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Gli articoli di Krisis.info

Krisis è una rivista online italiana che analizza le dinamiche politiche globali, focalizzata sulle crisi internazionali. Offre un’informazione approfondita, indipendente e libera da pregiudizi, per comprendere i cambiamenti epocali che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Rifiutando gli schieramenti ideologici, Krisis si impegna a presentare una pluralità di punti di vista, affinché i lettori possano formarsi una propria opinione. Krisis è sostenuta da un comitato etico-scientifico composto da accademici, diplomatici e militari, che garantiscono la qualità e l’autorevolezza delle analisi.Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale

    di Chris HedgesDalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.Prima parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVEMercati in apnea Secondo Wolff, la paralisi dello Stretto di Hormuz sta innescando uno choc sistemico globale. Il rincaro di energia e fertilizzanti trascina l’economia verso una depressione senza precedenti.Catene spezzate Il modello della massimizzazione del profitto ha creato filiere lunghe e fragili. La dipendenza logistica da snodi critici espone ora le corporation a paralisi operative fatali.Costi sociali Mentre le aziende hanno ignorato le esternalità negative, i cittadini ne pagano il conto. La perdita di posti di lavoro e il caro vita colpiscono duramente le fasce più deboli.Declino imperiale Gli investimenti vengono sottratti ai bisogni sociali per finanziare infrastrutture d’emergenza. Il tramonto dell’egemonia Usa emerge nella gestione politica delle riserve energetiche.Rischio deflattivo Oltre l’inflazione, il sistema teme una contrazione drastica dei consumi. Se il potere d’acquisto crolla, le imprese saranno costrette a tagli dei prezzi in uno scenario di crisi.Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times. Milioni di persone, in particolar modo in Asia e in Africa, rischiano di sprofondare in una povertà estrema a causa del conflitto, secondo quanto segnalato dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.Gli Stati Uniti, in qualità di esportatori netti di petrolio e gas naturale, sono rimasti relativamente isolati dallo choc globale, sebbene i prezzi della benzina siano aumentati di un dollaro al gallone dal 28 febbraio. Tuttavia, la situazione non rimarrà tale qualora l’Iran non dovesse riaprire presto lo Stretto. Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è già aumentato di quasi il 50 per cento, superando i 5,60 dollari al gallone. L’aumento dei prezzi del carburante, unito alle crescenti carenze e alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento, inizierà a gravare pesantemente sull’economia statunitense, dal momento che tutto ciò che paghiamo – inclusi beni di consumo, prodotti alimentari e trasporti – subirà rincari.Non stiamo solo sfiorando una recessione globale, ma, se la chiusura dello Stretto non verrà risolta, rischiamo una depressione globale, con tutta la sofferenza e l’inevitabile instabilità socio-politica che le crisi finanziarie catastrofiche infliggono alle società. Oggi si unisce a me, per discutere le conseguenze economiche della guerra, il professor Richard Wolff, emerito di Economia presso la University of Massachusetts-Amherst e professore ospite presso il programma di specializzazione in affari internazionali della New School. Ha inoltre insegnato economia alla Yale University, alla City University di New York, alla University of Utah e all’Università di Parigi.Vorrei iniziare, Rick, esaminando un aspetto di cui non si è discusso diffusamente: le catene di approvvigionamento. Quanto sono fragili (stiamo già assistendo, ovviamente, al loro deterioramento), quant’è difficile ripristinarle e quali sono le conseguenze di un loro grave danneggiamento.«D’accordo, è un ottimo punto di partenza. Chris, mi consenta di dedicare un momento alla storia economica. In particolare a partire dagli anni Settanta, le grandi corporation capitalistiche (americane, ma anche dell’Europa occidentale, giapponesi e altre) hanno seguito la direttiva della massimizzazione del profitto – la religione del capitalismo, per farla breve – spostando la produzione a livello globale, che è passata dall’essere concentrata negli Stati Uniti, ad esempio, all’essere sparsa in tutto il mondo. Nel 1970, Detroit era il fulcro dell’industria automobilistica in questo Paese. E tutt’intorno a Detroit, c’erano letteralmente centinaia di piccole e medie imprese che alimentavano quel settore, nel raggio di 20-50 miglia dalla città. Tutto ciò è svanito e Detroit ne è la dimostrazione. Per dare un’idea delle conseguenze sociali, oggi la sua popolazione è di circa 700.000 persone. Nel 1970 sfiorava i 2 milioni di abitanti. Questa è la demografia, per così dire, di ciò che è accaduto a quell’industria. Ebbene, la produzione si è spostata all’estero. E la realtà è questa: se si va all’estero – in Cina per un certo tipo di attività, in India per un altro, in Brasile per un altro ancora – ciò che si va a creare sono lunghe catene di approvvigionamento. Non è una questione di tecnologia. Spesso è frutto di un malinteso credere che la tecnologia moderna lo richieda. No, non è così. Lo spostamento non riguarda la tecnologia moderna: le tecnologie installate in Cina non sono poi così diverse da quelle che venivano installate qui. La realtà era che il costo del lavoro in Cina era molto più basso, e la disperazione di quei Paesi nel voler attirare posti di lavoro ha fatto sì che offrissero profitti altissimi e le corporation americane hanno accettato l’offerta. Nessuno ha puntato loro una pistola alla testa. Niente è stato fatto sotto costrizione. Si è trattato di un normale investimento capitalistico, volto a ricercare profitti più elevati. Il risultato finale, che non hanno calcolato perché raramente lo fanno, è stato non tenere conto di tutte le conseguenze secondarie scaturite dalle lunghe catene di approvvigionamento. Esaminiamo tali conseguenze. Le corporation non hanno tenuto conto di quello che sto per dire. Per loro, la prospettiva di profitti più alti chiudeva la questione. Ecco alcune delle conseguenze: occorre percorrere lunghe distanze per riportare il prodotto finito dalla Cina, o dall’India, o dal Bangladesh o dovunque sia stato prodotto, negli Stati Uniti per la vendita. Questo significa diventare dipendenti dalle spedizioni, ovvero dall’industria navale. E significa essere dipendenti – per citare l’attualità – dallo Stretto di Hormuz, oltre che da Malacca, Panama, Suez. Ci sono molti di questi snodi, e oggi rivestono un’importanza che in passato non avevano. Secondo, quando si spediscono le merci su lunghe distanze, perlopiù via mare, si inquina l’oceano. Ciò andrà a intaccare i viaggi, la pesca, l’accesso all’acqua: tutta una serie di conseguenze secondarie che, naturalmente, avrebbero dovuto essere prese in considerazione. Terzo, sarai soggetto alle turbolenze politiche: se la tua rotta di navigazione passa di qui o di là, se hai bisogno di strutture di stoccaggio lungo il percorso (il che di solito è necessario per far fronte a imprevisti), devi disporre di postazioni favorevoli in cui svolgere tali operazioni. Inoltre, in qualsiasi momento chiunque può bloccarti. E se lo fanno, ti ritrovi improvvisamente paralizzato. Lo stiamo vedendo proprio ora […]. Noi, come società, abbiamo bisogno di sapere in cosa stiamo investendo, in termini di tutte le ricadute sociali ad esso connesse. O quantomeno per ciò che possiamo prevedere e misurare. Ma le aziende non lo fanno, perché non calcolano i costi che non sono tenute a coprire. Non sono responsabili dell’inquinamento delle acque; non sono responsabili delle turbolenze politiche che possono generare delle interruzioni. Di conseguenza, non devono tener conto di queste eventualità né devono accantonare fondi per gestire gli imprevisti. Niente di tutto questo: procedono con il loro investimento. Tutto ciò produce le conseguenze sociali che ho appena delineato. E noi – i cittadini, il governo, la società – veniamo lasciati a cercare di rimediare a ciò che non è stato previsto, mentre loro incassano profitti che derivano non dai benefici intrinseci dell’investimento, bensì dal fatto di non dover calcolare, e tanto meno coprire, i costi sociali coinvolti. Ora ci troviamo a convivere con questo sistema. La guerra tra l’Iran, gli Stati Uniti e Israele – a prescindere dall’opinione che se ne ha – rappresenta un’interruzione all’interno di una lunga catena di approvvigionamento. E ci stiamo facendo carico degli enormi costi sociali, che hai accuratamente elencato in parte all’inizio della trasmissione. Tutti quanti ci troveremo a lottare sul piano economico, politico e culturale: basti pensare cheVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    WannaCry, il prologo di una crisi che mette a rischio il sistema informatico globale

    di Giuseppe SpertiDallo choc di WannaCry nel 2017 al misterioso annuncio del Progetto Glasswing nel 2026, l’ecosistema digitale affronta il passaggio verso un nuovo ordine geopolitico. Al centro della trasformazione c’è Mythos, il modello di Anthropic capace di automatizzare la caccia alle vulnerabilità informatiche. Un progetto che ridefinisce il confine tra protezione delle infrastrutture critiche e segreto di Stato.Prima puntata della serie Glasswing: il progetto riservato che rivoluzionerà la geopolitica della cybersecurityIN BREVEL’eredità di WannaCry L’attacco del 2017 ha svelato la fragilità delle infrastrutture critiche mondiali, paralizzando ospedali e trasporti attraverso lo sfruttamento di falle informatiche latenti.Arsenale digitale tradito La crisi esplose a causa di EternalBlue, un potentissimo exploit sviluppato dalla Nsa e sottratto da hacker, trasformando un’arma governativa in una minaccia globale.Vulnerabilità sistemiche Il software moderno è un intreccio di milioni di righe di codice dove gli errori sono fisiologici, creando crepe invisibili che attendono solo di essere scoperte.Scacco al patching La difesa digitale fatica a tenere il passo: aggiornare sistemi complessi richiede tempi e risorse che spesso superano la velocità di propagazione dei malware.Oltre l’emergenza Il Progetto Glasswing e l’Ia Mythos emergono nel 2026 per industrializzare la caccia alle falle, tentando di invertire un equilibrio geopolitico ormai compromesso.Lo scorso 7 aprile, Anthropic ha diffuso un comunicato che non somigliava a nulla di ciò a cui la Silicon Valley ci ha abituati. Nessun palco, nessuna demo spettacolare, nessuna promessa di rivoluzionare il mondo entro l’anno. Solo poche righe sobrie con cui l’azienda statunitense specializzata in intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica annunciava la nascita di Progetto Glasswing: una collaborazione con Amazon Web Services, Microsoft, Google, Nvidia e alcune delle principali aziende della cybersecurity americana.Al centro del progetto della società che ha sviluppato Claude c’è Mythos, un modello di intelligenza artificiale progettato per fare qualcosa di apparentemente tecnico: analizzare codice e trovare vulnerabilità nei software. Detto così, sembra un aggiornamento incrementale, l’ennesimo strumento per la sicurezza informatica. Ma chi conosce il settore ha colto subito i segnali anomali.L’accesso a Mythos non è pubblico. Non esiste un’Api commerciale, non c’è un programma per sviluppatori, non sono previste licenze nel breve termine. Il sistema è disponibile solo per i membri della coalizione e, a dar retta ad indiscrezioni, per alcune agenzie governative statunitensi. Le dichiarazioni ufficiali hanno insistito più sui rischi che sulle opportunità. In un settore che vive di hype e velocità, questa cautela ha il sapore di un avvertimento.Per capire cosa stia realmente accadendo – e perché Glasswing potrebbe essere il primo segnale visibile di una trasformazione più profonda – bisogna fare un passo indietro. Occorre tornare a un venerdì di maggio di nove anni fa, quando il mondo scoprì quanto fossero fragili le fondamenta digitali su cui aveva costruito ospedali, banche, governi e vite quotidiane.Quando gli schermi diventarono rossiLa prima segnalazione arrivò dalla Spagna, poco dopo le otto del mattino del 12 maggio 2017. Alcuni dipendenti di Telefónica, il colosso delle telecomunicazioni, trovarono i loro computer bloccati. Sugli schermi, un messaggio in rosso: i file erano stati cifrati, per riaverli bisognava pagare 300 dollari in bitcoin entro tre giorni. Dopo, il prezzo raddoppiava. Dopo sette giorni, tutto sarebbe stato perso per sempre.Nel giro di poche ore, il contagio esplose. Non era un attacco mirato: era un’epidemia. Il malware si propagava da solo, saltando da una macchina all’altra attraverso le reti locali e internet, senza bisogno che nessuno aprisse allegati o cliccasse su link. Bastava essere connessi e vulnerabili. E vulnerabili, quel giorno, lo erano in moltissimi.In Germania, i tabelloni delle stazioni ferroviarie iniziarono a mostrare il messaggio di riscatto al posto degli orari dei treni. In Russia, il ministero dell’Interno ammise che migliaia di computer erano stati compromessi. In Francia, gli stabilimenti Renault fermarono la produzione. FedEx, Hitachi, il sistema giudiziario di San Paolo: la lista delle vittime si allungava di minuto in minuto.Ospedali nel caosMa è nel Regno Unito che WannaCry – questo il nome del ransomware – mostrò il suo volto più inquietante. Il National Health Service, il sistema sanitario britannico, venne colpito con una violenza che nessuno aveva previsto. In poche ore, almeno 80 strutture sanitarie su 236 furono coinvolte. I medici non riuscirono più ad accedere alle cartelle cliniche. I sistemi di prenotazione erano fuori uso. Apparecchiature diagnostiche smisero di funzionare.Parecchi reparti d’emergenza vennero chiusi. Interventi chirurgici programmati vennero cancellati: 7.000 nella sola prima settimana. I medici tornarono a carta e penna, ma molte informazioni critiche restarono inaccessibili, intrappolate in computer che mostravano solo schermate rosse.Non era un’esercitazione, non era un film. Era il sistema sanitario di una delle nazioni più avanzate al mondo paralizzato da un software malevolo che si diffondeva più velocemente di quanto si riuscisse a contenerlo.Eroe accidentaleNel tardo pomeriggio, un ricercatore di sicurezza di 22 anni, Marcus Hutchins, stava analizzando il codice di WannaCry nella sua stanza nel Devon. Notò qualcosa di strano: il malware, prima di attivarsi, tentava di contattare un dominio Internet dal nome lunghissimo e in apparenza casuale. Se il dominio rispondeva, il malware si fermava. Se non rispondeva, procedeva con la cifratura.Poiché il dominio non era registrato, Marcus Hutchins lo comprò per poco più di 10 dollari. Non sapeva che in tal modo avrebbe attivato quello che gli esperti avrebbero poi chiamato il «kill switch», un interruttore d’emergenza nascosto nel codice. Nel giro di ore, la diffusione di WannaCry rallentò drasticamente.Ma, a quel punto, il danno era fatto. Centinaia di migliaia di computer in 150 Paesi erano già stati infettati. Le perdite economiche globali furono stimate in miliardi di dollari. Il range delle valutazioni andò da quattro a otto miliardi, a seconda di come si calcolarono i danni indiretti.Fuga dall’arsenale UsaLe indagini forensi successive rivelarono una verità scomoda. L’exploit utilizzato da WannaCry – il meccanismo che permetteva al malware di propagarsi automaticamente – non era stato creato da criminali comuni. Era stato sviluppato dalla National Security Agency degli Stati Uniti.Il suo nome in codice era EternalBlue. Era uno degli strumenti dell’arsenale digitale della Nsa, progettato per sfruttare una vulnerabilità nel protocollo SMB di Windows – un componente fondamentale che gestisce la condivisione di file e stampanti nelle reti. Per anni, l’agenzia americana aveva conservato questa conoscenza senza rivelarla a Microsoft, usandola per proprie operazioni di intelligence.Nell’agosto 2016, qualcosa era andato storto. Un gruppo che si faceva chiamare Shadow Brokers aveva iniziato a pubblicare online strumenti rubati alla Nsa, mettendoli all’asta o rilasciandoli gratuitamente. EternalBlue era finito in quel bottino. Nell’aprile 2017, un mese prima di WannaCry, l’exploit era diventato pubblico, accessibile a chiunque.Microsoft aveva rilasciato una patch a marzo, quando probabilmente aveva avuto sentore di ciò che stava per accadere. Ma due mesi non erano bastati. Troppe macchine non erano state aggiornate. Troppe organizzazioni non avevano dato priorità a quell’aggiornamento. E quando WannaCry colpì, trovò un terreno fertile di sistemi vulnerabili, esposti, in attesa.L’ombra della Corea del NordChi aveva trasformato EternalBlue in un’arma di distruzione di massa digitale? Chi aveva scritto WannaCry? Le agenzie d’intelligence di Stati Uniti, Regno Unito e altri Paesi puntarono a un colpevole: la Corea del Nord. Più precisamente, un gruppo noto come Lazarus Group, considerato legato al regime di Pyongyang. Lo stesso gruppo ritenuto responsabile dell’attacco alla Sony Pictures nel 2014 e di una serie di furti a banche internazionali attraverso il sistema Swift.Anche se l’attribuzione non è stata provata nel senso giudiziario del termine (nel cyberspazio, le prove definitive sono rare), il consenso nella comunità di intelligence appare solido. E poi, nel 2018, il Dipartimento di Giustizia americano aveva incriminato un programmatore nordcoreano, Park Jin Hyok.Il movente? Probabilmente denaro. Il regime nordcoreano, strangolato dalle sanzioni, aveva sviluppato capacità cyber offensive sofisticate. I ransomware potrebbero essere diventati uno strumento di quella strategia.Eppure, l’arma che aveva permesso l’attacco era americana. Un exploit sviluppato con fondi dei contribuenti statunitensi, sfuggito al controllo, probabilmente finito nelle mani di un avversario e usato per paralizzare alleati e infrastrutture occidentali. È come se una bomba costruita in un laboratorio militare fosse stata rubata e fatta esplodere nel cortile di casa.Anatomia di una catastrofeLa storia di WannaCry è avvincente. Ma per capirne davvero il significato – e per comprendere cosa c’entri con l’annuncio di Glasswing nove anni dopo – bisogna guardare oltre la narrazione da thriller. Occorre capire i meccanismi che haVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Apologia della storia: non c’è pace senza memoria condivisa

    di Elisabetta BurbaIn questa rielaborazione giornalistica della conferenza tenuta a Banja Luka il 22 aprile scorso, la direttrice di Krisis analizza il problema della deformazione della memoria storica europea. Nell’anniversario della liberazione dell’Auschwitz dei Balcani, in Bosnia Elisabetta Burba ha indicato nel rigore della ricerca l’unica via per il superamento dei conflitti. A partire dalla prima tesi di laurea realizzata in Italia sul campo di sterminio croato, appena discussa alla Statale di Milano.IN BREVEIl silenzio su Jasenovac Per 80 anni il lager croato è rimasto un tabù accademico in Occidente. La tesi di Adrian Piccoli rompe il muro di silenzio su questa tragedia collettiva.La memoria come arma In Jugoslavia il dogma della «Fratellanza e unità» aveva depoliticizzato il trauma senza elaborarlo. Con la dissoluzione del Paese, i nazionalisti hanno usato questo passato non elaborato per alimentare l’odio.Revisionismo e propaganda Negli anni Novanta, la storia di Jasenovac è stata manipolata dai nazionalisti di entrambe le parti per giustificare la pulizia etnica e la guerra.Oltre il binomio etico La pace richiede di superare lo schema rigido tra vittima e aggressore senza negare le colpe. per disarmare la propaganda, bisogna restituire complessità ai processi storici.Modello sudafricano La riconciliazione nasce dalla storicizzazione, non da verità imposte dall’alto. La Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica insegna che conoscere il male è l’unica via per guarire.Il 29 aprile, presso l’Università degli Studi di Milano, è stata discussa la prima tesi di laurea italiana dedicata al campo di sterminio di Jasenovac. L’autore, Adrian Piccoli, ha spiegato di aver scelto il tema dopo aver letto gli articoli del dossier di Krisis dedicato all’Auschwitz dei Balcani. Tra ricordo e negazione: Jasenovac nel conflitto delle memorie balcaniche, questo il titolo della tesi magistrale in Scienze storiche, è una dotta analisi delle complesse dinamiche memoriali che circondano il lager in Slavonia. L’opera esamina il profondo contrasto tra il dovere della testimonianza e i fenomeni di negazionismo o di uso politico della storia che hanno segnato questa tragedia collettiva dal Dopoguerra a oggi.Per oltre 80 anni, in Occidente il campo di sterminio dello Stato Indipendente di Croazia, dove furono barbaramente trucidati almeno 100 mila fra serbi, ebrei e croati, era rimasto confinato in una sorta di cono d’ombra accademico. La tesi di Adrian Piccoli non rappresenta solo un traguardo individuale, ma il segnale che il muro di silenzio sta finalmente crollando. In un’epoca di nuove tensioni geopolitiche, riportare Jasenovac al centro del dibattito italiano non è un esercizio di archeologia del dolore, ma un atto di necessità civile.Il motivo è semplice. Jasenovac rappresenta il prisma attraverso il quale possiamo osservare un fenomeno di importanza capitale: la deformazione della memoria storica europea. Un processo che, dalle foibe della Seconda guerra mondiale all’allargamento della Nato a Est dopo il crollo del Muro fino alle guerre balcaniche degli anni Novanta, continua a condizionare tanto la coesione interna dei singoli Paesi quanto le relazioni fra Stati.Già… La storia ci insegna che, se la storia non è elaborata in modo scientifico e viene lasciata in mano a politici o a propagandisti, il passato non passa. Diventa invece un campo di battaglia, dove antiche tragedie si trasformano in pretesti per giustificare l’ingiustificabile. Se gli eventi storici non vengono elaborati, se non vengono inseriti in un contesto, se non vengono condivisi tra i diversi attori, il passato ritorna. Con tutta la sua violenza, il suo dolore e il suo sangue. Esattamente come è successo per Jasenovac negli anni Novanta.In sostanza, se non si restituisce complessità ai processi storici, andando oltre il binomio «aggressore/aggredito» non si ottiene la pace. Ma, attenzione: andare oltre il binomio aggressore/aggredito non significa ovviamente negare le responsabilità storiche. Significa depotenziare il successivo utilizzo strumentale di queste etichette da parte delle propagande nazionalistiche.Non c’è pace senza giustizia, come disse Papa Paolo VI («Se vuoi la pace, lavora per la giustizia») in occasione della Giornata mondiale della pace nel 1972. Ma non c’è pace nemmeno senza memoria condivisa. E Jasenovac lo dimostra in modo esemplare.Da tabù ad arma politicaPer comprendere il caso Jasenovac, dobbiamo analizzare come la memoria del campo fu gestita ai tempi della Jugoslavia socialista. Secondo quanto spiega Adrian Piccoli nella sua tesi, il regime di Josip Broz Tito adottò quella che possiamo definire una neutralizzazione della memoria. Il ricordo di Jasenovac veniva onorato, ma era stato completamente spogliato delle sue connotazioni etniche.Le vittime erano genericamente «vittime del terrore fascista», una formula necessaria per preservare il dogma della Fratellanza e unità, pilastro ideologico della Jugoslavia socialista. Tale dogma rappresentava l’obbligo politico di superare i conflitti etnici e religiosi tra i popoli jugoslavi, in nome di un’identità comune socialista.Universalizzare il sacrificio di Jasenovac serviva quindi a evitare che le colpe del passato schiacciassero con il loro peso le fondamenta del nuovo Stato federale. Un intento forse nobile, ma certamente miope. Come disse San Bernardo di Chiaravalle, e dopo di lui anche Karl Marx, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.Su questo fragile equilibrio, la Federazione jugoslava si resse per oltre 40 anni. Il dogma della Fratellanza e unità agì come cappa protettiva, impedendo una reale elaborazione del trauma. Jasenovac non era stato «dimenticato»: era stato depoliticizzato. Ma quando, dopo la morte di Tito, l’autorità della Lega dei comunisti iniziò a vacillare, tale rimozione riemerse con prepotenza. Non come ricerca storica, ma come strumento di rivendicazione identitaria.I risultati furono catastrofici. «Il vuoto lasciato dalla narrazione ufficiale della “Fratellanza e Unità”», scrive Piccoli, «è stato colmato dai nazionalismi emergenti, che hanno estratto Jasenovac dal cono d’ombra in cui era stato posto non per scopi di verità storica, ma per trasformarlo in un catalizzatore di odio e in uno strumento di mobilitazione bellica».Con l’inizio delle guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia, Jasenovac divenne il fulcro di due narrazioni opposte. In Croazia si sviluppò una forte spinta revisionista, guidata in parte dallo stesso leader nazionalista Franjo Tudjman, che era storico di formazione. Il suo obiettivo era ridimensionare la portata dei crimini ustaša per legittimare il nuovo Stato indipendente, sottraendolo all’ombra del passato criminale del regime fantoccio nazi-fascista di Ante Pavelic. Ebbero così inizio varie dispute sui numeri delle vittime, volte a minimizzare la portata storica dell’evento, e Jasenovac fu trasformato da campo di sterminio a «campo di lavoro» o di smistamento.Di pari passo, in Serbia, Slobodan Milošević e i media di Belgrado utilizzarono il ricordo del genocidio ustaša per alimentare la paura nelle popolazioni serbe di Croazia. Il messaggio era chiaro: «Se non imbracciate le armi, il 1941 si ripeterà». E Jasenovac fu trasformato in una prova dell’impossibilità di convivere con i croati, giustificando così la secessione armata e la pulizia etnica.Seconda JasenovacI serbi che vivevano in Croazia iniziarono davvero a temere una «seconda Jasenovac». Un timore che si trasformò in tragica realtà. A sostenerlo è Fausto Biloslavo, il giornalista di guerra che meglio di chiunque altro in Italia ha seguito i conflitti jugoslavi. All’evento organizzato da Krisis il 12 dicembre 2024 alla Casa della Cultura di Milano, Biloslavo ammise che «effettivamente, in un certo senso, in quegli anni ci fu una seconda Jasenovac».In quel vuoto, alimentato da decenni di silenzi e omissioni, si inserì un’ulteriore narrazione – questa volta esterna – che finì per esasperare le divisioni: la moralizzazione del conflitto. Alla fine della Guerra fredda, l’interpretazione delle tensioni internazionali subì una trasformazione radicale. Durante l’era dei due blocchi, venivano analizzate in prevalenza con la lente del realismo politico: interessi statali, equilibrio di potere e sfere d’influenza. Pur in presenza di elementi ideologici, il quadro analitico dominante rimaneva strategico.Negli anni Novanta, invece, ci fu un’inversione di rotta. In particolare nel contesto delle guerre jugoslave, l’Occidente passò al liberalismo interventista. E iniziò a inquadrare i conflitti attraverso categorie etiche come il vittimismo, l’aggressione e la responsabilità. Erano i tempi dell’«intervento umanitario» di Bill Clinton e, più tardi, della dottrina della «responsabilità di proteggere», adottata dall’Onu nel 2005 e poi usata da George W. Bush. Questo cambiamento si rifletté anche nel discorso pubblico, nelle narrazioni mediatiche e nelle interpretazioni accademiche.Il mutamento di rotta ebbe conseguenze importanti per l’interpretazione delle tragedie passate nei Balcani, dove la complessità dei processi storici fu sostituita da rigidi paradigmi etici. E la distinzione binaria tra «vittime» e «carnefici», applicata in modo schematico, trasformò la meVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Gli Stati Uniti cantano vittoria, ma avanzano verso la terza sconfitta

    di Emmanuel ToddIn quest’intervista allo «Asahi Shimbun», lo storico francese interpreta il tramonto dell’egemonia statunitense come esito di una crisi strutturale. La guerra appare come una fuga in avanti nel tentativo di compensare limiti industriali e geopolitici emersi nel confronto con Russia e Cina. Ne deriva, secondo Todd, una crescente instabilità dell’ordine internazionale.IN BREVETramonto produttivo L’incapacità manifatturiera americana emerge nel conflitto ucraino, rivelando un sistema industriale non più in grado di sostenere una guerra su vasta scala.Scacco commerciale La sconfitta contro la Cina si palesa nella ritirata sui dazi: la dipendenza dalle terre rare costringe Washington a una diversione militare per mascherare il declino.Assassini mirati La fine dei valori morali produce un nichilismo politico che sostituisce la diplomazia con l’assassinio mirato, trasformando la repubblica in un impero guidato dalla Cia.Falso nazionalismo Tokyo insegue un’ostilità immaginaria verso Pechino, mentre il vero interesse nazionale imporrebbe la sovranità rispetto alle basi estere e alla strategia Usa.Blocco asiatico Il futuro del Giappone risiede nella cooperazione con Cina e Corea, poli industriali affini che devono unirsi per gestire il comune crollo demografico e la multipolarità.Emmanuel Todd sostiene che gli Stati Uniti attraversano una fase di crisi profonda, che mette in discussione la loro capacità di sostenere il ruolo di potenza egemone. Nell’intervista rilasciata al più autorevole quotidiano giapponese, lo storico francese legge le recenti iniziative militari e commerciali di Washington come il tentativo di reagire a difficoltà strutturali emerse negli ultimi anni: dal conflitto in Ucraina al confronto con la Cina. In questo quadro, sostiene Todd, la politica estera americana assume tratti sempre più radicali, con effetti potenzialmente destabilizzanti sull’equilibrio internazionale.Quali sono gli effetti sul mondo dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran?«In quanto storico, voglio partire da un quadro più ampio. Questa guerra in Iran segue due grandi sconfitte già subite dagli Stati Uniti. La prima è, come vi ho detto nella nostra intervista del febbraio 2025, la sconfitta virtuale degli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina. Gli Stati Uniti, con la loro base manifatturiera in declino, si sono dimostrati incapaci di fornire agli ucraini armi e munizioni sufficienti, rivelando il fatto che il sistema industriale americano non può sostenere una grande guerra. La seconda sconfitta, che si è palesata in seguito, è ancora più importante: la sconfitta contro la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato la Cina con i dazi, ma quando i cinesi hanno risposto minacciando gli Stati Uniti con un embargo sulle terre rare, ha dovuto fare marcia indietro molto rapidamente. È quindi chiaro che tutto ciò che fa ora è una diversione per far dimenticare a noi — e a sé stesso — queste grandi sconfitte».Durante la sua ultima visita in Giappone, lo scorso autunno, quando ha partecipato all’Asahi World Forum, lei ha indicato la possibilità di un attacco statunitense al Venezuela. Ebbene, questo è accaduto, e gli Stati Uniti hanno spostato l’obiettivo dell’attacco in Medio Oriente. Cosa ne pensa?«Sì. L’attacco all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti è iniziato allo stesso modo. Ma poiché l’Iran non è crollato, le cose sono sfuggite di mano, e potrebbe rivelarsi la terza grande sconfitta per gli Stati Uniti».Dove ci porterà l’attacco statunitense all’Iran?«La causa principale di questa guerra è, come ho menzionato anche a febbraio 2025, la disintegrazione della società americana, in particolare lo stato di “religione zero”. La disciplina morale e spirituale e i valori che un tempo integravano la società sono andati perduti. In questa decadenza e nel vuoto si sta diffondendo il “nichilismo”, dove sembrano semplicemente godere della distruzione e dell’uccisione stessa. Questo vale anche per Israele. Se un leader iraniano non si allinea alle intenzioni degli Stati Uniti, lo eliminano. Eliminare, uno ad uno, i leader di un altro Paese: ciò non dovrebbe mai essere permesso. Questo non è il mondo della politica moderna guidata dal buon senso, è il risultato della follia. I francesi, i giapponesi, i cinesi, tutti nel mondo devono concordare. Questo è il metodo di Hitler».Non sta usando un’espressione estremamente dura?«Esattamente. Parlo ora in quanto ebreo. Voglio trasmettere chiaramente ai lettori giapponesi che io stesso, un francese di origine ebraica, sto criticando la loro follia e temerarietà più duramente di ogni altra cosa. Originariamente, la “guerra” doveva essere uno scontro tra eserciti. Ma guardate cosa stanno facendo ora gli Stati Uniti e Israele. Non è forse un “assassinio” prendere di mira degli individui e ucciderli? Il ruolo guida nella politica estera americana sembra essere passato non al Dipartimento di Stato o al Pentagono, ma alla Cia».Sta dicendo che il sistema politico stesso degli Stati Uniti, una nazione democratica che celebrerà il 250° anniversario della sua fondazione a luglio, si è trasformato?«Sì. Devo dire che non è più la “Repubblica” tradizionale composta dal Congresso, dal presidente e dalla Corte suprema. Da quello che vedo, gli Stati Uniti oggi si sono trasformati in un “impero” composto dal presidente, dal Pentagono e dalla Cia. Il Congresso e la Corte Suprema sembrano essere nient’altro che organi consultivi. In una politica estera statunitense che si affida agli assassinii mirati di individui, la Cia è diventata l’istituzione più importante. Questa è la prova che gli Stati Uniti come nazione sono degenerati in uno “Stato assassino nichilista”».Nell’intervista dello scorso anno, lei ha detto che il Giappone non avrebbe dovuto farsi coinvolgere in conflitti che probabilmente sarebbero stati scatenati dagli Stati Uniti, ma avrebbe dovuto osservare con cautela ciò che stava accadendo. Quali sono i suoi pensieri ora che il Giappone ha il suo primo ministro donna?«Non posso ancora valutare quale tipo di cambiamento nella società giapponese questo incarni. Tuttavia, in generale, il primo capo di Stato o primo ministro donna agisce spesso come un uomo per dimostrare che non c’è differenza tra uomini e donne. Sento che il primo ministro Sanae Takaichi ammira l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher, ma devo sottolineare che questo è pericoloso. Sebbene la Thatcher fosse un personaggio interessante, non la ammiro. È colei che ha distrutto la classe operaia e il sistema industriale britannico. Non conosco nel dettaglio cosa esattamente il primo ministro Takaichi ammiri della Thatcher. Tuttavia, la sua posizione dura contro la Cina è, credo, un tipico esempio di ciò che chiamo “nazionalismo immaginario”».Che cosa intende?«In quest’epoca, il nazionalismo stesso viene messo in discussione, ma penso che l’idea che “essere ostili alla Cina equivalga al nazionalismo giapponese” sia strana. Tradizionalmente, l’ideologia del nazionalismo si basa sull’idea di aumentare la popolazione ed espandere la sfera di influenza. Il vero nazionalismo giapponese dovrebbe cercare la sovranità del Giappone. Da questa prospettiva, non è più importante per il Giappone pensare prima al suo rapporto con gli Stati Uniti, piuttosto che entrare in conflitto con la Cina? Questo dovrebbe essere ovvio per chiunque pensi a Okinawa. Se ci si pone dal punto di vista di un “vero” nazionalismo, non di uno “immaginario”, è naturale lottare per la sovranità e l’indipendenza della propria nazione e riprendersi le basi straniere all’interno del proprio Paese. Credo che farsi trascinare dalla strategia americana del “divide et impera” ed entrare in un conflitto con la Cina per volontà di Washington non sia mai nell’interesse del Giappone».Non c’è forse un senso di crisi per la situazione a Taiwan dietro la posizione dura verso la Cina da parte degli elementi conservatori giapponesi?«Mi vanto di essere uno dei pochi francesi che conoscono Shinpei Goto, che guidò la colonizzazione giapponese di Taiwan. Capisco che la colonizzazione giapponese di Taiwan, in parte grazie ai risultati di persone come Goto, sia stata una rara storia di successo nella storia della colonizzazione globale. È una cosa molto rara che persino alcuni locali abbiano buoni ricordi del Giappone, la potenza dominante. Ma resta comunque una cosa del passato. Indipendentemente dal fatto che si approvi o meno ciò che dice il Partito comunista cinese, Taiwan non può essere discussa ignorando il suo rapporto con la Cina, sia culturalmente sia nella realtà della politica internazionale. È pericoloso coprire la realtà con la nostalgia per il passato. In altre parole, è pericoloso portare una valutazione positiva di fatti storici passati nella Realpolitik moderna. I giorni in cui Taiwan era una colonia giapponese sono finiti 80 anni fa, e nutrire l’illusione che “avere un pessimo rapporto con la Cina sia nazionalismo” è esattamente un nazionalismo immaginario».Qual è la sua opinione su ciò che sta accadendo nel pianeta?«Ciò che sta accadendo ora non si limita alla possibilità che gli Stati Uniti subiscano la loro terza sconfitta. Potrebbe essere il crollo stesso di un enorme impero. Gli ideali e le strutture che ci sono familiari e che hanno sostenuto il mondo per lungo tempo stanno crollando con un forte fragore».In un tale mondo, che strada dovrebbe intraprendere il Giappone?«I tre Paesi dell’Asia orientale – Giappone, Cina e Corea del Sud — affrontano una sfida strutturale comune: un grave declino demografico. Condividono anche un background culturale confuciano e detengono un potere industriale travolgente, dato che i tre Paesi rappresentano circa il 90% della costruzione navale mondiale. La loro somiglianza è estremamente notevole anche in termini di modello di crescita guidato dalle esportazioni. La strada che il Giappone dovrebbe intraprendere è guardare da vicino queste proprie caratteristiche, prendere gradualmente lVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Turchia, potenza mineraria in fieri

    di Paola OttinoNel riposizionamento energetico europeo, la transizione verso le energie alternative si lega sempre di più ai minerali critici. In questo contesto, la Turchia emerge come un nodo geopolitico fondamentale, grazie alla sua collocazione nelle catene globali del valore e alla ricchezza del suo sottosuolo. Il giacimento di terre rare di Beylikova evidenzia tuttavia un limite strutturale: la capacità industriale. I minerali critici diventano così il terreno di una nuova geopolitica, in cui la Turchia è un attore centrale, ma ancora incompiuto, della trasformazione globale.IN BREVEHub emergente La Turchia punta a trasformare la propria ricchezza geologica in leva geopolitica. Il giacimento di terre rare di Beylikova simboleggia quest’ambizione strategica.Sfida tecnologica Nonostante l’abbondanza di risorse, Ankara sconta gap industriali. La mancanza di una filiera di raffinazione complessa frena la capacità di competere su scala globale.Snodo per Bruxelles L’Europa, dipendente dalle importazioni, guarda ad Ankara come partner chiave. La fornitura di boro è cruciale, ma la Turchia mantiene una postura negoziale autonoma.Limiti strutturali L’estrazione deve fare i conti con incertezze normative, costi ambientali e la complessità mineraria. Il passaggio a hub tecnologico richiede investimenti di lungo periodo.Competizione asimmetrica La transizione energetica ridefinisce le gerarchie di potere. Il caso turco dimostra che il controllo delle materie prime è ormai inscindibile dalla sicurezza strategica.Dopo le oscillazioni imposte dalle recenti crisi globali, che hanno costretto l’Europa a un temporaneo ripiegamento sulle fonti fossili, la transizione energetica è tornata al centro dell’agenda di Bruxelles con una nuova veste. Non più soltanto obiettivo climatico, ora è definita un’esigenza di sicurezza economica e strategica. Nel contesto delle tensioni in Medio Oriente e della volatilità dei mercati energetici, la produzione interna di energia da fonti alternative diventa così un imperativo politico.In questo quadro, la transizione energetica non appare più soltanto come una traiettoria tecnologica, ma come un processo strettamente legato alla disponibilità, al controllo e alla valorizzazione delle risorse minerarie. Asset che sono sempre più al centro di una competizione globale che ridefinisce gerarchie industriali e relazioni di potere.Politicizzazione delle risorseQuesta rinnovata urgenza si inserisce in un contesto sempre più teso, segnato da nuove scoperte minerarie e dalla loro rilettura in chiave politica. In Italia, l’annuncio di un nuovo minerale denominato delchiaroite, individuato nel bacino marmifero di Colonnata, nelle Alpi Apuane 1, ha acceso l’attenzione mediatica sul potenziale estrattivo nazionale, sebbene con implicazioni limitate sul piano industriale.A livello internazionale, l’eco mediatica attorno al grande giacimento di terre rare di Kızılcaören nel distretto di Beylikova, in Turchia, evidenzia ancor più come la dimensione geologica venga reinterpretata alla luce delle esigenze geopolitiche contemporanee. Individuato nel 2022, il giacimento è stimato in circa 694 milioni di tonnellate. Ed è stato presentato dalle autorità turche come il secondo deposito di elementi delle terre rare più grande al mondo, dopo quello cinese di Bayan Obo 2.Un dato che è stato recentemente rilanciato nel dibattito europeo, soprattutto in chiave strategica. Da un lato per sostenere il riposizionamento della Turchia come attore centrale, dall’altro come risposta alla crisi delle catene globali di approvigionamento 3. Pertanto, il giacimento viene oggi ridefinito come risorsa strategica.Tuttavia, emerge un divario cruciale tra potenziale geologico e capacità industriale: le terre rare richiedono processi di separazione complessi e costosi e la Turchia non dispone ancora di una filiera completa di raffinazione. Inoltre, la redditività dipende da concentrazione, mineralogia e costi ambientali. Di conseguenza, il giacimento rappresenta più una leva geopolitica potenziale che una risorsa immediatamente sfruttabile su scala globale.Boom della domandaNel dibattito in corso sulla transizione energetica e digitale, i minerali critici hanno anche assunto una crescente rilevanza geopolitica. Litio, nichel, cobalto, rame e terre rare costituiscono l’ossatura materiale delle tecnologie low-carbon, dai veicoli elettrici ai sistemi di accumulo energetico, fino ai semiconduttori e alle applicazioni militari avanzate.Dal punto di vista scientifico, la rilevanza dei minerali critici è legata a proprietà fisico-chimiche difficilmente sostituibili: l’elevata densità energetica del litio nelle batterie agli ioni di litio, le proprietà magnetiche delle terre rare come neodimio e disprosio nei magneti permanenti o la stabilità elettrochimica del cobalto e del nichel nei materiali catodici ad alte prestazioni.Secondo le analisi più recenti della International Energy Agency 4, la domanda globale di minerali critici è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi decenni, con un fabbisogno che potrebbe aumentare tra due e cinque volte entro il 2040, a seconda del minerale e delle politiche climatiche adottate. In particolare, il litio mostra le traiettorie di crescita più accentuate, mentre nichel e cobalto seguono dinamiche più contenute ma comunque sostenute.Questa espansione si scontra tuttavia con vincoli strutturali persistenti. Da un lato, lo sviluppo di nuovi progetti minerari è lento e richiede ingenti investimenti di capitale, con tempi che possono superare il decennio tra esplorazione e produzione. Dall’altro lato, le fasi di raffinazione e trasformazione restano fortemente concentrate, con un’elevata dipendenza da pochi attori dominanti (in primo luogo la Cina) che controllano una quota maggioritaria delle capacità globali, in particolare per le terre rare e diversi metalli per batterie (Figura 1).Ne deriva un disallineamento tra crescita della domanda e capacità dell’offerta, che trasforma i minerali critici in elemento di rischio sistemico per la sicurezza energetica e industriale delle economie avanzate.Impianto pilotaIn questo contesto, la Turchia emerge come un attore di crescente centralità. Non per supremazia quantitativa nella produzione globale, ma per una combinazione di fattori geologici, geografici e industriali. Allo stato attuale, il Paese non è un grande produttore sistemico di tutte le materie prime critiche, ma rappresenta comunque un nodo geopolitico fondamentale all’interno delle catene globali del valore.Questa centralità si fonda innanzitutto su una diversificazione mineraria significativa e già sfruttata, che consente maggiore resilienza rispetto alla volatilità dei mercati e una più facile integrazione in filiere produttive differenti. A conferma e rafforzamento di questa traiettoria, recentemente è emerso l’orientamento di Ankara verso una politica integrata sulle materie prime critiche.La Turchia si prepara a presentare una strategia nazionale dedicata, in cui il progetto di Beylikova per le terre rare è posto come fulcro di una visione che connette estrazione, lavorazione avanzata e sviluppo industriale ad alta tecnologia 5. Tale impostazione è stata illustrata dal Ministro dell’Energia e delle risorse naturali, Alparslan Bayraktar, intervenuto il 28 aprile scorso al Forum sui minerali critici dell’Ocse a Istanbul.In questa sede è stato affermato che la società statale Eti Maden è già impegnata, insieme a partner industriali, nella costruzione di una catena del valore completa che includa anche le fasi di separazione e raffinazione. Un impianto pilota è già operativo e il progetto si sta progressivamente orientando verso la produzione su scala industriale, con l’obiettivo di ottenere ossidi di terre rare destinati, tra l’altro, ai magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche e nei motori dei veicoli elettrici.Questa iniziativa si inserisce in una più ampia trasformazione del sistema energetico e industriale turco. Secondo il Rapporto sui minerali critici e strategici del 2025 redatto dal Ministero dell’Energia e delle Risorse naturali della Turchia 6, la futura tabella di marcia nazionale collega esplicitamente la sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime alla transizione energetica.Secondo dati ufficiali nazionali, oltre il 62% della capacità elettrica installata del Paese proviene già da fonti rinnovabili. Gli obiettivi al 2035 prevedono poi un’espansione dell’eolico e del solare fino a 120 gigawatt, accompagnata dalla realizzazione di circa 40 gigawatt di linee di trasmissione ad alta tensione in corrente continua 7. In tale contesto, disponibilità e capacità di lavorazione dei minerali critici diventano elementi imprescindibili.Tettonica dell’AnatoliaDal punto diVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Sachs: «Dallo Scià a Trump, dalla Persia all’Iran: la lunga manu dell’Impero americano»

    di Jeffrey D. SachsIn un’intervista a Tucker Carlson, l’economista ricostruisce le radici dell’escalation con l’Iran: interventi diretti, operazioni coperte, sanzioni e guerre indirette. Le attuali ostilità, sostiene Jeffrey Sachs, sono invece alimentate dalla convergenza tra gli interessi petroliferi di Washington e la visione del governo di Netanyahu. Volta a ottenere la supremazia militare nella regione con il progetto del Grande Israele.IN BREVEControllo energetico Per Sachs, la radice del conflitto risale al colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, colpevole di aver rivendicato la sovranità iraniana sulle proprie risorse petrolifere.Egemone ferito La rivoluzione del 1979 è stata per Washington una perdita di reputazione intollerabile, trasformando Teheran nel bersaglio di una guerra ibrida quarantennale.Ambizioni regionali La strategia israeliana mira alla supremazia totale in Asia occidentale, attraverso il progetto del Grande Israele e il rovesciamento dei governi ostili limitrofi.Pretesti nucleari Le accuse sull’atomica sono descritte come una narrazione orwelliana per mascherare l’obiettivo reale del cambio di regime e il controllo dei flussi di idrocarburi.Rischio globale Un’escalation militare nel Golfo minaccia di distruggere le infrastrutture fisiche di gas e fertilizzanti, innescando una catastrofe economica e alimentare mondiale.Da dove deriva questo odio verso l’Iran? Nel 1953, l’Iran era una democrazia parlamentare che non aveva invaso un altro Paese da un secolo, ovvero dal 1856-57, quando la Persia sotto Naser al-Din Shah invase Herat, precipitando nella guerra anglo-persiana[1]. L’Iran era stato successivamente oggetto di interferenze, ma non aveva attaccato nessuno. All’inizio degli anni Cinquanta, lo stimato primo ministro Mohammad Mossadeq ebbe l’audacia di dire la cosa che non si dovrebbe mai dire in questa regione: «Penso che il petrolio sotto la nostra terra sia iraniano, non britannico».Immediatamente l’Impero britannico – sotto forma dell’MI6 – si rivolse al nuovo impero americano in ascesa – sotto le spoglie della Cia – e disse: «Dobbiamo rovesciare quest’uomo». Cosa che, ovviamente, fecero nel 1953, attuando quella che oggi chiameremmo una rivoluzione colorata [2]. Fomentarono proteste e disordini e Mossadeq fu cacciato dal potere. Gli Stati Uniti instaurarono quella che l’Impero persiano avrebbe chiamato una satrapia. L’Iran divenne una sorta di provincia dell’impero americano, in ultima analisi sotto il dominio della Cia. Insediammo lo Scià dell’Iran come volto di quell’impero e la polizia politica Savak come apparato repressivo [3].Tutto ciò durò 26 anni. Nel 1979, mentre lo Scià stava morendo di cancro, il popolo guidò una rivoluzione e cacciò la Savak, la Cia e lo Scià. L’Iran ebbe la sua rivoluzione islamica e instaurò il governo che rimane in carica ancora oggi. Gli Stati Uniti lo avversarono fin da subito. Quando sei un impero con protettorati e militari di stanza in tutto il mondo, e le tue principali compagnie petrolifere si vedono improvvisamente sottrarre ciò che avevano rubato all’Iran, nel momento in cui l’Iran se lo riprende, tutto diventa una questione di reputazione. Il senso del ragionamento era: «Dobbiamo riportare l’Iran sotto controllo perché siamo un impero. Se ci mostriamo troppo deboli verso una qualsiasi parte dell’impero, questo danneggia la nostra reputazione ovunque».Dovevamo punirli. Poi ci fu la presa degli ostaggi da parte di gruppi di giovani radicali, che dissero: «Stiamo facendo questo perché vogliamo che lo Scià venga riportato qui per essere processato per i crimini del suo Stato di polizia perpetrati per oltre due decenni». Gli Stati Uniti avevano accolto lo Scià nel 1979 per cure mediche, una decisione poco saggia del presidente Jimmy Carter [4], il quale in realtà aveva sospettato che ciò avrebbe portato a questo genere di esplosione. Gli iraniani chiedevano riparazioni, scuse e la fine delle attività sovversive statunitensi: tutte cose piuttosto ragionevoli.Ma la presa degli ostaggi divenne un’altra umiliazione per l’America, un affronto che un impero non tollera mai. Quando un impero perde la faccia, risponde infliggendo punizioni estreme, non solo per riportare sotto controllo la provincia recalcitrante, ma per lanciare un segnale al resto dell’impero: «Non osate provarci».Così, dal 1980 in poi, gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l’Iran in vari modi. Abbiamo pagato, armato e rifornito Saddam Hussein affinché invadesse l’Iran – un accordo sordido. Saddam ha utilizzato gas tossici quantomeno con la consapevolezza degli Stati Uniti e, secondo alcune testimonianze, con il sostegno attivo americano [5]. Donald Trump, già nel 1980, propugnava un intervento militare in stile Vietnam contro il nuovo governo iraniano [6]. Pertanto, quando Trump fornisce le sue motivazioni per la guerra attuale («Il nucleare, questo o quello») si tratta di comode scuse per un’idea che ha in mente da 46 anni, perché l’Impero americano ha subito uno sgarbo. Un Paese era sfuggito al controllo della Cia, e questo non è permesso.Dal 1980 c’è stata una guerra ininterrotta, inclusa quella economica. Il nostro Segretario al Tesoro (Scott Bessent, ndr), che considero sempre più un prepotente – un individuo che si compiace di schiacciare altre economie con mezzi finanziari, sanzioni commerciali o blocchi – ha spiegato a Davos, in un’intervista a Fox News con Maria Bartiromo, che lo scorso anno la nostra «economic statecraft» (strategia economica di potere, ndr) ha distrutto l’economia iraniana [7].Abbiamo portato avanti questo tipo di «economic statecraft» – un orribile termine orwelliano per indicare la distruzione dell’economia di un altro Paese – per decenni. Abbiamo anche assassinato leader iraniani e fatto saltare in aria i loro impianti nucleari, perfino quando imploravano: «Facciamo un accordo che ci metta sotto la stretta supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica». Abbiamo utilizzato quella che viene chiamata guerra ibrida: ogni mezzo di sovversione, guerra economica, azione militare diretta e operazioni segrete. Donald Trump ha confermato che, nelle proteste dell’anno scorso, gli Stati Uniti hanno inviato armi ai manifestanti [8]. Non si trattava di una protesta, ma di un’insurrezione che stavamo fomentando noi. Non ha funzionato.In breve, descriviamo l’Iran come il male perché ha fatto qualcosa di inaccettabile per gli Stati Uniti, qualcosa che non ha nulla a che fare con le armi nucleari o con Hezbollah o con Hamas. Tutto risale al 1979, quando gli iraniani sono sfuggiti all’Impero americano, al controllo della Cia. Ed è proprio quello che non si dovrebbe mai fare. Questa guerra va avanti con vari pretesti da allora.Vorrei aggiungere un’altra cosa. L’argomento principale di Trump negli ultimi mesi è stato: «Impedirò loro di avere un’arma nucleare». Chiunque conosca la storia sa che questo è Orwell all’ennesima potenza. Gli iraniani non hanno mai cercato di ottenere un’arma nucleare: l’hanno ripetuto a più riprese anche le nostre stesse agenzie di intelligence. Ciò che hanno perseguito è un trattato con il Consiglio di sicurezza dell’Onu per confermare la loro sottomissione a un rigoroso monitoraggio nell’ambito del Trattato di non proliferazione nucleare, in cambio della fine della guerra economica statunitense.Ciò che l’Iran chiede da 15 anni è: «Supervisionateci, controllateci, va bene, ma revocate le sanzioni. Lasciateci respirare. Lasciateci avere un’economia normale. Lasciateci commerciare. E restituiteci i nostri soldi». Perché gli Stati Uniti hanno direttamente o indirettamente confiscato o congelato decine di miliardi di dollari appartenenti all’Iran [9]. Soldi dell’Iran, non i nostri. In quanto impero, facciamo così: congeliamo i soldi degli altri Paesi e, a volte, ce li prendiamo apertamente. È odioso e controproducente per gli Stati Uniti avere la reputazione di chi ruba le risorse altrui.Pertanto, ciò che l’Iran ha sempre desiderato è la diplomazia: sono persone garbate, abituate alla diplomazia. A volte dico lVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Droni low cost e propaganda: la guerra che mette in crisi l’Occidente

    di Francesco CosimatoL’impiego massiccio di droni economici sui campi di battaglia in Iran e in Ucraina sta trasformando un vantaggio tecnologico in un problema economico per l’Occidente. Tra saturazione dei cieli e nuove esigenze di comando, il generale smonta l’illusione delle guerre combattute solo dalle macchine, ribadendo la centralità del fattore umano.IN BREVEParadosso economico Il generale Cosimato spiega come i droni low cost ribaltino la logica finanziaria bellica. Mentre un velivolo costa 35 mila dollari, i missili per abbatterlo possono costare fino a 4 milioni.Limite tecnologico L’idea di appaltare la guerra alle macchine è un’illusione mediatica. Nessun apparato autonomo può ribaltare da solo l’esito di un conflitto che volge al peggio.Centralità umana In Ucraina e Medio Oriente, la tecnologia non sostituisce i soldati sul terreno. Il fattore umano e la manovra delle forze restano i pilastri insostituibili.Difesa nazionale L’Italia necessita di riforme strutturali profonde. Oltre ai 2 mila droni previsti, serve una visione politica che superi le alternanze di governo.Nodo sociale Il drone alimenta l’illusione di una forza senza costi umani. L’accettabilità sociale delle perdite resta la variabile decisiva e irrisolta per l’Occidente.«Come droni a buon prezzo stanno cambiando le guerre come quelle in Ucraina e in Iran». Con questo titolo perentorio, un’inchiesta del New York Times ha evidenziato come l’impiego di sistemi a pilotaggio remoto a basso costo stia ridefinendo i conflitti. L’efficacia di questi nuovi sistemi d’arma non è però circoscritta all’effetto tattico: i droni stanno alterando gli equilibri strategici in Europa dell’Est e in Medio Oriente, trasformando la superiorità tecnologica in vulnerabilità economica.Un paradosso dimostrato dai numeri. Mentre i costi di produzione dei droni iraniani si aggirano intorno ai 35 mila dollari, i missili intercettori usati per abbatterli hanno costi che possono raggiungere i 4 milioni di dollari. Il risultato è che, secondo una stima pubblicata il 10 aprile dall’American Enterprise Institute, per l’Operazione Epic fury contro l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero speso fra 25 e 35 miliardi di dollari.Questo cambiamento di paradigma ha tuttavia alimentato un equivoco di fondo. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la narrazione dei media mainstream occidentali tende a far credere che potremo appaltare ai droni lo svolgimento delle guerre. Tale narrazione propone una visione semplificata in cui le operazioni militari si riducono a uno svolazzo di aeromodelli e i soldati sono intenti a giocare con un simulatore o, peggio, a dialogare con la versione militare dell’intelligenza artificiale.La questione è evidentemente un po’ più complicata. Si tratta di analizzare le tipologie di droni da utilizzare e i loro compiti, mettendo in relazione la strategia politica, il complesso militare industriale, le dottrine, il personale e l’addestramento necessario.I droni militari, siano essi aerei, terrestri e navali, si dividono principalmente in base al raggio d’azione, all’altitudine e alla missione. I droni strategici sono caratterizzati da lunga durata, alta quota e un armamento offensivo. I droni tattici, solitamente dediti alla ricognizione a corto/medio raggio, includono mini/micro droni e droni suicidi o «loitering munition».Il livello dello scontro tecnologico è ragguardevole: già nel 2023, l’Ucraina aveva annunciato di puntare a produrre oltre un milione di droni Fpv all’anno, mentre la Russia sta espandendo i propri impianti per incrementarne la produzione, arrivando al punto di trasformare centri commerciali in fabbriche di droni. Questo volume di fuoco tecnologico conferma che ci troviamo di fronte a una nuova forma di guerra di logoramento, dove la capacità produttiva ha un peso specifico sempre maggiore.Dal punto di vista dei compiti, i droni fanno ormai di tutto: dall’attività di Intelligence, sorveglianza e ricognizione (Istar), all’attività di guerra elettronica, agli attacchi di precisione e al supporto logistico.L’ampia varietà di modelli di droni e l’estensione dei compiti operativi hanno reso i cieli sopra i combattimenti estremamente saturi. In pochi chilometri possono trovarsi a operare simultaneamente centinaia di velivoli, sollevando criticità inedite per la gestione dello spazio aereo. Non a caso, gli addetti ai lavori evidenziano l’urgenza di definire nuove strutture di comando e misure di coordinamento rigorose, indispensabili per prevenire collisioni o incidenti che metterebbero a rischio la sicurezza delle truppe a terra.Nel conflitto in Ucraina, la carenza di personale ha alimentato la convinzione che droni e robot possano colmare il vuoto lasciato dai soldati. Tuttavia, questa visione si scontra con l’insuccesso di chi affida ai mezzi tecnologici ruoli impropri, specialmente di fronte a un avversario che mantiene la superiorità nel volume di fuoco.Si tratta di un errore storico ricorrente, come nel caso delle armi segrete tedesche: nessun apparato, per quanto all’avanguardia, è in grado di ribaltare da solo l’esito di una guerra che volge al peggio. In Ucraina, l’illusione di una svolta tecnologica risolutiva si scontra regolarmente con la cruda realtà di una guerra di logoramento in cui il fattore umano resta insostituibile.Nel conflitto in Iran, invece, a fronte di una netta inferiorità in termini di aviazione e marina, Teheran riesce a contrastare l’avversario ottenendo risultati significativi sul fronte mediatico, politico ed economico. Questa strategia di difesa, basata sull’impiego ragionato di diverse classi di missili e droni, ha permesso di estendere la durata di una guerra che inizialmente si prevedeva brevissima. In questo scenario, i celebri droni Shahed si sono imposti come lo strumento bellico più rilevante.Per comprendere correttamente il ruolo dei droni e dell’innovazione tecnologica, è necessario ricordare che i pilastri della manovra militare restano le forze e il fuoco. La notizia per esempio di un caposaldo russo espugnato dai droni, per quanto suggestiva e di forte richiamo mediatico, risulta spesso parziale. Senza un resoconto completo che ne analizzi le dinamiche reali, tali episodi rischiano di trasformarsi in propaganda, impedendo una valutazione oggettiva dell’operazione.Se la manovra consiste ancora nell’impiego coordinato di forze e fuoco nello spazio e nel tempo, diventa essenziale definire come integrare le unità tradizionali con le nuove risorse tecnologiche. Senza una dottrina chiara, il rischio è di generare confusione operativa piuttosto che efficacia. Sebbene la tecnologia abbia il compito di potenziare entrambi i pilastri della manovra, il suo reale impatto dovrebbe essere valutato attraverso parametri oggettivi, dati che tuttavia si tende spesso a sottacere.L’attuale scenario in Medio Oriente mostra come l’impiego dell’intelligenza artificiale per l’individuazione e il puntamento degli obiettivi non sia, di per sé, risolutivo. Nonostante le intense campagne contro formazioni come Hamas, Hezbollah e i gruppi Houthi, queste realtà continuano a opporre resistenza, dimostrando che la superiorità aerea e tecnologica non può sostituire le operazioni terrestri. L’equazione militare moderna si rivela dunque estremamente complessa, intrecciando conflitti simmetrici e asimmetrici in cui la tecnologia rimane un parametro non determinante per la vittoria finale.Al momento, le dimensioni delle Forze armate europee risultano ridotte a causa della convinzione superata che gli scenari futuri avrebbero richiesto soltanto missioni di peacekeeping. Questa impostazione ha reso necessaria una profonda riconfigurazione delle strutture militari, che non può prescindere da ingenti aumenti del numero di effettivi.In tale contesto, il Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha più volte sottolineato la necessità di potenziare le capacità tecnologiche e le competenze delle Forze armate italiane, per contrastare le nuove minacce ibride. Il focus principale riguarda i droni (Uav) e la guerra cibernetica. Anche attraverso rapporti presentati al Consiglio supremo di Difesa, il ministro ha sottolineato la necessità di rispondere alla guerra ibrida e alle minacce moderne, attraverso la formazione di circa 5 mila specialisti cibernetici e l’implementazione di circa 2 mila droni. Tali provvedimenti rischiano di apparire insufficienti se non verranno integrati all’interno di una riforma strutturale più profonda dell’intero comparto.In una fase geopolitica complessa come quella attuale, caratterizzata da un impiego persistente di droni e missili, Crosetto ha sottolineato la necessità di una politica di difesa che superi le alternanze di governo e si basi su una visione di ampio respiro. Dal 2012, anno di approvazione dell’ultima legge sul modello di Difesa, le diverse compagini governative hanno mantenuto una linea di continuità, considerando sostanzialmente adeguato l’assetto esistente. Anche il governo in carica non si segnala per aver preso provvedimenti drastici e adeguati al difficilissimo momento storico.Se l’efficacia militare dipendesse da un’equazione complessa, oltre a elementi come la produzione industriale, la dottrina eVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino

    di Elena BasileMentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.IN BREVEEgemoni del caos Per l’ambasciatrice Basile, il declino dell’Occidente si manifesta in una strategia di guerra permanente. I conflitti non difendono valori democratici, ma il dominio del capitale finanziario.La trappola del debito La sopravvivenza del dollaro dipende dalla supremazia militare e tecnologica. L’obiettivo è arginare l’ascesa multipolare di Cina e Brics tramite l’escalation.Logiche mafiose I negoziati vengono sostituiti da minacce di assassinio e imposizioni di diktat. Operazioni un tempo coperte diventano oggi strumenti ordinari di relazione tra Stati.Fabbrica del consenso La propaganda disumanizza le nuove generazioni, cancellando la via diplomatica. Si rispolvera la superiorità morale per giustificare crimini e genocidi.Resistenza passiva Mentre le élite sbandierano una retorica bellicista, la società civile resta cauta. Una tenue speranza risiede nel rifiuto giovanile del sacrificio eroico.Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.Le guerre con l’Iran e con la Russia sembrano, nell’ottica statunitense ed europea, guerre sante, contro il nemico che ci minaccia. In effetti sia Mosca sia Teheran non hanno alcuna voglia di farsi desovranizzare e di cedere le materie prime. Usa ed Europa, che a prescindere dalla commedia giornaliera, vanno fondamentalmente d’accordo, si stanno dividendo i compiti. L’Europa deve mantenere in vita artificiale l’Ucraina (è stato appena approvato il nuovo pacchetto di finanziamenti europei di 90 miliardi di euro) per utilizzarla come carne da macello contro Mosca, nella speranza mal riposta che in questo modo nel lungo periodo si potrà erodere il potere della Russia, potenza del surplus nemica come la Germania e la Cina.A questo riguardo, una piccola digressione. Sono rimasta sbalordita dalla posizione presa da alcuni giovani, ex bocconiani, ragazzi colti e di una moralità esemplare che alla mia domanda: «Sono morti e feriti un milione di ucraini, con la nostra complicità (abbiamo impedito la mediazione dal 2014 ad oggi, ci siamo opposti alla neutralità del Paese), non pensate dobbiamo sederci a un tavolo e trattare per porre fine a questa strage?» hanno risposto freddamente che gli ucraini sono uccisi da Vladimir Putin e che decidono loro quando porre fine alla guerra (mentre si nascondono tremanti nelle palestre).La propaganda disumanizza i giovani come gli adulti, penetra nei loro geni. È questa la mostruosa trasformazione antropologica in corso. La guerra con l’Iran è nel disegno dello stratega più consapevole e dominante, Israele, una guerra permanente che a lungo andare piegherà, data la forza asimmetrica, Teheran. Per via della crisi economica determinata dal controllo iraniano dello stretto di Hormuz, si potrebbe procedere a stop and go per mitigare i danni sull’economia internazionale. I bombardamenti a tappeto e sulle infrastrutture civili, se non la minaccia della bomba nucleare, e altri crimini di guerra, sono considerati pubblicamente strumenti a cui ricorrere per l’opera di convinzione morale.Nel caso questa linea risulti vincente possiamo aspettarci un’escalation soprattutto verso i Paesi del Golfo, complici dell’attacco israelo-americano, con la distruzione delle raffinerie di petrolio e degli impianti di desalinizzazione. Qualche analista scopre oggi la dialettica esistente in Iran tra potere teocratico e laico, tra conservatori e riformisti, da sempre sbilanciato verso i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran e i capi religiosi. L’attacco israelo-americano ha naturalmente rafforzato i falchi anche per l’incompetenza negoziale dimostrata da Trump e dal suo improbabile entourage.Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz avrebbe riaperto, se il cessate il fuoco verso il Libano fosse stato mantenuto. Si trattava di una carta offerta al presidente Usa per poter cogliere la palla al balzo e uscire senza troppe umiliazioni dal conflitto, bleffando di fronte all’opinione pubblica incline, grazie al supporto mediatico, a ingoiare di tutto, e dichiarando vittoria.Nulla è accaduto. Con la ripresa dei bombardamenti in Libano e l’imposizione del blocco delle navi iraniane, l’escalation è ripresa. Washington sembrerebbe priva di obiettivi strategici, se non quello di annientare l’Iran al prezzo della devastazione delle monarchie del Golfo e del disastro dell’economia internazionale. La passività del Bahrein, degli Emirati e dell’Arabia Saudita è sorprendente. L’Iran non può accettare il cessate il fuoco senza la garanzia sostanziale di non aggressione nel futuro, la sospensione delle sanzioni, l’arricchimento dell’uranio a scopi civili, il mantenimento della propria difesa missilistica.Il controllo sullo stretto di Hormuz fornisce a Teheran una leva formidabile in quanto minaccia l’economia mondiale. Gli Usa non hanno né con la loro forza aerea né con quella militare di terra la possibilità di sconfiggere un Paese di 90 milioni di abitanti, con una superficie maggiore di Italia, Francia, Germania, Benelux messi insieme. Come per la guerra in Russia, le politiche neocon hanno fallito. Un Occidente sano attiverebbe i canali diplomatici per salvare il salvabile e porre fine a morte e distruzioni. La classe dirigente trasversale, legata al dollaro e coincidente con la cosiddetta élite dell’1%, ha tuttavia altri piani a cui sono ciecamente subordinati la politica, il potere mediatico e l’intera classe di servizio, dall’accademia alla diplomazia.La sopravvivenza del dollaro e della supremazia statunitense ed europea è legata alla guerra permanente, in grado di tenere in scacco lo sviluppo tecnologico del grande rivale, la Cina, e l’ascesa dei Paesi emergenti in un quadro multipolare. La supremazia militare mantiene in vita il moribondo impero, affetto dalla nevrosi che deriva dalla negazione della realtà. Lo scontro con la potenza nucleare russa è stato messo in conto come il compimento del genocidio di Gaza, dei crimini di guerra in Libano e in Iran.L’utilizzo delle armi nucleari tattiche è considerato dalle dottrine militari possibile e complementare alle strategie basate sulle armi convenzionali. L’élite del mondo, che apertamente si esalta per il nuovo super-uomo, per l’Anticristo, per lo sviluppo tecnologico senza freni decide le sorti del pianeta. Un potere speciale è avocato dalla classe eletta. La classe Epstein non ha remore a sacrificare una parte della popolazione per i propri privilegi e per la continuazione di un sistema di dominio. Siamo troppi su questo pianeta.Mi lascia esterrefatta che la classe di servizio, meschini editorialisti, politici e diplomatici, che potranno soffrire le conseguenze disastrose della strategia delle élite, siano loro complici. Non si fermano di fronte alla minaccia nucleare, robotica ed ecologica. Si bendano gli occhi e rispolverano l’antica ideologia dell’Occidente moralmente superiore che difende la democrazia contro le perfide autocrazie.La propaganda più sofisticata trasforma antropologicamente i giovani, togliendo consapevolezza e forza alla generazione Z, al non voto, al bacino elettorale dei socialisti europei, il cui ruolo dirompente potrebbe essere essenziale. La propaganda colta, dunque, è in grado di prendere le distanze dalle aggressioni di Trump e Benjamin Netanyahu, dai crimini di guerra compiuti da due anomalie della storia occidentale – la coppia di psicopatici – senza mai riconoscere le guerre come necessità del capitale finanziario e del dollaro boccheggiante nella trappola del debito.Oltre ai bocconiani, tanta brava gente viene manipolata ed è convinta che il prevalere della forza e del crimine sul diritto sia dovuto a due individui piovuti dal cielo. Il ruolo del centrosinistra come della sinistra di Avs che si raccoglie intorno al Manifesto, è esemplare. La cartina di tornasole è la Russia. Il liberal order riappare intatto nell’analisi manichea del conflitto russo-ucraino. Negano diplomazia e pace perché i principi sono in gioco. I valori della classe Epstein sono di nuovo sbandierati come civiltà, per la quale i coraggiosi ragazzi ucraini devono essere pronti a sacrificarsi. Un po’ meno noi. Finché la cultura dell’anti-eroe, nonostante gli sforzi di Antonio Scurati, rimane radicata nei geni della gioventù occidentale, forse resta una tenue speranza.Malgrado la retorica bellicista, molto simile a quella del ventennio fascista, ormai impiegata nelle scuole occidentali (la Germania e la Polonia sono all’avanguardia), nonostante la mobilitazione sia cominciata con i progetti mirati a rendere la leva militare obbligatoria, la politica continua a essere cauta su un tema che potrebbe far finalmente emergere l’opposizione della società civile, anche di quelVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Fazi: «Unione europea: il mercato come dogma, l’euro come fede»

    di Thomas FaziNella seconda parte della sintesi del suo ultimo saggio, Thomas Fazi descrive il declino della narrazione pacifista del Dopoguerra e l’affermazione di un modello di integrazione fondato su competitività e vincoli esterni. L’autore analizza come la moneta unica sia stata trasformata in un dispositivo teologico-politico, capace di imporre riforme strutturali attraverso una retorica della colpa e della disciplina. L’analisi si chiude con il caso italiano, usato come laboratorio per sperimentare una governance tecnocratica sottratta al controllo dei cittadini.IN BREVEÉlite senza popolo L’integrazione europea è stata gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Nessuna mobilitazione popolare genuina ne ha mai sostenuto la nascita.Vincoli auto-costruiti Il Sistema monetario europeo impone rigidi limiti sui tassi di cambio. Le pressioni speculative non dimostrano un fallimento della sovranità nazionale, ma contraddizioni di un regime monetario incompleto.Sovranazionalismo come ideologia Jacques Delors ridefinisce la sovranità nazionale come anacronistica. I problemi generati dall’integrazione vengono invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.Delega della politica monetaria Il trattato di Maastricht delega la politica monetaria a una banca centrale indipendente. L’integrazione non si giustifica più con pace o prosperità, ma con stabilità e fiducia.Debito come fallimento morale Negli anni Novanta l’euro diventa indiscutibile: la critica viene squalificata moralmente, non confutata. Debito come fallimento morale, austerità come penitenza, sofferenza come purificazione.Questa è la seconda parte (link alla prima parte) di un saggio in cui sostengo che l’Unione europea ha storicamente compensato la propria mancanza di legittimità democratica passando ciclicamente attraverso una serie di narrazioni auto-legittimanti: dalla pace del dopoguerra, all’integrazione di mercato, fino ai «valori europei». Rifletto inoltre su come queste narrazioni abbiano sistematicamente fallito nel risolvere la tensione fondamentale tra governance tecnocratica e autogoverno democratico e, anzi, l’abbiano di fatto esacerbata, portando sia a un’intensificazione del progetto imperiale dell’Ue, sia a una crescente reazione di rifiuto nei suoi confronti.Nella prima parte ho esaminato le basi teoriche e storiche del problema di legittimità dell’Ue e ho mostrato come la narrazione della pace – il quadro legittimante originario dell’Unione – non sia mai stata fondata su una genuina mobilitazione popolare, bensì su un’integrazione gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Ho inoltre dimostrato come questa narrazione sia ormai definitivamente esaurita dalla guerra in Ucraina.In questa seconda parte traccerò i successivi tentativi dell’Ue di legittimare un’integrazione sempre più profonda attraverso narrazioni economiche e normative: dal passaggio alle giustificazioni di tipo mercantile negli anni Ottanta, passando per la sacralizzazione dell’euro e l’ascesa di un’«Europa sociale» come foglia di fico retorica, fino all’emergere di un’«Europa dei valori» all’inizio degli anni Duemila.Avanzata della legittimazione economicaAlla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, la narrazione della pace aveva ormai perso gran parte della sua capacità di mobilitazione. L’integrazione europea era entrata in una nuova fase, legittimata sempre più attraverso narrazioni economiche centrate sul mercato, sulla competitività e sulla globalizzazione. Il completamento del mercato interno, l’eliminazione delle barriere alla mobilità dei capitali e del lavoro e la promessa di un sistema più efficiente divennero le giustificazioni centrali per un’integrazione più profonda.Questo spostamento va compreso nel contesto della crisi del compromesso keynesiano del Dopoguerra. Le turbolenze economiche degli anni Settanta – stagflazione, calo della redditività e intensificazione della concorrenza globale – avevano minato le basi materiali della governance socialdemocratica. In questo contesto, l’integrazione europea fu progressivamente rimodulata come soluzione ai limiti percepiti della gestione economica nazionale.Cruciale, tuttavia, è notare che molti dei vincoli invocati in seguito per giustificare un’ulteriore integrazione non erano esterni né inevitabili, ma erano essi stessi il prodotto di scelte di integrazione precedenti. Il Sistema monetario europeo (Sme), istituito nel 1979, introdusse rigidi vincoli sui tassi di cambio che limitarono fortemente l’autonomia monetaria nazionale, esponendo al contempo le economie più deboli alle pressioni speculative.Invece di rivelare un fallimento intrinseco della sovranità nazionale, queste dinamiche riflettevano le contraddizioni di un regime monetario incompleto e asimmetrico, che vincolava gli Stati senza fornire meccanismi compensativi democratici o fiscali. Eppure, tali pressioni furono costantemente reinterpretate attraverso una lente sopranazionale: se l’integrazione sovranazionale non produceva i risultati attesi, era perché non ce n’era abbastanza.Sotto la guida di Jacques Delors, il sovra-nazionalismo assunse progressivamente un carattere ideologico. La sovranità nazionale venne ridefinita come anacronistica, mentre le istituzioni sovranazionali furono presentate come garanti di stabilità, efficienza e apertura.Questo spostamento ideologico fu rafforzato dagli sviluppi politici a sinistra, in particolare dopo il fallimento del programma redistributivo iniziale di François Mitterrand all’inizio degli anni Ottanta. Di fronte alle pressioni valutarie esacerbate dallo Sme, il governo francese abbandonò la propria agenda socialista interna e abbracciò l’integrazione europea come strategia basata sui vincoli esterni.Da quel momento in poi, l’integrazione europea venne sempre più presentata come l’unica via realistica per una politica progressista. I vincoli sovranazionali – molti dei quali autoimposti – furono reinterpretati come scudi protettivi contro le forze di mercato, piuttosto che come strumenti di depoliticizzazione e di potere oligarchico-elitario. In questo modo, il sovranazionalismo smise di essere un mezzo e divenne un fine in sé, sostenuto da una narrazione in cui i problemi generati dall’integrazione venivano continuamente invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.Maastricht e la sacralizzazione dell’euroIl Trattato di Maastricht formalizzò il passaggio da un’integrazione basata sulla costruzione del mercato a un’integrazione funzionale, inserendo al cuore del progetto europeo l’unione monetaria, la disciplina di bilancio e i vincoli istituzionali. La politica monetaria sarebbe stata delegata a una banca centrale indipendente, la politica fiscale vincolata dai criteri di convergenza e il coordinamento economico presentato come una questione di necessità tecnica.L’integrazione non veniva più giustificata principalmente dalla pace o dalla prosperità, bensì da credibilità, stabilità e fiducia. Allo stesso tempo, negli anni Novanta emerse l’«Europa sociale» come contro-narrazione legittimante. L’Europa sociale funzionava come un’alternativa progressista all’Europa del mercato, promettendo che l’integrazione potesse essere conciliata con la protezione sociale, i diritti dei lavoratori e la coesione. Essa permise ai partiti di centro-sinistra e ai sindacati di sostenere Maastricht mantenendo un impegno retorico verso la giustizia sociale.Tuttavia, l’Europa sociale rimase strutturalmente subordinata all’Europa del mercato. Le politiche sociali furono debolmente istituzionalizzate, largamente dipendenti dall’attuazione nazionale e sistematicamente subordinate agli imperativi economici. L’asimmetria tra vincoli economici rigidi e coordinamento sociale soft non fu accidentale, ma costitutiva del modello di integrazione.La creazione dell’euro rappresenta il passo più ambizioso e politicamente consequenziale nella storia dell’integrazione europea. Più di qualsiasi passaggio precedente, l’euro istituzionalizzò la depoliticizzazione. Fin dall’inizio, l’euro non fu giustificato soltanto come strumento economico, ma fu presentato come un risultato politico irreversibile. Incorniciando l’euro come necessario e irreversibile, le élite politiche delegittimarono preventivamente l’opposizione e isolarono il progetto da ogni contestazione democratica.Italia come laboratorioCome spiega Gabriele Guzzi nel suo libro Eurosuicidio, l’Italia offre un caso paradigmatico di sacralizzazione preventiva dell’euro. Qui, molto prima che i suoi effetti materiali potessero essere pienamente misurati, l’euro aveva già assunto una funzione simbolica e politica ben più ambiziosa: era diventato un sostituto della politica stessa. Nell’Italia in crisi degli anni Novanta, l’euro fu elevato da strumento economico a dispositivo teologico-politico, una fede secolare destinata a disciplinare la società, assolvere le élite dalle proprie responsabilità e promettere redenzione attraverso il sacrificio.Le élite politiche italiane mobilitarono l’euro attraverso l’idea del vincolo esterno. Legando il Paese a regole europee irreversibili, i leader politici sostenevano di poter finalmente imporre riforme che l’Italia sarebbe stata incapace di scegliere da sola. Le decisioni non sarebbero più state politiche, ma tecniche. La responsabilità non sarebbe più ricaduta sui governi eletti, ma sarebbe stata esternalizzata a trattati, mercati e istituzioni sopranazionali.Il dibattito sull’euro assunse rapidamente caratteristiche inequivocabilmente religiose. L’euro divenne indiscutibile: la critica non veniva confutata con controargomentazioni, bensì con una squalifica morale. I problemi economici dell’Italia furoVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Quanto è grave il rallentamento della crescita cinese?

    di Branko MilanovicL’ex capo economista della Banca mondiale evidenzia come la recente decelerazione economica di Pechino sia un fenomeno del tutto fisiologico. Nonostante la frenata, il gigante asiatico resta nel decile superiore per sviluppo globale, superando ampiamente le performance previste per il suo livello di reddito. La dinamica suggerisce che l’eccezionalità del sistema potrebbe esaurirsi solo tra una generazione, quando l’espansione si allineerà finalmente alle medie mondiali.IN BREVERallentamento senza crollo La crescita cinese scende sotto il 5%, ma resta nel decile più alto globale, ben oltre la media del 2%.Frenata fisiologica L’avvicinamento alla frontiera tecnologica riduce i ritmi: la Cina converge verso dinamiche storicamente normali.Eccezionalità che resiste Anche rallentando, Pechino cresce oltre le attese (circa 4,5%), rinviando la fine del suo vantaggio sistemico.Ci sono molti articoli allarmisti sul rallentamento della crescita cinese (per un bel campione, vedi qui). Il rallentamento è reale. La crescita media annua della Cina negli ultimi tre anni è stata leggermente inferiore al 5% pro capite. Dieci anni fa, la media triennale era circa del 7%, e 10 anni prima ancora la media triennale era del 10%. (Si tratta, in tutti i casi, di tassi di crescita pro capite).Ma una crescita del 5% è davvero negativa? Quanto negativa? Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale il database del FMI e della Banca Mondiale dispone di tassi di crescita dettagliati), il tasso di crescita medio mondiale, per Paese, è stato del 2%. Solo un Paese su 10 (ovvero il 10% dei Paesi) ha registrato tassi di crescita superiori al 4,7%. Pertanto, i tassi di crescita cinesi, pur in questa fase di rallentamento, si collocano ancora nel decile superiore di tutti i tassi di crescita annuali a livello globale.Il rallentamento cinese significa semplicemente che, invece di crescere al tasso più alto, o al secondo o terzo più alto, del mondo per circa 20 anni ininterrotti (fatta eccezione per i Paesi che godono di crescita temporaneamente elevata grazie a guadagni da risorse naturali o alla ripresa post-bellica), è ora «sceso» fino a trovarsi nel decile superiore dei paesi per tasso di crescita. Ovviamente, si tratta di un rallentamento che la maggior parte delle nazioni – il 90% per l’esattezza – vorrebbe poter sperimentare. Tra i grandi Paesi, solo l’India recentemente ha ottenuto risultati migliori della Cina, con, ad esempio, la media degli ultimi tre anni di circa il 6% pro capite.Il rallentamento cinese è inoltre «normale» e atteso: il Paese è diventato più ricco, si è avvicinato in molti casi alla frontiera tecnologica e ci si può aspettare che la sua crescita dipenda essenzialmente (forse non ancora, ma tra una generazione o due) dalla velocità del progresso sulla frontiera tecnologica.Ha quindi senso porsi la seguente domanda. Raccogliamo tutti i dati storici (dal 1950 al 2024) sui livelli di Pil pro capite e sui relativi tassi di crescita di tutti i Paesi presenti nel database della Banca mondiale e del Fondo monetario, e confrontiamo il profilo della crescita globale con quello della Cina. Questo è ciò che mostra la figura qui sotto. Abbiamo circa 11.000 punti dati del Pil pro capite (in dollari reali a parità di potere d’acquisto, Ppp) sull’asse orizzontale, e altrettanti tassi di crescita del Pil pro capite per 187 Paesi.La linea blu spessa indica la media dei tassi di crescita stimati in modo non parametrico per le economie a un dato livello di Pil pro capite. Come si può facilmente notare, tale tasso di crescita aumenta da poco più dello 0% per i Paesi/anni più poveri fino a quasi il 2,5% per i Paesi/anni che si trovano a circa 10.000 dollari Ppp.Oggi, i paesi di questo tipo (dove in teoria il tasso di crescita dovrebbe toccare il picco) sono la Tunisia e l’Ecuador; ma nel 1994 erano il Libano, la Romania e il Suriname; e nel 1964 erano la Grecia, il Gabon e la Spagna, e così via (per qualsiasi anno tra il 1950 e il 2024). Dopo quel picco, il percorso di crescita «atteso» a livello mondiale declina e, al livello di Paesi/anni con un Pil pro capite di 50.000 dollari e oltre, il tasso di crescita atteso diventa dell’1,5%.Dove si colloca la Cina in questa storia? Il suo percorso di crescita è rappresentato dalla linea rossa (ottenuta, ancora una volta, tramite una regressione non parametrica). Chiaramente la Cina ha avuto una tremenda accelerazione rispetto al tipico sentiero di crescita mondiale, ma anche una decelerazione molto più netta (le pendenze di entrambe le porzioni – ascendente e discendente – della curva a U rovesciata della Cina sono molto più accentuate rispetto alla medesima curva globale).Tuttavia, nonostante la brusca frenata, la crescita cinese oggi è ancora molto più elevata di quella di un tipico Paese al medesimo livello di reddito. Esiste un divario tra la linea rossa e quella blu: in media, basandoci sull’esperienza mondiale, ci aspetteremmo che la Cina crescesse al 2%, mentre invece cresce al 4,5%.Dunque, sì: la crescita cinese sta rallentando più velocemente di quanto farebbe la tipica crescita mondiale, ma la Cina sta ancora crescendo a tassi significativamente più alti di quanto ci si aspetterebbe basandoci sui dati globali degli ultimi 75 anni.Come regge il confronto con l’esperienza del Giappone, verso la quale molti sostengono che la Cina sia diretta? Ciò che notiamo nella figura qui sotto è che anche il Giappone ha avuto tassi di crescita molto più elevati durante la sua fase di espansione di quanto ci si aspetterebbe dall’esperienza globale.Quando il Pil pro capite del Giappone era di circa 10.000 dollari Ppp, cresceva a quasi il 6% annuo contro il (come abbiamo visto) circa 2,5% del resto del mondo. Ma poi, a partire da circa 30.000 dollari Ppp (si veda la linea tratteggiata nel grafico), la decelerazione del Giappone è stata talmente brusca che alla fine, e per un brevissimo periodo, la performance di crescita giapponese è diventata inferiore alla media mondiale per quel livello di reddito.Da allora, il Giappone sembra essere tornato pienamente sulla «linea mondiale»; in altre parole, la sua performance non è né eccezionalmente buona né eccezionalmente cattiva, ma nella media per un paese al livello di reddito del Giappone.La domanda è: la decelerazione della Cina sarà rapida quanto quella del Giappone? È possibile che il grafico della Cina scenda così tanto e così velocemente che, nel momento in cui raggiungerà circa 30.000 dollari Ppp, andrà a toccare la linea blu, rendendo la crescita cinese né più né meno notevole del consueto tasso di crescita a quel livello di reddito?Questa è, ovviamente, una domanda cruciale a cui nessuno può rispondere ora. Ma se si volesse semplicemente prendere un pennarello spesso e tracciare la linea rossa proseguendola secondo l’andamento che sembra avere ora (cioè mantenendo la stessa pendenza), la Cina toccherebbe la linea blu intorno a un Pil pro capite di 32.000 dollari Ppp – livello di reddito che è circa un mezzo superiore a quello odierno. Ciò non significa che smetterà di crescere. Crescerebbe comunque a un tasso di circa il 2% pro capite annuo, ma tale tasso non sarebbe né superiore né inferiore a quello dei Paesi con lo stesso livello di reddito. In quel caso (ipotetico), l’eccezionalismo della Cina sarebbe finito.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis)Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleBranko Milanovic Economista serbo-americano, è tra i massimi esperti di disuguaglianze globali. Nato a Parigi e cresciuto a Belgrado, ha lavorato per 20 anni alla Banca mondiale, dove è stato capo economista per la ricerca. Professore alla City University of New York (CUNY) e visiting scholar in università da Oxford alla Johns Hopkins, ha rivoluzionato gli studi sulla distribuzione del reddito. Il suo celebre «grafico dell’elefante», del 2016, mostra i perdenti della globalizzazione: le classi medie occidentali e i poveri assoluti. Nei suoi libri tradotti in italiano, Capitalismo senza rivali. Il futuro del sistema che domina il mondo e Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianza e il futuro della classe media, analizza le dinamiche economiche mondiali e i cicli storici del potere. Critico delle élite «liberali illiberali», analizza l’ascesa del populismo come effetto della concentrazione della ricchezza, contestando sia la sinistra globalista sia i nazionalismi reazionari. La sua tesi più provocatoria: «Il capitalismo ha vinto, ma sta distruggendo la democrazia».Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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    Iran: perché il numero di manifestanti morti continua a cambiare

    di Caitlin JohnstoneNel suo solito stile graffiante, Caitlin Johnstone sostiene che le cifre sulle vittime del regime iraniano sono gonfiate e incoerenti, perché prive di fonti affidabili. A suo avviso, questa oscillazione dimostra una narrazione propagandistica pro-guerra. Pur riconoscendo l’esistenza di migliaia di morti, Johnstone evidenzia tutte le discrepanze della narrazione mainstream. E accusa media e partiti di amplificare i numeri per fini politici, creando una versione distorta e sensazionalistica degli eventi.L’argomento pro-guerra più comune riguardo all’Iran è che hanno massacrato decine di migliaia di manifestanti nel gennaio di quest’anno — ma la cosa divertente è che non citano mai lo stesso numero. Poiché si tratta di una totale narrazione fiction, possono semplicemente inventare qualsiasi numero vogliano.Nelle discussioni online con gli apologisti dell’Impero in questi ultimi mesi, mi è stato detto che il numero di manifestanti morti è 30 mila, 40 mila, 50 mila, 60 mila, 70 mila, 80 mila, 90 mila e 100 mila.Sembrano davvero lanciare qualsiasi numero sembri credibile in un dato momento. Recentemente ho visto un esasperato Glenn Greenwald chiedere a un interlocutore su Twitter: «Come decidi quando sostenere che l’Iran ha ucciso 30 mila manifestanti, o 45 mila, o 70 mila? Dipende dal giorno della settimana o dal ritmo del discorso o da cos’altro?».Reza Pahlavi, fantoccio del cambio di regime iraniano, ha affermato a gennaio che 50 mila manifestanti erano stati massacrati dal governo iraniano quel mese. La nota propagandista coreana Yeonmi Park ha fissato il numero a 40.000. A febbraio, il presidente Donald Trump ha detto che erano 32 mila. Ad aprile aveva gonfiato quel numero a 45 mila, per poi farlo salire successivamente a 60 mila. Il mese scorso ho visto (il giornalista, ndr) Cameron Stewart de The Australian far lievitare il numero a 80 mila.A febbraio c’è stato un tweet virale da parte di un account di propaganda chiamato The Persian Jewess che asseriva che «90 mila manifestanti sono stati uccisi fino ad oggi», mentre l’influencer di destra Nicholas Lissack ha affermato che erano in realtà 100 mila. L’altro giorno qualcuno ha commentato un mio post dicendomi che «l’Iran ha ucciso oltre 40 mila manifestanti che lottavano per la libertà» e, quando ho respinto tale affermazione, un altro apologeta dell’impero è intervenuto e ha corretto il numero a 30.000.La ragione per cui non riescono a stabilire un numero è perché è tutto inventato. Nessuno nega che migliaia di persone siano state uccise nei disordini di gennaio; il governo iraniano stesso ha dichiarato che 3.117 persone sono state uccise negli scontri violenti, fra cui un gran numero di forze di sicurezza.Dato che il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti (Scott Bessent, ndr) ha ripetutamente ammesso che gli Stati Uniti hanno deliberatamente fomentato i disordini in Iran, e dato che Trump ha ammesso di aver inviato armi nel Paese con l’obiettivo di armare i manifestanti, e dato che il precedente Segretario di stato di Trump ha suggerito che il Mossad fosse intimamente coinvolto nelle cosiddette «proteste pacifiche», era inevitabile che delle persone sarebbero state uccise.Ma i propagandisti di guerra non potevano accontentarsi di poche migliaia di morti. Avevano bisogno di qualcosa di più spettacolare. Qualcosa di sensazionale. Così hanno iniziato a far circolare rapporti scarsamente documentati da parte di individui loschi sostenendo che il conteggio dei corpi fosse molto più alto di quanto riconosciuto, e poi gonfiando ulteriormente i numeri in quei rapporti.E quando l’hanno fatto, hanno reso chiaro che stavano mentendo su tutta la faccenda, perché chiunque può vedere i numeri fluttuare ovunque a seconda di chi sta parlando e di che tipo di umore abbia in quel momento. Hanno commesso un classico errore nella scrittura di narrativa, come spiegato in un post virale che girava su Tumblr qualche mese fa: «Scrittori di narrativa speculativa, vi darò un consiglio davvero urgente: non fate numeri. Non date ai vostri lettori alcun numero. Quant’è pesante la spada? Molto. Quant’è vecchia quella città? Parecchio. Quant’è grande il forte? Immenso. Quant’è veloce l’astronave? Non molto, è di seconda mano.Nel momento in cui fai un numero, i tuoi lettori possono controllare i tuoi calcoli e tu non puoi fare calcoli meglio del tuo critico più autistico. Te lo garantisco. Non lasciare che i tuoi lettori facciano alcun calcolo. Quand’è successo qualcosa? Un po’ di tempo fa. Quanti proiettili può sparare quella pistola? Domanda trabocchetto, spara laser, e li spara FORTE. State mentendo alla gente per divertimento. Se lasciate che vi facciano i calcoli, la bugia crolla e non è più divertente».Se hai intenzione di scrivere narrativa, è importante non rompere l’illusione e non scuotere il lettore fuori dal mondo immaginario che stai creando per lui. La narrazione sulle decine di migliaia di manifestanti iraniani morti è finzione, e tutti si stanno svegliando di fronte alle bugie.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Caitlin Johnstone Giornalista indipendente australiana, è nota per i suoi articoli fortemente critici nei confronti delle politiche imperialiste occidentali, in particolare degli Usa e dei suoi alleati, come l’Australia. Scrive principalmente di geopolitica, propaganda mediatica, libertà di informazione e guerra. È autrice del libro di poesie Woke: A Field Guide For Utopia Preppers, che mescola satira politica, riflessione filosofica e visione utopica.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    L’attacco all’Iran rischia di far naufragare il sistema dei petrodollari

    di Giacomo GabelliniIl conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.IN BREVETramonto della sicurezza L’incapacità di Washington di proteggerle dai droni iraniani spinge le monarchie arabe a dubitare delle garanzie decennali, trasformando la cooperazione in una vulnerabilità.Blocco strategico Il regime di permessi imposto da Teheran nello Stretto ha obbligato le navi a pagare pedaggi in yuan o criptovalute, paralizzando le esportazioni energetiche verso l’Occidente.Rimpatrio dei capitali La necessità di ricostruire le infrastrutture interne spinge i Paesi del Golfo a liquidare gli investimenti esteri, sottraendo trilioni di dollari ai mercati statunitensi.Rivincita dell’oro Le banche centrali preferiscono le riserve auree ai titoli di Stato Usa per diversificare il rischio, mentre il debito federale si avvicina alla soglia critica di 40 trilioni.Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire. Già nei primi giorni di marzo, riferisce il Financial Times sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman avevano avviato una revisione degli investimenti all’estero sia in essere sia programmati. Motivo: placare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto. La revisione implica potenziali riduzioni delle sponsorizzazioni sportive, dismissioni e liquidazioni.Questo cambio di registro risulta tanto più impellente alla luce del blocco selettivo dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran a conflitto in corso. Più specificamente, in quello che si configura come il «collo di bottiglia» più strategico al mondo, la Repubblica Islamica ha imposto un regime di autorizzazioni al transito applicabili soltanto a navigli facenti capo a Paesi non ostili e disposti a pagare pedaggi in yuan-renminbi e criptovalute.Risultato: esplosione dei premi assicurativi, ritiro della copertura ad opera di gran parte delle compagnie occidentali, imbottigliamento nelle acque del Golfo Persico di circa 2.000 navi cargo cariche di petrolio e gas saudita, emiratino, qatariota, omanita, kuwaitiano e bahreinita.L’impossibilità a esportare il proprio petrolio aggrava la posizione finanziaria dei Paesi membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, privandoli delle relative entrate in dollari che, a decorrere dagli anni Settanta, venivano convogliate in larga parte negli Stati Uniti sottoforma di investimenti in azioni, obbligazioni, armi e tecnologia, conformemente all’accordo sui petrodollari del 1974.L’intesa, siglata tra il Segretario al Tesoro William E. Simon e re Faysal, impegnava l’Arabia Saudita a commercializzare solo ed esclusivamente in dollari il proprio petrolio e a riciclare parte considerevole dei proventi in investimenti negli Stati Uniti. Questi ultimi, a loro volta, assicuravano al regno stabilità monetaria, appoggio politico e protezione militare, anche tramite l’allestimento di basi militari sul suolo saudita. L’accordo fu rapidamente esteso all’intera penisola arabica, alimentando una domanda costante di dollari e trasformando la valuta statunitense nel pilastro del mercato energetico mondiale.Da quel momento, l’accumulazione di dollari nelle proprie riserve si è affermata come preoccupazione prioritaria per le Banche centrali, perché la valuta statunitense rappresentava la chiave d’accesso ai rifornimenti energetici. Il commercio internazionale, di conseguenza, si è consolidato attorno a questo caposaldo.Si stima che i Paesi arabi del Golfo Persico gestiscano investimenti all’estero per un controvalore complessivo di circa 5.000 miliardi di dollari, gran parte dei quali concentrati negli Stati Uniti. A marzo 2026, soltanto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar avevano accumulato investimenti oltreoceano per un ammontare superiore ai 2.000 miliardi di dollari – pari a poco meno del 40% del loro patrimonio complessivo in gestione.Nel 2025, a seguito del tour nella regione compiuto da Donald Trump, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita si erano impegnati a investire negli Stati Uniti rispettivamente 1,4 trilioni, 1,2 trilioni e un trilione di dollari nell’arco di un decennio. Riad aveva anche concluso un contratto per l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi da 142 miliardi di dollari.La «sortita diplomatica» di Trump era stata anticipata da manifestazioni di pubblico sostegno da parte delle classi dirigenti della regione letteralmente senza precedenti. Il Qatar aveva donato al presidente un lussuoso aereo di linea Boeing-747, mentre organismi connessi a un membro di spicco della famiglia reale di Abu Dhabi avevano acquisito una partecipazione in World Liberty Financial, la società di stablecoin della famiglia Trump.Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avevano anche contribuito collettivamente, con un apposto di 24 miliardi di dollari, all’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance, sostenuta dalla famiglia Ellison, vicina a Trump. E il Public Investment Fund saudita aveva pianificato un investimento da 30 miliardi di dollari per l’acquisizione di Electronic Arts.I missili e droni iraniani giunti a bersaglio con estrema regolarità hanno palesato urbi et orbi l’incapacità degli Stati Uniti di fornire ai propri alleati adeguata protezione militare, certificando la fondatezza dei sospetti sorti già nel settembre del 2019. All’epoca, gli Houthi yemeniti lanciarono con successo ben 17 ondate di droni contro gli stabilimenti petroliferi sauditi di Khurais e Abqaiq, di proprietà di Saudi Aramco. Il risultato fu un crollo della produzione petrolifera mondiale del 5% e un’impennata dei benchmark Brent e West Texas Intermediate.Come ha affermato il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi in un durissimo editoriale pubblicato sull’Economist, «la rappresaglia contro quelli che l’Iran identifica come obiettivi americani sul territorio dei Paesi vicini è stata una conseguenza inevitabile, seppur profondamente deplorevole e del tutto inaccettabile. Di fronte a quella che sia Israele sia gli Stati Uniti hanno presentato come una guerra volta a distruggere la Repubblica Islamica, questa era probabilmente l’unica opzione razionale a disposizione della leadership iraniana».Il ministro continua dicendo che i Paesi arabi, «che avevano riposto la loro fiducia nella cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti ora percepiscono tale cooperazione come una grave vulnerabilità, che minaccia la loro sicurezza presente e la loro prosperità futura».Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha sottolineato che la regione del Golfo Persico rappresenta ormai «un polo dell’economia globale». E ha aggiunto: «Se dovesse implodere, o ripiegarsi su sé stessa concentrandosi sulla propria difesa, ritirando gli investimenti e ridimensionando la propria esposizione verso l’estero, l’effetto si ripercuoterebbe su praticamente tutte le economie del mondo».Sebbene non sia ancora chiara la portata del «riposizionamento» che le monarchie arabe del Golfo hanno messo in cantiere, il portavoce continua spiegando che «le difficoltà economiche che saremo chiamati ad affrontare a seguito della guerra e la riduzione geVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    «Trump non è la causa del declino occidentale: ne è l’effetto»

    di Elisabetta BurbaIl politologo che insegna alla American University di Washington analizza il tramonto del primato statunitense, leggendolo come un processo strutturale iniziato ben prima dell’insediamento di Donald Trump. Attraverso una prospettiva storica di lungo periodo, il professor Amitav Acharya, che è nato in India, tratteggia l’immagine di un sistema globale che torna a essere plurale e multicentrico. A suo avviso, non si tratta di una fine, ma di una transizione verso una configurazione inedita. Si apre una fase dove il dialogo tra civiltà diverse sostituisce l’egemonia di un singolo polo, offrendo nuove possibilità di cooperazione per affrontare le sfide del futuro.IN BREVEGenesi del populismo Secondo il professor Acharya, l’ascesa del trumpismo non è la causa, ma il risultato di cambiamenti strutturali globali. Il fenomeno nasce dalla disillusione dei «perdenti» della globalizzazione e dalla delocalizzazione industriale.Tramonto della leadership Dopo 80 anni di dominio incontrastato, il primato economico e militare degli Stati Uniti si sta erodendo. Potenze come Cina, India e i Brics sfidano oggi l’influenza di Washington.Scacchiere mediorientale Il conflitto in Iran evidenzia i limiti del potere bellico americano e gli errori di calcolo strategico. L’incapacità di ricostruire dopo aver distrutto segnala un passaggio verso la fine della Pax americana.Resistenza millenaria L’arroganza occidentale ignora la profondità storica di nazioni come la Persia, capaci di resistere per millenni. L’ordine mondiale non è un monopolio dell’Ovest, ma una costruzione plurale.Mondo multiplex Il declino occidentale apre a un sistema multicentrico dove il dialogo tra civiltà sostituisce l’egemonia. Accettare questa transizione permette di costruire nuove forme di cooperazione globale.«Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente». Più che il titolo, è il sottotitolo a rivelare il contenuto dell’ultimo libro di Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington D.C., considerato uno dei massimi esperti mondiali di Relazioni internazionali. In Storia e futuro dell’ordine mondiale, pubblicato in Italia da Fazi editore, Acharya analizza 5 mila anni di storia per dimostrare come l’ordine globale non sia un’esclusiva occidentale, ma una costruzione plurale destinata a evolversi verso un assetto più equo e multicentrico. Krisis lo ha intervistato.Professore, lei ha dichiarato che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma ne è la conseguenza. Perché?«Quando ho detto che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma la conseguenza, intendevo dire che ci sono stati cambiamenti in atto nell’ordine mondiale, negli affari internazionali, ben prima di Trump, e che questi sono cambiamenti a lungo termine. Alcuni di questi cambiamenti hanno creato nazionalismo e populismo in Occidente e negli Stati Uniti, in particolare tra gli elettori di Trump. Per esempio, l’influenza occidentale sul mondo è stata in parte sfidata, almeno negli ultimi due decenni circa, dall’ascesa di altre potenze come la Cina o l’India, e anche dalla Russia. Come risultato di questa sfida e dell’ascesa di nuove potenze, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro importanza relativa nel mondo. Gli Stati Uniti si sono trovati a dover competere, ad esempio, con la Cina, e sono stati anche sfidati dai Paesi del Sud del mondo. Questo ha reso difficile per gli Usa affermare il proprio primato e ha creato una sorta di disillusione tra il pubblico statunitense riguardo agli effetti della globalizzazione. Quindi i sostenitori di Trump sono fondamentalmente i “perdenti” del processo di globalizzazione».In che senso?«Mi riferisco alle persone che hanno perso il lavoro a causa del fatto che le industrie in cui lavoravano hanno delocalizzato in altri Paesi, come in quelli del Sud del mondo. Inoltre, le istituzioni multilaterali che dovrebbero essere pro-Usa o difendere gli interessi americani non lo hanno fatto, dal punto di vista di Trump. Quindi Trump ha visto questa come un’opportunità per sfruttare il sentimento anti-globalizzazione e anti-ordine liberale tra la gente. L’immigrazione è un altro fattore, perché l’immigrazione era aumentata in modo piuttosto drammatico in tutto il mondo, ma anche l’immigrazione verso gli Stati Uniti. Quindi Trump ha percepito, ha visto che c’è una vasta sezione di americani che non ama la globalizzazione, che non ama l’immigrazione, che non ama le istituzioni multilaterali come l’Onu. E ha sfruttato questo sentimento. In realtà, quei cambiamenti sono avvenuti perché l’ordine mondiale stava cambiando. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa erano indiscutibilmente la principale potenza economica e militare nel mondo. Ma lentamente questo primato si è eroso, specialmente per quanto riguarda il potere economico. La Cina ha iniziato a crescere e lo hanno fatto anche altri Paesi, come i Brics. Così Trump ha pensato che questa fosse una buona opportunità. I cambiamenti in corso – specialmente la globalizzazione – stavano creando rabbia e rifiuto tra un certo numero di americani, un gran numero di americani. E Trump ci si è buttato dentro. Prima Trump era pro-globalizzazione. Era solo un uomo d’affari. Adesso sta sfruttando il sentimento contro la globalizzazione ed è diventato molto bravo in questo. Ecco a cosa mi riferivo quando ho detto che Trump è una conseguenza. Non ha creato lui l’erosione del potere americano. Era un fenomeno che stava accadendo a causa di cambiamenti in corso da molto tempo prima del suo insediamento. Ora Trump può dargli la spinta finale, distruggendo completamente il sistema. Ma non ha dato inizio lui al processo».Quindi è più un effetto che una causa: i cambiamenti erano strutturali e precedenti a Trump. Riguardo alla guerra in Iran, lei pensa che rappresenti il sipario finale per la Pax americana?«Sì, in un certo senso sì. Non direi finale, ma è un altro passaggio verso la fine. Io guardo alla storia mondiale non in termini di passaggi drammatici, ma di cambiamenti a lungo termine. E penso che questo sia un punto di svolta, nel senso che i mutamenti stanno già accadendo, ossia l’ascesa di India, Cina e Brics. Prendiamo la guerra Russia-Ucraina: Trump ha provato a dire che avrebbe risolto il problema non appena entrato in carica, ma non ci è riuscito. Ha fallito. I russi non lo ascoltano nel modo in cui lui vorrebbe. Quello è stato un altro passo. Poi è arrivato all’Iran. Trump pensava di poter entrare in Iran e distruggere il regime. Ora dice di non volere un cambio di regime, ma inizialmente aveva detto di volerlo. Voleva sbarazzarsi del regime e poi andarsene via molto velocemente senza dover continuare la guerra troppo a lungo e senza subire perdite reali. Ma a un mese dall’inizio della guerra, vediamo che Trump ha ottenuto sì qualche vittoria, come l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, ma resta il fatto che per gli Usa la situazione è pessima perché gli alleati americani nel Golfo sono stati colpiti dai missili iraniani. Trump non l’aveva previsto: non pensava che l’Iran avrebbe risposto colpendo gli alleati del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e altri. Quanto alle nostre basi americane, molte sono state danneggiate e la guerra continua. L’Iran non si è arreso. Quanto a Trump, pare che i suoi obiettivi bellici non vengano raggiunti, qualunque essi fossero. È umiliato, sembra aver dovuto cambiare rotta, vuole negoziare con il regime iraniano. Pensava che avrebbe capitolato, che si sarebbe arreso. E invece resiste. Quindi Trump ne esce piuttosto male nell’ambito della comunità internazionale. Gli alleati Nato, come l’Italia, hanno rifiutato di sostenerlo nella riapertura dello Stretto di Hormuz. La Nato non vuole essere coinvolta direttamente, il che è comprensibile perché lo stesso Trump aveva umiliato gli alleati. Quindi la situazione è pessima per gli Usa, sia militarmente sia politicamente. In una frase, direi che Trump può distruggere, ma non può ricostruire. Non può fare un accordo. È bravo a distruggere, ma non sa costruire. La distruzione è una cosa, la costruzione è un’altra. E sembra davvero un leader debole, e questo eroderà la fiducia americana nel potere americano, perché gli Usa non possono mantenere le promesse. Inoltre, farà anche apparire gli Stati Uniti davvero male in termini di potere politico-diplomatico».Ma non era ovvio già da subito che sarebbe finita così? Perché Trump si è comportato in modo talmente irragionevole con l’Iran?«Ottima domanda. Penso ci siano diversi fattori in campo. Uno è che Trump ha sbagliato i calcoli. I leader spesso sbagliano i calcoli. Trump era troppo sicuro di sé. Dopo aver assediato il Venezuela ed essersi sbarazzato del regime, pensava di poter fare la stessa cosa in Iran. Ma il punto è che il Venezuela è proprio qui accanto, mentre l’Iran è lontano ed è un Paese molto più grande e una potenza molto più grande. Quindi Trump ha fatto male i calcoli. Pensava che il regime iraniano, dopo l’uccisione del suo leader, si sarebbe arreso, proprio come si era arreso il regime venezuelano. In sostanza, dopo il rapimento del presidente Nicolàs Maduro, Trump aveva preso il controllo in Venezuela. Quindi è stato un errore di calcolo. L’altro fattore è che Trump è stato consigliato male. Israele lo ha spinto verso la guerra. Non c’è dubbio sul ruolo di Israele. In un certo senso, è stato molto vantaggioso per Israele, ma negativo per gli Usa. Gli stessi consiglieri di Trump sembrano piuttosto incompetenti. Peraltro, si stanno lanciando in guerra senza pensare alle conseguenze. E ciò potrebbe includere i suoi consiglieri stretti e anche Pete Hegseth, il Segretario della Difesa ora chiamato Segretario della Guerra. Ma è successo anche questo. Terzo, Trump non aveva previsto che gli alleati europei avrebbero respinto la sua linea in modo così totale, come invece è accaduto. Prendiamo l’Italia, che è stata piuttosto amichevole nei suoi confronti: che esprimesse un totale rifiuto, Trump non lo aveva preVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Unione Europea: come Bruxelles costruisce la propria legittimità

    di Thomas FaziNel suo ultimo saggio, di cui Krisis anticipa l’abstract, Thomas Fazi sostiene che l’Unione Europea compensa la sua cronica assenza di legittimità democratica attraverso narrazioni autocelebrative. Dalla pace del Dopoguerra ai cosiddetti «valori europei», tali narrazioni hanno contribuito a sacralizzare il progetto comunitario. Lungi dal colmare il vuoto di rappresentanza, la continua invenzione di imperativi morali e tecnici ha approfondito il solco tra vertici e cittadini. Oggi, però, il doppio standard tra Ucraina e Gaza ha smascherato l’uso strumentale dei principi per fini geopolitici.IN BREVEDeficit di democrazia Thomas Fazi sostiene che l’integrazione europea soffre di una cronica mancanza di basi popolari. Bruxelles compensa questo vuoto strutturale con narrazioni auto-legittimanti.Evoluzione dei miti Dalla pace del Dopoguerra al mercato unico, l’UE ha alternato diverse giustificazioni simboliche. Ogni racconto svanisce quando non riesce più a nascondere la natura tecnocratica del potere.Schermo dei valori Il richiamo ai principi morali agisce come strumento di depoliticizzazione. Trasformando scelte politiche in imperativi etici, Fazi sostiene che le élite blindano il progetto da ogni critica democratica.Geopolitica del doppio standard La crisi di credibilità è oggi irreversibile. Il contrasto tra l’approccio al conflitto in Ucraina e il silenzio su Gaza svela l’uso strumentale e selettivo dei diritti umani.L’Unione Europea non ha mai posseduto fondamenta democratiche nel senso significativo del termine. In assenza di un demos europeo, di una sfera pubblica condivisa o di un qualsiasi atto fondativo di autodeterminazione collettiva, l’UE ha storicamente compensato il proprio deficit strutturale di legittimità attraverso la continua produzione e rotazione di narrazioni auto-legittimanti. Questo saggio ripercorre tale evoluzione, dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, all’unione monetaria e al costituzionalismo basato sui diritti, fino all’emergere di un registro esplicitamente morale e geopolitico incentrato sui «valori europei».Si sostiene che questa successione di narrazioni non abbia mai rappresentato la maturazione di un’identità politica, bensì una serie di aggiustamenti simbolici compensativi: ognuno emerso quando il precedente si esauriva, e nessuno in grado di risolvere la contraddizione di fondo tra governance sovranazionale tecnocratica e autogoverno democratico.Il saggio argomenta inoltre che il discorso sui valori dell’UE, lungi dal riflettere un reale impegno normativo, ha sempre funzionato come strumento di depoliticizzazione e di potere delle élite: un mezzo per sacralizzare il progetto di integrazione, restringendo lo spazio della legittima contestazione democratica ed esternalizzando la colpa di politiche internamente impopolari sulla necessità sovranazionale. Piuttosto che aprire la politica, le narrazioni valoriali dell’UE l’hanno costantemente chiusa, riformulando scelte politiche fondamentali come imperativi morali, requisiti tecnici o obblighi esistenziali al di là di ogni legittima messa in discussione.Questa ipocrisia strutturale è stata ora definitivamente smascherata. I tanto sbandierati impegni dell’UE nei confronti del cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole, dei diritti umani, della sovranità democratica e del divieto di aggressione si sono rivelati del tutto subordinati all’allineamento geopolitico. Il contrasto tra la risposta dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina – inquadrata come una lotta di civiltà che richiede solidarietà e sacrifici illimitati – e il suo silenzio o la sua attiva complicità di fronte al genocidio in corso a Gaza, all’erosione della sovranità venezuelana e all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran mette a nudo ciò che il discorso sui valori ha sempre celato.I «valori europei» non sono principi universali, ma strumenti di interesse geopolitico occidentale, impiegati in modo selettivo e abbandonati senza imbarazzo nel momento in cui diventano scomodi. Questa analisi restituisce l’immagine di un’UE che non è una comunità di valori condivisi, ma un colosso tecnocratico e antidemocratico il cui linguaggio morale ha sempre servito un duplice scopo imperiale: giustificare la subordinazione delle democrazie degli Stati membri alla governance delle élite sovranazionali – una forma di «autocolonizzazione» interna – fornendo al contempo copertura ideologica per la proiezione del potere occidentale all’estero.Il saggio conclude che la crisi di legittimità dell’UE non può essere risolta attraverso narrazioni migliori o una comunicazione dei valori più coerente, ma risiede nel modello stesso di integrazione sovranazionale. Il problema della legittimità politica è inseparabile dalla produzione di senso. Tutti gli ordini politici, siano essi democratici o autoritari, dipendono da schemi simbolici attraverso i quali il potere si presenta come necessario, naturale e giustificato.Dai miti fondativi e dai momenti costituzionali fino alla routine quotidiana della governance, l’autorità politica non è mai sostenuta unicamente dalla coercizione o dalle prestazioni. Necessita di narrazioni che definiscano chi ne fa parte, cosa è in gioco, quali conflitti sono legittimi e quali orizzonti d’azione sono concepibili.Queste pratiche di attribuzione di senso possono essere descritte come processi di legittimazione: operazioni simboliche, culturali e istituzionali attraverso le quali il potere politico cerca di giustificare sia le proprie politiche sia la sua stessa esistenza. Anche nelle società secolarizzate, la politica non può funzionare senza tali narrazioni. Come ha osservato il giurista Harold Berman, «in tutte le società» il diritto «deriva la propria autorità da qualcosa al di fuori di sé». Quel «qualcosa» – logicamente antecedente alle regole e alle procedure – costituisce il fondamento dell’autorità stessa.Storicamente, tale fondamento era individuato nella religione, nella tradizione e nella consuetudine. A partire dal diciottesimo secolo, sono emerse nuove fonti di legittimità: la sovranità popolare, il nazionalismo, la scienza, l’ideologia e la leadership carismatica. Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, i regimi liberal-democratici occidentali potevano ancora contare su potenti forme di quella che potrebbe essere definita «religione secolarizzata» – comprendente ideologie di massa, narrazioni nazionali e, in molti contesti, una versione del cristianesimo stesso basata sulle tradizioni.Nell’ultimo mezzo secolo, tuttavia, le società occidentali hanno sperimentato una continua erosione di queste «grandi narrazioni» tradizionali. La religione, la nazione e l’ideologia hanno tutte perso gran parte della loro forza vincolante. Eppure, tale erosione non ha eliminato il bisogno di legittimazione politica; ne ha semplicemente alterato la forma, la temporalità e la stabilità.In particolare, nell’era neoliberista post-1989, le élite politiche occidentali hanno cercato di governare depoliticizzando allo stesso tempo i processi decisionali. La legittimità si è sempre più fondata sull’esperienza tecnica, sulle norme giuridiche, sulle procedure tecnocratiche e su presunte leggi economiche «naturali». La politica è stata ridefinita come amministrazione, il conflitto come inefficienza e le alternative come irrazionali o irresponsabili. Questa trasformazione è stata catturata in forma celebre dall’affermazione di Francis Fukuyama, secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo di mercato rappresentavano il «punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità».Tuttavia, questo consenso si è ormai frantumato. Dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008, la politica – assieme al conflitto politico – è tornata con prepotenza, cristallizzandosi sempre più, non principalmente attorno a divisioni ideologiche socio-economiche come in passato, ma attorno a valori: identità, storia, religione, sessualità, appartenenza nazionale e sovranità.È all’interno di questa più ampia condizione di politica tardo o ipermoderna – caratterizzata da individualizzazione, sfere pubbliche frammentate, declino della fiducia istituzionale, crisi permanente e ritorno di conflitti basati sui valori – che l’Unione Europea deve essere collocata. L’UE è spesso ritratta come un’entità politica tecnocratica, post-politica e orientata ai risultati, che storicamente ha fatto affidamento sulle prestazioni più che sul simbolismo.Ciononostante, negli ultimi decenni, e con un’intensità crescente dai primi anni Duemila, l’UE è diventata iperattiva nella produzione narrativa, in gran parte nel tentativo di compensare l’assenza di un demos condiviso, di una forte identità collettiva e di qualsiasi forma radicata di attaccamento pre-politico all’Unione. Lungi dall’essere un segnale di forza, questa proliferazione narrativa è sintomatica del deficit strutturale di legittimità dell’UE.L’Unione Europea costituisce un caso particolarmente rivelatore per lo studio della legittimazione politica. A differenza dei moderni Stati-nazione, manca di molti dei fondamenti classici dell’autorità democratica: un popolo unificato, una lingua comune, una sfera pubblica condivisa e un singolo momento di potere costituente. La sua autorità non deriva da un atto di autodeterminazione collettiva, ma da una fitta rete di trattati negoziati in gran parte dalle élite nazionali e ratificati con un limitato coinvolgimento popolare. Di conseguenza, l’UE si è storicamente basata su forme indirette di legittimità: competenza tecnocratica, autorità legale, performance economica e mediazione delle élite.Negli ultimi anni, gli studiosi hanno affrontato la questione delle narrazioni (auto)legittimanti dell’UE da diverse angolazioni. Un contributo particolarmente degno di nota al dibattito è https://www.routledge.com/The-European-Union-in-Search-of-Narratives-Disenchanted-Europe/Foret/p/book/9781032954875Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Dall’acqua ai fertilizzanti: in Medio Oriente il petrolio non è più tutto

    di Paola OttinoDai rincari record dell’urea agli attacchi informatici contro i dissalatori, la stabilità regionale non dipende più solo dal greggio, ma dalla tenuta delle catene logistiche e tecnologiche. Nel Medio Oriente segnato da crisi sistemiche, la sicurezza non riguarda più il solo possesso di materie prime, ma la protezione dei flussi globali. Quando le rotte marittime si bloccano, l’instabilità non è prodotta esclusivamente dalla scarsità fisica delle risorse. Il rischio risiede piuttosto nella vulnerabilità di reti digitali e infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.IN BREVEOltre il barile La sicurezza regionale non dipende più solo dal greggio. Poggia anche sul controllo di flussi invisibili e reti digitali che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.Flussi virtuali L’importazionedi cereali compensa l’aridità locale, trasformando la scarsità ambientale in vulnerabilità geopolitica legata alla stabilità delle rotte marittime globali.Fame chimica Il sistema alimentare mondiale è appeso alla produzione di ammoniaca e urea. Si tratta di filiere fragili dove energia e acqua si intrecciano alla stabilità dei mercati internazionali.Infrastrutture sensibili I dissalatori e le gigafarm digitalizzate sono i nuovi target strategici. Un attacco informatico può negare l’accesso alle risorse primarie, senza distruggerle fisicamente.Effetto domino Nodi strategici come Hormuz rendono le crisi locali una minaccia sistemica, dove il blocco di una rotta commerciale si traduce in instabilità esistenziale globale.Per gran parte del Novecento, il Medio Oriente è stato rappresentato come lo spazio geopolitico per eccellenza delle «guerre del petrolio». Questa lettura, pur ancora rilevante, non è più sufficiente a spiegare le tensioni contemporanee. Le crisi più recenti mostrano un cambiamento profondo in cui si assiste alla fine delle classiche guerre per le risorse. Il conflitto non si concentra più soltanto sul controllo diretto delle materie prime, ma sulle infrastrutture e sui sistemi che ne permettono la produzione, la trasformazione e la distribuzione.In questo nuovo contesto, acqua, cibo e energia non possono più essere analizzati separatamente poiché costituiscono un complesso integrato, fragile e altamente interdipendente in cui una perturbazione locale può produrre effetti globali. Le tensioni attorno ai nodi strategici di Hormuz e di Bab el-Mandeb ne sono un esempio emblematico. Questi passaggi marittimi concentrano una quota significativa dei flussi mondiali di petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e derrate alimentari. Ma anche i recenti attacchi agli impianti di dissalazione nella regione del Golfo evidenziano come queste strutture, e indirettamente anche l’acqua, sono diventati obiettivi strategici nei conflitti in Medio Oriente.Le guerre contemporanee non colpiscono più soltanto risorse tangibili, ma sistemi complessi e, spesso, invisibili. Non si tratta semplicemente di chi possiede una risorsa, bensì di chi controlla, o è in grado di interrompere, le reti che la rendono accessibile. È in questa trasformazione che si inseriscono le nuove dinamiche di conflitto in Medio Oriente.Acqua virtualeIl Medio Oriente è una delle regioni più aride del pianeta, con precipitazioni estremamente limitate e una disponibilità idrica naturale tra le più basse al mondo. Secondo il World Resources Institute, circa l’83% della popolazione in Medio Oriente e Nord Africa è esposta a livelli di stress idrico estremamente elevati e si prevede che raggiungerà il 100% entro il 2050.In molti Paesi, la produzione agricola interna è insufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione rendendo necessaria una massiccia dipendenza dalle importazioni alimentari. Questa dipendenza può essere riletta attraverso il concetto di «acqua virtuale», cioè l’acqua dolce utilizzata per produrre, confezionare e trasportare alimenti e beni di consumo[1]. Ad esempio, quando un Paese importa grano sostanzialmente sta anche importando l’acqua necessaria per produrlo. In una regione dove l’acqua è scarsa, produrre localmente cereali richiederebbe uno sforzo idrico enorme e spesso insostenibile.L’acqua virtuale diventa così una strategia di sopravvivenza poiché molti Paesi mediorientali, scegliendo di importare alimenti di base (grano, riso, mais) da regioni più ricche d’acqua, preservano le scarse risorse idriche locali per usi essenziali (acqua potabile, igiene). In pratica, invece di usare la propria acqua per coltivare, importano indirettamente l’acqua necessaria alla produzione.Al tempo stesso, però, questa strategia introduce una nuova forma di vulnerabilità. In sostanza, crea una dipendenza dall’esterno che nel Medio Oriente è particolarmente delicata, essendo collegata, oltre che alla dipendenza dai mercati globali, anche ai rischi geopolitici e alla sicurezza alimentare. L’acqua virtuale rappresenta, pertanto, un passaggio da una vulnerabilità ambientale a una vulnerabilità geopolitica.I Paesi del Golfo importano circa l’85% del loro fabbisogno alimentare, gran parte del quale transita attraverso i nodi strategici marittimi. Ciò implica che la sicurezza alimentare di questi Stati dipende quasi totalmente dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Quando queste rotte vengono minacciate, come sta accadendo nei recenti conflitti regionali, il rischio non è soltanto economico, ma esistenziale.Le tensioni militari nell’area del Golfo hanno portato a una riduzione del traffico marittimo e a un aumento dei costi di trasporto, costringendo alcuni Paesi a ricorrere alle riserve strategiche alimentari. Ad esempio, dal 3 marzo scorso l’Iran ha dovuto sospendere le esportazioni di tutti i prodotti alimentari e agricoli per preservare le riserve interne e garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Questi contesti evidenziano come l’acqua, pur invisibile, rimanga al centro delle dinamiche di sicurezza regionale ma in una forma completamente trasformata: non più come risorsa naturale locale, bensì come flusso globale mediato dal commercio.Fertilizzanti & gasSe l’acqua virtuale rappresenta il primo livello della dipendenza, i fertilizzanti costituiscono un secondo livello, meno evidente ma altrettanto cruciale. La produzione agricola moderna si basa in larga misura su fertilizzanti sintetici, in particolare quelli azotati, la cui produzione dipende direttamente dal gas naturale. Alla base di tutto il sistema c’è l’ammoniaca, composto chimico essenziale da cui derivano prodotti come urea e nitrati. Questi fertilizzanti sono fondamentali per sostenere la produzione alimentare mondiale da cui dipendono circa 3,8 miliardi di persone.L’ammoniaca viene prodotta principalmente tramite un processo chimico che combina azoto atmosferico e idrogeno[2]. Ed è proprio qui che risulta nuovamente, come elemento critico, l’acqua. L’idrogeno necessario viene ottenuto soprattutto dal gas naturale attraverso processi che richiedono acqua, oppure direttamente dall’acqua tramite elettrolisi. Di conseguenza, la produzione di fertilizzanti azotati dipende non solo dall’energia, ma anche in modo significativo dalla disponibilità di risorse idriche.I Paesi che importano cibo, dunque, dipendono non solo dalle rotte commerciali, ma anche dalla disponibilità di fertilizzanti nei Paesi produttori. A loro volta, questi fertilizzanti sono legati al gas naturale e alla stabilità geopolitica delle regioni in cui vengono prodotti. Ne risulta una catena di interdipendenze in cui energia, acqua, agricoltura e commercio sono strettamente intrecciati. Come evidenziato da analisi del World Economic Forum, un’interruzione nella fornitura dei fertilizzanti può tradursi rapidamente in un aumento dell’insicurezza alimentare globale.La dipendenza del settore da 406 grandi impianti geograficamente concentrati in soli 61 Paesi aumenta ulteriormente la vulnerabilità poiché eventuali carenze idriche locali possono ridurre la produzione di ammoniaca e propagarsi a livello globale attraverso reti commerciali altamente interconnesse. Inoltre, cinque esportatori (Cina, Russia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar) rappresentano circa la metà dell’export globale di fertilizzanti, collegando la sicurezza alimentare di 637 milioni di persone a produzioni spesso situate in aree soggette a stress idrico (vedi figura qui sotto).In questo sistema, il Medio Oriente occupa una posizione centrale sia come produttore di gas sia come esportatore di fertilizzanti. Circa il 30% del commercio globale di questi prodotti passa ancora una volta attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo l’intero sistema estremamente vulnerabile a interruzioni. Non a caso, la riduzione del traffico nello stretto ha avuto effetti immediati sui mercati internazionali e anche i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati, con incrementi particolarmente marcati in Paesi già fragili. Tali incrementi si trasferiscono poi lungo la filiera alimentare, contribuendo a un rialzo dei prezzi dei generi alimentari su scala globale. Nel marzo 2026, il prezzo dell’urea è aumentato del 29,82%, e del 94,37% rispetto allo stesso periodo del 2025 (vedi figura qui sotto).A tutto ciò si aggiunge un ulteriore fattore di rischio legato alla produzione stessa dei fertilizzanti. Eventuali interruzioni in grandi impianti, come nel caso di uno dei massimi stabilimenti di urea al mondo in Qatar[3], possono ridurre in modo significativo l’offerta globale. TrattandosiVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Come l’Iran racconta la vittoria contro Trump (in stile Lego)

    di Elisabetta BurbaDopo che il presidente degli Stati Uniti ha accettato di trattare sul piano di pace proposto dalla Repubblica islamica, un video animato ha sintetizzato lo scontro Usa-Iran: Washington cede, Teheran trionfa. Più che propaganda, emerge un linguaggio digitale inedito, fatto di ironia, ritmo pop e narrazione lineare. La strategia dei Guardiani della Rivoluzione punta a coinvolgere il pubblico globale usando i codici dei meme, trasformando la comunicazione politica in arma asimmetrica.IN BREVEGuerriglia dei mattoncini Il collettivo Explosive Media, legato ai Pasdaran, usa animazioni Lego per narrare la tregua fra Washington e Teheran. Un linguaggio pop che trasforma la crisi in una storia virale.Mimetismo digitale Teheran abbandona la retorica solenne per i codici dei meme. L’obiettivo è produrre contenuti così accattivanti da rendere irrilevante l’origine governativa del messaggio.Potenza asimmetrica L’Iran monitora il sentimento globale per tradurre la propria ideologia in formati pop. Questa capacità di parlare la lingua dell’avversario neutralizza i filtri critici.Dai Pasdaran ai Maga I video fluiscono dai canali ufficiali ai feed della sinistra anti-imperialista e dei movimenti Maga. Lo scetticismo verso l’interventismo Usa diventa il collante virale.Infiltrazione invisibile Diventando indistinguibile dai contenuti d’intrattenimento, la propaganda dei Guardiani della rivoluzione si fa più insidiosa.Robert A. Pape, professore alla University of Chicago, ha parlato di «enorme sconfitta strategica per gli Stati Uniti, la perdita più grande dalla guerra del Vietnam», sottolineando che «l’Iran è diventato una potenza mondiale». L’analista politico di Washington Trita Parsi ha osservato che «la guerra fallita di Trump ha eliminato la potenza delle minacce militari americane». Più ottimista la BBC, che ha parlato di «vittoria temporanea per Trump».Dopo il passo indietro del presidente degli Stati Uniti, che stanotte ha accettato di trattare sui 10 punti proposti dall’Iran per mettere fine alla guerra, sui media e sui social media si sono moltiplicate le interpretazioni. Analisi, retroscena, letture divergenti… Ogni versione prova a spiegare cosa è successo e, soprattutto, chi ha vinto.Ma ce n’è una che si sta facendo notare più delle altre. Non è la più dettagliata, né tantomeno la più prudente. È la più semplice. È un breve video – tre minuti con animazione in stile Lego – che riduce lo scontro tra Stati Uniti e Iran a una sequenza lineare.Non si tratta di un meme. Si tratta di un modello comunicativo che non lascia spazio all’ambiguità, non apre scenari. Il video definisce una verità narrativa. Gli Stati Uniti hanno perso, l’Iran ha vinto. Tutto è ordinato, chiaro, comprensibile. Ed è proprio la sua semplicità a renderlo efficace.Ma la forza di questo video non è solo una questione di contenuto. È anche una questione di linguaggio. La clip usa gli stessi codici dei video virali globali: animazione elementare, ritmo veloce, narrazione lineare, ironia. Non parla come la propaganda tradizionale. Parla come Internet.Eppure questo video non nasce in un contesto neutro. È prodotto in Iran dal collettivo indipendente Explosive Media, secondo alcuni analisti collegato all’ecosistema dei Pasdaran che negli ultimi anni ha investito sempre di più nei linguaggi digitali e virali.Il video inizia nel 2026, nel cuore del Pentagono. Un Donald Trump raffigurato con tratti arroganti ride accanto a generali sudati e in preda al panico, che caccia dal suo cospetto. Dopodiché preme un pulsante rosso: i jet americani decollano alla volta dell’Iran e bombardano acciaierie, ponti, centrali elettriche.Mentre a Washington si festeggia, in Iran i comandanti militari premono un altro pulsante rosso, su cui compare la scritta «Ritorno all’età della pietra». Uno sciame di missili balistici e di droni si alza in volo. In Israele, la centrale elettrica Orot Rabin e l’aeroporto Ben Gurion vengono distrutti. Nel Golfo, i porti di Dubai, le raffinerie di Abu Dhabi e quelle di Ras Tanura in Arabia Saudita vengono ridotte in cenere. Mentre Trump si agita tutto sudato a letto, l’economia globale crolla. Il Golfo precipita in un’oscurità totale. Gli europei sono al gelo. Gli americani, in coda per il pane, tornano a usare i cavalli. A Dubai e a Riad i cammelli corrono su piste da Formula 1 abbandonate e le pecore pascolano in stadi miliardari vuoti.Intanto, in Iran gli ingegneri ripristinano la rete elettrica e torna la luce. La sequenza culmina con le basi militari USA del Golfo circondate da folle furibonde, che costringono i soldati americani ad alzare bandiera bianca. I monarchi della regione, rappresentati come corrotti, vengono rovesciati. Trump si sveglia dall’incubo e scopre che sono state accettate le 10 condizioni iraniane per il cessate il fuoco. Il video termina con Trump sul pavimento in pigiama, che singhiozza accanto a una bandiera bianca.Come raccontato su Krisis due giorni fa, quella iraniana è molto più che propaganda. È un cambio di paradigma. Dopo l’attacco del 28 febbraio, Teheran ha iniziato a parlare all’Occidente con una lingua nuova. Non più quella ideologica della propaganda tradizionale, ma quella fluida della cultura digitale. Video animati, riferimenti pop, ironia, ritmo narrativo: tutti strumenti pensati non solo per convincere, ma per circolare e farsi ascoltare. Soprattutto in Occidente.Dietro l’offensiva digitale di Teheran si nasconde una trasformazione significativa all’interno del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. L’ha descritta in un’inchiesta sul New York Magazine Narges Bajoghli, un’antropologa irano-americana che insegna alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington. La professoressa ha frequentato per oltre un decennio i creatori digitali legati ai Basij e ai Pasdaran, documentando come queste organizzazioni abbiano trasformato la loro comunicazione. «Il regime ha capito che per sopravvivere nell’era digitale non basta più censurare le informazioni» scrive Narges Bajoghli, «ma che occorre imparare a produrre contenuti che la gente voglia effettivamente guardare».A gestire questa transizione è una nuova generazione di creatori digitali, che hanno sostituito la retorica austera dei padri con una profonda conoscenza degli algoritmi occidentali. «L’obiettivo è creare contenuti che si muovano così velocemente online da rendere irrilevante la loro origine governativa» spiega l’antropologa. «Se un video è divertente o visivamente accattivante, viene condiviso prima ancora che l’utente possa chiedersi chi lo abbia prodotto».I propagandisti del regime, che lavorano in uffici che ricordano le startup della Silicon Valley, non si sono limitati a passare dai video di martiri in bianco e nero a grafiche pop e animazioni Lego. Dai loro uffici high-tech, i creatori digitali del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica monitorano il sentimento globale per mettere a punto la loro narrazione. L’obiettivo sembra essersi spostato dalla persuasione ideologica degli iraniani alla conquista dell’attenzione del pubblico globale. «Non stiamo parlando di una propaganda rivolta solo all’interno» precisa Narges Bajoghli, «ma di una macchina capace di tradurre l’ideologia iraniana nei codici della cultura pop globale, rendendo l’Iran una potenza comunicativa asimmetrica».Gli autori dei video hanno fatto propria una lezione fondamentale: per vincere la guerra dell’informazione, bisogna parlare la lingua dell’avversario. I propagandisti di Teheran hanno capito che l’ironia e il formato meme sono i migliori grimaldelli per penetrare nelle discussioni occidentali senza attivare i filtri della censura politica. Ecco perché la loro produzione è diventata ibrida e veloce, pensata per essere frammentata e condivisa su piattaforme come X e TikTok. Come spiega l’antropologa della Johns Hopkins, «questi contenuti sono progettati per essere fluidi: partono dai canali ufficiali di Teheran, vengono rilanciati dalle reti degli Houthi e dai media russi, per poi finire, spesso decontestualizzati, sia nei feed della sinistra anti-imperialista occidentale sia in quelli dei movimenti Maga, uniti da uno scetticismo comune verso l’interventismo americano».Una guerriglia semantica che sta dando ottimi risultati, ma che resta propaganda. Eppure l’efficacia dell’innovativa narrazione di Teheran sta proprio nella sua natura ibrida: l’Iran ha iniziato a parlare all’Occidente nella sua stessa lingua. Paradossalmente, diventando indistinguibile dai nostri meme, la narrazione dei Guardiani della rivoluzione risulta più difficile da riconoscere. E proprio per questo è più insidiosa.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleElisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Dai video virali alla guerra dell’informazione: dentro la macchina comunicativa iraniana

    di Maria PappiniTra clip in stile Lego e campagne sulle piattaforme social, l’Iran sta ridefinendo le proprie strategie di comunicazione. Non più semplice propaganda, ma una macchina narrativa che combina intelligenza artificiale, immaginario religioso e apparato militare, proiettandosi nello spazio globale della guerra dell’informazione. Krisis ne ha parlato con Pierluigi Franco, già corrispondente Ansa da Teheran, che analizza struttura, obiettivi e contraddizioni del sistema. Una comunicazione sempre più sofisticata, ma non ancora in grado di colmare la distanza tra potere e società.IN BREVENon solo propaganda L’Iran non produce contenuti isolati. Costruisce un sistema narrativo integrato, dove tecnologia, religione e potere convergono.Estetica virale I video memetici sono il risultato visibile di una lunga tradizione narrativa persiana, aggiornata ai linguaggi digitali globali.Pasdaran al centro La comunicazione non è autonoma: riflette il potere. I Guardiani della rivoluzione guidano sempre più la produzione e la diffusione del racconto.Sciismo come grammatica Martirio, sacrificio e memoria non sono solo religione. Diventano strumenti politici e simbolici per mobilitare consenso.Il più noto è quello che, a partire dai nativi americani, inizia mostrando le vittime della potenza statunitense: da Hiroshima al Vietnam, da Gaza all’Iran, passando per l’isola di Epstein. E si conclude con un missile iraniano che distrugge a Manhattan una versione demoniaca della Statua della Libertà (testa di Baal con corna). Ma ce n’è anche uno che mostra una caricatura di Donald Trump bebé. Senza contare quello in cui Trump e Netanyahu vengono spinti verso gli inferi da un esercito di bambine velate (chiaro riferimento alle oltre 165 vittime della scuola di Minab) assieme a bambine bionde con cartelli che recitano «Epstein files».Dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, le piattaforme social sono state invase da un’ondata di video iraniani che traducono la guerra in un linguaggio visivo ibrido, mescolando ironia, violenza e cultura meme. Non si tratta di episodi isolati. Come mostrano molti post circolati su X, questi video seguono ricorrenti schemi estetici, narrativi, simbolici, raggiungendo milioni di visualizzazioni. Intercettano soprattutto un pubblico giovane e globale, abituato a un consumo rapido e visuale dell’informazione. Non a caso, molti utenti, occidentali ma anche cinesi, hanno espresso sorpresa per la qualità tecnica dei video, arrivando a dire che produzioni simili difficilmente verrebbero realizzate nei loro stessi Paesi.Un recente articolo del The New Yorker ha portato all’attenzione internazionale uno dei collettivi coinvolti, Explosive Media. Il raffinato settimanale ha parlato di una nuova forma di propaganda digitale, capace di combinare automazione, estetica memetica e diffusione virale. Ma fermarsi alla definizione di «nuova propaganda» rischia di essere riduttivo.Ciò che colpisce non è solo la forma, ma la ripetizione. I video non appaiono come prodotti improvvisati: si muovono dentro un ecosistema coerente, in cui linguaggi diversi, religioso, politico, militare, tecnologico, convergono in una stessa narrazione. La viralità, in questo senso, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo: il segnale visibile di una capacità più profonda, quella di tradurre un immaginario consolidato in codici contemporanei, adattandolo ai pubblici globali senza perdere coerenza interna.È qui che il caso iraniano diventa particolarmente interessante. Questi contenutisembrano inserirsi in un sistema in cui la produzione narrativa non è separata dal potere, ma ne costituisce una componente strutturale. Per comprenderlo, però, non basta analizzare i video. Bisogna interrogarsi su ciò che li rende possibili: il rapporto tra Stato e comunicazione, il ruolo dell’apparato militare, il peso della dimensione religiosa e la capacità di tenere insieme lunga durata storica e innovazione tecnologica.È a partire da queste domande che Krisis ha intervistato Pierluigi Franco, giornalista con oltre 30 anni di esperienza all’ANSA. Già capo del servizio ANSAmed e capo dell’ufficio di corrispondenza a Teheran, Franco è stato uno degli ultimi osservatori occidentali ad aver vissuto dall’interno la realtà iraniana.I video propagandistici sono solo un’evoluzione tecnologica o riflettono qualcosa di più strutturato del sistema iraniano?«In parte è sicuramente un’evoluzione tecnologica, ma ridurre tutto a questo rischia di essere fuorviante. Il punto è che in Occidente spesso non si comprende davvero che cos’è l’Iran. C’è una tendenza diffusa a immaginarlo come un Paese arretrato, quasi fuori dal tempo. In realtà, dal punto di vista dell’istruzione e della preparazione scientifica, l’Iran è tutt’altro che marginale. È uno dei Paesi con il più alto numero di laureati in discipline scientifiche e, dato ancora più significativo, con una percentuale altissima di donne in questi ambiti, si parla di circa il 70%. Questo significa che esiste una base tecnica e culturale molto solida, che si riflette inevitabilmente anche nella produzione mediatica. La qualità di questi contenuti non nasce dal nulla: è il prodotto di competenze reali, diffuse, e di un sistema che sa mobilitarle.Per questo motivo, più che di semplice “aggiornamento tecnologico”, bisognerebbe parlare di una capacità strutturata. L’Iran non sta improvvisando una nuova propaganda, ma sta utilizzando strumenti avanzati all’interno di un impianto già esistente, adattandolo ai linguaggi contemporanei».Quanto pesa il ruolo dei Pasdaran nella macchina comunicativa iraniana?«Le diramazioni mediatiche dei Pasdaran esistono eccome, ma il punto vero è che oggi non si può più leggere l’Iran soltanto come il “paese degli Ayatollah”. Per molti aspetti, è diventato il Paese dei Pasdaran. La componente clericale resta decisiva sul piano della legittimazione ideologica e religiosa, ma il vero baricentro della forza del sistema si è spostato da tempo verso i Guardiani della Rivoluzione. Questo fu uno dei grandi intuiti di Khomeini: costruire un corpo armato ideologicamente fedele alla rivoluzione, alternativo all’esercito regolare, di cui il nuovo potere non si fidava fino in fondo. Da allora i Pasdaran non sono rimasti una semplice forza militare: sono diventati una struttura di potere complessiva. Hanno un peso militare superiore a quello dell’esercito regolare, controllano segmenti fondamentali dell’economia e, proprio per questo, è del tutto naturale che abbiano un ruolo centrale anche nella macchina comunicativa. In Iran la comunicazione non è separata dal potere: ne è una sua estensione. Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, questo processo si è ulteriormente accentuato. La successione di Mojtaba Khamenei non sembra aver riequilibrato il sistema a favore del clero, semmai ha confermato il peso ormai preponderante dell’apparato pasdaran nella gestione concreta del potere. Per questo credo che i Pasdaran non abbiano soltanto proprie diramazioni mediatiche: credo che siano ormai uno dei principali registi dell’intera macchina comunicativa iraniana. La dimensione religiosa continua a fornire il quadro simbolico e la legittimazione, ma la capacità di organizzare, dirigere e diffondere il racconto passa sempre più attraverso l’apparato costruito attorno ai Pasdaran».Questa capacità narrativa affonda le sue radici nella guerra Iran-Iraq, nella cosiddetta «Sacred Defense», con cui il regime raccontò il conflitto come difesa sacra della rivoluzione islamica?«Io andrei ancora più indietro, perché il rischio è sempre quello di leggere l’Iran solo a partire dall’attualità politica. In realtà, per capire questa capacità narrativa bisogna guardare alla lunga durata della civiltà persiana. Parliamo di una tradizione che ha prodotto figure come Avicenna, Al-Khwarizmi, e grandi poeti e scienziati come Omar Khayyam e Ferdowsi: una civiltà che da più di mille anni costruisce sapere, linguaggio, immaginari. Per questo la capacità di produrre narrazioni forti non è un fenomeno recente. Un po’ come noi europei ci percepiamo eredi della tradizione greco-romana, allo stesso modo l’Iran si pensa dentro una continuità persiana molto profonda. A questo si aggiunge un elemento spesso dimenticato: una forte autocoscienza storica. Pensiamo a Ciro il Grande e al cosiddetto cilindro, spesso interpretato come una delle prime formulazioni di diritti. Detto questo, la svolta decisiva sul piano della comunicazione moderna arriva con la guerra Iran-Iraq e con la cosiddetta Sacred Defense. È lì che il regime costruisce un vero linguaggio narrativo contemporaneo: il martirio, il sacrificio, la dimensione epica della guerra diventano elementi centrali e sistematici. Quella stagione non solo consolida il potere dopo la rivoluzione del 1979, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, ma crea un immaginario collettivo che ancora oggi viene continuamente riattivato. Ed è qui che entra in gioco un elemento fondamentale, spesso sottovalutato in Occidente: il ruolo dello sciismo. È proprio lo sciismo, con la centralità del martirio e della memoria del sacrificio, a fornire la grammatica simbolica che rende questa narrativa così potente e duratura».Quanto incide la dimensione sciita nel modo in cui l’Iran costruisce la propria narrazione?«Incide moltissimo, ma va capita nel modo giusto, altrimenti si rischia di semplificare.L’Iran non nasce sciita: lo diventa nel XVI secolo, con la dinastia safavide, che impone lo sciismo come religione di Stato. È un passaggio fondamentale, perché lega per la prima volta in modo strutturale identità politica e appartenenza religiosa. La vera svolta contemporanea, però, arriva con la rivoluzione del 1979. È lì che lo sciismo non è più soltanto un elemento identitario, ma diventa il linguaggio stesso del potere: un sistema capace di organizzare il consenso, costruire simboli e dare senso all’azione politica. Detto questo, bisogna evitare un equivoco molto diffuso in Occidente: identVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Todd: «Occidente: la guerra come unico orizzonte?»

    di Emmanuel ToddNel nuovo disordine mondiale descritto da Emmanuel Todd, l’Europa ha perso la sua vocazione pluralista ed è diventata un sistema gerarchico dominato dalla Germania e allineato agli Stati Uniti. Da qui derivano una crescente omologazione delle opinioni, un’impennata della russofobia e una deriva bellicista sempre più marcata. Sullo sfondo, una frattura tra Paesi cattolici e protestanti e un restringimento del dibattito pubblico che Todd sperimenta in prima persona.IN BREVEDeutschland über alles L’Europa ha smesso di essere un progetto tra nazioni egualitarie per diventare un sistema gerarchico sotto il controllo implicito della Germania, forza guida dopo la crisi del 2008.Deriva nichilista Il passaggio a un orientamento bellicista riflette un mutamento profondo della Germania, Paese che possiede una storia specifica e non è liberal-democratico per natura.Frattura religiosa Il nuovo disordine mondiale delinea una divisione tra Paesi protestanti e Paesi cattolichi latini, come Italia e Spagna, che mostrano ancora segnali di apertura al dibattito.Libertà vigilata Il restringimento del dibattito pubblico colpisce persino gli intellettuali dell’establishment, che trovano spazio solo grazie ai residui del liberalismo digitale anglosassone.Si parla molto, quasi per abitudine, dell’Europa come se fosse un’entità esistente e come se avesse una natura stabile. Eppure l’Europa è stata fin dall’inizio un progetto di nazioni egualitarie, con la Francia e la Germania più uguali delle altre ma che funzionava in un relativo pluralismo. In realtà l’Europa ha cambiato natura.Sia chiaro: i politici francesi non possono ammetterlo, ma la Germania dalla crisi del 2007/2008 dei subprime è diventata la forza guida del continente. Dunque l’Europa è diventata un sistema gerarchico sotto controllo implicito tedesco. D’altronde, già nel 2014 – pur sotto la guida degli Stati Uniti – l’estensione in Ucraina è stata una spinta tedesca verso l’Est per imporre agli ucraini la scelta commerciale tra Russia ed Europa.È pur vero che, inizialmente, sono stati i britannici e i francesi ad apparire come i più accesi sostenitori della linea dura contro i russi. All’epoca, Olaf Scholz dava l’impressione di accettare l’egemonia americana e il sabotaggio dei gasdotti Nordstream senza fiatare, ma in realtà manifestava qualche esitazione. La sua cautela rifletteva la tradizione socialdemocratica, storicamente legata all’apertura a Est e alla ricerca della pace con la Russia.L’arrivo di Friedrich Merz segna invece un ribaltamento radicale e, per certi versi, molto curioso. Nonostante la Germania sia stata la principale vittima economica della rottura dei legami con Mosca, questo nuovo corso suggerisce un’accettazione profonda della dominazione americana e il ribaltamento bellicista di Berlino.Quando parlo di affondo dell’Europa nel nichilismo sto usando, in fondo, un eufemismo. Il vero problema è il mutamento della Germania, un Paese che possiede una storia specifica e che non è liberal-democratico per natura. Oggi osserviamo come i segni del controllo e dell’omologazione si stiano rafforzando.In Germania è emerso un discorso sulla «barbarie russa» del tutto stupefacente, specialmente se si considera che i tedeschi hanno ucciso tra 25 e 27 milioni di sovietici. Mi è capitato di trovarmi a cena con un giovane tedesco che parlava con naturalezza della barbarie russa: è la prova di come questo concetto sia ormai diventato uno dei luoghi comuni della cultura tedesca contemporanea.E qui emerge la vera frattura. Esistono spiegazioni di natura religiosa che non vi imporrò in questa sede, ma il punto è che l’Europa coincide con la Germania. Nella misura in cui non si identifica totalmente con la Germania, l’Europa diventa sempre di più il terreno di una frattura tra Paesi cattolici e Paesi protestanti. È il paradosso di questa fase che io chiamo di «religione zero»: l’idea che due zeri non siano uguali tra loro è quantomeno curiosa.Sembra delinearsi in Europa una sorta di divisione orizzontale tra Paesi protestanti e Paesi cattolici, ma non tutti: solo quelli la cui lingua deriva dal latino. Vale a dire, l’Italia. Beh, la Francia: anche se la situazione non è ancora del tutto chiara, credo che questa tendenza finirà per manifestarsi apertamente. E poi la Spagna e il Portogallo. I Paesi protestanti del Nord lasciano invece intravvedere segni patologici molto più forti.Prendiamo i finlandesi: nonostante i russi non abbiano causato loro alcun problema durante la Guerra fredda, hanno iniziato a predisporre procedure legislative per accogliere armi nucleari sul proprio territorio. Considerando a quanti pochi chilometri da San Pietroburgo – 120 – si trovi la loro frontiera, non si tratta nemmeno di una provocazione.Penserei piuttosto a una pulsione suicidaria, dato che si mettono in cima alla lista dei bersagli per gli ordigni nucleari, per questi missili. Allo stesso modo, il bellicismo degli svedesi, a lungo così ragionevoli, è qualcosa di stupefacente. E i danesi, poveri danesi… Ultimamente il Paese che ha fronteggiato gli americani è la Spagna, comunque. E l’Italia.Sono stato molto impressionato da due viaggi che ho fatto per l’uscita del mio libro in successione in Italia e in Germania. In Germania c’è stata un’epoca in cui ero visto molto bene. Al tempo della guerra in Iraq, la traduzione tedesca del mio libro Dopo l’Impero ebbe un successo straordinario, risultando la più venduta tra tutte le edizioni, inclusa quella francese. Potevo intervenire su tutta la stampa tedesca: era una situazione davvero gratificante.Ma veniamo ai giorni nostri. Nel mio primo viaggio in Italia ho trovato tutti un sacco simpatici, zero russofobia… Persino i giornali più mainstream, come La Repubblica, hanno dato al mio libro la copertina dei loro supplementi del fine-settimana. Gli intellettuali hanno partecipato ai dibattiti. Erano tutti davvero aperti, molto più che in Francia. Ero contento.Poi sono andato in Germania, dove ho scoperto una Germania diversa. Il mio editore, un ottimo editore, ormai pubblicava solo quelli che io definisco dei paria di alto livello, ovvero persone che pensano fuori dal coro. Sono stato boicottato da tutta quella stampa che un tempo mi accoglieva. Si sentiva – non so come dire – si percepiva chiaramente la sensazione di un sistema sotto il controllo dall’alto.Anche il concetto di guerra è cambiato. Un tempo la guerra consisteva nel mobilitare la popolazione e fare milioni di morti in quella che era una macelleria umana. Adesso la guerra è sempre più presente negli spiriti come una necessità inevitabile, ma senza che siano seriamente mobilitate le persone. È una guerra immaginaria, dove Emmanuel Macron e Keir Starmer speculano sull’invio di truppe in Ucraina quando la guerra è terminata. È un concetto singolare… Questo è il bellicismo europeo, del tutto speciale.Ma anche gli americani non posso agire che per procura. La guerra è sempre più bombardare da lontano, assassinare dei leader da lontano. E direi che persino i russi non hanno voglia di fare la guerra intesa come macelleria. Una parte della lentezza dell’azione di Vladimir Putin e dei gruppi dirigenti russi deriva dal fatto che la stessa società russa non ha intenzione di rivivere la Seconda guerra mondiale.Quanto alla mia situazione personale in Francia, io sono un figlio dell’establishment, ho un’eredità culturale pesante. Avevo preso l’abitudine di andare a France culture e a France Inter come se fossero casa mia… Per le mie origini, non sono un grande paria. Sono persino un raccomandato della vita. Ora ho raggiunto lo stadio in cui a forza di dire quello che penso in quanto storico sulla Russia e sull’Iran, mi è vietato l’accesso alle telecamere sui canali pubblici e privati.Io esisto solo grazie alla presenza dei miei video su YouTube, che mi sembra rientrino piuttosto nella sfera del dominio americano. Quindi da un lato dico che l’America si disintegra e diventa una minaccia per l’umanità, ma dall’altro dico anche che una delle ragioni per cui posso continuare a esprimermi è grazie ai resti del liberalismo anglosassone sfrenato.Testo tratto da: (traduzione dal francese a cura di Krisis).Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleEmmanuel Todd Nato nel 1951, è uno storico, sociologo e antropologo francese di fama internazionale, noto per aver previsto per primo, con anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica e la crisi finanziaria del 2008. Tra i suoi libri pubblicati in Italia: L’illusione economica (Marco Tropea Editore, 2004), Dopo l’impero (Marco Tropea Editore, 2003), L’incontro delle civiltà (con Youssef Courbage, Marco Tropea Editore, 2009) e Breve storia dell’umanità (leg Edizioni, 2019). La sconfitta dell’Occidente, in corso di traduzione in diversi paesi, è il suo ultimo libro.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Chris Hedges: «Trump non ha anima»

    di Chris Hedges«Trump è pericoloso soprattutto perché è privo di quegli attributi fondamentali di empatia e comprensione che definiscono l’anima umana». L’ex giornalista del New York Times Chris Hedges interpreta la figura del presidente degli Stati Uniti come espressione di una più ampia crisi morale. L’assenza di compassione, il narcisismo e la perdita del senso del limite diventano categorie politiche, capaci di trasformare il potere in dominio distruttivo. Una riflessione che intreccia filosofia, etica e attualità per interrogarsi su cosa accade quando viene meno la dimensione morale della vita pubblica.Nota della direttrice: In occasione della Pasqua abbiamo scelto di offrire ai lettori una riflessione su un concetto antico e spesso trascurato: l’anima. Per farlo, non ci siamo rivolti a un teologo, ma a un giornalista di guerra, che ha conosciuto il volto più crudo dell’umanità sui campi di battaglia. Buona Pasqua di resurrezione.Le realtà più profonde dell’esistenza umana sono spesso quelle che non possono essere misurate né quantificate: la saggezza, la bellezza, la verità, la compassione, il coraggio, l’amore. E ancora la solitudine, il dolore, la lotta per affrontare la nostra mortalità, una vita dotata di senso.Ma forse l’enigma più grande è il concetto di anima. Ne possediamo una? Le società hanno un’anima? E, più fondamentalmente, che cos’è un’anima? Filosofi e teologi, tra cui Platone, Aristotele, Agostino e Arthur Schopenhauer, si sono tutti confrontati con questo concetto. Schopenhauer preferiva definire la forza mistica dentro di noi come «volontà». Sigmund Freud usava il termine greco psyche. Ma la maggior parte ha accettato, qualunque fosse la definizione, una qualche forma dell’esistenza dell’anima.Se il concetto di anima è opaco, quello di «assenza d’anima» non lo è. Significa che qualcosa dentro di noi è morto. I sentimenti umani di base e le connessioni sono spenti. Chi è privo di anima manca di empatia. Ho visto l’assenza d’anima in guerra: individui talmente calcificati dentro da uccidere senza alcun sentimento dimostrabile o alcun rimorso.Coloro che sono senz’anima vivono in uno stato di insaziabile auto-adorazione. L’idolo che hanno eretto a sé stessi deve essere costantemente nutrito. Esige un flusso infinito di vittime. Esige obbedienza abietta e servilismo, come mostrato pubblicamente durante le riunioni del gabinetto di Trump. Gli psicologi, probabilmente, definirebbero coloro che sono senz’anima come psicopatici.Scrivo questo non per avviare un dibattito esoterico, ma per avvertire di ciò che accade quando coloro che sono senza anima prendono il potere. Voglio scrivere di ciò che va perduto e delle conseguenze di tale perdita. Voglio avvertirvi che la morte, la nostra morte — come individui e come collettività — non significa nulla per coloro che sono senz’anima. Questo li rende molto, molto pericolosi.Coloro che non hanno anima non hanno alcun senso dei propri limiti. Si nutrono di un ottimismo senza fondo e auto-illusorio, conferendo alle loro azioni più crudeli e alle loro sconfitte più amare una patina di bontà, successo e moralità. Chi è senza anima — come scrive Paul Woodruff nel suo piccolo capolavoro Reverence: Renewing a Forgotten Virtue — non ha la capacità di provare riverenza, soggezione, rispetto e vergogna. Credono di essere dei.Coloro che sono privi d’anima non possono rispondere razionalmente alla realtà. Queste persone vivono in casse di risonanza create da loro stessi; sentono solo la propria voce. I rituali e le cerimonie civiche, familiari, legali e religiose che trasportano chi ha un’anima nel regno del sacro — in uno spazio dove riconosciamo la nostra comune umanità e che ci costringe, almeno per un momento, a umiliarci — sono privi di significato per loro.Chi è senza anima non può vedere perché non può sentire. Schiavi del narcisismo, dell’avidità, della brama di potere e dell’edonismo, non possono compiere scelte morali. Per loro le scelte morali non esistono. Verità e menzogna sono identiche. La vita è transazionale: è un bene per me? Mi fa sentire onnipotente? Mi dà piacere? Questa esistenza limitata li bandisce dall’universo morale.Gli esseri umani, compresi i bambini, sono merci per chi è senza anima, oggetti da sfruttare per piacere, per profitto o per entrambi. Abbiamo visto questa assenza d’anima manifestarsi negli Epstein Files. E non si trattava solo di Epstein. Vasti settori della nostra classe dirigente, inclusi miliardari, finanzieri di Wall Street, rettori universitari, filantropi, celebrità, repubblicani, democratici e personalità dei media, ci considerano senza valore.Tucidide l’aveva capito: la riverenza non è una virtù religiosa, ma morale. Woodruff è arrivato a definirla una virtù politica. La riverenza per gli ideali condivisi, scrive Woodruff, è l’unica cosa che può tenerci uniti. È l’unico elemento che garantisce la fiducia reciproca. La riverenza ci permette di ricordare cosa significa essere umani. Ci ricorda che ci sono forze che non possiamo controllare, forze che non capiremo mai, forze della vita che non abbiamo creato e che dobbiamo onorare e proteggere — compreso il mondo naturale — e forze che ci permettono momenti di trascendenza, o quella che in termini religiosi chiamiamo grazia.«Se desideri la pace nel mondo, non pregare affinché tutti condividano le tue convinzioni», scrive Woodruff. «Prega invece affinché tutti possano essere riverenti».L’autocelebrazione di Trump si manifesta nel suo vocabolario stentato di superlativi e nel suo “rebranding” dei monumenti nazionali. Demolisce l’Ala Est per costruire la sua pacchiana e smisurata sala da ballo da 400 milioni di dollari. Propone un arco commemorativo alto quasi 80 metri, ornato di statue dorate e aquile, in onore di sé stesso: un arco che sarà più grande dell’Arco di Trionfo eretto dal dittatore nordcoreano Kim Il-sung a Pyongyang.Sta progettando un «Giardino nazionale degli eroi americani» che includerà statue a grandezza naturale di celebrità, sportivi, figure politiche e artistiche ritenute da Trump politicamente corrette, insieme, naturalmente, a sé stesso. Il suo volto adorna i lati degli edifici federali su enormi striscioni ben illuminati. Ha cambiato il nome del John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts in Donald J. Trump and the John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts. Ha aggiunto il suo nome alla sede dell’Istituto per la Pace degli Stati Uniti. Ha annunciato una nuova flotta di navi militari chiamate corazzate di «classe Trump».Questi sono monumenti non solo a Trump, ma a un’etica perversa, a quell’auto-adorazione insaziabile che definisce il vuoto interiore di chi è senza anima. I monumenti, i luoghi di culto e i santuari nazionali dedicati alla giustizia, al sacrificio di sé e all’uguaglianza — che richiedono da noi umiltà e introspezione, che richiedono la capacità di riverenza — restano incomprensibili a chi è senz’anima.Chi è senza anima non ha senso estetico. Non ha senso dell’equilibrio, della simmetria e della proporzione. Più è grande, più è pacchiano, più è incrostato di foglia d’oro, meglio è. Cercano di escludere tutto e tutti gli altri, per spingerci come offerte ai piedi di Moloch.Quando chi è senz’anima muove guerra, lo fa come parte di questa spinta perversa a costruire un monumento a sé stesso. Quando la guerra va male, come sta accadendo in Iran, coloro che sono senz’anima, incapaci di leggere la realtà, esigono livelli maggiori di violenza e distruzione. Più falliscono, più sono convinti che tutti li abbiano traditi, più sprofondano in una rabbia tirannica.Trump, potenzialmente di fronte a una umiliante debacle in Iran, reagirà come una bestia ferita. Non importa quanti soffrano e muoiano. Non importa quali armi, incluse quelle nucleari, debbano essere impiegate. Egli deve trionfare, o almeno apparire trionfante.«Padri e maestri, mi interrogo: “Cos’è l’inferno?”», chiede Padre Zosima ne I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. «Io sostengo che sia la sofferenza di essere incapaci di amare». Questa è la condizione di coloro che sono senz’anima. Essi cercano, nella loro miseria, di rendere il proprio inferno il nostro.Testo tratto da (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Chris Hedges Giornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi 20 anni corrispondente dall’estero per The New York Times, Dallas Morning News, Christian Science Monitor e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per The New York Times ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di 14 libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Nakba 1948: i campi di prigionia che incrinano la tesi della «fuga volontaria»

    di Camilla GommaraschiUn’inchiesta di Haaretz, basata su documenti d’archivio scoperti di recente, svela come nel 1948 l’esodo palestinese fu un piano deliberato. Ma studi precedenti hanno aggiunto un altro elemento a sostegno della tesi secondo cui le partenze furono obbligate: i campi d’internamento per palestinesi allestiti da Israele durante la guerra. Ingranaggi essenziali della Nakba, servivano per gestire e poi (in gran parte) deportare chi non se ne era ancora andato.IN BREVENuove verità storiche Recenti inchieste giornalistiche e studi accademici smentiscono la narrazione di una «fuga volontaria» dei palestinesi nel 1948. L’esodo emerge come strategia deliberata per garantire la stabilità demografica del neonato Stato di Israele.Filo spinato Un tassello fondamentale di questo piano fu la creazione di campi di prigionia per i palestinesi, dotati di filo spinato. Tali strutture non servivano solo alla detenzione. Erano campi di lavoro coatto, dove in media l’80% degli internati era costituito da civili.Lavoro coatto Nonostante le convenzioni internazionali, i prigionieri erano spesso impiegati in lavori direttamente legati alle operazioni belliche. La manodopera palestinese divenne un’importante risorsa per sostenere Israele durante il conflitto.Detenzione ed espulsione I campi rappresentarono anche un fondamentale ingranaggio per la gestione e la successiva deportazione della popolazione palestinese. Le ricerche confermano che, al termine della detenzione, il 78% dei prigionieri fu espulso forzatamente oltre i confini.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Camilla Gommaraschi. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.«Il terrore era necessario per far andare via gli arabi». Con questa citazione, il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha rimesso in discussione la narrazione israeliana mainstream sulla guerra del 1948. Il 27 febbraio scorso, il giornale progressista ha pubblicato un’inchiesta dello storico Adam Raz, intitolandola proprio con questa frase. «Migliaia di documenti scoperti di recente» ha spiegato Haaretz «rendono ora possibile raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 e iniziare a comprenderne le amare implicazioni dopo il 7 ottobre».L’autore dell’articolo ha preso in esame le carte degli archivi dell’Idf e del Ministero della Difesa insieme all’istituto Akevot. Ed è arrivato alla conclusione che l’esodo palestinese non fu un effetto collaterale del conflitto, ma una strategia deliberata. Sebbene queste carte aggiungano dettagli preziosi, la tesi non è nuova: da decenni una parte della storiografia contemporanea documenta come il terrore sia stato uno strumento per svuotare la Palestina.Ingranaggio fondamentaleEsiste però un tassello meno noto dell’esodo: i campi di prigionia allestiti dal neonato Stato di Israele. Se per molti storici il terrore serviva a svuotare i villaggi dalla presenza palestinese, secondo altri storici i campi di detenzione e di lavoro forzato servivano per gestire, sfruttare e infine deportare chi non se ne era ancora andato.Come evidenziato dagli studiosi Salman Abu Sitta e Terry Rempel 12 anni fa, e come nuove ricerche negli archivi continuano a documentare, la Nakba fu un processo sistematico di cui i campi di prigionia e di lavoro furono un ingranaggio essenziale. Nel 2014, un articolo del Journal of Palestine Studies portò alla luce questa pagina di storia legata dimenticata o volutamente cancellata.«Sotto scorta fummo portati a Umm Khalid. Lì fummo condotti in un campo di concentramento con filo spinato e cancelli». La testimonianza di Marwan ‘Iqab al-Yahya, allora quindicenne, dà uno spaccato del trattamento riservato ai civili palestinesi internati durante la guerra del 1948. Le sue parole, insieme a quelle di altri prigionieri, sono state pubblicate da Salman Abu Sitta e Terry Rempel nel volume 43 del Journal of Palestine Studies.Detenzioni di civiliAttraverso documenti del Comitato Internazionale della Croce Rossa e testimonianze raccolte sul campo, il testo descrive la detenzione sistematica dei civili. Dall’analisi delle fonti emerge che nel 1948 Israele istituì quattro campi di prigionia «riconosciuti» e 17 «non riconosciuti». Per comprendere il ruolo di queste strutture è necessario collocarle all’interno della Nakba(in arabo النكبة‎, letteralmente “catastrofe”), ossia l’espulsione di circa 700.000 palestinesi dalle loro case durante e dopo la guerra scoppiata in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele.Alcuni israeliani appartenenti al gruppo dei «Nuovi storici» sostengono che, durante il conflitto, avvenne una pulizia etnica. A loro avviso, i palestinesi non avrebbero lasciato volontariamente le loro case, come sostiene la narrazione israeliana tradizionale, per la quale l’esodo è stato una «fuga volontaria». Secondo questi storici, tra cui Ilan Pappé, i palestinesi sarebbero stati cacciati con metodi più o meno violenti, ma, soprattutto, seguendo un piano organizzato.In base a numerose fonti d’archivio, compresi i diari di Ben Gurion, questi storici identificano il piano Dalet come il masterplan per la pulizia etnica della Palestina. Va tuttavia segnalato che altri storici, pur riconoscendo espulsioni e violenze, non credono all’esistenza di un piano sistematico unitario di pulizia etnica. Uno di questi è Benny Morris, l’autore del celebre libro Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001.Obiettivo di Ben Gurion: 80 per centoL’obiettivo perseguito dai vertici del neonato Stato d’Israele era la creazione di un Paese etnicamente compatto. Lo conferma un discorso di David Ben Gurion pronunciato il 3 dicembre 1947 – quindi prima ancora della nascita ufficiale dello Stato di Israele – di fronte ai membri anziani del suo partito, Mapai (il partito dei lavoratori di Eretz Israel). Il futuro primo ministro spiegò esplicitamente come affrontare la realtà che la Risoluzione di spartizione dell’Onu lasciava prevedere.Come scrive Pappé ne La pulizia etnica della Palestina, citando il libro In the battle, Ben Gurion disse: «C’è il 40 per cento di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80 per cento di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile».Annotazione storica: nel 1948 circa l’82 per cento degli abitanti di Israele era ebreo. Tra il 1950 e il 1965, grazie alle grandi ondate di immigrazione dai Paesi islamici, la percentuale ha raggiunto il picco, arrivando nel 1955 e nel 1960 a sfiorare l’89%. Fino agli anni Novanta è rimasta sopra l’80%, toccando l’81,9% nel 1990 e l’80,6% nel 1995, grazie anche all’ondata migratoria dall’ex Urss. Tra il 1989 e il 2000, circa un milione di ebrei immigrò in Israele dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.Poi la curva è iniziata a scendere. Oggi in Israele circa 7.771.000 abitanti sono classificati come «ebrei e altri» (inclusi ebrei propriamente detti più non-ebrei con parentela ebraica, cristiani non arabi e così via), pari al 76,3% della popolazione.Silenzio della storiografiaPer decenni la memoria dei campi di prigionia e di lavoro forzato è rimasta circoscritta quasi esclusivamente ai circuiti palestinesi, senza trovare spazio nella storiografia dominante. Un primo passaggio fondamentale per la loro riscoperta avvenne nel 1996 con l’apertura degli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che rese disponibili rapporti, comunicazioni interne e resoconti sul trattamento dei prigionieri civili palestinesi.Solo successivamente, grazie all’analisi di questi documenti e alla loro messa in relazione con le testimonianze orali, studiosi come il palestinese Salman Abu Sitta e il canadese Terry Rempel hanno potuto sistematizzare una tesi coerente: i campi di prigionia non furono un fenomeno marginale, ma parte integrante del processo di espulsione dei palestinesi.Un altro punto di riferimento importante è la tesi magistrale di Aharon Klein. Intitolata «Arab Prisoners of War during the War of Independence», venne discussa nel 2001 presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Tale documento, seppur tutt’altro che critico nei confronti di Israele, risulta di grande interesse perché Klein ebbe accesso ai fascicoli dell’Idf e ai diari di Ben Gurion. Le sue scoperte confermarono in gran parte quelle del ricercatore palestinese Salman Abu Sitta, basate invece su testimonianze orali e relazioni provenienti dagli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa.Lavori forzati belliciDa questi studi emerge come in Israele vennero rinchiusi nei campi di lavoro moltissimi civili: uomini, in età «da combattimento» (15-55 anni), ma anche anziani e bambini. Ad esempio, nel campo di Ijlil nel luglio 1948 c’erano tra gli internati 90 anziani e 77 ragazzi di 15 anni o più giovani. Quasi tutti i prigioVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Petrolio: gli otto colli di bottiglia che mettono a rischio i mercati

    di Paola OttinoL’attacco all’Iran ha acceso i riflettori su Hormuz, il punto con la massima concentrazione di rischio geopolitico al mondo. Ma non è l’unico snodo cruciale per la stabilità economica internazionale. In tutto sono otto i passaggi obbligati da cui dipende il commercio marittimo globale. I cosiddetti resource chokepoint rappresentano il tallone d’Achille della globalizzazione. Larghi pochi chilometri, trasformano la catena di approvvigionamento in una rete fragile, dove un blocco può provocare una crisi globale.IN BREVEColli di bottiglia Le catene di approvvigionamento globali dipendono da otto passaggi marittimi obbligati. Questi snodi geografici rappresentano il punto di massima fragilità del commercio.Rischio geopolitico Lo Stretto di Hormuz concentra il 20% del transito petrolifero mondiale. Un blocco in questo singolo punto può destabilizzare l’intero sistema economico internazionale.Arterie asiatiche Il 29% del greggio marittimo attraversa lo Stretto di Malacca. La sua centralità lo rende un nodo strategico dove si intrecciano sicurezza e competizione globale.Instabilità climatica Oltre ai conflitti, la crisi climatica minaccia il transito nel Canale di Panama. La siccità riduce i livelli idrici, limitando la capacità di trasporto dei prodotti energetici.Geopolitica delle reti La sicurezza energetica non riguarda quindi più solo la scarsità di risorse. La vera sfida risiede nella resilienza delle reti e nella diversificazione delle rotte.Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz sono tornate al centro della cronaca internazionale. Incidenti, minacce alla navigazione e dimostrazioni di forza militare hanno riacceso i timori su uno dei passaggi marittimi più cruciali del pianeta. Non è un caso. Da questo stretto transita il 20 per cento circa del petrolio mondiale. Pertanto, quando Hormuz vacilla, non è solo il Golfo Persico a essere coinvolto, ma l’intero sistema economico globale.Questi punti critici restano invisibili finché tutto funziona. Ogni giorno petrolio, gas, minerali strategici e merci industriali attraversano stretti, canali e corridoi logistici senza attirare l’attenzione. Basta però un conflitto, un attacco o una crisi climatica per trasformare questi passaggi in epicentri di instabilità. Sono i cosiddetti resource chokepoint, cioè i colli di bottiglia geografici attraverso cui transitano risorse cruciali per il funzionamento del sistema internazionale (figura sotto).L’idea che sta alla base dell’intero sistema è tanto semplice quanto potente: non conta solo la quantità di risorse, ma da dove transitano. Se un bene fondamentale è incanalato in pochi passaggi obbligati, una perturbazione locale può generare conseguenze globali. Studi recenti https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#57457090-157c-4737-8d8f-ae1154178f7a sulle reti del commercio e dei trasporti mostrano che l’interruzione di questi nodi produce effetti sproporzionati perché concentra in pochi chilometri di mare una quota enorme dei traffici planetari.Si stima che, ogni anno, fino a 192 miliardi di dollari di commercio globale siano esposti a possibili interruzioni in questi passaggi. Le perdite economiche dirette (ritardi, deviazioni di rotta, premi assicurativi e interruzioni degli scambi commerciali) superano invece i 10 miliardi di dollari annui, a cui si aggiungono ulteriori costi dovuti all’aumento dei noli e alla riduzione della capacità di trasporto.Paradigma HormuzLo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il Mar Arabico ed è sufficientemente profondo e largo da consentire il passaggio delle più grandi petroliere del mondo. La crisi che sta investendo questo snodo ha portato alla ribalta due oleodotti alternativi nell’area del Golfo che consentono di aggirare lo Stretto: l’East-West dell’Arabia Saudita e l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline(oleodotto Habshan-Fujairah) degli Emirati Arabi (figura sotto).Bastano pochi giorni di blocco per generare deviazioni di migliaia di chilometri, aumenti dei costi di trasporto e di assicurazione, congestione delle rotte alternative e ritardi a catena nelle filiere produttive. Il risultato è una cascata di costi che si propaga ben oltre l’epicentro della crisi, coinvolgendo economie anche molto distanti.Nel complesso, le due infrastrutture potrebbero fornire circa 4,7 milioni di barili al giorno. La compagnia petrolifera nazionale degli Emirati, inoltre, continua a espandere le infrastrutture che alimentano il polo energetico di Fujairah, uno dei più importanti centri di stoccaggio e rifornimento di petrolio del sistema marittimo globale.Hormuz è un caso paradigmatico perché concentra una quota enorme dei flussi energetici mondiali e collega direttamente rivalità regionali, deterrenza navale e volatilità dei mercati. Ma anche altri snodi svolgono un ruolo analogo (figura sotto).Malacca principale corridoioLo Stretto di Malacca, cerniera naturale tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, rappresenta uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Situato all’ingresso sud-occidentale del Mar Cinese Meridionale, costituisce un passaggio obbligato per le rotte commerciali ed energetiche che collegano l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa orientale ai mercati dell’Asia-Pacifico. In questo spazio ristretto si intrecciano le strategie delle principali potenze, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche di attori regionali come India e Giappone.Dal punto di vista economico, lo stretto è una delle arterie più trafficate del pianeta. Secondo stime della U.S. Energy Information Administration, circa il 29% del petrolio trasportato via mare a livello globale transita attraverso questo passaggio https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#12e096b6-a8e0-4f2d-af9f-ec096b2c9f65. In termini assoluti, si tratta di oltre 20 milioni di barili al giorno, dato che rende lo Stretto di Malacca il principale corridoio per gli idrocarburi a livello mondiale.Parallelamente, analisi di settore indicano che esso convoglia circa il 25-30% del commercio marittimo globale https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#0912c180-89b5-4082-9be1-c6eb51f5f128, a conferma del suo ruolo centrale nelle catene di approvvigionamento internazionali. Rappresentando la rotta più breve tra produttori e consumatori di energia, è un nodo cruciale per la sicurezza energetica.Lo stretto garantisce inoltre l’accesso a Singapore, uno dei più importanti hub portuali del mondo, stabilmente ai vertici globali per volume di traffico container. Un’eventuale interruzione del traffico nello Stretto di Malacca avrebbe effetti immediati sull’interscambio mondiale, con ripercussioni sulle catene di approvvigionamento e sul costo dell’energia, oltre a rischiare di isolare economicamente gran parte del Sud-Est asiatico.Nonostante la sua centralità economica, l’area resta esposta a rischi di sicurezza marittima. La pirateria, pur in forte calo rispetto ai picchi dei primi anni 2000, continua a manifestarsi in forme a bassa intensità. Secondo i dati del Regional Cooperation Agreement Combating Piracy and Armed Robbery against Ships in Asia (ReCAAP), nel 2025 sono stati registrati 132 incidenti, con un incremento del 23% rispetto al 2024.Un ulteriore elemento di vulnerabilità è rappresentato dalla geografia stessa della regione: la presenza di migliaia di isole e canali secondari offre rifugi naturali difficili da controllare, facilitando le attività illegali. Allo stesso tempo, la crescita costante del traffico commerciale, trainata dalla domanda asiatica, aumenta il numero di potenziali bersagli.In questo quadro, lo Stretto di Malacca si conferma non solo come un’infrastruttura naturale fondamentale per l’economia globale, ma anche come uno spazio in cui sicurezza, sviluppo economico e competizione geopolitica si intrecciano in modo sempre più complesso.Mar Rosso nel mirinoIl Canale di Suez, l’oleodotto Suez-Mediterranean (SUMED) e lo Stretto di Bab el-Mandeb sono passaggi strategici per le spedizioni di petrolio e gas naturale dal Golfo Persico verso l’Europa (figura sotto).Nel primo semestre del 2025, le spedizioni totali di petrolio attraverso queste rotte hanno rappresentato circa il 6% del greggio totale trasportato via mare. Tuttavia, i volumi di petrolio sono diminuiti di circa il 50% dal 2023 dopo i primi attacchi delle milizie Houthi contro le navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Alcune imbarcazioni hanno iniziato a percorrere rotte più lunghe e costose, circumnavigando il Capo di Buona Speranza, ed evitando così sia lo Stretto di Bab el-Mandeb sia il Canale di Suez.Le navi russe, invece, sono state raramente prese di mira dagli attacchi delle milizie Houthi e, nel primo semestre del 2025, la Russia ha movimentato più petrolio greggio attraverso il Canale di Suez e il Bab el-Mandeb di qualsiasi altro Paese.C’è del greggio in DanimarcaGli Stretti di Danimarca sono una serie di canali che collegano il Mar Baltico al Mare del Nord (figura sotto).Storicamente, rappresentavano un’importante rotta per le esportazioni marittime di petrolio russo verso l’Europa. Con l’inizio della guerra in Ucraina e le successive sanzioni imposte dall’Ue alle esportazioni di petrolio russo i modelli commerciali globali sono però cambiati. Si stima che nel primo semestre del 2025 siano transitati attraverso gli stretti danesi circa 4,9 milioni di barili al giorno, pari al 6% del commercio marittimo globale. Questo volume è quasi del 60% superiore rispetto al 2021, a causa dello spostamento dei flussi commerciali dalla Russia Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Lo smartphone come anello del potere: l’Iran oltre la nebbia di guerra

    di Francesco CosimatoIn un’epoca in cui il cellulare è diventato uno strumento di dominio, il flusso digitale plasma la percezione pubblica molto più dei dati oggettivi. L’attacco di Washington e Tel Aviv a Teheran viene narrato come una marcia trionfale. Eppure il fumo mediatico cela una verità ben diversa: arsenali tattici in difficoltà, blocco strategico delle rotte petrolifere, bollette alle stelle. E un cambio di regime che appare più una chimera che una strategia reale.IN BREVEOltre la propaganda Il generale sostiene che la narrazione di una vittoria imminente in Iran cela una realtà di arsenali in affanno e rotte petrolifere bloccate, rendendo il cambio di regime una chimera strategica.Limiti potere aereo La dottrina militare insegna che i soli attacchi dal cielo non sono risolutivi. Senza truppe di terra e controllo marittimo, la vittoria resta impossibile.Sfida asimmetrica Teheran conduce una guerra d’attrito economico, distruggendo asset tecnologici da milioni di euro con droni economici a basso costo.Crisi sicurezza globale L’uso di missili a lunga gittata contro la base di Diego Garcia mette in discussione la logistica della Us Navy, negando agli Stati Uniti il concetto di area sicura in mare.Stallo diplomatico Nonostante le pressioni di Washington, gli alleati europei hanno rifiutato interventi fuori area nello Stretto di Hormuz, evidenziando le fratture interne alla Nato.Mentre a Washington e Teheran si parla di «trattative in corso» per una possibile tregua, e il Pakistan si offre per ospitare i colloqui di pace, i cellulari continuano a propinarci una narrazione manichea. L’accesso continuo ai dispositivi elettronici ha trasformato l’informazione in un campo di battaglia, dove le narrazioni dei media mainstream finiscono spesso per orientare la percezione pubblica. La guerra israelo-americana in Iran viene presentata secondo l’usuale dicotomia: una lotta del bene contro il male, della libertà contro la schiavitù, dell’Occidente buono contro l’Oriente cattivo…Peccato che una visione così polarizzata impedisca una comprensione autentica della complessità strategica in atto. Da sempre durante i conflitti è difficile accedere a informazioni corrette e verificate, ma l’attuale apparato propagandistico sembra andare oltre la tradizionale «nebbia di guerra». Il giorno in cui i velivoli israeliani e nordamericani hanno attaccato l’Iran, era il 28 febbraio, abbiamo appreso dalla televisione che in quattro giorni la capacità nucleare iraniana sarebbe stata distrutta e che il regime al potere sarebbe cambiato.Il tempo, però, è implacabile nello smascherare le bugie. La dottrina militare, insegnata nei Corsi di Stato Maggiore, mette in chiaro che le sole operazioni aeree non possono essere risolutive. L’«Arte militare aerea» spiega che il controllo di un territorio conteso richiede necessariamente un contingente terrestre. È un principio ben noto ai militari (io l’ho imparato nell’anno accademico 1993-1994), ma sembra far fatica a entrare nella testa dei politici. Eppure è una questione di logica. Quando si inizia una guerra dall’aria, è necessario concluderla anche sul terreno e, se c’è il mare, come nel caso di specie, bisogna combattere anche per il possesso delle linee di comunicazione marittime.Non solo. Sotto il profilo concettuale, un piano volto a smantellare l’apparato nucleare dell’Iran e a rovesciarne il regime dovrebbe prevedere un’alternativa politica solida, guidata da una figura autorevole capace di raccogliere il consenso popolare. Tentativi in tal senso devono essere stati fatti, visto che Mike Pompeo, già direttore della Cia e Segretario di stato della prima presidenza Trump, ha dichiarato sui social «Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco».A quanto pare, tuttavia, questa parte dell’operazione non sta riuscendo. Dal 1979, anno di insediamento dell’ayatollah Khomeini al potere, la preparazione di un’alternativa credibile al sistema degli Ayatollah sembra essere stata gestita con carenze simili a quelle riscontrate nei teatri iracheno e afghano. Resta peraltro una domanda: come può l’Occidente promuovere un cambio di regime all’estero quando fatica a mantenere consenso al proprio interno?In questo clima, tutto quello che i media ci raccontano viene smentito dai fatti. Mentre il presidente Donald Trump annuncia la fine imminente delle ostilità, l’obliterazione della Marina e dell’Aeronautica militare iraniane e un crollo imminente delle Forze armate, la realtà sul campo risulta differente. I missili iraniani continuano a colpire le basi americane in tutto il Golfo. Quanto al drone italiano andato distrutto nella base di Ali Al Salem in Kuwait il 15 marzo, si trattava di un MQ-9 Reaper (Predator B) a pilotaggio remoto, il cui valore stimato supera i 30 milioni di euro.Ebbene: è stato colpito da un drone kamikaze di fabbricazione iraniana dal costo stimato tra i 20.000 e i 50.000 dollari. In pratica, l’Iran sta distruggendo asset da 30 milioni di euro con munizioni da massimo 50.000 dollari. In termini di rapporto di spesa, questo significa che l’Iran sta conducendo una sfida asimmetrica di logoramento: a stare larghi, con il costo di un singolo drone MQ-9 Reaper, si potrebbero teoricamente acquistare 600 droni kamikaze da 50.000 dollari l’uno.L’Iran quindi non sta combattendo solo una guerra tattica, ma anche una guerra d’attrito economico. Neutralizzare un obiettivo d’alto valore con un vettore così economico permette all’Iran di colpire investendo appena lo 0,15% rispetto al capitale tecnologico messo in campo dall’avversario.Ma l’evento spartiacque è un altro. Il 21 marzo, l’Iran ha lanciato due missili iraniani a lunga gittata che, diretti contro la base anglo-americana di Diego Garcia, territorio britannico nell’Oceano Indiano, sono esplosi vicino all’isola dopo un volo di circa 4.000 chilometri. Evidentemente, qualche capacità residua agli Ayatollah è rimasta. Ma, soprattutto, l’uso di missili a lunga gittata nega agli Stati Uniti il concetto di «area sicura» nell’Oceano Indiano, mettendo in discussione la logistica globale della Us Navy. Inoltre, nonostante la diffusione di filmati che mostrano la distruzione di obiettivi iraniani, il persistere di attacchi missilistici verso Israele suggerisce che la fine del conflitto sia ancora lontana.Colpisce anche la reazione impaurita delle società occidentali: seppur geograficamente distante, la guerra fa sentire i suoi contraccolpi con effetto immediato, soprattutto sui costi dell’energia. Allo stesso tempo, in Iran si registrano manifestazioni di sostegno al regime anche sotto i bombardamenti. Ricordo di aver ascoltato in molte riunioni dei Comandi Nato le elucubrazioni degli esperti di «guerra psicologica», che ci spiegavano come avrebbero conquistato «i cuori e le menti della popolazione». Dalla Bosnia al Kosovo, dall’Iraq all’Afghanistan, e adesso anche in Iran, tali strategie non sembrano aver conseguito i risultati sperati.Mentre i media occidentali continuano a ripeterci che gli iraniani non hanno più una Marina da guerra, gli Ayatollah mettono limiti al passaggio delle navi mercantili nello Stretto di Hormuz, i listini delle borse occidentali vanno a picco, il petrolio e il gas salgono… Ma – niente paura – secondo i nostri media tutto si sistemerà presto.Come se la situazione non fosse abbastanza tragica, dopo averci rassicurato Trump ha chiesto agli alleati Nato europei di aiutarlo a garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti non possono assicurare. La risposta è stata negativa. D’altronde, l’Alleanza opera principalmente nell’area euro-atlantica e gli interventi «fuori area» richiedono condizioni specifiche ben note sul piano diplomatico.Gli ufficiali di Stato maggiore che lavorano in comandi di grandi unità devono avere sul tavolo il manuale dell’Alleanza Atlantica sul quale c’è scritto che interviene nell’area denominata Attu (Atlantic To Urals: dall’Atlantico agli Urali). E non dall’Atlantico al Golfo Persico. Interventi «fuori area» – come la missione Nato in Bosnia, autorizzata per la sussistenza di una specifica risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – richiedono mandati specifici. Un fatto conosciuto da tutti i diplomatici e da tutti i militari, ma evidentemente non dai politici.Al di là della retorica, la caduta del regime iraniano appare oggi improbabile. I bombardamenti dal cielo non sembrano aver ridotto la capacità di risposta missilistica iraniana. Lo Stretto di Hormuz resta impraticabile per le navi occidentali, esposte come sono a minacce asimmetriche. Il resto, più che nebbia di guerra, sembra propaganda.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleFrancesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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    Israele: il declino del sionismo laico e l’ascesa della guerra metafisica

    di Elisabetta BurbaDalla Bibbia come «atto di proprietà» evocato da Ben Gurion al suo utilizzo come guida metafisica da parte di Netanyahu, il sionismo israeliano ha attraversato una profonda metamorfosi. Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è progressivamente intrecciato con correnti religiose e messianiche, soprattutto dopo il 1967. Oggi il richiamo alle Scritture non appare più solo come un elemento identitario, ma contribuisce a ridefinire il conflitto in termini messianici, rendendo più difficile ogni prospettiva di compromesso.Seconda puntata della serie Da Israele agli Usa, come la Bibbia è stata trasformata in manuale militare.IN BREVEMetamorfosi del sionismo Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è trasformato dopo il 1967 in un’ideologia messianica che usa i testi sacri come guida operativa.Uso politico dei testi sacri Se per i padri fondatori la Bibbia era un «Kushan», ovvero un atto di proprietà storico, per la leadership attuale è un manuale bellico che detta le coordinate del futuro.Radici del radicalismo Figure come il rabbino Kook hanno fornito legittimazione teologica al movimento dei coloni, spostando il baricentro politico verso visioni escatologiche e dogmatiche.Archetipi e guerra totale Invocando Amalek contro l’Iran, Netanyahu ha trasformato la strategia in imperativo religioso: lo scopo non è più la deterrenza, ma l’eradicazione metafisica del nemico.Tramonto della diplomazia L’invasione del sacro nella vita dello Stato rende il compromesso impraticabile, inquadrando i conflitti come lotte assolute e rendendo l’escalation inevitabile.«Duemilacinquecento anni fa, nell’antica Persia, un tiranno si levò contro di noi con lo scopo di distruggere il nostro popolo […] Oggi, a Purim, il destino è stato segnato e la fine del regime malvagio arriverà». Alla vigilia della festa religiosa ebraica, il 28 febbraio 2026, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’inizio dei bombardamenti congiunti Israele-Usa contro l’Iran: l’operazione Roaring Lion / Epic Fury.Gran parte dei media si è concentrata sulle implicazioni militari e diplomatiche degli attacchi, non prestando attenzione alla cornice simbolica usata da Netanyahu per presentarli. In realtà, la citazione offre un indizio sulla chiave attraverso cui il primo ministro interpreta il conflitto in Medio Oriente. Una chiave incentrata sulle Sacre Scritture.Purim è la festa che celebra la salvezza miracolosa del popolo ebraico da un tentativo di sterminio nell’antica Persia, come narrato nel Libro di Ester della Bibbia. Anche il nome dell’operazione ha un chiaro riferimento biblico: Roaring Lion, Leone ruggente. Il nome, che sarebbe stato scelto da Netanyahu, si basa principalmente su un versetto del Libro dei Numeri (23:24): «Ecco, un popolo si alza come una leonessa e si erge come un leone; non si corica finché non ha divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi».Non si tratta di semplice retorica bellica o di omaggio alla tradizione. Le parole di Netanyahu sono la dimostrazione plastica della profonda metamorfosi che ha sperimentato una parte rilevante del sionismo. Nato come movimento laico e pragmatico, con la nascita dello Stato di Israele e in particolare dopo la Guerra dei sei giorni, il movimento nazionalista ebraico è finito sotto la crescente influenza di correnti religiose e messianiche. Come risultato, oggi la percezione della Bibbia ha valicato i confini del sacro, diventando sempre più di frequente un manuale operativo che detta le coordinate geografiche e tattiche del futuro.E pensare che i padri fondatori del sionismo erano laici, se non atei. Il movimento non nacque da un impeto religioso, ma da una necessità politica. Dopo aver seguito l’affaire Dreyfus in Francia, il giornalista ungherese Theodor Herzl si convinse che il progetto di integrazione degli ebrei in Europa era di fatto naufragato. Nel febbraio del 1896, pubblicò a Vienna Lo Stato ebraico, un pamphlet in cui sosteneva che l’antisemitismo non era un pregiudizio passeggero, ma un problema strutturale.«Cresce di giorno in giorno, di ora in ora tra i popoli» denunciava Herzl. E concludeva: «Non considero la questione ebraica né una questione sociale né religiosa, per quanto possa di volta in volta assumere l’una o l’altra sfumatura. Essa è una questione nazionale e, per risolverla, dobbiamo prima di tutto trasformarla in una questione politica mondiale, che dovrà essere regolata nel consesso dei popoli civili».Per il giornalista, la «soluzione moderna della questione ebraica» consisteva dunque nell’auto-emancipazione politica degli ebrei verso un proprio territorio sovrano. Subito dopo, iniziò a girare l’Europa alla ricerca dell’appoggio economico e politico per il suo progetto di creare una «dimora sicura» per gli ebrei. L’anno successivo organizzò a Basilea il Primo congresso sionista, dove in seguito dichiarò di aver «fondato lo Stato ebraico».Per i sionisti della prima ora, la Bibbia non era né un riferimento culturale centrale, né una guida strategica. In quella fase, gran parte dei pionieri sbarcati in Palestina venivano da ambienti socialisti, atei e anti-clericali. Volevano «trasformare il deserto» e creare un uomo nuovo, lavoratore e combattente, che rompesse con la figura dell’ebreo religioso della diaspora dedito solo allo studio dei testi sacri.Lo stesso Herzl era stato esplicito su questo punto. Nel capitolo del suo pamphlet intitolato Teocrazia, aveva scritto una dichiarazione d’intenti diametralmente opposta alla deriva messianica che osserviamo oggi. «Avremo dunque, alla fine, una teocrazia? No! La fede ci tiene uniti, la scienza ci rende liberi» scriveva Herzl. «Non permetteremo quindi che sorgano velleità teocratiche da parte dei nostri religiosi. Sapremo come confinarli nei loro templi, così come sapremo confinare il nostro esercito professionale nelle caserme. Esercito e clero devono essere onorati tanto quanto le loro belle funzioni richiedono e meritano. Ma essi non hanno nulla da dire nello Stato che li onora, poiché finirebbero per creare difficoltà esterne e interne».Riletto oggi, quell’avvertimento appare profetico… Eppure, già nella seconda metà degli anni Trenta iniziarono a comparire i primi riferimenti politici al linguaggio biblico. Ai tempi del Mandato britannico, il presidente della Commissione reale sulla Palestina, Lord Peel, chiese a David Ben Gurion se il popolo ebraico possedesse un documento che provava il suo diritto su quella terra. Ben Gurion, che all’epoca era a capo dell’Agenzia ebraica, sollevò il Tanakh, la Bibbia ebraica, e dichiarò: «Questo è il nostro Kushan».Il futuro primo ministro di Israele aveva citato il termine turco con cui l’Impero ottomano, che aveva governato la Palestina fino alla fine della Prima guerra mondiale, definiva l’atto di proprietà. Il Kushan era il documento ufficiale rilasciato dal catasto imperiale di Istanbul per certificare il possesso di un terreno. Ben Gurion usò questa analogia per sostenere che la Bibbia era il titolo di proprietà storico e religioso fondamentale che giustificava il ritorno degli ebrei nella loro patria ancestrale.Ma fu la nascita dello Stato di Israele ad accelerare la trasformazione della Bibbia da testo di preghiera in strumento politico.Una battuta sarcastica che circola fra gli storici di Gerusalemme cattura il paradosso: «I nostri padri fondatori amavano dire: “Dio non esiste, ma ci ha dato uno Stato”». In Dieci miti su Israele, lo storico Ilan Pappé scrive: «In altre parole, sebbene non credessero in Dio, Egli aveva ciò nonostante promesso loro la Palestina». Il paradosso è ribadito anche da un celebre aneddoto attribuito allo stesso David Ben Gurion, che con lucido cinismo avrebbe detto: «Io non credo in Dio, ma ci ha promesso la Terra di Israele».Ben Gurion, che si definiva non credente, andò oltre. Verso il 1958, il primo ministro israeliano istituì un circolo di studi biblici. A casa sua. Non per pregare, ma per analizzare la Sacra scrittura come fonte storica, politica e culturale. Nelle sue letture bibliche, il primo ministro di Israele non pareva cercare Dio, ma una legittimazione. Peraltro, mostrava particolare interesse per le strategie militari narrate nel Libro di Giosuè.Come scrive Tom Segev nel libro A State at Any Cost, The Life of Ben Gurion, il leader sionista leggeva la Bibbia come un «documento politico», quasi come «una guida per governanti». In una nota lo storico riferisce che durante una riunione di Gabinetto Ben Gurion disse: «Secondo la Bibbia, noi abbiamo diritto anche al Sinai, ma la guerra non va sempre secondo la Bibbia». Lo storico aggiunge che il primo ministro «a volte paragonava il sionismo a una religione, parlando di “fede sionista” e una volta arrivò persino a riferirsi ai “comandamenti sionisti”. Vedeva il sionismo come “la luce nascosta nell’anima“ del popolo ebraico». Ben Gurion fu quindi la figura che sdoganò la Bibbia, portandola a valicare i confini del sacro, traghettandola cioè da un contesto puramente religioso a quello politico.Nella metamorfosi del sionismo, lo spartiacque però fu il 1967. A partire dalla Guerra dei sei giorni, correnti religiose e messianiche iniziarono a permeare quello che era nato come un movimento laico e nazionalista. Mentre in precedenza il linguaggio biblico era servito principalmente come legittimazione storica e politica, dopo il conflitto iniziò a essere letto come una profezia in tempo reale. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di altri siti dal profondo significato biblico portò a unVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La lezione di Suez per Hormuz: quando la forza militare non basta

    di Luigi Bruti LiberatiLo storico rilegge la crisi di Suez alla luce delle tensioni nel Golfo persico. Il conflitto del 1956 sancì il tramonto della mentalità imperiale, dimostrando l’impossibilità di garantire la sicurezza delle arterie vitali del commercio con la sola forza militare. E decretò la fine dell’Impero britannico. In quella «guerra piccola e assurda», l’illusione di Anthony Eden di poter mettere in sicurezza Suez con paracadutisti e bombardieri produsse l’effetto opposto: blocco totale del Canale e trionfo del suo avversario, Gamal Abd al-Nasser. L’intervento, nato da un’alleanza segreta tra Londra, Parigi e Tel Aviv, fallì per l’isolamento internazionale e l’opposizione di Usa e Onu. Per il professor Bruti Liberati, il messaggio resta attuale: la stabilità delle rotte marittime non si difende con i cannoni, ma con la legittimità e il consenso.IN BREVEGeopolitica dei punti nevralgici Il controllo delle rotte marittime è il termometro della tenuta dell’ordine internazionale. La gestione dei passaggi obbligati rivela la forza o la fragilità delle potenze globali.Fallimento della forza bruta Nel 1956, l’invasione per blindare il transito commerciale nel Canale di Suez causò l’effetto opposto. Nasser affondò 40 navi, bloccando i traffici e costringendo Londra alla rotta del Capo.Tramonto della mentalità coloniale Il primo ministro britannico Anthony Eden cercò di fermare il declino imperiale con le armi. Ottenne l’isolamento internazionale e la condanna di Usa e Onu, sancendo la fine dell’egemonia britannica.Nascita del multilateralismo Dalla débâcle di Suez nacquero i «caschi blu» delle Nazioni Unite, dimostrando che la stabilità marittima richiede legittimità internazionale e diplomazia. E non semplici alleanze segrete.Lezioni per il presente Oggi come nel 1956, la sicurezza delle arterie commerciali globali non si garantisce con i cannoni. Occorre il consenso politico, evitando avventure militari autolesionistiche.Il dibattito sulla crisi dello Stretto di Hormuz si sta rapidamente spostando oltre la cronaca militare, assumendo i contorni di una riflessione sul destino degli equilibri globali. Non si discute più soltanto di petrolio o di sicurezza marittima, ma di qualcosa di più profondo: la tenuta dell’ordine internazionale. In questo contesto si inserisce il post dell’investitore Ray Dalio: «La posta in gioco si riduce a chi controlla lo Stretto di Hormuz… Abbiamo già visto questo schema in passato: con gli olandesi nel XVII secolo e con gli inglesi nel 1956. Quando una potenza mondiale rivela debolezze militari e finanziarie, l’ordine mondiale cambia». Il punto sollevato da Dalio non è isolato. Sempre più analisti leggono il conflitto iraniano come uno snodo potenzialmente decisivo. Il controllo di Hormuz – attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – è diventato un test della credibilità delle grandi potenze. Le crescenti tensioni nel Golfo persico hanno così acceso i riflettori su uno dei «fiaschi» più significativi del Novecento: la crisi di Suez. Il richiamo alla débâcle anglo-francese del 1956 non è solo un esercizio per accademici, ma diventa un monito sul destino delle potenze globali. Per approfondire il dibattito abbiamo chiesto un intervento al professor Luigi Bruti Liberati, che ha studiato le dinamiche che portarono alla fine dell’egemonia di Londra in Medio Oriente. Da storico rigoroso, Bruti Liberati non si presta a paragoni forzati, analogie facili o sovrapposizioni superficiali, ma utilizza il 1956 come lente per analizzare i rischi del presente.Per comprendere la crisi di Suez occorre partire da lontano, dal colpo di Stato in Egitto degli Ufficiali liberi nel 1952 e dall’ascesa di Gamal Abdel al-Nasser. Il nuovo regime egiziano si pose un obiettivo ambizioso: modernizzare il Paese e sottrarlo alla dipendenza economica e politica dell’Occidente. In questo quadro si inseriva il progetto della diga di Assuan, un’opera colossale che richiedeva capitali enormi, destinata a garantire energia e controllo delle acque del Nilo.In un primo tempo, Stati Uniti e Regno Unito si dichiararono disponibili a finanziarla, ma nel luglio 1956 ritirarono bruscamente l’offerta. Fu una decisione politicamente miope, che provocò immediati contraccolpi. Il passo indietro di Washington e Londra costrinse Nasser a rivolgersi all’Unione Sovietica, che finanziò la costruzione della Diga. In tal modo, l’Egitto si inserì nel gioco della Guerra fredda, diventando un avamposto sovietico in un Medio Oriente sino ad allora egemonizzato dal Regno Unito. La conseguenza più grave fu però un’altra. Il 26 luglio 1956, il presidente egiziano nazionalizzò il Canale di Suez.Piccola guerra assurdaSebbene Londra e Parigi gridassero allo scandalo, la mossa di Nasser era tutt’altro che illegittima. Il presidente egiziano aveva solo anticipato i tempi. La concessione firmata da Ferdinand de Lesseps con il viceré d’Egitto prevedeva una durata di 99 anni a partire dall’apertura del Canale. Poiché il Canale era stato inaugurato nel 1869, la restituzione naturale e pacifica all’Egitto era prevista per il 17 novembre 1968.I timori occidentali erano due. Il primo riguardava un presunto ricatto petrolifero. Nel 1956, l’Europa occidentale aveva appena completato la transizione dal carbone al petrolio per alimentare la ricostruzione post-bellica e il boom industriale. E circa il 67% del suo fabbisogno petrolifero proveniva dal Medio Oriente. Di questo, tre quarti passavano attraverso il Canale di Suez o tramite oleodotti che terminavano nel Mediterraneo orientale.Il timore non era solo che Nasser alzasse i pedaggi, ma che potesse chiudere fisicamente o sabotare il Canale. Un timore infondato, dato che per l’Egitto i proventi del Canale sarebbero stati vitali. Per Nasser, quindi, era essenziale mantenerlo aperto ed efficiente. Il secondo timore degli europei era la presunta incapacità tecnica degli egiziani di gestire il Canale. Anche questo era infondato. Si trattava – ahiloro – dell’inveterato concetto di supremazia razziale degli occidentali sui popoli «colorati», più volte sfatato nella storia recente.Alleanza dei filibustieriLa reazione militare nacque da un intreccio di interessi sporchi. A Ben Gurion, la mossa egiziana apparve come un dono dal cielo. Israele necessitava di armi moderne (che la Francia, impegnata in Algeria, avrebbe fornito in cambio di un attacco a Nasser, sostenitore del Front de Libération Nationale) e voleva una guerra preventiva nel Sinai.Durante l’estate si formò così un asse anglo-franco-israeliano che prevedeva un’azione militare congiunta contro l’Egitto. Tra il 22 e il 24 ottobre si tenne in Francia un incontro segreto tra Ben Gurion, il ministro della Difesa francese Maurice Bourgès-Maunoury e il ministro degli Esteri britannico Selwyn Lloyd. Ne risultò il Protocollo di Sèvres.Il patto prevedeva un attacco israeliano nel Sinai sino a raggiungere il Canale e un intervento franco-britannico, che sarebbe stato presentato al mondo come un’azione tesa a ripristinare la pace tra i due avversari e a proteggere l’importante via di comunicazione. Dal canto suo, Ben Gurion mostrava il consueto pragmatismo, dato che secondo lui Israele non poteva che guadagnare da questa piccola guerra, che avrebbe potuto portare alla caduta del regime egiziano o comunque a indebolirlo pesantemente. Un calcolo che si rivelò in gran parte sbagliato.Il 29 ottobre Israele aprì le ostilità. Il giorno dopo, a Londra, il primo ministro Anthony Eden si alzò alla Camera dei Comuni e annunciò che il governo di Sua Maestà aveva inviato a Israele ed Egitto un ultimatum. Mentre i paracadutisti britannici e francesi scendevano su Porto Said, il mondo iniziava a vedere l’invasione non per quella che era ufficialmente – un’azione di pace – ma per ciò che era realmente: un atto di aggressione neocoloniale.Quindi Ben Gurion fornì a Francia e Regno Unito l’alibi per un intervento che ufficialmente sarebbe dovuto servire a riportare la pace e proteggere il Canale. Come si seppe dopo, con la sua dichiarazione del 30 ottobre, Eden aveva ingannato il Parlamento, l’opinione pubblica britannica e tutto il mondo. Un’astuzia che avrebbe poi pagato di persona.Annotazione curiosa: il nesso con la situazione attuale è evidente. Ma rispetto a Suez i giochi sono molto più alla luce del sole. Il 2 marzo 2026, durante un incontro con i giornalisti al Campidoglio, Marco Rubio ha spiegato che gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi preventivi contro l’Iran perché sapevano che Israele stava per condurre un’azione militare contro Teheran.Secondo il Segretario di Stato, un attacco israeliano avrebbe provocato una rappresaglia iraniana immediata contro le forze americane nella regione, con un rischio elevato di vittime statunitensi. Per questo, Washington ha scelto di agire per prima in modo preventivo.Isolamento internazionaleDal punto di vista strettamente militare, l’operazione fu un rapido successo. La campagna del Sinai si concluse in pochi giorni con la completa disfatta del Cairo. Peraltro, già il 31 ottobre gli occidentali avevano colpito l’Egitto con bombardamenti aerei, azione che contrastava del tutto con la loro pretesa di presentarsi come mediatori e portatori di pace.Di pari passo, L’Unione Sovietica approfittò della situazione per schiacciare la rivolta ungherese. A Budapest, il 23 ottobre la popolazione era insorta e aveva cacciato il governo filosovietico. La mossa franco-britannica a Suez diede a Mosca un grosso aiuto. Il ragionamento era questo: se i due principali Paesi Nato europei mandavano i loro carri armati in Egitto, l’Unione Sovietica poteva fare altrettanto in Ungheria. E lo fece.Su Suez, Regno Unito e Francia si trovarono isolati. Gli Stati Uniti di Dwight D. Eisenhower, infuriati per il parallelismo con la repressione sovietica in Ungheria (che il conflVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Todd: «L’America ha abbandonato la democrazia ed è diventata un impero del terrore»

    di Emmanuel ToddSecondo Todd, gli Stati Uniti hanno rinunciato al modello democratico-liberale per trasformarsi in un sistema imperiale mosso da un’irrazionale ebbrezza per la violenza. Parallelamente, l’Iran mostra una inaspettata capacità di resistenza. Todd spiega che il Paese sciita è radicalmente diverso dal mondo arabo sunnita incentrato sui clan. La forza di Teheran non risiede nel clero, ma in una struttura sociale capace di produrre burocrazie impersonali e una classe d’eccellenza di ingegneri. Realtà, queste, che i dirigenti europei dovrebbero mettere a fuoco, per non farsi travolgere dai mutamenti di un mondo che sta traballando.IN BREVEDeriva imperiale A parere di Emmanuel Todd, gli Stati Uniti hanno abbandonato il modello liberal-democratico per un sistema imprevedibile e violento, dominato da un’irrazionale ebbrezza per la guerra.Razionalità autocratica L’antropologo sottolinea come, mentre l’Occidente agisce in modo folle, i leader di Russia, Cina e Iran mostrano comportamenti più lucidi e rispettosi del diritto internazionale.Resilienza tecnologica L’Iran non è il «Paese dei mullah», ma un moderno «Stato di ingegneri», capace di produrre burocrazie solide e innovazioni militari come i droni.Evoluzione negata Le interferenze di Washington hanno impedito la naturale transizione democratica della rivoluzione iraniana, favorendo l’ascesa delle fazioni più conservatrici.Cecità europea Per Todd, le élite dell’Unione Europea mancano dell’immaginazione necessaria per comprendere il crollo imminente degli equilibri globali e della stabilità americana.L’antropologo Emmanuel Todd, celebre per aver anticipato il collasso del blocco sovietico, interpreta l’escalation in Medio Oriente come il riflesso di una crisi strutturale dell’Occidente. Nella seconda parte del dialogo realizzato in Giappone con il suo editore Bungeishunju, lo studioso delinea i contorni di un sistema americano che, smarrita la propria funzione democratica, sembra scivolare in un nichilismo bellico guidato dall’imprevedibilità. Todd non legge più l’offensiva contro Teheran come una strategia geopolitica coerente, ma come il sintomo del disfacimento di un ordine internazionale che ha sostituito la diplomazia con lo scatenamento della violenza.Che interesse hanno gli Stati Uniti in questo attacco? Non sembra avere alcuna relazione con la posizione America first di Trump.«Quelle che chiamiamo democrazie occidentali, degli Stati Uniti, dell’Europa e così via, sono nel loro comportamento completamente imprevedibili, violente, irrazionali o codarde. Sull’attacco all’Iran, inizialmente ero partito da un’ipotesi razionale: l’obiettivo di far dimenticare la sconfitta in stile russo e in stile cinese. Tuttavia, credo sempre più che debbano prevalere le interpretazioni irrazionali. Non bisogna più cercare una razionalità nell’azione americana. Occorre pensare in termini di ebbrezza per la violenza e per la guerra. Sotto questo aspetto, la situazione ricorda sempre più l’epoca della Seconda guerra mondiale, che si è conclusa come un puro e semplice scatenamento di odio da parte della Germania nazista contro tutti i popoli. La questione non è la stessa. Gli Stati Uniti non sono antisemiti, ma sono profondamente turbato – essendo io stesso di origine ebraica – nel vedere come la questione di Israele, e dunque degli ebrei, sia di nuovo al centro dei problemi. C’è come un mistero storico, un inconscio storico, un’inquietudine… Qualcosa su cui dobbiamo riflettere ed essere vigili, attenti, prudenti. La situazione sta diventando davvero molto molto pericolosa. Vorrei esprimere la mia inquietudine e la mia sorpresa in un altro modo. Sono per una parte cittadino francese. Sono legato alla democrazia liberale, sono un uomo tradizionale e sono peraltro uno storico. L’aspetto più straordinario della situazione attuale è vedere come i dirigenti di quelle che chiamiamo democrazie occidentali – degli Stati Uniti, dell’Europa e così via – siano completamente imprevedibili, violenti, irrazionali o pavidi nel loro comportamento. Mentre i dirigenti delle dittature – da Putin in Russia a Xi Jinping in Cina e, in fondo, persino il regime iraniano – hanno un comportamento più razionale, comprensibile e rispettoso del diritto internazionale. L’idea che i dirigenti delle democrazie si comportino come folli e che i dittatori si comportino come persone ragionevoli mi fa pensare che il nostro mondo sia impazzito».Per queste operazioni militari, Trump è alleato con Israele e Benjamin Netanyahu. Ma ciò, dal punto di vista della politica interna, non rischia di allontanarlo dagli americani? Visto che non sembra ottenere consensi sul piano interno, come si può giustificare tale decisione?«Bisogna capire che la violenza di Trump e della sua amministrazione si esercita sia verso l’interno sia verso l’esterno. È la stessa violenza. La questione che si pone è: che cosa significano ormai le elezioni nel sistema americano? In teoria, gli americani sono contrari alla guerra. Sì, una schiacciante maggioranza è effettivamente contraria alla guerra, ma ciò non fa alcuna differenza: il governo muove guerra lo stesso. Non so affatto cosa potrebbe succedere se le elezioni ribaltassero la maggioranza di Trump. Il punto è che ora bisogna essere capaci di immaginare tutto, compreso un crollo della democrazia americana sul piano interno. L’incertezza risiede nella lotta con l’Iran, sostenuto dalla Cina e dalla Russia, ma l’incertezza è anche nell’evoluzione interna della società americana. L’America non è più una nazione democratico-liberale. L’America è un sistema imperiale dove non si vede più bene il limite tra l’interno e l’esterno. E davvero bisogna essere umili, bisogna ammettere che non si sa ma bisogna essere pronti a immaginare tutto. Vale a dire che c’è un dovere di immaginazione. Ciò che ha reso possibile la Seconda guerra mondiale, il nazismo, i campi di concentramento, è che nessuno poteva immaginare che Hitler fosse possibile. Allo stesso modo, attualmente, credo ad esempio che i dirigenti europei e gli intellettuali europei non abbiano l’immaginazione necessaria per capire che l’America e il mondo stanno traballando. Dunque bisogna stare all’erta: vedremo cose che nemmeno potevamo immaginare. Dobbiamo essere umili. I dirigenti europei, credo, non hanno la minima idea di ciò che sta accadendo. Bisognerebbe tracciare una curva della crescita della violenza. Prendiamo il caso di Israele: chi avrebbe immaginato, 10 anni fa, che qualcosa come il genocidio di Gaza sarebbe stato possibile? Chi sarebbe stato capace di immaginare questi attacchi ripetuti contro un Paese sovrano come l’Iran, che oggi si bombarda? Ma siamo arrivati a questo punto. E quale sarà il prossimo livello di violenza?»Nei suoi libri precedenti, lei ha spiegato le differenze tra i Paesi arabi della regione e l’Iran, che è persiano e sciita. Lo descrive come più vicino ai Paesi occidentali: che cosa significa?«La grande differenza tra l’Iran sciita e i Paesi arabi sunniti riguarda il sistema familiare. Il sistema familiare del mondo arabo sunnita è un sistema patrilineare, di clan, dove la parentela è talmente importante che la costruzione di uno Stato moderno e dei suoi apparati risulta molto difficile. Al contrario, in Iran, il sistema familiare è molto diverso. La famiglia è nucleare. La condizione delle donne, a differenza di quanto si pensa spesso, è molto migliore rispetto alle regioni sunnite. L’Iran ha una capacità di organizzazione dello Stato e dell’esercito che è di tutt’altra natura. È per questo, d’altronde, che l’Iran è capace di resistere alla “decapitazione” (dei suoi leader, ndr) poiché la società iraniana sciita è capace di produrre burocrazie impersonali che sopravvivono al cambio dei dirigenti. Dunque, è una società di una natura completamente diversa rispetto a quelle dei Paesi arabi. E se gli americani falliscono nel tentativo di disorganizzare la società iraniana, falliscono nel tentativo di scatenare una guerra civile, è perché non capiscono questa differenza fondamentale fra Iran sciita e mondo sunnita. L’Iran ha anche una dinamica educativa molto più forte dei Paesi arabi. È un Paese che forma un numero enorme di ingegneri. La fascinazione per la tecnica e per la formazione ingegneristica è tipica dell’Iran. L’Iran non è un “Paese di mullah” clericali. È un Paese di ingegneri. Ed è in virtù di questo che gli iraniani sono stati capaci di costruire tutti quei missili balistici, tutti quei droni. Hanno inventato l’utilizzo militare dei droni: è un’invenzione iraniana che ha rivoluzionato la guerra dell’Ucraina e che attualmente ha elementi decisivi della situazione militare».Riguardo alla rivoluzione del 1979, lei ha detto che la considera democratica. Può spiegare questa sua posizione?«Innanzitutto, ogni rivoluzione è per definizione democratica, poiché si tratta di una sollevazione popolare. Ciò che impedisce alle persone di vederla come democratica è la sua colorazione religiosa. Ma le rivoluzioni inglesi – la prima rivoluzione, più la “Rivoluzione gloriosa” – erano in fondo delle rivoluzioni protestanti. Non c’è alcuna incompatibilità tra la religione e la rivoluzione. Il vero dramma dell’Iran è che gli interventi occidentali gli hanno impedito di evolvere verso una democrazia pacificata. Vale a dire: una rivoluzione comincia sempre con la violenza e in seguito le cose si mettono a posto. Ma ogni intervento occidentale, americano in particolare, con i blocchi economici e così via, non ha fatto altro che rinforzare in modo incessante il campo conservatore. Dunque, la traiettoria dell’Iran sarebbe dovuta essere quella della Francia, che è passata da una rivoluzione molto sanguinosa alla Terza Repubblica. Quindi, si è impedita la nascita della prima vera democrazia del mondo musulmano e la si è trasformata in questo regime, effettivamente molto violento, effettivamente molto sanguinoso. Ma tutto ciò a causa dell’intervento occidentale».Testo tratto da: https://www.youtube.com (traduzione dal fVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Kosovo: la pulizia etnica dei cristiani in carta bollata

    di Maria PappiniIl Patriarca serbo-ortodosso ha lanciato un Sos ai grandi della terra: una legge appena entrata in vigore a Pristina sta costringendo a una scelta i pochi serbi rimasti nel territorio conteso. O rinunciano all’aiuto delle istituzioni della Serbia oppure se ne devono andare. In entrambi i casi, si tratta di una scelta senza via di ritorno, perché senza il sostegno sanitario, scolastico e amministrativo di Belgrado i serbi in Kosovo non sopravvivono. Approvata dal Parlamento kosovaro-albanese nel 2013, la Legge sugli stranieri è entrata in vigore in forma integrale il 15 marzo 2026. Su pressione dell’Unione europea, il giro di vite all’ultimo minuto è stato sospeso, seppur in modo parziale e temporaneo. Ma la legge resta in vigore, il futuro istituzionale delle scuole e degli ospedali serbi rimane irrisolto e la moratoria di 12 mesi è solo una misura transitoria, non una soluzione.IN BREVESos ai grandi della terra Il Patriarca Porfirije ha chiesto l’intervento dei leader mondiali per scongiurare l’esodo definitivo dei serbi dal Kosovo. In gioco è la sopravvivenza millenaria delle comunità cristiane e dei monasteri.Presenza cristiana millenaria In Kosovo sorgono i pilastri della fede ortodossa: il Patriarcato di Peć, il «Vaticano serbo-ortodosso», e il monastero di Dečani, patrimonio Unesco protetto dai militari della Nato (in gran parte italiani) da oltre 26 anni.Trappola burocratica La Legge sugli stranieri richiede documenti rilasciati da istituzioni riconosciute da Pristina. E chi non dispone di documenti rilasciati dalle autorità kosovare albanesi risulta a tutti gli effetti uno straniero.Istituzioni parallele Circa 10.000 medici e docenti operano in strutture finanziate da Belgrado non riconosciute da Pristina. Il loro status legale è ora nullo, minando la sopravvivenza di scuole e servizi sanitari.Tregua europea Bruxelles ha ottenuto una moratoria di 12 mesi. Ma è vista come una misura transitoria, meccanismo per il definitivo assorbimento nel sistema kosovaro.Assedio amministrativo Dal 16 marzo scatta il sequestro dei veicoli con targa serba. La misura isola le enclave, impedendo l’accesso a cure e istruzione in zone prive di trasporti pubblici.«La sopravvivenza del nostro popolo nella sua terra ancestrale, abitata da secoli, è in gioco». Il patriarca Porfirije, capo della Chiesa ortodossa serba, il 13 marzo 2026 è ricorso all’extrema ratio. Non sapendo più a chi appellarsi, ha scritto ai leader delle principali potenze mondiali: da Papa Leone XIV a Vladimir Putin, da Donald Trump a Emmanuel Macron, fino a Giorgia Meloni e al segretario generale Onu António Guterres.Siamo abituati a pensare che la persecuzione dei cristiani e la loro espulsione silenziosa appartengano al Medio Oriente, all’Iraq, alla Siria, alle città devastate dalla guerra e dal fondamentalismo islamico. Siamo molto meno inclini ad ammettere che la pressione contro una presenza cristiana storica possa consumarsi nel cuore dell’Europa, sotto il linguaggio apparentemente neutro delle norme, delle procedure e dell’«allineamento». Eppure, è proprio questo il nodo kosovaro: quando la nuova misura amministrativa minaccia scuole, ospedali e 1.300 luoghi santi ortodossi, ciò che viene colpito è la continuità stessa di una comunità.Il nodo politico nasce qui. Il Kosovo, che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia nel 2008 senza neppure un referendum, considera l’applicazione della nuova legge sugli stranieri un normale esercizio di sovranità statale. La realtà sul terreno è però molto più complessa. Decine di migliaia di serbi del Kosovo continuano a vivere dentro un sistema istituzionale parallelo sostenuto da Belgrado: utilizzano documenti serbi, ricevono stipendi dallo Stato serbo e lavorano in scuole, università, ospedali e servizi sociali che Pristina non riconosce.La cosiddetta Legge sugli stranieri del Kosovo non è una norma nuova. Approvata nel 2013 (numero 04/L-219) e modificata nel 2019, è rimasta per anni applicata in modo parziale, soprattutto nelle aree a maggioranza serba. Dal 15 marzo 2026, però, Pristina ha deciso di farne valere integralmente le disposizioni, insieme alla normativa sui veicoli (numero 05/L-132 del 2017).La legge sugli stranieri stabilisce che chiunque non possieda la cittadinanza kosovara e rimanga nel territorio per più di tre giorni debba registrarsi presso la polizia e ottenere un permesso di soggiorno basato su un titolo legale riconosciuto – lavoro, studio, ricongiungimento familiare o altre motivazioni previste dalla normativa. Per le autorità kosovare, chi non dispone di documenti rilasciati da Pristina – cittadinanza, carta d’identità o permesso di soggiorno – è dunque a tutti gli effetti uno straniero. In caso di mancata regolarizzazione sono previste sanzioni amministrative, limitazioni alla libertà di movimento, impossibilità di lavorare, fino al divieto di soggiorno, all’espulsione e al divieto di rientro nel territorio per un periodo che può arrivare fino a un anno.Il problema nasce dal fatto che decine di migliaia di serbi del Kosovo vivono da oltre 15 anni in una vera e propria zona grigia giuridica, finora tollerata di fatto sia dalle autorità kosovare sia dalla comunità internazionale. I serbi kosovari usano documenti rilasciati dalla Serbia, ricevono stipendi da istituzioni finanziate da Belgrado e lavorano o studiano in strutture – università, scuole e ospedali – che non sono registrate nel sistema legale kosovaro.Questo crea ciò che diversi osservatori definiscono una vera e propria trappola amministrativa: la legge richiede documenti rilasciati da istituzioni riconosciute da Pristina, ma le strutture nelle quali migliaia di serbi sono impiegati non possono produrli proprio perché il Kosovo non ne riconosce l’esistenza.A complicare ulteriormente la situazione interviene la normativa sui veicoli, che limita a tre mesi l’uso nel territorio kosovaro di automobili registrate all’estero, in particolare in Serbia (come quelle che usano i kosovari serbi). In caso di violazione, la polizia può rimuovere il veicolo dalla circolazione, confiscare le targhe e, dopo 30 giorni, procedere al sequestro temporaneo del mezzo. Nelle enclave serbe, dove i trasporti pubblici sono quasi inesistenti e l’automobile rappresenta spesso l’unico mezzo per raggiungere scuole, ospedali o luoghi di lavoro, tale misura incide direttamente sulla vita quotidiana delle comunità.La disparità di trattamento normativo rende il quadro ancor più cupo. Mentre per la legge sugli stranieri è stata ottenuta una tregua, il vicedirettore della Polizia del Kosovo, Elshani, ha confermato che dal 16 marzo l’applicazione della legge sui veicoli sarà totale, senza alcuna mitigazione transitoria. Questo contrasto rivela la selettività dell’intervento europeo: una protezione parziale per le persone, ma nessuna tutela scritta per i mezzi necessari a raggiungere scuole e ospedali, rendendo la moratoria sulla residenza un successo a metà.Questa situazione si manifesta in modo molto diverso a seconda delle aree del territorio. La minoranza serba oggi conta circa 100.000 persone in tutto il Kosovo, distribuite tra il territorio a Nord attorno a Kosovska Mitrovica e una serie di enclave sparse nel Sud.A Nord, le quattro municipalità serbe rappresentano ancora oggi l’ossatura stessa della vita quotidiana per circa 40-50.000 residenti serbi. Qui la popolazione dipende in larga parte da istituzioni finanziate da Belgrado e una larga fetta utilizza esclusivamente documenti serbi. A Sud, dove le enclave serbe sono più piccole e disperse, la situazione è diversa. Una parte significativa della popolazione serba si è piegata, dotandosi di documenti kosovari e accettando di avere rapporti più stretti con le istituzioni di Pristina.Se il Nord è politicamente più rumoroso, è nel Sud dei monasteri e delle enclave che si gioca la partita più silenziosa e drammatica. Qui vive la maggioranza dei serbi del Kosovo, in comunità più isolate e vulnerabili, prive del peso istituzionale di Mitrovica. È in queste terre, interamente circondate da territori a maggioranza albanese, che sorgono i pilastri della fede ortodossa: il Patriarcato di Peć, il «Vaticano serbo-ortodosso», e il monastero di Dečani, patrimonio Unesco protetto dai militari della Kfor da oltre 26 anni. Quando il Patriarca scrive al Papa, ha in mente questi luoghi di preghiera ininterrotta da sette secoli, dove anche i monaci – custodi di una presenza millenaria – ricadono oggi sotto le maglie della legge sugli stranieri.Nonostante le rassicurazioni del premier kosovaro-albanese Albin Kurti, secondo le stime più attendibili, circa 10.000 lavoratori, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità, potrebbero essere direttamente toccati dalla nuova applicazione della legge. Tra loro vi sono docenti universitari, insegnanti, medici e personale sanitario che garantiscono servizi essenziali alle comunità serbe.Solo all’Università di Pristina con sede a Kosovska Mitrovica studiano circa 7.000 studenti, mentre tra i 1.180 docenti e dipendenti almeno 550 non possiedono documenti kosovari e rischiano quindi di trovarsi improvvisamente privi di status legale riconosciuto. Quanto al sistema scolastico, gli alunni serbi in Kosovo sono 16.500, distribuiti in 71 scuole primarie e 29 secondarie.In termini formali, il Kosovo sta chiedendo ai serbi del Nord di fare ciò che molti serbi del Sud hanno già fatto: ottenere documenti kosovari, registrarsi presso le istituzioni del Kosovo e ricondurre la propria vita lavorativa e residenziale all’interno del quadro legale kosovaro. Tuttavia, ci sono dei distinguo da fare. A Sud sono presenti piccole enclave. Il Nord ospita invece l’università, il principale ospedale serbo e l’infrastruttura istituzionale critica che rende la vita della comunità serba in Kosovo sostenibile come esistenza collettiva, piuttosto che come una serie di scelte personali isolate. Per la comunità serba, non si tratta di una questione di documenti. È una questioneVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    I crociati dello Studio ovale che invocano la Guerra santa in Iran

    di Elisabetta BurbaLa corrente escatologica che salda gli interessi di Israele e degli Stati Uniti trasforma l’Antico Testamento in un manuale operativo. Mentre l’offensiva bellica colpisce Teheran, la retorica religiosa si intreccia con la dottrina militare. Prima puntata di una serie che analizza le radici teologiche alla base dell’operazione «Epic Fury» e il loro impatto sugli equilibri del potere globale.IN BREVEFede e potere militare La preghiera di una ventina di pastori evangelici alla Casa Bianca segna una convergenza tra fede e potere militare. Trump riceve l’imposizione delle mani mentre l’offensiva contro Teheran prosegue.Cristiani rinati Decine di milioni di «white born again» influenzano la politica Usa, vedendo nello Stato d’Israele il compimento delle profezie bibliche. Per il 74%, il supporto a Gerusalemme è una priorità spirituale.Scritture come manuale La dottrina militare si fonde con la Bibbia: al Pentagono si citano i Salmi per giustificare i combattimenti. Le Scritture diventano così un manuale operativo strategico.Crociata moderna Trump coinvolge direttamente autorità religiose per legittimare la guerra. I critici parlano di un conflitto trasformato in missione messianica senza precedenti.Impatto globale L’asse tra evangelici e ala destra repubblicana trasforma la geopolitica in escatologia. Il destino di una superpotenza nucleare si intreccia con visioni millenaristiche del Medio Oriente.Non un singolo cattolico in vista. Cristiani sionisti a tutto tondo». Con questo sferzante post su X, il 6 marzo il giornalista indipendente statunitense David J. Reilly ha commentato l’ormai celebre fotografia della preghiera nello Studio ovale. Il giorno prima, una ventina di pastori si erano riuniti alla Casa Bianca al cospetto di Donald Trump. Il presidente era seduto alla leggendaria scrivania con gli occhi chiusi, mentre i pastori lo circondavano in piedi. Dopo avergli imposto le mani sulle spalle, sulla schiena e sulle braccia, i leader religiosi hanno invocato Dio, chiedendogli di continuare «a dare al nostro presidente la forza di cui ha bisogno per guidare la nostra grande nazione». Oltre che «grazia e protezione alle nostre truppe e a tutti gli uomini e le donne che servono nelle nostre Forze armate».Una scena che ha scatenato reazioni infuocate, con i critici che l’hanno paragonata a una benedizione politico-militare. La rivista progressista The Nation ha titolato «Un conflitto senza ragione è diventato una pericolosa guerra santa». E ha aggiunto: «In mancanza di una chiara motivazione per l’attacco all’Iran, i trumpisti parlano sempre più come crociati». In pieno conflitto militare, questa scena rappresenta un unicum assoluto.Il solo precedente che si ricorda negli Stati Uniti è quello del presidente William McKinley, che nel 1898 giustificò l’occupazione delle Filippine parlando di un’illuminazione divina. Stando alla versione di McKinley, mentre si interrogava con angoscia sul destino delle ex colonie spagnole, decise di «inginocchiarsi e invocare Dio Onnipotente». Dopo di che ebbe un’intuizione: la missione degli Stati Uniti era quella di «educare i filippini, elevarli, civilizzarli e convertirli al Cristianesimo».Se appare difficile immaginare Trump in ginocchio alla ricerca di un responso dal Cielo, resta comunque il fatto che il presidente McKinley aveva cercato un dialogo solitario con Dio. E, a differenza di Trump, non aveva coinvolto alcuna autorità religiosa per giustificare l’occupazione delle Filippine.Ma chi sono questi uomini di fede che hanno invocato la grazia di Dio a sostegno di una guerra che sta portando morte e distruzione? Non sono cattolici, non sono ortodossi, non sono anglicani. E non appartengono neppure a quelle denominazioni protestanti mainline – luterani, metodisti o presbiteriani – che facevano tradizionalmente parte dell’establishment religioso americano. Sono tutti evangelici: dal primo all’ultimo. Appartengono cioè a quel vasto e diversificato movimento all’interno del protestantesimo, incentrato sull’autorità biblica, la conversione personale e la missione evangelizzatrice. Di più. Molti di questi pastori sono associati a network che attribuiscono un particolare significato teologico al moderno Stato di Israele.È una distinzione fondamentale: la visione evangelica del significato spirituale di Israele differisce in modo sostanziale dall’approccio adottato dalla chiesa cattolica, dalle chiese ortodosse e da gran parte delle storiche confessioni protestanti, i cui insegnamenti ufficiali si guardano bene dall’identificare gli sviluppi politici in Medio Oriente con il compimento delle profezie bibliche.Un’ala prominente della leadership evangelica ha invece adottato una posizione fortemente pro-Israele, inquadrando il sostegno politico allo Stato ebraico all’interno di una narrazione religiosa derivata dalla propria interpretazione delle Scritture.L’organizzatrice principale della preghiera nello Studio ovale è Paula White Cain. Consulente spirituale di Trump, è una tele-evangelista nota per il suo ministero associato al «Vangelo della prosperità». Secondo questa dottrina, la fede in Dio attirerebbe automaticamente ricchezza, benessere e guarigione da ogni malattia. Fin dal 2016, la predicatrice ha un ruolo chiave nei rapporti tra Trump e la base evangelica, il blocco di elettori a lui più fedeli.Gli evangelici rappresentano un vasto movimento che coinvolge più denominazioni religiose all’interno del cristianesimo protestante. Nato storicamente dalla Riforma, è esploso in modo globale nel XX secolo. Il movimento è caratterizzato da due parole chiave: «born-again» (rinati) e «biblici». In sostanza, gli evangelici enfatizzano la conversione personale profonda, un’esperienza di «rinascita» in cui accettano Gesù come Salvatore, e usano la Bibbia come unica guida infallibile.Nel mondo sono centinaia di milioni (oltre 600 milioni secondo la World Evangelical Alliance), concentrati nelle Americhe, in Africa e in Asia. Ma raggiungono la massima influenza negli Stati Uniti, dove secondo uno studio del think tank Pew circa il 23% della popolazione adulta si definisce evangelica. Stima che porta a contare circa 78 milioni di evangelici a stelle e strisce.Fra di loro, il sottogruppo più politicamente influente è costituito dai cosiddetti white born-again. I «rinati bianchi» rappresentano fra il 13 e il 17% della popolazione adulta (intorno ai 45-60 milioni). Eppure hanno un impatto spropositato sulla vita pubblica, grazie all’alta affluenza alle urne, all’organizzazione sistematica e al forte radicamento nel Partito repubblicano (George W. Bush era un cristiano rinato). Noti per le loro posizioni conservatrici su temi come aborto e famiglia tradizionale, rappresentano un blocco elettorale cruciale per un candidato conservatore. Ed è a loro che Trump deve le sue due vittorie elettorali (nel 2020 aveva perso nonostante il loro sostegno). Nelle elezioni del 2024, hanno votato per lui all’80-85%, soprattutto in Stati in bilico come Pennsylvania, Georgia e Michigan.Ma il motivo per cui questo gruppo religioso è fondamentale nel conflitto in corso – con le sue bombe su Teheran, i fondi ai coloni israeliani e la legittimazione divina alle operazioni militari – è un altro, più profondo e teologico. Fra gli evangelici statunitensi, una posizione molto radicata è il Cristianesimo sionista.Come risulta da uno studio pubblicato nel settembre 2025, metà degli evangelici vede gli ebrei come «popolo eletto». E per il 74% il supporto spirituale a Israele è prioritario. Tale posizione è particolarmente accentuata fra i «bianchi rinati». Fra l’80 e l’82% credono che «Dio ha dato la terra di Israele al popolo ebraico» (dato del Pew Research Center relativo al 2013, confermato anche nel 2025-2026). È il paradosso del sionismo cristiano: i fedeli americani che coltivano questa visione sono oggi più numerosi degli stessi ebrei residenti negli Stati Uniti. E non è tutto. Fra il 64 e il 70% dei «bianchi rinati» ritiene che «Israele sta difendendo i propri interessi» e che «le sue azioni militari sono giustificate», contro il 32% della popolazione generale statunitense. A rivelarlo è un’indagine realizzata nel settembre 2024. Un dato confermato da uno studio più recente, condotto nell’aprile 2025. Ebbene, il 72% degli evangelici bianchi ha opinioni favorevoli verso Israele (incluso un 36% le cui opinioni sono «molto favorevoli»). Parecchi di loro vedono Israele come un adempimento di profezie bibliche, interpretando la creazione dello Stato nel 1948 come segno escatologico, e lo sostengono in modo incondizionato per accelerare il ritorno di Cristo.Cinque giorni dopo la preghiera messianica con Trump, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha trasferito la mistica delVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Todd: «La barbarie americano-israeliana e la viltà europea»

    di Emmanuel ToddEmmanuel Todd interpreta l’attacco contro Teheran come una manovra diversiva per occultare le sconfitte strategiche degli Stati Uniti in Ucraina e nel confronto economico con la Cina. Dietro l’escalation, Todd vede soprattutto l’emergere di un modus operandi che normalizza l’assassinio mirato dei leader. E che rischia di trasformare l’ordine internazionale in una giungla, con gravi conseguenze energetiche e geopolitiche per l’Europa.IN BREVEEclissi della potenza Usa Secondo lo studioso francese, l’offensiva in Iran maschera il declino strategico statunitense: la sconfitta industriale contro la Russia in Ucraina e quella economica nel braccio di ferro doganale con la Cina.Dinamiche del nichilismo L’escalation riflette una decomposizione morale che sfocia nel nichilismo: una pulsione distruttiva verso uomini e realtà, alimentata dal bisogno di violenza del sistema americano.Terrore come governance L’assassinio mirato dei leader trasforma l’ordine globale in una giungla. Secondo Todd, questa tecnica di intimidazione punta a sottomettere non solo i nemici, ma anche gli alleati europei.Sudditanza e crisi energetica I leader europei, definiti vili, accettano passivamente l’isolamento dalle risorse energetiche. Il blocco di Hormuz rischia di infliggere un colpo fatale all’economia del continente.Tramonto del dominio imperiale Se l’Iran dovesse resistere all’aggressione, l’impotenza militare di Washington diventerà evidente. Tale evento sancirebbe la fine definitiva dell’egemonia dell’Impero americano.L’antropologo e storico francese Emmanuel Todd, noto per aver previsto il crollo dell’Unione Sovietica, interpreta l’escalation in Medio Oriente come il sintomo di una crisi profonda del sistema occidentale. In quest’intervista realizzata in Giappone dal suo editore Bungeishunju, sostiene che l’attacco americano-israeliano contro l’Iran non sarebbe soltanto una mossa geopolitica. A suo avviso è il segnale di un nichilismo che accompagna la perdita di potenza degli Stati Uniti e la disgregazione dell’ordine internazionale.Che cosa ha pensato quando ha saputo dell’intervento militare americano-israeliano in Iran?«La mia interpretazione è duplice. La prima interpretazione è che gli Stati Uniti abbiano appena subito due grandi sconfitte strategiche. Una sconfitta militare-industriale contro la Russia in Ucraina, poiché l’America non è stata in grado di fornire a Kiev una quantità sufficiente di armi e ora si sta ritirando dall’Ucraina. E poi, ancora più importante, una sconfitta economica di fronte alla Cina, che gli Stati Uniti hanno cercato di colpire con dei dazi, a cui la Cina ha risposto con un embargo sulle terre rare, di fronte al quale gli americani – Trump – hanno immediatamente ceduto. Dunque, per me, la prima interpretazione dell’attacco all’Iran è che si tratti di una manovra diversiva, per far dimenticare – e dimenticare anche loro stessi – queste sconfitte».E la seconda interpretazione?«La seconda interpretazione, che nel mio foro interiore diventa sempre più importante, è che nell’evoluzione dell’America e nel trumpismo (che esprime questa evoluzione) ci sia una crescita esponenziale del bisogno di violenza. Un’evoluzione che interpreto e spiego ne La sconfitta dell’Occidente, attraverso la decomposizione dei valori religiosi e dei valori morali e attraverso l’emergere di quello che io chiamo nichilismo. Vale a dire una volontà di divinizzazione del vuoto in cui si trovano gli individui, che porta a una volontà di distruzione delle cose, degli uomini, della realtà… E dunque alla guerra. Nel mio foro interiore, proprio in questi giorni – ieri e oggi – questa seconda dimensione appare sempre più importante. Ho ascoltato la conferenza stampa di Pete Hegseth, il ministro della Guerra americano, e sono rimasto spaventato da una sorta di espressione di appagamento nell’esercizio della violenza, nel piacere di uccidere. È qualcosa che si percepisce anche in Donald Trump. E in una certa misura questa guerra, quest’aggressione contro l’Iran, è anche una guerra combattuta per il piacere della guerra, contro un avversario percepito come debole. Questo nichilismo e questo desiderio di violenza, questo bisogno di ammazzare, è anche evidente nel comportamento di Israele. Lo abbiamo visto esprimersi a Gaza e proprio questa mattina ho visto che gli israeliani hanno fatto evacuare tutta la periferia sud di Beirut, che si preparano a radere al suolo. Si vede quindi, sia negli americani sia negli israeliani, lo stesso impulso alla violenza, la stessa volontà di uccidere. Ma, per me, sono gli americani a decidere. So che in questi giorni è molto usuale dire: “Ah, ma è Israele che spinge gli Stati Uniti”. A questo io non credo assolutamente. La guerra contro l’Iran, secondo me, è provocata dalla disintegrazione dell’Impero americano. E Israele non è che una pedina in questo gioco: una pedina violenta, criminale, ma pur sempre una pedina».Lei ha menzionato due sconfitte degli Stati Uniti, prima contro la Russia e poi contro la Cina. Ritiene che ora sussista la possibilità di una terza sconfitta contro l’Iran?«Questa, in realtà, è la domanda del giorno. È su tale punto che rifletto di continuo. Per il momento non lo sappiamo. Le informazioni sono completamente contraddittorie. Le radio e le televisioni americane o britanniche dicono certe cose. Altri analisti indipendenti sostengono invece che si mette molto male per gli americani. In realtà il quadro si chiarirà nelle prossime due settimane. Ma allo stato attuale nulla indica che l’Iran sia sul punto di crollare. E quello che si può dire è che, se l’Iran non crollerà – se riuscirà a continuare a colpire, a lanciare missili, a inviare droni – allora la semplice resistenza dell’Iran, l’incapacità degli Stati Uniti, prima potenza militare mondiale, di far cadere l’Iran, costituirebbe effettivamente una terza sconfitta. E in quel caso, sarebbe la fine dell’Impero. Perché in quel caso tutti capirebbero che l’America è impotente. Ma è ancora troppo presto per dirlo. Quello che rende l’analisi particolarmente difficile è che gli uomini politici come Trump e quelli attorno a Trump parlano come se fossero avulsi dalla realtà. Vale a dire che parlano come se fossero onnipotenti, come se credessero loro stessi all’onnipotenza degli Stati Uniti. E non è nemmeno certo che loro stessi capiscano davvero quello che sta succedendo. Direi che ciò che mi interessa di più, ciò che mi sembra attualmente più affascinante nelle notizie, è la scomparsa del vicepresidente J. D. Vance, che non si vede e che è certamente l’uomo più intelligente dell’entourage di Trump».Gli Stati Uniti hanno creduto di poter cambiare il regime iraniano uccidendo Khamenei. Cosa pensa che significhi la sua morte in Iran?«Allora… In linea generale, come dicevo, una delle caratteristiche della politica estera e militare degli Stati Uniti è che sempre di più cerca di prendere di mira degli individui, per ammazzarli, per controllarli. Ovviamente, il fatto di aver preso di mira Khamenei fa parte di questa politica. C’è effettivamente una volontà di decapitazione del regime iraniano. Ma non penso che l’effettivo obiettivo degli americani e degli israeliani sia semplicemente un cambiamento di regime. Qualsiasi regime iraniano stabile sarebbe patriottico e nazionalista, ancor più se non fosse religioso. Quindi io personalmente penso che l’obiettivo, nella misura in cui c’è un obiettivo, sia la guerra civile. Vale a dire scatenare una guerra civile, che può durare cinque anni, dieci anni, 20 anni… In tal caso, l’Iran cesserebbe di essere una potenza regionale. Vorrei aggiungere qualcosa sulla questione della messa nel mirino degli individui. Sono evidentemente molto sconvolto da questa pratica di assassinare dirigenti politici di un Paese sovrano straniero. Ma penso che il problema vada oltre la questione dell’Iran, oltre la questione dei Paesi ostili agli Stati Uniti. Penso che la minaccia fisica dei loro avversari stia diventando una tecnica di intimidazione generale degli americani. E penso che una delle funzioni di questo assassinio sia anche – oso dirlo – di intimidire i loro alleati e sottoposti. Penso che attualmente i dirigenti europei abbiano paura. Vale a dire che, se la pratica americana è di sostituire l’azione militare con l’assassinio dei dirigenti stranieri, chi può essere certo di essere al sicuro, compreso chi si trova nel campo occidentale? In un certo senso, direi che l’Impero americano diventa l’Impero della paura. Il comportamento internazionale degli americani – mettere nel mirino degli individui – tecnicamente è quello che si chiama un comportamento terrorista. Credo che, come istituzione americana, la Cia stia diventando più importante del Pentagono».L’Europa ha reagito dopo l’attacco, ma cosa ne pensa delle dichiarazioni e delle azioni dei leader di ogni singolo Paese?«Il primo ministro spagnolo è coraggioso. È l’unico ad avere vietato l’utilizzo di basi americane e immediatamente Trump ha minacciato la Spagna di sanzioni economiche. Cosa che è molto difficile, visto che la Spagna fa parte dell’Unione Europea. Ma, nell’insieme, i dirigenti francesi, tedeschi, britannici sono di una viltà estrema. Nel senso che non si impegnano nella guerra, ma allo stesso tempo non osano dire la verità: cioè che il comportamento degli Stati Uniti e di Israele è un comportamento che trasforma la vita internazionale in una giungla. E che incoraggerà la proliferazione nucleare, perché ormai ogni Paese che non possiede l’arma nucleare può sentirsi minacciato dal comportamento degli americani. Mi pongo sempre più domande sul comportamento dei dirigenti europei, che diventa molto, molto strano. Pertanto viene da chiedersi se siano i dirigenti dei loro popoli oppure i sudditi diretti degli Stati Uniti. Hanno accettato di essere tagliati fuori dal gas russo, cosa che ha messo l’Europa in uno stato di crisi economica permanente. E, ora, uno degli effetti immediati di questa guerra contro l’Iran sembra essere la possibileVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Jeffrey Sachs: «L’idea del cambio di regime in Iran è destinata al fallimento»

    di Jeffrey D. SachsIl professore di Columbia University analizza la strategia concepita 30 anni fa dall’intelligence di Stati Uniti e Israele per dominare la regione. Denuncia la sottomissione delle capitali europee e dei regimi del Golfo, ridotti a semplici esecutori della volontà di Washington per via della presenza di basi militari Usa sui loro territori. Ed evidenzia la resistenza di Teheran, sostenuta da un asse multipolare che vede in Pechino e Mosca i nuovi garanti degli equilibri globali.IN BREVEPiani geopolitici trentennali Secondo Sachs, l’offensiva contro Teheran fa parte di una strategia decennale per garantire il dominio israeliano e statunitense in Asia occidentale.Limiti della decapitazione Assassinare la leadership non abbatterà il governo iraniano, ma sposterà il potere nelle mani delle Guardie rivoluzionarie.Ruolo dei vassalli I Paesi europei e del Golfo che ospitano basi militari americane perdono la propria sovranità, riducendosi a ripetere la propaganda di Washington.Sostegno del blocco multipolare Cina e Russia forniranno a Teheran munizioni, intelligence e assistenza finanziaria per contrastare il tentativo di interrompere i flussi energetici.Frattura sociale Solo una minoranza degli americani sostiene l’aggressione all’Iran. Il persistere della guerra e l’aumento dei prezzi del greggio potrebbero causare il crollo politico di Trump.In quest’intervista, Jeffrey Sachs commenta con estrema durezza la recente escalation militare contro l’Iran, inserendola in una strategia trentennale di Cia e Mossad volta all’egemonia in Asia occidentale. Il professore non usa mezzi termini: definisce Israele uno «Stato terrorista» per le azioni a Gaza e descrive gli alleati europei e quelli del Golfo come «vassalli» Usa. Privi di reale sovranità, secondo Sachs questi Paesi sono costretti a ripetere la propaganda di Washington perché ospitano basi militari statunitensi. Sachs avverte che l’attacco all’Iran, lungi dal risolvere le tensioni regionali, rischia di accelerare il declino dell’influenza statunitense in un mondo ormai multipolare.Professor Sachs, qual è il suo commento all’attacco statunitense e israeliano all’Iran?«Si tratta di una strategia che risale a 30 anni fa. Gli Stati Uniti e Israele puntano all’egemonia in Asia occidentale e ciò è stato portato avanti attraverso una serie di guerre con l’Iran come grande obiettivo, in realtà fin dall’ingresso di Netanyahu come Primo ministro di Israele. Si tratta sostanzialmente di una strategia di lungo periodo della Cia e del Mossad. Ha lasciato una scia di sangue in tutto il Medio Oriente, estendendosi dalla Libia, che Stati Uniti, Israele e altri hanno rovesciato nel 2011, uccidendo Muhammar Gheddafi e gettando la Libia nel caos. Si estende al Sudan, dove il Mossad ha svolto un ruolo importante nell’alimentare la frammentazione del Paese. Include il genocidio a Gaza, l’occupazione e l’annessione della Cisgiordania. Include il rovesciamento del governo siriano, un’operazione Cia-Mossad iniziata nel 2011. Include l’invasione dell’Irak da parte degli Stati Uniti nel 2003. Il piano, fin dall’inizio, è stato quello di rovesciare il governo iraniano in un modo o nell’altro. In passato hanno usato bombardamenti. Hanno usato assassinii mirati. Hanno usato la guerra economica. Ora stanno riprovando con un’altra campagna di bombardamenti. Anche questa fallirà, ma credo che le conseguenze per il mondo saranno molto gravi».Oltre alla campagna di bombardamenti e alla guerra economica utilizzata in precedenza, hanno anche bombardato scuole elementari e superiori, uccidendo più di 100 bambine (il bilancio ufficiale attuale parla di 165 vittime, ndr) a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. La si può definire una tattica del terrore contro i cittadini iraniani?«Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Ha ucciso decine di migliaia di bambini. Israele è uno Stato terrorista. Questo è purtroppo il triste fatto».Donald Trump, nel suo discorso di guerra, ha apertamente invocato un cosiddetto «cambio di regime». Ha chiesto agli iraniani di sollevarsi contro il proprio governo. L’idea è che questa decapitazione della leadership creerebbe un vuoto. Ma gli analisti sull’Iran hanno affermato che molto probabilmente la leadership della vecchia guardia, più nazionalista, riempirebbe quello spazio. Ci sono anche rapporti secondo i quali l’Iran potrebbe trasformarsi in uno Stato-caserma come la Corea del Nord, sostanzialmente deviando risorse importanti dall’uso civile ed economico verso quello militare. Qual è la sua opinione al riguardo?«L’Iran è una realtà politica fortemente istituzionalizzata. L’uccisione della Guida suprema è un oltraggio. Assassinare capi di Stato stranieri è un comportamento estremamente pericoloso, provocatorio, sconsiderato e illegale. Vantarsene è oltre ogni limite. Ma questo non mette fine a un governo. Non ci saranno truppe di terra statunitensi o israeliane in Iran. Un attacco di decapitazione, letteralmente l’uccisione del capo del governo, non cambierà il governo iraniano. Metterà semplicemente la politica in modalità guerra, il che significa che il Corpo delle Guardie rivoluzionarie Islamiche prenderà il controllo. Non si stanno arrendendo. Sanno di avere più missili di quanti Israele e Stati Uniti abbiano sistemi di difesa antimissile. Questa idea di cambio di regime da parte degli Stati Uniti e di Israele è simile a molte altre azioni illusorie dei due Paesi ed è sostanzialmente destinata al fallimento».L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno compiuto un’invasione totale nella regione è stato in Irak nel 2003, e ciò ha portato a una massiccia destabilizzazione, inclusa la creazione di forze come lo Stato Islamico, che ora sono diventate – o forse lo erano già – paradossalmente alleate degli Stati Uniti. Che tipo di instabilità vede nella regione, considerando che la risposta iraniana è stata piuttosto estesa, colpendo in gran parte asset militari statunitensi nel Golfo Persico? Funzionari iraniani hanno dichiarato che, nella difesa del loro Paese, non ci sarebbero linee rosse, o sempre meno linee rosse, indicando che ciò potrebbe sfociare in un confronto diretto con i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Che tipo di destabilizzazione prevede?«Il primo punto, ovviamente, è che gli Stati del Golfo sono semi-vassalli degli Stati Uniti o in alcuni casi veri e propri vassalli. Ospitano l’esercito statunitense. Questo è sempre un’arma a doppio taglio – o forse a taglio unico con la lama alla gola – perché ospitare l’esercito statunitense non significa essere protetti dagli Stati Uniti, ma essere un vassallo degli Stati Uniti. Non puoi opporti agli Stati Uniti. Ti rovesceranno. Creeranno un’operazione di cambio di regime sul tuo stesso territorio. Avere basi militari statunitensi significa avere operazioni della Cia che operano attivamente sul tuo territorio. Questa è, purtroppo, la condizione della regione del Golfo. La regione del Golfo non può far sentire la propria voce e non fa sentire la propria voce. E l’Iran sta attaccando questi asset statunitensi, sta mostrando alla regione del Golfo che vale il vecchio adagio di Henry Kissinger: “Essere nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere amico è fatale”. Ed è ciò che sta accadendo ora. Consiglio a qualsiasi Paese, per inciso: se non avete una base militare statunitense, non pensateci nemmeno. Se ne avete una, invitateli a tornare a casa così da riavere la vostra sovranità […]».E come valuta l’impatto della risposta iraniana su Israele come Stato e come società?«Siamo ai primi giorni e molto sarà deciso sul campo di battaglia. Non sono un esperto militare diretto su questi temi, ma gli esperti con cui ho parlato affermano che l’Iran ha più missili di quanti sistemi di difesa antimissile abbiano Stati Uniti e Israele. Se così fosse, nei prossimi giorni assisteremo a una guerra di logoramento tra missili e sistemi di difesa antimissile. E poiché gli Stati Uniti non elimineranno l’Iran in questo processo, ciò significa che Israele sarà molto vulnerabile agli attacchi iraniani. Forse non la prossima settimana, ma nelle prossime settimane. Questa è principalmente una questione militare. Se è corretta l’analisi secondo cui Israele e Stati Uniti non sono in grado di distruggere questi sistemi missilistici mobili sotterranei pesantemente fortificati, e non sono in grado di porre fine al regime stesso, significa che non esiste un piano oltre un paio di settimane. Secondo tutte le valutazioni militari che sento, gli Stati Uniti hanno due o tre settimane di munizioni nella regione per portare avanti questi bombardamenti. Dopo di che, chi sa cosa succederà? Gli Stati Uniti, del resto, hanno già i magazzini piuttosto svuotati dopo tutte le altre guerre in cui sono stati impegnati. La campagna israeliana a Gaza, che ha messo parecchio sotto pressione gli arsenali statunitensi, la guerra in Ucraina. C’è molta spavalderia, ma è molto probabile che tra due o tre settimane emerga un quadro chiaro della situazione, tale da dimostrare che – se la prima offensiva non ha sortito l’effetto sperato – l’operazione è stata un gioco a perdere. Questo è ciò che, a quanto si dice, è stato consigliato a Trump. Vedremo».Uno degli obiettivi, oltre a frammentare l’Iran, è ridurre l’influenza crescente di Cina e Russia nella regione. Ci sono due domande su questo fronte. La prima è: che tipo di sostegno darebbero Russia e Cina all’Iran? Si parla di sistemi di difesa missilistica russi già trasferiti, come gli S-300. Ci sono anche rapporti su sistemi radar cinesi per contrastare i missili Stealth statunitensi-israeliani. Che tipo di sostegno fornirebbero? E, in secondo luogo, Stati Uniti e Israele sarebbero in grado di ridurre l’influenza crescente di Russia e Cina nella regione?«Ancora una volta, Cina e Russia sosterranno sicuramente l’Iran in vari modi. Di alcuni verremo a conoscenza, di altri no. In termini di munizioni, intelligence, materie prime e finanza, l’Iran riceverà sostegno. Non c’è dubbiVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    I venti di guerra mettono a rischio la nostra sicurezza alimentare

    di Andrea PincinIn un’epoca in cui le tensioni geopolitiche minacciano le catene di approvvigionamento globali, la capacità di garantire il sostentamento della popolazione si rivela un pilastro imprescindibile della difesa nazionale. Mentre potenze come Stati Uniti e Russia hanno già blindato il settore primario, l’Italia sconta una grave assenza di programmazione e dipende pericolosamente dai mercati internazionali. In questo colloquio con il generale Cosimato, Krisis analizza le vulnerabilità del nostro sistema nazionale: dalla dipendenza per i mangimi all’assenza di riserve per i civili.IN BREVEVulnerabilità logistica nazionale Dal confronto fra uno studioso di agricoltura e un esperto di difesa, emerge che l’Italia sconta l’assenza di una programmazione strategica coordinata. La dipendenza dai mercati esteri per beni essenziali espone il Paese a rischi critici.Fragilità della distribuzione Il sistema basato sulla grande distribuzione non garantisce scorte per i civili. In caso di crisi, l’assenza di riserve alimentari minaccia la stabilità sociale.Modello statunitense e russo Mentre Washington e Mosca blindano l’agricoltura come infrastruttura di sicurezza, l’Europa ha sacrificato la produzione in nome di un mercato globale instabile.Ritorno alla sovranità produttiva Il generale Cosimato invoca la strategia del «frigorifero pieno». È necessario valorizzare le risorse interne per contrastare le insidie della guerra ibrida.Sinergia tra reparti e campagne Difesa e agricoltura devono coordinarsi in un unico quadro d’azione. Il ripopolamento delle aree interne è un asset per la resilienza e il presidio del territorio.«Oltre il petrolio: lo stretto di Hormuz e i rischi dell’alimentazione globale». Così Forbes ha intitolato un editoriale subito dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran, indicando che «se il traffico commerciale per lo Stretto […] sarà chiuso, l’impatto si estenderà oltre il mercato energetico. Potrebbe impattare direttamente sulla produzione agricola globale». Motivo: dal Gnl prodotto nel Golfo Persico dipende una parte della produzione di fertilizzanti azotati, indispensabili per garantire le moderne rese del settore primario.Lo scorso dicembre il Ministro della Difesa Guido Crosetto aveva specificato che l’energia «è oggi non solo elemento economico ma fattore geopolitico e di sicurezza nazionale». Quanto alla sicurezza degli approvvigionamenti, il ministro aveva precisato che «non è più un tema astratto, ma una questione concreta che incide sulla competitività industriale, sulla stabilità dei mercati e sulla vita dei cittadini».Dello stesso avviso il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa. Durante l’audizione presso le Commissioni Difesa della Camera e del Senato del 9 dicembre 2025, ha evidenziato l’importanza di «uno sforzo diretto a garantire autonomia strategica, resilienza logistica, continuità delle forniture, condizioni indispensabili per […] ridurre la dipendenza da filiere estere in settori sensibili».Questa rinnovata attenzione per la tutela di settori e filiere vitali per l’autonomia nazionale è ritornata parte del dibattito specialistico e pubblico anche in Europa. E pensare che, negli ultimi 30 anni, il nostro continente aveva fatto del neoliberalismo, del mercantilismo e della globalizzazione i propri fari per politiche economiche ed estere, anche a costo di sacrificare interi comparti produttivi. Emblematico il caso del settore manifatturiero italiano, nel quale solamente «tra il 2007 e il 2022, il valore aggiunto reale […] è sceso dell’8,4%».L’interesse per le filiere considerate centrali per l’autonomia nazionale è generalmente indirizzato verso i settori ad alta intensità tecnologica, come semiconduttori, terre rare, intelligenza artificiale, chip ed energia, di cui l’Europa dispone in quantità molto limitata. Ma il problema riguarda anche gli Usa. Michael Bloomberg, fondatore e proprietario dell’omonima agenzia di stampa americana, ha commissionato un report specialistico intitolato «Vantaggio strategico: un progetto per le svolte nell’innovazione della difesa». Il rapporto lancia l’allarme: «Se l’America non detiene la leadership nella produzione di hardware ad alta tecnologia e non è in grado di dispiegarlo su vasta scala, non può essere leader nella deterrenza. La nostra dipendenza dalla manifattura estera rafforza le catene di approvvigionamento, la forza lavoro e le capacità tecnologiche dei nostri concorrenti».In questa corsa all’autonomia strategica, incentrata su nuove tecnologie e Intelligenza artificiale, in tanti sembrano essersi dimenticati alcuni preziosi insegnamenti della storia anche molto recente. «Ci sono solo nove pasti tra l’umanità e l’anarchia» ammonì nel 1906 il giornalista statunitense Alfred Henry Lewis. Il riferimento è chiaro: una forte indisponibilità, anche temporanea, di derrate agricole per l’alimentazione può trasfigurare il volto di una società, anche se ben organizzata, acculturata, moderna e digitalizzata.Interessante notare come questa affermazione sia nata nel contesto della Belle Époque europea o della Gilded Age statunitense, periodo storico dominato da una certa stabilità politica globale, una solida interconnessione e interdipendenza commerciale tra gli Stati, una forte innovazione tecnologica e una generale crescita economica. Ma la storia insegna che il settore primario non può mai essere messo in un angolo e ridotto a filiera marginale. Durante la Prima guerra mondiale, si stima che in Germania «circa 800 mila persone siano morte di fame […] tra il 1914 e il 1918». Non a caso, l’inverno 1916/1917, sotto il blocco navale inglese, divenne tristemente famoso come «l’inverno delle rape».In quest’ottica, è interessante analizzare come l’Italia stia affrontando oggi il legame tra settore primario e sicurezza strategica nazionale, confrontandolo con quello di Stati Uniti d’America e Federazione russa. In quest’ottica, Krisis propone un colloquio tra il generale Francesco Cosimato, che ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la Nato e il dottore forestale Andrea Pincin.Pincin: Generale, la guerra di Usa e Israele contro l’Iran mette a nudo il tema della interdipendenza delle filiere, non solamente energetiche. In questi ultimi mesi si è anche acceso un dibattito sulla nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, presentata il 5 dicembre 2025 e definita «dottrina Donroe» o «corollario Trump alla dottrina Roosevelt». Esiste in Italia un simile strumento di programmazione strategica, che garantisca strumenti di tutela della sovranità sociale ed economica nazionale?Cosimato: No, in Italia non è presente uno strumento dottrinale coordinato di programmazione strategica. Questa mancanza dipende da due fattori fondamentali: l’ordinamento costituzionale della Repubblica e il contesto culturale e storico-politico italiano. Da un lato va rilevato che un sistema costituzionale come il nostro non è strutturato per la gestione di situazioni emergenziali, poiché difetta di un esecutivo forte, i cui poteri sono limitati da un lato dal Parlamento in qualità di organo legislativo, e dall’altro dalla Presidenza della Repubblica. In caso di emergenze il governo può elaborare i decreti-legge nell’ambito di un processo iterativo piuttosto opaco in contraddittorio con la Presidenza della Repubblica, configurando quindi una doppia forma di governance e quindi non rispondendo al principio militare dell’unità di comando. Di fronte alle emergenze derivanti dalle tensioni internazionali, l’Italia rimane imprigionata in procedure farraginose. È in corso una revisione di questa politica, ma ci vorrà molto tempo perché maturi. Dall’altro lato, in Italia manca una cultura programmatoria e dottrinale, che è invece presente nel mondo anglosassone, ambito nel quale la nomina di un responsabile pubblico è sempre accompagnata dall’esplicitazione di una visione. Al contrario, in Italia chi esprime una visione è visto come un corpo estraneo.Pincin: Ritiene che la definizione di una dottrina di sicurezza nazionale condivisa tra gli organi di governo, le strutture ministeriale e amministrative, le Forze armate e di pubblica sicurezza, il Parlamento e la Presidenza della Repubblica possa permettere di superare questa farraginosità nella gestione delle emergenze?Cosimato: Sì, ma il problema in questo caso è culturale. Lo si è visto ad esempio nell’ambito della frana di Niscemi. Di fronte a questa situazione emergenziale, c’è chi in Parlamento hVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Stretto di Hormuz, l’arma geografica di Teheran

    di Pierluigi FrancoPur non essendo ufficialmente chiuso, il principale snodo energetico del pianeta è di fatto bloccato. Mentre le petroliere restano ferme e i prezzi di greggio e gas si impennano, le tensioni tra Iran e Usa riaccendono uno scontro mai sopito. L’ex corrispondente dell’Ansa da Teheran ripercorre le radici storiche e la centralità geografica dello Stretto di Hormuz. Una leva strategica capace di influenzare gli equilibri economici globali.IN BREVESnodo energetico globale Da Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e un quarto del Gnl, diretto in Asia.Alternativa quasi impossibile Unico sbocco dei giacimenti del Golfo, è difficilmente aggirabile. Gli oleodotti terrestri non riescono a compensare i volumi delle petroliere.Crocevia della storia Da regno medievale a conteso avamposto tra portoghesi e britannici, Hormuz resta oggi uno snodo fondamentale per gli equilibri globali.Incidenti e tensioni militari Negli ultimi decenni si sono sfiorati scontri tra Usa e pasdaran. Ogni crisi sul nucleare iraniano riaccende il rischio di escalation nello Stretto.Era il 22 settembre 1983 quando, per la prima volta, il mondo si accorse che Teheran possedeva un’arma «geografica» in grado di mettere in difficoltà l’economia globale: lo Stretto di Hormuz. In quella data cadeva il terzo anniversario della guerra tra Iran e Iraq, un conflitto sanguinoso che sarebbe terminato soltanto nel 1988.L’ayatollah Ruhollah Khomeini, padre della rivoluzione islamica, tenne un discorso celebrativo e affermò che il suo Paese era pronto a chiudere lo stretto di Hormuz, unica porta di accesso e di uscita dal Golfo Persico, se l’Occidente avesse continuato a incrementare le capacità belliche dell’Iraq.Il discorso era rivolto in quell’occasione soprattutto alla Francia, Paese che aveva deciso di prestare all’Iraq cinque potenti aerei da attacco «Dassault-Breguet Super Étendard» della Marina francese, dotati di missili «Exocet», per colpire le riserve petrolifere iraniane. Saddam Hussein, che di lì a qualche anno sarebbe diventato il nemico numero uno, era ancora considerato grande amico di un Occidente dalle simpatie tradizionalmente ondivaghe.La minaccia di chiusura dello Stretto da parte di Teheran è tornata a più riprese. Nell’aprile 1997, l’allora comandante dei pasdaran, Moshen Rezaei, paventò una possibile chiusura dello stretto di Hormuz a chiunque avesse minacciato la sicurezza della regione. Il monito in questo caso era diretto alla crescente presenza della flotta americana nel Golfo: Rezaei dichiarò che lo stretto sarebbe in ogni caso rimasto aperto «per i nostri amici e per i musulmani».Tutti gli incidenti sfioratiDi fatto, nel corso degli ultimi 20 anni, si è arrivati più volte vicini allo scontro armato tra americani e pasdaran nelle acque dello stretto di Hormuz. All’alba del 7 gennaio 2008, a pochi giorni da un viaggio dell’allora Presidente Usa George W. Bush in Medio Oriente, fu sfiorato un incidente tra cinque vedette dei pasdaran iraniani e tre navi da guerra americane.Per gli iraniani c’era stata violazione delle proprie acque territoriali, per gli americani era stata una provocazione dei pasdaran, accusati di aver lanciato da una nave un messaggio chiaro: «Stiamo per attaccarvi, vi faremo saltare per aria tra pochi minuti». Ma, per fortuna, allora non saltò nessuno.Ancora in piena crisi sul nucleare iraniano, all’inizio di agosto del 2008, arrivò una nuova minaccia di chiusura dello Stretto, in caso di un ventilato attacco da parte di Usa e Israele. Anche allora, a fare da portavoce del regime fu l’allora capo dei pasdaran, Mohammad Ali Jafari, sottolineando quanto sarebbe stato facile per l’Iran chiudere il transito alle navi.Non c’è dubbio che, oltre al traffico di petroliere, su quella strettoia marina hanno intensificato la loro presenza navi e sottomarini militari statunitensi. Tanto da riuscire anche a scontrarsi tra loro, come avvenne il 20 marzo 2009. In quell’occasione una nave militare anfibia e un sottomarino, entrambi della Quinta flotta americana, entrarono in collisione proprio nello Stretto di Hormuz provocando una quindicina di feriti tra i due equipaggi e la perdita di migliaia di litri di carburante.Passaggio obbligato largo 38 kmLo Stretto di Hormuz, di fatto la via strategica del petrolio prodotto nei Paesi Arabi, collega l’Oceano Indiano e il Golfo dell’Oman con il Golfo Persico. La costa Nord è in Iran, quella Sud negli Emirati Arabi Uniti e nell’enclave dell’Oman della penisola di Musandam. Nella strettoia è largo poco più di 20 miglia marine, circa 38 chilometri.A farne capire l’importanza strategica è il fatto che si tratta dell’unico collegamento marino fra i ricchi giacimenti petroliferi del Golfo e il resto del mondo, passaggio obbligato per le petroliere. Per lo Stretto di Hormuz, secondo i dati dell’Amministrazione sull’energia degli Stati Uniti, passa il 40% del petrolio mondiale trasportato via mare e oltre il 20% di quello trasportato complessivamente.Prima del blocco seguito all’attacco all’Iran da parte di Israele e Usa, lo Stretto veniva attraversato in media da 15 petroliere al giorno, con una capacità di trasporto da 16,5 a 17 milioni di tonnellate di greggio corrispondenti a circa 21 milioni di barili. I corridoi di transito per le navi in quel punto così stretto sono stati definiti dall’Onu e passano in acque territoriali dell’Oman e dell’Iran.Il 76% del greggio trasportato attraverso lo Stretto ha come destinazione finale l’Asia, soprattutto Cina, India, Giappone e Corea del Sud. In ogni caso, per i Paesi acquirenti è sempre stato difficile trovare una via alternativa, in termini di volume e qualità, al greggio del Golfo.Nel 2012 gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita erano corsi ai ripari, provando ad aggirare lo Stretto via terra costruendo oleodotti alternativi. Ma non è stato sufficiente a sostituire le petroliere, poiché la portata delle condotte è ancora troppo bassa rispetto ai volumi di produzione.Il blocco del transito nello Stretto arresta quindi le esportazioni dei maggiori produttori dell’Opec, con tutti i rischi che ne possono conseguire per la diminuzione di carburante, l’aumento dei prezzi a catena e prospettive di crisi economiche. A ciò si aggiunge che attraverso Hormuz transita anche un quarto del gas naturale liquefatto utilizzato nel mondo, creando anche in questo campo notevoli difficoltà e impennate dei prezzi.Così, con centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto ferme ai lati dello Stretto di Hormuz e le portacontainer commerciali dei colossi internazionali della logistica costrette a deviare dal Golfo, lo shock sui mercati è inevitabile. D’altra parte, gli effetti dell’attacco contro l’Iran e la conseguente risposta di Teheran erano prevedibili.Il prezzo del Brent a 80 dollari al barile non può essere una sorpresa per nessuno, così come non potrà esserlo una prevedibile salita a 100 dollari. Stesso discorso vale per il gas, già con prezzi alle stelle per le follie di un’Europa inetta e allo sbaraglio, priva di guida e di lucidità.Dai Sultani ai portoghesiQuesto piccolo braccio di mare a gomito che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran, mettendo in comunicazione il Golfo di Oman con il Golfo Persico, non è nuovo all’attenzione della storia. Il nome deriva dalla piccola isola di Hormuz, situata davanti alla città iraniana di Bandar Abbas. La sua importanza strategica è stata compresa fin dall’XI secolo, quando fu fondato il Regno di Hormuz nella parte orientale del Golfo Persico. Un regno che riuscì poi a espandersi a occidente, fino al Bahrein.Alla sua fondazione, il regno era una dipendenza del Sultanato della dinastia selgiuchide di Kerman, per poi passare sotto varie dinastie, dai Salghuridi, dinastia persiana di origine turcomanna, all’Ilkhanato mongolo. Ma furono i portoghesi a comprendere davvero per primi il ruolo che questo Stretto avrebbe potuto avere per gli scambi commerciali. Infatti i lusitani riuscirono a conquistare il Regno di Hormuz agli inizi del XVI secolo, sottomettendolo in vassallaggio alla bandiera di Lisbona e rimanendovi per oltre un secolo.Ma un posto così importante per i traffici marittimi non poteva certo sfuggire all’attenzione della potente britannica Compagnia delle Indie Orientali che, con l’appoggio della dinastia persiana dei Safavidi, riuscì a prendere il controllo di Hormuz nel 1622 instaurando di fatto il lungo periodo di controllo della Corona sul Golfo Persico e di preziosa alleanza con la Persia.Sulle tracce della storia di Hormuz, anche l’Italia ha avuto nel recente passato un ruolo. Nel marzo del 1983 era stata avviata nell’area iraniana una missione storico-naturalistica dell’Istituto di studi orientali di Napoli. Lo scopo era quello di identificarne i siti per poter riportare alla luce le vestigia del Regno di Hormuz. Una spedizione scientifica capeggiata da Valeria Fiorani Piacentini, all’epoca titolare della cattedra di Storia dell’Iran e dell’Asia centrale, condotta con un gruppo di studiosi in grado di portare avanti ricerche anche in campo geomorfologico, geobotanico, idrogeologico e climatologico.La particolarità di questa spedizione scientifica? Era la prima volta, dopo la rivoluzione islamica di quattro anni prima, che un gruppo di studio straniero veniva autorizzato dal governo iraniano a compiere ricerche in loco, conferendole all’epoca anche un notevole valore «politico».Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionalePierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare sVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Dossier Epstein: l’effetto domino che travolge le élite

    di Maria PappiniA sette anni dalla morte di Jeffrey Epstein, la pubblicazione dei file del Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj) hanno riattivato le inchieste sulla sua rete di relazioni. Seppur a scoppio ritardato, le indagini stanno coinvolgendo a macchia d’olio politici, finanzieri, aristocratici, tycoon, diplomatici e accademici. Con il presente dossier, concepito come un archivio pubblico in costante aggiornamento, ricostruiamo le connessioni emerse dai fascicoli ufficiali. Facendo una netta distinzione tra accuse formali e semplici menzioni, separiamo responsabilità giuridiche, etiche e politiche. Per tracciare lo stato reale dei procedimenti in corso.Due fronti giudiziari. Due continenti. Da una parte Ghislaine Maxwell, detenuta in un carcere federale americano, il volto irrigidito nei disegni d’aula che hanno sostituito le fotografie. Dall’altra Andrew Mountbatten-Windsor, l’ex duca di York, entrato in custodia nel Regno Unito tra lampeggianti e silenzi ufficiali e rilasciato poche ore dopo, in attesa degli sviluppi dell’indagine.Sette anni dopo la morte di Jeffrey Epstein, la scena non si è chiusa. Si è sdoppiata. L’Atlantico non divide più la storia: la riflette. Una donna che ha condiviso il cuore operativo del sistema, un principe che ne ha attraversato i salotti. Due percorsi giudiziari diversi, un’unica ombra che continua ad allungarsi. Le porte che si chiudono non sono un epilogo. Sono un’inquadratura intermedia. Perché Ghislaine e Andrew non sono soli.È a partire da questa immagine speculare che Krisis riprende il filo dell’inchiesta iniziata nell’agosto 2025. In quella serie avevamo scelto di non limitarci alla cronaca giudiziaria, ma di analizzare la struttura relazionale che aveva permesso a Epstein, già condannato in Florida nel 2008, di restare inchiodato nei circuiti del potere globale. Avevamo seguito le connessioni, distinto tra responsabilità penali e responsabilità politiche, ricostruito contatti, viaggi, finanziamenti, silenzi.Oggi quella mappa non può restare ferma. L’inchiesta si sta allargando a macchia d’olio, attraversando governi, board aziendali, università, ambienti diplomatici. Nuovi arresti, nuove dimissioni, nuove indagini stanno ridefinendo il perimetro della vicenda. L’accelerazione è seguita alla pubblicazione e all’analisi sistematica dei fascicoli del Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj), che hanno reso accessibile una mole di documenti e comunicazioni fino ad allora non pienamente esplorate.Per questo nasce questa pagina di Krisis: un dossier in continuo aggiornamento che tiene traccia dei nomi, dello stato dei procedimenti, delle incriminazioni e anche delle eventuali archiviazioni. Non una lista per alimentare il clamore, ma uno strumento di memoria e di chiarezza.Perché la storia non è finita. E perché Maxwell e Andrew non sono che l’inquadratura più visibile di un sistema più vasto. Quel sistema non è fatto soltanto di reati accertati. È fatto di frequentazioni mantenute dopo una condanna, di inviti accettati quando il nome era già compromesso, di finanziamenti transitati tra fondazioni e università, di consulenze opache, di silenzi istituzionali. È fatto di reputazioni che hanno continuato a proteggere altre reputazioni.Questa pagina non stabilisce colpe. Non sostituisce i tribunali. Registra. Verifica. Aggiorna. Distingue tra condanne definitive e indagini preliminari, tra dimissioni politiche e responsabilità penali, tra menzioni documentate e accuse formali. In un contesto in cui l’accumulo dei nomi rischia di trasformarsi in rumore, l’ordine è una forma di rigore.L’obiettivo è semplice: impedire che la dispersione dei fatti produca oblio. Ogni nuovo sviluppo verrà integrato, ogni archiviazione segnalata, ogni incriminazione contestualizzata. La trasparenza non è uno slogan, è un processo. Se l’inchiesta è diventata globale, anche la memoria deve esserlo. E finché l’ombra continuerà ad allungarsi oltre le due celle che oggi la rendono visibile, questa pagina resterà aperta.C’è un punto che va ribadito. Questa pagina non nasce dall’idea che ogni nome sia una colpa. Nasce dall’idea che ogni relazione documentata con un soggetto già condannato meriti di essere compresa nel suo contesto. La differenza tra frequentazione, favore, complicità, corresponsabilità o semplice contatto occasionale è una differenza sostanziale. È proprio per questo che va ricostruita con precisione, non dissolta nell’indistinto.Il caso Epstein ha mostrato quanto sia fragile il confine tra sfera privata e funzione pubblica, quando il potere si muove per reti informali. Non si tratta solo di capire chi abbia commesso un reato, ma di chi abbia continuato a legittimare, normalizzare, proteggere, ignorare. In molti casi la questione è giuridica. In altri è etica. In altri ancora è politica. Confondere questi piani significa tradire la complessità del fenomeno.Questo dossier tiene insieme i livelli senza sovrapporli. Ogni nome sarà accompagnato dallo stato reale del procedimento. Ogni aggiornamento sarà datato. Ogni rettifica sarà esplicitata. La memoria, per essere credibile, deve essere anche autocorrettiva.A sette anni dalla morte di Jeffrey Epstein, la domanda non è più soltanto «chi sapeva?». È anche «chi ha continuato?». E, soprattutto, «quale sistema ha reso possibile che un uomo già condannato per il più orrendo dei crimini restasse per anni al centro di reti di influenza globale?». I due fronti giudiziari che aprono questa pagina sono un simbolo. Non sono il finale. Sono il punto in cui l’inquadratura si allarga. E noi continueremo a seguirla.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleMaria Pappini Nata nel 1987, ha una formazione interdisciplinare che unisce scienze politiche, storia ed economia. Dopo la laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales conseguito a Lione, ha lavorato per oltre dieci anni nel settore bancario, maturando un’esperienza professionale continuativa in ambito finanziario e gestionale. Nel 2023 ha scelto di tornare alla ricerca storica iscrivendosi al corso di Scienze Storiche dell’Università Statale di Milano, concentrando i propri studi sui Balcani contemporanei, sui conflitti etnici e sui processi di costruzione della memoria. È autrice di una tesi magistrale dedicata al conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Jeffrey Sachs: «Presidente Trump, restituisca i soldi dei dazi e smetta di imporne altri»

    di Jeffrey D. SachsDopo la sentenza della Corte Suprema che boccia la politica doganale di Trump, Jeffrey Sachs denuncia il prelievo forzoso da 140 miliardi di dollari. Una manovra che ha colpito duramente il potere d’acquisto dei comuni cittadini. Mentre i grandi patrimoni hanno ottenuto sgravi fiscali, i dazi si sono tradotti in un balzello regressivo sui beni di prima necessità. Il professore di economia chiede ora a Trump un rimborso immediato e la fine dell’uso arbitrario dei poteri d’emergenza.La Casa Bianca e il Congresso possono e devono fornire sollievo alle famiglie americane che hanno sostenuto i costi di questi dazi illegali. L’amministrazione ha la responsabilità di progettare tale sollievo. Ha incassato soldi in modo illegittimo; ora dovrebbe restituirli.Presidente Donald Trump, lei ha preso fondi dal popolo americano che non sono mai stati suoi da prendere. Li restituisca e ponga fine all’abuso di potere.Venerdì 20 gennaio, la Corte Suprema ha confermato ciò che molti di noi hanno sostenuto fin dall’inizio: i suoi ampi dazi sono stati un illecito eccesso di potere. La Costituzione dà al Congresso, non al presidente, l’autorità di stabilire i dazi. Eppure, lei ha invocato poteri di emergenza che non possiede, in risposta a una presunta emergenza nazionale che non esiste. Si è trattato di un abuso di potere e la Corte lo ha confermato.Presidente Trump, il suo regime di dazi era illegale, ingiusto e dannoso per il popolo americano. Lei ha anche travisato grossolanamente i fatti agli occhi del popolo americano sostenendo che i Paesi stranieri ne stessero pagando il prezzo. Non era così. Lo hanno pagato le famiglie americane.Nel corso dell’ultimo anno, sono stati raccolti circa 140 miliardi di dollari in entrate derivanti dai dazi nei porti degli Stati Uniti. Gli economisti della Federal Reserve Bank di New York, del Kiel Institute e di altri istituti di ricerca indipendenti sono giunti alla stessa conclusione, ovvero che l’onere dei dazi è ricaduto in modo schiacciante sugli importatori, sulle imprese e sui consumatori americani. Gli esportatori stranieri hanno a malapena ridotto i loro prezzi, quindi i dazi sono stati scaricati sugli americani, riflettendosi in prezzi più alti per consumatori e imprese.Durante l’ultimo anno, in media, i nuclei familiari americani hanno pagato circa 1.000 dollari o più. Per le famiglie che devono far quadrare i conti a fine mese, questo non è un dato astratto. Significa fare i conti con un affitto diventato ormai insostenibile. Significa una spesa alimentare che costa di più mentre i salari non riescono a tenere il passo. Gli americani della classe lavoratrice che hanno creduto alle sue promesse sono stati quelli che hanno sostenuto il costo di questa presa di potere.Tutte le sue argomentazioni a favore dei dazi erano infondate e i fatti lo dimostrano. Ha detto che i dazi avrebbero tagliato drasticamente il deficit commerciale. Questo era sbagliato perché i deficit commerciali degli Stati Uniti riflettono il basso tasso di risparmio statunitense e in particolare l’ingente disavanzo pubblico degli Stati Uniti.Eppure, nel 2025 il deficit commerciale statunitense nei beni è stato di 1.241 miliardi di dollari, superiore ai 1.215 miliardi registrati nel 2024. Lei ha detto che avrebbe ripristinato i posti di lavoro nel settore manifatturiero. Eppure l’occupazione nel settore manifatturiero nel gennaio 2026 era di 12 milioni e 590 mila, rispetto ai 12 milioni e 673 mila del gennaio 2025, un calo di 83.000 posti di lavoro anno su anno.Allo stesso tempo, lei ha sostenuto ed esteso tagli fiscali che hanno beneficiato in modo sproporzionato le famiglie più ricche e le grandi aziende. Studi indipendenti hanno ripetutamente mostrato che i maggiori guadagni permanenti derivanti da quei tagli fiscali sono affluiti ai vertici della scala del reddito. L’approccio della sua amministrazione ha di fatto concesso sgravi fiscali per i ricchi, finanziati in parte attraverso dazi regressivi che colpiscono la classe lavoratrice e i poveri. E gran parte dei suoi tagli fiscali è finanziata con ulteriore debito, scaricato sulle generazioni future e destinato a pesare sui giovani di oggi negli anni a venire.Le famiglie lavoratrici sono quelle che hanno pagato di più alla cassa. Le famiglie benestanti hanno ricevuto ampi tagli fiscali. E i giovani americani sono stati gravati da maggiori debiti.E ora, oltre al danno, la beffa. In seguito alla sentenza della Corte Suprema, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha chiarito la posizione dell’amministrazione. Parlando all’Economic Club di Dallas, ha detto: «Ho la sensazione che il popolo americano non li vedrà», riferendosi alla prospettiva degli assegni di rimborso dei dazi. Ha invece liquidato i rimborsi come «il massimo dell’assistenzialismo aziendale», sostenendo che qualsiasi rimborso andrebbe agli importatori piuttosto che ai consumatori.La Casa Bianca e il Congresso possono e devono fornire sollievo alle famiglie americane che hanno sostenuto i costi di questi dazi illegali. L’Amministrazione ha la responsabilità di progettare tale sollievo. Ha incassato i soldi in modo illegale; ora dovrebbe restituirli.In modo sorprendente, come risposta alla decisione della Corte Suprema, lei ha appena annunciato un nuovo dazio generale del 15% ai sensi dell’Articolo 122 del Trade Act, questa volta presumibilmente giustificato da motivi di emergenza legati alla bilancia dei pagamenti. L’Articolo 122 potrebbe forse darle l’autorità temporanea, per un massimo di 150 giorni, di imporre tale dazio in risposta a gravi difficoltà della bilancia dei pagamenti. Anche qui, la sua autorità è dubbia, perché gli Stati Uniti non si trovano in una crisi della bilancia dei pagamenti. Tuttavia, anche se i tribunali dovessero stabilire che ha l’autorità per farlo, non dovrebbe usarla.Un dazio generale del 15% continuerà semplicemente ad applicare la stessa tassa regressiva sul popolo americano che lei ha implementato illegalmente rivendicando poteri di emergenza. Significherebbe ancora una volta prezzi più alti per cibo, abbigliamento, elettronica, materiali da costruzione e innumerevoli beni di prima necessità di tutti i giorni. Ricadrebbe ancora una volta più pesantemente sulle famiglie lavoratrici che spendono la quota maggiore del loro reddito in tali beni.Non si rimedia a una tassa regressiva illegittima con una tassa regressiva forse legale e temporanea. È molto probabile che anche il dazio del 15% verrà anVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Sarajevo Safari: i buchi neri della narrazione secondo Andrea Angeli

    di Elisabetta BurbaDall’ipotetica presenza del Sismi all’assenza di militari italiani nella missione Unprofor, l’ex portavoce delle Nazioni Unite a Sarajevo solleva dubbi sulla coerenza cronologica e logistica del cosiddetto «turismo della morte». Ricostruendo il contesto della città assediata, il funzionario internazionale invita a misurare il racconto con la realtà operativa di quegli anni. A partire dai check-point serbo-bosniaci e dalla «roulette russa» del monte Igman.IN BREVEMemoria storica Il portavoce Onu durante l’assedio di Sarajevo Andrea Angeli, che ha seguito tutte le guerre balcaniche, solleva dubbi sulla corenza della ricostruzione dei cosiddetti «tour della morte».Incongruenze logistiche Angeli rivela che a Sarajevo, durante l’assedio, non c’erano alpini italiani. Le Forze armate italiane non parteciparono con un contingente di terra alla missione Unprofor dell’Onu.Paradosso dell’intelligence Una fonte chiave del documentario «Sarajevo Safari» sostiene che i servizi bosniaci abbiano riferito dei turisti dell’orrore al Sismi a fine 1993-inizi 1994. Ma la rappresentanza diplomatica italiana a Sarajevo aprì solo nel maggio 1994.Realtà operativa bellica Angeli racconta che rggiungere le postazioni tramite il monte Igman era una «roulette russa». La complessità degli spostamenti solleva dubbi sull’esistenza di un’organizzazione turistica strutturata.Silenzio di quegli anni Nonostante la massiccia presenza di stampa internazionale e di funzionari Onu, ai tempi dell’assedio non emersero prove o segnalazioni su civili stranieri che pagavano per sparare sui civili.La delegazione diplomatica a Sarajevo fu aperta ai primi di maggio del 1994». Con cautela diplomatica, Andrea Angeli, celebre addetto stampa della missione Onu a Sarajevo (dal 1993 al 1994), non dice di più. Eppure, in quest’intervista che cerca di chiarire la vicenda dei cosiddetti safari umani, il funzionario, che è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis, evidenzia con precisione chirurgica un punto chiave dell’inchiesta aperta a Milano.Le indagini sono state avviate dal sostituto procuratore Alessandro Gobbis sulla base di un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, con l’aiuto dell’ex giudice milanese Guido Salvini. L’esposto fa riferimento al documentario Sarajevo safari, realizzato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanič. Testimone chiave del documentario è Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca. Secondo Subašić, già alla fine del 1993 i suoi uomini avevano individuato un gruppo di italiani coinvolti nei cosiddetti safari umani. L’informazione, sostiene Subašić, fu condivisa con gli ufficiali del Sismi allora presenti a Sarajevo all’interno del contingente delle Nazioni Unite Unprofor.Qui la versione della fonte chiave si scontra con la storia ufficiale. Andrea Angeli, memoria storica dei conflitti nei Balcani, dove ha lavorato per 16 anni, di cui 10 anni e 23 giorni non stop, solleva un’obiezione fondamentale: l’Italia non ha mai avuto un contingente militare in Unprofor. I pochi italiani presenti erano osservatori in divisa bianca dell’Ue o funzionari internazionali, come Andrea Angeli.A questo punto, la domanda sorge spontanea. Se la rappresentanza diplomatica italiana ha aperto i battenti solo nel maggio 1994, e dato che di solito il Sismi arriva in loco di pari passo con l’ambasciata, chi erano gli interlocutori a cui i servizi bosniaci avrebbero consegnato mesi prima i nomi dei presunti «turisti dell’orrore»?Attenzione, però. Sebbene il Sismi giunga solitamente sul terreno in concomitanza con la rappresentanza diplomatica, non si può escludere che – prima del maggio 1994 – qualche uomo dei servizi operasse a Sarajevo sotto mentite spoglie. Ma se gli agenti del Sismi erano nella capitale bosniaca sotto copertura, come hanno fatto i servizi bosniaci a individuarli e ad aprire un canale con loro?Il punto cruciale non è dunque se il Sismi fosse o meno presente a Sarajevo prima del maggio 1994. La questione di fondo è una strana incongruenza. Come hanno potuto i servizi bosniaci riferire ufficialmente a un’entità che, sulla carta, non esisteva? È su questo buco nero della narrazione che si gioca la credibilità dell’intera vicenda. Incongruenza che peraltro, come emerge dalle risposte di Andrea Angeli, è solamente la più singolare di una discreta serie.In oltre 40 anni di carriera nelle zone di guerra, lei ha mai incontrato un’ipotesi di reato come questa?«In verità no, ma non v’è mai fine al peggio. Non posso quindi escludere la presenza di pazzi criminali coinvolti nelle attività denunciate. Va tuttavia tenuto presente che non si trattava di andare al tiro a segno delle bancarelle di piazza Navona. Chiunque volesse andare a Sarajevo in quegli anni, quand’anche nelle zone controllate dai serbo-bosniaci e anche se “paying guest”, si sarebbe esposto a enormi rischi per la propria incolumità personale, sia nel viaggio sia durante la permanenza. Chi non tiene in conto questo, non conosce la realtà di quel disgraziatissimo periodo».Quando lei era addetto stampa Onu a Sarajevo, si parlava – anche solo sottoforma di voci non verificate – di stranieri che pagavano per sparare sui civili dalle postazioni serbe?«No. Ricordo che si parlò di zone isolate della Bosnia dove forestieri si “dilettavano” in guerre simulate con sagome umane e/o proiettili di plastica. E poi c’erano i fiancheggiatori, ovvero stranieri che appoggiavano materialmente una fazione o per affinità politiche o religiose. In entrambi i casi parliamo di fattispecie diverse».Se un funzionario Onu o un militare avesse notato presenze «anomale», quale sarebbe stata la procedura?«Bella domanda: tutto era anomalo a quel tempo. Stranieri fiancheggiatori delle varie fazioni ci sono sempre stati, in ogni guerra, lo vediamo oggigiorno in Ucraina. Unprofor non era una forza di occupazione, una volta che lo straniero vestiva un’uniforme degli eserciti locali sfuggiva al controllo internazionale. Diverso se una nostra pattuglia Mp (Polizia militare, ndr) avesse intercettato un’auto con targa straniera con personale civile armato a bordo».A Sarajevo ha mai raccolto o sentito resoconti da civili bosniaci che descrivevano cecchini «non locali» o con accenti stranieri?«Ripeto, fiancheggiatori stranieri da ambo le parti c’erano. Se fossero poi cecchini o addetti ad altre incombenze militari, non saprei».Ha mai sentito di giornalisti che indagavano su mercenari o volontari stranieri tra le forze serbe?«Guardi, la situazione negli anni 1993 e 1995 era talmente grave che l’eventuale presenza di mercenari sarebbe passata in secondo piano. La priorità per i giornalisti era quella – di per sé difficile e rischiosa – di riferire obiettivamente quanto accadeva».Un altro testimone chiave è John Jordan, ex marine e pompiere volontario a Sarajevo. Pur ammettendo di non aver mai visto i cosiddetti «turisti tiratori» sparare un colpo, il 28 agosto 2012 al Tribunale dell’Aja ha detto di averli osservati presso «postazioni di cecchinaggio». Che reputazione aveva a Sarajevo Jordan? Oggi come viene ricordato?«Ricordo che c’erano alcuni coraggiosi vigili del fuoco Usa. Non appartenevano all’Unprofor, agivano sotto il cappello di una ong americana. Ricordo il capo Bob Triozzi, ottima persona, molto coraggioso. Jordan non so».I «turisti dell’orrore» sarebbero partiti da Trieste via Belgrado. Quanto erano «permeabili» i confini per civili stranieri con finalità di questo tipo?«Da Belgrado a Pale (avamposto serbo-bosniaco sulle colline sovrastanti Sarajevo) si poteva arrivare scendendo da Nord, superando una miriade di check-point e perquisizioni varie, a patto di avere lasciapasssare serbo-bosniaci. Per arrivare a Sarajevo si risaliva invece da Sud, ma gli ultimi 15 chilometri, la discesa dal Monte Igman, erano una roulette russa, da kamikaze puri. Domandatelo a Bernardo Valli, decano degli inviati italiani, che qualche volta l’ha fatta. In aereo si arrivava solo muniti di tessera Un Press con i C130 da Ancona».Lei aveva mai sentito parlare di Gavazzeni prima dell’apertura dell’inchiesta? Che idea si è fatto dell’esposto presentato al Tribunale di Milano?«No, mai sentito parlare prima di Gavazzeni. Non ho letto l’esposto salvo quanto riportato dai media. Sono rimasto molto sorpreso nel leggere di alpini Unprofor. L’Italia non ha mai fatto parte di tale missione di pace. Gli unici militari italiani presenti nella regione erano una mezza dozzina di osservatori europei stazionati in altre zone. Non erano in mimetica, ma con divise bianche dell’Ue, occasionalmente transitavano per qualche ora a Sarajevo. Tutto qui. Quei pochissimi civili italiani Unprofor erano come me funzionari delle Nazioni Unite, senza legami – al pari degli altri civili – col proprio Paese».Quanti italiani eravate in Unprofor?«Due in Croazia dal 1992 e altrettanti a Belgrado. In Bosnia, oltre a me, a Sarajevo c’era Michele Manca di Nissa, che copriva Zenica e Tuzla per l’Unhcr. Sempre a Sarajevo, ai primi del ’94 arrivò in amministrazione un funzionario della Fao, Gianpiero Silvestri. Stop».Altri italiani?«Ne arrivarono molti in occasione di varie iniziative pacifiste – Mir Sada e Marcia dei 500 – nel 1992. Alcuni rimasero per qualche tempo. Le presenze si diradarono dopo l’uccisione dell’attivista Moreno Locatelli sul ponte di Vrbanja poco dopo il mio arrivo nell’ottobre 1993. Volontari del gruppo cattolico padovano Beati Costruttori di Pace continuarono ad arrivare insieme a quelli della ong Sprofondo, ma parliamo di poche persone. E, poi, i giornalisti che andavano e venivano: media della presenza giornaliera di reporter italiani, una decina. La permanenza media era di 10 giorni, con l’eccezione di Adriano Sofri che dai primi del 1994 siVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    1948: il silenzio della stampa laica sull’esodo forzato di 750 mila palestinesi

    di Daniele VitarelliPrendendo le mosse dalla denuncia del premio Pulitzer Chris Hedges sul silenzio mediatico occidentale attorno alla pulizia etnica della Palestina, Krisis ha fatto una verifica negli archivi italiani dell’epoca. Analizzando i quotidiani di via Solferino e delle Botteghe oscure, è emersa una inedita sintonia: nonostante le divergenze ideologiche, entrambe le testate minimizzarono la tragedia palestinese. Derubricando l’esodo a cronaca bellica, non lo collegarono all’azione delle forze ebraiche, presentando un resoconto degli eventi spesso di parte e talora distorto. A differenza della stampa cattolica.IN BREVECecità occidentale Come denunciato dal premio Pulitzer Chris Hedges, nel 1948 l’espulsione forzata della popolazione palestinese non fu seguita con attenzione dai media. I giornalisti occidentali presenti a Giaffa descrissero le «case vuote», ma senza spiegarne le cause.Allineamento italiano L’analisi degli archivi del 1948 rivela che anche i nostri media si adeguarono a questo silenzio, relegando ai margini della cronaca bellica la tragedia dei civili palestinesi in fuga.Convergenza mediatica Emerge anche una sintonia inattesa tra Il Corriere della Sera e L’Unità. Entrambe le testate descrissero l’esodo di 750 mila palestinesi come sgombero volontario o effetto collaterale dei combattimenti.Dettaglio chiave Eppure, come risulta anche dagli articoli scritti dai giornalisti italiani sul terreno, l’esodo era iniziato prima dello scoppio della guerra, avvenuto il 15 maggio 1948.Cattolici fuori dal coro A differenza dei media liberali e comunisti, quelli cattolici dedicarono grande attenzione ai profughi palestinesi. E fu proprio nel milieu cattolico internazionale che, nel 1949, comparve per la prima volta l’equazione tra i metodi del sionismo e quelli del nazismo.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da un mio studente dell’Università degli Studi di Milano, Daniele Vitarelli. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantirne l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.«La Nakba fu quasi universalmente non coperta… C’era l’evidenza fisica e a volte l’evidenza fisica veniva descritta, ma ciò che accadde realmente non veniva trasmesso». Con queste parole lapidarie, il giornalista Chris Hedges porta alla luce un fatto storico poco conosciuto. Nel 1948, in Medio Oriente un evento di portata enorme si consumò sotto gli occhi dei media. Ma i giornalisti occidentali, pur vedendolo, non lo raccontarono.La denuncia del premio Pulitzer è contenuta all’interno di una video-intervista alla scrittrice australiana di origini palestinesi Micaela Sahhar, trasmessa il 28 novembre 2025 su The Chris Hedges Youtube Channel. L’ex giornalista del New York Times racconta che i reporter che si recarono a Giaffa, città palestinese quasi completamente svuotata attraverso la pulizia etnica, descrissero le «case vuote», senza però spiegare perché si erano svuotate.La Nakba, l’esodo di circa 750 mila palestinesi avvenuto nel 1948, è stata per molto tempo un vero e proprio tabù. Come sottolinea lo storico israeliano Ilan Pappè nel suo libro La pulizia etnica della Palestina, a seguito del Piano Dalet del 10 marzo 1948, «la leadership sionista dichiarò apertamente che avrebbe cercato di prendere il controllo del Paese e di espellere con la forza la popolazione indigena».Una chiave di lettura, quella di Pappé, che ha suscitato un ampio dibattito nella storiografia israeliana e internazionale. Altri storici, pur riconoscendo l’entità dell’esodo e la responsabilità delle operazioni militari ebraiche, hanno valutato in modo diverso il grado di pianificazione dell’esodo (vedi intervista qui sotto al professor Paolo Zanini).Resta il fatto che, nel 1948, i giornalisti occidentali che assistettero alla nascita dello Stato di Israele non misero a fuoco la portata di quanto stava accadendo. La questione è stata sollevata da Micaela Sahhar nel libro Find me at the Jaffa Gate. Discendente di una famiglia costretta all’esodo forzato, Sahhar ha sottolineato come, spesso, i giornalisti o non ottenevano l’autorizzazione dai loro direttori a parlare della Naqba oppure non capivano l’importanza di quanto stava accadendo.E la stampa italiana? Per capire se questo fenomeno coinvolse anche i giornali di casa nostra, abbiamo analizzato gli archivi di quelli che nel 1948 erano i quotidiani italiani più rilevanti: Il Corriere della Sera, il giornale con maggior tiratura, e L’Unità, organo del Partito comunista italiano. Le due testate facevano parte di mondi cotrapposti ma, sulla descrizione della Nakba, la loro narrazione si rivelò convergente.Già… Perfino la stampa comunista, solitamente critica nei confronti delle versioni ufficiali, in quel caso specifico si allineò alla narrazione dominante. Il contesto in cui furono pubblicati gli articoli che abbiamo esaminato è il primo conflitto arabo-israeliano. Al termine del mandato britannico, il 14 maggio 1948, fu dichiarata la nascita dello Stato di Israele. E il giorno successivo, il 15 maggio 1948, prese avvio l’invasione da parte di Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq e Libano.Annotazione doverosa: questi eventi si verificarono a soli tre anni dalla fine della Shoah. L’Apocalisse che aveva colpito il popolo ebraico non poté non influenzare la visione sul conflitto in Palestina da parte dell’opinione pubblica occidentale, ancora traumatizzata dall’orrore dei lager nazisti.Secondo le abitudini dell’epoca, Il Corriere della Sera e L’Unità focalizzarono l’attenzione sulle dinamiche militari e sulle trattative diplomatiche, tralasciando o concedendo solo brevi spazi al dramma dei civili palestinesi. La prima volta che Il Corriere della Sera inserì all’interno di un articolo una breve descrizione dell’esodo fu il 23 aprile 1948, quindi 21 giorni prima della nascita dello Stato di Israele e 22 giorni prima dell’invasione degli eserciti arabi.Un dettaglio cronologico fondamentale, dato che la narrazione ufficiale israeliana sostiene che l’esodo non fu il risultato di un piano preordinato di espulsione, ma una conseguenza inevitabile seppur tragica degli eventi bellici. L’Unità si occupò dell’esodo il 24 aprile 1948.Erano i giorni in cui le truppe israeliane inducevano i cittadini palestinesi ad abbandonare Haifa. Un evento che lo storico Pappé descrive in tutta la sua drammaticità: «La campagna terroristica ebraica iniziò a dicembre, con pesanti bombardamenti, cecchini, fiumi di olio e carburante in fiamme buttati giù dalla montagna, e barili di esplosivo, e andò avanti nei primi mesi del 1948, intensificandosi ad aprile».Ecco che cosa scrisse invece Il Corriere della Sera. Nell’articolo Caifa in mano agli Ebrei dopo sanguinosi scontri (Caifa era la traslitterazione dell’epoca per l’odierna Haifa, ndr) si legge: «Avendo gli Arabi respinto le condizioni della tregua d’armi, è subito cominciato il loro esodo dalla città. Durante tutto il giorno, da 10 a 15 mila uomini, donne e fanciulli sono sfilati per le vie, trasportando le loro masserizie. Fonti britanniche calcolano che da 18 a 25 mila Arabi debbano sgomberare. La ritirata araba darà agli Ebrei il controllo del principale porto palestinese nel Mediterraneo orientale».In modo analogo, l’articolo del giorno successivo, Gli Arabi abbandonano anche i dintorni di Gerusalemme, evidenziò: «Continua lo sgombero volontario della popolazione araba di Caifa». E aggiunse: «Secondo gli Ebrei questo sgombero in massa sarebbe stato deciso per ragioni politiche, allo scopo di produrre una profonda impressione negli altri Paesi arabi e di far apparire gli Ebrei come invasori».L’Unità era sulla stessa lunghezza d’onda. Nell’articolo dedicato ai fatti di Haifa, riferì della fuga dei palestinesi, sostenendo che sarebbe stata dettata da scelte politiche o dalla volontà delle élite. Non solo. Secondo il quotidiano del Pci, gli ebrei avrebbero addirittura voluto bloccare l’esodo, garantendo «rispetto per la vita».Il 24 aprile 1948, Corrado Salviati, che a differenza dell’inviato del Corriere scriveva da Londra, firmò il pezzo L’Aganah combatte alle porte di Gerusalemme. Sessantamila arabi sgombrano la città di Haifa (Aganah era la traslitterazione dell’epoca per l’odierna Haganah, ndr). Salviati raccontò che «sessantamila arabi, che non hanno accettato la proposta di tregua avanzata dalle autorità militari ebraiche si dispongono ad evacuare la città».Il giorno dopo, il 25 aprile, comparve un articolo pubblicato questa volta da Haifa. Intitolato Re Abdullah si prepara ad invadere la Palestina, sosteneva che «numerosi appelli sono stati rivolti agli arabi dalle autorità militari ebraiche perché sospendano l’evacuazione. […] Mentre i capi arabi, che hanno rifiutato la tregua proposta dall’Haganah, hanno ordinato a tutti gli arabi residenti nella città di sgombrare al più presto, le autorità ebraiche hanno garantito il rispetto della vita […] Lo sgombero della città è per i capi arabi una battaglia politica e al parere dei più essi la perderanno».In quei giorni avvenne pure l’espulsione dei palestinesi da Giaffa che, per quanto fosse anch’essa caratterizzata da un’estrema violenza da parte dell’Irgun e dell’Haganah, ebbe un’eco mediatica inferiore rispetto a quella di Haifa. «Anche lì vi furono scene che richiamano alla memoria gli orrori avvenuti nel porto settentrionale di Haifa» racconta Pappé. «Persone letteralmente spinte in mare quando la folla tentò di salire a bordo di piccolissimi battelli da pesca che avrebbero dovuto portarla a Gaza, mentre le truppe ebraiche sparavano in aria per accelerarne l’espulsione».Il 29 aprile 1948 l’inviato dell’Unità descrisse l’invasione di Giaffa, senza però dedicare neanchVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Todd: perché il Giappone resiste al nichilismo e il mondo protestante no

    di Emmanuel ToddIn questo colloquio con una critica letteraria giapponese, Emmanuel Todd analizza le differenze tra Giappone e Occidente attraverso le strutture familiari. L’autore de «La disfatta dell’Occidente» sostiene che il Giappone, grazie alla sua tradizione estetica e culturale, conserva una maggiore resistenza al nichilismo prodotto dalla secolarizzazione. Al contrario, nelle società protestanti lo «stato zero della religione» genera vuoto esistenziale e disgregazione simbolica. Tuttavia, anche il Giappone è colpito da una crisi profonda: denatalità, fuga dalle relazioni affettive e rifugio nel virtuale. Ne emerge il quadro di una crisi globale dei valori collettivi, legata alla dissoluzione delle strutture familiari che avevano storicamente garantito coesione sociale e continuità demografica.IN BREVEAntropologia della crisi Per Todd, l’Occidente individualista a famiglia nucleare si contrappone alle società «a ceppo», come Germania e Giappone, segnate da strutture sociali più autoritarie.Estetica contro il vuoto La cultura nipponica schiva il declino spirituale protestante privilegiando la bellezza del mondo terreno e la sensibilità visiva rispetto a rigidi parametri etici.Eros e scrittura femminile L’antica e rilevante presenza di autrici nella storia giapponese rivela una libertà interiore e una complessità erotica assenti nella più severa tradizione luterana.Paralisi dell’affettività Il collasso demografico deriva da un ossequio soffocante per i legami d’origine e da una fragilità comunicativa di coppia, che spinge le nuove generazioni verso l’universo virtuale.Tramonto del sacro Nella fase post-religiosa, il vuoto simbolico disgrega le comunità. Se cattolicesimo e shintoismo salvano il «bello», il mondo protestante secolarizzato produce solo disperazione.Nota di Emmanuel Todd: La geopolitica non è l’essenziale della mia vita, anche se l’urgenza civica mi costringe in questi tempi a dedicarle molto tempo. Sono quindi felice di poterne uscire un momento per ripubblicare sul mio blog quest’intervista realizzata lo scorso autunno a Tokyo con Kaho Miyake sui rapporti interpersonali in Giappone e in Francia. Kaho Miyake è una brillante critica letteraria e saggista, specializzata in origine nel Man’yōshū (antologia poetica classica). Analizza la letteratura giapponese moderna e contemporanea, i manga e il cinema sotto l’angolo della famiglia, in particolare delle relazioni tra genitori e figli o tra uomini e donne. Discutiamo qui della cultura e della società giapponesi attraverso il prisma della famiglia.Todd: Anzitutto, tengo a precisare che ne La sconfitta dell’Occidente distinguo due Occidenti. C’è l’Occidente in senso stretto, il cuore individualista composto da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, fondato sulla famiglia nucleare (dove le relazioni genitori-figli sono liberali). E c’è l’Occidente in senso lato, che include Paesi come il Giappone e la Germania, società a famiglia ceppo (eredità al primogenito, relazioni genitori-figli autoritarie, disuguaglianza tra fratelli). Questi Paesi autoritari sono stati integrati nel sistema americano dopo la guerra.Miyake: Leggo i suoi libri con grande interesse da tempo, ma una domanda mi tormenta. Lei confronta spesso il Giappone e la Germania come paesi a famiglia ceppo, ma vorrei interrogarla sul legame tra la famiglia ceppo e le scrittrici. Il Giappone conta un numero di scrittrici eccezionalmente elevato a livello mondiale, e ciò è stato particolarmente vero nelle epoche di Nara e di Heian. Tuttavia, con l’emergere della famiglia ceppo nel Medioevo e il suo radicamento dall’epoca premoderna all’era moderna, la presenza delle scrittrici si è attenuata. Detto questo, oggi sono di nuovo molto attive e guadagnano popolarità all’estero. In confronto, la letteratura tedesca conta infinitamente meno scrittrici. Esiste un legame tra la struttura della famiglia ceppo, il tasso di alfabetizzazione femminile e questo fenomeno?Todd: Il confronto tra Giappone e Germania è una delle grandi questioni della mia vita di ricercatore. Sebbene questi paesi condividano somiglianze dovute alla famiglia ceppo, esistono molte differenze. Per esempio, quando faccio una battuta durante una conferenza, i giapponesi ridono, anche se la mia battuta è cattiva, per cortesia, mentre i tedeschi non ridono, anche se è buona (risate). I tedeschi non hanno il senso dell’umorismo dei giapponesi. È una differenza più importante di quanto si pensi, molto indirettamente legata allo status delle donne e alla presenza di scrittrici. La famiglia ceppo, a differenza della famiglia nucleare anglo-americana o francese, è una forma familiare che modella l’individuo. Tuttavia, questo grado di costrizione è più debole in Giappone che in Germania. Come ha rivelato Akira Hayami, padre della demografia storica giapponese, la famiglia ceppo si è compiuta in Giappone solo nell’era Meiji e la sua storia vi è dunque forse un po’ più recente che in Germania. Ma di poco. Forse dovremmo soprattutto distinguere una famiglia ceppo rigida (Germania) da una famiglia ceppo flessibile (Giappone). Nel corso delle mie oltre 20 visite in Giappone, ho spesso constatato una dimensione di libertà, quella di un «uomo naturale», nei giapponesi pur così educati e disciplinati. Superiori e subordinati, la cui relazione gerarchica dovrebbe essere rigida, discutono apertamente davanti a un bicchiere. Una giornalista giapponese aveva evocato una «democrazia giapponese dopo le 17» (risate). È una scena che non ho osservato in Germania, pur essendo anch’essa un paese a famiglia ceppo.Miyake: È forse un’applicazione di ciò che lei chiama il principio di conservatorismo delle zone periferiche (…).Todd: Esattamente! Se si considera la posizione geografica e le differenze culturali nel contesto dell’Asia orientale, anche all’interno della stessa sfera confuciana (il confucianesimo incarna i valori della famiglia ceppo), si può dire che l’ordine di prossimità all’«uomo naturale», partendo dalla periferia, è: 1) il Giappone, 2) la penisola coreana, 3) la Cina. Per tornare al confronto germano-giapponese, non percepisco questo uomo naturale nei tedeschi, soprattutto nei rapporti uomini-donne. L’aspetto uomo naturale dei giapponesi è certamente legato all’esistenza delle scrittrici all’origine della civiltà giapponese. Avevo letto con piacere Note del guanciale (Makura no Sōshi) di Sei Shōnagon; la letteratura classica scritta da donne ha senza dubbio lasciato una traccia indelebile nella storia del Giappone. Al contrario, il protestantesimo luterano diffusosi in Germania possiede un aspetto non solo severo ma violento (del resto, la mappa della diffusione del luteranesimo corrisponde quasi a quella dei voti per il partito nazista), ed è estremamente ostile alle donne. La Vergine Maria, simbolo di dolcezza materna nel Cattolicesimo, è stata sostituita da Eva e dal peccato originale nei luterani, trasformando la donna in simbolo del male. Se si guardano i tassi di accesso all’università oggi, le donne superano gli uomini negli Stati Uniti e in Francia, ma non è il caso in Germania.Miyake: Anche in Giappone, se si includono le università a ciclo breve, il tasso è più elevato tra le donne. A proposito, lei legge spesso letteratura giapponese?Todd: Conosco poco gli autori contemporanei, ma ho letto con passione Jun’ichirō Tanizaki e Yasunari Kawabata. In ogni caso, ho sempre letto letteratura giapponese per piacere, mentre non ho mai letto romanzi tedeschi come divertimento (risate). Ciò che apprezzo nei romanzi (non necessariamente romanzi d’amore) sono le sottigliezze dei rapporti tra uomini e donne, e questo non lo trovo nella letteratura tedesca. Lo sguardo che Kawabata o Tanizaki posano sulle donne è per me normale. Vale a dire che le trovano belle e attraenti. Le letterature giapponese e francese sono forse le due «grandi» sulla complessità psichica dell’erotismo. Questo punto comune franco-giapponese probabilmente non esiste con la Germania. Spero che questa intervista non venga tradotta in tedesco (risate). Detto questo, percepisco anche differenze capitali tra Giappone e Francia nei rapporti uomini-donne.Miyake: Che tipo di differenze?Todd: Il tema classico della letteratura giapponese è la debolezza della comunicazione all’interno della coppia. La prima opera di Tanizaki che ho letto è stata La chiave (sottotitolata La confessione impudica in francese). È la storia di una coppia in cui ciascuno, leggendo segretamente il diario dell’altro, scrive tuttavia per essere letto, e il libro dipinge alla fine qualcosa di peggiore della non-comunicazione. Al contrario, le relazioni tradizionali uomini-donne in Francia erano più vicine a un rapporto amicale o di cameratismo. Per inciso, non sono ovviamente riuscito a leggere Yukio Mishima» (…). Ho anche una domanda. Come nel Regno Unito, negli Stati Uniti o in Scandinavia, la bisessualità aumenta tra le giovani donne in Francia. Com’è la situazione in Giappone?Miyake: Ci sono persone bisessuali fin dalla nascita, ma non penso che siano ancora molto numerose. Ciò che aumenta piuttosto in Giappone è l’«Oshikatsu», l’atto di sostenere e amare appassionatamente idoli o personaggi di anime. I giovani giapponesi tendono a preferire le relazioni virtuali a quelle reali.Todd: Capisco. In ogni caso, stiamo parlando di Paesi che non cercano più di avere figli. Se i figli scompaiono e la popolazione non fa che diminuire, la società non ha altra scelta che scomparire. È una crisi culturale comune ai Paesi sviluppati. Io la studio sotto l’angolo dei sistemi familiari e delle strutture politico-economiche, ma questa crisi è vissuta anche a livello individuale in una società che ha perso i suoi valori collettivi.Miyake: È il problema dello stato zero della religione e del nichilismo che lei segnala ne La sconfitta dell’Occidente. Tuttavia, la popolarità dell’«Oshikatsu» in Giappone o l’ascesa degli evangelici negli Stati Uniti non costituiscono una sorta di ritorno a una religione per sostituire le anticheVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Oltre i blocchi contrapposti: il mondo va verso una cooperazione pragmatica

    di Henry Huiyao WangMentre Washington adotta una linea sempre più transazionale, le medie potenze cercano nuovi equilibri basati su interessi concreti. Il presidente del Center for China and Globalization sostiene che, in un panorama internazionale in mutamento, la stabilità asiatica offre un’alternativa rassicurante ai rigidi schieramenti post Guerra fredda.IN BREVEFine dei blocchi Non è più Cina contro Occidente: il sistema internazionale scivola verso cooperazioni pragmatiche, costruite dossier per dossier, senza schieramenti fissi.Pechino baricentro La sfilata di visitatori europei e nord-americani in Cina segnala l’erosione dell’ordine post-Guerra fredda e l’avvio di nuovi equilibri.Coalizioni per temi Clima, commercio, Ia, supply chain e salute producono alleanze variabili. Regole e interessi contano più della retorica valoriale dei blocchi.Polo di bilanciamento Bruxelles coopera con Pechino dove conviene, ma resta autonoma: convergenze sul multilaterale, divergenze su mercato, dazi e industria.Non siamo più di fronte alla contrapposizione tra Cina e Occidente, né a quella tra Occidente e resto del mondo. In realtà, non viviamo più in un mondo di blocchi. Ci stiamo invece avviando verso un mondo di cooperazione orientato a singoli obiettivi.Ciò è forse più evidente dalla sfilata di leader che visitano Pechino. Già il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente sud-coreano Lee Jae-myung, il Taoiseach irlandese Micheál Martin, il primo ministro canadese Mark Carney e il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer hanno tutti visitato la Cina negli ultimi mesi. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz dovrebbe iniziare la sua visita a febbraio. Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è atteso in visita ad aprile.Alla base, queste visite rappresentano una risposta all’erosione dell’ordine post-Guerra fredda, la cui fine è diventata il principale argomento di discussione al recente World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Con Washington che non è più l’affidabile garante del sistema multilaterale, la lunga ricerca dell’Unione europea di un’autonomia strategica passa dalla retorica alla pratica. Il risultato sarà l’emergere dell’Europa come polo indipendente, definito dal potere regolatorio, dal peso economico e dall’influenza normativa.Ciò che è cambiato in modo più fondamentale non è la scomparsa dei valori, bensì il loro ruolo nell’allineamento globale. Per gran parte del periodo successivo alla Guerra fredda, la percezione di ideali comuni ha sostenuto la lealtà ai blocchi, anche quando gli interessi materiali divergevano. Una «comunità di valori condivisi» ha creato il G-7 e la Nato; lo stesso patrimonio ideale ha spinto gran parte del mondo occidentale a intervenire insieme nei Balcani nel 1999, a combattere in Afghanistan dopo l’11 settembre e a unire le forze per sostenere l’Ucraina.Nell’ultimo decennio, questa stessa comunità euro-atlantica si è gradualmente orientata verso un consenso secondo cui la Cina fosse ostile alla comunità degli Stati liberali occidentali e dovesse essere isolata con un cordone sanitario. Ma anche quell’unità, per quanto relativa, è ormai giunta al termine. Con Washington che attacca l’Europa invece di cercare di compattarla, Canada, Regno Unito e Unione europea hanno tutti iniziato a rivolgersi alla Cina per interagire alle proprie condizioni.Tuttavia, nonostante alcune previsioni, ciò non porterà a un allineamento duraturo tra Cina ed Europa. Il mondo sta invece entrando in una fase contesa di governance multipolare priva di comunità fondate sui blocchi. Per usare le parole di Carney, esistono ora «coalizioni diverse per temi diversi basate su valori e interessi comuni». La cooperazione climatica non deve necessariamente seguire le alleanze di sicurezza. La governance commerciale non si allinea in modo ordinato con standard tecnologici basati sui blocchi. L’intelligenza artificiale, le catene di approvvigionamento e la sicurezza sanitaria generano ciascuna le proprie costellazioni di cooperazione.La governance commerciale offre un esempio chiaro di questo cambiamento. Il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, concepito inizialmente come uno strumento di arte di governo regionale guidato dagli Stati Uniti, è oggi di fatto gestito da medie potenze. Con il Regno Unito già entrato a farne parte, la Cina che ha presentato domanda e l’Unione europea che cerca un avvicinamento, l’accordo si è evoluto in una piattaforma post-blocchi plasmata meno dall’ideologia e più da regole, standard e interessi economici reciproci.Le stesse dinamiche si osservano in altri ambiti politici cruciali: la capacità industriale verde della Cina – che comprende solare, eolico, batterie, mobilità elettrica e apparecchiature di rete – ha trainato la decarbonizzazione globale. Eppure, per anni, gli Stati Uniti hanno sollecitato i propri alleati a limitare l’adozione della tecnologia verde cinese. Ora Europa e Canada si sono liberate dai paraocchi di una politica strutturata sui blocchi e sono sempre più in grado di interagire con la capacità e l’expertise cinesi alle proprie condizioni.Allo stesso modo, l’Unione europea e la Cina restano entrambe impegnate nella governance multilaterale e nella riforma istituzionale. Entrambe sostengono di condividere la responsabilità di difendere un ordine internazionale basato su regole, radicato nelle Nazioni Unite, e di promuovere la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, come il ripristino della sua funzione di risoluzione delle controversie, incluso il Multi-Party Interim Appeal Arbitration Arrangement.Ma, nonostante questa convergenza, permangono aree di divergenza, tra cui le misure di difesa commerciale, l’accesso al mercato e la politica industriale. Per questo motivo, nonostante i recenti e tangibili miglioramenti nel dialogo tra Ue e Cina, l’Unione europea continuerà ad agire principalmente come polo di bilanciamento. Gli Stati membri dell’Ue mantengono ancora legami di sicurezza con Washington, e l’Ue stessa interagisce con la Cina alle proprie condizioni piuttosto che unirsi a un nuovo schieramento.In questo mondo emergente, l’Ue può mantenere i valori che non condivide con la Cina pur cooperando su interessi comuni.Questa nuova configurazione assomiglia sempre più a un equilibrio in stile Il Romanzo dei Tre Regni piuttosto che a uno scontro binario. In questo classico racconto cinese, nessun regno è in grado di dominare apertamente e il potere resta conteso. Proprio come nel romanzo, vi è ora un crescente campo di potenze medie con una propria capacità di azione che plasmano l’evoluzione dello scenario. Il risultato è un contesto in cui tutti sono costretti a negoziare, cautelarsi e adattarsi, piccoli o grandi che siano.La Cina resta profondamente integrata nelle catene globali di approvvigionamento ed è costantemente impegnata nelle istituzioni multilaterali. Per decenni, la Cina è stata lieta di lavorare con i Paesi del Sud globale senza condizioni, sostenendo coerentemente il multilateralismo, la sovranità, la stabilità e l’imparzialità nelle relazioni commerciali.Ora, a seguito del ritiro di Washington dal mondo e della sua nuova tendenza alla divisione, ciò gioca a favore della Cina. Per coloro che devono ora cautelarsi di fronte a una Washington sempre più transazionale, la stabilità di Pechino rappresenta una boccata d’ossigeno – soprattutto perché gli Stati più piccoli non devono necessariamente legarsi all’ancora di Pechino per beneficiare della stabilità che essa offre.Le medie potenze si stanno rendendo conto di un futuro in cui dovranno scegliere gli interessi piuttosto che gli schieramenti. SebbeVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    L’Iran al bivio sul dopo Khamenei

    di Pierluigi FrancoIl malcontento popolare, alimentato da un’inflazione fuori controllo, ha spinto i fidati mercanti bazarì a rompere l’alleanza storica con il clero sciita. Mentre i Guardiani della rivoluzione consolidano il dominio economico e militare, la mancanza di un erede designato per la Guida suprema e l’indebolimento degli alleati in Medio Oriente mettono la Repubblica islamica in seria difficoltà, imponendo tentativi di dialogo con l’esterno. Riemerge anche l’ipotesi monarchica con gli appelli del principe ereditario in esilio. Ma il passato autoritario dello scià rende questa soluzione controversa, per il rischio di ripetere errori storici.IN BREVERottura dei bazarì Il Gran bazar di Teheran ha interrotto l’alleanza storica con il clero sciita a causa della crisi economica, privando il regime di un pilastro sociale fondamentale.Repressione e sangue Le proteste tra il 2025 e il 2026 hanno registrato una violenza senza precedenti da parte di Pasdaran e Basiji, con migliaia di vittime.Vuoto di potere L’assenza di un erede per l’ottantasettenne Khamenei espone la Repubblica Islamica a un’incertezza istituzionale che potrebbe favorire una giunta militare.Isolamento regionale L’indebolimento di Hezbollah e Hamas ha ridotto l’influenza di Teheran in Medio Oriente, costringendo i vertici teocratici a cercare difficili canali di dialogo con gli Usa.Rischio errori storici Il principe Reza Ciro Pahlavi aspira al trono, ma il passato repressivo del padre rende tale soluzione controversa e carica di incognite per il futuro.Il malcontento degli iraniani è cresciuto notevolmente e progressivamente negli ultimi due decenni. Sono state molte e sempre più frequenti le proteste di piazza, sempre represse con violenza da Pasdaran e Basiji.Le date più importanti riportano al 1999, con le proteste studentesche a seguito della chiusura di un giornale riformista; al 2009, con le proteste del «Movimento verde» dopo la presunta frode nella rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad; al 2017-2018 contro inflazione e disoccupazione; al 2019 contro l’aumento del prezzo della benzina; al 2022 con la creazione del movimento «Donna, vita, libertà» dopo la vicenda della giovane Jina Mahsa Amini, uccisa per aver indossato male il velo; infine al dicembre 2025-gennaio 2026 con una strage di manifestanti che non ha eguali, costata la vita a migliaia di cittadini.Un bagno di sangue senza precedenti, al quale il mondo non sembra voler dare il giusto peso. Ma proprio quest’ultima protesta, che ha visto la repressione più dura da parte del regime, ha qualcosa di profondamente diverso dalle altre. Oltre alla partecipazione di ogni strato della popolazione, a differenza di quanto avvenuto in precedenza quando erano coinvolti soprattutto giovani e studenti, la novità più preoccupante per gli Ayatollah risiede nel fatto che la contestazione al regime è partita questa volta dai fidati bazar, in particolare dallo storico ed enorme Gran Bazar di Teheran.I bazarì, gli influenti mercanti iraniani, sono sempre stati fedeli alleati del potere clericale islamico fin dalla Rivoluzione khomeinista del 1979. Ora le cose sono cambiate, facendo venire meno uno dei tre punti cardine del regime teocratico, finora costituiti dal clero sciita, dai Pasdaran e proprio dai bazarì. A difendere strenuamente il sistema restano quindi il clero e i Guardiani della rivoluzione. È evidente che a far cambiare idea ai bazarì è stata la crisi economica sempre più pesante per chi opera nel commercio. Un fattore che i vertici iraniani non avevano evidentemente calcolato.Quello che è profondamente cambiato negli ultimi tempi è che fino a qualche anno fa i manifestanti chiedevano sostanzialmente riforme, senza pensare a un cambio di regime. Ora le richieste della piazza sono più radicali e attaccano direttamente la Guida suprema, Ali Khamenei, i cui ritratti vengono pubblicamente dati alle fiamme. Anche per questo la reazione è spietata. Ma la repressione con uccisioni di massa non serve certamente a risolvere il problema. Può fermare momentaneamente le proteste di piazza, come è avvenuto finora, ma non il malcontento.In ogni caso, l’attuale regime è ancora diretto da Khamenei. Tuttavia, la Guida Suprema ad aprile prossimo compirà 87 anni e non sembra godere di buona salute. Inoltre non ha mai indicato un possibile successore. Dopo la strana morte in elicottero di Ebrahim Raisi, che molti consideravano il suo braccio destro e possibile futura Guida, nelle ipotesi sulla successione si è creato il vuoto. Difficile immaginare cosa accadrà all’Iran al momento della scomparsa di Khamenei, leader che ha sempre potuto contare sulla fedeltà assoluta dei Pasdaran, salito al potere nel 1989 alla morte di Ruhollah Khomeini.Allora il ruolo di Guida suprema sarebbe dovuto essere del Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri, tra le massime e stimate autorità iraniane, caduto in disgrazia per eccesso di visione democratica. Così l’Assemblea degli esperti, ai quali la Costituzione iraniana assegna il compito di scegliere la Guida suprema, optò per Khamenei, uomo assai rigido che pure non apparteneva alla élite clericale, essendo un semplice Hojjatoleslam.Una scelta più volte contestata da una parte dello stesso clero sciita, per la quale non aveva titoli per divenire Guida Suprema. Ma Khamenei, grazie al potere acquisito, ha avuto sempre modo di reprimere ogni voce contraria riuscendo addirittura a far arrestare Montazeri, ufficialmente per «proteggerlo».Una delle ipotesi di scenario post-Khamenei è quella di una presa di pieno potere da parte dei Pasdaran, con una sorta di giunta militare dei Guardiani della Rivoluzione. Ma l’Iran sembra assai lontano da tradizioni che possano configurare un governo a guida militare. Il suo passato indica che è sempre stato guidato, troppo spesso molto male, da monarchie di varie dinastie ed etnie per finire nel 1979 sotto il governo teocratico del clero sciita. Va poi considerato che i Pasdaran, creati da Khomeini che non si fidava dell’Esercito regolare, hanno oggi di fatto il controllo del Paese dopo aver acquisito sempre più potere anche economico.Di certo, un governo a guida dei Guardiani della rivoluzione, tutti fermamente fedeli all’Islam più rigido, non porterebbe a cambiamenti sostanziali del regime. Assai improbabile, poi, sarebbe una presa di potere da parte dell’Esercito regolare che, con l’accresciuta dominanza dei Pasdaran, non ne avrebbe alcuna forza.Va inoltre considerato che un governo teocratico, difficilmente rimovibile allo stato attuale, impone che al vertice resti un rappresentante del clero. Per il futuro si tratterà quindi di capire quanto le forze esterne possano manovrare i vertici iraniani, magari con i richiami del dollaro. Da parte sua, Teheran sembra aver perso una buona fetta di potere in Medio Oriente, con l’indebolimento di Hezbollah in Libano e di Hamas a Gaza.Restano gli alleati Huthi in Yemen. Ma gli Huthi appartengono alla componente zaydita dell’Islam sciita, ribelli per natura, e per questo poco affidabili agli occhi del clero imamita duodecimano iraniano. Anche per questo i vertici di Teheran provano ad aprire canali di dialogo all’esterno, in primo luogo con gli Usa, come riferito dalle stesse autorità iraniane. Un quadro che indica come il regime si renda conto della propria debolezza e, quindi, di dover accettare compromessi. Sa che, per poter sopravvivere, dovrà in qualche modo uscire dalla rigidità e rendersi flessibile.Tra le pieghe delle proteste è ricomparso con numerosi appelli anche Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Il sessantacinquenne principe ereditario non nasconde l’aspirazione di tornare sul trono del pavone. Ma resta ancora la macchia di suo padre, scacciato a furor di popolo nel 1979 per la politica repressiva e brutale attuata dalla fedele polizia segreta Savak, che nulla aveva da invidiare alla ferocia degli agenti degli Ayatollah. Nelle piazze qualcuno lo ha acclamato, ma va detto che per lo sfortunato Iran forse non sarebbe la soluzione migliore. Non sembra infatti certamente brillare la breve storia di quella moderna dinastia autonominata appena nel 1925 dall’astuto Reza Shah Pahlavi, nonno dell’attuale pretendente al trono.Oggi torna in qualche modo l’illusione del 1979 quando, cacciando lo scià, gli iraniani pensarono di poter creare un nuovo sistema aperto e democratico. L’idea era allora di un rivoluzione tutt’altro che teocratica, portata avanti da un movimento di popolo che abbracciava tutte le forze di opposizione allo scià. Tra queste forze, però, c’erano anche i religiosi sciiti. Così il furbo Khomeini tornò dall’esilio di Parigi e sfruttò il movimento di massa, riuscendo poi a eliminare tutti i laici instaurando il regime islamico. Sarebbe davvero grave, dopo tanti morti, ripetere gli errori del passato.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionalePierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Chris Hedges: «Noam Chomsky, Jeffrey Epstein e la politica del tradimento»

    di Chris HedgesL’ex giornalista del New York Times ricostruisce i rapporti tra Noam Chomsky e Jeffrey Epstein. Rigettando le tesi difensive sulla presunta buona fede di Chomsky, Chris Hedges evidenzia come il professore abbia beneficiato di lussi e agevolazioni esclusive, ignorando consapevolmente i crimini commessi da Epstein. Tale cedimento alle lusinghe dell’élite predatrice compromette irrimediabilmente la credibilità di una figura che finora pareva un simbolo di rettitudine.Non mi aspetto molto dai politici, dai magnati delle corporation, dai rettori delle università prestigiose, dai filantropi miliardari, dalle celebrità, dai reali o dagli oligarchi. Vivono in bolle narcisistiche ed edonistiche che assecondano il loro culto della personalità e la loro depravazione morale. Mi aspetto molto, invece, da intellettuali come Noam Chomsky.La spiegazione fornita dalla moglie Valéria – Noam è stato colpito da un grave ictus nel giugno 2023 ed è ora inabile – riguardo al loro rapporto con Jeffrey Epstein, è intrisa delle fatue scuse utilizzate da tutti coloro che sono stati smascherati dalle email e dai documenti del caso Epstein.Secondo Valéria, lei e Noam sono stati «eccessivamente fiduciosi». Ciò avrebbe portato a un «errore di giudizio». Valéria scrive che lei e Noam rimasero intrappolati fra cene con personalità di spicco nella villa di Epstein, voli sul suo jet privato soprannominato Lolita Express – un riferimento letterario allo sfruttamento sessuale di ragazze che Noam avrebbe dovuto riconoscere – sostegno finanziario, viaggi nel ranch di Epstein e l’uso di uno dei suoi appartamenti a New York.Come chiunque altro citato nei file di Epstein, lei e Noam «non hanno mai assistito ad alcun comportamento inappropriato da parte di Epstein o di altri». I consigli di Noam a Epstein su come gestire le inchieste giornalistiche riguardo ai suoi crimini, così come la lettera di raccomandazione scritta da Noam per Epstein, sono stati – insiste – il risultato del fatto che Epstein «ha approfittato delle critiche pubbliche di Noam verso quella che divenne nota come cancel culture per presentarsi come una sua vittima».Dopo il secondo arresto di Epstein nel 2019, lei e Noam sono stati «negligenti nel non aver svolto ricerche approfondite sul suo passato». Conclude esprimendo «solidarietà incondizionata alle vittime».La sua lettera ricalca la formula standard di chiunque sia finito nei file di Epstein. Conosco e ho ammirato Noam per lungo tempo. È, senza dubbio, il nostro intellettuale più grande e integro.Posso assicurarvi che non è così passivo o ingenuo come sostiene sua moglie. Lui sapeva degli abusi di Epstein sui minori. Sapevano tutti. E, come altri nell’orbita di Epstein, a lui non importava. Dalla corrispondenza via email tra Epstein e Valéria emerge come lei apprezzasse particolarmente i privilegi derivanti dall’essere nella cerchia di Epstein, ma questo non assolve l’acquiescenza di Noam.Più di chiunque altro, Noam conosce la natura predatoria della classe dirigente e la crudeltà dei capitalisti, dove i vulnerabili – specialmente ragazze e donne – sono mercificati come oggetti da usare e sfruttare. Non è stato ingannato da Epstein. È stato sedotto.La sua associazione con Epstein è una macchia terribile e, per molti, imperdonabile. Deturpa in modo irreparabile la sua eredità. Se c’è una lezione qui, è questa: la classe dominante non offre nulla senza aspettarsi qualcosa in cambio. Più ti avvicini a questi vampiri, più ne diventi schiavo. Il nostro ruolo non è socializzare con loro. È distruggerli.Articolo originale pubblicato su: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Chris Hedges Giornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi 20 anni corrispondente dall’estero per The New York Times, Dallas Morning News, Christian Science Monitor e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per The New York Times ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di 14 libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Mercato contro pianificazione: la sfida Usa-Cina sull’intelligenza artificiale

    di Giuseppe SpertiL’intelligenza artificiale è diventata uno strumento di competizione geopolitica prima ancora che una tecnologia produttiva. Mentre il dibattito si divide tra promesse di crescita e timori di bolle finanziarie, come Krisis ha raccontato nella sua inchiesta, emerge una tensione strutturale lungo la filiera globale. Il problema è che un sistema progettato per accumulare potenza computazionale a monte fatica a generare valore e occupazione a valle. Il confronto tra l’approccio statunitense, fondato sulla leadership delle piattaforme private, e quello cinese, basato su un’integrazione forzata tra Stato e industria, rivela che la vera posta in gioco non è la superiorità tecnica. È il governo delle infrastrutture.IN BREVEArchitettura della potenza L’Ia non è solo tecnologia. È uno strumento geopolitico strutturato su tre livelli: hardware fisico, modelli operativi e integrazione economica finale.Disfunzione del valore Mentre a monte si accumula potenza computazionale, a valle il valore fatica a distribuirsi nel tessuto produttivo, rallentando la creazione di lavoro e reddito.Spirale infrastrutturale L’ecosistema attuale premia chi controlla i dati e i chip, alimentando investimenti massicci nella capacità tecnica che superano la reale capacità sociale di assorbimento.Washington contro Pechino Gli Usa puntano sulla leadership delle piattaforme private. La Cina risponde con un’integrazione forzata tra Stato e industria per coordinare l’uso dell’Ia nei settori strategici.Governance della filiera La sfida globale non riguarda la superiorità tecnica, ma il controllo delle infrastrutture e la capacità di trasformare la potenza in stabilità economica sistemica.Negli ultimi mesi, il dibattito pubblico sull’Intelligenza artificiale ha cambiato tono. Alla narrazione iniziale fatta di promesse di crescita, automazione e nuova occupazione si è affiancata una serie di dubbi sempre più ricorrenti: l’Ia non crea abbastanza lavoro, costa più di quanto renda e concentra potere, tecnologico ed economico, in un numero ristretto di attori globali.Queste tre critiche – occupazione, sostenibilità economica, concentrazione – vengono spesso trattate come sintomi separati, talvolta come segnali di una possibile «bolla» finanziario-tecnologica. Osservate da una prospettiva sistemica, però, offrono una chiave di lettura diversa: non indicano un malfunzionamento episodico del mercato, ma una tensione strutturale nel modo in cui l’intelligenza artificiale viene costruita, finanziata e distribuita lungo la sua filiera globale.Il punto centrale è che l’Ia è diventata strumento di competizione geopolitica prima ancora che tecnologia produttiva. La sua filiera globale è stata costruita per massimizzare la produzione e il controllo della potenza, non per facilitare il trasferimento di valore verso il basso, dove dovrebbero nascere lavoro, produttività diffusa e crescita economica stabile.Per comprendere questa dinamica è necessario partire dalla struttura stessa della catena del valore: una filiera integrata e stratificata, nella quale si intrecciano interessi aziendali, logiche di mercato e obiettivi statali. In questo assetto, la potenza costruita a monte non si traduce automaticamente, a valle, in trasformazioni economiche diffuse. Il flusso del valore tende invece a concentrarsi nei nodi che controllano l’infrastruttura e l’operatività, rafforzandone le asimmetrie.È in questo scarto – tra una capacità tecnologica che cresce rapidamente e una capacità sociale ed economica di assorbimento che procede molto più lentamente – che trovano origine le critiche oggi al centro del dibattito pubblico.In questo articolo cercheremo di comprendere questa dinamica partendo, come sempre, dall’aspetto tecnologico e legandolo alle dinamiche economiche e politiche. Dimostreremo che il problema riguarda chi controlla le infrastrutture e il modo in cui il loro valore viene distribuito.Filiera dell’Ai: tre strati, un solo sistemaL’ecosistema dell’Intelligenza artificiale può essere descritto come una filiera articolata in tre strati funzionali, ciascuno caratterizzato da attori, incentivi e logiche di crescita differenti. Il primo strato è quello della potenza fisica. È qui che operano attori come la statunitense Nvidia, che domina la progettazione delle Gpu (componenti hardware, ndr) indispensabili all’addestramento dei grandi modelli; la taiwanese Tsmc, che realizza fisicamente i chip più avanzati; l’olandese Asml, che controlla le macchine litografiche senza le quali quella produzione non sarebbe possibile. A questo livello si collocano anche i grandi operatori infrastrutturali – Microsoft, Google, Amazon – che investono decine di miliardi nella costruzione di data center e reti. Questo strato non produce applicazioni: produce capacità, potenza computazionale.Il secondo strato è quello della potenza operativa. Qui troviamo le statunitensi OpenAI, Anthropic, Google DeepMind, Meta. A questo livello la capacità fisica viene trasformata in modelli, servizi e sistemi di inferenza. I modelli non sono semplicemente software: sono macchine cognitive che consumano potenza infrastrutturale in modo continuo. Ogni richiesta, ogni inferenza, ogni risposta rappresenta tempo-macchina fatturabile. Questo strato cresce rapidamente perché scala come una piattaforma: più potenza a monte significa più capacità vendibile a valle sotto forma di Api (insiemi di regole e strumenti che permettono a due software di comunicare tra loro, ndr) e servizi.Il terzo strato è quello dell’integrazione economica. È il livello in cui l’Ia entra nei processi di banche, industrie, sanità, logistica, cybersecurity e pubblica amministrazione. È qui che l’intelligenza artificiale dovrebbe trasformarsi in produttività, nuovi servizi e riorganizzazione del lavoro. È solo in questo strato che la potenza diventa valore economico diffuso. Ma è anche il livello più frammentato, meno standardizzabile e privo di attori dominanti.Questi tre strati non sono indipendenti: formano un unico sistema. Tuttavia, mentre il valore nasce a valle, il controllo e la velocità di crescita restano concentrati a monte.Perché il valore non scende a valleIl rallentamento del valore nel terzo strato non è un incidente, ma una conseguenza diretta delle sue caratteristiche strutturali.Ogni settore economico ha dati, vincoli normativi e responsabilità differenti. La diffusione è lenta, perché richiede cambiamenti organizzativi, formazione e ridefinizione dei ruoli. È difficilmente standardizzabile e carica di attriti legali e sociali, che rendono impossibile una propagazione puramente tecnica.Il valore che questo strato genera è reale, ma cumulativo e distribuito nel tempo. Non produce metriche semplici da presentare agli investitori né ritorni trimestrali facilmente leggibili. Di conseguenza, riceve meno capitale, meno attenzione e meno pazienza rispetto ai livelli superiori della filiera.Qui emerge l’errore sistemico: l’ecosistema dell’Ia è ottimizzato per costruire potenza e venderne l’accesso, non per assorbirla economicamente nel tessuto produttivo. La velocità dei primi due strati supera strutturalmente la capacità del terzo di trasformare quella potenza in reddito e occupazione.Razionalità degli attori, irrazionalità del sistemaQuesta dinamica non è il risultato di comportamenti irrazionali. Al contrario, ogni attore della filiera agisce in modo coerente con i propri incentivi.Chi produce infrastruttura investe per mantenere un vantaggio tecnologico e strategico. Chi sviluppa modelli spinge dimensioni e prestazioni per restare competitivo in un mercato globale. La finanza segue i segnali: crescita della potenza installata, aumento dell’uso dei modelli, concentrazione del controllo tecnologico. Da questi elementi deduce che l’Ia sarà una forza dominante nell’economia futura e investe di conseguenza.Il problema è che la somma di razionalità individuali produce una dinamica sistemica irrazionale. Ogni nuovo investimento in infrastruttura rafforza l’incentivo a sviluppare modelli più potenti; ogni modello più potente giustifica ulteriori investimenti. Potenza, capitale e aspettative si rinforzano a vicenda in una spirale coerente, mentre il punto in cui tutto questo dovrebbe diventare economia reale riceve pochissima attenzione e, di conseguenza, investimenti.In un contesto di competizione globale, nessun attore ha incentivo a redistribuire il valore lungo la filiera. Farlo significherebbe rallentare la corsa al raggiungimento del picco di potenza e perdere posizione strategica, valore di mercato e influenza geopolitica.Due filiere a confronto: Stati Uniti e CinaLa tensione tra produzione di potenza e assorbimento del valore non si manifesta in modo uniforme a livello globale. Stati Uniti e Cina affrontano lo stesso problema – come trasformare capacità tecnologica in potere economico e strategico – attraverso architetture di filiera profondamente diverse, radicate in modelli distinti di rapporto tra Stato, mercato e industria.Negli Stati Uniti, la filiera dell’intelligenza artificiale si è sviluppata come estensione di un ecosistema già dominato da grandi piattaforme tecnologiche private. Il controllo della potenza computazionale, dei modelli e delle interfacce di accesso è concentrato in un numero ristretto di imprese che operano su scala globale e che rispondono primariamente a logiche di mercato e di valorizzazione finanziaria. In questo modello, lo Stato interviene soprattutto come facilitatore proteggendo i nodi strategici della filiera (chip, fonderie, export control), ma lascia che siano le piattaforme a decidere dove e come la potenza venga distribuita.L’integrazione economica dell’Ia, in questo contesto, è guidata dalla domanda. Il valore dovrebbe emergere a valle attraverso l’adozione spontanea da parte di imprese, settori e consumatori. Tuttavia, la priorità sistemica non è garantire un assorbimento uniforme della tecnologia, ma mantenere il primato nella produzione e nel controllo della potenza, accettVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Memorie dall’esodo/2: «Quando mia nonna, filo-fascista, fuggì dall’Istria»

    di Andrea PincinIn questa seconda puntata, Andrea Pincin ripercorre la storia della nonna Rita, cresciuta a Momiano durante il Ventennio in una famiglia di tradizioni italiane. Figlia di un portalettere delle Regie Poste e studentessa a Capodistria, Rita visse in prima persona il trauma del passaggio dell’Istria alla Jugoslavia socialista. Dopo il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò la zona B all’amministrazione di Belgrado, la famiglia fu costretta a scegliere tra assimilazione forzata e partenza. Il 16 aprile 1955, Rita abbandonò la propria casa per Trieste, diventando «profuga nella propria patria». Nonostante il benessere raggiunto durante il miracolo economico italiano, l’esodo ha lasciato in lei una ferita insanabile. Un blocco dell’anima che, ancora oggi, le impedisce di guardare al proprio paese natale con animo sereno.Qui la prima puntata: https://krisis.info/it/2026/02/temi/guerra-e-pace/memorie-dallesodo-1-quando-mia-nonna-filo-comunista-fuggi-dallistria/C’è un luogo nella parte nord-occidentale dell’Istria dove la geografia non è solamente paesaggio, ma si fa storia e memoria, divenendo simbolo di una faglia, in una complessa tettonica delle zolle di matrice culturale. Un piccolo borgo nei colli Savrini, in una terra selvaggia, indomabile, terra di vigneti, castagne, tartufi, di profumi potenti, di cieli tersi e di vento che sferza. Un paese di nome Momiano, affacciato sulle rovine del castello Rota, la cui torre angolare e le mura svettano arroccate su una solitaria falesia, nel cuore pulsante dell’Istria grigia, là dove la terra è più fertile, l’acqua sorge abbondante dalle sorgenti e le dolci colline sono modellate da millenni da un’agricoltura fiorente. Un villaggio che si affaccia sulla propaggine settentrionale del mare Adriatico e sulla città che dà il proprio nome a quella parte di golfo, Trieste.La posizione di questo luogo non potrebbe essere più strategica: Momiano domina il bacino del torrente Dragogna, uno dei principali corsi d’acqua istriani, da sempre terra di confine e interscambio tra un entroterra pastorale e una costa ricca di agricoltura, artigianato e commerci. La geografia ha però conferito alla Dragogna (declinata al femminile) una caratteristica preziosa: la posizione. La Dragogna è un osservatorio privilegiato dell’interscambio tra diverse culture, poiché l’Istria e la Venezia Giulia sono da sempre l’unico punto di contatto tra le tre principali famiglie linguistiche e culturali indoeuropee: neolatina, germanica e slava.Un luogo di memoria, mai immobile, mai perfettamente delineato. Confini che si compenetrano, si fondono, scorrono, si allontanano, confliggono, come placche tettoniche di matrice identitaria. L’Istria è stata, nel corso della propria storia, prima celtica, poi romana, a seguire parte della Repubblica di Venezia, poi dell’Impero Austro-Ungarico. Ognuna di queste civiltà ha lasciato il proprio segno, una propria dimensione nei simboli, nelle parole, nella cucina, nella toponomastica.Con la fine della Prima guerra mondiale, Momiano era divenuta parte integrante del Regno d’Italia. Qui negli anni Trenta, in pieno ventennio fascista, sono venuti alla luce i miei nonni, Giuseppe e Rita. Sono nati in una terra amata, nella povertà di un suolo duro da lavorare, in case di pietra dove l’aria gelida si infiltrava negli spifferi. Durante le notti invernali, per trovare un timido tepore, si portavano le bottiglie di acqua calda nel letto condiviso tra fratelli e sorelle. Era un’epoca di fatiche: la mattina presto, dopo la mungitura, si portavano gli animali al pascolo. Le donne lavoravano curve negli orti, mentre gli uomini si occupavano della fienagione. Il cibo disponibile era poco: verze, radicchio e polenta erano il pane e il companatico quotidiano, se la stagione era buona.Il padre di mia nonna, Antonio, era un portalettere presso le Regie poste, ma questo non bastava a garantire un reddito sufficiente per avere il cibo in tavola tutte le sere. Essere un postino nel ventennio fascista, in una terra di confine da poco acquisita dall’Italia a discapito dell’ex Impero Austro-Ungarico dopo il Trattato di Rapallo del 1920, era il simbolo di appartenenza a un regime, a un’ideologica politica. E sua figlia Rita, nello spirito del tempo, non nascondeva le proprie simpatie fasciste.Oggi novantenne, mia nonna Rita è l’ultimogenita di una numerosa famiglia, come si usava quella volta. Era brava nello studio e le fu quindi permesso di frequentare il liceo-ginnasio a Capodistria, tra le poche ragazze del suo paese a frequentare quella scuola dedicata al patriota italiano Carlo Combi, vivendo in collegio, dove si sottostava a regole ferree e a una rigida disciplina di ordine e obbedienza.In quegli anni a Momiano abitavano oltre mille persone, in prevalenza di cultura istro-veneta. Ma nonostante questo, le strade si chiamavano ulica, «via» in sloveno e croato e molti anziani si esprimevano quotidianamente sia in lingua italiana che slava. Ricordo sempre che la mamma di mia nonna, quando era molto anziana e affetta da demenza, si esprimeva solo in croato, quasi fosse stata quella la sua lingua natia, nonostante mia nonna non ne sia mai andata per nulla fiera.Poi, la Seconda guerra mondiale ha sconvolto i già fragili equilibri di una terra povera, relegata dalla geografia in area di confine da tempo immemore. Con la firma dell’armistizio di Cassibile nel settembre del 1943, l’Istria è stata occupata dalle truppe della Wehrmacht, mentre si iniziavano a organizzare movimenti di resistenza partigiana. Durante la guerra le famiglie si erano ancor più impoverite: mia nonna mi racconta che, in questo periodo, quando suo papà comperava il pesce, ciascun figlio aveva a disposizione solo mezza sardina a testa: niente più di un morso, in cui al più fortunato toccava la coda.A partire dal 1947, Momiano è entrata a far parte della zona B del Territorio libero di Trieste, sotto l’amministrazione dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, che aveva già preso il controllo de facto dell’area dopo la sconfitta delle potenze dell’Asse. In questo periodo, in quella parte dell’Istria formalmente indipendente e parte del Territorio libero di Trieste, gli equilibri politici interni stavano mutando profondamente.Con la firma del Memorandum di Londra del 1954 che assegnava la zona B all’amministrazione civile della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, tutti gli equilibri in quel piccolo borgo dell’Istria erano stati sconvolti. La guerra lascia sempre ferite negli animi di tutti, non ci sono confini. Non esiste colore di pelle o appartenenza politica. Il dolore è per tutti. Il dolore è di tutti. Il dolore è in tutti.La storica comunità istro-veneta di Momiano, sotto lo sguardo quieto della Dragogna, ancora una volta si era trovata davanti a nuovi equilibri politici, che imponevano di prendere in fretta una decisione: rimanere in Jugoslavia o andare in Italia. Rimanere significava accettare di far parte di un nuovo mondo, avere nuovi nomi, nuovi vicini di casa e una nuova lingua ufficiale. L’alternativa era partire, scegliere l’ignoto, abbandonare la propria casa, quelle quattro pietre che hanno contenuto tutta la vita fino a quel momento. Il futuro faceva paura e vi era un senso di censura profondo e diffuso.Non a tutti fu però concessa una scelta: con il trasferimento dell’area in gestione alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia, i nuovi equilibri politici avevano promosso una sostituzione dei dirigenti e dei quadri all’interno delle istituzioni. La vecchia guardia che faceva capo al Regno d’Italia e alle istituzioni fasciste era allontanata, non solo dagli incarichi, ma anche dai luoghi di vita.Alcune famiglie hanno iniziato a partire, altre le hanno seguite subito dopo. Momiano, come accaduto in altri borghi dell’Istria, si è svuotata della sua stessa comunità, del suo stesso cuore pulsante. Quasi due terzi della popolazione ha abbandonato le proprie case e i propri pochi averi. In questo contesto, la famiglia di mia nonna è dovuta andarsene, fare il salto nel buio, lasciando indietro la propria casa, i propri amici e affetti che avevano deciso di rimanere. Mia nonna è partita alla volta di Trieste il 16 aprile 1955, con sua mamma, i suoi fratelli e un paio di valige ripiene di vestiti e ricordi. Oggi non rammenta nemmeno con quale mezzo sia arrivata in città.Momiano era, come altri, un borgo molto vitale, ricco di tradizioni, ricorrenze e senso di comunità. Quelle stesse famiglie si sono ritrovate disorientate e confuse nei centri di raccolta a Trieste, profughi nella propria patria. Alcune famiglie hanno deciso di partire per altre zone d’Italia, altri ancora sono salpati con le navi diretti per lo più in Australia, Canada o Stati Uniti. Alcuni hanno deciso di fermarsi a Trieste, dove già vivevano parenti o conoscenti, o forse solo dove l’Istria, la terra natia amata, sembrava più vicina e le sue colline si potevano ancora osservare oltre il mare, quando il vento di bora rende il cielo terso e limpido.Mia nonna Rita si è stabilita in questa grande città dal sapore austro-ungarico, dovendo sudare molto prima di trovare una collocazione e un riconoscimento sociale, uno spazio del quale sentirsi parte. Gli esuli istriani, italiani profughi nella neonata Repubblica italiana, non erano sempre ben visti, anche a causa di una forte competizione per il lavoro e per gli alloggi. Entrambi i miei nonni, le loro famiglie, i loro conoscenti hanno dovuto riprendere in mano la propria vita, vivendo dapprima in condizioni molto precarie, adattandosi a lavori umili e faticosi. Giovani, adulti e anziani: tutti sono dovuti ripartire dall’inizio. Sono stati chiamati ad accettare una sfida in cui l’unica soluzione era rimboccarsi le maniche e lavorare sodo.Nel 1958, dopo tre anni di lavori umili e continui trVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Memorie dall’esodo/1: «Quando mia nonna, filo-comunista, fuggì dall’Istria»

    di Maria PappiniPer affrontare un tema delicato quale l’esodo giuliano-dalmata (assieme alle foibe, una pagina nera della storia contemporanea), Krisis ha deciso, com’è sua abitudine, di mettere a confronto le prospettive. E ha chiesto a due suoi autori, entrambi di origine istriana, di raccontare la tragedia vissuta dalle loro famiglie. Per farlo, Maria Pappini e Andrea Pincin hanno ripercorso la storia delle loro nonne: una filo-comunista, l’altra filo-fascista. In questa prima puntata, Maria Pappini ricostruisce la vicenda di sua nonna Antonia, che nel 1948 lasciò Pola con il marito, i genitori, il fratello e un neonato in braccio e «quattro stracci». A ordinarne la partenza, un carabiniere italiano che, entrando in casa loro, aveva detto: «Dovete andarvene».Mia nonna Antonia Fioranti trascorreva i pomeriggi in salotto, ed era durante quei momenti che ricordava di più. Aveva i capelli neri, quasi senza una traccia di bianco, portati corti, e gli occhiali che le ingrandivano lo sguardo. Quasi sempre vestita di azzurro o di tonalità pastello, sembrava aver scelto quei colori per non disturbare il silenzio della stanza. Il divano marrone, vecchio e basso, l’aveva sostenuta per anni come si sostengono le presenze che hanno imparato a resistere, senza chiedere spiegazioni o pretendere movimento.Sopra, sul muro, il quadro dell’Arena di Pola non si limitava a decorare la stanza, vigilava l’intera casa. Era un quadro a olio, racchiuso in una cornice dorata: si vedevano la chiesa di San Francesco e il monumento romano del I secolo d.C., che si specchiava nel mare, immobile. Non era un’immagine consolatoria, ma una presenza che imponeva silenzio.Bastava che lo sguardo di mia nonna vi si posasse perché qualcosa dentro di lei si incrinasse. Gli occhi le diventavano lucidi senza preavviso. Non c’era teatralità in quel gesto, nessuna volontà di raccontare. In quello sguardo c’era tutto ciò che non era mai tornato indietro: la città perduta, le strade, i volti, la vita che avrebbe potuto continuare e che invece si era interrotta bruscamente, senza un congedo, senza una spiegazione sufficiente. Pola non era per lei un luogo del passato, ma una sottrazione permanente, qualcosa che continuava a mancare anche quando la vita, altrove, era andata avanti.Antonia non piangeva né un’appartenenza nazionale, né un confine spostato. Piangeva una città intera e, con essa, una giovinezza vissuta come scelta, come fede politica, come convinzione che il mondo potesse essere spezzato e ricostruito. In quel silenzio c’erano le piazze rivoluzionarie del 1943, l’odio per il fascismo, la speranza affidata persino alle bombe, invocate come liberazione. C’era il crollo dello Stato, l’8 settembre, la fine di ogni protezione. C’era tutto ciò che era stato perso senza mai essere stato raccontato pubblicamente in modo accettabile.Da quel salotto nasce questo articolo. Non dall’esodo come formula, non dalla memoria ufficiale che chiede di ricordare in modo composto e condiviso, ma da una storia familiare che non si lascia disciplinare. La storia di mia nonna non coincide né con l’immagine rassicurante della vittima innocente, né con quella, speculare, del carnefice rimosso. È la storia di una donna che ha creduto, che ha scelto, che ha visto distruggersi il mondo nel quale aveva investito tutto, e che ha continuato a portarne il peso senza mai trasformarlo in una giustificazione.Il Giorno del ricordo, visto da quel divano e da quello sguardo, smette di essere una commemorazione e diventa una domanda aperta. Non su chi abbia ragione, ma su cosa facciamo delle memorie che non coincidono, che non assolvono e non accusano, che non chiedono consenso. Raccontarlo oggi significa accettare che la storia, prima di essere rito civile, è perdita, è contraddizione, è dolore che non ha trovato pace.Pola era una città di confine e di silenzio, affacciata sull’Adriatico e circondata da pietra romana e caserme austriache. Aveva servito imperi senza mai appartenere del tutto a nessuno. Era stata austroungarica, poi italiana, ora in bilico. Ed era stata anche altro: la città di Nazario Sauro, simbolo dell’irredentismo adriatico, ma meno ricordata, rispetto a Fiume, a Trieste, a Trento. Una città che nella narrazione nazionale aveva avuto il ruolo del necessario e mai dell’epico.Dopo la vittoria della Jugoslavia nel 1945 al termine della Seconda guerra mondiale, Pola fu affidata all’amministrazione militare di Belgrado, pur restando formalmente italiana fino al Trattato di Parigi del 1947. Nel frattempo, cominciò la sostituzione dei quadri pubblici, delle insegne, della lingua. La scuola, l’anagrafe, la polizia, persino le voci alla radio cambiarono.Pola, alla fine della Seconda guerra mondiale, non si dissolse in un giorno. Non c’era una data che mia nonna avrebbe potuto cerchiare in rosso sul calendario. La città si svuotava sotto gli occhi di chi restava. Le strade e le case erano le stesse, il mare aveva lo stesso odore. Ma qualcosa era cambiato, impercettibilmente. Tutto appariva identico, eppure non lo era più. Per lei, che aveva 20 anni e una fede politica temprata nell’odio per il fascismo, la fine della guerra non ebbe il gusto della vittoria. Ebbe quello acre della disillusione. Il nemico era caduto, sì, ma insieme a lui era venuto meno anche l’ordine del mondo.L’Italia non c’era più, non come Stato, non come protezione, non come orizzonte condiviso. Dopo l’8 settembre, Antonia aveva già imparato cosa significa trovarsi improvvisamente fuori da ogni cornice; ora quella sensazione tornava, più netta, più definitiva. Non si trattava più di scegliere da che parte stare. Si trattava di capire se una parte, semplicemente, esistesse ancora.Antonia viveva con i genitori, Francesco e Maria e il fratello più grande, Marino, in una casa dove si parlava giuliano, almeno dopo il 1933, da quando suo padre si era rifiutato di parlare la stessa lingua di Hitler. Era una ragazza bellissima, e nelle poche foto rimaste si coglie quello sguardo che trasmetteva gioia, prima che tutto il resto lo spegnesse.A Pola, a un certo punto, si cominciò a parlare apertamente di partire o restare. Non come ipotesi lontana, ma come faccenda quotidiana, quasi domestica. La domanda circolava tra le persone con la naturalezza inquieta delle cose inevitabili. Ci si chiedeva cosa avrebbero fatto gli altri, chi stava pensando di andarsene, chi avrebbe resistito. La città continuava a vivere, ma già si preparava a una separazione.Non c’erano linee chiare. Le scelte mutavano da un giorno all’altro. Famiglie si dividevano, amicizie si spezzavano senza ostilità, solo perché non condividevano più lo stesso futuro. Restare non era sempre fiducia, partire non era sempre rifiuto. C’era chi sperava, chi temeva, chi non sapeva dove andare. Mia nonna capiva che il problema non era scegliere “bene”, ma scegliere in assenza di criteri.Le partenze cominciarono senza clamore. Un giorno qualcuno non c’era più. Poi un altro. Poi intere famiglie. Non era ancora l’esodo, non aveva un nome. Era una sottrazione quotidiana, che svuotava Pola un corpo alla volta. Ogni assenza sembrava piccola, ma sommate trasformavano la città in un luogo con le stesse strade, gli stessi edifici, lo stesso mare, ma sempre meno persone in grado di chiamarlo casa.In mezzo a quel tempo che si disfaceva, c’era anche l’amore, discreto, trattenuto, come se chiedere troppo al futuro fosse una forma di imprudenza. L’incontro con Carlo avvenne senza enfasi, in una città che già stava perdendo i suoi contorni. Lui era arrivato a Pola da Genova dopo l’8 settembre, fuggendo da una condizione che per molti soldati italiani si era trasformata in una trappola.Era di media statura, magro, con i capelli già radi e un modo di muoversi leggero, quasi silenzioso. Ma quando sorrideva, e sorrideva spesso, anche senza motivo, la stanza si accendeva. Non era un sorriso teatrale, né quello di chi vuole convincere. Era qualcosa di più semplice: la capacità di trovare sollievo, anche per un istante, nel mezzo di tutto ciò che si stava perdendo. Non portava certezze, ma il bisogno elementare di salvarsi.Le passeggiate sul lungomare di Medolino furono brevi sospensioni, momenti in cui il mare sembrava offrire una continuità che la storia aveva negato. Il matrimonio, celebrato nella chiesa di San Francesco dietro l’Arena, non segnò l’inizio di una vita stabile, ma un atto di fiducia compiuto mentre tutto intorno si preparava a dissolversi. Mia nonna non si sposò in bianco: sotto la giacca, indossava un abito blu con fiori rosa. All’epoca era scelta strana, quasi sconveniente. Per lei, credo, fu un gesto rivoluzionario come quelli a cui era abituata: rifiutare il rito, anche in quella forma.Erano entrambi appassionati di musica lirica: conoscevano i libretti a memoria, discutevano di interpretazioni, si riconoscevano in quella passione come in un linguaggio segreto. E la ascoltavano nell’anfiteatro costruito da Augusto e ampliato poi da Vespasiano, nelle sere in cui il mare si specchiava nel palcoscenico e la musica sembrava venire dall’acqua. Seduti sul marmo, giovani e innamorati, convinti che la bellezza fosse più forte della storia.Nel gennaio del 1948 nacque Elio. Un figlio arrivato mentre Pola stava definitivamente cambiando volto, quando le partenze si facevano più frequenti e l’incertezza non era più una sensazione, ma una condizione. La sua nascita non pacificò nulla: rese soltanto più evidente che la vita continuava a chiedere spazio proprio nel momento in cui lo spazio stava venendo meno.Il momento che cambiò per sempre tutta la vita della mia famiglia, nella memoria di mia nonna, ha sempre avuto un volto. Non un’idea, ma un uomo in divisa. Un carabiniere italiano. Non sapeva chi fosse, né se stesse eseguendo un ordine. Ma tutta la fine di Pola, per la mia famiglia, passa attraverso quella figura, concreta e anonima.Entrò in casa con calma, senza urgenza. Disse che dovevano andarsene. Nessuna minaccia, solo un tono amministrativo. Era ciò che restava delVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Il corollario Trump alla «dottrina» Roosevelt: egemonia dopo unipolarismo

    di Mireno BerrettiniLa postura dell’Amministrazione Trump è spesso interpretata come una rottura isolazionista rispetto alla tradizione liberal-internazionalista Usa. Un’analisi storica più attenta rivela però una profonda continuità con Franklin D. Roosevelt. Il suo Grand Design non era fondato su un multilateralismo egualitario, ma su una gerarchia di «Quattro poliziotti» incaricati di disciplinare il sistema internazionale. Oggi Washington sembra riportare in superficie quelle logiche di centralità decisionale. Il corollario Trump riprende dunque l’intuizione rooseveltiana del riconoscimento delle gerarchie, ma ne rovescia il senso. Laddove Roosevelt mirava a trasformare la potenza in diritto attraverso le istituzioni, Trump tende a svincolare la forza da qualsiasi orizzonte normativo condiviso, trasformandola in gestione diretta e bilaterale del potere.La storia di questa fotografiaL’immagine pubblicata qui sopra mi è stata regalata da Samarij Gurarij, quando lo intervistai a Mosca nel 1992 per Epoca. Scelse di donarmela con una motivazione che mi lasciò senza fiato: «Questa foto mi salvò la vita».Il fotografo di Stalin mi raccontò di quando, a fine gennaio del 1945, ricevette in redazione, alla Izvestija, una convocazione del Cremlino: doveva presentarsi il tal giorno, alla tal ora, a un binario prestabilito della stazione di Mosca. Quando salì sul treno blindato, la destinazione era top secret. Durante il lungo viaggio, provò a farsi dire dall’addetto stampa del Cremlino, scherzando, dove fossero diretti. La risposta fu un secco: «Njet».Solo una volta arrivato a Jalta, il 4 febbraio, Samarij scoprì che avrebbe documentato la conferenza destinata a sancire l’assetto del mondo alla fine della Seconda guerra mondiale. Al termine dei lavori, Gurarij fotografò insieme ai colleghi britannici e statunitensi Stalin, Roosevelt e Churchill. Poi corse nella camera oscura a sviluppare il rullino.Mentre i negativi si stavano sviluppando, il cuore gli saltò in gola: sembrava che le foto non fossero venute. «Bianco, bianco, bianco…», mi disse 47 anni dopo descrivendo la pellicola che vedeva scorrere sotto i suoi occhi. All’epoca, le macchine fotografiche sovietiche ogni tanto si inceppavano. Il solo pensiero di come avrebbe reagito Stalin se avesse scoperto che non esisteva una documentazione ufficiale della Conferenza lo fece impallidire. Il cekista che era al suo fianco se ne accorse: «Che succede, Samarij? Sei sbiancato…». E lui, scuotendo la testa: «Tutto a posto».Non poteva nemmeno chiedere uno scatto ai colleghi stranieri: erano già salpati. Poi, d’improvviso, nel buio della camera oscura, apparve questo fotogramma, che si rivelò il più bello di tutti quelli scattati a Jalta. Samarij Gurarij aveva colto i «Tre grandi» in un momento in cui sorridevano, chiacchierando amabilmente. O, almeno, così appariva. In realtà, Stalin non parlava l’inglese.(Elisabetta Burba)IN BREVEContinuità funzionale Secondo il professor Berrettini, Trump non rompe con la tradizione, ma riprende il Grand Design di Roosevelt. Ossia un ordine gerarchico gestito da Quattro poliziotti: Usa, Urss, Regno Unito e Cina.Potenza senza diritto Mentre Roosevelt voleva istituzionalizzare la forza, Trump la svincola da norme condivise per una gestione bilaterale e diretta dei rapporti di potere.Equilibri globali Washington punta a un asse con Mosca e Pechino, esautorando l’Onu per un nuovo «Board of Peace» che rifletta i reali rapporti di forza attuali.Pragmatismo geopolitico Come Roosevelt con Stalin, Trump accetta compromessi su Europa e Taiwan per evitare lo scontro frontale e gestire la fine dell’unipolarismo.Transizione egemonica In questa fase, le istituzioni sono strumenti, non architetture, per mantenere il primato Usa in un mondo multipolare.La crisi dell’unipolarismo statunitense e la progressiva erosione dell’ordine internazionale costruito all’indomani della Seconda guerra mondiale hanno riaperto una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del dibattito storiografico e politologico. Non tanto se l’ordine del 1945 sia in crisi, ma quale fosse la sua natura originaria e quali logiche ne abbiano effettivamente retto il funzionamento.Nel dibattito pubblico contemporaneo, la postura assunta dall’Amministrazione Trump è spesso interpretata come una rottura radicale rispetto alla tradizione liberal-internazionalista statunitense e come una regressione isolazionista di matrice «monroiana». Tuttavia, uno sguardo storico più attento suggerisce che tale lettura rischi di essere parziale. Alcuni tratti dell’attuale comportamento statunitense – la selezione gerarchica degli interlocutori, la marginalizzazione delle istituzioni multilaterali, la gestione diretta delle crisi tra Grandi potenze – sembrano piuttosto richiamare logiche più profonde e strutturali, che affondano le loro radici nel momento costituente dell’ordine postbellico stesso.È in questa prospettiva che il presente contributo propone una rilettura del cosiddetto Grand Design rooseveltiano, non come progetto di multilateralismo egualitario, ma come tentativo di costruire un ordine internazionale fondato su una gerarchia funzionale tra Grandi potenze, incaricate di garantire stabilità e disciplinare il sistema. L’ipotesi di fondo è che l’attuale periodo di transizione egemonica abbia progressivamente riportato in superficie alcuni meccanismi di quelle logiche originarie, oggi riformulate in un contesto radicalmente mutato e, paradossalmente, da esponenti di un humus culturale che era nettamente in opposizione all’entourage rooseveltiano e contrario alle scelte statunitensi del 1941.Se si rileggono con attenzione i progetti di Franklin D. Roosevelt per il dopoguerra – in particolare il funzionamento dei Four Policemen (i Quattro poliziotti) e le modalità previste di gestione delle crisi internazionali – emerge un elemento spesso rimosso dalla narrazione canonica dell’ordine del 1945. Quel disegno non era fondato su un multilateralismo egualitario, ma su una gerarchia funzionale: quattro Grandi potenze incaricate di garantire l’ordine, con margini ampi di intervento e con una delega implicita della comunità internazionale.Certamente la definizione concreta di un sistema è molto più complessa, ma per la formulazione almeno sulla carta è significativo un memorandum di un incontro tenutasi alla Casa Bianca il 29 maggio 1942: «Il Presidente concepiva come dovere delle quattro principali Nazioni Unite (Gran Bretagna, Stati Uniti, Urss e Cina, qualora quest’ultima fosse riuscita a dotarsi di un governo centrale unificato, circostanza che allora restava ancora un punto interrogativo) quello di agire come poliziotti del mondo. Il primo passo avrebbe dovuto essere il disarmo generale.Tuttavia, le quattro grandi potenze avrebbero mantenuto forze armate sufficienti a imporre la pace, insieme a prerogative di ispezione […]. Egli riteneva che tutte le altre nazioni, a eccezione delle Big Four, dovessero essere disarmate (Germania, Giappone, Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Scandinavia, Turchia, Romania, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, ecc.)».Nel delineare la propria visione dell’ordine postbellico, Roosevelt successivamente illustrò a Stalin una distinzione netta tra due categorie operative di minaccia, ciascuna associata a strumenti di intervento differenti. Da un lato, le minacce minori – rivoluzioni, guerre civili o dispute di confine – che non mettevano direttamente in discussione la stabilità complessiva del sistema internazionale. In questi casi, l’intervento dei Four Policemen sarebbe dovuto rimanere indiretto e graduale, facendo ricorso a misure di pressione come embarghi, quarantene o altre forme di isolamento politico ed economico.Dall’altro lato, il presidente individuava le minacce maggiori, ossia l’aggressione condotta da uno Stato sufficientemente potente da alterare gli equilibri globali. In tali circostanze, la risposta non sarebbe stata affidata a meccanismi delle istituzioni multilaterali, ma a una decisione concertata dei Four Policemen, i soli attori legittimati a imporre l’ordine. Come chiariva esplicitamente, «una minaccia maggiore […] avrebbe richiesto un ultimatum dei Quattro poliziotti, che minacciasse di bombardare o invadere la nazione aggressore». Questa distinzione rivela con particolare chiarezza la natura dell’ordine immaginato: un sistema gerarchico, fondato su una gestione selettiva delle crisi e sulla centralità decisionale di quattro Grandi Potenze, chiamate non tanto a mediare, quanto a disciplinare il comportamento degli altri attori internazionali.Il presidente immaginava che ogni poliziotto avrebbe presidiato in particolare un’area geografica: l’Asia meridionale alla Cina, il Nord del blocco eurasiatico all’Unione Sovietica, l’Europa occidentale e i territori d’oltremare all’Impero britannico, mentre naturalmente a Washington sarebbe spettato l’Emisfero occidentale.Questa dimensione di gestione sistemica geostrategica affidata ai Four Policemen sarebbe certamente stata affiancata da una grande istituzione internazionale, erede della fallimentare Società delle Nazioni, che avrebbe funzionato come forum di incontro globale e avrebbe legittimato giuridicamente il nuovo ordine: le Nazioni Unite. Badate bene, un’istituzione globale ma non universale, perché aperta solo ai membri della coalizione dei vincitori della guerra mondiale, che non a caso era eponima.Secondo il presidente, «dopo la Prima guerra mondiale [trattare l’Urss come un paria] era stato sciocco — dopo la Seconda guerra mondiale sarebbe stato suicida», anche perché i sovietici «non [stavano] cercando di inghiottire tutto il resto dell’Europa o il mondo». Dunque, per tenere dentro l’Unione Sovietica in questo progetto, Roosevelt era pronto a cedere qualcosa. In diverse occasioni il leader americano si pronunciò molto positivamente in merito alle possibilità di arrivare a un accordo di massima. Il destino di alcune popolazioni dell’Europa centro-orientale era il pegno che il grande leader dVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    L’Europa parla parla, ma non è pronta alla guerra

    di Francesco CosimatoPriva di sovranità comune, l’Unione europea dipende dalla Nato per le risorse strategiche essenziali. Ecco perché la retorica bellicista dei leader europei non è sostenibile sul piano reale della deterrenza. Senza il sostegno degli Stati Uniti, le Forze armate del Vecchio continente sono drammaticamente impreparate a un conflitto a elevato attrito, dove la superiorità russa in termini di artiglieria e mezzi corazzati è evidente.IN BREVEFragilità geopolitica L’Unione Europea resta un attore bellico marginale. Senza una Costituzione né una sovranità comune, manca di uno strumento militare autonomo, per cui dipende strategicamente dalla Nato.Squilibrio tattico Il confronto Nato-Russia, realizzato dal generale Cosimato, evidenzia criticità nelle armi d’attrito. Mosca domina nei carri armati, nell’artiglieria e nei razzi, rendendo la deterrenza europea poco credibile.Limiti strutturali Le forze armate europee, ridotte a compiti di peacekeeping, sono impreparate a guerre d’alta intensità. E l’Italia, frenata dalla Legge Di Paola, non inverte la rotta.Ostacoli oggettivi Oltre a mancare la volontà culturale di combattere, la conversione industriale bellica richiederebbe anni per essere operativa.Realismo negoziale Il processo di riarmo e autonomia richiederebbe almeno 10 anni. La retorica bellicista dei leader appare quindi priva di sostanza rispetto alla realtà dei numeri.Il prossimo round del vertice trilaterale tra Russia, Ucraina e Stati Uniti dovrebbe aver luogo il 4 e il 5 febbraio ad Abu Dhabi. Ci auguriamo tutti che il lungo percorso negoziale fra Russia e Ucraina si concluda presto con la pace. Ma quello che abbiamo finora visto andare in onda ad Abu Dhabi à un ennesimo capitolo della saga diplomatica infinita, bloccata in una fase in cui le pretese russe appaiono irremovibili e l’insistenza europea per una «pace giusta», più o meno, altrettanto irremovibile.Come è a tutti noto, l’Unione Europea, che qualcuno definisce «Accordo di diritto privato tra Stati», non ha una dimensione militare. Poiché non esiste una Costituzione europea, più volte bocciata dai cittadini di varie nazioni, non può neanche esistere una sovranità europea, cosa che le permetterebbe di dotarsi di un corrispondente strumento militare.Le missioni di mantenimento della pace che l’Ue ha svolto sinora sono possibili grazie al cosiddetto «Berlin plus agreement», accordo stipulato tra Nato ed Ue, che garantisce il supporto Nato in termini di risorse strategiche: comunicazioni, intelligence e trasporti.Una difesa autonoma del vecchio continente avrebbe quindi bisogno di una profonda revisione, perché le forze militari disponibili attuali non appaiono sufficienti. In seguito alla caduta del muro di Berlino, i processi di riduzione delle Forze armate hanno tolto significato agli strumenti militari dei Paesi europei. In questo quadro, l’Italia non fa eccezione: la cosiddetta Legge Di Paola, dal nome del ministro che la propose, prevede una consistenza numerica utile al solo svolgimento di operazioni di peacekeeping.In buona sostanza, ci troviamo in una situazione in cui i Paesi membri dell’Ue non hanno le risorse militari per condizionare in maniera reale i rapporti verso la Russia e verso le altre zone di crisi che si affacciano ai nostri confini.Lo dimostra un’analisi del confronto Nato-Russia, basato sulle consistenze attuali del Global Firepower Index 2025. Il primo aspetto che salta all’occhio è che esistono delle aree in cui, almeno in linea teorica, la Nato ha dei punti di forza (tabella 1) che potrebbero far pensare che la deterrenza della Nato sia credibile. Tabella 1: i punti forti della NatoFonte: Global Firepower Index 2025.L’Allenza atlantica mantiene una superiorità numerica nel personale in servizio (circa 228.000 unità in più) e in riserva. Eccelle anche nella proiezione aerea e marittima, con un netto vantaggio in cacciatorpediniere (28 contro 11), fregate (34 contro 8) e velivoli per il rifornimento in volo (155 contro 14).Purtroppo, il confronto porta alla luce anche punti di debolezza (tabella 2). Il divario fra Nato e Russia diventa critico nelle armi d’attrito. La Russia dispone di un vantaggio schiacciante nei carri armati (oltre 6.200 unità di differenza), nell’artiglieria semovente (4.931 contro 1.158) e soprattutto nei razzi per saturazione, dove il rapporto è di quasi sette a uno a favore di Mosca. Anche nel settore subacqueo, la Russia supera la Nato con 53 sottomarini contro 37. Un esame dettagliato ci potrebbe descrivere ulteriori problemi nel reclutamento, nell’addestramento e nell’approvvigionamento di armi e sistemi d’arma. Tabella 2: i punti deboli della NatoFonte: Global Firepower Index 2025.C’è poi la cosiddetta Coalizione dei volenterosi. Con i numeri attuali (tabella 3), e privi del supporto statunitense, i «Volenterosi» avrebbero gravi problemi a fronteggiare la minaccia russa che molti evocano in Occidente e che prevederebbe un attacco all’Europa dopo l’eventuale distruzione dell’Ucraina. Se i principali Paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Polonia) dovessero agire senza il supporto statunitense, si troverebbero in netta inferiorità numerica e tattica. La coalizione avrebbe circa 945.000 soldati in meno rispetto al blocco Russia-Bielorussia e un deficit di oltre 8.000 pezzi d’artiglieria. L’unico dato realmente superiore per gli europei è la forza lavoro nel settore industriale (oltre 180 milioni), un potenziale che però richiederebbe anni per essere convertito in produzione bellica effettiva. Tabella 3: I punti carenti dei «Volenterosi»*Coalizione: Polonia, Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia.Fonte: Global Firepower Index 2025.In tale quadro, risultano comprensibili gli sforzi per riportare gli strumenti militari dei Paesi europei a una consistenza idonea allo svolgimento di operazioni militari convenzionali. Ben diverso è il discorso relativo alla capacità europea di reclutare soldati e, ancor di più, alla capacità morale e culturale di combattere per gli interessi nazionali.Sul piano culturale. i cittadini dell’Ue non sembrano voler «morire per Bruxelles» e, purtroppo, non sembra che siano disposti a farlo nemmeno per le loro singole nazioni. Il dibattito sulla leva in Italia, ad esempio, si concentra sulla opportunità di far vivere ai giovani un periodo che viene visto come «educativo». Eppure stiamo parlando di reclutare soldati, non di portare un gruppo di giovani di buona famiglia in gita in collina.Quanto al piano finanziario, risulta difficile immaginare che gli Stati membri della Ue abbiano le risorse per:– aumentare gli strumenti militari– acquisire le risorse strategiche (satelliti da comunicazione e intelligence, trasporti a grande raggio)– dotarsi di armi di distruzione di massa.Una situazione così carente consiglierebbe maggiore prudenza e minore bellicosità nelle dichiarazioni ufficiali dei leader europei, visto che, purtroppo, appaiono prive di sostanza. Nell’immaginare un percorso di accrescimento delle capacità di deterrenza dei Paesi europei, bisogna forse pensare a un periodo transitorio. In tale fase di passaggio, oltre a rafforzare le capacità militari ancora in divenire, ci si potrebbe affidare a iniziative nel campo del controllo degli armamenti per riportare in Europa lo spirito del Trattato di Helsinki del 1975, sulla base del quale fu costituita prima la Csce e poi l’Osce.Un processo del genere non è quantificabile con precisione in termini temporali. Si può tuttavia stimare che apparirebbe improbabile poterlo concludere in meno di 10 anni. Ragionevolmente, tale processo potrebbe essere anche più lungo, considerando lo svolgimento di programmi pluriennali come lo sviluppo di un caccia da superiorità aerea, di una nave portaerei o portaelicotteri, di una costellazione di satelliti da comunicazione e ricognizione.Riguardo infine al reclutamento dei soldati, se guardiamo a quanto sta avvenendo in Italia, non pare che, in quasi quattro anni di guerra, siano stati adottati provvedimenti legislativi che abbiano invertito la tendenza avviata nel 2012 con la legge Di Paola. Al momento si parla solo di reclutare 10.000 riservisti, provvedimento che non configurerebbe un aumento significativo delle forze operative. Tanto rumore per nulla, insomma. In attesa che riprendano i negoziati ad Abu Dhabi.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleFrancesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Perché la democrazia in Iran non fa comodo a nessuno

    di Pierluigi FrancoDalle élite dei Pasdaran, che difendono privilegi e controllo dell’economia, fino ai giganti del petrolio, che temono il crollo dei prezzi in caso di apertura dei mercati, la transizione democratica iraniana resta l’incognita che nessuno vuole risolvere. Fra sanzioni e retorica interventista, lo status quo teocratico finisce quindi per essere il male minore. Intanto, l’inflazione devasta il Paese. E il mondo osserva in un silenzio distratto.IN BREVEDominio dei Pasdaran Le élite iraniane difendono il regime per preservare il controllo totale sull’economia e i propri privilegi, nonostante un’inflazione al 48,6%.Repressione e milizie Il regime sfrutta i Basiji, giovani paramilitari reclutati tra i ceti poveri, per reprimere con violenza le proteste, garantendo loro in cambio sussistenza e impiego statale.Timori dei riformisti Una parte della popolazione teme che un cambio radicale di sistema possa innescare una guerra civile o un tracollo economico peggiore dell’attuale instabilità teocratica.Interessi energetici Con il 12% delle riserve di petrolio e il 18% di quelle di gas, un Iran democratico abbatterebbe i prezzi , minacciando gli introiti dei Paesi esportatori concorrenti.In un contesto mondiale in preda alla confusione assoluta, quello che avviene in Iran non sembra avere più la giusta attenzione. Il massacro senza precedenti nelle piazze che protestavano, con migliaia di morti dal 28 dicembre 2025, è stato condannato un po’ da tutti.Condannato sì, ma senza troppa determinazione. Anzi, dimenticato molto in fretta. Appare chiaro che l’idea di un’autentica democrazia che apra le porte dell’Iran al mondo non piace a molti, sia all’interno sia all’esterno del Paese. In entrambi i casi, per motivi di convenienza. Proviamo a capire perché.Chi teme la democrazia in Iran dall’interno…Innanzitutto la voglia di conservare il regime ha solide radici all’interno della Repubblica islamica dove persistono sacche di privilegi delle élite al potere, soprattutto il clero e l’influente corpo dei Guardiani della rivoluzione (i Pasdaran), che ormai detiene il pieno controllo dell’apparato militare e di quello economico.A questo gruppo dominante poco importa che l’inflazione sia schizzata a ottobre 2025 al 48,6% e che a dicembre la moneta abbia toccato il minimo storico, scambiata a 1,45 milioni di rial per un dollaro statunitense. Poco importa delle famiglie sul lastrico che scendono in piazza non avendo più nulla da perdere. La risposta è la violenza, la repressione e la morte a opera dei Guardiani e delle loro fedeli milizie Basiji alle quali è affidato anche il compito di polizia religiosa.Proprio i Basiji, quasi tutti al di sotto dei 18 anni, costituiscono un altro punto di forza del regime. Giovani religiosamente invasati, caricati dal potere di repressione che è affidato loro, questi paramilitari operano sotto il controllo dei Pasdaran. Secondo i dati ufficiali sono quasi 100 mila attivi, con 300 mila riservisti pronti a entrare in azione, ma in caso di necessità si possono mobilitare fino a un milione di elementi. A loro sono generalmente delegati i pestaggi più violenti.Reclutati negli strati più poveri, che sono anche quelli più radicati nei sentimenti religiosi islamici, con l’ingresso nella struttura Basiji trovano anche una certezza di sostentamento garantita dal regime. Anche alla fine della loro attività paramilitare, viene sempre assicurato loro un impiego statale in cambio della difesa dell’Islam. Facile comprendere come, per loro, la fine del regime teocratico significherebbe perdita di potere e di introiti. Altrettanto facile capire la ferocia con la quale difendono il sistema degli Ayatollah.A voler analizzare ancora chi è dalla parte del regime teocratico iraniano, opponendosi all’idea di cambiamenti, bisogna includere quella parte di popolazione che appartiene agli strati sociali più bassi e con un limitato livello di istruzione. Vittime di facile indottrinamento, soprattutto nelle diffuse aree rurali e nelle periferie delle grandi città, trovano nella religione e nel clero islamico l’appiglio di accettazione della loro condizione nel timore che i cambiamenti possano far perdere anche le loro misere entrate, garantite in qualche modo dal regime.Quello che chiede oggi chi scende in piazza in Iran rischiando la morte non è più un sistema di riforme, come veniva chiesto nelle proteste che si sono ripetute negli anni. Stavolta il popolo chiede cambiamenti radicali. E questo non piace a quella parte di iraniani che punta alle riforme senza intaccare il sistema.Infatti un’altra parte di cittadini iraniani contraria al cambio di regime è quello dei riformisti, convinti che sia più prudente mantenere il sistema e cambiarlo in alcuni punti. Un atteggiamento generalmente caratterizzato dalla paura di ciò che potrebbe accadere con una svolta radicale, di un tracollo più grave di quello che l’Iran sta vivendo o, ancora, di una possibile guerra civile in un Paese che sarebbe inevitabilmente spaccato in due, oltre a possibili interventi di potenze straniere.… e chi teme la democrazia dall’esternoQualcuno si è certamente chiesto come mai, dopo tanto sventolato interventismo al fianco della popolazione iraniana in rivolta, Donald Trump si sia tirato indietro. È evidente che c’è stato chi ha frenato gli impulsi trumpiani. Ed è altrettanto evidente che a farlo sono stati in primo luogo gli alleati arabi e turchi, preoccupati per gli effetti su tutta l’area mediorientale. Tra l’altro sarebbe stato difficile capire come e dove intervenire militarmente. Impensabile nelle piazze, inutile nei siti nucleari, difficile sulle strutture militari. C’è chi ha auspicato un blitz a Teheran alla maniera di Caracas, ma anche questo non c’è stato.D’altra parte, per poter attuare uno scenario come quello che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro, è necessario che siano individuati elementi del regime iraniano con i quali avviare contatti con le agenzie di intelligence americane al fine di predisporre un cambio di potere. E, almeno finora, non sembra che questo sia avvenuto.Di certo, un intervento diretto avrebbe potuto portare a quella guerra civile tra chi sta con Dio e chi è contro, tematica tanto cara agli Ayatollah nel reprimere il popolo che si ribella accusandolo di fare guerra a Dio. E non è un semplice modo di dire: quello della «guerra contro Dio» è un preciso reato previsto dalla legge islamica iraniana e punibile con la morte. Ed è anche l’accusa più diffusa.Per capire meglio i motivi di chi all’esterno teme una possibile svolta democratica, bisogna tener presente che l’Iran, oggi impoverito da una grave crisi economica, è in realtà un Paese molto ricco. Basti ricordare gli appetiti inglesi sul petrolio iraniano che portarono nel 1953 al colpo di Stato organizzato da Gran Bretagna e Stati Uniti per rimuovere il governo democratico di Mohammad Mossadeq, reo di aver nazionalizzato l’industria petrolifera del Paese. Quel colpo di Stato riconsegnò il pieno potere al poco brillante e manovrabile scià Mohammad Reza Pahlavi.Petrolio e gas, arma a doppio taglioSecondo i più recenti dati pubblicati nel 2025 dalla World Energy Review, l’Iran possiede 208,6 miliardi di barili di riserve petrolifere, pari a quasi il 12% delle riserve mondiali, che lo collocano tra i primi tre Paesi al mondo per giacimenti di greggio, dopo Venezuela e Arabia Saudita.Al petrolio, però, si è aggiunta in tempi più recenti un’altra risorsa molto importante: il gas. All’Iran appartiene, in condivisione con il Qatar, il più grande giacimento di gas naturale del mondo (la parte iraniana è denominata «South Pars» e quella qatariota «North Dome») situato a 3 mila metri di profondità nel Golfo Persico e scoperto agli inizi degli anni Novanta.I dati mostrano che l’Iran detiene circa 34.000 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale, quasi il 18% delle riserve mondiali, ponendosi al secondo posto dopo la Russia. Una ricchezza inestimabile, che Teheran non può sfruttare a causa delle sanzioni e che, inevitabilmente, potrebbe essere ambita da troppi contendenti in caso di caduta del regime degli Ayatollah.In tema di risorse, quindi, va valutato il fatto che l’eventuale instaurazione di un sistema di democrazia liberale in Iran aprirebbe inevitabilmente le frontiere agli scambi commerciali. Ciò consentirebbe finalmente a Teheran di poter mettere pienamente sul mercato le risorse del suo territorio, in primo luogo gas e petrolio.Visto il volume di queste ricchezze, è facile comprendere come questo potrebbe comportare più concorrenza e un deciso calo dei prezzi, riducendo sensibilmente gli introiti di quei Paesi esportatori che oggi si avvantaggiano del sistema delle sanzioni per alzare il prezzo dei prodotti sempre più indispensabili al contesto energetico mondiale. Potrebbe spiegarsi così anche il freno posto a Trump dagli alleati sauditi e emiratini.Testa di ponte strategicaC’è poi da considerare la posizione strategica dell’enorme Stato iraniano tra Medio Oriente e Asia centrale. Una posizione di ponte, guardata con attenzione da Usa, Cina e Russia, i tre grandi contendenti del mondo ancora in cerca di un difficile equilibrio. Questo significa che ogni potenza fa da freno alle altre sulle vicende iraniane.Tra l’altro Russia e Cina hanno rapporti con l’Iran, a differenza degli Stati Uniti che restano nemici giurati da quel 4 novembre 1979 in cui venne assaltata e occupata l’ambasciata statunitense a Teheran e furono presi in ostaggio 52 dipendenti americani, liberati soltanto il 20 gennaio 1981.L’Iran, meglio sarebbe dire la Persia, ha un passato trimillenario ricco di storia e di cultura. Chi conosce gli iraniani sa quanto siano aperti e disponibili, oltre che colti e raffinati. Purtroppo, una strana sorte ha fatto in modo che quel popolo non sia mai riuscito a incontrare la democrazia, passando in epoca moderna da monarchie inette, bislacche, sottomesse e repressive a un regime teocratico altrettanto repressivo e ottuso. Eppure, come si è viVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Gaza: i carri di Gedeone nel pantano

    di Seth J. FrantzmanL’analista senior per il Medio Oriente del più importante quotidiano israeliano in inglese analizza l’operazione Carri di Gedeone. Lanciata a Gaza dall’Idf come svolta decisiva contro Hamas, in realtà ha rivelato i limiti strutturali della strategia israeliana: avanzate lente, territori già conquistati più volte, distruzioni estese senza controllo politico stabile. Stretta tra obiettivi militari e nodo degli ostaggi, l’Idf non riusciva né a sconfiggere Hamas né a costruire una via d’uscita dal conflitto. Il cessate il fuoco è poi arrivato per pressione internazionale e per logoramento, lasciando Gaza in una palude strategica.Nota della direttricePubblichiamo un contributo fondamentale per capire che cosa sta accadendo in Israele. L’autore è una grande firma del Jerusalem Post, il quotidiano che da quasi un secolo è il punto di riferimento del dibattito internazionale da Gerusalemme. In quest’analisi, scritta in esclusiva per Krisis, Seth J. Frantzman illustra i nodi dell’intervento israeliano a Gaza.IN BREVEVicolo cieco strategico L’operazione «Carri di Gedeone» simboleggia la mancanza di una strategia d’uscita a Gaza. Nonostante le offensive, l’Idf resta bloccata, senza vittorie politiche stabili.Crisi della dottrina hi-tech La dottrina Momentum, basata su unità digitali e precisione, si è rivelata inadatta a una guerra urbana massiccia. L’Idf è tornata a un modello bellico anni Sessanta.Paradosso del «Comma 22» L’Idf non può sconfiggere Hamas finché i civili occupano le zone dei combattimenti. Questo stallo logico ha trasformato l’avanzata in una «fatica di Sisifo», costringendo i soldati a riprendere più volte le stesse aree.Prospettive fosche Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, mediato dagli Usa, arriva per logoramento. Gaza resta una palude strategica, con ampie aree rase al suolo e un futuro di controllo militare a lungo termine.Nei primi giorni di maggio 2025, il Gabinetto di Sicurezza israeliano ha approvato una nuova operazione offensiva a Gaza. Doveva chiamarsi «I carri di Gedeone» e prevedeva di spingere in avanti diverse divisioni delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) per conquistare una vasta fascia di Gaza.Vista in retrospettiva, non è chiaro che cosa abbia ottenuto questa grande offensiva. È proseguita in varie fasi fino all’inizio del cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025. Pertanto, la maggior parte dei combattimenti a Gaza nel 2025 si riduce a questa singola grande operazione dell’Idf. Essa simboleggia molti dei problemi che Israele ha affrontato durante la guerra e la mancanza di strategia che spesso ha sostenuto l’approccio di Gerusalemme nel combattere Hamas.Per comprendere I carri di Gedeone e la politica generale israeliana a Gaza, vale la pena di guardare indietro a come si è svolta l’operazione e a come è stata descritta nel momento in cui ha avuto luogo.Il maggio 2025 era un periodo di incertezza. L’Idf combatteva a Gaza già da un anno e mezzo. La guerra era iniziata con l’invasione di Israele da parte di Hamas il 7 ottobre 2023. Mesi dopo, l’Idf aveva inviato truppe in ampie parti del Nord di Gaza e anche a Khan Younis, nel Sud. L’Idf affermava di aver smantellato molti dei «battaglioni» di Hamas nel nord della Striscia. Si stimava che, il 7 ottobre, Hamas avesse più o meno 30.000 uomini in 24 brigate. Questi erano organizzati in circa 24 battaglioni, in modo che la maggior parte dei quartieri di Gaza avesse il proprio «battaglione». C’erano molteplici battaglioni a Rafah e Khan Younis. C’erano anche battaglioni sparsi per Gaza City e in un’area chiamata Campi centrali a Gaza.I Campi centrali consistevano in quattro aree urbane costruite su campi profughi stabiliti tra il 1948 e il 1950, quando quasi 200.000 arabi erano fuggiti a Gaza durante la guerra del 1948, la Guerra d’indipendenza di Israele. Hamas reclutava ampiamente in molti dei campi profughi di Gaza. Hamas ha anche continuato a reclutare durante la guerra, forse altri 15.000 combattenti. Per questo motivo, Hamas ha teso a concentrare le proprie forze solitamente intorno alla giungla urbana sorta dai nuclei di quelli che, storicamente, erano i campi profughi di Gaza.Dopo il 7 ottobre, l’Idf riteneva di aver gravemente danneggiato i battaglioni di Hamas. I carri armati dell’Idf si erano spinti nelle zone periferiche di Gaza City. Tra dicembre 2023 e marzo 2024, le forze israeliane avevano sottratto al gruppo terroristico Khan Younis, la città natale di molti leader di Hamas.Entro l’estate del 2024, l’Idf aveva preso Rafah al confine con l’Egitto. Questa condotta bellica lenta non era ciò che l’Idf aveva immaginato quando nel 2020 aveva ideato una dottrina chiamata «Momentum». Al tempo, l’Idf voleva passare da un esercito pesante di carri armati e fanteria a un esercito di unità hi-tech intelligenti collegate in rete, in grado di portare al fronte la massima potenza di fuoco di alta precisione. Ciò si basava sulla Revolution in Military Affairs (Rivoluzione negli affari militari) degli anni Novanta e anche sulla transizione delle forze militari occidentali verso la contro-insurrezione nella guerra globale al terrore degli anni Duemila.Tuttavia, questa dottrina si rivelò fuorviante. Non prevedeva di rientrare in forze a Gaza. Voleva gestire il conflitto con Hamas e non pensava che i carri armati avrebbero di nuovo solcato le strade di Gaza. Proprio per questo motivo, non c’era un piano per riprendere Gaza. L’Idf dovette ricorrere ai piani del 2009 e del 2014, con alcuni aggiornamenti. I soldati dovettero essere riaddestrati per apprendere le tecniche della guerra urbana. Fu necessario addestrare fino a 500.000 riservisti.Il risultato fu la campagna che l’Idf condusse tra la fine del 2023 e il 2024. A quanto risulta, il Capo di stato maggiore dell’Idf, il tenente generale Herzi Halevi, vedeva le operazioni dell’Idf come una fatica di Sisifo. Il motivo era che l’Idf entrava nei quartieri di Gaza, dichiarava di aver sconfitto i battaglioni di Hamas e poi se ne andava. L’Idf è intervenuta numerose volte, ad esempio, a Jabaliya nella parte Nord di Gaza. È entrata nel quartiere di Zeitoun almeno sette volte.Che cosa si otteneva riprendendo le stesse posizioni più e più volte? Ciò evocava immagini della battaglia di Hamburger Hill in Vietnam e di altri raid in cui gli Stati Uniti entravano in determinate aree per poi abbandonarle. A causa delle distruzioni, la guerra a Gaza evocava anche immagini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale.Nel maggio 2025, le cose erano un po’ cambiate. Halevi era stato sostituito dal tenente generale Eyal Zamir, un ex comandante di carri armati. Proprio per questo, era meno devoto alle ossessioni per l’alta tecnologia e le piccole unità dei suoi predecessori. L’Idf aveva bisogno di un generale da «grande esercito», che amasse le grandi brigate e divisioni e volesse usarle come Israele faceva negli anni Sessanta. Il concetto che il governo israeliano ideò per sconfiggere definitivamente Hamas fu quello dei Carri di Gedeone.Quando l’operazione iniziò a metà maggio, Zamir era al comando e disse alle truppe: «Lo scorso fine settimana abbiamo lanciato l’operazione Carri di Gedeone. Continueremo finché non smantelleremo la capacità di combattimento del nemico e otterremo una sconfitta decisiva ovunque opereremo. Non possiamo tornare alla realtà del 7 ottobre. Abbiamo due obiettivi principali davanti a noi: il ritorno degli ostaggi e la sconfitta di Hamas».Il problema era che a Gaza le operazioni dell’Idf non erano sempre allineate alle visioni dei politici israeliani. Alcuni politici vedevano in Carri di Gedeone un modo per conquistare tutta Gaza e, possibilmente, fare pressione sui palestinesi affinché se ne andassero. Si parlava di distruggere Gaza. Tuttavia, all’Idf fu affidata una linea d’azione più limitata. Sarebbe dovuta penetrare in modo risolutivonel territorio per assoggettare tutta Gaza, escludendo le aree dove si riteneva si trovassero una cinquantina di ostaggi.Proprio per questo, l’Idf si è trovata costantemente di fronte a un «Comma 22» (un vicolo cieco logico in cui un obiettivo è annullato dalle sue stesse condizioni, ndr). L’Idf non poteva conquistare tutta Gaza. Tutto ciò che poteva fare era chiedere ai civili di lasciare un’area per andare in un’altra. Ai civili di Gaza veniva sempre detto di spostarsi in aree ancora in mano ad Hamas, mantenendo così, di fatto, la Striscia sotto il dominio di Hamas.Il risultato di Carri di Gedeone fu che l’Idf riprese una vasta area a Gaza che in precedenza aveva già preso. Ciò includeva Khan Younis e aree di Rafah, così come aree vicino a Jabaliya, Beit Hanoun e Beit Lahiya nel Nord. A Beit Hanoun, sul confine vicino alla città israeliana di Sderot, l’Idf scoprì che Hamas non era mai stato completamente sconfitto. L’intera città venne rasa al suolo. La scusVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Europei, da alleati a clientes degli Stati Uniti

    di Mireno BerrettiniDalla crisi dell’ordine egemonico del 1945 al «revisionismo» statunitense. Mentre il sistema internazionale scivola verso nuovi equilibri, la relazione tra Stati Uniti ed Europa abbandona la finzione della parità istituzionale, per farsi apertamente transazionale. Sotto la pressione della competizione globale con Russia e Cina, i dossier Ucraina e Groenlandia rivelano la nuova postura di Washington: «egemone revisionista» che riduce gli alleati a semplici vassalli.IN BREVEGerarchia transizionale Il professor Berrettini spiega come il rapporto Usa-Ue stia cambiando, passando da un’apparente alleanza paritaria a una gerarchia transazionale.Sicurezza a guida Usa I casi dell’Ucraina e Groenlandia mostrano come la sicurezza europea sia ora subordinata agli imperativi strategici degli Stati Uniti.Declino dell’Occidente Dal 1945 il peso economico degli Usa è sceso dal 50% al 10% della produzione globale. L’Asia domina ora il Pil e l’innovazione tecnologica.Ordine globale in crisi Washington riscrive le regole del sistema-mondo per difendere i propri interessi, reagendo all’ascesa di Cina, Russia e di tutti i Brics.In un quadro della politica globale sempre più attraversato da crisi frequenti e di crescente intensità, tale da rendere evidente come il sistema internazionale si stia assestando su nuovi equilibri, anche una delle relazioni più granitiche della politica mondiale sta progressivamente perdendo la propria funzione di riferimento in termini di stabilità e continuità.Il rapporto tra Stati Uniti e gli attori europei sta scivolando progressivamente da una logica basata su regole comuni, istituzioni condivise, consultazioni continue e sostanziale prevedibilità, a una logica spiccatamente transazionale, fatta non tanto di mera competizione, quanto dell’esternazione delle gerarchie, della definizione di priorità strategiche asimmetriche e di un crescente disciplinamento politico.Il rapporto transatlantico, che certamente nel passato non è stato scevro da momenti di frizione, si trasforma così da relazione perno delle identità e dell’agire politico tanto nordamericano quanto europeo, condotta secondo una grammatica consolidata e formalmente paritaria, a un rapporto disarmonico in cui prevale una gestione selettiva e apertamente unilateralista degli interessi e delle priorità da parte statunitense.Il posizionamento dell’Amministrazione Trump in merito al negoziato per una possibile uscita dal conflitto in Ucraina e le richieste, pressanti in merito alla Groenlandia sono due «cartine di tornasole» di questo passaggio; due issues che riguardano il cuore della sicurezza europea, e sono al tempo stesso un nodi strategici legato alla competizione globale.Nel 1945, alla fine dell’ultimo conflitto egemonico e, ancor di più, con l’avvio di quello che siamo soliti chiamare Guerra fredda, il rapporto transatlantico si costituì attorno a un compromesso più o meno implicito: gli Stati Uniti garantivano sicurezza in ultima istanza dalla minaccia di Mosca, mentre gli europei – esposti sulla linea di faglia del confine con il mondo sovietico – partecipavano al sistema come co-architetti, quantomeno sul piano normativo e istituzionale.La logica della globalizzazione capitalista della seconda metà del XX secolo, la coeva capacità performativa dell’universo simbolico statunitense e la parallela resilienza delle democrazie occidentali hanno fatto dell’area euro-atlantica l’asse portante su cui si articolava il core del sistema-mondo. Il legame politico, culturale ed economico tra le due sponde dell’Oceano è sedimentato direttamente nelle istituzioni dell’Alleanza Atlantica, ma ha informato di sé anche le architetture istituzionali nate dall’esito del secondo conflitto mondiale, come la galassia delle Nazioni Unite.Oggi, invece, la logica prevalente è quella della selezione degli interessi e della gestione per priorità: l’alleanza non è più presentata come architettura di regole, ma come dispositivo operativo flessibile, da adattare all’urto delle rivalità sistemiche. In questa cornice, l’Europa – e l’Unione Europea – tende a essere trattata non come polo paritario, ma come spazio da organizzare: una piattaforma industriale, economica e politico-diplomatica da riallineare alle esigenze statunitensi.La guerra in Ucraina è stata significativa non solo perché ha riportato la guerra nell’agenda dell’Ue, ma anche perché ha progressivamente evidenziato come la sicurezza del Vecchio Continente sia immaginata e gestita dagli Stati Uniti non come europea, né pienamente atlantica, ma come eminentemente americana: segmento di una strategia più ampia, in cui Washington resta l’attore che definisce tempi, soglie e cornici operative.In altre parole, con l’Amministrazione Trump è emerso con chiarezza ciò che agli europei appariva fino ad allora come un circuito implicito: gli Stati europei e l’Unione devono contribuire maggiormente, ma all’interno di un quadro che riconduce la guerra – e il negoziato sul dopoguerra – a una logica di governance americana, più che a una di sicurezza e sovranità europea.Detto più semplicemente: gli Stati Uniti chiedono un maggiore contributo europeo alla difesa di un sistema sempre più americano e sempre meno occidentale, mentre rivendicano al tempo stesso la direzione politica della trattativa per uscire dal conflitto.Il dossier Groenlandia è altrettanto rivelatore perché squarcia il velo retorico del comune orizzonte di interessi e prospettive delineato tra le due sponde dell’Atlantico. Qui la questione non è solo l’Artico: è il modo in cui gli Stati Uniti, in un contesto di competizione con Russia e Cina, rivendicano la centralità della propria sicurezza anche quando essa incide direttamente sugli interessi di un alleato europeo.Parallelamente, in Europa circolano proposte per una risposta Nato «operativa» sull’Artico, nel tentativo di ricondurre il problema entro un formato cooperativo e non di rottura; analogamente va letto l’accordo fumoso annunciato da Trump al Forum di Davos del 2026.Ma il punto politico resta: il (possibile) negoziato sull’Ucraina e la Groenlandia diventano il simbolo di una postura americana che tende a disciplinare lo spazio europeo – anche ai suoi margini geografici – secondo una logica di imperativi strategici statunitensi, gli Stati del Vecchio Continente e l’Unione, vengono relegati a un ruolo subalterno e perimetrato nel sistema americano, un passaggio che nella retorica presidenziale li vede sempre meno alleati e sempre più esplicitamente clientes.Cosa vuol dire, in concreto? L’Europa è chiamata a coprire un insieme di compiti e costi – sostegno, deterrenza sul fianco orientale, industria della difesa, tenuta economico-sociale – ma con margini sempre più ridotti nel definire l’orizzonte strategico complessivo. L’autonomia europea, un tempo relativamente tollerata anche in presenza di divergenze strutturali (come nel caso del gemellaggio energetico tra Germania e Russia precedente alla ripresa della guerra in Ucraina), oggi non trova più spazi di legittimità.Così, quando emerge un disallineamento su priorità, tempi o strumenti, scatta la minaccia di abbandono – invero poco credibile – o, più frequentemente, una chiamata all’ortodossia, non più mediata attraverso i canali della Nato, ma imposta direttamente dalla muscolarità diplomatica di Washington. Insomma, è tramontata l’epoca in cui Berlino poteva mettere in difficoltà il sistema economico a stelle e strisce.L’imperialismo americano non è tornato: c’è sempre stato; ciò che è mutato è la nostra percezione della sua pervasività e della sua esplicita muscolarità. In sintesi, Ucraina e Groenlandia indicano che la relazione transatlantica non si muove più dentro un immaginario di «ordine comune» regolato, ma viaggi in una fase in cui contano gerarchie, accessi strategici e capacità di comando.In realtà, se vogliamo però capire le ragioni di fondo, e non limitarci alla lettura che imputa questo cambiamento al particolare plafond ideologico dell’Amministrazione repubblicana, occorre guardare alle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea come prodotto della crisi dell’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra.Non significa certo negare che l’entourage del tycoon interpreti in maniera originale il ruolo degli Stati Uniti, ma vuol dire fare premio sui fattori strutturali che determinano l’architettura del sistema internazionale e definiscono le gerarchie di potere. Per sostenere questo ragionamento farò una brevissima serie di confronti tra il 1945 e oggi articolandoli su diversi ambiti.In questo arco di tempo, la posizione economica degli Stati Uniti ha subito una trasformazione profonda. Nel secondo dopoguerra, Washington occupava una posizione senza precedenti: pur rappresentando circa il 6% della popolazione mondiale, concentrava i due terzi delle riserve auree globali, controllava la gran parte del capitale internazionale e produceva circa la metà dei beni materiali del pianeta.In quel contesto, gli Stati Uniti non erano semplicemente un attore del sistema internazionale, ma ne costituivano l’asse portante. Questa condizione si è tanto progressivamente quanto fisiologicamente erosa. Oggi gli Stati Uniti rappresentano circa il 4% della popolazione mondiale, controllano una quota molto più ridotta delle riserve auree e del capitale globale e producono circa il 10% dei beni materiali, pur restando la prima economia per Pil nominale. Il loro peso relativo va inoltre letto nel declino complessivo dell’Occidente, la cui quota di Pil globale è scesa dal 70% del 1945 a meno del 45%, mentre l’Asia ha superato il 55%.Collegato a questo spostamento c’è il dato che vede il ridimensionamento del primato tecnologico statunitense, e occidentale. Se nel dopoguerra e fino alla fine della Guerra fredda l’innovazione era fortemente concentraVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La nuova battaglia di Algeri: braccio di ferro con Parigi sulla colonizzazione

    di Maria PappiniL’Algeria diventa il primo Stato post-coloniale a qualificare per legge la colonizzazione subita come crimine di Stato. Il testo traduce in norma una lettura della violenza coloniale come sistema storico continuo, dalla conquista del 1830 all’indipendenza del 1962, e chiude lo spazio della negoziazione memoriale con la Francia, che denuncia un irrigidimento del dialogo. Ora all’esame del Consiglio della Nazione, la legge è attraversata da un dibattito interno sulle sue conseguenze diplomatiche, ma non sul principio fondante. La memoria coloniale non è più terreno simbolico o negoziabile, bensì fondamento di sovranità assunto per legge nel rapporto con l’ex potenza coloniale.IN BREVECrimine di Stato L’Algeria approva una legge che definisce l’intera esperienza coloniale francese come crimine di Stato, trasformando una memoria storica in fondamento giuridico non negoziabile.Fine del dialogo Per Algeri la memoria coloniale esce dalla sfera simbolica e diplomatica. Senza riconoscimento formale della responsabilità, ogni dialogo con Parigi è considerato esaurito.Violenza come sistema continuo Dal 1830 al 1962 la colonizzazione è letta come un sistema strutturale di violenza, non come una somma di eccessi. La guerra d’indipendenza ne è l’esito, non l’origine.Cifre come racconto fondativo Il numero delle vittime non è una stima statistica, ma una cifra politica e identitaria che fonda la legittimità dello Stato e sottrae la memoria alla disputa storiografica.Memoria come sovranità La legge fissa per norma ciò che era racconto: la colonizzazione come crimine. La memoria diventa principio ordinatore dello Stato, anche al prezzo dello scontro diplomatico.In diplomazia, definire l’atto di uno Stato come «iniziativa manifestamente ostile» è un segnale di gravità eccezionale. Con questa formula di rottura, il ministro degli Affari esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha reagito all’approvazione della legge con cui il Parlamento algerino ha qualificato la colonizzazione francese come un crimine di Stato.La legge approvata dall’Assemblea popolare nazionale algerina il 24 dicembre 2025 segna un passaggio senza precedenti nei rapporti tra Algeri e Parigi. Per la prima volta, uno Stato post-coloniale qualifica per legge l’intera esperienza del dominio subito come crimine di Stato, attribuendone la responsabilità all’ex potenza coloniale. In questa lettura, i 132 anni di presenza francese in Algeria non sono ricondotti a singoli episodi di abusi o deviazioni, ma a un sistema storico di violenza strutturale, culminato nella guerra di liberazione e inscritto nella memoria nazionale attraverso la cifra, costantemente ribadita dalle autorità algerine, di un milione e mezzo di vittime.È qui che emerge il senso profondo del gesto algerino. Chiedere le scuse della Francia non significa cercare una riconciliazione rituale né archiviare il passato, ma ottenere un riconoscimento pubblico che la violenza esercitata non fu una deviazione, né una somma di eccessi, bensì l’espressione coerente di un sistema di dominio statale. Senza questo passaggio, ogni dialogo sulla memoria resta, dal punto di vista algerino, provvisorio e reversibile. La legge interviene proprio su questo punto, trasformandolo da richiesta politica a presupposto non negoziabile.In questa prospettiva, la norma non nasce per pacificare il passato, ma per disciplinare il presente. Dopo anni di deterioramento delle relazioni con Parigi, la leadership algerina sceglie di fissare per legge ciò che considera il fondamento della propria storia statale, accettando che il prezzo di questa scelta sia una contrazione dello spazio del compromesso. La qualificazione del dominio francese come crimine risponde a questa logica: sottrarre la memoria alle cautele diplomatiche e inserirla al centro di un rapporto che l’Algeria non intende più accettare come strutturalmente asimmetrico.1830–1962: violenza non stopLa lunga memoria coloniale si radica in una cronologia che, dal punto di vista algerino, non presenta fratture rassicuranti. L’occupazione francese inizia nel 1830 con la presa di Algeri e si estende per oltre 130 anni, fino all’indipendenza proclamata il 5 luglio 1962. In quest’arco temporale, la violenza non è percepita come episodica o circoscritta, ma come un tratto strutturale del dominio coloniale. Le campagne di conquista dell’Ottocento, le deportazioni, le carestie indotte e la progressiva espropriazione delle terre segnano, nella memoria nazionale algerina, l’avvio di un processo di distruzione sociale e demografica che precede di molto la guerra di liberazione.È all’interno di questa continuità che si colloca la questione delle cifre delle vittime, uno dei nodi più sensibili e politicamente carichi della memoria algerina. La stima di un milione e mezzo di morti, costantemente ribadita dalle autorità di Algeri, riguarda in primo luogo il periodo della guerra d’indipendenza tra il 1954 e il 1962, ma si inscrive in una lettura più ampia della violenza coloniale come esperienza cumulativa. Quel numero non viene presentato come il risultato di un calcolo statistico definitivo, bensì come una cifra simbolica e fondativa, destinata a misurare l’ampiezza della perdita subita e a inserirla nell’atto di nascita dello Stato.Ecco perché presentando il testo all’Assemblea Popolare Nazionale, il presidente del Parlamento Ibrahim Boughali ha affermato « che il colonialismo francese in Algeria costituisce un crimine di Stato di cui la Francia porta la responsabilità giuridica e morale».Da decenni, la storiografia francese e una parte consistente di quella internazionale propongono stime sensibilmente più basse per le vittime del conflitto armato, attestandole in genere su alcune centinaia di migliaia di morti. La divergenza non riguarda soltanto le fonti o le metodologie di conteggio, ma riflette due modi incompatibili di delimitare l’oggetto stesso della violenza. Da un lato, una lettura che circoscrive il bilancio umano agli anni della guerra e agli scontri armati direttamente documentabili. Dall’altro, una memoria che include nella stessa sequenza storica repressioni, spostamenti forzati, distruzione dei villaggi, torture, esecuzioni extragiudiziali e le conseguenze indirette di un sistema coloniale che ha inciso sulla vita quotidiana per generazioni.Racconto di una nazionePer l’Algeria, la guerra iniziata il primo novembre 1954 non segna l’inizio della violenza, ma il momento in cui questa diventa insostenibile e si trasforma in insurrezione generalizzata. Allo stesso modo, il cessate il fuoco del marzo 1962 e l’indipendenza non chiudono retroattivamente il bilancio umano dell’esperienza coloniale. Le cifre assumono così un significato che va oltre la contabilità dei morti: diventano il linguaggio attraverso cui una società ricorda il proprio trauma e ne fa il fondamento della propria legittimità politica.È proprio questa funzione delle cifre a renderle non negoziabili nel discorso ufficiale algerino. Metterle in discussione non significa soltanto rivedere una stima, ma intaccare il racconto fondativo della nazione. La legge del 2025 interviene anche su questo piano, sottraendo la memoria delle vittime alla disputa storiografica internazionale e ricollocandola entro un quadro giuridico nazionale che ne sancisce il valore politico. Non stabilisce una verità storica definitiva, ma afferma il diritto dello Stato algerino di definire i termini attraverso cui quella violenza viene ricordata e trasmessa.In questo senso, la precisione cronologica e la contesa sulle cifre non rappresentano una debolezza della memoria algerina, ma uno dei suoi elementi costitutivi. La lunga durata della colonizzazione e l’ampiezza del bilancio umano, così come vengono narrate, servono a ribadire che il crimine non può essere confinato in un singolo evento o in un periodo ristretto, ma coincide con l’intero impianto del dominio coloniale. È questa lettura estesa e cumulativa che prepara il terreno alla qualificazione giuridica del colonialismo come crimine, rendendo il gesto del 2025 comprensibile solo alla luce di una storia che, per l’Algeria, non è mai diventata passato chiuso.Sistema di dominioSe la lunga durata della colonizzazione ha consentito alla memoria algerina di leggere la violenza come continua, è perché il dominio francese non si esercitò principalmente attraverso eventi eccezionali, ma mediante un insieme di dispositivi ordinari e ripetuti. La conquista militare avviata nel 1830 non inaugurò soltanto un’occupazione territoriale, ma l’installazione progressiva di un ordine che intrecciava espropriazione economica, gerarchizzazione giuridica e controllo amministrativo. Nella narrazione algerina, questo intreccio costituì l’essenza stessa della violenza coloniale.Il primo pilastro di questo sistema era la terra. A partire dalla metà dell’Ottocento, una serie di decreti e pratiche amministrative consentì la confisca sistematica delle proprietà collettive e tribali, ridistribuite a coloni europei o assorbite dallo Stato coloniale. La perdita della terra non viene ricordata soltanto come impoverimento materiale, ma come distruzione di un ordine sociale. Comunità intere furono sradicate, costrette allo spostamento o alla marginalizzazione, private dei mezzi di sussistenza e della continuità simbolica con il territorio. Nella memoria algerina, questa espropriazione iniziale segnò l’avvio di una violenza che, una volta stabilizzata, non richiese più un ricorso permanente alle armi per produrre i propri effetti.Distinzione fra cittadini e sudditiA questa dimensione materiale si affianca quella giuridica. Il sistema coloniale francese in Algeria si fondava su una distinzione strutturale tra cittadini e sudditi, sancita da statuti differenziali che collocavano la popolazione musulmana in una condizione di inferiorità permanente. Il diritto non operò come strumento neutro, ma come meccanismo di governo volto a normalizzare la disuguaglianza. L’accesso alla cittadinanza, alla giustizia e alla raVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  49. 115

    Crepuscolo di un Impero: ieri quello britannico, oggi quello americano

    di Chris HedgesIl premio Pulitzer Chris Hedges legge nel declino dell’Impero britannico il riflesso dell’America di oggi. Due superpotenze esauste che scambiano la crisi sociale per degenerazione morale. Oggi come ieri, le élite amministrano disuguaglianze e povertà strutturale, trasformando il disagio in colpa e i poveri in problema biologico e razziale. Tra ossessione per la forza, pronatalismo selettivo e mito della «Grande sostituzione», il potere reagisce alla decadenza accelerandola. Come Londra un secolo fa, oggi Washington prepara il proprio rogo convincendosi di chiamarlo rinascita.IN BREVEAnalogie storiche Come il Regno Unito nel 1914, gli Stati Uniti affrontano oggi un declino terminale. Entrambi i colossi hanno scambiato la crisi sociale per degenerazione morale.Declino terminale Oggi il 41% degli americani è povero o a basso reddito. Come nell’era edoardiana, le élite trasformano il disagio economico in colpa individuale o problema biologico.Nuova eugenetica Il potere reagisce alla decadenza con il «pro-natalismo selettivo», che incentiva le nascite nelle classi alte e attua screening embrionali sul quoziente intellettivo.Mito della forza Per contrastare il declino, Washington punta su ipermascolinità e militarismo. L’ossessione per lo spirito marziale maschera l’incapacità di risolvere le ingiustizie.Rogo finale Ignorando le cause strutturali del collasso, la classe dirigente accelera il decadimento interno, guidando il Paese verso una probabile e disastrosa guerra globale.All’inizio del ventesimo secolo, l’Impero britannico si trovava, come quello americano oggi, in un declino terminale. Il 60% degli inglesi era fisicamente inadatto al servizio militare, così come lo è oggi il 77% dei giovani americani. Il Partito liberale, come il Partito democratico, pur riconoscendo la necessità di riforme, faceva ben poco per affrontare le disuguaglianze economiche e sociali che condannavano la classe operaia a vivere in abitazioni fatiscenti, a respirare aria inquinata, a essere priva di servizi igienici di base e di assistenza sanitaria, nonché costretta a lavori massacranti e malpagati.Il governo conservatore, in risposta, aveva istituito una Commissione interdipartimentale sul deterioramento fisico per esaminare il «deterioramento di alcune classi della popolazione», vale a dire, naturalmente, i poveri urbani. Il rapporto era divenuto noto come quello sulla «degenerazione della nostra razza». Erano state tracciate rapidamente, e con grande accuratezza, analogie con la decadenza e la degenerazione del tardo Impero romano.Rudyard Kipling, che rese romantico e mitico l’Impero britannico e il suo esercito, nel poema del 1902 «The Islanders» aveva avvertito i britannici che, per superbia, indolenza e privilegio, erano diventati compiaciuti e flaccidi. Non erano preparati a sostenere l’Impero.Il giornalista si disperava per la perdita dello spirito marziale nei «figli della città protetta, non forgiati, non temprati, inadatti» e invocava la coscrizione obbligatoria. Kipling flagellava l’esercito britannico per la sua crescente dipendenza da mercenari e truppe coloniali, «gli uomini che sapevano sparare e cavalcare», proprio come oggi mercenari e milizie rafforzano sempre più le forze americane all’estero.Kipling condannava il pubblico britannico per la sua ossessione per «ciondoli» e sport da spettatori, compresi «gli sciocchi in flanella sul campo da cricket o i rozzi infangati alle porte», atleti che, a suo avviso, avrebbero dovuto combattere nella guerra in Sudafrica.Prevedeva, nella sequenza di disastri militari britannici della guerra anglo-boera in Sudafrica, che era finita da poco, l’imminente perdita della supremazia globale britannica, così come due decenni di fiaschi militari in Medio Oriente hanno eroso l’egemonia statunitense.La fissazione per il declino fisico, interpretato anche come declino morale, è ciò che ha portato il segretario alla Difesa Pete Hegseth a denunciare i «generali grassi» e a ordinare alle donne nell’esercito di soddisfare i «più alti standard maschili» di idoneità fisica. È ciò che sta dietro al suo programma «Warrior Ethos Tasking», che mira a rafforzare forma fisica, standard di cura personale e prontezza militare.Oggi viviamo un momento storico che ha similitudini inquietanti. Dodici anni dopo l’invettiva di Kipling, la Gran Bretagna era precipitata nel suicidio collettivo della Prima guerra mondiale, un conflitto che costò la vita a oltre un milione di soldati britannici e del Commonwealth e decretò la fine dell’Impero britannico.H.G. Wells, che anticipò la guerra di trincea, i carri armati e le mitragliatrici, fu uno dei pochissimi a vedere dove stava andando la Gran Bretagna. Nel 1908 scrisse The War in the Air. Avvertì che le guerre future non si sarebbero limitate a Stati nazionali antagonisti, ma sarebbero diventate globali. Queste guerre, come sarebbe avvenuto con l’invasione italiana dell’Etiopia nel 1935, la Guerra civile spagnola e la Seconda guerra mondiale, avrebbero comportato il bombardamento aereo indiscriminato dei civili. Lo scrittore previde anche, in The World Set Free, il lancio di bombe atomiche.Quasi un terzo della popolazione dell’Inghilterra edoardiana (a inizio Novecento, ndr) viveva in povertà assoluta. La causa, come osservò Seebohm Rowntree nel suo studio sulle baraccopoli, non era, come sostenevano i conservatori, l’alcolismo, la pigrizia, la mancanza di iniziativa o di responsabilità dei poveri. Era il fatto che «i salari pagati per il lavoro non qualificato a York sono insufficienti a garantire cibo, alloggio e vestiario adeguati a mantenere una famiglia di dimensioni moderate in uno stato di mera efficienza fisica».Oggi, gli Stati Uniti hanno uno dei più alti tassi di povertà tra le nazioni industrializzate occidentali, stimato da molti economisti ben al di sopra della cifra ufficiale del 10,6%. In termini reali, circa il 41% degli americani è povero o a basso reddito, e il 67% arriva al pelo a fine mese.Gli eugenisti britannici del Galton Laboratory for National Eugenics, finanziato da Sir Francis Galton, che coniò il termine «eugenetica», sostenevano la «eugenetica positiva», il «miglioramento» della razza. Incoraggiavano coloro ritenuti superiori, sempre bianchi e appartenenti alla classe media e alta, ad avere famiglie numerose. L’«eugenetica negativa» mirava invece a limitare il numero di figli nati da coloro considerati «inadatti», attraverso la sterilizzazione e la separazione dei sessi.Winston Churchill, che fu ministro dell’Interno nel governo liberale di H.H. Asquith nel 1910-11, appoggiò la sterilizzazione forzata dei «deboli di mente», definendoli un «pericolo nazionale e razziale» e «la fonte da cui sgorga il fiume della follia».La Casa Bianca di Trump, guidata da Stephen Miller, è determinata a portare avanti una simile epurazione della società americana. Coloro a cui vengono attribuiti tratti ereditari «negativi», spesso sulla base della razza, sono condannati come essere umani contaminanti che un esercito di agenti mascherati dell’Immigration and Customs Enforcement sta terrorizzando, incarcerando ed espellendo dalla società.In email trapelate nel 2019, Miller elogia il romanzo del 1973 Il campo dei santi, scritto da Jean Raspail. Il libro racconta di una flottiglia di persone sudasiatiche che invade la Francia e distrugge la civiltà occidentale. Gli immigrati, cui ora l’amministrazione Trump dà la caccia, sono descritti come «negri dai capelli arruffati e dalla pelle olivastra, a lungo disprezzati» e come «formiche brulicanti che lavorano per il comfort dell’uomo bianco». Le folle sud-asiatiche sono «grotteschi piccoli mendicanti delle strade di Calcutta», guidati da un «gigantesco indù» mangiatore di escrementi noto come «il mangiatore di merda».Questa è, nella sua forma più infamante, la tesi della teoria della «Grande sostituzione», la convinzione che le razze bianche in Europa e Nord America vengano «sostituite» da «razze inferiori della terra».Donald Trump si vanta di voler essere il «presidente della fecondità». Le coppie americane, cioè le coppie bianche, riceveranno incentivi dalla sua amministrazione per avere più figli e contrastare il calo delle nascite. Nel linguaggio della destra, coloro che promuovono questa versione aggiornata dell’«eugenetica positiva» sono chiamati «pro-natalisti». L’amministrazione Trump ridurrà inoltre i rifugiati ammessi negli Stati Uniti nel 2026 al livello simbolico di 7.500, con la maggior parte dei posti riservata a sudafricani bianchi.Gli alleati di Trump nella Big Tech stanno creando l’infrastruttura della fertilità per concepire bambini con tratti ereditari «positivi». Sam Altman, che ha ricevuto dall’amministrazione Trump un contratto militare annuale da 200 milioni di dollari, ha investito in tecnologie che consentono ai genitori di modificare geneticamente i figli prima del concepimento per produrre «bambini su misura».Peter Thiel, il cofondatore di Palantir che sta facilitando gli sforzi di deportazione di massa dell’amministrazione Trump, ha sostenuto una società di screening embrionale chiamata Orchid Health. Orchid promette di aiutare i genitori a progettare figli «sani» attraverso tecnologie di test e selezione degli embrioni.Elon Musk, fervente pro-natalista e sostenitore della teoria della Grande sostituzione, sarebbe un cliente della startup. L’obiettivo è consentire ai genitori di selezionare gli embrioni in base al quoziente intellettivo e scegliere «l’intelligenza dei propri figli prima della nascita», come osserva il Wall Street Journal.Stiamo ripetendo gli stessi errori autodistruttivi commessi dalla classe politica britannica che supervisionò il declino dell’Impero britannico e orchestrò la follia suicida della Prima guerra mondiale. Incolpiamo i poveri della loro stessa povertà. Crediamo nella superiorità dellVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  50. 114

    «In morte della diplomazia»: l’orazione civile di Elena Basile

    di Elena BasileDalla normalizzazione degli attacchi terroristici contro leadership straniere all’agonia della Carta dell’Onu, l’Occidente pare aver ridotto il diritto internazionale a una sorta di «religione non praticata». L’ambasciatrice Elena Basile denuncia la deriva di un sistema oligarchico che, tra sanzioni illegali e strategie di regime change, punta alla «sirianizzazione» dell’Iran. In un mondo dove la deterrenza nucleare cede il passo alla dottrina Nuts, l’opinione pubblica resta prigioniera di una narrazione liberal deformata. Intanto, l’intelligencija si autocensura di fronte all’idolatria della forza.Elena Basile Si è laureata in Scienze politiche con una tesi sullo Stato etico con Biagio De Giovanni. Entrata nella carriera diplomatica nel 1985, è stata funzionario vicario dell’ambasciatore d’Italia in Madagascar, Ungheria e Portogallo e console a Toronto. Dal 2013 al 2021 è stata ambasciatrice d’Italia in Svezia e in Belgio, prima donna a guidare la nostra ambasciata a Bruxelles. Nel 2023 ha dato le dimissioni per incompatibilità fra i suoi principi morali e gli obiettivi della politica estera nostrana. Si è quindi dedicata all’analisi della politica internazionale, divenendo una firma del Fatto Quotidiano e una delle voci più critiche del mainstream. Ha scritto cinque libri di narrativa.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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