EPISODE · Feb 26, 2026 · 13 MIN
Giuditta e Giovanni: parola di verità, bellezza e autorità che vengono da Dio - Omelia per anni e di Giovanni Nicolini
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Accostare la figura di Giuditta alla memoria del nostro Giovanni mi è sembrato quasi naturale. C’è un dettaglio che mi ha colpito subito: quando le guardie assire vedono arrivare Giuditta con la sua ancella, restano stupite dalle sue parole. Lei dice di portare a Oloferne parole di verità, informazioni sicure. È una parola che nasce dal cuore, una parola vera, che lei sa anche comunicare con grande abilità. Immagino lo stupore di quelle guardie nel trovarsi davanti due donne, sole, in uno scenario di guerra: lo stupore nasce dalle parole, ma subito si accompagna alla bellezza di Giuditta. Questa bellezza, però, non è solo esteriore. È una bellezza più profonda, che suscita ammirazione e autorevolezza. Lo stupore e l’ammirazione attraversano tutta la lettura del libro di Giuditta, ma anche le altre letture che abbiamo ascoltato. È una bellezza che parla, che convince, che dà autorità. Nel Vangelo, infatti, Gesù viene interrogato proprio sull’autorità con cui agisce nel tempio: da dove viene questa autorità? Dal cielo o dagli uomini? È un’autorità che viene dal cielo. In qualche modo Giuditta la manifesta: la sua forza e la sua bellezza non vengono da lei stessa, ma da Dio. Una vita provata, una fede tenace Seguendo Giuditta in questi giorni abbiamo visto che non è una figura improvvisata. Non spunta dal nulla. Ha una storia segnata dalla prova: pur essendo ricca e godendo delle ricchezze del marito, è rimasta vedova. Porta nel cuore la sofferenza del suo popolo e la vive in prima persona. Ma soprattutto è una donna di grande preghiera. Il capitolo precedente a quello che abbiamo ascoltato racconta la sua lunga e bellissima preghiera: una supplica insistente, fiduciosa, rivolta a Dio perché ascolti. “Ascolta la nostra preghiera, ascolta la mia preghiera. Tu che sei il Dio degli umili, dei piccoli, tu che proteggi il tuo popolo”. Questa esperienza di vita provata, unita a una fede profonda, fa di Giuditta una donna di grande forza. Ed è qui che il parallelismo con Giovanni diventa ancora più evidente. Anche lui aveva la forza della parola e della preghiera, e una bellezza che non era semplicemente fisica. Certo, lo ricordiamo con i suoi occhi azzurri, ma lui stesso scherzava sul suo nasone e sulle sue orecchie. La sua bellezza era quella della simpatia, della semplicità, persino di una certa goffaggine che sapeva riconoscere e raccontare con ironia. L’abito della gioia e le armi dei piccoli Nell’omelia che Michele ci ha condiviso, Giovanni veniva descritto come uno “scassone”, un po’ malconcio, ma rivestito di un abito bellissimo: l’abito della gioia, dell’esultanza, l’abito del battesimo. Anche Giuditta porta con sé armi che non sono armi di guerra. Nella sua bisaccia ha vino e pane, pane puro. È un dettaglio che richiama per noi anche l’Eucaristia. Non porta altro: non strategie militari, non violenza, ma la sua preghiera, la sua storia segnata dalla vedovanza, e questo cibo essenziale che la accompagna. Colpisce poi la sua azione: la determinazione con cui esce dalla protezione delle mura della città per andare incontro al nemico. Lo fa senza paura, o forse con una paura attraversata da una grande semplicità e audacia. Questa audacia non nasce dal nulla: è costruita in un rapporto profondo e vero con il Signore. Non è una religiosità pietosa o fatta solo di osservanze sterili, ma una passione viva, una gioia di appartenere a un popolo che Dio ha amato e protetto nonostante i suoi tradimenti. Giuditta è fiera di dire: “Io vengo dagli ebrei”. La sua bellezza, i suoi gesti, le sue parole sono tutti orientati a un obiettivo. Anche il modo in cui sta davanti ai soldati e a Oloferne, che esce dalla tenda per incontrarla, mostra una forza semplice e disarmante. La potenza di Dio all’opera nei piccoli La lettera agli Efesini ci aiuta a leggere tutto questo in profondità. Chiedo anch’io che il Signore illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza. Questa potenza Dio l’ha manifestata in Cristo, risuscitandolo dai morti. Ma non l’ha tenuta per sé: l’ha consegnata alla Chiesa. Cristo è il Capo, la Chiesa è il suo corpo, la pienezza di colui che porta a compimento tutte le cose. Così possiamo vedere in Giuditta, in Giovanni e in fondo in ciascuno di noi, questa potenza che sembra appartenere a uno solo, mentre gli altri appaiono timorosi, incerti, incapaci di incoraggiare davvero il popolo. In realtà questa forza non è privata: è data a tutti, nella Chiesa. È una forza che non possiamo controllare o accumulare, come se fosse qualcosa da mettere in un cassetto. È una forza che riempie continuamente i piccoli, gli umili, quelli che hanno solo una bisaccia. È la stessa logica dei discepoli mandati in missione senza portare nulla: eppure hanno la potenza di fare il bene, di guarire, di scacciare il male. Questa potenza si trova solo in Gesù, nel Cristo che ha attraversato la morte ed è risorto. L’abbiamo vista all’opera in Giovanni, soprattutto negli ultimi tempi, quando la sua semplicità e la sua malattia lo rendevano ancora più piccolo agli occhi del mondo, ma la forza evangelica traspariva dal suo corpo e dalla sua persona. Affidarci e lasciarci sorprendere Questo è ciò che Gesù vuole fare con tutta la Chiesa. Noi siamo il suo corpo. Possiamo allora farci forza, gioire, stupirci della bellezza di questa dinamica e affidarci. Ora che Giovanni è in Paradiso, possiamo contare anche sulla sua intercessione, chiedendo che venga in nostro aiuto quando ci sembra che le nostre forze non bastino nelle prove che stiamo vivendo. In questa fiducia, come Giuditta, possiamo scoprire che la vera forza e la vera bellezza vengono da Dio e si manifestano proprio nella debolezza e nella semplicità.
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Accostare la figura di Giuditta alla memoria del nostro Giovanni mi è sembrato quasi naturale. C’è un dettaglio che mi ha colpito subito: quando le guardie assire vedono arrivare Giuditta con la sua ancella, restano stupite dalle sue parole. Lei dice di portare a Oloferne parole di verità, informazioni sicure. È una parola che nasce dal cuore, una parola vera, che lei sa anche comunicare con grande abilità. Immagino lo stupore di quelle guardie nel trovarsi davanti due donne, sole, in uno scenario di guerra: lo stupore nasce dalle parole, ma subito si accompagna alla bellezza di Giuditta. Questa bellezza, però, non è solo esteriore. È una bellezza più profonda, che suscita ammirazione e autorevolezza. Lo stupore e l’ammirazione attraversano tutta la lettura del libro di Giuditta, ma anche le altre letture che abbiamo ascoltato. È una bellezza che parla, che convince, che dà autorità. Nel Vangelo, infatti, Gesù viene interrogato proprio sull’autorità con cui agisce nel tempio: da dove viene questa autorità? Dal cielo o dagli uomini? È un’autorità che viene dal cielo. In qualche modo Giuditta la manifesta: la sua forza e la sua bellezza non vengono da lei stessa, ma da Dio. Una vita provata, una fede tenace Seguendo Giuditta in questi giorni abbiamo visto che non è una figura improvvisata. Non spunta dal nulla. Ha una storia segnata dalla prova: pur essendo ricca e godendo delle ricchezze del marito, è rimasta vedova. Porta nel cuore la sofferenza del suo popolo e la vive in prima persona. Ma soprattutto è una donna di grande preghiera. Il capitolo precedente a quello che abbiamo ascoltato racconta la sua lunga e bellissima preghiera: una supplica insistente, fiduciosa, rivolta a Dio perché ascolti. “Ascolta la nostra preghiera, ascolta la mia preghiera. Tu che sei il Dio degli umili, dei piccoli, tu che proteggi il tuo popolo”. Questa esperienza di vita provata, unita a una fede profonda, fa di Giuditta una donna di grande forza. Ed è qui che il parallelismo con Giovanni diventa ancora più evidente. Anche lui aveva la forza della parola e della preghiera, e una bellezza che non era semplicemente fisica. Certo, lo ricordiamo con i suoi occhi azzurri, ma lui stesso scherzava sul suo nasone e sulle sue orecchie. La sua bellezza era quella della simpatia, della semplicità, persino di una certa goffaggine che sapeva riconoscere e raccontare con ironia. L’abito della gioia e le armi dei piccoli Nell’omelia che Michele ci ha condiviso, Giovanni veniva descritto come uno “scassone”, un po’ malconcio, ma rivestito di un abito bellissimo: l’abito della gioia, dell’esultanza, l’abito del battesimo. Anche Giuditta porta con sé armi che non sono armi di guerra. Nella sua bisaccia ha vino e pane, pane puro. È un dettaglio che richiama per noi anche l’Eucaristia. Non porta altro: non strategie militari, non violenza, ma la sua preghiera, la sua storia segnata dalla vedovanza, e questo cibo essenziale che la accompagna. Colpisce poi la sua azione: la determinazione con cui esce dalla protezione delle mura della città per andare incontro al nemico. Lo fa senza paura, o forse con una paura attraversata da una grande semplicità e audacia. Questa audacia non nasce dal nulla: è costruita in un rapporto profondo e vero con il Signore. Non è una religiosità pietosa o fatta solo di osservanze sterili, ma una passione viva, una gioia di appartenere a un popolo che Dio ha amato e protetto nonostante i suoi tradimenti. Giuditta è fiera di dire: “Io vengo dagli ebrei”. La sua bellezza, i suoi gesti, le sue parole sono tutti orientati a un obiettivo. Anche il modo in cui sta davanti ai soldati e a Oloferne, che esce dalla tenda per incontrarla, mostra una forza semplice e disarmante. La potenza di Dio all’opera nei piccoli La lettera agli Efesini ci aiuta a leggere tutto questo in profondità. Chiedo anch’io che il Signore illumini gli occhi del...
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