EPISODE · Feb 5, 2026 · 3 MIN
Cosa (non) ho imparato da Mido 2026
from b2eyes today
Nei corridoi ho incrociato il Cavalier Vittorio Tabacchi. Gli si sono illuminati gli occhi parlando di ottica e occhiali, come se il tempo non fosse passato. In quell’istante ho pensato: ecco cos’è Mido quando è al suo massimo. Un luogo dove la passione non è un claim, è un riflesso. Poi, certo, è anche una fiera. E le fiere possono essere un concentrato di contraddizioniMido è il palcoscenico del made in Italy, ma su circa 1.200 espositori oltre novecento erano esteri. È il tempio dell’innovazione, ma fuori dal quartiere fieristico il grande pubblico italiano resta spesso disinformato e non per cattiva volontà, ma per assenza di “educazione di massa” sul valore della vista. In un mercato sostanzialmente flat nei volumi, continuiamo a comportarci come se bastasse parlare tra noi: industria, retail, addetti ai lavori. Manca ancora una sorta di “pubblicità progresso”, capace di far crescere cultura, prevenzione e domanda. E quando aumentano i volumi delle lenti, incrementano anche quelli delle montature. Quasi imbarazzante quanto è semplice.C’è un’altra contraddizione che mi porto a casa ogni anno: su quasi trentamila operatori italiani del settore, solo una parte vive Mido come qualcosa che gli appartiene davvero. E Milano, città straordinaria per capacità di amplificazione, resta per lo più estranea al movimento: niente vero “fuori salone” della visione, nessuna contaminazione visibile che faccia uscire la fiera dal perimetro fisico e la trasformi in un evento cittadino. Ogni anno un’occasione sul tavolo colta soltanto a metà.Eppure, Mido è Mido. Anche quest’anno, anticipato in calendario per effetto Olimpiadi invernali, resta la fotografia più nitida del nostro settore. Non quella perfetta: la più vera.È bello essere a Mido e vedere l’espressione ancora stupita degli oftalmologi invitati ai Talk di b2eyes: increduli davanti a una ricchezza di offerta che, in certi contesti, non percepiscono così ampia. Uno di loro mi ha fatto notare, ad esempio, che la stessa azienda di strumentazione, presente sia a Mido sia ad alcuni congressi oculistici, al salone aveva uno stand e un’offerta quattro volte più ampia rispetto a quella mostrata nel loro segmento. Tradotto: nel nostro ecosistema, spesso, l’energia di marketing e di investimento non viaggia in modo simmetrico lungo la filiera.E ogni anno, come sempre, esce la “novità”. Se nel 2025 molte aziende parlavano di lenti progettate con l’AI, oggi il racconto sale di livello: lenti sempre più individuali, con riferimenti alle neuroscienze e allo studio del comportamento visivo, non solo cosa vediamo con 10/10, ma come guardiamo, come si muovono gli occhi, come il cervello costruisce la visione. È un cambio di linguaggio interessante e potente, con una domanda sottotraccia: riusciremo a trasformare questa complessità in valore percepito dal cliente?Perché il contesto resta stabile: mercato interno piatto, complessità internazionali che frenano l’export, un pubblico italiano spesso ignorante sui temi della vista, soprattutto giovanili, e una collaborazione di filiera ancora troppo intermittente tra ottico, oculista, ortottista, pediatra. Mido in questo è uno specchio spietato: mostra tutto insieme. Il meglio e il non risolto.Eppure, nonostante tutto, il nostro mondo va avanti. Questa, paradossalmente, è la sua forza: una capacità di generare proposta, bellezza, tecnica e futuro anche quando l’ambiente non aiuta.Mi chiederete allora: cosa (non) ho imparato da Mido 2026? Il senso dell’autocritica.
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Cosa (non) ho imparato da Mido 2026
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