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Gli articoli di Krisis.info

Krisis è una rivista online italiana che analizza le dinamiche politiche globali, focalizzata sulle crisi internazionali. Offre un’informazione approfondita, indipendente e libera da pregiudizi, per comprendere i cambiamenti epocali che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Rifiutando gli schieramenti ideologici, Krisis si impegna a presentare una pluralità di punti di vista, affinché i lettori possano formarsi una propria opinione. Krisis è sostenuta da un comitato etico-scientifico composto da accademici, diplomatici e militari, che garantiscono la qualità e l’autorevolezza delle analisi.Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Quando è iniziata davvero la globalizzazione

    di Pompeo Della PostaI fattori che hanno determinato l’avvio della globalizzazione economica, dai limiti delle retoriche liberiste alla svolta degli anni Ottanta. Perché l’integrazione dei mercati non è stato un processo neutrale guidato dalla tecnologia, ma il risultato di precisi rapporti di forza e decisioni statali.Con questo articolo, Krisis.info apre una serie di quattro interventi del professor Pompeo Della Posta dedicati ad altrettanti nodi cruciali della globalizzazione economica.IN BREVECommercio e imperi I contatti e i mercati nell’antichità non bastano a definire la globalizzazione economica: l’espansione europea è avvenuta tramite il dominio coloniale, le armi e la violenza.Prezzi e mercati La vera integrazione commerciale si verifica solo con scambi volontari e continuativi capaci di abbattere i costi e allineare i valori dei beni tra Paesi diversi.Suez & vapore Con le navi rapide e il canale egiziano aperto nel 1869 sono caduti gli ostacoli fisici, segnando l’avvio della prima vera integrazione commerciale.Agenda neoliberale L’avvento del digitale e dei container non è stato sufficiente: l’apertura delle frontiere è dipesa dalle riforme e dalle scelte di Londra e Washington negli anni Ottanta.Riforme in Cina La svolta produttiva globale si è però compiuta dopo la morte di Mao, con la scelta del suo successore Deng Xiaoping di spalancare le frontiere ai flussi internazionali nel 1978.Lo storico Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto sul Corriere della sera che «la globalizzazione intesa in senso moderno è abbastanza antica». E ha aggiunto che «forse è cominciata nel 1540 con la prima pianta di pomodoro arrivata dal Messico in Europa, ovvero quando il cavallo fece la sua prima comparsa in America importato dai colonizzatori spagnoli»[1].Se con il termine globalizzazione ci riferiamo all’insieme degli scambi, non solo di natura economica, ma anche appunto di tipo culturale, artistico, e persino culinario, che da sempre caratterizzano il genere umano, si può essere d’accordo con quella affermazione, anche tenendo conto della posizione di storici come Wallerstein o Braudel[2].Va riconosciuto che esistono da secoli scambi di merci, migrazioni e contatti tra aree del mondo molto distanti fra loro. Vasi greci sono stati trovati nelle lucumonie etrusche, e gli etruschi ne facevano perfino copie non troppo accurate (un po’ come abbiamo accusato i cinesi di fare nei decenni passati rispetto ai nostri prodotti). Per non parlare delle meraviglie del mercato di Roma, «dove si poteva trovare tutto quello che esiste al mondo, e se non si trova lì, allora vuol dire che quel prodotto non esiste», come scriveva Publio Elio Aristide, scrittore greco di 2000 anni fa.Se però ci riferiamo in particolare alla globalizzazione economica, vale a dire agli scambi che hanno luogo nei mercati dei prodotti (beni e servizi) e dei fattori necessari per l’ottenimento di quei prodotti (principalmente materie prime, lavoro e capitale), le cose cambiano. Per parlare di globalizzazione economica, infatti, ci si deve riferire a una intensità relativamente elevata e stabile degli scambi, resa possibile da determinate condizioni tecnologiche e istituzionali, e soprattutto a relazioni che restino almeno in linea di principio volontarie, cioè fondate sulla convenienza e non sulla coercizione.[3]Da questo punto di vista, quindi, neanche l’infame commercio che portava gli schiavi dall’Africa all’America dovrebbe essere trattato come esempio di globalizzazione economica, visto che era costruito sulla violenza, sulla schiavitù e sulla subordinazione forzata. Chiamare «globalizzazione economica» ciò che nasce da rapporti di dominio rischia di confondere il ruolo del mercato e quello della asimmetria, della forza del potere e della coercizione. Lo stesso Galli della Loggia riconosce, del resto, che «basta leggere il manifesto dei comunisti di Marx ed Engels per sapere come fin dall’inizio il mercato capitalistico abbia mirato a coinvolgere il mondo sempre più dominato dalle potenze europee».L’espansione europea, in effetti, non è avvenuta solo per mezzo dello scambio, bensì anche attraverso la forza, il dominio coloniale e il conflitto. Le guerre dell’oppio sono l’esempio di come la Cina sia stata forzata ad entrare nell’ordine commerciale internazionale con la forza delle armi e dei cannoni. Emblematica la lettera che Victor Hugo scrisse a commento della spedizione franco-britannica che nel 1860 distrusse lo Yuanmingyuan, il Vecchio Palazzo d’Estate a Pechino, durante la Seconda Guerra dell’Oppio.Nella missiva al Capitano Butler del 25 novembre 1861, lo scrittore francese condannò il saccheggio e l’incendio del Vecchio Palazzo d’Estate di Pechino, compiuti nell’ottobre 1860 dalle truppe alleate francesi e britanniche guidate dal generale Cousin-Montauban e da Lord Elgin.«In un angolo del mondo esisteva una meraviglia del mondo; questa meraviglia si chiamava il Palazzo d’Estate» si legge nella lettera. « Tutto ciò che può partorire l’immaginazione di un popolo quasi sovrumano era lì. Non era, come il Partenone, un’opera una e unica; era una sorta di enorme modello della chimera (…). Immaginate una qualche inesprimibile costruzione, qualcosa come un edificio lunare, e avrete il Palazzo d’Estate. Costruite un sogno con marmo, giada, bronzo e porcellana, incastratelo in legno di cedro, copritelo di pietre preziose, drappeggiatelo di seta, fatene qui un santuario, là un harem, là una cittadella, mettetevi dei, mettetevi mostri, verniciatelo, doratelo, truccatelo, fate costruire da architetti che siano poeti i mille e un sogni delle Mille e una notte, aggiungete giardini, bacini, zampilli d’acqua e di schiuma, cigni, ibis, pavoni, supponete in una parola una sorta di abbagliante caverna della fantasia umana avente le sembianze di tempio e di palazzo: tale era quel monumento».Victor Hugo conclude: «Questa meraviglia è scomparsa. Un giorno due banditi sono entrati nel Palazzo d’Estate. Uno ha saccheggiato, l’altro ha incendiato. La vittoria può essere una ladra, a quanto pare. Una devastazione in grande del Palazzo d’Estate è stata fatta a metà tra i due vincitori. Si vede mescolato a tutto ciò il nome di Elgin, che ha la fatale proprietà di ricordare il Partenone. Ciò che era stato fatto al Partenone lo si è fatto al Palazzo d’Estate, in modo più completo e migliore, così da non lasciar nulla. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo formidabile e splendido museo dell’Oriente. Non c’erano soltanto capolavori d’arte, c’era un accumulo di gioielli. Grande impresa, ottima cuccagna! Uno dei due vincitori si è riempito le tasche, e l’altro, vedendo ciò, si è riempito i cofani; e sono tornati in Europa, a braccetto, ridendo. Tale è la storia dei due banditi. Noi europei siamo i civili, e per noi i cinesi sono i barbari. Ecco cosa la civiltà ha fatto alla barbarie. Davanti alla storia, uno dei due banditi si chiamerà Francia, l’altro si chiamerà Inghilterra».Lo stesso discorso vale per la rivoluzione industriale. Le innovazioni tecniche, la macchina a vapore, il cotone, la ferrovia, il telegrafo e in seguito la navigazione a basso costo hanno reso possibile una maggiore integrazione dei mercati; ma questa trasformazione si è sviluppata dentro un assetto politico nel quale la Gran Bretagna disponeva di un vantaggio commerciale, navale e militare enorme.Tornando alle origini della globalizzazione, quindi, si può parlare di un vero e proprio inizio solo quando gli scambi assumono natura volontaria, non occasionale ma sistematica e quando la loro intensità è tale da determinare una chiara tendenza alla convergenza dei prezzi sui diversi mercati. Mercati separati possono essere caratterizzati da livelli dei prezzi diversi degli stessi beni. Ma se gli scambi sono possibili e dettati dalla convenienza economica e non dalla coercizione (vale a dire che diventa possibile fare arbitraggio, cioè scegliere liberamente, a parità di qualità, il bene che ha il prezzo più basso), sono sistematici e sufficientemente intensi, allora quelle differenze di prezzo tendono a ridursi.Un po’ come succede nei vasi comunicanti: l’acqua può avere un livello diverso nei due rami del tubo, se esiste un impedimento al suo fluire, ma se può circolare liberamente, allora i livelli dei due vasi diventano uguali. I prezzi, inizialmente diversi in mercati lontani fra loro, così tendono a convergere allo stesso livello, perché l’acquisto dove il bene costa di meno ne fa salire il prezzo e la riduzione della domanda dove costa di più lo fa scendere.Per concludere la mia argomentazione, questo risultato diventa possibile solo dopo la seconda metà dell’Ottocento, quando cominciano a solcare i mari le prime navi a vapore, che riducono notevolmente i tempi di trasporto fra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel 1869 viene aperto il Canale di Suez ed è proprio quella data che è indicata come inizio della prima fase della globalizzazione economica, identificando così idealmente il momento in cui gli impedimenti fisici vengono rimossi, la tecnologia permette maggiore velocità nei viaggi e come risultato di tutto ciò i prezzi tendono a convergere fra le diverse parti del mondo. La Belle Époque, con i suoi fasti, e il fascino dell’arte che generò, caratterizzò quella prima fase della globalizzazione economica.La terza ondata di globalizzazione economVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Padre Sava: «In Kosovo, i soldati italiani di KFOR restano la nostra vera tutela»

    di Elisabetta BurbaNella seconda parte dell’intervista a padre Sava Janjić, il focus si sposta sulla condizione della comunità serbo-ortodossa in Kosovo. A partire dai recenti episodi di intimidazione dei pellegrini, l’abate del monastero di Dečani denuncia le pressioni sulle libertà religiose e culturali. Al centro del suo ragionamento c’è il rapporto tra diritti delle minoranze e Stato di diritto, mentre si avvicina una possibile riorganizzazione della missione KFOR. Per padre Sava la presenza internazionale, quella della NATO e in particolare quella italiana, resta essenziale per garantire sicurezza e stabilità.IN BREVEControlli oppressivi Padre Sava denuncia che durante i recenti raduni religiosi, i fedeli hanno subito perquisizioni, sorveglianza e limitazioni di movimento.Burocrazia soffocante L’imposizione di norme rigide su targhe, patenti e guide turistiche ostacola la vita quotidiana e l’accesso ai luoghi di culto.Prevenzione e deterrenza La missione NATO, e in particolare il contingente italiano, garantisce un presidio cruciale a difesa dei siti serbo-ortodossi contro possibili azioni a opera di estremisti.Pressioni amministrative La chiusura improvvisa di strutture sanitarie e gli espropri unilaterali rischiano di provocare lo spopolamento delle comunità serbe.Garanzie da rispettare L’abate suggerisce alle autorità di Pristina e ai garanti internazionali sette passi per ripristinare lo Stato di diritto e la fiducia della minoranza serba.Nella prima parte della nostra intervista a Padre Sava Janjić, igumeno del monastero di Visoki Dečani, abbiamo ripercorso le tensioni irrisolte attorno al monastero. In questa seconda puntata, lo sguardo del monaco si allarga al vissuto quotidiano della comunità serba in Kosovo, delineando la progressiva trasformazione del clima politico. Sullo sfondo, le difficoltà riscontrate dai pellegrini durante i recenti raduni religiosi in Kosovo, che hanno segnato un cambio di passo. Dalle intimidazioni agli interrogatori, fino alle detenzioni e ai maltrattamenti, Padre Sava tratteggia una strategia che travalica le singole controversie amministrative. Che si tratti della demolizione di proprietà serbe, dell’inasprimento burocratico su targhe e patenti o della pressione sulle strutture sanitarie comunitarie, quella che emerge è l’immagine di uno «Stato di diritto a intermittenza».Un modello in cui la norma viene piegata a fatto compiuto, trasformando la libertà religiosa e civile da diritto inalienabile a concessione revocabile, sotto una costante sorveglianza etnico-politica. Il ruolo dell’Italia come perno della stabilità locale trova riscontro anche nei recenti messaggi diffusi dalla Diocesi di Raska Prizren, che ha espresso profonda gratitudine all’Esercito Italiano per i quasi 27 anni di tutela garantita con professionalità, moderazione e rispetto. Un legame diplomatico e operativo che oggi è l’unico vero argine di garanzia di fronte al rischio di una progressiva marginalizzazione della comunità serba.Durante la festa al monastero dei Santi arcangeli a Prizren, il 26 luglio, i fedeli hanno dovuto affrontare tiratori scelti, perquisizioni, autobus fatti tornare indietro e volantini di avvertimento. Avendo osservato la vita religiosa in Kosovo per decenni, trova che negli ultimi anni l’approccio delle forze dell’ordine verso i pellegrini serbo-ortodossi sia cambiato?«Il clima è cambiato in modo estremamente inquietante. Negli anni precedenti, anche quand’era necessaria una sicurezza sostanziosa, lo scopo della presenza della polizia era generalmente inteso come protezione dei fedeli e prevenzione degli attacchi. Di questi tempi, invece, sempre più spesso gli stessi pellegrini serbo-ortodossi sembrano essere trattati come la principale preoccupazione di sicurezza. Alla festa dei Santi Arcangeli, i fedeli sono stati sottoposti a ripetuti controlli, perquisizioni di effetti personali, borse e veicoli, oltre a restrizione di movimento. A un autobus che trasportava pellegrini dal Kosovo settentrionale è stato, secondo quanto riferito, impedito di visitare le chiese serbo-ortodosse a Prizren dopo la celebrazione ed è stato scortato direttamente verso l’autostrada.Il cantante e attore Milan Vasić ha dichiarato pubblicamente di essere stato interrogato sul suo repertorio e istruito a non eseguire determinate canzoni che facevano riferimento al Kosovo e Metohija (la denominazione serba per la regione, ndr). Personale armato era visibile anche su posizioni elevate con vista sul monastero, descritti dai testimoni come cecchini o tiratori scelti della polizia. Non voglio esagerare con terminologie che non sono state chiarite in modo indipendente, ma il messaggio visivo e psicologico per i fedeli era inequivocabile.Le precauzioni di sicurezza possono talora essere necessarie, specialmente durante i grandi raduni. Lo capiamo meglio di chiunque altro, perché i nostri monasteri sono stati ripetutamente attaccati. Ma le misure di sicurezza devono basarsi su una valutazione credibile del rischio, devono essere proporzionate e devono essere attuate nel rispetto della dignità umana. Non ci aspettiamo pericoli dai nostri fedeli, ma principalmente da estremisti e terroristi. Perquisire donne anziane, effetti personali di bambini e pellegrini ogni volta che entrano in un monastero per partecipare a una messa, limitare in anticipo i canti religiosi, filmare i fedeli e impedire visite pacifiche ad altre chiese crea un’atmosfera non di protezione, ma di sorveglianza e intimidazione.Questo caso dimostra che la polizia del Kosovo sta usando il proprio dovere di tutela dell’ordine pubblico per trattare monaci, monache e fedeli come un pericolo e non per identificare possibili minacce per i nostri luoghi santi. In una situazione del genere non abbiamo bisogno di protezione dai nostri fedeli, ma dalle azioni della polizia del Kosovo, che sta agendo sempre più come una seria minaccia ai nostri diritti religiosi.Il Monastero dei Santi Arcangeli è stato bruciato dopo la guerra del 1999 e di nuovo distrutto durante le violenze del marzo 2004. È quindi particolarmente doloroso quando coloro che vengono a pregare in quel luogo santo vengono trattati come se la loro identità religiosa e culturale fosse di per sé sospetta. D’altra parte, nessun responsabile della distruzione del monastero nel 2004 è stato assicurato alla giustizia. La polizia del Kosovo all’epoca era o passiva oppure in alcuni casi, persino secondo rapporti internazionali, ha sostenuto i rivoltosi. La risposta giudiziaria a quei disordini è stata del tutto insoddisfacente e una grande vergogna.Una forza di polizia in una società multietnica dovrebbe comunicare attraverso le sue azioni: “Siete al sicuro qui e proteggeremo la vostra libertà di culto”. Il messaggio sempre più ricevuto dai nostri fedeli invece è: “Siete sorvegliati, le vostre parole e i vostri canti sono potenzialmente proibiti, i vostri movimenti sono condizionati e la vostra presenza è tollerata solo sotto stretto controllo”. Tale trasformazione, da proteggere i pellegrini a sorvegliare la loro identità, è uno degli sviluppi più gravi a cui abbiamo assistito».Misure recenti, tra cui requisiti di licenza per gruppi di pellegrini internazionali, nonché arresti e accuse di maltrattamenti durante il giorno di San Vito, il 28 giugno, hanno sollevato preoccupazione nella comunità serbo-ortodossa. Come incidono queste vicende sulla libertà di religione in Kosovo?«È importante iniziare con l’ultimo chiarimento. Dopo che gli agenti di polizia hanno distribuito volantini ai gruppi di pellegrini annunciando l’applicazione delle normative sul turismo e possibili sanzioni a partire dal primo agosto, c’è stata una comprensibile preoccupazione che i pellegrinaggi ortodossi organizzati venissero trattati come tour turistici commerciali che richiedono una guida con licenza locale.A seguito della reazione pubblica della Diocesi, il Ministero della Cultura e del Turismo ha chiarito il 30 luglio che i gruppi che vengono unicamente per la preghiera, il culto o la partecipazione a cerimonie religiose non forniscono servizi di guida turistica. Il Ministero ha anche affermato che sacerdoti, monaci e altri rappresentanti religiosi che accompagnano i pellegrini a titolo pastorale non richiedono licenze di guida turistica. Accogliamo con favore questo chiarimento, che conferma l’essenziale distinzione su cui avevamo insistito fin dall’inizio.Tuttavia, il chiarimento deve ora tradursi in chiare istruzioni operative scritte per agenti di polizia e ispettori. I pellegrini non dovrebbero essere esposti a incertezze ai valici o sulla strada, né il carattere religioso di un viaggio dovrebbe dipendere dall’interpretazione personale di un singolo ispettore. Rimane anche una certa ambiguità riguardo ai viaggi organizzati da enti religiosi che includono trasporto e alloggio. L’organizzazione pratica di un pellegrinaggio non trasforma la preghiera in turismo commerciale.Nelle prime ore dal termine per l’attuazione della nuova direttiva, la polizia del Kosovo ha trattenuto al valico di confine un gruppo di serbi che voleva visitare il proprio villaggio abbandonato all’indomani degli attacchi dell’UCK del 1999 e celebrare una messa. Non è stato loro consentito di entrare in Kosovo finché non è apparsa una guida turistica albanese del Kosovo con licenza che si è unita al gruppo a pagamento. Ciò è inaccettabile e, se continuato, costituirà una seria violazione dei diritti e delle libertà religiose. Le persone comuni che visitano i loro villaggi e le loro chiese in rovina, i pellegrini che vanno a una messa non possono essere considerati turisti.Gli eventi legati al giorno di San Vito rivelano il problema più ampio. Il 28 giugno, la commemorazione a Gazimestan si è svolta pacificamente. La stessa Polizia del Kosovo ha dichiarato che nessun incidente aVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Istanbul, la città-ponte sulla Via della Seta

    di Jeffrey D. SachsDa Bisanzio a Costantinopoli, dagli imperatori romani ai sultani ottomani, Istanbul è da oltre 2 mila anni un punto d’incontro tra civiltà, commerci e culture. Nella terza tappa del suo viaggio, l’economista ripercorre la storia della città, oggi al centro del Middle Corridor, la nuova Via della Seta tra Europa e Asia.Terza puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.IN BREVEColonia greca Fondata circa 2.700 anni fa come colonia greca con il nome di Byzantion, la località divenne presto un insediamento strategico sotto il dominio dell’Impero romano.Svolta imperiale Nel 330 d.C., Costantino vi inaugurò la nuova capitale orientale dell’Impero romano, ponendo le basi per la successiva affermazione della cristianità.Dominio ottomano Dopo il saccheggio crociato del 1204, il 29 maggio 1453 il sultano ottomano Mehmed II conquistò la città, mettendo fine all’Impero romano d’Oriente.Crocevia mercantile Snodo fondamentale per i commercianti veneziani, la metropoli collegava il Mediterraneo con la Crimea, la Persia e l’Estremo Oriente.Infrastrutture moderne Istanbul continua ad essere una megalopoli di primaria importanza commerciale, turistica, logistica e di connessione strategica tra Europa ed Asia.Questa è la terza lezione del nostro viaggio da Roma a Hong Kong. Mi trovo in uno dei miei luoghi preferiti dell’intero pianeta: la città di Istanbul. Come sapete, siamo partiti in automobile da Roma e abbiamo raggiunto Venezia. Da Venezia abbiamo attraversato la penisola balcanica, visitando Lubiana, la capitale della Slovenia, Zagabria, la capitale della Croazia, e poi Belgrado, la capitale della Serbia.Proseguendo verso Est, siamo arrivati a Plovdiv, la straordinaria seconda città della Bulgaria, una città dalla grandissima importanza storica, dai tempi dei Romani fino a oggi. Abbiamo quindi continuato il nostro viaggio verso Est fino a raggiungere il luogo in cui ci troviamo oggi: Istanbul.Istanbul è una delle città più antiche del pianeta, una delle città più straordinarie del pianeta, una città assolutamente centrale nel racconto di Marco Polo e, allo stesso tempo, una delle città fondamentali per il nostro mondo di oggi e per il futuro del mondo.Non soltanto mi trovo in una delle mie città preferite, che sono entusiasta di mostrarvi, ma sono anche felicissimo di trovarmi nel mio luogo preferito all’interno di una delle mie città preferite al mondo.Siamo a Sultanahmet (…). Questa piazza, piazza Sultanahmet, circa 2 mila anni fa era un ippodromo, una pista per le corse dei cavalli, quando questa città faceva parte dell’Impero romano. È una città con una storia lunghissima e, ovunque si cammini, si sta letteralmente camminando sulla storia antica: sulla storia romana, sulla storia dell’Impero ottomano e, naturalmente, sul mondo contemporaneo.Cominciamo dunque dall’inizio. Istanbul, per quanto ne sappiamo, venne fondata come città probabilmente circa 2.600-2.700 anni fa. Le venne dato il nome greco di Bisanzio, Byzantion in greco antico, e quell’insediamento greco era una colonia della città-Stato greca di Megara. La città che oggi chiamiamo Istanbul ebbe dunque origine dalla città di Bisanzio circa 2.600-2.700 anni fa.Ma migliaia e migliaia di anni prima esistevano già insediamenti umani in questo luogo estremamente strategico e, allo stesso tempo, molto prospero dal punto di vista agricolo. Questa regione fu infatti uno dei centri della rivoluzione neolitica, uno dei luoghi in cui si sviluppò l’agricoltura. Per tale motivo questa zona è stata probabilmente un insediamento agricolo prospero per gli ultimi 8 o 10 mila anni.Ma la nostra storia comincia con Bisanzio, con questo luogo che diventa una città-Stato greca attorno al VI secolo a.C. La Grecia venne poi progressivamente conquistata da Roma e questa città divenne quindi un insediamento romano. Già più di 2 mila anni fa, dunque, questa era ormai una città romana.Ma si tratta di una città dalla straordinaria importanza strategica. Perché? Se ci dirigiamo appena un po’ in questa direzione, raggiungiamo l’acqua: raggiungiamo lo stretto del Bosforo. Procedendo da questa parte e continuando in questa direzione, via mare attraversiamo il Bosforo, raggiungiamo il Mar di Marmara e, passando poi attraverso i Dardanelli, arriviamo al Mediterraneo orientale. Da questa parte, dunque, si va verso il Mediterraneo orientale.Se invece andiamo nella direzione opposta, risaliamo lo stretto del Bosforo e ci dirigiamo verso il Mar Nero. La regione del Mar Nero si trova in questa direzione. Il Mar Nero è circondato oggi da Russia, Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia, tutti Paesi che contribuiscono alla cultura del Mar Nero. Ed è naturalmente anche un luogo che oggi, purtroppo, è teatro di un conflitto che speriamo possa terminare molto rapidamente.Se invece ci spostiamo via terra in questa direzione, raggiungiamo la penisola balcanica, da cui siamo appena arrivati. Se ci dirigessimo verso Ovest, dove il sole sta tramontando proprio in questo momento, attraverseremmo la parte europea della Turchia e, a seconda della direzione scelta, raggiungeremmo la Grecia oppure la Bulgaria, per poi continuare attraverso la penisola balcanica.E, cosa straordinaria, se invece andiamo nella direzione opposta — naturalmente attraversando lo stretto del Bosforo — appena raggiungiamo l’altra sponda entriamo in Asia. È proprio questo che rende Istanbul così incredibile: si trova letteralmente nel punto di incontro tra Europa e Asia. Ed è letteralmente il collegamento, attraverso il Bosforo, tra il Mediterraneo e il Mar Nero.Nord-Sud, Est-Ovest: questa è la grande città-ponte, la grande città di collegamento. Non sorprende quindi che, per 2 mila anni, Istanbul sia stata uno dei luoghi più cosmopoliti del mondo. Un luogo in cui persone di ogni nazionalità, di ogni etnia e di ogni fede sono venute per commerciare, fare affari, colonizzare, studiare e anche fare la guerra. Perché quando una città rappresenta un possesso tanto prezioso, tutti desiderano diventare i governanti di un luogo così straordinario.Bisanzio, fondata circa 2.600-2.700 anni fa, fu dunque dapprima una città-Stato greca, poi un insediamento romano. Ma nel IV secolo d.C. assunse un’importanza storica davvero eccezionale. Che cosa accadde?Ancora una volta, in realtà, la nostra storia comincia a Roma. Nel III secolo l’Impero romano era diventato talmente vasto, si estendeva dall’Oceano Atlantico fino a questa regione e ancora più a Est, talmente popoloso e territorialmente esteso, che era diventato estremamente difficile governarlo da una sola capitale, cioè soltanto da Roma.Per questo motivo, l’imperatore Diocleziano, intorno al 293 d.C., stabilì che fosse necessaria una riforma del governo: ci sarebbe stato un Impero romano d’Occidente e un Impero romano d’Oriente, ciascuno governato da due sovrani. Due a Occidente e due a Oriente: quattro in tutto. Era la Tetrarchia, vale a dire il «governo dei quattro».In ciascuna delle due parti dell’Impero il sovrano principale era un Augusto, mentre il secondo sovrano era un Cesare. C’erano dunque un Augusto e un Cesare in Occidente e un Augusto e un Cesare in Oriente. Questo avveniva verso la fine del III secolo. Ma all’inizio del IV secolo, nei primi anni del Trecento, uno dei membri della Tetrarchia, un uomo estremamente ambizioso, intelligente e aggressivo, Costantino, decise di combattere per riunificare l’Impero.Era uno dei quattro sovrani, ma intendeva diventare nuovamente l’unico imperatore di un Impero unificato. Nel 312 d.C., in una battaglia decisiva combattuta alle porte di Roma — in un luogo che oggi fa parte della città — presso il Ponte Milvio, Costantino sconfisse il suo rivale in Occidente, Massenzio, diventando l’unico sovrano dell’Impero romano d’Occidente.Prima di quella battaglia, secondo la tradizione, ebbe una visione nella quale vide il simbolo di Gesù Cristo e ricevette il messaggio: «In hoc signo vinces», «Con questo segno vincerai». Dopo la vittoria di Ponte Milvio, Costantino si avvicinò al Cristianesimo, associando la propria vittoria alla visione di Gesù Cristo. Anche sua madre, Elena, era cristiana.L’anno seguente, nel 313, Costantino e il suo collega al governo dell’Impero romano d’Oriente promulgarono il cosiddetto Editto di Milano, che pose fine alle persecuzioni dei cristiani e legalizzò il Cristianesimo all’interno dell’Impero romano.Con un imperatore favorevole al Cristianesimo, la legalizzazione della nuova religione e la fine delle persecuzioni, ebbe così inizio il processo che avrebbe trasformato l’Impero romano anche in un impero cristiano.Circa dieci anni più tardi Costantino decise di completare la sua conquista del potere e diventare l’unico imperatore. Nel 324 d.C. sconfisse il suo rivale nell’Impero romano d’Oriente, Licinio, e poco dopo stabilì che la città di Bisanzio sarebbe diventata una delle sue capitali. Ma da quel momento avrebbe assunto un nuovo nome: Costantinopoli.Naturalmente polis, la parte finale del nome Costantinopoli, in greco significa città. Costantinopoli significa dunque «la città di Costantino». Nel 330 d.C. la città fu ufficialmente inaugurata come nuova capitale imperiale. Questo significa che un luogo nato come grande città-Stato greca e successivamente divenuto un insediamento romano si trasformò in una delle capitali dell’Impero romano: Roma a Occidente, Costantinopoli a Oriente.Ed è proprio in questo contesto che acquista importanza l’Ippodromo, perché Costantinopoli doveva ora possedere tutta la grandiosità e il prestigio propri di una capitale romana. Qui venne quindi realizzata la grande pista per le corse.Una delle cose che caratterizzavano le grandi capitali imperiali erano gli obelischi, provenienti dall’antico Egitto. Quello che vediamo qui risale all’antico Egitto, a più di un millennio prima di Cristo, e venne successVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Il mondo ha finito la sabbia

    di Paola OttinoQuesto articolo apre una serie in tre parti dedicata alla geopolitica dell’invisibile, ossia le risorse materiali che sostengono l’economia contemporanea senza entrare nel dibattito pubblico. Partiamo dalla sabbia, seconda risorsa più consumata al mondo dopo l’acqua. Dai cantieri alla tecnologia, dalle isole artificiali ai data center, la sua crescente scarsità sta modificando geografie economiche e rapporti di forza. Nei prossimi articoli analizzeremo altre due infrastrutture invisibili del XXI secolo: il freddo necessario ai data center e l’orbita bassa terrestre, diventata teatro di una nuova corsa allo spazio.IN BREVECorsa alle risorse Ogni anno si estraggono cinquanta miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia. Oggi si consuma questa materia prima naturale a un ritmo cinque volte superiore rispetto al 1970.Illusione del deserto I granuli desertici, levigati dal vento, non legano con il cemento. Le infrastrutture urbane dipendono solo dai depositi fluviali e marini, ormai soggetti a un’estrazione predatoria irreversibile.Monopolio del silicio I microprocessori e i data center necessitano di quarzo ultra-puro. Un unico distretto estrattivo negli Stati Uniti soddisfa il 90 percento della domanda globale per la tecnologia digitale.Speculazione territoriale L’espansione di hub come Singapore e Dubai poggia sul drenaggio dei fondali. La creazione di nuova terra emersa distrugge gli ecosistemi e innesca aspre dispute geopolitiche sui confini.Mercati illegali e violenza L’esaurimento dei giacimenti legali alimenta reti criminali e mafie locali. Il controllo della materia prima degrada i bacini idrici, minacciando la sussistenza di miliardi di persone.La sabbia è ovunque. Lungo i fiumi, sulle spiagge, nei fondali marini. Eppure la sabbia adatta agli impieghi dell’economia contemporanea sta diventando sempre più difficile da reperire. Il paradosso è che la sabbia più abbondante – quella dei deserti – spesso non si può utilizzare per l’edilizia. I suoi granuli, levigati dal vento, non si legano a dovere al cemento.Per le costruzioni servono sabbie fluviali e marine, più rare, la cui estrazione sta modificando fiumi, coste ed ecosistemi e alimentando una competizione sempre più aspra per il controllo dei giacimenti. Già, perché non esiste «la» sabbia: esistono sabbie diverse, con caratteristiche e valori economici radicalmente differenti.Il 12 maggio 2026 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato il terzo rapporto sul tema, “Sand and Sustainability: An Essential Resource for Nature and Development”, curato da 27 esperti internazionali. La cifra che emerge è inaudita: ogni anno vengono estratti circa 50 miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia, cinque volte più che nel 1970. La sabbia è la seconda risorsa naturale più consumata al mondo dopo l’acqua.¹ Secondo l’agenzia ONU, ogni anno estraiamo sabbia a sufficienza per costruire, lungo l’intera circonferenza del pianeta, un muro alto e largo 27 metri[1].Il rapporto UNEP introduce una distinzione significativa tra sabbia «morta», già estratta e trasformata in cemento, asfalto o vetro, e sabbia «viva», ancora presente nei fiumi, nei delta e lungo le coste, dove svolge funzioni essenziali per gli ecosistemi e l’equilibrio idrogeologico. È una distinzione apparentemente tecnica, ma racconta come una risorsa considerata inesauribile stia diventando un capitale naturale non rinnovabile su scala umana.Paradosso globaleUna materia in apparenza marginale sta così diventando un fattore di potere. È questo il paradosso della geopolitica dell’invisibile: le risorse decisive per l’economia del XXI secolo sono spesso quelle alle quali prestiamo meno attenzione. Materiali in apparenza comuni diventano strategici quando non sono facilmente sostituibili.Come è già accaduto per il petrolio, il gas naturale o le terre rare, anche la disponibilità della sabbia inizia a influenzare rapporti di forza economici, catene globali del valore e strategie nazionali. La differenza è che questa trasformazione è avvenuta quasi senza attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.L’economia contemporanea dipende dalle sabbie fluviali e marine, caratterizzate da granuli più spigolosi e concentrate in giacimenti molto più limitati, spesso condivisi tra più Stati. La domanda continua a crescere, alimentata dall’urbanizzazione[2], dai grandi progetti infrastrutturali e, sempre più, dall’economia del silicio: semiconduttori e pannelli fotovoltaici richiedono silicio di elevatissima purezza, mentre i data center consumano enormi quantità di materiali da costruzione. L’offerta, al contrario, cresce con estrema lentezza perché la natura impiega centinaia di migliaia di anni per rigenerare questi depositi[3].È da questo squilibrio che nasce il nuovo valore strategico della sabbia.Nel 2024 il mercato globale della sabbia valeva 569,4 miliardi di dollari, mentre la sola domanda per l’edilizia è destinata a crescere del 45% entro il 2060[4]. Non sorprende quindi che la competizione per il controllo dei giacimenti, delle esportazioni e delle tecnologie di estrazione stia assumendo una dimensione sempre più geopolitica.Le conseguenze di questa pressione sono già visibili. In India l’estrazione lungo fiumi come Chambal, Yamuna, Son e Damodar sta abbassando il letto fluviale, destabilizzando gli argini e aumentando il rischio di alluvioni nelle aree a valle[5]. A pagarne il prezzo non sono soltanto gli ecosistemi, ma anche milioni di persone che dipendono dalla pesca artigianale, dall’agricoltura fluviale e dall’equilibrio idrogeologico dei bacini.Uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2017 ha definito questa situazione una vera e propria «tragedia», con effetti su pesca artigianale, erosione costiera e comunità rivierasche, stimando che oltre 2,3 miliardi di persone vivano in sistemi economici esposti agli effetti dell’estrazione incontrollata[6]. Quando una risorsa diventa scarsa, tuttavia, non produce soltanto danni ambientali ma genera anche nuove rendite.È su questo terreno che prosperano le cosiddette «sand mafias», organizzazioni criminali documentate in particolare nel subcontinente indiano ma ormai presenti anche in diverse aree costiere africane dove l’estrazione illegale si intreccia con corruzione locale e violenza[7]. La sabbia ha ormai superato la dimensione puramente ambientale. Laddove aumenta il suo valore economico, emergono gli stessi meccanismi osservati per altre materie prime strategiche, come controllo territoriale, mercati illegali e conflitti.La più grande miniera di sabbia del pianetaSe l’India mostra il volto diffuso dell’estrazione, la Cina ne offre l’esempio più estremo. Nel 2000 le autorità cinesi vietarono l’estrazione di sabbia lungo il corso medio-basso del fiume Azzurro (Yangtze), da cui dipende l’approvvigionamento idrico di circa 400 milioni di persone. L’obiettivo era arrestare l’abbassamento del letto fluviale e limitare il rischio di cedimento degli argini. Il divieto, però, non fece che spostare l’attività verso il lago Poyang, il più grande bacino d’acqua dolce del Paese, collegato allo Yangtze stesso.Uno studio condotto da ricercatori statunitensi, olandesi e cinesi, utilizzando immagini satellitari, ha stimato che dal fondale e dalle rive del lago venivano estratti fino a 236 milioni di metri cubi di sabbia l’anno, pari a circa il 9% della produzione nazionale cinese. Secondo gli autori si tratta della più grande operazione di estrazione di sabbia mai documentata al mondo, più estesa della somma delle tre maggiori miniere di sabbia statunitensi[8].Le immagini satellitari raccontano questa trasformazione meglio di qualsiasi statistica. Tra il 1995 e il 2013 il canale di collegamento tra il lago e lo Yangtze appare progressivamente allargato dalle draghe, al punto da alterare la naturale alternanza stagionale tra piena e magra del bacino[9].L’abbassamento dei livelli idrici durante l’inverno altera gli habitat di una delle principali aree asiatiche di svernamento per gru, cicogne e oche migratrici. A essere minacciata è anche la focena senza pinna dorsale dello Yangtze, specie a rischio che utilizza l’ecolocalizzazione e viene disturbata dal rumore continuo delle draghe. Solo nel marzo 2021 il governo cinese ha imposto restrizioni più severe e avviato una campagna contro i minatori abusivi, senza però arrivare a un divieto totale data l’entità degli introiti economici legati al settore[10].Ed è qui che emerge un altro elemento tipico della geopolitica dell’invisibile. Le risorse apparentemente banali non diventano strategiche perché rare in senso assoluto, ma perché non possono esserVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Padre Sava: «Il monastero di Dečani, in Kosovo, è ancora in pericolo»

    di Elisabetta BurbaNon c’è pace per Visoki Dečani, monastero serbo-ortodosso in Kosovo. A fine luglio sono ripresi i lavori nella Zona speciale protetta del sito UNESCO. Un vecchio progetto prevedeva di realizzare una strada di transito internazionale che metterebbe a rischio l’integrità di uno dei più importanti monumenti medievali dei Balcani. Dopo un’alzata collettiva di scudi, le macchine si sono fermate. Ma la tensione resta molto alta, come emerge dall’intervista all’abate Sava Janjić. In questa prima puntata, l’archimandrita descrive le condizioni in cui la sparuta comunità cristiana sopravvive in Kosovo a 27 anni dall’intervento NATO.IN BREVERiapertura cantiere L’abate del monastero di Dečani denuncia che interventi non autorizzati con macchinari pesanti sono ripartiti a due chilometri dal monastero medievale.Arteria internazionale I lavori hanno riaperto una controversia relativa al progetto di una strada di transito internazionale verso il Montenegro.Scontro sulle normative La legge 03/L-039 vieta arterie di transito nella Zona speciale protetta e prevede il consenso ecclesiastico per ogni intervento nell’area.Accordo del 2020 Sei anni fa, la controversia sulla rotta fu risolta prevedendo una circonvallazione esterna e interventi limitati sulla via locale.Questione irrisolta La ripresa dei lavori ha riportato in primo piano il rispetto degli accordi e delle garanzie giuridiche che proteggono l’integrità e la sicurezza del sito UNESCO.Stato di allerta Dopo che il Comune di Dečani aveva parlato di «manutenzione», il primo agosto i lavori sono stati interrotti. La tensione in Kosovo resta però molto alta.La comparsa di camion ribaltabili e macchinari pesanti ha riacceso l’attenzione su un simbolo della cristianità nei Balcani: il monastero serbo-ortodosso di Visoki Dečani. A fine luglio, i monaci hanno scoperto mezzi impegnati a trasportare, stendere e livellare grandi quantità di pietrisco lungo un tratto stradale a circa due chilometri dalle mura medioevali del sito UNESCO. I lavori, interrotti il primo agosto, sono stati definiti dal Comune di Dečani semplice manutenzione ordinaria. Per la Diocesi di Raška e Prizren, invece, la natura e la portata dell’intervento sollevano interrogativi che vanno ben oltre la manutenzione di una strada locale.Il tracciato è da anni al centro di una controversia: Il progetto di una strada di transito internazionale verso il Montenegro, che attraverserebbe la Zona speciale protetta, è vietato dalla normativa.. Nel 2020, dopo un lungo confronto tra le parti e con la mediazione internazionale (alla quale contribuirono in modo decisivo generali e diplomatici italiani), era stata individuata una soluzione: realizzare una circonvallazione esterna alla zona protetta per il traffico internazionale e interventi limitati sulla strada attuale.La ripresa dei lavori ha riportato in primo piano una questione rimasta irrisolta, che non riguarda soltanto la tutela di uno dei più importanti monumenti medievali dei Balcani. In gioco c’è anche il rispetto degli accordi e delle garanzie giuridiche che ne proteggono l’integrità.A 27 anni dall’intervento militare della NATO, in che condizioni versa la comunità serbo-ortodossa in Kosovo? Ne abbiamo parlato con il carismatico abate del monastero di Dečani, Padre Sava Janjić. Figura di riferimento per la difesa dei diritti umani e la promozione del dialogo interetnico, ha rilasciato a Krisis un’ampia intervista di cui qui proponiamo la prima parte. Un affresco dettagliato, drammatico e rigoroso sullo Stato di diritto e sul futuro della presenza cristiana in Kosovo.Padre Sava, mezzi pesanti sono tornati nella Zona speciale protetta del monastero di Visoki Dečani. Perché?«La risposta più onesta è che non abbiamo ancora ricevuto una spiegazione ufficiale adeguata, anche adesso che i lavori si sono fermati. Né il Monastero di Visoki Dečani né la Diocesi sono stati informati in anticipo. Non ci è stato mostrato un progetto, un permesso, una decisione che identifichi l’ente commissionante, una descrizione dei lavori previsti o qualsiasi spiegazione della loro base giuridica. Il consenso della Chiesa Ortodossa Serba non è stato richiesto. In un’area giuridicamente protetta, questa mancanza di trasparenza non è un’omissione procedurale secondaria. È il cuore stesso del problema. La fase intensiva dei lavori è stata notata solo negli ultimi giorni. Quando i nostri monaci hanno visitato il luogo, a circa due chilometri a Ovest del monastero, hanno osservato grandi camion che consegnavano ingenti quantitativi di pietra spaccata in modo grossolano, mentre macchine edili spandevano e livellavano il materiale lungo la strada. Si tratta dello stesso tracciato che per anni è stato associato alla controversa strada di transito da Dečani a Plav, in Montenegro. La natura e la quantità del materiale depositato davano l’impressione di preparare o ammodernare sostanzialmente la sede stradale, potenzialmente in vista di una successiva asfaltatura. Il sindaco di Dečani ha successivamente descritto l’attività come due giorni di manutenzione ordinaria che hanno comportato copertura delle buche, rimozione della vegetazione e pulizia della strada. Ha anche affermato che i lavori erano stati completati. Non possiamo accettare tale descrizione senza un’ispezione obiettiva e la divulgazione della documentazione pertinente. Grandi quantità di grosso pietrisco, consegne ripetute da parte di camion ribaltabili e il livellamento sistematico di un’estesa superficie stradale non sono ciò che si intenderebbe comunemente come il semplice riempimento di alcune buche. Non voglio speculare in modo irresponsabile su una decisione nascosta di cui non abbiamo ancora visto la prova documentale. Tuttavia, data la storia di questa specifica strada e i precedenti tentativi nel 2018 e nel 2020, vi sono forti motivi di preoccupazione sul fatto che questi lavori rappresentino un ulteriore passo graduale verso l’imposizione di un fatto compiuto sul terreno. La risposta corretta è quindi molto semplice: le autorità competenti dovrebbero rendere noto chi ha commissionato i lavori, chi li ha autorizzati, cosa era esattamente pianificato, quale impresa è stata ingaggiata, quali permessi sono stati rilasciati e se siano previsti ulteriori passaggi, compresa l’asfaltatura».Perché i lavori violano direttamente la Legge numero 03/L-039?«La Legge n. 03/L-039 non è un accordo informale tra il Monastero e il Comune di Dečani. È una legge vincolante adottata dall’Assemblea del Kosovo specificamente per proteggere la Chiesa serbo-ortodossa, i suoi luoghi santi e gli ambienti è tuttora viva la vita monastica e religiosa. La legge rimane in vigore, insieme al meccanismo del Consiglio di attuazione e monitoraggio istituito ai sensi della stessa. La posizione legale è chiara in due possibili scenari. Se lo scopo di questi lavori è continuare la strada di transito internazionale da Dečani a Plav (Montenegro) attraverso la Zona speciale protetta del Monastero, l’articolo 5 della legge proibisce esplicitamente tale strada di transito. Nessuna decisione municipale, descrizione amministrativa o giustificazione economica può derogare a tale divieto, nemmeno il consenso del Monastero. Se, d’altra parte, le autorità sostengono che si tratta solo della manutenzione o del significativo miglioramento di una strada locale esistente, l’articolo 6 rimane applicabile. La costruzione e la ricostruzione stradale sono attività limitate per le quali è necessario richiedere il previo accordo della Chiesa serbo-ortodossa. Qualora non si riesca a raggiungere un accordo, la questione deve essere deferita al meccanismo congiunto stabilito dalla legge: il Consiglio di attuazione e monitoraggio. Nel caso attuale, la Chiesa non è stata informata, il suo accordo non è stato richiesto e, per quanto ne sappiamo, la procedura del Consiglio di attuazione e monitoraggio non è stata avviata. Ecco perché cambiare l’etichetta amministrativa non risolve il problema legale. Un’autorità non può trasformare una ricostruzione in manutenzione ordinaria semplicemente chiamandola manutenzione. Il carattere giuridico di un’attività è determinato dalla sua natura obiettiva, dalla sua scala e dal suo effetto previsto. Non stiamo sostenendo che ogni taglio dell’erba o riempimento di una buca richieda una conferenza diplomatica. Abbiamo collaborato in passato su reali esigenze locali e piccoli lavori. Ma la precedente cooperazione del Monastero non può essere interpretata come un’autorizzazione permanente e illimitata per qualsiasi intervento futuro su questa strada. In particolare quando sostanziali quantità di materiale da costruzione vengono consegnate e sparse lungo il tracciato contestato, la previa notifica, la documentazione e la verifica legale sono indispensabili. Il principio coinvolto è più ampio di questa particolare strada. Una Zona speciale protetta cessa di avere significato se l’autorità dalla quale si intendeva fornire protezione può decidere unilateralmente quando la legge si applica e quando può essere ignorata».Le autorità locali descrivono questi lavori come manutenzione ordinaria. Perché non siete convinti?«Perché ciò che è stato osservato sul terreno non corrisponde al significato ordinario di manutenzione ordinaria. I nostri monaci non hanno visto una piccola squadra municipale riempire buche isolate. Hanno visto camion pesanti trasportare ripetutamente grosso pietrisco e macchinari spandere e livellare quel materiale lungo il tracciato stradale esistente. La quantità di materiale e il metodo di posa indicano un intervento più sostanziale. Inoltre, la manutenzione ordinaria è di solito trasparente. Ha un’autorità identificata, un programma di manutenzione, un ambito definito e una chiara base di bilancio e legale. Qui non abbiamo ricevuto alcuna notifica, alcuna descrizione dei lavori e alcuna rassicurazione su ciò che sarebbe seguito. Quando si lavora su una strada con una storia così lunga e controversa, all’interno di una zona protVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Belgrado sulla Via della Seta, quando il commercio correva a cavallo

    di Jeffrey D. SachsDalla confluenza tra la Sava e il Danubio, Jeffrey Sachs racconta Belgrado come uno dei grandi crocevia dell’Eurasia. Nella seconda tappa del viaggio sulle tracce di Marco Polo, l’economista ricostruisce la rete di scambi che per millenni ha collegato Roma e la Cina, il ruolo decisivo del cavallo e le opportunità offerte dalla Pax mongolica. Una lezione su come la geografia crei le vie del commercio, la tecnologia le renda percorribili e la pace le renda possibili.Seconda puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.IN BREVECrocevia d’Eurasia Alla confluenza fra Sava e Danubio, Belgrado fu un fondamentale centro di smistamento delle Vie della Seta, unendo Roma, i Balcani e l’Estremo Oriente.Scambio tra Roma e Cina Le Vie della Seta connettevano i mercati: seta, porcellana e spezie andavano a Ovest; vino, vetro e metalli preziosi viaggiavano verso Est.Tecnologia a uso generale L’addomesticamento del cavallo fu la tecnologia chiave antica: rese possibili trasporti rapidi, comunicazioni a staffetta e scambi commerciali.Pax Mongolica e traffici La sicurezza delle rotte sotto l’Impero mongolo dimostra che la stabilità geopolitica è la condizione necessaria per lo sviluppo del commercio.Benessere condiviso Sachs sostiene che la geografia traccia le rotte, la tecnologia le rende percorribili e la pace genera benessere economico condiviso tra i popoli.Abbiamo incontrato la presidente della Slovenia, Nataša Pirc Musar, alla quale ho consegnato una copia dell’enciclica Magnifica Humanitas, discutendo con lei delle principali questioni globali. Da lì ci siamo recati a Zagabria, dove abbiamo avuto un confronto altrettanto proficuo con il presidente Milanović.Dalla Croazia siamo poi arrivati in Serbia, a Belgrado, città celebre e ricca di storia. Qui abbiamo incontrato il presidente Vučić, con il quale abbiamo discusso della situazione mondiale e al quale ho consegnato una copia dell’enciclica.Belgrado sorge alla confluenza della Sava e del Danubio. È una posizione straordinaria, perché la geografia plasma la storia: per secoli il Danubio segnò uno dei confini dell’Impero Romano.La città nacque come insediamento celtico prima dell’era cristiana. Dopo la conquista romana divenne dapprima un presidio militare e poi una città di frontiera, affacciata sulle regioni settentrionali esterne all’Impero.Si dice che Belgrado sia stata contesa e sia passata di mano tra imperi più volte di quasi qualsiasi altra città al mondo. Dopo i Celti e i Romani, numerosi regni si scontrarono per il controllo di questo territorio, governato a lungo anche dagli Ottomani.La statua equestre che vediamo sullo sfondo raffigura uno dei grandi protagonisti dell’indipendenza serba dall’Impero ottomano, conquistata gradualmente nel XIX secolo. Divenuta uno Stato indipendente, dopo la Prima guerra mondiale la Serbia si unì agli Stati vicini in quella che sarebbe diventata la Jugoslavia.La Jugoslavia, nelle sue diverse forme e denominazioni, fu uno Stato multinazionale. Negli anni Novanta si dissolse negli Stati indipendenti di oggi: alcuni sono entrati nell’Unione europea, mentre la Serbia resta un Paese candidato.Il nostro viaggio proseguirà attraverso i Balcani fino alla Bulgaria e poi verso Sud, fino a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, di cui parlerò nella terza lezione.Belgrado, però, non è stata per 2 mila anni soltanto una fortezza o un presidio militare, ma anche un importante centro commerciale. Sorge sul Danubio, una delle grandi arterie degli scambi europei. Le merci provenienti dalla Cina lungo le Vie della Seta raggiungevano Costantinopoli e da lì le diverse regioni d’Europa. Belgrado funzionava come un centro di smistamento: i prodotti potevano proseguire lungo il Danubio oppure essere distribuiti nei Balcani e nell’Europa centro-orientale.È dunque il luogo ideale per introdurre il concetto di Vie della Seta, al plurale, perché il Marco Polo Drive of Peace, Culture and Sustainable Development segue proprio questa rete di percorsi che collegava Oriente e Occidente, dalla Cina a Roma.Roma e Chang’an, capitale delle dinastie imperiali cinesi, furono tra le città più grandi e popolose del mondo. Già intorno all’anno uno dopo Cristo Roma contava circa un milione di abitanti ed era il centro di un impero estremamente dinamico. Le Vie della Seta erano le arterie lungo le quali si svolgeva il commercio internazionale tra questi grandi poli.Ma perché si commercia? Perché luoghi diversi possiedono risorse e prodotti differenti e, attraverso lo scambio, possono soddisfare reciprocamente i propri bisogni. Il commercio accompagna l’umanità fin dalla preistoria: anche prima dell’agricoltura esistevano reti a lunga distanza per lo scambio di beni preziosi, come l’ossidiana e gli utensili.Il principio fondamentale è che il commercio può produrre benefici reciproci. È il messaggio formulato da Adam Smith nel 1776: non devono esserci necessariamente un vincitore e un perdente, perché lo scambio può accrescere il benessere di tutte le parti coinvolte.Il commercio tra l’Impero romano e la dinastia Han è ampiamente documentato già 2 mila anni fa. Gli autori romani raccontano quanto fossero apprezzate le sete provenienti dalla Cina. Da qui il nome di Vie della Seta: tra le merci trasportate lungo queste rotte, la seta era forse la più preziosa.I cinesi ne avevano scoperto il segreto migliaia di anni prima. Immergendo nell’acqua calda il bozzolo del baco, i fili potevano essere dipanati e trasformati in un materiale resistente e raffinato. La Cina custodì a lungo questa conoscenza, mentre il resto del mondo desiderava procurarsi i suoi tessuti.Che cosa offrivano in cambio i Romani? Innanzitutto il vino. Il clima mediterraneo, caratterizzato da inverni piovosi ed estati soleggiate, favorisce la coltivazione della vite. Per millenni il Mediterraneo è stato una delle principali regioni produttrici di vini pregiati.Il vino viaggiava dunque verso Oriente, mentre la seta fluiva verso Occidente. Da Roma partivano anche raffinati manufatti in vetro, oltre all’oro e all’argento provenienti dalle miniere della penisola iberica e di altre regioni, scambiati sotto forma di monete, barre o lingotti. Dalla Cina arrivavano invece, oltre alla seta, la porcellana e il tè.Le Vie della Seta, però, non collegavano soltanto la Cina e l’Impero romano, ma coinvolgevano numerose altre regioni dell’Eurasia. Un ramo meridionale attraversava l’India e l’Asia meridionale, da cui provenivano spezie preziose come la noce moscata, trasportate anche dalle isole che oggi appartengono alla Malesia, all’Indonesia e alle Filippine.Anche l’Asia occidentale svolgeva un ruolo fondamentale: lungo queste rotte circolavano incenso, mirra, spezie, unguenti e altri prodotti naturali preziosi. Era dunque una rete vastissima, attraverso la quale seta, porcellana, tè, vino, vetro, metalli e spezie mettevano in relazione regioni molto lontane tra loro.Le Vie della Seta si estendevano da est a ovest per circa diecimila chilometri. Come si poteva attraversare una distanza simile? Per noi è relativamente semplice: saliamo a bordo dei nostri veicoli elettrici BYD, ricaricati con l’energia prodotta dai pannelli solari, e ripartiamo. I modelli più potenti arrivano a sviluppare circa mille cavalli. Marco Polo, suo padre e suo zio, invece, non viaggiavano su un veicolo da mille cavalli: ne avevano soltanto uno, ed era un cavallo vero.Il cavallo è essenziale per comprendere il funzionamento delle Vie della Seta. Era la BYD del mondo antico: mezzo di trasporto, forza agricola e strumento militare. Possiamo definirlo una tecnologia, perché gli esseri umani dovettero imparare ad addomesticarlo e a impiegarlo per molte funzioni diverse.Un tempo i cavalli vivevano sia nelle Americhe sia in Eurasia. In Nord America, però, furono cacciati fino all’estinzione circa 11 mila anni fa. Per millenni gli abitanti del continente rimasero così privi di grandi animali da trasporto: una lezione antica sulla sostenibilità e sulle conseguenze della distruzione delle risorse da cui dipende la mobilità.Nelle vaste praterie del Vecchio Mondo, invece, i cavalli sopravvissero. La geografia eurasiatica fu decisiva: procedendo dalle regioni desertiche verso quelle più umide si incontrano le steppe, grandi praterie con precipitazioni sufficienti alla crescita dell’erba, ma non a quella di fitte foreste.Questo ambiente si estende per circa 8 mila chilometri attraverso l’Eurasia ed è ideale per i cavalli, che vi trovano ampi spazi e abbondante nutrimento.Secondo le testimonianze archeologiche e linguistiche, il cavallo fu probabilmente addomesticato a nord del Mar Nero circa 5 mila anni fa, intorno al 3000 a.C. Da quella stessa regione potrebbe essersi diffusa anche la famiglia linguistica indoeuropea.Una volta addomesticato, il cavallo divenne ciò che gli economisti chiamano una «tecnologia a uso generale». Poteva trainare aratri e carri, trasportare merci, portare in battaglia arcieri e lancieri. Fu insieme trattore, automobile e carro armato del mondo antico.Ma fu anche una tecnologia del commercio e delle comunicazioni: grazie alla velocità e alla resistenza dei cavalli, persone, merci e informazioni potevano percorrere le immense distanze delle Vie della Seta.Disponendo cavalli a intervalli regolari lungo il percorso, non era necessario che un singolo animale coprisse tutti gli 8 mila chilometri. Ogni cavaliere poteva percorrere 30 o 50 chilometri e affidare il messaggio alla stazione successiva, creando un sistema di comunicazione a staffetta.Era uno strumento essenziale per governare un impero. Senza la possibilità di trasmettere ordini, ricevere notizie dalle regioni più remote, conoscere eventuali insurrezioni e controllare le autorità locali, non si può amministrare una grande entità politica. Il cavallo rese possibile tutto questo.Le steppe eurVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Sputi, insulti e aggressioni: i cristiani nel mirino in Terra Santa

    di Elisabetta Burba e Giulia ContiniDalle provocazioni agli attacchi contro chiese e sacerdoti, cresce l’ostilità contro i cristiani in Israele. I dati dei centri di monitoraggio raccontano un fenomeno in aumento, mentre la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta nel corso di un secolo: dal 9,6% della Palestina mandataria nel 1922 all’attuale 1,9% in Israele. Fra pressioni sociali, tensioni politiche e limiti alla libertà religiosa, una comunità che da 2 mila anni custodisce i luoghi più sacri della Cristianità sta perdendo terreno.IN BREVEOstilità quotidiana Sputi, intimidazioni e violenze verbali colpiscono quotidianamente il clero in Terra Santa, testimoniando un clima di odio diffuso e impunito.Escalation e vandalismo I centri di monitoraggio registrano un aumento costante di molestie, aggressioni fisiche e profanazioni ai danni delle proprietà ecclesiastiche.Crollo demografico La percentuale dei cristiani è passata dal 9,6% registrato nel censimento del 1922 nella Palestina mandataria all’attuale 1,9% registrato in Israele.Ostruzioni al culto Le ultime festività pasquali hanno subito severe restrizioni militari e logistiche, limitando fortemente lo svolgimento dei riti tradizionali.Silenzio mediatico Le denunce dei Patriarchi locali vengono ampiamente ignorate dalla stampa internazionale, lasciando la comunità in uno stato di isolamento.«Sì, sputano anche a me. Tutti i giorni». Il vescovo serbo-ortodosso Jovan Ćulibrk lo racconta senza enfasi, quasi fosse un fatto di routine. Profondo conoscitore di Israele, dove ha vissuto per otto anni studiando e lavorando allo Yad Vashem, il vescovo di Pakrac, in Croazia, è appena rientrato da Gerusalemme. Per l’alto prelato, gli sputi contro i cristiani non sono episodi isolati, ma rientrano nella routine. «Ricevere sputi è parte della vita quotidiana di ogni cristiano in Terra Santa» spiega Jovan Ćulibrk, che peraltro è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. «Specialmente di chi indossa abiti clericali, che lo identificano in modo inequivocabile».Gli sputi – un gesto di disprezzo rivolto spesso a terra, davanti ai religiosi, più che addosso a loro – sono la manifestazione immediata di un fenomeno molto più ampio. Il caso che ha attratto l’attenzione internazionale risale al 28 aprile scorso. Sul Monte Sion, nei pressi del Cenacolo, una suora francese di 48 anni è stata spinta a terra e presa a calci in testa da un colono israeliano. Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza hanno fatto il giro del mondo e il giorno successivo l’aggressore è stato arrestato. Ma, secondo le organizzazioni che monitorano la libertà religiosa in Israele, quell’aggressione non rappresenta un caso isolato: è il sintomo più evidente di un clima di ostilità che da anni colpisce la minoranza cristiana della Terra Santa.A documentare questa escalation è il Religious Freedom Data Center, organizzazione indipendente fondata a Gerusalemme nel 2023 dalla studiosa Yiscah Harani, un’ebrea israeliana, insieme a esponenti delle Chiese cristiane. Pur basandosi solo sulle segnalazioni ricevute – e quindi su dati per forza incompleti – il centro ha registrato nel 2025 181 episodi: circa il 60% riguardava sputi, il 18% insulti e abusi verbali, il 12% atti di vandalismo e il 5% aggressioni fisiche. Nei primi sei mesi del 2026 gli episodi documentati sono già 120, di cui 83 avvenuti tra i mesi di aprile e giugno. Gli stessi ricercatori precisano che il fenomeno reale è probabilmente più ampio, poiché molti episodi non vengono denunciati e il monitoraggio riguarda soprattutto Gerusalemme.Valutazione condivisa anche dal Rossing Center for Education and Dialogue, centro fondato 20 anni fa per promuovere il dialogo interreligioso in Israele, in cui operano anche musulmani. «Gli incidenti registrati rappresentano solo una frazione di quelli effettivamente avvenuti, la punta dell’iceberg della realtà quotidiana sul terreno», si legge nell’ultimo rapporto dell’organizzazione, che conta su una rete di contatti istituzionali più estesa rispetto all’altro centro.Nel 2025, il Rossing Center ha documentato 61 aggressioni fisiche, in gran parte contro membri del clero, e 52 attacchi contro proprietà ecclesiastiche. In alcune aree della Città Vecchia, in particolare sul Monte Sion e nel Quartiere armeno, sacerdoti e religiosi rischiano abitualmente di essere insultati, minacciati o aggrediti. Il 16 aprile scorso, ad esempio, un monaco cattolico è stato apostrofato con l’urlo «Fuori dal Paese», mentre a un ragazzo presente è stato ordinato di dirgli: «Che tu possa morire».L’allarme, però, non arriva soltanto dai centri di monitoraggio. Già nel 2022 il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, aveva denunciato in un articolo sul Times di Londra un clima sempre più ostile nei confronti della presenza cristiana nella Città Santa.«Le nostre chiese sono minacciate da gruppi radicali di ultranazionalisti israeliani», scriveva Teofilo III. «I nostri fratelli e sorelle sono vittime di crimini d’odio, le chiese vengono regolarmente profanate e vandalizzate e il clero è sottoposto a continue intimidazioni. L’obiettivo di questi gruppi è spegnere la presenza cristiana nella Città Vecchia».Gli sputi si registrano in pieno giorno e spesso davanti alle forze dell’ordine, rimanendo per lo più impuniti. L’aumento delle violenze fisiche e verbali, insieme agli attacchi ai siti religiosi, ha creato non poche preoccupazioni riguardo al futuro della comunità cristiana in Terra Santa. Il clima di intimidazione incide ormai sulla vita quotidiana della comunità. Secondo il Rossing Center, il 42% dei cristiani di Gerusalemme dichiara di aver paura di mostrare in pubblico la croce che porta al collo. Lo stesso timore riguarda anche molti membri del clero, riconoscibili dall’abito talare e quindi più esposti ad aggressioni e molestie. La paura, dunque, non riguarda soltanto i fedeli laici, ma anche i rappresentanti religiosi.Le tensioni tendono ad aumentare durante le principali festività religiose, ebraiche e cristiane. Quest’anno, la situazione si è aggravata ulteriormente a causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane alle celebrazioni della Settimana santa cattolica e della cerimonia ortodossa del Fuoco sacro.Secondo diversi esponenti delle Chiese cristiane, le restrizioni contribuiscono ad alimentare un clima di marginalizzazione e vengono percepite come una forma di discriminazione istituzionale. Come ha detto la monaca ortodossa Agapia Stephanopoulos l’11 agosto 2025 durante un’intervista al The Tucker Carlson Show, i cristiani palestinesi «sono i primi cristiani, i cristiani del tempo di Cristo. Ed è molto difficile per loro praticare la fede».Le festività pasquali del 2026 hanno rappresentato uno dei momenti di maggiore tensione. La Basilica del Santo Sepolcro è rimasta chiusa per 40 giorni prima della Pasqua, rendendo impossibile celebrare la messa. Il 22 marzo, è stata cancellata la tradizionale processione dal Monte degli ulivi. Il 29 marzo è stato impedito l’accesso al Patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode del Santo Sepolcro, vietando per la prima volta dopo secoli di celebrare la messa della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro.Poi è stata vietata anche la processione della via Crucis attraverso la via Dolorosa, la stessa percorsa da Gesù con la Croce. Infine, durante la giornata dell’11 aprile, il giorno della cerimonia del Fuoco Sacro, le forze israeliane hanno trasformato la Città Vecchia in un’area fortemente militarizzata, con posti di blocco e restrizioni al percorso, impedendo l’entrata a vari pellegrini, sempre per motivi di sicurezza.Già, le autorVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  8. 164

    Da Ankara la proposta di un’alleanza anti-NATO

    di Francesco CosimatoDi ritorno da un convegno in Turchia, il generale Cosimato riflette sull’invito formulato ad Ankara a creare una coalizione da contrapporre all’Alleanza Atlantica. Di fronte al mutamento dei rapporti di forza, il generale sottolinea che i parametri economici, demografici e militari mostrano le vulnerabilità dell’Occidente. E sollecita il ripristino dei canali diplomatici.IN BREVENuovo blocco L’ipotesi avanzata ad Ankara di un’intesa tra Turchia, Iran, Russia, India e Cina rivela la volontà di creare un contrappeso all’ordine a guida occidentale.Tendenze economiche Le stime al 2030 indicano una progressiva contrazione del peso finanziario dell’Occidente a favore dei Paesi emergenti e delle potenze asiatiche.Squilibri numerici Il confronto dei parametri demografici e industriali evidenzia il potenziale di una convergenza non occidentale superiore alle capacità difensive dell’Alleanza atlantia.Limiti tecnologici I recenti contesti d’attrito mostrano che l’innovazione bellica europea non può compensare le carenze di scorte, logistica e risorse umane.Incapacità negoziale La mancanza di canali diplomatici diretti con la Russia e il venir meno dei trattati di controllo aumentano i rischi di un’escalation incontrollabile.Un inaspettato invito ad Ankara, a un convegno del Partito Vatan dedicato alla costruzione di un’«alleanza per la pace», mi ha offerto l’occasione di riflettere su come l’Occidente venga percepito quando lo si osserva al di fuori dell’Europa occidentale.Non è difficile comprendere perché l’Occidente, e la NATO in particolare, non siano percepiti positivamente in Paesi che hanno sistemi politici, interessi strategici e modelli di sviluppo molto lontani dai nostri. Più sorprendente è stata però l’ipotesi, avanzata durante il convegno dal presidente del Partito della patria, Doğu Perinçek, di costruire un’alleanza («per prevenire la guerra») tra Turchia, Iran, Russia, India e Cina contrapposta alla NATO.Che una simile alleanza sia oggi realizzabile è tutt’altro discorso. Che possa essere concepita e discussa in questi termini è invece un dato geopolitico che l’Europa dovrebbe prendere sul serio.Le proiezioni mostrate durante il convegno del prodotto interno lordo al 2030 (elaborate da istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale) restituiscono l’immagine di un mondo dove il peso economico dell’Occidente è destinato a ridursi sensibilmente rispetto a quello delle grandi economie asiatiche. Nelle prime dieci posizioni figurano soltanto tre Paesi occidentali, oltre alla Russia: Stati Uniti, Giappone e Germania.Naturalmente il PIL non misura da solo la potenza di uno Stato: contano anche tecnologia, capacità industriale, finanza, risorse energetiche, demografia e strumento militare. Ma indica una tendenza che sarebbe imprudente ignorare.Al di là del peso politico del partito turco che ha avanzato la proposta della nuova alleanza, dunque, il dato geopolitico merita una riflessione. Anche ipotizzando un’aggregazione che escludesse la Turchia, il peso economico e demografico di una simile convergenza sarebbe tutt’altro che trascurabile.Russia, Cina e Iran non costituiscono oggi un’alleanza militare paragonabile alla NATO. Esiste tuttavia una crescente cooperazione strategica, economica e militare tra Mosca e Pechino, mentre Teheran ha rafforzato i propri rapporti con entrambe. Anche se l’Iran non è formalmente alleato militarmente con russi e cinesi, ogni giorno i missili iraniani colpiscono obiettivi con coordinate fornite da Russia e Cina. Russi e cinesi hanno da tempo iniziative militari congiunte in essere.È dunque più corretto parlare di una convergenza di interessi che di un blocco militare già costituito. Ma anche una semplice convergenza modifica gli equilibri strategici.Finora il fenomeno dei BRICS è stato bollato in Occidente come un fatto del tutto marginale. L’ampliamento dell’organizzazione è stato considerato un fenomeno prevalentemente economico e ancora privo di una significativa dimensione politica e strategica. Ma la sua progressiva espansione dovrebbe indurre a riflessioni attente.I BRICS non sono un’alleanza militare e non possono essere assimilati alla NATO. La loro importanza risiede piuttosto nella capacità di aggregare Paesi che, pur mantenendo interessi spesso divergenti, condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’ordine internazionale dominato dall’Occidente.Il confronto della tabella qui sotto rappresenta, secondo fonti aperte, in Blu i numeri della NATO ed in rosso quelli dell’Alleanza invocata ad Ankara fra Turchia, Iran, Russia, India e Cina. Il confronto non dimostra l’esistenza di un’alleanza alternativa alla NATO, che oggi non esiste. Mostra però quale sarebbe il peso potenziale di una convergenza tra alcune delle principali potenze non occidentali. I parametri considerati mostrano che i valori dell’ipotetica aggregazione (in rosso) risultano superiori a quelli della NATO (in blu).Tutto ciò in base a dati attuali. Se le tendenze economiche e demografiche dovessero consolidarsi, anche gli equilibri militari del 2030 potrebbero risultare ancor meno favorevoli all’Occidente di quelli attuali.In buona sostanza, basta salire su un aereo per poco più di tre ore, andando in un Paese esterno al circuito informativo mainstream, per imbattersi in realtà che frantumano la narrazione di un Occidente ancora forte e determinato. Per non parlare delle sanzioni UE sempre meno efficaci.Se si uniscono queste brevi considerazioni alle lamentele dei ministri della difesa dei Paesi dell’Europa occidentale sull’inadeguatezza dei nostri strumenti militari, ne esce un quadro sconfortante. Da una parte abbiamo numeri economici, demografici e industriali imponenti; dall’altra, l’Europa discute ancora del ritorno della leva obbligatoria e si dilania in lotte intestine per la produzione di armamenti. L’Unione Europea, come noto, non ha una dimensione militare e, come ho specificato nel convegno, senza gli asset statunitensi non sarebbe oggi in grado di sostenere una guerra ad alta intensità.Ad Ankara, la propaganda secondo cui infliggeremo una sconfitta strategica alla Russia diventa meno di un’eco lontana e impercettibile. Bisognerebbe allora esaminare con freddezza i parametri economici, industriali, demografici e militari sulla base dei quali riteniamo di poter conseguire l’obiettivo dichiarato di sconfiggere la Russia, visto che non ci stiamo riuscendo.Non stiamo parlando soltanto dell’Ucraina. Anche il conflitto con l’Iran mostra i limiti di una strategia fondata sulla superiorità tecnologica e sulla capacità di infliggere danni senza necessariamente ottenere il collasso politico dell’avversario.Oltretutto, la vulnerabilità delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb costituisce un grave problema per le economie occidentali. In Europa non si riesce a capire che la Russia non potrà essere piegata dai droni ucraini che colpiscono in profondità, come peraltro facevano le V1 e le V2 naziste. In una guerra d’attrito, la capacità di infliggere danni all’avversario non coincide necessariamente con la capacità di costringerlo alla resa.Ho promosso recentemente un evento di studio sul «realismo strategico»: un tentativo di mettere in relazione lo strumento militare italiano con le minacce effettivamente presenti nel nostro scenario geopolitico. La politica, di governo e di opposizione, ha brillato per la sua assenza. Tuttavia, non potrà sempre voltarsi dall’altra parte.L’Europa non riesce a nominare un negoziatore per trattare con la Russia, a ogni elezione in Europa si verifica uno spostamento della pubblica opinione contro la guerra, la crisi energetica morde il nostro tenore di vita, ma nulla sembra scalfire la granitica certezza mainstream sulla vittoria finale. Con toni quasi più altisonanti di quelli del Minculpop Alessandro Pavolini, i media occidentali tendono a enfatizzare i successi tattici ucraini senza inserirli in una valutazione complessiva dei rapporti di forza.In tutto questo marasma, sono venuti meno anche molti degli strumenti di gestione della competizione militare che, durante la Guerra fredda, consentivano almeno di limitare i rischi di escalation: dai trattati sulle forze convenzionali ai meccanismi di controllo degli armamenti. Se non si ripristinano questi strumenti di comunicazione, controllo e de-escalation, quanto tempo avremo per adeguare le nostre capacità?Bisogna ammettere che l’Occidente ha un livello generale di produzione agricola e industriale del tutto insufficiente, alti costi di produzione a causa dei prezzi dell’energia e dei condizionamenti imposti dalla transizione del cosiddetto Green deal. Peraltro, con la nostra spinta demografica del tutto insufficiente, pretendiamo di sconfiggere la Russia sul terreno. Stiamo parlando di leadership politiche ostaggio di lobby e camarille internazionali d’ogni tipo.Le guerre d’attrito in Ucraina e, in prospettiva, il conflitto con l’Iran mostrano quanto siano importanti le scorte, la capacità industriale, la logistica e la disponibilità di personale. Su questi fronti l’Europa presenta vulnerabilità che non possono essere compensate indefinitamente dalla superiorità tecnologica. Le voci, per fortuna isolate, che spingono per un coinvolgimento diretto delle nostre truppe in Ucraina vengono ignorate dai leader, che continuano ossessivamente a ripetere che «non siamo in guerra con la Russia». Di fatto, però, siamo ormai cobelligeranti.Non so dire se l’alleanza ipotizzata ad Ankara prenderà mai forma. Ma sarebbe un errore liquidarla come una fantasia. Il dato più importante emerso durante il convegno turco è forse un altro: fuori dall’Europa occidentale, la convinzione della nostra preponderanza non è affatto condivisa.Dovremmo cominciare a considerare seriamente questo dato di fatto. Non per rassegnarci a un declino inevitabile, ma per capire grazie a quali capacità economiche, industriali, militari e diplomatiche possiamo tornare a essere un soggetto strategico cVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Roma, antico snodo sulla Via della Seta

    di Jeffrey D. SachsParte dalla basilica di San Pietro il corso di Jeffrey Sachs sul nuovo ordine mondiale. Un ciclo di lezioni itineranti, tenute dall’economista di Columbia University lungo le tappe del viaggio di Marco Polo, per ripercorrere le rotte che collegavano l’Europa e l’Asia. Nella prima puntata prende forma l’epopea che portò il mercante veneziano alla corte di Kublai Khan, simbolo di un mondo fatto di incontri, scambi e connessioni tra civiltà.Prima puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.IN BREVECaput mundi Dalla basilica di San Pietro parte il racconto di Jeffrey Sachs sulle relazioni diplomatiche tra Papato e Impero mongolo, promosse per favorire lo scambio culturale tra le civiltà.Alla corte di Kublai Khan Niccolò e Maffeo Polo, padre e zio di Marco, giunsero al cospetto del Gran Khan, che chiese al Pontefice di mandargli 100 dotti cristiani e l’olio sacro di Gerusalemme.Missione in Asia Con la benedizione di papa Gregorio X, Marco Polo intraprese la Via della Seta, divenendo poi un alto funzionario e diplomatico al servizio del Gran Khan.Nascita del Milione Rientrato a Venezia e poi catturato dai genovesi durante un conflitto navale, il mercante dettò le sue memorie a Rustichello da Pisa, dando vita al celebre testo medievale.Eredità globale Il resoconto geografico ampliò gli orizzonti dell’Occidente e fu persino utilizzato da Cristoforo Colombo per pianificare le sue rotte verso le Americhe.Ora voglio raggiungere il Vaticano e mostrarvi il luogo dal quale, in un certo senso, ebbe origine il viaggio di Marco Polo. Siamo davvero nel posto giusto per iniziare il nostro percorso. È straordinario. Ci troviamo davanti alla basilica di San Pietro, davanti alla residenza del Papa e a uno dei luoghi più belli del mondo.Ma questo è anche il vero punto di partenza della nostra storia, perché il Papa dell’epoca di Marco Polo svolse un ruolo fondamentale nel suo viaggio. Fu il rapporto tra il pontefice e Kublai Khan, il grande sovrano dell’Impero mongolo, ad avere un’importanza decisiva nella vicenda di Marco Polo.Dove ci troviamo esattamente? Siamo sul colle Vaticano, uno dei colli di Roma. Circa 2.000 anni fa, l’imperatore Nerone vi aveva fatto costruire un circo, cioè una struttura destinato alle corse e agli spettacoli sportivi. Questo luogo divenne poi teatro di uno degli avvenimenti più importanti della storia del Cristianesimo: la crocifissione di san Pietro.San Pietro fu uno degli apostoli di Gesù Cristo e ricevette il compito di fondare la Chiesa, quella che oggi è la Chiesa cristiana e, in particolare, la Chiesa cattolica. Pietro arrivò a Roma e, durante le persecuzioni ordinate dall’imperatore Nerone dopo il grande incendio della città, fu ucciso insieme a un altro apostolo, san Paolo. Dopo l’incendio, Nerone cercò qualcuno a cui attribuire la responsabilità della distruzione di Roma e ordinò la persecuzione dei cristiani.Secondo la tradizione cristiana, questo è il luogo in cui Pietro fu crocifisso. Fu crocifisso a testa in giù perché dichiarò di non essere degno di subire lo stesso tipo di morte del suo Signore, Gesù Cristo. Chiese quindi di essere messo in croce capovolto. Il luogo della sua morte divenne uno dei siti più venerati della cristianità.Quando l’imperatore Costantino, che come vi ho anticipato fu il fondatore di Costantinopoli e che incontreremo più volte durante il nostro viaggio, salì al potere, ordinò la costruzione di una chiesa sul luogo della crocifissione di Pietro. Quella chiesa divenne l’antica basilica di San Pietro. La chiamiamo «antica San Pietro» perché rimase in piedi per circa 1.200 anni, dal 325 circa fino agli inizi del XVI secolo.All’inizio del Cinquecento, papa Giulio II decise che la cristianità, nella sua grandezza e nella sua gloria, aveva bisogno di una nuova basilica di San Pietro. Ed è proprio davanti alla nuova San Pietro che ci troviamo oggi. La nuova basilica fu costruita nell’arco di circa 120 anni, indicativamente dal 1506, quando iniziarono i lavori, al 1626, quando la chiesa venne consacrata.Qui, dunque, davanti alla nuova basilica di San Pietro, ci troviamo nel cuore della cristianità e della Chiesa cattolica. Ma perché questo luogo si trova anche al centro della storia di Marco Polo e del nostro viaggio? Per comprenderlo dobbiamo tornare all’inizio. E, come ho già detto, l’inizio risale a 700 anni prima della mia nascita, precisamente al 1254.Fu quello l’anno in cui Marco Polo nacque a Venezia, in una famiglia di mercanti. Quando venne al mondo, suo padre Niccolò era già lontano da casa, impegnato in uno dei suoi viaggi di affari. Il padre Niccolò e lo zio Matteo, o Maffeo, svolgevano il mestiere tipico dei più importanti mercanti veneziani. Venezia era infatti una delle grandi città commerciali del XIII secolo.I due erano impegnati negli scambi tra Oriente e Occidente. Viaggiavano lungo le diverse rotte commerciali che collegavano queste regioni, ma non si aspettavano certamente di spingersi molto più a Est del solito. Avrebbero potuto raggiungere Costantinopoli o forse la Crimea, ma andare ancora più lontano sarebbe stato estremamente insolito. Dopotutto, erano mercanti veneziani.Partirono lasciando a Venezia la madre di Marco Polo, che morì solo pochi anni dopo, probabilmente durante il parto di un altro figlio. Niccolò e Maffeo erano partiti prima che Marco Polo nascesse, nel 1254. I due fratelli si diressero verso Oriente e arrivarono fino in Crimea. Lì scoprirono che erano in corso scontri e disordini legati alla crescita dell’Impero mongolo. Esistevano inoltre conflitti interni tra diversi gruppi mongoli.A causa di questa situazione, furono costretti a procedere verso Est, perché non potevano più tornare in sicurezza verso Occidente. Non avevano previsto di spingersi tanto lontano, ma ben presto si ritrovarono non più in Crimea, bensì nell’attuale Uzbekistan, che visiteremo durante il nostro viaggio.Arrivarono quindi a Bukhara. Qui entrarono in contatto con alcuni emissari del Gran Khan, il grande Kublai Khan. Essendo mercanti rispettabili, di successo, intraprendenti e chiaramente molto coraggiosi, furono invitati a proseguire ancora verso Oriente. Era qualcosa di quasi inaudito nel XIII secolo, ma i due viaggiarono fino alla capitale del Gran Khan.Dove si trovava quella capitale? All’epoca era chiamata Khanbaliq. In cinese era nota come Dadu. Oggi la conosciamo come Pechino. Pechino era la capitale invernale dei mongoli, fondata e sviluppata da Kublai Khan per la nuova dinastia che stava costruendo. Pochi anni dopo l’incontro con i Polo, Kublai Khan avrebbe proclamato la dinastia Yuan, la grande dinastia mongola che governò la Cina per circa un secolo.Ecco dunque questi due mercanti veneziani al cospetto di Kublai Khan, un individuo davvero straordinario che, dopotutto, regnava sul più vasto impero terrestre della storia. Kublai Khan era estremamente curioso e tempestò i Polo di domande. Com’era il mondo cristiano? Chi era il Papa? Che cosa stava accadendo in quella parte del mondo chiamata Europa? Le risposte lo colpirono profondamente.Kublai Khan nutriva una grande stima per Niccolò e Maffeo e li rimandò in Occidente, garantendo loro un salvacondotto per l’intero viaggio e affidando loro l’incarico di mettersi in contatto con il Papa. Ed è proprio per questo che ci troviamo qui.Kublai Khan, il grande imperatore mongolo, il Gran Khan, il sovrano della Cina e di un immenso impero terrestre, desiderava conoscere meglio il Cristianesimo. Chiese dunque ai fratelli Polo di tornare in patria e di domandare al Papa di inviare alla sua corte 100 uomini sapienti. Disse, in sostanza: «Mandatemi uomini istruiti e sapienti. Se riusciranno a convincerci, potremmo convertirci al Cristianesimo». Chiese loro anche un altro favore: portargli dell’olio proveniente dalla lampada della basilica del Santo Sepolcro, in Terra Santa, il luogo nel quale, secondo la tradizione cristiana, Gesù fu crocifisso e sepolto.Kublai Khan riteneva che quell’olio avrebbe portato fortuna al suo impero. Dopo questo viaggio senza precedenti, Niccolò e Maffeo intrapresero la strada del ritorno e arrivarono in Occidente nel 1269. Al loro arrivo fecero due scoperte. La prima fu che non c’era alcun Papa. Clemente IV era morto nel 1268 e i cardinali non erano ancora riusciti a scegliere il suo successore. La seconda scoperta riguardava Niccolò: era padre di un ragazzo che ormai aveva circa 15 anni, Marco Polo.Quando decisero di dare seguito alle richieste di Kublai Khan, ottenendo dalla Chiesa gli emissari che il sovrano aveva domandato, scelsero di portare con loro il giovane Marco. Nel 1271 non era ancora stato eletto un nuovo Papa. Erano trascorsi tre anni: si trattava del più lungo periodo di sede vacante che la Chiesa avesse conosciuto fino ad allora. I cardinali non riuscivano a raggiungere un accordo. Però i Polo pensarono: «Dobbiamo partire. Kublai Khan ci sta aspettando. È meglio rimetterci in viaggio verso Oriente».Niccolò, Maffeo e il giovane Marco, che aveva allora 17 anni, raggiunsero una città cristiana chiamata Acri, sulla costa mediterranea dell’attuale Israele. Lì incontrarono un legato pontificio di nome Teobaldo Visconti. Gli dissero: «Non possiamo aspettare ancora. Quando verrà eletto un nuovo Papa?». Teobaldo Visconti rispose: «Non sappiamo quando avremo un Papa. Ma vi impartisco la mia benedizione e vi autorizzo a dichiarare di avere incontrato il legato pontificio e di essere stati incaricati di tornare da Kublai Khan».I Polo ripartirono quindi senza aver incontrato alcun Papa. Pochi giorni dopo, però, alcuni messaggeri li raggiunsero con una notizia: finalmente era stato eletto il Pontefice. E chi era il nuovo Papa? Proprio Teobaldo Visconti, la persona che li aveva appena salutati e congedati. I Polo tornarono rapidamente ad Acri. Il nuovo Pontefice, che assunse il nome di GrVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Thomas Fazi: «L’ Unione Europea combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare»

    di Thomas FaziL’UE rilancia la narrazione di un’Ucraina tornata all’offensiva, mentre l’esercito di Mosca continua ad avanzare nel Donbass. La campagna di droni contro il territorio russo produce danni significativi e rischia di far cadere i limiti che finora hanno contenuto il conflitto. Secondo il saggista italo-inglese, l’aumento della pressione sul Cremlino può allargare la guerra all’Europa. La via d’uscita passa da un negoziato fondato su concessioni territoriali e garanzie di sicurezza..IN BREVEGuerra d’attrito Secondo Fazi, l’illusione della vittoria ucraina maschera un costante avanzamento russo nel Donbass, riducendo le speranze occidentali a una retorica distante dalla realtà sul campo.Escalation dei droni Gli attacchi con droni in profondità contro la Russia segnalano la disperazione di Kyiv, incapace di invertire le sorti militari ma incline a provocare una risposta devastante.Confine sottile Il sostegno militare della NATO trasforma lo scontro in una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare, sgretolando il limite tra conflitto per procura e scontro diretto.Crollo della protezione Colpendo in profondità la Russia, Kyiv rischia di far cadere la relativa moderazione di Mosca: l’incapacità di causare grandi danni era paradossalmente la sua miglior difesa.Realismo negoziale Evitare un’escalation continentale impone un accordo pragmatico: concessioni territoriali e garanzie di sicurezza in cambio della neutralità ucraina fuori dalla NATO.La campagna di attacchi con droni condotta da Kyiv sta certamente producendo effetti. La produzione petrolifera russa ne ha risentito; in tutto il Paese si sono verificate gravi carenze di carburante, come ha ammesso persino Vladimir Putin. L’Ucraina ha inoltre interrotto alcune vie di rifornimento russe a Nord del Mar d’Azov, provocando blackout in Crimea e nella vicina parte della regione ucraina di Kherson occupata dalla Russia.È tuttavia improbabile che questi attacchi cambino il corso della guerra. L’economia russa è in difficoltà, ma resta in una posizione migliore rispetto a gran parte dell’Unione europea. Ad aprile, citando l’aumento dei prezzi del petrolio — dovuto in larga misura alla guerra in Iran — il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo di 0,3 punti la previsione di crescita del PIL russo per il 2026, portandola all’1,1%. E ha rivisto al ribasso le previsioni per le tre maggiori economie dell’UE — Germania, Francia e Italia — rispettivamente allo 0,8%, allo 0,9% e allo 0,2%.Ma, fatto ancora più importante, l’esercito russo continua ad avanzare sul campo di battaglia. Si sta avvicinando progressivamente al suo obiettivo di conquistare l’intero Donbass. Il 3 luglio, Mosca ha annunciato la conquista di Kostiantynivka, una città della regione di Donetsk e il più grande centro abitato caduto nelle sue mani dai tempi di Mariupol. La città rappresentava una delle ultime roccaforti lungo la strada verso importanti centri ancora controllati dall’Ucraina, Kramatorsk e Sloviansk, la cui conquista costituisce l’obiettivo finale del Cremlino nel Donbass.Le truppe russe stanno avanzando anche intorno a Chasiv Yar e Toretsk, ottenendo progressi nei combattimenti urbani e sulle posizioni sopraelevate, e continuano ad avanzare nelle zone di Lyman e Rai-Oleksandrivka. Tutto ciò contraddice in modo netto la narrazione dominante secondo cui «l’Ucraina avrebbe rovesciato le sorti della guerra».Qualora servissero ulteriori prove del fatto che per l’Ucraina le cose stiano andando male, basterebbe osservare la sempre più diffusa politica della cosiddetta «busificazione» — il prelevamento forzato per strada degli uomini in età di leva, caricati su bus e inviati al fronte, una pratica che sta alimentando una crescente opposizione interna alla guerra. Significativa anche la proposta dell’UE di escludere gli uomini ucraini in età militare, in pratica tutti gli uomini tra i 23 e i 60 anni, dal regime europeo di protezione temporanea.In questa prospettiva, la campagna di attacchi con droni appare meno come un fattore capace di cambiare le sorti del conflitto e più come un segnale di disperazione. Vista l’incapacità dell’Ucraina di invertire l’andamento della guerra sul campo di battaglia, Kyiv e la NATO hanno deciso di «portare la guerra in Russia».Non esistono però prove che la campagna ucraina di attacchi con droni possa ribaltare il corso della guerra, e tantomeno costringere Vladimir Putin alla resa. Il 2 e il 6 luglio, anzi, le forze russe hanno lanciato contro Kyiv alcuni dei più massicci attacchi con droni e missili registrati finora, uccidendo decine di persone.È difficile stabilire quanto la campagna ucraina stia erodendo il sostegno a Putin. Come ha scritto Leonid Ragozin (giornalista russo indipendente ed esperto di spazio post-sovietico, ndr), nonostante le raffinerie in fiamme e le code ai distributori, la situazione interna rimane relativamente stabile. Molti russi hanno conosciuto condizioni peggiori e la maggioranza conserva un tenore di vita paragonabile a quello dei Paesi più poveri dell’UE.Un segnale arriverà dalle elezioni per la Duma del 20 settembre. Un’eventuale sconfitta di Russia Unita, tuttavia, difficilmente favorirebbe la pace: comunisti e liberal-democratici hanno assunto posizioni ancora più oltranziste. Gli attacchi ucraini stanno semmai rafforzando le componenti più belliciste del Cremlino, che accusano Putin di eccessiva cautela e chiedono una risposta più energica. Quanto più aumenta la pressione sulla Russia, tanto maggiore è il rischio di un’ulteriore escalation.Da qui nasce il rischio di un’escalation ben più ampia. Di fatto, una superpotenza nucleare è sottoposta ad attacchi continuativi contro le sue città e infrastrutture strategiche, sostenuti dall’intelligence e dalle armi occidentali e accompagnati dall’impegno del G7 ad accelerare la fornitura di capacità a lungo raggio.Su questo sfondo, la nuova offensiva comunicativa di Bruxelles appare ormai come un rituale stagionale. «Le sorti della guerra stanno cambiando» ha dichiarato Ursula von der Leyen, sostenendo che Kyiv abbia riconquistato l’iniziativa grazie all’Europa e alla NATO. La formula è stata subito ripresa da politici e commentatori dell’intero spazio transatlantico.Non è la prima volta. Dall’inizio dell’invasione, il complesso politico-mediatico occidentale annuncia periodicamente l’imminente vittoria ucraina e l’imminente collasso della Russia. Nel 2023, la controffensiva di Kyiv avrebbe dovuto «rovesciare le sorti della guerra», ma si concluse con enormi perdite e guadagni territoriali trascurabili.A essere presentata come il nuovo punto di svolta è proprio la campagna di droni contro il territorio russo, che Volodymir Zelensky ha annunciato di voler proseguire per 40 giorni con l’obiettivo dichiarato di costringere Mosca a porre fine alla guerra.La tempistica non è casuale. Alla vigilia del vertice NATO di Ankara, il fronte favorevole alla prosecuzione del conflitto aveva bisogno di dimostrare che l’Ucraina stava vincendo. Donald Trump ha firmato la dichiarazione del G7 che prevede nuove forniture militari, capacità a lungo raggio e sanzioni contro il settore energetico russo. L’iniziativa risponde anche alla crescente stanchezza occidentale, testimoniata dal rifiuto di alcuni governi europei di finanziare il nuovo prestito all’Ucraina.Il vero punto, tuttavia, è che i droni stanno riscrivendo le regole della guerra. Gli attacchi in profondità, un tempo riservati alle potenze dotate di grandi forze aeree e arsenali missilistici, sono oggi accessibili anche a Paesi militarmente più deboli. Questo riequilibra in parte i rapporti di forza, ma riduce anche l’incentivo della potenza più forte a esercitare moderazione.Finora la Russia ha evitato distruzioni di massa nelle principali città lontane dal fronte e, per gran parte della guerra, ha risparmiato i centri decisionali governativi e la rete energetica ucraina, pur disponendo dei mezzi per colpirli. Il confronto con Gaza mostra quanto l’approccio russo sia stato circoscritto: non necessariamente per ragioni umanitarie, ma per preservare la narrazione della liberazione di un «popolo fratello».La capacità ucraina di colpire il territorio russo rischia ora di far cadere questi limiti. La guerra dei droni riequilibra i rapporti di forza, ma priva anche la parte più debole della protezione indiretta che la sua precedente incapacità di infliggere danni su vasta scala le garantiva. La potenza più forte può così essere spinta a trasformare la guerra di logoramento in un conflitto nel quale «tutto è lecito», compresi gli attacchi contro i vertici politici e militari.La distinzione tra guerra per procura e scontro diretto si assottiglia. Mosca considera ormai il conflitto una guerra con la NATO, e la sua eventuale risposta potrebbe non limitarsi all’Ucraina.Nell’establishment russo si moltiplicano già le richieste di colpire obiettivi in Europa. Mosca ha finora evitato questa opzione perché rischierebbe di provocare una guerra totale che non ha interesse a combattere. Il costo della rappresaglia è rimasto superiore a quello della tolleranza, ma questo calcolo potrebbe cambiare.Nessuno in Occidente conosce davvero le linee rosse russe, e presumere che Mosca non reagirà mai soltanto perché non lo ha ancora fatto è un evidente errore logico. Eppure gran parte dell’opinione pubblica europea, anestetizzata dalla narrazione secondo cui «le sorti della guerra stanno cambiando», sembra ignorare che in suo nome si combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare.Gli europei sostengono che non esista alternativa al sostegno indefinito all’Ucraina perché «la Russia si rifiuta di negoziare». Ma, come ha scritto Anatol Lieven (storico e analista britannico, direttore del programma Eurasia al Quincy Institute ndr), è stata finora l’Unione europea a subordinare ogni trattativa a un cessate il fuoco incondizionato che Mosca non può accettare senza rinunciare alla propria leva negoziale.La principale vittima di questa posVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    India, la battaglia per la sovranità alimentare

    di Andrea PincinIl sistema agricolo indiano è costoso e inefficiente, ma garantisce reddito e sicurezza a centinaia di milioni di persone. Di fronte alle pressioni internazionali per liberalizzare il settore, New Delhi cerca una terza via, capace di conciliare modernizzazione, stabilità sociale e autonomia geopolitica. In questa sfida, i BRICS possono diventare un laboratorio di modelli alternativi di sviluppo.IN BREVEGigante agricolo. In India l’agricoltura genera il 16% del PIL e impiega oltre il 40% degli occupati. Le aree rurali sono il fondamento vitale per milioni di persone.Sicurezza e welfare. Lo Stato sostiene il settore con prezzi minimi e acquisti pubblici, sfamando 800 milioni di persone. Un sistema costoso, ma vitale e strategico.Pressioni occidentali. FMI e Banca Mondiale spingono per deregolamentare il mercato agricolo indiano, ma ciò esporrebbe milioni di famiglie alla volatilità dei prezzi.Laboratorio BRICS. Per l’India modernizzare non significa per forza deregolamentare. Serve un dirigismo pubblico che unisca efficienza, protezione e sovranità.Geopolitica del cibo. Il futuro indiano si decide anche nelle campagne. Le proteste nel Punjab ricordano che chi controlla il cibo governa la sovranità nazionale.Le proteste degli agricoltori stanno infiammando di nuovo il subcontinente indiano. Il 15 luglio, i contadini del Punjab hanno marciato su moto e motorini «protestando contro la proposta di accordo commerciale tra India e Stati Uniti». I dimostranti accusano il governo di «ignorare le preoccupazioni riguardanti il settore primario, le politiche di uso del suolo e la vita negli spazi rurali».Le proteste si sono accese neanche un mese dopo la chiusura della sedicesima riunione dei ministri dell’Agricoltura dei BRICS, che si è tenuta a Indore il 12 e il 13 giugno. Una coincidenza che mostra come la centralità del settore primario e agroalimentare sia una delle principali responsabilità di New Delhi.Peso sociale di un giganteAl contrario dell’Occidente, in India l’economia rurale riveste ancora un ruolo centrale. Mentre in Europa e Stati Uniti il settore rappresenta una minima parte del PIL (meno del 2% nell’UE e meno dell’1% negli USA), in India l’agricoltura incide per poco più del 16%.Il peso sociale dell’agricoltura indiana dipende soprattutto dal dato occupazionale: se in UE solo il 2% della popolazione è impiegata nel settore primario, in India la percentuale sale tra il 42% e il 45%.Le aree rurali indiane non sono dunque un comparto residuale da rendere semplicemente più efficiente. Sono la base materiale dalla quale dipendono centinaia di milioni di persone nello Stato più popoloso del mondo. Nelle campagne indiane vive il 65% della popolazione, che contribuisce al 55% dei consumi nazionali e rappresenta il 46% del PIL.L’agricoltura è quindi un fattore decisivo per la politica interna di New Delhi. Eppure, nonostante questi numeri impressionanti, viene spesso indicata come «un gigante dai piedi d’argilla».Sistema costoso ma essenzialeL’architettura del settore primario indiano poggia su tre strumenti: i mercati regolamentati (APMC), i prezzi minimi di sostegno e la distribuzione pubblica degli alimenti.Gli Agricultural Produce Market Committees sono i mercati fisici all’ingrosso nei quali gli agricoltori vendono la produzione a trader e trasformatori autorizzati. Un passaggio non obbligatorio, che tuttavia rappresenta uno strumento di tutela.Lo Stato indiano fissa anche prezzi minimi garantiti per 22 colture di interesse strategico. Queste tariffe costituiscono un riferimento per il mercato, APMC compresi, e diventano vincolanti quando ad acquistare sono le agenzie pubbliche, prima fra tutte la Food Corporation of India.Attraverso gli acquisti di Stato, New Delhi persegue simultaneamente tre obiettivi di sicurezza nazionale: tutela centinaia di milioni di piccoli contadini dal collasso dei prezzi; alimenta le riserve strategiche e si assicura il volume fisico di cereali necessario a sfamare la metà più povera della popolazione attraverso la pubblica distribuzione delle derrate alimentari.Il risultato è «il più grande programma al mondo di welfare alimentare che distribuisce a 800 milioni di indiani riso e grano gratuitamente». Una manovra che costa al governo 24,7 miliardi di dollari all’anno. Le riserve pubbliche consentono inoltre al governo di intervenire in caso di carestie, cattivi raccolti, choc climatici o rapido aumento dei prezzi internazionali. Lo Stato sovvenziona inoltre i fertilizzanti e il consumo dell’acqua, due fattori essenziali per mantenere le rese dei raccolti.Il sistema indiano è dunque costoso e presenta varie inefficienze, ma svolge funzioni economiche, sociali e strategiche fondamentali per la tenuta del Paese. In altre parole, quello indiano non è soltanto un mercato agricolo. È una struttura di sicurezza nazionale nella quale produzione, welfare e stabilità politica risultano inseparabili.Pressioni internazionaliIl sistema è burocratico, diseguale e non sempre efficiente. Ma riformarlo è tutt’altro che facile. Per farlo, occorre intervenire sull’equilibrio di un Paese dove oltre quattro occupati su dieci dipendono ancora dall’agricoltura e dove ogni tentativo di riforma incontra resistenze e mobilitazioni di piazza.Da oltre 30 anni la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e diversi think tank occidentali raccomandano una maggiore apertura dell’agricoltura indiana. Nel 1991, la Banca Mondiale pubblicò un documento intitolato «Liberalizzazione dell’agricoltura indiana. Un’agenda per le riforme», che proponeva una serie di passi per deregolamentare il settore. Nel 2008 tornò sull’argomento con il report «India: portare l’agricoltura sul mercato», per promuovere «la completa deregolamentazione del sistema commerciale agricolo» e l’apertura agli investimenti privati esteri.Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i «prezzi minimi garantiti potrebbero distorcere le decisioni di produzione degli agricoltori, alimentare l’inflazione e aggravare l’onere fiscale». Il think tank Carnegie Endowment ha poi evidenziato come l’abrogazione delle riforme agrarie rappresenti una sconfitta per l’innovazione e la transizione strutturale del Paese verso il libero mercato. Infine, The Economist ha bollato il sistema dei mercati agricoli e dei prezzi minimi garantiti come un retaggio obsoleto che allontana gli investimenti privati.Sebbene dettate da un’agenda che non mira certo a tutelare i contadini indiani, le critiche intercettano problemi reali. L’agricoltura indiana soffre per la frammentazione delle aziende, l’insufficienza delle infrastrutture, le perdite successive al raccolto, la debolezza della catena del freddo e l’accesso diseguale al credito. Ma tale diagnosi non porta necessariamente alla terapia ideale. Pur con accenti differenti, gli organismi finanziari internazionali e i think tank occidentali convergono verso una medesima impostazione di fondo: aprire l’agricoltura indiana ai mercaVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Le lezioni di Jeffrey Sachs sulla Via della Seta

    di Jeffrey D. SachsIn esclusiva, Krisis presenta l’itinerario di Jeffrey Sachs da Roma a Shenzhen, a bordo di veicoli elettrici. La serie sintetizza in italiano i contenuti di The Marco Polo Drive of Peace, Culture and Sustainable Development, tenute dall’economista della Columbia University direttamente nei luoghi toccati lungo il tragitto. Un modo per leggere il presente attraverso le connessioni che, per secoli, hanno unito popoli, civiltà e territori molto diversi tra loro. Per ascoltare le lezioni direttamente dalla voce di Jeffrey Sachs e approfondire l’intero programma, è possibile anche iscriversi al corso in inglese, ottenendo un attestato finale.Jeffrey Sachs sulle orme di Marco Polo: IntroduzioneBenvenuti al viaggio di Marco Polo per la pace, la cultura e lo sviluppo sostenibile. Nelle prossime settimane attraverseremo la meravigliosa Eurasia, dall’Europa all’Asia. Vedremo moltissime cose e impareremo moltissimo lungo il cammino.Sono davvero felicissimo che vi siate uniti a noi in questo percorso e sono entusiasta di viaggiare insieme a voi attraverso questa immensa massa continentale, nella quale si è svolta una parte così importante della storia umana.In questo momento mi trovo sul ponte Sant’Angelo, uno dei luoghi più iconici di Roma. Alle mie spalle si trova Castel Sant’Angelo, conosciuto anche come Mausoleo di Adriano. Adriano, naturalmente, fu uno degli imperatori dell’Impero romano. Regnò dal 117 al 138 d.C. Questo edificio risale quindi a quasi duemila anni fa ed era il grande mausoleo che fece costruire.Adriano fu un grande imperatore, perché sotto di lui Roma aveva ormai raggiunto la sua massima estensione. In sostanza, disse: «Non dobbiamo più combattere guerre di conquista. Dobbiamo proteggere i nostri confini, consolidare il nostro impero, godere della nostra prosperità e commerciare con la Cina».Questo è molto importante perché, guardando indietro di duemila anni, scopriamo che la globalizzazione esisteva già. Non dobbiamo pensare che sia un fenomeno nuovo. La globalizzazione ci accompagna da quando esistono gli esseri umani: ci siamo sempre spostati su grandi distanze, abbiamo commerciato e ci siamo scambiati idee attraverso territori lontani.Torniamo quindi all’epoca di Adriano. Nel periodo di massima espansione dell’Impero romano esisteva anche il grande impero cinese della dinastia Han. Già allora, duemila anni fa, le donne di Roma amavano le sete provenienti dall’Impero Han.Quelle che nel XIX secolo sarebbero state chiamate Vie della Seta erano dunque già, due millenni fa, rotte commerciali che collegavano Oriente e Occidente.È proprio questo il viaggio che intraprenderemo insieme. Esploreremo la grande Via della Seta, che in realtà era costituita da molteplici strade e reti capaci di collegare Europa e Asia, come hanno fatto per duemila anni.Ripercorreremo in parte anche il viaggio di un grande esploratore, del quale sentirete parlare spesso lungo il cammino: naturalmente Marco Polo. La sua storia, leggendaria ma autentica, racconta il viaggio dall’Italia, dove inizia il nostro percorso, fino alla Cina. Marco Polo compì questo viaggio parecchi secoli fa.Mi diverte molto il fatto che Marco Polo sia nato esattamente settecento anni prima di me. Lui nacque nel 1254, mentre io sono nato nel 1954. Per questo sento una sorta di affinità con Marco Polo e mi considero estremamente fortunato a poter seguire il suo itinerario.Che cosa faremo durante questo viaggio? Esploreremo le relazioni tra Oriente e Occidente e percorreremo le Vie della Seta. Soprattutto, approfondiremo il concetto più importante per la nostra epoca: la pace. Una pace che si estenda in tutta l’Europa e l’Asia e, infine, nel mondo intero.Abbiamo un bisogno enorme di pace perché, quando c’è pace, come è accaduto nei momenti migliori e più decisivi della storia, ci sono progresso, prosperità, commercio e interconnessione tra i popoli. Questo è dunque un viaggio di pace.È anche un viaggio nella cultura, attraverso il quale esploreremo da vicino le culture immensamente diverse e straordinarie dell’Europa e dell’Asia. Lungo il percorso vedremo come queste culture si siano incontrate e mescolate, dal nostro punto di partenza, Roma, fino alla destinazione finale, Shenzhen e Hong Kong, che raggiungeremo tra alcune settimane.Il terzo aspetto del nostro viaggio è lo sviluppo sostenibile. È un concetto che incontreremo continuamente lungo il percorso. Sviluppo sostenibile significa un mondo prospero, socialmente giusto, rispettoso dell’ambiente e in pace.L’obiettivo di questo viaggio è aiutarci a comprendere come possiamo costruire un mondo pacifico, nel quale sia possibile apprezzare la diversità delle culture e raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. È questa la grande avventura che vivremo insieme e il grande percorso di apprendimento nel quale saremo coinvolti.Visiteremo luoghi straordinari e iconici. Qui, mentre mi trovo sul ponte Sant’Angelo, di fronte a Castel Sant’Angelo, sono in uno dei luoghi più notevoli di tutta la storia. Accanto a me scorre il Tevere, il grande fiume che attraversa Roma e sulle cui rive fu fondata la capitale dell’Impero romano più di duemila anni fa. Già all’epoca di Adriano, Roma era una città di circa un milione di abitanti, la più grande città del mondo di quel periodo.Ancora oggi è chiamata la Città eterna perché osserviamo come Roma sia sopravvissuta e si sia trasformata nel corso dei millenni. Possiamo immergerci nella sua storia e nella sua bellezza e comprendere che cosa il passato possa insegnarci sul nostro mondo. Eccoci, dunque, sul Tevere, sul ponte Sant’Angelo, davanti alla tomba di Adriano.Ma perché si chiama Sant’Angelo? Se guardate in cima al castello, potrete vedere l’arcangelo Michele, il santo che, secondo la tradizione, apparve per salvare la città di Roma. È proprio per questa ragione che il Mausoleo di Adriano finì per essere chiamato Castel Sant’Angelo. Ma perché assunse questo nuovo nome? Perché, dunque, non viene chiamato semplicemente Mausoleo di Adriano?Perché alla fine del VI secolo Roma fu colpita da una pandemia. Non si trattava del Covid, naturalmente, ma della peste, che stava devastando la città. Il papa dell’epoca, Gregorio Magno, ebbe una visione: l’arcangelo Michele sarebbe intervenuto per salvare Roma. Nella sua visione, l’arcangelo apparve proprio sulla sommità del mausoleo. La grande scultura che vediamo oggi rappresenta quell’apparizione. Da allora questo luogo è conosciuto con il nome di Castel Sant’Angelo.La sua storia è affascinante per moltissime ragioni, perché nella Città eterna ogni edificio viene continuamente trasformato e destinato a nuovi usi. In origine era un mausoleo. In seguito fu utilizzato come deposito e poi divenne una fortezza. Nel 1527, Roma fu saccheggiata dai soldati del Sacro Romano Impero, che non erano stati pagati e reclamavano gli stipendi arretrati. Si abbandonarono quindi a un terribile saccheggio della città.Il papa dell’epoca, Clemente VII, dovette fuggire dal Vaticano, che visiteremo tra poco, e rifugiarsi nella fortezza per salvarsi la vita. Da quel momento Castel Sant’Angelo divenne anche un luogo di protezione per i papi. Questo edificio ha dunque avuto un ruolo nella storia per quasi duemila anni.Oggi inizieremo il nostro viaggio da Roma e, tra pochi minuti, vorrei raccontarvi qualcosa di Marco Polo e della sua famiglia. Prima, però, voglio descrivervi brevemente il percorso che affronteremo. Viaggeremo in modo sostenibile, utilizzando veicoli elettrici. Partiremo dal Vaticano, dal cuore di Roma e dal centro della Chiesa cattolica romana, un luogo straordinario che visiteremo tra poco.Partiremo da piazza San Pietro e arriveremo fino a Shenzhen e Hong Kong. Sarà un viaggio di migliaia di chilometri lungo le antiche Vie della Seta. Durante il percorso ci incontreremo ogni settimana per esplorare insieme la storia, la cultura e le sfide dello sviluppo sostenibile.La settimana successiva alla partenza da Roma ci ritroveremo a Belgrado. Belgrado rappresentava uno dei terminali occidentali delle Vie della Seta. Le spezie, le sete e gli altri beni preziosi provenienti dall’Asia arrivavano a Belgrado e nelle città vicine, per poi essere acquistati dai mercanti e distribuiti nel resto d’Europa. Anche a Belgrado visiteremo un luogo storico e parleremo approfonditamente delle Vie della Seta e del ruolo che hanno svolto nella storia.Da Belgrado, durante la terza settimana, ci sposteremo a Costantinopoli. Naturalmente, da molti secoli la città è conosciuta come Istanbul e oggi fa parte della Turchia moderna. Per oltre mille anni, tuttavia, fu chiamata Costantinopoli, perché circa 1.700 anni fa un altro imperatore, Costantino, che incontreremo e conosceremo meglio durante il viaggio, fondò lì la sua nuova capitale.Costantinopoli si trovava esattamente al confine tra Europa e Asia, sulle rive dello stretto del Bosforo. È uno dei luoghi più straordinari del mondo: una città che costituisce letteralmente il punto d’incontro tra Europa e Asia. Durante la terza settimana ci immergeremo quindi nella storia di Costantinopoli e ripercorreremo i duemila anni di vicende di questo luogo incredibile.Da Costantinopoli, nella quarta settimana, ci dirigeremo verso Baku, un’altra città antichissima, situata nell’attuale Azerbaigian. A Baku ci troveremo in una delle regioni che furono raggiunte dall’Impero mongolo.L’Impero mongolo avrà un ruolo molto importante nel nostro racconto, perché Marco Polo, insieme al padre e allo zio, viaggiò durante la sua epoca di massimo splendore. I tre viaggiarono per incontrare il Gran Khan, il grande sovrano dei mongoli.Durante la nostra permanenza a Baku, una delle antiche città attraversate dalle rotte dell’Impero mongolo, parleremo approfonditamente del significato del più vasto impero terrestre della storia.Un impero nato nel XIII secolo, i cui grandi protagonisti conosceremo durante il nostro viaggio: in partVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    «La fine dell’egemonia dell’Occidente»

    di Edoardo FermanteNel suo ultimo libro, lo studioso Marino Ruzzenenti delinea il tramonto del primato globale degli Stati Uniti. Un’analisi controcorrente che individua nella crescita delle potenze emergenti e nel tramonto delle ricette liberiste i segnali di una transizione inevitabile, non priva di incognite e tensioni internazionali.IN BREVEErosione democratica Secondo Marino Ruzzenenti, il neoliberismo distrugge la democrazia subordinando la politica alle leggi del mercato e all’accumulazione di profitti.Nuovo multilateralismo I BRICS propongono una cooperazione internazionale basata su diplomazia, dialogo, rispetto reciproco e rilancio dell’ONU.Sottomissione di Bruxelles A parere di Ruzzenenti, l’Europa sconta una nascita basata sul neoliberismo, risultando oggi priva di reale autonomia e subordinata a Washington.Bivio geopolitico L’Unione Europea rischia di subire il crollo occidentale, a meno di non sganciarsi dagli Stati Uniti per aprirsi a nuove alleanze.Resistenza culturale Storicamente esiste un Occidente alternativo e solidale, opposto a quello colonialista, imperialista e capitalista.«L’Europa è totalmente sotto ricatto. Vive una condizione perfino imbarazzante, perché è serva disprezzata dagli Stati Uniti». Non usa mezzi termini, Marino Ruzzenenti. Nato nel 1948, ex professore di italiano e storia, già segretario provinciale del Sindacato scuola Cgil, è stato membro della segreteria della Camera del Lavoro di Brescia. Oggi collabora con la Fondazione Micheletti al progetto Altro Novecento, che ha l’obiettivo di «tenere vivo quel patrimonio culturale del dopoguerra, ma anche rilanciarlo. Quel patrimonio può dire ancora molto, anche per il futuro». Nel suo ultimo saggio, pubblicato da Altraeconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea, Ruzzenenti propone una tesi destinata a far discutere, adottando una chiave di lettura decisamente radicale e critica nei confronti delle democrazie occidentali e delle loro alleanze storiche. Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo punto di vista.Come scrive Gramsci, «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». È davvero la fine dell’Occidente?«Si, i “fenomeni morbosi” ci sono e credo che probabilmente sia la fine dell’Occidente, perlomeno di quell’Occidente dominante che ha imperversato, se vogliamo, per cinque secoli, a partire dalla conquista dell’America. Una conquista che ha significato – dobbiamo sempre ricordarlo – la distruzione dei popoli nativi, il primo grande genocidio, simbolo di quell’Occidente dominante che ha avuto una continuità fino a oggi e che, purtroppo, continua ancora a manifestarsi. Tuttavia, il dominio di questo Occidente non è più incontestato; non è più accompagnato, almeno tendenzialmente, da un’egemonia rispetto al mondo intero. Ciò perché una parte del mondo si è ormai incamminata su un’altra strada».A che cosa si riferisce?«Mi riferisco, fondamentalmente, al cosiddetto Sud globale, ai BRICS, che si stanno scollegando da questo Occidente dominante e stanno costruendo un’altra storia, una storia che in qualche modo prescinde da esso. Ed è chiaro che per la potenza egemone di questo Occidente, gli Stati Uniti, è molto difficile accettare questa “diversità”. Quindi si manifestano quelli che, banalmente, possiamo chiamare “colpi di coda”: le reazioni di chi si sente in difficoltà e reagisce a casaccio, anche con poca razionalità e con violenza, coinvolgendo nazioni che possiedono una quantità di armamenti nucleari capaci di bruciare l’intera umanità. Se guardiamo alle guerre combattute negli ultimi 30 anni, vediamo guerre fondamentalmente inconcludenti. Hanno determinato disastri spaventosi per le popolazioni che le hanno subite, ma non hanno perseguito davvero l’obiettivo. Soprattutto, non hanno rafforzato l’Occidente in crisi. Le guerre costano, e gli Stati Uniti sono super indebitati. Da questo punto di vista, i pericoli e i “fenomeni morbosi” sono molti. Ci sono, però, ovviamente, anche delle opportunità. C’è la possibilità che finalmente ci si liberi da questo Occidente dominante e che si ricostruisca – o si costruisca per la prima volta – un mondo capace di riconoscere le diversità e di rispettarle; un mondo capace di riconoscere le diverse culture, di dialogare, di cooperare pacificamente e di risolvere i conflitti attraverso la diplomazia e la trattativa».I BRICS però non rappresentano un blocco omogeneo. Al loro interno, peraltro, vi sono regimi autoritari che calpestano i diritti civili. Non c’è il rischio di idealizzare questo Sud globale?«Ovviamente i Brics sono un gruppo di Paesi molto eterogenei, con diversi problemi al loro interno, di diritti sociali e politici irrisolti, e con contenziosi anche tra di loro. Ma il loro esperimento è interessante perché cercano di costruire un modello di relazioni internazionali fondato sul rispetto reciproco, sul dialogo tra diversi, sulla cooperazione economica e tecnologica, sul tentativo di superare i conflitti con la diplomazia e soprattutto sul rilancio dell’ONU».C’è almeno qualcosa che riconosce come conquista positiva dell’Occidente?«C’è sempre stato anche un altro Occidente. Nel mio libro cito alcuni esempi ben noti: fin dall’inizio, il frate Bartolomé de Las Casas [domenicano spagnolo, poi vescovo, vissuto tra la fine del Quattrocento e buona parte del Cinquecento, durante la conquista delle Americhe, ndr], si schierò in difesa degli indios. E così, nel corso di tutta la storia occidentale, è esistito un altro Occidente, che non solo si è opposto all’Occidente dominante – fondamentalmente razzista, colonialista, imperialista e capitalista – ma ha anche elaborato un’altra cultura, una cultura contrapposta. L’Occidente dominante era finalizzato, ed è sempre stato finalizzato, a un’economia che aveva come scopo primo l’accumulazione: l’accumulazione senza limiti, l’accumulazione infinita. Contro tutto questo si è sempre mosso l’altro Occidente».Può farci qualche esempio?«L’esempio più clamoroso, quello che ha inciso più profondamente nella storia dell’umanità, è rappresentato dalle elaborazioni di Karl Marx e Friedrich Engels e da tutto ciò che ne è conseguito: i vari marxismi, i vari comunismi, i movimenti di liberazione dei popoli dal colonialismo e i movimenti operai nel centro dell’Occidente. Tutti questi movimenti si sono battuti in nome di nuove idee e di nuovi ideali contro l’Occidente dominante, conseguendo anche risultati importanti. I famosi “30 anni gloriosi” [il periodo 1945-1975, ndr] furono, in qualche modo, il frutto di una situazione di pareggio fra il vecchio Occidente e il nuovo Occidente che cercava di affermarsi. Si tratta del “compromesso keynesiano”, che nacque con gli accordi di Bretton Woods, nei quali si definì un sistema di relazioni internazionali in cui l’economia fosse comunque al servizio degli interessi dei popoli, delle nazioni e dei bisogni delle persone. Questo è il senso del compromesso keynesiano: fu possibile grazie alle lotte dei lavoratori, dei movimenti operai e dei movimenti di liberazione nei Paesi coloniali o ex coloniali. Ma fu possibile anche per gli esiti imprevisti della Seconda guerra mondiale».Che cosa intende per «esiti imprevisti»?«Intendo dire che l’Unione Sovietica, in qualche modo, vinse quella guerra e contribuì a determinare una situazione di equilibrio nei rapporti di potere. Proprio questo equilibrio dialettico tra due culture sociali contrapposte rese possibile quella fase che alcuni storici considerano una delle più interessanti della storia contemporanea, per i grandi cambiamenti che si determinarono sul piano sociale, nella convivenza fra i popoli, nei rapporti fra le classi sociali, nei diritti civili, nei diritti sociali e nell’emancipazione delle donne. Furono cambiamenti straordinari, che io ebbi la fortuna di vivere».Nel suo libro, il neoconservatorismo e il neoliberismo vengono presentati come le ideologie vincenti del momento unipolare americano. Può spiegarci meglio?«La vittoria schiacciante di queste ideologie viene ottenuta negli anni Novanta, con il crollo – inglorioso, diciamolo pure – dell’Unione Sovietica. In realtà, però, la controffensiva era partita molto prima: sia quella neoliberale, sia quella neoconservatrice. La conseguenza più grave, al di là del fatto che dal 1999 in poi non abbiamo fatto altro che vivere guerre su guerre – conflitti inutili, al di fuori di qualsiasi mandato dell’ONU, decisi sostanzialmente in modo unilaterale dagli Stati Uniti e dalla NATO, con molto spesso, purtroppo, l’Europa e anche il nostro Paese al seguito – è stata la distruzione delle basi della democrazia».Lei sostiene che il neoliberismo abbia distrutto la democrazia. Perché?«È stata distrutta la democrazia perché il neoliberismo, nel momento in cui pone al primo posto, come valore assoluto, il libero mercato – quindi la libertà di accumulare profitti e ricchezze, a partire dalle multinazionali e poi, a cascata, dagli imprenditori privati – pone al primo posto l’economia. E, nel momento in cui si pone al primo posto l’economia, è chiaro che viene distrutta la politica. Viene distrutta, cioè, la possibilità della politica di intervenire sulle questioni che interessano davvero le persone. Perché è il mercato che comanda. Quindi bisogna adeguarsi a quello che chiede il mercato; bisogna vedere come va la Borsa, bisogna vedere come va il rating delle agenzie che stabiliscono se un Paese è in salute oppure no. Vale tutto questo, e la democrazia viene ammazzata. Un importante economista statunitense, Dani Rodrik, ha scritto di una possibile altra globalizzazione nel libro La globalizzazione intelligente, Laterza 2011. In realtà, quest’altra globalizzazione non c’è stata e non è stata possibile, perché ha prevalso, in termini assoluti, la legge del mercato. Il mercato dVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Lavitola in Camerun: la cronaca come specchio del carbo-colonialismo

    di Paola OttinoLa finanza climatica si sta trasformando in una nuova geopolitica del controllo territoriale. I programmi di riforestazione e compensazione nel Sud del mondo, guidati per lo più da imprese del Nord globale, generano nuove forme di dipendenza, riducendo gli spazi di autodeterminazione delle comunità locali. Una dinamica che rivela la crescente tendenza del capitalismo a mercificare anche le funzioni vitali del pianeta.IN BREVEMangrovie in Camerun L’inchiesta sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci ha svelato un business avviato in Camerun su migliaia di ettari di mangrovie dall’imprenditore Valter Lavitola.Caso emblematico La vicenda aiuta a capire la posta in gioco del carbo-colonialismo. Mostra cioè come il mercato dei crediti di carbonio sia diventato un terreno fertile per nuove forme di speculazione finanziaria.Rischio green grabbing I progetti di riforestazione e tutela rischiano di sottrarre terre e diritti fondamentali alle comunità locali e indigene.Ruolo del mercato Vendere crediti di carbonio genera frammentazione giuridica e ridefinisce la sovranità, separando il diritto alla terra da quello del clima.Vuoto legislativo Non esiste un quadro normativo internazionale per governare in modo organico la domanda di terra generata dagli impegni climatici globali.Natura come merce La finanza climatica trasforma la capacità di autorigenerazione della biosfera in una nuova frontiera di accumulazione.Nel primo articolo di questo dossier abbiamo analizzato come la crescente domanda globale di crediti di carbonio stia trasformando gli ecosistemi tropicali in nuove frontiere della finanza climatica. La vicenda emersa in Camerun consente ora di osservare cosa accade quando tale trasformazione coinvolge territori caratterizzati da fragilità istituzionale, asimmetrie economiche e conflitti sulla gestione delle risorse.La cronaca giudiziaria offre un caso concreto che aiuta a capire la posta in gioco del carbo-colonialismo. Nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, sta emergendo un business avviato dall’imprenditore Valter Lavitola in Camerun.Al centro c’è l’acquisizione di concessioni su migliaia di ettari di foreste di mangrovie, piante che crescono in ambiente costiero e paludoso e che, proprio per questo, immagazzinano nel suolo quantità di carbonio molto superiori a quelle delle foreste dell’entroterra. Ne derivano crediti di carbonio di elevato valore, potenzialmente cedibili a imprese europee in cerca di compensazioni per le proprie emissioni.Le trattative, condotte tramite un intermediario locale che avrebbe incontrato capi tribali e funzionari di governo per ottenere le concessioni, offrono un esempio concreto del fenomeno che viene definito carbo-colonialismo. Si tratta di processi nei quali attori esterni, attraverso strumenti finanziari legati al clima, acquisiscono un controllo di fatto su territori e risorse di Paesi del Sud globale, spesso in un contesto di scarsa trasparenza e di istituzioni locali fragili.Indipendentemente dagli sviluppi giudiziari della vicenda, l’episodio è significativo. Mostra con chiarezza come il mercato dei crediti di carbonio si sia trasformato in terreno fertile per nuove forme di intermediazione economica e di proiezione di interessi privati sui territori africani. E conferma l’attualità delle dinamiche che non riguardano solo il Camerun ma si stanno diffondendo su scala globale.Ipocrisia del green grabbingIl caso Lavitola non è che la punta emersa di un fenomeno più ampio, il carbo-colonialismo. Pur essendo giustificate da obiettivi climatici e ambientali, queste nuove forme di controllo territoriale possono produrre rapporti di dipendenza e di appropriazione tipici delle dinamiche coloniali. In altre parole, il fenomeno emergente descrive il rischio che strumenti nati per contrastare la crisi climatica riproducano asimmetrie economiche e politiche tra Nord e Sud del mondo.Uno degli aspetti più evidenti del carbo-colonialismo è rappresentato dal fenomeno del green grabbing, ossia l’acquisizione o il controllo di terre e risorse naturali giustificato da finalità ambientali.Progetti di conservazione, riforestazione e compensazione climatica possono trasformarsi in strumenti attraverso cui nuovi attori acquisiscono influenza su territori spesso abitati da comunità rurali e popolazioni indigene. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico rischia di assumere, in alcuni contesti, le caratteristiche di una nuova forma di esclusione sociale e di appropriazione territoriale.L’espansione dei mercati volontari del carbonio e dei programmi di compensazione produce nuovi rapporti di potere tra Stati, imprese e comunità locali. In alcuni casi il carbonio diventa un diritto separato dalla terra stessa, dando luogo a una frammentazione giuridica che richiama le storiche concessioni minerarie o petrolifere, ma applicata questa volta agli ecosistemi e alle loro funzioni climatiche.La Colombia e la Repubblica Democratica del Congo sono oggi considerate tra i Paesi con il più elevato potenziale per lo sviluppo di azioni climatiche basate sulla natura. Tuttavia, le istituzioni statali nelle aree rurali di entrambi i Paesi risultano spesso insufficientemente attrezzate per governare la crescente domanda di terra generata dai progetti climatici. Più in generale, i Paesi del bacino del Congo e dell’Amazzonia, che ospitano alcune delle più estese foreste pluviali del pianeta, stanno sperimentando crescenti tensioni tra conservazione climatica e diritti territoriali.Diversi studi sui programmi REDD+ e sui mercati volontari del carbonio[1] hanno documentato casi di limitazione dei diritti territoriali delle comunità locali e dei popoli indigeni, ostacolando l’accesso alle foreste, che costituiscono una fonte essenziale di sostentamento, di medicina tradizionale e di pratiche culturali. In diversi contesti sono stati inoltre registrati casi ricorrenti di espulsioni forzate e di violenze nei confronti dei difensori dei diritti fondiari.Attualmente non esiste ancora un quadro normativo internazionale capace di governare in modo organico la straordinaria domanda di terra generata dagli impegni climatici globali. Come evidenziato da una vasta letteratura empirica sui sistemi forestali tropicali[2], la sicurezza dei diritti fondiari costituisce un potente incentivo alla gestione sostenibile della terra e delle foreste; in assenza di tali garanzie, vengono meno sia gli incentivi alla conservazione sia le stesse prospettive di successo delle azioni climatiche basate sulla natura.Nuova frontieraIl carbo-colonialismo può essere interpretato come una specifica configurazione del capitalismo contemporaneo, nella quale la crisi climatica apre nuove possibilità di accumulazione e di controllo delle capacità ecologiche del pianeta.La prospettiva sviluppata da Nancy Fraser[3] consente di interpretare il carbo-colonialismo come una specifica configurazione del capitalismo contemporaneo. Secondo Fraser, il capitalismo dipende strutturalmente dall’appropriazione continua di condizioni di esistenza che esso stesso non produce (lavoro riproduttivo, beni pubblici, capacità ecologiche) trattandole come risorse esterne e gratuite.La crescente mercificazione dei carbon sink può essere letta come una nuova fase di questa dinamica, nella quale il capitalismo climatico tenta di trasformare in merce le stesse condizioni biofisiche necessarie alla stabilità climatica globale. In questo contesto, alcuni studiosi hanno iniziato a parlare di colonialismo del carbonio[4], evidenziando come i Paesi del Sud globale, responsabili in misura minore delle emissioni storiche, siano sempre più chiamati a fornire i servizi ecosistemici necessari a compensare le emissioni delle economie avanzate.I crediti di carbonio stanno così creando nuove forme di controllo territoriale. Quando un’azienda acquisisce diritti sui crediti generati da una foresta per periodi che possono superare i 30 anni, ottiene una forma di controllo funzionale sul territorio anche senza possederlo formalmente.Si profila pertanto una situazione in cui diversi soggetti possono detenere diritti differenti sul medesimo spazio: uno sulla superficie, uno sulle risorse naturali, un altro ancora sul carbonio immagazzinato nella vegetazione. Si tratta di una trasformazione che potrebbe ridefinire il significato stesso della sovranità territoriale.La teoria dell’ecologia-mondo elaborata da Jason W. Moore[5] e il suo concetto di Capitalocene offrono un’ulteriore chiave interpretativa. Secondo Moore, il capitalismo si è storicamente sviluppato attraverso la ricerca di «nature a buon mercato»: terre fertili, energia abbondante, lavoro sottopagato e risorse facilmente appropriabili. La progressiva crisi delle tradizionali frontiere di appropriazione spinge oggi il capitale a ricercare nuove fonti di valorizzazione nelle capacità metaboliche della biosfera stessa.Il carbo-colonialiVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Jeffrey Sachs: cartolina dalla Transoxiana

    di Jeffrey D. Sachs e Sonia SachsDa Roma a Hong Kong, l’economista statunitense e la moglie stanno ripercorrendo a bordo di auto elettriche le antiche rotte commerciali eurasiatiche con una spedizione internazionale. Il Viaggio di Marco Polo per la pace, la cultura e lo sviluppo sostenibile attraversa centri millenari per promuovere la cooperazione globale e la diplomazia multipolare. Un itinerario per riscoprire il valore del dialogo alla pari e della contaminazione culturale, in aperto contrasto con le derive egemoniche occidentali.Khiva, Uzbekistan | 7 luglio 2026La Transoxiana, il nome con cui gli antichi greci indicavano l’odierno Uzbekistan, è stata teatro di molte delle grandi svolte della storia. Il termine designa le terre al di là dell’Oxus, il fiume che oggi chiamiamo Amu Darya e che per millenni ha dato vita alle oasi di questa regione desertica, facendone uno dei nodi centrali della Via della seta. Fu in Transoxiana che Alessandro Magno combatté alcune delle sue campagne più difficili contro i sogdiani, un popolo iranico orientale.Le battaglie terminarono quando Alessandro sposò la principessa sogdiana Rossane — «Piccola stella» nell’antica lingua iranica — riuscendo così ad attirare i sogdiani dalla propria parte. Anche il nostro autista locale, un uomo allegro e cordiale, si chiama Iskander, Alessandro. È un nome portato con orgoglio da 23 secoli nella terra che i macedoni conquistarono e cercarono poi di legare a sé.I sogdiani erano qui molto prima di Alessandro, prima di Roma e più di due millenni prima dell’ordine mondiale dominato dall’Occidente negli ultimi secoli. I fratelli Polo attraversarono queste terre circa 750 anni fa. Ed è in questa regione antica e incantevole che oggi è entrata la nostra piccola carovana di automobili elettriche.Siamo arrivati in quello che, per il mondo antico e medievale, era il centro del mondo. È il punto di giunzione tra la Cina e la Persia, l’India e le steppe: il luogo in cui la seta, la carta, le religioni e perfino i numeri con cui contiamo passarono di mano in mano. Oggi la regione sta tornando a essere una destinazione del XXI secolo per il turismo, il commercio e la cultura, lungo il nuovo «Corridoio centrale» che collega nuovamente l’Europa alla Cina.Gli Stati Uniti hanno celebrato il loro duecentocinquantesimo anniversario mentre noi percorrevamo questa strada. Duecentocinquant’anni sono appena un battito di ciglia in Transoxiana. Provo una profonda tristezza pensando al modo in cui il giovanissimo impero statunitense si sta comportando: si scaglia contro civiltà antichissime, prima fra tutte quella iraniana, un popolo la cui tradizione politica, poetica e scientifica risale a un’epoca dieci volte più antica della breve storia nazionale americana. Come sappiamo, la guerra capricciosa condotta quest’anno dagli Stati Uniti contro l’Iran non è andata bene.Nelle antiche mura e nelle madrase di Khiva c’è una saggezza che Washington farebbe bene a riscoprire: le grandi nazioni, soprattutto quelle di antica civiltà, non possono essere costrette alla sottomissione con la forza, ma devono essere incontrate nel commercio e trattate da pari. La pace, primo obiettivo del nostro viaggio sulle orme di Marco Polo, comincia dall’umiltà davanti alla dignità degli altri popoli.La città interna fortificata di Khiva, l’Itchan Kala, è un centro medievale magnificamente conservato. Al tramonto, i suoi bastioni in mattoni crudi si tingono d’ambra; all’interno si innalzano minareti e madrase, insieme alla massiccia torre turchese incompiuta del Kalta Minor. Ne sono incantato.Eppure, questa città murata non è soltanto un museo. Circa 2.000 persone vivono ancora all’interno delle antiche fortificazioni e mandano i propri figli a scuola lungo vicoli levigati da mille anni di passaggio di mercanti e artigiani.Qui si sono sovrapposti strati su strati di civiltà: khorezmiana, persiana, turca, mongola, timuride, uzbeka e russa. E tutto questo continua ancora oggi a essere una parte viva e operosa della città. È qualcosa di straordinario: un luogo che porta con sé l’intero peso del proprio passato senza smettere di essere una casa.Questa regione, Transoxiana per gli antichi Greci e Uzbekistan per noi, rimane un crocevia di grandi civiltà, che si sono intrecciate tra loro invece di sostituirsi semplicemente l’una all’altra.Il mondo persiano ha dato a queste terre la propria poesia e il proprio genio amministrativo. Il mondo greco vi ha lasciato i suoi Iskander e città come l’odierna Khujand, in Tagikistan, un tempo chiamata Alexandria Eschate, Alessandria Ultima. I popoli turchi hanno dato alla regione la lingua uzbeka e una parte della popolazione che oggi anima queste strade.Anche il Cristianesimo fu presente, soprattutto attraverso le Chiese nestoriane che un tempo costellavano la Via della seta fino alla Cina. A Bukhara, dove ci recheremo oggi, sopravvivono le vestigia di un’antica comunità ebraica: gli ebrei di Bukhara, che per millenni hanno pregato, commerciato e cantato in queste terre. Tutti questi fili di civiltà sono ancora visibili nella trama di questa regione straordinaria.Dopo Bukhara, città di pellegrini, studiosi e santi, raggiungeremo Samarcanda, il gioiello al centro della Transoxiana. Samarcanda fu la capitale del vasto impero di Timur, conosciuto in Europa come Tamerlano: un conquistatore brutale come pochi nella storia, ma anche il fondatore di una dinastia che fece di questa città un faro dell’arte e del sapere.È soprattutto suo nipote che desidero onorare a Samarcanda. Ulugh Beg, principe, sultano e, soprattutto, astronomo, costruì sulle alture della città uno dei più grandi osservatori del mondo premoderno, dotato di un sestante talmente enorme che il suo arco venne scavato in profondità nella roccia.Per 17 anni, Ulugh Beg e la sua équipe di matematici misurarono il cielo con una precisione che l’Europa dell’epoca non era in grado di eguagliare.Il loro grande catalogo stellare, lo Zīj-i Sultānī del 1437, determinò nuovamente la posizione di oltre mille stelle. Fu il primo catalogo fondato su nuove osservazioni dai tempi di Tolomeo, 13 secoli prima, e non venne superato in precisione fino a Tycho Brahe, un secolo e mezzo più tardi. Le misurazioni di Ulugh Beg della durata dell’anno e dell’inclinazione dell’asse terrestre erano più precise perfino dei valori che avrebbe utilizzato Copernico.E quel sapere viaggiò. Le sue tavole raggiunsero l’Europa, furono pubblicate a Oxford da Thomas Hyde nel 1665 e vennero studiate da astronomi come Johannes Hevelius, alimentando quel lungo flusso di osservazioni dal quale sarebbero nate la rivoluzione copernicana e l’astronomia moderna.Il fatto che un principe timuride, su una collina lungo la Via della seta, abbia contribuito a illuminare la strada che avrebbe condotto a Giovanni Keplero e a Isaac Newton rappresenta esattamente il tipo di connessione che il nostro viaggio sulle orme di Marco Polo vuole celebrare: la lunga, paziente e sconfinata collaborazione delle menti umane al di là di ogni frontiera nazionale, religiosa e linguistica.Dal cuore della Via della seta, con la polvere di Khiva ancora sui nostri sandali e le cupole azzurre di Samarcanda davanti a noi, vi mandiamo i nostri più calorosi saluti e il nostro desiderio più profondo di pace tra le nazioni antiche e quelle più giovani.Testo tratto da: https://www.jeffsachs.org/newspaper-articles/cr9sf4j5getaaztxne5f58ttn95zaa(traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Jeffrey D. Sachs Economista di fama mondiale, è un leader nell’ambito dello sviluppo sostenibile. Direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University, presiede anche il Sustainable Development Solutions Network dell’ONU. È autore di numerosi libri, tra cui i bestseller The End of Poverty e The Price of Civilization. Ha collaborato con diversi Segretari generali dell’ONU e ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali.Sonia Sachs Pediatra, endocrinologa ed esperta di salute pubblica, ha studiato alla Harvard University e alla University of Maryland Medical School. Ha esercitato la professione medica per oltre 20 anni, trascorrendone 14 presso gli Harvard University Health Services. Entrata all’Earth Institute della Columbia University nel 2004, dal 2005 guida le iniziative del Center for Sustainable Development dedicate alla progettazione e all’implementazione di sistemi sanitari primari a basso costo nelle aree rurali dell’Africa subsahariana e dell’India. Per il suo impegno nella tutela della salute riproduttiva e per aver reso la maternità più sicura nelle comunità svantaggiate, è stata inclusa dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione nell’elenco internazionale delle icone e delle attiviste che hanno promosso il cambiamento globale negli ultimi 50 anni.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Perché ho ancora speranza per l’umanità

    di Caitlin JohnstoneCon il suo stile sferzante e la sua abile penna, la scrittrice australiana elenca i motivi per cui guarda con ottimismo al futuro. Tra crisi dell’ordine dominante, crescente sfiducia nella propaganda e risveglio delle coscienze, Johnstone rivendica la speranza come una scelta esistenziale.Ho ancora speranza perché la gente non si beve più la propaganda come una volta.Ho ancora speranza perché la fiducia nei media dell’Impero è ai minimi storici, mentre la nostra capacità di attaccare e screditare la narrazione ufficiale è ai massimi storici.Ho ancora speranza perché sempre più persone si stanno rendendo conto che il capitalismo, semplicemente, non funziona.Ho ancora speranza perché gli imperi non durano per sempre.Ho ancora speranza perché l’Iran ha appena preso a calci in culo gli Stati Uniti e Israele.Ho ancora speranza perché la Cina sta dimostrando al mondo che una nazione può usare la propria ricchezza e le proprie risorse per migliorare la qualità della vita umana, sfruttare l’energia rinnovabile ed espandere l’innovazione scientifica, invece di usarle per fare guerre e trasformare i miliardari in trilionari.Ho ancora speranza perché la Gen Z ha dimostrato oltre ogni ombra di dubbio di essere moralmente superiore a qualsiasi generazione precedente, grazie alla sua opposizione ferma e senza compromessi al genocidio a Gaza.Ho ancora speranza perché anche se Israele continua ad aumentare il budget per la propaganda e i sionisti continuano a estendere la loro influenza sui notiziari e sui social media, il tasso di approvazione globale di Israele continua comunque a precipitare.Ho ancora speranza perché in questa vita ho visto troppe cose miracolose e inspiegabili per credere che un cambiamento rivoluzionario sia impossibile.Ho ancora speranza perché so per esperienza personale che gli esseri umani hanno dentro di sé un immenso potenziale inespresso che aspetta solo di essere sbloccato.Ho ancora speranza perché ho visto tantissimi storici maestri di illuminazione spirituale raccontare che sempre più persone si rivolgono a loro dopo aver vissuto risvegli radicali spontanei, senza alcuna precedente ricerca spirituale.Ho ancora speranza perché vedo sempre più discussioni online su uno strano fenomeno che sto sperimentando io stessa, in cui le persone scaricano dal proprio corpo un profondo condizionamento psicologico e blocchi energetici attraverso erutti e conati di vomito.Ho ancora speranza perché un’infinità dei nostri problemi è causata dal fatto che facciamo troppe cose stupide per ragioni stupide che ci siamo messi in testa di sana pianta, quindi basta semplicemente smettere di farle.Ho ancora speranza perché vadano a farsi fottere (nell’originale «because f**k ’em, that’s why», un classico meme della cultura di Internet, adottato dalla Generazione Z, ndt). Ecco perché.Ho ancora speranza perché i propagandisti più insopportabili ci ripetono sempre che un cambiamento rivoluzionario è irrealistico, che la catastrofe ambientale è solo una realtà a cui dobbiamo abituarci, che l’IA è inevitabile, che il socialismo è un’ingenua utopia, che il capitalismo è l’unico sistema che potrà mai funzionare e che un mondo migliore non è possibile.Ho ancora speranza perché i bastardi che stanno distruggendo il nostro mondo non vogliono che io abbia ancora speranza.Ho ancora speranza perché mi rifiuto di dare loro la soddisfazione di piegare la mia volontà alla disperazione.Ho ancora speranza perché risolvere i nostri problemi spetta solo a noi, e possiamo risolvere sia i nostri problemi interiori sia quelli esteriori allo stesso modo: facendo i conti con noi stessi su ciò che è realtà e su ciò che è paura.Ho ancora speranza perché viviamo in tempi totalmente senza precedenti, e in tempi senza precedenti la disperazione è una posizione irrazionale – perché nessuno sa cosa succederà.Ho ancora speranza perché, da dove mi trovo, sembra davvero l’unico modo sensato di stare al mondo.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Caitlin Johnstone Giornalista indipendente australiana, è nota per i suoi articoli fortemente critici nei confronti delle politiche imperialiste occidentali, in particolare degli Usa e dei suoi alleati, come l’Australia. Scrive principalmente di geopolitica, propaganda mediatica, libertà di informazione e guerra. È autrice del libro di poesie Woke: A Field Guide For Utopia Preppers, che mescola satira politica, riflessione filosofica e visione utopica.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    BRICS: quando il cibo diventa un’arma geopolitica

    di Think BricsGrano, fertilizzanti, riserve strategiche e corridoi commerciali sono ormai parte della competizione tra Stati. La Cina punta su stoccaggi e approvvigionamenti controllati, la Russia sulla centralità delle esportazioni agricole, mentre India e Brasile difendono stabilità interna e proiezione regionale. Ne emerge una nuova geografia della sicurezza alimentare, dove i mercati globali sono costretti ad adattarsi alle strategie delle economie emergenti.IN BREVENuovo interregno La fine del low cost spezza le catene logistiche occidentali. I mercati si piegano al peso materiale e alle traiettorie di sviluppo dei BRICS.Prezzi paralleli Senza un blocco unico, per sfidare l’Occidente basta l’indispensabilità strategica di riserve e valute locali.Sovranità alimentare Il cibo è la nuova arma geopolitica silenziosa. Il settore primario viene sottratto al libero mercato per garantire l’autonomia nazionale.Asse Mosca-Pechino Mentre la Russia punta sull’export di grano e fertilizzanti, la Cina si blinda con stoccaggi strategici. Insieme ridefiniscono le regole della distribuzione globale.Strategie di sopravvivenza In un mondo diviso da faglie, Brasile e India usano la produzione agricola anche come leva di stabilità e peso regionale.Nella prima parte di questa intervista, realizzata in collaborazione con Andrea Pincin, il professor Fabiano Escher, Docente nel Dipartimento di Sviluppo, agricoltura e società dell’Università federale rurale di Rio De Janeiro, ha ricostruito la fine dell’era del cibo a basso costo. Quello che per decenni era sembrato un dato naturale della globalizzazione – energia conveniente, trasporti fluidi, fertilizzanti accessibili, rotte aperte e mercati capaci di nutrire il mondo – si è rivelato un equilibrio fragile, esposto agli choc finanziari, alle guerre, alle sanzioni e alla crisi delle catene logistiche. In questa seconda parte, il discorso si sposta un passo più avanti. Se il vecchio ordine alimentare non garantisce più stabilità, chi può riscriverne le regole?I BRICS controllano all’incirca il 45-50% della produzione globale di cereali e il 42% delle terre coltivabili del mondo, ma non hanno una politica agricola comune. Una debolezza o un vantaggio per rimodellare il sistema?«Vi sono differenze strutturali tra i vari Paesi. Ma il concetto di fondo che lei ha espresso è corretto. I BRICS rappresentano una quota enorme della popolazione mondiale, della terra, dell’acqua dolce, della produzione alimentare, dei fertilizzanti, del commercio di cereali e della domanda dei consumatori. (…) La vera domanda è se questo peso materiale possa tradursi in un potere istituzionale per questi Paesi. La mia risposta è sì, ma in modo eterogeneo e non attraverso una politica agricola comune. I BRICS non sono l’Unione Europea: non hanno un budget agricolo comune, un regime di sovvenzioni, norme sanitarie, riserve alimentari o persino un’autorità sovranazionale in grado di disciplinare le politiche nazionali. Date queste differenze, non mi aspetto niente di simile a una politica agricola comune nei BRICS come avviene in Europa. La Cina, per esempio, è un enorme importatore con una strategia per la sicurezza alimentare incentrata sullo Stato. La Russia, a sua volta, è un grande esportatore di grano e fertilizzanti. Il Brasile è una potenza dell’agrobusiness, specialmente in settori come soia, mais, carne, zucchero e caffè. L’India è un produttore gigantesco, ma è anche un Paese in cui i prezzi dei generi alimentari, gli acquisti pubblici, le sovvenzioni e le dinamiche politiche degli agricoltori sono temi esplosivi. Il Sudafrica, a sua volta, gioca un ruolo più limitato ma importante nei mercati alimentari regionali in Africa. Questi interessi sono diversi e non convergono automaticamente: ci sono gli esportatori e gli importatori che non vogliono la stessa cosa, così come le grandi aziende di agrobusiness e i piccoli agricoltori. Ci sono i Paesi preoccupati per l’inflazione alimentare e quelli preoccupati per le entrate derivanti dalle esportazioni. Tutti hanno priorità diverse e la mancanza di coordinamento è un fatto reale. Limita la capacità dei BRICS di agire come blocco agricolo unificato, di stabilizzare i prezzi dei cereali, di gestire le riserve o di sostituire le istituzioni dominate dall’Occidente per quanto riguarda la governance alimentare. Ma questa è solo metà della storia. E qui entra in gioco l’elemento chiave, l’argomentazione principale del mio libro: i BRICS non stanno trasformando il regime alimentare globale agendo come un blocco unico. Lo stanno trasformando attraverso le loro diverse traiettorie di sviluppo. Il loro potere deriva dal fatto che ciascuno di loro occupa una posizione strategica nel sistema agroalimentare globale. La Cina, ad esempio, trasforma i mercati attraverso la domanda, le riserve, le aziende statali, il finanziamento delle infrastrutture e le strategie di approvvigionamento. La Russia opera attraverso il grano, i fertilizzanti, i corridoi marittimi ed eurasiatici e la diplomazia legata alla sicurezza alimentare. Il Brasile lo fa attraverso la soia, la carne, le frontiere terrestri, la logistica, le competitive esportazioni dell’agrobusiness e anche con la protezione della sua agricoltura familiare. L’India interviene con il riso, le scorte pubbliche, la distribuzione interna e il peso politico degli agricoltori che hanno protestato negli ultimi anni, nonché grazie al suo vastissimo mercato di consumatori. Quindi, pur senza avere una politica agricola comune, i BRICS rimodellano il sistema agroalimentare perché i mercati globali devono adattarsi alle loro decisioni nazionali. Nel mio libro sostengo che i BRICS non sono semplicemente oggetti all’interno dei regimi alimentari: sono organizzatori del cambiamento dall’interno, ma organizzano questo cambiamento in modo disomogeneo. Il contesto più ampio in cui si stanno organizzando è ciò che Antonio Gramsci chiamava «interregno», il momento in cui il vecchio ordine sta morendo ma il nuovo non riesce ancora nascere. È un momento in cui l’egemonia occidentale è indebolita, ma deve ancora essere sostituita da un nuovo ordine stabile che non è ancora arrivato. In questo contesto, i BRICS non aboliscono il vecchio sistema, ma lo pluralizzano, lo rendono più policentrico. Lasciatemi spendere due parole sulla borsa cerealicola dei BRICS, che è un buon esempio. Non si tratta di una politica agricola comune e nemmeno di un’alternativa pienamente funzionante alle borse di Chicago o Londra. Ma dal punto di vista politico è significativa, perché dimostra un tentativo di passare dal mero peso materiale al potere istituzionale. Se i BRICS sono grandi produttori, consumatori, importatori ed esportatori di cereali e fertilizzanti, perché la determinazione dei prezzi, i pagamenti, le assicurazioni, la gestione del rischio, i parametri di riferimento per le materie prime e gli standard di qualità dovrebbero rimanere così dipendenti da istituzioni dominate dall’Occidente? Ovviamente ci sono degli ostacoli: liquidità, fiducia, standard di qualità, valute nazionali, tassi di cambio, infrastrutture, concorrenza con altre borse e perfino gli interessi divergenti tra importatori ed esportatori all’interno dei BRICS. Non vorrei esagerare l’importanza della borsa dei BRICS, perché negli anni a venire potrebbe rimanere limitata. Ma, anche solo come progetto, rivela una visione, una direzione. I BRICS non stanno costruendo uno status agricolo unico, non sono un blocco, ma stanno costruendo istituzioni parallele, parziali e flessibili per espandersi, guadagnando così spazio. Il loro potere risiede meno nell’unità che nell’indispensabilità strategica, per così dire. Non possiamo pensare al commercio agricolo mondiale senza considerare il ruolo dei BRICS. Quindi sì, c’è una lacuna nel coordinamento, non c’è una politica comune unificata, ma questo non neutralizza la loro influenza. I BRICS, nonostante questo divario di coordinamento, possono rimodellare il sistema alimentare globale perché il regime alimentare stesso sta diventando più frammentato, geopolitico e policentrico. Pertanto, i BRICS rappresentano la condizione per gestire questa situazione nella critica congiuntura in cui viviamo oggi».Ma i BRICS possiedono una dottrina condivisa sulla sovranità alimentare, oppure ogni Paese sta semplicemente facendo il proprio gioco?«Non direi che i BRICS abbiano una dottrina sulla sovranità alimentare condivisa in senso generale. Ogni Paese fa il proprio gioco. Ma questi giochi non sono disconnessi gli uni dagli altri: c’è una direzione comune, ovvero l’idea che la sicurezza alimentare sia sempre più intesa come parte della sovranità nazionale, dell’autonomia geopolitica e del potere dello Stato. E in questo contesto, per chiarire cosa intendiamo per dottrina della sicurezza alimentare o della sovranità alimentare, è utile distinguere tra due significati del concetto di sovranità alimentare. È un tema controverso. Da un lato, si ha l’accezione del movimento sociale, dove sovranità alimentare significa un controllo democratico sulle terre, sulla produzione, sui mercati, sulle diete e sulla riproduzione ecologica per le persone, non per lo Stato. In questo senso, i BRICS non hanno un progetto di sovranità alimentare condiviso. Tuttavia, in un senso geopolitico – che è il senso predominante, per esempio, nella politica agricola russa – la sovranità alimentare significa capacità statale di garantire gli approvvigionamenti interni, ridurre la vulnerabilità di fronte a potenze ostili, controllare le materie prime strategiche e utilizzare il cibo, i fertilizzanti, la logistica e l’accesso ai mercati come strumento di potere. In questo senso, la Cina e la Russia sono decisive. La Russia ha utilizzato questa caratteristica per accrescere il suo peso geopolitico. Dimitri Medvedev, prima del conflitto russo-ucraino, ha dichiarVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Carbo-colonialismo: la corsa ai crediti di carbonio

    di Paola OttinoLa transizione ecologica apre una nuova competizione globale. In gioco non c’è più solo l’accaparramento delle materie prime, ma anche il controllo degli ecosistemi capaci di assorbire CO₂. Attraverso i mercati dei crediti climatici, i territori del Sud globale diventano asset finanziari, ridefinendo i rapporti di forza tra multinazionali, Stati e comunità locali.IN BREVECaso kenyota. Il 18 giugno 2026 l’ente di certificazione Verra ha ripristinato un progetto di crediti di carbonio in Kenya, riaprendo il dibattito sul carbo-colonialismo.Nuova finanza I crediti di carbonio monetizzano la capacità di stoccaggio della CO₂ di foreste e torbiere, trasformando le funzioni ecosistemiche in asset finanziari.Meccanismo asimmetrico Il carbo-colonialismo permette a imprese occidentali di controllare i diritti climatici del Sud globale, scaricandovi i costi della transizione verde.Scissione fondiaria La finanza climatica separa la proprietà materiale della terra dal diritto economico di gestire e commercializzare il servizio di assorbimento della CO₂.Secolo verde La conservazione dei serbatoi naturali inaugura una nuova fase. Il XXI secolo potrebbe essere il secolo della geopolitica del carbonio.Il 18 giugno 2026, Verra, il principale ente di certificazione dei mercati volontari del carbonio, ha deciso di ripristinare il Northern Kenya Rangelands Carbon Project [1], uno dei più grandi progetti mondiali di crediti di carbonio del suolo. Nel 2025, il piano era stato sospeso a seguito delle contestazioni relative ai diritti delle comunità pastorali locali.Il ripristino del progetto ha riacceso lo scontro fra Verra, che dal 2009 ha emesso oltre un miliardo di crediti, e Survival International, che ha denunciato la vicenda come un caso emblematico di «carbon colonialism». L’ong londinese sostiene che il sistema dei crediti di carbonio continua a consentire l’appropriazione delle capacità ecologiche dei territori indigeni senza un adeguato consenso delle popolazioni interessate.Il caso rappresenta un esempio particolarmente significativo delle tensioni che attraversano la nuova economia globale del carbonio e consente di comprendere le dinamiche del carbo-colonialismo. In effetti, la transizione ecologica sta producendo una trasformazione profonda dei rapporti tra economia, natura e potere.Per oltre 30 anni il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato soprattutto sulla riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione dei sistemi produttivi. Ma negli ultimi anni è emersa una nuova frontiera della governance climatica globale: la competizione per il controllo dei carbon sink, i pozzi di carbonio naturali. Vale a dire quegli ecosistemi – foreste tropicali, torbiere, mangrovie, praterie marine e suoli agricoli – capaci di assorbire e immagazzinare anidride carbonica dall’atmosfera [2]. I progetti che ne proteggono o accrescono la capacità di assorbimento possono generare crediti di carbonio negoziabili sui mercati climatici, trasformando il carbonio assorbito in un bene economico scambiabile.L’espansione del mercato del carbonio sta dunque dando origine a una configurazione dei rapporti economici e geopolitici che gli studiosi interpretano come carbo-colonialismo. In sostanza, il fenomeno si verifica quando grandi imprese o fondi d’investimento dei Paesi economicamente più sviluppati acquisiscono il controllo economico di territori situati nei Paesi in via di sviluppo per realizzare progetti di compensazione delle emissioni.Attraverso questo sistema, le economie ad alte emissioni tendono quindi a trasferire sui Paesi in via di sviluppo gli oneri della transizione climatica, con possibili conseguenze negative per le popolazioni locali, come la perdita di accesso alle terre e alle risorse.In sostanza, chi acquista un credito non compra alberi o ettari di foresta, ma un certificato che attribuisce valore economico a una quantità di CO₂ teoricamente assorbita o non emessa. Si profila così una nuova fase della globalizzazione, nella quale la competizione si sposta dalle fonti energetiche tradizionali alla capacità ecologica di assorbire i danni ambientali dello sviluppo.Nuove forme di appropriazioneStoricamente, il capitalismo ha incorporato la natura come fonte di materie prime, energia e forza lavoro indiretta. Foreste, miniere, terreni agricoli e oceani sono stati valorizzati in funzione della loro capacità di alimentare la produzione. Oggi però assistiamo a un mutamento significativo, in cui la centralità economica si sposta dai beni estratti dagli ecosistemi alla loro capacità di stoccaggio.Il carbonio immagazzinato negli alberi, nei sedimenti o nei suoli diventa pertanto una risorsa economica monetizzabile. L’innovazione fondamentale introdotta dai mercati dei crediti di carbonio consiste proprio nella possibilità di attribuire un valore all’emissione evitata o al carbonio sequestrato, producendo una nuova forma di astrazione economica. Non viene scambiata la foresta in quanto tale, ma la sua funzione climatica. In tal modo, il valore si sposta dalla biomassa alla capacità ecosistemica.I mercati dei crediti di carbonio nascono con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma prendono realmente piede negli ultimi 15 anni. Con la crescita della finanza climatica, assumono un ruolo centrale nella governance della transizione ecologica. In parole povere, le imprese che producono gas serra possono acquistare crediti legati a un progetto di assorbimento del carbonio [3], per compensare una parte delle proprie emissioni. Fondi di investimento, imprese multinazionali, banche, società di consulenza ambientale e piattaforme finanziarie che gestiscono asset climatici possono cioè appropriarsi dei diritti economici associati ai pozzi di carbonio senza acquisire necessariamente il controllo diretto dei territori in cui si trovano.L’interesse non riguarda quindi più le foreste, i pascoli o le risorse minerarie presenti in un territorio, ma il carbonio che è in grado di trattenere. Questa trasformazione può essere interpretata attraverso il concetto di «accumulazione per espropriazione» elaborato da David Harvey [4]. Secondo il geografo economico, il capitalismo continua a espandersi incorporando nei circuiti della valorizzazione economica beni comuni, diritti e risorse precedentemente sottratti al mercato. Nel caso dei pozzi di carbonio, l’oggetto dell’appropriazione non è più la risorsa materiale in quanto tale, ma la capacità ecosistemica di assorbire la CO₂.Il carbo-colonialismo si manifesta proprio in questa separazione tra il controllo formale del territorio e il controllo economico delle sue funzioni climatiche. Una foresta può rimanere formalmente di proprietà di uno Stato o di una comunità locale, mentre i diritti economici associati al carbonio vengono trasferiti a imprese multinazionali, fondi di investimento o intermediari finanziari. La novità consiste nel fatto che il processo di accumulazione non si fonda più sull’estrazione delle risorse, ma sulla gestione della loro conservazione.Si assiste così a una progressiva finanziarizzazione dell’ambiente. Foreste e zone umide vengono valutate non soltanto per il loro valore ecologico, ma anche per il flusso potenziale di crediti che possono generare.Foreste tropicali come assetNel quadro del carbo-colonialismo, il controllo delle grandi capacità di assorbimento del carbonio sta assumendo un valore geopolitico crescente, trasformando gli ecosistemi naturali in asset strategici. I principali serbatoi di carbonio si concentrano in alcune aree chiave: la foresta amazzonica, il bacino del Congo, le foreste pluviali del sud-est asiatico e le foreste boreali di Canada, Russia e Scandinavia [5].A questi si aggiungono le torbiere che, pur occupando una porzione relativamente ridotta della superficie terrestre (circa il 3%), custodiscono riserve di carbonio accumulate nel corso di migliaia di anni [6]. Particolarmente significative sono le torbiere dell’Indonesia, della Siberia e della regione congolese. Anche le mangrovie e gli ecosistemi costieri e marini rappresentano importanti serbatoi di blue carbon [7], capaci di sequestrare anidride carbonica per tempi molto lunghi (Figura 1).La crescente importanza dei mercati del carbonio sta modificando profondamente il significato economico e politico di questi ecosistemi. Sempre più spesso, il diritto a generare e commercializzare crediti di carbonio viene separato dai tradizionali diritti fondiari, dando origine a una distinzione tra proprietà della terra e proprietà del servizio climatico fornito dalla terra stessa. La capacità di assorbimento del carbonio diventa così un bene autonomo, suscettibile di essere contrattualizzato, venduto e finanziarizzato.Nel quadro del carbo-colonialismo, le grandi foreste tropicali non rappresentano più soltanto riserve di biodiversità, ma stanno diventando infrastrutture climatiche gVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La replica da Pechino alle accuse europee di concorrenza sleale

    di Jiankun Wang e Kai GuoL’Unione Europea importa dalla Cina molto più di quanto riesca a esportarvi: nel 2025 il divario ha raggiunto 359,3 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto al 2019. Uno squilibrio dovuto, secondo la Commissione, ad asimmetrie di mercato e a sussidi governativi cinesi. L’analisi del China Finance 40 Forum propone però una lettura diversa. Circa il 70% dell’aumento delle importazioni europee dalla Cina è riconducibile ai prodotti chimici e alla «nuova triade»: veicoli elettrici, batterie e fotovoltaico. Quanto al calo dell’export europeo, è legato alla crescente capacità dell’industria cinese di produrre internamente beni che in passato importava.IN BREVESquilibrio commerciale Secondo gli autori, l’aumento del deficit UE con Pechino non deriva da un dumping generalizzato dei prezzi, ma da profondi mutamenti strutturali nella domanda europea e nell’offerta cinese.Spinta della transizione Il 70 per cento della crescita dell’export cinese in Europa è trainato da prodotti chimici e dalla «nuova triade», ossia auto elettriche, batterie e fotovoltaico.Choc energetico europeo La crisi dell’energia ha reso la produzione interna della filiera chimica europea meno conveniente, spingendo le aziende a importare beni da Pechino.Sostituzione dell’import Il calo delle esportazioni europee non è causato da una contrazione del mercato cinese, ma dal progresso industriale di Pechino, che ora produce internamente ciò che prima importava.Limiti del protezionismo I due economisti concludono sostenendo che i dazi commerciali non cancelleranno la domanda europea di tecnologie verdi né fermeranno l’avanzata manifatturiera cinese, rendendo il protezionismo inefficace.Nota della direttrice: Al G7 di Évian, Ursula von der Leyen ha ricondotto il disavanzo commerciale dell’Unione alla sovraccapacità manifatturiera di alcuni Paesi che «producono troppo e consumano troppo poco», con un chiaro riferimento alla Cina. Non è una posizione nuova: da anni l’UE accusa Pechino di concorrenza sleale. Per offrire ai lettori un elemento di confronto nel dibattito europeo, Krisis pubblica quest’analisi del China Finance 40 Forum. Sulla base dei dati analizzati, gli autori attribuiscono il crescente squilibrio commerciale a tre fattori: aumento dei costi energetici europei, effetti della transizione verde e crescente capacità della Cina di sostituire le importazioni con produzione nazionale.Una delle narrazioni più strumentali oggi a Bruxelles è che l’Europa si trova ad affrontare un secondo «choc cinese»: un’ondata di prodotti cinesi a basso costo, spinti all’estero da sovraccapacità, sussidi e da una debole domanda interna. I dati raccontano una storia diversa.Una nuova e dettagliata analisi del China Finance 40 Forum mostra che l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’Europa è stato fortemente concentrato in pochi settori – veicoli elettrici, batterie, prodotti fotovoltaici e prodotti chimici – dove la transizione verde e lo choc energetico dell’Europa stessa hanno creato una domanda reale. Nel frattempo, il calo delle esportazioni europee verso la Cina non è stato guidato principalmente da una contrazione del mercato cinese, ma dalla modernizzazione industriale e dalla sostituzione delle importazioni da parte della Cina.In altre parole, lo squilibrio non è semplicemente qualcosa che la Cina ha fatto all’Europa. È anche qualcosa che i costi energetici, la struttura industriale e le scelte di transizione dell’Europa stessa hanno contribuito a produrre.Esplosione del deficit commerciale UENel 2025, il deficit commerciale dell’UE rispetto ai beni importati dalla Cina si è ampliato fino a 359,3 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 15% rispetto al 2024 e quasi raddoppiando rispetto al 2019[1]. (…) Il punto di svolta è arrivato dopo il 2020, quando il deficit ha iniziato ad ampliarsi rapidamente e in modo persistente, diventando una delle principali preoccupazioni nelle relazioni economiche bilaterali[2].Negli attuali dibattiti europei, quattro spiegazioni vengono richiamate più spesso per illustrare questo squilibrio: la politica industriale cinese e l’eccesso di capacità produttiva; il reindirizzamento verso l’UE di merci originariamente destinate al mercato statunitense dopo l’escalation delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti; la debolezza del renminbi[3]; infine, il rallentamento della domanda cinese legato alla crisi immobiliare iniziata nel 2021[4].Tuttavia, (…) i dati settoriali e commerciali non confermano queste spiegazioni. Le esportazioni cinesi verso l’UE non si sono espanse in modo generalizzato, né la concorrenza a basso prezzo ne è stata la caratteristica principale. La crescita degli ultimi anni si è concentrata in un numero limitato di settori. Al tempo stesso, la debolezza delle esportazioni dell’UE verso la Cina ha riflesso una minore dipendenza cinese dalle importazioni e una loro più rapida sostituzione, più che una contrazione complessiva del mercato cinese.(…) L’ampliamento dello squilibrio commerciale riflette quindi l’effetto combinato dei cambiamenti nella domanda europea e nella struttura dell’offerta cinese. Da un lato, la transizione energetica dell’UE ha aumentato i costi industriali e accresciuto la domanda per la «nuova triade» cinese e per i prodotti chimici[5]. Dall’altro, l’upgrading industriale della Cina ha accelerato la sostituzione delle importazioni, riducendo la domanda di prodotti importati e restringendo lo spazio per le esportazioni dell’UE verso la Cina. Allo stesso tempo, l’ampliamento dello squilibrio bilaterale non ha modificato la più ampia posizione di surplus esterno dell’Europa[6].Export cinese trainato dalla transizione energeticaOsservando l’andamento complessivo delle esportazioni cinesi verso l’UE tra il 2016 e il 2025, i dati sui prezzi non confermano l’argomento secondo cui i movimenti dei tassi di cambio avrebbero prodotto un dumping a basso prezzo. (…) Misurati in euro, cioè nei prezzi effettivamente pagati dagli acquirenti europei, gli indici dei prezzi all’esportazione di Cina, Giappone e Corea hanno seguito andamenti molto simili e sono rimasti sostanzialmente stabili dopo il 2023[7].(…) Tra il 2019 e il 2022 il renminbi si è rafforzato in termini nominali rispetto all’euro, indebolendosi in modo visibile solo entro il 2025. In altre parole, l’espansione delle esportazioni cinesi verso l’UE è avvenuta in un periodo in cui il renminbi era relativamente forte, non debole. Il calo dell’indice dei prezzi dei beni cinesi denominato in euro appare dunque più come uno sviluppo recente che come un fattore persistente dei guadagni di quota di mercato registrati dal 2020.Dal 2016 al 2024, la Cina non ha mostrato un vantaggio di prezzo in costante aumento. Se il tasso di cambio fosse stato il principale motore delle esportazioni, i prezzi in euro dei prodotti cinesi avrebbero dovuto divergere chiaramente da quelli di Giappone e Corea a partire dal 2020. I dati mostrano invece che i tre Paesi si sono mossi sostanzialmente in parallelo. Ciò suggerisce che la spiegazione basata sul tasso di cambio non trovi sostegno nei dati sui prezzi[8].Anche i dati sui volumi non confermano l’idea che la Cina abbia guadagnato quote di mercato grazie ai prezzi bassi. Se la competitività di prezzo fosse stata il fattore principale, negli ultimi cinque anni i volumi di esportazione della manifattura cinese avrebbero dovuto aumentare sensibilmente man mano che i prezzi si indebolivano. Tuttavia, gli indici dei volumi di esportazione e dei valori unitari mostrati nella figura 5 non confermano questa conclusione[9].(…) Persino nei settori più associati allo «shock da basso costo», non si registra una chiara espansione dei volumi[10]. Al contrario, macchinari e mezzi di trasporto, insieme ai prodotti chimici, sono stati i comparti in cui i volumi di esportazione sono aumentati in modo più evidente. (…) La crescita delle esportazioni in questi settori non è stata trVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Il paradosso della difesa europea

    di Francesco CosimatoIl generale Cosimato sostiene che la strategia di Bruxelles si fonda su un evidente cortocircuito. La Russia viene presentata come una minaccia esistenziale e, al tempo stesso, come un avversario destinato alla sconfitta. L’analisi dei dati militari e dell’evoluzione del conflitto in Ucraina mostra una realtà diversa.IN BREVEContraddizione strategica Se da un lato i vertici politici paventano un’invasione russa, dall’altro si dicono certi di infliggere a Mosca una sconfitta bellico.Valutazioni d’intelligence I dati dei servizi d’informazione e il comandante del SACEUR escludono piani di attacco russi contro i Paesi del blocco atlantico nel continente.Asimmetria atlantica Senza il supporto e gli asset logistici degli Stati Uniti, le forze dei governi europei mostrano forti carenze nei sistemi d’arma convenzionali.Stato del conflitto Sul terreno, l’iniziativa resta in mano a Mosca. Un dato di fatto che evidenzia l’inefficacia della linea di condotta occidentale basata sul solo invio di armi.La narrazione sulla sicurezza occidentale è imperniata attorno a una profonda contraddizione. Per un verso, i leader europei della NATO alimentano il timore di un’imminente invasione russa contro il cuore del continente. D’altro canto, la medesima classe politica si mostra incrollabilmente convinta di poter infliggere a Mosca una «sconfitta strategica» attraverso deleghe militari.Se la Russia possiede realmente le capacità attribuitele dall’Occidente, allora risulta difficile sostenere che possa essere sconfitta mediante un sostegno indiretto all’Ucraina. Se invece non dispone di tali capacità offensive nei confronti dell’Europa, viene meno la giustificazione dell’allarme permanente. Questo cortocircuito logico delinea il paradosso della difesa dell’Europa: ci si dichiara fatalmente vulnerabili di fronte a un nemico che, al tempo stesso, si presume di poter piegare.I Paesi europei membri della NATO si ritengono vulnerabili in vista di un eventuale attacco russo. Eppure non risultano evidenze concrete circa una reale volontà russa di attaccare un’area caratterizzata da una forte dipendenza energetica, da una progressiva deindustrializzazione e da profonde tensioni sociali.Il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo delle Forze alleate in Europa (SACEUR), ha dichiarato che non esistono informazioni d’intelligence che indichino un’intenzione russa di attaccare l’Europa. Se questa è la valutazione del massimo comandante militare della NATO in Europa, risulta arduo capire perché il dibattito politico continui a prospettare come imminente un’aggressione russa contro il continente.La NATO si ostina a dichiarare, attraverso i suoi leader, che è un’alleanza difensiva. In particolare, ciascun ministro degli Esteri ripete ad ogni occasione che il suo Paese non è in guerra con la Russia. Tuttavia, appare evidente che tutti questi Paesi contribuiscono in maniera determinante allo sforzo bellico ucraino.È noto che l’Ucraina importa una quota significativa di componenti per droni da Paesi europei (come Polonia, Repubblica Ceca e Germania), che vengono poi assemblati o integrati in loco. Secondo i principi del diritto dei conflitti armati, impianti industriali destinati in modo diretto alla produzione di materiale bellico in determinate circostanze possono essere qualificati come obiettivi militari, purché ricorrano i requisiti previsti dal diritto internazionale umanitario.L’esame dei dati numerici di fonte aperta circa le forze e i sistemi d’arma della NATO (Fonte Global Fire Power Index – tabella 1) e il potenziale confronto tra il blocco russo-bielorusso e i Paesi cosiddetti «volenterosi» (tabella 2) offre un quadro esplicativo immediato. In quei numeri figurano anche gli Stati Uniti, il cui contributo rappresenta la componente decisiva delle capacità militari complessive della NATO.Tabella 1: Dati NATODati NATO.Per la National security strategy di Donald Trump, l’area di intervento prioritaria per gli USA è il continente americano. Se dai dati della NATO (Tabella 1) si sottraggono le cifre americane e in particolare gli asset strategici, cioè satelliti da comunicazione, da ricognizione, nonché trasporti strategici, rimane ben poco. In sostanza, i Paesi europei della NATO non hanno forze sufficienti per difendersi o, peggio, attaccare per ottenere la «sconfitta strategica» della Russia.Per questo i governi europei, almeno a parole, dichiarano di voler aumentare le spese per la Difesa. Non solo in seguito alle reiterate richieste dell’amministrazione Trump, ma anche perché le loro forze sono oggettivamente del tutto insufficienti a sostenere un ipotetico conflitto contro la Russia. Nella tabella 2 si notano carenze nel campo dei velivoli da combattimento, dei carri armati e delle artiglierie.Tabella 2: Confronto blocco russo e bielorusso con «volenterosi»* Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, Ungheria, Spagna.Sotto il profilo strettamente geopolitico, la Russia non pare avere alcun interesse strategico ad attaccare un’Europa che, priva di autonomia energetica e di risorse naturali, non offre vantaggi competitivi a Mosca. Ciononostante, i tecnocrati europei e le figure politiche di riferimento sostengono con assoluta certezza l’ineluttabilità di un’aggressione russa, indicando, sulla base di proiezioni non verificate, il 2029 come anno di svolta. Un generale britannico, Sir Richard Shirreff, aveva già preconizzato tale invasione per lo scorso novembre. Previsione che non ha trovato riscontro nei successivi sviluppi sul campo.Tutti gli strumenti militari dismessi dopo la fine della Guerra fredda vengono oggi rivalutati, portando diversi Paesi a riconsiderare anche il modello della leva obbligatoria, che potrebbe essere ripristinata in Paesi come Germania, Francia, Danimarca e Regno Unito. Invece, in Italia, le tesi favorevoli al ripristino del servizio di leva, in piena conformità all’articolo 52 della Costituzione, rimangono confinate ai margini del dibattito istituzionale (posizione che chi scrive condivide pienamente).Il quadro si fa evidentemente complesso: sembra che la NATO sia un organismo potentissimo, ma sul punto di dissolversi per via delle critiche mosse dagli americani. Annotazione curiosa: un membro della NATO, gli Stati Uniti, ha attaccato un Paese non NATO, l’Iran, e, quando si è trovato in difficoltà, ha chiesto ai Paesi europei di aiutarlo. Intervenire con un contingente militare a grande distanza dalla madrepatria è un’operazione difficile già solo per il trasporto delle forze, figuriamoci in mancanza di queste.Peraltro, l’Italia si è dotata di uno strumento militare che, per esplicita ammissione del ministro della Difesa, dispone esclusivamente di forze per condurre operazioni di peacekeeping. Forse gli americani non sapevano di questa nostra caratteristica che ci accomuna agli altri Paesi europei che si definiscono volenterosi?Un elemento cruciale per comprendere la complessità del quadro attuale è la valutazione dell’andamento sul terreno del conflitto in Ucraina. La narrazione strategica occidentale insiste sul presupposto che il continuo sostegno militare a Kiev possa condurre alla «sconfitta strategica» di Mosca. Tuttavia, i resoconti provenienti dal fronte delineano una realtà differente e ben più complessa per l’Occidente. La Russia mantiene l’iniziativa e prosegue nel suo sforzo offensivo, registrando avanzate lente ma costanti.È ben vero che i droni ucraini colpiscono la Russia in profondità, ma questo non implica che le sorti del conflitto si stiano invertendo. La capacità di colpire in profondità il territorio avversario non coincide necessariamente con la capacità di modificare l’andamento strategico di un conflitto. Durante la Seconda guerra mondiale, i nazisti furono capaci di colpire Londra con i missili V1 e V2 sul finire del conflitto. Eppure non impedirono agli alleati di progredire comunque dalla Francia verso la Germania stessa. Il corso di quella guerra rese inutili i missili nazisti. In ultima analisi, e in aperta contraddizione con le evidenze sul terreno, le leadership europee – spesso prive di solido consenso popolare – insistono nel sostenere una guerra che appare ormai perduta. Non dall’Ucraina, ma da tutti noi.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleFrancesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La fine del cibo a basso costo

    di Think BricsLa fine dell’era neoliberale ha trasformato l’agricoltura in infrastruttura strategica e linea di faglia geopolitica. Per approfondire questo cambio di passo, Krisis propone una sintesi dell’intervista al professor Fabiano Escher, realizzata da @ThinkBRICS in collaborazione con Andrea Pincin. In questa prima parte, il docente brasiliano di politica ed economia agraria spiega come i Paesi Brics, che controllano il 44% della produzione cerealicola mondiale, il 25% dell’export e il 42% delle terre coltivabili, stiano rimodellando il capitalismo globale. Pur non avendo una politica agricola comune, utilizzano i sistemi alimentari per rafforzare le singole sovranità nazionali. Il cibo smette quindi di essere una semplice merce e diventa uno strumento essenziale per navigare nel nuovo disordine mondiale.IN BREVELa borsa dei Brics Il blocco lancia la Brics Grain Exchange, una borsa merci indipendente nata per commerciare in valute locali e ridurre la dipendenza dai mercati occidentali.Accordo interrotto Il mercato low cost non era un dato economico, ma un patto basato su energia, logistica e manodopera a basso prezzo unito a rotte aperte ormai diventate fragili.Effetto domino Gli choc dei trasporti nel Mar Rosso e i conflitti geopolitici influenzano i costi dei fertilizzanti, i prezzi del pane e i futuri raccolti mondiali.Autoconservazione La Cina punta sulle riserve, l’India sui sussidi e il Brasile coniuga l’agrobusiness con ampi programmi di welfare e di contrasto alla povertà.Modello russo Mosca ha superato il trauma degli anni Novanta centralizzando le agro-holding e legando l’export di grano alla propria sicurezza nazionale.Mentre i prezzi alimentari continuano a salire e le rotte commerciali sono sotto pressione, i ministri dell’Agricoltura dei Brics si sono riuniti il 12 e 13 giugno a Indore, India, per trasformare la sicurezza alimentare in strumento di sovranità nazionale. Il 16° summit ha rilanciato la piattaforma di ricerca agricola comune e la BRICS Grain Exchange, la borsa agricola del blocco destinata a ridurre la dipendenza dalle piazze occidentali (Chicago in primis) e commerciare in valute nazionali.Obiettivo dichiarato: «rafforzare la sicurezza alimentare globale, migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali e plasmare il futuro del settore primario e dei sistemi alimentari verso un approccio che metta al centro le aziende agricole». I Brics, che controllano il 44% della produzione cerealicola mondiale, il 25% dell’export e il 42% delle terre coltivabili, stanno trasformando l’agricoltura da semplice merce a infrastruttura strategica del nuovo ordine multipolare. Un chiaro segnale che l’era neoliberale del cibo a basso costo è finita.Per comprendere la profondità di questo cambio di paradigma, Krisis ripropone l’intervista al professor Fabiano Escher, realizzata da @ThinkBRICS in collaborazione con Andrea Pincin. Docente nel Dipartimento di Sviluppo, Agricoltura e Società dell’Università federare rurale di Rio De Janeiro, Escher si occupa in particolare di politiche rurali, capitalismo agrario e sistemi alimentari nel Sud globale. Sta per pubblicare il libro The BRICs and the global agrifood system. Varieties of capitalism and food regime transformation (I Brics e il sistema agroalimentare. Tipologie di capitalismo e trasformazione dei regimi di governo del cibo).Professor Escher, il suo libro si apre con un’affermazione sorprendente: «La civiltà costruita sulla globalizzazione neoliberale è crollata e la fine del cibo a basso costo dal 2008 in poi rappresenta una delle principali linee di faglia».«Il cibo è diventato la prima linea del conflitto geopolitico perché l’era del cibo a basso costo non è mai stata semplicemente un fatto economico. Era un vero e proprio accordo politico. Dipendeva da energia a basso costo, credito a basso costo, trasporti a basso costo, manodopera a basso costo, frontiere ecologiche intatte, rotte commerciali aperte e, soprattutto, dalla convinzione che i mercati globali potessero approvvigionare le società meglio di quanto potessero fare gli Stati. Ciò che è venuto a mancare non è stato solo la stabilità dei prezzi alimentari, ma la fiducia che un ordine alimentare mondiale liberalizzato potesse garantire stabilità sociale, sicurezza nazionale e legittimità politica. Gli choc dei prezzi alimentari del 2008 e del 2011 sono stati il primo grande avvertimento. Hanno dimostrato che, quando i prezzi del cibo aumentano drasticamente, i governi non trattano il cibo come una semplice merce. Rilasciano scorte, tagliano i dazi, impongono controlli sui prezzi, limitano le esportazioni, espandono i sussidi e difendono i consumatori interni. In altre parole, il cibo viene immediatamente ri-politicizzato. Ecco perché sostengo che la fine del cibo a basso costo rappresenti una rottura molto profonda con l’ordine precedente. Il cibo è una delle fondamenta materiali della civiltà. Quando diventa instabile, il rapporto tra economia, società e natura viene messo sotto pressione. Il Covid ha intensificato tutto questo: la pandemia non ha creato la fragilità del sistema alimentare globale, ma l’ha esposta brutalmente. Poi, la guerra in Ucraina ha reso impossibile ignorarne la dimensione geopolitica. Russia e Ucraina sono fondamentali a livello globale per il grano, il mais, l’olio di girasole, i fertilizzanti, l’energia e i corridoi del Mar Nero. In Medio Oriente, per esempio a Gaza, il cibo, l’acqua, la terra, l’accesso umanitario e le infrastrutture sono diventati parte integrante del conflitto stesso, subendo distruzioni terribili. Nel Mar Rosso, la questione della sicurezza legata all’Iran si ripercuote sulle perdite di carico, sui prezzi dell’energia, sulle rotte di navigazione e sui punti di snodo strategici. Seguiamo quindi la catena delle cause: uno choc nel Mar Nero influenza i prezzi del pane in Nord Africa; un conflitto nel Mar Rosso colpisce il commercio globale tra Asia, Europa e Africa; prezzi dell’energia più alti incidono sui costi dei fertilizzanti, i quali a loro volta influenzano le decisioni di semina, che determinano i futuri raccolti. I sistemi alimentari sono globalizzati, ma l’autorità politica rimane frammentata. In questo contesto, i Brocs assumono un’importanza centrale perché non sono semplici vittime passive di questo ordine mondiale frammentato, ma ne sono organizzatori, mediatori e, a volte, beneficiari. La Cina gestisce la sicurezza alimentare come una questione di sovranità nazionale, tramite riserve, obiettivi di produzione e importazioni strategiche. L’India fa affidamento sulla distribuzione pubblica e sui cereali sovvenzionati. Il Brasile ha combinato il potere di esportazione dell’agrobusiness con politiche contro la fame e la povertà, mense scolastiche e appalti pubblici. La Russia è forse il caso più interessante. Dopo i traumi degli anni Novanta, ha ricostruito le proprie capacità agricole ed è diventata, come sappiamo, un leader nell’esportazione di grano, ottenendo così una forte leva geopolitica. Per concludere la mia risposta, direi che il cibo non viene semplicemente usato come arma, sebbene in parte sia vero. Il punto più profondo è che il cibo è diventato strategico perché la promessa neoliberale di un approvvigionamento automatico del mercato non ispira più fiducia. L’ordine emergente tratta il cibo come un’infrastruttura: di sovranità, di riproduzione sociale e persino di influenza geopolitica. Questo è il motivo per cui l’agricoltura e il cibo rappresentano oggi un terreno decisivo su cui si combatterà il futuro del capitalismo globale e del multipolarismo».Nel suo libro sostiene che per comprendere il capitalismo odierno bisogna guardare alle loro storie agricole, ai regimi fondiari, alle strutture contadine e alle relazioni di classe rurali. Puoi farci un esempio concreto di come il passato agrario di un Paese stia ancora plasmando il suo modello economico oggi?«Parlerò della Russia, poiché è un esempio interessante. Se vogliamo capire il capitalismo russo di oggi, non possiamo partire dal 1991, come se il capitalismo fosse semplicemente apparso dal nulla con le riforme di mercato e il crollo dell’Unione Sovietica. Dobbiamo guardare alla sua storia agraria. Partiamo dal tardo periodo zarista: la Russia era già una grande potenza cerealicola: è famosa la frase di Anton Siluanov, ministro delle Finanze dal 1887 al 1892 “mangeremo di meno, ma esporteremo”. L’Impero esportò grano su larga scala per sostenere la bilancia dei pagamenti e l’industrializzazione. Ma questo non portò a una trasformazione capitalistica reale nelle campagne; fu una transizione dall’alto, dominata da famiglie povere, bassa produttività e uno Stato che mobilitava l’agricoltura per il potere nazionale e l’espansione militare. Questo schema continuò durante l’era sovietica. Attraverso la collettivizzazione forzata, l’agricoltura divenne un meccanismo per trasferire il surplus verso l’industrializzazione. I kolchoz e i sovchoz non erano solo fattorie; erano istituzioni di controllo sociale e territoriale. Aiutarono a costruire l’Urss come potenza industriale, ma con enormi costi umani e inefficienze. Il paradosso fu che, pur essendo una superpotenza, dagli anni Settanta e Ottanta l’Unione Sovietica iniziò a dipendere massicciamente dalle importazioni di grano, specialmente dagli Usa. La dipendenza alimentare fu vissuta come una vulnerabilità strategica. Questo si aggravò con la catastrofe degli anni Novanta: la terapia d’urto post-sovietica smantellò le fattorie collettive disorganizzando la produzione e il welfare. Le importazioni aumentarono e molti sopravvissero solo coltivando piccoli appezzamenti di terra in proprio. La memoria degli anni Novanta è essenziale per capire la Russia di oggi. Le politiche di Vladimir Putin sono una risposta diretta a quel trauma. HaVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Cementificazione in Albania: dall’isola dei fenicotteri alle torri di Tirana

    di Romeo FarinellaLo scontro attorno al progetto del mega-resort del clan Trump ha svelato i meccanismi profondi di un modello di sviluppo aggressivo. Dietro l’esibizione di progetti ecologici e avveniristici si nasconde la radicale svolta neoliberista, che attraversa l’asse geografico dalle coste distrutte alla capitale verticale. Il professor Farinella analizza la transizione dall’anarchia edilizia degli anni Novanta alla grande pianificazione istituzionalizzata contemporanea, mostrando come ambiente, corsi d’acqua e quartieri storici vengano sacrificati e trasformati in puri asset per l’accumulazione di capitale. Un processo in cui la massiccia produzione di complessi residenziali semivuoti e inaccessibili risponde alle sole logiche della rendita immobiliare globale, subordinando l’interesse collettivo e la tutela del bene comune al profitto di pochi.IN BREVELitorali saccheggiati La protesta contro il progetto di Jared Kushner a Sazan mostra il conflitto latente tra la tutela dei beni comuni e l’accumulazione di capitale.Degrado delle coste L’anarchia edilizia del post-1991 ha degradato le coste preparando il terreno per l’ingresso dei grandi fondi di investimento internazionali.Fiumi inquinati Mentre si promuove l’edilizia costiera di lusso, corsi d’acqua come l’Ishëm riversano nell’Adriatico tonnellate di scarichi e metalli pesanti.Paradosso abitativo Nella capitale si costruiscono grattacieli come asset finanziari vuoti, con prezzi folli del tutto sproporzionati rispetto ai redditi medi.Democrazia svuotata La pianificazione e i piani urbani integrano la sostenibilità all’interno del marketing immobiliare, espellendo i residenti storici.Al grido di «giù le mani dalla laguna», migliaia di persone sono scese in piazza in Albania per protestare contro un grande progetto turistico promosso dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, lungo la costa di Zvërnec-Narta e sull’isola di Sazan. La stampa internazionale ha parlato di «rivolta dei fenicotteri», evocando gli uccelli migratori che popolano la laguna di Narta. Ma la vicenda trascende la semplice protesta ecologica. Dietro la difesa di quel tratto di costa emerge un conflitto molto più profondo che riguarda il modello di sviluppo dell’Albania contemporanea, il ruolo della rendita immobiliare, la finanziarizzazione del territorio e la trasformazione delle città e dei paesaggi in asset destinati all’accumulazione di capitale.La protesta contro il resort di lusso non nasce soltanto dalla preoccupazione per la tutela di un ecosistema fragile. Nasce dalla percezione che l’Albania stia vivendo una fase di intensa urbanizzazione guidata da grandi investimenti immobiliari e turistici che tendono a subordinare l’interesse collettivo alla valorizzazione economica del territorio a vantaggio di pochi. La vicenda mette in evidenza alcuni aspetti del processo di appropriazione neoliberista del territorio identificabili nella finanziarizzazione del valore della natura e nell’urbanistica della rendita.Speculazione costieraIl processo che ha trasformato la costa albanese – da Valona a Saranda, da Dhërmi a Ksamil – non è un fenomeno recente né omogeneo, ma il risultato di due fasi strettamente intrecciate. La prima è quella dell’abusivismo diffuso esploso dopo il 1991. All’indomani del crollo del comunismo, operatori locali, emigrati di ritorno e imprenditori spesso privi di qualsiasi controllo urbanistico hanno occupato ampi tratti della costa con palazzi, ville, ristoranti e piccole strutture ricettive realizzati nella più totale anarchia, approfittando della restituzione dei terreni confiscati durante il regime socialista e della debolezza delle istituzioni pubbliche. Ne è derivata un’edilizia spesso priva di progetto e di qualità, caratterizzata da costruzioni incompiute, scheletri di cemento armato e paesaggi frammentati che ancora oggi segnano vaste porzioni del litorale albanese. La seconda fase, più recente, è quella della pressione turistico-immobiliare strutturata.La questione non riguarda soltanto alberghi, infrastrutture turistiche e porti esclusivi, ma anche grandi complessi residenziali, resort, ville di lusso, seconde case e immobili destinati agli affitti brevi o agli investitori stranieri. È qui che entrano in scena fondi internazionali, grandi operatori immobiliari e archistar globali. L’abusivismo diffuso, degradando il paesaggio costiero, ha paradossalmente preparato il terreno all’ingresso del grande capitale. La necessità di «riqualificare» e «valorizzare» territori già compromessi è diventata uno degli argomenti utilizzati per legittimare una nuova stagione di trasformazioni. La piccola speculazione anarchica da un lato e la grande speculazione finanziaria dall’altro non rappresentano fenomeni opposti, ma due momenti successivi dello stesso processo di mercificazione del territorio e di progressiva erosione del bene comune costiero.Infine, mentre il governo promuove la costa albanese come una destinazione turistica d’eccellenza, i principali corsi d’acqua del Paese continuano a trasportare nell’Adriatico enormi quantità di rifiuti e sostanze inquinanti. Il fiume Ishëm, considerato tra i più inquinati del continente, riversa ogni anno nell’Adriatico centinaia di migliaia di chilogrammi di rifiuti, creando un problema che coinvolge l’intero tratto costiero fino alla Croazia. Anche la qualità delle acque del fiume Drin è progressivamente peggiorata fino a compromettere interi tratti fluviali, mentre la presenza di metalli pesanti e altre sostanze inquinanti sollevano seri interrogativi sulla salute pubblica. Emerge evidente la contraddizione che attraversa il modello di sviluppo albanese. Da un lato si investe nella promozione internazionale di resort, marine turistiche e destinazioni di lusso; dall’altro si continua a trascurare la qualità ambientale dei territori che dovrebbero costituire la principale risorsa del Paese.Tuttavia, per comprendere pienamente ciò che sta accadendo lungo la costa, occorre spostare lo sguardo anche verso Tirana. È nella capitale che si è consolidato il modello di sviluppo neoliberista che oggi viene esteso ad altre parti del Paese. Negli ultimi 20 anni, Tirana ha conosciuto una trasformazione urbana impressionante. La città socialista a bassa densità ha lasciato progressivamente il posto a una metropoli verticale caratterizzata da torri residenziali, edifici direzionali e grandi operazioni immobiliari. Il centro urbano è diventato il laboratorio di una nuova economia fondata sulla valorizzazione fondiaria e immobiliare. Le nuove architetture hanno contribuito a costruire una narrazione di successo che presenta l’Albania come un Paese proiettato verso il futuro.Per capire come si sta modificando Tirana occorre partire dalla sua morfologia storica. Tirana nasce nel 1614 come insediamento ottomano divenendo una città villaggio tipica nell’area balcanica. Su questo nucleo si depositarono i successivi innesti. Il primo fu quello fascista tra il 1923 e il 1945, quando Tirana divenne capitale del Paese. Poi il comunismo, che mantenne una certa coerenza di tessuto basso e denso. Infine, la transizione post-1991, con le migrazioni interne che hanno prodotto quartieri informali come il 5 Maji: un’altra forma di città-villaggio, spontanea e precaria. La città europea (di matrice medievale) si basa su una geometria regolare di strade e isolati urbani chiusi, la città di impronta ottomana ha una logica organica. L’organizzazione si articola attorno ai suoi poli generatori: la moschea, l’hamman e il bazar.Laboratorio verticaleQuello che sta accadendo ora è qualitativamente diverso. Le torri e i grattacieli firmati dalle archistar introducono una scala verticale estranea all’intera storia urbana della città, distruggono il rapporto tra suolo e cielo che ne definiva la leggibilità, e lo fanno non per costruire uno spazio pubblico nuovo ma per estrarre rendita da appartamenti in gran parte vuoti. Tirana incarna così un paradosso: simulare la gentrificazione e la turistificazione per sembrare più europea, o meglio più occidentale, come se esistesse un unico modello di città europea, a scapito della peculiarità urbana che caratterizza l’Europa balcanica.In realtà, il modello che si vorrebbe consolidare appartiene a quel mondo neoliberista che identifica la modernità nelle «stramberie contorte» di cui parlava Vittorio Gregotti. Edifici che evidenziano un processo di omologazione formale che usa l’architettura al di fuori di qualunque contesto inteso come relazione con il suolo, l’antropogeografia e la storia dei sistemi insediativi. In fondo, le architetture di queste archistar sono tutte uguali, un repertorio di oggetti che vengono riproposti ovunque rispondendo solo alle logiche di marketing del capitale finanziario. Architetture bizzarre rese possibili dalla grande evoluzione delle tecnologie digitali e costruttive. La città si trasforma quindi in un collage incoerente, una tabula rasa selettiva, che demolisce strategicamente ciò che occupa i suoli più pregiati e lascia le macerie come sfondo neutro della nuova skyline.Ma, dietro quest’immagine, emergono numerose contraddizioni e il paradosso urbanistico è sotto gli occhi di tutti. Decine di migliaia di appartamenti risultano vuoti, mentre i prezzi di vendita nel centro gentrificato oscillano tra i 2.500 e i 4.500 euro al metro quadrato. Il reddito medio lordo mensile di un lavoratore albanese si aggira intorno agli 850 euro, eppure si continuano a costruire o a proporre torri. La scala delle trasformazioni urbane appare largamente sproporzionata rispetto alle dinamiche demografiche, ai redditi della popolazione e ai bisogni abitativi reali.Le nuove costruzioni sembrano rivolgersi molto più agli investitori, alla diaspora e ai circuiti della rendita che agli abitanti. Le torri firmate dalle grandi archistar internazionali non sono semplicemente edifici: sono asset finanziari il cui valore economico viene accresciuto dal prestigio della firma architettonica. Questa trasformazione è resa possVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Irlanda: nubi minacciose sul paradiso fiscale europeo

    di Giacomo GabelliniDietro lo straordinario boom del Pil irlandese si nasconde un’ipertrofia contabile drogata dai profitti dei colossi Usa. Con l’entrata in vigore della Global minimum tax e l’offensiva tariffaria di Washington, il modello economico dell’isola mostra tutte le sue fragilità, lasciando il bilancio pubblico ostaggio del Big business.IN BREVEBenessere distorto In Irlanda, il Reddito nazionale lordo reale nel 2025 si ferma a 321 miliardi di euro, svelando che la ricchezza dei cittadini è dimezzata rispetto ai dati ufficiali.Deflusso di capitali Nel 2024 le società estere hanno trasferito oltre 169 miliardi di euro in royalty fuori dai confini, drenando le risorse generate sul territorio.Riforme tributarie Dal 2026, l’aliquota societaria minima sale al 15%, mentre una tassa d’uscita cerca di arginare la fuga dei diritti di proprietà intellettuale.Contraccolpo estero Le misure protezionistiche americane applicate sui prodotti farmaceutici hanno provocato una contrazione trimestrale del prodotto interno del 12,1%.Nel 2025, il Pil dell’Irlanda è cresciuto del 12,3%, raggiungendo i 665 miliardi di euro. Un risultato straordinario, che ha reso il Pil pro capite irlandese tra i maggiori al mondo sia sotto il profilo nominale (112.870 euro, pari al 137% della media europea) che della parità di potere d’acquisto (117.780 euro, pari al 237% della media europea).Se come parametro di riferimento si considera tuttavia non il Pil, che conteggia tutte le attività che si svolgono entro i confini irlandesi, ma il Reddito nazionale lordo (Rnl) aggiustato, che corregge le distorsioni prodotte dall’operato delle multinazionali straniere, emerge una realtà ben diversa e molto meno prospera per lavoratori, famiglie e imprese irlandesi.Il Rnl attesta un’economia che nel 2025 ha raggiunta una dimensione di 321 miliardi di euro, mentre il Rnl pro capite aggiustato ammonta ad appena 55.084 euro. Non si tratta di una semplice anomalia contabile, ma del risultato di un modello fiscale attentamente studiato che ha trasformato l’Irlanda in un centro globale di trasferimento profitti per i giganti tecnologici e farmaceutici statunitensi.Queste aziende registrano ingenti ricavi e profitti in Irlanda – soprattutto per la concessione in licenza dei diritti di proprietà intellettuale – che vengono tassati secondo la legge irlandese. Tuttavia, la proprietà intellettuale e il controllo strategico sui profitti rimangono in capo alle rispettive società madri estere.Sebbene l’Irlanda catturi una parte di questi profitti attraverso l’imposta societaria, i profitti rimanenti al netto delle imposte vengono in genere rimpatriati presso la casa madre o trasferiti all’interno delle strutture globali delle multinazionali. In termini contabili, i profitti possono risiedere temporaneamente in Irlanda, ma il beneficio economico e il potere decisionale restano saldamente al di fuori dei confini nazionali.Il cuore della distorsione economica irlandese non risiede soltanto nella scala e nella portata dell’attività delle multinazionali, ma anche nel relativo metodo di misurazione. Il Pil calcola i ricavi registrati in Irlanda come se appartenessero interamente all’economia irlandese, laddove provengono in realtà da vendite realizzate altrove. Conteggia per di più tutti i ricavi registrati dalle aziende in Irlanda senza dedurre costi importanti come l’ammortamento dei diritti di proprietà intellettuale o le royalty che le filiali locali pagano alle loro case madri estere. Si tratta di somme ingenti che lasciano regolarmente l’Irlanda ogni anno, di cui non c’è però traccia nei dati afferenti il Pil.Ne scaturisce un paradigma di contabilità nazionale che amplifica artificiosamente le dimensioni e la ricchezza dell’economia nazionale, mascherando simultaneamente l’entità del reddito sistematicamente sottratta al Paese.Soltanto nel 2024, le società con sede in Irlanda hanno versato 169,3 miliardi di euro in royalty e canoni di licenza ad affiliate estere – 50 miliardi di euro soltanto nell’ultimo trimestre. Questi pagamenti, effettuati principalmente a beneficio di case madri statunitensi o società off-shore, riflettono il costo di utilizzo dei diritti di proprietà intellettuale non irlandese. È ricchezza che defluisce dall’Irlanda sotto forma di importazione di servizi, come attestato dal Rnl aggiustato ma non dal Pil, perché registra i ricavi globali delle multinazionali ma non i flussi paralleli in uscita di profitti, royalty e ammortamenti dei diritti di proprietà intellettuale che tornano sotterraneamente ai proprietari stranieri.Il risultato è una raffigurazione enormemente distorta dello stato reale in cui versa l’economia nazionale. Il Pil appare robusto, ma il reddito che sostiene l’occupazione, la spesa dei consumatori e la domanda delle imprese locali è molto più modesto.Per anni, le autorità di Dublino hanno difeso il sistema perché garantisce comunque all’erario le entrate connesse alla tassazione dei profitti dichiarati dalle multinazionali in Irlanda. A dispetto dei vigorosi e costanti deflussi, i capitali che rimangono nei bilanci irlandesi a fini fiscali hanno alimentato un boom delle imposte societarie, con entrate superiori a 24 miliardi di euro nel 2024 e a 38 miliardi nel 2025. Un vero e proprio tesoretto, che ha posto l’Irlanda nelle condizioni di accumulare avanzi di bilancio, ridurre il debito pubblico ed erogare servizi di qualità a vantaggio della collettività.Quella sostenuta dalle tasse versate dalle multinazionale viene tuttavia a configurarsi come una prosperità fittizia, non tanto perché le ingenti imposte societarie contribuiscono in misura minima o addirittura nulla a incrementare i salari reali, sostenere la domanda interna e stimolare gli investimenti. Quanto in virtù della sua insidiosissima caratteristica di vincolare i destini dell’economia nazionale all’operato delle multinazionali e alle decisioni contabili dei loro consigli d’amministrazione che hanno selezionato l’Irlanda come base fiscalmente vantaggiosa in cui parcheggiare i profitti realizzati su scala globale.Una scelta che, ben più che l’affinità linguistica e giuridica, sconta le condizioni di estremo favore garantite dal fisco irlandese, che per anni ha applicato un’aliquota nominale sulle società del 12,5% associata a una serie di agevolazioni che consentono ogni anni alle multinazionali straniere – dell’alta tecnologia, soprattutto – di abbattere il carico effettivo al di sotto della soglia del 5%.La situazione è cambiata a partire dall’1 gennaio 2026, per effetto dell’innalzamento al 15% dell’aliquota sugli utili delle multinazionali attuato dall’Irlanda in conformità all’intesa sulla Global Miminum Tax, raggiunta nel 2021 da ben 140 Paesi per arrestare la spirale discendente dei prelievi fiscali sulle aziende a livello mondiale. Il nuovo regime prevede che, qualora gli utili di una multinazionale venissero tassati al di sotto del 15% all’interno di uno specifico Paese, tutti gli altri avrebbero applicato un’imposta supplementare.Dublino ha aderito all’accordo, premurandosi però di introdurre in via cautelativa la cosiddetta Strict Exit Tax, un’imposta a carico delle multinazionali intenzionate a spostare all’estero la residenza fiscale o a trasferire al di fuori del perimetro giurisdizionale irlandese i loro asset (come i diritti di proprietà intellettuale).Il rapporto costi-benefici ha indotto le grandi multinazionali a mantenere le radici in Irlanda. A partire da Microsoft, Apple ed Eli Lilly, che nel 2024 hanno pagato complessivamente al fisco irlandese quasi 17 miliardi di euro di tasse.Eli Lilly, in particolare, ha beneficiato al pari delle altre grandi case farmaceutiche domiciliate fiscalmente in Irlanda del colossale volume di vendite di farmaci contro obesità e diabete realizzato negli Stati Uniti nel periodo del 2025 antecedente all’entrata in vigore dei dazi imposti dal presidente Trump. Una volta insediatosi alla Casa Bianca, quest’ultimo aveva preso di mira l’Irlanda accusandola di essersi «impossessata delle case farmaceutiche statunitensi e di sottrarre le entrate fiscali che queste aziende avrebbero dovuto pagare a Washington».La necessità tassativa di anticipare i dazi si è tradotta in un vero e proprio boom delle esportazioni irlandesi verso gli Stati Uniti, aumentate nei primi cinque mesi del 2025 del 153% su base annua, con picchi mensili superiori al 450%. Lo straordinario attivismo verificatosi nella prima metà del 2025 ha fatto sì che gli Stati Uniti assorbissero l’anno passato qualcosa come il 43% circa dell’export irlandese di beni irlandesi, a fronte del 33% registrato nel 2024. Circa la metà delle vendite negli Usa è costituita proprio da prodotti medicali e farmaceutici.Nel momento in cui l’offensiva tariffaria scatenata da Washington è divenuta pienamente esecutiva, l’Irlanda ha inesorabilmente subito i contraccolpi più significativi. Il pesante ridimensionamento dei settori dominati dalle multinazionali indotto dai dazi statunitensi ha alimentato una caduta del 12,1% su base trimestrale del Pil irlandese, destinata a trascinare in territorio negativo l’intera eurozona. Nello stesso lasso di tempo, però, il Rnl è cresciuto dell’1,5%.In compenso, documenta un rapporto dell’Irish Fiscal Advisory Council (Ifac), la spesa netta del governo tra il 2025 e il 2028 crescerà al ritmo più elevato dell’intera Unione Europea e dello stesso reddito nazionale, con conseguente aggravamento della dipendenza dalle entrate fiscali garantite dalle multinazionali statunitensi. «Le finanze pubbliche dipendono sempre più da queste imposte sulle società, che continuano a crescere e a concentrarsi […], ma una quotaVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Todd: «Il razionalismo lascia gli individui soli davanti ai propri dubbi»

    di Emmanuel ToddDopo aver descritto il passaggio dalla religione attiva alla religione zombie e infine alla religione zero, Emmanuel Todd affronta una questione decisiva: cosa accade a una società quando la fede scompare senza essere sostituita da nulla? Dalla critica al presunto «ritorno del sacro» al fallimento delle promesse del razionalismo, questa seconda parte dell’intervista esplora la crisi dei legami collettivi e il senso di smarrimento delle società occidentali contemporanee.IN BREVEIl fallimento del razionalismo La scomparsa della fede non ha portato al trionfo dei valori positivisti. Il razionalismo non basta a unire la società, ma lascia gli individui soli davanti ai propri dubbi.Individui impoveriti Lo sviluppo personale e la frammentazione in piccole fedi individuali non sostituiscono la religione, che storicamente offriva un quadro collettivo di appartenenza.Crisi del progetto comune A mancare nell’Occidente moderno non è la moralità individuale, ma un progetto comune. La religione forniva il sentimento di appartenere a un gruppo con una meta condivisa.Niente all’orizzonte A differenza della crisi dell’Impero romano, dove il Cristianesimo ristrutturò la società, oggi la globalizzazione dissolve i vecchi legami senza generare nuove credenze collettive.Ritorno della nazione I nuovi legami sociali non rinasceranno da dinamiche psicologiche, ma da choc economici. Davanti alla povertà e alla fame, la risorsa collettiva superstite sarà la nazione.«Io vedo Trump con i suoi travestimenti simbolici. Vedo Hegseth. Vedo, in collaborazione con Israele, gli assassinii mirati, persino quelli di poveri pescatori venezuelani accusati di traffico di droga e colpiti da droni. Persone che compiono azioni del genere non possono essere realmente credenti. Oppure appartengono a una sorta di sistema satanico fondato sull’inversione dei valori religiosi. Storicamente ci sono state molte stragi compiute in nome della religione, è vero. Ma da quasi mezzo secolo sento parlare continuamente del “ritorno della religione”. E ciò che constato, al contrario, è che i comportamenti sono sempre meno guidati dai valori religiosi tradizionali».È interessante, perché lei ha appena citato la rivoluzione scientifica e il razionalismo. Ma non sono forse anch’essi in crisi? Oggi vediamo sempre più persone diffidare della scienza. Si diffondono credenze New Age, la biodinamica e molte altre forme di spiritualità che sembrano uscire dal quadro razionalista tradizionale.«Sì. E forse quel razionalismo era esso stesso, in una certa misura, un’eredità del cattolicesimo. Ho riflettuto molto sul libro di Jacques Bouveresse. Successivamente ho riletto alcuni saggi di Bertrand Russell, in particolare Perché non sono cristiano. Entrambi assumono una posizione di resistenza nei confronti delle nuove credenze, anche se appartengono a epoche diverse. Oggi, per esempio, vediamo il successo dei cristalli, delle pratiche esoteriche, delle streghe e di tutta una serie di fenomeni che esercitano una forte attrazione sui giovani. Ma ciò che mi ha colpito nella lettura di Bouveresse è proprio la sua determinazione nel difendere il razionalismo. In sostanza dice: non bisogna cedere.E parlando di Émile Durkheim, che aveva attribuito alla religione un ruolo centrale come matrice della vita sociale, Bouveresse mette in evidenza un elemento comune tra Durkheim e Bertrand Russell. Se ho ben compreso il suo ragionamento, entrambi constatavano la scomparsa della religione, una scomparsa che consideravano necessaria, ma al tempo stesso erano convinti che i valori razionalisti possedessero una capacità strutturante sufficiente a tenere insieme la società. In altre parole, Durkheim e Russell pensavano che fosse possibile costruire società coerenti, stabili e unite sulla base di valori individuali, razionalisti e positivisti».Positivisti, appunto.«Esattamente. Ma ciò che stiamo scoprendo nello stadio zero è che questo non funziona. Semplicemente non funziona. Ed è proprio qui che il mio schema interpretativo si rivela utile. Mi porta a dire che Durkheim e Russell erano intellettuali tipici di una fase «zombie», vale a dire di un’epoca in cui, per la maggioranza delle persone, i quadri mentali ereditati dalla religione continuavano ancora a esistere, anche se la fede era già scomparsa. Nello stadio zero, invece, non assistiamo affatto al trionfo dei valori razionalisti. Quei valori non bastano alla vita umana e non sono in grado di definire una collettività. Producono individui lasciati soli di fronte ai propri dubbi. Che si tratti del nichilismo profondo dei paesi protestanti o di un nichilismo molto più attenuato nei paesi cattolici — e penso in particolare all’Italia, dove tutto è bello e dove basta passeggiare per le strade per ritrovare fiducia nell’umanità — il problema resta lo stesso.Non basta. Siamo entrati nell’epoca dello sviluppo personale. Benissimo, perché no? Ma non vedo individui immensamente arricchiti dalla scomparsa dei vincoli religiosi e collettivi. Vedo piuttosto individui impoveriti dalla propria solitudine. Perché quei vincoli religiosi rappresentavano anche l’interiorizzazione del senso del dovere, dell’onore, di una disciplina morale, di un significato dell’esistenza, della sensazione di andare verso una meta, qualunque fosse la credenza. Ed è questo il paradosso che vorrei sottolineare. Al limite, una credenza assurda — purché non sia completamente delirante — è meglio dell’assenza totale di credenze.Naturalmente vediamo persone orientarsi verso questa o quella pratica, questa o quella convinzione. Ma una società nella quale ciascuno costruisce la propria piccola religione personale, alla quale peraltro aderisce solo debolmente, non è affatto una società che ritorna alla religione. La religione, nel senso storico e sociologico del termine, è un quadro collettivo fondamentale di azione e di appartenenza. E questo non sta tornando. Si tratta semplicemente di individui un po’ smarriti in un processo di ricerca che non li conduce da nessuna parte. E, in fondo, continuiamo a non sapere dove stiamo andando».Questo produce un mondo saturo di discorsi religiosi, ma che in realtà crede sempre meno a qualsiasi cosa.Sì. E non vorrei parlarne con leggerezza, perché è qualcosa che sento personalmente. Davvero, mi piacerebbe molto credere. Lo dico sinceramente. Ma devo ammettere che non ci riesco. Ci provo, faccio degli sforzi, ma non posso. Detto questo, vorrei precisare una cosa. Quando affermo che ci mancano i quadri mentali ereditati dalla religione, non mi riferisco principalmente alla moralità individuale.So bene che esistono molti discorsi sul declino morale. Vedo anch’io il calo del livello educativo. Vedo aumentare le inciviltà. Ma non ho l’impressione di vivere in un mondo in cui le persone siano diventate molto più immorali.Ne avevamo già discusso e so che non siamo completamente d’accordo su questo punto. Così, proprio stamattina, ho ricontrollato l’evoluzione del tasso di omicidi. In Francia, dal 1992, il tasso di omicidi è stato diviso per due. Certo, si può discutere dei tentati omicidi. Forse oggi le persone denunciano di più. Forse la medicina salva molte più vite di un tempo. Tutto questo è vero. Ma resta il fatto che il tasso di omicidi è diminuito.Anzi, per farmi un po’ di male — perché mi piace pensare che tutto abbia iniziato a peggiorare dopo il Trattato di Maastricht — ho preso proprio quella data come riferimento. Eppure, anche da allora, il tasso di omicidi è quasi dimezzato. Naturalmente non bisogna idealizzare questi dati. Una delle spiegazioni è che la popolazione è più anziana. Gli anziani sono generalmente più tranquilli. Inoltre, il calo dei livelli di testosterone contribuisce meccanicamente a ridurre la violenza. Ma non è questo il punto. Ciò che mi sembra davvero problematico nelle società occidentali avanzate è l’assenza di un quadro collettivo e di un progetto comune. È questo che la religione forniva. La religione dava il sentimento di appartenere a un gruppo che andava da qualche parte. Anche verso un obiettivo assurdo, se si vuole. Ma almeno si andava da qualche parte insieme. Si procedeva insieme in quanto cristiani, cattolici o protestanti. Si procedeva insieme in quanto cittadini della grande nazione francese. Esistevano anche versioni negative di questo fenomeno. Si procedeva insieme in quanto sudditi del Terzo Reich tedesco. Anche quella era una forma di ideologia «zombie». Ma era efficace. Era qualcosa di collettivo.Oggi stiamo entrando in un mondo nel quale non resta più nulla di tutto questo».Eppure potrebbero emergere fenomeni settari. Piccoli gruppi che ricostruiscono questo tipo di appartenenza su scala ridotta.«Sì. E a volte mi chiedo se non stia accadendo qualcosa del genere. Questo tema è stato studiato molto bene dal sociologo della religione Rodney Stark. Mi diverte sempre il suo nome: sembra quello di un pugile. Ma è uno studioso molto sottile. Ha scritto un libro sulla formazione del cristianesimo nell’Impero romano e mostra qualcosa di estremamente interessante. Quando pensiamo al cristianesimo, almeno per come l’ho conosciuto io — sono stato battezzato, ho fatto il catechismo, dunque il cattolicesimo non mi è affatto estraneo; anch’io sono stato liberato dal peccato originale attraverso il battesimo — conserviamo il ricordo di un messaggio trionfante. “Io sono la via, la verità e la vita”. E immaginiamo folle che si convertono in massa. Questo è il ricordo che ne conserviamo.In realtà non andò affatto così. Il cristianesimo delle origini fu composto da comunità molto piccole, alle quali le persone aderivano attraverso relazioni personali. In quelle comunità trovavano una forma di sicurezza sociale nel senso più ampio del termine: un sentimento di appartenenza a un gruppo, in un mondo che si stava disgregando. L’Impero romano si stava sfaldando ovunque, soprattutto nelle grandi metropoli come Antiochia, Alessandria o Roma. Ed è proprio questo che Rodney Stark studia: il processo di diffusione delVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Caucaso, confine culturale fra Vicino Oriente ed Eurasia

    di Aldo FerrariDietro le altissime montagne del Caucaso, la tradizione collocava Gog e Magog, i popoli dell’Apocalisse. Da quella stessa frontiera passavano però eserciti, commerci, miti e religioni, in un intreccio che ha fatto della regione uno dei grandi crocevia della storia eurasiatica. Prima ancora che uno spazio geografico, il Caucaso è stato una barriera mentale. A questa storia di confini, incontri e conflitti è dedicato Storia del Caucaso, il nuovo libro di Aldo Ferrari pubblicato da Carocci, di cui ospitiamo l’introduzione.IN BREVERilevanza geopolitica Citato per la prima volta nel Prometeo incatenato, per millenni il Caucaso ha costituito una frontiera tra popoli nomadi delle steppe eurasiatiche e civiltà stanziali del Vicino Oriente.Identità millenaria Al di là dei conflitti odierni, la regione possiede un’antichissima complessità culturale, profondamente radicata sia nell’immaginario biblico sia in quello classico.Laboratorio culturale Caratterizzato da una ricchezza etno-linguistica quasi insuperabile, il Caucaso si configura come un problematico crogiolo marginale e di perenne frontiera.Dominio russo La conquista zarista a fine Settecento, e il successivo assetto sovietico, hanno unificato l’intero territorio sotto un solo sistema politico duraturo.Anacronismi storiografici Analizzare queste terre applicando la categoria moderna di Stato-nazione è fuorviante a causa di identità locali stratificate, complesse e spesso non univoche.Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, il Caucaso ha iniziato ad attrarre con sempre maggiore intensità l’attenzione internazionale, divenendo una delle aree di maggior rilievo strategico del mondo contemporaneo. I numerosi conflitti scoppiati in quest’area a partire dagli anni Novanta dello scorso secolo hanno fatto sì che gli studi di carattere geopolitico dedicati a quest’area siano quindi divenuti relativamente numerosi, anche in Italia. Tuttavia, l’odierna rilevanza geopolitica del Caucaso non dovrebbe farne dimenticare la straordinaria dimensione storica e culturale.Questa vasta regione prevalentemente montuosa che occupa lo spazio compreso tra il Mar Nero e il Mar Caspio, è infatti una delle aree culturalmente più antiche e complesse del mondo e occupa un posto di rilievo nell’immaginario europeo, di derivazione sia biblica che classica. Pensiamo all’Ararat, il monte di Noé, tradizionale simbolo della terra armena [1]. Oppure all’avventura degli Argonauti in cerca del Vello d’Oro, in Colchide, vale a dire nella regione costiera dell’attuale Georgia; o ancora al titano Prometeo – che ha un corrispondente diretto nella figura pancaucasica di Amirani [2]– incatenato su un’alta vetta del Caucaso per aver osato sfidare la collera degli dèi. Proprio nell’opera eschilea Prometeo incatenato, scritta intorno alla metà del V secolo a.C., compare per la prima volta il termine Caucaso, che quindi si è diffuso a partire dalla Grecia.Questa connessione tra la Grecia antica ed il Caucaso non deve sorprendere. Georges Dumézil, che nei suoi studi ha dedicato un’attenzione particolare al Caucaso, parlava di «una cultura in passato comune all’insieme dei popoli della pianura del Sud-Est europeo e delle sponde del Mar Nero» [3]. Come è stato osservato, il Caucaso costituisce «uno dei più problematici laboratori di culture del nostro Mediterraneo» [4], caratterizzato da una quasi insuperabile ricchezza etno-linguistica e al tempo stesso da una dimensione fortemente marginale, “di frontiera”.Per millenni, infatti, il Caucaso ha costituito un confine non solo e non tanto geografico, quanto storico-culturale tra due mondi assai diversi, anche se tra loro comunicanti: quello del Vicino Oriente, con le sue civiltà complesse e durature, e quello delle steppe eurasiatiche, magmatico crogiolo di popoli nomadi.Pur essendo relativamente ben nota a Greci e Romani, poi anche a Bizantini, Arabi e Europei del Medioevo, questa regione rappresentava una sorta di estrema frontiera culturale e psicologica, oltre che geografica, del mondo conosciuto: «terra incognita, dove potevano coabitare fatto e finzione, antico e moderno» [5]. Nell’Antichità nessuno dei grandi imperi del Mediterraneo e del Vicino Oriente riuscì infatti a superare la catena del Grande Caucaso. Lo fecero invece, e di frequente, le popolazioni nomadi provenienti da Nord, dalle steppe eurasiatiche.Non a caso al Caucaso è collegata una tradizione risalente al popolarissimo Romanzo di Alessandro, secondo la quale il grande conquistatore dell’Oriente avrebbe racchiuso delle popolazioni barbare e minacciose al di là delle Porte del Caspio (o del Caucaso). E nella sura XVIII del Corano si racconta di come Alessandro vi abbia costruito una grande barriera («Gog e Magog non riuscirono a scalare lo sbarramento né a forarlo»). Oltre il Caucaso sono dunque rinserrati i popoli dell’Anticristo, connessi con le profezie escatologiche di Ezechiele 38-39 (dove Gog è re del Paese di Magog) e Apocalisse 20, 7-10 («Quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra»).Questa percezione liminare del Caucaso fu fatta propria anche nella lontana Europa medievale. Così, per esempio, nella mappa mundi del monastero di Ebstorf, nella Bassa Sassonia, eseguita intorno al 1235, a nord-est dell’Armenia è raffigurata una lunga catena montuosa, evidentemente il Caucaso, dietro alla quale – dice la legenda della mappa – si trovano le «duas gentes immundas Gog et Magog quas comites habebit Antichristus». Anche Marco Polo scrive: «quivi fece fare Alessandro una torre con gran fortezza, perché coloro non potessono passare per venire sopra lui, e chiamasi la “porta del ferro!”. E questo è lo luogo che dice il libro di Alessandro» (Milione, cap. XVII). Nell’immaginario delle popolazioni europee e vicino-orientali, tanto cristiane quanto musulmane, il Caucaso è quindi fortemente connotato come un confine estremo, un argine costantemente minacciato da popolazioni leggendarie, ma in realtà modellate sui nomadi provenienti dalle steppe eurasiatiche.Nonostante la sua convenzionalità, questa percezione coglieva in effetti il dato cruciale della storia del Caucaso, che per millenni ha costituito una frontiera tra i popoli nomadi e le civiltà stanziali del Vicino Oriente. Una frontiera impervia, ma non certo invalicabile, attraversata infinite volte da invasori che costringevano gli sconfitti a rifugiarsi nelle zone più alte e inaccessibili della regione. Si è creato così un crogiolo di tradizioni, popoli e lingue, troppo complesso per costituire uno spazio politico unitario, ma anche per essere dominato durevolmente dall’esterno. Tanto gli imperi del Vicino Oriente quanto quelli delle steppe eurasiatiche non hanno potuto esercitare che un controllo parziale e temporaneo sul Caucaso. Soltanto la conquista russa, a partire dalla fine del XVIII secolo, ha inserito l’intero spazio caucasico in un unico sistema politico, ricreatosi mutatis mutandis in epoca sovietica e parzialmente disgregatosi dopo il 1991.La frammentazione e la relativa marginalità della regione, e anche la forte differenziazione esistente tra la parte meridionale del Caucaso e quella settentrionale (quest’ultima a lungo poco documentata nelle fonti scritte), ne rendono molto problematico lo studio, soprattutto in un’ottica unitaria. Non a caso, all’interno della pur vasta bibliografia dedicata al Caucaso, sono ben pochi gli studi che hanno un carattere d’insieme. Questo vale soprattutto per il nostro Paese, dove sono disponibili solo alcuni testi di impianto ormai superato [6].Un approccio integrato e molto produttivo alla regione è presente nel volume Il Caucaso: cerniera tra culture dal Mediterraneo alla Persia. Secoli IV-XI (1996) in cui sono raccolti Atti della XVIII settimana di Studio del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, che coprono peraltro un’estensione cronologica relativamente limitata. Sono invece numerosi gli studi dedicati alla storia delle diverse componenti etniche della regione, soprattutto armeni e georgiani, ma anche circassi, osseti e così via, senza però che sia stata tentata una visione di sintesi. D’altro canto, i testi che studiano il Caucaso nell’ottica della geopolitica contemporanea si sforzano di fornirne un quadro unitario, ma risultano inevitabilmente lacunosi per quel che riguarda la prospettiva storica di lunga durata [7]. Il lettore italiano dispone peraltro anche della traduzione del volume di Charles King Il miraggio della libertà. Storia del Caucaso, che si concentra però essenzialmente sull’epoca moderna, a partire dall’espansione imperiale russa fino alla nascita dei nuovi Stati dopo il collasso dell’Unione Sovietica.Pur nella consapevolezza della compVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Oltre le terre rare, la nuova geologia del potere

    di Paola OttinoIl controllo strategico si sta spostando dalla disponibilità delle risorse alla capacità di governare le filiere. È quanto è emerso durante un convegno nazionale di geologi che si è tenuto a Pescara a fine maggio, di cui Krisis era media partner. La corsa alla decarbonizzazione non riduce la dipendenza dalle materie prime, ma ne riconfigura le forme per rafforzare l’autonomia strategica e la sicurezza economica. Ma, al di là dei materiali critici, il vantaggio competitivo dipende sempre più dalla capacità di integrare risorse e innovazione scientifica.IN BREVEMaterialità dell’era virtuale Dietro l’apparente immaterialità del mondo digitale e della transizione verde si nasconde un incremento senza precedenti dell’estrazione di minerali strategici e materiali avanzati.Primato delle filiere industriali Il possesso dei giacimenti minerari non garantisce più la sovranità strategica. Il vero potere geopolitico globale risiede ormai nel controllo della raffinazione e della trasformazione tecnologica.Rifiuti come riserve strategiche L’urban mining e l’economia circolare abbattono il confine tra risorsa e scarto. I rifiuti elettronici delle città si trasformano in cruciali miniere urbane di metalli critici.Rivoluzione dell’Ia Modelli computazionali e supercomputer riducono la progettazione dei materiali da anni a settimane. La scoperta scientifica si sposta dai laboratori tradizionali ai data center.Nuovo potere algoritmico La competizione del XXI secolo si gioca sulla capacità di calcolo. Chi governa le infrastrutture di simulazione può reinventare la materia e influenzare la geografia delle risorse.Chi pensa che la geopolitica del futuro si giocherà sul possesso dei giacimenti minerari è rimasto fermo al Novecento. La novità emersa dal convegno nazionale sulle materie prime critiche, organizzato a Pescara il 28 e il 29 maggio 2026, è che il controllo del sottosuolo non basta più. Oggi la sovranità si gioca sulla capacità di calcolo algoritmico e sulla progettazione dei materiali in laboratorio. Come evidenziato dagli esperti riuniti dall’Ordine dei geologi dell’Abruzzo, la vera sfida strategica si è già spostata dalla miniera al mainframe, trasformando la geologia in una questione di simulazione computazionale e supercomputer.La transizione ecologica viene generalmente presentata come un processo attraverso il quale l’economia diventa sempre meno dipendente dal consumo di risorse energetiche. Energie rinnovabili, digitalizzazione, intelligenza artificiale, mobilità elettrica e reti intelligenti alimentano l’immagine di una società sempre più fondata sull’informazione e sempre meno dipendente dalla materia. Eppure, osservata dal punto di vista delle infrastrutture che la rendono possibile, la realtà appare profondamente diversa.La cosiddetta rivoluzione verde e quella digitale coincidono con una crescente intensificazione dei processi estrattivi. Mai come oggi la produzione di energia, la mobilità, il calcolo computazionale e l’intelligenza artificiale hanno richiesto quantità così elevate di minerali strategici e materiali avanzati. Dietro l’apparente immaterialità del mondo digitale si nasconde una nuova geologia del potere (figura 1).Da questo punto di vista, i risultati del convegno nazionale Terre rare e materie critiche: tra geologia, geopolitica ed economia circolare, organizzato dall’Ordine dei Geologi abruzzese, assumono un significato che va ben oltre la dimensione specialistica dell’incontro. L’evento ha beneficiato del supporto della rivista Krisis quale media sponsor, rafforzando la connessione tra il confronto tecnico-scientifico e il più ampio dibattito culturale sulle implicazioni geopolitiche, economiche e tecnologiche della transizione contemporanea.Le relazioni dedicate alle terre rare, alle materie prime critiche, all’urban mining, alla geopolitica e alle prospettive future dell’approvvigionamento minerario hanno messo in evidenza una questione centrale del nostro tempo: il progressivo spostamento della competizione strategica dal controllo delle risorse naturali alla capacità di governare le filiere tecnologiche, le infrastrutture computazionali e i processi di progettazione della materia.Materialità nascostaUno dei principali equivoci che caratterizzano il dibattito contemporaneo riguarda l’idea che la digitalizzazione e la decarbonizzazione conducano verso un’economia meno dipendente dalle risorse naturali.In realtà, la diffusione delle tecnologie legate alla transizione energetica e all’intelligenza artificiale implica un incremento senza precedenti della domanda di materie prime critiche. Batterie, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, semiconduttori, reti digitali e sistemi di Ia dipendono da materie prime critiche. La transizione, dunque, non elimina la dipendenza dalla materia ma la riconfigura, trasferendo il baricentro della competizione economica e geopolitica verso nuove forme di dipendenza mineraria e tecnologica.Litio, nichel, cobalto, grafite, manganese e terre rare sono diventati elementi indispensabili per sostenere il nuovo paradigma energetico e tecnologico. Allo stesso modo, materiali meno noti come gallio, germanio e indio stanno acquisendo un ruolo crescente nei settori della fotonica, delle telecomunicazioni avanzate, dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali[1].Ad esempio l’indio, essenziale per schermi Lcd, Oled e alcune tecnologie fotovoltaiche, presenta una caratteristica che evidenzia la complessità della geopolitica contemporanea dei materiali: essendo prodotto prevalentemente come sottoprodotto della raffinazione dello zinco, la sua disponibilità non dipende soltanto dalla domanda finale, ma dall’intera struttura delle filiere industriali.L’antropocene digitale, vale a dire la materialità del virtuale, non coincide dunque con un superamento della dipendenza dell’economia da risorse fisiche e processi estrattivi, ma con l’emergere di nuove forme di dipendenza mineraria. Dietro ogni algoritmo operano miniere, impianti di raffinazione, reti logistiche, infrastrutture energetiche e sistemi produttivi che rendono possibile l’elaborazione dell’informazione.Le materie prime critiche diventano così l’infrastruttura invisibile della società digitale. Non sorprende che il tema dei Critical Raw Materials sia diventato una questione strategica per l’Unione Europea (figura 2). La crescente dipendenza da filiere concentrate in poche aree del pianeta ha reso evidente come la transizione energetica e digitale non possa essere affrontata esclusivamente in termini tecnologici o ambientali.Impone di interrogarsi sulle basi materiali che la sostengono: materie prime critiche, capacità di raffinazione, infrastrutture industriali, approvvigionamento energetico e controllo delle filiere tecnologiche. La sicurezza degli approvvigionamenti, la capacità di trasformazione industriale e la resilienza delle catene del valore sono ormai elementi centrali delle politiche europee per l’autonomia strategica.Tecno-politica delle filiereL’evento di Pescara ha mostrato con chiarezza come il problema delle materie prime critiche non possa essere interpretato esclusivamente in termini geologici. Per gran parte del Novecento, il potere geopolitico è stato associato al controllo diretto delle risorse naturali. Oggi questa interpretazione appare insufficiente. Il caso delle terre rare dimostra che il possesso dei giacimenti rappresenta soltanto uno degli elementi della competizione globale. Ciò che assume rilevanza strategica è il controllo delle catene di trasformazione, raffinazione, progettazione e integrazione tecnologica.La posizione dominante della Cina non deriva semplicemente dalla disponibilità di risorse minerarie, ma dalla capacità di controllare le fasi industriali e tecnologiche della filiera. Tale posizione conferisce a Pechino una leva strategica che va ben oltre l’estrazione, come dimostrano sia le restrizioni alle esportazioni di terre rare verso il Giappone nel 2010 sia quelle su gallio e germanio introdotte nel 2023[2].Assistiamo così al passaggio da una geopolitica delle risorse a una vera e propria tecno-politica della materia. La sovranità non si esercita soltanto sul territorio o sul sottosuolo, ma sulle infrastrutture industriali, logistiche, scientifiche e tecnologiche che consentono alla materia di diventare tecnologia. Il controllo dei processi di raffinazione, delle piattaforme industriali, dei brevetti, dei dati e delle capacità computazionali diventa una forma di potere non meno importante del controllo delle miniere.Da questo punto di vista, uno degli aspetti più significativi emersi dal convegno riguarda il ritorno della questione mineraria in Europa e in Italia. Il riferimento alle carbonatiti italiane (rare rocce ignee di origine profonda, ndr) e alla possibile valorizzazione di risorse nazionali non segnala semplicemente un interesse geologico. Queste particolari formazioni rocciose rappresentano una potenziale, seppur complessa, fonte endogena di materie prime critiche come le terre rare.Il ritorno delle miniere testimonia il tentativo di recuperare un rapporto diretto con le risorse strategiche necessarie alla transizione energetica e digitale, dopo decenni nei quali l’Europa ha progressivamente trasferito all’esterno gran parte delle attività estrattive e delle filiere di trasformazione. La ricerca di nuove forme di autonomia strategica implica quindi non soltanto il controllo delle tecnologie, ma anche il recupero di capacità industriali, competenze produttive e filiere materiali, senza le quali la transizione energetica e digitale rischia di trasformarsi in una nuova forma di dipendenza geopolitica.Reinvenzione della risorsaParticoVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Lo strano caso del viceré d’Occidente in Bosnia

    di Giulia ContiniLa paralisi sulla successione dell’Alto rappresentante a Sarajevo Christian Schmidt apre uno scontro tra le grandi potenze. In ballo non c’è solo il nome del successore, ma il futuro di un sistema nato con gli Accordi di Dayton. Con l’analisi del generale Francesco Cosimato, Krisis passa ai raggi X i meccanismi di un potere trentennale oggi contestato tanto da Mosca quanto da Washington. Un’impasse che lascia l’Unione Europea sempre più isolata. Intanto, l’Italia prova a giocare le sue carte, proponendo un candidato sostenuto da Usa, Giappone e Turchia.IN BREVECrisi istituzionale Il sistema di supervisione internazionale in Bosnia è paralizzato dopo le dimissioni di Schmidt. Lo stallo sulla successione evidenzia le crepe di un protettorato trentennale.Poteri assoluti Introdotti nel 1997, i poteri di Bonn consentono all’Alto Rappresentante di revocare funzionari eletti e imporre leggi, derogando di fatto al principio di separazione dei poteri.Veti incrociati La nomina del nuovo rappresentante spacca i 55 Paesi del Consiglio per l’attuazione della pace. L’Italia candida Zanardi Landi con il sostegno Usa. La Francia propone Troccaz con l’appoggio tedesco.Modello neocoloniale Le tutele esterne e il diritto di veto etnico cristallizzano lo stallo politico. Per il generale Cosimato, l’assetto di Dayton, ormai museale, nega l’autodeterminazione del Paese.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Giulia Contini, che sta scrivendo una tesi magistrale sul tema. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire il rigore scientifico e la coerenza con i nostri standard editoriali.La Bosnia-Erzegovina sta vivendo una crisi senza precedenti. Le dimissioni dell’Alto Rappresentante Christian Schmidt e il fallimento nella scelta del suo successore mostrano le crepe di un sistema di supervisione internazionale che, a 31 anni dalla fine della guerra, fatica a giustificare la propria esistenza. Per la prima volta dalla firma degli Accordi di Dayton nel 1995, l’Ufficio dell’Alto rappresentante, l’organismo incaricato di vigilare sull’attuazione civile degli accordi, appare privo del consenso fra Europa, Stati Uniti e Russia che lo ha sostenuto per oltre 30 anni.Dietro lo scontro diplomatico sulla nomina del nuovo Alto rappresentante, si nasconde una questione più profonda. La disputa ha portato alla luce il ruolo di una figura dotata di poteri straordinari lasciata a lungo nell’ombra. Per alcuni analisti, l’Alto rappresentante è l’unico strumento in grado di evitare che scoppi una nuova guerra balcanica, per altri è il simbolo dell’ingerenza internazionale in uno Stato che dovrebbe essere sovrano. In sintesi, si tratta davvero dello strumento necessario per preservare la stabilità della Bosnia o rappresenta invece il baluardo di un sistema di tutela internazionale anacronistico?Per trovare risposta a questa domanda, abbiamo chiesto aiuto al generale Francesco Cosimato. Forte dell’esperienza in due missioni in Bosnia Erzegovina (nel 1998 e nel 2006), dov’è stato capo dell’ufficio di diretta collaborazione del comandante della forza europea Eufor Althea Gian Marco Chiarini, l’alto ufficiale non ha dubbi. «Di fatto, la Bosnia è un protettorato» spiega tranchant. «La presenza delle potenze internazionali – Italia compresa – è la versione contemporanea del neocolonialismo».Quella del generale non è una voce isolata. Le critiche all’Alto rappresentante non provengono solamente da Oriente, con le storiche opposizioni di Russia e Republika Srpska (una delle due entità politiche che costituiscono lo Stato di Bosnia ed Erzegovina, ndr), ma giungono con altrettanta nettezza anche da Occidente.L’Alto rappresentante è stato fortemente criticato dal think tank European Stability Initiative (ESI), con sede a Berlino, che lo ha descritto come un ruolo molto affine «a quello dei Raj britannici nell’India del XIX secolo» (il British Raj era il regime di dominio coloniale esercitato dal Regno Unito in India fra il 1858 e il 1947, ndr), un «governo indiretto» tipico di un «potere imperiale sui suoi possedimenti coloniali». Non solo. The Guardian lo ha descritto come un «dominio feudale». E The Economist ci è andato giù ancor più pesante, definendolo un «vicerè».Prima di entrare nei meandri della politica interna di Sarajevo, è necessario capire come la Bosnia post-Dayton si sia trovata a essere di fatto governata, per 31 anni, da otto diplomatici europei con poteri pressoché assoluti, storicamente coadiuvati da un primo vice di nazionalità statunitense.Da Dayton a BonnGli Accordi di pace di Dayton, firmati il 21 novembre 1995 sono la base dell’assetto istituzionale bosniaco. Pur avendo posto fine al conflitto armato, concorsero alla creazione di un Paese fragile, sotto costante tutela internazionale. Un controllo esterno che si riassume, appunto, nella figura dell’Alto rappresentante. A Dayton era stato pensato come una carica di natura temporanea, finalizzata all’attuazione degli accordi nella società civile e al consolidamento delle istituzioni democratiche. Tuttavia, non erano stati specificati né il termine di durata né gli obiettivi concreti necessari a decretarne il completamento.L’Alto rappresentante non è solo l’autorità massima per l’interpretazione degli accordi stessi. Gode anche dei poteri giuridici necessari per l’esercizio delle sue funzioni. Il suo ufficio (Ohr) risponde esclusivamente al Peace Implementation Council (Pic), un consorzio internazionale che comprende 55 Paesi e varie agenzie.Ma chi rappresenta l’Alto rappresentante? Qui cominciano le opacità. La figura non rappresenta l’Onu perché non la nomina l’Onu. Non rappresenta l’Ue perché non la nomina l’Ue. Rappresenta una non meglio definita comunità internazionale. In realtà, all’interno degli accordi di pace non viene specificato quale organo debba nominare l’Alto rappresentante. Di fatto, l’organo da cui riceve il mandato è il Consiglio per l’attuazione della pace (Pic), che in teoria comprende anche la Russia.La posizione di Mosca, però, è di totale rottura. La frattura definitiva risale al 2021, quando è stato nominato l’ultimo Alto rappresentante, il tedesco Christian Schmidt che ora ha dato le dimissioni. In un’intervista, Igor Kalabukhov, l’ambasciatore della Federazione russa in Bosnia Erzegovina, ha messo in dubbio il meccanismo di nomina da parte del Pic, sostenendo che la decisione finale spettasse al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In risposta, il ministro degli esteri bosniaco, Elmedin Konaković, citando lo stesso punto degli Accordi di Dayton, ha ribadito che l’Alto rappresentante deve essere eletto direttamente dal Pic, senza passare dal Consiglio di Sicurezza [1].Dunque non c’è chiarezza neanche su chi lo deve nominare: il Consiglio per l’attuazione della pace [2] o l’Onu? Quel che è certo è che l’Alto rappresentante non viene eletto dalla popolazione su cui deve vigilare, ma scelto da un organo internazionale creato ad hoc.Ma non è tutto. La questione si fa ancor più controversa a causa dei cosiddetti «poteri di Bonn», assegnati all’Alto rappresentante nel dicembre del 1997. Se già l’architettura di Dayton era ambigua, l’introduzione di queste prerogative speciali ha finito per congelare lo sviluppo democratico del Paese, trasformando un supervisore temporaneo in un plenipotenziario.L’aspetto più problematico riguarda, la validità legale di queste prerogative. I poteri di Bonn sono stati conferiti all’Alto rappresentante dal Consiglio per l’attuazione della pace, che in realtà non disponeva delle competenze per modificarli[3]. Eppure, durante la conferenza di Bonn, gli è stata data la facoltà di intervenire ogni qual volta i partiti locali non riescono o non vogliono prendere una decisione e di rimuovere i pubblici ufficiali che, a suo parere, violano impegni giuridici o in generale gli Accordi di Dayton.Una svolta eccezionale, quella avvenuta – in sordina – a Bonn nel 1997. Le prerogative attribuite all’Alto rappresentante non hanno eguali sullo scacchiere internazionale, perché di fatto derogano ai principi cardine della separazione dei poteri, sui quali si reggono la democrazia e lo stato di diritto sin dai tempi di Montesquieu.Con i poteri di Bonn, quella che era nata come un’istituzione temporanea con un ruolo di mediatore è stata trasformata in un ufficio permanente, dotato di poteri quasi illimitati in ambito sia giuridico sia legislativo, in grado di prendere decVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Epstein e il saccheggio della Russia

    di Chris HedgesChris Hedges intervista la giornalista investigativa Moe Tkacik sui retroscena finanziari dello scandalo Epstein. Dal crollo dell’Urss all’appropriazione degli asset statali, l’ex giornalista del New York Times spiega i meccanismi con cui ricchezza, informazione e impunità si intrecciano ai vertici del potere. Nella prima puntata di questa serie, indagine sul lato oscuro della classe dirigente anglo-americana.IN BREVECabala degli oligarchi Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ha dato il via a un brutale e sistematico saccheggio delle risorse statali russe, gettando le basi per la nascita della classe oligarchica.Ruolo di Harvard Sotto la guida di Larry Summers alla Banca Mondiale, l’economista di Harvard Andrei Shleifer ha supervisionato la privatizzazione di migliaia di imprese statali. Sua moglie, manager di hedge fund, si è arricchita enormemente.Ascesa di Blavatnik Tra i protagonisti del saccheggio post-sovietico emerge Len Blavatnik, miliardario legato a Epstein, che ha accumulato fortune immense mentre il popolo russo si impoveriva.Network criminale Le privatizzazioni selvagge in Russia non sono state un libero mercato trasparente, ma complesse operazioni gestite con reti estorsive mafiose e acquisizioni illegali.Impunità totale Nonostante le indagini sull’arricchimento illecito e la sospensione dei fondi Usaid, i protagonisti di questa stagione mantengono intatti potere, cattedre e capitali.La pubblicazione dei cosiddetti Epstein Files ha sconvolto l’opinione pubblica con racconti difficilmente immaginabili di pedofilia, sfruttamento delle donne e sfacciata depravazione da parte delle élite dominanti. Tuttavia, se queste storie hanno suscitato la maggiore indignazione pubblica, un’analisi più approfondita dei documenti rivela anche il funzionamento interno della classe dei miliardari: il modo in cui controlla le informazioni, collabora per nascondere i propri crimini e accumula immense ricchezze a spese della classe lavoratrice. Chris Hedges si confronta con Maureen Tkacik, giornalista investigativa che ha studiato e scritto sugli Epstein Files per The American Prospect e The Nation. Tkacik ricostruisce i protagonisti del saccheggio dell’Unione Sovietica dopo il suo crollo, la verità dietro le improvvise dimissioni di Larry Summers da Harvard, le controversie sulla morte del magnate dei media Robert Maxwell e molto altro.Oltre a procurare donne a uomini ricchi e potenti, Epstein divenne il loro fidato gestore finanziario, […]. Era inoltre abile nel coltivare amicizie con le mogli di questi uomini, come Valeria Wasserman, moglie di Noam Chomsky, e Soon-Yi Previn, moglie di Woody Allen. Tkacik descrive Epstein come «una calamita per questo tipo di combinazioni tra uomini molto anziani e facoltosi e mogli molto più giovani», sfruttando tali relazioni per orientare le finanze di questi uomini verso cause che lui e la classe che rappresentava ritenevano preferibili […].La rete finanziaria di Jeffrey Epstein viene spesso trascurata nei documenti resi pubblici. Non era soltanto un trafficante e uno sfruttatore di ragazze e donne, ma si trovava al centro della classe miliardaria dominante, una classe globale che controlla non solo le nostre economie e la nostra politica, ma anche i nostri sistemi di informazione e istruzione. […] Con me oggi c’è Maureen Tkacik, responsabile delle inchieste per The American Prospect. Maureen, vorrei discutere con te due articoli che hai scritto e che si concentrano su come Epstein abbia accumulato la sua ricchezza. Il primo, pubblicato su The Nation, si intitola Larry, We Knew You Too Well. Il secondo, apparso su The Prospect, è Newspapers Did Not Kill Themselves. Cominciamo però dall’articolo pubblicato su The Nation, perché ci riporta alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, all’appropriazione degli asset statali che diede origine alla cabala oligarchica russa da cui emerse Putin […], coinvolgendo Larry Summers, ex presidente di Harvard, e Jeffrey Epstein.«Certo. È curioso: alla fine tutto riconduce sempre al 1991. È l’anno in cui Jeffrey convince Les Wexner a concedergli la procura generale […]».Hai idea del motivo per cui Wexner fece una cosa del genere? Stiamo parlando del capo di Victoria’s Secret. Enormi somme di denaro, proprietà e altri beni vennero trasferiti da Wexner a Epstein. Quale potrebbe essere stata la ragione?«Più o meno nello stesso mese, forse addirittura nella stessa settimana, iniziò a circolare all’interno del Dipartimento di Polizia di Columbus un memorandum riservato riguardante i legami di Wexner con la criminalità organizzata e il suo coinvolgimento nell’omicidio, in stile esecuzione mafiosa, del suo commercialista. Quest’ultimo avrebbe dovuto testimoniare in cambio di una riduzione della pena per accuse piuttosto gravi di evasione fiscale. A quanto pare non aveva presentato la dichiarazione dei redditi per sette anni. Quest’uomo, noto in una certa misura come un “commercialista della mafia”, stava per testimoniare e collaborare con l’Fbi. Invece viene ritrovato morto. È una vicenda davvero sordida. Non ricordo tutti i dettagli, ma il Dipartimento di Polizia di Columbus iniziò a mappare tutte le relazioni di Wexner, quelle della famiglia Taubman – il suo principale proprietario immobiliare nel settore della vendita al dettaglio – e anche quelle di un uomo che un tempo possedeva i San Francisco 49ers, ma che fu costretto a vendere la squadra dopo essere stato estromesso dalla Nfl […]. Wexner era quindi sotto osservazione. E immagino che, data la sua posizione, avesse molti contatti all’interno della polizia di Columbus […]. È una voce che ha continuato a circolare per molto tempo. Ne lessi persino in un libro. Insomma, qualcosa si stava stringendo attorno a Wexner. Alcune persone stavano avvicinandosi pericolosamente a lui. E, osservando la cronologia degli eventi, ho il sospetto che questo possa essere stato uno dei motivi per cui trasferì tutti quei poteri a Jeffrey Epstein: per tenere i federali lontani dai propri affari. Per me è una spiegazione che ha senso. Ma nel 1991 stavano accadendo molte altre cose. Una delle più importanti era il crollo dell’Unione Sovietica. E poi c’era Robert Maxwell, editore di libri scolastici e giornali, storico collaboratore del Mossad, personaggio enorme e gioviale, che acquistò il New York Daily News, appena uscito da uno sciopero devastante. I proprietari del giornale, la Chicago Tribune Company, avevano speso qualcosa come 250 milioni di dollari nel tentativo di spezzare il sindacato. Ci erano quasi riusciti. A quel punto Maxwell arrivò dicendo: “Comprerò il New York Daily News se mi date 60 milioni di dollari per farlo”. E la Tribune rispose: “Sessanta milioni sono comunque meno dei 150 milioni che pensiamo ci costerebbe onorare tutti i contratti sindacali che dovremo pagare. Quindi va bene, il giornale è tuo”. Al Daily News tutti erano entusiasti. Poi, sette o otto mesi dopo, Maxwell cadde dal suo yacht e morì. O forse morì prima di cadere dallo yacht. O quasi certamente non nell’ordine ufficialmente raccontato. Subito dopo emerse che la sua società, Maxwell Communications, aveva un buco di 1,4 miliardi di dollari in liquidità che avrebbe dovuto essere disponibile. Dov’era finito quel denaro? Era un enorme mistero. I conti della famiglia furono congelati in diversi Paesi e Kevin Maxwell, uno dei figli, venne di fatto sottoposto a una sorta di arresti domiciliari. Era il figlio che stava assumendo il controllo dell’azienda. Nel frattempo Ghislaine Maxwell, che si trovava a New York, raccontava a tutti di essere completamente al verde, di non possedere più un centesimo. Come riuscirono a uscire da quella situazione? Perché Ghislaine era stata vista da un giornalista del Mirror mentre ordinava all’equipaggio dello yacht di distruggere tutto ciò che trovava: triturare documenti, gettare carte in mare e così via. Era quindi circondata da forti sospetti. Viveva ormai a New York e aveva deciso di restarvi. E tra i documenti contenuti negli Epstein Files ne ho trovato uno che getta molta luce su ciò che accadde realmente. Ma contemporaneamente a tutto questo, naturalmente, l’Unione Sovietica stava collassando. E Larry Summers – non so se a quel punto fosse già amico di Epstein; non sono certa di quando i due siano diventati così vicini da sembrare praticamente inseparabili negli anni precedenti alla morte di Epstein – era ai vertici della Banca Mondiale. Summers inviò in Russia un suo protetto, Andrei Shleifer, giovane economista di Harvard. Era nato in Russia, era emigrato negli Stati Uniti e si era laureato giovanissimo, a circa 16 anni o qualcosa del genere. Era una delle stelle nascenti dell’economia, un vero fenomeno agli occhi dell’establishment accademico. Larry Summers lo mette a capo di questo progetto per privatizzare la Russia, in sostanza per supervisionare la privatizzazione di circa 225.000 imprese statali all’interno dell’amministrazione di Boris Eltsin, circondato da una squadra di economisti formati alla scuola di Chicago – anche se, in questo caso, erano soprattutto ragazzi di Harvard. Tutto questo finisce con questi uomini che diventano incredibilmente ricchi, mentre quasi nessuno presta attenzione al fatto che la Russia stia crollando completamente. L’economia collassa. Il rublo perde gran parte del suo valore. Molti dei prestiti del Fondo monetario internazionale, che avrebbero dovuto servire a stabilizzare la valuta russa, spariscono misteriosamente. Improvvisamente un miliardo di dollari viene trasferito dal Fondo monetario internazionale alla Russia e nessuno riesce più a capire dove sia finito. Succedono cose estremamente oscure. Nel 1997, dopo che un informatore decide di parlare – qualcuno rimasto escluso dalla spartizione dei profitti – l’Usaid, che aveva finanziato l’intera operazione, sospende tutti i fondi destinati al progetto e, di fatto, estromette questi uomini dalla Russia. Cominciano le indagini. E si scopre che avevano guadagnato enormi somme investendo proprio nVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Todd: «Dopo la religione, resta il vuoto»

    di Emmanuel ToddL’autore de «La sconfitta dell’Occidente» descrive il crollo delle grandi matrici religiose europee e le conseguenze: un vuoto metafisico che alimenta nuove forme di nichilismo. Tra cattolicesimo e protestantesimo, Todd propone una chiave di lettura originale per comprendere la crisi dei valori condivisi e le trasformazioni della geopolitica contemporanea.IN BREVETre stadi Il modello di Todd identifica tre fasi storiche della fede: attiva, quando è vissuta e praticata; zombie, legata a valori e ideologie ereditate; zero, segnata dalla totale assenza di credenze sociali.Vuoto metafisico Nello stadio zero scompare la dimensione collettiva della fede. L’individuo si ritrova isolato in una società atomizzata, privo di precetti morali comuni e di risposte sul senso profondo dell’esistenza.Predisposizione al nulla Il nichilismo si sviluppa con maggiore forza nei Paesi di tradizione protestante. Questa matrice genera ansia e non ammette la bellezza del mondo, lasciando il vuoto assoluto dopo il crollo della fede.Resistenza all’angoscia Il cattolicesimo contempla l’assoluzione dai peccati e preserva l’estetica del mondo. Giunto allo stadio zero, non sprofonda nel nulla cosmico e ammette la sopravvivenza della bellezza terrena.Decomposizione occidentale La proliferazione contemporanea di slogan spirituali nella politica dell’Occidente non indica un ritorno alla fede. Si tratta di fenomeni nichilisti e derive settarie slegate dalla morale.In quest’intervista con la conduttrice Diane Lagrange, Emmanuel Todd torna sui temi centrali del suo ultimo saggio. Al centro della sua analisi c’è l’evoluzione delle società occidentali, attraverso tre fasi: dalla religione vissuta alle ideologie che ne prendono il posto, fino allo «stadio zero», segnato dall’assenza di valori condivisi. Un percorso che, secondo il saggista, aiuta a leggere la crisi contemporanea e le sue ricadute geopolitiche.Oggi affronteremo un tema centrale: la religione. Il ruolo della religione è centrale nel suo modello, in particolare ne La sconfitta dell’Occidente. Lei ha definito tre stadi: attivo, zombie e zero. Può ricordarli, per chi non li conosce?[…] «La religione attiva è quella che esiste davvero: la gente crede, pratica, cerca di conformarsi moralmente ai precetti, e questa religione – non di un singolo, ma di un gruppo di credenti – definisce una collettività. Il secondo stadio è la religione zombie: la fede scompare, la pratica scompare, ma i valori e il sentimento di appartenenza restano. La religione viene sostituita da ideologie, o quasi-religioni. Nel caso francese, il cattolicesimo crolla sui due terzi del territorio tra il 1730 e il 1780, e nel 1789 abbiamo la Rivoluzione: “Viva la nazione!”. La nazione è un concetto zombie. Poi c’è lo stadio zero: i valori ereditati sono scomparsi. Non resta più nulla – o, meglio, non resta più il gruppo che condivideva quei valori. Solo individui, una società atomizzata. Questo dà alla religione una dimensione capitale nella storia: matrice iniziale da cui esce qualcosa che poi scompare». […]Con questo concetto di nichilismo, lei arriva allo stadio zero.«Lo stadio zero è quando non hai più credenze religiose né ideologiche sostitutive: sei nel vuoto. L’essere umano resta un animale intelligente che non sa cosa ci fa sulla Terra, non sa perché vive, né come vivere con gli altri. Vuoto metafisico, vuoto sociale. Una delle uscite più frequenti è la deificazione del vuoto stesso: volontà di distruzione delle cose, degli uomini, della realtà. So che può scioccare e dare l’impressione che io sia un emerito reazionario, ma considero le ideologie transgender e i cambi di sesso – geneticamente impossibili – come indicatori di nichilismo ultimo, quasi più significativo della guerra, in un certo senso».Lei vede una differenza tra le diverse religioni? Immagino abbia definito questi stadi pensando al cristianesimo, dove c’è già una separazione […] tra privato e pubblico. E religioni più totali, come l’Islam o l’ebraismo, che regolano ogni aspetto della vita e della società?«La tripartizione è operativa in ogni senso […]. Sono partito dal cristianesimo non per qualità particolari, ma perché vivo in un Paese uscito dal cattolicesimo e ho legami intellettuali con il mondo anglo-americano, che è piuttosto protestante. Ma allo stadio attuale ho due problemi. Primo: il cristianesimo stesso è diviso. C’è il protestantesimo e c’è il cattolicesimo.E l’ortodossia…«Sull’ortodossia non posso dire nulla: allo stadio attuale la teologia ortodossa mi è totalmente impenetrabile. Ci avevo provato in passato. Più tardi, più tardi si dovrà, si deve, si dovrebbe tornarci sopra […]. Il nichilismo mi sembra molto più attivo e violento nei Paesi protestanti. Sì, più nei Paesi protestanti che nei Paesi cattolici. Conseguenza pratica: una sorta di russofobia patologica diretta contro un Paese che non ha minimamente intenzione di invadere l’Europa. A prescindere dai polacchi, che hanno un problema specifico con la Russia, sono i Paesi protestanti del Nord, i popoli che consideravo i più ragionevoli e che ammiravo – scandinavi, danesi, svedesi, norvegesi, sui quali lavoravo già per la mia tesi a Cambridge sulle strutture familiari – a essere entrati in un rapporto paranoico con una Russia immaginaria».Forse a causa della loro storia?«No, per niente, per niente. Non hanno problemi con la Russia dal XVIII secolo […]. L’Italia e la Spagna sono molto meno minacciate dal nichilismo. Quindi c’è già un problema logico molto importante: se la religione zero è la scomparsa di ogni religione, due Paesi a stadio zero, dato che zero è uguale a zero, dovrebbero essere uguali. Non lo sono […]. Il protestantesimo era una religione estremamente forte, estremamente esigente, con il presunto rapporto diretto del fedele con Dio attraverso le Scritture, perché si doveva imparare a leggere, e con un livello di ansia, tra l’altro, nel rapporto con il male del tutto particolare. E infine con una percezione abbastanza negativa del mondo […]. Quando si è credenti, si è in qualcosa. Quando si è nella fase zombie, si conservano forti valori strutturanti di appartenenza al gruppo. Gli svedesi hanno costruito, hanno fatto innovazioni assolutamente straordinarie di trasformazione sociale, hanno definito di fatto la modernità occidentale. Poi, quando sono arrivati allo stadio zero, non è restato più nulla. E soprattutto si sono ritrovati in un mondo vuoto, perché, in ogni caso, la loro religione in partenza non apprezzava granché il mondo. Al contrario, il cattolicesimo è più soft. Voglio dire, non c’è il livello di esigenza – non oso dire morale, ma sì, oso dirlo – diciamo che il livello di ansia morale, di ansia religiosa è molto più basso nel cattolicesimo. Il sentimento di appartenenza al gruppo è altrettanto forte, ma l’ansia è minore. Esiste l’assoluzione dai peccati, c’è una sorta di tolleranza, e poi non c’è predestinazione. C’è meno angoscia. E, soprattutto, nel cattolicesimo resta, in modo quasi esagerato dopo la Controriforma, un sentimento della bellezza del mondo: immagini, rituali splendidi. Allo stadio zero del cattolicesimo, resta la bellezza del mondo. E ho l’impressione che lo stadio zero, tra virgolette, del cattolicesimo ammetta la bellezza del mondo. Quindi qualcosa resta, alla fine. Se questo resta, nonostante tutto, non si è di fronte al nulla. Nel caso del protestantesimo non resta niente. Ed è ovviamente il protestantesimo ad avere una predisposizione a produrre il nichilismo. Per il cattolicesimo dopotutto non è così: anche fuori dalla fede il mondo è bello […]».Negli Stati Uniti c’è una ripresa del cattolicesimo, per l’immigrazione latino-americana e per le conversioni. Ma è un cattolicesimo in stato di frizione: il Papa ha criticato la guerra degli Stati Uniti e di Israele, Trump ha postato un’immagine di se stesso come Gesù, J.D. Vance ha detto al Papa che non dovrebbe dare lezioni di teologia, il che è abbastanza ironico. E abbiamo raggiunto l’apoteosi con Pete Hegseth, il ministro della Guerra, che ha fatto un servizio religioso nel Pentagono dove ha tirato fuori un sermone non dalla Bibbia ma da Pulp Fiction.«Io parlo di religione zero ma in realtà il discorso politico, ideologico, geopolitico è saturo di religione […]. Perché un’epoca percepita come se fosse di religione zero è strapiena di discorsi religiosi? Forse è normale: in un mondo in cui le persone in realtà non hanno più alcuna fede religiosa solida, si aggrappano a parole e comportamenti che definiscono religiosi, ma sono tutt’altra cosa. Forse, in certi casi, verrebbero considerate come nuove religioni […]. Sono disposto ad ammettere che sono nuove religioni, ma mettendo bene in chiaro che non si tratta di una religione così come l’ho definita sopra, cioè come qualcosa che è portatore di una moralità e che definisce una collettività. Dicono cose che definiscono religiose, ma non creano una collettività. E non sono morali. Prendiamo Hegseth, che si esalta perché i bombardamenti uccideranno gente e lo trova fantastico. Al massimo, sono disposto a concedere loro, forse, un giorno, lo status di setta satanica. Non so se ha visto quella specie di preghiera nello Studio Ovale, con la pastora che parla in una lingua incomprensibile… Tutto ciò non appartiene né al Protestantesimo né al cattolicesimo […]. Non si tratta di religioni nel senso classico del termine. Penserei piuttosto a prodotti della decomposizione sociale, che rientrano nell’universo brulicante, proliferante, mal definito del nichilismo. In realtà penso che si tratti di persone che in fondo sputano sulla religione, che si stanno prendendo gioco di ciò che era il vero protestantesimo, il vero cattolicesimo o il vero cristianesimo, anziché persone che hanno attività o fedi religiose. Quanto al cattolicesimo, Alastair Crooke, un analista britannico ragionevole, mi ha detto: “È una questione di classe”. L’attuale immagine del protestantesimo e degli evangelici è associata a persone incolte. D’altronde, le statistVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Guerra fredda: quando gli intellettuali si ritrovarono al servizio della Cia

    di Frances Stonor SaundersL’editore Fazi ripropone il celebre saggio in cui Frances Stonor Saunders svela come, alla fine della Seconda guerra mondiale, lo spionaggio Usa abbia reclutato l’intelligencija occidentale in funzione anti-sovietica. Con dovizia di particolari, la giornalista britannica mostra come riviste, concerti e mostre d’arte influenzarono l’immaginario europeo, diventando sofisticate armi di persuasione di massa. Nell’introduzione del libro, pubblicata qui di seguito, ricostruisce i meccanismi di questa sofisticata operazione di conquista delle menti.IN BREVEPropaganda Cia Durante la Guerra fredda, lo spionaggio Usa finanziò un programma segreto per influenzare l’immaginario europeo attraverso riviste, mostre e concerti.Libertà della cultura Dal 1950, il Congresso per la libertà della cultura aprì uffici in 35 Paesi, mobilitando artisti e intellettuali in funzione anti-sovietica.Guerra psicologica La strategia puntava a distogliere l’intelligencija europea dal marxismo per promuovere la pax americana, vista come un nuovo Illuminismo.Reclutamento intellettuali Molti radical e intellettuali delusi dallo stalinismo cooperarono con l’Agenzia, uniti da una comunità d’intenti e convinzioni.Campagna di persuasione I documenti ufficiali smentiscono l’altruismo della Cia: ogni finanziamento esigeva una propaganda mirata a orientare le menti occidentali.Nel pieno della Guerra fredda il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse a un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale. Uno dei tratti principali di questo programma era proprio l’esplicita negazione della sua esistenza. Fu messo in atto con estrema riservatezza dallo strumento di spionaggio statunitense, la Cia, Central Intelligence Agency.Un atto fondamentale di questa campagna segreta fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente della Cia Michael Josselson, tra il 1950 e il 1967. I suoi risultati furono considerevoli, e così la sua durata. Al suo culmine, il Congresso per la libertà della cultura aveva uffici in 35 Paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di 20 riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, contava su un proprio servizio per la diffusione di notizie e articoli di opinione, organizzava conferenze internazionali di alto livello e ricompensava musicisti e altri artisti con premi e pubblici riconoscimenti.La sua missione consisteva nel distogliere l’intelligencija europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way. Facendo ricorso a una rete estesa ed enormemente influente di personale al diretto servizio dell’Agenzia di intelligence, di strateghi politici, grandi industriali ed ex allievi delle università della Ivy League, la nascente Cia iniziò, a partire dal 1947, a mettere in piedi un «consorzio» il cui duplice compito doveva consistere nel vaccinare il mondo dal contagio del comunismo e nel facilitare il conseguimento degli interessi globali della politica estera statunitense.Il risultato fu una rete di persone, notevolmente integrata, che lavorò gomito a gomito con l’Agenzia per promuovere un’idea: il mondo aveva bisogno di una pax americana, di un nuovo Illuminismo che sarebbe stato battezzato «il secolo americano». Il consorzio messo in piedi dalla Cia, formato da quella che Henry Kissinger qualificò come «un’aristocrazia al servizio della nazione in nome di principi che superano lo spirito di parte», costituì l’arma segreta con la quale gli Stati Uniti combatterono la Guerra fredda, un’arma che, in campo culturale, ebbe un vastissimo raggio d’azione.Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del Dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a quest’impresa segreta. Agendo del tutto indisturbato, anzi, per oltre 20 anni addirittura senza essere individuato, lo spionaggio statunitense tenne aperto e sovvenzionò in maniera considerevole un complesso fronte culturale in Occidente, per l’Occidente, in nome della libertà d’espressione. Nel definire la Guerra fredda «una battaglia per la conquista delle menti umane», andò accumulando un immenso arsenale di armi culturali: riviste, libri, conferenze, seminari, esposizioni, concerti, premi.Tra i membri di questo consorzio figurava un gruppo assortito di radical e di intellettuali di sinistra la cui fede nel marxismo e nel comunismo si era infranta di fronte all’evidenza del totalitarismo stalinista. Usciti dal «decennio rosa» degli anni Trenta, che Arthur Koestler qualificò con amarezza come quello «dell’abortita rivoluzione dello spirito, della fallita rinascita, della falsa alba della storia», la loro disillusione si accompagnava al desiderio di aderire a un nuovo progetto, di consolidare un nuovo ordine che sostituisse le esauste forze del passato. La tradizione del dissenso radicale, nell’ambito della quale gli intellettuali si erano assunti il compito di indagare miti, discutere prerogative istituzionali e disturbare il compiacimento del potere, veniva sospesa a favore dell’appoggio alla «proposta americana».Legittimato e finanziato da istituzioni potenti, questo gruppo non comunista orientò la vita intellettuale dell’Occidente tanto quanto aveva fatto il comunismo solo alcuni anni prima (e per di più, molte persone erano le stesse) […]. Gli intellettuali che si erano sentiti traditi dal falso idolo del comunismo si trovavano a considerare la possibilità di costruire una nuova Weimar, una Weimar americana. Se il governo, e il suo braccio operativo segreto, la Cia, era disposto a fornire aiuto a questo progetto, ebbene, perché no? Che alcuni personaggi un tempo di sinistra finissero per legarsi alla Cia in una comune impresa non è tanto assurdo come può sembrare a prima vista.C’era una vera comunità d’intenti e di convinzioni tra l’Agenzia e gli intellettuali reclutati, inclusi quelli che non ne erano del tutto consapevoli, per combattere la guerra fredda della cultura. L’influenza della Cia non fu «sempre, o con frequenza, reazionaria o bieca», ha scritto l’eminente storico liberale americano Arthur Schlesinger. «Secondo la mia esperienza, la sua leadership fu politicamente intelligente e raffinata». Questa concezione della Cia come paradiso del liberalismo fu un potente incentivo a collaborare con l’Agenzia o, quantomeno, ad accettare l’idea che avesse buone ragioni di esistere.Questo modo di vedere le cose, tuttavia, non si accorda affatto con la reputazione della Cia quale strumento del potere statunitense per interventi spietati e pericolosamente fuori d’ogni controllo, durante la Guerra fredda. La Cia fu l’organizzazione che orchestrò il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo Arbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci, nel 1961, l’infausto Programma Phoenix in Vietnam.Teneva sotto controllo decine di migliaia di cittadini statunitensi, attaccava dirigenti democraticamente eletti di altri Paesi, pianificava assassinii nello stesso tempo in cui, davanti al Congresso, negava di svolgere queste attività, facendo raggiungere all’arte della menzogna nuove, altissime vette. Con quale atto di magia, dunque, riuscì a presentarsi a intellettuali di solidi principi, come Arthur Schlesinger, quale vascello dell’anelata libertà?La questione di quanto internamente si spinse lo spionaggio americano nelle questioni culturali dei suoi alleati occidentali, agendo nell’ombra per stimolare un’ampia varietà di attività creative, disponendo gli intellettuali e le loro opere come pezzi degli scacchi con cui giocare il Grande gioco, rappresenta ancor oggi uno dei temi più suggestivi della Guerra fredda. L’argomentazione adottata dagli avvocati difensori del periodo, che i sostanziosi investimenti economici della Cia non fossero sottoposti a condizioni o pretendessero contropartite, non è stata ancora vagliata in maniera seria.Nei circoli intellettuali degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale si è ancora pronti ad accettare come vera l’idea che la Cia fosse interessata unicamente ad ampliare le possibilità della libera e democratica espressione culturale. «Abbiamo semplicemente aiutato la gente a dire quello che, in ogni caso, avrebbe detto», è la principale linea difensiva, una sorta di «assegno in bianco» all’Agenzia […].I documenti ufficiali relativi alla Guerra fredda della cultura, tuttavia, smentiscono sistematicamente questa leggenda sull’altruismo dell’Agenzia. Dagli individui e dalle istituzioni sovvenzionati la Cia si aspettava che agissero come elementi di una campagna di persuasione ampia, di una guerra di propaganda, nella quale la «propaganda» si definiva come «ogni sforzo o movimento organizzato per diffondere informazioni o una particolare concezione mediante notizie, prese di posizioni o appelli, pensa ti per influire sul pensiero e sulle azioni di un determinato gruppo».Una componente essenziale di questo sforzo era la «guerra psicologica» definita come «l’uso pianificato della propaganda e di altre attività, diverse dal combattimento, da parte di uno Stato, per comunicare idee e informazioni come mezzo per esercitare influenza su opinioni, atteggiamenti, emozioni e comportamenti di gruppi stranieri al fine di favorire il conseguimento di obiettivi nazionali». Ancor di più, si definiva «il tipo di propaganda più efficace» quella in cui «il soggetto opera nella direzione richiesta per motivi che ritiene essere propri». Non ha senso mettere in dubbio queste definizioni. I documenti governativi ne sono pieni […].Nel 1996 apparve sul «New York Times» una serie di articoli che portavano alla luce un’ampia gamma di attività segrete con dotte dall’intelligence statunitense. ManVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  31. 141

    Questa non è una storia cinese a lieto fine

    di An SanshanIl testo di An Sanshan ha scosso il web. Ma la realtà che descrive, con una mamma sfinita dalla fatica prima dei 50 anni e un figlio che a 66 anni trasporta ancora mattoni, rappresenta un atto d’accusa contro la povertà che persiste in alcune zone interne del Paese del dragone.IN BREVESaggio virale Il testo di An Sanshan, un manovale di 66 anni, ha commosso il mondo raccontando l’incessante fatica e la prematura scomparsa della madre.Povertà ereditaria La vicenda è la cruda testimonianza di una miseria che si tramanda da una generazione all’altra nella Cina contemporanea.Eco internazionale Il commovente racconto ha varcato i confini nazionali grazie a una traduzione inglese ripresa anche dai canali istituzionali e dai media di Stato cinesi.L’estate scorsa, nel Nord della Cina, un influencer ha incrociato per strada un lavoratore migrante di 66 anni, chiedendogli di scegliere tra 100 yuan in contanti e la possibilità di vincerne 1.000 scrivendo un saggio.An Sanshan, un manovale giornaliero della provincia dello Shanxi, ha scelto la seconda opzione. Seduto in un ristorante vuoto, ha composto un saggio di oltre 800 caratteri cinesi intitolato «Mia madre». Il video è stato successivamente pubblicato su Douyin, l’equivalente cinese di TikTok, il 9 luglio 2025. Il filmato è diventato rapidamente virale, trasformando un uomo che passava le sue giornate a trasportare mattoni e cemento in un improbabile caso letterario.I lettori sono rimasti colpiti dall’impatto dei suoi ricordi, ovvero una madre che non riposava mai, un figlio che non ha più potuto pronunciare la parola «mamma» per oltre 30 anni e una tomba la cui erba è diventata verde, poi gialla, poi di nuovo verde, proprio come la sua incessante nostalgia.Eppure, ciò che rende il saggio così devastante non è solo il dolore. È la continuità. La madre è stata logorata da una vita di fatiche e il figlio, decenni dopo, vive ancora sotto lo stesso peso della fatica fisica. La sua storia non parla quindi solo di memoria, di amore o di talento letterario. È anche la testimonianza cruda di come la povertà possa trasmettersi di generazione in generazione e di come le vite dei lavoratori meno pagati della Cina siano spesso costruite su fatiche così implacabili da diventare quasi invisibili.Quasi un anno dopo, il saggio ha trovato una seconda vita online quando un creatore di contenuti in lingua inglese residente a Pechino lo ha tradotto e letto ad alta voce. Il filmato in inglese, caricato il 23 aprile 2026, si è diffuso nuovamente sui social media cinesi.La traduzione è stata poi ripresa dai media di Stato cinesi e dagli account ufficiali rivolti all’estero, tra cui China Daily, Xinhua, le ambasciate cinesi e il portavoce del ministero degli Esteri della Cina, come esempio di una «storia cinese» capace di commuovere il pubblico oltre i confini nazionali […].Yuxuan JIA, Zhu YutaoMia madreOggi mi è capitato di imbattermi in alcune persone che giravano un breve video e facevano interviste. Dovevano estrarre un argomento e, poiché ero l’unico in questo gruppo di operai ad aver frequentato le scuole superiori, le due giovani donne hanno scelto me. Ho avuto la fortuna di estrarre il titolo «Mia madre». Tornare ai ricordi di mia madre mi ha riempito di molti pensieri.Mia madre se n’è andata ormai da più di 30 anni. È sepolta nel vecchio cimitero ai margini del villaggio. Il suo aspetto, ogni suo movimento, è ancora tutto lì, proprio davanti a me.Mia madre non ha avuto un solo momento di riposo in tutta la sua vita. Si alzava prima dell’alba e smetteva di lavorare solo dopo il tramonto. Dentro e fuori casa, le sue preoccupazioni non finivano mai. Indossava sempre abiti lavati finché non sbiadivano, rammendati più e più volte.Era d’animo gentile e tollerante. Non litigava mai con i vicini. Ogni volta che si presentava qualcosa di buono, si assicurava sempre che gli altri lo avessero per primi.Ciò che ricordo di più sono i pasti. Tutta la famiglia si riuniva intorno al tavolo, ma mia madre non si univa mai a noi. Era sempre occupata ai fornelli. Solo dopo che avevamo finito tutti di mangiare, guardava dentro la pentola. Se era rimasto qualcosa, mangiava qualche boccone. Se non c’era nulla, non mangiava affatto e diceva: «Non ho fame».La vita era difficile allora, non c’era molta differenza tra ricchi e poveri, ma le persone erano calorose e davano valore alle relazioni. Mia madre era la più gentile di tutte.I ravioli che preparava avevano un profumo ineguagliabile. Erano l’unica cosa che desideravamo in quei giorni duri.Il Capodanno era il suo periodo più frenetico, tra lavare, strofinare e preparare il pranzo della festa fino a non riuscire più a stare dritta per la stanchezza, ma manteneva sempre il suo sorriso. Guardandoci sparare i petardi, era persino più felice di noi. Non importa quanto fossero logori i nostri vestiti, li prendeva tra le mani e li puliva, rendendoli ordinati e decorosi.A quei tempi vivevamo ancora sotto il sistema collettivo. Le verdure fresche erano difficili da trovare. In autunno venivano distribuite le quote di grano. Il grano veniva raccolto di giorno e poi diviso tra le famiglie di notte, un processo che durava tutta la notte.L’autunno in campagna è amaramente freddo e mia madre indossava abiti molto leggeri. Dopo la consegna del grano, tremava in modo insopportabile dal freddo. Si avvolgeva in una coperta molto sottile e, proprio così, faceva di nuovo alba e iniziava un altro giorno di duro lavoro. Si stropicciava gli occhi e si alzava per preparare il cibo per tutta la famiglia.C’erano molte persone in casa e quella grande pentola di ferro usata per cucinare a legna era incredibilmente pesante. Sollevarla e spostarla non era una cosa alla portata di chiunque. Pensandoci ora, mi chiedo dove mia madre, con la sua corporatura minuta, trovasse così tanta forza.Quando mia madre morì, aveva appena superato i 50 anni, logorata dal lavoro. Ora la sua tomba si trova ai margini del villaggio, una piccola e anonima collinetta di terra. Ogni volta che ritorno, vado sempre a fermarmi lì per un po’ e le parlo.Ho passato la maggior parte della mia vita in città a fare lavori manuali, trasportando cemento, legando barre d’acciaio, salendo sui ponteggi. Le mie mani e le mie spalle sono piene di calli. È un lavoro davvero estenuante, ma quando penso alla forza di mia madre nel sollevare quella pentola di ferro, quando penso a come tremava per il freddo ma stringeva i denti e resisteva fino al mattino, la mia stessa forza ritorna.Mia madre non ha mai goduto di una vita agiata, ma ciò che mi ha insegnato è stato questo spirito incrollabile e il senso del dovere verso la mia famiglia. Devo continuare a mantenere questa famiglia che tu hai costruito e mantenerla stabile.L’erba sulla sua tomba diventa verde, poi gialla, poi di nuovo verde, anno dopo tempo, proprio come la mia nostalgia che non finisce mai.Sono diventato padre. Sono diventato nonno. Ma per oltre 30 anni non ho pronunciato la parola mamma.Penso che un giorno, quando non potrò più trasportare il cemento, tornerò al villaggio e mi sdraierò accanto a quella collinetta di terra. Forse allora, quando chiamerò la mamma, lei sarà in grado di sentirmi.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleAn Sanshan Nato nel 1960 nella provincia dello Shanxi, è un operaio edile cinese. Dopo aver abbandonato gli studi per lavorare nei cantieri delle grandi città, ha vissuto sulla propria pelle i sacrifici della classe operaia migrante. Nell’estate 2025, alcuni influencer cinesi gli hanno chiesto di scrivere un testo in cambio di 1.000 yuan. Il risultato è il saggio «Mia madre», che è rapidamente diventato virale. La sua scrittura, intima e priva di retorica, ha commosso il pubblico globale per la sua straziante onestà nel raccontare la povertà della Cina rurale.Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit krisisinfo.substack.comVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Lettera aperta di Jeffrey Sachs al cancelliere Merz

    di Jeffrey D. SachsNell’intervento pubblicato sulla «Berliner Zeitung», il professore lancia un duro monito alla Germania sul rischio di un conflitto totale con la Russia. Attraverso l’analisi di sei storici fallimenti diplomatici dal 1990 a oggi, denuncia l’abdicazione della leadership tedesca, schiacciata dalle pressioni di Washington. Sachs esorta Merz a interrompere la corsa al riarmo e a fermare l’escalation militare per scongiurare tanto la guerra quanto il grave declino industriale ed economico dell’Europa.IN BREVEEscalation L’Europa rischia un conflitto aperto con Mosca. Con questa lettera aperta, Jeffrey Sachs esorta il cancelliere tedesco Friedrich Merz a riaprire subito i canali diplomatici.Sei errori A partire dal 1990, sei gravi fallimenti della politica estera di Berlino – dall’espansione della Nato al caso Nord Stream – hanno profondamente minato la fiducia geopolitica di Mosca.Crisi manifatturiera L’interruzione dei rapporti commerciali con la Russia e il sabotaggio del gasdotto costringono Berlino ad acquistare gas Usa a prezzi insostenibili.Risorse sprecate Il massiccio riarmo sottrae centinaia di miliardi di euro a investimenti strategici che sarebbero urgenti, come l’Intelligenza artificiale, i chip e le reti digitali.Via d’uscita Per evitare il disastro, sostiene Sachs, occorre una pace negoziata che sancisca la neutralità ucraina, lo stop all’allargamento della Nato e la ripresa delle relazioni economiche.Cancelliere Merz,quando le ho scritto una lettera aperta sei mesi fa, ho esortato la Germania a perseguire la diplomazia con la Russia anziché la normalizzazione della guerra. Sei mesi dopo, la situazione in Europa è drammaticamente peggiorata. L’Europa e la Russia stanno scivolando verso una guerra aperta. E in questa deriva, Cancelliere, la sua responsabilità è unica. Nessun leader europeo – né a Parigi, né a Varsavia, né a Roma – occupa la posizione che occupa la Germania, o ha il potere che lei personalmente detiene, per interrompere questa catastrofe. Proverà a cercare la pace?Lei stesso, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al presidente Emmanuel Macron, ha chiesto nel gennaio 2026 che l’Europa riavviasse le relazioni con la Russia e ha descritto la Russia come «un Paese europeo». Eppure lei non ha perseguito la diplomazia. Con il futuro dell’Europa in gioco, questa è una straordinaria abdicazione di leadership. Ha tentato, nei suoi mesi da Cancelliere, un solo dialogo sostanziale con il presidente Vladimir Putin? Il Suo ministro degli Esteri ha tentato un solo dialogo sostanziale con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov? Conversazioni reali, simili a quelle che posero fine alla Guerra Fredda. La risposta, per quanto rivelano i documenti pubblici, è no. Nemmeno una volta. E non per mancanza di riconoscimento dell’urgenza.I giorni scorsi hanno portato a una pericolosa accelerazione che dovrebbe concentrare l’attenzione di ogni mente europea. Entrambe le capitali sono ora sotto attacco continuo: droni ucraini a lungo raggio hanno colpito in profondità Mosca, inclusi siti civili. Gli attacchi russi con missili e droni contro Kiev si sono notevolmente intensificati. Droni ucraini hanno attraversato lo spazio aereo degli Stati baltici, sollevando l’immediata prospettiva di un incidente che potrebbe trascinare l’Europa direttamente in guerra. Un terribile attacco ucraino su una scuola maschile a Lugansk ha ulteriormente eroso quel poco che restava della moderazione. E il 25 maggio, il ministro degli Esteri Lavrov, agendo su istruzioni del presidente Putin, ha notificato formalmente al Segretario di Stato degli Stati Uniti che le forze armate russe stanno ora lanciando «attacchi sistematici e continui» su strutture e centri decisionali a Kiev. Il ministero degli Esteri russo ha consigliato agli Stati Uniti e ad altri Paesi di «assicurare l’evacuazione del proprio personale diplomatico e di altri cittadini dalla capitale dell’Ucraina». Questo messaggio è il prologo di una grande escalation. La diplomazia è più urgente che mai.Il modo di difendere l’Ucraina non è il continuo massacro, ma la pace a condizioni che siano accettabili per tutte le parti. Invece, affrontiamo un’escalation, con più morti, più distruzione e la reale prospettiva di una guerra che si espanda oltre l’Ucraina. Chiedendo sempre più armi, una capacità di combattimento sempre maggiore e dimostrazioni sempre più forti di «risolutezza», nonché segnalando che la Germania si sta preparando alla guerra piuttosto che lavorare per porvi fine, lei ha permesso a Berlino di diventare un acceleratore piuttosto che un freno per una guerra a livello europeo.La responsabilità della Germania: sei punti particolariLa Germania porta una profonda responsabilità per la situazione che si trova ora ad affrontare. Prima che la politica tedesca possa essere reimpostata verso la pace, il passato della Germania deve essere affrontato onestamente. Espongo qui di seguito sei gravi fallimenti della politica estera tedesca nei confronti della Russia dalla riunificazione della Germania nel 1990.Primo – il Trattato 2+4 e l’espansione a Est della Nato. Il 12 settembre 1990, a Mosca, la Germania firmò il Trattato sullo stato finale della Germania – il «Trattato 2+4» – che completò la riunificazione tedesca. Quel trattato fu ottenuto perché a Mikhail Gorbaciov vennero date solenni assicurazioni, da Hans-Dietrich Genscher, da Helmut Kohl, da James Baker e da altri leader occidentali, che la Nato non si sarebbe spostata verso Est. Il verbale desecretato – inclusi i memorandum ora pubblici raccolti dal National Security Archive della George Washington University – è inequivocabile: quelle assicurazioni furono date ed erano chiaramente intese all’epoca come applicabili all’Europa orientale, oltre il territorio dell’ex Ddr. Tali assicurazioni furono riaffermate nel corso del 1990 e del 1991.Il Trattato 2+4 limita il posizionamento delle truppe Nato nella ex Ddr e richiama i principi dell’Atto finale di Helsinki, il quale sottolinea che la sicurezza di nessuna nazione dovrebbe andare a scapito di un’altra. Qualche persona seria crede forse che l’Unione Sovietica si preoccupasse delle truppe occidentali sul territorio della ex Ddr ma fosse indifferente agli eserciti della Nato a Varsavia, Vilnius o Kiev? Ovviamente no.La questione dell’allargamento della Nato fu discussa in dettaglio. Esplicite assicurazioni che non si sarebbe allargata a Est furono date dalla Germania ai leader sovietici – e poi furono infrante. La Germania è stata la principale beneficiaria di quelle assicurazioni, che erano il quid pro quo per la riunificazione della Germania. Eppure, già nel 1993, i leader tedeschi iniziarono a promuovere la violazione di quelle assicurazioni.Secondo – la testimonianza diretta della cancelliera Merkel. Nelle sue memorie, Angela Merkel scrive con sorprendente candore che aveva capito, al momento del vertice di Bucarest del 2008, che invitare l’Ucraina e la Georgia nella Nato sarebbe equivalso a una dichiarazione di guerra alla Russia. Conosceva la linea rossa della Russia. Tuttavia cedette alle pressioni americane, accettando il comunicato di compromesso secondo cui l’Ucraina e la Georgia «sarebbero diventate» membri della Nato. Quella singola frase mise in moto le catastrofi del 2014 e del 2022. La successiva franchezza di Merkel è un dono per i suoi successori: ha detto, chiaramente e con parole sue, che cosa si era capito all’epoca. La Germania non dovrebbe ora fingere il contrario.Terzo – il tradimento dell’accordo del 21 febbraio 2014. Il 21 febbraio 2014, a Kiev, l’allora ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, assieme ai suoi omologhi di Polonia e Francia, mediò un accordo tra il presidente Viktor Yanukovych e l’opposizione. L’accordo prevedeva il ritorno alla costituzione del 2004, la formazione di un governo di unità nazionale e scadenze elettorali presidenziali anticipate. Il presidente Putin fu consultato; l’accordo venne confermato. Si trattò di un serio successo diplomatico in un contesto di estrema violenza. Eppure, nel giro di 24 ore, Yanukovych venne rovesciato con la forza da un violento colpo di stato. La Germania non insistette sull’accordo che aveva appena garantito. Al contrario, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, sostenne il nuovo governo, come se non ci fosse alcun accordo in vigore. Quella decisione convinse Mosca che non poteva fare affidamento sulle firme occidentali.Quarto – Minsk II. Nel febbraio 2015, la cancelliera Merkel negoziò personalmente Minsk II nel Formato Normandia e assicurò l’appoggio politico della Germania attraverso la Dichiarazione di sostegno adottata a Minsk il 12 febbraio 2015. Per sette anni, la clausola politica chiave – l’autonomia per le regioni del Donbas all’interno di un’Ucraina sovrana – non fu mai implementata da Kiev. La Germania non fece pressioni su Kiev affinché applicasse la clausola sull’autonomia che essa stessa aveva sostenuto – e Merkel successivamente ammise che l’accordo era stato usato come un’azione di contenimento per consentire all’Ucraina di riarmarsi. Il presidente François Hollande disse la stessa cosa. La garanzia, in altre parole, non era affatto una garanzia. Era uno stratagemma – ancora una volta su richiesta di Washington. Ancora una volta, il messaggio a Mosca fu che non ci si può fidare delle firme occidentali.Quinto – Nord Stream. Il 7 febbraio 2022, nella East Room della Casa Bianca, il presidente Joe Biden annunciò – con l’allora cancelliere Olaf Scholz al suo fianco – che «se la Russia invade… allora non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi porremo fine». Alla domanda su come lo avrebbero fatto, rispose: «Vi garantisco che saremo in grado di farlo». I gasdotti furono distrutti sette mesi dopo in un atto di sabotaggio nel Mar Baltico. Le prove disponibili – il giornalismo investigativo negli Stati Uniti e in Germania, la pista seguita dal Procuratore federale tedesco e le dichiarazioni pubbliche di ex funzionari – puntano in modo schiacciantVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Sull’orlo del baratro: la Nato verso la guerra totale con la Russia

    di Thomas FaziL’analista mette in luce la drammatica escalation bellica, dove i raid dei droni ucraini, guidati dalle tecnologie occidentali, stanno riducendo al minimo le possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. Tra la nascita del nuovo asse militare-industriale fra Berlino e Kiev, l’allarme geopolitico nel Mar Baltico e le pressioni dei falchi di Mosca su Putin per una risposta nucleare, l’Occidente ha smarrito la lungimiranza politica per frenare la corsa verso la catastrofe.IN BREVEScontro militare diretto Il livello di coinvolgimento nella guerra in Ucraina ha trasformato il conflitto per procura in un confronto operativo reale che cancella la finzione della non belligeranza.Produzione bellica La Germania e altri Paesi europei accelerano la cooperazione strategica con Kiev, creando joint venture per fabbricare armamenti e droni a lungo raggio in Europa.Spettro nucleare Le operazioni oltre i confini rinvigoriscono i consiglieri più radicali a Mosca, che spingono per adottare un cambio di strategia che può arrivare fino all’uso del nucleare.Assenza diplomazia A rendere eccezionale la crisi attuale contribuisce la mancanza di canali secondari e di leader capaci di proporre un accordo negoziato per fermare la macchina bellica.La vicenda del drone russo che, secondo il ministero della Difesa di Bucarest, stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza.A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla.Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo.Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia.Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di raffinazione del petrolio russa. Solo questo mese, i droni ucraini hanno colpito due dozzine di raffinerie di petrolio russe, secondo il Ministero della Difesa ucraino. Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano fino a 1.500-1.700 km dal confine ucraino, il che segnala un notevole miglioramento delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina.Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen, gli attacchi ucraini con droni e missili sul territorio russo, inclusa Mosca, rappresentano un passo significativo verso l’alto nella scala dell’escalation. Pur non essendo impressionato dal loro effetto militare immediato, la traiettoria lo preoccupa profondamente: «L’entità del danno che questi droni possono fare non è così grande… non influenzerà certamente l’esito della guerra in alcun modo significativo. Questo non succederà. Ma penso che il grande pericolo per il futuro sia che gli ucraini, lavorando con gli europei che restano determinati a sconfiggere la Russia, aumenteranno il numero di attacchi e il tipo di attacchi sulla Russia».La Russia ha già risposto all’attacco dei droni contro lo studentato del Donbas con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più grandi dall’inizio della guerra, che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik con capacità nucleare. E ha già minacciato di lanciare una nuova ondata di «attacchi sistematici» contro la capitale. I nuovi raid prenderanno di mira «centri decisionali e posti di comando», oltre a impianti di produzione di droni nella città, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev «il prima possibile» e ha avvertito i cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari.Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartieri generali ucraini — un fatto piuttosto singolare se si considera che le forze armate ucraine hanno ripetutamente preso di mira i quartieri generali russi, come ha osservato Anatol Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha rivendicato di aver distrutto un importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili — che l’Ucraina lancia da due anni — richiede i dati di puntamento statunitensi.Nonostante ciò, Mosca non ha preso di mira i quartieri generali ucraini a Kiev proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence statunitensi e di altri Paesi Nato venissero uccisi, rischiando come risposta una drastica escalation da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo è stato frenato anche dal desiderio di non contrariarlo né di indebolirlo. Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui di pace sono a un punto morto e che «al momento non ci sono colloqui in corso».Questo indica non solo una pericolosa escalation della guerra – ma anche la sua potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina. Dopotutto, sebbene questi attacchi vengano formalmente eseguiti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina non potrebbe mai compiere questi attacchi con droni sul territorio russo senza il supporto satellitare e di intelligence della Nato – e degli Stati Uniti nello specifico. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha continuato a fornire all’Ucraina l’intelligence per effettuare attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto riferito da molteplici funzionari statunitensi e ucraini.Le informazioni d’intelligence aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione delle rotte, l’altitudine, la tempistica e le decisioni di missione, consentendo ai droni d’attacco unidirezionali a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni dell’Ucraina come lo «strumento» che gli Stati Uniti stanno usando per raggiungere l’obiettivo di indebolire l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la Cia è stata coinvolta nel potenziamento del programma di droni ucraino.Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va ben oltre la semplice condivisione di informazioni d’intelligence. Mentre un funzionario statunitense ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno effettivamente stabilito le priorità degli obiettivi per l’esercito ucraino – il che significa che gli Stati Uniti stanno di fatto scegliendo cosa colpire.Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare – sia sottoforma di guida Gps in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello ucraino annesso alla Russia tramite Starlink di Elon Musk) sia attraverso la fornitura di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale Gps in tempo reale, come nelle aree in cui il segnale viene disturbato: mappe del terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di elusione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione satellitare e dall’intelligence americana.Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la Russia sono di fatto un’operazione Usa-Nato sotto bandiera ucraina. Ma la Nato non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi attacchi — e naturalmente i soldi per i droni. Sempre più spesso, fornisce i droni stessi.Anche seVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Palestina, la Nakba degli ulivi

    di Giulia ContiniDal 1948 a oggi, la distruzione dei terreni olivetati emerge come fenomeno economico, territoriale e metaforico. Tra estirpazione delle piante, restrizioni all’accesso alle terre e violenze dei coloni, l’analisi ricostruisce l’impatto materiale di tali pratiche, evidenziandone anche il valore identitario e culturale. Per i palestinesi, l’albero millenario diventa così il punto di intersezione tra sopravvivenza e appartenenza, al centro di un conflitto che si gioca anche sul controllo dello spazio e dei suoi emblemi.IN BREVEPolitiche di sradicamento Il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’abbattimento di 3.000 ulivi in Cisgiordania, per distruggere «l’idea di uno Stato palestinese».Devastazione a Gaza I bombardamenti nella Striscia hanno raso al suolo oltre l’80% dei campi coltivabili, riducendo gli ulivi a circa 150.000 e compromettendo i frantoi.Economia e sussistenza Prima della guerra, fra Gaza e Cisgiordania,la coltivazione olivicola interessava il 45% delle terre palestinesi, garantendo il sostentamento a 100.000 famiglie.Identità & sumud L’ulivo simboleggia la resilienza culturale, detta sumud. E lega il popolo palestinese alla propria terra, attraverso la tradizione della raccolta.Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Giulia Contini. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire il rigore scientifico e la coerenza con i nostri standard editoriali.«Stiamo costruendo la Terra di Israele e distruggendo l’idea di uno Stato palestinese». Con queste parole inequivocabili, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato, il 7 maggio 2026, lo https://www.timesofisrael.com/smotrich-announces-uprooting-of-3000-trees-planted-by-palestinians-in-northern-west-bank/ piantati dai palestinesi nel Nord della Cisgiordania, vicino a Jenin, per la creazione di nuovi insediamenti di coloni. Il 18 maggio i bulldozer israeliani sono entrati nella città di Azzun, a Est di Qalqilya, https://www.nation.com.pk/18-May-2026/israeli-forces-uproots-olive-trees-bulldozes-agricultural-land-west-bank intorno all’insediamento illegale di Ma’ale Shmron.Nonostante la stagione del raccolto delle olive sia ormai giunta al termine, la violenza dei coloni israeliani sui palestinesi prosegue. All’interno del https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/crackdown-palestinian-civil-society-union-agricultural-work-committees-raided-enar, il 2025 è stato definito «il più violento mai registrato»: dal solo primo ottobre si contano 167 attacchi da parte dei coloni su 87 villaggi, prendendo di mira sia contadini sia attivisti per i diritti umani, solamente a partire dal primo ottobre, in concomitanza della raccolta delle olive.In un https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/remarks-head-un-human-rights-office-occupied-palestinian-territory-ajith-sunghay-press-olive-harvest-season-delivered-enar del 21 ottobre 2025, già a metà dell’anno si contavano 757 attacchi da parte dei coloni, un aumento del 13% rispetto al 2024, con cifre ben https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-update-244-west-bank rispetto agli anni precedenti. Nella Striscia di Gaza durante gli attacchi sono stati https://www.fao.org/newsroom/detail/gaza-s-agricultural-infrastructure-continues-to-deteriorate-at-alarming-rate/en dei campi coltivabili, toccando il https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666017225000057.Prima dell’inizio del conflitto, la Striscia contava circa due milioni di ulivi dislocati su 5.000 ettari (50.000 dunum). Oggi si stima la sopravvivenza di appena 150.000 alberi su una superficie ridotta a 450 ettari, su un totale di 4.000 ettari rimasti coltivabili in tutta la Striscia.Inoltre, come riporta la Palestinian Press Agency, i https://en.safa.news/post/5784/Gaza-s-Olive-Harvest-Faces-Devastating-Decline-Amid-Ongoing-Genocidal-War#:~:text=The%20number%20of%20operational%20olive,the%20eastern%20parts%20of%20Gaza., con soltanto quattro stabilimenti per la lavorazione delle olive ancora in funzione. Tuttavia, a causa della difficoltà nel reperire il carburante, anche questi ultimi rischiano l’interruzione dell’attività.Non si tratta di un fenomeno recente: dal 1948, con la distruzione dei villaggi palestinesi durante la Nakba, molti degli uliveti andarono perduti, espropriati o incorporati in https://www.972mag.com/olive-oil-trees-nakba-1948/. Secondo un rapporto dell’https://unctad.org/system/files/official-document/gdsapp2015d1_en.pdf del 2015, dal 1967 al 2011, con l’occupazione illegale della Cisgiordania da parte di Israele, circa https://imeu.org/resources/resources/fact-sheet-israels-environmental-apartheid-in-palestine/126, di cui https://theecologist.org/2015/nov/07/destruction-palestinian-olive-trees-monstrous-crime. Molti campi, anche se non sono stati distrutti, sono impossibili da coltivare: per riuscire a oltrepassare i posti di blocco, c’è bisogno di un https://www.un.org/unispal/2011-10-18-olive-harvest-fast-facts-ocha-factsheet/ rilasciato dalle autorità militari israeliane, che viene negato sempre più spesso, lasciando incolti https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/remarks-head-un-human-rights-office-occupied-palestinian-territory-ajith-sunghay-press-olive-harvest-season-delivered-enar di terra.La costruzione del muro da parte di Israele in Cisgiordania nel 2002 (dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004) costituisce un ulteriore ostacolo per i contadini, essendo stato eretto per l’86% su territorio palestinese. Secondo un https://www.un.org/unispal/2011-10-18-olive-harvest-fast-facts-ocha-factsheet/, il muro separa circa l’80% dei proprietari originari dai propri campi, data la difficoltà nell’ottenere un permesso da «visita», soprattutto a partire dal 2023 dopo l’invasione della striscia di Gaza, come testimoniato da https://www.aljazeera.com/opinions/2025/10/18/in-the-occupied-west-bank-the-war-continues.Sotto pressione delle Nazioni Unite, lungo il tracciato del muro sono stati predisposti dei varchi per consentire il transito dei coltivatori. Ciononostante, ben 44 su 66 varchi sono aperti solamente durante la stagione della raccolta, precludendo le necessarie attività agricole nel resto dell’anno. https://www.un.org/unispal/document/ohchr-remarks-21oct25/, provocando una perdita di 10 milioni di dollari per i palestinesi, mentre nel 2024, la cifra ha superato i 22 milioni e mezzo di dollari.Con i trattati di Oslo del 1993, la Cisgiordania venne divisa in tre zone: la zona A ad amministrazione palestinese; la zona B ad amministrazione civile palestinese e controllo militare israeliano e la zona C sotto amministrazione israeliana. Nonostante fossero intese come misure temporanee, divennero lo status quo. La zona C, va evidenziato, comprende circa il 60% della Cisgiordania e rappresenta anche l’area più fertile e con le maggiori risorse idriche dei territori palestinesi.Durante la Seconda Intifada, nel 2000, Israele distrusse il https://pchrgaza.org/wp-content/uploads/2025/05/We-Will-Leave-Them-Nothing.pdf delle terre coltivabili della Striscia di Gaza. Per concludere l’elenco, tra il 2010 e il 2023 altri https://anthrosource.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/cuag.12318 ulivi sono stati distrutti o danneggiati, a cui vanno aggiunti ulteriori 19.000 distrutti nel 2023. Qual è il motivo dietro la distruzione degli uliveti da parte di Israele? Per rispondere alla domanda, bisogna prima capire che significa l’ulivo per i palestinesi.L’ulivo rappresenta un elemento centrale della vita palestinese, a livello sia simbolico sia pratico. Prima della guerra a Gaza, circa il https://www.ifpri.org/blog/no-olive-branch-the-question-of-natural-resource-destruction-in-gaza-and-the-west-bank/ del terreno coltivabile era utilizzato per le olive, che davano sostentamento a circa https://yris.yira.org/column/israels-campaign-against-on-palestinian-olive-trees/ famiglie tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. L’industria olearia rappresentava il Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La Chiesa cattolica e la sfida dell’intelligenza artificiale

    di Maria PappiniDalla nuova enciclica di Papa Leone XIV al regolamento europeo AI Act, la scienziata Mirella Mastretti riflette sull’etica per i sistemi informatici dal punto di vista cristiano. Spiega come la diffusione di avatar emotivi, la profilazione digitale di massa rendano necessarie nuove regole per difendere il pensiero critico dei giovani. E sottolinea la necessità di una governance capace di tutelare la dignità della persona.IN BREVEQuestione antropologica L’intelligenza artificiale non è più solo una tematica tecnica: riapre la domanda su cosa significhi restare umani.Persona o funzione? Per la tradizione cristiana, l’uomo non è solo cognizione o comportamento, ma coscienza, libertà e relazione.Rischio profilazione Gli algoritmi classificano, prevedono e profilano comportamenti. Il rischio è ridurre la persona a dato statistico.Pensiero critico Delegare scrittura e ragionamento all’IA può indebolire autonomia di giudizio, analisi e capacità critica delle nuove generazioni.Relazioni artificiali Avatar e companion IA creano legami emotivi simulati. La sfida è non sostituire l’incontro umano con relazioni algoritmiche.Governare la tecnologia La vera sfida non è essere contro l’IA, ma mantenerla al servizio della dignità e della libertà della persona.Con l’odierna pubblicazione della nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata alla persona nel tempo dell’intelligenza artificiale, il rapporto tra tecnologia, coscienza e dignità umana è ormai entrato al centro del dibattito globale. Non più soltanto una questione tecnica, economica o geopolitica, ma una domanda radicalmente antropologica: cosa significa restare umani nell’epoca degli algoritmi? E soprattutto: chi decide cosa deve restare umano, e chi ha già smesso di esserlo?Krisis ne ha parlato con Mirella Mastretti, ricercatrice indipendente, attiva dal 1988 nel campo dell’intelligenza artificiale e della systems engineering. Fisica cibernetica, ha iniziato lavorando nei laboratori di ricerca avanzata di Italtel, per poi ricoprire posizioni manageriali in diverse aziende tecnologiche e insegnare in varie università, fra cui il Politecnico di Milano. Ha partecipato all’iniziativa «Una vita da scienziata» e ha fondato AlgoRadar, un gruppo multidisciplinare di scienziati indipendenti che mirano a promuovere un’intelligenza artificiale trasparente, antropocentrica e orientata al bene comune. Cattolica praticante, collabora con istituzioni vaticane e reti universitarie legate alla Chiesa. Ha scritto il capitolo conclusivo del libro Artificial Intelligence and care of common home, che ha presentato assieme ai coautori a papa Leone XIV il 5 dicembre 2025.Esiste uno scontro tra antropologia cristiana e IA?«Più che uno scontro frontale, direi che stiamo entrando in una tensione culturale tra modi diversi di concepire l’essere umano. Oggi parliamo genericamente di “intelligenza artificiale”, ma in realtà esistono paradigmi differenti. I sistemi che utilizziamo quotidianamente sono forme di IA ristretta, specializzate nell’elaborazione di dati, schemi e probabilità e modelli di IA generativa, capaci di produrre testi, immagini e contenuti che appaiano sempre più simili a quelli creati dall’uomo. La ricerca, però, si sta evolvendo verso modelli più complessi – neurosimbolici, neuromorfici e cognitivi – che cercano di simulare processi decisionali, inferenze e funzioni cognitive sempre più avanzate. Anche considerando questi sviluppi, però, rimane una distanza profonda rispetto all’antropologia cristiana. La dottrina sociale della Chiesa si fonda infatti su una concezione personalistica e relazionale della persona, radicata nell’idea di imago Dei. L’essere umano non è soltanto cognizione o comportamento. È coscienza, libertà, responsabilità morale, corporeità, relazione, esperienza vissuta. La persona è molto di più delle sue funzioni computazionali».Quale rischio culturale introduce l’IA?«La vera questione non è semplicemente tecnica, ma antropologica: quale idea di uomo guiderà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale? Ed è qui che entra in gioco il tema della governance etica. Se costruiamo la tecnologia dentro una visione puramente tecnocratica o funzionalista, il rischio è quello di impoverire l’umano, soprattutto il pensiero critico delle nuove generazioni. Se invece l’intelligenza artificiale resta al servizio della persona, può diventare uno strumento straordinario: nella medicina, nell’educazione, nell’accesso alla conoscenza e nella promozione del bene comune».Le normative attualmente in vigore sono sufficienti?«Normative europee come l’AI Act rappresentano certamente un passo importante, perché introducono principi di trasparenza, gestione del rischio e tutela dei diritti fondamentali. Tuttavia, dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, questo non basta ancora. La domanda decisiva resta: cosa significa rimanere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Per questo credo siano necessari anche strumenti concreti di governance etica. Nel mio lavoro ho proposto, ad esempio, l’idea di una sorta di “etichetta etica” capace di identificare applicazioni e sistemi che rispettino determinati valori antropologici e sociali. Non si tratta di uno strumento giuridico, ma culturale: un modo per riportare al centro la dignità della persona umana».L’Occidente post-cristiano sembra aver smesso di cercare la salvezza in Dio per cercarla nella tecnologia. L’IA è una nuova promessa di salvezza secolare?«In parte sì. Alcune narrazioni contemporanee sembrano aver trasferito nella tecnologia aspettative che un tempo appartenevano alla religione: il desiderio di superare il limite umano, eliminare la sofferenza, controllare l’incertezza e persino vincere la morte. Esistono correnti transumaniste – penso ad esempio al singularitarianism di Ray Kurzweil e Vernor Vinge – che parlano apertamente della tecnologia come mezzo per superare l’uomo biologico. Si arriva persino all’idea dell’upload della mente, della fusione uomo-macchina o di una sorta di immortalità digitale.In queste visioni, la coscienza viene interpretata soprattutto come elaborazione di informazioni. Ma qui emerge una domanda decisiva: la coscienza umana è davvero riducibile a un processo computazionale?»Una macchina può davvero avere coscienza?«Anche un’intelligenza artificiale molto avanzata può elaborare informazioni, simulare linguaggio, emozioni o ragionamenti. Ma questo non significa necessariamente possedere una coscienza nel senso pieno del termine, cioè legata all’esperienza soggettiva, morale e corporea della persona.Recentemente Anil Seth ha usato un’immagine molto efficace: il confronto tra gli scacchi e il meteo. Gli scacchi sono completamente computabili, governati da regole precise; per questo una macchina può superare l’essere umano. Il meteo, invece, è dinamico, emergente, immerso in processi fisici reali. La coscienza somiglia molto più al meteo che agli scacchi. Emerge da processi biologici, dall’interazione col corpo e con l’ambiente. Possiamo simulare un uragano, ma la simulazione non sente il vento. Per questo il vero tema non è scegliere tra fede e tecnologia. La domanda è se useremo l’intelligenza artificiale come strumento al servizio dell’uomo oppure se finiremo per cercare nella tecnologia una forma di salvezza esistenziale che nessuna macchina può realmente offrire».La tradizione cristiana distingue tra conoscenza, intelligenza e sapienza. Come ricorda il Siracide: «Tutta la sapienza viene dal Signore ed è con lui per sempre». Un sistema artificiale può elaborare informazioni, ma può davvero avvicinarsi a ciò che la Bibbia chiama sapienza?«La sapienza implica coscienza, esperienza vissuta, discernimento morale, interiorità e relazione. Un sistema artificiale può descrivere il dolore senza provarlo, parlare del bene senza desiderarlo, discutere della morte senza avere coscienza della propria fine. Su questo credo sia ancora molto attuale l’esperimento mentale della Chinese Room di John Searle. Immaginiamo una persona chiusa in una stanza che non conosce il cinese. Riceve simboli dall’esterno e possiede soltanto un enorme manuale di istruzioni che le dice come combinare quei simboli per produrre risposte corrette. Chi sta fuori dalla stanza penserà che quella persona comprenda il cinese. In realtà non comprende nulla: sta semplicemente manipolando simboli. Allo stesso modo, un sistema artificiale può elaborare informazioni, riconoscere schemi complessi e produrre risposte sempre più sofisticate. Una futura IA potrebbe persino simulare forme avanzate di ragionamento. Ma comprendere davvero, avere coscienza e consapevolezza, è un’altra cosa. La sapienza, infatti, non coincide semplicemente con l’intelligenza: implica coscienza, esperienza morale e consapevolezza dell’esistenza».Quali rischi per la dignità umana emergono quando algoritmi classificano, profilano e predicono comportamenti su scala planetaria?«Gli algoritmi tendono inevitabilmente a classificare, profilare, attribuire punteggi e prevedere comportamenti. Questo può produrre forme di discriminazione, esclusione, sorveglianza e manipolazione comportamentale, soprattutto nei sistemi basati sulla raccolta massiva di dati. Il rischio emerge quando la previsione algoritmica diventa più importante della libertà personale. In quel momento l’essere umano rischia di essere trattato come un oggetto da ottimizzare, ridotto a un profilo statistico o a una sequenza di comportamenti prevedibili».Come può la tradizione dell’imago Dei offrire una forma di resistenza culturale?«L’idea cristiana di imago Dei ricorda che l’essere umano non è soltanto cognizione o comportamento. È coscienza, libertà, responsabilità morale, corporeità, relazione ed esperienza vissuta. Per questo il valore della persona non dipende dall’efficienza, dalla produttività o dalla caVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    L’urbanizzazione «verde» della povertà

    di Romeo FarinellaCon quasi sei abitanti del pianeta su 10 che risiedono nei centri urbani, le metropoli sono diventate l’epicentro della miseria. Attraverso le lenti del Sud globale e della finanziarizzazione immobiliare, l’urbanista svela le debolezze dell’Agenda 2030, il documento con cui l’Onu promuove la riconversione ambientale. Ordinario all’Università di Ferrara e autore del libro «Le fragole di Londra», Farinella denuncia come la sostenibilità rischi di trasformarsi in un privilegio di classe, generando nuove forme di segregazione.IN BREVEOrigine del fenomeno Il sorpasso demografico delle città sulle aree rurali non ha generato benessere. Ha trasformato i centri urbani nell’epicentro di una miseria strutturale.Milton Santos Il geografo brasiliano di origine africana ha dimostrato che il capitalismo non contrasta la povertà urbana. Tende a redistribuirla e a concentrarla in periferie totalmente escluse.Finanziarizzazione Le nuove logiche neoliberali e la valorizzazione immobiliare continuano a produrre segregazione, trasformando lo spazio in un terreno di profitto e di esclusione.Iniquità ambientale La crisi climatica colpisce soprattutto le fasce marginali, che subiscono una doppia discriminazione, restando confinate in territori inquinati e privi di tutele.Inganno della transizione Interventi di rigenerazione verde provocano fenomeni di gentrificazione, riducendo la sostenibilità ecologica a un privilegio di classe accessibile a pochi.Oggi nel mondo più di una persona su due risiede in città. Con circa il 58% della popolazione globale concentrato nei centri urbani – pari a 4,8 miliardi di persone – il sorpasso demografico sulle aree rurali, avvenuto nel 2007, è ormai un dato strutturale del nostro secolo. Eppure, questa transizione non ha coinciso con un aumento del benessere. Anzi, le metropoli sono diventate l’epicentro della miseria: quasi un quarto degli abitanti urbani vive in baraccopoli. È proprio all’interno di questa contraddizione che si colloca la straordinaria attualità del pensiero del geografo brasiliano Milton Santos, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.Le città moderne vengono spesso immaginate come luoghi di progresso e opportunità. Eppure, come osservava Santos, è proprio nello spazio urbano che la povertà si riorganizza, si concentra e diventa parte integrante del funzionamento della metropoli contemporanea. Il geografo ha sviluppato il tema dell’urbanizzazione della povertà tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, analizzando gli effetti della modernizzazione e della globalizzazione sulle grandi città del Sud globale.Quando Santos ha elaborato questa riflessione, il Brasile era governato dalla dittatura militare e viveva una fase di rapida crescita economica accompagnata da un’intensa espansione urbana. L’industrializzazione accelerata, la modernizzazione infrastrutturale e l’integrazione nel capitalismo internazionale stavano trasformando profondamente il Paese.Le grandi città, in particolare São Paulo e Rio de Janeiro, attiravano milioni di migranti provenienti dalle aree rurali povere, soprattutto dal Nordest. Questa crescita, però, non era accompagnata da una redistribuzione della ricchezza né da adeguate politiche sociali. Le città esplodevano, così come le disuguaglianze. Accanto ai quartieri moderni e integrati nei circuiti economici globali si espandevano enormi periferie informali prive di servizi, infrastrutture e condizioni abitative dignitose.In questo contesto Santos ha elaborato una riflessione sul tema della Pobreza Urbana (2023) associandolo anche a una riflessione sulla Urbanização Brasileira (2023): un processo dal quale emergeva una crescente e strutturale associazione tra urbanizzazione e povertà. Una riflessione che ha preso corpo durante i suoi anni di esilio, nella quale sostiene che lo sviluppo urbano non contrastava la povertà ma tendeva piuttosto a redistribuirla e concentrarla in alcune aree delle grandi metropoli.La modernizzazione avviata dal capitalismo si accompagna in effetti a una forte selezione sociale, fenomeno ancora più evidente nei paesi periferici. Solo una parte della popolazione beneficia dei miglioramenti economici e sociali; un’altra ne resta esclusa. Il capitalismo contemporaneo, al di là delle forme di governo, si conferma così come un sistema profondamente e interessatamente contradditorio: da un lato innovazione e ricchezza, dall’altro marginalità, informalità ed esclusione territoriale.Nelle periferie brasiliane, come sottolinea l’urbanista Erminia Maricato, l’informalità urbana – favelas, autocostruzione, occupazioni irregolari – non rappresenta un’anomalia, ma il modo concreto attraverso cui milioni di persone riescono ad accedere alla città in un sistema profondamente diseguale (Brasil, cidades: alternativas para a crise urbana, 1995).Tendiamo spesso a considerare l’informalità un problema, ma per chi vi abita ha rappresentato anche una soluzione abitativa e sociale, pur continuando a essere uno spazio di conflitto. In questo senso, Maricato si avvicina molto alla lettura di Santos della «modernizzazione selettiva», intesa come integrazione solo parziale della popolazione nell’economia urbana ufficiale, mentre le periferie restano spesso escluse dagli investimenti pubblici, dalla mobilità efficiente e dal pieno diritto alla cittadinanza urbana.Raquel Rolnik, un’altra protagonista di quello straordinario laboratorio di pensiero sulla crisi dell’abitare che è São Paulo, riprende e attualizza il pensiero di Santos nell’epoca della globalizzazione neoliberale. Se Santos analizzava gli effetti della modernizzazione industriale sulla povertà urbana, Rolnik (São Paulo: o planejamento da desigualdade, 2023) mostra come la finanziarizzazione dello spazio e le nuove logiche del capitalismo globale continuino a produrre esclusione, segregazione e vulnerabilità territoriale. La relazione tra ricchezza urbana e produzione della marginalità, tuttavia, precede la contemporaneità e accompagna la storia stessa della città industriale.Agli inizi del Settecento, il medico e filosofo inglese Bernard Mandeville sviluppò una riflessione metaforica sui vizi privati e le pubbliche virtù della società britannica nel testo La favola delle api. Nel libro descriveva la sporcizia di Londra, il cattivo odore e il degrado delle strade come effetti collaterali di una ricchezza prodotta dai commerci internazionali e dall’avvio di quel processo che avrebbe preso poi il nome di rivoluzione industriale. Indicando degrado e povertà, come manifestazioni della ricchezza in formazione della futura città vittoriana, Mandeville anticipò uno degli aspetti strutturali della crescita urbana che caratterizzerà i secoli successivi.1Oggi il tema della povertà e delle disuguaglianze condiziona profondamente le politiche urbane nella prospettiva, condivisa a livello globale, della transizione ecologica promossa dall’Agenda 2030 dell’Onu. Quale rapporto tra povertà e ricchezza emerge dalla composizione delle nostre città? E quali forme urbane si identificano con questo dualismo, spesso strettamente interdipendente? È un dato di fatto che, senza il lavoro povero e precario di molti, la città dei ricchi faticherebbe a funzionare.L’argomento della povertà attraversa tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030. In alcuni compare esplicitamente, in altri è implicito nelle pratiche necessarie per realizzarli. L’acqua pulita, l’istruzione di qualità, la fame, la salute e il benessere, non sono problemi dei ricchi. L’accesso a questi «servizi» è un diritto prima di essere un bisogno, ma è limitato per le fasce più vulnerabili della popolazione. Se questi sono punti salienti di un percorso che vuole rendere sostenibile il pianeta, non è possibile affrontarli senza intervenire in modo strutturale, e non soltanto caritatevole, sulle disuguaglianze sociali.Possiamo allora affermare che la lotta contro la povertà costituisce una delle finalità principali dell’Agenda 2030. Ma esistono davvero le condizioni per realizzarla? E attraverso quali strumenti politici ed economici? In che modo potranno essere affrontate le grandi urbanizzazioni che concentrano quote sempre maggiori di povertà?Il capitalismo e la civiltà industriale occidentale si sono alimentati di un’idea di progresso resa possibile dall’avanzamento tecnico, trasformato progressivamente nella morale identitaria della modernità. Questo processo ha prodotto una separazione sempre più netta tra politica, economia e tecnologia da un lato, biosfera, ecologia e limiti ambientali dall’altro.Come ricorda Günther Anders, il mondo è stato a lungo considerato una «miniera da sfruttare» (L’uomo è antiquato, vol. 2, 2007). Oggi la complessità della crisi contemporanea impone invece la necessità di definire nuovi paradigmi di sviluppo (o di decrescita), capaci di affrontare anche le disuguaglianze, le vecchie e nuove povertà, le crisi climatiche e la redistribuzione delle ricchezze. Su questo terreno, tuttavia, le istituzioni politiche appaiono in ritardo.Che povertà e miseria siano state condizioni funzionali all’accumulazione del capitale emerge con forza già durante la rivoluzione industriale. Le lotte sociali, sindacali e politiche tra Ottocento e Novecento hanno certamente migliorato le condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, ma non hanno eliminato le contraddizioni profonde del modello industriale. Nel mondo colonizzato dalle potenze europee, molti insediamenti urbani vennero progettati secondo i principi urbanistici pensati per «igienizzare» le città industriali occidentali: luce, aria, verde, grandi assi viari. Tuttavia, questi modelli erano destinati soprattutto agli spazi abitati dagli europei e dalla borghesia emergente.Alcune forme contemporanee di urbanizzazione globale ancora oggi sembrano riprodurre questa logica segreVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Usa, l’impero dei debiti e il tramonto del dollaro

    di Chris HedgesProseguendo il loro confronto, Hedges e Wolff analizzano i meccanismi finanziari che tengono sotto scacco gli Stati Uniti, tra crescente indebitamento, ruolo internazionale del dollaro e trasformazioni dell’equilibrio tra potenze. A partire dalla cecità della classe dirigente Usa, arroccata su schemi consolidati dagli anni Ottanta, Wolff traccia la mappa di un sistema-mondo frammentato. Privo di canali di diplomatici adeguati, il sistema si trova esposto al rischio di una depressione globale.Seconda parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVESuperpotenza al tramonto Gli Stati Uniti affrontano la fine della loro egemonia. Un cambiamento epocale che la classe dirigente nega, moltiplicando errori geopolitici ed economici.Crisi del dollaro La crescita della Cina e le strategie del Global South sottraggono al dollaro il suo ruolo globale, minacciando di frenare la capacità statunitense di finanziare il suo debito pubblico.Declassamento Con l’aumento delle spese militari e il declassamento del rating, Washington rischia di subire tassi d’interesse più alti o un blocco dei prestiti esteri.Rottura delle catene Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran interrompe il commercio mondiale, procovando carenze di energia e di microchip.Depressione globale La mancanza di cooperazione internazionale e l’inasprimento dei conflitti trascinano l’intero sistema economico verso scenari di pesante recessione e deflazione.Nella prima puntata di questo colloquio, il giornalista Chris Hedges e l’economista Richard Wolff hanno analizzato come l’escalation militare in Medio Oriente stia mettendo a nudo le fragilità strategiche degli Stati Uniti. Ma quali sono le ricadute strutturali della crisi sul sistema economico globale? In questo secondo confronto, l’attenzione si sposta sui nodi finanziari che tengono sotto scacco Washington. Al centro dell’analisi, il crescente indebitamento degli Stati Uniti, il ruolo del dollaro come valuta di riferimento internazionale e le strategie di potenze come Cina, Russia e Iran, che tentano di ridurre la propria dipendenza dal sistema finanziario occidentale.Che ripercussioni genera sull’Impero la paralisi dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della sterminata catena di approvvigionamento?«Questo è un tasto dolente per me. Ritengo che il nostro impero sia finito. Credo che ciò che stiamo vivendo – tu, io, la nostra attuale generazione – sia l’esperienza brutta, sgradevole e spaventosa del declino di un impero. Nel corso dell’ultimo secolo, il nostro impero è cresciuto costantemente. Non per tutti, naturalmente, ma per una fetta di popolazione sufficiente a conferirle i tratti di una vera e propria espansione economica e strutturale. E ciò è avvenuto in particolar modo all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando tutti gli altri potenziali contendenti per quel ruolo di leadership si erano ridotti in macerie. Il risultato, in sostanza, è che siamo diventati i padroni del mondo.Da tale congiuntura sono scaturiti gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, decenni in cui si è assistito a quella strana esaltazione di tutto ciò che era americano, il cosiddetto “eccezionalismo americano”: l’idea che, se si era credenti, Dio amasse noi più di chiunque altro, e via discorrendo. Qual è l’origine di tutto ciò? Si è trattato di un classico abbaglio: l’incapacità di capire quanto fossero particolari le condizioni di quel momento, sfociata nell’illusione che vi fosse una qualche garanzia di immutabilità; o che, pur in presenza di un mutamento del contesto, la singolare posizione di privilegio degli Stati Uniti si sarebbe in qualche modo perpetuata. Ma non vi è nulla di più falso.A partire da circa 10 o 15 anni fa, ritengo che tale declino sia diventato evidente. Non tanto a livello di narrazione pubblica, poiché viviamo in un Paese che pratica sistematicamente quella che mia moglie, di professione psicoterapeuta, definisce una “negazione di massa”. Vi è un rifiuto categorico di prendere in considerazione la sola idea che l’impero sia al tramonto. Di conseguenza, ci si preclude di domandarsi: cosa significa? Come dobbiamo comportarci con la Cina, la Russia o l’Iran agendo in veste di impero in declino? Questo richiederebbe un cambio di paradigma radicale.A quel punto, l’obiettivo dovrebbe diventare quello di capire come gestire la transizione e attraversare la fase di declino senza farci saltare in aria o disintegrare l’intero pianeta. Non si tratta più di preservare la propria egemonia: quella è definitivamente svanita. Si tratta di trovare un modo sostenibile di gestire i rapporti. Ma i nostri leader non ragionano né si esprimono in questi termini. Parlano come se si trovassero ancora negli anni Settanta o Ottanta, quando si poteva verosimilmente sostenere che la posizione degli Stati Uniti fosse di dominio assoluto. Quel periodo è ormai finito.Il Vietnam ha segnato l’inizio della fine, forse persino la Corea, ma il Vietnam certamente; per poi proseguire con l’Afghanistan, l’Irak e ora l’Ucraina. È assurdo. Non siamo nella posizione di fare esibizioni di forza, nonostante la saggezza del senno di poi secondo cui l’amministrazione americana – Pete Hegseth, Donald Trump – era convinta di poter risolvere la questione iraniana nel giro di pochi giorni, assassinare l’Ayatollah, sganciare un po’ di bombe sull’Iran e convincersi che tutto sarebbe andato in pezzi a nostro favore. È un errore talmente catastrofico che ti lascia senza fiato.Per quanto mi riguarda, stiamo vivendo l’epilogo dell’Impero, un tracollo che è stato accelerato e reso ancor più imminente dalla crisi attualmente in corso in Medio Oriente. E poiché l’approccio americano continua a fondarsi sull’assunto illusorio di non avere un impero ormai in declino, si continuano a fare errori che finiscono per auto-alimentare il declino imperiale stesso. Ma è questo il prezzo imposto dalla negazione. È esattamente ciò che è avvenuto, a causa di una negazione del tutto analoga, nel tramonto di altri grandi imperi del passato: quello romano, quello greco, quello persiano, quello ottomano, nessuno escluso. Lo schema storico non diverge di molto. Si inizia con la negazione: non si riesce a crederci, non si vuole crederci, si decide deliberatamente di non crederci. Di conseguenza, si compiono errori macroscopici che rendono la caduta un dato di fatto stringente, accelerandone la dinamica.Al giorno d’oggi, quando mi trovo a rilasciare interviste ad organi di stampa britannici, li esorto in questo modo: “Aiutateci. Voi state gestendo il vostro declino da molto più tempo di noi”. L’Impero americano ha di fatto raccolto i cocci di quello che rimaneva dopo il collasso dell’Impero britannico, e i britannici hanno dovuto fare i conti con questa realtà per molto tempo. Noi stiamo solo iniziando ad affrontarlo, e lo stiamo facendo in maniera disastrosa».Vorrei chiederle dell’egemonia del dollaro, dello Swift e dei petrodollari […]. È in atto un tentativo da parte di Cina, Russia e certamente Iran di liberarsi dalla tirannia del dollaro?«Sì, e qui rintracciamo, se me lo consente, una splendida esemplificazione della nozione hegeliana di contraddizione. Ecco cosa intendo: i cinesi in particolare hanno capito – e va riconosciuto loro il merito – di aver raggiunto un traguardo formidabile. E a tal proposito, dovrei premettere (lei mi conosce, non se ne preoccuperebbe, ma di questi tempi mi tocca specificarlo): quanto sto per dire non costituisce un endorsement nei confronti della Cina. La Cina presenta innumerevoli problemi, che giustificherebbero un cospicuo numero di programmi a sé stanti. Non stiamo parlando di una società ideale o nulla di simile.Ciò detto, la crescita economica della Cina negli ultimi 40 anni ha registrato tassi fenomenali. Non mi risulta esservi alcun precedente al mondo – e la storia economica è la mia materia di studio. Nessuno ha mai conseguito un tale livello di crescita economica in una frazione temporale e storica così breve. Pertanto, i cinesi sono del tutto consapevoli del fatto che il miracolo dello sviluppo economico di cui si fregiano è avvenuto in un momento storico in cui gli Stati Uniti operavano in qualità di egemone e il dollaro in qualità di valuta globale.Di conseguenza – e ne ho discusso con economisti cinesi – hanno maturato la consapevolezza che è più saggio procedere con estrema cautela e senza fretta, poiché non intendono affossare un elemento che riconoscono come parte integrante del loro successo. Non hanno alcuna fretta di veder sparire il dollaro. Ritengono che tale eventualità sarebbe foriera di pericoli per loro stessi, per non parlare del resto del mondo. D’altro canto, come sottolineava giustamente lei, oggi sono la superpotenza economica concorrente a livello globale. Non vi è alcun dubbio. Non è la Russia. È la Cina. Il protagonista è la Cina. Chiaro? I cinesi sanno bene che le dinamiche sono queste, e sono perfettamente consapevoli del fatto che gli Stati Uniti traggono straordinari vantaggi tanto dal ruolo del dollaro come valuta mondiale, quanto dal peso specifico del dollaro all’interno del mercato del petrolio, parte integrante del loro ruolo nel mondo.E non dispiacerebbe loro godere di alcuni di quei privilegi – se vogliamo, i benefici e il valore che scaturiscono dall’avere la propria moneta nel ruolo di valuta globale. Vorrebbero che la loro moneta assumesse quel medesimo ruolo a loro vantaggio. Dunque, hanno un atteggiamento deferente nei confronti del dollaro e degli Stati Uniti, ed è proprio qui che si inscrive la contraddizione. Da un lato osteggiano il sistema, dall’altro lo assecondano. Lo si vede nei suggerimenti dati all’inizio agli iraniani, se ho letto correttamente i resoconti delle notizie. I cinesi stanno spingendo per porre fine alla guerra. Vogliono che anche gli iraniani facciano delle concessioni. È un po’ diverso rispetto ai consigli che penso l’Iran stia ricevendo dalla Russia. Anche tra di loro non mancano le divergenze. Tuttavia,Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La trappola di Tucidide: il rischio di guerra tra Stati Uniti e Cina

    di Graham AllisonLa metafora della «trappola di Tucidide» descrive i pericoli che emergono quando uno Stato in ascesa minaccia lo status quo. Finita al centro del dibattito internazionale, l’espressione è stata coniata dal professore di Harvard Graham Allison nel libro «Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?». L’autore paragona l’antica rivalità Atene-Sparta con l’attuale confronto Pechino-Washington. E sostiene che «nei prossimi decenni la guerra tra gli Stati Uniti e la Cina non sarà solo possibile, ma molto più probabile di quanto attualmente riconosciuto». Eppure, conclude, «non è inevitabile».Nota della direttriceOggi, dopo che il 14 maggio Xi Jinping l’ha evocata durante il colloquio con Donald Trump, tutti parlano della «trappola di Tucidide». Ma la nostra rivista si era occupata della lezione tratta dalla Guerra del Peloponneso quasi un anno e mezzo fa. Il 17 gennaio 2025 avevamo pubblicato un testo dell’autore della metafora, il politologo di Harvard Graham Allison. Ecco perché abbiamo deciso di riproporre la sua analisi, rendendola disponibile anche in formato audio. P.S. Krisis non si limita a informare sui grandi temi della geopolitica globale. Li anticipa.IN BREVELezione geopolitica Quando una potenza in ascesa minaccia l’egemone dominante, lo scontro armato diventa la regola storica e non l’eccezione, indipendentemente dalle intenzioni.Origine storica Il concetto di «trappola di Tucidide» nasce dall’analisi della sfida tra Atene e Sparta nel V secolo a.C., dove la paura del cambiamento strutturale rese inevitabile il conflitto.Scontro economico Il boom cinese ha ridotto la quota Usa nell’economia globale, trasformando Pechino in un rivale militare e politico formidabile per Washington.Precedenti Negli ultimi cinque secoli, in 12 casi su 16 la rivalità tra una potenza emergente e una dominante si è conclusa con una guerra catastrofica.Evitare il disastro Un conflitto globale non è una profezia inevitabile: Pechino e Washington possono scongiurarlo solo con profonde e dolorose misure correttive.In Italia è un concetto sconosciuto ai più. Nel consesso internazionale è invece un tema molto dibattuto. Lo evocano figure di spicco come il presidente cinese Xi Jinping e l’ex presidente statunitense Barack Obama, il ministro degli Esteri di Singapore Vivian Balakrishnan e il politologo Usa Joseph Nye.La «trappola di Tucidide» descrive il rischio di conflitto che si verifica quando una potenza emergente minaccia di superare una potenza dominante. Questa metafora, coniata dal politologo statunitense Graham Allison nel suo libro «Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?», si ispira agli scritti dello storico greco. Nella Guerra del Peloponneso, Tucidide analizzò la rivalità fra Atene e Sparta, egemone nella Grecia del V secolo a.C., evidenziando come il timore generato dall’ascesa di un nuovo attore possa spingere la potenza dominante verso il conflitto.Le similitudini con l’attuale relazione tra Stati Uniti e Cina sono evidenti: la crescita esponenziale di Pechino e il ridimensionamento di Washington ricordano proprio le dinamiche tra Atene e Sparta. Tuttavia, il conflitto non è inevitabile. Come sostiene Graham Allison, «la trappola di Tucidide è un avvertimento, non una profezia. Sebbene la storia mostri che il conflitto è più probabile che evitabile quando una potenza in ascesa sfida l’egemone dominante, non è inevitabile».Sulla stessa lunghezza d’onda Barack Obama: «Non dobbiamo cadere nella trappola di Tucidide, ma dobbiamo riconoscere che la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina richiede di essere gestita con attenzione». Più esplicito il presidente cinese Xi Jinping: «Non esiste una trappola di Tucidide nel mondo. Ma se le grandi potenze commettono errori strategici, potrebbero crearsela da sole».Per approfondire le origini di questa metafora e comprenderne le implicazioni nel contesto attuale, Krisis presenta ai lettori un estratto dal libro di Graham Allison, riflessione fondamentale per affrontare le sfide geopolitiche del nostro tempo.Negli studi di Relazioni internazionali, la frase citata più di sovente è quella in cui lo storico greco Tucidide spiega che: «La crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto».Tucidide descrisse la guerra del Peloponneso, un conflitto che nel V secolo a.C. travolse la sua patria, la città-Stato di Atene, e che con il tempo finì per stravolgere quasi tutta la Grecia antica. Da ex soldato, Tucidide osservò Atene sfidare quella che al tempo era la potenza egemone in Grecia, ossia la città-Stato di Sparta, con una forte tradizione militare. Assistette allo scoppio delle ostilità armate tra le due potenze e descrisse dettagliatamente lo spaventoso bilancio di vittime dello scontro. Non visse abbastanza da vederne l’amara conclusione, allorché una Sparta ormai stremata riuscì infine a sopraffare Atene, ma meglio così per lui.Mentre altri avevano individuato tutta una serie di cause che contribuirono allo scoppio della guerra del Peloponneso, Tucidide andò dritto al nocciolo della questione. Ponendo l’attenzione su «la crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani», egli individuò un movente essenziale alla base di alcuni tra i più catastrofici e sconcertanti conflitti della storia.Lasciando da parte le intenzioni, quando una potenza in ascesa minaccia di spodestarne un’altra al potere, la sollecitazione strutturale che ne deriva rende lo scontro violento la regola e non l’eccezione. Così è accaduto tra Atene e Sparta nel V secolo a.C., tra Germania e Gran Bretagna un secolo fa e per poco non ha portato alla guerra tra Unione Sovietica e Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta.Come molti altri, anche Atene era convinta che il proprio progresso fosse innocuo. Nei cinquant’anni che precedettero il conflitto, la città era emersa come un faro di civiltà. La filosofia, il teatro, l’architettura, la democrazia, la storia e la maestria in campo navale… Atene possedeva tutto questo e ben al di là di quanto si fosse mai visto prima di allora. Il suo rapido sviluppo cominciò quindi a minacciare Sparta, che di contro si era abituata al proprio ruolo di potenza egemone nel Peloponneso.Al pari della sicurezza e dell’orgoglio, in Atene andarono crescendo anche le pretese di ottenere rispetto e le aspettative per un cambiamento degli accordi affinché riflettessero le nuove realtà del potere. Come ci spiega Tucidide, queste non erano altro che reazioni naturali al mutare del suo ruolo. Come potevano, infatti, gli ateniesi non ritenere che i loro interessi meritassero un peso maggiore? Come potevano non esigere di dover esercitare un’influenza maggiore nella risoluzione delle controversie?È altrettanto naturale però, come ci chiarisce Tucidide, che gli spartani dovessero considerare le pretese di Atene irragionevoli e perfino irriconoscenti. Chi infatti, si domandavano giustamente i lacedemoni, aveva messo in sicurezza l’ambiente che aveva consentito ad Atene di prosperare? Mentre quest’ultima andava enfiandosi di un senso sempre maggiore della propria importanza e si sentiva autorizzata ad avere più peso e controllo, Sparta reagì invece con insicurezza, paura e con la ferma intenzione di difendere lo status quo.Dinamiche molto simili si possono ravvisare in una miriade di altri scenari, perfino nelle famiglie. Quando una rapida crescita fa di un adolescente un giovane uomo che minaccia di sovrastare i propri fratelli maggiori (o addirittura il padre), che cosa ci aspettiamo? Dovrebbe forse cambiare l’assegnazione delle camere da letto, dello spazio nell’armadio o dei posti a sedere, per riflettere l’importanza di ognuno al pari delle età?Nelle specie dominate dall’individuo alfa, come i gorilla, quando un possibile successore diventa più grande e più forte sia il capobranco che l’aspirante si preparano a una prova di forza. Nel mondo delle imprese, quando le tecnologie dirompenti consentono a giovani aziende come Apple, Google e Uber di penetrare rapida- mente in nuovi settori produttivi il risultato è spesso un’aspra concorrenza, che costringe le aziende affermate come Hewlett-Packard, Microsoft o le compagnie di taxi a adattare i propri modelli d’impresa, oppure a soccombere.La trappola di Tucidide riguarda il naturale quanto inevitabile scombussolamento che si genera quando una potenza in ascesa minaccia di spodestare il potere dominante. Ciò può avvenire in ogni ambito; tuttavia, le sue implicazioni sono estremamente pericolose negli affari internazionali. Proprio perché l’esempio originale di questa trappola finì per risolversi in una guerra che mise in ginocchio la Grecia antica, nei secoli successivi questo fenomeno ha tormentato tutte le diplomazie. Oggi essa sta conducendo le due maggiori potenze mondiali verso un cataclisma che nessuno desidera, ma che potrebbero dimostrarsi incapaci di evitare.Gli Stati Uniti e la Cina sono destinati alla guerra?Il mondo non ha mai conosciuto niente di simile al rapido cambiamento strutturale nell’equilibrio globale che si è prodotto con l’ascesa della Cina. Se gli Stati Uniti fossero una società di capitali, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale essi avrebbero rappresentato circa il 50 per cento del mercato economico globale. Nel 1980 il dato sarebbe sceso al 22 per cento. E oggi (2017, ndr), tre decenni di crescita a due cifre da parte della Cina hanno ridotto la quota statunitense al 16 per cento.Se continuerà l’andamento attuale, nei prossimi trent’anni la quota americana nella produzione economica globale si ridurrà ulteriormente fino all’11 per cento. Nello stesso periodo, invece, la quota cinese nell’economia globale schizzerà dal 2 per cento nel 1980 al 18 per cento nel 2016 e raggiungerà il 30 per cento nel 2040.Il suo sviluppo economico sta trasformando la Cina in un formidabile rivale politico e militare.Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Mythos, quando la sicurezza informatica diventa geopolitica

    di Giuseppe SpertiIl progetto Glasswing promette di scoprire vulnerabilità informatiche su scala industriale. Il modello automatizza un processo finora affidato all’esperienza di pochi specialisti e lo rende continuo, sistematico, potenzialmente illimitato. La cybersecurity cambia pertanto natura: non più solo una sfida tecnica, diventa una leva strategica. In gioco non ci sono solo sistemi e dati, ma equilibri di potere tra Stati e capacità di pressione nel nuovo spazio digitale.Seconda e ultima puntata della serie Glasswing: il progetto riservato che rivoluzionerà la geopolitica della cybersecurityIN BREVESicurezza geopolitica L’intelligenza artificiale applicata alla cybersecurity trasforma la ricerca delle falle informatiche in un fattore strategico che altera gli equilibri di potere globali.Il gap tecnologico Il controllo iniziale della coalizione Glasswing garantisce un vantaggio temporaneo, ma la natura duale del software rende la proliferazione tra le superpotenze inevitabile.Rischio inflazione Se diversi attori replicheranno modelli simili, il sistema di disclosure entrerà in crisi, generando un’inflazione di zero-day superiore alla capacità umana di applicare patch.Frammentazione globale La nascita di ecosistemi tecnologici separati e non comunicanti spezzerà la cooperazione globale, lasciando l’Europa esposta, a causa della sua dipendenza da tecnologie altrui.Corsa contro il tempo La vera resilienza non risiederà nella scoperta delle vulnerabilità, ma nella capacità e nella velocità di riparare i sistemi prima che una macchina perpetua possa sfruttarli.Nella prima parte di questa serie di due puntate, abbiamo ripercorso la storia di WannaCry – il ransomware che nel maggio 2017 paralizzò ospedali, ferrovie e aziende in 150 Paesi. Abbiamo visto come un exploit sviluppato dalla Nsa finì nelle mani sbagliate. Abbiamo esplorato le fragilità strutturali che resero possibile quella catastrofe: vulnerabilità nascoste nel codice, patch che arrivano ma non vengono installate, sistemi dimenticati e mai aggiornati.E abbiamo chiuso l’articolo con una domanda: che cosa succederebbe se qualcuno potesse industrializzare quel processo? Se esistesse uno strumento capace di trovare vulnerabilità critiche non una alla volta, frutto del lavoro paziente di ricercatori specializzati, ma a decine, a centinaia, in modo continuo e automatico?Torniamo all’annuncio di Anthropic dell’aprile 2026, ma con occhi diversi. Che cosa sappiamo ora? Sappiamo cosa significa trovare una vulnerabilità critica. Sappiamo quanto sia prezioso il tempo tra scoperta e correzione. Sappiamo quanto sia fragile l’equilibrio su cui si regge la sicurezza di sistemi da cui dipendono ospedali, economie e governi.Mythos è un modello di intelligenza artificiale progettato per fare su scala industriale ciò che, fino a oggi, richiedeva anni di esperienza umana concentrata: esplorare sistemi software complessi, comprenderne le interazioni, identificare le debolezze nascoste nelle pieghe del codice.Un ricercatore di sicurezza esperto – uno di quelli che trovano vulnerabilità critiche, non semplici bug – può analizzare in profondità forse qualche decina di progetti significativi nel corso di un’intera carriera. Un team ben finanziato, con strumenti all’avanguardia, può estendere quella portata di un ordine di grandezza. Ma esistono milioni di progetti software in circolazione; miliardi di righe di codice; librerie che dipendono da altre librerie in catene che nessuno riesce più a tracciare completamente.Mythos cambia l’equazione. Può scandagliare simultaneamente migliaia di codebase. Può mantenere in memoria le connessioni tra componenti diversi, notando quando una debolezza in una libreria oscura si propaga a software critico che la utilizza. Può lavorare senza pause, senza distrazioni, senza i limiti cognitivi che vincolano l’attenzione umana. E può farlo mentre il codice evolve, giorno dopo giorno, aggiornando continuamente la propria comprensione.Dualità intrinsecaLa stessa capacità che permette di trovare una vulnerabilità per correggerla è, per sua natura, la capacità di trovare una vulnerabilità per sfruttarla. Non esiste un modo tecnico per distinguere le due intenzioni. Il codice non sa se chi lo analizza vuole proteggerlo o attaccarlo.Questa dualità intrinseca è il motivo per cui Glasswing è stato annunciato con tanta cautela. È il motivo per cui l’accesso è ristretto. È il motivo per cui le dichiarazioni ufficiali hanno insistito sui rischi invece che sulle opportunità.Se Mythos può trovare vulnerabilità a un ritmo che l’ecosistema attuale non è in grado di assorbire, le conseguenze dipendono interamente da chi controlla quella capacità e da come decide di usarla. Nelle mani di chi vuole difendere, può accelerare la correzione delle falle più critiche, dando priorità a ciò che conta davvero. Nelle mani di chi vuole attaccare, può generare un flusso continuo di armi digitali, saturando le difese avversarie più velocemente di quanto riescano ad adattarsi. E nel mezzo – nella zona grigia dove operano Stati, agenzie di intelligence e attori che non distinguono nettamente tra difesa e attacco – apre possibilità strategiche che meritano di essere comprese.Quando emerge una capacità come quella di Mythos, la domanda non può essere soltanto tecnica. Non basta chiedersi come si possa usare responsabilmente o quali procedure vadano adottate per gestirla. Bisogna chiedersi: cosa può fare un attore razionale – uno Stato, un blocco di potere, un’alleanza – che dispone di questa leva e che i suoi avversari non hanno? Si aprono almeno due forme di vantaggio strategico. Nessuna delle due richiede un attacco visibile o un atto di guerra dichiarata.Vantaggi & svantaggiSapere prima di chiunque altro dove si trovano le fragilità nei sistemi di un avversario – o di interi settori critici del suo tessuto economico e istituzionale – significa disporre di una mappa che l’altro non ha. Non è necessario sfruttare immediatamente quelle vulnerabilità. Si può scegliere di conservarle come opzioni: strumenti da usare se e quando le circostanze lo richiederanno.È il potere della conoscenza asimmetrica: io so dove sei vulnerabile, ma tu non sai che cosa io sappia. È una forma di vantaggio che non lascia tracce, non viola trattati, non appare nei notiziari – ma pesa. Anche senza compiere alcun attacco, la sola possibilità credibile di un flusso continuo di vulnerabilità «nuove» può spingere istituzioni e aziende avversarie in una postura difensiva permanente.Immagina di essere il responsabile della sicurezza di un’infrastruttura critica di un Paese che non ha accesso a strumenti come Mythos. Sai che esistono, sai che altri li usano, ma non sai cosa abbiano già trovato nei sistemi da cui dipendi. Ogni giorno devi chiederti: quali falle conoscono che io non conosco? Cosa potrebbero fare domani che non ho modo di prevedere oggi?Questa incertezza logora. Consuma risorse. Impone priorità distorte. Costringe a investimenti difensivi che potrebbero essere inutili o mal calibrati, perché basati su ipotesi invece che su informazioni. È una forma di pressione che non ha bisogno di concretizzarsi in un attacco per produrre effetti reali.Se la capacità di modelli come Mythos è strategica – se può alterare equilibri di potere – allora la sua distribuzione non è più una scelta commerciale o tecnica. È una scelta geopolitica.La restrizione dell’accesso operata dalla coalizione Glasswing non è un capriccio né una strategia di marketing dell’esclusività. È il tentativo consapevole di evitare che una capacità intrinsecamente duale – utilizzabile sia per difendere sia per attaccare – entri nel sistema internazionale come una commodity, disponibile a chiunque abbia le risorse per acquistarla.È una logica che riecheggia decisioni prese in altri domini strategici: i regimi di non-proliferazione nucleare, i controlli sull’export di armi avanzate, le restrizioni sui materiali sensibili. Con una differenza cruciale: nel mondo digitale, le barriere sono più porose. Replicare una capacità software è più facile che costruire una centrifuga per l’arricchimento dell’uranio. Il tempo necessario per colmare un gap tecnologico può essere molto più breve.Questo ci porta alla domanda centrale, quella che definisce lo scenario che si sta aprendo: in un mondo multipolare, attraversato da rivalità sistemiche e sfiducia reciproca, chi può davvero permettersi di restare fuori da una capacità che ridisegna il rapporto tra vulnerabilità, potere e stabilità?La domanda non ammette una risposta univoca. Ammette piuttosto tre scenari, tre traiettorie che vale la pena esplorare perché ciascuna illumina una logica diversa e un diverso equilibrio di rischi.Tre scenariNel primo scenario, la coalizione Glasswing mantiene il controllo. L’accesso a Mythos resta confinato a un perimetro ristretto di alleati americani e partner tecnologici fidati. Nessun altro attore riesce a replicare la capacità in tempi brevi. Il vantaggio informativo diventa strutturale. Il sistema di disclosure coordinata si biforca: continua a esistere per le vulnerabilità ordinarie, quelle che non hanno rilevanza strategica. Ma le falle critiche – quelle nei sistemi di avversari o potenziali avversari – seguono canali riservati, invisibili al resto del mondo.Gli esclusi – come Cina e Russia – investono massicciamente per sviluppare capacità equivalenti, ma il gap temporale pesa. Nel frattempo, la coalizione dispone di una leva permanente. È una forma di deterrenza asimmetrica, più sottile di un attacco ma non meno reale.I rischi di questo scenario sono principalmente due. Il primo è l’instabilità dell’esclusione: chi è fuori potrebbe interpretare anche intrusioni esplorative come atti ostili, innescando escalation non volute. Il secondo è la fragilità interna del club: fughe di informazioni, dissidi commerciali tra i partner, pressioni per monetizzare la capacità potrebbero erodere la coesione più rapidamente di quanto si immagini.Nel secondo scenario, altrVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Iran, dagli Ayatollah ai Pasdaran

    di Pierluigi FrancoDopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, l’Iran sta vivendo una metamorfosi epocale: dal dominio carismatico delle guide spirituali al potere tecnocratico-militare dei falchi. Grazie a droni avanzati e missili ipersonici, Teheran è ormai considerata da parecchi analisti la quarta potenza mondiale, nonostante l’assenza dell’arma atomica. Oltre al petrolio, la nuova minaccia corre sui cavi Internet sottomarini dello Stretto di Hormuz, arma digitale capace di paralizzare l’economia globale.IN BREVEPotere dei Pasdaran La morte di Khamenei segna il passaggio dal clero al dominio dei Guardiani della Rivoluzione. Mohammad Bagher Zolghadr emerge come fulcro del nuovo assetto militare.Arsenale tecnologico L’Iran è diventato una grande potenza in campo tecnologico grazie al reverse engineering di droni occidentali. I missili ipersonici Fattah possono superare i Mach 15 eludendo ogni difesa.Trappola geostrategica Le strategie Usa sembrano aver sottovalutato la resilienza iraniana. L’offensiva militare ha rafforzato i vertici di Teheran invece di abbattere il regime esistente.Scacchiere mediorientale Mentre Trump rivendica vittorie incerte, l’Iran tiene testa agli Stati Uniti. Il conflitto resta alimentato dalle necessità politiche interne di Benjamin Netanyahu.Minaccia digitale Il controllo dello Stretto di Hormuz mette a rischio i cavi internet sottomarini. Un sabotaggio digitale paralizzerebbe transazioni globali per 10.000 miliardi di dollari.Non manca giorno senza che Donald Trump annunci la vittoria sull’Iran. Ai più, però, non è chiaro di quale vittoria si tratti. La realtà sembra essere ben altra, con un Iran sempre più in grado di tenere testa agli Stati Uniti. E, ancora una volta, le strategie americane sembrano aver sottovalutato chi si trovano di fronte.Sarà per mancanza di conoscenza e di analisi storica, o sarà forse per pressapochismo giustificato dalla certezza di essere «superpotenza», di certo quella grande operazione militare che avrebbe dovuto abbattere in pochi giorni il regime iraniano non sembra aver prodotto gli effetti sperati. Anzi, l’impressione è che abbia notevolmente rafforzato i vertici di Teheran soprattutto favorendone il rinnovamento dopo aver eliminato i vecchi leader.Se fino al 28 febbraio scorso il Paese era sotto l’autorità religiosa, assoluta e soprattutto carismatica della Guida suprema Ali Khamenei, oggi sente il peso dei Guardiani della Rivoluzione, sempre più potenti, che sembrano aver sostituito il clero nella guida dell’Iran.Si ha la netta impressione che, con la morte di Khamenei, l’Iran non sia più quel «Paese degli Ayatollah» così definito dal 1979, bensì il «Paese dei Pasdaran». È evidente che la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei non può contare sul carisma e sul potere del padre, mentre il clero sembra pressoché scomparso dalle decisioni politiche iraniane. Così emergono elementi cari ai Pasdaran, tutti considerati falchi, mostrando che il potere a Teheran è tutt’altro che indebolito. L’uccisione a marzo di Ali Larijani ha lasciato il posto di Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale a Mohammad Bagher Zolghadr.Generale dei Pasdaran, Zolghadr ha mantenuto anche l’importante ruolo di segretario del Consiglio per il discernimento. Di lui si parla poco, compare raramente, ma sono in molti a credere che sia il vero fulcro dell’attuale potere iraniano. A lui sembra fare riferimento anche l’attuale comandante dei Pasdaran, Ahmad Vahidi, nominato il 1° marzo scorso subito dopo l’uccisione di Mohammad Pakpour.E sempre legato ai Guardiani della rivoluzione, di cui è stato generale e capo delle Forze aeree, è anche un’altra figura emergente: il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, finora quasi sconosciuto al di fuori dell’Iran e balzato alla notorietà per essere stato il capo delegazione nelle trattative con gli Stati Uniti.Nuova geografia del potereIl mondo si sta accorgendo, forse con un po’ di ritardo, che l’Iran sta mettendo in luce una crescente rilevanza geostrategica. In molti parlano ormai di quarta potenza mondiale dopo Usa, Cina e Russia, nonostante sia l’unica a non avere l’arma atomica. Ma a ben vedere, soprattutto in questo momento, andrebbe inserita anche una quinta potenza che è il grande attore del caos e che sembra comandare anche a Washington: Israele.È chiaro a tutti che a impantanare gli Usa nella trappola di Hormuz sia stato Benjamin Netanyahu, al quale giova tenere aperti i fronti di guerra evitando così quel carcere per corruzione che lo aspetta da anni. Incomprensibile, se non per gli affari da palese «insider trading», resta però il fatto che, a quanto pare, nessuna analisi di intelligence abbia suggerito maggiore prudenza a Trump e ai suoi consiglieri. D’altra parte, che l’Iran fosse una potenza era noto da tempo, non avendo mai fatto mistero delle sue strutture e dei suoi armamenti.Sul fronte dei droni, ad esempio, gli iraniani sono stati capaci di un notevole salto generazionale grazie proprio alla superficialità statunitense. Senza bisogno di operazioni di spionaggio, l’industria aeronautica iraniana ha infatti costruito gran parte del suo arsenale attraverso il «reverse engineering» di velivoli occidentali catturati o abbattuti.Il salto di qualità è avvenuto nel 2011 quando Teheran ha realizzato i droni «Saegheh» e «Shahed 171», dopo aver catturato sul proprio territorio un drone spia stealth statunitense «RQ-170 Sentinel». E poi ancora lo «Shahed 129», ispirato al «General Atomics MQ-1 Predator» americano o lo «Shahed 149», versione iraniana del «MQ-9 Reaper». Ma gli iraniani sono riusciti ad attingere anche da Israele, realizzando lo «Shahed 136» ispirandosi al drone israeliano anti-radar «IAI Harpy».E che dire dei missili? Già prima dell’attacco israeliano e statunitense era noto che l’Iran possedeva un potente arsenale missilistico. D’altra parte, Teheran non ne ha mai fatto mistero. Secondo le stime di esperti occidentali, nonostante quelli già lanciati dopo l’attacco, la Repubblica islamica può contare ancora su una disponibilità di oltre 2.500 missili balistici e su un gran numero di lanciatori sotterranei.Negli ultimi mesi il mondo ha potuto constatare che la potenza missilistica iraniana non era fondata sul bluff, potendo contare su missili a corto e medio raggio di notevole potenza. Il cardine dell’arsenale è senz’altro costituito dai missili balistici «Shahab», in particolare lo «Shahab-3»; ci sono poi missili a combustibile solido «Sejjil» di nuova generazione, conosciuti anche come «missili danzanti», che hanno una più rapida esecuzione di lancio e sono difficili da individuare.Ma l’Iran è all’avanguardia anche sui missili ipersonici con i suoi «Fattah», in grado di muoversi a una velocità superiore a Mach 15 (circa 18.000 km orari), manovrare in atmosfera e superare le difese aeree.Hormuz, la guerra dei caviMa la più potente arma dell’Iran resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Anche se era noto da sempre, gli americani e il mondo sembrano essersi accorti soltanto ora di quanto sia strategicamente importante quel passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Dopo l’attacco, come era prevedibile, l’Iran ha dimostrato come il controllo selettivo su Hormuz permetta di influenzare i prezzi energetici globali e minacciare il commercio internazionale. A ciò si aggiunge un’altra vulnerabilità tutt’altro che sottovalutabile: i cavi sottomarini che garantiscono le comunicazioni digitali.Come spesso accade nella Repubblica Islamica, i Pasdaran lanciano messaggi «indiretti» tramite i media a loro legati. Così è accaduto che l’agenzia di stampa Tasnim ha sollevato il problema invitando l’Iran a trarre profitto dai cavi internet che attraversano lo Stretto di Hormuz, ricordando che la via navigabile non è soltanto un punto nevralgico per l’energia e il trasporto marittimo, ma anche di pressione per il settore digitale. Il titolo del servizio di Tasnim non lascia dubbi sulle intenzioni future: «Tre misure concrete per generare entrate dai cavi internet dello Stretto di Hormuz».L’agenzia di stampa iraniana ha ricordato così che attraverso quei cavi sottomarini in fibra ottica passano ogni giorno transazioni finanziarie per oltre 10.000 miliardi di dollari, ritenendo illogico che l’Iran sia privato dei benefici economici di questa infrastruttura. Le tre misure proposte suggeriscono di addebitare alle aziende straniere le spese di licenza e di rinnovo annuale, richiedere alle principali aziende tecnologiche come Meta, Amazon e Microsoft di operare secondo il sistema normativo iraniano e, infine, di concedere alle aziende iraniane il controllo esclusivo sulla manutenzione e la riparazione dei cavi.Per Tasnim non c’è dubbio: in questo modo Hormuz diventerebbe «un centro strategico per la creazione legittima di ricchezza». Difficile pensare che le grandi aziende tecnologiche siano pronte a pagare. Facile invece pensare a un modo «elegante» per far sapere di essere pronti a ogni azione su quei cavi in caso di nuovi attacchi ventilati a Washington.A Teheran, dunque, sanno bene di avere un altro strumento capace di mettere in ginocchio il mondo. I cavi che transitano nel tratto di mare davanti alla lunga costa persiana sono fondamentali per tutti i servizi che collegano in rete Asia, Medio Oriente, Africa e Europa. In caso di danneggiamenti le conseguenze sarebbero incalcolabili, ben maggiori di un bombardamento.Il messaggio è chiaro. E, forse, qualcuno potrebbe averlo già sussurrato a Trump.Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionalePierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dellVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale

    di Chris HedgesDalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.Prima parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.IN BREVEMercati in apnea Secondo Wolff, la paralisi dello Stretto di Hormuz sta innescando uno choc sistemico globale. Il rincaro di energia e fertilizzanti trascina l’economia verso una depressione senza precedenti.Catene spezzate Il modello della massimizzazione del profitto ha creato filiere lunghe e fragili. La dipendenza logistica da snodi critici espone ora le corporation a paralisi operative fatali.Costi sociali Mentre le aziende hanno ignorato le esternalità negative, i cittadini ne pagano il conto. La perdita di posti di lavoro e il caro vita colpiscono duramente le fasce più deboli.Declino imperiale Gli investimenti vengono sottratti ai bisogni sociali per finanziare infrastrutture d’emergenza. Il tramonto dell’egemonia Usa emerge nella gestione politica delle riserve energetiche.Rischio deflattivo Oltre l’inflazione, il sistema teme una contrazione drastica dei consumi. Se il potere d’acquisto crolla, le imprese saranno costrette a tagli dei prezzi in uno scenario di crisi.Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times. Milioni di persone, in particolar modo in Asia e in Africa, rischiano di sprofondare in una povertà estrema a causa del conflitto, secondo quanto segnalato dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.Gli Stati Uniti, in qualità di esportatori netti di petrolio e gas naturale, sono rimasti relativamente isolati dallo choc globale, sebbene i prezzi della benzina siano aumentati di un dollaro al gallone dal 28 febbraio. Tuttavia, la situazione non rimarrà tale qualora l’Iran non dovesse riaprire presto lo Stretto. Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è già aumentato di quasi il 50 per cento, superando i 5,60 dollari al gallone. L’aumento dei prezzi del carburante, unito alle crescenti carenze e alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento, inizierà a gravare pesantemente sull’economia statunitense, dal momento che tutto ciò che paghiamo – inclusi beni di consumo, prodotti alimentari e trasporti – subirà rincari.Non stiamo solo sfiorando una recessione globale, ma, se la chiusura dello Stretto non verrà risolta, rischiamo una depressione globale, con tutta la sofferenza e l’inevitabile instabilità socio-politica che le crisi finanziarie catastrofiche infliggono alle società. Oggi si unisce a me, per discutere le conseguenze economiche della guerra, il professor Richard Wolff, emerito di Economia presso la University of Massachusetts-Amherst e professore ospite presso il programma di specializzazione in affari internazionali della New School. Ha inoltre insegnato economia alla Yale University, alla City University di New York, alla University of Utah e all’Università di Parigi.Vorrei iniziare, Rick, esaminando un aspetto di cui non si è discusso diffusamente: le catene di approvvigionamento. Quanto sono fragili (stiamo già assistendo, ovviamente, al loro deterioramento), quant’è difficile ripristinarle e quali sono le conseguenze di un loro grave danneggiamento.«D’accordo, è un ottimo punto di partenza. Chris, mi consenta di dedicare un momento alla storia economica. In particolare a partire dagli anni Settanta, le grandi corporation capitalistiche (americane, ma anche dell’Europa occidentale, giapponesi e altre) hanno seguito la direttiva della massimizzazione del profitto – la religione del capitalismo, per farla breve – spostando la produzione a livello globale, che è passata dall’essere concentrata negli Stati Uniti, ad esempio, all’essere sparsa in tutto il mondo. Nel 1970, Detroit era il fulcro dell’industria automobilistica in questo Paese. E tutt’intorno a Detroit, c’erano letteralmente centinaia di piccole e medie imprese che alimentavano quel settore, nel raggio di 20-50 miglia dalla città. Tutto ciò è svanito e Detroit ne è la dimostrazione. Per dare un’idea delle conseguenze sociali, oggi la sua popolazione è di circa 700.000 persone. Nel 1970 sfiorava i 2 milioni di abitanti. Questa è la demografia, per così dire, di ciò che è accaduto a quell’industria. Ebbene, la produzione si è spostata all’estero. E la realtà è questa: se si va all’estero – in Cina per un certo tipo di attività, in India per un altro, in Brasile per un altro ancora – ciò che si va a creare sono lunghe catene di approvvigionamento. Non è una questione di tecnologia. Spesso è frutto di un malinteso credere che la tecnologia moderna lo richieda. No, non è così. Lo spostamento non riguarda la tecnologia moderna: le tecnologie installate in Cina non sono poi così diverse da quelle che venivano installate qui. La realtà era che il costo del lavoro in Cina era molto più basso, e la disperazione di quei Paesi nel voler attirare posti di lavoro ha fatto sì che offrissero profitti altissimi e le corporation americane hanno accettato l’offerta. Nessuno ha puntato loro una pistola alla testa. Niente è stato fatto sotto costrizione. Si è trattato di un normale investimento capitalistico, volto a ricercare profitti più elevati. Il risultato finale, che non hanno calcolato perché raramente lo fanno, è stato non tenere conto di tutte le conseguenze secondarie scaturite dalle lunghe catene di approvvigionamento. Esaminiamo tali conseguenze. Le corporation non hanno tenuto conto di quello che sto per dire. Per loro, la prospettiva di profitti più alti chiudeva la questione. Ecco alcune delle conseguenze: occorre percorrere lunghe distanze per riportare il prodotto finito dalla Cina, o dall’India, o dal Bangladesh o dovunque sia stato prodotto, negli Stati Uniti per la vendita. Questo significa diventare dipendenti dalle spedizioni, ovvero dall’industria navale. E significa essere dipendenti – per citare l’attualità – dallo Stretto di Hormuz, oltre che da Malacca, Panama, Suez. Ci sono molti di questi snodi, e oggi rivestono un’importanza che in passato non avevano. Secondo, quando si spediscono le merci su lunghe distanze, perlopiù via mare, si inquina l’oceano. Ciò andrà a intaccare i viaggi, la pesca, l’accesso all’acqua: tutta una serie di conseguenze secondarie che, naturalmente, avrebbero dovuto essere prese in considerazione. Terzo, sarai soggetto alle turbolenze politiche: se la tua rotta di navigazione passa di qui o di là, se hai bisogno di strutture di stoccaggio lungo il percorso (il che di solito è necessario per far fronte a imprevisti), devi disporre di postazioni favorevoli in cui svolgere tali operazioni. Inoltre, in qualsiasi momento chiunque può bloccarti. E se lo fanno, ti ritrovi improvvisamente paralizzato. Lo stiamo vedendo proprio ora […]. Noi, come società, abbiamo bisogno di sapere in cosa stiamo investendo, in termini di tutte le ricadute sociali ad esso connesse. O quantomeno per ciò che possiamo prevedere e misurare. Ma le aziende non lo fanno, perché non calcolano i costi che non sono tenute a coprire. Non sono responsabili dell’inquinamento delle acque; non sono responsabili delle turbolenze politiche che possono generare delle interruzioni. Di conseguenza, non devono tener conto di queste eventualità né devono accantonare fondi per gestire gli imprevisti. Niente di tutto questo: procedono con il loro investimento. Tutto ciò produce le conseguenze sociali che ho appena delineato. E noi – i cittadini, il governo, la società – veniamo lasciati a cercare di rimediare a ciò che non è stato previsto, mentre loro incassano profitti che derivano non dai benefici intrinseci dell’investimento, bensì dal fatto di non dover calcolare, e tanto meno coprire, i costi sociali coinvolti. Ora ci troviamo a convivere con questo sistema. La guerra tra l’Iran, gli Stati Uniti e Israele – a prescindere dall’opinione che se ne ha – rappresenta un’interruzione all’interno di una lunga catena di approvvigionamento. E ci stiamo facendo carico degli enormi costi sociali, che hai accuratamente elencato in parte all’inizio della trasmissione. Tutti quanti ci troveremo a lottare sul piano economico, politico e culturale: basti pensare cheVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    WannaCry, il prologo di una crisi che mette a rischio il sistema informatico globale

    di Giuseppe SpertiDallo choc di WannaCry nel 2017 al misterioso annuncio del Progetto Glasswing nel 2026, l’ecosistema digitale affronta il passaggio verso un nuovo ordine geopolitico. Al centro della trasformazione c’è Mythos, il modello di Anthropic capace di automatizzare la caccia alle vulnerabilità informatiche. Un progetto che ridefinisce il confine tra protezione delle infrastrutture critiche e segreto di Stato.Prima puntata della serie Glasswing: il progetto riservato che rivoluzionerà la geopolitica della cybersecurityIN BREVEL’eredità di WannaCry L’attacco del 2017 ha svelato la fragilità delle infrastrutture critiche mondiali, paralizzando ospedali e trasporti attraverso lo sfruttamento di falle informatiche latenti.Arsenale digitale tradito La crisi esplose a causa di EternalBlue, un potentissimo exploit sviluppato dalla Nsa e sottratto da hacker, trasformando un’arma governativa in una minaccia globale.Vulnerabilità sistemiche Il software moderno è un intreccio di milioni di righe di codice dove gli errori sono fisiologici, creando crepe invisibili che attendono solo di essere scoperte.Scacco al patching La difesa digitale fatica a tenere il passo: aggiornare sistemi complessi richiede tempi e risorse che spesso superano la velocità di propagazione dei malware.Oltre l’emergenza Il Progetto Glasswing e l’Ia Mythos emergono nel 2026 per industrializzare la caccia alle falle, tentando di invertire un equilibrio geopolitico ormai compromesso.Lo scorso 7 aprile, Anthropic ha diffuso un comunicato che non somigliava a nulla di ciò a cui la Silicon Valley ci ha abituati. Nessun palco, nessuna demo spettacolare, nessuna promessa di rivoluzionare il mondo entro l’anno. Solo poche righe sobrie con cui l’azienda statunitense specializzata in intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica annunciava la nascita di Progetto Glasswing: una collaborazione con Amazon Web Services, Microsoft, Google, Nvidia e alcune delle principali aziende della cybersecurity americana.Al centro del progetto della società che ha sviluppato Claude c’è Mythos, un modello di intelligenza artificiale progettato per fare qualcosa di apparentemente tecnico: analizzare codice e trovare vulnerabilità nei software. Detto così, sembra un aggiornamento incrementale, l’ennesimo strumento per la sicurezza informatica. Ma chi conosce il settore ha colto subito i segnali anomali.L’accesso a Mythos non è pubblico. Non esiste un’Api commerciale, non c’è un programma per sviluppatori, non sono previste licenze nel breve termine. Il sistema è disponibile solo per i membri della coalizione e, a dar retta ad indiscrezioni, per alcune agenzie governative statunitensi. Le dichiarazioni ufficiali hanno insistito più sui rischi che sulle opportunità. In un settore che vive di hype e velocità, questa cautela ha il sapore di un avvertimento.Per capire cosa stia realmente accadendo – e perché Glasswing potrebbe essere il primo segnale visibile di una trasformazione più profonda – bisogna fare un passo indietro. Occorre tornare a un venerdì di maggio di nove anni fa, quando il mondo scoprì quanto fossero fragili le fondamenta digitali su cui aveva costruito ospedali, banche, governi e vite quotidiane.Quando gli schermi diventarono rossiLa prima segnalazione arrivò dalla Spagna, poco dopo le otto del mattino del 12 maggio 2017. Alcuni dipendenti di Telefónica, il colosso delle telecomunicazioni, trovarono i loro computer bloccati. Sugli schermi, un messaggio in rosso: i file erano stati cifrati, per riaverli bisognava pagare 300 dollari in bitcoin entro tre giorni. Dopo, il prezzo raddoppiava. Dopo sette giorni, tutto sarebbe stato perso per sempre.Nel giro di poche ore, il contagio esplose. Non era un attacco mirato: era un’epidemia. Il malware si propagava da solo, saltando da una macchina all’altra attraverso le reti locali e internet, senza bisogno che nessuno aprisse allegati o cliccasse su link. Bastava essere connessi e vulnerabili. E vulnerabili, quel giorno, lo erano in moltissimi.In Germania, i tabelloni delle stazioni ferroviarie iniziarono a mostrare il messaggio di riscatto al posto degli orari dei treni. In Russia, il ministero dell’Interno ammise che migliaia di computer erano stati compromessi. In Francia, gli stabilimenti Renault fermarono la produzione. FedEx, Hitachi, il sistema giudiziario di San Paolo: la lista delle vittime si allungava di minuto in minuto.Ospedali nel caosMa è nel Regno Unito che WannaCry – questo il nome del ransomware – mostrò il suo volto più inquietante. Il National Health Service, il sistema sanitario britannico, venne colpito con una violenza che nessuno aveva previsto. In poche ore, almeno 80 strutture sanitarie su 236 furono coinvolte. I medici non riuscirono più ad accedere alle cartelle cliniche. I sistemi di prenotazione erano fuori uso. Apparecchiature diagnostiche smisero di funzionare.Parecchi reparti d’emergenza vennero chiusi. Interventi chirurgici programmati vennero cancellati: 7.000 nella sola prima settimana. I medici tornarono a carta e penna, ma molte informazioni critiche restarono inaccessibili, intrappolate in computer che mostravano solo schermate rosse.Non era un’esercitazione, non era un film. Era il sistema sanitario di una delle nazioni più avanzate al mondo paralizzato da un software malevolo che si diffondeva più velocemente di quanto si riuscisse a contenerlo.Eroe accidentaleNel tardo pomeriggio, un ricercatore di sicurezza di 22 anni, Marcus Hutchins, stava analizzando il codice di WannaCry nella sua stanza nel Devon. Notò qualcosa di strano: il malware, prima di attivarsi, tentava di contattare un dominio Internet dal nome lunghissimo e in apparenza casuale. Se il dominio rispondeva, il malware si fermava. Se non rispondeva, procedeva con la cifratura.Poiché il dominio non era registrato, Marcus Hutchins lo comprò per poco più di 10 dollari. Non sapeva che in tal modo avrebbe attivato quello che gli esperti avrebbero poi chiamato il «kill switch», un interruttore d’emergenza nascosto nel codice. Nel giro di ore, la diffusione di WannaCry rallentò drasticamente.Ma, a quel punto, il danno era fatto. Centinaia di migliaia di computer in 150 Paesi erano già stati infettati. Le perdite economiche globali furono stimate in miliardi di dollari. Il range delle valutazioni andò da quattro a otto miliardi, a seconda di come si calcolarono i danni indiretti.Fuga dall’arsenale UsaLe indagini forensi successive rivelarono una verità scomoda. L’exploit utilizzato da WannaCry – il meccanismo che permetteva al malware di propagarsi automaticamente – non era stato creato da criminali comuni. Era stato sviluppato dalla National Security Agency degli Stati Uniti.Il suo nome in codice era EternalBlue. Era uno degli strumenti dell’arsenale digitale della Nsa, progettato per sfruttare una vulnerabilità nel protocollo SMB di Windows – un componente fondamentale che gestisce la condivisione di file e stampanti nelle reti. Per anni, l’agenzia americana aveva conservato questa conoscenza senza rivelarla a Microsoft, usandola per proprie operazioni di intelligence.Nell’agosto 2016, qualcosa era andato storto. Un gruppo che si faceva chiamare Shadow Brokers aveva iniziato a pubblicare online strumenti rubati alla Nsa, mettendoli all’asta o rilasciandoli gratuitamente. EternalBlue era finito in quel bottino. Nell’aprile 2017, un mese prima di WannaCry, l’exploit era diventato pubblico, accessibile a chiunque.Microsoft aveva rilasciato una patch a marzo, quando probabilmente aveva avuto sentore di ciò che stava per accadere. Ma due mesi non erano bastati. Troppe macchine non erano state aggiornate. Troppe organizzazioni non avevano dato priorità a quell’aggiornamento. E quando WannaCry colpì, trovò un terreno fertile di sistemi vulnerabili, esposti, in attesa.L’ombra della Corea del NordChi aveva trasformato EternalBlue in un’arma di distruzione di massa digitale? Chi aveva scritto WannaCry? Le agenzie d’intelligence di Stati Uniti, Regno Unito e altri Paesi puntarono a un colpevole: la Corea del Nord. Più precisamente, un gruppo noto come Lazarus Group, considerato legato al regime di Pyongyang. Lo stesso gruppo ritenuto responsabile dell’attacco alla Sony Pictures nel 2014 e di una serie di furti a banche internazionali attraverso il sistema Swift.Anche se l’attribuzione non è stata provata nel senso giudiziario del termine (nel cyberspazio, le prove definitive sono rare), il consenso nella comunità di intelligence appare solido. E poi, nel 2018, il Dipartimento di Giustizia americano aveva incriminato un programmatore nordcoreano, Park Jin Hyok.Il movente? Probabilmente denaro. Il regime nordcoreano, strangolato dalle sanzioni, aveva sviluppato capacità cyber offensive sofisticate. I ransomware potrebbero essere diventati uno strumento di quella strategia.Eppure, l’arma che aveva permesso l’attacco era americana. Un exploit sviluppato con fondi dei contribuenti statunitensi, sfuggito al controllo, probabilmente finito nelle mani di un avversario e usato per paralizzare alleati e infrastrutture occidentali. È come se una bomba costruita in un laboratorio militare fosse stata rubata e fatta esplodere nel cortile di casa.Anatomia di una catastrofeLa storia di WannaCry è avvincente. Ma per capirne davvero il significato – e per comprendere cosa c’entri con l’annuncio di Glasswing nove anni dopo – bisogna guardare oltre la narrazione da thriller. Occorre capire i meccanismi che haVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Apologia della storia: non c’è pace senza memoria condivisa

    di Elisabetta BurbaIn questa rielaborazione giornalistica della conferenza tenuta a Banja Luka il 22 aprile scorso, la direttrice di Krisis analizza il problema della deformazione della memoria storica europea. Nell’anniversario della liberazione dell’Auschwitz dei Balcani, in Bosnia Elisabetta Burba ha indicato nel rigore della ricerca l’unica via per il superamento dei conflitti. A partire dalla prima tesi di laurea realizzata in Italia sul campo di sterminio croato, appena discussa alla Statale di Milano.IN BREVEIl silenzio su Jasenovac Per 80 anni il lager croato è rimasto un tabù accademico in Occidente. La tesi di Adrian Piccoli rompe il muro di silenzio su questa tragedia collettiva.La memoria come arma In Jugoslavia il dogma della «Fratellanza e unità» aveva depoliticizzato il trauma senza elaborarlo. Con la dissoluzione del Paese, i nazionalisti hanno usato questo passato non elaborato per alimentare l’odio.Revisionismo e propaganda Negli anni Novanta, la storia di Jasenovac è stata manipolata dai nazionalisti di entrambe le parti per giustificare la pulizia etnica e la guerra.Oltre il binomio etico La pace richiede di superare lo schema rigido tra vittima e aggressore senza negare le colpe. per disarmare la propaganda, bisogna restituire complessità ai processi storici.Modello sudafricano La riconciliazione nasce dalla storicizzazione, non da verità imposte dall’alto. La Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica insegna che conoscere il male è l’unica via per guarire.Il 29 aprile, presso l’Università degli Studi di Milano, è stata discussa la prima tesi di laurea italiana dedicata al campo di sterminio di Jasenovac. L’autore, Adrian Piccoli, ha spiegato di aver scelto il tema dopo aver letto gli articoli del dossier di Krisis dedicato all’Auschwitz dei Balcani. Tra ricordo e negazione: Jasenovac nel conflitto delle memorie balcaniche, questo il titolo della tesi magistrale in Scienze storiche, è una dotta analisi delle complesse dinamiche memoriali che circondano il lager in Slavonia. L’opera esamina il profondo contrasto tra il dovere della testimonianza e i fenomeni di negazionismo o di uso politico della storia che hanno segnato questa tragedia collettiva dal Dopoguerra a oggi.Per oltre 80 anni, in Occidente il campo di sterminio dello Stato Indipendente di Croazia, dove furono barbaramente trucidati almeno 100 mila fra serbi, ebrei e croati, era rimasto confinato in una sorta di cono d’ombra accademico. La tesi di Adrian Piccoli non rappresenta solo un traguardo individuale, ma il segnale che il muro di silenzio sta finalmente crollando. In un’epoca di nuove tensioni geopolitiche, riportare Jasenovac al centro del dibattito italiano non è un esercizio di archeologia del dolore, ma un atto di necessità civile.Il motivo è semplice. Jasenovac rappresenta il prisma attraverso il quale possiamo osservare un fenomeno di importanza capitale: la deformazione della memoria storica europea. Un processo che, dalle foibe della Seconda guerra mondiale all’allargamento della Nato a Est dopo il crollo del Muro fino alle guerre balcaniche degli anni Novanta, continua a condizionare tanto la coesione interna dei singoli Paesi quanto le relazioni fra Stati.Già… La storia ci insegna che, se la storia non è elaborata in modo scientifico e viene lasciata in mano a politici o a propagandisti, il passato non passa. Diventa invece un campo di battaglia, dove antiche tragedie si trasformano in pretesti per giustificare l’ingiustificabile. Se gli eventi storici non vengono elaborati, se non vengono inseriti in un contesto, se non vengono condivisi tra i diversi attori, il passato ritorna. Con tutta la sua violenza, il suo dolore e il suo sangue. Esattamente come è successo per Jasenovac negli anni Novanta.In sostanza, se non si restituisce complessità ai processi storici, andando oltre il binomio «aggressore/aggredito» non si ottiene la pace. Ma, attenzione: andare oltre il binomio aggressore/aggredito non significa ovviamente negare le responsabilità storiche. Significa depotenziare il successivo utilizzo strumentale di queste etichette da parte delle propagande nazionalistiche.Non c’è pace senza giustizia, come disse Papa Paolo VI («Se vuoi la pace, lavora per la giustizia») in occasione della Giornata mondiale della pace nel 1972. Ma non c’è pace nemmeno senza memoria condivisa. E Jasenovac lo dimostra in modo esemplare.Da tabù ad arma politicaPer comprendere il caso Jasenovac, dobbiamo analizzare come la memoria del campo fu gestita ai tempi della Jugoslavia socialista. Secondo quanto spiega Adrian Piccoli nella sua tesi, il regime di Josip Broz Tito adottò quella che possiamo definire una neutralizzazione della memoria. Il ricordo di Jasenovac veniva onorato, ma era stato completamente spogliato delle sue connotazioni etniche.Le vittime erano genericamente «vittime del terrore fascista», una formula necessaria per preservare il dogma della Fratellanza e unità, pilastro ideologico della Jugoslavia socialista. Tale dogma rappresentava l’obbligo politico di superare i conflitti etnici e religiosi tra i popoli jugoslavi, in nome di un’identità comune socialista.Universalizzare il sacrificio di Jasenovac serviva quindi a evitare che le colpe del passato schiacciassero con il loro peso le fondamenta del nuovo Stato federale. Un intento forse nobile, ma certamente miope. Come disse San Bernardo di Chiaravalle, e dopo di lui anche Karl Marx, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.Su questo fragile equilibrio, la Federazione jugoslava si resse per oltre 40 anni. Il dogma della Fratellanza e unità agì come cappa protettiva, impedendo una reale elaborazione del trauma. Jasenovac non era stato «dimenticato»: era stato depoliticizzato. Ma quando, dopo la morte di Tito, l’autorità della Lega dei comunisti iniziò a vacillare, tale rimozione riemerse con prepotenza. Non come ricerca storica, ma come strumento di rivendicazione identitaria.I risultati furono catastrofici. «Il vuoto lasciato dalla narrazione ufficiale della “Fratellanza e Unità”», scrive Piccoli, «è stato colmato dai nazionalismi emergenti, che hanno estratto Jasenovac dal cono d’ombra in cui era stato posto non per scopi di verità storica, ma per trasformarlo in un catalizzatore di odio e in uno strumento di mobilitazione bellica».Con l’inizio delle guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia, Jasenovac divenne il fulcro di due narrazioni opposte. In Croazia si sviluppò una forte spinta revisionista, guidata in parte dallo stesso leader nazionalista Franjo Tudjman, che era storico di formazione. Il suo obiettivo era ridimensionare la portata dei crimini ustaša per legittimare il nuovo Stato indipendente, sottraendolo all’ombra del passato criminale del regime fantoccio nazi-fascista di Ante Pavelic. Ebbero così inizio varie dispute sui numeri delle vittime, volte a minimizzare la portata storica dell’evento, e Jasenovac fu trasformato da campo di sterminio a «campo di lavoro» o di smistamento.Di pari passo, in Serbia, Slobodan Milošević e i media di Belgrado utilizzarono il ricordo del genocidio ustaša per alimentare la paura nelle popolazioni serbe di Croazia. Il messaggio era chiaro: «Se non imbracciate le armi, il 1941 si ripeterà». E Jasenovac fu trasformato in una prova dell’impossibilità di convivere con i croati, giustificando così la secessione armata e la pulizia etnica.Seconda JasenovacI serbi che vivevano in Croazia iniziarono davvero a temere una «seconda Jasenovac». Un timore che si trasformò in tragica realtà. A sostenerlo è Fausto Biloslavo, il giornalista di guerra che meglio di chiunque altro in Italia ha seguito i conflitti jugoslavi. All’evento organizzato da Krisis il 12 dicembre 2024 alla Casa della Cultura di Milano, Biloslavo ammise che «effettivamente, in un certo senso, in quegli anni ci fu una seconda Jasenovac».In quel vuoto, alimentato da decenni di silenzi e omissioni, si inserì un’ulteriore narrazione – questa volta esterna – che finì per esasperare le divisioni: la moralizzazione del conflitto. Alla fine della Guerra fredda, l’interpretazione delle tensioni internazionali subì una trasformazione radicale. Durante l’era dei due blocchi, venivano analizzate in prevalenza con la lente del realismo politico: interessi statali, equilibrio di potere e sfere d’influenza. Pur in presenza di elementi ideologici, il quadro analitico dominante rimaneva strategico.Negli anni Novanta, invece, ci fu un’inversione di rotta. In particolare nel contesto delle guerre jugoslave, l’Occidente passò al liberalismo interventista. E iniziò a inquadrare i conflitti attraverso categorie etiche come il vittimismo, l’aggressione e la responsabilità. Erano i tempi dell’«intervento umanitario» di Bill Clinton e, più tardi, della dottrina della «responsabilità di proteggere», adottata dall’Onu nel 2005 e poi usata da George W. Bush. Questo cambiamento si rifletté anche nel discorso pubblico, nelle narrazioni mediatiche e nelle interpretazioni accademiche.Il mutamento di rotta ebbe conseguenze importanti per l’interpretazione delle tragedie passate nei Balcani, dove la complessità dei processi storici fu sostituita da rigidi paradigmi etici. E la distinzione binaria tra «vittime» e «carnefici», applicata in modo schematico, trasformò la meVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Gli Stati Uniti cantano vittoria, ma avanzano verso la terza sconfitta

    di Emmanuel ToddIn quest’intervista allo «Asahi Shimbun», lo storico francese interpreta il tramonto dell’egemonia statunitense come esito di una crisi strutturale. La guerra appare come una fuga in avanti nel tentativo di compensare limiti industriali e geopolitici emersi nel confronto con Russia e Cina. Ne deriva, secondo Todd, una crescente instabilità dell’ordine internazionale.IN BREVETramonto produttivo L’incapacità manifatturiera americana emerge nel conflitto ucraino, rivelando un sistema industriale non più in grado di sostenere una guerra su vasta scala.Scacco commerciale La sconfitta contro la Cina si palesa nella ritirata sui dazi: la dipendenza dalle terre rare costringe Washington a una diversione militare per mascherare il declino.Assassini mirati La fine dei valori morali produce un nichilismo politico che sostituisce la diplomazia con l’assassinio mirato, trasformando la repubblica in un impero guidato dalla Cia.Falso nazionalismo Tokyo insegue un’ostilità immaginaria verso Pechino, mentre il vero interesse nazionale imporrebbe la sovranità rispetto alle basi estere e alla strategia Usa.Blocco asiatico Il futuro del Giappone risiede nella cooperazione con Cina e Corea, poli industriali affini che devono unirsi per gestire il comune crollo demografico e la multipolarità.Emmanuel Todd sostiene che gli Stati Uniti attraversano una fase di crisi profonda, che mette in discussione la loro capacità di sostenere il ruolo di potenza egemone. Nell’intervista rilasciata al più autorevole quotidiano giapponese, lo storico francese legge le recenti iniziative militari e commerciali di Washington come il tentativo di reagire a difficoltà strutturali emerse negli ultimi anni: dal conflitto in Ucraina al confronto con la Cina. In questo quadro, sostiene Todd, la politica estera americana assume tratti sempre più radicali, con effetti potenzialmente destabilizzanti sull’equilibrio internazionale.Quali sono gli effetti sul mondo dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran?«In quanto storico, voglio partire da un quadro più ampio. Questa guerra in Iran segue due grandi sconfitte già subite dagli Stati Uniti. La prima è, come vi ho detto nella nostra intervista del febbraio 2025, la sconfitta virtuale degli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina. Gli Stati Uniti, con la loro base manifatturiera in declino, si sono dimostrati incapaci di fornire agli ucraini armi e munizioni sufficienti, rivelando il fatto che il sistema industriale americano non può sostenere una grande guerra. La seconda sconfitta, che si è palesata in seguito, è ancora più importante: la sconfitta contro la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato la Cina con i dazi, ma quando i cinesi hanno risposto minacciando gli Stati Uniti con un embargo sulle terre rare, ha dovuto fare marcia indietro molto rapidamente. È quindi chiaro che tutto ciò che fa ora è una diversione per far dimenticare a noi — e a sé stesso — queste grandi sconfitte».Durante la sua ultima visita in Giappone, lo scorso autunno, quando ha partecipato all’Asahi World Forum, lei ha indicato la possibilità di un attacco statunitense al Venezuela. Ebbene, questo è accaduto, e gli Stati Uniti hanno spostato l’obiettivo dell’attacco in Medio Oriente. Cosa ne pensa?«Sì. L’attacco all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti è iniziato allo stesso modo. Ma poiché l’Iran non è crollato, le cose sono sfuggite di mano, e potrebbe rivelarsi la terza grande sconfitta per gli Stati Uniti».Dove ci porterà l’attacco statunitense all’Iran?«La causa principale di questa guerra è, come ho menzionato anche a febbraio 2025, la disintegrazione della società americana, in particolare lo stato di “religione zero”. La disciplina morale e spirituale e i valori che un tempo integravano la società sono andati perduti. In questa decadenza e nel vuoto si sta diffondendo il “nichilismo”, dove sembrano semplicemente godere della distruzione e dell’uccisione stessa. Questo vale anche per Israele. Se un leader iraniano non si allinea alle intenzioni degli Stati Uniti, lo eliminano. Eliminare, uno ad uno, i leader di un altro Paese: ciò non dovrebbe mai essere permesso. Questo non è il mondo della politica moderna guidata dal buon senso, è il risultato della follia. I francesi, i giapponesi, i cinesi, tutti nel mondo devono concordare. Questo è il metodo di Hitler».Non sta usando un’espressione estremamente dura?«Esattamente. Parlo ora in quanto ebreo. Voglio trasmettere chiaramente ai lettori giapponesi che io stesso, un francese di origine ebraica, sto criticando la loro follia e temerarietà più duramente di ogni altra cosa. Originariamente, la “guerra” doveva essere uno scontro tra eserciti. Ma guardate cosa stanno facendo ora gli Stati Uniti e Israele. Non è forse un “assassinio” prendere di mira degli individui e ucciderli? Il ruolo guida nella politica estera americana sembra essere passato non al Dipartimento di Stato o al Pentagono, ma alla Cia».Sta dicendo che il sistema politico stesso degli Stati Uniti, una nazione democratica che celebrerà il 250° anniversario della sua fondazione a luglio, si è trasformato?«Sì. Devo dire che non è più la “Repubblica” tradizionale composta dal Congresso, dal presidente e dalla Corte suprema. Da quello che vedo, gli Stati Uniti oggi si sono trasformati in un “impero” composto dal presidente, dal Pentagono e dalla Cia. Il Congresso e la Corte Suprema sembrano essere nient’altro che organi consultivi. In una politica estera statunitense che si affida agli assassinii mirati di individui, la Cia è diventata l’istituzione più importante. Questa è la prova che gli Stati Uniti come nazione sono degenerati in uno “Stato assassino nichilista”».Nell’intervista dello scorso anno, lei ha detto che il Giappone non avrebbe dovuto farsi coinvolgere in conflitti che probabilmente sarebbero stati scatenati dagli Stati Uniti, ma avrebbe dovuto osservare con cautela ciò che stava accadendo. Quali sono i suoi pensieri ora che il Giappone ha il suo primo ministro donna?«Non posso ancora valutare quale tipo di cambiamento nella società giapponese questo incarni. Tuttavia, in generale, il primo capo di Stato o primo ministro donna agisce spesso come un uomo per dimostrare che non c’è differenza tra uomini e donne. Sento che il primo ministro Sanae Takaichi ammira l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher, ma devo sottolineare che questo è pericoloso. Sebbene la Thatcher fosse un personaggio interessante, non la ammiro. È colei che ha distrutto la classe operaia e il sistema industriale britannico. Non conosco nel dettaglio cosa esattamente il primo ministro Takaichi ammiri della Thatcher. Tuttavia, la sua posizione dura contro la Cina è, credo, un tipico esempio di ciò che chiamo “nazionalismo immaginario”».Che cosa intende?«In quest’epoca, il nazionalismo stesso viene messo in discussione, ma penso che l’idea che “essere ostili alla Cina equivalga al nazionalismo giapponese” sia strana. Tradizionalmente, l’ideologia del nazionalismo si basa sull’idea di aumentare la popolazione ed espandere la sfera di influenza. Il vero nazionalismo giapponese dovrebbe cercare la sovranità del Giappone. Da questa prospettiva, non è più importante per il Giappone pensare prima al suo rapporto con gli Stati Uniti, piuttosto che entrare in conflitto con la Cina? Questo dovrebbe essere ovvio per chiunque pensi a Okinawa. Se ci si pone dal punto di vista di un “vero” nazionalismo, non di uno “immaginario”, è naturale lottare per la sovranità e l’indipendenza della propria nazione e riprendersi le basi straniere all’interno del proprio Paese. Credo che farsi trascinare dalla strategia americana del “divide et impera” ed entrare in un conflitto con la Cina per volontà di Washington non sia mai nell’interesse del Giappone».Non c’è forse un senso di crisi per la situazione a Taiwan dietro la posizione dura verso la Cina da parte degli elementi conservatori giapponesi?«Mi vanto di essere uno dei pochi francesi che conoscono Shinpei Goto, che guidò la colonizzazione giapponese di Taiwan. Capisco che la colonizzazione giapponese di Taiwan, in parte grazie ai risultati di persone come Goto, sia stata una rara storia di successo nella storia della colonizzazione globale. È una cosa molto rara che persino alcuni locali abbiano buoni ricordi del Giappone, la potenza dominante. Ma resta comunque una cosa del passato. Indipendentemente dal fatto che si approvi o meno ciò che dice il Partito comunista cinese, Taiwan non può essere discussa ignorando il suo rapporto con la Cina, sia culturalmente sia nella realtà della politica internazionale. È pericoloso coprire la realtà con la nostalgia per il passato. In altre parole, è pericoloso portare una valutazione positiva di fatti storici passati nella Realpolitik moderna. I giorni in cui Taiwan era una colonia giapponese sono finiti 80 anni fa, e nutrire l’illusione che “avere un pessimo rapporto con la Cina sia nazionalismo” è esattamente un nazionalismo immaginario».Qual è la sua opinione su ciò che sta accadendo nel pianeta?«Ciò che sta accadendo ora non si limita alla possibilità che gli Stati Uniti subiscano la loro terza sconfitta. Potrebbe essere il crollo stesso di un enorme impero. Gli ideali e le strutture che ci sono familiari e che hanno sostenuto il mondo per lungo tempo stanno crollando con un forte fragore».In un tale mondo, che strada dovrebbe intraprendere il Giappone?«I tre Paesi dell’Asia orientale – Giappone, Cina e Corea del Sud — affrontano una sfida strutturale comune: un grave declino demografico. Condividono anche un background culturale confuciano e detengono un potere industriale travolgente, dato che i tre Paesi rappresentano circa il 90% della costruzione navale mondiale. La loro somiglianza è estremamente notevole anche in termini di modello di crescita guidato dalle esportazioni. La strada che il Giappone dovrebbe intraprendere è guardare da vicino queste proprie caratteristiche, prendere gradualmente lVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Turchia, potenza mineraria in fieri

    di Paola OttinoNel riposizionamento energetico europeo, la transizione verso le energie alternative si lega sempre di più ai minerali critici. In questo contesto, la Turchia emerge come un nodo geopolitico fondamentale, grazie alla sua collocazione nelle catene globali del valore e alla ricchezza del suo sottosuolo. Il giacimento di terre rare di Beylikova evidenzia tuttavia un limite strutturale: la capacità industriale. I minerali critici diventano così il terreno di una nuova geopolitica, in cui la Turchia è un attore centrale, ma ancora incompiuto, della trasformazione globale.IN BREVEHub emergente La Turchia punta a trasformare la propria ricchezza geologica in leva geopolitica. Il giacimento di terre rare di Beylikova simboleggia quest’ambizione strategica.Sfida tecnologica Nonostante l’abbondanza di risorse, Ankara sconta gap industriali. La mancanza di una filiera di raffinazione complessa frena la capacità di competere su scala globale.Snodo per Bruxelles L’Europa, dipendente dalle importazioni, guarda ad Ankara come partner chiave. La fornitura di boro è cruciale, ma la Turchia mantiene una postura negoziale autonoma.Limiti strutturali L’estrazione deve fare i conti con incertezze normative, costi ambientali e la complessità mineraria. Il passaggio a hub tecnologico richiede investimenti di lungo periodo.Competizione asimmetrica La transizione energetica ridefinisce le gerarchie di potere. Il caso turco dimostra che il controllo delle materie prime è ormai inscindibile dalla sicurezza strategica.Dopo le oscillazioni imposte dalle recenti crisi globali, che hanno costretto l’Europa a un temporaneo ripiegamento sulle fonti fossili, la transizione energetica è tornata al centro dell’agenda di Bruxelles con una nuova veste. Non più soltanto obiettivo climatico, ora è definita un’esigenza di sicurezza economica e strategica. Nel contesto delle tensioni in Medio Oriente e della volatilità dei mercati energetici, la produzione interna di energia da fonti alternative diventa così un imperativo politico.In questo quadro, la transizione energetica non appare più soltanto come una traiettoria tecnologica, ma come un processo strettamente legato alla disponibilità, al controllo e alla valorizzazione delle risorse minerarie. Asset che sono sempre più al centro di una competizione globale che ridefinisce gerarchie industriali e relazioni di potere.Politicizzazione delle risorseQuesta rinnovata urgenza si inserisce in un contesto sempre più teso, segnato da nuove scoperte minerarie e dalla loro rilettura in chiave politica. In Italia, l’annuncio di un nuovo minerale denominato delchiaroite, individuato nel bacino marmifero di Colonnata, nelle Alpi Apuane 1, ha acceso l’attenzione mediatica sul potenziale estrattivo nazionale, sebbene con implicazioni limitate sul piano industriale.A livello internazionale, l’eco mediatica attorno al grande giacimento di terre rare di Kızılcaören nel distretto di Beylikova, in Turchia, evidenzia ancor più come la dimensione geologica venga reinterpretata alla luce delle esigenze geopolitiche contemporanee. Individuato nel 2022, il giacimento è stimato in circa 694 milioni di tonnellate. Ed è stato presentato dalle autorità turche come il secondo deposito di elementi delle terre rare più grande al mondo, dopo quello cinese di Bayan Obo 2.Un dato che è stato recentemente rilanciato nel dibattito europeo, soprattutto in chiave strategica. Da un lato per sostenere il riposizionamento della Turchia come attore centrale, dall’altro come risposta alla crisi delle catene globali di approvigionamento 3. Pertanto, il giacimento viene oggi ridefinito come risorsa strategica.Tuttavia, emerge un divario cruciale tra potenziale geologico e capacità industriale: le terre rare richiedono processi di separazione complessi e costosi e la Turchia non dispone ancora di una filiera completa di raffinazione. Inoltre, la redditività dipende da concentrazione, mineralogia e costi ambientali. Di conseguenza, il giacimento rappresenta più una leva geopolitica potenziale che una risorsa immediatamente sfruttabile su scala globale.Boom della domandaNel dibattito in corso sulla transizione energetica e digitale, i minerali critici hanno anche assunto una crescente rilevanza geopolitica. Litio, nichel, cobalto, rame e terre rare costituiscono l’ossatura materiale delle tecnologie low-carbon, dai veicoli elettrici ai sistemi di accumulo energetico, fino ai semiconduttori e alle applicazioni militari avanzate.Dal punto di vista scientifico, la rilevanza dei minerali critici è legata a proprietà fisico-chimiche difficilmente sostituibili: l’elevata densità energetica del litio nelle batterie agli ioni di litio, le proprietà magnetiche delle terre rare come neodimio e disprosio nei magneti permanenti o la stabilità elettrochimica del cobalto e del nichel nei materiali catodici ad alte prestazioni.Secondo le analisi più recenti della International Energy Agency 4, la domanda globale di minerali critici è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi decenni, con un fabbisogno che potrebbe aumentare tra due e cinque volte entro il 2040, a seconda del minerale e delle politiche climatiche adottate. In particolare, il litio mostra le traiettorie di crescita più accentuate, mentre nichel e cobalto seguono dinamiche più contenute ma comunque sostenute.Questa espansione si scontra tuttavia con vincoli strutturali persistenti. Da un lato, lo sviluppo di nuovi progetti minerari è lento e richiede ingenti investimenti di capitale, con tempi che possono superare il decennio tra esplorazione e produzione. Dall’altro lato, le fasi di raffinazione e trasformazione restano fortemente concentrate, con un’elevata dipendenza da pochi attori dominanti (in primo luogo la Cina) che controllano una quota maggioritaria delle capacità globali, in particolare per le terre rare e diversi metalli per batterie (Figura 1).Ne deriva un disallineamento tra crescita della domanda e capacità dell’offerta, che trasforma i minerali critici in elemento di rischio sistemico per la sicurezza energetica e industriale delle economie avanzate.Impianto pilotaIn questo contesto, la Turchia emerge come un attore di crescente centralità. Non per supremazia quantitativa nella produzione globale, ma per una combinazione di fattori geologici, geografici e industriali. Allo stato attuale, il Paese non è un grande produttore sistemico di tutte le materie prime critiche, ma rappresenta comunque un nodo geopolitico fondamentale all’interno delle catene globali del valore.Questa centralità si fonda innanzitutto su una diversificazione mineraria significativa e già sfruttata, che consente maggiore resilienza rispetto alla volatilità dei mercati e una più facile integrazione in filiere produttive differenti. A conferma e rafforzamento di questa traiettoria, recentemente è emerso l’orientamento di Ankara verso una politica integrata sulle materie prime critiche.La Turchia si prepara a presentare una strategia nazionale dedicata, in cui il progetto di Beylikova per le terre rare è posto come fulcro di una visione che connette estrazione, lavorazione avanzata e sviluppo industriale ad alta tecnologia 5. Tale impostazione è stata illustrata dal Ministro dell’Energia e delle risorse naturali, Alparslan Bayraktar, intervenuto il 28 aprile scorso al Forum sui minerali critici dell’Ocse a Istanbul.In questa sede è stato affermato che la società statale Eti Maden è già impegnata, insieme a partner industriali, nella costruzione di una catena del valore completa che includa anche le fasi di separazione e raffinazione. Un impianto pilota è già operativo e il progetto si sta progressivamente orientando verso la produzione su scala industriale, con l’obiettivo di ottenere ossidi di terre rare destinati, tra l’altro, ai magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche e nei motori dei veicoli elettrici.Questa iniziativa si inserisce in una più ampia trasformazione del sistema energetico e industriale turco. Secondo il Rapporto sui minerali critici e strategici del 2025 redatto dal Ministero dell’Energia e delle Risorse naturali della Turchia 6, la futura tabella di marcia nazionale collega esplicitamente la sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime alla transizione energetica.Secondo dati ufficiali nazionali, oltre il 62% della capacità elettrica installata del Paese proviene già da fonti rinnovabili. Gli obiettivi al 2035 prevedono poi un’espansione dell’eolico e del solare fino a 120 gigawatt, accompagnata dalla realizzazione di circa 40 gigawatt di linee di trasmissione ad alta tensione in corrente continua 7. In tale contesto, disponibilità e capacità di lavorazione dei minerali critici diventano elementi imprescindibili.Tettonica dell’AnatoliaDal punto diVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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    Sachs: «Dallo Scià a Trump, dalla Persia all’Iran: la lunga manu dell’Impero americano»

    di Jeffrey D. SachsIn un’intervista a Tucker Carlson, l’economista ricostruisce le radici dell’escalation con l’Iran: interventi diretti, operazioni coperte, sanzioni e guerre indirette. Le attuali ostilità, sostiene Jeffrey Sachs, sono invece alimentate dalla convergenza tra gli interessi petroliferi di Washington e la visione del governo di Netanyahu. Volta a ottenere la supremazia militare nella regione con il progetto del Grande Israele.IN BREVEControllo energetico Per Sachs, la radice del conflitto risale al colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, colpevole di aver rivendicato la sovranità iraniana sulle proprie risorse petrolifere.Egemone ferito La rivoluzione del 1979 è stata per Washington una perdita di reputazione intollerabile, trasformando Teheran nel bersaglio di una guerra ibrida quarantennale.Ambizioni regionali La strategia israeliana mira alla supremazia totale in Asia occidentale, attraverso il progetto del Grande Israele e il rovesciamento dei governi ostili limitrofi.Pretesti nucleari Le accuse sull’atomica sono descritte come una narrazione orwelliana per mascherare l’obiettivo reale del cambio di regime e il controllo dei flussi di idrocarburi.Rischio globale Un’escalation militare nel Golfo minaccia di distruggere le infrastrutture fisiche di gas e fertilizzanti, innescando una catastrofe economica e alimentare mondiale.Da dove deriva questo odio verso l’Iran? Nel 1953, l’Iran era una democrazia parlamentare che non aveva invaso un altro Paese da un secolo, ovvero dal 1856-57, quando la Persia sotto Naser al-Din Shah invase Herat, precipitando nella guerra anglo-persiana[1]. L’Iran era stato successivamente oggetto di interferenze, ma non aveva attaccato nessuno. All’inizio degli anni Cinquanta, lo stimato primo ministro Mohammad Mossadeq ebbe l’audacia di dire la cosa che non si dovrebbe mai dire in questa regione: «Penso che il petrolio sotto la nostra terra sia iraniano, non britannico».Immediatamente l’Impero britannico – sotto forma dell’MI6 – si rivolse al nuovo impero americano in ascesa – sotto le spoglie della Cia – e disse: «Dobbiamo rovesciare quest’uomo». Cosa che, ovviamente, fecero nel 1953, attuando quella che oggi chiameremmo una rivoluzione colorata [2]. Fomentarono proteste e disordini e Mossadeq fu cacciato dal potere. Gli Stati Uniti instaurarono quella che l’Impero persiano avrebbe chiamato una satrapia. L’Iran divenne una sorta di provincia dell’impero americano, in ultima analisi sotto il dominio della Cia. Insediammo lo Scià dell’Iran come volto di quell’impero e la polizia politica Savak come apparato repressivo [3].Tutto ciò durò 26 anni. Nel 1979, mentre lo Scià stava morendo di cancro, il popolo guidò una rivoluzione e cacciò la Savak, la Cia e lo Scià. L’Iran ebbe la sua rivoluzione islamica e instaurò il governo che rimane in carica ancora oggi. Gli Stati Uniti lo avversarono fin da subito. Quando sei un impero con protettorati e militari di stanza in tutto il mondo, e le tue principali compagnie petrolifere si vedono improvvisamente sottrarre ciò che avevano rubato all’Iran, nel momento in cui l’Iran se lo riprende, tutto diventa una questione di reputazione. Il senso del ragionamento era: «Dobbiamo riportare l’Iran sotto controllo perché siamo un impero. Se ci mostriamo troppo deboli verso una qualsiasi parte dell’impero, questo danneggia la nostra reputazione ovunque».Dovevamo punirli. Poi ci fu la presa degli ostaggi da parte di gruppi di giovani radicali, che dissero: «Stiamo facendo questo perché vogliamo che lo Scià venga riportato qui per essere processato per i crimini del suo Stato di polizia perpetrati per oltre due decenni». Gli Stati Uniti avevano accolto lo Scià nel 1979 per cure mediche, una decisione poco saggia del presidente Jimmy Carter [4], il quale in realtà aveva sospettato che ciò avrebbe portato a questo genere di esplosione. Gli iraniani chiedevano riparazioni, scuse e la fine delle attività sovversive statunitensi: tutte cose piuttosto ragionevoli.Ma la presa degli ostaggi divenne un’altra umiliazione per l’America, un affronto che un impero non tollera mai. Quando un impero perde la faccia, risponde infliggendo punizioni estreme, non solo per riportare sotto controllo la provincia recalcitrante, ma per lanciare un segnale al resto dell’impero: «Non osate provarci».Così, dal 1980 in poi, gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l’Iran in vari modi. Abbiamo pagato, armato e rifornito Saddam Hussein affinché invadesse l’Iran – un accordo sordido. Saddam ha utilizzato gas tossici quantomeno con la consapevolezza degli Stati Uniti e, secondo alcune testimonianze, con il sostegno attivo americano [5]. Donald Trump, già nel 1980, propugnava un intervento militare in stile Vietnam contro il nuovo governo iraniano [6]. Pertanto, quando Trump fornisce le sue motivazioni per la guerra attuale («Il nucleare, questo o quello») si tratta di comode scuse per un’idea che ha in mente da 46 anni, perché l’Impero americano ha subito uno sgarbo. Un Paese era sfuggito al controllo della Cia, e questo non è permesso.Dal 1980 c’è stata una guerra ininterrotta, inclusa quella economica. Il nostro Segretario al Tesoro (Scott Bessent, ndr), che considero sempre più un prepotente – un individuo che si compiace di schiacciare altre economie con mezzi finanziari, sanzioni commerciali o blocchi – ha spiegato a Davos, in un’intervista a Fox News con Maria Bartiromo, che lo scorso anno la nostra «economic statecraft» (strategia economica di potere, ndr) ha distrutto l’economia iraniana [7].Abbiamo portato avanti questo tipo di «economic statecraft» – un orribile termine orwelliano per indicare la distruzione dell’economia di un altro Paese – per decenni. Abbiamo anche assassinato leader iraniani e fatto saltare in aria i loro impianti nucleari, perfino quando imploravano: «Facciamo un accordo che ci metta sotto la stretta supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica». Abbiamo utilizzato quella che viene chiamata guerra ibrida: ogni mezzo di sovversione, guerra economica, azione militare diretta e operazioni segrete. Donald Trump ha confermato che, nelle proteste dell’anno scorso, gli Stati Uniti hanno inviato armi ai manifestanti [8]. Non si trattava di una protesta, ma di un’insurrezione che stavamo fomentando noi. Non ha funzionato.In breve, descriviamo l’Iran come il male perché ha fatto qualcosa di inaccettabile per gli Stati Uniti, qualcosa che non ha nulla a che fare con le armi nucleari o con Hezbollah o con Hamas. Tutto risale al 1979, quando gli iraniani sono sfuggiti all’Impero americano, al controllo della Cia. Ed è proprio quello che non si dovrebbe mai fare. Questa guerra va avanti con vari pretesti da allora.Vorrei aggiungere un’altra cosa. L’argomento principale di Trump negli ultimi mesi è stato: «Impedirò loro di avere un’arma nucleare». Chiunque conosca la storia sa che questo è Orwell all’ennesima potenza. Gli iraniani non hanno mai cercato di ottenere un’arma nucleare: l’hanno ripetuto a più riprese anche le nostre stesse agenzie di intelligence. Ciò che hanno perseguito è un trattato con il Consiglio di sicurezza dell’Onu per confermare la loro sottomissione a un rigoroso monitoraggio nell’ambito del Trattato di non proliferazione nucleare, in cambio della fine della guerra economica statunitense.Ciò che l’Iran chiede da 15 anni è: «Supervisionateci, controllateci, va bene, ma revocate le sanzioni. Lasciateci respirare. Lasciateci avere un’economia normale. Lasciateci commerciare. E restituiteci i nostri soldi». Perché gli Stati Uniti hanno direttamente o indirettamente confiscato o congelato decine di miliardi di dollari appartenenti all’Iran [9]. Soldi dell’Iran, non i nostri. In quanto impero, facciamo così: congeliamo i soldi degli altri Paesi e, a volte, ce li prendiamo apertamente. È odioso e controproducente per gli Stati Uniti avere la reputazione di chi ruba le risorse altrui.Pertanto, ciò che l’Iran ha sempre desiderato è la diplomazia: sono persone garbate, abituate alla diplomazia. A volte dico lVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  47. 125

    Droni low cost e propaganda: la guerra che mette in crisi l’Occidente

    di Francesco CosimatoL’impiego massiccio di droni economici sui campi di battaglia in Iran e in Ucraina sta trasformando un vantaggio tecnologico in un problema economico per l’Occidente. Tra saturazione dei cieli e nuove esigenze di comando, il generale smonta l’illusione delle guerre combattute solo dalle macchine, ribadendo la centralità del fattore umano.IN BREVEParadosso economico Il generale Cosimato spiega come i droni low cost ribaltino la logica finanziaria bellica. Mentre un velivolo costa 35 mila dollari, i missili per abbatterlo possono costare fino a 4 milioni.Limite tecnologico L’idea di appaltare la guerra alle macchine è un’illusione mediatica. Nessun apparato autonomo può ribaltare da solo l’esito di un conflitto che volge al peggio.Centralità umana In Ucraina e Medio Oriente, la tecnologia non sostituisce i soldati sul terreno. Il fattore umano e la manovra delle forze restano i pilastri insostituibili.Difesa nazionale L’Italia necessita di riforme strutturali profonde. Oltre ai 2 mila droni previsti, serve una visione politica che superi le alternanze di governo.Nodo sociale Il drone alimenta l’illusione di una forza senza costi umani. L’accettabilità sociale delle perdite resta la variabile decisiva e irrisolta per l’Occidente.«Come droni a buon prezzo stanno cambiando le guerre come quelle in Ucraina e in Iran». Con questo titolo perentorio, un’inchiesta del New York Times ha evidenziato come l’impiego di sistemi a pilotaggio remoto a basso costo stia ridefinendo i conflitti. L’efficacia di questi nuovi sistemi d’arma non è però circoscritta all’effetto tattico: i droni stanno alterando gli equilibri strategici in Europa dell’Est e in Medio Oriente, trasformando la superiorità tecnologica in vulnerabilità economica.Un paradosso dimostrato dai numeri. Mentre i costi di produzione dei droni iraniani si aggirano intorno ai 35 mila dollari, i missili intercettori usati per abbatterli hanno costi che possono raggiungere i 4 milioni di dollari. Il risultato è che, secondo una stima pubblicata il 10 aprile dall’American Enterprise Institute, per l’Operazione Epic fury contro l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero speso fra 25 e 35 miliardi di dollari.Questo cambiamento di paradigma ha tuttavia alimentato un equivoco di fondo. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la narrazione dei media mainstream occidentali tende a far credere che potremo appaltare ai droni lo svolgimento delle guerre. Tale narrazione propone una visione semplificata in cui le operazioni militari si riducono a uno svolazzo di aeromodelli e i soldati sono intenti a giocare con un simulatore o, peggio, a dialogare con la versione militare dell’intelligenza artificiale.La questione è evidentemente un po’ più complicata. Si tratta di analizzare le tipologie di droni da utilizzare e i loro compiti, mettendo in relazione la strategia politica, il complesso militare industriale, le dottrine, il personale e l’addestramento necessario.I droni militari, siano essi aerei, terrestri e navali, si dividono principalmente in base al raggio d’azione, all’altitudine e alla missione. I droni strategici sono caratterizzati da lunga durata, alta quota e un armamento offensivo. I droni tattici, solitamente dediti alla ricognizione a corto/medio raggio, includono mini/micro droni e droni suicidi o «loitering munition».Il livello dello scontro tecnologico è ragguardevole: già nel 2023, l’Ucraina aveva annunciato di puntare a produrre oltre un milione di droni Fpv all’anno, mentre la Russia sta espandendo i propri impianti per incrementarne la produzione, arrivando al punto di trasformare centri commerciali in fabbriche di droni. Questo volume di fuoco tecnologico conferma che ci troviamo di fronte a una nuova forma di guerra di logoramento, dove la capacità produttiva ha un peso specifico sempre maggiore.Dal punto di vista dei compiti, i droni fanno ormai di tutto: dall’attività di Intelligence, sorveglianza e ricognizione (Istar), all’attività di guerra elettronica, agli attacchi di precisione e al supporto logistico.L’ampia varietà di modelli di droni e l’estensione dei compiti operativi hanno reso i cieli sopra i combattimenti estremamente saturi. In pochi chilometri possono trovarsi a operare simultaneamente centinaia di velivoli, sollevando criticità inedite per la gestione dello spazio aereo. Non a caso, gli addetti ai lavori evidenziano l’urgenza di definire nuove strutture di comando e misure di coordinamento rigorose, indispensabili per prevenire collisioni o incidenti che metterebbero a rischio la sicurezza delle truppe a terra.Nel conflitto in Ucraina, la carenza di personale ha alimentato la convinzione che droni e robot possano colmare il vuoto lasciato dai soldati. Tuttavia, questa visione si scontra con l’insuccesso di chi affida ai mezzi tecnologici ruoli impropri, specialmente di fronte a un avversario che mantiene la superiorità nel volume di fuoco.Si tratta di un errore storico ricorrente, come nel caso delle armi segrete tedesche: nessun apparato, per quanto all’avanguardia, è in grado di ribaltare da solo l’esito di una guerra che volge al peggio. In Ucraina, l’illusione di una svolta tecnologica risolutiva si scontra regolarmente con la cruda realtà di una guerra di logoramento in cui il fattore umano resta insostituibile.Nel conflitto in Iran, invece, a fronte di una netta inferiorità in termini di aviazione e marina, Teheran riesce a contrastare l’avversario ottenendo risultati significativi sul fronte mediatico, politico ed economico. Questa strategia di difesa, basata sull’impiego ragionato di diverse classi di missili e droni, ha permesso di estendere la durata di una guerra che inizialmente si prevedeva brevissima. In questo scenario, i celebri droni Shahed si sono imposti come lo strumento bellico più rilevante.Per comprendere correttamente il ruolo dei droni e dell’innovazione tecnologica, è necessario ricordare che i pilastri della manovra militare restano le forze e il fuoco. La notizia per esempio di un caposaldo russo espugnato dai droni, per quanto suggestiva e di forte richiamo mediatico, risulta spesso parziale. Senza un resoconto completo che ne analizzi le dinamiche reali, tali episodi rischiano di trasformarsi in propaganda, impedendo una valutazione oggettiva dell’operazione.Se la manovra consiste ancora nell’impiego coordinato di forze e fuoco nello spazio e nel tempo, diventa essenziale definire come integrare le unità tradizionali con le nuove risorse tecnologiche. Senza una dottrina chiara, il rischio è di generare confusione operativa piuttosto che efficacia. Sebbene la tecnologia abbia il compito di potenziare entrambi i pilastri della manovra, il suo reale impatto dovrebbe essere valutato attraverso parametri oggettivi, dati che tuttavia si tende spesso a sottacere.L’attuale scenario in Medio Oriente mostra come l’impiego dell’intelligenza artificiale per l’individuazione e il puntamento degli obiettivi non sia, di per sé, risolutivo. Nonostante le intense campagne contro formazioni come Hamas, Hezbollah e i gruppi Houthi, queste realtà continuano a opporre resistenza, dimostrando che la superiorità aerea e tecnologica non può sostituire le operazioni terrestri. L’equazione militare moderna si rivela dunque estremamente complessa, intrecciando conflitti simmetrici e asimmetrici in cui la tecnologia rimane un parametro non determinante per la vittoria finale.Al momento, le dimensioni delle Forze armate europee risultano ridotte a causa della convinzione superata che gli scenari futuri avrebbero richiesto soltanto missioni di peacekeeping. Questa impostazione ha reso necessaria una profonda riconfigurazione delle strutture militari, che non può prescindere da ingenti aumenti del numero di effettivi.In tale contesto, il Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha più volte sottolineato la necessità di potenziare le capacità tecnologiche e le competenze delle Forze armate italiane, per contrastare le nuove minacce ibride. Il focus principale riguarda i droni (Uav) e la guerra cibernetica. Anche attraverso rapporti presentati al Consiglio supremo di Difesa, il ministro ha sottolineato la necessità di rispondere alla guerra ibrida e alle minacce moderne, attraverso la formazione di circa 5 mila specialisti cibernetici e l’implementazione di circa 2 mila droni. Tali provvedimenti rischiano di apparire insufficienti se non verranno integrati all’interno di una riforma strutturale più profonda dell’intero comparto.In una fase geopolitica complessa come quella attuale, caratterizzata da un impiego persistente di droni e missili, Crosetto ha sottolineato la necessità di una politica di difesa che superi le alternanze di governo e si basi su una visione di ampio respiro. Dal 2012, anno di approvazione dell’ultima legge sul modello di Difesa, le diverse compagini governative hanno mantenuto una linea di continuità, considerando sostanzialmente adeguato l’assetto esistente. Anche il governo in carica non si segnala per aver preso provvedimenti drastici e adeguati al difficilissimo momento storico.Se l’efficacia militare dipendesse da un’equazione complessa, oltre a elementi come la produzione industriale, la dottrina eVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  48. 124

    Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino

    di Elena BasileMentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.IN BREVEEgemoni del caos Per l’ambasciatrice Basile, il declino dell’Occidente si manifesta in una strategia di guerra permanente. I conflitti non difendono valori democratici, ma il dominio del capitale finanziario.La trappola del debito La sopravvivenza del dollaro dipende dalla supremazia militare e tecnologica. L’obiettivo è arginare l’ascesa multipolare di Cina e Brics tramite l’escalation.Logiche mafiose I negoziati vengono sostituiti da minacce di assassinio e imposizioni di diktat. Operazioni un tempo coperte diventano oggi strumenti ordinari di relazione tra Stati.Fabbrica del consenso La propaganda disumanizza le nuove generazioni, cancellando la via diplomatica. Si rispolvera la superiorità morale per giustificare crimini e genocidi.Resistenza passiva Mentre le élite sbandierano una retorica bellicista, la società civile resta cauta. Una tenue speranza risiede nel rifiuto giovanile del sacrificio eroico.Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.Le guerre con l’Iran e con la Russia sembrano, nell’ottica statunitense ed europea, guerre sante, contro il nemico che ci minaccia. In effetti sia Mosca sia Teheran non hanno alcuna voglia di farsi desovranizzare e di cedere le materie prime. Usa ed Europa, che a prescindere dalla commedia giornaliera, vanno fondamentalmente d’accordo, si stanno dividendo i compiti. L’Europa deve mantenere in vita artificiale l’Ucraina (è stato appena approvato il nuovo pacchetto di finanziamenti europei di 90 miliardi di euro) per utilizzarla come carne da macello contro Mosca, nella speranza mal riposta che in questo modo nel lungo periodo si potrà erodere il potere della Russia, potenza del surplus nemica come la Germania e la Cina.A questo riguardo, una piccola digressione. Sono rimasta sbalordita dalla posizione presa da alcuni giovani, ex bocconiani, ragazzi colti e di una moralità esemplare che alla mia domanda: «Sono morti e feriti un milione di ucraini, con la nostra complicità (abbiamo impedito la mediazione dal 2014 ad oggi, ci siamo opposti alla neutralità del Paese), non pensate dobbiamo sederci a un tavolo e trattare per porre fine a questa strage?» hanno risposto freddamente che gli ucraini sono uccisi da Vladimir Putin e che decidono loro quando porre fine alla guerra (mentre si nascondono tremanti nelle palestre).La propaganda disumanizza i giovani come gli adulti, penetra nei loro geni. È questa la mostruosa trasformazione antropologica in corso. La guerra con l’Iran è nel disegno dello stratega più consapevole e dominante, Israele, una guerra permanente che a lungo andare piegherà, data la forza asimmetrica, Teheran. Per via della crisi economica determinata dal controllo iraniano dello stretto di Hormuz, si potrebbe procedere a stop and go per mitigare i danni sull’economia internazionale. I bombardamenti a tappeto e sulle infrastrutture civili, se non la minaccia della bomba nucleare, e altri crimini di guerra, sono considerati pubblicamente strumenti a cui ricorrere per l’opera di convinzione morale.Nel caso questa linea risulti vincente possiamo aspettarci un’escalation soprattutto verso i Paesi del Golfo, complici dell’attacco israelo-americano, con la distruzione delle raffinerie di petrolio e degli impianti di desalinizzazione. Qualche analista scopre oggi la dialettica esistente in Iran tra potere teocratico e laico, tra conservatori e riformisti, da sempre sbilanciato verso i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran e i capi religiosi. L’attacco israelo-americano ha naturalmente rafforzato i falchi anche per l’incompetenza negoziale dimostrata da Trump e dal suo improbabile entourage.Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz avrebbe riaperto, se il cessate il fuoco verso il Libano fosse stato mantenuto. Si trattava di una carta offerta al presidente Usa per poter cogliere la palla al balzo e uscire senza troppe umiliazioni dal conflitto, bleffando di fronte all’opinione pubblica incline, grazie al supporto mediatico, a ingoiare di tutto, e dichiarando vittoria.Nulla è accaduto. Con la ripresa dei bombardamenti in Libano e l’imposizione del blocco delle navi iraniane, l’escalation è ripresa. Washington sembrerebbe priva di obiettivi strategici, se non quello di annientare l’Iran al prezzo della devastazione delle monarchie del Golfo e del disastro dell’economia internazionale. La passività del Bahrein, degli Emirati e dell’Arabia Saudita è sorprendente. L’Iran non può accettare il cessate il fuoco senza la garanzia sostanziale di non aggressione nel futuro, la sospensione delle sanzioni, l’arricchimento dell’uranio a scopi civili, il mantenimento della propria difesa missilistica.Il controllo sullo stretto di Hormuz fornisce a Teheran una leva formidabile in quanto minaccia l’economia mondiale. Gli Usa non hanno né con la loro forza aerea né con quella militare di terra la possibilità di sconfiggere un Paese di 90 milioni di abitanti, con una superficie maggiore di Italia, Francia, Germania, Benelux messi insieme. Come per la guerra in Russia, le politiche neocon hanno fallito. Un Occidente sano attiverebbe i canali diplomatici per salvare il salvabile e porre fine a morte e distruzioni. La classe dirigente trasversale, legata al dollaro e coincidente con la cosiddetta élite dell’1%, ha tuttavia altri piani a cui sono ciecamente subordinati la politica, il potere mediatico e l’intera classe di servizio, dall’accademia alla diplomazia.La sopravvivenza del dollaro e della supremazia statunitense ed europea è legata alla guerra permanente, in grado di tenere in scacco lo sviluppo tecnologico del grande rivale, la Cina, e l’ascesa dei Paesi emergenti in un quadro multipolare. La supremazia militare mantiene in vita il moribondo impero, affetto dalla nevrosi che deriva dalla negazione della realtà. Lo scontro con la potenza nucleare russa è stato messo in conto come il compimento del genocidio di Gaza, dei crimini di guerra in Libano e in Iran.L’utilizzo delle armi nucleari tattiche è considerato dalle dottrine militari possibile e complementare alle strategie basate sulle armi convenzionali. L’élite del mondo, che apertamente si esalta per il nuovo super-uomo, per l’Anticristo, per lo sviluppo tecnologico senza freni decide le sorti del pianeta. Un potere speciale è avocato dalla classe eletta. La classe Epstein non ha remore a sacrificare una parte della popolazione per i propri privilegi e per la continuazione di un sistema di dominio. Siamo troppi su questo pianeta.Mi lascia esterrefatta che la classe di servizio, meschini editorialisti, politici e diplomatici, che potranno soffrire le conseguenze disastrose della strategia delle élite, siano loro complici. Non si fermano di fronte alla minaccia nucleare, robotica ed ecologica. Si bendano gli occhi e rispolverano l’antica ideologia dell’Occidente moralmente superiore che difende la democrazia contro le perfide autocrazie.La propaganda più sofisticata trasforma antropologicamente i giovani, togliendo consapevolezza e forza alla generazione Z, al non voto, al bacino elettorale dei socialisti europei, il cui ruolo dirompente potrebbe essere essenziale. La propaganda colta, dunque, è in grado di prendere le distanze dalle aggressioni di Trump e Benjamin Netanyahu, dai crimini di guerra compiuti da due anomalie della storia occidentale – la coppia di psicopatici – senza mai riconoscere le guerre come necessità del capitale finanziario e del dollaro boccheggiante nella trappola del debito.Oltre ai bocconiani, tanta brava gente viene manipolata ed è convinta che il prevalere della forza e del crimine sul diritto sia dovuto a due individui piovuti dal cielo. Il ruolo del centrosinistra come della sinistra di Avs che si raccoglie intorno al Manifesto, è esemplare. La cartina di tornasole è la Russia. Il liberal order riappare intatto nell’analisi manichea del conflitto russo-ucraino. Negano diplomazia e pace perché i principi sono in gioco. I valori della classe Epstein sono di nuovo sbandierati come civiltà, per la quale i coraggiosi ragazzi ucraini devono essere pronti a sacrificarsi. Un po’ meno noi. Finché la cultura dell’anti-eroe, nonostante gli sforzi di Antonio Scurati, rimane radicata nei geni della gioventù occidentale, forse resta una tenue speranza.Malgrado la retorica bellicista, molto simile a quella del ventennio fascista, ormai impiegata nelle scuole occidentali (la Germania e la Polonia sono all’avanguardia), nonostante la mobilitazione sia cominciata con i progetti mirati a rendere la leva militare obbligatoria, la politica continua a essere cauta su un tema che potrebbe far finalmente emergere l’opposizione della società civile, anche di quelVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  49. 123

    Fazi: «Unione europea: il mercato come dogma, l’euro come fede»

    di Thomas FaziNella seconda parte della sintesi del suo ultimo saggio, Thomas Fazi descrive il declino della narrazione pacifista del Dopoguerra e l’affermazione di un modello di integrazione fondato su competitività e vincoli esterni. L’autore analizza come la moneta unica sia stata trasformata in un dispositivo teologico-politico, capace di imporre riforme strutturali attraverso una retorica della colpa e della disciplina. L’analisi si chiude con il caso italiano, usato come laboratorio per sperimentare una governance tecnocratica sottratta al controllo dei cittadini.IN BREVEÉlite senza popolo L’integrazione europea è stata gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Nessuna mobilitazione popolare genuina ne ha mai sostenuto la nascita.Vincoli auto-costruiti Il Sistema monetario europeo impone rigidi limiti sui tassi di cambio. Le pressioni speculative non dimostrano un fallimento della sovranità nazionale, ma contraddizioni di un regime monetario incompleto.Sovranazionalismo come ideologia Jacques Delors ridefinisce la sovranità nazionale come anacronistica. I problemi generati dall’integrazione vengono invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.Delega della politica monetaria Il trattato di Maastricht delega la politica monetaria a una banca centrale indipendente. L’integrazione non si giustifica più con pace o prosperità, ma con stabilità e fiducia.Debito come fallimento morale Negli anni Novanta l’euro diventa indiscutibile: la critica viene squalificata moralmente, non confutata. Debito come fallimento morale, austerità come penitenza, sofferenza come purificazione.Questa è la seconda parte (link alla prima parte) di un saggio in cui sostengo che l’Unione europea ha storicamente compensato la propria mancanza di legittimità democratica passando ciclicamente attraverso una serie di narrazioni auto-legittimanti: dalla pace del dopoguerra, all’integrazione di mercato, fino ai «valori europei». Rifletto inoltre su come queste narrazioni abbiano sistematicamente fallito nel risolvere la tensione fondamentale tra governance tecnocratica e autogoverno democratico e, anzi, l’abbiano di fatto esacerbata, portando sia a un’intensificazione del progetto imperiale dell’Ue, sia a una crescente reazione di rifiuto nei suoi confronti.Nella prima parte ho esaminato le basi teoriche e storiche del problema di legittimità dell’Ue e ho mostrato come la narrazione della pace – il quadro legittimante originario dell’Unione – non sia mai stata fondata su una genuina mobilitazione popolare, bensì su un’integrazione gestita dalle élite e deliberatamente isolata dalla politica democratica. Ho inoltre dimostrato come questa narrazione sia ormai definitivamente esaurita dalla guerra in Ucraina.In questa seconda parte traccerò i successivi tentativi dell’Ue di legittimare un’integrazione sempre più profonda attraverso narrazioni economiche e normative: dal passaggio alle giustificazioni di tipo mercantile negli anni Ottanta, passando per la sacralizzazione dell’euro e l’ascesa di un’«Europa sociale» come foglia di fico retorica, fino all’emergere di un’«Europa dei valori» all’inizio degli anni Duemila.Avanzata della legittimazione economicaAlla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, la narrazione della pace aveva ormai perso gran parte della sua capacità di mobilitazione. L’integrazione europea era entrata in una nuova fase, legittimata sempre più attraverso narrazioni economiche centrate sul mercato, sulla competitività e sulla globalizzazione. Il completamento del mercato interno, l’eliminazione delle barriere alla mobilità dei capitali e del lavoro e la promessa di un sistema più efficiente divennero le giustificazioni centrali per un’integrazione più profonda.Questo spostamento va compreso nel contesto della crisi del compromesso keynesiano del Dopoguerra. Le turbolenze economiche degli anni Settanta – stagflazione, calo della redditività e intensificazione della concorrenza globale – avevano minato le basi materiali della governance socialdemocratica. In questo contesto, l’integrazione europea fu progressivamente rimodulata come soluzione ai limiti percepiti della gestione economica nazionale.Cruciale, tuttavia, è notare che molti dei vincoli invocati in seguito per giustificare un’ulteriore integrazione non erano esterni né inevitabili, ma erano essi stessi il prodotto di scelte di integrazione precedenti. Il Sistema monetario europeo (Sme), istituito nel 1979, introdusse rigidi vincoli sui tassi di cambio che limitarono fortemente l’autonomia monetaria nazionale, esponendo al contempo le economie più deboli alle pressioni speculative.Invece di rivelare un fallimento intrinseco della sovranità nazionale, queste dinamiche riflettevano le contraddizioni di un regime monetario incompleto e asimmetrico, che vincolava gli Stati senza fornire meccanismi compensativi democratici o fiscali. Eppure, tali pressioni furono costantemente reinterpretate attraverso una lente sopranazionale: se l’integrazione sovranazionale non produceva i risultati attesi, era perché non ce n’era abbastanza.Sotto la guida di Jacques Delors, il sovra-nazionalismo assunse progressivamente un carattere ideologico. La sovranità nazionale venne ridefinita come anacronistica, mentre le istituzioni sovranazionali furono presentate come garanti di stabilità, efficienza e apertura.Questo spostamento ideologico fu rafforzato dagli sviluppi politici a sinistra, in particolare dopo il fallimento del programma redistributivo iniziale di François Mitterrand all’inizio degli anni Ottanta. Di fronte alle pressioni valutarie esacerbate dallo Sme, il governo francese abbandonò la propria agenda socialista interna e abbracciò l’integrazione europea come strategia basata sui vincoli esterni.Da quel momento in poi, l’integrazione europea venne sempre più presentata come l’unica via realistica per una politica progressista. I vincoli sovranazionali – molti dei quali autoimposti – furono reinterpretati come scudi protettivi contro le forze di mercato, piuttosto che come strumenti di depoliticizzazione e di potere oligarchico-elitario. In questo modo, il sovranazionalismo smise di essere un mezzo e divenne un fine in sé, sostenuto da una narrazione in cui i problemi generati dall’integrazione venivano continuamente invocati per giustificarne un ulteriore approfondimento.Maastricht e la sacralizzazione dell’euroIl Trattato di Maastricht formalizzò il passaggio da un’integrazione basata sulla costruzione del mercato a un’integrazione funzionale, inserendo al cuore del progetto europeo l’unione monetaria, la disciplina di bilancio e i vincoli istituzionali. La politica monetaria sarebbe stata delegata a una banca centrale indipendente, la politica fiscale vincolata dai criteri di convergenza e il coordinamento economico presentato come una questione di necessità tecnica.L’integrazione non veniva più giustificata principalmente dalla pace o dalla prosperità, bensì da credibilità, stabilità e fiducia. Allo stesso tempo, negli anni Novanta emerse l’«Europa sociale» come contro-narrazione legittimante. L’Europa sociale funzionava come un’alternativa progressista all’Europa del mercato, promettendo che l’integrazione potesse essere conciliata con la protezione sociale, i diritti dei lavoratori e la coesione. Essa permise ai partiti di centro-sinistra e ai sindacati di sostenere Maastricht mantenendo un impegno retorico verso la giustizia sociale.Tuttavia, l’Europa sociale rimase strutturalmente subordinata all’Europa del mercato. Le politiche sociali furono debolmente istituzionalizzate, largamente dipendenti dall’attuazione nazionale e sistematicamente subordinate agli imperativi economici. L’asimmetria tra vincoli economici rigidi e coordinamento sociale soft non fu accidentale, ma costitutiva del modello di integrazione.La creazione dell’euro rappresenta il passo più ambizioso e politicamente consequenziale nella storia dell’integrazione europea. Più di qualsiasi passaggio precedente, l’euro istituzionalizzò la depoliticizzazione. Fin dall’inizio, l’euro non fu giustificato soltanto come strumento economico, ma fu presentato come un risultato politico irreversibile. Incorniciando l’euro come necessario e irreversibile, le élite politiche delegittimarono preventivamente l’opposizione e isolarono il progetto da ogni contestazione democratica.Italia come laboratorioCome spiega Gabriele Guzzi nel suo libro Eurosuicidio, l’Italia offre un caso paradigmatico di sacralizzazione preventiva dell’euro. Qui, molto prima che i suoi effetti materiali potessero essere pienamente misurati, l’euro aveva già assunto una funzione simbolica e politica ben più ambiziosa: era diventato un sostituto della politica stessa. Nell’Italia in crisi degli anni Novanta, l’euro fu elevato da strumento economico a dispositivo teologico-politico, una fede secolare destinata a disciplinare la società, assolvere le élite dalle proprie responsabilità e promettere redenzione attraverso il sacrificio.Le élite politiche italiane mobilitarono l’euro attraverso l’idea del vincolo esterno. Legando il Paese a regole europee irreversibili, i leader politici sostenevano di poter finalmente imporre riforme che l’Italia sarebbe stata incapace di scegliere da sola. Le decisioni non sarebbero più state politiche, ma tecniche. La responsabilità non sarebbe più ricaduta sui governi eletti, ma sarebbe stata esternalizzata a trattati, mercati e istituzioni sopranazionali.Il dibattito sull’euro assunse rapidamente caratteristiche inequivocabilmente religiose. L’euro divenne indiscutibile: la critica non veniva confutata con controargomentazioni, bensì con una squalifica morale. I problemi economici dell’Italia furoVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

  50. 122

    Quanto è grave il rallentamento della crescita cinese?

    di Branko MilanovicL’ex capo economista della Banca mondiale evidenzia come la recente decelerazione economica di Pechino sia un fenomeno del tutto fisiologico. Nonostante la frenata, il gigante asiatico resta nel decile superiore per sviluppo globale, superando ampiamente le performance previste per il suo livello di reddito. La dinamica suggerisce che l’eccezionalità del sistema potrebbe esaurirsi solo tra una generazione, quando l’espansione si allineerà finalmente alle medie mondiali.IN BREVERallentamento senza crollo La crescita cinese scende sotto il 5%, ma resta nel decile più alto globale, ben oltre la media del 2%.Frenata fisiologica L’avvicinamento alla frontiera tecnologica riduce i ritmi: la Cina converge verso dinamiche storicamente normali.Eccezionalità che resiste Anche rallentando, Pechino cresce oltre le attese (circa 4,5%), rinviando la fine del suo vantaggio sistemico.Ci sono molti articoli allarmisti sul rallentamento della crescita cinese (per un bel campione, vedi qui). Il rallentamento è reale. La crescita media annua della Cina negli ultimi tre anni è stata leggermente inferiore al 5% pro capite. Dieci anni fa, la media triennale era circa del 7%, e 10 anni prima ancora la media triennale era del 10%. (Si tratta, in tutti i casi, di tassi di crescita pro capite).Ma una crescita del 5% è davvero negativa? Quanto negativa? Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale il database del FMI e della Banca Mondiale dispone di tassi di crescita dettagliati), il tasso di crescita medio mondiale, per Paese, è stato del 2%. Solo un Paese su 10 (ovvero il 10% dei Paesi) ha registrato tassi di crescita superiori al 4,7%. Pertanto, i tassi di crescita cinesi, pur in questa fase di rallentamento, si collocano ancora nel decile superiore di tutti i tassi di crescita annuali a livello globale.Il rallentamento cinese significa semplicemente che, invece di crescere al tasso più alto, o al secondo o terzo più alto, del mondo per circa 20 anni ininterrotti (fatta eccezione per i Paesi che godono di crescita temporaneamente elevata grazie a guadagni da risorse naturali o alla ripresa post-bellica), è ora «sceso» fino a trovarsi nel decile superiore dei paesi per tasso di crescita. Ovviamente, si tratta di un rallentamento che la maggior parte delle nazioni – il 90% per l’esattezza – vorrebbe poter sperimentare. Tra i grandi Paesi, solo l’India recentemente ha ottenuto risultati migliori della Cina, con, ad esempio, la media degli ultimi tre anni di circa il 6% pro capite.Il rallentamento cinese è inoltre «normale» e atteso: il Paese è diventato più ricco, si è avvicinato in molti casi alla frontiera tecnologica e ci si può aspettare che la sua crescita dipenda essenzialmente (forse non ancora, ma tra una generazione o due) dalla velocità del progresso sulla frontiera tecnologica.Ha quindi senso porsi la seguente domanda. Raccogliamo tutti i dati storici (dal 1950 al 2024) sui livelli di Pil pro capite e sui relativi tassi di crescita di tutti i Paesi presenti nel database della Banca mondiale e del Fondo monetario, e confrontiamo il profilo della crescita globale con quello della Cina. Questo è ciò che mostra la figura qui sotto. Abbiamo circa 11.000 punti dati del Pil pro capite (in dollari reali a parità di potere d’acquisto, Ppp) sull’asse orizzontale, e altrettanti tassi di crescita del Pil pro capite per 187 Paesi.La linea blu spessa indica la media dei tassi di crescita stimati in modo non parametrico per le economie a un dato livello di Pil pro capite. Come si può facilmente notare, tale tasso di crescita aumenta da poco più dello 0% per i Paesi/anni più poveri fino a quasi il 2,5% per i Paesi/anni che si trovano a circa 10.000 dollari Ppp.Oggi, i paesi di questo tipo (dove in teoria il tasso di crescita dovrebbe toccare il picco) sono la Tunisia e l’Ecuador; ma nel 1994 erano il Libano, la Romania e il Suriname; e nel 1964 erano la Grecia, il Gabon e la Spagna, e così via (per qualsiasi anno tra il 1950 e il 2024). Dopo quel picco, il percorso di crescita «atteso» a livello mondiale declina e, al livello di Paesi/anni con un Pil pro capite di 50.000 dollari e oltre, il tasso di crescita atteso diventa dell’1,5%.Dove si colloca la Cina in questa storia? Il suo percorso di crescita è rappresentato dalla linea rossa (ottenuta, ancora una volta, tramite una regressione non parametrica). Chiaramente la Cina ha avuto una tremenda accelerazione rispetto al tipico sentiero di crescita mondiale, ma anche una decelerazione molto più netta (le pendenze di entrambe le porzioni – ascendente e discendente – della curva a U rovesciata della Cina sono molto più accentuate rispetto alla medesima curva globale).Tuttavia, nonostante la brusca frenata, la crescita cinese oggi è ancora molto più elevata di quella di un tipico Paese al medesimo livello di reddito. Esiste un divario tra la linea rossa e quella blu: in media, basandoci sull’esperienza mondiale, ci aspetteremmo che la Cina crescesse al 2%, mentre invece cresce al 4,5%.Dunque, sì: la crescita cinese sta rallentando più velocemente di quanto farebbe la tipica crescita mondiale, ma la Cina sta ancora crescendo a tassi significativamente più alti di quanto ci si aspetterebbe basandoci sui dati globali degli ultimi 75 anni.Come regge il confronto con l’esperienza del Giappone, verso la quale molti sostengono che la Cina sia diretta? Ciò che notiamo nella figura qui sotto è che anche il Giappone ha avuto tassi di crescita molto più elevati durante la sua fase di espansione di quanto ci si aspetterebbe dall’esperienza globale.Quando il Pil pro capite del Giappone era di circa 10.000 dollari Ppp, cresceva a quasi il 6% annuo contro il (come abbiamo visto) circa 2,5% del resto del mondo. Ma poi, a partire da circa 30.000 dollari Ppp (si veda la linea tratteggiata nel grafico), la decelerazione del Giappone è stata talmente brusca che alla fine, e per un brevissimo periodo, la performance di crescita giapponese è diventata inferiore alla media mondiale per quel livello di reddito.Da allora, il Giappone sembra essere tornato pienamente sulla «linea mondiale»; in altre parole, la sua performance non è né eccezionalmente buona né eccezionalmente cattiva, ma nella media per un paese al livello di reddito del Giappone.La domanda è: la decelerazione della Cina sarà rapida quanto quella del Giappone? È possibile che il grafico della Cina scenda così tanto e così velocemente che, nel momento in cui raggiungerà circa 30.000 dollari Ppp, andrà a toccare la linea blu, rendendo la crescita cinese né più né meno notevole del consueto tasso di crescita a quel livello di reddito?Questa è, ovviamente, una domanda cruciale a cui nessuno può rispondere ora. Ma se si volesse semplicemente prendere un pennarello spesso e tracciare la linea rossa proseguendola secondo l’andamento che sembra avere ora (cioè mantenendo la stessa pendenza), la Cina toccherebbe la linea blu intorno a un Pil pro capite di 32.000 dollari Ppp – livello di reddito che è circa un mezzo superiore a quello odierno. Ciò non significa che smetterà di crescere. Crescerebbe comunque a un tasso di circa il 2% pro capite annuo, ma tale tasso non sarebbe né superiore né inferiore a quello dei Paesi con lo stesso livello di reddito. In quel caso (ipotetico), l’eccezionalismo della Cina sarebbe finito.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis)Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleBranko Milanovic Economista serbo-americano, è tra i massimi esperti di disuguaglianze globali. Nato a Parigi e cresciuto a Belgrado, ha lavorato per 20 anni alla Banca mondiale, dove è stato capo economista per la ricerca. Professore alla City University of New York (CUNY) e visiting scholar in università da Oxford alla Johns Hopkins, ha rivoluzionato gli studi sulla distribuzione del reddito. Il suo celebre «grafico dell’elefante», del 2016, mostra i perdenti della globalizzazione: le classi medie occidentali e i poveri assoluti. Nei suoi libri tradotti in italiano, Capitalismo senza rivali. Il futuro del sistema che domina il mondo e Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianza e il futuro della classe media, analizza le dinamiche economiche mondiali e i cicli storici del potere. Critico delle élite «liberali illiberali», analizza l’ascesa del populismo come effetto della concentrazione della ricchezza, contestando sia la sinistra globalista sia i nazionalismi reazionari. La sua tesi più provocatoria: «Il capitalismo ha vinto, ma sta distruggendo la democrazia».Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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