilità sistemiche Il software moderno è un intreccio di milioni di righe di codice dove gli errori sono fisiologici, creando crepe invisibili che attendono solo di essere scoperte.Scacco al patching La difesa digitale fatica a tenere il passo: aggiornare sistemi complessi richiede tempi e risorse che spesso superano la velocità di propagazione dei malware.Oltre l’emergenza Il Progetto Glasswing e l’Ia Mythos emergono nel 2026 per industrializzare la caccia alle falle, tentando di invertire un equilibrio geopolitico ormai compromesso.Lo scorso 7 aprile, Anthropic ha diffuso un comunicato che non somigliava a nulla di ciò a cui la Silicon Valley ci ha abituati. Nessun palco, nessuna demo spettacolare, nessuna promessa di rivoluzionare il mondo entro l’anno. Solo poche righe sobrie con cui l’azienda statunitense specializzata in intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica annunciava la nascita di Progetto Glasswing: una collaborazione con Amazon Web Services, Microsoft, Google, Nvidia e alcune delle principali aziende della cybersecurity americana.Al centro del progetto della società che ha sviluppato Claude c’è Mythos, un modello di intelligenza artificiale progettato per fare qualcosa di apparentemente tecnico: analizzare codice e trovare vulnerabilità nei software. Detto così, sembra un aggiornamento incrementale, l’ennesimo strumento per la sicurezza informatica. Ma chi conosce il settore ha colto subito i segnali anomali.L’accesso a Mythos non è pubblico. Non esiste un’Api commerciale, non c’è un programma per sviluppatori, non sono previste licenze nel breve termine. Il sistema è disponibile solo per i membri della coalizione e, a dar retta ad indiscrezioni, per alcune agenzie governative statunitensi. Le dichiarazioni ufficiali hanno insistito più sui rischi che sulle opportunità. In un settore che vive di hype e velocità, questa cautela ha il sapore di un avvertimento.Per capire cosa stia realmente accadendo – e perché Glasswing potrebbe essere il primo segnale visibile di una trasformazione più profonda – bisogna fare un passo indietro. Occorre tornare a un venerdì di maggio di nove anni fa, quando il mondo scoprì quanto fossero fragili le fondamenta digitali su cui aveva costruito ospedali, banche, governi e vite quotidiane.Quando gli schermi diventarono rossiLa prima segnalazione arrivò dalla Spagna, poco dopo le otto del mattino del 12 maggio 2017. Alcuni dipendenti di Telefónica, il colosso delle telecomunicazioni, trovarono i loro computer bloccati. Sugli schermi, un messaggio in rosso: i file erano stati cifrati, per riaverli bisognava pagare 300 dollari in bitcoin entro tre giorni. Dopo, il prezzo raddoppiava. Dopo sette giorni, tutto sarebbe stato perso per sempre.Nel giro di poche ore, il contagio esplose. Non era un attacco mirato: era un’epidemia. Il malware si propagava da solo, saltando da una macchina all’altra attraverso le reti locali e internet, senza bisogno che nessuno aprisse allegati o cliccasse su link. Bastava essere connessi e vulnerabili. E vulnerabili, quel giorno, lo erano in moltissimi.In Germania, i tabelloni delle stazioni ferroviarie iniziarono a mostrare il messaggio di riscatto al posto degli orari dei treni. In Russia, il ministero dell’Interno ammise che migliaia di computer erano stati compromessi. In Francia, gli stabilimenti Renault fermarono la produzione. FedEx, Hitachi, il sistema giudiziario di San Paolo: la lista delle vittime si allungava di minuto in minuto.Ospedali nel caosMa è nel Regno Unito che WannaCry – questo il nome del ransomware – mostrò il suo volto più inquietante. Il National Health Service, il sistema sanitario britannico, venne colpito con una violenza che nessuno aveva previsto. In poche ore, almeno 80 strutture sanitarie su 236 furono coinvolte. I medici non riuscirono più ad accedere alle cartelle cliniche. I sistemi di prenotazione erano fuori uso. Apparecchiature diagnostiche smisero di funzionare.Parecchi reparti d’emergenza vennero chiusi. Interventi chirurgici programmati vennero cancellati: 7.000 nella sola prima settimana. I medici tornarono a carta e penna, ma molte informazioni critiche restarono inaccessibili, intrappolate in computer che mostravano solo schermate rosse.Non era un’esercitazione, non era un film. Era il sistema sanitario di una delle nazioni più avanzate al mondo paralizzato da un software malevolo che si diffondeva più velocemente di quanto si riuscisse a contenerlo.Eroe accidentaleNel tardo pomeriggio, un ricercatore di sicurezza di 22 anni, Marcus Hutchins, stava analizzando il codice di WannaCry nella sua stanza nel Devon. Notò qualcosa di strano: il malware, prima di attivarsi, tentava di contattare un dominio Internet dal nome lunghissimo e in apparenza casuale. Se il dominio rispondeva, il malware si fermava. Se non rispondeva, procedeva con la cifratura.Poiché il dominio non era registrato, Marcus Hutchins lo comprò per poco più di 10 dollari. Non sapeva che in tal modo avrebbe attivato quello che gli esperti avrebbero poi chiamato il «kill switch», un interruttore d’emergenza nascosto nel codice. Nel giro di ore, la diffusione di WannaCry rallentò drasticamente.Ma, a quel punto, il danno era fatto. Centinaia di migliaia di computer in 150 Paesi erano già stati infettati. Le perdite economiche globali furono stimate in miliardi di dollari. Il range delle valutazioni andò da quattro a otto miliardi, a seconda di come si calcolarono i danni indiretti.Fuga dall’arsenale UsaLe indagini forensi successive rivelarono una verità scomoda. L’exploit utilizzato da WannaCry – il meccanismo che permetteva al malware di propagarsi automaticamente – non era stato creato da criminali comuni. Era stato sviluppato dalla National Security Agency degli Stati Uniti.Il suo nome in codice era EternalBlue. Era uno degli strumenti dell’arsenale digitale della Nsa, progettato per sfruttare una vulnerabilità nel protocollo SMB di Windows – un componente fondamentale che gestisce la condivisione di file e stampanti nelle reti. Per anni, l’agenzia americana aveva conservato questa conoscenza senza rivelarla a Microsoft, usandola per proprie operazioni di intelligence.Nell’agosto 2016, qualcosa era andato storto. Un gruppo che si faceva chiamare Shadow Brokers aveva iniziato a pubblicare online strumenti rubati alla Nsa, mettendoli all’asta o rilasciandoli gratuitamente. EternalBlue era finito in quel bottino. Nell’aprile 2017, un mese prima di WannaCry, l’exploit era diventato pubblico, accessibile a chiunque.Microsoft aveva rilasciato una patch a marzo, quando probabilmente aveva avuto sentore di ciò che stava per accadere. Ma due mesi non erano bastati. Troppe macchine non erano state aggiornate. Troppe organizzazioni non avevano dato priorità a quell’aggiornamento. E quando WannaCry colpì, trovò un terreno fertile di sistemi vulnerabili, esposti, in attesa.L’ombra della Corea del NordChi aveva trasformato EternalBlue in un’arma di distruzione di massa digitale? Chi aveva scritto WannaCry? Le agenzie d’intelligence di Stati Uniti, Regno Unito e altri Paesi puntarono a un colpevole: la Corea del Nord. Più precisamente, un gruppo noto come Lazarus Group, considerato legato al regime di Pyongyang. Lo stesso gruppo ritenuto responsabile dell’attacco alla Sony Pictures nel 2014 e di una serie di furti a banche internazionali attraverso il sistema Swift.Anche se l’attribuzione non è stata provata nel senso giudiziario del termine (nel cyberspazio, le prove definitive sono rare), il consenso nella comunità di intelligence appare solido. E poi, nel 2018, il Dipartimento di Giustizia americano aveva incriminato un programmatore nordcoreano, Park Jin Hyok.Il movente? Probabilmente denaro. Il regime nordcoreano, strangolato dalle sanzioni, aveva sviluppato capacità cyber offensive sofisticate. I ransomware potrebbero essere diventati uno strumento di quella strategia.Eppure, l’arma che aveva permesso l’attacco era americana. Un exploit sviluppato con fondi dei contribuenti statunitensi, sfuggito al controllo, probabilmente finito nelle mani di un avversario e usato per paralizzare alleati e infrastrutture occidentali. È come se una bomba costruita in un laboratorio militare fosse stata rubata e fatta esplodere nel cortile di casa.Anatomia di una catastrofeLa storia di WannaCry è avvincente. Ma per capirne davvero il significato – e per comprendere cosa c’entri con l’annuncio di Glasswing nove anni dopo – bisogna guardare oltre la narrazione da thriller. Occorre capire i meccanismi che haVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Apologia della storia: non c’è pace senza memoria condivisa
di Elisabetta BurbaIn questa rielaborazione giornalistica della conferenza tenuta a Banja Luka il 22 aprile scorso, la direttrice di Krisis analizza il problema della deformazione della memoria storica europea. Nell’anniversario della liberazione dell’Auschwitz dei Balcani, in Bosnia Elisabetta Burba ha indicato nel rigore della ricerca l’unica via per il superamento dei conflitti. A partire dalla prima tesi di laurea realizzata in Italia sul campo di sterminio croato, appena discussa alla Statale di Milano.IN BREVEIl silenzio su Jasenovac Per 80 anni il lager croato è rimasto un tabù accademico in Occidente. La tesi di Adrian Piccoli rompe il muro di silenzio su questa tragedia collettiva.La memoria come arma In Jugoslavia il dogma della «Fratellanza e unità» aveva depoliticizzato il trauma senza elaborarlo. Con la dissoluzione del Paese, i nazionalisti hanno usato questo passato non elaborato per alimentare l’odio.Revisionismo e propaganda Negli anni Novanta, la storia di Jasenovac è stata manipolata dai nazionalisti di entrambe le parti per giustificare la pulizia etnica e la guerra.Oltre il binomio etico La pace richiede di superare lo schema rigido tra vittima e aggressore senza negare le colpe. per disarmare la propaganda, bisogna restituire complessità ai processi storici.Modello sudafricano La riconciliazione nasce dalla storicizzazione, non da verità imposte dall’alto. La Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica insegna che conoscere il male è l’unica via per guarire.Il 29 aprile, presso l’Università degli Studi di Milano, è stata discussa la prima tesi di laurea italiana dedicata al campo di sterminio di Jasenovac. L’autore, Adrian Piccoli, ha spiegato di aver scelto il tema dopo aver letto gli articoli del dossier di Krisis dedicato all’Auschwitz dei Balcani. Tra ricordo e negazione: Jasenovac nel conflitto delle memorie balcaniche, questo il titolo della tesi magistrale in Scienze storiche, è una dotta analisi delle complesse dinamiche memoriali che circondano il lager in Slavonia. L’opera esamina il profondo contrasto tra il dovere della testimonianza e i fenomeni di negazionismo o di uso politico della storia che hanno segnato questa tragedia collettiva dal Dopoguerra a oggi.Per oltre 80 anni, in Occidente il campo di sterminio dello Stato Indipendente di Croazia, dove furono barbaramente trucidati almeno 100 mila fra serbi, ebrei e croati, era rimasto confinato in una sorta di cono d’ombra accademico. La tesi di Adrian Piccoli non rappresenta solo un traguardo individuale, ma il segnale che il muro di silenzio sta finalmente crollando. In un’epoca di nuove tensioni geopolitiche, riportare Jasenovac al centro del dibattito italiano non è un esercizio di archeologia del dolore, ma un atto di necessità civile.Il motivo è semplice. Jasenovac rappresenta il prisma attraverso il quale possiamo osservare un fenomeno di importanza capitale: la deformazione della memoria storica europea. Un processo che, dalle foibe della Seconda guerra mondiale all’allargamento della Nato a Est dopo il crollo del Muro fino alle guerre balcaniche degli anni Novanta, continua a condizionare tanto la coesione interna dei singoli Paesi quanto le relazioni fra Stati.Già… La storia ci insegna che, se la storia non è elaborata in modo scientifico e viene lasciata in mano a politici o a propagandisti, il passato non passa. Diventa invece un campo di battaglia, dove antiche tragedie si trasformano in pretesti per giustificare l’ingiustificabile. Se gli eventi storici non vengono elaborati, se non vengono inseriti in un contesto, se non vengono condivisi tra i diversi attori, il passato ritorna. Con tutta la sua violenza, il suo dolore e il suo sangue. Esattamente come è successo per Jasenovac negli anni Novanta.In sostanza, se non si restituisce complessità ai processi storici, andando oltre il binomio «aggressore/aggredito» non si ottiene la pace. Ma, attenzione: andare oltre il binomio aggressore/aggredito non significa ovviamente negare le responsabilità storiche. Significa depotenziare il successivo utilizzo strumentale di queste etichette da parte delle propagande nazionalistiche.Non c’è pace senza giustizia, come disse Papa Paolo VI («Se vuoi la pace, lavora per la giustizia») in occasione della Giornata mondiale della pace nel 1972. Ma non c’è pace nemmeno senza memoria condivisa. E Jasenovac lo dimostra in modo esemplare.Da tabù ad arma politicaPer comprendere il caso Jasenovac, dobbiamo analizzare come la memoria del campo fu gestita ai tempi della Jugoslavia socialista. Secondo quanto spiega Adrian Piccoli nella sua tesi, il regime di Josip Broz Tito adottò quella che possiamo definire una neutralizzazione della memoria. Il ricordo di Jasenovac veniva onorato, ma era stato completamente spogliato delle sue connotazioni etniche.Le vittime erano genericamente «vittime del terrore fascista», una formula necessaria per preservare il dogma della Fratellanza e unità, pilastro ideologico della Jugoslavia socialista. Tale dogma rappresentava l’obbligo politico di superare i conflitti etnici e religiosi tra i popoli jugoslavi, in nome di un’identità comune socialista.Universalizzare il sacrificio di Jasenovac serviva quindi a evitare che le colpe del passato schiacciassero con il loro peso le fondamenta del nuovo Stato federale. Un intento forse nobile, ma certamente miope. Come disse San Bernardo di Chiaravalle, e dopo di lui anche Karl Marx, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.Su questo fragile equilibrio, la Federazione jugoslava si resse per oltre 40 anni. Il dogma della Fratellanza e unità agì come cappa protettiva, impedendo una reale elaborazione del trauma. Jasenovac non era stato «dimenticato»: era stato depoliticizzato. Ma quando, dopo la morte di Tito, l’autorità della Lega dei comunisti iniziò a vacillare, tale rimozione riemerse con prepotenza. Non come ricerca storica, ma come strumento di rivendicazione identitaria.I risultati furono catastrofici. «Il vuoto lasciato dalla narrazione ufficiale della “Fratellanza e Unità”», scrive Piccoli, «è stato colmato dai nazionalismi emergenti, che hanno estratto Jasenovac dal cono d’ombra in cui era stato posto non per scopi di verità storica, ma per trasformarlo in un catalizzatore di odio e in uno strumento di mobilitazione bellica».Con l’inizio delle guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia, Jasenovac divenne il fulcro di due narrazioni opposte. In Croazia si sviluppò una forte spinta revisionista, guidata in parte dallo stesso leader nazionalista Franjo Tudjman, che era storico di formazione. Il suo obiettivo era ridimensionare la portata dei crimini ustaša per legittimare il nuovo Stato indipendente, sottraendolo all’ombra del passato criminale del regime fantoccio nazi-fascista di Ante Pavelic. Ebbero così inizio varie dispute sui numeri delle vittime, volte a minimizzare la portata storica dell’evento, e Jasenovac fu trasformato da campo di sterminio a «campo di lavoro» o di smistamento.Di pari passo, in Serbia, Slobodan Milošević e i media di Belgrado utilizzarono il ricordo del genocidio ustaša per alimentare la paura nelle popolazioni serbe di Croazia. Il messaggio era chiaro: «Se non imbracciate le armi, il 1941 si ripeterà». E Jasenovac fu trasformato in una prova dell’impossibilità di convivere con i croati, giustificando così la secessione armata e la pulizia etnica.Seconda JasenovacI serbi che vivevano in Croazia iniziarono davvero a temere una «seconda Jasenovac». Un timore che si trasformò in tragica realtà. A sostenerlo è Fausto Biloslavo, il giornalista di guerra che meglio di chiunque altro in Italia ha seguito i conflitti jugoslavi. All’evento organizzato da Krisis il 12 dicembre 2024 alla Casa della Cultura di Milano, Biloslavo ammise che «effettivamente, in un certo senso, in quegli anni ci fu una seconda Jasenovac».In quel vuoto, alimentato da decenni di silenzi e omissioni, si inserì un’ulteriore narrazione – questa volta esterna – che finì per esasperare le divisioni: la moralizzazione del conflitto. Alla fine della Guerra fredda, l’interpretazione delle tensioni internazionali subì una trasformazione radicale. Durante l’era dei due blocchi, venivano analizzate in prevalenza con la lente del realismo politico: interessi statali, equilibrio di potere e sfere d’influenza. Pur in presenza di elementi ideologici, il quadro analitico dominante rimaneva strategico.Negli anni Novanta, invece, ci fu un’inversione di rotta. In particolare nel contesto delle guerre jugoslave, l’Occidente passò al liberalismo interventista. E iniziò a inquadrare i conflitti attraverso categorie etiche come il vittimismo, l’aggressione e la responsabilità. Erano i tempi dell’«intervento umanitario» di Bill Clinton e, più tardi, della dottrina della «responsabilità di proteggere», adottata dall’Onu nel 2005 e poi usata da George W. Bush. Questo cambiamento si rifletté anche nel discorso pubblico, nelle narrazioni mediatiche e nelle interpretazioni accademiche.Il mutamento di rotta ebbe conseguenze importanti per l’interpretazione delle tragedie passate nei Balcani, dove la complessità dei processi storici fu sostituita da rigidi paradigmi etici. E la distinzione binaria tra «vittime» e «carnefici», applicata in modo schematico, trasformò la meVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Gli Stati Uniti cantano vittoria, ma avanzano verso la terza sconfitta
di Emmanuel ToddIn quest’intervista allo «Asahi Shimbun», lo storico francese interpreta il tramonto dell’egemonia statunitense come esito di una crisi strutturale. La guerra appare come una fuga in avanti nel tentativo di compensare limiti industriali e geopolitici emersi nel confronto con Russia e Cina. Ne deriva, secondo Todd, una crescente instabilità dell’ordine internazionale.IN BREVETramonto produttivo L’incapacità manifatturiera americana emerge nel conflitto ucraino, rivelando un sistema industriale non più in grado di sostenere una guerra su vasta scala.Scacco commerciale La sconfitta contro la Cina si palesa nella ritirata sui dazi: la dipendenza dalle terre rare costringe Washington a una diversione militare per mascherare il declino.Assassini mirati La fine dei valori morali produce un nichilismo politico che sostituisce la diplomazia con l’assassinio mirato, trasformando la repubblica in un impero guidato dalla Cia.Falso nazionalismo Tokyo insegue un’ostilità immaginaria verso Pechino, mentre il vero interesse nazionale imporrebbe la sovranità rispetto alle basi estere e alla strategia Usa.Blocco asiatico Il futuro del Giappone risiede nella cooperazione con Cina e Corea, poli industriali affini che devono unirsi per gestire il comune crollo demografico e la multipolarità.Emmanuel Todd sostiene che gli Stati Uniti attraversano una fase di crisi profonda, che mette in discussione la loro capacità di sostenere il ruolo di potenza egemone. Nell’intervista rilasciata al più autorevole quotidiano giapponese, lo storico francese legge le recenti iniziative militari e commerciali di Washington come il tentativo di reagire a difficoltà strutturali emerse negli ultimi anni: dal conflitto in Ucraina al confronto con la Cina. In questo quadro, sostiene Todd, la politica estera americana assume tratti sempre più radicali, con effetti potenzialmente destabilizzanti sull’equilibrio internazionale.Quali sono gli effetti sul mondo dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran?«In quanto storico, voglio partire da un quadro più ampio. Questa guerra in Iran segue due grandi sconfitte già subite dagli Stati Uniti. La prima è, come vi ho detto nella nostra intervista del febbraio 2025, la sconfitta virtuale degli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina. Gli Stati Uniti, con la loro base manifatturiera in declino, si sono dimostrati incapaci di fornire agli ucraini armi e munizioni sufficienti, rivelando il fatto che il sistema industriale americano non può sostenere una grande guerra. La seconda sconfitta, che si è palesata in seguito, è ancora più importante: la sconfitta contro la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato la Cina con i dazi, ma quando i cinesi hanno risposto minacciando gli Stati Uniti con un embargo sulle terre rare, ha dovuto fare marcia indietro molto rapidamente. È quindi chiaro che tutto ciò che fa ora è una diversione per far dimenticare a noi — e a sé stesso — queste grandi sconfitte».Durante la sua ultima visita in Giappone, lo scorso autunno, quando ha partecipato all’Asahi World Forum, lei ha indicato la possibilità di un attacco statunitense al Venezuela. Ebbene, questo è accaduto, e gli Stati Uniti hanno spostato l’obiettivo dell’attacco in Medio Oriente. Cosa ne pensa?«Sì. L’attacco all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti è iniziato allo stesso modo. Ma poiché l’Iran non è crollato, le cose sono sfuggite di mano, e potrebbe rivelarsi la terza grande sconfitta per gli Stati Uniti».Dove ci porterà l’attacco statunitense all’Iran?«La causa principale di questa guerra è, come ho menzionato anche a febbraio 2025, la disintegrazione della società americana, in particolare lo stato di “religione zero”. La disciplina morale e spirituale e i valori che un tempo integravano la società sono andati perduti. In questa decadenza e nel vuoto si sta diffondendo il “nichilismo”, dove sembrano semplicemente godere della distruzione e dell’uccisione stessa. Questo vale anche per Israele. Se un leader iraniano non si allinea alle intenzioni degli Stati Uniti, lo eliminano. Eliminare, uno ad uno, i leader di un altro Paese: ciò non dovrebbe mai essere permesso. Questo non è il mondo della politica moderna guidata dal buon senso, è il risultato della follia. I francesi, i giapponesi, i cinesi, tutti nel mondo devono concordare. Questo è il metodo di Hitler».Non sta usando un’espressione estremamente dura?«Esattamente. Parlo ora in quanto ebreo. Voglio trasmettere chiaramente ai lettori giapponesi che io stesso, un francese di origine ebraica, sto criticando la loro follia e temerarietà più duramente di ogni altra cosa. Originariamente, la “guerra” doveva essere uno scontro tra eserciti. Ma guardate cosa stanno facendo ora gli Stati Uniti e Israele. Non è forse un “assassinio” prendere di mira degli individui e ucciderli? Il ruolo guida nella politica estera americana sembra essere passato non al Dipartimento di Stato o al Pentagono, ma alla Cia».Sta dicendo che il sistema politico stesso degli Stati Uniti, una nazione democratica che celebrerà il 250° anniversario della sua fondazione a luglio, si è trasformato?«Sì. Devo dire che non è più la “Repubblica” tradizionale composta dal Congresso, dal presidente e dalla Corte suprema. Da quello che vedo, gli Stati Uniti oggi si sono trasformati in un “impero” composto dal presidente, dal Pentagono e dalla Cia. Il Congresso e la Corte Suprema sembrano essere nient’altro che organi consultivi. In una politica estera statunitense che si affida agli assassinii mirati di individui, la Cia è diventata l’istituzione più importante. Questa è la prova che gli Stati Uniti come nazione sono degenerati in uno “Stato assassino nichilista”».Nell’intervista dello scorso anno, lei ha detto che il Giappone non avrebbe dovuto farsi coinvolgere in conflitti che probabilmente sarebbero stati scatenati dagli Stati Uniti, ma avrebbe dovuto osservare con cautela ciò che stava accadendo. Quali sono i suoi pensieri ora che il Giappone ha il suo primo ministro donna?«Non posso ancora valutare quale tipo di cambiamento nella società giapponese questo incarni. Tuttavia, in generale, il primo capo di Stato o primo ministro donna agisce spesso come un uomo per dimostrare che non c’è differenza tra uomini e donne. Sento che il primo ministro Sanae Takaichi ammira l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher, ma devo sottolineare che questo è pericoloso. Sebbene la Thatcher fosse un personaggio interessante, non la ammiro. È colei che ha distrutto la classe operaia e il sistema industriale britannico. Non conosco nel dettaglio cosa esattamente il primo ministro Takaichi ammiri della Thatcher. Tuttavia, la sua posizione dura contro la Cina è, credo, un tipico esempio di ciò che chiamo “nazionalismo immaginario”».Che cosa intende?«In quest’epoca, il nazionalismo stesso viene messo in discussione, ma penso che l’idea che “essere ostili alla Cina equivalga al nazionalismo giapponese” sia strana. Tradizionalmente, l’ideologia del nazionalismo si basa sull’idea di aumentare la popolazione ed espandere la sfera di influenza. Il vero nazionalismo giapponese dovrebbe cercare la sovranità del Giappone. Da questa prospettiva, non è più importante per il Giappone pensare prima al suo rapporto con gli Stati Uniti, piuttosto che entrare in conflitto con la Cina? Questo dovrebbe essere ovvio per chiunque pensi a Okinawa. Se ci si pone dal punto di vista di un “vero” nazionalismo, non di uno “immaginario”, è naturale lottare per la sovranità e l’indipendenza della propria nazione e riprendersi le basi straniere all’interno del proprio Paese. Credo che farsi trascinare dalla strategia americana del “divide et impera” ed entrare in un conflitto con la Cina per volontà di Washington non sia mai nell’interesse del Giappone».Non c’è forse un senso di crisi per la situazione a Taiwan dietro la posizione dura verso la Cina da parte degli elementi conservatori giapponesi?«Mi vanto di essere uno dei pochi francesi che conoscono Shinpei Goto, che guidò la colonizzazione giapponese di Taiwan. Capisco che la colonizzazione giapponese di Taiwan, in parte grazie ai risultati di persone come Goto, sia stata una rara storia di successo nella storia della colonizzazione globale. È una cosa molto rara che persino alcuni locali abbiano buoni ricordi del Giappone, la potenza dominante. Ma resta comunque una cosa del passato. Indipendentemente dal fatto che si approvi o meno ciò che dice il Partito comunista cinese, Taiwan non può essere discussa ignorando il suo rapporto con la Cina, sia culturalmente sia nella realtà della politica internazionale. È pericoloso coprire la realtà con la nostalgia per il passato. In altre parole, è pericoloso portare una valutazione positiva di fatti storici passati nella Realpolitik moderna. I giorni in cui Taiwan era una colonia giapponese sono finiti 80 anni fa, e nutrire l’illusione che “avere un pessimo rapporto con la Cina sia nazionalismo” è esattamente un nazionalismo immaginario».Qual è la sua opinione su ciò che sta accadendo nel pianeta?«Ciò che sta accadendo ora non si limita alla possibilità che gli Stati Uniti subiscano la loro terza sconfitta. Potrebbe essere il crollo stesso di un enorme impero. Gli ideali e le strutture che ci sono familiari e che hanno sostenuto il mondo per lungo tempo stanno crollando con un forte fragore».In un tale mondo, che strada dovrebbe intraprendere il Giappone?«I tre Paesi dell’Asia orientale – Giappone, Cina e Corea del Sud — affrontano una sfida strutturale comune: un grave declino demografico. Condividono anche un background culturale confuciano e detengono un potere industriale travolgente, dato che i tre Paesi rappresentano circa il 90% della costruzione navale mondiale. La loro somiglianza è estremamente notevole anche in termini di modello di crescita guidato dalle esportazioni. La strada che il Giappone dovrebbe intraprendere è guardare da vicino queste proprie caratteristiche, prendere gradualmente lVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Turchia, potenza mineraria in fieri
di Paola OttinoNel riposizionamento energetico europeo, la transizione verso le energie alternative si lega sempre di più ai minerali critici. In questo contesto, la Turchia emerge come un nodo geopolitico fondamentale, grazie alla sua collocazione nelle catene globali del valore e alla ricchezza del suo sottosuolo. Il giacimento di terre rare di Beylikova evidenzia tuttavia un limite strutturale: la capacità industriale. I minerali critici diventano così il terreno di una nuova geopolitica, in cui la Turchia è un attore centrale, ma ancora incompiuto, della trasformazione globale.IN BREVEHub emergente La Turchia punta a trasformare la propria ricchezza geologica in leva geopolitica. Il giacimento di terre rare di Beylikova simboleggia quest’ambizione strategica.Sfida tecnologica Nonostante l’abbondanza di risorse, Ankara sconta gap industriali. La mancanza di una filiera di raffinazione complessa frena la capacità di competere su scala globale.Snodo per Bruxelles L’Europa, dipendente dalle importazioni, guarda ad Ankara come partner chiave. La fornitura di boro è cruciale, ma la Turchia mantiene una postura negoziale autonoma.Limiti strutturali L’estrazione deve fare i conti con incertezze normative, costi ambientali e la complessità mineraria. Il passaggio a hub tecnologico richiede investimenti di lungo periodo.Competizione asimmetrica La transizione energetica ridefinisce le gerarchie di potere. Il caso turco dimostra che il controllo delle materie prime è ormai inscindibile dalla sicurezza strategica.Dopo le oscillazioni imposte dalle recenti crisi globali, che hanno costretto l’Europa a un temporaneo ripiegamento sulle fonti fossili, la transizione energetica è tornata al centro dell’agenda di Bruxelles con una nuova veste. Non più soltanto obiettivo climatico, ora è definita un’esigenza di sicurezza economica e strategica. Nel contesto delle tensioni in Medio Oriente e della volatilità dei mercati energetici, la produzione interna di energia da fonti alternative diventa così un imperativo politico.In questo quadro, la transizione energetica non appare più soltanto come una traiettoria tecnologica, ma come un processo strettamente legato alla disponibilità, al controllo e alla valorizzazione delle risorse minerarie. Asset che sono sempre più al centro di una competizione globale che ridefinisce gerarchie industriali e relazioni di potere.Politicizzazione delle risorseQuesta rinnovata urgenza si inserisce in un contesto sempre più teso, segnato da nuove scoperte minerarie e dalla loro rilettura in chiave politica. In Italia, l’annuncio di un nuovo minerale denominato delchiaroite, individuato nel bacino marmifero di Colonnata, nelle Alpi Apuane 1, ha acceso l’attenzione mediatica sul potenziale estrattivo nazionale, sebbene con implicazioni limitate sul piano industriale.A livello internazionale, l’eco mediatica attorno al grande giacimento di terre rare di Kızılcaören nel distretto di Beylikova, in Turchia, evidenzia ancor più come la dimensione geologica venga reinterpretata alla luce delle esigenze geopolitiche contemporanee. Individuato nel 2022, il giacimento è stimato in circa 694 milioni di tonnellate. Ed è stato presentato dalle autorità turche come il secondo deposito di elementi delle terre rare più grande al mondo, dopo quello cinese di Bayan Obo 2.Un dato che è stato recentemente rilanciato nel dibattito europeo, soprattutto in chiave strategica. Da un lato per sostenere il riposizionamento della Turchia come attore centrale, dall’altro come risposta alla crisi delle catene globali di approvigionamento 3. Pertanto, il giacimento viene oggi ridefinito come risorsa strategica.Tuttavia, emerge un divario cruciale tra potenziale geologico e capacità industriale: le terre rare richiedono processi di separazione complessi e costosi e la Turchia non dispone ancora di una filiera completa di raffinazione. Inoltre, la redditività dipende da concentrazione, mineralogia e costi ambientali. Di conseguenza, il giacimento rappresenta più una leva geopolitica potenziale che una risorsa immediatamente sfruttabile su scala globale.Boom della domandaNel dibattito in corso sulla transizione energetica e digitale, i minerali critici hanno anche assunto una crescente rilevanza geopolitica. Litio, nichel, cobalto, rame e terre rare costituiscono l’ossatura materiale delle tecnologie low-carbon, dai veicoli elettrici ai sistemi di accumulo energetico, fino ai semiconduttori e alle applicazioni militari avanzate.Dal punto di vista scientifico, la rilevanza dei minerali critici è legata a proprietà fisico-chimiche difficilmente sostituibili: l’elevata densità energetica del litio nelle batterie agli ioni di litio, le proprietà magnetiche delle terre rare come neodimio e disprosio nei magneti permanenti o la stabilità elettrochimica del cobalto e del nichel nei materiali catodici ad alte prestazioni.Secondo le analisi più recenti della International Energy Agency 4, la domanda globale di minerali critici è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi decenni, con un fabbisogno che potrebbe aumentare tra due e cinque volte entro il 2040, a seconda del minerale e delle politiche climatiche adottate. In particolare, il litio mostra le traiettorie di crescita più accentuate, mentre nichel e cobalto seguono dinamiche più contenute ma comunque sostenute.Questa espansione si scontra tuttavia con vincoli strutturali persistenti. Da un lato, lo sviluppo di nuovi progetti minerari è lento e richiede ingenti investimenti di capitale, con tempi che possono superare il decennio tra esplorazione e produzione. Dall’altro lato, le fasi di raffinazione e trasformazione restano fortemente concentrate, con un’elevata dipendenza da pochi attori dominanti (in primo luogo la Cina) che controllano una quota maggioritaria delle capacità globali, in particolare per le terre rare e diversi metalli per batterie (Figura 1).Ne deriva un disallineamento tra crescita della domanda e capacità dell’offerta, che trasforma i minerali critici in elemento di rischio sistemico per la sicurezza energetica e industriale delle economie avanzate.Impianto pilotaIn questo contesto, la Turchia emerge come un attore di crescente centralità. Non per supremazia quantitativa nella produzione globale, ma per una combinazione di fattori geologici, geografici e industriali. Allo stato attuale, il Paese non è un grande produttore sistemico di tutte le materie prime critiche, ma rappresenta comunque un nodo geopolitico fondamentale all’interno delle catene globali del valore.Questa centralità si fonda innanzitutto su una diversificazione mineraria significativa e già sfruttata, che consente maggiore resilienza rispetto alla volatilità dei mercati e una più facile integrazione in filiere produttive differenti. A conferma e rafforzamento di questa traiettoria, recentemente è emerso l’orientamento di Ankara verso una politica integrata sulle materie prime critiche.La Turchia si prepara a presentare una strategia nazionale dedicata, in cui il progetto di Beylikova per le terre rare è posto come fulcro di una visione che connette estrazione, lavorazione avanzata e sviluppo industriale ad alta tecnologia 5. Tale impostazione è stata illustrata dal Ministro dell’Energia e delle risorse naturali, Alparslan Bayraktar, intervenuto il 28 aprile scorso al Forum sui minerali critici dell’Ocse a Istanbul.In questa sede è stato affermato che la società statale Eti Maden è già impegnata, insieme a partner industriali, nella costruzione di una catena del valore completa che includa anche le fasi di separazione e raffinazione. Un impianto pilota è già operativo e il progetto si sta progressivamente orientando verso la produzione su scala industriale, con l’obiettivo di ottenere ossidi di terre rare destinati, tra l’altro, ai magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche e nei motori dei veicoli elettrici.Questa iniziativa si inserisce in una più ampia trasformazione del sistema energetico e industriale turco. Secondo il Rapporto sui minerali critici e strategici del 2025 redatto dal Ministero dell’Energia e delle Risorse naturali della Turchia 6, la futura tabella di marcia nazionale collega esplicitamente la sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime alla transizione energetica.Secondo dati ufficiali nazionali, oltre il 62% della capacità elettrica installata del Paese proviene già da fonti rinnovabili. Gli obiettivi al 2035 prevedono poi un’espansione dell’eolico e del solare fino a 120 gigawatt, accompagnata dalla realizzazione di circa 40 gigawatt di linee di trasmissione ad alta tensione in corrente continua 7. In tale contesto, disponibilità e capacità di lavorazione dei minerali critici diventano elementi imprescindibili.Tettonica dell’AnatoliaDal punto diVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Sachs: «Dallo Scià a Trump, dalla Persia all’Iran: la lunga manu dell’Impero americano»
di Jeffrey D. SachsIn un’intervista a Tucker Carlson, l’economista ricostruisce le radici dell’escalation con l’Iran: interventi diretti, operazioni coperte, sanzioni e guerre indirette. Le attuali ostilità, sostiene Jeffrey Sachs, sono invece alimentate dalla convergenza tra gli interessi petroliferi di Washington e la visione del governo di Netanyahu. Volta a ottenere la supremazia militare nella regione con il progetto del Grande Israele.IN BREVEControllo energetico Per Sachs, la radice del conflitto risale al colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, colpevole di aver rivendicato la sovranità iraniana sulle proprie risorse petrolifere.Egemone ferito La rivoluzione del 1979 è stata per Washington una perdita di reputazione intollerabile, trasformando Teheran nel bersaglio di una guerra ibrida quarantennale.Ambizioni regionali La strategia israeliana mira alla supremazia totale in Asia occidentale, attraverso il progetto del Grande Israele e il rovesciamento dei governi ostili limitrofi.Pretesti nucleari Le accuse sull’atomica sono descritte come una narrazione orwelliana per mascherare l’obiettivo reale del cambio di regime e il controllo dei flussi di idrocarburi.Rischio globale Un’escalation militare nel Golfo minaccia di distruggere le infrastrutture fisiche di gas e fertilizzanti, innescando una catastrofe economica e alimentare mondiale.Da dove deriva questo odio verso l’Iran? Nel 1953, l’Iran era una democrazia parlamentare che non aveva invaso un altro Paese da un secolo, ovvero dal 1856-57, quando la Persia sotto Naser al-Din Shah invase Herat, precipitando nella guerra anglo-persiana[1]. L’Iran era stato successivamente oggetto di interferenze, ma non aveva attaccato nessuno. All’inizio degli anni Cinquanta, lo stimato primo ministro Mohammad Mossadeq ebbe l’audacia di dire la cosa che non si dovrebbe mai dire in questa regione: «Penso che il petrolio sotto la nostra terra sia iraniano, non britannico».Immediatamente l’Impero britannico – sotto forma dell’MI6 – si rivolse al nuovo impero americano in ascesa – sotto le spoglie della Cia – e disse: «Dobbiamo rovesciare quest’uomo». Cosa che, ovviamente, fecero nel 1953, attuando quella che oggi chiameremmo una rivoluzione colorata [2]. Fomentarono proteste e disordini e Mossadeq fu cacciato dal potere. Gli Stati Uniti instaurarono quella che l’Impero persiano avrebbe chiamato una satrapia. L’Iran divenne una sorta di provincia dell’impero americano, in ultima analisi sotto il dominio della Cia. Insediammo lo Scià dell’Iran come volto di quell’impero e la polizia politica Savak come apparato repressivo [3].Tutto ciò durò 26 anni. Nel 1979, mentre lo Scià stava morendo di cancro, il popolo guidò una rivoluzione e cacciò la Savak, la Cia e lo Scià. L’Iran ebbe la sua rivoluzione islamica e instaurò il governo che rimane in carica ancora oggi. Gli Stati Uniti lo avversarono fin da subito. Quando sei un impero con protettorati e militari di stanza in tutto il mondo, e le tue principali compagnie petrolifere si vedono improvvisamente sottrarre ciò che avevano rubato all’Iran, nel momento in cui l’Iran se lo riprende, tutto diventa una questione di reputazione. Il senso del ragionamento era: «Dobbiamo riportare l’Iran sotto controllo perché siamo un impero. Se ci mostriamo troppo deboli verso una qualsiasi parte dell’impero, questo danneggia la nostra reputazione ovunque».Dovevamo punirli. Poi ci fu la presa degli ostaggi da parte di gruppi di giovani radicali, che dissero: «Stiamo facendo questo perché vogliamo che lo Scià venga riportato qui per essere processato per i crimini del suo Stato di polizia perpetrati per oltre due decenni». Gli Stati Uniti avevano accolto lo Scià nel 1979 per cure mediche, una decisione poco saggia del presidente Jimmy Carter [4], il quale in realtà aveva sospettato che ciò avrebbe portato a questo genere di esplosione. Gli iraniani chiedevano riparazioni, scuse e la fine delle attività sovversive statunitensi: tutte cose piuttosto ragionevoli.Ma la presa degli ostaggi divenne un’altra umiliazione per l’America, un affronto che un impero non tollera mai. Quando un impero perde la faccia, risponde infliggendo punizioni estreme, non solo per riportare sotto controllo la provincia recalcitrante, ma per lanciare un segnale al resto dell’impero: «Non osate provarci».Così, dal 1980 in poi, gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l’Iran in vari modi. Abbiamo pagato, armato e rifornito Saddam Hussein affinché invadesse l’Iran – un accordo sordido. Saddam ha utilizzato gas tossici quantomeno con la consapevolezza degli Stati Uniti e, secondo alcune testimonianze, con il sostegno attivo americano [5]. Donald Trump, già nel 1980, propugnava un intervento militare in stile Vietnam contro il nuovo governo iraniano [6]. Pertanto, quando Trump fornisce le sue motivazioni per la guerra attuale («Il nucleare, questo o quello») si tratta di comode scuse per un’idea che ha in mente da 46 anni, perché l’Impero americano ha subito uno sgarbo. Un Paese era sfuggito al controllo della Cia, e questo non è permesso.Dal 1980 c’è stata una guerra ininterrotta, inclusa quella economica. Il nostro Segretario al Tesoro (Scott Bessent, ndr), che considero sempre più un prepotente – un individuo che si compiace di schiacciare altre economie con mezzi finanziari, sanzioni commerciali o blocchi – ha spiegato a Davos, in un’intervista a Fox News con Maria Bartiromo, che lo scorso anno la nostra «economic statecraft» (strategia economica di potere, ndr) ha distrutto l’economia iraniana [7].Abbiamo portato avanti questo tipo di «economic statecraft» – un orribile termine orwelliano per indicare la distruzione dell’economia di un altro Paese – per decenni. Abbiamo anche assassinato leader iraniani e fatto saltare in aria i loro impianti nucleari, perfino quando imploravano: «Facciamo un accordo che ci metta sotto la stretta supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica». Abbiamo utilizzato quella che viene chiamata guerra ibrida: ogni mezzo di sovversione, guerra economica, azione militare diretta e operazioni segrete. Donald Trump ha confermato che, nelle proteste dell’anno scorso, gli Stati Uniti hanno inviato armi ai manifestanti [8]. Non si trattava di una protesta, ma di un’insurrezione che stavamo fomentando noi. Non ha funzionato.In breve, descriviamo l’Iran come il male perché ha fatto qualcosa di inaccettabile per gli Stati Uniti, qualcosa che non ha nulla a che fare con le armi nucleari o con Hezbollah o con Hamas. Tutto risale al 1979, quando gli iraniani sono sfuggiti all’Impero americano, al controllo della Cia. Ed è proprio quello che non si dovrebbe mai fare. Questa guerra va avanti con vari pretesti da allora.Vorrei aggiungere un’altra cosa. L’argomento principale di Trump negli ultimi mesi è stato: «Impedirò loro di avere un’arma nucleare». Chiunque conosca la storia sa che questo è Orwell all’ennesima potenza. Gli iraniani non hanno mai cercato di ottenere un’arma nucleare: l’hanno ripetuto a più riprese anche le nostre stesse agenzie di intelligence. Ciò che hanno perseguito è un trattato con il Consiglio di sicurezza dell’Onu per confermare la loro sottomissione a un rigoroso monitoraggio nell’ambito del Trattato di non proliferazione nucleare, in cambio della fine della guerra economica statunitense.Ciò che l’Iran chiede da 15 anni è: «Supervisionateci, controllateci, va bene, ma revocate le sanzioni. Lasciateci respirare. Lasciateci avere un’economia normale. Lasciateci commerciare. E restituiteci i nostri soldi». Perché gli Stati Uniti hanno direttamente o indirettamente confiscato o congelato decine di miliardi di dollari appartenenti all’Iran [9]. Soldi dell’Iran, non i nostri. In quanto impero, facciamo così: congeliamo i soldi degli altri Paesi e, a volte, ce li prendiamo apertamente. È odioso e controproducente per gli Stati Uniti avere la reputazione di chi ruba le risorse altrui.Pertanto, ciò che l’Iran ha sempre desiderato è la diplomazia: sono persone garbate, abituate alla diplomazia. A volte dico lVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Droni low cost e propaganda: la guerra che mette in crisi l’Occidente
di Francesco CosimatoL’impiego massiccio di droni economici sui campi di battaglia in Iran e in Ucraina sta trasformando un vantaggio tecnologico in un problema economico per l’Occidente. Tra saturazione dei cieli e nuove esigenze di comando, il generale smonta l’illusione delle guerre combattute solo dalle macchine, ribadendo la centralità del fattore umano.IN BREVEParadosso economico Il generale Cosimato spiega come i droni low cost ribaltino la logica finanziaria bellica. Mentre un velivolo costa 35 mila dollari, i missili per abbatterlo possono costare fino a 4 milioni.Limite tecnologico L’idea di appaltare la guerra alle macchine è un’illusione mediatica. Nessun apparato autonomo può ribaltare da solo l’esito di un conflitto che volge al peggio.Centralità umana In Ucraina e Medio Oriente, la tecnologia non sostituisce i soldati sul terreno. Il fattore umano e la manovra delle forze restano i pilastri insostituibili.Difesa nazionale L’Italia necessita di riforme strutturali profonde. Oltre ai 2 mila droni previsti, serve una visione politica che superi le alternanze di governo.Nodo sociale Il drone alimenta l’illusione di una forza senza costi umani. L’accettabilità sociale delle perdite resta la variabile decisiva e irrisolta per l’Occidente.«Come droni a buon prezzo stanno cambiando le guerre come quelle in Ucraina e in Iran». Con questo titolo perentorio, un’inchiesta del New York Times ha evidenziato come l’impiego di sistemi a pilotaggio remoto a basso costo stia ridefinendo i conflitti. L’efficacia di questi nuovi sistemi d’arma non è però circoscritta all’effetto tattico: i droni stanno alterando gli equilibri strategici in Europa dell’Est e in Medio Oriente, trasformando la superiorità tecnologica in vulnerabilità economica.Un paradosso dimostrato dai numeri. Mentre i costi di produzione dei droni iraniani si aggirano intorno ai 35 mila dollari, i missili intercettori usati per abbatterli hanno costi che possono raggiungere i 4 milioni di dollari. Il risultato è che, secondo una stima pubblicata il 10 aprile dall’American Enterprise Institute, per l’Operazione Epic fury contro l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero speso fra 25 e 35 miliardi di dollari.Questo cambiamento di paradigma ha tuttavia alimentato un equivoco di fondo. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la narrazione dei media mainstream occidentali tende a far credere che potremo appaltare ai droni lo svolgimento delle guerre. Tale narrazione propone una visione semplificata in cui le operazioni militari si riducono a uno svolazzo di aeromodelli e i soldati sono intenti a giocare con un simulatore o, peggio, a dialogare con la versione militare dell’intelligenza artificiale.La questione è evidentemente un po’ più complicata. Si tratta di analizzare le tipologie di droni da utilizzare e i loro compiti, mettendo in relazione la strategia politica, il complesso militare industriale, le dottrine, il personale e l’addestramento necessario.I droni militari, siano essi aerei, terrestri e navali, si dividono principalmente in base al raggio d’azione, all’altitudine e alla missione. I droni strategici sono caratterizzati da lunga durata, alta quota e un armamento offensivo. I droni tattici, solitamente dediti alla ricognizione a corto/medio raggio, includono mini/micro droni e droni suicidi o «loitering munition».Il livello dello scontro tecnologico è ragguardevole: già nel 2023, l’Ucraina aveva annunciato di puntare a produrre oltre un milione di droni Fpv all’anno, mentre la Russia sta espandendo i propri impianti per incrementarne la produzione, arrivando al punto di trasformare centri commerciali in fabbriche di droni. Questo volume di fuoco tecnologico conferma che ci troviamo di fronte a una nuova forma di guerra di logoramento, dove la capacità produttiva ha un peso specifico sempre maggiore.Dal punto di vista dei compiti, i droni fanno ormai di tutto: dall’attività di Intelligence, sorveglianza e ricognizione (Istar), all’attività di guerra elettronica, agli attacchi di precisione e al supporto logistico.L’ampia varietà di modelli di droni e l’estensione dei compiti operativi hanno reso i cieli sopra i combattimenti estremamente saturi. In pochi chilometri possono trovarsi a operare simultaneamente centinaia di velivoli, sollevando criticità inedite per la gestione dello spazio aereo. Non a caso, gli addetti ai lavori evidenziano l’urgenza di definire nuove strutture di comando e misure di coordinamento rigorose, indispensabili per prevenire collisioni o incidenti che metterebbero a rischio la sicurezza delle truppe a terra.Nel conflitto in Ucraina, la carenza di personale ha alimentato la convinzione che droni e robot possano colmare il vuoto lasciato dai soldati. Tuttavia, questa visione si scontra con l’insuccesso di chi affida ai mezzi tecnologici ruoli impropri, specialmente di fronte a un avversario che mantiene la superiorità nel volume di fuoco.Si tratta di un errore storico ricorrente, come nel caso delle armi segrete tedesche: nessun apparato, per quanto all’avanguardia, è in grado di ribaltare da solo l’esito di una guerra che volge al peggio. In Ucraina, l’illusione di una svolta tecnologica risolutiva si scontra regolarmente con la cruda realtà di una guerra di logoramento in cui il fattore umano resta insostituibile.Nel conflitto in Iran, invece, a fronte di una netta inferiorità in termini di aviazione e marina, Teheran riesce a contrastare l’avversario ottenendo risultati significativi sul fronte mediatico, politico ed economico. Questa strategia di difesa, basata sull’impiego ragionato di diverse classi di missili e droni, ha permesso di estendere la durata di una guerra che inizialmente si prevedeva brevissima. In questo scenario, i celebri droni Shahed si sono imposti come lo strumento bellico più rilevante.Per comprendere correttamente il ruolo dei droni e dell’innovazione tecnologica, è necessario ricordare che i pilastri della manovra militare restano le forze e il fuoco. La notizia per esempio di un caposaldo russo espugnato dai droni, per quanto suggestiva e di forte richiamo mediatico, risulta spesso parziale. Senza un resoconto completo che ne analizzi le dinamiche reali, tali episodi rischiano di trasformarsi in propaganda, impedendo una valutazione oggettiva dell’operazione.Se la manovra consiste ancora nell’impiego coordinato di forze e fuoco nello spazio e nel tempo, diventa essenziale definire come integrare le unità tradizionali con le nuove risorse tecnologiche. Senza una dottrina chiara, il rischio è di generare confusione operativa piuttosto che efficacia. Sebbene la tecnologia abbia il compito di potenziare entrambi i pilastri della manovra, il suo reale impatto dovrebbe essere valutato attraverso parametri oggettivi, dati che tuttavia si tende spesso a sottacere.L’attuale scenario in Medio Oriente mostra come l’impiego dell’intelligenza artificiale per l’individuazione e il puntamento degli obiettivi non sia, di per sé, risolutivo. Nonostante le intense campagne contro formazioni come Hamas, Hezbollah e i gruppi Houthi, queste realtà continuano a opporre resistenza, dimostrando che la superiorità aerea e tecnologica non può sostituire le operazioni terrestri. L’equazione militare moderna si rivela dunque estremamente complessa, intrecciando conflitti simmetrici e asimmetrici in cui la tecnologia rimane un parametro non determinante per la vittoria finale.Al momento, le dimensioni delle Forze armate europee risultano ridotte a causa della convinzione superata che gli scenari futuri avrebbero richiesto soltanto missioni di peacekeeping. Questa impostazione ha reso necessaria una profonda riconfigurazione delle strutture militari, che non può prescindere da ingenti aumenti del numero di effettivi.In tale contesto, il Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha più volte sottolineato la necessità di potenziare le capacità tecnologiche e le competenze delle Forze armate italiane, per contrastare le nuove minacce ibride. Il focus principale riguarda i droni (Uav) e la guerra cibernetica. Anche attraverso rapporti presentati al Consiglio supremo di Difesa, il ministro ha sottolineato la necessità di rispondere alla guerra ibrida e alle minacce moderne, attraverso la formazione di circa 5 mila specialisti cibernetici e l’implementazione di circa 2 mila droni. Tali provvedimenti rischiano di apparire insufficienti se non verranno integrati all’interno di una riforma strutturale più profonda dell’intero comparto.In una fase geopolitica complessa come quella attuale, caratterizzata da un impiego persistente di droni e missili, Crosetto ha sottolineato la necessità di una politica di difesa che superi le alternanze di governo e si basi su una visione di ampio respiro. Dal 2012, anno di approvazione dell’ultima legge sul modello di Difesa, le diverse compagini governative hanno mantenuto una linea di continuità, considerando sostanzialmente adeguato l’assetto esistente. Anche il governo in carica non si segnala per aver preso provvedimenti drastici e adeguati al difficilissimo momento storico.Se l’efficacia militare dipendesse da un’equazione complessa, oltre a elementi come la produzione industriale, la dottrina eVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
di Elena BasileMentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.IN BREVEEgemoni del caos Per l’ambasciatrice Basile, il declino dell’Occidente si manifesta in una strategia di guerra permanente. I conflitti non difendono valori democratici, ma il dominio del capitale finanziario.La trappola del debito La sopravvivenza del dollaro dipende dalla supremazia militare e tecnologica. L’obiettivo è arginare l’ascesa multipolare di Cina e Brics tramite l’escalation.Logiche mafiose I negoziati vengono sostituiti da minacce di assassinio e imposizioni di diktat. Operazioni un tempo coperte diventano oggi strumenti ordinari di relazione tra Stati.Fabbrica del consenso La propaganda disumanizza le nuove generazioni, cancellando la via diplomatica. Si rispolvera la superiorità morale per giustificare crimini e genocidi.Resistenza passiva Mentre le élite sbandierano una retorica bellicista, la società civile resta cauta. Una tenue speranza risiede nel rifiuto giovanile del sacrificio eroico.Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.Le guerre con l’Iran e con la Russia sembrano, nell’ottica statunitense ed europea, guerre sante, contro il nemico che ci minaccia. In effetti sia Mosca sia Teheran non hanno alcuna voglia di farsi desovranizzare e di cedere le materie prime. Usa ed Europa, che a prescindere dalla commedia giornaliera, vanno fondamentalmente d’accordo, si stanno dividendo i compiti. L’Europa deve mantenere in vita artificiale l’Ucraina (è stato appena approvato il nuovo pacchetto di finanziamenti europei di 90 miliardi di euro) per utilizzarla come carne da macello contro Mosca, nella speranza mal riposta che in questo modo nel lungo periodo si potrà erodere il potere della Russia, potenza del surplus nemica come la Germania e la Cina.A questo riguardo, una piccola digressione. Sono rimasta sbalordita dalla posizione presa da alcuni giovani, ex bocconiani, ragazzi colti e di una moralità esemplare che alla mia domanda: «Sono morti e feriti un milione di ucraini, con la nostra complicità (abbiamo impedito la mediazione dal 2014 ad oggi, ci siamo opposti alla neutralità del Paese), non pensate dobbiamo sederci a un tavolo e trattare per porre fine a questa strage?» hanno risposto freddamente che gli ucraini sono uccisi da Vladimir Putin e che decidono loro quando porre fine alla guerra (mentre si nascondono tremanti nelle palestre).La propaganda disumanizza i giovani come gli adulti, penetra nei loro geni. È questa la mostruosa trasformazione antropologica in corso. La guerra con l’Iran è nel disegno dello stratega più consapevole e dominante, Israele, una guerra permanente che a lungo andare piegherà, data la forza asimmetrica, Teheran. Per via della crisi economica determinata dal controllo iraniano dello stretto di Hormuz, si potrebbe procedere a stop and go per mitigare i danni sull’economia internazionale. I bombardamenti a tappeto e sulle infrastrutture civili, se non la minaccia della bomba nucleare, e altri crimini di guerra, sono considerati pubblicamente strumenti a cui ricorrere per l’opera di convinzione morale.Nel caso questa linea risulti vincente possiamo aspettarci un’escalation soprattutto verso i Paesi del Golfo, complici dell’attacco israelo-americano, con la distruzione delle raffinerie di petrolio e degli impianti di desalinizzazione. Qualche analista scopre oggi la dialettica esistente in Iran tra potere teocratico e laico, tra conservatori e riformisti, da sempre sbilanciato verso i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran e i capi religiosi. L’attacco israelo-americano ha naturalmente rafforzato i falchi anche per l’incompetenza negoziale dimostrata da Trump e dal suo improbabile entourage.Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz avrebbe riaperto, se il cessate il fuoco verso il Libano fosse stato mantenuto. Si trattava di una carta offerta al presidente Usa per poter cogliere la palla al balzo e uscire senza troppe umiliazioni dal conflitto, bleffando di fronte all’opinione pubblica incline, grazie al supporto mediatico, a ingoiare di tutto, e dichiarando vittoria.Nulla è accaduto. Con la ripresa dei bombardamenti in Libano e l’imposizione del blocco delle navi iraniane, l’escalation è ripresa. Washington sembrerebbe priva di obiettivi strategici, se non quello di annientare l’Iran al prezzo della devastazione delle monarchie del Golfo e del disastro dell’economia internazionale. La passività del Bahrein, degli Emirati e dell’Arabia Saudita è sorprendente. L’Iran non può accettare il cessate il fuoco senza la garanzia sostanziale di non aggressione nel futuro, la sospensione delle sanzioni, l’arricchimento dell’uranio a scopi civili, il mantenimento della propria difesa missilistica.Il controllo sullo stretto di Hormuz fornisce a Teheran una leva formidabile in quanto minaccia l’economia mondiale. Gli Usa non hanno né con la loro forza aerea né con quella militare di terra la possibilità di sconfiggere un Paese di 90 milioni di abitanti, con una superficie maggiore di Italia, Francia, Germania, Benelux messi insieme. Come per la guerra in Russia, le politiche neocon hanno fallito. Un Occidente sano attiverebbe i canali diplomatici per salvare il salvabile e porre fine a morte e distruzioni. La classe dirigente trasversale, legata al dollaro e coincidente con la cosiddetta élite dell’1%, ha tuttavia altri piani a cui sono ciecamente subordinati la politica, il potere mediatico e l’intera classe di servizio, dall’accademia alla diplomazia.La sopravvivenza del dollaro e della supremazia statunitense ed europea è legata alla guerra permanente, in grado di tenere in scacco lo sviluppo tecnologico del grande rivale, la Cina, e l’ascesa dei Paesi emergenti in un quadro multipolare. La supremazia militare mantiene in vita il moribondo impero, affetto dalla nevrosi che deriva dalla negazione della realtà. Lo scontro con la potenza nucleare russa è stato messo in conto come il compimento del genocidio di Gaza, dei crimini di guerra in Libano e in Iran.L’utilizzo delle armi nucleari tattiche è considerato dalle dottrine militari possibile e complementare alle strategie basate sulle armi convenzionali. L’élite del mondo, che apertamente si esalta per il nuovo super-uomo, per l’Anticristo, per lo sviluppo tecnologico senza freni decide le sorti del pianeta. Un potere speciale è avocato dalla classe eletta. La classe Epstein non ha remore a sacrificare una parte della popolazione per i propri privilegi e per la continuazione di un sistema di dominio. Siamo troppi su questo pianeta.Mi lascia esterrefatta che la classe di servizio, meschini editorialisti, politici e diplomatici, che potranno soffrire le conseguenze disastrose della strategia delle élite, siano loro complici. Non si fermano di fronte alla minaccia nucleare, robotica ed ecologica. Si bendano gli occhi e rispolverano l’antica ideologia dell’Occidente moralmente superiore che difende la democrazia contro le perfide autocrazie.La propaganda più sofisticata trasforma antropologicamente i giovani, togliendo consapevolezza e forza alla generazione Z, al non voto, al bacino elettorale dei socialisti europei, il cui ruolo dirompente potrebbe essere essenziale. La propaganda colta, dunque, è in grado di prendere le distanze dalle aggressioni di Trump e Benjamin Netanyahu, dai crimini di guerra compiuti da due anomalie della storia occidentale – la coppia di psicopatici – senza mai riconoscere le guerre come necessità del capitale finanziario e del dollaro boccheggiante nella trappola del debito.Oltre ai bocconiani, tanta brava gente viene manipolata ed è convinta che il prevalere della forza e del crimine sul diritto sia dovuto a due individui piovuti dal cielo. Il ruolo del centrosinistra come della sinistra di Avs che si raccoglie intorno al Manifesto, è esemplare. La cartina di tornasole è la Russia. Il liberal order riappare intatto nell’analisi manichea del conflitto russo-ucraino. Negano diplomazia e pace perché i principi sono in gioco. I valori della classe Epstein sono di nuovo sbandierati come civiltà, per la quale i coraggiosi ragazzi ucraini devono essere pronti a sacrificarsi. Un po’ meno noi. Finché la cultura dell’anti-eroe, nonostante gli sforzi di Antonio Scurati, rimane radicata nei geni della gioventù occidentale, forse resta una tenue speranza.Malgrado la retorica bellicista, molto simile a quella del ventennio fascista, ormai impiegata nelle scuole occidentali (la Germania e la Polonia sono all’avanguardia), nonostante la mobilitazione sia cominciata con i progetti mirati a rendere la leva militare obbligatoria, la politica continua a essere cauta su un tema che potrebbe far finalmente emergere l’opposizione della società civile, anche di quelVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Fazi: «Unione europea: il mercato come dogma, l’euro come fede»
di Thomas FaziNella seconda parte della sintesi del suo ultimo saggio, Thomas Fazi descrive il declino della narrazione pacifista del Dopoguerra e l’affermazione di un modello di integrazione fondato su competitività e vincoli esterni. L’autore analizza come la moneta unica sia stata trasformata in un dispositivo teologico-politico, capace di imporre riforme strutturali attraverso una retorica della colpa e della disciplina. L’analisi si chiude con il caso italiano, usato come laboratorio per sperimentare una governance tecnocratica sottratta al controllo dei cittadini.IN BREVEÉlite senza popolo L’integrazione europea è stata gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Nessuna mobilitazione popolare genuina ne ha mai sostenuto la nascita.Vincoli auto-costruiti Il Sistema monetario europeo impone rigidi limiti sui tassi di cambio. Le pressioni speculative non dimostrano un fallimento della sovranità nazionale, ma contraddizioni di un regime monetario incompleto.Sovranazionalismo come ideologia Jacques Delors ridefinisce la sovranità nazionale come anacronistica. I problemi generati dall’integrazione vengono invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.Delega della politica monetaria Il trattato di Maastricht delega la politica monetaria a una banca centrale indipendente. L’integrazione non si giustifica più con pace o prosperità, ma con stabilità e fiducia.Debito come fallimento morale Negli anni Novanta l’euro diventa indiscutibile: la critica viene squalificata moralmente, non confutata. Debito come fallimento morale, austerità come penitenza, sofferenza come purificazione.Questa è la seconda parte (link alla prima parte) di un saggio in cui sostengo che l’Unione europea ha storicamente compensato la propria mancanza di legittimità democratica passando ciclicamente attraverso una serie di narrazioni auto-legittimanti: dalla pace del dopoguerra, all’integrazione di mercato, fino ai «valori europei». Rifletto inoltre su come queste narrazioni abbiano sistematicamente fallito nel risolvere la tensione fondamentale tra governance tecnocratica e autogoverno democratico e, anzi, l’abbiano di fatto esacerbata, portando sia a un’intensificazione del progetto imperiale dell’Ue, sia a una crescente reazione di rifiuto nei suoi confronti.Nella prima parte ho esaminato le basi teoriche e storiche del problema di legittimità dell’Ue e ho mostrato come la narrazione della pace – il quadro legittimante originario dell’Unione – non sia mai stata fondata su una genuina mobilitazione popolare, bensì su un’integrazione gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Ho inoltre dimostrato come questa narrazione sia ormai definitivamente esaurita dalla guerra in Ucraina.In questa seconda parte traccerò i successivi tentativi dell’Ue di legittimare un’integrazione sempre più profonda attraverso narrazioni economiche e normative: dal passaggio alle giustificazioni di tipo mercantile negli anni Ottanta, passando per la sacralizzazione dell’euro e l’ascesa di un’«Europa sociale» come foglia di fico retorica, fino all’emergere di un’«Europa dei valori» all’inizio degli anni Duemila.Avanzata della legittimazione economicaAlla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, la narrazione della pace aveva ormai perso gran parte della sua capacità di mobilitazione. L’integrazione europea era entrata in una nuova fase, legittimata sempre più attraverso narrazioni economiche centrate sul mercato, sulla competitività e sulla globalizzazione. Il completamento del mercato interno, l’eliminazione delle barriere alla mobilità dei capitali e del lavoro e la promessa di un sistema più efficiente divennero le giustificazioni centrali per un’integrazione più profonda.Questo spostamento va compreso nel contesto della crisi del compromesso keynesiano del Dopoguerra. Le turbolenze economiche degli anni Settanta – stagflazione, calo della redditività e intensificazione della concorrenza globale – avevano minato le basi materiali della governance socialdemocratica. In questo contesto, l’integrazione europea fu progressivamente rimodulata come soluzione ai limiti percepiti della gestione economica nazionale.Cruciale, tuttavia, è notare che molti dei vincoli invocati in seguito per giustificare un’ulteriore integrazione non erano esterni né inevitabili, ma erano essi stessi il prodotto di scelte di integrazione precedenti. Il Sistema monetario europeo (Sme), istituito nel 1979, introdusse rigidi vincoli sui tassi di cambio che limitarono fortemente l’autonomia monetaria nazionale, esponendo al contempo le economie più deboli alle pressioni speculative.Invece di rivelare un fallimento intrinseco della sovranità nazionale, queste dinamiche riflettevano le contraddizioni di un regime monetario incompleto e asimmetrico, che vincolava gli Stati senza fornire meccanismi compensativi democratici o fiscali. Eppure, tali pressioni furono costantemente reinterpretate attraverso una lente sopranazionale: se l’integrazione sovranazionale non produceva i risultati attesi, era perché non ce n’era abbastanza.Sotto la guida di Jacques Delors, il sovra-nazionalismo assunse progressivamente un carattere ideologico. La sovranità nazionale venne ridefinita come anacronistica, mentre le istituzioni sovranazionali furono presentate come garanti di stabilità, efficienza e apertura.Questo spostamento ideologico fu rafforzato dagli sviluppi politici a sinistra, in particolare dopo il fallimento del programma redistributivo iniziale di François Mitterrand all’inizio degli anni Ottanta. Di fronte alle pressioni valutarie esacerbate dallo Sme, il governo francese abbandonò la propria agenda socialista interna e abbracciò l’integrazione europea come strategia basata sui vincoli esterni.Da quel momento in poi, l’integrazione europea venne sempre più presentata come l’unica via realistica per una politica progressista. I vincoli sovranazionali – molti dei quali autoimposti – furono reinterpretati come scudi protettivi contro le forze di mercato, piuttosto che come strumenti di depoliticizzazione e di potere oligarchico-elitario. In questo modo, il sovranazionalismo smise di essere un mezzo e divenne un fine in sé, sostenuto da una narrazione in cui i problemi generati dall’integrazione venivano continuamente invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.Maastricht e la sacralizzazione dell’euroIl Trattato di Maastricht formalizzò il passaggio da un’integrazione basata sulla costruzione del mercato a un’integrazione funzionale, inserendo al cuore del progetto europeo l’unione monetaria, la disciplina di bilancio e i vincoli istituzionali. La politica monetaria sarebbe stata delegata a una banca centrale indipendente, la politica fiscale vincolata dai criteri di convergenza e il coordinamento economico presentato come una questione di necessità tecnica.L’integrazione non veniva più giustificata principalmente dalla pace o dalla prosperità, bensì da credibilità, stabilità e fiducia. Allo stesso tempo, negli anni Novanta emerse l’«Europa sociale» come contro-narrazione legittimante. L’Europa sociale funzionava come un’alternativa progressista all’Europa del mercato, promettendo che l’integrazione potesse essere conciliata con la protezione sociale, i diritti dei lavoratori e la coesione. Essa permise ai partiti di centro-sinistra e ai sindacati di sostenere Maastricht mantenendo un impegno retorico verso la giustizia sociale.Tuttavia, l’Europa sociale rimase strutturalmente subordinata all’Europa del mercato. Le politiche sociali furono debolmente istituzionalizzate, largamente dipendenti dall’attuazione nazionale e sistematicamente subordinate agli imperativi economici. L’asimmetria tra vincoli economici rigidi e coordinamento sociale soft non fu accidentale, ma costitutiva del modello di integrazione.La creazione dell’euro rappresenta il passo più ambizioso e politicamente consequenziale nella storia dell’integrazione europea. Più di qualsiasi passaggio precedente, l’euro istituzionalizzò la depoliticizzazione. Fin dall’inizio, l’euro non fu giustificato soltanto come strumento economico, ma fu presentato come un risultato politico irreversibile. Incorniciando l’euro come necessario e irreversibile, le élite politiche delegittimarono preventivamente l’opposizione e isolarono il progetto da ogni contestazione democratica.Italia come laboratorioCome spiega Gabriele Guzzi nel suo libro Eurosuicidio, l’Italia offre un caso paradigmatico di sacralizzazione preventiva dell’euro. Qui, molto prima che i suoi effetti materiali potessero essere pienamente misurati, l’euro aveva già assunto una funzione simbolica e politica ben più ambiziosa: era diventato un sostituto della politica stessa. Nell’Italia in crisi degli anni Novanta, l’euro fu elevato da strumento economico a dispositivo teologico-politico, una fede secolare destinata a disciplinare la società, assolvere le élite dalle proprie responsabilità e promettere redenzione attraverso il sacrificio.Le élite politiche italiane mobilitarono l’euro attraverso l’idea del vincolo esterno. Legando il Paese a regole europee irreversibili, i leader politici sostenevano di poter finalmente imporre riforme che l’Italia sarebbe stata incapace di scegliere da sola. Le decisioni non sarebbero più state politiche, ma tecniche. La responsabilità non sarebbe più ricaduta sui governi eletti, ma sarebbe stata esternalizzata a trattati, mercati e istituzioni sopranazionali.Il dibattito sull’euro assunse rapidamente caratteristiche inequivocabilmente religiose. L’euro divenne indiscutibile: la critica non veniva confutata con controargomentazioni, bensì con una squalifica morale. I problemi economici dell’Italia furoVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Quanto è grave il rallentamento della crescita cinese?
di Branko MilanovicL’ex capo economista della Banca mondiale evidenzia come la recente decelerazione economica di Pechino sia un fenomeno del tutto fisiologico. Nonostante la frenata, il gigante asiatico resta nel decile superiore per sviluppo globale, superando ampiamente le performance previste per il suo livello di reddito. La dinamica suggerisce che l’eccezionalità del sistema potrebbe esaurirsi solo tra una generazione, quando l’espansione si allineerà finalmente alle medie mondiali.IN BREVERallentamento senza crollo La crescita cinese scende sotto il 5%, ma resta nel decile più alto globale, ben oltre la media del 2%.Frenata fisiologica L’avvicinamento alla frontiera tecnologica riduce i ritmi: la Cina converge verso dinamiche storicamente normali.Eccezionalità che resiste Anche rallentando, Pechino cresce oltre le attese (circa 4,5%), rinviando la fine del suo vantaggio sistemico.Ci sono molti articoli allarmisti sul rallentamento della crescita cinese (per un bel campione, vedi qui). Il rallentamento è reale. La crescita media annua della Cina negli ultimi tre anni è stata leggermente inferiore al 5% pro capite. Dieci anni fa, la media triennale era circa del 7%, e 10 anni prima ancora la media triennale era del 10%. (Si tratta, in tutti i casi, di tassi di crescita pro capite).Ma una crescita del 5% è davvero negativa? Quanto negativa? Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale il database del FMI e della Banca Mondiale dispone di tassi di crescita dettagliati), il tasso di crescita medio mondiale, per Paese, è stato del 2%. Solo un Paese su 10 (ovvero il 10% dei Paesi) ha registrato tassi di crescita superiori al 4,7%. Pertanto, i tassi di crescita cinesi, pur in questa fase di rallentamento, si collocano ancora nel decile superiore di tutti i tassi di crescita annuali a livello globale.Il rallentamento cinese significa semplicemente che, invece di crescere al tasso più alto, o al secondo o terzo più alto, del mondo per circa 20 anni ininterrotti (fatta eccezione per i Paesi che godono di crescita temporaneamente elevata grazie a guadagni da risorse naturali o alla ripresa post-bellica), è ora «sceso» fino a trovarsi nel decile superiore dei paesi per tasso di crescita. Ovviamente, si tratta di un rallentamento che la maggior parte delle nazioni – il 90% per l’esattezza – vorrebbe poter sperimentare. Tra i grandi Paesi, solo l’India recentemente ha ottenuto risultati migliori della Cina, con, ad esempio, la media degli ultimi tre anni di circa il 6% pro capite.Il rallentamento cinese è inoltre «normale» e atteso: il Paese è diventato più ricco, si è avvicinato in molti casi alla frontiera tecnologica e ci si può aspettare che la sua crescita dipenda essenzialmente (forse non ancora, ma tra una generazione o due) dalla velocità del progresso sulla frontiera tecnologica.Ha quindi senso porsi la seguente domanda. Raccogliamo tutti i dati storici (dal 1950 al 2024) sui livelli di Pil pro capite e sui relativi tassi di crescita di tutti i Paesi presenti nel database della Banca mondiale e del Fondo monetario, e confrontiamo il profilo della crescita globale con quello della Cina. Questo è ciò che mostra la figura qui sotto. Abbiamo circa 11.000 punti dati del Pil pro capite (in dollari reali a parità di potere d’acquisto, Ppp) sull’asse orizzontale, e altrettanti tassi di crescita del Pil pro capite per 187 Paesi.La linea blu spessa indica la media dei tassi di crescita stimati in modo non parametrico per le economie a un dato livello di Pil pro capite. Come si può facilmente notare, tale tasso di crescita aumenta da poco più dello 0% per i Paesi/anni più poveri fino a quasi il 2,5% per i Paesi/anni che si trovano a circa 10.000 dollari Ppp.Oggi, i paesi di questo tipo (dove in teoria il tasso di crescita dovrebbe toccare il picco) sono la Tunisia e l’Ecuador; ma nel 1994 erano il Libano, la Romania e il Suriname; e nel 1964 erano la Grecia, il Gabon e la Spagna, e così via (per qualsiasi anno tra il 1950 e il 2024). Dopo quel picco, il percorso di crescita «atteso» a livello mondiale declina e, al livello di Paesi/anni con un Pil pro capite di 50.000 dollari e oltre, il tasso di crescita atteso diventa dell’1,5%.Dove si colloca la Cina in questa storia? Il suo percorso di crescita è rappresentato dalla linea rossa (ottenuta, ancora una volta, tramite una regressione non parametrica). Chiaramente la Cina ha avuto una tremenda accelerazione rispetto al tipico sentiero di crescita mondiale, ma anche una decelerazione molto più netta (le pendenze di entrambe le porzioni – ascendente e discendente – della curva a U rovesciata della Cina sono molto più accentuate rispetto alla medesima curva globale).Tuttavia, nonostante la brusca frenata, la crescita cinese oggi è ancora molto più elevata di quella di un tipico Paese al medesimo livello di reddito. Esiste un divario tra la linea rossa e quella blu: in media, basandoci sull’esperienza mondiale, ci aspetteremmo che la Cina crescesse al 2%, mentre invece cresce al 4,5%.Dunque, sì: la crescita cinese sta rallentando più velocemente di quanto farebbe la tipica crescita mondiale, ma la Cina sta ancora crescendo a tassi significativamente più alti di quanto ci si aspetterebbe basandoci sui dati globali degli ultimi 75 anni.Come regge il confronto con l’esperienza del Giappone, verso la quale molti sostengono che la Cina sia diretta? Ciò che notiamo nella figura qui sotto è che anche il Giappone ha avuto tassi di crescita molto più elevati durante la sua fase di espansione di quanto ci si aspetterebbe dall’esperienza globale.Quando il Pil pro capite del Giappone era di circa 10.000 dollari Ppp, cresceva a quasi il 6% annuo contro il (come abbiamo visto) circa 2,5% del resto del mondo. Ma poi, a partire da circa 30.000 dollari Ppp (si veda la linea tratteggiata nel grafico), la decelerazione del Giappone è stata talmente brusca che alla fine, e per un brevissimo periodo, la performance di crescita giapponese è diventata inferiore alla media mondiale per quel livello di reddito.Da allora, il Giappone sembra essere tornato pienamente sulla «linea mondiale»; in altre parole, la sua performance non è né eccezionalmente buona né eccezionalmente cattiva, ma nella media per un paese al livello di reddito del Giappone.La domanda è: la decelerazione della Cina sarà rapida quanto quella del Giappone? È possibile che il grafico della Cina scenda così tanto e così velocemente che, nel momento in cui raggiungerà circa 30.000 dollari Ppp, andrà a toccare la linea blu, rendendo la crescita cinese né più né meno notevole del consueto tasso di crescita a quel livello di reddito?Questa è, ovviamente, una domanda cruciale a cui nessuno può rispondere ora. Ma se si volesse semplicemente prendere un pennarello spesso e tracciare la linea rossa proseguendola secondo l’andamento che sembra avere ora (cioè mantenendo la stessa pendenza), la Cina toccherebbe la linea blu intorno a un Pil pro capite di 32.000 dollari Ppp – livello di reddito che è circa un mezzo superiore a quello odierno. Ciò non significa che smetterà di crescere. Crescerebbe comunque a un tasso di circa il 2% pro capite annuo, ma tale tasso non sarebbe né superiore né inferiore a quello dei Paesi con lo stesso livello di reddito. In quel caso (ipotetico), l’eccezionalismo della Cina sarebbe finito.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis)Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleBranko Milanovic Economista serbo-americano, è tra i massimi esperti di disuguaglianze globali. Nato a Parigi e cresciuto a Belgrado, ha lavorato per 20 anni alla Banca mondiale, dove è stato capo economista per la ricerca. Professore alla City University of New York (CUNY) e visiting scholar in università da Oxford alla Johns Hopkins, ha rivoluzionato gli studi sulla distribuzione del reddito. Il suo celebre «grafico dell’elefante», del 2016, mostra i perdenti della globalizzazione: le classi medie occidentali e i poveri assoluti. Nei suoi libri tradotti in italiano, Capitalismo senza rivali. Il futuro del sistema che domina il mondo e Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianza e il futuro della classe media, analizza le dinamiche economiche mondiali e i cicli storici del potere. Critico delle élite «liberali illiberali», analizza l’ascesa del populismo come effetto della concentrazione della ricchezza, contestando sia la sinistra globalista sia i nazionalismi reazionari. La sua tesi più provocatoria: «Il capitalismo ha vinto, ma sta distruggendo la democrazia».Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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Iran: perché il numero di manifestanti morti continua a cambiare
di Caitlin JohnstoneNel suo solito stile graffiante, Caitlin Johnstone sostiene che le cifre sulle vittime del regime iraniano sono gonfiate e incoerenti, perché prive di fonti affidabili. A suo avviso, questa oscillazione dimostra una narrazione propagandistica pro-guerra. Pur riconoscendo l’esistenza di migliaia di morti, Johnstone evidenzia tutte le discrepanze della narrazione mainstream. E accusa media e partiti di amplificare i numeri per fini politici, creando una versione distorta e sensazionalistica degli eventi.L’argomento pro-guerra più comune riguardo all’Iran è che hanno massacrato decine di migliaia di manifestanti nel gennaio di quest’anno — ma la cosa divertente è che non citano mai lo stesso numero. Poiché si tratta di una totale narrazione fiction, possono semplicemente inventare qualsiasi numero vogliano.Nelle discussioni online con gli apologisti dell’Impero in questi ultimi mesi, mi è stato detto che il numero di manifestanti morti è 30 mila, 40 mila, 50 mila, 60 mila, 70 mila, 80 mila, 90 mila e 100 mila.Sembrano davvero lanciare qualsiasi numero sembri credibile in un dato momento. Recentemente ho visto un esasperato Glenn Greenwald chiedere a un interlocutore su Twitter: «Come decidi quando sostenere che l’Iran ha ucciso 30 mila manifestanti, o 45 mila, o 70 mila? Dipende dal giorno della settimana o dal ritmo del discorso o da cos’altro?».Reza Pahlavi, fantoccio del cambio di regime iraniano, ha affermato a gennaio che 50 mila manifestanti erano stati massacrati dal governo iraniano quel mese. La nota propagandista coreana Yeonmi Park ha fissato il numero a 40.000. A febbraio, il presidente Donald Trump ha detto che erano 32 mila. Ad aprile aveva gonfiato quel numero a 45 mila, per poi farlo salire successivamente a 60 mila. Il mese scorso ho visto (il giornalista, ndr) Cameron Stewart de The Australian far lievitare il numero a 80 mila.A febbraio c’è stato un tweet virale da parte di un account di propaganda chiamato The Persian Jewess che asseriva che «90 mila manifestanti sono stati uccisi fino ad oggi», mentre l’influencer di destra Nicholas Lissack ha affermato che erano in realtà 100 mila. L’altro giorno qualcuno ha commentato un mio post dicendomi che «l’Iran ha ucciso oltre 40 mila manifestanti che lottavano per la libertà» e, quando ho respinto tale affermazione, un altro apologeta dell’impero è intervenuto e ha corretto il numero a 30.000.La ragione per cui non riescono a stabilire un numero è perché è tutto inventato. Nessuno nega che migliaia di persone siano state uccise nei disordini di gennaio; il governo iraniano stesso ha dichiarato che 3.117 persone sono state uccise negli scontri violenti, fra cui un gran numero di forze di sicurezza.Dato che il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti (Scott Bessent, ndr) ha ripetutamente ammesso che gli Stati Uniti hanno deliberatamente fomentato i disordini in Iran, e dato che Trump ha ammesso di aver inviato armi nel Paese con l’obiettivo di armare i manifestanti, e dato che il precedente Segretario di stato di Trump ha suggerito che il Mossad fosse intimamente coinvolto nelle cosiddette «proteste pacifiche», era inevitabile che delle persone sarebbero state uccise.Ma i propagandisti di guerra non potevano accontentarsi di poche migliaia di morti. Avevano bisogno di qualcosa di più spettacolare. Qualcosa di sensazionale. Così hanno iniziato a far circolare rapporti scarsamente documentati da parte di individui loschi sostenendo che il conteggio dei corpi fosse molto più alto di quanto riconosciuto, e poi gonfiando ulteriormente i numeri in quei rapporti.E quando l’hanno fatto, hanno reso chiaro che stavano mentendo su tutta la faccenda, perché chiunque può vedere i numeri fluttuare ovunque a seconda di chi sta parlando e di che tipo di umore abbia in quel momento. Hanno commesso un classico errore nella scrittura di narrativa, come spiegato in un post virale che girava su Tumblr qualche mese fa: «Scrittori di narrativa speculativa, vi darò un consiglio davvero urgente: non fate numeri. Non date ai vostri lettori alcun numero. Quant’è pesante la spada? Molto. Quant’è vecchia quella città? Parecchio. Quant’è grande il forte? Immenso. Quant’è veloce l’astronave? Non molto, è di seconda mano.Nel momento in cui fai un numero, i tuoi lettori possono controllare i tuoi calcoli e tu non puoi fare calcoli meglio del tuo critico più autistico. Te lo garantisco. Non lasciare che i tuoi lettori facciano alcun calcolo. Quand’è successo qualcosa? Un po’ di tempo fa. Quanti proiettili può sparare quella pistola? Domanda trabocchetto, spara laser, e li spara FORTE. State mentendo alla gente per divertimento. Se lasciate che vi facciano i calcoli, la bugia crolla e non è più divertente».Se hai intenzione di scrivere narrativa, è importante non rompere l’illusione e non scuotere il lettore fuori dal mondo immaginario che stai creando per lui. La narrazione sulle decine di migliaia di manifestanti iraniani morti è finzione, e tutti si stanno svegliando di fronte alle bugie.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Caitlin Johnstone Giornalista indipendente australiana, è nota per i suoi articoli fortemente critici nei confronti delle politiche imperialiste occidentali, in particolare degli Usa e dei suoi alleati, come l’Australia. Scrive principalmente di geopolitica, propaganda mediatica, libertà di informazione e guerra. È autrice del libro di poesie Woke: A Field Guide For Utopia Preppers, che mescola satira politica, riflessione filosofica e visione utopica.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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L’attacco all’Iran rischia di far naufragare il sistema dei petrodollari
di Giacomo GabelliniIl conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.IN BREVETramonto della sicurezza L’incapacità di Washington di proteggerle dai droni iraniani spinge le monarchie arabe a dubitare delle garanzie decennali, trasformando la cooperazione in una vulnerabilità.Blocco strategico Il regime di permessi imposto da Teheran nello Stretto ha obbligato le navi a pagare pedaggi in yuan o criptovalute, paralizzando le esportazioni energetiche verso l’Occidente.Rimpatrio dei capitali La necessità di ricostruire le infrastrutture interne spinge i Paesi del Golfo a liquidare gli investimenti esteri, sottraendo trilioni di dollari ai mercati statunitensi.Rivincita dell’oro Le banche centrali preferiscono le riserve auree ai titoli di Stato Usa per diversificare il rischio, mentre il debito federale si avvicina alla soglia critica di 40 trilioni.Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire. Già nei primi giorni di marzo, riferisce il Financial Times sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman avevano avviato una revisione degli investimenti all’estero sia in essere sia programmati. Motivo: placare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto. La revisione implica potenziali riduzioni delle sponsorizzazioni sportive, dismissioni e liquidazioni.Questo cambio di registro risulta tanto più impellente alla luce del blocco selettivo dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran a conflitto in corso. Più specificamente, in quello che si configura come il «collo di bottiglia» più strategico al mondo, la Repubblica Islamica ha imposto un regime di autorizzazioni al transito applicabili soltanto a navigli facenti capo a Paesi non ostili e disposti a pagare pedaggi in yuan-renminbi e criptovalute.Risultato: esplosione dei premi assicurativi, ritiro della copertura ad opera di gran parte delle compagnie occidentali, imbottigliamento nelle acque del Golfo Persico di circa 2.000 navi cargo cariche di petrolio e gas saudita, emiratino, qatariota, omanita, kuwaitiano e bahreinita.L’impossibilità a esportare il proprio petrolio aggrava la posizione finanziaria dei Paesi membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, privandoli delle relative entrate in dollari che, a decorrere dagli anni Settanta, venivano convogliate in larga parte negli Stati Uniti sottoforma di investimenti in azioni, obbligazioni, armi e tecnologia, conformemente all’accordo sui petrodollari del 1974.L’intesa, siglata tra il Segretario al Tesoro William E. Simon e re Faysal, impegnava l’Arabia Saudita a commercializzare solo ed esclusivamente in dollari il proprio petrolio e a riciclare parte considerevole dei proventi in investimenti negli Stati Uniti. Questi ultimi, a loro volta, assicuravano al regno stabilità monetaria, appoggio politico e protezione militare, anche tramite l’allestimento di basi militari sul suolo saudita. L’accordo fu rapidamente esteso all’intera penisola arabica, alimentando una domanda costante di dollari e trasformando la valuta statunitense nel pilastro del mercato energetico mondiale.Da quel momento, l’accumulazione di dollari nelle proprie riserve si è affermata come preoccupazione prioritaria per le Banche centrali, perché la valuta statunitense rappresentava la chiave d’accesso ai rifornimenti energetici. Il commercio internazionale, di conseguenza, si è consolidato attorno a questo caposaldo.Si stima che i Paesi arabi del Golfo Persico gestiscano investimenti all’estero per un controvalore complessivo di circa 5.000 miliardi di dollari, gran parte dei quali concentrati negli Stati Uniti. A marzo 2026, soltanto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar avevano accumulato investimenti oltreoceano per un ammontare superiore ai 2.000 miliardi di dollari – pari a poco meno del 40% del loro patrimonio complessivo in gestione.Nel 2025, a seguito del tour nella regione compiuto da Donald Trump, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita si erano impegnati a investire negli Stati Uniti rispettivamente 1,4 trilioni, 1,2 trilioni e un trilione di dollari nell’arco di un decennio. Riad aveva anche concluso un contratto per l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi da 142 miliardi di dollari.La «sortita diplomatica» di Trump era stata anticipata da manifestazioni di pubblico sostegno da parte delle classi dirigenti della regione letteralmente senza precedenti. Il Qatar aveva donato al presidente un lussuoso aereo di linea Boeing-747, mentre organismi connessi a un membro di spicco della famiglia reale di Abu Dhabi avevano acquisito una partecipazione in World Liberty Financial, la società di stablecoin della famiglia Trump.Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avevano anche contribuito collettivamente, con un apposto di 24 miliardi di dollari, all’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance, sostenuta dalla famiglia Ellison, vicina a Trump. E il Public Investment Fund saudita aveva pianificato un investimento da 30 miliardi di dollari per l’acquisizione di Electronic Arts.I missili e droni iraniani giunti a bersaglio con estrema regolarità hanno palesato urbi et orbi l’incapacità degli Stati Uniti di fornire ai propri alleati adeguata protezione militare, certificando la fondatezza dei sospetti sorti già nel settembre del 2019. All’epoca, gli Houthi yemeniti lanciarono con successo ben 17 ondate di droni contro gli stabilimenti petroliferi sauditi di Khurais e Abqaiq, di proprietà di Saudi Aramco. Il risultato fu un crollo della produzione petrolifera mondiale del 5% e un’impennata dei benchmark Brent e West Texas Intermediate.Come ha affermato il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi in un durissimo editoriale pubblicato sull’Economist, «la rappresaglia contro quelli che l’Iran identifica come obiettivi americani sul territorio dei Paesi vicini è stata una conseguenza inevitabile, seppur profondamente deplorevole e del tutto inaccettabile. Di fronte a quella che sia Israele sia gli Stati Uniti hanno presentato come una guerra volta a distruggere la Repubblica Islamica, questa era probabilmente l’unica opzione razionale a disposizione della leadership iraniana».Il ministro continua dicendo che i Paesi arabi, «che avevano riposto la loro fiducia nella cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti ora percepiscono tale cooperazione come una grave vulnerabilità, che minaccia la loro sicurezza presente e la loro prosperità futura».Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha sottolineato che la regione del Golfo Persico rappresenta ormai «un polo dell’economia globale». E ha aggiunto: «Se dovesse implodere, o ripiegarsi su sé stessa concentrandosi sulla propria difesa, ritirando gli investimenti e ridimensionando la propria esposizione verso l’estero, l’effetto si ripercuoterebbe su praticamente tutte le economie del mondo».Sebbene non sia ancora chiara la portata del «riposizionamento» che le monarchie arabe del Golfo hanno messo in cantiere, il portavoce continua spiegando che «le difficoltà economiche che saremo chiamati ad affrontare a seguito della guerra e la riduzione geVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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«Trump non è la causa del declino occidentale: ne è l’effetto»
di Elisabetta BurbaIl politologo che insegna alla American University di Washington analizza il tramonto del primato statunitense, leggendolo come un processo strutturale iniziato ben prima dell’insediamento di Donald Trump. Attraverso una prospettiva storica di lungo periodo, il professor Amitav Acharya, che è nato in India, tratteggia l’immagine di un sistema globale che torna a essere plurale e multicentrico. A suo avviso, non si tratta di una fine, ma di una transizione verso una configurazione inedita. Si apre una fase dove il dialogo tra civiltà diverse sostituisce l’egemonia di un singolo polo, offrendo nuove possibilità di cooperazione per affrontare le sfide del futuro.IN BREVEGenesi del populismo Secondo il professor Acharya, l’ascesa del trumpismo non è la causa, ma il risultato di cambiamenti strutturali globali. Il fenomeno nasce dalla disillusione dei «perdenti» della globalizzazione e dalla delocalizzazione industriale.Tramonto della leadership Dopo 80 anni di dominio incontrastato, il primato economico e militare degli Stati Uniti si sta erodendo. Potenze come Cina, India e i Brics sfidano oggi l’influenza di Washington.Scacchiere mediorientale Il conflitto in Iran evidenzia i limiti del potere bellico americano e gli errori di calcolo strategico. L’incapacità di ricostruire dopo aver distrutto segnala un passaggio verso la fine della Pax americana.Resistenza millenaria L’arroganza occidentale ignora la profondità storica di nazioni come la Persia, capaci di resistere per millenni. L’ordine mondiale non è un monopolio dell’Ovest, ma una costruzione plurale.Mondo multiplex Il declino occidentale apre a un sistema multicentrico dove il dialogo tra civiltà sostituisce l’egemonia. Accettare questa transizione permette di costruire nuove forme di cooperazione globale.«Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente». Più che il titolo, è il sottotitolo a rivelare il contenuto dell’ultimo libro di Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington D.C., considerato uno dei massimi esperti mondiali di Relazioni internazionali. In Storia e futuro dell’ordine mondiale, pubblicato in Italia da Fazi editore, Acharya analizza 5 mila anni di storia per dimostrare come l’ordine globale non sia un’esclusiva occidentale, ma una costruzione plurale destinata a evolversi verso un assetto più equo e multicentrico. Krisis lo ha intervistato.Professore, lei ha dichiarato che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma ne è la conseguenza. Perché?«Quando ho detto che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma la conseguenza, intendevo dire che ci sono stati cambiamenti in atto nell’ordine mondiale, negli affari internazionali, ben prima di Trump, e che questi sono cambiamenti a lungo termine. Alcuni di questi cambiamenti hanno creato nazionalismo e populismo in Occidente e negli Stati Uniti, in particolare tra gli elettori di Trump. Per esempio, l’influenza occidentale sul mondo è stata in parte sfidata, almeno negli ultimi due decenni circa, dall’ascesa di altre potenze come la Cina o l’India, e anche dalla Russia. Come risultato di questa sfida e dell’ascesa di nuove potenze, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro importanza relativa nel mondo. Gli Stati Uniti si sono trovati a dover competere, ad esempio, con la Cina, e sono stati anche sfidati dai Paesi del Sud del mondo. Questo ha reso difficile per gli Usa affermare il proprio primato e ha creato una sorta di disillusione tra il pubblico statunitense riguardo agli effetti della globalizzazione. Quindi i sostenitori di Trump sono fondamentalmente i “perdenti” del processo di globalizzazione».In che senso?«Mi riferisco alle persone che hanno perso il lavoro a causa del fatto che le industrie in cui lavoravano hanno delocalizzato in altri Paesi, come in quelli del Sud del mondo. Inoltre, le istituzioni multilaterali che dovrebbero essere pro-Usa o difendere gli interessi americani non lo hanno fatto, dal punto di vista di Trump. Quindi Trump ha visto questa come un’opportunità per sfruttare il sentimento anti-globalizzazione e anti-ordine liberale tra la gente. L’immigrazione è un altro fattore, perché l’immigrazione era aumentata in modo piuttosto drammatico in tutto il mondo, ma anche l’immigrazione verso gli Stati Uniti. Quindi Trump ha percepito, ha visto che c’è una vasta sezione di americani che non ama la globalizzazione, che non ama l’immigrazione, che non ama le istituzioni multilaterali come l’Onu. E ha sfruttato questo sentimento. In realtà, quei cambiamenti sono avvenuti perché l’ordine mondiale stava cambiando. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa erano indiscutibilmente la principale potenza economica e militare nel mondo. Ma lentamente questo primato si è eroso, specialmente per quanto riguarda il potere economico. La Cina ha iniziato a crescere e lo hanno fatto anche altri Paesi, come i Brics. Così Trump ha pensato che questa fosse una buona opportunità. I cambiamenti in corso – specialmente la globalizzazione – stavano creando rabbia e rifiuto tra un certo numero di americani, un gran numero di americani. E Trump ci si è buttato dentro. Prima Trump era pro-globalizzazione. Era solo un uomo d’affari. Adesso sta sfruttando il sentimento contro la globalizzazione ed è diventato molto bravo in questo. Ecco a cosa mi riferivo quando ho detto che Trump è una conseguenza. Non ha creato lui l’erosione del potere americano. Era un fenomeno che stava accadendo a causa di cambiamenti in corso da molto tempo prima del suo insediamento. Ora Trump può dargli la spinta finale, distruggendo completamente il sistema. Ma non ha dato inizio lui al processo».Quindi è più un effetto che una causa: i cambiamenti erano strutturali e precedenti a Trump. Riguardo alla guerra in Iran, lei pensa che rappresenti il sipario finale per la Pax americana?«Sì, in un certo senso sì. Non direi finale, ma è un altro passaggio verso la fine. Io guardo alla storia mondiale non in termini di passaggi drammatici, ma di cambiamenti a lungo termine. E penso che questo sia un punto di svolta, nel senso che i mutamenti stanno già accadendo, ossia l’ascesa di India, Cina e Brics. Prendiamo la guerra Russia-Ucraina: Trump ha provato a dire che avrebbe risolto il problema non appena entrato in carica, ma non ci è riuscito. Ha fallito. I russi non lo ascoltano nel modo in cui lui vorrebbe. Quello è stato un altro passo. Poi è arrivato all’Iran. Trump pensava di poter entrare in Iran e distruggere il regime. Ora dice di non volere un cambio di regime, ma inizialmente aveva detto di volerlo. Voleva sbarazzarsi del regime e poi andarsene via molto velocemente senza dover continuare la guerra troppo a lungo e senza subire perdite reali. Ma a un mese dall’inizio della guerra, vediamo che Trump ha ottenuto sì qualche vittoria, come l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, ma resta il fatto che per gli Usa la situazione è pessima perché gli alleati americani nel Golfo sono stati colpiti dai missili iraniani. Trump non l’aveva previsto: non pensava che l’Iran avrebbe risposto colpendo gli alleati del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e altri. Quanto alle nostre basi americane, molte sono state danneggiate e la guerra continua. L’Iran non si è arreso. Quanto a Trump, pare che i suoi obiettivi bellici non vengano raggiunti, qualunque essi fossero. È umiliato, sembra aver dovuto cambiare rotta, vuole negoziare con il regime iraniano. Pensava che avrebbe capitolato, che si sarebbe arreso. E invece resiste. Quindi Trump ne esce piuttosto male nell’ambito della comunità internazionale. Gli alleati Nato, come l’Italia, hanno rifiutato di sostenerlo nella riapertura dello Stretto di Hormuz. La Nato non vuole essere coinvolta direttamente, il che è comprensibile perché lo stesso Trump aveva umiliato gli alleati. Quindi la situazione è pessima per gli Usa, sia militarmente sia politicamente. In una frase, direi che Trump può distruggere, ma non può ricostruire. Non può fare un accordo. È bravo a distruggere, ma non sa costruire. La distruzione è una cosa, la costruzione è un’altra. E sembra davvero un leader debole, e questo eroderà la fiducia americana nel potere americano, perché gli Usa non possono mantenere le promesse. Inoltre, farà anche apparire gli Stati Uniti davvero male in termini di potere politico-diplomatico».Ma non era ovvio già da subito che sarebbe finita così? Perché Trump si è comportato in modo talmente irragionevole con l’Iran?«Ottima domanda. Penso ci siano diversi fattori in campo. Uno è che Trump ha sbagliato i calcoli. I leader spesso sbagliano i calcoli. Trump era troppo sicuro di sé. Dopo aver assediato il Venezuela ed essersi sbarazzato del regime, pensava di poter fare la stessa cosa in Iran. Ma il punto è che il Venezuela è proprio qui accanto, mentre l’Iran è lontano ed è un Paese molto più grande e una potenza molto più grande. Quindi Trump ha fatto male i calcoli. Pensava che il regime iraniano, dopo l’uccisione del suo leader, si sarebbe arreso, proprio come si era arreso il regime venezuelano. In sostanza, dopo il rapimento del presidente Nicolàs Maduro, Trump aveva preso il controllo in Venezuela. Quindi è stato un errore di calcolo. L’altro fattore è che Trump è stato consigliato male. Israele lo ha spinto verso la guerra. Non c’è dubbio sul ruolo di Israele. In un certo senso, è stato molto vantaggioso per Israele, ma negativo per gli Usa. Gli stessi consiglieri di Trump sembrano piuttosto incompetenti. Peraltro, si stanno lanciando in guerra senza pensare alle conseguenze. E ciò potrebbe includere i suoi consiglieri stretti e anche Pete Hegseth, il Segretario della Difesa ora chiamato Segretario della Guerra. Ma è successo anche questo. Terzo, Trump non aveva previsto che gli alleati europei avrebbero respinto la sua linea in modo così totale, come invece è accaduto. Prendiamo l’Italia, che è stata piuttosto amichevole nei suoi confronti: che esprimesse un totale rifiuto, Trump non lo aveva preVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Unione Europea: come Bruxelles costruisce la propria legittimità
di Thomas FaziNel suo ultimo saggio, di cui Krisis anticipa l’abstract, Thomas Fazi sostiene che l’Unione Europea compensa la sua cronica assenza di legittimità democratica attraverso narrazioni autocelebrative. Dalla pace del Dopoguerra ai cosiddetti «valori europei», tali narrazioni hanno contribuito a sacralizzare il progetto comunitario. Lungi dal colmare il vuoto di rappresentanza, la continua invenzione di imperativi morali e tecnici ha approfondito il solco tra vertici e cittadini. Oggi, però, il doppio standard tra Ucraina e Gaza ha smascherato l’uso strumentale dei principi per fini geopolitici.IN BREVEDeficit di democrazia Thomas Fazi sostiene che l’integrazione europea soffre di una cronica mancanza di basi popolari. Bruxelles compensa questo vuoto strutturale con narrazioni auto-legittimanti.Evoluzione dei miti Dalla pace del Dopoguerra al mercato unico, l’UE ha alternato diverse giustificazioni simboliche. Ogni racconto svanisce quando non riesce più a nascondere la natura tecnocratica del potere.Schermo dei valori Il richiamo ai principi morali agisce come strumento di depoliticizzazione. Trasformando scelte politiche in imperativi etici, Fazi sostiene che le élite blindano il progetto da ogni critica democratica.Geopolitica del doppio standard La crisi di credibilità è oggi irreversibile. Il contrasto tra l’approccio al conflitto in Ucraina e il silenzio su Gaza svela l’uso strumentale e selettivo dei diritti umani.L’Unione Europea non ha mai posseduto fondamenta democratiche nel senso significativo del termine. In assenza di un demos europeo, di una sfera pubblica condivisa o di un qualsiasi atto fondativo di autodeterminazione collettiva, l’UE ha storicamente compensato il proprio deficit strutturale di legittimità attraverso la continua produzione e rotazione di narrazioni auto-legittimanti. Questo saggio ripercorre tale evoluzione, dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, all’unione monetaria e al costituzionalismo basato sui diritti, fino all’emergere di un registro esplicitamente morale e geopolitico incentrato sui «valori europei».Si sostiene che questa successione di narrazioni non abbia mai rappresentato la maturazione di un’identità politica, bensì una serie di aggiustamenti simbolici compensativi: ognuno emerso quando il precedente si esauriva, e nessuno in grado di risolvere la contraddizione di fondo tra governance sovranazionale tecnocratica e autogoverno democratico.Il saggio argomenta inoltre che il discorso sui valori dell’UE, lungi dal riflettere un reale impegno normativo, ha sempre funzionato come strumento di depoliticizzazione e di potere delle élite: un mezzo per sacralizzare il progetto di integrazione, restringendo lo spazio della legittima contestazione democratica ed esternalizzando la colpa di politiche internamente impopolari sulla necessità sovranazionale. Piuttosto che aprire la politica, le narrazioni valoriali dell’UE l’hanno costantemente chiusa, riformulando scelte politiche fondamentali come imperativi morali, requisiti tecnici o obblighi esistenziali al di là di ogni legittima messa in discussione.Questa ipocrisia strutturale è stata ora definitivamente smascherata. I tanto sbandierati impegni dell’UE nei confronti del cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole, dei diritti umani, della sovranità democratica e del divieto di aggressione si sono rivelati del tutto subordinati all’allineamento geopolitico. Il contrasto tra la risposta dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina – inquadrata come una lotta di civiltà che richiede solidarietà e sacrifici illimitati – e il suo silenzio o la sua attiva complicità di fronte al genocidio in corso a Gaza, all’erosione della sovranità venezuelana e all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran mette a nudo ciò che il discorso sui valori ha sempre celato.I «valori europei» non sono principi universali, ma strumenti di interesse geopolitico occidentale, impiegati in modo selettivo e abbandonati senza imbarazzo nel momento in cui diventano scomodi. Questa analisi restituisce l’immagine di un’UE che non è una comunità di valori condivisi, ma un colosso tecnocratico e antidemocratico il cui linguaggio morale ha sempre servito un duplice scopo imperiale: giustificare la subordinazione delle democrazie degli Stati membri alla governance delle élite sovranazionali – una forma di «autocolonizzazione» interna – fornendo al contempo copertura ideologica per la proiezione del potere occidentale all’estero.Il saggio conclude che la crisi di legittimità dell’UE non può essere risolta attraverso narrazioni migliori o una comunicazione dei valori più coerente, ma risiede nel modello stesso di integrazione sovranazionale. Il problema della legittimità politica è inseparabile dalla produzione di senso. Tutti gli ordini politici, siano essi democratici o autoritari, dipendono da schemi simbolici attraverso i quali il potere si presenta come necessario, naturale e giustificato.Dai miti fondativi e dai momenti costituzionali fino alla routine quotidiana della governance, l’autorità politica non è mai sostenuta unicamente dalla coercizione o dalle prestazioni. Necessita di narrazioni che definiscano chi ne fa parte, cosa è in gioco, quali conflitti sono legittimi e quali orizzonti d’azione sono concepibili.Queste pratiche di attribuzione di senso possono essere descritte come processi di legittimazione: operazioni simboliche, culturali e istituzionali attraverso le quali il potere politico cerca di giustificare sia le proprie politiche sia la sua stessa esistenza. Anche nelle società secolarizzate, la politica non può funzionare senza tali narrazioni. Come ha osservato il giurista Harold Berman, «in tutte le società» il diritto «deriva la propria autorità da qualcosa al di fuori di sé». Quel «qualcosa» – logicamente antecedente alle regole e alle procedure – costituisce il fondamento dell’autorità stessa.Storicamente, tale fondamento era individuato nella religione, nella tradizione e nella consuetudine. A partire dal diciottesimo secolo, sono emerse nuove fonti di legittimità: la sovranità popolare, il nazionalismo, la scienza, l’ideologia e la leadership carismatica. Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, i regimi liberal-democratici occidentali potevano ancora contare su potenti forme di quella che potrebbe essere definita «religione secolarizzata» – comprendente ideologie di massa, narrazioni nazionali e, in molti contesti, una versione del cristianesimo stesso basata sulle tradizioni.Nell’ultimo mezzo secolo, tuttavia, le società occidentali hanno sperimentato una continua erosione di queste «grandi narrazioni» tradizionali. La religione, la nazione e l’ideologia hanno tutte perso gran parte della loro forza vincolante. Eppure, tale erosione non ha eliminato il bisogno di legittimazione politica; ne ha semplicemente alterato la forma, la temporalità e la stabilità.In particolare, nell’era neoliberista post-1989, le élite politiche occidentali hanno cercato di governare depoliticizzando allo stesso tempo i processi decisionali. La legittimità si è sempre più fondata sull’esperienza tecnica, sulle norme giuridiche, sulle procedure tecnocratiche e su presunte leggi economiche «naturali». La politica è stata ridefinita come amministrazione, il conflitto come inefficienza e le alternative come irrazionali o irresponsabili. Questa trasformazione è stata catturata in forma celebre dall’affermazione di Francis Fukuyama, secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo di mercato rappresentavano il «punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità».Tuttavia, questo consenso si è ormai frantumato. Dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008, la politica – assieme al conflitto politico – è tornata con prepotenza, cristallizzandosi sempre più, non principalmente attorno a divisioni ideologiche socio-economiche come in passato, ma attorno a valori: identità, storia, religione, sessualità, appartenenza nazionale e sovranità.È all’interno di questa più ampia condizione di politica tardo o ipermoderna – caratterizzata da individualizzazione, sfere pubbliche frammentate, declino della fiducia istituzionale, crisi permanente e ritorno di conflitti basati sui valori – che l’Unione Europea deve essere collocata. L’UE è spesso ritratta come un’entità politica tecnocratica, post-politica e orientata ai risultati, che storicamente ha fatto affidamento sulle prestazioni più che sul simbolismo.Ciononostante, negli ultimi decenni, e con un’intensità crescente dai primi anni Duemila, l’UE è diventata iperattiva nella produzione narrativa, in gran parte nel tentativo di compensare l’assenza di un demos condiviso, di una forte identità collettiva e di qualsiasi forma radicata di attaccamento pre-politico all’Unione. Lungi dall’essere un segnale di forza, questa proliferazione narrativa è sintomatica del deficit strutturale di legittimità dell’UE.L’Unione Europea costituisce un caso particolarmente rivelatore per lo studio della legittimazione politica. A differenza dei moderni Stati-nazione, manca di molti dei fondamenti classici dell’autorità democratica: un popolo unificato, una lingua comune, una sfera pubblica condivisa e un singolo momento di potere costituente. La sua autorità non deriva da un atto di autodeterminazione collettiva, ma da una fitta rete di trattati negoziati in gran parte dalle élite nazionali e ratificati con un limitato coinvolgimento popolare. Di conseguenza, l’UE si è storicamente basata su forme indirette di legittimità: competenza tecnocratica, autorità legale, performance economica e mediazione delle élite.Negli ultimi anni, gli studiosi hanno affrontato la questione delle narrazioni (auto)legittimanti dell’UE da diverse angolazioni. Un contributo particolarmente degno di nota al dibattito è https://www.routledge.com/The-European-Union-in-Search-of-Narratives-Disenchanted-Europe/Foret/p/book/9781032954875Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Dall’acqua ai fertilizzanti: in Medio Oriente il petrolio non è più tutto
di Paola OttinoDai rincari record dell’urea agli attacchi informatici contro i dissalatori, la stabilità regionale non dipende più solo dal greggio, ma dalla tenuta delle catene logistiche e tecnologiche. Nel Medio Oriente segnato da crisi sistemiche, la sicurezza non riguarda più il solo possesso di materie prime, ma la protezione dei flussi globali. Quando le rotte marittime si bloccano, l’instabilità non è prodotta esclusivamente dalla scarsità fisica delle risorse. Il rischio risiede piuttosto nella vulnerabilità di reti digitali e infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.IN BREVEOltre il barile La sicurezza regionale non dipende più solo dal greggio. Poggia anche sul controllo di flussi invisibili e reti digitali che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.Flussi virtuali L’importazionedi cereali compensa l’aridità locale, trasformando la scarsità ambientale in vulnerabilità geopolitica legata alla stabilità delle rotte marittime globali.Fame chimica Il sistema alimentare mondiale è appeso alla produzione di ammoniaca e urea. Si tratta di filiere fragili dove energia e acqua si intrecciano alla stabilità dei mercati internazionali.Infrastrutture sensibili I dissalatori e le gigafarm digitalizzate sono i nuovi target strategici. Un attacco informatico può negare l’accesso alle risorse primarie, senza distruggerle fisicamente.Effetto domino Nodi strategici come Hormuz rendono le crisi locali una minaccia sistemica, dove il blocco di una rotta commerciale si traduce in instabilità esistenziale globale.Per gran parte del Novecento, il Medio Oriente è stato rappresentato come lo spazio geopolitico per eccellenza delle «guerre del petrolio». Questa lettura, pur ancora rilevante, non è più sufficiente a spiegare le tensioni contemporanee. Le crisi più recenti mostrano un cambiamento profondo in cui si assiste alla fine delle classiche guerre per le risorse. Il conflitto non si concentra più soltanto sul controllo diretto delle materie prime, ma sulle infrastrutture e sui sistemi che ne permettono la produzione, la trasformazione e la distribuzione.In questo nuovo contesto, acqua, cibo e energia non possono più essere analizzati separatamente poiché costituiscono un complesso integrato, fragile e altamente interdipendente in cui una perturbazione locale può produrre effetti globali. Le tensioni attorno ai nodi strategici di Hormuz e di Bab el-Mandeb ne sono un esempio emblematico. Questi passaggi marittimi concentrano una quota significativa dei flussi mondiali di petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e derrate alimentari. Ma anche i recenti attacchi agli impianti di dissalazione nella regione del Golfo evidenziano come queste strutture, e indirettamente anche l’acqua, sono diventati obiettivi strategici nei conflitti in Medio Oriente.Le guerre contemporanee non colpiscono più soltanto risorse tangibili, ma sistemi complessi e, spesso, invisibili. Non si tratta semplicemente di chi possiede una risorsa, bensì di chi controlla, o è in grado di interrompere, le reti che la rendono accessibile. È in questa trasformazione che si inseriscono le nuove dinamiche di conflitto in Medio Oriente.Acqua virtualeIl Medio Oriente è una delle regioni più aride del pianeta, con precipitazioni estremamente limitate e una disponibilità idrica naturale tra le più basse al mondo. Secondo il World Resources Institute, circa l’83% della popolazione in Medio Oriente e Nord Africa è esposta a livelli di stress idrico estremamente elevati e si prevede che raggiungerà il 100% entro il 2050.In molti Paesi, la produzione agricola interna è insufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione rendendo necessaria una massiccia dipendenza dalle importazioni alimentari. Questa dipendenza può essere riletta attraverso il concetto di «acqua virtuale», cioè l’acqua dolce utilizzata per produrre, confezionare e trasportare alimenti e beni di consumo[1]. Ad esempio, quando un Paese importa grano sostanzialmente sta anche importando l’acqua necessaria per produrlo. In una regione dove l’acqua è scarsa, produrre localmente cereali richiederebbe uno sforzo idrico enorme e spesso insostenibile.L’acqua virtuale diventa così una strategia di sopravvivenza poiché molti Paesi mediorientali, scegliendo di importare alimenti di base (grano, riso, mais) da regioni più ricche d’acqua, preservano le scarse risorse idriche locali per usi essenziali (acqua potabile, igiene). In pratica, invece di usare la propria acqua per coltivare, importano indirettamente l’acqua necessaria alla produzione.Al tempo stesso, però, questa strategia introduce una nuova forma di vulnerabilità. In sostanza, crea una dipendenza dall’esterno che nel Medio Oriente è particolarmente delicata, essendo collegata, oltre che alla dipendenza dai mercati globali, anche ai rischi geopolitici e alla sicurezza alimentare. L’acqua virtuale rappresenta, pertanto, un passaggio da una vulnerabilità ambientale a una vulnerabilità geopolitica.I Paesi del Golfo importano circa l’85% del loro fabbisogno alimentare, gran parte del quale transita attraverso i nodi strategici marittimi. Ciò implica che la sicurezza alimentare di questi Stati dipende quasi totalmente dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Quando queste rotte vengono minacciate, come sta accadendo nei recenti conflitti regionali, il rischio non è soltanto economico, ma esistenziale.Le tensioni militari nell’area del Golfo hanno portato a una riduzione del traffico marittimo e a un aumento dei costi di trasporto, costringendo alcuni Paesi a ricorrere alle riserve strategiche alimentari. Ad esempio, dal 3 marzo scorso l’Iran ha dovuto sospendere le esportazioni di tutti i prodotti alimentari e agricoli per preservare le riserve interne e garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Questi contesti evidenziano come l’acqua, pur invisibile, rimanga al centro delle dinamiche di sicurezza regionale ma in una forma completamente trasformata: non più come risorsa naturale locale, bensì come flusso globale mediato dal commercio.Fertilizzanti & gasSe l’acqua virtuale rappresenta il primo livello della dipendenza, i fertilizzanti costituiscono un secondo livello, meno evidente ma altrettanto cruciale. La produzione agricola moderna si basa in larga misura su fertilizzanti sintetici, in particolare quelli azotati, la cui produzione dipende direttamente dal gas naturale. Alla base di tutto il sistema c’è l’ammoniaca, composto chimico essenziale da cui derivano prodotti come urea e nitrati. Questi fertilizzanti sono fondamentali per sostenere la produzione alimentare mondiale da cui dipendono circa 3,8 miliardi di persone.L’ammoniaca viene prodotta principalmente tramite un processo chimico che combina azoto atmosferico e idrogeno[2]. Ed è proprio qui che risulta nuovamente, come elemento critico, l’acqua. L’idrogeno necessario viene ottenuto soprattutto dal gas naturale attraverso processi che richiedono acqua, oppure direttamente dall’acqua tramite elettrolisi. Di conseguenza, la produzione di fertilizzanti azotati dipende non solo dall’energia, ma anche in modo significativo dalla disponibilità di risorse idriche.I Paesi che importano cibo, dunque, dipendono non solo dalle rotte commerciali, ma anche dalla disponibilità di fertilizzanti nei Paesi produttori. A loro volta, questi fertilizzanti sono legati al gas naturale e alla stabilità geopolitica delle regioni in cui vengono prodotti. Ne risulta una catena di interdipendenze in cui energia, acqua, agricoltura e commercio sono strettamente intrecciati. Come evidenziato da analisi del World Economic Forum, un’interruzione nella fornitura dei fertilizzanti può tradursi rapidamente in un aumento dell’insicurezza alimentare globale.La dipendenza del settore da 406 grandi impianti geograficamente concentrati in soli 61 Paesi aumenta ulteriormente la vulnerabilità poiché eventuali carenze idriche locali possono ridurre la produzione di ammoniaca e propagarsi a livello globale attraverso reti commerciali altamente interconnesse. Inoltre, cinque esportatori (Cina, Russia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar) rappresentano circa la metà dell’export globale di fertilizzanti, collegando la sicurezza alimentare di 637 milioni di persone a produzioni spesso situate in aree soggette a stress idrico (vedi figura qui sotto).In questo sistema, il Medio Oriente occupa una posizione centrale sia come produttore di gas sia come esportatore di fertilizzanti. Circa il 30% del commercio globale di questi prodotti passa ancora una volta attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo l’intero sistema estremamente vulnerabile a interruzioni. Non a caso, la riduzione del traffico nello stretto ha avuto effetti immediati sui mercati internazionali e anche i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati, con incrementi particolarmente marcati in Paesi già fragili. Tali incrementi si trasferiscono poi lungo la filiera alimentare, contribuendo a un rialzo dei prezzi dei generi alimentari su scala globale. Nel marzo 2026, il prezzo dell’urea è aumentato del 29,82%, e del 94,37% rispetto allo stesso periodo del 2025 (vedi figura qui sotto).A tutto ciò si aggiunge un ulteriore fattore di rischio legato alla produzione stessa dei fertilizzanti. Eventuali interruzioni in grandi impianti, come nel caso di uno dei massimi stabilimenti di urea al mondo in Qatar[3], possono ridurre in modo significativo l’offerta globale. TrattandosiVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Come l’Iran racconta la vittoria contro Trump (in stile Lego)
di Elisabetta BurbaDopo che il presidente degli Stati Uniti ha accettato di trattare sul piano di pace proposto dalla Repubblica islamica, un video animato ha sintetizzato lo scontro Usa-Iran: Washington cede, Teheran trionfa. Più che propaganda, emerge un linguaggio digitale inedito, fatto di ironia, ritmo pop e narrazione lineare. La strategia dei Guardiani della Rivoluzione punta a coinvolgere il pubblico globale usando i codici dei meme, trasformando la comunicazione politica in arma asimmetrica.IN BREVEGuerriglia dei mattoncini Il collettivo Explosive Media, legato ai Pasdaran, usa animazioni Lego per narrare la tregua fra Washington e Teheran. Un linguaggio pop che trasforma la crisi in una storia virale.Mimetismo digitale Teheran abbandona la retorica solenne per i codici dei meme. L’obiettivo è produrre contenuti così accattivanti da rendere irrilevante l’origine governativa del messaggio.Potenza asimmetrica L’Iran monitora il sentimento globale per tradurre la propria ideologia in formati pop. Questa capacità di parlare la lingua dell’avversario neutralizza i filtri critici.Dai Pasdaran ai Maga I video fluiscono dai canali ufficiali ai feed della sinistra anti-imperialista e dei movimenti Maga. Lo scetticismo verso l’interventismo Usa diventa il collante virale.Infiltrazione invisibile Diventando indistinguibile dai contenuti d’intrattenimento, la propaganda dei Guardiani della rivoluzione si fa più insidiosa.Robert A. Pape, professore alla University of Chicago, ha parlato di «enorme sconfitta strategica per gli Stati Uniti, la perdita più grande dalla guerra del Vietnam», sottolineando che «l’Iran è diventato una potenza mondiale». L’analista politico di Washington Trita Parsi ha osservato che «la guerra fallita di Trump ha eliminato la potenza delle minacce militari americane». Più ottimista la BBC, che ha parlato di «vittoria temporanea per Trump».Dopo il passo indietro del presidente degli Stati Uniti, che stanotte ha accettato di trattare sui 10 punti proposti dall’Iran per mettere fine alla guerra, sui media e sui social media si sono moltiplicate le interpretazioni. Analisi, retroscena, letture divergenti… Ogni versione prova a spiegare cosa è successo e, soprattutto, chi ha vinto.Ma ce n’è una che si sta facendo notare più delle altre. Non è la più dettagliata, né tantomeno la più prudente. È la più semplice. È un breve video – tre minuti con animazione in stile Lego – che riduce lo scontro tra Stati Uniti e Iran a una sequenza lineare.Non si tratta di un meme. Si tratta di un modello comunicativo che non lascia spazio all’ambiguità, non apre scenari. Il video definisce una verità narrativa. Gli Stati Uniti hanno perso, l’Iran ha vinto. Tutto è ordinato, chiaro, comprensibile. Ed è proprio la sua semplicità a renderlo efficace.Ma la forza di questo video non è solo una questione di contenuto. È anche una questione di linguaggio. La clip usa gli stessi codici dei video virali globali: animazione elementare, ritmo veloce, narrazione lineare, ironia. Non parla come la propaganda tradizionale. Parla come Internet.Eppure questo video non nasce in un contesto neutro. È prodotto in Iran dal collettivo indipendente Explosive Media, secondo alcuni analisti collegato all’ecosistema dei Pasdaran che negli ultimi anni ha investito sempre di più nei linguaggi digitali e virali.Il video inizia nel 2026, nel cuore del Pentagono. Un Donald Trump raffigurato con tratti arroganti ride accanto a generali sudati e in preda al panico, che caccia dal suo cospetto. Dopodiché preme un pulsante rosso: i jet americani decollano alla volta dell’Iran e bombardano acciaierie, ponti, centrali elettriche.Mentre a Washington si festeggia, in Iran i comandanti militari premono un altro pulsante rosso, su cui compare la scritta «Ritorno all’età della pietra». Uno sciame di missili balistici e di droni si alza in volo. In Israele, la centrale elettrica Orot Rabin e l’aeroporto Ben Gurion vengono distrutti. Nel Golfo, i porti di Dubai, le raffinerie di Abu Dhabi e quelle di Ras Tanura in Arabia Saudita vengono ridotte in cenere. Mentre Trump si agita tutto sudato a letto, l’economia globale crolla. Il Golfo precipita in un’oscurità totale. Gli europei sono al gelo. Gli americani, in coda per il pane, tornano a usare i cavalli. A Dubai e a Riad i cammelli corrono su piste da Formula 1 abbandonate e le pecore pascolano in stadi miliardari vuoti.Intanto, in Iran gli ingegneri ripristinano la rete elettrica e torna la luce. La sequenza culmina con le basi militari USA del Golfo circondate da folle furibonde, che costringono i soldati americani ad alzare bandiera bianca. I monarchi della regione, rappresentati come corrotti, vengono rovesciati. Trump si sveglia dall’incubo e scopre che sono state accettate le 10 condizioni iraniane per il cessate il fuoco. Il video termina con Trump sul pavimento in pigiama, che singhiozza accanto a una bandiera bianca.Come raccontato su Krisis due giorni fa, quella iraniana è molto più che propaganda. È un cambio di paradigma. Dopo l’attacco del 28 febbraio, Teheran ha iniziato a parlare all’Occidente con una lingua nuova. Non più quella ideologica della propaganda tradizionale, ma quella fluida della cultura digitale. Video animati, riferimenti pop, ironia, ritmo narrativo: tutti strumenti pensati non solo per convincere, ma per circolare e farsi ascoltare. Soprattutto in Occidente.Dietro l’offensiva digitale di Teheran si nasconde una trasformazione significativa all’interno del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. L’ha descritta in un’inchiesta sul New York Magazine Narges Bajoghli, un’antropologa irano-americana che insegna alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington. La professoressa ha frequentato per oltre un decennio i creatori digitali legati ai Basij e ai Pasdaran, documentando come queste organizzazioni abbiano trasformato la loro comunicazione. «Il regime ha capito che per sopravvivere nell’era digitale non basta più censurare le informazioni» scrive Narges Bajoghli, «ma che occorre imparare a produrre contenuti che la gente voglia effettivamente guardare».A gestire questa transizione è una nuova generazione di creatori digitali, che hanno sostituito la retorica austera dei padri con una profonda conoscenza degli algoritmi occidentali. «L’obiettivo è creare contenuti che si muovano così velocemente online da rendere irrilevante la loro origine governativa» spiega l’antropologa. «Se un video è divertente o visivamente accattivante, viene condiviso prima ancora che l’utente possa chiedersi chi lo abbia prodotto».I propagandisti del regime, che lavorano in uffici che ricordano le startup della Silicon Valley, non si sono limitati a passare dai video di martiri in bianco e nero a grafiche pop e animazioni Lego. Dai loro uffici high-tech, i creatori digitali del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica monitorano il sentimento globale per mettere a punto la loro narrazione. L’obiettivo sembra essersi spostato dalla persuasione ideologica degli iraniani alla conquista dell’attenzione del pubblico globale. «Non stiamo parlando di una propaganda rivolta solo all’interno» precisa Narges Bajoghli, «ma di una macchina capace di tradurre l’ideologia iraniana nei codici della cultura pop globale, rendendo l’Iran una potenza comunicativa asimmetrica».Gli autori dei video hanno fatto propria una lezione fondamentale: per vincere la guerra dell’informazione, bisogna parlare la lingua dell’avversario. I propagandisti di Teheran hanno capito che l’ironia e il formato meme sono i migliori grimaldelli per penetrare nelle discussioni occidentali senza attivare i filtri della censura politica. Ecco perché la loro produzione è diventata ibrida e veloce, pensata per essere frammentata e condivisa su piattaforme come X e TikTok. Come spiega l’antropologa della Johns Hopkins, «questi contenuti sono progettati per essere fluidi: partono dai canali ufficiali di Teheran, vengono rilanciati dalle reti degli Houthi e dai media russi, per poi finire, spesso decontestualizzati, sia nei feed della sinistra anti-imperialista occidentale sia in quelli dei movimenti Maga, uniti da uno scetticismo comune verso l’interventismo americano».Una guerriglia semantica che sta dando ottimi risultati, ma che resta propaganda. Eppure l’efficacia dell’innovativa narrazione di Teheran sta proprio nella sua natura ibrida: l’Iran ha iniziato a parlare all’Occidente nella sua stessa lingua. Paradossalmente, diventando indistinguibile dai nostri meme, la narrazione dei Guardiani della rivoluzione risulta più difficile da riconoscere. E proprio per questo è più insidiosa.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleElisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Dai video virali alla guerra dell’informazione: dentro la macchina comunicativa iraniana
di Maria PappiniTra clip in stile Lego e campagne sulle piattaforme social, l’Iran sta ridefinendo le proprie strategie di comunicazione. Non più semplice propaganda, ma una macchina narrativa che combina intelligenza artificiale, immaginario religioso e apparato militare, proiettandosi nello spazio globale della guerra dell’informazione. Krisis ne ha parlato con Pierluigi Franco, già corrispondente Ansa da Teheran, che analizza struttura, obiettivi e contraddizioni del sistema. Una comunicazione sempre più sofisticata, ma non ancora in grado di colmare la distanza tra potere e società.IN BREVENon solo propaganda L’Iran non produce contenuti isolati. Costruisce un sistema narrativo integrato, dove tecnologia, religione e potere convergono.Estetica virale I video memetici sono il risultato visibile di una lunga tradizione narrativa persiana, aggiornata ai linguaggi digitali globali.Pasdaran al centro La comunicazione non è autonoma: riflette il potere. I Guardiani della rivoluzione guidano sempre più la produzione e la diffusione del racconto.Sciismo come grammatica Martirio, sacrificio e memoria non sono solo religione. Diventano strumenti politici e simbolici per mobilitare consenso.Il più noto è quello che, a partire dai nativi americani, inizia mostrando le vittime della potenza statunitense: da Hiroshima al Vietnam, da Gaza all’Iran, passando per l’isola di Epstein. E si conclude con un missile iraniano che distrugge a Manhattan una versione demoniaca della Statua della Libertà (testa di Baal con corna). Ma ce n’è anche uno che mostra una caricatura di Donald Trump bebé. Senza contare quello in cui Trump e Netanyahu vengono spinti verso gli inferi da un esercito di bambine velate (chiaro riferimento alle oltre 165 vittime della scuola di Minab) assieme a bambine bionde con cartelli che recitano «Epstein files».Dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, le piattaforme social sono state invase da un’ondata di video iraniani che traducono la guerra in un linguaggio visivo ibrido, mescolando ironia, violenza e cultura meme. Non si tratta di episodi isolati. Come mostrano molti post circolati su X, questi video seguono ricorrenti schemi estetici, narrativi, simbolici, raggiungendo milioni di visualizzazioni. Intercettano soprattutto un pubblico giovane e globale, abituato a un consumo rapido e visuale dell’informazione. Non a caso, molti utenti, occidentali ma anche cinesi, hanno espresso sorpresa per la qualità tecnica dei video, arrivando a dire che produzioni simili difficilmente verrebbero realizzate nei loro stessi Paesi.Un recente articolo del The New Yorker ha portato all’attenzione internazionale uno dei collettivi coinvolti, Explosive Media. Il raffinato settimanale ha parlato di una nuova forma di propaganda digitale, capace di combinare automazione, estetica memetica e diffusione virale. Ma fermarsi alla definizione di «nuova propaganda» rischia di essere riduttivo.Ciò che colpisce non è solo la forma, ma la ripetizione. I video non appaiono come prodotti improvvisati: si muovono dentro un ecosistema coerente, in cui linguaggi diversi, religioso, politico, militare, tecnologico, convergono in una stessa narrazione. La viralità, in questo senso, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo: il segnale visibile di una capacità più profonda, quella di tradurre un immaginario consolidato in codici contemporanei, adattandolo ai pubblici globali senza perdere coerenza interna.È qui che il caso iraniano diventa particolarmente interessante. Questi contenutisembrano inserirsi in un sistema in cui la produzione narrativa non è separata dal potere, ma ne costituisce una componente strutturale. Per comprenderlo, però, non basta analizzare i video. Bisogna interrogarsi su ciò che li rende possibili: il rapporto tra Stato e comunicazione, il ruolo dell’apparato militare, il peso della dimensione religiosa e la capacità di tenere insieme lunga durata storica e innovazione tecnologica.È a partire da queste domande che Krisis ha intervistato Pierluigi Franco, giornalista con oltre 30 anni di esperienza all’ANSA. Già capo del servizio ANSAmed e capo dell’ufficio di corrispondenza a Teheran, Franco è stato uno degli ultimi osservatori occidentali ad aver vissuto dall’interno la realtà iraniana.I video propagandistici sono solo un’evoluzione tecnologica o riflettono qualcosa di più strutturato del sistema iraniano?«In parte è sicuramente un’evoluzione tecnologica, ma ridurre tutto a questo rischia di essere fuorviante. Il punto è che in Occidente spesso non si comprende davvero che cos’è l’Iran. C’è una tendenza diffusa a immaginarlo come un Paese arretrato, quasi fuori dal tempo. In realtà, dal punto di vista dell’istruzione e della preparazione scientifica, l’Iran è tutt’altro che marginale. È uno dei Paesi con il più alto numero di laureati in discipline scientifiche e, dato ancora più significativo, con una percentuale altissima di donne in questi ambiti, si parla di circa il 70%. Questo significa che esiste una base tecnica e culturale molto solida, che si riflette inevitabilmente anche nella produzione mediatica. La qualità di questi contenuti non nasce dal nulla: è il prodotto di competenze reali, diffuse, e di un sistema che sa mobilitarle.Per questo motivo, più che di semplice “aggiornamento tecnologico”, bisognerebbe parlare di una capacità strutturata. L’Iran non sta improvvisando una nuova propaganda, ma sta utilizzando strumenti avanzati all’interno di un impianto già esistente, adattandolo ai linguaggi contemporanei».Quanto pesa il ruolo dei Pasdaran nella macchina comunicativa iraniana?«Le diramazioni mediatiche dei Pasdaran esistono eccome, ma il punto vero è che oggi non si può più leggere l’Iran soltanto come il “paese degli Ayatollah”. Per molti aspetti, è diventato il Paese dei Pasdaran. La componente clericale resta decisiva sul piano della legittimazione ideologica e religiosa, ma il vero baricentro della forza del sistema si è spostato da tempo verso i Guardiani della Rivoluzione. Questo fu uno dei grandi intuiti di Khomeini: costruire un corpo armato ideologicamente fedele alla rivoluzione, alternativo all’esercito regolare, di cui il nuovo potere non si fidava fino in fondo. Da allora i Pasdaran non sono rimasti una semplice forza militare: sono diventati una struttura di potere complessiva. Hanno un peso militare superiore a quello dell’esercito regolare, controllano segmenti fondamentali dell’economia e, proprio per questo, è del tutto naturale che abbiano un ruolo centrale anche nella macchina comunicativa. In Iran la comunicazione non è separata dal potere: ne è una sua estensione. Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, questo processo si è ulteriormente accentuato. La successione di Mojtaba Khamenei non sembra aver riequilibrato il sistema a favore del clero, semmai ha confermato il peso ormai preponderante dell’apparato pasdaran nella gestione concreta del potere. Per questo credo che i Pasdaran non abbiano soltanto proprie diramazioni mediatiche: credo che siano ormai uno dei principali registi dell’intera macchina comunicativa iraniana. La dimensione religiosa continua a fornire il quadro simbolico e la legittimazione, ma la capacità di organizzare, dirigere e diffondere il racconto passa sempre più attraverso l’apparato costruito attorno ai Pasdaran».Questa capacità narrativa affonda le sue radici nella guerra Iran-Iraq, nella cosiddetta «Sacred Defense», con cui il regime raccontò il conflitto come difesa sacra della rivoluzione islamica?«Io andrei ancora più indietro, perché il rischio è sempre quello di leggere l’Iran solo a partire dall’attualità politica. In realtà, per capire questa capacità narrativa bisogna guardare alla lunga durata della civiltà persiana. Parliamo di una tradizione che ha prodotto figure come Avicenna, Al-Khwarizmi, e grandi poeti e scienziati come Omar Khayyam e Ferdowsi: una civiltà che da più di mille anni costruisce sapere, linguaggio, immaginari. Per questo la capacità di produrre narrazioni forti non è un fenomeno recente. Un po’ come noi europei ci percepiamo eredi della tradizione greco-romana, allo stesso modo l’Iran si pensa dentro una continuità persiana molto profonda. A questo si aggiunge un elemento spesso dimenticato: una forte autocoscienza storica. Pensiamo a Ciro il Grande e al cosiddetto cilindro, spesso interpretato come una delle prime formulazioni di diritti. Detto questo, la svolta decisiva sul piano della comunicazione moderna arriva con la guerra Iran-Iraq e con la cosiddetta Sacred Defense. È lì che il regime costruisce un vero linguaggio narrativo contemporaneo: il martirio, il sacrificio, la dimensione epica della guerra diventano elementi centrali e sistematici. Quella stagione non solo consolida il potere dopo la rivoluzione del 1979, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, ma crea un immaginario collettivo che ancora oggi viene continuamente riattivato. Ed è qui che entra in gioco un elemento fondamentale, spesso sottovalutato in Occidente: il ruolo dello sciismo. È proprio lo sciismo, con la centralità del martirio e della memoria del sacrificio, a fornire la grammatica simbolica che rende questa narrativa così potente e duratura».Quanto incide la dimensione sciita nel modo in cui l’Iran costruisce la propria narrazione?«Incide moltissimo, ma va capita nel modo giusto, altrimenti si rischia di semplificare.L’Iran non nasce sciita: lo diventa nel XVI secolo, con la dinastia safavide, che impone lo sciismo come religione di Stato. È un passaggio fondamentale, perché lega per la prima volta in modo strutturale identità politica e appartenenza religiosa. La vera svolta contemporanea, però, arriva con la rivoluzione del 1979. È lì che lo sciismo non è più soltanto un elemento identitario, ma diventa il linguaggio stesso del potere: un sistema capace di organizzare il consenso, costruire simboli e dare senso all’azione politica. Detto questo, bisogna evitare un equivoco molto diffuso in Occidente: identVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Todd: «Occidente: la guerra come unico orizzonte?»
di Emmanuel ToddNel nuovo disordine mondiale descritto da Emmanuel Todd, l’Europa ha perso la sua vocazione pluralista ed è diventata un sistema gerarchico dominato dalla Germania e allineato agli Stati Uniti. Da qui derivano una crescente omologazione delle opinioni, un’impennata della russofobia e una deriva bellicista sempre più marcata. Sullo sfondo, una frattura tra Paesi cattolici e protestanti e un restringimento del dibattito pubblico che Todd sperimenta in prima persona.IN BREVEDeutschland über alles L’Europa ha smesso di essere un progetto tra nazioni egualitarie per diventare un sistema gerarchico sotto il controllo implicito della Germania, forza guida dopo la crisi del 2008.Deriva nichilista Il passaggio a un orientamento bellicista riflette un mutamento profondo della Germania, Paese che possiede una storia specifica e non è liberal-democratico per natura.Frattura religiosa Il nuovo disordine mondiale delinea una divisione tra Paesi protestanti e Paesi cattolichi latini, come Italia e Spagna, che mostrano ancora segnali di apertura al dibattito.Libertà vigilata Il restringimento del dibattito pubblico colpisce persino gli intellettuali dell’establishment, che trovano spazio solo grazie ai residui del liberalismo digitale anglosassone.Si parla molto, quasi per abitudine, dell’Europa come se fosse un’entità esistente e come se avesse una natura stabile. Eppure l’Europa è stata fin dall’inizio un progetto di nazioni egualitarie, con la Francia e la Germania più uguali delle altre ma che funzionava in un relativo pluralismo. In realtà l’Europa ha cambiato natura.Sia chiaro: i politici francesi non possono ammetterlo, ma la Germania dalla crisi del 2007/2008 dei subprime è diventata la forza guida del continente. Dunque l’Europa è diventata un sistema gerarchico sotto controllo implicito tedesco. D’altronde, già nel 2014 – pur sotto la guida degli Stati Uniti – l’estensione in Ucraina è stata una spinta tedesca verso l’Est per imporre agli ucraini la scelta commerciale tra Russia ed Europa.È pur vero che, inizialmente, sono stati i britannici e i francesi ad apparire come i più accesi sostenitori della linea dura contro i russi. All’epoca, Olaf Scholz dava l’impressione di accettare l’egemonia americana e il sabotaggio dei gasdotti Nordstream senza fiatare, ma in realtà manifestava qualche esitazione. La sua cautela rifletteva la tradizione socialdemocratica, storicamente legata all’apertura a Est e alla ricerca della pace con la Russia.L’arrivo di Friedrich Merz segna invece un ribaltamento radicale e, per certi versi, molto curioso. Nonostante la Germania sia stata la principale vittima economica della rottura dei legami con Mosca, questo nuovo corso suggerisce un’accettazione profonda della dominazione americana e il ribaltamento bellicista di Berlino.Quando parlo di affondo dell’Europa nel nichilismo sto usando, in fondo, un eufemismo. Il vero problema è il mutamento della Germania, un Paese che possiede una storia specifica e che non è liberal-democratico per natura. Oggi osserviamo come i segni del controllo e dell’omologazione si stiano rafforzando.In Germania è emerso un discorso sulla «barbarie russa» del tutto stupefacente, specialmente se si considera che i tedeschi hanno ucciso tra 25 e 27 milioni di sovietici. Mi è capitato di trovarmi a cena con un giovane tedesco che parlava con naturalezza della barbarie russa: è la prova di come questo concetto sia ormai diventato uno dei luoghi comuni della cultura tedesca contemporanea.E qui emerge la vera frattura. Esistono spiegazioni di natura religiosa che non vi imporrò in questa sede, ma il punto è che l’Europa coincide con la Germania. Nella misura in cui non si identifica totalmente con la Germania, l’Europa diventa sempre di più il terreno di una frattura tra Paesi cattolici e Paesi protestanti. È il paradosso di questa fase che io chiamo di «religione zero»: l’idea che due zeri non siano uguali tra loro è quantomeno curiosa.Sembra delinearsi in Europa una sorta di divisione orizzontale tra Paesi protestanti e Paesi cattolici, ma non tutti: solo quelli la cui lingua deriva dal latino. Vale a dire, l’Italia. Beh, la Francia: anche se la situazione non è ancora del tutto chiara, credo che questa tendenza finirà per manifestarsi apertamente. E poi la Spagna e il Portogallo. I Paesi protestanti del Nord lasciano invece intravvedere segni patologici molto più forti.Prendiamo i finlandesi: nonostante i russi non abbiano causato loro alcun problema durante la Guerra fredda, hanno iniziato a predisporre procedure legislative per accogliere armi nucleari sul proprio territorio. Considerando a quanti pochi chilometri da San Pietroburgo – 120 – si trovi la loro frontiera, non si tratta nemmeno di una provocazione.Penserei piuttosto a una pulsione suicidaria, dato che si mettono in cima alla lista dei bersagli per gli ordigni nucleari, per questi missili. Allo stesso modo, il bellicismo degli svedesi, a lungo così ragionevoli, è qualcosa di stupefacente. E i danesi, poveri danesi… Ultimamente il Paese che ha fronteggiato gli americani è la Spagna, comunque. E l’Italia.Sono stato molto impressionato da due viaggi che ho fatto per l’uscita del mio libro in successione in Italia e in Germania. In Germania c’è stata un’epoca in cui ero visto molto bene. Al tempo della guerra in Iraq, la traduzione tedesca del mio libro Dopo l’Impero ebbe un successo straordinario, risultando la più venduta tra tutte le edizioni, inclusa quella francese. Potevo intervenire su tutta la stampa tedesca: era una situazione davvero gratificante.Ma veniamo ai giorni nostri. Nel mio primo viaggio in Italia ho trovato tutti un sacco simpatici, zero russofobia… Persino i giornali più mainstream, come La Repubblica, hanno dato al mio libro la copertina dei loro supplementi del fine-settimana. Gli intellettuali hanno partecipato ai dibattiti. Erano tutti davvero aperti, molto più che in Francia. Ero contento.Poi sono andato in Germania, dove ho scoperto una Germania diversa. Il mio editore, un ottimo editore, ormai pubblicava solo quelli che io definisco dei paria di alto livello, ovvero persone che pensano fuori dal coro. Sono stato boicottato da tutta quella stampa che un tempo mi accoglieva. Si sentiva – non so come dire – si percepiva chiaramente la sensazione di un sistema sotto il controllo dall’alto.Anche il concetto di guerra è cambiato. Un tempo la guerra consisteva nel mobilitare la popolazione e fare milioni di morti in quella che era una macelleria umana. Adesso la guerra è sempre più presente negli spiriti come una necessità inevitabile, ma senza che siano seriamente mobilitate le persone. È una guerra immaginaria, dove Emmanuel Macron e Keir Starmer speculano sull’invio di truppe in Ucraina quando la guerra è terminata. È un concetto singolare… Questo è il bellicismo europeo, del tutto speciale.Ma anche gli americani non posso agire che per procura. La guerra è sempre più bombardare da lontano, assassinare dei leader da lontano. E direi che persino i russi non hanno voglia di fare la guerra intesa come macelleria. Una parte della lentezza dell’azione di Vladimir Putin e dei gruppi dirigenti russi deriva dal fatto che la stessa società russa non ha intenzione di rivivere la Seconda guerra mondiale.Quanto alla mia situazione personale in Francia, io sono un figlio dell’establishment, ho un’eredità culturale pesante. Avevo preso l’abitudine di andare a France culture e a France Inter come se fossero casa mia… Per le mie origini, non sono un grande paria. Sono persino un raccomandato della vita. Ora ho raggiunto lo stadio in cui a forza di dire quello che penso in quanto storico sulla Russia e sull’Iran, mi è vietato l’accesso alle telecamere sui canali pubblici e privati.Io esisto solo grazie alla presenza dei miei video su YouTube, che mi sembra rientrino piuttosto nella sfera del dominio americano. Quindi da un lato dico che l’America si disintegra e diventa una minaccia per l’umanità, ma dall’altro dico anche che una delle ragioni per cui posso continuare a esprimermi è grazie ai resti del liberalismo anglosassone sfrenato.Testo tratto da: (traduzione dal francese a cura di Krisis).Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleEmmanuel Todd Nato nel 1951, è uno storico, sociologo e antropologo francese di fama internazionale, noto per aver previsto per primo, con anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica e la crisi finanziaria del 2008. Tra i suoi libri pubblicati in Italia: L’illusione economica (Marco Tropea Editore, 2004), Dopo l’impero (Marco Tropea Editore, 2003), L’incontro delle civiltà (con Youssef Courbage, Marco Tropea Editore, 2009) e Breve storia dell’umanità (leg Edizioni, 2019). La sconfitta dell’Occidente, in corso di traduzione in diversi paesi, è il suo ultimo libro.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Chris Hedges: «Trump non ha anima»
di Chris Hedges«Trump è pericoloso soprattutto perché è privo di quegli attributi fondamentali di empatia e comprensione che definiscono l’anima umana». L’ex giornalista del New York Times Chris Hedges interpreta la figura del presidente degli Stati Uniti come espressione di una più ampia crisi morale. L’assenza di compassione, il narcisismo e la perdita del senso del limite diventano categorie politiche, capaci di trasformare il potere in dominio distruttivo. Una riflessione che intreccia filosofia, etica e attualità per interrogarsi su cosa accade quando viene meno la dimensione morale della vita pubblica.Nota della direttrice: In occasione della Pasqua abbiamo scelto di offrire ai lettori una riflessione su un concetto antico e spesso trascurato: l’anima. Per farlo, non ci siamo rivolti a un teologo, ma a un giornalista di guerra, che ha conosciuto il volto più crudo dell’umanità sui campi di battaglia. Buona Pasqua di resurrezione.Le realtà più profonde dell’esistenza umana sono spesso quelle che non possono essere misurate né quantificate: la saggezza, la bellezza, la verità, la compassione, il coraggio, l’amore. E ancora la solitudine, il dolore, la lotta per affrontare la nostra mortalità, una vita dotata di senso.Ma forse l’enigma più grande è il concetto di anima. Ne possediamo una? Le società hanno un’anima? E, più fondamentalmente, che cos’è un’anima? Filosofi e teologi, tra cui Platone, Aristotele, Agostino e Arthur Schopenhauer, si sono tutti confrontati con questo concetto. Schopenhauer preferiva definire la forza mistica dentro di noi come «volontà». Sigmund Freud usava il termine greco psyche. Ma la maggior parte ha accettato, qualunque fosse la definizione, una qualche forma dell’esistenza dell’anima.Se il concetto di anima è opaco, quello di «assenza d’anima» non lo è. Significa che qualcosa dentro di noi è morto. I sentimenti umani di base e le connessioni sono spenti. Chi è privo di anima manca di empatia. Ho visto l’assenza d’anima in guerra: individui talmente calcificati dentro da uccidere senza alcun sentimento dimostrabile o alcun rimorso.Coloro che sono senz’anima vivono in uno stato di insaziabile auto-adorazione. L’idolo che hanno eretto a sé stessi deve essere costantemente nutrito. Esige un flusso infinito di vittime. Esige obbedienza abietta e servilismo, come mostrato pubblicamente durante le riunioni del gabinetto di Trump. Gli psicologi, probabilmente, definirebbero coloro che sono senz’anima come psicopatici.Scrivo questo non per avviare un dibattito esoterico, ma per avvertire di ciò che accade quando coloro che sono senza anima prendono il potere. Voglio scrivere di ciò che va perduto e delle conseguenze di tale perdita. Voglio avvertirvi che la morte, la nostra morte — come individui e come collettività — non significa nulla per coloro che sono senz’anima. Questo li rende molto, molto pericolosi.Coloro che non hanno anima non hanno alcun senso dei propri limiti. Si nutrono di un ottimismo senza fondo e auto-illusorio, conferendo alle loro azioni più crudeli e alle loro sconfitte più amare una patina di bontà, successo e moralità. Chi è senza anima — come scrive Paul Woodruff nel suo piccolo capolavoro Reverence: Renewing a Forgotten Virtue — non ha la capacità di provare riverenza, soggezione, rispetto e vergogna. Credono di essere dei.Coloro che sono privi d’anima non possono rispondere razionalmente alla realtà. Queste persone vivono in casse di risonanza create da loro stessi; sentono solo la propria voce. I rituali e le cerimonie civiche, familiari, legali e religiose che trasportano chi ha un’anima nel regno del sacro — in uno spazio dove riconosciamo la nostra comune umanità e che ci costringe, almeno per un momento, a umiliarci — sono privi di significato per loro.Chi è senza anima non può vedere perché non può sentire. Schiavi del narcisismo, dell’avidità, della brama di potere e dell’edonismo, non possono compiere scelte morali. Per loro le scelte morali non esistono. Verità e menzogna sono identiche. La vita è transazionale: è un bene per me? Mi fa sentire onnipotente? Mi dà piacere? Questa esistenza limitata li bandisce dall’universo morale.Gli esseri umani, compresi i bambini, sono merci per chi è senza anima, oggetti da sfruttare per piacere, per profitto o per entrambi. Abbiamo visto questa assenza d’anima manifestarsi negli Epstein Files. E non si trattava solo di Epstein. Vasti settori della nostra classe dirigente, inclusi miliardari, finanzieri di Wall Street, rettori universitari, filantropi, celebrità, repubblicani, democratici e personalità dei media, ci considerano senza valore.Tucidide l’aveva capito: la riverenza non è una virtù religiosa, ma morale. Woodruff è arrivato a definirla una virtù politica. La riverenza per gli ideali condivisi, scrive Woodruff, è l’unica cosa che può tenerci uniti. È l’unico elemento che garantisce la fiducia reciproca. La riverenza ci permette di ricordare cosa significa essere umani. Ci ricorda che ci sono forze che non possiamo controllare, forze che non capiremo mai, forze della vita che non abbiamo creato e che dobbiamo onorare e proteggere — compreso il mondo naturale — e forze che ci permettono momenti di trascendenza, o quella che in termini religiosi chiamiamo grazia.«Se desideri la pace nel mondo, non pregare affinché tutti condividano le tue convinzioni», scrive Woodruff. «Prega invece affinché tutti possano essere riverenti».L’autocelebrazione di Trump si manifesta nel suo vocabolario stentato di superlativi e nel suo “rebranding” dei monumenti nazionali. Demolisce l’Ala Est per costruire la sua pacchiana e smisurata sala da ballo da 400 milioni di dollari. Propone un arco commemorativo alto quasi 80 metri, ornato di statue dorate e aquile, in onore di sé stesso: un arco che sarà più grande dell’Arco di Trionfo eretto dal dittatore nordcoreano Kim Il-sung a Pyongyang.Sta progettando un «Giardino nazionale degli eroi americani» che includerà statue a grandezza naturale di celebrità, sportivi, figure politiche e artistiche ritenute da Trump politicamente corrette, insieme, naturalmente, a sé stesso. Il suo volto adorna i lati degli edifici federali su enormi striscioni ben illuminati. Ha cambiato il nome del John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts in Donald J. Trump and the John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts. Ha aggiunto il suo nome alla sede dell’Istituto per la Pace degli Stati Uniti. Ha annunciato una nuova flotta di navi militari chiamate corazzate di «classe Trump».Questi sono monumenti non solo a Trump, ma a un’etica perversa, a quell’auto-adorazione insaziabile che definisce il vuoto interiore di chi è senza anima. I monumenti, i luoghi di culto e i santuari nazionali dedicati alla giustizia, al sacrificio di sé e all’uguaglianza — che richiedono da noi umiltà e introspezione, che richiedono la capacità di riverenza — restano incomprensibili a chi è senz’anima.Chi è senza anima non ha senso estetico. Non ha senso dell’equilibrio, della simmetria e della proporzione. Più è grande, più è pacchiano, più è incrostato di foglia d’oro, meglio è. Cercano di escludere tutto e tutti gli altri, per spingerci come offerte ai piedi di Moloch.Quando chi è senz’anima muove guerra, lo fa come parte di questa spinta perversa a costruire un monumento a sé stesso. Quando la guerra va male, come sta accadendo in Iran, coloro che sono senz’anima, incapaci di leggere la realtà, esigono livelli maggiori di violenza e distruzione. Più falliscono, più sono convinti che tutti li abbiano traditi, più sprofondano in una rabbia tirannica.Trump, potenzialmente di fronte a una umiliante debacle in Iran, reagirà come una bestia ferita. Non importa quanti soffrano e muoiano. Non importa quali armi, incluse quelle nucleari, debbano essere impiegate. Egli deve trionfare, o almeno apparire trionfante.«Padri e maestri, mi interrogo: “Cos’è l’inferno?”», chiede Padre Zosima ne I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. «Io sostengo che sia la sofferenza di essere incapaci di amare». Questa è la condizione di coloro che sono senz’anima. Essi cercano, nella loro miseria, di rendere il proprio inferno il nostro.Testo tratto da (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Chris Hedges Giornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi 20 anni corrispondente dall’estero per The New York Times, Dallas Morning News, Christian Science Monitor e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per The New York Times ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di 14 libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Nakba 1948: i campi di prigionia che incrinano la tesi della «fuga volontaria»
di Camilla GommaraschiUn’inchiesta di Haaretz, basata su documenti d’archivio scoperti di recente, svela come nel 1948 l’esodo palestinese fu un piano deliberato. Ma studi precedenti hanno aggiunto un altro elemento a sostegno della tesi secondo cui le partenze furono obbligate: i campi d’internamento per palestinesi allestiti da Israele durante la guerra. Ingranaggi essenziali della Nakba, servivano per gestire e poi (in gran parte) deportare chi non se ne era ancora andato.IN BREVENuove verità storiche Recenti inchieste giornalistiche e studi accademici smentiscono la narrazione di una «fuga volontaria» dei palestinesi nel 1948. L’esodo emerge come strategia deliberata per garantire la stabilità demografica del neonato Stato di Israele.Filo spinato Un tassello fondamentale di questo piano fu la creazione di campi di prigionia per i palestinesi, dotati di filo spinato. Tali strutture non servivano solo alla detenzione. Erano campi di lavoro coatto, dove in media l’80% degli internati era costituito da civili.Lavoro coatto Nonostante le convenzioni internazionali, i prigionieri erano spesso impiegati in lavori direttamente legati alle operazioni belliche. La manodopera palestinese divenne un’importante risorsa per sostenere Israele durante il conflitto.Detenzione ed espulsione I campi rappresentarono anche un fondamentale ingranaggio per la gestione e la successiva deportazione della popolazione palestinese. Le ricerche confermano che, al termine della detenzione, il 78% dei prigionieri fu espulso forzatamente oltre i confini.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Camilla Gommaraschi. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.«Il terrore era necessario per far andare via gli arabi». Con questa citazione, il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha rimesso in discussione la narrazione israeliana mainstream sulla guerra del 1948. Il 27 febbraio scorso, il giornale progressista ha pubblicato un’inchiesta dello storico Adam Raz, intitolandola proprio con questa frase. «Migliaia di documenti scoperti di recente» ha spiegato Haaretz «rendono ora possibile raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 e iniziare a comprenderne le amare implicazioni dopo il 7 ottobre».L’autore dell’articolo ha preso in esame le carte degli archivi dell’Idf e del Ministero della Difesa insieme all’istituto Akevot. Ed è arrivato alla conclusione che l’esodo palestinese non fu un effetto collaterale del conflitto, ma una strategia deliberata. Sebbene queste carte aggiungano dettagli preziosi, la tesi non è nuova: da decenni una parte della storiografia contemporanea documenta come il terrore sia stato uno strumento per svuotare la Palestina.Ingranaggio fondamentaleEsiste però un tassello meno noto dell’esodo: i campi di prigionia allestiti dal neonato Stato di Israele. Se per molti storici il terrore serviva a svuotare i villaggi dalla presenza palestinese, secondo altri storici i campi di detenzione e di lavoro forzato servivano per gestire, sfruttare e infine deportare chi non se ne era ancora andato.Come evidenziato dagli studiosi Salman Abu Sitta e Terry Rempel 12 anni fa, e come nuove ricerche negli archivi continuano a documentare, la Nakba fu un processo sistematico di cui i campi di prigionia e di lavoro furono un ingranaggio essenziale. Nel 2014, un articolo del Journal of Palestine Studies portò alla luce questa pagina di storia legata dimenticata o volutamente cancellata.«Sotto scorta fummo portati a Umm Khalid. Lì fummo condotti in un campo di concentramento con filo spinato e cancelli». La testimonianza di Marwan ‘Iqab al-Yahya, allora quindicenne, dà uno spaccato del trattamento riservato ai civili palestinesi internati durante la guerra del 1948. Le sue parole, insieme a quelle di altri prigionieri, sono state pubblicate da Salman Abu Sitta e Terry Rempel nel volume 43 del Journal of Palestine Studies.Detenzioni di civiliAttraverso documenti del Comitato Internazionale della Croce Rossa e testimonianze raccolte sul campo, il testo descrive la detenzione sistematica dei civili. Dall’analisi delle fonti emerge che nel 1948 Israele istituì quattro campi di prigionia «riconosciuti» e 17 «non riconosciuti». Per comprendere il ruolo di queste strutture è necessario collocarle all’interno della Nakba(in arabo النكبة, letteralmente “catastrofe”), ossia l’espulsione di circa 700.000 palestinesi dalle loro case durante e dopo la guerra scoppiata in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele.Alcuni israeliani appartenenti al gruppo dei «Nuovi storici» sostengono che, durante il conflitto, avvenne una pulizia etnica. A loro avviso, i palestinesi non avrebbero lasciato volontariamente le loro case, come sostiene la narrazione israeliana tradizionale, per la quale l’esodo è stato una «fuga volontaria». Secondo questi storici, tra cui Ilan Pappé, i palestinesi sarebbero stati cacciati con metodi più o meno violenti, ma, soprattutto, seguendo un piano organizzato.In base a numerose fonti d’archivio, compresi i diari di Ben Gurion, questi storici identificano il piano Dalet come il masterplan per la pulizia etnica della Palestina. Va tuttavia segnalato che altri storici, pur riconoscendo espulsioni e violenze, non credono all’esistenza di un piano sistematico unitario di pulizia etnica. Uno di questi è Benny Morris, l’autore del celebre libro Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001.Obiettivo di Ben Gurion: 80 per centoL’obiettivo perseguito dai vertici del neonato Stato d’Israele era la creazione di un Paese etnicamente compatto. Lo conferma un discorso di David Ben Gurion pronunciato il 3 dicembre 1947 – quindi prima ancora della nascita ufficiale dello Stato di Israele – di fronte ai membri anziani del suo partito, Mapai (il partito dei lavoratori di Eretz Israel). Il futuro primo ministro spiegò esplicitamente come affrontare la realtà che la Risoluzione di spartizione dell’Onu lasciava prevedere.Come scrive Pappé ne La pulizia etnica della Palestina, citando il libro In the battle, Ben Gurion disse: «C’è il 40 per cento di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80 per cento di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile».Annotazione storica: nel 1948 circa l’82 per cento degli abitanti di Israele era ebreo. Tra il 1950 e il 1965, grazie alle grandi ondate di immigrazione dai Paesi islamici, la percentuale ha raggiunto il picco, arrivando nel 1955 e nel 1960 a sfiorare l’89%. Fino agli anni Novanta è rimasta sopra l’80%, toccando l’81,9% nel 1990 e l’80,6% nel 1995, grazie anche all’ondata migratoria dall’ex Urss. Tra il 1989 e il 2000, circa un milione di ebrei immigrò in Israele dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.Poi la curva è iniziata a scendere. Oggi in Israele circa 7.771.000 abitanti sono classificati come «ebrei e altri» (inclusi ebrei propriamente detti più non-ebrei con parentela ebraica, cristiani non arabi e così via), pari al 76,3% della popolazione.Silenzio della storiografiaPer decenni la memoria dei campi di prigionia e di lavoro forzato è rimasta circoscritta quasi esclusivamente ai circuiti palestinesi, senza trovare spazio nella storiografia dominante. Un primo passaggio fondamentale per la loro riscoperta avvenne nel 1996 con l’apertura degli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che rese disponibili rapporti, comunicazioni interne e resoconti sul trattamento dei prigionieri civili palestinesi.Solo successivamente, grazie all’analisi di questi documenti e alla loro messa in relazione con le testimonianze orali, studiosi come il palestinese Salman Abu Sitta e il canadese Terry Rempel hanno potuto sistematizzare una tesi coerente: i campi di prigionia non furono un fenomeno marginale, ma parte integrante del processo di espulsione dei palestinesi.Un altro punto di riferimento importante è la tesi magistrale di Aharon Klein. Intitolata «Arab Prisoners of War during the War of Independence», venne discussa nel 2001 presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Tale documento, seppur tutt’altro che critico nei confronti di Israele, risulta di grande interesse perché Klein ebbe accesso ai fascicoli dell’Idf e ai diari di Ben Gurion. Le sue scoperte confermarono in gran parte quelle del ricercatore palestinese Salman Abu Sitta, basate invece su testimonianze orali e relazioni provenienti dagli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa.Lavori forzati belliciDa questi studi emerge come in Israele vennero rinchiusi nei campi di lavoro moltissimi civili: uomini, in età «da combattimento» (15-55 anni), ma anche anziani e bambini. Ad esempio, nel campo di Ijlil nel luglio 1948 c’erano tra gli internati 90 anziani e 77 ragazzi di 15 anni o più giovani. Quasi tutti i prigioVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Petrolio: gli otto colli di bottiglia che mettono a rischio i mercati
di Paola OttinoL’attacco all’Iran ha acceso i riflettori su Hormuz, il punto con la massima concentrazione di rischio geopolitico al mondo. Ma non è l’unico snodo cruciale per la stabilità economica internazionale. In tutto sono otto i passaggi obbligati da cui dipende il commercio marittimo globale. I cosiddetti resource chokepoint rappresentano il tallone d’Achille della globalizzazione. Larghi pochi chilometri, trasformano la catena di approvvigionamento in una rete fragile, dove un blocco può provocare una crisi globale.IN BREVEColli di bottiglia Le catene di approvvigionamento globali dipendono da otto passaggi marittimi obbligati. Questi snodi geografici rappresentano il punto di massima fragilità del commercio.Rischio geopolitico Lo Stretto di Hormuz concentra il 20% del transito petrolifero mondiale. Un blocco in questo singolo punto può destabilizzare l’intero sistema economico internazionale.Arterie asiatiche Il 29% del greggio marittimo attraversa lo Stretto di Malacca. La sua centralità lo rende un nodo strategico dove si intrecciano sicurezza e competizione globale.Instabilità climatica Oltre ai conflitti, la crisi climatica minaccia il transito nel Canale di Panama. La siccità riduce i livelli idrici, limitando la capacità di trasporto dei prodotti energetici.Geopolitica delle reti La sicurezza energetica non riguarda quindi più solo la scarsità di risorse. La vera sfida risiede nella resilienza delle reti e nella diversificazione delle rotte.Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz sono tornate al centro della cronaca internazionale. Incidenti, minacce alla navigazione e dimostrazioni di forza militare hanno riacceso i timori su uno dei passaggi marittimi più cruciali del pianeta. Non è un caso. Da questo stretto transita il 20 per cento circa del petrolio mondiale. Pertanto, quando Hormuz vacilla, non è solo il Golfo Persico a essere coinvolto, ma l’intero sistema economico globale.Questi punti critici restano invisibili finché tutto funziona. Ogni giorno petrolio, gas, minerali strategici e merci industriali attraversano stretti, canali e corridoi logistici senza attirare l’attenzione. Basta però un conflitto, un attacco o una crisi climatica per trasformare questi passaggi in epicentri di instabilità. Sono i cosiddetti resource chokepoint, cioè i colli di bottiglia geografici attraverso cui transitano risorse cruciali per il funzionamento del sistema internazionale (figura sotto).L’idea che sta alla base dell’intero sistema è tanto semplice quanto potente: non conta solo la quantità di risorse, ma da dove transitano. Se un bene fondamentale è incanalato in pochi passaggi obbligati, una perturbazione locale può generare conseguenze globali. Studi recenti https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#57457090-157c-4737-8d8f-ae1154178f7a sulle reti del commercio e dei trasporti mostrano che l’interruzione di questi nodi produce effetti sproporzionati perché concentra in pochi chilometri di mare una quota enorme dei traffici planetari.Si stima che, ogni anno, fino a 192 miliardi di dollari di commercio globale siano esposti a possibili interruzioni in questi passaggi. Le perdite economiche dirette (ritardi, deviazioni di rotta, premi assicurativi e interruzioni degli scambi commerciali) superano invece i 10 miliardi di dollari annui, a cui si aggiungono ulteriori costi dovuti all’aumento dei noli e alla riduzione della capacità di trasporto.Paradigma HormuzLo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il Mar Arabico ed è sufficientemente profondo e largo da consentire il passaggio delle più grandi petroliere del mondo. La crisi che sta investendo questo snodo ha portato alla ribalta due oleodotti alternativi nell’area del Golfo che consentono di aggirare lo Stretto: l’East-West dell’Arabia Saudita e l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline(oleodotto Habshan-Fujairah) degli Emirati Arabi (figura sotto).Bastano pochi giorni di blocco per generare deviazioni di migliaia di chilometri, aumenti dei costi di trasporto e di assicurazione, congestione delle rotte alternative e ritardi a catena nelle filiere produttive. Il risultato è una cascata di costi che si propaga ben oltre l’epicentro della crisi, coinvolgendo economie anche molto distanti.Nel complesso, le due infrastrutture potrebbero fornire circa 4,7 milioni di barili al giorno. La compagnia petrolifera nazionale degli Emirati, inoltre, continua a espandere le infrastrutture che alimentano il polo energetico di Fujairah, uno dei più importanti centri di stoccaggio e rifornimento di petrolio del sistema marittimo globale.Hormuz è un caso paradigmatico perché concentra una quota enorme dei flussi energetici mondiali e collega direttamente rivalità regionali, deterrenza navale e volatilità dei mercati. Ma anche altri snodi svolgono un ruolo analogo (figura sotto).Malacca principale corridoioLo Stretto di Malacca, cerniera naturale tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, rappresenta uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Situato all’ingresso sud-occidentale del Mar Cinese Meridionale, costituisce un passaggio obbligato per le rotte commerciali ed energetiche che collegano l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa orientale ai mercati dell’Asia-Pacifico. In questo spazio ristretto si intrecciano le strategie delle principali potenze, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche di attori regionali come India e Giappone.Dal punto di vista economico, lo stretto è una delle arterie più trafficate del pianeta. Secondo stime della U.S. Energy Information Administration, circa il 29% del petrolio trasportato via mare a livello globale transita attraverso questo passaggio https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#12e096b6-a8e0-4f2d-af9f-ec096b2c9f65. In termini assoluti, si tratta di oltre 20 milioni di barili al giorno, dato che rende lo Stretto di Malacca il principale corridoio per gli idrocarburi a livello mondiale.Parallelamente, analisi di settore indicano che esso convoglia circa il 25-30% del commercio marittimo globale https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#0912c180-89b5-4082-9be1-c6eb51f5f128, a conferma del suo ruolo centrale nelle catene di approvvigionamento internazionali. Rappresentando la rotta più breve tra produttori e consumatori di energia, è un nodo cruciale per la sicurezza energetica.Lo stretto garantisce inoltre l’accesso a Singapore, uno dei più importanti hub portuali del mondo, stabilmente ai vertici globali per volume di traffico container. Un’eventuale interruzione del traffico nello Stretto di Malacca avrebbe effetti immediati sull’interscambio mondiale, con ripercussioni sulle catene di approvvigionamento e sul costo dell’energia, oltre a rischiare di isolare economicamente gran parte del Sud-Est asiatico.Nonostante la sua centralità economica, l’area resta esposta a rischi di sicurezza marittima. La pirateria, pur in forte calo rispetto ai picchi dei primi anni 2000, continua a manifestarsi in forme a bassa intensità. Secondo i dati del Regional Cooperation Agreement Combating Piracy and Armed Robbery against Ships in Asia (ReCAAP), nel 2025 sono stati registrati 132 incidenti, con un incremento del 23% rispetto al 2024.Un ulteriore elemento di vulnerabilità è rappresentato dalla geografia stessa della regione: la presenza di migliaia di isole e canali secondari offre rifugi naturali difficili da controllare, facilitando le attività illegali. Allo stesso tempo, la crescita costante del traffico commerciale, trainata dalla domanda asiatica, aumenta il numero di potenziali bersagli.In questo quadro, lo Stretto di Malacca si conferma non solo come un’infrastruttura naturale fondamentale per l’economia globale, ma anche come uno spazio in cui sicurezza, sviluppo economico e competizione geopolitica si intrecciano in modo sempre più complesso.Mar Rosso nel mirinoIl Canale di Suez, l’oleodotto Suez-Mediterranean (SUMED) e lo Stretto di Bab el-Mandeb sono passaggi strategici per le spedizioni di petrolio e gas naturale dal Golfo Persico verso l’Europa (figura sotto).Nel primo semestre del 2025, le spedizioni totali di petrolio attraverso queste rotte hanno rappresentato circa il 6% del greggio totale trasportato via mare. Tuttavia, i volumi di petrolio sono diminuiti di circa il 50% dal 2023 dopo i primi attacchi delle milizie Houthi contro le navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Alcune imbarcazioni hanno iniziato a percorrere rotte più lunghe e costose, circumnavigando il Capo di Buona Speranza, ed evitando così sia lo Stretto di Bab el-Mandeb sia il Canale di Suez.Le navi russe, invece, sono state raramente prese di mira dagli attacchi delle milizie Houthi e, nel primo semestre del 2025, la Russia ha movimentato più petrolio greggio attraverso il Canale di Suez e il Bab el-Mandeb di qualsiasi altro Paese.C’è del greggio in DanimarcaGli Stretti di Danimarca sono una serie di canali che collegano il Mar Baltico al Mare del Nord (figura sotto).Storicamente, rappresentavano un’importante rotta per le esportazioni marittime di petrolio russo verso l’Europa. Con l’inizio della guerra in Ucraina e le successive sanzioni imposte dall’Ue alle esportazioni di petrolio russo i modelli commerciali globali sono però cambiati. Si stima che nel primo semestre del 2025 siano transitati attraverso gli stretti danesi circa 4,9 milioni di barili al giorno, pari al 6% del commercio marittimo globale. Questo volume è quasi del 60% superiore rispetto al 2021, a causa dello spostamento dei flussi commerciali dalla Russia Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Lo smartphone come anello del potere: l’Iran oltre la nebbia di guerra
di Francesco CosimatoIn un’epoca in cui il cellulare è diventato uno strumento di dominio, il flusso digitale plasma la percezione pubblica molto più dei dati oggettivi. L’attacco di Washington e Tel Aviv a Teheran viene narrato come una marcia trionfale. Eppure il fumo mediatico cela una verità ben diversa: arsenali tattici in difficoltà, blocco strategico delle rotte petrolifere, bollette alle stelle. E un cambio di regime che appare più una chimera che una strategia reale.IN BREVEOltre la propaganda Il generale sostiene che la narrazione di una vittoria imminente in Iran cela una realtà di arsenali in affanno e rotte petrolifere bloccate, rendendo il cambio di regime una chimera strategica.Limiti potere aereo La dottrina militare insegna che i soli attacchi dal cielo non sono risolutivi. Senza truppe di terra e controllo marittimo, la vittoria resta impossibile.Sfida asimmetrica Teheran conduce una guerra d’attrito economico, distruggendo asset tecnologici da milioni di euro con droni economici a basso costo.Crisi sicurezza globale L’uso di missili a lunga gittata contro la base di Diego Garcia mette in discussione la logistica della Us Navy, negando agli Stati Uniti il concetto di area sicura in mare.Stallo diplomatico Nonostante le pressioni di Washington, gli alleati europei hanno rifiutato interventi fuori area nello Stretto di Hormuz, evidenziando le fratture interne alla Nato.Mentre a Washington e Teheran si parla di «trattative in corso» per una possibile tregua, e il Pakistan si offre per ospitare i colloqui di pace, i cellulari continuano a propinarci una narrazione manichea. L’accesso continuo ai dispositivi elettronici ha trasformato l’informazione in un campo di battaglia, dove le narrazioni dei media mainstream finiscono spesso per orientare la percezione pubblica. La guerra israelo-americana in Iran viene presentata secondo l’usuale dicotomia: una lotta del bene contro il male, della libertà contro la schiavitù, dell’Occidente buono contro l’Oriente cattivo…Peccato che una visione così polarizzata impedisca una comprensione autentica della complessità strategica in atto. Da sempre durante i conflitti è difficile accedere a informazioni corrette e verificate, ma l’attuale apparato propagandistico sembra andare oltre la tradizionale «nebbia di guerra». Il giorno in cui i velivoli israeliani e nordamericani hanno attaccato l’Iran, era il 28 febbraio, abbiamo appreso dalla televisione che in quattro giorni la capacità nucleare iraniana sarebbe stata distrutta e che il regime al potere sarebbe cambiato.Il tempo, però, è implacabile nello smascherare le bugie. La dottrina militare, insegnata nei Corsi di Stato Maggiore, mette in chiaro che le sole operazioni aeree non possono essere risolutive. L’«Arte militare aerea» spiega che il controllo di un territorio conteso richiede necessariamente un contingente terrestre. È un principio ben noto ai militari (io l’ho imparato nell’anno accademico 1993-1994), ma sembra far fatica a entrare nella testa dei politici. Eppure è una questione di logica. Quando si inizia una guerra dall’aria, è necessario concluderla anche sul terreno e, se c’è il mare, come nel caso di specie, bisogna combattere anche per il possesso delle linee di comunicazione marittime.Non solo. Sotto il profilo concettuale, un piano volto a smantellare l’apparato nucleare dell’Iran e a rovesciarne il regime dovrebbe prevedere un’alternativa politica solida, guidata da una figura autorevole capace di raccogliere il consenso popolare. Tentativi in tal senso devono essere stati fatti, visto che Mike Pompeo, già direttore della Cia e Segretario di stato della prima presidenza Trump, ha dichiarato sui social «Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco».A quanto pare, tuttavia, questa parte dell’operazione non sta riuscendo. Dal 1979, anno di insediamento dell’ayatollah Khomeini al potere, la preparazione di un’alternativa credibile al sistema degli Ayatollah sembra essere stata gestita con carenze simili a quelle riscontrate nei teatri iracheno e afghano. Resta peraltro una domanda: come può l’Occidente promuovere un cambio di regime all’estero quando fatica a mantenere consenso al proprio interno?In questo clima, tutto quello che i media ci raccontano viene smentito dai fatti. Mentre il presidente Donald Trump annuncia la fine imminente delle ostilità, l’obliterazione della Marina e dell’Aeronautica militare iraniane e un crollo imminente delle Forze armate, la realtà sul campo risulta differente. I missili iraniani continuano a colpire le basi americane in tutto il Golfo. Quanto al drone italiano andato distrutto nella base di Ali Al Salem in Kuwait il 15 marzo, si trattava di un MQ-9 Reaper (Predator B) a pilotaggio remoto, il cui valore stimato supera i 30 milioni di euro.Ebbene: è stato colpito da un drone kamikaze di fabbricazione iraniana dal costo stimato tra i 20.000 e i 50.000 dollari. In pratica, l’Iran sta distruggendo asset da 30 milioni di euro con munizioni da massimo 50.000 dollari. In termini di rapporto di spesa, questo significa che l’Iran sta conducendo una sfida asimmetrica di logoramento: a stare larghi, con il costo di un singolo drone MQ-9 Reaper, si potrebbero teoricamente acquistare 600 droni kamikaze da 50.000 dollari l’uno.L’Iran quindi non sta combattendo solo una guerra tattica, ma anche una guerra d’attrito economico. Neutralizzare un obiettivo d’alto valore con un vettore così economico permette all’Iran di colpire investendo appena lo 0,15% rispetto al capitale tecnologico messo in campo dall’avversario.Ma l’evento spartiacque è un altro. Il 21 marzo, l’Iran ha lanciato due missili iraniani a lunga gittata che, diretti contro la base anglo-americana di Diego Garcia, territorio britannico nell’Oceano Indiano, sono esplosi vicino all’isola dopo un volo di circa 4.000 chilometri. Evidentemente, qualche capacità residua agli Ayatollah è rimasta. Ma, soprattutto, l’uso di missili a lunga gittata nega agli Stati Uniti il concetto di «area sicura» nell’Oceano Indiano, mettendo in discussione la logistica globale della Us Navy. Inoltre, nonostante la diffusione di filmati che mostrano la distruzione di obiettivi iraniani, il persistere di attacchi missilistici verso Israele suggerisce che la fine del conflitto sia ancora lontana.Colpisce anche la reazione impaurita delle società occidentali: seppur geograficamente distante, la guerra fa sentire i suoi contraccolpi con effetto immediato, soprattutto sui costi dell’energia. Allo stesso tempo, in Iran si registrano manifestazioni di sostegno al regime anche sotto i bombardamenti. Ricordo di aver ascoltato in molte riunioni dei Comandi Nato le elucubrazioni degli esperti di «guerra psicologica», che ci spiegavano come avrebbero conquistato «i cuori e le menti della popolazione». Dalla Bosnia al Kosovo, dall’Iraq all’Afghanistan, e adesso anche in Iran, tali strategie non sembrano aver conseguito i risultati sperati.Mentre i media occidentali continuano a ripeterci che gli iraniani non hanno più una Marina da guerra, gli Ayatollah mettono limiti al passaggio delle navi mercantili nello Stretto di Hormuz, i listini delle borse occidentali vanno a picco, il petrolio e il gas salgono… Ma – niente paura – secondo i nostri media tutto si sistemerà presto.Come se la situazione non fosse abbastanza tragica, dopo averci rassicurato Trump ha chiesto agli alleati Nato europei di aiutarlo a garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti non possono assicurare. La risposta è stata negativa. D’altronde, l’Alleanza opera principalmente nell’area euro-atlantica e gli interventi «fuori area» richiedono condizioni specifiche ben note sul piano diplomatico.Gli ufficiali di Stato maggiore che lavorano in comandi di grandi unità devono avere sul tavolo il manuale dell’Alleanza Atlantica sul quale c’è scritto che interviene nell’area denominata Attu (Atlantic To Urals: dall’Atlantico agli Urali). E non dall’Atlantico al Golfo Persico. Interventi «fuori area» – come la missione Nato in Bosnia, autorizzata per la sussistenza di una specifica risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – richiedono mandati specifici. Un fatto conosciuto da tutti i diplomatici e da tutti i militari, ma evidentemente non dai politici.Al di là della retorica, la caduta del regime iraniano appare oggi improbabile. I bombardamenti dal cielo non sembrano aver ridotto la capacità di risposta missilistica iraniana. Lo Stretto di Hormuz resta impraticabile per le navi occidentali, esposte come sono a minacce asimmetriche. Il resto, più che nebbia di guerra, sembra propaganda.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleFrancesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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Israele: il declino del sionismo laico e l’ascesa della guerra metafisica
di Elisabetta BurbaDalla Bibbia come «atto di proprietà» evocato da Ben Gurion al suo utilizzo come guida metafisica da parte di Netanyahu, il sionismo israeliano ha attraversato una profonda metamorfosi. Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è progressivamente intrecciato con correnti religiose e messianiche, soprattutto dopo il 1967. Oggi il richiamo alle Scritture non appare più solo come un elemento identitario, ma contribuisce a ridefinire il conflitto in termini messianici, rendendo più difficile ogni prospettiva di compromesso.Seconda puntata della serie Da Israele agli Usa, come la Bibbia è stata trasformata in manuale militare.IN BREVEMetamorfosi del sionismo Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è trasformato dopo il 1967 in un’ideologia messianica che usa i testi sacri come guida operativa.Uso politico dei testi sacri Se per i padri fondatori la Bibbia era un «Kushan», ovvero un atto di proprietà storico, per la leadership attuale è un manuale bellico che detta le coordinate del futuro.Radici del radicalismo Figure come il rabbino Kook hanno fornito legittimazione teologica al movimento dei coloni, spostando il baricentro politico verso visioni escatologiche e dogmatiche.Archetipi e guerra totale Invocando Amalek contro l’Iran, Netanyahu ha trasformato la strategia in imperativo religioso: lo scopo non è più la deterrenza, ma l’eradicazione metafisica del nemico.Tramonto della diplomazia L’invasione del sacro nella vita dello Stato rende il compromesso impraticabile, inquadrando i conflitti come lotte assolute e rendendo l’escalation inevitabile.«Duemilacinquecento anni fa, nell’antica Persia, un tiranno si levò contro di noi con lo scopo di distruggere il nostro popolo […] Oggi, a Purim, il destino è stato segnato e la fine del regime malvagio arriverà». Alla vigilia della festa religiosa ebraica, il 28 febbraio 2026, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’inizio dei bombardamenti congiunti Israele-Usa contro l’Iran: l’operazione Roaring Lion / Epic Fury.Gran parte dei media si è concentrata sulle implicazioni militari e diplomatiche degli attacchi, non prestando attenzione alla cornice simbolica usata da Netanyahu per presentarli. In realtà, la citazione offre un indizio sulla chiave attraverso cui il primo ministro interpreta il conflitto in Medio Oriente. Una chiave incentrata sulle Sacre Scritture.Purim è la festa che celebra la salvezza miracolosa del popolo ebraico da un tentativo di sterminio nell’antica Persia, come narrato nel Libro di Ester della Bibbia. Anche il nome dell’operazione ha un chiaro riferimento biblico: Roaring Lion, Leone ruggente. Il nome, che sarebbe stato scelto da Netanyahu, si basa principalmente su un versetto del Libro dei Numeri (23:24): «Ecco, un popolo si alza come una leonessa e si erge come un leone; non si corica finché non ha divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi».Non si tratta di semplice retorica bellica o di omaggio alla tradizione. Le parole di Netanyahu sono la dimostrazione plastica della profonda metamorfosi che ha sperimentato una parte rilevante del sionismo. Nato come movimento laico e pragmatico, con la nascita dello Stato di Israele e in particolare dopo la Guerra dei sei giorni, il movimento nazionalista ebraico è finito sotto la crescente influenza di correnti religiose e messianiche. Come risultato, oggi la percezione della Bibbia ha valicato i confini del sacro, diventando sempre più di frequente un manuale operativo che detta le coordinate geografiche e tattiche del futuro.E pensare che i padri fondatori del sionismo erano laici, se non atei. Il movimento non nacque da un impeto religioso, ma da una necessità politica. Dopo aver seguito l’affaire Dreyfus in Francia, il giornalista ungherese Theodor Herzl si convinse che il progetto di integrazione degli ebrei in Europa era di fatto naufragato. Nel febbraio del 1896, pubblicò a Vienna Lo Stato ebraico, un pamphlet in cui sosteneva che l’antisemitismo non era un pregiudizio passeggero, ma un problema strutturale.«Cresce di giorno in giorno, di ora in ora tra i popoli» denunciava Herzl. E concludeva: «Non considero la questione ebraica né una questione sociale né religiosa, per quanto possa di volta in volta assumere l’una o l’altra sfumatura. Essa è una questione nazionale e, per risolverla, dobbiamo prima di tutto trasformarla in una questione politica mondiale, che dovrà essere regolata nel consesso dei popoli civili».Per il giornalista, la «soluzione moderna della questione ebraica» consisteva dunque nell’auto-emancipazione politica degli ebrei verso un proprio territorio sovrano. Subito dopo, iniziò a girare l’Europa alla ricerca dell’appoggio economico e politico per il suo progetto di creare una «dimora sicura» per gli ebrei. L’anno successivo organizzò a Basilea il Primo congresso sionista, dove in seguito dichiarò di aver «fondato lo Stato ebraico».Per i sionisti della prima ora, la Bibbia non era né un riferimento culturale centrale, né una guida strategica. In quella fase, gran parte dei pionieri sbarcati in Palestina venivano da ambienti socialisti, atei e anti-clericali. Volevano «trasformare il deserto» e creare un uomo nuovo, lavoratore e combattente, che rompesse con la figura dell’ebreo religioso della diaspora dedito solo allo studio dei testi sacri.Lo stesso Herzl era stato esplicito su questo punto. Nel capitolo del suo pamphlet intitolato Teocrazia, aveva scritto una dichiarazione d’intenti diametralmente opposta alla deriva messianica che osserviamo oggi. «Avremo dunque, alla fine, una teocrazia? No! La fede ci tiene uniti, la scienza ci rende liberi» scriveva Herzl. «Non permetteremo quindi che sorgano velleità teocratiche da parte dei nostri religiosi. Sapremo come confinarli nei loro templi, così come sapremo confinare il nostro esercito professionale nelle caserme. Esercito e clero devono essere onorati tanto quanto le loro belle funzioni richiedono e meritano. Ma essi non hanno nulla da dire nello Stato che li onora, poiché finirebbero per creare difficoltà esterne e interne».Riletto oggi, quell’avvertimento appare profetico… Eppure, già nella seconda metà degli anni Trenta iniziarono a comparire i primi riferimenti politici al linguaggio biblico. Ai tempi del Mandato britannico, il presidente della Commissione reale sulla Palestina, Lord Peel, chiese a David Ben Gurion se il popolo ebraico possedesse un documento che provava il suo diritto su quella terra. Ben Gurion, che all’epoca era a capo dell’Agenzia ebraica, sollevò il Tanakh, la Bibbia ebraica, e dichiarò: «Questo è il nostro Kushan».Il futuro primo ministro di Israele aveva citato il termine turco con cui l’Impero ottomano, che aveva governato la Palestina fino alla fine della Prima guerra mondiale, definiva l’atto di proprietà. Il Kushan era il documento ufficiale rilasciato dal catasto imperiale di Istanbul per certificare il possesso di un terreno. Ben Gurion usò questa analogia per sostenere che la Bibbia era il titolo di proprietà storico e religioso fondamentale che giustificava il ritorno degli ebrei nella loro patria ancestrale.Ma fu la nascita dello Stato di Israele ad accelerare la trasformazione della Bibbia da testo di preghiera in strumento politico.Una battuta sarcastica che circola fra gli storici di Gerusalemme cattura il paradosso: «I nostri padri fondatori amavano dire: “Dio non esiste, ma ci ha dato uno Stato”». In Dieci miti su Israele, lo storico Ilan Pappé scrive: «In altre parole, sebbene non credessero in Dio, Egli aveva ciò nonostante promesso loro la Palestina». Il paradosso è ribadito anche da un celebre aneddoto attribuito allo stesso David Ben Gurion, che con lucido cinismo avrebbe detto: «Io non credo in Dio, ma ci ha promesso la Terra di Israele».Ben Gurion, che si definiva non credente, andò oltre. Verso il 1958, il primo ministro israeliano istituì un circolo di studi biblici. A casa sua. Non per pregare, ma per analizzare la Sacra scrittura come fonte storica, politica e culturale. Nelle sue letture bibliche, il primo ministro di Israele non pareva cercare Dio, ma una legittimazione. Peraltro, mostrava particolare interesse per le strategie militari narrate nel Libro di Giosuè.Come scrive Tom Segev nel libro A State at Any Cost, The Life of Ben Gurion, il leader sionista leggeva la Bibbia come un «documento politico», quasi come «una guida per governanti». In una nota lo storico riferisce che durante una riunione di Gabinetto Ben Gurion disse: «Secondo la Bibbia, noi abbiamo diritto anche al Sinai, ma la guerra non va sempre secondo la Bibbia». Lo storico aggiunge che il primo ministro «a volte paragonava il sionismo a una religione, parlando di “fede sionista” e una volta arrivò persino a riferirsi ai “comandamenti sionisti”. Vedeva il sionismo come “la luce nascosta nell’anima“ del popolo ebraico». Ben Gurion fu quindi la figura che sdoganò la Bibbia, portandola a valicare i confini del sacro, traghettandola cioè da un contesto puramente religioso a quello politico.Nella metamorfosi del sionismo, lo spartiacque però fu il 1967. A partire dalla Guerra dei sei giorni, correnti religiose e messianiche iniziarono a permeare quello che era nato come un movimento laico e nazionalista. Mentre in precedenza il linguaggio biblico era servito principalmente come legittimazione storica e politica, dopo il conflitto iniziò a essere letto come una profezia in tempo reale. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di altri siti dal profondo significato biblico portò a unVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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La lezione di Suez per Hormuz: quando la forza militare non basta
di Luigi Bruti LiberatiLo storico rilegge la crisi di Suez alla luce delle tensioni nel Golfo persico. Il conflitto del 1956 sancì il tramonto della mentalità imperiale, dimostrando l’impossibilità di garantire la sicurezza delle arterie vitali del commercio con la sola forza militare. E decretò la fine dell’Impero britannico. In quella «guerra piccola e assurda», l’illusione di Anthony Eden di poter mettere in sicurezza Suez con paracadutisti e bombardieri produsse l’effetto opposto: blocco totale del Canale e trionfo del suo avversario, Gamal Abd al-Nasser. L’intervento, nato da un’alleanza segreta tra Londra, Parigi e Tel Aviv, fallì per l’isolamento internazionale e l’opposizione di Usa e Onu. Per il professor Bruti Liberati, il messaggio resta attuale: la stabilità delle rotte marittime non si difende con i cannoni, ma con la legittimità e il consenso.IN BREVEGeopolitica dei punti nevralgici Il controllo delle rotte marittime è il termometro della tenuta dell’ordine internazionale. La gestione dei passaggi obbligati rivela la forza o la fragilità delle potenze globali.Fallimento della forza bruta Nel 1956, l’invasione per blindare il transito commerciale nel Canale di Suez causò l’effetto opposto. Nasser affondò 40 navi, bloccando i traffici e costringendo Londra alla rotta del Capo.Tramonto della mentalità coloniale Il primo ministro britannico Anthony Eden cercò di fermare il declino imperiale con le armi. Ottenne l’isolamento internazionale e la condanna di Usa e Onu, sancendo la fine dell’egemonia britannica.Nascita del multilateralismo Dalla débâcle di Suez nacquero i «caschi blu» delle Nazioni Unite, dimostrando che la stabilità marittima richiede legittimità internazionale e diplomazia. E non semplici alleanze segrete.Lezioni per il presente Oggi come nel 1956, la sicurezza delle arterie commerciali globali non si garantisce con i cannoni. Occorre il consenso politico, evitando avventure militari autolesionistiche.Il dibattito sulla crisi dello Stretto di Hormuz si sta rapidamente spostando oltre la cronaca militare, assumendo i contorni di una riflessione sul destino degli equilibri globali. Non si discute più soltanto di petrolio o di sicurezza marittima, ma di qualcosa di più profondo: la tenuta dell’ordine internazionale. In questo contesto si inserisce il post dell’investitore Ray Dalio: «La posta in gioco si riduce a chi controlla lo Stretto di Hormuz… Abbiamo già visto questo schema in passato: con gli olandesi nel XVII secolo e con gli inglesi nel 1956. Quando una potenza mondiale rivela debolezze militari e finanziarie, l’ordine mondiale cambia». Il punto sollevato da Dalio non è isolato. Sempre più analisti leggono il conflitto iraniano come uno snodo potenzialmente decisivo. Il controllo di Hormuz – attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – è diventato un test della credibilità delle grandi potenze. Le crescenti tensioni nel Golfo persico hanno così acceso i riflettori su uno dei «fiaschi» più significativi del Novecento: la crisi di Suez. Il richiamo alla débâcle anglo-francese del 1956 non è solo un esercizio per accademici, ma diventa un monito sul destino delle potenze globali. Per approfondire il dibattito abbiamo chiesto un intervento al professor Luigi Bruti Liberati, che ha studiato le dinamiche che portarono alla fine dell’egemonia di Londra in Medio Oriente. Da storico rigoroso, Bruti Liberati non si presta a paragoni forzati, analogie facili o sovrapposizioni superficiali, ma utilizza il 1956 come lente per analizzare i rischi del presente.Per comprendere la crisi di Suez occorre partire da lontano, dal colpo di Stato in Egitto degli Ufficiali liberi nel 1952 e dall’ascesa di Gamal Abdel al-Nasser. Il nuovo regime egiziano si pose un obiettivo ambizioso: modernizzare il Paese e sottrarlo alla dipendenza economica e politica dell’Occidente. In questo quadro si inseriva il progetto della diga di Assuan, un’opera colossale che richiedeva capitali enormi, destinata a garantire energia e controllo delle acque del Nilo.In un primo tempo, Stati Uniti e Regno Unito si dichiararono disponibili a finanziarla, ma nel luglio 1956 ritirarono bruscamente l’offerta. Fu una decisione politicamente miope, che provocò immediati contraccolpi. Il passo indietro di Washington e Londra costrinse Nasser a rivolgersi all’Unione Sovietica, che finanziò la costruzione della Diga. In tal modo, l’Egitto si inserì nel gioco della Guerra fredda, diventando un avamposto sovietico in un Medio Oriente sino ad allora egemonizzato dal Regno Unito. La conseguenza più grave fu però un’altra. Il 26 luglio 1956, il presidente egiziano nazionalizzò il Canale di Suez.Piccola guerra assurdaSebbene Londra e Parigi gridassero allo scandalo, la mossa di Nasser era tutt’altro che illegittima. Il presidente egiziano aveva solo anticipato i tempi. La concessione firmata da Ferdinand de Lesseps con il viceré d’Egitto prevedeva una durata di 99 anni a partire dall’apertura del Canale. Poiché il Canale era stato inaugurato nel 1869, la restituzione naturale e pacifica all’Egitto era prevista per il 17 novembre 1968.I timori occidentali erano due. Il primo riguardava un presunto ricatto petrolifero. Nel 1956, l’Europa occidentale aveva appena completato la transizione dal carbone al petrolio per alimentare la ricostruzione post-bellica e il boom industriale. E circa il 67% del suo fabbisogno petrolifero proveniva dal Medio Oriente. Di questo, tre quarti passavano attraverso il Canale di Suez o tramite oleodotti che terminavano nel Mediterraneo orientale.Il timore non era solo che Nasser alzasse i pedaggi, ma che potesse chiudere fisicamente o sabotare il Canale. Un timore infondato, dato che per l’Egitto i proventi del Canale sarebbero stati vitali. Per Nasser, quindi, era essenziale mantenerlo aperto ed efficiente. Il secondo timore degli europei era la presunta incapacità tecnica degli egiziani di gestire il Canale. Anche questo era infondato. Si trattava – ahiloro – dell’inveterato concetto di supremazia razziale degli occidentali sui popoli «colorati», più volte sfatato nella storia recente.Alleanza dei filibustieriLa reazione militare nacque da un intreccio di interessi sporchi. A Ben Gurion, la mossa egiziana apparve come un dono dal cielo. Israele necessitava di armi moderne (che la Francia, impegnata in Algeria, avrebbe fornito in cambio di un attacco a Nasser, sostenitore del Front de Libération Nationale) e voleva una guerra preventiva nel Sinai.Durante l’estate si formò così un asse anglo-franco-israeliano che prevedeva un’azione militare congiunta contro l’Egitto. Tra il 22 e il 24 ottobre si tenne in Francia un incontro segreto tra Ben Gurion, il ministro della Difesa francese Maurice Bourgès-Maunoury e il ministro degli Esteri britannico Selwyn Lloyd. Ne risultò il Protocollo di Sèvres.Il patto prevedeva un attacco israeliano nel Sinai sino a raggiungere il Canale e un intervento franco-britannico, che sarebbe stato presentato al mondo come un’azione tesa a ripristinare la pace tra i due avversari e a proteggere l’importante via di comunicazione. Dal canto suo, Ben Gurion mostrava il consueto pragmatismo, dato che secondo lui Israele non poteva che guadagnare da questa piccola guerra, che avrebbe potuto portare alla caduta del regime egiziano o comunque a indebolirlo pesantemente. Un calcolo che si rivelò in gran parte sbagliato.Il 29 ottobre Israele aprì le ostilità. Il giorno dopo, a Londra, il primo ministro Anthony Eden si alzò alla Camera dei Comuni e annunciò che il governo di Sua Maestà aveva inviato a Israele ed Egitto un ultimatum. Mentre i paracadutisti britannici e francesi scendevano su Porto Said, il mondo iniziava a vedere l’invasione non per quella che era ufficialmente – un’azione di pace – ma per ciò che era realmente: un atto di aggressione neocoloniale.Quindi Ben Gurion fornì a Francia e Regno Unito l’alibi per un intervento che ufficialmente sarebbe dovuto servire a riportare la pace e proteggere il Canale. Come si seppe dopo, con la sua dichiarazione del 30 ottobre, Eden aveva ingannato il Parlamento, l’opinione pubblica britannica e tutto il mondo. Un’astuzia che avrebbe poi pagato di persona.Annotazione curiosa: il nesso con la situazione attuale è evidente. Ma rispetto a Suez i giochi sono molto più alla luce del sole. Il 2 marzo 2026, durante un incontro con i giornalisti al Campidoglio, Marco Rubio ha spiegato che gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi preventivi contro l’Iran perché sapevano che Israele stava per condurre un’azione militare contro Teheran.Secondo il Segretario di Stato, un attacco israeliano avrebbe provocato una rappresaglia iraniana immediata contro le forze americane nella regione, con un rischio elevato di vittime statunitensi. Per questo, Washington ha scelto di agire per prima in modo preventivo.Isolamento internazionaleDal punto di vista strettamente militare, l’operazione fu un rapido successo. La campagna del Sinai si concluse in pochi giorni con la completa disfatta del Cairo. Peraltro, già il 31 ottobre gli occidentali avevano colpito l’Egitto con bombardamenti aerei, azione che contrastava del tutto con la loro pretesa di presentarsi come mediatori e portatori di pace.Di pari passo, L’Unione Sovietica approfittò della situazione per schiacciare la rivolta ungherese. A Budapest, il 23 ottobre la popolazione era insorta e aveva cacciato il governo filosovietico. La mossa franco-britannica a Suez diede a Mosca un grosso aiuto. Il ragionamento era questo: se i due principali Paesi Nato europei mandavano i loro carri armati in Egitto, l’Unione Sovietica poteva fare altrettanto in Ungheria. E lo fece.Su Suez, Regno Unito e Francia si trovarono isolati. Gli Stati Uniti di Dwight D. Eisenhower, infuriati per il parallelismo con la repressione sovietica in Ungheria (che il conflVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Todd: «L’America ha abbandonato la democrazia ed è diventata un impero del terrore»
di Emmanuel ToddSecondo Todd, gli Stati Uniti hanno rinunciato al modello democratico-liberale per trasformarsi in un sistema imperiale mosso da un’irrazionale ebbrezza per la violenza. Parallelamente, l’Iran mostra una inaspettata capacità di resistenza. Todd spiega che il Paese sciita è radicalmente diverso dal mondo arabo sunnita incentrato sui clan. La forza di Teheran non risiede nel clero, ma in una struttura sociale capace di produrre burocrazie impersonali e una classe d’eccellenza di ingegneri. Realtà, queste, che i dirigenti europei dovrebbero mettere a fuoco, per non farsi travolgere dai mutamenti di un mondo che sta traballando.IN BREVEDeriva imperiale A parere di Emmanuel Todd, gli Stati Uniti hanno abbandonato il modello liberal-democratico per un sistema imprevedibile e violento, dominato da un’irrazionale ebbrezza per la guerra.Razionalità autocratica L’antropologo sottolinea come, mentre l’Occidente agisce in modo folle, i leader di Russia, Cina e Iran mostrano comportamenti più lucidi e rispettosi del diritto internazionale.Resilienza tecnologica L’Iran non è il «Paese dei mullah», ma un moderno «Stato di ingegneri», capace di produrre burocrazie solide e innovazioni militari come i droni.Evoluzione negata Le interferenze di Washington hanno impedito la naturale transizione democratica della rivoluzione iraniana, favorendo l’ascesa delle fazioni più conservatrici.Cecità europea Per Todd, le élite dell’Unione Europea mancano dell’immaginazione necessaria per comprendere il crollo imminente degli equilibri globali e della stabilità americana.L’antropologo Emmanuel Todd, celebre per aver anticipato il collasso del blocco sovietico, interpreta l’escalation in Medio Oriente come il riflesso di una crisi strutturale dell’Occidente. Nella seconda parte del dialogo realizzato in Giappone con il suo editore Bungeishunju, lo studioso delinea i contorni di un sistema americano che, smarrita la propria funzione democratica, sembra scivolare in un nichilismo bellico guidato dall’imprevedibilità. Todd non legge più l’offensiva contro Teheran come una strategia geopolitica coerente, ma come il sintomo del disfacimento di un ordine internazionale che ha sostituito la diplomazia con lo scatenamento della violenza.Che interesse hanno gli Stati Uniti in questo attacco? Non sembra avere alcuna relazione con la posizione America first di Trump.«Quelle che chiamiamo democrazie occidentali, degli Stati Uniti, dell’Europa e così via, sono nel loro comportamento completamente imprevedibili, violente, irrazionali o codarde. Sull’attacco all’Iran, inizialmente ero partito da un’ipotesi razionale: l’obiettivo di far dimenticare la sconfitta in stile russo e in stile cinese. Tuttavia, credo sempre più che debbano prevalere le interpretazioni irrazionali. Non bisogna più cercare una razionalità nell’azione americana. Occorre pensare in termini di ebbrezza per la violenza e per la guerra. Sotto questo aspetto, la situazione ricorda sempre più l’epoca della Seconda guerra mondiale, che si è conclusa come un puro e semplice scatenamento di odio da parte della Germania nazista contro tutti i popoli. La questione non è la stessa. Gli Stati Uniti non sono antisemiti, ma sono profondamente turbato – essendo io stesso di origine ebraica – nel vedere come la questione di Israele, e dunque degli ebrei, sia di nuovo al centro dei problemi. C’è come un mistero storico, un inconscio storico, un’inquietudine… Qualcosa su cui dobbiamo riflettere ed essere vigili, attenti, prudenti. La situazione sta diventando davvero molto molto pericolosa. Vorrei esprimere la mia inquietudine e la mia sorpresa in un altro modo. Sono per una parte cittadino francese. Sono legato alla democrazia liberale, sono un uomo tradizionale e sono peraltro uno storico. L’aspetto più straordinario della situazione attuale è vedere come i dirigenti di quelle che chiamiamo democrazie occidentali – degli Stati Uniti, dell’Europa e così via – siano completamente imprevedibili, violenti, irrazionali o pavidi nel loro comportamento. Mentre i dirigenti delle dittature – da Putin in Russia a Xi Jinping in Cina e, in fondo, persino il regime iraniano – hanno un comportamento più razionale, comprensibile e rispettoso del diritto internazionale. L’idea che i dirigenti delle democrazie si comportino come folli e che i dittatori si comportino come persone ragionevoli mi fa pensare che il nostro mondo sia impazzito».Per queste operazioni militari, Trump è alleato con Israele e Benjamin Netanyahu. Ma ciò, dal punto di vista della politica interna, non rischia di allontanarlo dagli americani? Visto che non sembra ottenere consensi sul piano interno, come si può giustificare tale decisione?«Bisogna capire che la violenza di Trump e della sua amministrazione si esercita sia verso l’interno sia verso l’esterno. È la stessa violenza. La questione che si pone è: che cosa significano ormai le elezioni nel sistema americano? In teoria, gli americani sono contrari alla guerra. Sì, una schiacciante maggioranza è effettivamente contraria alla guerra, ma ciò non fa alcuna differenza: il governo muove guerra lo stesso. Non so affatto cosa potrebbe succedere se le elezioni ribaltassero la maggioranza di Trump. Il punto è che ora bisogna essere capaci di immaginare tutto, compreso un crollo della democrazia americana sul piano interno. L’incertezza risiede nella lotta con l’Iran, sostenuto dalla Cina e dalla Russia, ma l’incertezza è anche nell’evoluzione interna della società americana. L’America non è più una nazione democratico-liberale. L’America è un sistema imperiale dove non si vede più bene il limite tra l’interno e l’esterno. E davvero bisogna essere umili, bisogna ammettere che non si sa ma bisogna essere pronti a immaginare tutto. Vale a dire che c’è un dovere di immaginazione. Ciò che ha reso possibile la Seconda guerra mondiale, il nazismo, i campi di concentramento, è che nessuno poteva immaginare che Hitler fosse possibile. Allo stesso modo, attualmente, credo ad esempio che i dirigenti europei e gli intellettuali europei non abbiano l’immaginazione necessaria per capire che l’America e il mondo stanno traballando. Dunque bisogna stare all’erta: vedremo cose che nemmeno potevamo immaginare. Dobbiamo essere umili. I dirigenti europei, credo, non hanno la minima idea di ciò che sta accadendo. Bisognerebbe tracciare una curva della crescita della violenza. Prendiamo il caso di Israele: chi avrebbe immaginato, 10 anni fa, che qualcosa come il genocidio di Gaza sarebbe stato possibile? Chi sarebbe stato capace di immaginare questi attacchi ripetuti contro un Paese sovrano come l’Iran, che oggi si bombarda? Ma siamo arrivati a questo punto. E quale sarà il prossimo livello di violenza?»Nei suoi libri precedenti, lei ha spiegato le differenze tra i Paesi arabi della regione e l’Iran, che è persiano e sciita. Lo descrive come più vicino ai Paesi occidentali: che cosa significa?«La grande differenza tra l’Iran sciita e i Paesi arabi sunniti riguarda il sistema familiare. Il sistema familiare del mondo arabo sunnita è un sistema patrilineare, di clan, dove la parentela è talmente importante che la costruzione di uno Stato moderno e dei suoi apparati risulta molto difficile. Al contrario, in Iran, il sistema familiare è molto diverso. La famiglia è nucleare. La condizione delle donne, a differenza di quanto si pensa spesso, è molto migliore rispetto alle regioni sunnite. L’Iran ha una capacità di organizzazione dello Stato e dell’esercito che è di tutt’altra natura. È per questo, d’altronde, che l’Iran è capace di resistere alla “decapitazione” (dei suoi leader, ndr) poiché la società iraniana sciita è capace di produrre burocrazie impersonali che sopravvivono al cambio dei dirigenti. Dunque, è una società di una natura completamente diversa rispetto a quelle dei Paesi arabi. E se gli americani falliscono nel tentativo di disorganizzare la società iraniana, falliscono nel tentativo di scatenare una guerra civile, è perché non capiscono questa differenza fondamentale fra Iran sciita e mondo sunnita. L’Iran ha anche una dinamica educativa molto più forte dei Paesi arabi. È un Paese che forma un numero enorme di ingegneri. La fascinazione per la tecnica e per la formazione ingegneristica è tipica dell’Iran. L’Iran non è un “Paese di mullah” clericali. È un Paese di ingegneri. Ed è in virtù di questo che gli iraniani sono stati capaci di costruire tutti quei missili balistici, tutti quei droni. Hanno inventato l’utilizzo militare dei droni: è un’invenzione iraniana che ha rivoluzionato la guerra dell’Ucraina e che attualmente ha elementi decisivi della situazione militare».Riguardo alla rivoluzione del 1979, lei ha detto che la considera democratica. Può spiegare questa sua posizione?«Innanzitutto, ogni rivoluzione è per definizione democratica, poiché si tratta di una sollevazione popolare. Ciò che impedisce alle persone di vederla come democratica è la sua colorazione religiosa. Ma le rivoluzioni inglesi – la prima rivoluzione, più la “Rivoluzione gloriosa” – erano in fondo delle rivoluzioni protestanti. Non c’è alcuna incompatibilità tra la religione e la rivoluzione. Il vero dramma dell’Iran è che gli interventi occidentali gli hanno impedito di evolvere verso una democrazia pacificata. Vale a dire: una rivoluzione comincia sempre con la violenza e in seguito le cose si mettono a posto. Ma ogni intervento occidentale, americano in particolare, con i blocchi economici e così via, non ha fatto altro che rinforzare in modo incessante il campo conservatore. Dunque, la traiettoria dell’Iran sarebbe dovuta essere quella della Francia, che è passata da una rivoluzione molto sanguinosa alla Terza Repubblica. Quindi, si è impedita la nascita della prima vera democrazia del mondo musulmano e la si è trasformata in questo regime, effettivamente molto violento, effettivamente molto sanguinoso. Ma tutto ciò a causa dell’intervento occidentale».Testo tratto da: https://www.youtube.com (traduzione dal fVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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Kosovo: la pulizia etnica dei cristiani in carta bollata
di Maria PappiniIl Patriarca serbo-ortodosso ha lanciato un Sos ai grandi della terra: una legge appena entrata in vigore a Pristina sta costringendo a una scelta i pochi serbi rimasti nel territorio conteso. O rinunciano all’aiuto delle istituzioni della Serbia oppure se ne devono andare. In entrambi i casi, si tratta di una scelta senza via di ritorno, perché senza il sostegno sanitario, scolastico e amministrativo di Belgrado i serbi in Kosovo non sopravvivono. Approvata dal Parlamento kosovaro-albanese nel 2013, la Legge sugli stranieri è entrata in vigore in forma integrale il 15 marzo 2026. Su pressione dell’Unione europea, il giro di vite all’ultimo minuto è stato sospeso, seppur in modo parziale e temporaneo. Ma la legge resta in vigore, il futuro istituzionale delle scuole e degli ospedali serbi rimane irrisolto e la moratoria di 12 mesi è solo una misura transitoria, non una soluzione.IN BREVESos ai grandi della terra Il Patriarca Porfirije ha chiesto l’intervento dei leader mondiali per scongiurare l’esodo definitivo dei serbi dal Kosovo. In gioco è la sopravvivenza millenaria delle comunità cristiane e dei monasteri.Presenza cristiana millenaria In Kosovo sorgono i pilastri della fede ortodossa: il Patriarcato di Peć, il «Vaticano serbo-ortodosso», e il monastero di Dečani, patrimonio Unesco protetto dai militari della Nato (in gran parte italiani) da oltre 26 anni.Trappola burocratica La Legge sugli stranieri richiede documenti rilasciati da istituzioni riconosciute da Pristina. E chi non dispone di documenti rilasciati dalle autorità kosovare albanesi risulta a tutti gli effetti uno straniero.Istituzioni parallele Circa 10.000 medici e docenti operano in strutture finanziate da Belgrado non riconosciute da Pristina. Il loro status legale è ora nullo, minando la sopravvivenza di scuole e servizi sanitari.Tregua europea Bruxelles ha ottenuto una moratoria di 12 mesi. Ma è vista come una misura transitoria, meccanismo per il definitivo assorbimento nel sistema kosovaro.Assedio amministrativo Dal 16 marzo scatta il sequestro dei veicoli con targa serba. La misura isola le enclave, impedendo l’accesso a cure e istruzione in zone prive di trasporti pubblici.«La sopravvivenza del nostro popolo nella sua terra ancestrale, abitata da secoli, è in gioco». Il patriarca Porfirije, capo della Chiesa ortodossa serba, il 13 marzo 2026 è ricorso all’extrema ratio. Non sapendo più a chi appellarsi, ha scritto ai leader delle principali potenze mondiali: da Papa Leone XIV a Vladimir Putin, da Donald Trump a Emmanuel Macron, fino a Giorgia Meloni e al segretario generale Onu António Guterres.Siamo abituati a pensare che la persecuzione dei cristiani e la loro espulsione silenziosa appartengano al Medio Oriente, all’Iraq, alla Siria, alle città devastate dalla guerra e dal fondamentalismo islamico. Siamo molto meno inclini ad ammettere che la pressione contro una presenza cristiana storica possa consumarsi nel cuore dell’Europa, sotto il linguaggio apparentemente neutro delle norme, delle procedure e dell’«allineamento». Eppure, è proprio questo il nodo kosovaro: quando la nuova misura amministrativa minaccia scuole, ospedali e 1.300 luoghi santi ortodossi, ciò che viene colpito è la continuità stessa di una comunità.Il nodo politico nasce qui. Il Kosovo, che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia nel 2008 senza neppure un referendum, considera l’applicazione della nuova legge sugli stranieri un normale esercizio di sovranità statale. La realtà sul terreno è però molto più complessa. Decine di migliaia di serbi del Kosovo continuano a vivere dentro un sistema istituzionale parallelo sostenuto da Belgrado: utilizzano documenti serbi, ricevono stipendi dallo Stato serbo e lavorano in scuole, università, ospedali e servizi sociali che Pristina non riconosce.La cosiddetta Legge sugli stranieri del Kosovo non è una norma nuova. Approvata nel 2013 (numero 04/L-219) e modificata nel 2019, è rimasta per anni applicata in modo parziale, soprattutto nelle aree a maggioranza serba. Dal 15 marzo 2026, però, Pristina ha deciso di farne valere integralmente le disposizioni, insieme alla normativa sui veicoli (numero 05/L-132 del 2017).La legge sugli stranieri stabilisce che chiunque non possieda la cittadinanza kosovara e rimanga nel territorio per più di tre giorni debba registrarsi presso la polizia e ottenere un permesso di soggiorno basato su un titolo legale riconosciuto – lavoro, studio, ricongiungimento familiare o altre motivazioni previste dalla normativa. Per le autorità kosovare, chi non dispone di documenti rilasciati da Pristina – cittadinanza, carta d’identità o permesso di soggiorno – è dunque a tutti gli effetti uno straniero. In caso di mancata regolarizzazione sono previste sanzioni amministrative, limitazioni alla libertà di movimento, impossibilità di lavorare, fino al divieto di soggiorno, all’espulsione e al divieto di rientro nel territorio per un periodo che può arrivare fino a un anno.Il problema nasce dal fatto che decine di migliaia di serbi del Kosovo vivono da oltre 15 anni in una vera e propria zona grigia giuridica, finora tollerata di fatto sia dalle autorità kosovare sia dalla comunità internazionale. I serbi kosovari usano documenti rilasciati dalla Serbia, ricevono stipendi da istituzioni finanziate da Belgrado e lavorano o studiano in strutture – università, scuole e ospedali – che non sono registrate nel sistema legale kosovaro.Questo crea ciò che diversi osservatori definiscono una vera e propria trappola amministrativa: la legge richiede documenti rilasciati da istituzioni riconosciute da Pristina, ma le strutture nelle quali migliaia di serbi sono impiegati non possono produrli proprio perché il Kosovo non ne riconosce l’esistenza.A complicare ulteriormente la situazione interviene la normativa sui veicoli, che limita a tre mesi l’uso nel territorio kosovaro di automobili registrate all’estero, in particolare in Serbia (come quelle che usano i kosovari serbi). In caso di violazione, la polizia può rimuovere il veicolo dalla circolazione, confiscare le targhe e, dopo 30 giorni, procedere al sequestro temporaneo del mezzo. Nelle enclave serbe, dove i trasporti pubblici sono quasi inesistenti e l’automobile rappresenta spesso l’unico mezzo per raggiungere scuole, ospedali o luoghi di lavoro, tale misura incide direttamente sulla vita quotidiana delle comunità.La disparità di trattamento normativo rende il quadro ancor più cupo. Mentre per la legge sugli stranieri è stata ottenuta una tregua, il vicedirettore della Polizia del Kosovo, Elshani, ha confermato che dal 16 marzo l’applicazione della legge sui veicoli sarà totale, senza alcuna mitigazione transitoria. Questo contrasto rivela la selettività dell’intervento europeo: una protezione parziale per le persone, ma nessuna tutela scritta per i mezzi necessari a raggiungere scuole e ospedali, rendendo la moratoria sulla residenza un successo a metà.Questa situazione si manifesta in modo molto diverso a seconda delle aree del territorio. La minoranza serba oggi conta circa 100.000 persone in tutto il Kosovo, distribuite tra il territorio a Nord attorno a Kosovska Mitrovica e una serie di enclave sparse nel Sud.A Nord, le quattro municipalità serbe rappresentano ancora oggi l’ossatura stessa della vita quotidiana per circa 40-50.000 residenti serbi. Qui la popolazione dipende in larga parte da istituzioni finanziate da Belgrado e una larga fetta utilizza esclusivamente documenti serbi. A Sud, dove le enclave serbe sono più piccole e disperse, la situazione è diversa. Una parte significativa della popolazione serba si è piegata, dotandosi di documenti kosovari e accettando di avere rapporti più stretti con le istituzioni di Pristina.Se il Nord è politicamente più rumoroso, è nel Sud dei monasteri e delle enclave che si gioca la partita più silenziosa e drammatica. Qui vive la maggioranza dei serbi del Kosovo, in comunità più isolate e vulnerabili, prive del peso istituzionale di Mitrovica. È in queste terre, interamente circondate da territori a maggioranza albanese, che sorgono i pilastri della fede ortodossa: il Patriarcato di Peć, il «Vaticano serbo-ortodosso», e il monastero di Dečani, patrimonio Unesco protetto dai militari della Kfor da oltre 26 anni. Quando il Patriarca scrive al Papa, ha in mente questi luoghi di preghiera ininterrotta da sette secoli, dove anche i monaci – custodi di una presenza millenaria – ricadono oggi sotto le maglie della legge sugli stranieri.Nonostante le rassicurazioni del premier kosovaro-albanese Albin Kurti, secondo le stime più attendibili, circa 10.000 lavoratori, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità, potrebbero essere direttamente toccati dalla nuova applicazione della legge. Tra loro vi sono docenti universitari, insegnanti, medici e personale sanitario che garantiscono servizi essenziali alle comunità serbe.Solo all’Università di Pristina con sede a Kosovska Mitrovica studiano circa 7.000 studenti, mentre tra i 1.180 docenti e dipendenti almeno 550 non possiedono documenti kosovari e rischiano quindi di trovarsi improvvisamente privi di status legale riconosciuto. Quanto al sistema scolastico, gli alunni serbi in Kosovo sono 16.500, distribuiti in 71 scuole primarie e 29 secondarie.In termini formali, il Kosovo sta chiedendo ai serbi del Nord di fare ciò che molti serbi del Sud hanno già fatto: ottenere documenti kosovari, registrarsi presso le istituzioni del Kosovo e ricondurre la propria vita lavorativa e residenziale all’interno del quadro legale kosovaro. Tuttavia, ci sono dei distinguo da fare. A Sud sono presenti piccole enclave. Il Nord ospita invece l’università, il principale ospedale serbo e l’infrastruttura istituzionale critica che rende la vita della comunità serba in Kosovo sostenibile come esistenza collettiva, piuttosto che come una serie di scelte personali isolate. Per la comunità serba, non si tratta di una questione di documenti. È una questioneVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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I crociati dello Studio ovale che invocano la Guerra santa in Iran
di Elisabetta BurbaLa corrente escatologica che salda gli interessi di Israele e degli Stati Uniti trasforma l’Antico Testamento in un manuale operativo. Mentre l’offensiva bellica colpisce Teheran, la retorica religiosa si intreccia con la dottrina militare. Prima puntata di una serie che analizza le radici teologiche alla base dell’operazione «Epic Fury» e il loro impatto sugli equilibri del potere globale.IN BREVEFede e potere militare La preghiera di una ventina di pastori evangelici alla Casa Bianca segna una convergenza tra fede e potere militare. Trump riceve l’imposizione delle mani mentre l’offensiva contro Teheran prosegue.Cristiani rinati Decine di milioni di «white born again» influenzano la politica Usa, vedendo nello Stato d’Israele il compimento delle profezie bibliche. Per il 74%, il supporto a Gerusalemme è una priorità spirituale.Scritture come manuale La dottrina militare si fonde con la Bibbia: al Pentagono si citano i Salmi per giustificare i combattimenti. Le Scritture diventano così un manuale operativo strategico.Crociata moderna Trump coinvolge direttamente autorità religiose per legittimare la guerra. I critici parlano di un conflitto trasformato in missione messianica senza precedenti.Impatto globale L’asse tra evangelici e ala destra repubblicana trasforma la geopolitica in escatologia. Il destino di una superpotenza nucleare si intreccia con visioni millenaristiche del Medio Oriente.Non un singolo cattolico in vista. Cristiani sionisti a tutto tondo». Con questo sferzante post su X, il 6 marzo il giornalista indipendente statunitense David J. Reilly ha commentato l’ormai celebre fotografia della preghiera nello Studio ovale. Il giorno prima, una ventina di pastori si erano riuniti alla Casa Bianca al cospetto di Donald Trump. Il presidente era seduto alla leggendaria scrivania con gli occhi chiusi, mentre i pastori lo circondavano in piedi. Dopo avergli imposto le mani sulle spalle, sulla schiena e sulle braccia, i leader religiosi hanno invocato Dio, chiedendogli di continuare «a dare al nostro presidente la forza di cui ha bisogno per guidare la nostra grande nazione». Oltre che «grazia e protezione alle nostre truppe e a tutti gli uomini e le donne che servono nelle nostre Forze armate».Una scena che ha scatenato reazioni infuocate, con i critici che l’hanno paragonata a una benedizione politico-militare. La rivista progressista The Nation ha titolato «Un conflitto senza ragione è diventato una pericolosa guerra santa». E ha aggiunto: «In mancanza di una chiara motivazione per l’attacco all’Iran, i trumpisti parlano sempre più come crociati». In pieno conflitto militare, questa scena rappresenta un unicum assoluto.Il solo precedente che si ricorda negli Stati Uniti è quello del presidente William McKinley, che nel 1898 giustificò l’occupazione delle Filippine parlando di un’illuminazione divina. Stando alla versione di McKinley, mentre si interrogava con angoscia sul destino delle ex colonie spagnole, decise di «inginocchiarsi e invocare Dio Onnipotente». Dopo di che ebbe un’intuizione: la missione degli Stati Uniti era quella di «educare i filippini, elevarli, civilizzarli e convertirli al Cristianesimo».Se appare difficile immaginare Trump in ginocchio alla ricerca di un responso dal Cielo, resta comunque il fatto che il presidente McKinley aveva cercato un dialogo solitario con Dio. E, a differenza di Trump, non aveva coinvolto alcuna autorità religiosa per giustificare l’occupazione delle Filippine.Ma chi sono questi uomini di fede che hanno invocato la grazia di Dio a sostegno di una guerra che sta portando morte e distruzione? Non sono cattolici, non sono ortodossi, non sono anglicani. E non appartengono neppure a quelle denominazioni protestanti mainline – luterani, metodisti o presbiteriani – che facevano tradizionalmente parte dell’establishment religioso americano. Sono tutti evangelici: dal primo all’ultimo. Appartengono cioè a quel vasto e diversificato movimento all’interno del protestantesimo, incentrato sull’autorità biblica, la conversione personale e la missione evangelizzatrice. Di più. Molti di questi pastori sono associati a network che attribuiscono un particolare significato teologico al moderno Stato di Israele.È una distinzione fondamentale: la visione evangelica del significato spirituale di Israele differisce in modo sostanziale dall’approccio adottato dalla chiesa cattolica, dalle chiese ortodosse e da gran parte delle storiche confessioni protestanti, i cui insegnamenti ufficiali si guardano bene dall’identificare gli sviluppi politici in Medio Oriente con il compimento delle profezie bibliche.Un’ala prominente della leadership evangelica ha invece adottato una posizione fortemente pro-Israele, inquadrando il sostegno politico allo Stato ebraico all’interno di una narrazione religiosa derivata dalla propria interpretazione delle Scritture.L’organizzatrice principale della preghiera nello Studio ovale è Paula White Cain. Consulente spirituale di Trump, è una tele-evangelista nota per il suo ministero associato al «Vangelo della prosperità». Secondo questa dottrina, la fede in Dio attirerebbe automaticamente ricchezza, benessere e guarigione da ogni malattia. Fin dal 2016, la predicatrice ha un ruolo chiave nei rapporti tra Trump e la base evangelica, il blocco di elettori a lui più fedeli.Gli evangelici rappresentano un vasto movimento che coinvolge più denominazioni religiose all’interno del cristianesimo protestante. Nato storicamente dalla Riforma, è esploso in modo globale nel XX secolo. Il movimento è caratterizzato da due parole chiave: «born-again» (rinati) e «biblici». In sostanza, gli evangelici enfatizzano la conversione personale profonda, un’esperienza di «rinascita» in cui accettano Gesù come Salvatore, e usano la Bibbia come unica guida infallibile.Nel mondo sono centinaia di milioni (oltre 600 milioni secondo la World Evangelical Alliance), concentrati nelle Americhe, in Africa e in Asia. Ma raggiungono la massima influenza negli Stati Uniti, dove secondo uno studio del think tank Pew circa il 23% della popolazione adulta si definisce evangelica. Stima che porta a contare circa 78 milioni di evangelici a stelle e strisce.Fra di loro, il sottogruppo più politicamente influente è costituito dai cosiddetti white born-again. I «rinati bianchi» rappresentano fra il 13 e il 17% della popolazione adulta (intorno ai 45-60 milioni). Eppure hanno un impatto spropositato sulla vita pubblica, grazie all’alta affluenza alle urne, all’organizzazione sistematica e al forte radicamento nel Partito repubblicano (George W. Bush era un cristiano rinato). Noti per le loro posizioni conservatrici su temi come aborto e famiglia tradizionale, rappresentano un blocco elettorale cruciale per un candidato conservatore. Ed è a loro che Trump deve le sue due vittorie elettorali (nel 2020 aveva perso nonostante il loro sostegno). Nelle elezioni del 2024, hanno votato per lui all’80-85%, soprattutto in Stati in bilico come Pennsylvania, Georgia e Michigan.Ma il motivo per cui questo gruppo religioso è fondamentale nel conflitto in corso – con le sue bombe su Teheran, i fondi ai coloni israeliani e la legittimazione divina alle operazioni militari – è un altro, più profondo e teologico. Fra gli evangelici statunitensi, una posizione molto radicata è il Cristianesimo sionista.Come risulta da uno studio pubblicato nel settembre 2025, metà degli evangelici vede gli ebrei come «popolo eletto». E per il 74% il supporto spirituale a Israele è prioritario. Tale posizione è particolarmente accentuata fra i «bianchi rinati». Fra l’80 e l’82% credono che «Dio ha dato la terra di Israele al popolo ebraico» (dato del Pew Research Center relativo al 2013, confermato anche nel 2025-2026). È il paradosso del sionismo cristiano: i fedeli americani che coltivano questa visione sono oggi più numerosi degli stessi ebrei residenti negli Stati Uniti. E non è tutto. Fra il 64 e il 70% dei «bianchi rinati» ritiene che «Israele sta difendendo i propri interessi» e che «le sue azioni militari sono giustificate», contro il 32% della popolazione generale statunitense. A rivelarlo è un’indagine realizzata nel settembre 2024. Un dato confermato da uno studio più recente, condotto nell’aprile 2025. Ebbene, il 72% degli evangelici bianchi ha opinioni favorevoli verso Israele (incluso un 36% le cui opinioni sono «molto favorevoli»). Parecchi di loro vedono Israele come un adempimento di profezie bibliche, interpretando la creazione dello Stato nel 1948 come segno escatologico, e lo sostengono in modo incondizionato per accelerare il ritorno di Cristo.Cinque giorni dopo la preghiera messianica con Trump, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha trasferito la mistica delVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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