EPISODE · May 26, 2026 · 37 MIN
2. Tutti si bagnavano il becco
from Sottoterra · host Fondazione Corriere della Sera
Quasi tutti i criminali in circolazione negli anni Settanta si buttano nell’”affare” dei sequestri di persona, compresa la banda milanese della Comasina: lo racconta Tino Stefanini, uno dei vecchi sodali di Vallanzasca. Si parte da una soffiata, spiega, “veniva uno, ti diceva questo è pieno come un uovo e si può portare via”. I primi ad aprire la strada in Lombardia, però, a creare il “modello”, sono i mafiosi corleonesi, sequestrando a Vigevano nel 1972 l’imprenditore Pietro Torielli. Dopo il rilascio, l’indagine viene affidata all’allora giovane giudice istruttore Giuliano Turone – oggi in pensione, resta una colonna della magistratura italiana -, che assieme alla Guardia di Finanza segue la pista di una cascina nella Bergamasca e fa una doppia clamorosa scoperta: trova la prigione dell’ostaggio Luigi Rossi di Montelera (e lo libera). Quindi, attraverso l’etichetta di bottiglie rinvenute nel covo, risale a un appartamento di via Ripamonti a Milano, dove fa catturare niente meno che la “primula rossa” Luciano Liggio. Ma in breve tempo i siciliani si ritirano dal business, perché non vogliono inimicarsi gli imprenditori del Nord. E lasciano così campo libero ai calabresi. Lo spiega Alberto Nobili, che è stato un altro pilastro della Procura, campione dell’antimafia e testimone della stagione dei sequestri dall’inizio alla fine: “Dopo Cosa Nostra, la ‘ndrangheta ha fiutato l’importanza di questo business e ci si è buttata a capofitto”. Senza concorrenza. E’ dunque la ‘ndrangheta a fare di questo specifico crimine “un’industria”, che negli anni si consolida - come rivela il più famoso tra i pentiti calabresi, Saverio Morabito - arricchisce (illegalmente) famiglie e territorio (“Un po’ tutti si bagnavano il becco, detto in parole povere”). E crea il capitale di partenza per il narcotraffico
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Quasi tutti i criminali in circolazione negli anni Settanta si buttano nell’”affare” dei sequestri di persona, compresa la banda milanese della Comasina: lo racconta Tino Stefanini, uno dei vecchi sodali di Vallanzasca. Si parte da una soffiata, spiega, “veniva uno, ti diceva questo è pieno come un uovo e si può portare via”. I primi ad aprire la strada in Lombardia, però, a creare il “modello”, sono i mafiosi corleonesi, sequestrando a Vigevano nel 1972 l’imprenditore Pietro Torielli. Dopo il rilascio, l’indagine viene affidata all’allora giovane giudice istruttore Giuliano Turone – oggi in pensione, resta una colonna della magistratura italiana -, che assieme alla Guardia di Finanza segue la pista di una cascina nella Bergamasca e fa una doppia clamorosa scoperta: trova la prigione dell’ostaggio Luigi Rossi di Montelera (e lo libera). Quindi, attraverso l’etichetta di bottiglie rinvenute nel covo, risale a un appartamento di via Ripamonti a Milano, dove fa catturare niente meno che la “primula rossa” Luciano Liggio. Ma in breve tempo i siciliani si ritirano dal business, perché non vogliono inimicarsi gli imprenditori del Nord. E lasciano così campo libero ai calabresi. Lo spiega Alberto Nobili, che è stato un altro pilastro della Procura, campione dell’antimafia e testimone della stagione dei sequestri dall’inizio alla fine: “Dopo Cosa Nostra, la ‘ndrangheta ha fiutato l’importanza di questo business e ci si è buttata a capofitto”. Senza concorrenza. E’ dunque la ‘ndrangheta a fare di questo specifico crimine “un’industria”, che negli anni si consolida - come rivela il più famoso tra i pentiti calabresi, Saverio Morabito - arricchisce (illegalmente) famiglie e territorio (“Un po’ tutti si bagnavano il becco, detto in parole povere”). E crea il capitale di partenza per il narcotraffico
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