EPISODE · Jul 6, 2026 · 13 MIN
Carbo-colonialismo: la corsa ai crediti di carbonio
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di Paola OttinoLa transizione ecologica apre una nuova competizione globale. In gioco non c’è più solo l’accaparramento delle materie prime, ma anche il controllo degli ecosistemi capaci di assorbire CO₂. Attraverso i mercati dei crediti climatici, i territori del Sud globale diventano asset finanziari, ridefinendo i rapporti di forza tra multinazionali, Stati e comunità locali.IN BREVECaso kenyota. Il 18 giugno 2026 l’ente di certificazione Verra ha ripristinato un progetto di crediti di carbonio in Kenya, riaprendo il dibattito sul carbo-colonialismo.Nuova finanza I crediti di carbonio monetizzano la capacità di stoccaggio della CO₂ di foreste e torbiere, trasformando le funzioni ecosistemiche in asset finanziari.Meccanismo asimmetrico Il carbo-colonialismo permette a imprese occidentali di controllare i diritti climatici del Sud globale, scaricandovi i costi della transizione verde.Scissione fondiaria La finanza climatica separa la proprietà materiale della terra dal diritto economico di gestire e commercializzare il servizio di assorbimento della CO₂.Secolo verde La conservazione dei serbatoi naturali inaugura una nuova fase. Il XXI secolo potrebbe essere il secolo della geopolitica del carbonio.Il 18 giugno 2026, Verra, il principale ente di certificazione dei mercati volontari del carbonio, ha deciso di ripristinare il Northern Kenya Rangelands Carbon Project [1], uno dei più grandi progetti mondiali di crediti di carbonio del suolo. Nel 2025, il piano era stato sospeso a seguito delle contestazioni relative ai diritti delle comunità pastorali locali.Il ripristino del progetto ha riacceso lo scontro fra Verra, che dal 2009 ha emesso oltre un miliardo di crediti, e Survival International, che ha denunciato la vicenda come un caso emblematico di «carbon colonialism». L’ong londinese sostiene che il sistema dei crediti di carbonio continua a consentire l’appropriazione delle capacità ecologiche dei territori indigeni senza un adeguato consenso delle popolazioni interessate.Il caso rappresenta un esempio particolarmente significativo delle tensioni che attraversano la nuova economia globale del carbonio e consente di comprendere le dinamiche del carbo-colonialismo. In effetti, la transizione ecologica sta producendo una trasformazione profonda dei rapporti tra economia, natura e potere.Per oltre 30 anni il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato soprattutto sulla riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione dei sistemi produttivi. Ma negli ultimi anni è emersa una nuova frontiera della governance climatica globale: la competizione per il controllo dei carbon sink, i pozzi di carbonio naturali. Vale a dire quegli ecosistemi – foreste tropicali, torbiere, mangrovie, praterie marine e suoli agricoli – capaci di assorbire e immagazzinare anidride carbonica dall’atmosfera [2]. I progetti che ne proteggono o accrescono la capacità di assorbimento possono generare crediti di carbonio negoziabili sui mercati climatici, trasformando il carbonio assorbito in un bene economico scambiabile.L’espansione del mercato del carbonio sta dunque dando origine a una configurazione dei rapporti economici e geopolitici che gli studiosi interpretano come carbo-colonialismo. In sostanza, il fenomeno si verifica quando grandi imprese o fondi d’investimento dei Paesi economicamente più sviluppati acquisiscono il controllo economico di territori situati nei Paesi in via di sviluppo per realizzare progetti di compensazione delle emissioni.Attraverso questo sistema, le economie ad alte emissioni tendono quindi a trasferire sui Paesi in via di sviluppo gli oneri della transizione climatica, con possibili conseguenze negative per le popolazioni locali, come la perdita di accesso alle terre e alle risorse.In sostanza, chi acquista un credito non compra alberi o ettari di foresta, ma un certificato che attribuisce valore economico a una quantità di CO₂ teoricamente assorbita o non emessa. Si profila così una nuova fase della globalizzazione, nella quale la competizione si sposta dalle fonti energetiche tradizionali alla capacità ecologica di assorbire i danni ambientali dello sviluppo.Nuove forme di appropriazioneStoricamente, il capitalismo ha incorporato la natura come fonte di materie prime, energia e forza lavoro indiretta. Foreste, miniere, terreni agricoli e oceani sono stati valorizzati in funzione della loro capacità di alimentare la produzione. Oggi però assistiamo a un mutamento significativo, in cui la centralità economica si sposta dai beni estratti dagli ecosistemi alla loro capacità di stoccaggio.Il carbonio immagazzinato negli alberi, nei sedimenti o nei suoli diventa pertanto una risorsa economica monetizzabile. L’innovazione fondamentale introdotta dai mercati dei crediti di carbonio consiste proprio nella possibilità di attribuire un valore all’emissione evitata o al carbonio sequestrato, producendo una nuova forma di astrazione economica. Non viene scambiata la foresta in quanto tale, ma la sua funzione climatica. In tal modo, il valore si sposta dalla biomassa alla capacità ecosistemica.I mercati dei crediti di carbonio nascono con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma prendono realmente piede negli ultimi 15 anni. Con la crescita della finanza climatica, assumono un ruolo centrale nella governance della transizione ecologica. In parole povere, le imprese che producono gas serra possono acquistare crediti legati a un progetto di assorbimento del carbonio [3], per compensare una parte delle proprie emissioni. Fondi di investimento, imprese multinazionali, banche, società di consulenza ambientale e piattaforme finanziarie che gestiscono asset climatici possono cioè appropriarsi dei diritti economici associati ai pozzi di carbonio senza acquisire necessariamente il controllo diretto dei territori in cui si trovano.L’interesse non riguarda quindi più le foreste, i pascoli o le risorse minerarie presenti in un territorio, ma il carbonio che è in grado di trattenere. Questa trasformazione può essere interpretata attraverso il concetto di «accumulazione per espropriazione» elaborato da David Harvey [4]. Secondo il geografo economico, il capitalismo continua a espandersi incorporando nei circuiti della valorizzazione economica beni comuni, diritti e risorse precedentemente sottratti al mercato. Nel caso dei pozzi di carbonio, l’oggetto dell’appropriazione non è più la risorsa materiale in quanto tale, ma la capacità ecosistemica di assorbire la CO₂.Il carbo-colonialismo si manifesta proprio in questa separazione tra il controllo formale del territorio e il controllo economico delle sue funzioni climatiche. Una foresta può rimanere formalmente di proprietà di uno Stato o di una comunità locale, mentre i diritti economici associati al carbonio vengono trasferiti a imprese multinazionali, fondi di investimento o intermediari finanziari. La novità consiste nel fatto che il processo di accumulazione non si fonda più sull’estrazione delle risorse, ma sulla gestione della loro conservazione.Si assiste così a una progressiva finanziarizzazione dell’ambiente. Foreste e zone umide vengono valutate non soltanto per il loro valore ecologico, ma anche per il flusso potenziale di crediti che possono generare.Foreste tropicali come assetNel quadro del carbo-colonialismo, il controllo delle grandi capacità di assorbimento del carbonio sta assumendo un valore geopolitico crescente, trasformando gli ecosistemi naturali in asset strategici. I principali serbatoi di carbonio si concentrano in alcune aree chiave: la foresta amazzonica, il bacino del Congo, le foreste pluviali del sud-est asiatico e le foreste boreali di Canada, Russia e Scandinavia [5].A questi si aggiungono le torbiere che, pur occupando una porzione relativamente ridotta della superficie terrestre (circa il 3%), custodiscono riserve di carbonio accumulate nel corso di migliaia di anni [6]. Particolarmente significative sono le torbiere dell’Indonesia, della Siberia e della regione congolese. Anche le mangrovie e gli ecosistemi costieri e marini rappresentano importanti serbatoi di blue carbon [7], capaci di sequestrare anidride carbonica per tempi molto lunghi (Figura 1).La crescente importanza dei mercati del carbonio sta modificando profondamente il significato economico e politico di questi ecosistemi. Sempre più spesso, il diritto a generare e commercializzare crediti di carbonio viene separato dai tradizionali diritti fondiari, dando origine a una distinzione tra proprietà della terra e proprietà del servizio climatico fornito dalla terra stessa. La capacità di assorbimento del carbonio diventa così un bene autonomo, suscettibile di essere contrattualizzato, venduto e finanziarizzato.Nel quadro del carbo-colonialismo, le grandi foreste tropicali non rappresentano più soltanto riserve di biodiversità, ma stanno diventando infrastrutture climatiche gVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Paola OttinoLa transizione ecologica apre una nuova competizione globale. In gioco non c’è più solo l’accaparramento delle materie prime, ma anche il controllo degli ecosistemi capaci di assorbire CO₂. Attraverso i mercati dei crediti climatici, i territori del Sud globale diventano asset finanziari, ridefinendo i rapporti di forza tra multinazionali, Stati e comunità locali.IN BREVECaso kenyota. Il 18 giugno 2026 l’ente di certificazione Verra ha ripristinato un progetto di crediti di carbonio in Kenya, riaprendo il dibattito sul carbo-colonialismo.Nuova finanza I crediti di carbonio monetizzano la capacità di stoccaggio della CO₂ di foreste e torbiere, trasformando le funzioni ecosistemiche in asset finanziari.Meccanismo asimmetrico Il carbo-colonialismo permette a imprese occidentali di controllare i diritti climatici del Sud globale, scaricandovi i costi della transizione verde.Scissione fondiaria La finanza climatica separa la proprietà materiale della terra dal diritto economico di gestire e commercializzare il servizio di assorbimento della CO₂.Secolo verde La conservazione dei serbatoi naturali inaugura una nuova fase. Il XXI secolo potrebbe essere il secolo della geopolitica del carbonio.Il 18 giugno 2026, Verra, il principale ente di certificazione dei mercati volontari del carbonio, ha deciso di ripristinare il Northern Kenya Rangelands Carbon Project [1], uno dei più grandi progetti mondiali di crediti di carbonio del suolo. Nel 2025, il piano era stato sospeso a seguito delle contestazioni relative ai diritti delle comunità pastorali locali.Il ripristino del progetto ha riacceso lo scontro fra Verra, che dal 2009 ha emesso oltre un miliardo di crediti, e Survival International, che ha denunciato la vicenda come un caso emblematico di «carbon colonialism». L’ong londinese sostiene che il sistema dei crediti di carbonio continua a consentire l’appropriazione delle capacità ecologiche dei territori indigeni senza un adeguato consenso delle popolazioni interessate.Il caso rappresenta un esempio particolarmente significativo delle tensioni che attraversano la nuova economia globale del carbonio e consente di comprendere le dinamiche del carbo-colonialismo. In effetti, la transizione ecologica sta producendo una trasformazione profonda dei rapporti tra economia, natura e potere.Per oltre 30 anni il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato soprattutto sulla riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione dei sistemi produttivi. Ma negli ultimi anni è emersa una nuova frontiera della governance climatica globale: la competizione per il controllo dei carbon sink, i pozzi di carbonio naturali. Vale a dire quegli ecosistemi – foreste tropicali, torbiere, mangrovie, praterie marine e suoli agricoli – capaci di assorbire e immagazzinare anidride carbonica dall’atmosfera [2]. I progetti che ne proteggono o accrescono la capacità di assorbimento possono generare crediti di carbonio negoziabili sui mercati climatici, trasformando il carbonio assorbito in un bene economico scambiabile.L’espansione del mercato del carbonio sta dunque dando origine a una configurazione dei rapporti economici e geopolitici che gli studiosi interpretano come carbo-colonialismo. In sostanza, il fenomeno si verifica quando grandi imprese o fondi d’investimento dei Paesi economicamente più sviluppati acquisiscono il controllo economico di territori situati nei Paesi in via di sviluppo per realizzare progetti di compensazione delle emissioni.Attraverso questo sistema, le economie ad alte emissioni tendono quindi a trasferire sui Paesi in via di sviluppo gli oneri della transizione climatica, con...
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