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EPISODE · May 8, 2026 · 18 MIN

Apologia della storia: non c’è pace senza memoria condivisa

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di Elisabetta BurbaIn questa rielaborazione giornalistica della conferenza tenuta a Banja Luka il 22 aprile scorso, la direttrice di Krisis analizza il problema della deformazione della memoria storica europea. Nell’anniversario della liberazione dell’Auschwitz dei Balcani, in Bosnia Elisabetta Burba ha indicato nel rigore della ricerca l’unica via per il superamento dei conflitti. A partire dalla prima tesi di laurea realizzata in Italia sul campo di sterminio croato, appena discussa alla Statale di Milano.IN BREVEIl silenzio su Jasenovac Per 80 anni il lager croato è rimasto un tabù accademico in Occidente. La tesi di Adrian Piccoli rompe il muro di silenzio su questa tragedia collettiva.La memoria come arma In Jugoslavia il dogma della «Fratellanza e unità» aveva depoliticizzato il trauma senza elaborarlo. Con la dissoluzione del Paese, i nazionalisti hanno usato questo passato non elaborato per alimentare l’odio.Revisionismo e propaganda Negli anni Novanta, la storia di Jasenovac è stata manipolata dai nazionalisti di entrambe le parti per giustificare la pulizia etnica e la guerra.Oltre il binomio etico La pace richiede di superare lo schema rigido tra vittima e aggressore senza negare le colpe. per disarmare la propaganda, bisogna restituire complessità ai processi storici.Modello sudafricano La riconciliazione nasce dalla storicizzazione, non da verità imposte dall’alto. La Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica insegna che conoscere il male è l’unica via per guarire.Il 29 aprile, presso l’Università degli Studi di Milano, è stata discussa la prima tesi di laurea italiana dedicata al campo di sterminio di Jasenovac. L’autore, Adrian Piccoli, ha spiegato di aver scelto il tema dopo aver letto gli articoli del dossier di Krisis dedicato all’Auschwitz dei Balcani. Tra ricordo e negazione: Jasenovac nel conflitto delle memorie balcaniche, questo il titolo della tesi magistrale in Scienze storiche, è una dotta analisi delle complesse dinamiche memoriali che circondano il lager in Slavonia. L’opera esamina il profondo contrasto tra il dovere della testimonianza e i fenomeni di negazionismo o di uso politico della storia che hanno segnato questa tragedia collettiva dal Dopoguerra a oggi.Per oltre 80 anni, in Occidente il campo di sterminio dello Stato Indipendente di Croazia, dove furono barbaramente trucidati almeno 100 mila fra serbi, ebrei e croati, era rimasto confinato in una sorta di cono d’ombra accademico. La tesi di Adrian Piccoli non rappresenta solo un traguardo individuale, ma il segnale che il muro di silenzio sta finalmente crollando. In un’epoca di nuove tensioni geopolitiche, riportare Jasenovac al centro del dibattito italiano non è un esercizio di archeologia del dolore, ma un atto di necessità civile.Il motivo è semplice. Jasenovac rappresenta il prisma attraverso il quale possiamo osservare un fenomeno di importanza capitale: la deformazione della memoria storica europea. Un processo che, dalle foibe della Seconda guerra mondiale all’allargamento della Nato a Est dopo il crollo del Muro fino alle guerre balcaniche degli anni Novanta, continua a condizionare tanto la coesione interna dei singoli Paesi quanto le relazioni fra Stati.Già… La storia ci insegna che, se la storia non è elaborata in modo scientifico e viene lasciata in mano a politici o a propagandisti, il passato non passa. Diventa invece un campo di battaglia, dove antiche tragedie si trasformano in pretesti per giustificare l’ingiustificabile. Se gli eventi storici non vengono elaborati, se non vengono inseriti in un contesto, se non vengono condivisi tra i diversi attori, il passato ritorna. Con tutta la sua violenza, il suo dolore e il suo sangue. Esattamente come è successo per Jasenovac negli anni Novanta.In sostanza, se non si restituisce complessità ai processi storici, andando oltre il binomio «aggressore/aggredito» non si ottiene la pace. Ma, attenzione: andare oltre il binomio aggressore/aggredito non significa ovviamente negare le responsabilità storiche. Significa depotenziare il successivo utilizzo strumentale di queste etichette da parte delle propagande nazionalistiche.Non c’è pace senza giustizia, come disse Papa Paolo VI («Se vuoi la pace, lavora per la giustizia») in occasione della Giornata mondiale della pace nel 1972. Ma non c’è pace nemmeno senza memoria condivisa. E Jasenovac lo dimostra in modo esemplare.Da tabù ad arma politicaPer comprendere il caso Jasenovac, dobbiamo analizzare come la memoria del campo fu gestita ai tempi della Jugoslavia socialista. Secondo quanto spiega Adrian Piccoli nella sua tesi, il regime di Josip Broz Tito adottò quella che possiamo definire una neutralizzazione della memoria. Il ricordo di Jasenovac veniva onorato, ma era stato completamente spogliato delle sue connotazioni etniche.Le vittime erano genericamente «vittime del terrore fascista», una formula necessaria per preservare il dogma della Fratellanza e unità, pilastro ideologico della Jugoslavia socialista. Tale dogma rappresentava l’obbligo politico di superare i conflitti etnici e religiosi tra i popoli jugoslavi, in nome di un’identità comune socialista.Universalizzare il sacrificio di Jasenovac serviva quindi a evitare che le colpe del passato schiacciassero con il loro peso le fondamenta del nuovo Stato federale. Un intento forse nobile, ma certamente miope. Come disse San Bernardo di Chiaravalle, e dopo di lui anche Karl Marx, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.Su questo fragile equilibrio, la Federazione jugoslava si resse per oltre 40 anni. Il dogma della Fratellanza e unità agì come cappa protettiva, impedendo una reale elaborazione del trauma. Jasenovac non era stato «dimenticato»: era stato depoliticizzato. Ma quando, dopo la morte di Tito, l’autorità della Lega dei comunisti iniziò a vacillare, tale rimozione riemerse con prepotenza. Non come ricerca storica, ma come strumento di rivendicazione identitaria.I risultati furono catastrofici. «Il vuoto lasciato dalla narrazione ufficiale della “Fratellanza e Unità”», scrive Piccoli, «è stato colmato dai nazionalismi emergenti, che hanno estratto Jasenovac dal cono d’ombra in cui era stato posto non per scopi di verità storica, ma per trasformarlo in un catalizzatore di odio e in uno strumento di mobilitazione bellica».Con l’inizio delle guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia, Jasenovac divenne il fulcro di due narrazioni opposte. In Croazia si sviluppò una forte spinta revisionista, guidata in parte dallo stesso leader nazionalista Franjo Tudjman, che era storico di formazione. Il suo obiettivo era ridimensionare la portata dei crimini ustaša per legittimare il nuovo Stato indipendente, sottraendolo all’ombra del passato criminale del regime fantoccio nazi-fascista di Ante Pavelic. Ebbero così inizio varie dispute sui numeri delle vittime, volte a minimizzare la portata storica dell’evento, e Jasenovac fu trasformato da campo di sterminio a «campo di lavoro» o di smistamento.Di pari passo, in Serbia, Slobodan Milošević e i media di Belgrado utilizzarono il ricordo del genocidio ustaša per alimentare la paura nelle popolazioni serbe di Croazia. Il messaggio era chiaro: «Se non imbracciate le armi, il 1941 si ripeterà». E Jasenovac fu trasformato in una prova dell’impossibilità di convivere con i croati, giustificando così la secessione armata e la pulizia etnica.Seconda JasenovacI serbi che vivevano in Croazia iniziarono davvero a temere una «seconda Jasenovac». Un timore che si trasformò in tragica realtà. A sostenerlo è Fausto Biloslavo, il giornalista di guerra che meglio di chiunque altro in Italia ha seguito i conflitti jugoslavi. All’evento organizzato da Krisis il 12 dicembre 2024 alla Casa della Cultura di Milano, Biloslavo ammise che «effettivamente, in un certo senso, in quegli anni ci fu una seconda Jasenovac».In quel vuoto, alimentato da decenni di silenzi e omissioni, si inserì un’ulteriore narrazione – questa volta esterna – che finì per esasperare le divisioni: la moralizzazione del conflitto. Alla fine della Guerra fredda, l’interpretazione delle tensioni internazionali subì una trasformazione radicale. Durante l’era dei due blocchi, venivano analizzate in prevalenza con la lente del realismo politico: interessi statali, equilibrio di potere e sfere d’influenza. Pur in presenza di elementi ideologici, il quadro analitico dominante rimaneva strategico.Negli anni Novanta, invece, ci fu un’inversione di rotta. In particolare nel contesto delle guerre jugoslave, l’Occidente passò al liberalismo interventista. E iniziò a inquadrare i conflitti attraverso categorie etiche come il vittimismo, l’aggressione e la responsabilità. Erano i tempi dell’«intervento umanitario» di Bill Clinton e, più tardi, della dottrina della «responsabilità di proteggere», adottata dall’Onu nel 2005 e poi usata da George W. Bush. Questo cambiamento si rifletté anche nel discorso pubblico, nelle narrazioni mediatiche e nelle interpretazioni accademiche.Il mutamento di rotta ebbe conseguenze importanti per l’interpretazione delle tragedie passate nei Balcani, dove la complessità dei processi storici fu sostituita da rigidi paradigmi etici. E la distinzione binaria tra «vittime» e «carnefici», applicata in modo schematico, trasformò la meVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

di Elisabetta BurbaIn questa rielaborazione giornalistica della conferenza tenuta a Banja Luka il 22 aprile scorso, la direttrice di Krisis analizza il problema della deformazione della memoria storica europea. Nell’anniversario della liberazione dell’Auschwitz dei Balcani, in Bosnia Elisabetta Burba ha indicato nel rigore della ricerca l’unica via per il superamento dei conflitti. A partire dalla prima tesi di laurea realizzata in Italia sul campo di sterminio croato, appena discussa alla Statale di Milano.IN BREVEIl silenzio su Jasenovac Per 80 anni il lager croato è rimasto un tabù accademico in Occidente. La tesi di Adrian Piccoli rompe il muro di silenzio su questa tragedia collettiva.La memoria come arma In Jugoslavia il dogma della «Fratellanza e unità» aveva depoliticizzato il trauma senza elaborarlo. Con la dissoluzione del Paese, i nazionalisti hanno usato questo passato non elaborato per alimentare l’odio.Revisionismo e propaganda Negli anni Novanta, la storia di Jasenovac è stata manipolata dai nazionalisti di entrambe le parti per giustificare la pulizia etnica e la guerra.Oltre il binomio etico La pace richiede di superare lo schema rigido tra vittima e aggressore senza negare le colpe. per disarmare la propaganda, bisogna restituire complessità ai processi storici.Modello sudafricano La riconciliazione nasce dalla storicizzazione, non da verità imposte dall’alto. La Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica insegna che conoscere il male è l’unica via per guarire.Il 29 aprile, presso l’Università degli Studi di Milano, è stata discussa la prima tesi di laurea italiana dedicata al campo di sterminio di Jasenovac. L’autore, Adrian Piccoli, ha spiegato di aver scelto il tema dopo aver letto gli articoli del dossier di Krisis dedicato all’Auschwitz dei Balcani. Tra ricordo e negazione: Jasenovac nel conflitto delle memorie balcaniche, questo il titolo della tesi magistrale in Scienze storiche, è una dotta analisi delle complesse dinamiche memoriali che circondano il lager in Slavonia. L’opera esamina il profondo contrasto tra il dovere della testimonianza e i fenomeni di negazionismo o di uso politico della storia che hanno segnato questa tragedia collettiva dal Dopoguerra a oggi.Per oltre 80 anni, in Occidente il campo di sterminio dello Stato Indipendente di Croazia, dove furono barbaramente trucidati almeno 100 mila fra serbi, ebrei e croati, era rimasto confinato in una sorta di cono d’ombra accademico. La tesi di Adrian Piccoli non rappresenta solo un traguardo individuale, ma il segnale che il muro di silenzio sta finalmente crollando. In un’epoca di nuove tensioni geopolitiche, riportare Jasenovac al centro del dibattito italiano non è un esercizio di archeologia del dolore, ma un atto di necessità civile.Il motivo è semplice. Jasenovac rappresenta il prisma attraverso il quale possiamo osservare un fenomeno di importanza capitale: la deformazione della memoria storica europea. Un processo che, dalle foibe della Seconda guerra mondiale all’allargamento della Nato a Est dopo il crollo del Muro fino alle guerre balcaniche degli anni Novanta, continua a condizionare tanto la coesione interna dei singoli Paesi quanto le relazioni fra Stati.Già… La storia ci insegna che, se la storia non è elaborata in modo scientifico e viene lasciata in mano a politici o a propagandisti, il passato non passa. Diventa invece un campo di battaglia, dove antiche tragedie si trasformano in...

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