PODCAST · religion
Il podcast di don Andres Bergamini
by Andres Bergamini
Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna
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Elia ed Eliseo: un rapporto che nasce da Dio e conduce a Dio - Omelia di mercoledì XI settimana to
Ci lasciamo guidare dalla straordinaria relazione tra Elia ed Eliseo per comprendere quanto possa essere bello, forte e profondo il nostro rapporto con Dio Padre. Al centro della vicenda non c’è semplicemente l’amicizia tra due uomini, ma il loro legame con il Signore, che orienta tutta la loro vita e la loro missione. La fine della vita di Elia è particolarmente significativa. Non è lui a decidere il momento della sua partenza: è Dio che gli dà appuntamento e lo chiama a sé. Dopo aver percorso le strade di Israele come profeta forte ed esigente, Elia viene richiamato dal Signore e sale al cielo nel turbine. Questa chiamata manifesta che tutta la sua esistenza appartiene a Dio, dall’inizio alla fine. Per Eliseo, però, questo momento rappresenta una prova dolorosa. Egli deve affrontare la separazione dal suo maestro, dal suo padre spirituale. Quello che per Elia è il compimento della sua missione, per Eliseo è un vero e proprio lutto. L’ultimo cammino di Elia attraverso la storia della salvezza L’itinerario finale di Elia attraversa luoghi carichi di significato per la storia del popolo di Israele. Egli passa da Galgala, luogo dell’ingresso nella Terra Promessa dopo il lungo cammino dell’esodo. Attraversa poi Betel, dove Giacobbe ebbe il celebre sogno della scala che univa cielo e terra. Successivamente giunge a Gerico, la prima città conquistata dagli Israeliti entrando nella terra donata da Dio. Infine arriva al Giordano, il luogo del passaggio per eccellenza. È come se Elia percorresse a ritroso la storia della salvezza del suo popolo, tornando simbolicamente al punto da cui tutto era iniziato. Questo viaggio finale non è casuale: è un pellegrinaggio spirituale che richiama le grandi opere compiute da Dio nella storia di Israele. La fedeltà di Eliseo fino alla fine Durante questo cammino, Elia invita più volte Eliseo a fermarsi e a non seguirlo oltre. Potrebbe sembrare quasi il desiderio di lasciarlo libero o di evitargli il dolore della separazione. Noi vediamo però la straordinaria perseveranza di Eliseo. Egli rifiuta ogni volta di abbandonare il maestro e decide di accompagnarlo fino all’ultimo momento. La sua fedeltà è totale. Questo atteggiamento lo distingue nettamente dai cosiddetti figli dei profeti. Anch’essi sanno ciò che sta per accadere, ma si comportano quasi da spettatori. Sembrano interessati soprattutto ad assistere all’evento. Eliseo, invece, è coinvolto personalmente e profondamente. Per lui non si tratta di assistere a qualcosa di straordinario, ma di restare accanto a una persona amata e a un maestro che gli ha insegnato a servire Dio. La richiesta della doppia porzione dello spirito Quando Elia domanda a Eliseo che cosa desideri ricevere prima della separazione, la risposta è sorprendente: egli chiede una doppia porzione del suo spirito. Non si tratta di una richiesta egoistica o ambiziosa. Nella tradizione biblica la doppia porzione rappresenta l’eredità riservata al figlio primogenito. Eliseo si riconosce quindi come figlio spirituale di Elia e desidera ricevere ciò che gli permetterà di continuare la missione ricevuta da Dio. Inoltre, non chiede lo spirito personale di Elia, ma quello Spirito di Dio che ha sostenuto Elia durante tutta la sua vita profetica. La sua richiesta nasce dal desiderio di continuare l’opera del Signore e di servire il popolo con la stessa fedeltà del suo maestro. Il fuoco come manifestazione della gloria di Dio La scena del carro di fuoco e dei cavalli di fuoco richiama una lunga tradizione biblica. Il fuoco è infatti uno dei segni privilegiati della presenza divina. Pensiamo al roveto ardente attraverso cui Dio si manifesta a Mosè. Pensiamo alla colonna di fuoco che guida Israele nel deserto. Pensiamo ancora al fuoco del monte Carmelo che manifesta la potenza del vero Dio contro i falsi profeti di Baal. In questo racconto il fuoco esprime la gloria divina. Elia viene assunto direttamente in cielo attraverso questa manifestazione della presenza di Dio. La sua partenza non è una sconfitta né una semplice morte, ma un ingresso nella gloria del Signore. Il grido di Eliseo: «Padre mio, padre mio» Nel momento della separazione, Eliseo esclama: «Padre mio, padre mio, carro d’Israele e sua cavalleria». Queste parole rivelano anzitutto l’affetto profondo che lo lega a Elia. Lo riconosce come padre e maestro. In esse si esprime tutto il dolore della separazione, tanto che subito dopo Eliseo compirà il gesto tradizionale del lutto, lacerandosi le vesti. Ma in quelle stesse parole vi è anche un’importante professione di fede. Chiamando Elia «carro d’Israele e sua cavalleria», Eliseo riconosce che la vera difesa del popolo non proveniva dalle armi del re Acab o dalle sue alleanze politiche. La vera protezione di Israele era il profeta che parlava in nome di Dio. La forza del popolo non stava negli eserciti, ma nella fedeltà alla parola del Signore. Il mantello e la continuità della missione Quando Elia viene assunto in cielo, il suo mantello cade a terra. Questo gesto possiede un profondo valore simbolico. Il mantello rappresenta la missione profetica che non termina con la partenza di Elia. Eliseo lo raccoglie e, giunto al Giordano, percuote le acque proprio come aveva fatto il suo maestro. Le acque si dividono nuovamente. Attraverso questo segno comprendiamo che il dono di Dio continua a operare. La profezia non si interrompe. La missione passa da Elia a Eliseo. La comunità stessa riconosce questo passaggio quando afferma che lo spirito di Elia si è posato su Eliseo. Non si tratta di una gloria personale né di un privilegio individuale. Tutto è finalizzato al bene del popolo, che continua a essere guidato e accompagnato da un profeta del Signore. Una profezia che si compie in Gesù Questa vicenda diventa anche una figura profetica di Gesù. Come Elia, Gesù è venuto nel mondo per annunciare la parola di Dio. Come Elia, è tornato al Padre attraverso l’ascensione al cielo. Ma c’è un altro aspetto ancora più importante. Gesù, prima di tornare al Padre, ha trasmesso ai suoi discepoli la sua missione. Ha affidato loro il compito dell’annuncio, della guarigione e della salvezza. Ricordiamo il momento in cui invia i discepoli: uomini ancora fragili, inesperti e imperfetti. Tuttavia essi ricevono la forza necessaria non dalle proprie capacità, ma dalla potenza di Dio. Allo stesso modo, Eliseo non continua la missione grazie alle sue qualità personali, ma grazie al dono ricevuto dal Signore. Anche noi chiamati a essere portavoce di Dio Questa pagina biblica ci invita a coltivare un rapporto profondo con il Signore fatto di ascolto, invocazione, fiducia e ricerca costante della sua presenza. Anche noi siamo chiamati a essere portavoce della sua parola all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità, tra i figli, i nipoti e tutte le persone che incontriamo. La nostra efficacia non dipende dalle nostre capacità personali, ma dalla nostra unione con Dio. Per questo siamo invitati a evitare ogni forma di autoreferenzialità. Non viviamo la fede per ottenere riconoscimenti, vantaggi o ammirazione. Come insegna il Vangelo, la preghiera, il digiuno e l’elemosina devono orientare lo sguardo verso il Padre. Tutto ciò che facciamo deve rendere visibile la sua presenza in mezzo a noi e testimoniare che il suo Regno è già all’opera nel mondo. La salvezza che Dio offre non è destinata a pochi privilegiati, ma è una chiamata universale rivolta a tutti.
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Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare - Omelia XI settimana TO anno A
Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi. La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore. Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente. Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli. La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono. Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito. Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi. Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio. Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio. Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita. Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza. Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova. Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza. Per questo motivo il «gratuitamente avete ricevuto» non è un'affermazione astratta, ma la memoria viva di come Dio è entrato nella nostra vita e l'ha trasformata. Lo sguardo compassionevole di Gesù Prima ancora di inviare i discepoli, Gesù guarda le folle. Il Vangelo dice che ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite. Ci colpisce profondamente questo sguardo di Gesù. Egli vede ciò che spesso sfugge agli altri: la fatica, il peso, lo smarrimento delle persone. Non si limita a osservare, ma si lascia toccare interiormente da quella sofferenza. La compassione è il desiderio concreto di avvicinarsi, di prendersi cura, di aiutare. La cosa sorprendente è che Gesù non sceglie di fare tutto da solo. Invece di intervenire direttamente, coinvolge i suoi discepoli e li rende partecipi della sua missione. Chiamati, inviati e resi capaci Gesù fa comprendere ai suoi discepoli l'enormità del bisogno presente nel mondo: la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Li invita anzitutto a pregare il Signore della messe. Poi li chiama vicino a sé. Non li manda immediatamente: prima li vuole accanto a Lui. Successivamente dona loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire le malattie. Pur essendo uomini fragili e apparentemente impreparati, vengono riempiti della forza di Dio. Gesù li chiama per nome, uno ad uno. Questo particolare mostra quanto la missione sia personale. Nessuno viene inviato in modo anonimo. Infine li manda. In un primo momento non verso i pagani o i samaritani, ma verso le pecore perdute della casa d'Israele. C'è un'urgenza immediata: soccorrere chi è vicino, chi è già conosciuto, chi soffre accanto a noi. Il Regno è vicino: una missione per tutti Durante il cammino i discepoli devono annunciare che il Regno dei Cieli è vicino. Non devono restare fermi, ma mettersi in movimento. Gesù affida loro una missione enorme: guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. In altre parole, portare la vita di Dio dove regnano sofferenza, esclusione e morte. A questo punto appare chiaro che il comando «gratuitamente date» non riguarda soltanto alcuni, ma tutti noi. Le persone che attendono una parola di speranza, una consolazione, un gesto di vicinanza sono numerosissime. Non occorre cercarle lontano. Le troviamo nel nostro condominio, nelle nostre famiglie, tra gli amici, tra le persone che incontriamo ogni giorno. È proprio lì che il Signore ci manda. Dare ciò che abbiamo ricevuto Siamo invitati a chiederci concretamente come possiamo dare gratuitamente durante questa settimana. Possiamo ascoltare qualcuno, farci vicini a una persona sola, accompagnare chi sta attraversando una difficoltà, offrire tempo, attenzione e incoraggiamento. Possiamo prendere per mano chi ne ha bisogno, proprio perché anche noi, in passato, siamo stati presi per mano dal Signore. Quando riconosciamo il dono ricevuto, nasce spontaneamente il desiderio di condividerlo. La nostra sollecitudine verso gli altri diventa autentica e piena di vita. Al contrario, quando dimentichiamo ciò che abbiamo ricevuto, quando pensiamo di esserci meritati tutto da soli, allora il desiderio di donare si spegne. La gratitudine diminuisce e la missione perde slancio. La gioia di chi serve Per questo accogliamo l'invito di Gesù a riscoprire con stupore e gratitudine il dono ricevuto gratuitamente. Solo così possiamo sperimentare la bellezza del donare. Un esempio concreto lo vediamo nell'esperienza dell'Estate Ragazzi. I bambini e i giovani che si mettono al servizio degli altri sperimentano immediatamente una dinamica sorprendente: donando ricevono a loro volta. Si crea uno scambio che riempie tutti di gioia, di entusiasmo e di luce negli occhi. Questa esperienza non è riservata soltanto a chi partecipa a quelle attività. È una chiamata universale. Nessuno può sentirsi escluso. Anche chi pensa di aver già dato abbastanza o di non avere più energie può ancora donare qualcosa. Tutti possiamo offrire tempo, attenzione, affetto, preghiera, ascolto e presenza. Per questo sentiamo l'invito finale a ritornare continuamente alla sorgente: ricordare ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore. Solo così potremo continuare a dare gratuitamente agli altri.
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Il Cuore Immacolato di Maria: scuola di custodia, consolazione e gioia - Omelia
Nella festa del Cuore Immacolato di Maria contempliamo il cuore della Madre come esempio e consolazione per il nostro cammino. Il Vangelo ci presenta uno degli episodi più significativi della sua vita: lo smarrimento di Gesù nel Tempio. Vediamo una Maria profondamente umana, che vive un dolore autentico e comprensibile. Non trovare il proprio figlio per tre giorni è motivo di grande angoscia, un'angoscia che condivide con Giuseppe. Quando finalmente ritrova Gesù, Maria gli rivolge una domanda che nasce direttamente dalla sofferenza: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». Non si tratta tanto di un rimprovero quanto dell'espressione sincera della fatica e del dolore che porta nel cuore. In questo Maria ci appare molto vicina, perché vive sentimenti che appartengono anche alla nostra esperienza. Siamo così invitati a rispettare profondamente le angosce e le sofferenze delle persone, sia quelle espresse apertamente sia quelle custodite nel silenzio. Il dolore merita sempre rispetto e attenzione. Il mistero dell'incomprensione e la custodia del cuore La risposta di Gesù non sembra alleviare immediatamente il dolore della Madre. Anzi, il Vangelo sottolinea che Maria e Giuseppe non comprendono pienamente le sue parole. Ci troviamo così davanti al mistero dell'incomprensione, che spesso accompagna anche la nostra vita di fede. Di fronte a ciò, Maria non insiste con nuove domande né pretende spiegazioni ulteriori. Compie invece un gesto interiore straordinario: custodisce tutto nel suo cuore. Questo verbo racchiude una ricchezza di significati: conservare, proteggere, meditare, mettere insieme gli eventi e cercarne il senso più profondo. Maria aveva già vissuto questo atteggiamento alla nascita di Gesù, quando gli eventi straordinari legati ai pastori e agli altri segni suscitavano interrogativi e meraviglia. Anche allora custodiva ogni cosa nel suo cuore, cercando di comprenderne il significato alla luce dell'opera di Dio. Il cuore di Maria è dunque un cuore capace di raccogliere e custodire. Non è un cuore insensibile o distaccato, ma un cuore che partecipa profondamente alle vicende del Figlio. Con lui vive le gioie e i dolori della vita, fino a condividere il dolore più grande, quello della sua morte sulla croce. Imparare da Maria a custodire la vita Siamo chiamati a prendere esempio da Maria, facendo nostra questa capacità di custodire. Anzitutto dobbiamo custodire la Parola del Signore, il seme che Dio getta ogni giorno nel terreno della nostra esistenza affinché porti frutto. Ma siamo chiamati anche a custodire tutte le esperienze della vita quotidiana: le gioie e i dolori, le vicende delle nostre famiglie, le preoccupazioni per i figli e i nipoti, gli eventi che riguardano la nostra città, il nostro Paese e il mondo intero. Spesso ci rendiamo conto di non essere capaci di contenere da soli tutto ciò che viviamo. Le preoccupazioni sono tante e il nostro cuore è limitato. Per questo ci rivolgiamo a Maria chiedendole aiuto. Affidiamo a lei il nostro cuore e le diciamo di custodire ciò che noi non riusciamo a custodire, sostenendoci nel cammino della fede e della vita. Un cuore capace di gioire per la salvezza La riflessione si allarga poi alla prima lettura, che mette in luce un'altra caratteristica fondamentale del cuore di Maria: la sua straordinaria capacità di gioire. Le parole «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» esprimono una gioia profonda e stabile, ben diversa da una felicità superficiale o passeggera. È la gioia che nasce dalla contemplazione della salvezza operata da Dio. Questa stessa gioia risuona nel Salmo e nel Magnificat: il cuore esulta nel Signore Salvatore. Maria gioisce perché riconosce l'azione di Dio nella storia. Pur vedendo le difficoltà del mondo, le ingiustizie, la forza apparente dei potenti, la fame, la debolezza e le tante forme di povertà e sterilità, riesce a scorgere nelle pieghe della realtà l'opera salvifica del Signore. La salvezza che nasce dall'amore Maria contempla un Dio che non salva attraverso la forza, il potere o la guerra. Il Signore sceglie una via completamente diversa: assume la nostra carne, si fa piccolo e si dona per amore. La sua salvezza si manifesta attraverso la compassione, la vicinanza e il dono totale di sé. Cristo offre la propria vita per noi, e proprio in questo amore donato si rivela la vera potenza di Dio. Maria riconosce questa logica divina e per questo il suo cuore è pieno di gioia. È una gioia autentica che non rimane chiusa in se stessa, ma si comunica agli altri, contagia e prende per mano chi le si avvicina. Riconoscere i segni del Signore e farli fiorire Siamo infine invitati a conservare nel nostro cuore non solo le esperienze dolorose e le domande irrisolte, ma anche i segni di bene e di grazia che il Signore continuamente ci offre. Con umiltà dobbiamo imparare a riconoscere i piccoli segni della sua presenza nella nostra vita. Questi doni, spesso discreti e nascosti, non devono essere trascurati, ma accolti e fatti fiorire. La risposta più bella a tali segni è il ringraziamento: un ringraziamento che trova la sua espressione più alta nell'Eucaristia e che deve diventare anche uno stile di vita. Seguendo Maria, impariamo così a custodire tutto nel cuore, a leggere la storia con gli occhi della fede e a vivere nella gioia della salvezza che Dio continua a operare nel mondo.
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La gioia del Vangelo che si dona gratuitamente - Omelia San Barnaba 2026
Le Memorie degli Apostoli ci riportano continuamente alla bellezza e alla fecondità della Chiesa delle origini. Guardando a quella prima comunità cristiana, riscopriamo un modello vivo e affascinante di annuncio del Vangelo, capace di ispirare ancora oggi la nostra vita personale e comunitaria. Comprendiamo che non possiamo adagiarci sugli allori quando le cose vanno bene, né lasciarci scoraggiare dalle difficoltà. Anche nelle nostre comunità, spesso impegnate in riunioni, consigli pastorali e molte attività, siamo chiamati a non perdere mai di vista ciò che è essenziale: il cuore e il motore della vita cristiana, cioè il Vangelo. Per questo sentiamo il bisogno di ritornare continuamente alle origini, per ritrovare l'autenticità e la forza dell'annuncio evangelico. Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare All'inizio del Vangelo vediamo Gesù che sceglie i Dodici. Non sceglie persone particolarmente istruite o preparate, ma semplici pescatori, uomini comuni. Eppure, con una straordinaria audacia, li invia a predicare. Il loro stile missionario è racchiuso in una frase fondamentale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Gesù li manda senza mezzi materiali, senza denaro, senza sicurezze, senza equipaggiamenti particolari. La loro forza non deve derivare da ciò che possiedono, ma da ciò che hanno ricevuto. Questa parola interpella anche noi. Ci chiediamo se abbiamo davvero qualcosa da offrire agli altri. Se non possiamo contare sulle nostre ricchezze o sulle nostre capacità, cosa possiamo donare? La risposta è nel dono ricevuto da Cristo. Ognuno di noi ha ricevuto il Vangelo nella propria vita. Qualcuno ce lo ha annunciato: forse i nostri genitori, i familiari o altre persone che hanno testimoniato la fede. Quel dono ricevuto gratuitamente non può essere trattenuto, ma deve essere restituito e condiviso con gli altri. Siamo quindi chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo con semplicità, sobrietà, forza e gioia. La necessità di raccontare i doni ricevuti L'annuncio del Vangelo passa inevitabilmente attraverso la parola e la comunicazione. Non possiamo evangelizzare restando in silenzio. Per questo riconosciamo l'importanza di creare spazi in cui raccontarci reciprocamente le meraviglie che il Signore ha compiuto nella nostra vita. Non si tratta di qualcosa riservato a comunità particolarmente esperte o organizzate, ma di un compito che appartiene a ciascuno di noi. Nelle nostre famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti in cui viviamo, siamo chiamati a condividere la nostra esperienza di fede e i doni che abbiamo ricevuto dal Signore. Restare nei luoghi in cui il Signore ci ha posto Gesù invita i suoi discepoli a rimanere nelle case e nei luoghi che li accolgono. Questa indicazione suggerisce uno stile di presenza stabile e fedele. Non significa essere invadenti o imporsi agli altri, ma imparare a vivere con profondità i luoghi e le relazioni che il Signore ci affida. Non siamo chiamati a correre continuamente altrove, ma a prenderci cura delle persone che incontriamo quotidianamente. Là dove siamo accolti e là dove possiamo accogliere, siamo invitati ad approfondire le relazioni, ad ascoltare, a condividere e a offrire la nostra presenza. In questo modo la missione diventa una realtà concreta e quotidiana, vissuta nei luoghi ordinari della vita. Il Vangelo come dono di pace Gesù affida ai suoi discepoli un dono particolare: la pace. Quando entrano in una casa, la loro pace deve scendere su coloro che vi abitano. Questo ci aiuta a comprendere la natura autentica dell'annuncio cristiano. Il Vangelo non è un messaggio che umilia, condanna o schiaccia le persone sotto il peso dei propri fallimenti. Non consiste nel sottolineare esclusivamente ciò che manca o ciò che non funziona. Al contrario, il Vangelo apre sempre una strada nuova. È un annuncio di pace, di gioia, di serenità e di speranza. Mostra una possibilità di rinascita e una via percorribile per ogni persona. Antiochia: una Chiesa aperta a tutti La prima lettura ci presenta la comunità di Antiochia, una città popolata da molte etnie e culture diverse. Fino a quel momento l'annuncio era stato rivolto prevalentemente agli ebrei, ma alcuni credenti di origine greca iniziano a parlare di Gesù anche ai greci e ai pagani. Accade qualcosa di sorprendente: anche loro accolgono il Vangelo. La fede attecchisce in ambienti che sembravano lontani e inattesi. La comunità comprende così che il dono ricevuto non è destinato a rimanere chiuso entro confini ristretti, ma è destinato ad allargarsi continuamente. Quando Barnaba arriva ad Antiochia, riconosce l'opera della grazia di Dio. Vede che non è il frutto delle sole capacità umane, ma dell'azione di Dio che opera nei cuori. Conversione, fede e fedeltà I frutti più belli dell'evangelizzazione non sono i numeri o i risultati esteriori, ma la trasformazione delle persone. Barnaba vede che la gente crede e si converte. Le persone accolgono il messaggio della risurrezione e lasciano che esso cambi la loro vita. Per questo egli esorta tutti a restare fedeli al Signore con cuore risoluto. La conversione non è un momento passeggero, ma un cammino di perseveranza e fedeltà. La comunità di Antiochia appare inoltre ricca di doni e di carismi. Vi sono numerosi profeti e maestri, persone provenienti da storie molto diverse. Persino Manaèn, compagno d'infanzia di Erode, fa parte di questa realtà ecclesiale. È il segno che il Vangelo raggiunge ogni ambiente e trasforma persone molto differenti tra loro. Lo Spirito Santo continua ad aprire strade nuove La storia della Chiesa non si ferma ad Antiochia. A un certo punto lo Spirito Santo chiede alla comunità di riservare Barnaba e Saulo per una nuova missione. Da quella comunità nasce così un ulteriore slancio missionario che porterà il Vangelo verso nuove terre del Mediterraneo. Tutto parte da una comunità concreta che ascolta lo Spirito e si lascia guidare. Anche noi siamo invitati a porci la stessa domanda: qual è l'opera alla quale Dio ci chiama? Quali sono i passi nuovi che lo Spirito ci invita a compiere? Non possiamo pensare di essere arrivati o di poterci fermare. La missione continua sempre. Una Chiesa viva grazie alla grazia di Dio Comprendiamo infine che la Chiesa manifesta la grazia di Dio quando riesce a tenere insieme tutti gli elementi fondamentali della vita cristiana: l'annuncio, l'accoglienza, la testimonianza, l'apertura a persone nuove e la capacità di donare gratuitamente ciò che ha ricevuto. Quando questi aspetti vengono vissuti in armonia, la comunità rimane viva, feconda e disponibile alle sorprese dello Spirito Santo. Se invece si chiude in sé stessa, rischia di diventare rigida, restia e meno disponibile alla vitalità che Dio desidera continuamente donarle. Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro posto all'interno di questa storia. Ci chiediamo quale gioia proviamo nel far parte di una Chiesa così dinamica, di un movimento evangelico capace di raggiungere tutti e di diffondere la luce del Vangelo. Con gratitudine guardiamo a Barnaba e ai primi evangelizzatori e chiediamo anche per noi il dono della gioia del Vangelo, perché possiamo riceverlo ogni giorno e donarlo agli altri con la stessa gratuità con cui lo abbiamo ricevuto.
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Le Beatitudini e la certezza di essere custoditi dal Signore - Omelia martedì X sett Lercaro
Oggi riflettiamo sull’inizio del capitolo quinto del Vangelo di Matteo, il celebre brano delle Beatitudini. Entriamo così nel grande Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 di Matteo e che accompagnerà la liturgia nei prossimi giorni. Siamo invitati a leggerlo e meditarlo personalmente, perché contiene uno degli insegnamenti più importanti di Gesù. Le Beatitudini ci rivelano chi appartiene al Regno dei Cieli, chi ne è abitante e possessore. Gesù descrive le caratteristiche di coloro che vivono già nella logica del Regno. Anche noi siamo chiamati a riconoscerci tra questi cittadini del Regno e a comprendere quale sia la vera ricchezza agli occhi di Dio. Il Signore, nostro custode Prendiamo spunto dal Salmo 120, che ripete più volte una parola particolarmente significativa: il Signore è il nostro custode. Egli è certamente il Re dell’universo, il Creatore di tutte le cose, ma il salmista mette in evidenza soprattutto la sua vicinanza e la sua cura amorevole. Quando ascoltiamo le parole: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra che sta alla tua destra», percepiamo un’immagine molto concreta. Dio non è lontano, ma è accanto a noi. Ci custodisce, ci protegge, ci accompagna e ci sostiene in ogni momento della nostra vita. Questa consapevolezza ci aiuta a comprendere che il Regno dei Cieli è vicino a noi anche quando le circostanze sembrano contraddirlo. Possiamo trovarci nella sofferenza, nella solitudine, nella malattia o in altre difficoltà e pensare che la realtà che stiamo vivendo abbia ben poco dell’immagine di un regno. Eppure Gesù non ignora queste situazioni; anzi, le assume nel suo insegnamento e mostra come proprio lì possa manifestarsi la presenza di Dio. I miti erediteranno la terra Tra le Beatitudini, Gesù proclama beati i miti perché erediteranno la terra. Riflettiamo sul fatto che i miti sono persone semplici, buone, disponibili agli altri. Sono coloro che sanno lasciarsi aiutare e che, allo stesso tempo, si fanno prossimi a chi è nel bisogno. Secondo la logica del mondo, chi è mite sembra destinato a perdere. Siamo abituati a pensare che ottenga risultati chi è forte, chi si impone e riesce a prevalere sugli altri. Gesù invece capovolge completamente questa prospettiva. L’eredità della terra non viene conquistata con la forza, ma ricevuta come dono. E proprio i miti, coloro che non fanno affidamento sul potere umano, ricevono questa promessa straordinaria. Nel Regno di Dio la vera grandezza non coincide con il dominio, ma con l’umiltà e la semplicità. La fame e la sete di giustizia Gesù proclama beati anche coloro che hanno fame e sete di giustizia, assicurando che saranno saziati. Non si tratta di persone che cercano vendetta o che vogliono farsi giustizia da sole. Si tratta piuttosto di uomini e donne che desiderano profondamente il bene, la verità e la giustizia di Dio. La loro sazietà nasce dalla vicinanza del Signore. Quando riconosciamo Dio come nostro custode e lo sentiamo presente nella nostra vita, sperimentiamo una pienezza che va oltre le nostre possibilità umane. Ci sentiamo protetti, incoraggiati, sostenuti e persino arricchiti dalla sua presenza. I poveri in spirito e la ricchezza del Regno Particolarmente significativa è la Beatitudine dei poveri in spirito. Essi sono coloro che non possiedono nulla. Non soltanto beni materiali, ma anche quelle ricchezze che spesso consideriamo fondamentali: sicurezze familiari, sostegni umani o persino particolari ricchezze spirituali. Sono persone che si trovano nella condizione di non poter contare su se stesse e che per questo si affidano completamente a Dio. Gesù afferma che proprio di loro è il Regno dei Cieli. Più diventiamo semplici, piccoli e poveri davanti a Dio, più partecipiamo alla realtà del suo Regno. La povertà evangelica non è una mancanza sterile, ma uno spazio aperto in cui il Signore può manifestare la sua presenza e colmare il cuore con i suoi doni. Affidarci sempre alla protezione di Dio Il Salmo ci invita a confidare pienamente nel Signore: Egli custodisce la nostra vita, ci protegge da ogni male e ci accompagna in ogni circostanza. Particolarmente consolante è l’espressione che afferma che il Signore ci custodisce «quando entri e quando esci». Queste parole possono essere comprese in molti modi, ma indicano soprattutto che Dio è presente in tutti i passaggi della nostra esistenza, anche in quelli più delicati e difficili. Essere beati significa allora vivere nella consapevolezza che il Signore è sempre accanto a noi. È Lui che agisce, protegge, sostiene e colma la nostra vita dei suoi doni. Quanto più ci riconosciamo piccoli e bisognosi, tanto più diventiamo capaci di accorgerci della sua presenza. Al contrario, chi cerca di bastare completamente a se stesso e di costruire tutto con le proprie forze rischia di perdere la sensibilità verso il Regno di Dio e verso l’azione del Signore nella propria vita. Affidiamo a Dio le nostre fragilità Concludiamo affidando al Signore tutta la nostra vita. Lo ringraziamo per la sua presenza fedele e chiediamo la grazia di riconoscere che anche le nostre piccolezze, le nostre malattie e le nostre difficoltà possono diventare occasioni preziose per prendere maggiore coscienza della sua vicinanza. Proprio nei momenti in cui ci sentiamo più fragili possiamo scoprire con maggiore profondità che il Signore è il nostro custode, che non ci abbandona mai e che continua ad accompagnarci con amore, ora e per sempre.
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Il dono reciproco che diventa benedizione! Omelia martedì X settimana TO
Nelle letture di oggi riconosciamo un motivo speciale per rendere grazie a Dio per il matrimonio di Mauro e Zoya, ma anche per la vita di ciascuno di noi. La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta ci offre infatti un'immagine molto concreta e profonda della vita matrimoniale. Entrambi i protagonisti sono persone bisognose. Elia arriva dopo un periodo difficile: il torrente presso cui viveva si è prosciugato e non ha più nulla. Dio gli dice di recarsi da una vedova che lo avrebbe sostenuto. Tuttavia, quando Elia arriva, scopre che anche quella donna vive una situazione di estrema povertà. Possiede soltanto un po' di farina e un po' d'olio, appena sufficienti per lei e per suo figlio. Eppure proprio da questo incontro tra due fragilità nasce qualcosa di straordinario. Elia chiede acqua e un pezzo di pane; la vedova, pur nella sua miseria, si fida della parola del Signore e condivide quel poco che possiede. Da quel momento la farina non viene meno e l'olio non si esaurisce. La benedizione nascosta nella condivisione La benedizione di Dio non si manifesta attraverso abbondanze spettacolari o grandi ricchezze. Ogni giorno la giara continua a contenere poco, eppure quel poco basta sempre. Elia e la vedova attraversano insieme il tempo della carestia sostenendosi reciprocamente e condividendo ciò che hanno. In questa immagine vediamo riflesso il mistero del matrimonio. Nessuno dei due sposi possiede tutto ciò che serve all'altro. Ognuno porta qualcosa di limitato, fragile, piccolo. Tuttavia, quando queste povertà vengono messe in comune secondo la volontà di Dio, diventano fonte di una vita bella, ricca e benedetta. La vita matrimoniale non consiste nel possedere molto da offrire, ma nel mettere a disposizione con generosità ciò che si ha. È proprio questa condivisione che permette alla benedizione di Dio di abitare la casa e di renderla feconda. Un aiuto reciproco alla pari La prima lettura richiama anche le parole della Genesi, dove l'uomo e la donna sono chiamati a essere aiuto l'uno per l'altra. Questo aiuto non è dominio, superiorità o dipendenza unilaterale. È una relazione tra pari. Quando uno dei due pretende di fare tutto da solo o di occupare una posizione di potere rispetto all'altro, l'equilibrio diventa fragile. La vera benedizione nasce invece dal riconoscimento reciproco: ciascuno sostiene l'altro e si lascia sostenere. Nel matrimonio la forza non deriva dall'autosufficienza, ma dalla consapevolezza che la vita si costruisce insieme. È proprio nello stare vicini, nel condividere il cammino e nel portare insieme il peso delle giornate che si manifesta l'opera di Dio. Sale della terra e luce del mondo Anche il Vangelo illumina profondamente il significato della vita matrimoniale. Dopo le Beatitudini, Gesù rivolge ai suoi discepoli parole molto impegnative: siamo chiamati a essere sale della terra e luce del mondo. Il sale non si vede, perché si mescola e scompare negli alimenti, ma dona sapore a tutto. La luce, invece, non può essere nascosta sotto il moggio: deve essere collocata sul candelabro affinché illumini tutta la casa. Queste immagini descrivono una missione affidata a ogni cristiano, ma in modo particolare aiutano a comprendere la vocazione degli sposi. Essi sono chiamati a essere insieme sale e luce. Non si tratta di una qualità che appartiene soltanto a uno dei due; è una realtà che nasce dalla loro comunione. Attraverso il loro reciproco sostegno possono diventare una luce per le figlie, per i familiari, per gli amici, per i colleghi di lavoro e per tutte le persone che incontrano. Da quella relazione molti possono ricevere incoraggiamento, speranza e bene. Custodire ogni giorno il dono ricevuto Essere sale e luce non è qualcosa che si realizza una volta per sempre. È un dono ricevuto da Dio, ma è anche una responsabilità da custodire quotidianamente. Per questo occorre rinnovare continuamente il cammino del reciproco aiuto, senza perdere la speranza e senza lasciarsi vincere dalla stanchezza. Ci possono essere giorni difficili, momenti in cui viene meno l'entusiasmo o la voglia di impegnarsi. È una realtà che appartiene all'esperienza di ogni persona. Tuttavia la nostra vita trova il suo significato proprio in questa vocazione. Quando smettiamo di essere sale e luce, tutto tende a perdere sapore e consistenza. Quando invece accogliamo la chiamata del Signore, la nostra esistenza ritrova la sua bellezza e la sua fecondità. Rendere visibile l'opera di Dio Gesù conclude invitando i suoi discepoli a far risplendere la propria luce davanti agli uomini affinché essi rendano gloria al Padre. Le opere buone non servono a ricevere applausi o riconoscimenti personali. Il loro scopo è mostrare l'azione di Dio. Anche la vita matrimoniale diventa così una trasparenza della presenza del Signore. Le cose belle che Dio ha compiuto nella vita degli sposi non devono essere nascoste, non per mettersi in mostra, ma per testimoniare che il Signore continua a operare nella storia delle persone. La prima lettura ci ricorda infatti che Dio non parte dalla nostra forza, ma dalla nostra povertà. Egli raccoglie le nostre fragilità, la nostra indigenza e i nostri limiti. Ed è proprio da lì che fa nascere una fioritura inattesa e sorprendente. Un ringraziamento per Mauro e Zoya Alla luce di queste letture, eleviamo il nostro ringraziamento al Signore per Mauro e Zoya, per la loro famiglia e per tutte le persone che li hanno accompagnati nel loro cammino, a partire dai genitori e da quanti sono stati loro vicini. Preghiamo perché continuino a vivere questa vocazione al reciproco sostegno, custodendo il dono ricevuto e lasciando che la benedizione di Dio continui a operare nella loro casa. Chiediamo che possano essere sempre sale della terra e luce del mondo, segno concreto dell'amore di Dio per coloro che li circondano.
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Il corpo di Cristo attira tutti a sé - Omelia Corpus Domini 2026 a S. Andrea
Siamo invitati a fare memoria del cammino che il Signore ci ha fatto percorrere, così come il popolo di Israele è stato chiamato a ricordare i quarant’anni vissuti nel deserto. Non si tratta di un semplice esercizio di memoria, ma di rileggere la nostra storia alla luce della presenza di Dio. Quando celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, siamo chiamati a ripensare alla nostra relazione con Lui, sia come comunità sia come singole persone. Guardando alla vita della Chiesa e alle storie delle persone che la compongono, ci accorgiamo di quanta strada sia stata percorsa, di quante esperienze, prove, gioie e servizi abbiano segnato il nostro cammino. Ripensando alla nostra storia di fede, riconosciamo alcuni momenti che rimangono impressi nel cuore: passaggi decisivi, svolte importanti, occasioni di grazia, ma anche tempi di sofferenza, lutto, crisi familiari e difficoltà spirituali. Come il popolo d’Israele, anche noi scopriamo che il Signore ci ha talvolta messi alla prova, ci ha permesso di attraversare momenti di umiliazione e di fragilità per far emergere ciò che custodivamo nel cuore. Un amore che educa e salva Comprendiamo che il rapporto con Dio non è un percorso facile o privo di difficoltà. Tuttavia, è sempre un rapporto d’amore e di elezione. Dio non ha condotto il suo popolo nel deserto per farlo soffrire, ma per conquistarlo al suo amore e per aiutarlo a riconoscere la profondità della sua misericordia. Attraverso le prove, impariamo che non viviamo soltanto di ciò che è materiale. Come Israele ha scoperto nel deserto, anche noi comprendiamo che il vero nutrimento della vita è la presenza di Dio accanto a noi. È la sua guida, il suo perdono, la sua misericordia a sostenerci e a renderci capaci di affrontare le difficoltà. Guardando indietro alla nostra storia, possiamo riconoscere come il Signore sia stato presente nei momenti più complessi e come proprio allora abbia plasmato il nostro cuore, insegnandoci a confidare in Lui. Cristo, pane di vita per il mondo Nel Vangelo emerge con forza il tema della vita. Gesù si presenta come il pane vivo disceso dal cielo e promette che chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Il dono del suo corpo e del suo sangue è orientato interamente alla vita dell’uomo. Riconosciamo che tutto ciò che il Signore compie per noi ha come scopo quello di donarci vita. Egli ci sostiene quando attraversiamo situazioni in cui sembra venir meno ogni speranza e ci apre anche alla prospettiva della vita eterna, che non finisce. Questa realtà non può essere accolta soltanto come una conoscenza teorica. Deve diventare esperienza concreta. Viene ricordata la testimonianza di una persona che ha attraversato una grave malattia e che, proprio in quel periodo, ha scoperto una presenza del Signore più intensa e profonda di quanto avesse mai conosciuto prima. Pur nella sofferenza, si è sentita accompagnata e mai abbandonata. La sua fede si è rafforzata e il modo stesso di affrontare la prova è cambiato radicalmente. Anche noi siamo chiamati a fare questa esperienza: riconoscere che il Signore non ci abbandona e che la sua presenza genera vita proprio nei momenti in cui tutto sembra più difficile. La comunione con il corpo e il sangue di Cristo San Paolo ci offre una parola particolarmente significativa quando parla della comunione. Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo e il pane spezzato è comunione con il suo corpo. Quando partecipiamo all’Eucaristia, non compiamo un gesto abituale o superficiale. Riceviamo realmente il Signore. Per questo è giusto accostarci alla comunione con umiltà, rispetto e un santo timore. Ricevere il corpo di Cristo significa accogliere nella nostra vita una presenza infinitamente grande. Siamo invitati a desiderare profondamente questo dono e a cercare sempre le condizioni per poterlo ricevere con gioia e sincerità di cuore. La comunione non è un gesto qualsiasi, ma l’incontro più intimo e profondo con Cristo. Un solo corpo pur essendo molti San Paolo ci aiuta però ad andare oltre una visione esclusivamente personale dell’Eucaristia. La comunione non riguarda soltanto il rapporto tra ciascuno di noi e il Signore. Essa crea e manifesta anche la comunione tra tutti i credenti. Pur essendo molti e profondamente diversi tra noi per età, storia, carattere, esperienza e percorso di fede, diventiamo un solo corpo perché partecipiamo all’unico pane. La comunione con Cristo genera necessariamente la comunione tra noi. Questa verità ci ricorda che la fede non è mai un’esperienza individualistica. Il Signore ci raduna come popolo e ci fa vivere insieme la stessa appartenenza. Il mistero del pane e del vino secondo Sant’Agostino Viene richiamato un profondo insegnamento di Sant'Agostino. Egli osserva che i nostri occhi vedono sull’altare semplicemente pane e vino, mentre la fede ci insegna a riconoscervi il corpo e il sangue di Cristo. Agostino si domanda perché il corpo di Cristo venga rappresentato proprio attraverso il pane. Quando pensiamo al corpo di Gesù, infatti, ci viene spontaneo ricordare la sua incarnazione, la sua vita terrena, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione. La risposta è sorprendente: per comprendere il corpo di Cristo dobbiamo ascoltare l’Apostolo che dice che noi stessi siamo il corpo di Cristo e sue membra. Sull’altare viene dunque posto anche il nostro mistero. In quel pane non è presente soltanto Cristo; in qualche modo siamo presenti anche noi, che formiamo il suo corpo. Agostino spiega che il pane nasce dall’unione di molti chicchi di grano. Allo stesso modo, la Chiesa nasce dall’unione di molte persone diverse. L’unità non elimina la varietà, ma la raccoglie e la armonizza. Lo stesso vale per il vino, che nasce dall’unione di molti acini d’uva. Una comunione che diventa responsabilità Celebrare il Corpo e Sangue di Cristo significa allora riconoscere che siamo uniti a Gesù e, nello stesso tempo, gli uni agli altri. Questa comunione deve tradursi concretamente nella vita quotidiana. Siamo chiamati a viverla nelle nostre famiglie, nel rapporto con il coniuge, con i figli, nei gruppi della comunità e nell’intera Chiesa. Anche quando sperimentiamo differenze e sensibilità diverse, dobbiamo custodire il desiderio di essere una cosa sola. L’esperienza della Chiesa mostra continuamente una grande varietà di persone, storie e vocazioni. Tuttavia, proprio questa diversità è chiamata a trasformarsi in unità grazie all’azione dello Spirito Santo. Per questo la comunione comporta anche una responsabilità. Non possiamo favorire divisioni, contrapposizioni o separazioni, perché l’unità è un dono prezioso che Cristo stesso ha voluto lasciare come segno concreto nell’Eucaristia. Quando riceviamo la comunione, riceviamo il corpo di Cristo ma anche il mistero della Chiesa, cioè di tutti noi uniti in Lui. L’Eucaristia, dono che ci rende Chiesa Alla fine comprendiamo che l’Eucaristia è un mistero immenso. Dicendo “Amen” al corpo di Cristo, diciamo “Amen” anche alla nostra vocazione a essere un solo corpo. Accogliamo e desideriamo questa comunione che il Signore ci offre. La presenza di nuovi ministri e di persone che si mettono al servizio dell’altare e del sacramento rende visibile questa realtà. Attraverso il loro servizio comprendiamo che la comunione non è soltanto un dono da ricevere, ma anche una responsabilità da custodire e far crescere. Riconosciamo così che l’Eucaristia è il grande dono che ci raduna, ci nutre, ci unisce e ci rende Chiesa. È per questo che siamo convocati insieme a celebrare: per accogliere il corpo e il sangue di Cristo e lasciarci trasformare in un solo corpo attraverso il suo Spirito.
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Ringraziamo! Omelia al Matrimonio di Alberto e Francesca
Rendiamo grazie per la vostra fede e il vostro amore Anche noi, riuniti attorno ad Alberto e Francesca, rendiamo grazie a Dio per loro con tutto il cuore. Facciamo nostre le parole di san Paolo agli Efesini, che ringrazia Dio dopo aver sentito parlare della fede e dell’amore della comunità. La gratitudine nasce proprio da questo: dalla testimonianza concreta di una fede vissuta e di un amore autentico. La loro presenza davanti a noi nel giorno del matrimonio è il segno visibile di questa fede e di questo amore. Non si tratta soltanto dell’affetto che vivono tra loro, ma di una realtà più profonda che affonda le sue radici nel rapporto con Dio. Per questo motivo li ringraziamo e li accompagniamo con la nostra preghiera. La preghiera per un cuore illuminato Come Paolo pregava per gli Efesini, così anche noi preghiamo affinché il Signore illumini gli occhi del loro cuore. Chiediamo che possano comprendere sempre più profondamente la speranza alla quale sono stati chiamati, il tesoro di gloria che li attende e la straordinaria grandezza della forza di Dio che opera nella loro vita. Questa realtà non è qualcosa di estraneo alla loro esperienza. Essi ne hanno già fatto un assaggio nella loro vita cristiana e nel loro incontro reciproco. Tuttavia, ciò che hanno scoperto è soltanto l’inizio di un dono immensamente più grande. Si tratta di una speranza unica, che non può essere trovata altrove, e di una ricchezza spirituale che supera ogni altra realtà. La sorprendente potenza di Dio Ci soffermiamo in particolare sulla potenza di Dio di cui parla san Paolo. Egli la definisce una forza sovrabbondante, una potenza autentica e straordinaria. A prima vista potremmo chiederci che cosa faccia concretamente Dio e in che modo manifesti questa sua forza. Paolo risponde ricordando che Dio ha mostrato la sua potenza risuscitando Gesù dai morti e facendolo sedere alla sua destra. Non si tratta quindi di una potenza fondata sulla forza militare, sul dominio o sull’imposizione. È una potenza che dona la vita, che fa passare dalla morte alla vita. La risurrezione di Cristo rappresenta la sua manifestazione più alta, ma questa forza continua ad agire ogni volta che incontriamo situazioni di morte, di chiusura, di sofferenza e di difficoltà. È una forza che va oltre le logiche ordinarie del mondo e che si manifesta come una sorprendente potenza di vita. Nel matrimonio Alberto e Francesca testimoniano proprio questo: riconoscono che la forza necessaria per vivere il loro amore non proviene semplicemente da loro stessi, ma da Dio. Si presentano davanti al Signore così come sono, consapevoli dei propri limiti e bisognosi della sua potenza. La lode universale e il riconoscimento della fragilità Il salmo proclamato durante la celebrazione diventa una grande lode alla potenza di Dio. Tutta la creazione è chiamata a lodarlo: il cielo e la terra, il sole e la luna, i giovani e gli anziani, ogni creatura. Tuttavia, se c’è bisogno della potenza di Dio, significa che esiste anche una profonda debolezza umana. È proprio dentro questa fragilità che Dio interviene. La sua forza non si manifesta dove l’uomo si sente autosufficiente, ma dove riconosce il proprio bisogno. Non è bene che l’uomo sia solo La prima lettura ci mostra con chiarezza questa verità. Dio afferma che non è bene che l’uomo sia solo e decide di dargli un aiuto che gli corrisponda. Questa parola riguarda ogni persona. Non si tratta semplicemente della necessità di avere compagnia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti realmente, che ci stia davanti come amico, alleato e compagno di cammino. Un aiuto che sia alla pari, non un sostegno occasionale. Adamo cerca questo aiuto in tutta la creazione che Dio gli pone davanti, ma non lo trova. Soltanto quando Dio trae la donna dalla sua stessa carne e gliela pone davanti, egli riconosce finalmente quell’aiuto capace di corrispondergli veramente. Allo stesso modo, anche la donna ha bisogno dell’uomo. Il bisogno è reciproco. Nel matrimonio, Alberto e Francesca dichiarano pubblicamente di voler essere l’uno per l’altra questo aiuto permanente. Riconoscono che da soli si può andare avanti, ma che la vita piena nasce dalla presenza di qualcuno che rimane accanto, vicino, fedele e alleato. Essere segno della potenza di Dio l’uno per l’altra Essi si impegnano a diventare reciprocamente il segno della potenza di Dio, una potenza che si manifesta come vita, consolazione, risurrezione e gioia. Ogni giorno della loro vita insieme sarà chiamato a diventare una celebrazione del loro amore. Ciò significa riconoscere con sincerità il proprio bisogno dell’altro, accogliere la propria fragilità e saper dire con gratitudine: “Grazie perché ci sei”. Significa anche imparare a offrirsi come aiuto concreto, cercando di comprendere i bisogni dell’altro e, quando non ci si riesce pienamente, rimanendogli comunque accanto. L’essenziale è vivere come alleati, senza paura delle proprie debolezze, perché proprio in esse si manifesta la forza di Dio. Le beatitudini: la felicità dei fragili Il Vangelo delle Beatitudini scelto per questa celebrazione appare particolarmente significativo. Gesù descrive situazioni che, umanamente parlando, sembrano espressioni di debolezza, eppure le presenta come luoghi di beatitudine. I poveri in spirito sono beati perché riconoscono il loro bisogno di essere riempiti e guidati. Lo stesso vale per i miti, per coloro che piangono, per chi ha fame e sete di giustizia, per i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati. Sono tutte persone segnate dalla fragilità. Tuttavia, proprio perché lasciano spazio alla potenza di Dio, diventano veramente piene e felici. Anche quando vivono il Vangelo e vengono criticati o perseguitati, possono dirsi beati, perché la loro forza non dipende più da se stessi ma dal Signore. Sale della terra e luce del mondo Chi vive quotidianamente nella forza di Dio non soltanto non ha motivo di temere, ma diventa anche sale della terra e luce del mondo. Il matrimonio vissuto come reciproco aiuto e come continua celebrazione della potenza del Signore trasforma gli sposi in una testimonianza per tutti. Senza forse rendersene pienamente conto, essi diventano sale per la comunità e luce per coloro che li circondano. Il sale è un segno umile e nascosto: non si vede, ma dà sapore a tutto. La luce, pur essendo fragile, illumina l’intera casa. Allo stesso modo, la testimonianza degli sposi non passa principalmente attraverso discorsi o insegnamenti, ma attraverso la vita concreta del loro amore. Anche noi abbiamo bisogno della loro luce e del loro essere sale. La loro fedeltà e il loro sostegno reciproco diventano una sorgente di bene per tutta la comunità. Il sacramento come celebrazione di una vita ricevuta La fecondità più profonda del matrimonio sacramentale consiste proprio in questo. Non si tratta soltanto di celebrare un amore umano, per quanto bello e prezioso. Nel sacramento si celebra qualcosa di più grande. Gli sposi riconoscono che la loro vita è segnata dalla debolezza, una debolezza che richiama persino la croce di Cristo. Tuttavia affermano anche che proprio dentro questa fragilità ricevono continuamente vita dal Signore e reciprocamente l’uno dall’altra. Per questo esprimiamo una sincera gratitudine ad Alberto e Francesca per il dono reciproco della loro vita. Come san Paolo, li ringraziamo e assicuriamo loro la nostra preghiera, affinché il loro cuore sia sempre più illuminato e possano riconoscere ogni giorno che questa è la strada buona sulla quale il Signore li conduce.
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Ravviviamo sempre il dono di Dio - Omelia mercoledì IX settimana TO
Oggi iniziamo la lettura della seconda lettera a Timoteo e ci soffermiamo sul profondo legame tra Paolo e il suo fedele collaboratore. Dalle parole dell'apostolo emerge un affetto sincero e paterno, ma soprattutto risalta un invito fondamentale: «ravvivare il dono di Dio». Timoteo ha ricevuto un grande dono attraverso l'imposizione delle mani di Paolo e della comunità. Tuttavia, ricevere un dono non basta. Il dono deve essere custodito, alimentato e continuamente ravvivato. Paolo ci ricorda che anche noi abbiamo ricevuto qualcosa di prezioso da Dio e che siamo chiamati a non lasciarlo spegnere. Una vocazione santa che nasce dalla grazia Paolo ricorda a Timoteo che Cristo ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Questa chiamata non dipende dalle nostre opere, dai nostri meriti o dalle nostre capacità. Non nasce dal fatto che siamo stati particolarmente bravi o che abbiamo ottenuto risultati importanti nella vita. Comprendiamo allora che la nostra vocazione affonda le sue radici in un progetto molto più grande di noi. È il progetto della grazia di Dio, una grazia che non appartiene soltanto alla nostra storia personale, ma che è stata pensata fin dall'eternità. Siamo inseriti in un disegno divino che ci precede e ci supera, un progetto che non si fonda sulle nostre forze ma sull'amore gratuito di Dio. Il grande progetto di Dio: la vittoria della vita sulla morte Ci chiediamo quale sia questo progetto eterno. Paolo ci risponde chiaramente: esso si è manifestato in Cristo Gesù, nel quale Dio ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita. La risurrezione di Cristo non è soltanto un evento del passato, ma la manifestazione di un disegno che esiste da sempre nel cuore di Dio. Tutti coloro che diventano discepoli di Gesù vengono coinvolti in questa opera di salvezza e sono chiamati a partecipare alla manifestazione della vita. Per questo siamo invitati a domandarci come stiamo vivendo la nostra esistenza. Ravviviamo davvero il dono ricevuto? Facciamo risplendere la vita oppure ci lasciamo dominare dalla rassegnazione? Quando ci chiudiamo in noi stessi, quando ci lasciamo schiacciare dalla tristezza o dall'idea che ormai non ci sia più nulla da fare, rischiamo di oscurare quel dono che Dio ha acceso dentro di noi. Testimoniare la vita anche nelle situazioni più difficili Comprendiamo che la vera sfida consiste nel manifestare la vita proprio là dove sembra prevalere la morte. Paolo stesso scrive dalla prigione. È un uomo che vive una situazione di sofferenza e di apparente sconfitta, eppure invita Timoteo a non vergognarsi del Vangelo e a non vergognarsi di lui. La testimonianza cristiana non consiste nel mostrare una vita perfetta o priva di difficoltà. Al contrario, consiste nel far brillare la speranza di Cristo proprio dentro le prove, le fragilità e le sofferenze. È nelle situazioni in cui sperimentiamo qualcosa della morte — il dolore, la malattia, la solitudine, il fallimento — che siamo chiamati a rendere visibile la forza della vita nuova donata da Dio. Per questo motivo, proprio coloro che vivono momenti difficili possono diventare testimoni straordinari della vittoria di Cristo. La loro fedeltà e la loro speranza parlano con una forza particolare. Il Dio dei vivi Il Vangelo ci presenta la vicenda della donna che aveva avuto sette mariti senza avere figli. È una storia segnata dalla sterilità e dalla morte, una vicenda che sembra non aver prodotto alcun frutto. Gesù però invita ad andare oltre le apparenze. Chi interpreta quella storia soltanto come una serie di fallimenti non ha compreso il cuore del messaggio di Dio. Il Signore infatti è il Dio dei vivi, non dei morti. Anche quando sperimentiamo situazioni di chiusura, sterilità o solitudine, siamo chiamati a credere che Dio continua a operare. La sua azione non si ferma davanti ai limiti umani. In Cristo, la vita ha già vinto la morte e questa vittoria continua a manifestarsi nella storia. Una speranza che non delude Paolo conclude con una grande professione di fiducia. Egli è convinto che Dio è capace di custodire il dono ricevuto fino al giorno definitivo dell'incontro con Lui. Questa certezza ci sostiene nel cammino. Sappiamo che la possibilità di manifestare la vita dentro le situazioni di morte non ci verrà mai tolta. Per questo celebriamo l'Eucaristia e ascoltiamo la Parola: per ravvivare continuamente il dono ricevuto, alimentare la speranza e mantenere lo sguardo rivolto in avanti. Siamo chiamati a non fermarci nella rassegnazione. Come Timoteo, anche noi riceviamo la missione di custodire e far crescere il dono di Dio, lasciandoci guidare dalla speranza che nasce dalla risurrezione di Cristo. L'esempio dei martiri dell'Uganda Infine ricordiamo l'esempio dei martiri ugandesi, un piccolo gruppo di cristiani che hanno donato la loro vita per il Vangelo. A prima vista si potrebbe pensare che siano stati dimenticati dalla storia, ma non è così. Il loro sacrificio ha portato frutti abbondanti nella Chiesa africana e continua ancora oggi a essere una testimonianza luminosa di fede. La loro vita dimostra che il dono di Dio, quando viene custodito e vissuto con coraggio, produce frutti che vanno ben oltre ciò che possiamo immaginare. Affidandoci alla loro intercessione, chiediamo anche noi la grazia di testimoniare senza paura e senza vergogna la risurrezione di Cristo, ravvivando ogni giorno il dono che abbiamo ricevuto e facendo risplendere la vita che ha vinto per sempre la morte.
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Insieme viviamo la vita trinitaria - Omelia SS Trinità Anno A Vercurago
Vivere insieme in questi giorni, è un regalo che ci aiuta a celebrare la Domenica della Trinità. Sentiamo che non potrebbe esserci occasione più adatta per contemplare il mistero di Dio, perché proprio nel nostro stare insieme, pur non conoscendoci tutti profondamente, facciamo esperienza di qualcosa di prezioso. Vivendo questi giorni nei luoghi Manzoniani, nei dintorni di Lecco, e ascoltando le testimonianze di tante persone che raccontano la loro vita cristiana, percepiamo quanto sia importante non essere soli. La nostra esperienza concreta ci fa comprendere il valore della comunione, dell'incontro e della condivisione. In questi giorni sperimentiamo che la fede non è qualcosa da vivere isolatamente, ma insieme agli altri. Le relazioni come luogo della presenza di Dio La seconda lettura ci colpisce particolarmente perché non parte direttamente da Dio, ma dalle relazioni tra noi. Paolo ci invita a "essere gioiosi, a tendere alla perfezione, a rafforzarci e incoraggiarci reciprocamente, ad avere gli stessi sentimenti e a vivere in pace". Comprendiamo che tutto questo non può essere vissuto da soli. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui condividere la gioia, qualcuno che ci sostenga e ci incoraggi, qualcuno con cui costruire una comunione di sentimenti e di intenti. Certamente la famiglia è il luogo privilegiato di questa esperienza, ma non è l'unico. Lo stare insieme ci permette di gustare la gioia, la forza, il coraggio e una profonda unità spirituale. È proprio ciò che stiamo vivendo in questi giorni e che riconosciamo come un dono straordinario. Il Dio dell'amore e della pace è con noi Paolo aggiunge una promessa meravigliosa: se viviamo così, "il Dio dell'amore e della pace sarà con noi". Comprendiamo allora che la presenza di Dio non è qualcosa di astratto o lontano. Non è un Dio confinato nel passato o nascosto tra le nuvole. È un Dio che oggi è con noi e che si rende presente proprio attraverso il nostro stare insieme. L'esperienza intensa di questi giorni ci richiama a una verità che vale sempre: nella comunità, nella parrocchia, sul lavoro, tra vicini di casa e in ogni relazione autentica possiamo sperimentare concretamente che il Dio dell'amore e della pace cammina accanto a noi. Il valore del saluto e dell'incontro Paolo invita poi a salutarci con il bacio santo. Questo gesto semplice e concreto era il segno della comunione tra i credenti. Ci rendiamo conto che abbracciarci, salutarci e accoglierci non sono gesti banali. Spesso facciamo persino fatica a compierli, eppure possiedono una forza enorme. Questo richiamo ci porta a pensare alla festa della Visitazione, che in origine potrebbe essere chiamata più propriamente la festa del saluto. Nel Vangelo, infatti, non si parla di visitazione ma di saluto. Elisabetta dice a Maria che, appena il suo saluto è giunto ai suoi orecchi, il bambino ha sussultato nel grembo. Comprendiamo così che il saluto rende percepibile la presenza dell'altro e, attraverso di essa, la presenza stessa di Dio. Il grembo di Elisabetta esulta perché, attraverso Maria, arriva il Signore. Un semplice saluto diventa quindi il segno concreto di un Dio che si fa vicino. Il desiderio di Mosè: che Dio cammini con noi Anche la prima lettura ci parla della vicinanza di Dio. Finalmente il Signore rivela il suo nome: Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e ricco di amore. Mosè non si limita ad ammirare questa rivelazione. Dopo aver ascoltato il nome di Dio, si prostra immediatamente e chiede una cosa fondamentale: che il Signore cammini in mezzo al suo popolo. Non gli basta sapere che Dio è misericordioso. Desidera che continui a stare con loro, nonostante il peccato del vitello d'oro, nonostante la loro infedeltà e ostinazione. Mosè riconosce che il popolo è di dura cervice, cocciuto, ma proprio per questo implora il Signore di non abbandonarlo. Anche noi sentiamo che questa è la nostra preghiera: sapere che Dio è amore è meraviglioso, ma ancora più importante è sapere che continua a camminare con noi. La Trinità come comunione perfetta Il mistero della Trinità si rivela allora come una realtà profondamente relazionale. Crediamo in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone unite nell'amore. Gesù continuamente parla del Padre, afferma che le sue parole vengono dal Padre e che le sue opere sono le opere del Padre. Tutto nel Vangelo manifesta una relazione profonda, fatta di ascolto, comunione e reciproco dono. Lo Spirito Santo, che forse ci appare la Persona più difficile da comprendere, è proprio l'amore che unisce il Padre e il Figlio. La Trinità ci mostra che l'essenza stessa di Dio è lo stare insieme nell'amore. Per questo è così bello avere un Dio che è comunione, relazione, gioia condivisa e reciproca visita. Un Dio che desidera stare con noi Gesù ricorda a Nicodemo che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito. Dio aveva il suo unico Figlio e lo ha donato a noi perché desiderava profondamente stare con l'umanità. Il Figlio si è fatto carne sapendo ciò che avrebbe dovuto affrontare, ma lo ha fatto affinché noi potessimo credere e riconoscere in lui il Figlio di Dio. Gesù non è venuto per condannare, escludere o perdere qualcuno. È venuto perché tutti siano salvati. Questa è la verità fondamentale del nostro Dio: un Dio che vuole stare con noi e che cerca continuamente la nostra salvezza. Vivere in modo trinitario Facciamo esperienza di questo mistero soprattutto quando viviamo autenticamente insieme. Stando insieme viviamo in modo trinitario. Ci accorgiamo di quanto ne abbiamo bisogno in una società sempre più segnata dalla solitudine, dall'individualismo e dalla ricerca dell'autonomia assoluta. Siamo spesso tentati di chiuderci nei nostri spazi personali e di fare ciascuno la propria strada. La Trinità ci insegna invece il valore del "noi". Non vogliamo semplicemente dire: io vado da una parte e tu da un'altra. Vogliamo stare insieme, perché proprio lì incontriamo il Signore e sperimentiamo concretamente la gioia di cui parla Paolo. La Trinità, sorgente della nostra salvezza Per questo rendiamo grazie al Signore. Comprendiamo che il mistero della Trinità non è una dottrina astratta, ma una delle realtà più preziose della nostra fede. Ogni segno di croce, ogni Gloria al Padre, ogni preghiera liturgica e ogni celebrazione eucaristica ci richiamano continuamente questa verità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la nostra salvezza. La Trinità ci ricorda incessantemente che Dio è comunione d'amore e che siamo chiamati a vivere nella stessa comunione, affinché il Dio dell'amore e della pace possa essere realmente con noi e in mezzo a noi.
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Sotto il Monte: Giovanni era un profeta! Omelia sabato VIII settimana TO
Partiamo dal Vangelo e dalla figura di Giovanni XXIII, che stiamo ricordando nei luoghi delle sue origini. Ascoltando le parole del Vangelo, veniamo colpiti dall'affermazione secondo cui tutti ritenevano che Giovanni Battista fosse veramente un profeta. Questa espressione ci porta spontaneamente a pensare anche a Giovanni XXIII: un uomo che molti hanno riconosciuto come autentico profeta del suo tempo. Durante il pellegrinaggio ripercorriamo la sua storia quasi a ritroso: partiamo dal suo ministero come papa, visitiamo i luoghi legati alla sua memoria e infine arriviamo alla sua casa natale. Qui scopriamo la semplicità delle sue origini: una famiglia povera, composta da mezzadri che lavoravano per altri, una famiglia normale di paese. Eppure da questa semplicità è nato un uomo dotato di una straordinaria autorevolezza spirituale. La durezza del cuore che impedisce la conversione Il Vangelo ci mette davanti al comportamento degli scribi e dei farisei. Essi sapevano che Giovanni Battista era un uomo mandato da Dio, ne riconoscevano l'autorevolezza, ma non si lasciavano convertire dalla sua parola. Rimanevano chiusi nei loro ragionamenti, intenti a trovare giustificazioni e sotterfugi, senza accogliere realmente il messaggio ricevuto. Questa durezza di cuore diventa un ostacolo anche all'incontro con Gesù. Per questo il Signore risponde alle loro domande con un'altra domanda, quasi a volerli ricondurre alla loro storia personale e alla loro risposta concreta agli appelli di Dio. Il problema non è riconoscere teoricamente un profeta, ma lasciarsi cambiare dalla sua parola. Anche noi siamo invitati a interrogarci: abbiamo davvero accolto gli appelli che il Signore ci ha rivolto nella vita? Ci siamo lasciati convertire? Senza questo passo interiore rischiamo di fare fatica ad accogliere pienamente Gesù come Signore e Messia. Ascoltare i profeti che Dio dona alla Chiesa La figura di Giovanni XXIII ci interpella profondamente. Attraverso di lui la Chiesa ha vissuto un tempo straordinario di rinnovamento, specialmente con il Concilio Vaticano II e con il suo impegno per il dialogo tra i popoli e le nazioni. La Chiesa ha saputo ascoltare questo profeta che Dio le aveva donato. Di fronte a questa testimonianza ci domandiamo come possiamo compiere anche noi un passo di umiltà, di piccolezza e di conversione. Siamo chiamati a riconoscere l'azione di Dio nelle persone che Egli pone sul nostro cammino e a lasciarci guidare dalle loro parole e dal loro esempio. Costruire la propria vita sulla santissima fede La prima lettura, tratta dalla Lettera di Giuda, ci offre un'indicazione molto concreta. Veniamo invitati a ricordare le parole degli apostoli e soprattutto a costruire noi stessi sulla nostra santissima fede. La vita cristiana appare come una costruzione continua. Non è qualcosa di statico o già acquisito, ma un cammino di crescita che richiede la collaborazione personale di ciascuno. Siamo chiamati a crescere nella fede, nel discepolato e nell'apertura del cuore. Ci chiediamo allora quali passi stiamo compiendo concretamente. Dopo aver vissuto il tempo della Pasqua, della Pentecoste e mentre ci prepariamo alla celebrazione della Santissima Trinità, siamo invitati a verificare il nostro cammino spirituale. La fede deve diventare sempre più solida e matura attraverso una crescita costante. Papa Giovanni, uomo che costruiva Guardando alla vita di Giovanni XXIII, vediamo un uomo che ha saputo costruire. Ha edificato la sua esistenza sulla fede ricevuta dai suoi genitori, dalla sua gente e dalle tante persone incontrate lungo il suo cammino. La sua esperienza in Bulgaria gli ha permesso di avvicinarsi al mondo ortodosso; in Turchia e a Parigi ha affrontato situazioni difficili e complesse; a Venezia ha vissuto una stagione particolarmente feconda. In quel periodo scrisse anche una significativa lettera pastorale sulla Parola di Dio, ricordata come un contributo di grande luce e profondità. In tutte queste tappe emerge la figura di un uomo che non si è lasciato scoraggiare dagli ostacoli. Grazie al contributo di molte persone e con una grande forza interiore, ha continuato a edificare e a promuovere il bene. Costruire nell'amore di Dio e nella misericordia Anche noi siamo chiamati a costruire. Questa missione riguarda la nostra famiglia, le relazioni quotidiane, la comunità e tutti coloro che ci sono vicini. Siamo invitati a costruire legami autentici tra di noi e a rafforzare il nostro rapporto con il Signore. La Lettera di Giuda ci ricorda che questa costruzione avviene nell'amore di Dio. Non si tratta di dimostrare forza o capacità personali, ma di vivere una vera esperienza di amore. È nell'amore di Dio che troviamo la forza per crescere e per perseverare. La misericordia diventa allora il clima nel quale edificare la nostra vita. Essa ci permette di accoglierci reciprocamente, di sostenerci a vicenda e di camminare insieme nella fede, nella speranza e nella carità. Siamo chiamati a essere misericordiosi verso chi è indeciso, ad avere compassione degli altri e ad aiutarci reciprocamente nel cammino della salvezza. La preghiera come sorgente di pace Un tratto particolarmente significativo della vita di Giovanni XXIII è la sua profonda vita di preghiera. Viene ricordato come un uomo di grande umiltà e di grande forza spirituale. Colpisce il racconto delle lunghe ore trascorse in ginocchio davanti al Signore. Da questa intensa relazione con Dio nasceva la sua capacità di costruire la pace. La pace che ha promosso nella Chiesa e nel mondo non era il frutto di una strategia umana, ma della sua comunione con Cristo crocifisso. Anche noi siamo chiamati a seguire questa strada. Attraverso la preghiera possiamo imparare a costruire pace nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità e nel nostro cuore. Un cammino da percorrere insieme La testimonianza di Giovanni XXIII ci invita a non rimanere spettatori, ma a lasciarci coinvolgere in un autentico cammino di conversione. Come gli scribi e i farisei siamo chiamati a scegliere se rimanere chiusi nelle nostre sicurezze oppure lasciarci trasformare dalla parola di Dio. Costruire la nostra vita sulla fede, conservandoci nell'amore di Dio e vivendo la misericordia, è il compito affidato a ciascuno di noi. È una strada impegnativa, ma anche bella e possibile, perché la percorriamo insieme come comunità cristiana e possiamo contare sull'esempio e sull'intercessione di Giovanni XXIII, autentico profeta e costruttore di pace.
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Mario Rampioni e Bartimeo - Omelia al funerale
Ascoltando le letture proposte dal lezionario ordinario, ci lasciamo sorprendere dalla Parola di Dio e vi condivido due pensieri che nascono spontaneamente da queste letture, senza averle scelte appositamente per il funerale, proprio per mantenere anche questo clima di festa e di gratitudine. La prima lettura, tratta dalla lettera di Pietro, ci colpisce profondamente perché si apre con un’immagine molto forte: veniamo descritti come bambini appena nati, come neonati che desiderano avidamente il latte genuino spirituale. Pietro insiste proprio su questo essere all’inizio, sull’avere ancora fame e sete di qualcosa che possa nutrire davvero la vita. Questo latte spirituale non è qualcosa di astratto, ma un nutrimento poi 3, concreto, pieno di senso. È il latte della Parola, un latte “logico”, capace di illuminare, spiegare, sostenere e nutrire. È genuino, senza inganno, puro. Grazie a questo nutrimento possiamo crescere verso la salvezza. Riconosciamo in Mario proprio questo desiderio di crescita continua. Era una persona che cercava di capire, che poneva domande, che aveva sete di verità. Anche nei ricordi della giovinezza emerge questa sua caratteristica: mentre gli altri vivevano entusiasmi un po’ ingenui, lui cercava sempre di riportare tutto a una riflessione più seria e razionale. In lui c’era questa fame autentica di comprendere. Come i neonati desiderano istintivamente il latte, così anche noi siamo chiamati a desiderare ciò che ci conduce alla salvezza. Non una crescita per il potere o per l’affermazione personale, ma una crescita che ci porta dalla tenebra alla luce. Pietro ci ricorda che ci avviciniamo a Cristo, pietra viva, e che anche noi diventiamo pietre vive di una costruzione più grande, quella della Chiesa. La fede appare allora come una fame profonda che nessun altro nutrimento riesce a saziare davvero. Tutto nasce dall’aver gustato la bontà del Signore. Non si tratta di uno sforzo volontaristico o di un progetto costruito da noi, ma della risposta a un incontro. Quando scopriamo che il Signore è buono, nasce il desiderio di nutrirci sempre di più di Lui. Vediamo che questa ricerca, fondata sulla bontà di Dio, era molto presente nella vita di Mario. Una condotta esemplare che rende gloria a Dio La lettera di Pietro continua invitandoci a vivere come stranieri e pellegrini nel mondo, mantenendo una condotta esemplare tra gli uomini, affinché vedendo le nostre opere buone tutti possano dare gloria a Dio. Sentiamo che proprio questo stiamo facendo nel ricordare Mario. Rendiamo gloria a Dio per le tante opere buone che ha compiuto incessantemente nella sua vita. Lo vediamo nella bellezza della sua famiglia, nel suo lavoro, ma anche negli ultimi anni segnati dalla malattia, dalla vecchiaia e da una vita più ritirata. La sua è stata una presenza discreta ma fedele, una testimonianza concreta e silenziosa. Una condotta esemplare che continua a parlare anche oggi. Bartimeo e il desiderio ostinato di incontrare Gesù Anche il Vangelo del cieco Bartimeo richiama immediatamente la figura di Mario. Bartimeo è seduto ai margini della strada, cieco e mendicante. Non è tra i protagonisti, ma vive in una situazione di bisogno e di attesa. Anche Mario ci appare così: una presenza discreta, seduta in fondo tra i banchi della chiesa, sempre presente ma senza mettersi al centro. E come Bartimeo, anche lui continua a cercare. Quando Bartimeo sente che Gesù sta passando, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. È un grido insistente, ostinato. Gli altri cercano di farlo tacere, ma lui continua ancora più forte. Riconosciamo anche qui qualcosa di Mario: quella sua determinazione cocciuta, quella perseveranza nel cercare il Signore senza lasciarsi fermare dagli ostacoli. “Coraggio, alzati, ti chiama” A un certo punto Gesù si ferma e lo chiama. La folla allora dice a Bartimeo: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Questa parola diventa una chiave per leggere anche gli ultimi istanti della vita di Mario. Rimane certamente il mistero di ciò che è accaduto, ma il Vangelo ci invita a interpretare la morte come una chiamata, come il momento dell’incontro definitivo con il Signore. Immaginiamo allora che anche per Mario sia risuonata questa voce: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Dopo aver cercato tanto, dopo essere rimasto seduto ad attendere e mendicare, finalmente può alzarsi. È quasi una resurrezione. Gesù poi domanda a Bartimeo: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. È una domanda piena di delicatezza e di amore. Bartimeo risponde: “Rabbunì, che io veda di nuovo”. Anche noi sentiamo che questo è il desiderio più profondo dell’uomo: vedere davvero, vedere la luce, vedere il Signore. E Gesù gli dice: “La tua fede ti ha salvato”. Riconosciamo che proprio la fede ha accompagnato Mario fino a questo incontro definitivo. Verso il paradiso insieme al Signore Il Vangelo si conclude dicendo che Bartimeo, riacquistata la vista, seguiva Gesù lungo la strada. Questa immagine diventa per noi la rappresentazione della pace e della salvezza che Mario ora vive. È come se Gesù stesso fosse venuto a prenderlo per portarlo con sé. Con affetto e semplicità immaginiamo quasi che il Signore gli abbia detto che adesso è tempo di lasciare la sua casa terrena per entrare in un paradiso ancora più bello. La casa e la famiglia di Mario sono già state un piccolo paradiso per molti, un luogo di accoglienza e di amore. Ma ora il paradiso che lo attende è ancora più pieno e luminoso. Ringraziamo allora il Signore per la consolazione che ci dona attraverso la sua Parola. Anche se la nostra fede è fragile, immaginiamo Mario nella comunione dei santi, vicino al Signore, capace ora di pregare per tutti noi. Lo associamo così a Bartimeo, il cieco di Gerico che desiderava vedere, e ai fedeli di Pietro chiamati a crescere continuamente nella fede. Anche noi, guardando alla vita di Mario, impariamo a desiderare sempre di più l’incontro con il Signore.
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Bramate ardentemente il latte spirituale - Omelia giovedì VIII settimana TO
Nel percorso della Prima Lettera di Pietro ci soffermiamo su un versetto che 21 colpisce profondamente: «Se avete gustato com’è buono il Signore». Pietro parte da un’esperienza concreta, da qualcosa che abbiamo vissuto davvero. Ci invita a guardare dentro il nostro cuore e a ricordare quando abbiamo sperimentato la bontà del Signore, quando ci siamo sentiti avvicinati, aiutati, sostenuti da lui. A volte possiamo pensare che Dio sia lontano, chiuso nel cielo, disinteressato alla nostra vita. E invece Pietro ci ricorda che abbiamo fatto esperienza del contrario: abbiamo gustato la sua bontà. È proprio questo incontro che fa nascere in noi un desiderio nuovo. Come bambini appena nati desiderio riamo il nutrimento vero Pietro usa un’immagine fortissima: siamo come bambini appena nati, anzi letteralmente come neonati appena nati. Siamo all’inizio di una vita nuova e, proprio come un neonato desidera il latte della madre, così anche noi desideriamo ardentemente il genuino latte spirituale. Questo latte, nella lingua originale, è chiamato un latte “logico”, legato al Logos, alla Parola. È un nutrimento che dà senso, ragione, significato e pienezza alla vita. È un latte genuino, senza inganno, che non ci illude e non ci avvelena dopo averci attratti. È qualcosa che ci nutre davvero e ci fa crescere verso la salvezza. Ci rendiamo conto allora che basta avere gustato anche solo un poco della bontà del Signore perché in noi nasca questo desiderio. Pietro insiste: desiderate ardentemente. E ci domandiamo se il nostro cuore desidera ancora davvero oppure se siamo diventati pallidi, abitudinari, stanchi anche della fede. Possiamo venire all’Eucaristia per abitudine, pensando che sia sempre la stessa cosa. E invece il cuore che ha gustato il Signore desidera tornare ancora a quel nutrimento, perché sa che lì trova ciò che lo fa crescere verso la salvezza. Per questo veniamo all’Eucaristia: perché abbiamo gustato la bontà del Signore e desideriamo ritrovarla ancora. Una nuova identità come pietre vive Pietro continua descrivendo tutta una crescita spirituale. Ci invita ad avvicinarci a Cristo, pietra viva, per diventare anche noi pietre vive. In lui diventiamo parte di un edificio santo e siamo chiamati a offrire il nostro sacrificio spirituale. La nostra identità cambia completamente. Eravamo “non popolo” e ora siamo diventati popolo di Dio. Un tempo eravamo esclusi dalla misericordia, ora invece abbiamo ottenuto misericordia. Tutto questo nasce dall’incontro con il Signore che abbiamo gustato e che continuiamo a desiderare. L’Eucaristia è proprio questo ritorno continuo a quella sorgente di misericordia che ci ha cambiato la vita e ci ha dato un’appartenenza nuova. Il grido di Bartimeo Questo stesso desiderio attraversa anche il cuore di Bartimeo. Lui è un uomo senza possibilità: cieco, mendicante, seduto lungo la strada mentre Gesù sta già uscendo da Gerico. Sembra che abbia perso l’occasione della sua vita. Gli altri cercano di farlo tacere, lo sgridano, ma lui continua a gridare ancora più forte. Ha bisogno di Gesù e lo invoca chiamandolo per nome: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Questa diventa l’immagine stessa della preghiera: il grido di chi desidera la misericordia e l’incontro con il Signore. Bartimeo non ha nulla da offrire. Non ha meriti, non ha ricchezze, non ha potere. È un mendicante, l’ultimo tra gli ultimi. Eppure continua a gridare con forza, perché sa di avere bisogno di Gesù. “Che cosa vuoi che io faccia per te?” Alla fine Gesù si ferma e dice: «Chiamatelo». Ed è bellissimo sentire quelle parole: «Coraggio, ti chiama». Gesù gli rivolge una domanda sorprendente: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Anche noi ci sentiamo raggiunti da questa domanda. Che cosa desideriamo davvero? Che cosa ci sta più a cuore oggi, questa sera, nella situazione concreta che stiamo vivendo? Dopo le fatiche e le giornate che portiamo dentro, che cosa vogliamo chiedere al Signore? Bartimeo non cerca potere o privilegi, come avevano fatto i discepoli nei giorni precedenti. Chiede semplicemente: «Che io veda di nuovo». Gesù allora gli dice: «La tua fede ti ha salvato». È la fede di chi desidera veramente, di chi grida con tutto il cuore, di chi sa di avere bisogno della misericordia di Dio. Seguire Gesù lungo la strada Bartimeo recupera subito la vista e si mette a seguire Gesù lungo la strada. Diventa un nuovo discepolo. Non è stato soltanto un incontro occasionale destinato a finire. Adesso il suo cammino continua insieme a Gesù, verso Gerusalemme. Di Bartimeo poi non sappiamo più nulla, ma in fondo ci siamo noi dentro la sua storia. Anche noi siamo quel mendicante che grida il proprio bisogno e desidera incontrare il Signore. Per questo, nella preghiera e nell’Eucaristia, facciamo nostro il suo grido. Davanti all’altare diciamo al Signore ciò di cui abbiamo bisogno davvero e apriamo il nostro cuore alla sua grazia.
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Liberati dalla vuota condotta - Omelia mercoledì VIII tempo ordinario
Ci soffermiamo sulla prima lettera di Pietro, in queste letture troppo ricche e belle. Colpisce soprattutto un’espressione: “la vostra vuota condotta”. Pietro ricorda che non siamo stati liberati con cose effimere come l’oro e l’argento, ma da qualcosa di molto più profondo. Questa immagine del vuoto ci tocca da vicino. Anche noi, infatti, possiamo sentire che le nostre giornate o la nostra vita siano vuote. Pietro parla di una condotta vuota legata all’infedeltà e ai comportamenti ereditati dal passato, ma riconosciamo che questo vuoto riguarda tutti noi. Lo sperimentiamo quando ci sentiamo inutili, troppo occupati da mille cose che però non sono davvero importanti, oppure quando ci sembra di non incidere nella vita degli altri. Pietro ci ricorda però che il Signore ci salva proprio da questo vuoto. Non ci salva con ricchezze o cose materiali, ma “a prezzo del suo sangue”. Cristo, agnello senza difetti, dona la sua vita per noi. È impressionante pensare che Gesù si svuoti di sé stesso per riempire noi di vita. Con il suo amore ci mostra che la vera pienezza nasce dal dono di sé. L’amore che riempie la vita Dopo aver parlato della salvezza ricevuta in Cristo, Pietro ci invita ad amarci sinceramente e intensamente, di vero cuore. Comprendiamo così che una delle realtà che può davvero riempire la nostra vita è l’amore. Una vita senza amore diventa inevitabilmente povera. L’amore si manifesta in tanti modi diversi: nell’affetto verso i figli, i nipoti, il marito o la moglie, ma anche nei piccoli servizi quotidiani verso gli altri. Anche chi vive più solo può allargare il proprio cuore e trasformare la vita in dono attraverso gesti semplici e concreti. Gesù ci libera mostrandoci fino a che punto si può amare: fino a dare la vita. Lui dona sé stesso non soltanto per i suoi amici, ma per tutti, anche per i peccatori. Questo è lo stile dell’amore cristiano: un amore intenso, concreto, fatto di dedizione e di cuore. I nostri piccoli gesti, quando sono vissuti con amore sincero, diventano segni di una gioia piena che desideriamo condividere. L’amore autentico non opprime, ma serve; non domina, ma protegge; non schiaccia, ma consola. Rigenerati dalla Parola di Dio Pietro ci parla anche di un’altra realtà capace di liberarci dalla vuota condotta: la Parola di Dio. Noi siamo stati rigenerati non da un seme corruttibile, destinato a marcire, ma da un seme incorruttibile, eterno, che è proprio la Parola del Signore. Tutto passa: l’erba inaridisce, i fiori appassiscono e cadono. La Parola di Dio invece rimane per sempre. Questa parola è diversa da tutte le altre parole che ascoltiamo ogni giorno, perché ha la forza di rigenerarci, di restituirci significato, luce e vita. Il Vangelo che abbiamo ascoltato e che ci viene annunciato continuamente ci riporta sempre all’amore della Pasqua, all’amore generante che abbiamo visto in Gesù. La Parola di Dio ci rinnova continuamente e ci fa uscire dal vuoto. Non il potere, ma il servizio Alla luce di questo comprendiamo meglio anche il Vangelo, quando i discepoli chiedono di stare alla destra e alla sinistra di Gesù. Quella richiesta perde significato, perché nel Regno di Dio non conta il potere ma il servizio. Gesù domanda ai suoi discepoli se sono disposti a bere il suo calice e a condividere il suo battesimo. In altre parole chiede loro se vogliono donare anche loro la vita. Colpisce la risposta dei discepoli: “Vogliamo”. Anche noi desideriamo poter dire la stessa cosa. Gesù allora insegna che non bisogna cercare di essere i primi, ma gli ultimi, mettendosi al servizio degli altri. È questa la strada che riempie davvero le nostre giornate e le nostre relazioni. Riempirsi a vicenda attraverso il dono Scopriamo che la nostra vita si riempie proprio quando l’amore viene speso e donato. Nel momento stesso in cui lo offriamo agli altri, lo riceviamo anche noi. L’amore crea uno scambio reciproco, un riempirsi a vicenda. Sono soprattutto i più piccoli e le persone semplici a insegnarci questa strada con maggiore efficacia. Attraverso di loro impariamo il valore del servizio, della vicinanza e della condivisione. Per questo ringraziamo l’apostolo Pietro, che continua ad accompagnarci con le sue parole, e ringraziamo il Signore, che ci rinnova continuamente attraverso il suo amore e la sua famiglia.
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La santità è cammino per tutti - Omelia martedì VIII tempo ordinario casa Lercaro
“Sarete santi perché io sono santo”. Questa affermazione di Pietro ci sembra quasi provocatoria e ci chiediamo subito che cosa significhi davvero essere santi per noi, per voi di questa casa di riposo Lercaro! Pensiamo forse ai grandi santi della storia, a persone straordinarie come san Francesco o san Filippo Neri, uomini che hanno lasciato un segno profondo nella Chiesa. Ma comprendiamo che la santità non è qualcosa riservato a pochi eletti. È invece un cammino aperto a tutti noi. Essere santi significa anzitutto seguire il Signore, diventare suoi discepoli appassionati. Non vuol dire avere sempre risposte perfette o vivere una vita eccezionale agli occhi del mondo, ma imparare ad avere il cuore rivolto a Lui, cercando di essere buoni, puri di cuore e fedeli nel nostro quotidiano. Lasciare tutto per seguire il Signore Nel Vangelo ascoltiamo Pietro che dice a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Comprendiamo allora che la santità passa anche attraverso questo lasciare tutto per il Signore. Pietro aveva lasciato il suo lavoro di pescatore e forse persino la sua famiglia. Anche noi, in modi diversi, facciamo esperienza di distacchi e rinunce. Non sempre sono scelti liberamente; spesso sono situazioni che la vita ci mette davanti. Possiamo sentirci privati di relazioni, di autonomie, di successi o di possibilità che prima avevamo. Ci chiediamo allora che cosa possiamo ancora fare, magari stando seduti su una sedia o costretti in un letto. Ma proprio qui il Signore ci ricorda che ciò che conta davvero è la nostra relazione con Lui. La santità consiste nel continuare a cercarlo, sempre, in ogni situazione della vita. La forza della piccolezza e della povertà Scopriamo che, paradossalmente, più diventiamo piccoli e poveri di mezzi, più il nostro legame con il Signore può diventare prezioso. Pensiamo alle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. I poveri in spirito sono coloro che non hanno nulla su cui contare, né ricchezze né particolari capacità, ma proprio per questo si affidano completamente a Dio. Riconosciamo che tutti noi viviamo momenti di fragilità e di povertà interiore. Proprio lì possiamo riscoprire ciò che davvero rimane nella nostra giornata: il Signore. Possiamo ancora pregarlo, ringraziarlo, affidargli le persone che amiamo. Comprendiamo allora che anche i gesti più piccoli hanno un valore immenso: un sorriso, l’ascolto di chi ci è vicino, una preghiera per qualcuno, il pensiero rivolto ai propri familiari o ai propri cari che sono già in paradiso. Sono cose semplici, ma agli occhi di Dio diventano preziosissime. Il cento volte tanto promesso da Gesù Gesù ci assicura che nessuno lascia qualcosa per Lui e per il Vangelo senza ricevere già in questa vita “cento volte tanto”. Non sempre questo dono è visibile o tangibile. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per comprendere davvero questa promessa. La santità diventa così una sorta di consacrazione del cuore al Signore, un affidamento profondo e totale a Lui. E proprio grazie a questo amore scopriamo di ricevere molto di più di quanto pensiamo di aver perso. Le persone che ci stanno accanto, l’affetto ricevuto, la fraternità che nasce nella fede diventano segni concreti di questo dono. Anche se abbiamo lasciato qualcosa o qualcuno, il Signore ci fa scoprire una famiglia più grande, relazioni nuove e inattese, una comunione che allarga il cuore. La via della croce e la gloria dei figli di Dio Guardiamo infine a Gesù stesso. Lui non ha scelto il potere, i palazzi o le ricchezze. Ha dato la sua vita sulla croce. Anche san Pietro ci ricorda che nella vita restano sofferenze da attraversare e da accogliere. Eppure, insieme alla sofferenza, il Signore ci promette una gloria infinita: quella dei figli di Dio. Comprendiamo allora che siamo suoi, apparteniamo a Lui, e proprio per questo siamo chiamati santi. Nell’Eucaristia tutto questo si compie pienamente. Il sacrificio di Gesù si unisce alla nostra vita e la santifica. Lui ha consacrato se stesso per noi, per donarci la sua stessa santità e renderci partecipi del suo amore.
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La vita matrimoniale esprime i doni dello Spirito Santo - Omelia di Pentecoste 2026 anno A BVI ore 18 con anniversari
Viviamo questa celebrazione come un dono speciale, illuminato dalla festa di Pentecoste e dalla preghiera per le coppie che da tanti anni condividono la vita matrimoniale. Guardando le letture con questa intenzione nel cuore, sccopriamo come il mistero dello Spirito Santo si renda visibile in modo concreto proprio nella vita degli sposi, nel loro amarsi, sostenersi e camminare insieme nel tempo. Parlare la lingua dell’altro Nella lettura degli Atti degli Apostoli colpisce l’immagine dello Spirito che si posa sui discepoli sotto forma di lingue di fuoco. È un unico Spirito, ma si distribuisce in modo diverso su ciascuno. Ogni persona riceve il medesimo dono in maniera personale e unica. La folla radunata a Gerusalemme rimane stupita perché ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa. Gli apostoli annunciano le meraviglie di Dio in modo comprensibile al cuore di chi ascolta. È un’esperienza profonda: quando ci troviamo stranieri in un luogo lontano e sentiamo qualcuno parlare la nostra lingua, immediatamente ci sentiamo a casa, accolti, compresi. Così è anche nella vita matrimoniale. Gli sposi imparano lentamente a parlarsi davvero, a comprendere il linguaggio dell’altro, i suoi desideri, le sue ferite, i suoi bisogni e le sue attese. Pur essendo differenti, imparano negli anni a trovare una lingua comune, una comunicazione che sa raggiungere il cuore dell’altro. Non sempre è facile; a volte ci si fraintende, a volte sembra impossibile capirsi. Eppure il sacramento del matrimonio sostiene proprio questa capacità di incontrarsi. Le coppie che vivono da tanti anni insieme diventano allora per tutta la comunità un segno concreto della Pentecoste. Ci insegnano che sentirsi a casa accanto a qualcuno è possibile, che si può essere custoditi e accompagnati dentro una relazione che diventa familiare e accogliente anche nelle sue particolarità e fragilità. La forza autorevole della testimonianza Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito, acquistano una forza nuova e un’autorevolezza che tutti riconoscono. Le loro parole diventano credibili perché parlano delle meraviglie di Dio. Anche la vita matrimoniale possiede questa autorevolezza. Quando due persone si donano reciprocamente la vita per tanti anni, le loro parole acquistano peso, profondità e verità. La loro testimonianza diventa significativa per i figli, per i nipoti e per tutta la comunità. La Scrittura stessa usa continuamente l’immagine sponsale per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo. Per questo gli sposi diventano maestri anche per noi: osservando il loro modo di ascoltarsi e parlarsi, impariamo qualcosa dell’amore stesso di Dio. Diversi ma nutriti dallo stesso Spirito La seconda lettura, dalla Prima lettera ai Corinzi, ci ha fatto contemplare la bellezza della diversità. Paolo parla di carismi, servizi e attività differenti. Ognuno riceve qualcosa di unico, ma tutto proviene dal medesimo Spirito. Nessuno possiede un dono superiore agli altri. Ogni persona manifesta in modo particolare la presenza dello Spirito Santo e questa ricchezza è data per il bene comune. È bellissimo riconoscere che ciò che l’altro è rappresenta per noi un dono di Dio. Nella vita matrimoniale questo appare in modo chiarissimo. Gli sposi imparano a riconoscere e valorizzare i doni reciproci, sostenendosi nelle proprie capacità e fragilità. Ognuno diventa necessario all’altro proprio nella sua unicità. Paolo sottolinea inoltre che tutti, senza distinzione, sono dissetati dallo stesso Spirito. Pur essendo diversi, attingiamo tutti alla stessa sorgente. Questa immagine della sete richiama il desiderio profondo di amore, di comunione e di vita che abita ogni persona. Abbiamo allora compreso che ciascuno è prezioso e utile, anche chi sembra fragile o inutile agli occhi del mondo: gli anziani che non riescono più a fare ciò che facevano un tempo, chi ha bisogno di essere accompagnato, i bambini piccoli appena nati. Tutti portano una manifestazione dello Spirito e appartengono a questa rete di comunione. Le coppie sposate testimoniano in modo speciale proprio questa verità: nessuno vive per sé stesso e ogni vita diventa dono per gli altri. Gesù in mezzo ai suoi Nel Vangelo vediamo il modo con cui Gesù risorto incontra i suoi discepoli. Essi sono chiusi nel cenacolo per paura, ma Gesù entra e si pone in mezzo a loro, c’è! Questa presenza è fondamentale. Gesù non fugge, non abbandona, non si allontana. Rimane lì, presente. Anche nella vita matrimoniale la presenza reciproca è decisiva. A volte può essere faticosa o persino ingombrante, ma è proprio questa fedeltà concreta a rendere vero l’amore. Inoltre la prima parola che Gesù pronuncia è: “Pace a voi”. Il dono più grande del Risorto è la pace. Essere vicini significa poter offrire pace all’altro, diventare luogo di riposo e di riconciliazione. Le ferite dell’amore Poi Gesù mostra le mani e il fianco, le ferite del suo amore. Sono i segni concreti di ciò che è costato amare. Anche gli sposi portano ferite nate dall’amore donato, dalla fatica condivisa, dai sacrifici affrontati insieme. Eppure quelle ferite non parlano di morte, ma di vita. Diventano segni di un amore che ha resistito e continua a generare comunione. Amore che libera e perdona Gesù non trattiene i discepoli per sé, ma li invia: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Questo ci rivela un amore che non imprigiona, ma rende liberi. Anche nella vita matrimoniale l’amore autentico non possiede l’altro, non lo soffoca, ma lo incoraggia a esprimere pienamente la propria vita e la propria vocazione. Gli sposi sono chiamati a sostenersi reciprocamente perché ciascuno possa realizzare ciò che il Signore gli affida. Il perdono Infine Gesù dona il perdono. È il cuore della vita fraterna e di ogni relazione autentica. Perdonarsi è una delle esperienze più difficili, e proprio per questo è necessario lo Spirito Santo. Le coppie che hanno attraversato gli anni insieme testimoniano che il perdono è possibile e che diventa lo strumento attraverso cui la relazione si rinnova continuamente. Il perdono non è soltanto necessario nella vita familiare, ma è anche la strada della pace nelle comunità, nella società e persino tra i popoli. Gesù stesso, dalla croce, ha perdonato. E noi siamo chiamati a percorrere la stessa strada. Il grande dono della Pentecoste Alla luce di queste letture capiamo che il cuore della vita matrimoniale coincide profondamente con il cuore della vita cristiana. Lo Spirito Santo ci viene donato perché possiamo vivere nella comunione, nella pace, nella libertà e nel perdono. Per questo ringraziamo il Signore per il dono del suo Spirito, per la sua presenza in mezzo a noi, per la pace che ci offre, per le ferite d’amore che diventano segni di vita, per la libertà che sa donare e per la possibilità sempre nuova del perdono. Ringraziamo anche le coppie della comunità, perché attraverso la loro fedeltà e la loro testimonianza rendono visibile tutto questo. In questo giorno di Pentecoste esse diventano per tutti noi un segno concreto del dono di Dio e della sua presenza viva in mezzo al suo popolo.
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La nostra sete e il dono dello Spirito - Omelia Veglia di Pentecoste 2026 BVI
Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte. Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro. La falsa sete di Babele Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio. Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto. Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza. La sete di vita nella valle delle ossa aride La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero. Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare. Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita. Il gemito della creazione e la sete di speranza Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire. Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza. Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio. Gesù, sorgente d’acqua viva La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. È Lui la sorgente capace di dissetare davvero il nostro cuore. Gesù però promette qualcosa di ancora più sorprendente. Non soltanto riceviamo l’acqua viva dello Spirito, ma diventiamo noi stessi sorgenti. Dal nostro grembo possono sgorgare fiumi d’acqua viva. Comprendiamo allora che il dono dello Spirito non è mai qualcosa di privato o chiuso in noi stessi. Lo Spirito ci trasforma affinché possiamo dissetare anche gli altri attraverso la nostra testimonianza, il perdono, la vicinanza, l’amore condiviso e la capacità di portare speranza. Diventare dono per gli altri Siamo invitati ad aprire il cuore per riconoscere la nostra sete più vera e per accogliere l’acqua viva che il Signore ci dona. Lo Spirito Santo ci consola, ci rinnova e ci ridona vita, ma nello stesso tempo ci rende strumenti per gli altri. Il dono dello Spirito è sempre destinato ad allargarsi. Nessuno è escluso da questa acqua viva. Ricevendo lo Spirito diventiamo persone capaci di portare pace, fraternità, speranza e vita a chi incontriamo. Così la nostra stessa esistenza può trasformarsi in una sorgente zampillante che continua a diffondere il dono di Dio nel mondo.
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La speranza nella resurrezione del morti omelia di giovedì VII settimana di Pasqua
Al cuore della testimonianza Paolo, davanti al Sinedrio, non sta semplicemente usando una strategia astuta per creare divisione tra i suoi accusatori. La sua non è solo una mossa opportunistica: è una vera testimonianza, forte e coraggiosa, proprio come il Signore gli aveva chiesto di fare. Quando dichiara di essere giudicato “a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”, arriva al centro essenziale della fede. Mi colpisce il fatto che Paolo, in questo momento, non pronunci direttamente il nome di Gesù. Eppure tutto ciò che dice nasce proprio dalla vicenda di Cristo. Poco prima aveva raccontato la sua conversione e la sua chiamata davanti alla folla inferocita di Gerusalemme, ma il lezionario, con i suoi tagli, spesso ci fa perdere pagine meravigliose degli Atti degli Apostoli. Per questo sento importante leggere sempre la Scrittura nella sua interezza, Bibbia alla mano, lasciandomi accompagnare dalla Parola giorno dopo giorno, anche oltre i brani proposti dalla liturgia. Davanti al Sinedrio, però, Paolo va dritto all’essenziale: la speranza della risurrezione dei morti. Interrogarsi sulla propria speranza Questa parola interpella profondamente anche me. Qual è davvero il mio rapporto con la speranza della risurrezione? Esiste nel mio cuore? È viva? La speranza cristiana nasce da Cristo morto e risorto: Lui, morto sulla croce, è stato richiamato alla vita dal Padre, è stato assunto in cielo con il suo corpo e ora ci attende. Questo è il cammino verso cui siamo diretti. Non si tratta di un’idea astratta, ma di una grazia concreta che Dio dona e che deve essere continuamente alimentata. Capisco allora che la speranza della risurrezione non è qualcosa di automatico o superficiale. Deve essere custodita ogni giorno. È una realtà che nasce dentro di noi e trasforma il cuore. Certo, può anche creare divisione, come avvenne nel Sinedrio, ma è proprio questa parola che illumina la vita e dà senso al nostro cammino. Il coraggio della testimonianza Nella notte, il Signore stesso si avvicina a Paolo e gli dice di avere coraggio. Gli ricorda che ha testimoniato a Gerusalemme “le cose che mi riguardano”, cioè il mistero della risurrezione e la relazione viva tra Cristo e il suo discepolo. E gli annuncia che dovrà testimoniare anche a Roma. Questo incoraggiamento rivela quanto fosse pesante la prova che Paolo stava attraversando. Le difficoltà non erano leggere, eppure dentro di lui ardeva un fuoco che non poteva essere spento: il desiderio di portare la salvezza a tutti, anche ai pagani. Ricordo che proprio il riferimento ai pagani aveva provocato l’interruzione violenta del precedente discorso di Paolo a Gerusalemme. Tuttavia lui non smette di annunciare il Vangelo. Continua a testimoniare con coraggio. Anche io mi sento chiamato a questa stessa testimonianza, semplice ma concreta, nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nel lavoro, nella comunità. La fede nella risurrezione non è qualcosa da custodire solo interiormente, ma una speranza da comunicare attraverso la vita. Una speranza che crea comunione La speranza della risurrezione porta anche a sentirsi profondamente uniti: uniti al Signore, al Padre e tra di noi. In questo risuonano le parole della grande preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: Gesù non prega solo per i suoi discepoli presenti, ma anche per tutti quelli che crederanno attraverso la loro parola. Questo mi fa percepire una grande responsabilità. Ogni credente che accoglie la speranza cristiana entra nella preghiera stessa di Gesù. Il desiderio del Signore è che tutti siano una cosa sola, come il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre. Si tratta di una comunione profonda, una comunione di vita eterna. Per questo nasce spontaneo il ringraziamento: essere chiamati a vivere questa unità è un dono immenso. Il dono dello Spirito e la forza per testimoniare Infine comprendo quanto sia fondamentale l’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito che radica sempre più profondamente nel cuore la speranza della risurrezione. Ed è ancora lo Spirito che dona forza, coraggio e perseveranza nella testimonianza. Per questo sento il bisogno di accoglierlo, di invocarlo e di chiedere continuamente il suo aiuto. Solo Lui può rendere viva la speranza cristiana dentro di me e sostenermi nel renderne testimonianza ogni giorno.
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Custodire ed essere custoditi - Omelia mercoledì VII settimana di Pasqua
Abbiamo ascoltato una delle preghiere più intense di Gesù poco prima della sua passione: “Padre Santo, custodiscili nel tuo nome”. In queste parole sentiamo tutta la responsabilità e l’amore che Gesù prova per i suoi discepoli. Lui stesso dice di averli custoditi nel nome del Padre: li ha protetti, accompagnati, amati, conosciuti profondamente. Ora però questa custodia viene affidata al Padre, perché Gesù sta tornando a Lui. È commovente vedere come questa relazione di vicinanza e di amore non venga interrotta, ma consegnata nelle mani di Dio. Paolo affida la Chiesa a Dio Nella prima lettura degli Atti degli Apostoli ritroviamo la stessa dinamica. Paolo si congeda dagli anziani di Efeso: li ha fatti chiamare a Mileto e rivolge loro un lungo discorso pieno di affetto e di responsabilità. Anche lui parla di custodia: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”. Colpisce molto il modo in cui Paolo parla della Chiesa. Non è la sua Chiesa, non appartiene agli anziani, ma è “la Chiesa di Dio”. È il gregge che Dio si è acquistato con il sangue del proprio Figlio. Questa espressione è fortissima: significa che ciascuno di noi è prezioso agli occhi di Dio, perché è stato salvato al prezzo del sangue di Cristo. Per questo siamo affidati gli uni agli altri. Paolo si è preso cura della comunità, gli anziani dovranno continuare a farlo, e anche noi siamo chiamati a custodirci reciprocamente. Ognuno è fragile, esposto ai pericoli, alla dispersione, ai “lupi rapaci” di cui parla Paolo. Per questo serve una continua opera di attenzione, protezione e amore. Una custodia fatta di vicinanza concreta Paolo racconta con semplicità come ha vissuto questa missione. Per tre anni, notte e giorno, non ha smesso di stare vicino ai fratelli, ammonendo ciascuno con lacrime. È l’immagine di un padre che accompagna i figli con dedizione e tenerezza. Non si è limitato alle parole. Ha lavorato con le sue mani, senza cercare denaro o privilegi. Ha vissuto il servizio concretamente, sostenendo i deboli e condividendo la fatica quotidiana. Anche noi conosciamo bene questa forma di custodia. La viviamo nelle nostre famiglie, con i figli, con i nipoti, specialmente quando qualcuno attraversa una difficoltà. La vera cura si esprime nella pazienza, nella presenza, nel sacrificio quotidiano. Paolo ci lascia una frase bellissima: “Si è più beati nel dare che nel ricevere”. Custodire gli altri significa proprio questo: donare noi stessi. Non soltanto parole o preghiere, pur importanti, ma tempo, energie, pazienza, sudore, vita concreta. L’amore che rimane accanto Questa custodia prende forma in tanti modi diversi. Pensiamo ai ragazzi che portano aiuti in Ucraina, mettendosi al servizio di chi soffre. Oppure alla testimonianza commovente di quel marito che continua a stare accanto alla moglie malata di Alzheimer. Anche se lei non riesce più a rispondere come prima, anche se sembra non capire, lui continua a dirle il suo amore con la presenza fedele. Le resta vicino, si prende cura di lei, aiutato anche da tante altre persone. È un’immagine bellissima di ciò che significa custodire qualcuno: amare senza pretendere nulla in cambio, restare accanto anche nella fragilità più grande. Affidati alla parola della grazia Alla fine del suo discorso Paolo dice una frase molto profonda: “Ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia”. Spesso pensiamo di “affidare” noi la Parola agli altri, ma qui scopriamo il contrario: siamo noi a essere affidati alla Parola. È la Parola di Dio che ci prende per mano, ci custodisce, ci illumina e ci sostiene. È una parola di grazia, capace di edificare la comunità. Questa forza costruisce il nostro stare insieme come Chiesa di Dio: una comunità che intreccia relazioni di cura, attenzione e amore, senza giudizio. La grazia della Parola ci ricorda che apparteniamo al Signore, che siamo consacrati a Lui e custoditi dalla sua potenza. Rinnovare il nostro impegno di carità Per questo vogliamo affidare al Signore tutta la nostra vita e le nostre famiglie. Sentiamo anche il bisogno di rinnovare il nostro impegno: essere attenti agli altri come lo fu Paolo, trovare gioia nel dare più che nel ricevere, vivere una carità concreta e quotidiana. E vogliamo restare aperti al dono dello Spirito Santo, che ci sostiene in questo paziente lavoro di amore e di custodia reciproca.
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Potere e presenza - Omelia Ascensione anno A BVI
Illuminare gli occhi del cuore per riconoscere la speranza La festa dell’Ascensione sorprende perché, dopo l’incarnazione, la vita nascosta a Nazareth, la manifestazione messianica con miracoli e insegnamenti, la morte in croce, la risurrezione e i quaranta giorni trascorsi con i discepoli, Gesù conclude questa fase tornando al Padre con il suo corpo risorto e sedendo alla sua destra. Di fronte a questo evento si potrebbe avvertire un senso di distacco, di separazione: per i discepoli, che avevano vissuto con lui in carne ed ossa una pienezza di gioia, e anche per noi. Le Scritture di oggi, tuttavia, rassicurano che non si tratta di un abbandono né di una fuga. L’autore della Lettera agli Efesini eleva una preghiera particolarmente suggestiva: il Padre «illumini gli occhi del vostro cuore» per farci comprendere a quale speranza siamo chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi. Abbiamo bisogno di questa luce sul cuore per intravedere una strada. L’incontro sul monte e il dubbio degli Undici Il Vangelo racconta che Gesù aveva dato appuntamento ai discepoli su un monte della Galilea, la regione da cui provenivano, forse il monte della Trasfigurazione dove si era mostrato glorioso. Non a Gerusalemme, ma in un luogo intimo, conosciuto. Quando lo vedono, i discepoli si prostrano e allo stesso tempo dubitano. Alcuni dubitarono. È interessante: sono undici, Giuda si è perso per strada, una compagnia scalcagnata. Il dubbio li attraversa: sarà veramente risorto? È un fantasma? Sono domande che possono abitare anche il nostro cuore quando ci sentiamo chiamati a un appuntamento con lui. Un potere ricevuto, un potere di vita Gesù non si sofferma sui loro dubbi, non chiede “come state?”, ma fa un discorso sul potere. Si avvicina e dichiara: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Non è un potere che si è preso da sé, ma un potere ricevuto. Non il potere secondo la logica umana (aveva rimproverato i discepoli quando discutevano su chi fosse il più grande), ma il potere della vita. È un potere che emerge dalla crisi, dalla difficoltà, dalla morte, e che si manifesta nella risurrezione: Gesù ha donato la vita e l’ha ricevuta di nuovo. La Lettera agli Efesini ricorda che Dio ha manifestato questa forza risuscitandolo dai morti e ponendolo accanto a sé. Si tratta di un potere totalizzante, bello, di vita. La missione affidata a discepoli fragili La prima sorpresa è che Gesù, dopo aver affermato di possedere ogni potere, non agisce da solo. Dice a quegli undici dubbiosi, che non avevano capito quasi nulla: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». Una missione che umanamente sembra impossibile. Gesù mostra una fiducia straordinaria in loro, gente normale come pescatori o esattori delle tasse, e per estensione in noi. Li manda a immergere tutti nella relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È come se dicesse: “Io ho ricevuto tutto il potere, ora mando voi; avete camminato con me per un po’, ora tocca a voi”. Si percepisce incoraggiamento nonostante le loro ferite (Pietro lo aveva rinnegato, altri tornano alla vita ordinaria). Questa chiamata rivela la grande responsabilità che ci affida perché ha fiducia e perché quel potere che ha ricevuto è, in qualche modo, condiviso con i discepoli e con noi. «Io sono con voi tutti i giorni» La seconda sorpresa è l’ultima frase del Vangelo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Gesù non se ne va, non li abbandona, non lascia che si arrangino. È con loro sempre, non solo la domenica o in momenti scelti, ma tutti i giorni, per sempre. Il Vangelo di Matteo era cominciato proprio con l’annuncio del “Dio con noi”, e ora si chiude con questa promessa di presenza stabile. In un’altra occasione aveva detto: “Dove vado io voi non potete venire, ma verrò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. È lui che ci raggiunge e non ci abbandona, in qualunque difficoltà, malattia o frattura relazionale possiamo vivere. Un collegamento tra cielo e terra e il dono dello Spirito Salendo al cielo e sedendo alla destra del Padre, Gesù crea un collegamento fortissimo tra la vita divina e la nostra vita terrena: una strada aperta, una relazione ormai indistruttibile. Nella prima lettura si aggiunge un altro dono da aspettare: «Riceverete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni». L’andare in missione e la presenza costante di Gesù sono resi possibili proprio dallo Spirito Santo, forza interiore che il Padre e il Figlio fanno abitare in noi. Non possiamo avere paura di niente, perché sono sempre con noi. Non guardare il cielo, ma agire Come i discepoli, non possiamo restare a guardare il cielo in attesa di chissà cosa. Non è tempo di stare fermi, ma di agire, di buttarci, con la consapevolezza che Lui è sempre con noi, vivo presso il Padre e in continua conversazione su di noi, sulla bellezza della nostra vita e sul suo amore. Con questo incoraggiamento all’andare e alla presenza, la Lettera agli Efesini afferma che la Chiesa è la pienezza del Signore. Tremiamo di fronte a questa prospettiva, ma è Lui che ha scelto noi, piccoli e fragili. Proprio perché c’è Lui, ci sentiamo forti.
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I tre regali (più uno) della Pasqua - Omelia 6a domenica Pasqua anno A
Le letture di oggi mi hanno fatto riflettere su quanti regali sto ricevendo nel tempo di Pasqua. È come se il Signore continuasse a riempirmi di doni, e sento che non è ancora finita, perché c’è ancora qualcosa di grande che mi aspetta. Questa riflessione è stata illuminata anche dalla festa della mamma e dall’accoglienza della Madonna di San Luca, che mi aiutano a comprendere meglio il modo in cui Dio si prende cura di noi. L’amore della madre come immagine dell’amore di Dio Pensando alla festa della mamma, mi chiedo e vi chiedo: qual è il regalo più grande che una madre dona ai suoi figli? L’amore? Si ma anche e primariamente la vita stessa! Una madre poi non si limita a far nascere i figli e poi lasciarli soli: continua a sostenerli, ad accompagnarli, a prendersi cura di loro. Questa immagine ci aiuta a capire il rapporto che Dio vuole avere con noi. È un amore che genera alla vita e che continua a custodire, sostenere e accompagnare. Anche la presenza della Madonna di San Luca ci parla di questo amore materno. La Madonna di San Luca in mezzo al popolo Durante il cammino della Madonna di San Luca per la città, ho visto tantissime persone guardare la sua immagine e aspettarla con devozione. Mi sono domandato quante grazie abbia donato lungo questo percorso tra la gente. Ho pensato a tutte le necessità, alle angosce, alle sofferenze e ai momenti di buio presenti nella vita delle persone. La presenza della Madre di Gesù sembra capace di riempire questi vuoti con consolazione e vicinanza. In questo modo, anche Maria diventa segno concreto dell’amore di Dio che si fa presente accanto al suo popolo. Il primo grande dono della Pasqua: Gesù risorto Il primo e più grande regalo del tempo di Pasqua è Gesù risorto. Lo avevo visto sulla croce il venerdì santo. E poi nelle domeniche di Pasqua si è mostrato vivo ai suoi discepoli. Ripensiamo a tutti gli incontri del Risorto narrati nei Vangeli di queste domeniche: Gesù che appare ai discepoli chiusi nel cenacolo, Gesù che si mostra a Tommaso permettendogli di vedere i segni della passione, Gesù che cammina con i discepoli di Emmaus spiegando le Scritture e facendosi riconoscere nello spezzare il pane. Pensiamo anche all’immagine del buon pastore, che conosce le sue pecore per nome, le conduce fuori dal recinto e le porta ai pascoli. E ancora le parole ascoltate la domenica scorsa: “Non sia turbato il vostro cuore”. Tutto questo ci fa capire quanto Gesù ci ama e quanto la sua risurrezione continui ancora oggi a operare nella nostra vita. La sua presenza è una consolazione continua. Per questo oggi ci dice: “Non vi lascerò orfani”. L’orfano è colui che non ha più chi si prende cura di lui, ma Gesù promette di continuare a stare accanto ai suoi discepoli anche dopo la morte, attraverso la risurrezione. Il dono della gioia Un altro grande regalo della Pasqua è la gioia. La prima lettura ci racconta di Filippo che va in Samaria, una terra difficile e problematica, ad annunciare Cristo morto e risorto. Attraverso la sua predicazione e i segni di liberazione e di vita che accompagnano l’annuncio, tutta la città si riempie di gioia. La Samaria accoglie con entusiasmo il Vangelo e cambia vita. Persino Simone il mago, che prima attirava la gente, non è più il centro dell’attenzione. La gioia nasce proprio dall’incontro con Gesù risorto e dall’annuncio del Vangelo. È una gioia che arriva attraverso i fratelli e le sorelle che ci testimoniano la fede. Il dono della speranza La seconda lettura ci ha fatto riflettere sul dono della speranza. Pietro ci invita a essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi. Davvero viviamo come uomini e donne di speranza? Questa speranza si vede nella nostra vita e nel nostro modo di stare accanto agli altri? La speranza cristiana, vissuta e testimoniata interpella chi ci incontra: gli altri possono domandarsi da dove venga questa forza, soprattutto, come dice l’apostolo Pietro quando riusciamo a “fare il bene anche nella sofferenza”. Questa speranza nasce dalla fede in Gesù Cristo risorto. È una “speranza viva”, capace di sostenere la vita quotidiana nei luoghi dove vivo: al lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni con persone che magari non conoscono la fede o non la praticano. A volte questa testimonianza può suscitare incomprensioni, invidia o perfino calunnie, ma la speranza che nasce dalla Pasqua è più forte di tutto questo. Sono chiamato a viverla con “dolcezza, senza paura” e nel rispetto di tutti. Il dono che ancora mi attende: lo Spirito Santo Dopo tutti questi doni, le letture ci fanno capire che ce n’è ancora uno fondamentale: il dono dello Spirito Santo. Gli Atti raccontano che la Samaria aveva accolto il Vangelo con gioia, ma gli abitanti “non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo”. Per questo vengono inviati Pietro e Giovanni, che impongono le mani sui credenti perché ricevano lo Spirito. Gesù nel Vangelo promette ai discepoli che pregherà il Padre perché mandi “un altro Paraclito”. Gesù stesso è stato il primo Paraclito, cioè colui che sta vicino, che consola, che difende e incoraggia. Ora promette un altro Consolatore che rimarrà per sempre con noi. Lo Spirito Santo è il segno della presenza viva di Dio nella nostra esistenza. È Spirito di verità, Spirito consolatore, presenza interiore del Signore nel nostro cuore. Anche se non lo vediamo fisicamente, possiamo sentirlo dentro di noi. È proprio lo Spirito che ci rende capaci di amare Dio, di sentirci amati da Lui e di amare i fratelli. In un certo senso, lo Spirito Santo è la sintesi di tutti i doni ricevuti nel tempo di Pasqua. Custodire il Signore nel cuore Quando Pietro ci invita ad “adorare/santificare il Signore nei nostri cuori”, ci invita a diventare consapevoli della presenza di Dio dentro di noi attraverso il suo Spirito. Santificare il Signore nel cuore significa custodire questa presenza, lasciargli spazio, ascoltare la sua voce e lasciarci guidare dalla sua parola. Vuol dire vivere sapendo che non siamo soli, ma accompagnati continuamente dal Signore. Lo Spirito Santo e la tenerezza materna di Dio Il modo in cui lo Spirito Santo agisce nella nostra vita ha qualcosa di profondamente materno. Non nel senso di una presenza invadente, ma come una presenza amorosa che ci illumina, ci consola, ci prende per mano e ci nutre. Attraverso il dono dello Spirito Santo, Dio ha scelto di venire nella nostra vita e di non lasciarci orfani. Per questo iniziamo già da ora a prepararci alla Pentecoste, aprendogli il cuore e chiedendo di poter accogliere questo dono con gratitudine e pienezza.
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Il coraggio del confronto e del dialogo Omelia mercoledì 5a settimana di Pasqua
Una Chiesa agli inizi, tra entusiasmo e problemi In questo capitolo degli Atti degli Apostoli contempliamo una Chiesa nascente, viva e piena di entusiasmo, ma anche attraversata da questioni profonde e delicate. Ci troviamo davanti al problema dei pagani che si convertono: ci chiediamo cosa debbano fare per essere parte della comunità. Devono sottoporsi alla circoncisione e osservare tutta la legge di Mosè, oppure sono già pienamente membri della Chiesa? Vediamo emergere una posizione rigida da parte di alcuni giudei venuti dalla Giudea ad Antiochia di Siria, una città vivace, crocevia di popoli e luogo in cui per la prima volta i discepoli vengono chiamati “cristiani”. Questi uomini, forti della loro tradizione, sostengono che senza la circoncisione non ci può essere salvezza. Riconosciamo in questa posizione un rischio che esiste anche oggi: quello di stabilire condizioni rigide, di dire “se non sei così, non sei salvato”. Un atteggiamento che chiude e divide. Il coraggio del confronto e del dialogo Di fronte a questa tensione, non assistiamo a una rottura, ma a un confronto aperto e sincero. Noi vediamo Paolo e Barnaba discutere animatamente con costoro: non evitano il conflitto, non si separano creando una comunità alternativa, ma scelgono la via del dialogo. Questa è una lezione preziosa per noi: le differenze e i contrasti fanno parte della vita delle comunità. Non dobbiamo temerli né eliminarli, ma attraversarli insieme. La novità che si presenta — i pagani che desiderano entrare nella fede — non viene soffocata, ma presa sul serio. Anche oggi possiamo chiederci: chi sono coloro che rischiamo di escludere? Chi consideriamo “non adatto” o “non degno” di far parte pienamente della Chiesa? Il legame con la Chiesa più ampia Di fronte a una questione così importante, decidiamo di non chiuderci nella nostra prospettiva locale. Paolo e Barnaba vengono inviati a Gerusalemme per confrontarsi con gli apostoli e gli anziani. Riconosciamo così che esiste un centro, un’origine, un luogo di comunione più ampia a cui fare riferimento. Questo atteggiamento è fondamentale anche per noi: possiamo avere sensibilità diverse, ma siamo chiamati a lasciarci guidare, a cercare un discernimento che non sia individualistico. Non facciamo “di testa nostra”, ma restiamo in relazione con tutta la Chiesa. Raccontare la vita: la gioia delle opere di Dio Durante il viaggio verso Gerusalemme, attraversiamo la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani. Non portiamo teorie o idee astratte, ma testimoniamo ciò che abbiamo visto: il bene che Dio sta compiendo. E questo racconto suscita grande gioia tra i fratelli. Comprendiamo allora che il cuore dell’annuncio cristiano è la vita vissuta: è il racconto concreto dell’azione di Dio nelle persone. Anche quando arriviamo a Gerusalemme, riferiamo le grandi opere che Dio ha compiuto. Non siamo noi i protagonisti, ma Lui. Questo ci interpella profondamente: ciò che muove i cuori non sono solo i documenti o le formulazioni dottrinali, pur importanti, ma la testimonianza viva. Ci chiediamo allora: quale opera ha compiuto Dio in noi? Quale conversione abbiamo vissuto? Quale bene possiamo raccontare agli altri? La ricchezza delle differenze nella comunione Riflettiamo anche sul valore delle differenze all’interno delle comunità. Le diversità di opinione non sono un problema da eliminare, ma una ricchezza. Sarebbe triste e sterile una comunità in cui tutti pensano allo stesso modo. Accogliamo invece questa vivacità, purché sia vissuta dentro un’apertura più grande: quella della comunione. Restiamo uniti mentre cerchiamo insieme la verità, senza escludere o “tagliare fuori” chi è diverso. Uniti a Cristo, come tralci alla vite Infine, ci lasciamo guidare dall’immagine evangelica che illumina tutto il discorso: siamo tralci uniti alla vite che è Cristo. È questa unione che conta davvero. Possiamo essere diversi — più piccoli, più grandi, più visibili o nascosti — ma ciò che importa è rimanere attaccati a Lui. Non vogliamo una Chiesa che esclude e scarta, che taglia e getta via. Desideriamo invece una comunità unita, in cui ciascuno trova il suo posto perché tutti siamo radicati in Cristo. È questa comunione profonda che ci tiene insieme e ci permette di vivere nella verità e nell’amore.
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Davvero torna a prenderci? - Omelia 5a domenica di Pasqua A S. Andrea
Il problema del “posto” di Gesù nel tempo pasquale Possiamo dire che il tema del “posto” di Gesù, del dove trovarlo, attraversa tutto il tempo pasquale. Ripensiamo alle esperienze dei discepoli: lo incontrano all’improvviso nella stanza chiusa per paura, lo riconoscono lungo la strada di Emmaus mentre si allontanano delusi da Gerusalemme. Anche nella domenica precedente abbiamo intuito il suo desiderio profondo di stare con noi: come buon pastore, ci conosce per nome, ci chiama, ci conduce fuori e ci accompagna nei pascoli. Comprendiamo quindi che questa comunione non è secondaria, ma è intensamente desiderata da Gesù stesso. È Lui che prende l’iniziativa di cercarci e di stare con noi. Il turbamento dei discepoli e la paura dell’assenza La liturgia ci riporta oggi all’ultima cena, al momento della lavanda dei piedi, quando Gesù pronuncia parole sconvolgenti: “Ancora per poco sono con voi… dove io vado voi non potete venire”. Questa prospettiva genera nei discepoli un turbamento profondo, quasi panico. Anche noi possiamo riconoscerci in questa inquietudine: dov’è Gesù? È partito verso il Padre lasciandoci soli? Esiste un luogo dove Lui è e noi non possiamo essere? E, ancora più radicalmente, ci interessa davvero la sua presenza o ci siamo rassegnati a una fede fatta di distanza, aspettando semplicemente di ritrovarlo “alla fine”? Una fede vissuta come assenza Spesso rischiamo di vivere la fede come se Gesù fosse lontano, presente solo in rari momenti o in luoghi eccezionali. Pensiamo di poterlo incontrare solo in esperienze straordinarie o in santuari difficili da raggiungere, mentre nella quotidianità resterebbe assente. Ma questa prospettiva è insufficiente e fuorviante. Gesù oggi ci invita a cambiare sguardo, a uscire da questa idea di distanza e a riscoprire una presenza molto più vicina e concreta. “Vado a prepararvi un posto”: una promessa di presenza Quando Gesù dice “vado a prepararvi un posto”, non sta dando un addio. Non è un distacco definitivo. Sta promettendo qualcosa di dinamico: “tornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Questa parola non riguarda solo la fine dei tempi, ma il presente. Gesù non vuole abbandonarci: desidera essere con noi già ora. Il suo “posto” non è lontano da noi, ma è proprio accanto a noi. Il posto di Gesù: dimorare in noi Il modo per accorgerci di questa presenza è la fede: “Abbiate fiducia, credete in me e credete anche in Dio”. Solo attraverso la fiducia possiamo compiere questo salto di consapevolezza. Gesù lo dice chiaramente: Lui e il Padre verranno a prendere dimora presso di noi. Non siamo noi a dover raggiungere un luogo lontano; è Dio che viene ad abitare la nostra vita. Questa è la grande rivelazione: il suo posto è con noi, in mezzo a noi. Pietre vive in un edificio spirituale L’apostolo Pietro ci aiuta a comprendere che questo “posto” è una questione di fede. Gesù è la pietra: per chi non crede è un ostacolo, ma per chi crede è pietra viva. Anche noi siamo chiamati a diventare pietre vive, unite a Lui per costruire un edificio spirituale. Non si tratta di una realtà individuale, ma comunitaria: siamo un tempio in cui Cristo è la pietra d’angolo che tiene tutto insieme. In questa comunione diventiamo un sacerdozio santo, capaci di offrire a Dio una liturgia viva, fatta della nostra stessa esistenza vissuta alla sua presenza. Una comunione concreta che non esclude nessuno La prima comunità cristiana, come raccontano gli Atti degli Apostoli, ci mostra che questa comunione deve essere concreta e inclusiva. Nessuno deve essere trascurato. Di fronte alla crescita della comunità e alle difficoltà organizzative, gli apostoli e i discepoli si impegnano a distribuire i compiti, affinché anche le vedove di lingua greca non vengano dimenticate. Questa attenzione reciproca rende la comunità feconda: molti arrivano alla fede. La presenza di Gesù si alimenta e si rende visibile proprio nello stare insieme, nella cura concreta gli uni degli altri. Gesù è via, verità e vita da percorrere insieme Possiamo allora dire con certezza che Gesù non è scomparso. È presso il Padre, ma è anche in mezzo a noi. Il suo “posto” è qui, nella nostra comunità. Lui è “via, verità e vita”: non solo una meta da raggiungere, ma una strada da percorrere già ora. Camminiamo insieme su questa via, imparando a conoscerlo sempre più come vita, come verità e come comunione con il Padre. Una promessa sorprendente: opere ancora più grandi Gesù ci consegna infine una promessa sorprendente: chi crede in Lui compirà le sue opere, e persino di più grandi. E tutto ciò che chiederemo nel suo nome, Egli lo farà. Questa promessa sarebbe impossibile se Gesù fosse lontano. È proprio la sua presenza viva in mezzo a noi che rende possibile questa fecondità straordinaria. Conclusione: una presenza che genera gioia e fecondità In questa domenica riconosciamo che il nostro turbamento può essere trasformato: Gesù ci rassicura. Non è lontano, non ci ha lasciati soli. È qui, in mezzo a noi. Vuole stare con noi e renderci partecipi della sua vita. Questa presenza genera luce, gioia e una fecondità che supera ogni nostra aspettativa.
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413
La gioia del Vangelo ci riempie il cuore! - Omelia sabato 4a settimana di Pasqua
Il lezionario ci ha portato ad un terzo giorno nella città di Antiochia di Pisidia, dove ripercorriamo il primo grande discorso di Paolo negli Atti degli Apostoli 13. Ricordiamo come egli abbia riassunto tutta la storia della salvezza, mostrandola come una storia d’amore tra Dio e il suo popolo: un Dio che ha sempre sostenuto, consolato e incoraggiato. Al centro di questo annuncio c’è Gesù, riconosciuto come il Messia: rifiutato e ucciso, ma risorto. In questa risurrezione cogliamo una promessa anche per noi, espressa nelle parole del Salmo: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ci sentiamo così coinvolti personalmente, chiamati a riconoscerci figli dentro questa promessa. Il cuore scandaloso del messaggio: la giustificazione per fede Entriamo poi nel punto più delicato del discorso di Paolo, quello che spesso viene tralasciato ma che è decisivo: attraverso Gesù è annunciato il perdono dei peccati e una giustificazione che la Legge non ha potuto dare. Comprendiamo che qui c’è qualcosa di rivoluzionario: non è più la Legge a salvare, ma è la vita stessa di Gesù, donata gratuitamente. Chiunque crede in Lui è giustificato. Questo “chiunque” è sconvolgente, perché ridimensiona il ruolo della Legge e apre a tutti la possibilità della salvezza. Questa novità attira una moltitudine: il sabato successivo, tutta la città si raduna per ascoltare questa parola che promette vita. Il rifiuto: quando la grazia è troppo grande Di fronte a questa apertura, però, emerge una reazione dura. I Giudei, mossi da zelo – cioè dal desiderio di custodire la tradizione della Torà – si oppongono a Paolo. Lo contraddicono e rifiutano il suo annuncio. Noi riconosciamo in questo atteggiamento qualcosa che può riguardare anche noi: il rischio di respingere la Parola quando ci supera. Paolo interpreta questo rifiuto in modo molto forte: è come se dicessero di non essere degni della vita eterna. Ci accorgiamo che questo rifiuto nasce da una chiusura interiore: facciamo fatica ad accettare un dono così grande, così gratuito. Pensiamo che la vita eterna sia riservata ai “giusti”, a chi osserva la legge, a chi “se la merita”. Facciamo distinzioni: per noi sì, per gli altri no. Ma proprio così perdiamo il senso del Vangelo. La salvezza non è un premio, è un dono. E rifiutarlo significa escluderci da soli. L’accoglienza dei pagani: la gioia del Vangelo Al contrario, vediamo la reazione dei pagani, che accolgono questa parola con gioia. Si sentono raggiunti, toccati, inclusi. Esultano e glorificano Dio. Noi osserviamo come il testo sottolinei un elemento fondamentale: credono e sono pieni di gioia e di Spirito Santo. Questa è la vera caratteristica dei discepoli di Gesù: una gioia profonda, una gratitudine che nasce dall’essersi scoperti destinatari di un dono gratuito. Apriamo il cuore al dono Arriviamo così a una domanda decisiva per noi: ci consideriamo degni della vita eterna oppure no? Se non accogliamo questo dono, rischiamo di restare bloccati nei nostri sensi di colpa, nei nostri calcoli, nei nostri “devo fare”. Gesù invece ci invita a fidarci: “Credete a me”. Ci rivela la sua unità con il Padre e ci promette che tutto ciò che chiederemo nel suo nome sarà donato. Riconosciamo allora che siamo chiamati ad aprire il cuore, a lasciare da parte le resistenze e ad accogliere questa grazia immensa. È proprio questo il dono che ci viene offerto, anche nell’Eucaristia: una vita nuova, gratuita, traboccante, che ci chiede solo di essere accolta.
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412
Mio figlio sei tu! - Omelia venerdi 4a settimana di Pasqua
Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, si rivolge ai “fratelli, figli della stirpe di Abramo”, ricordando come, anche lontani geograficamente, tutti si sentano parte di una stessa storia e di un unico popolo. Ci riconosciamo anche noi dentro questo “noi”: a noi è stata mandata una parola, ed è una parola di salvezza. Comprendiamo che questa parola non nasce improvvisamente, ma si inserisce in una lunga storia: Dio ha parlato attraverso i profeti e ha accompagnato il suo popolo con fedeltà costante. Nulla è casuale: tutto rientra in un disegno d’amore, in cui Dio guida, custodisce e non abbandona mai. La salvezza annunciata da Paolo ha un contenuto preciso: Dio ha risuscitato Gesù dai morti, realizzando così la promessa fatta ai padri. Il compimento delle promesse in Gesù Accogliamo con stupore il fatto che ciò che era stato annunciato per secoli si è compiuto: il Messia, rifiutato, condannato e ucciso, è stato risuscitato. Questo evento non riguarda solo il passato o un gruppo ristretto di persone: riguarda tutti noi. Quando Paolo dice “per noi”, comprendiamo che siamo inclusi anche noi in questo compimento. C'è così continuità tra le Scritture e l’evento di Gesù: Dio è fedele alla sua parola. La promessa non è rimasta incompiuta, ma ha trovato realizzazione piena nella risurrezione. Questo ci permette di riconoscere che la nostra fede si fonda su una storia concreta, custodita e portata avanti da Dio stesso. “Mio figlio sei tu”: la rivelazione della figliolanza Ci soffermiamo sulla citazione del Salmo 2: “Mio figlio sei tu, oggi io ti ho generato”. Questa parola, pronunciata in riferimento a Gesù, diventa anche per noi una rivelazione personale. Siamo invitati a sentirla rivolta a ciascuno di noi: siamo figli. Entriamo così nel cuore della relazione con Dio: non una relazione distante o formale, ma una relazione di figliolanza. Dio è Padre e ci ama profondamente. Essere chiamati figli significa essere voluti, amati e custoditi. Significa anche riconoscere che la nostra vita nasce continuamente da Lui. Quel “oggi” diventa particolarmente significativo: non indica solo un momento passato, ma un presente continuo. Dio oggi ci genera, oggi ci dona vita, oggi ci rialza. Questa generazione si manifesta pienamente nella risurrezione: in Gesù, anche noi siamo chiamati a una vita nuova. La via verso il Padre: Gesù Colleghiamo questo annuncio con le parole del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”. Comprendiamo che tutto converge verso il Padre attraverso Gesù. Egli non solo indica la strada, ma è la strada stessa. Riconosciamo che, passando attraverso la morte e la risurrezione, Gesù ha aperto anche per noi la possibilità di vivere una relazione piena con Dio. Non siamo più esclusi o lontani, ma chiamati a essere dove Lui è. Ci viene promessa una comunione profonda: “dove sono io, siate anche voi”. Questa prospettiva cambia il nostro modo di vivere: ci libera dal turbamento e dalla paura, perché sappiamo di avere un posto preparato per noi. La nostra vita acquista una direzione chiara: vivere da figli, in cammino verso il Padre. La comunione che supera ogni paura Questa parola di salvezza non è solo un annuncio dottrinale, ma una realtà che trasforma la nostra vita quotidiana. Essere figli significa vivere in una comunione che supera ogni difficoltà, ogni timore, ogni turbamento. Questa comunione non è astratta, ma concreta: è una familiarità con Dio e tra di noi. Siamo fratelli perché figli dello stesso Padre. In questa relazione troviamo la forza per affrontare le prove e per non perdere la fiducia. Il modello di San Giuseppe Infine, contempliamo questa verità alla luce della memoria di oggi, San Giuseppe lavoratore. In lui vediamo realizzata in modo concreto la relazione tra padre e figlio. Giuseppe ha vissuto questa dimensione con Gesù in modo pieno e autentico. Riconosciamo che proprio questa relazione è il dono più prezioso anche per noi: essere figli e vivere da figli. Ringraziamo per questo, perché in essa troviamo il senso più profondo della nostra vita e la fonte della nostra speranza.
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411
Il canto dell’amore fedele di Dio - Omelia giovedì 4a settimana di Pasqua
Siamo invitati ad assumere un atteggiamento di umiltà davanti alla storia della salvezza e davanti a coloro che ci hanno preceduto come maestri e guide. Gesù infatti ci ricorda che "il servo non è più grande del suo padrone" , e questo ci spinge a riconoscere che siamo inseriti in una storia che ci supera. Contempliamo allora l’episodio degli Atti degli Apostoli in cui Paolo, giunto nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, viene invitato a parlare. In poche parole egli riesce a sintetizzare tutta la storia della relazione tra Dio e il suo popolo: dalla discesa in Egitto fino a Gesù. In questo racconto riconosciamo un vero e proprio canto d’amore, attraverso il quale emerge quanto Dio abbia accompagnato il suo popolo in ogni fase, anche nelle più difficili. Il canto dell’amore fedele di Dio Davanti a questa grande storia, non possiamo che unirci a questo canto d’amore. Non siamo chiamati a opporci o a mettere in discussione ciò che Dio ha compiuto, ma piuttosto a riconoscere e proclamare la sua fedeltà. La nostra vita, con tutte le sue fragilità e difficoltà, si inserisce in questo grande disegno di amore che Dio ha intessuto non solo con noi, ma con tutta l’umanità. Facciamo nostro il canto del Salmo: vogliamo cantare in eterno l’amore del Signore, riconoscendo che questa fedeltà attraversa le generazioni e giunge fino a noi. Il dramma del rifiuto: il caso di Giuda Alla luce di questo amore fedele comprendiamo meglio anche il dramma di Giuda. Nel contesto della lavanda dei piedi, egli partecipa a un gesto di amore profondo, ma nel suo cuore ha già maturato il proposito del tradimento. Riconosciamo come questo seme di divisione e di rifiuto possa insinuarsi anche in noi. È la tentazione di opporci all’amore di Dio, di “alzare il calcagno” contro di Lui, mettendo condizioni o dubbi. Per questo siamo chiamati a vigilare e a non lasciarci prendere da questa logica, aprendoci invece all’amore che continuamente ci cerca, ci prende per mano e ci salva. L’accoglienza come via autentica Gesù ci indica chiaramente quale sia l’atteggiamento giusto: l’accoglienza. Chi accoglie colui che Egli manda, accoglie Lui stesso. Non siamo chiamati a respingere o a opporci, ma ad aprire il cuore a questo amore che ci viene incontro. Questa accoglienza si concretizza anche nel riconoscere e accogliere coloro che ci annunciano il Vangelo. Come Paolo, anche oggi ci sono uomini e donne che ci trasmettono questa parola di salvezza. Accogliere loro significa accogliere Cristo stesso. Una catena di testimonianza e comunione Allo stesso tempo, anche noi siamo inseriti in questa dinamica: non solo riceviamo l’annuncio, ma siamo chiamati a diventare annunciatori. Con la nostra vita e con la nostra parola partecipiamo a questo grande canto d’amore. Pensiamo a Paolo, che ha attraversato il Mediterraneo tra difficoltà, persecuzioni, naufragi e carcere, eppure ha anche sperimentato accoglienza. L’annuncio del Vangelo trova talvolta terreno fertile, altre volte opposizione: è una realtà che attraversa la storia e anche il nostro cuore. Accogliere ed essere accolti nell’Eucaristia Viviamo tutto questo anche nel presente della nostra vita di fede. Siamo qui, nell’Eucaristia, proprio per accogliere l’amore di Dio e lasciarci accogliere da Lui. La Parola e il Pane ci introducono in questa dinamica di comunione profonda. Siamo invitati a continuare questo cammino, lasciandoci guidare dalla Scrittura — il libro più prezioso che possiamo aprire ogni giorno — per riconoscere, accogliere e trasmettere l’amore fedele del Signore, diventando anche noi parte viva di questa grande storia di salvezza.
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410
Come vivere in comunione con gli altri? - Omelia per la festa di Santa Caterina 29 aprile 2026
La comunione come dono, non come conquista Nella festa di Santa Caterina da Siena riflettiamo insieme su un’affermazione centrale: siamo in comunione gli uni con gli altri. Ci chiediamo cosa significhi davvero questo “camminare insieme”, perché spesso viviamo la fede in modo troppo individuale, trascurando le difficoltà e le esigenze della comunione. Riconosciamo, alla luce della Prima Lettera di Giovanni, che la comunione non è qualcosa che costruiamo soltanto con le nostre forze: è un dono, un mistero che si manifesta quando "camminiamo nella luce". Non è quindi un risultato della nostra bravura, ma una realtà che riceviamo vivendo in un certo modo davanti a Dio. Camminare nella luce: verità e autenticità Camminare nella luce significa vivere nella verità, davanti a Dio, illuminati da Gesù. Questo implica uscire dalle tenebre della menzogna, dell’ipocrisia e del nascondimento. Non si tratta di apparire giusti, ma di essere autentici. Ci viene ricordato con forza che non possiamo dire di essere senza peccato: se lo facciamo, inganniamo noi stessi. Tutti siamo segnati dal peccato. Perciò camminare nella luce non significa essere perfetti, ma riconoscere la nostra realtà e vivere nella verità di ciò che siamo. La consapevolezza del peccato come via alla luce Quante volte siamo portati a giudicare gli altri, a essere pretenziosi o a sentirci superiori! Dobbiamo ammettere che la nostra fragilità, il nostro limite e il nostro peccato fanno parte della nostra esperienza. Non si tratta solo di peccati evidenti, ma anche di tutte le volte in cui non riusciamo a vivere pienamente l’amore. Proprio qui siamo chiamati a fare un passo decisivo: chiedere aiuto. Dire con sincerità: “Signore, io sono così, aiutami tu con la tua luce”. È in questa apertura che riceviamo la vera luce, non perché siamo giusti, ma perché siamo peccatori perdonati. Il perdono che genera comunione Scopriamo allora che è il sangue di Cristo a purificarci dai peccati e a restituirci una comunione autentica. La comunione nasce proprio da questa consapevolezza condivisa: siamo tutti bisognosi di misericordia. Camminare nella comunione significa dunque riconoscere il nostro limite, chiedere perdono e guardare gli altri come fratelli. Non più come rivali o giudicati, ma come compagni di cammino nella stessa condizione di fragilità e di grazia. I piccoli e la rivelazione del Regno Il Vangelo ci ricorda che Dio rivela i suoi misteri ai piccoli, non ai sapienti o ai perfetti. Comprendiamo che questa “piccolezza” non è solo semplicità, ma anche consapevolezza del proprio peccato. Pensiamo al buon ladrone: pur essendo un grande peccatore, riconosce la sua condizione e si affida a Gesù. Proprio questa umiltà lo introduce immediatamente nella comunione con il Signore. Questo ci mostra che la via alla comunione passa attraverso il riconoscimento sincero di ciò che siamo. La testimonianza di Santa Caterina Guardiamo all’esempio di Santa Caterina da Siena, che visse in un tempo di forti divisioni e conflitti. Con semplicità, attraverso le sue parole e le sue lettere, riuscì a ricostruire comunione anche tra realtà lontane e divise, come quella del Papa lontano da Roma. La sua forza non stava nel giudicare, ma nel consolare, nell’illuminare con carità le situazioni difficili. Ha vissuto profondamente l’esperienza del Consolatore, diventando a sua volta strumento di consolazione per gli altri. Comunione, consolazione e relazioni concrete Riconosciamo che, se viviamo la consolazione di Dio, possiamo diventare anche noi strumenti di consolazione. La comunione non è qualcosa di astratto, ma si realizza nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nella comunità, nei rapporti concreti. Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro modo di stare con gli altri: viviamo nella trasparenza, chiedendo perdono, oppure ci poniamo in modo giudicante e distante? Il desiderio di comunione Concludiamo riconoscendo che desideriamo profondamente la comunione, perché ci dona pace, luce e relazioni autentiche. Essa nasce prima di tutto dal nostro rapporto con il Signore e si estende poi a tutti gli altri. Camminare nella luce, accettare il perdono e vivere da fratelli: è questa la strada che ci apre alla vera comunione.
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409
Nessuno ci strapperà dalla sua mano - Omelia martedì 4a settimana di Pasqua Lercaro
Facciamo nostra la domanda posta a Gesù: “Ma sei tu il Cristo? Dillo a noi apertamente”. Tuttavia, ci accorgiamo che Gesù non risponde in modo diretto, non offre una definizione teorica o astratta. Egli sposta subito il piano della risposta su una relazione viva: parla delle “sue pecore” e, così facendo, si presenta indirettamente come il pastore. Comprendiamo allora che la verità su chi è Gesù non si coglie semplicemente con una dichiarazione, ma dentro un’esperienza. Per noi, questo significa che possiamo riconoscerlo come Cristo solo se entriamo in questa relazione: se ci mettiamo in ascolto della sua voce, se le sue parole raggiungono il nostro cuore, e soprattutto se facciamo esperienza di essere conosciuti e amati da lui. Essere conosciuti fino in fondo Ci soffermiamo su una delle affermazioni più profonde di Gesù: “Io le conosco”. Sentiamo che questa è una delle realtà più consolanti per la nostra vita. Essere conosciuti da lui significa essere visti nella totalità di ciò che siamo, anche nelle parti più fragili, oscure e nascoste. Dentro questa conoscenza rientra tutta la nostra storia: la nostra famiglia, le sofferenze vissute, le solitudini, le fatiche quotidiane. Pensiamo anche alle situazioni concrete in cui ci troviamo: la malattia, l’anzianità, le difficoltà del lavoro. Nulla di tutto questo è estraneo allo sguardo di Gesù. Egli conosce tutto e, proprio per questo, il suo amore è reale, concreto, non superficiale. L’ascolto della sua voce che guida e consola Accanto all’essere conosciuti, scopriamo l’importanza dell’ascolto. Gesù dice che le sue pecore ascoltano la sua voce. Facciamo esperienza che, quando lui parla, riconosciamo in modo misterioso che quella è una parola vera. È una parola che ci consola nelle difficoltà, che ci guida quando siamo incerti, che ci sostiene quando siamo stanchi. Non è una voce qualsiasi: è una voce che porta verità e vita, e che riesce a raggiungere il cuore in modo unico. Nessuno ci strapperà dalla sua mano Accogliamo poi un’altra promessa che ci riempie di speranza: “Nessuno le strapperà dalla mia mano”. Comprendiamo che la relazione con Gesù non è solo una conoscenza reciproca, ma è anche protezione, appartenenza, custodia. Nella nostra vita possiamo sperimentare tante perdite: un affetto caro che viene meno, la salute che si indebolisce, situazioni che ci fanno sentire “strappati”. Tuttavia, anche dentro queste esperienze dolorose, non siamo mai strappati da lui. Nulla può separarci dalla sua mano, dal suo abbraccio forte e fedele. Questa sicurezza rimane anche nelle prove più difficili. Il dono della vita eterna Gesù non si limita a parlare o a insegnare: compie un dono immenso. Dice infatti: “Io do loro la vita eterna”. Non si tratta di qualcosa di piccolo o simbolico, ma del dono più grande che si possa ricevere. Comprendiamo che la relazione con lui apre a un orizzonte che va oltre il tempo presente. Anche se portiamo dentro di noi dubbi e fatiche nel comprendere, intuiamo che questa relazione è destinata a durare per sempre. È una vita che non va perduta, che attraversa passaggi e trasformazioni, ma che rimane viva in comunione con lui. La comunione con il Padre e la promessa di un “per sempre” Gesù rivela che lui e il Padre sono una cosa sola. Questo ci fa intuire che la comunione che sperimentiamo con lui – magari a momenti, a sprazzi – è in realtà qualcosa di profondamente stabile e definitivo. Attraverso la sua parola e l’Eucaristia che celebriamo, entriamo già ora in questa comunione. Anche se facciamo fatica a immaginare cosa significhi una vita senza fine, ci viene annunciato proprio questo: una relazione che non finirà mai, una comunione solida e eterna. Un abbraccio che ci dona vita Alla fine, sentiamo la bellezza di questa esperienza: siamo abbracciati, custoditi, parte di una comunione che non è segnata dalla disperazione, ma dalla vita. Questa è una comunione che sostiene, che dà senso, che apre alla speranza. Per questo possiamo solo ringraziare: il Signore risorto desidera davvero donarci tutto, senza riserve, e introdurci pienamente nella sua vita.
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408
Fuori tutti dal recinto! - Omelia 4a domenica di Pasqua
Il tempo di Pasqua come ricerca del Risorto Viviamo questo tempo di Pasqua come un’esperienza in cui ci accorgiamo che non siamo noi per primi a cercare Gesù, ma è Lui che viene a cercarci. Ci riconosciamo nei discepoli: pieni di dubbi, di paure, spesso in fuga. Come i discepoli di Emmaus, anche noi tendiamo ad allontanarci, ma il Risorto ci raggiunge, si mette accanto a noi, cammina con noi e si fa riconoscere. Riconosciamo che questo incontro avviene soprattutto attraverso due vie fondamentali: la Parola di Dio, che illumina il nostro cammino e ci aiuta a comprendere, e lo spezzare del pane, dove Gesù si rende presente in modo concreto. In questo cammino pasquale vediamo nuove tappe: oggi contempliamo Gesù come il pastore delle pecore, e lo vediamo concretamente all’opera anche nei bambini che ricevono la prima comunione, segno vivo dell’incontro con Lui. Il recinto: luogo di protezione e di discernimento Il Vangelo ci presenta l’immagine del recinto, che percepiamo come un luogo di protezione, di comunione e di attesa. Possiamo identificarlo con le nostre famiglie, con la comunità cristiana, con quegli spazi in cui ci sentiamo custoditi e accompagnati. Allo stesso tempo, prendiamo coscienza che esistono forze negative, realtà e persone che cercano di entrare nel recinto non per dare vita, ma per rubare, uccidere e distruggere. Questo ci fa capire quanto sia seria la posta in gioco: siamo chiamati a discernere chi entra nella nostra vita e con quale intenzione. Il pastore che entra dalla porta e chiama per nome Gesù si distingue subito: non entra in modo forzato o ambiguo, ma passa dalla porta, che gli viene aperta. Il suo modo di agire è semplice e trasparente. Non ha bisogno di imporsi, perché è riconosciuto. La prima cosa che fa è parlare. La sua relazione con noi nasce dalla parola. E questa parola ha una forza unica: ci chiama ciascuno per nome. Ci sentiamo conosciuti, riconosciuti nella nostra unicità. Non siamo una massa indistinta, ma persone amate singolarmente. Ascoltando la sua voce, non lo percepiamo come un estraneo. Al contrario, sentiamo che quella parola ci appartiene, ci raggiunge nel profondo. Gli estranei, invece, non parlano una lingua che riconosciamo: non ci chiamano per nome e non cercano il nostro bene. Chiamati a uscire: dal recinto alla vita Dopo averci incontrati, il pastore non ci lascia nel recinto. Ci conduce fuori. Questo è un passaggio fondamentale: il recinto non è la meta definitiva, ma un luogo di passaggio, soprattutto per la notte. Noi, invece, spesso vorremmo restare lì, nella sicurezza. Ma il pastore ci spinge fuori, ci invita a uscire. E non ci abbandona: cammina davanti a noi e noi lo seguiamo. Inizia così un cammino. Comprendiamo che la relazione con il Signore non è qualcosa che ci chiude o ci immobilizza, ma una forza che ci mette in movimento. Ci conduce verso la vita vera, verso “pascoli” dove troviamo abbondanza, luce, respiro. Anche i luoghi più ordinari della nostra vita, come il lavoro, diventano spazi in cui vivere questo cammino. La vita in abbondanza e la libertà del pastore Il Vangelo ci ricorda che Gesù è venuto per darci la vita, e una vita in abbondanza. Questa vita non si trova nella chiusura, ma nell’uscita, nel cammino, nella fiducia. Il pastore non è qualcuno che ci sfrutta o ci opprime, ma è profondamente libero e ci rende liberi. Non ci rapina, non ci distrugge, ma ci dona ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la vita piena. Gesù, la porta: il passaggio pasquale Poiché i discepoli faticano a comprendere questa immagine, Gesù la approfondisce dicendo chiaramente: “Io sono la porta”. Questo rivela quanto sia centrale il passaggio attraverso di Lui. Entrare e uscire significa vivere una relazione continua con Cristo. È Lui che ci accoglie, ci fa entrare e ci accompagna fuori. Questa porta non è chiusa né difficile da attraversare: è aperta, accessibile, senza barriere o condizioni complicate. Riconosciamo che tutta la nostra vita cristiana, e in modo particolare esperienze come la prima comunione, sono un passaggio pasquale: un movimento di liberazione, un attraversamento che ci porta dalla chiusura alla vita. Dalle tenebre alla libertà dei figli Siamo invitati a riconoscere anche le nostre situazioni di buio, tristezza e angoscia. Non vengono negate, ma diventano il punto di partenza per uscire. Il Signore ci prende per mano e ci conduce fuori. Questo stesso dinamismo lo vediamo anche nel battesimo: essere introdotti in una condizione nuova, quella di figli di Dio, che è profondamente liberante. È un cammino che riguarda tutti, piccoli e grandi. Una comunità che vive nella libertà Alla fine, riconosciamo la bellezza di appartenere a questo gregge: è bello stare insieme nel recinto, sentire la cura del pastore, vivere la comunione. Ma è altrettanto bello essere inviati, camminare, uscire. Viviamo tutto questo come comunità, come famiglie, come gruppo unito. Ci sentiamo orgogliosi di avere un pastore così: buono, bello, affidabile. Un pastore che non toglie, ma dona; non opprime, ma libera; non distrugge, ma fa vivere.
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Di chi parla? - Omelia giovedì 3a settimana di Pasqua
La domanda dell’eunuco colpisce per la sua semplicità e profondità: "ti prego, di quale persona dice questo il profeta? Di se stesso o di qualcun altro?". L'eunuco è una figura molto particolare: non è ebreo, ma un proselito, uno attratto dalla fede d’Israele, tanto da affrontare un lungo viaggio. È una persona colta e benestante, visto che possiede un rotolo della Scrittura e lo legge durante il viaggio. La sua ricerca è autentica e personale. È immerso nella lettura di un testo difficile e misterioso, tratto da Isaia 53, e ne è profondamente toccato. In quelle parole — il servo condotto al macello, privato di discendenza — forse vede un possibile rispecchiamento della sua stessa vita, segnata dalla sterilità. Ci immedesimiamo in questa inquietudine: anche noi, davanti alla Scrittura, ci sentiamo interrogati e, a volte, incapaci di comprenderne fino in fondo il senso. Parla di me? Di chi? L’incontro guidato da Dio Filippo è guidato dallo Spirito: prima l’angelo lo manda su una strada precisa, quella da Gerusalemme a Gaza, senza troppe spiegazioni, poi lo invita ad accostarsi al carro. Quando finalmente Filippo e l’Eunuco si trovano insieme, nasce un dialogo autentico. L’Eunuco apre il suo cuore attraverso la domanda, e Filippo risponde con disponibilità e competenza. Comprendiamo quanto sia importante questo dinamismo: da una parte il desiderio sincero di capire, dall’altra la presenza di qualcuno capace di accompagnare e illuminare. L’annuncio di Gesù a partire dalla Scrittura Filippo, nel rispondere, non si allontana dalla domanda e dal testo che l’Eunuco sta leggendo, ma parte esattamente da lì. Non propone un discorso generico, ma prende sul serio la domanda e la Scrittura concreta che l’ha generata. E da quel passo annuncia... Gesù come compimento di quelle parole. Il brano di Isaia trova in Gesù la sua piena realizzazione: Egli è il servo sofferente, l’agnello condotto al macello. Ma l’annuncio non si ferma alla passione: è una buona notizia che include la risurrezione e la vita nuova. E questo messaggio riguarda anche l’Eunuco personalmente: non è solo una spiegazione teorica, ma una parola che illumina la sua esistenza e apre una speranza nuova. La risposta dell’Eunuco: il desiderio del battesimo Assistiamo a una trasformazione immediata. L’Eunuco si riconosce dentro quell’annuncio e chiede: cosa gli impedisce di essere battezzato? In questa domanda vediamo una fede nascente, concreta, che desidera compiersi in un gesto. Fermano il carro e Filippo lo battezza. Non ci sono esitazioni, perché la Parola ha già fatto il suo lavoro nel cuore. Ci lasciamo interrogare da questa disponibilità: quanto siamo pronti anche noi a passare dall’ascolto alla decisione? La gioia del cammino e la missione Dopo il battesimo, lo Spirito porta via Filippo, e l’Eunuco non lo vede più. Tuttavia, non rimane smarrito: prosegue il suo cammino pieno di gioia. Comprendiamo che la vera guida ormai è dentro di lui, grazie alla Parola accolta. Non torna indietro, ma riprende la sua strada verso casa, portando con sé il Vangelo. In lui riconosciamo il primo annunciatore in quella terra, come testimone, segno che l’incontro con Cristo genera sempre missione. Nel frattempo, Filippo continua a evangelizzare, passando di città in città fino a Cesarea. L'opera di Dio si diffonde attraverso percorsi diversi, ma sempre guidati dallo Spirito. Una parola per noi oggi Ci sentiamo coinvolti personalmente da questo racconto. Siamo invitati a metterci nei panni dell’Eunuco, con le nostre fatiche, i nostri blocchi, le nostre domande. Anche noi possiamo chiederci: la Scrittura parla di noi, di me? In che modo illumina la mia vita? Riconosciamo che siamo attratti dal Signore, che continua a donarci sé stesso e a offrirci la vita eterna. Questo annuncio non è solo per altri, ma per noi oggi, consapevoli che anche il nostro cammino può diventare, come quello dell’Eunuco, un cammino di gioia.
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406
La dispersione provoca l'annuncio - Omelia mercoledì 3a settimana di Pasqua
Mi soffermo sul versetto degli Atti degli Apostoli che racconta di coloro che, dispersi, andarono di luogo in luogo annunciando la Parola. Partiamo da una situazione drammatica: la Chiesa di Gerusalemme è colpita da una violenta persecuzione. La morte di Stefano segna un momento tragico, mentre Saulo si impegna attivamente a distruggere la comunità cristiana. In questo contesto, i credenti sono costretti a disperdersi. Questa dispersione, tuttavia, non è semplicemente una fuga o una sconfitta. È una conseguenza della crisi, certo, ma apre a qualcosa di inatteso e nuovo. La diaspora come semina feconda Approfondiamo il significato della dispersione attraverso il termine “diaspora”, che richiama l’immagine del seme sparso. Non si tratta di uno spargimento inutile o sterile, ma di una semina. La crisi non produce chiusura o ripiegamento, bensì genera una nuova fecondità. Coloro che sono dispersi non si fermano né si rinchiudono in se stessi. Al contrario, si mettono in cammino, attraversano luoghi, cercano sicurezza, ma soprattutto portano con sé qualcosa di essenziale: la Parola. La loro dispersione diventa movimento, apertura, dinamismo missionario. L’annuncio nel cuore della crisi Ci soffermiamo sull’importanza del verbo “annunciare”: è un verbo centrale, decisivo. I dispersi evangelizzano, portano una buona notizia proprio mentre vivono una situazione difficile. Nonostante la persecuzione, o forse proprio a causa di essa, nasce un annuncio ancora più autentico. Questa dinamica realizza concretamente ciò che Gesù aveva più volte detto ai suoi discepoli: le difficoltà possono diventare occasione di testimonianza. La fuga non è solo un allontanamento dal pericolo, ma diventa opportunità per comunicare il Vangelo, che in sostanza è l’annuncio della Pasqua: la vita eterna donata da Gesù a chi crede in Lui. Il modello di Stefano e la speranza pasquale Anche Stefano nel momento del martirio guarda il cielo, perdona i suoi persecutori e desidera unirsi al Signore. In lui vediamo incarnata questa speranza pasquale: la morte non ha l’ultima parola, ma è attraversata da uno sguardo di fede e di amore. La Chiesa, quindi, pur essendo “seminata” nella dispersione, diventa ancora più viva: si trasforma in annuncio, in testimonianza, in movimento verso gli altri. Dalla Parola alla gioia: l’esempio di Filippo Il testo degli Atti continua con la discesa di Filippo in Samaria. Egli predica Cristo, e la sua parola è accompagnata da segni concreti. La gente ascolta, accoglie, e il risultato è chiaro: nasce una grande gioia in quella città. Questo ci mostra che l’evangelizzazione non è mai sterile. Dove il Vangelo è annunciato e accolto, lì fiorisce la gioia. È una gioia che coinvolge sia chi annuncia sia chi riceve l’annuncio. La nostra vita come luogo di annuncio A questo punto ci interroghiamo: quali sono, oggi, le nostre “dispersioni”? Possono essere distrazioni, fatiche quotidiane, difficoltà o sofferenze. Eppure, proprio queste situazioni possono diventare occasioni per annunciare una parola buona. Siamo chiamati a riconoscere che, anche nelle crisi, c’è una luce: è Cristo stesso. Egli non ci lascia nella dispersione, ma la trasforma in possibilità di bene, di consolazione e di speranza. Risponde alla nostra fame e alla nostra sete più profonde. Una gioia da condividere con tutti Infine, ricordiamo che il Vangelo è sempre annuncio di gioia. Non siamo chiamati a diffondere tristezza o cattive notizie, perché il mondo ne è già pieno. Siamo invece portatori di una buona notizia, come quella annunciata ai pastori: una grande gioia per tutto il popolo. Anche noi, come loro, siamo invitati a metterci in cammino, a cercare Gesù e a portarlo nei luoghi in cui viviamo. Ringraziamo il Signore per questa occasione: aver ascoltato l’annuncio e poterlo trasmettere nella nostra quotidianità, là dove abitiamo e incontriamo gli altri.
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405
Riconoscerlo cambia tutto - Omelia 3a domenica di Pasqua, 1a comunione BVI
Viviamo questa Domenica di Risurrezione come una coincidenza davvero bella e significativa: è l’ultima in cui ascoltiamo i Vangeli della Risurrezione prima di passare, dalla domenica successiva, al Buon Pastore con la prima comunione dei nostri bambini. Ci soffermiamo così sul Vangelo dei discepoli di Emmaus, uno dei più profondi e coinvolgenti, perché descrive in modo straordinariamente realistico il nostro cammino di discepoli. Ci riconosciamo in questi due discepoli che lasciano Gerusalemme delusi, tristi e senza più speranza. La vicenda di Gesù li ha segnati, ma non ne hanno compreso il senso. Nonostante abbiano ricevuto l’annuncio della risurrezione dalle donne, restano chiusi, incapaci di credere fino in fondo. Anche noi, dopo un lungo cammino di fede, possiamo trovarci in questa condizione: segnati, ma non sempre capaci di comprendere. I Bambini e il Primo Incontro con il Signore È significativo che questo Vangelo venga posto nel cuore dei nostri bambini proprio mentre si preparano alla prima comunione. Per loro, questo momento rappresenta un incontro nuovo con il Signore, simile a quello dei discepoli di Emmaus. Anche se già camminano nella fede grazie alle famiglie e ai catechisti, vivono questo passaggio con una luce e un entusiasmo particolari. Come i discepoli riconoscono Gesù nello spezzare del pane, così anche i bambini lo incontrano per la prima volta nell’Eucaristia. È un riconoscimento nuovo, profondo, che segna l’inizio di un cammino più consapevole. Gesù ci viene incontro nel cammino Contempliamo come Gesù prenda l’iniziativa: non aspetta i discepoli, ma li raggiunge mentre si allontanano da Gerusalemme. Si affianca a loro, cammina con loro, senza imporsi. Non si rivela subito, ma pone domande, li ascolta, permette loro di esprimere la delusione e la fatica. Riconosciamo in questo atteggiamento una grande lezione per noi: il Signore accoglie anche la nostra fragilità, la nostra incomprensione, le nostre speranze deluse. Non ci giudica, ma visita la nostra vita così com’è. Cammina con noi nelle nostre difficoltà, senza forzare i tempi. La luce delle Scritture Nel cammino, Gesù comincia a spiegare le Scritture, partendo da Mosè e dai profeti, aiutando i discepoli a rileggere tutto alla luce della sua Pasqua. Ci rendiamo conto che le Scritture, già conosciute, acquistano un significato nuovo quando vengono interpretate alla luce di Cristo. Impariamo così che la Parola di Dio è una chiave fondamentale per comprendere la nostra vita e gli eventi, anche quelli più difficili. È una pedagogia paziente: Gesù ci insegna che nelle Scritture troviamo le risposte, se impariamo a leggerle con uno sguardo nuovo. “Resta con noi”: l’incontro nella quotidianità Arrivati a casa, i discepoli invitano Gesù a restare con loro. Anche se non lo hanno ancora riconosciuto, sentono il desiderio di prolungare la sua presenza. Questo invito semplice e umano diventa decisivo. È nella normalità della casa che Gesù spezza il pane, ed è proprio in quel gesto che i discepoli lo riconoscono. Quel gesto non è nuovo: lo avevano già visto fare. Ma ora diventa rivelazione. Comprendiamo così che il Signore si manifesta nei gesti semplici e familiari, soprattutto nell’Eucaristia. Il riconoscimento e la scomparsa Notiamo che il Vangelo dedica molto spazio al tempo in cui i discepoli non riconoscono Gesù, mentre il momento del riconoscimento è brevissimo. Appena lo riconoscono, lui scompare. Questo ci fa capire che il percorso è più importante dell’evento finale: il Signore ci educa gradualmente a riconoscerlo. Anche per noi è così: nella vita attraversiamo momenti di allontanamento, di fatica, di ricerca. Ma ogni volta Gesù si affianca, ci parla attraverso la Parola e si lascia riconoscere. Dall’incontro alla missione Dopo averlo riconosciuto, i discepoli non restano fermi: tornano a Gerusalemme. L’incontro con il Risorto li rimette in cammino verso la comunità. Scopriamo che la fede non è un’esperienza individuale, ma condivisa. Arrivati, trovano gli altri discepoli che raccontano la stessa esperienza: il Signore è davvero risorto. Comprendiamo che ciò che abbiamo vissuto personalmente è parte di un’esperienza più grande, che ci unisce agli altri. La comunità e la gioia dell’incontro Riconosciamo che è proprio questo incontro con il Signore risorto che ci tiene uniti come comunità. Non importa da dove veniamo o quale sia il nostro percorso: ciò che ci accomuna è l’esperienza di Cristo vivo. Ogni volta che ascoltiamo la sua Parola e partecipiamo allo spezzare del pane, ritroviamo la gioia, la bellezza e la gratitudine dello stare insieme. È così che vinciamo la paura, la tristezza e perfino la morte: il Signore continua a radunarci e a chiamarci. Uno sguardo rinnovato grazie ai bambini Infine, riconosciamo quanto i nostri ragazzi ci aiutino a riscoprire questo Vangelo con occhi nuovi. Attraverso di loro, siamo invitati a vivere l’incontro con il Signore come se fosse la prima volta. Chiediamo allora di poter continuare a riceverlo nella nostra vita, custodendo quella gioia che nasce dall’incontro con Lui e lasciandoci continuamente rimettere in cammino come veri discepoli.
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404
Una comunità feconda, Martire - sabato II settimana di Pasqua
Salire a Montesole: un’esperienza che illumina la comunità Vivendo questa salita a Montesole, sentiamo nel cuore la forza delle letture di questo sabato della seconda settimana di Pasqua: At 6,1-7 e Gv 6,16-21. In esperienze comunitarie così intense, la Parola di Dio acquista un peso particolare: diventa luce concreta, capace di orientare la nostra vita insieme. Ci lasciamo allora guidare da alcune sottolineature, consapevoli che potranno essere riprese e approfondite anche successivamente. Il Vangelo: nel buio, l’incontro che salva Nel Vangelo entriamo in una scena segnata dalla fatica e dal buio. I discepoli, dopo il miracolo dei pani, sono soli sulla barca, in mezzo al mare agitato, con il vento forte. È una situazione di difficoltà reale, ma non nuova per loro, che sono pescatori esperti. Eppure, proprio lì accade qualcosa di inatteso: Gesù si avvicina camminando verso di loro, e invece di rassicurarli immediatamente, suscita paura. Non lo riconoscono, l’incontro appare misterioso, quasi inquietante. Ma è proprio in questo momento che Gesù pronuncia parole decisive: “Sono io, non temete”. In questa rassicurazione troviamo una chiave fondamentale. Nella solitudine, nella fatica, nel buio — realtà che anche noi abbiamo percepito profondamente in questo luogo — ciò che davvero illumina è l’incontro con il Signore. Tuttavia, questo incontro non è automatico: Gesù desidera venire, ma attende anche una nostra apertura. I discepoli “vollero prenderlo sulla barca”: c’è un atto di volontà, di accoglienza. E subito accade qualcosa di sorprendente: raggiungono la riva. Questo ci dice che accogliere il Signore nella nostra barca, nella nostra vita e nella nostra comunità cambia radicalmente il cammino, lo compie, lo conduce a destinazione. Anche i martiri di Montesole hanno vissuto così: nei momenti più terribili non erano soli, ma hanno attraversato tutto con il Signore, nella preghiera condivisa. Gli Atti degli Apostoli: una crisi che diventa fecondità Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, vediamo una comunità in difficoltà. Crescendo, emergono tensioni e trascuratezze: il gruppo dei greci lamenta che le proprie vedove vengano dimenticate nel servizio quotidiano. È una crisi concreta, che nasce anche da differenze culturali e linguistiche. Questa situazione interroga anche noi: ci chiediamo se, nella nostra comunità, ci siano ambiti trascurati, persone dimenticate, incomprensioni legate a diversità di vedute o di linguaggi. Gli apostoli non ignorano il problema, ma lo affrontano insieme alla comunità. Convocano il gruppo e avviano un discernimento condiviso. In questo processo emerge una consapevolezza fondamentale: non si può trascurare la Parola di Dio per il servizio delle mense. Non si tratta di scegliere tra due realtà, ma di riconoscere che entrambe sono essenziali. Due attenzioni inseparabili: i poveri e la Parola Comprendiamo allora che la vita della comunità si regge su due pilastri fondamentali: la cura delle persone fragili e l’ascolto della Parola, unito alla preghiera. Sono due servizi distinti ma inseparabili, che richiedono entrambi attenzione, dedizione e responsabilità. Anche noi siamo chiamati a interrogarci: riusciamo a prenderci cura di tutte le situazioni? Diamo spazio reale alla preghiera e alla Parola di Dio, oppure rischiamo di trascurarle? La sfida è mantenere insieme queste dimensioni, senza che una escluda l’altra. Una comunità che si rinnova e cresce Da questo momento di crisi nasce qualcosa di sorprendente: una grande fecondità. La scelta condivisa, il discernimento comunitario e l’equilibrio tra i diversi servizi portano frutto. La Parola di Dio si diffonde, i discepoli aumentano, e persino molti sacerdoti aderiscono alla fede. Questo ci mostra che le difficoltà interne non sono necessariamente un ostacolo, ma possono diventare un’occasione di crescita e di rinnovamento, se vissute insieme, nella luce dello Spirito. La testimonianza di Montesole: fragilità e offerta Il luogo in cui ci troviamo rende tutto ancora più concreto. Qui abbiamo toccato con mano la fragilità: abbiamo ascoltato storie di vittime innocenti, di persone deboli, come una donna disabile uccisa, e abbiamo visto i segni della violenza, come la croce di don Ubaldo. Eppure, insieme a questa fragilità, abbiamo percepito anche la forza della preghiera e dell’offerta della vita. I martiri di Montesole ci testimoniano che è possibile vivere tutto questo rimanendo uniti al Signore. Camminare senza paura verso la fecondità Alla luce di tutto questo, sentiamo nascere una preghiera e un desiderio: chiediamo di poter camminare anche noi come comunità senza paura, accogliendo il Signore nella nostra barca. Solo così potremo attraversare le difficoltà e giungere alla riva. Allo stesso tempo, desideriamo essere una comunità feconda, capace di tenere insieme la cura dei piccoli e l’ascolto della Parola, la concretezza del servizio e la profondità della preghiera. In questo cammino, la testimonianza di Montesole rimane per noi un aiuto prezioso e una luce viva.
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403
Noi della terra e lui del cielo! Omelia giovedì III settimana di Pasqua
Nel nostro cammino nel Vangelo di Giovanni siamo arrivati a un passaggio particolare del capitolo 3, dove notiamo una certa ambiguità: il testo non specifica chiaramente chi stia parlando. Potrebbe trattarsi di parole di Gesù, ma il contesto immediatamente precedente ci fa pensare anche a Giovanni Battista. Accogliamo questa apertura e ci soffermiamo su un primo punto fondamentale: la duplice provenienza. Da una parte c’è chi viene dall’alto, che è al di sopra di tutti; dall’altra chi viene dalla terra, che appartiene alla terra e parla secondo la terra. Riconosciamo in questa descrizione la nostra condizione: siamo uomini e donne “della terra”, limitati, legati a una dimensione concreta, spesso incapaci di elevarci da soli verso il cielo. Questa consapevolezza non è una condanna, ma un punto di partenza realistico. L’iniziativa di Dio: l’incontro reso possibile Contempliamo allora la grande novità: colui che viene dall’alto, Gesù, il Verbo fatto carne, si fa vicino a noi. È lui che prende l’iniziativa, è lui che viene incontro alla nostra condizione terrena. Non siamo noi a salire al cielo, ma è il cielo che scende verso di noi. Questa dinamica rende possibile l’incontro: Gesù testimonia ciò che ha visto e udito, portandoci una conoscenza che da soli non potremmo mai raggiungere. Tuttavia, emerge subito una tensione: nonostante questa possibilità straordinaria, spesso l’uomo non accoglie questa testimonianza. La difficoltà ad accogliere la testimonianza Riconosciamo dentro di noi una resistenza profonda. Anche se il Signore viene, anche se parla, il nostro cuore fatica ad aprirsi. Come dice il prologo del Vangelo, “è venuto tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”. Facciamo esperienza di questa chiusura: accogliere ciò che viene dall’alto significa lasciare che trasformi la nostra vita concreta, la nostra “terra”. E questo non è facile. Eppure, proprio qui si gioca tutto: nella disponibilità a lasciar entrare il cielo nella nostra realtà quotidiana. Accogliere la testimonianza: sigillare che Dio è veritiero Ci rendiamo conto però che non tutto è rifiuto. C’è chi accoglie. E chi accoglie la testimonianza di Gesù compie un gesto decisivo: conferma che Dio è veritiero. Con la nostra fede, semplice ma autentica, possiamo “sigillare” questa verità. Non si tratta di uno sforzo intellettuale, ma di un atto di fiducia: riconosciamo che Dio dice il vero, che la sua parola è affidabile, che ciò che ci viene donato è grazia. Le parole di Dio e il dono dello Spirito Scopriamo allora qualcosa di straordinario: Gesù, l’inviato del Padre, ci comunica le parole stesse di Dio. Non parole umane, ma parole divine, ascoltate dal Padre e trasmesse a noi. E insieme alle parole, riceviamo lo Spirito, donato “senza misura”. Questo ci apre a una comunicazione viva tra cielo e terra. Basta una piccola apertura — quella porticina della fede — perché questa relazione si realizzi: Dio parla, dona, si comunica. Un cammino di conversione verso la luce Comprendiamo che tutto questo implica un cammino: una conversione continua. Siamo chiamati ad avvicinarci alla luce senza paura, lasciando che illumini anche la nostra fragilità, il nostro essere terreni e peccatori. Non si tratta di fuggire dalla nostra condizione, ma di lasciarla trasformare. Già qui, nella nostra vita concreta, possiamo gustare qualcosa delle realtà celesti che ci vengono donate. Il rischio del rifiuto e la chiamata alla fede Resta però un rischio serio: quello di chiudere la porta, di rifiutare, di non obbedire. Il testo è molto chiaro: chi non accoglie il Figlio non vedrà la vita. Riflettiamo su questo atteggiamento di chiusura, che vediamo anche nei Sadducei e nei Farisei, i quali si oppongono con forza all’annuncio degli Apostoli. È un monito anche per noi: possiamo ascoltare senza accogliere, vedere senza riconoscere. Alla scuola degli Apostoli Per questo scegliamo di metterci alla scuola degli Apostoli. Come loro, pur nella nostra piccolezza e povertà, desideriamo lasciarci illuminare dalla Parola e dallo Spirito. Accogliamo la testimonianza, apriamo il cuore, e permettiamo a questo incontro tra cielo e terra di trasformare la nostra vita.
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Credere basta, o la fede chiede una conversione continua? Omelia mercoledì II settimana di Pasqua S. Andrea
In questo brano del Vangelo colpisce una delle parole più luminose che Gesù rivolge a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo". In questi giorni questo dialogo con ci accompagna e ci aiuta a entrare sempre più nel cuore della fede cristiana. Comprendiamo anzitutto che l’amore è il centro della nostra vita e della nostra esperienza di credenti: amare significa donarci, rivolgerci a chi ci è vicino, prenderci cura dei nostri cari e, più in generale, aprirci agli altri. Allo stesso tempo, riconosciamo che l’amore non è automaticamente qualcosa di buono. Esiste anche un amore disordinato, un attaccamento che ci rende schiavi. Possiamo amare cose, abitudini o piaceri in modo tale da lasciarci dominare da essi. Per questo la domanda decisiva è: qual è il vero oggetto del nostro amore? Dove orientiamo il cuore? L’amore di Dio che salva anche un mondo ferito Il Vangelo ci sorprende perché ci dice che Dio ama proprio questo mondo, un mondo segnato da contraddizioni, ferite, oscurità e male. Eppure Dio, che ne è il creatore, non si ritrae: ama il mondo fino in fondo. Questo amore si manifesta nel dono più grande possibile, quello del Figlio. Riflettendo su questo, comprendiamo quanto sia immenso il sacrificio di Dio. Noi facciamo fatica a esporre ciò che abbiamo di più prezioso al rischio di essere ferito o perduto. Dio invece dona il Figlio al mondo proprio per salvarlo. Il suo amore non fugge davanti al male, ma vi entra dentro per portare salvezza. Il Figlio, infatti, è il segno concreto di un amore capace di abitare anche le situazioni più difficili e oscure. Il fine di questo dono è chiaro: non la condanna, ma la salvezza del mondo. La fede come dono e come risposta Il Vangelo ci dice che chi crede nel Figlio non è condannato, ma è salvato. Questa affermazione ci porta però a una domanda importante: che cos’è davvero la fede? Sappiamo bene che non è una realtà semplice né scontata. Anche guardando la nostra vita concreta, le nostre famiglie, le persone che amiamo, sentiamo tutta la fatica di questa domanda. Noi stessi, pur essendo qui nella semplicità della preghiera quotidiana, sappiamo che la fede non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. Pensiamo anche ai nostri familiari, ai figli, a chi si è allontanato dalla Chiesa: ci domandiamo che ne sarà di loro, se la loro mancanza di fede significhi esclusione o condanna. Il Vangelo ci aiuta a comprendere che la fede è anzitutto un dono di Dio, una luce che viene offerta. Nessuno se la dà da solo. Ma proprio perché è un dono, c’è anche una responsabilità: possiamo accoglierlo oppure rifiutarlo. Il vero dramma non è la fragilità umana, ma il chiudersi volontariamente alla luce. Il rischio delle tenebre e il circolo del peccato Gesù ci mette davanti a una verità profonda: possiamo arrivare ad amare più le tenebre che la luce. Questa parola ci tocca da vicino, perché conosciamo bene l’esperienza del peccato, della debolezza, dei meccanismi interiori che ci imprigionano. Anche quando conosciamo il bene, anche quando abbiamo fatto esperienza del Signore, possiamo ritrovarci a preferire ciò che ci allontana da Lui. È il circolo vizioso del male: più restiamo nel buio, più facciamo fatica a uscirne; più ci abituiamo a certe chiusure, più temiamo la luce che smaschera e guarisce. Il Vangelo dice che chi compie il male fugge la luce per non vedere messe in discussione le proprie opere. Questo non è un giudizio astratto sugli altri: è una verità che riguarda tutti noi. Per questo la fede si rivela come una liberazione: è il coraggio di dire sì a un aiuto più grande di noi, a una luce che può davvero scioglierci dalle nostre prigionie interiori. “Fare la verità”: camminare verso la luce L’ultima espressione del Vangelo ci offre una chiave decisiva: chi fa la verità viene verso la luce. Ci chiediamo allora che cosa significhi davvero “fare la verità”. Non si tratta semplicemente di fare qualche buona azione o di comportarsi bene in senso morale. Certamente il bene concreto è importante, ma il senso più profondo di questa parola è un altro: fare la verità significa metterci in cammino verso la luce, riconoscere dove si trova la sorgente della vita e scegliere continuamente di avvicinarci ad essa. Significa vivere un cammino di conversione costante. Fare la verità non vuol dire essere perfetti o “i più bravi della classe”. Vuol dire riconoscere che il Figlio di Dio, con il suo amore, è la luce della nostra vita. Vuol dire lasciarci illuminare progressivamente, accettando che la sua luce entri nelle nostre ombre, nelle nostre fatiche, nelle nostre fragilità. Un cammino che non finisce mai: con Nicodemo verso la Pasqua Comprendiamo allora che la vita cristiana non consiste soltanto nel compiere azioni buone, ma nel lasciarci continuamente attirare da una luce più grande di noi. È un cammino che non finisce mai: abbiamo sempre bisogno di conversione, di nuova luce, di un cuore più libero. In questo senso Nicodemo ci è molto vicino. Anche lui, nel suo turbamento interiore, si è messo in cammino ed è andato da Gesù nella notte. Il suo desiderio di cercare, capire e lasciarsi illuminare diventa un esempio anche per noi. Per questo lo ringraziamo: ci ricorda che la fede è un cammino sincero, spesso faticoso, ma vero. Anche noi, come lui, vogliamo non lasciarci imprigionare dalle opere delle tenebre — che pure conosciamo e sperimentiamo — ma scegliere di lasciarci illuminare dalla luce della Pasqua.
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401
Da dove viene la pace del Risorto? - Omelia 2a domenica di Pasqua BVI
Viviamo questa seconda domenica Pasqua come un dono immenso, una sorgente di consolazione e di gioia proprio nel momento in cui sentiamo più forte il bisogno di speranza. La liturgia di questa domenica ci raggiunge in profondità e ci rigenera interiormente, come dice la Prima lettera di Pietro: siamo rigenerati per una speranza viva. Sentiamo che questa parola non è astratta, ma entra dentro il nostro presente, nelle nostre fatiche, nelle nostre paure, nelle nostre attese. Per questo accogliamo questa domenica come un vero regalo del Signore: non solo una celebrazione, ma un’esperienza concreta di rinascita. In mezzo alle inquietudini che portiamo nel cuore, questa Pasqua ci ricorda che la speranza cristiana non delude, perché nasce dalla presenza viva di Cristo risorto. Gesù viene in mezzo a noi e ci dona la sua pace Nel Vangelo vediamo Gesù che, la sera di Pasqua, viene in mezzo ai suoi discepoli e dice: “Pace a voi”. Questo gesto è carico di significato: Gesù non resta distante, ma viene, si ferma, si mette in mezzo ai suoi. La sua presenza è già di per sé una risposta al loro smarrimento. I discepoli sono impauriti, chiusi, ancora feriti dal trauma della croce. Non hanno ancora compreso ciò che è accaduto. Sono disorientati, forse anche disuniti: Tommaso non c’è, forse mancano anche altri. È un gruppo segnato dalla paura e dalla fragilità. E proprio lì, dentro quella paura, arriva Gesù. Riconosciamo che anche noi spesso ci troviamo così: chiusi, impauriti, smarriti davanti a ciò che accade nel mondo e nella nostra vita. Per questo sentiamo che quel “Pace a voi” è rivolto oggi anche a noi. Nelle iniziative di preghiera proposte dalla Chiesa, dal Vescovo e dal Papa, riconosciamo un invito concreto a ritrovarci, a pregare insieme, a riscoprire la bellezza della comunione, della supplica condivisa, della carità reciproca. Anche noi abbiamo bisogno di questo dono di pace. Le ferite del Risorto: il segno dell’amore che salva Gesù non dona la pace soltanto con le parole: mostra ai discepoli le mani e il fianco, mostra le sue ferite. Le piaghe diventano così il segno concreto della sua identità e del suo amore. Sono la prova che il Crocifisso è davvero il Risorto. Ripensiamo anche al segno del cero pasquale: nella Veglia si traccia la croce e si inseriscono le piaghe, perché il cero rappresenta Cristo stesso. Quelle ferite raccontano tutto ciò che Gesù ha patito per amore nostro. E tuttavia proprio da quella croce scaturisce la luce della Pasqua. La sofferenza non è cancellata, ma trasfigurata. Per i discepoli questo è decisivo: essi avevano sperimentato l’amore profondo di Gesù, fino al gesto estremo della lavanda dei piedi e del dono totale di sé. Ma la croce aveva spezzato ogni sicurezza. Ora, vedendo le sue ferite gloriose, comprendono che quell’amore non è stato sconfitto. Le piaghe diventano fonte di pace e di gioia, perché dicono che colui che li ha amati è vivo, presente, fedele. Anche per noi le ferite hanno questo significato. Nelle relazioni umane, quando ci facciamo vicini a chi soffre, quando tocchiamo con mano le ferite dell’altro, quando ci lasciamo coinvolgere davvero nel dolore altrui, lì nasce un amore più vero, più profondo, più consolante. Le ferite, condivise e accolte, possono diventare luogo di comunione autentica. Tommaso e il coraggio di mostrare le nostre fragilità Comprendiamo allora meglio anche Tommaso. La sua richiesta di toccare le ferite di Gesù non è semplicemente ostinazione o incredulità: nasce da un amore ferito, da una fedeltà rimasta bloccata al dramma della croce. Tommaso aveva amato profondamente il Signore, fino al desiderio di seguirlo anche nella morte. Per questo ha bisogno di ritrovare proprio lì, nelle ferite, la prova che quell’amore non è finito. In Tommaso vediamo anche noi stessi. Anche noi spesso restiamo fermi davanti alle nostre ferite, ai dolori non superati, alle delusioni che ci bloccano. Ma il Vangelo ci insegna che proprio lì può avvenire l’incontro con il Risorto. Per questo sentiamo che siamo chiamati a non nascondere le nostre fragilità. Dobbiamo imparare a mostrarle, a lasciarci aiutare, a chiedere sostegno, a permettere agli altri di starci accanto. Nella verità delle nostre ferite può nascere una comunione più profonda. È proprio così che la gioia dei discepoli diventa possibile: essi gioiscono quando vedono il Signore così com’è, ferito e glorioso. La pace ricevuta diventa missione di perdono Gesù ripete una seconda volta: “Pace a voi”. Questo secondo dono della pace è legato a una missione precisa: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Ricevere la pace di Cristo significa essere inviati nel mondo come portatori della sua stessa logica. Il cuore di questa missione è il perdono. Gesù soffia lo Spirito Santo sui discepoli e affida loro il potere di rimettere i peccati. Questo ci rivela che il perdono non è un ideale irraggiungibile, ma una possibilità concreta resa possibile dallo Spirito. Non possiamo dire che sia impossibile: il Signore ci dona davvero la forza di farlo. Capire questo cambia il nostro modo di vivere le relazioni. Chiedere perdono e perdonare non sono gesti secondari: sono il centro della rigenerazione dei rapporti umani. Se non entriamo in questa logica, restiamo prigionieri della chiusura, del risentimento, della distanza. La comunità cristiana: alternativa concreta alla logica della guerra In un tempo segnato dalla guerra, dalla violenza e dall’aggressività, comprendiamo ancora di più quanto il Vangelo del perdono sia urgente. Pensiamo ai drammi dell’Ucraina, del Medio Oriente, di Gaza, del Libano, dell’Iran: il mondo sembra spesso dominato dalla logica dello scontro e della distruzione. Di fronte a tutto questo, Gesù ci indica una strada opposta: la pace, la vicinanza, l’ascolto reciproco, il cammino condiviso. E questa strada non è un’utopia. Lo vediamo già nella pagina degli Atti degli Apostoli, dove la prima comunità cristiana viveva perseverando nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera. Riconosciamo che questa è anche la nostra vocazione: stare insieme, pregare, ascoltare la Parola, spezzare il pane, ricevere la vita da Cristo. La semplicità della vita comunitaria non è debolezza: è la grande alternativa alla violenza del mondo. Stare insieme, condividere, custodire relazioni vere, vivere la preghiera comune: tutto questo è già testimonianza di pace. Pensiamo anche alle piccole comunità cristiane che vivono in mezzo alla distruzione, come quella di Gaza: pur circondate dalla sofferenza, riescono a conservare il sorriso, la pace, la fraternità. Questo ci mostra che la pace del Risorto è reale, concreta, possibile anche nelle situazioni più dure. Il nostro sì al dono della pace Per questo oggi sentiamo il bisogno di ringraziare profondamente il Signore. Lo ringraziamo per questa domenica, per il dono dello Spirito, per la nostra vita comunitaria, per le nostre famiglie, per il nostro pregare insieme. Vogliamo offrire con sincerità la nostra disponibilità a diventare operatori di pace e di perdono. Vogliamo lasciarci trasformare dal Risorto, accogliere la sua pace e portarla nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità. Come Tommaso, anche noi desideriamo arrivare a una fede concreta, vissuta dentro la realtà della vita, fino a poter dire con tutto il cuore: “Mio Signore e mio Dio”. Perché questo è il Signore che incontriamo: colui che viene in mezzo a noi, resta con noi e ci dona la sua pace.
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Sono quelli che erano con Gesù! - Intervento a Galeazza sabato di Pasqua
Mi ha colpito l'inizio del testo degli Atti, quando i capi, gli anziani e gli scribi osservano Pietro e Giovanni e quello che notano in loro è la franchezza nel parlare e che sono uomini semplici, senza una particolare istruzione, capaci di una parola forte, limpida, autorevole. La cosa che mi ha colpito di più è il passaggio in cui si dice che li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Non è un collegamento scontato: certo, la loro franchezza si può notare, la loro semplicità pure, ma ciò che davvero emerge è il segno di una relazione vissuta. In loro traspare qualcosa che viene dallo stare con Gesù, da una familiarità che li ha trasformati. Una comunione che si diffonde e coinvolge Subito dopo, il testo aggiunge un dettaglio molto bello: l’uomo guarito era lì, in piedi, con loro. Anche questo mi ha fatto pensare. Non si tratta solo del fatto che Pietro e Giovanni erano stati con Gesù, ma che adesso anche quell’uomo guarito sta con loro. È come se questa comunione fosse contagiosa. C’è una forza semplice e profonda nello stare insieme: Gesù con i suoi discepoli, i discepoli tra loro, e poi chi viene toccato dalla salvezza che entra dentro questo legame. Mi sembra che il cuore di tutto sia proprio questo: un cammino condiviso, un rapporto vissuto, una vicinanza che cambia la vita senza bisogno di grandi parole o titoli. La presenza del Risorto che i capi non riescono a fermare Mi sono chiesto: che cosa avevano fatto davvero Pietro e Giovanni per suscitare una reazione così forte? In fondo, davanti ai capi, non stanno facendo altro che manifestare ciò che hanno vissuto con Gesù, forse il loro volersi bene. Gli stessi capi avevano perseguitato Gesù e avevano disperso i discepoli, ma ora si trovano davanti qualcosa che non riescono a spiegare né a fermare. Quello che forse dà più fastidio ai capi è proprio questo: Gesù, che loro ritenevano eliminato con la morte, continua invece a essere presente nella vita di questi uomini. La loro comunione con lui è ancora viva, evidente, concreta. È questa presenza che rende Pietro e Giovanni straordinari: non una bravura personale, ma il fatto di essere ancora abitati da quella relazione. Per questo i capi non riescono a resistere alla loro parola, al loro annuncio, al loro modo di stare davanti agli altri. Tutta Gerusalemme sa del segno compiuto, tutto il popolo ne parla, e questo rende impossibile mettere a tacere la testimonianza degli apostoli. L’esperienza con Gesù come cuore dell’annuncio Mi sembra che questo tema dello “stare con Gesù” accomuni tanti personaggi del Vangelo. Anche se attraversati da dubbi, paure, incredulità, tutti coloro che lo hanno incontrato portano dentro di sé il segno di questa relazione. E questo vale ancora di più per chi ha incontrato il Risorto: quell’esperienza non può restare chiusa, ma diventa il contenuto stesso dell’annuncio. Quando Gesù manda i suoi a proclamare il Vangelo a ogni creatura, ciò che devono portare nel mondo non è anzitutto una teoria, ma la testimonianza di una vita condivisa con lui. Il Vangelo, allora, è prima di tutto il racconto di una comunione: un ascolto, una familiarità, una compagnia che trasforma l’esistenza e la rende capace di generare vita anche negli altri. La testimonianza delle “sante stolte” e la santità della semplicità Questo tema mi ha fatto pensare anche a un libro che ho trovato per caso in biblioteca qui a Galeazza, dedicato alle “sante donne stolte” della Russia. Mi ha colpito già il titolo, e leggendo ho ritrovato proprio lo stesso tratto che emerge negli Atti. Erano donne semplici, spesso senza istruzione, segnate da una povertà anche esteriore che suscitava fastidio o addirittura rifiuto nelle loro comunità. La loro presenza era scomoda, quasi una spina nel fianco, proprio perché metteva in crisi i criteri abituali con cui si giudicano le persone. Eppure, in tutte le loro storie emergeva sempre una cosa decisiva: il loro legame fortissimo con il Signore. Era questa relazione a renderle capaci di bene, di profezia, di miracoli, di una fecondità spirituale sorprendente. Per questo, nonostante l’apparente fragilità, venivano riconosciute come sante. Questo mi conferma che la vera forza cristiana non nasce dall’istruzione, dal ruolo o dalla competenza, ma dal rimanere con il Signore. È questa comunione semplice e fedele che trasforma la vita e la rende capace di portare frutto.
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Irritazione e dolore per la risurrezione? Intervento a Galeazza venerdì di Pasqua
Mi ha colpito la reazione dei capi del popolo descritta nel testo degli Atti: erano irritati perché gli apostoli insegnavano e annunciavano, in Gesù, la risurrezione dei morti. Questa irritazione non mi sembra solo una reazione razionale o ideologica, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare anche con il dolore e con una certa stanchezza interiore. È come se l’annuncio della risurrezione toccasse una ferita, smuovesse qualcosa di scomodo, provocando una chiusura. Quando Pietro cita l’immagine della pietra scartata, disprezzata e rifiutata, vedo emergere una dinamica molto umana: davanti a un’evidenza che interpella, può nascere una resistenza che si trasforma in disprezzo, persino violento. Non è solo un rifiuto passivo, ma un desiderio attivo di mettere a tacere, di eliminare ciò che disturba. Questo atteggiamento non è così scontato, perché avviene nonostante segni concreti, come il miracolo dello storpio, che avrebbero potuto aprire alla fede. Il cammino graduale dei discepoli Dall’altra parte, vedo nei discepoli del Vangelo un atteggiamento diverso, più lento ma anche più aperto. Anche loro procedono per gradi: sono sulla riva del mare, tornano a pescare insieme, vivono una notte infruttuosa. È una situazione di fatica e di vuoto, che però non si chiude in sé stessa. Poi arriva un’indicazione semplice, quasi minima: gettare le reti dalla parte destra. È un gesto di fiducia che apre a qualcosa di nuovo. Pian piano riconoscono che è il Signore, anche se il testo dice che non osavano domandargli chi fosse. Questo imbarazzo non è chiusura, ma uno spazio abitato dal desiderio, dall’intuizione, da una conoscenza che sta nascendo. Mi sembra che questo percorso dei discepoli dica qualcosa anche di me: il riconoscimento del Signore non è immediato, ma cresce nel tempo, attraverso segni, ascolto e piccoli atti di fiducia. Tra chiusura e apertura: il nostro spazio interiore Tra questi due atteggiamenti – la resistenza dei capi e la gradualità dei discepoli – sento che si gioca anche la mia esperienza. Da una parte c’è il rischio della chiusura, alimentata dal dolore, dalla stanchezza o da una ferita che non voglio affrontare. Dall’altra c’è la possibilità di un’apertura, che però richiede umiltà e piccolezza. Ho bisogno di qualcuno che mi indichi il Signore, ma allo stesso tempo sono chiamato a mettermi in ascolto, senza pretendere di capire tutto subito. Questo atteggiamento non è facile, perché espone alla fragilità, ma è forse l’unico che permette un incontro vero. Il rischio dello “scarto” – di rifiutare ciò che non capisco o che mi mette in crisi – è sempre vicino. È una tentazione concreta, quotidiana. Il rischio dell’indifferenza Accanto alla resistenza esplicita, riconosco un altro rischio ancora più sottile: quello dell’indifferenza. Non oppormi alla risurrezione, ma semplicemente metterla da parte, considerarla irrilevante per la mia vita quotidiana. Questa forma di distanza è forse ancora più pericolosa, perché non genera nemmeno un confronto. È uno scarto silenzioso, in cui ciò che dovrebbe essere centrale diventa marginale. Alla fine, mi trovo a chiedermi quale sia davvero il mio rapporto con la risurrezione nel nome di Gesù: se la vivo come una provocazione che mi irrita, come un cammino che lentamente mi apre, oppure come qualcosa che, senza accorgermene, lascio ai margini della mia esistenza.
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Una benedizione per tutti - Intervento giovedi di Pasqua a Galeazza
Anch’io sono stato colpito dall’ultimo versetto del testo degli Atti: “Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità”. Sintetizza bene ciò che stanno vivendo gli ascoltatori di Pietro, piuttosto sconvolti di quello che stanno sentendo. Pietro collega in modo forte le profezie antiche, a partire da Mosè, con quanto è accaduto con la guarigione così sorprendente dello storpio. Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, Gesù, “lo ha mandato prima di tutto a voi”… che ascoltate. Lo ha mandato a voi nella guarigione di quell’uomo, nelle parole di benedizione già annunciate dai profeti e, soprattutto, nella possibilità di conversione. Questa benedizione si manifesta proprio nel poter finalmente distogliersi dalle iniquità, dalle azioni cattive, fino a riconoscere la responsabilità più grave, cioè l’uccisione del servo stesso. Anche nel Vangelo ritroviamo qualcosa di simile: i discepoli vivono l’incontro con il Risorto come una primizia. Anche se Gesù era già apparso ad altri, questo incontro “tutti insieme” ha un valore particolare. Il fatto che Dio lo abbia mandato “prima di tutto a voi” lascia intendere che questo dono, questa apparizione, questa venuta, questa benedizione, non siano destinati a pochi, ma a molti. Proprio per questo, i discepoli sono chiamati a prepararsi a portarla agli altri, a diventarne testimoni. È ciò che Pietro e Giovanni hanno fatto prendendo per mano lo storpio: un gesto concreto che trasmette ciò che hanno ricevuto. Questa benedizione, quindi, non si ferma a loro, non è solo per loro, ma ha una forza tale da raggiungere tutti, anche noi!
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Il Risorto predilige i marginali - intervento mercoledì di Pasqua a Galeazza
I due di Emmaus sembrano discepoli "marginali" rispetto agli altri. Nei versetti finali del Vangelo infatti, quando tornano a Gerusalemme e trovano riuniti gli undici, viene detto prima: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”, e poi: “Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. Eppure Gesù sceglie di affiancarsi a loro, di camminare insieme, ascoltarli, e fare loro il grande regalo della spiegazione delle Scritture, del farsi riconoscere nello spezzare del pane, proprio a loro che erano in fuga, gli ultimi arrivati. E anche come annunciatori sono in coda al gruppo. Anche lo storpio sembra marginale: seduto lì, non chiede nulla, non sembra avere conoscenza di Gesù o fede in lui, almeno fino a quel momento. Anche nel suo caso la guarigione è un regalo che viene dall’intuizione di Pietro e Giovanni, che si rendono conto di avere qualcosa – il nome di Gesù – che può farlo risollevare. La notizia, il fatto della risurrezione, così dirompente e sanante, raggiunge tutti, non solo quelli vicini a Gesù, ma fin da subito si allarga alle persone ai margini. Questo dà speranza anche a noi: quando ci sentiamo in questo territorio più marginale, meno attento, meno fedele, o più problematico per paralisi o fuga.
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E' il Signore di tutti - Martedì di Pasqua a Galeazza
Due volti davanti al Risorto: intimità e distanza In queste letture mi colpisce profondamente il contrasto tra i protagonisti: da una parte Maria, che ha avuto con Gesù un rapporto strettissimo, intimo, quasi sponsale; dall’altra i Giudei di cui parla Pietro negli Atti, coloro che, in qualche modo, hanno contribuito alla sua crocifissione. Due poli opposti, quasi “antipodi”: chi ama e cerca, e chi ha rifiutato e deve ancora comprendere. Eppure, proprio qui emerge il cuore del messaggio: per entrambi Gesù è il Signore, è il Cristo. Sia Maria sia coloro che ascoltano Pietro sono chiamati a ritrovarlo, a incontrarlo di nuovo, a riconoscerlo. Questo mi fa comprendere che non esiste una categoria esclusa: sia chi è vicino da sempre, sia chi arriva “all’ultima ora” è chiamato allo stesso incontro decisivo. Una ricerca che accomuna tutti Maria cerca Gesù nel pianto, con un amore ferito e fedele. I Giudei, invece, arrivano a cercarlo dopo essere stati “trafitti nel cuore” dalla parola di Pietro: «Che cosa dobbiamo fare?». Sono percorsi diversi, ma entrambi autentici. Da una parte c’è una ricerca affettiva, personale, piena di amore; dall’altra una ricerca che nasce dalla conversione, dal riconoscimento del proprio errore. Ma entrambe conducono nella stessa direzione: verso l’incontro con il Risorto. Questo mi fa pensare che non esiste un solo modo di arrivare a Cristo. C’è chi lo cerca da sempre e chi lo scopre dopo aver sbagliato. Ma ciò che conta è lasciarsi mettere in cammino. Il protagonista è Dio Padre Riflettendo su entrambe le letture, mi sembra sempre più chiaro che il vero protagonista è Dio Padre. È Lui che ha costituito Gesù come Signore e Cristo. È Lui che lo dona a tutti, senza esclusioni. Le parole di Pietro lo sottolineano con forza: la promessa è “per voi, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani”. Questa apertura universale mi colpisce: nessuno è fuori dalla chiamata, nessuno è troppo distante. Allora capisco che Gesù non appartiene a un gruppo ristretto, ma è dato a tutti. Ognuno può riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo come proprio Signore. “Non mi trattenere”: un amore che si apre Nel Vangelo, il dialogo tra Gesù e Maria raggiunge un momento decisivo quando lui le dice: «Non mi trattenere». Questo invito non è un rifiuto, ma un passaggio. Gesù orienta Maria verso il Padre: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». In queste parole si compie qualcosa di straordinario: il Padre di Gesù diventa il Padre di tutti. Qui vedo un altro grande “miracolo”: non solo l’incontro personale con il Risorto, ma la nascita di una fraternità nuova. Non siamo più individui isolati, ma fratelli, uniti dallo stesso Padre. Una fraternità che supera ogni distanza Se Gesù è il Signore di tutti, allora tutti possiamo riconoscerci come fratelli, anche se siamo lontani tra noi per storia, esperienza o condizione. Maria e i Giudei rappresentano proprio questa distanza: l’intimità e l’estraneità, la fedeltà e l’errore. Eppure entrambi vengono raggiunti dallo stesso annuncio e dalla stessa possibilità di salvezza. Questo mi sembra il cuore del messaggio pasquale di oggi: Dio ha donato Gesù a tutti, e in Lui possiamo ritrovarci uniti. La risurrezione non solo ci restituisce il Signore, ma ci consegna anche gli uni agli altri come fratelli.
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Una presa a tempo! - Lunedì di Pasqua a Galeazza
Il verbo “trattenere”: una chiave di lettura tra Atti e Vangelo Ho notato la presenza significativa del verbo “trattenere”, “tenere”, “tenere in proprio potere” sia nel testo degli Atti degli Apostoli (2,24), sia nel Vangelo (Mt 28,9), quando le donne si avvicinano a Gesù risorto, gli abbracciano i piedi, li trattengono e lo adorano. A partire da questa osservazione, ho iniziato a riflettere su questa dinamica del “trattenere”, come una sorta di presa temporanea, che riguarda in modo particolare la morte. Gesù, infatti, muore ed è realmente “trattenuto” dalla morte, ma questa non può trattenerlo per sempre. Il suo potere è limitato: Dio interviene, lo libera e lo fa risorgere. Questo verbo, quindi, diventa estremamente significativo per comprendere il mistero pasquale. Il trattenere come immagine di paura, prigionia e schiavitù Questo “trattenere” assume anche un valore simbolico più ampio, che si ritrova in vari paralleli legati alle esperienze di paura, prigionia e schiavitù. Mi sembra molto bello cogliere come la risurrezione si presenti proprio come una liberazione da un possesso negativo, da una forza che imprigiona e che pretende di trattenere. La morte stessa rappresenta questo trattenere negativo: Gesù vi passa attraverso, ne sperimenta la realtà, ma non ne rimane prigioniero. La risurrezione è allora il segno che nessuna forma di prigionia può avere l’ultima parola. Il trattenere delle donne: un gesto d’amore, ma non di possesso Anche il gesto delle donne che incontrano il Risorto ha questa dimensione del “trattenere”, ma in modo diverso. Esse lo abbracciano, lo tengono, in un incontro bello, concreto, fisico, e lo adorano. Tuttavia, anche questo trattenere è “a tempo”: non è definitivo. Infatti, subito dopo, sono chiamate ad andare, a mettersi in cammino. Questo gesto iniziale di contatto e di adorazione non può trasformarsi in possesso. “Non mi trattenere”: il limite del possesso nel rapporto con il Risorto Un ulteriore parallelo emerge nell’incontro tra Gesù e Maria Maddalena nel giardino: qui il verbo è diverso, ma il senso è simile. Gesù le dice: “Non mi trattenere, non mi toccare, va’ dai miei fratelli”. Questo mette in luce una verità fondamentale: il rapporto con Gesù non può essere fondato sul possesso, sul volerlo trattenere per sé. Non si tratta di “tenere” Gesù, ma di entrare in una relazione con Lui che è autentica, viva, ma libera. Il richiamo al Cantico dei Cantici: una presenza d’amore, libera e duratura Alla luce di questa riflessione, il riferimento al Cantico dei Cantici, letto al mattino, acquista un significato profondo. La relazione con il Risorto è una relazione d’amore: intensa, personale, ma non possessiva. Gesù risorto è presenza accanto a noi per sempre. Cammina con noi, possiamo ascoltarlo e lodarlo continuamente. Tuttavia, questa presenza non è mai una forma di prigionia, né per Lui né per noi. La risurrezione: una relazione aperta e libera per sempre Alla fine, comprendo come sia bello vedere la risurrezione proprio in questa prospettiva: non come un ritorno a una relazione chiusa o possessiva, ma come l’inizio di una relazione nuova, aperta, profonda e libera. È una relazione che dura per sempre, ma che non imprigiona. Al contrario, libera: libera Gesù dalla morte, e libera anche noi da ogni forma di possesso, aprendoci a un amore vero, capace di vivere nella libertà reciproca.
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Sempre di corsa! - Omelia di Pasqua alla BVI ore 9.30
“Voi sapete ciò che è accaduto”: tra sapere e credere Partiamo dalle parole di Pietro quando incontra Cornelio: “Voi sapete ciò che è accaduto”. Ci rendiamo conto che questo pagano già conosce tutto: sa della vita di Gesù, del battesimo ricevuto, del bene compiuto, della sua morte in croce. In fondo, ci riconosciamo in lui: anche noi sappiamo ciò che è accaduto, sappiamo che Gesù è risorto, altrimenti non saremmo qui. Eppure, comprendiamo che esiste una differenza decisiva tra il sapere e il credere. Non basta conoscere i fatti: siamo chiamati a fare un salto, quello della fede. La domanda allora nasce dentro di noi: come passiamo dal semplice sapere su Gesù al credere davvero nella sua risurrezione, fino a farne una certezza solida, una pietra fondamentale della nostra vita? Il discepolo amato: una relazione che apre alla fede Ci mettiamo nei panni del discepolo amato, colui che arriva per primo al sepolcro. Si china, osserva i teli, poi entra insieme a Pietro e, davanti a ciò che vede, crede. In lui scatta qualcosa. Comprendiamo però che la sua fede non nasce dal nulla: è il frutto di una relazione profonda con Gesù. È colui che si appoggia sul petto del Maestro, che lo segue fino al cortile del sommo sacerdote, che resta sotto la croce quando tutti fuggono, che accoglie Maria come madre. La sua vita è intrecciata con quella di Gesù in modo unico. Questa relazione intensa diventa la chiave per comprendere come arriva a credere: i segni che vede al sepolcro si illuminano grazie a tutto ciò che ha vissuto prima. La corsa verso il sepolcro: un cammino condiviso Riflettiamo sulla corsa verso il sepolcro: non è un gesto solitario. Il discepolo amato corre insieme a Pietro, rispondendo alla testimonianza delle donne. È una corsa fatta insieme, nella diversità: uno è più veloce, l’altro più lento, ma entrambi sono coinvolti. Questa immagine ci parla profondamente: la fede non è solo un ragionamento personale, ma un cammino condiviso, una risposta a testimonianze ricevute. Anche per noi è così: credere nasce dentro una rete di relazioni, di annunci ascoltati, di esperienze vissute insieme. I segni e la Scrittura: comprendere per credere Davanti al sepolcro vuoto, il discepolo amato vede i teli e inizia a mettere insieme i segni. Ma non basta: l’evangelista sottolinea che ancora non avevano compreso la Scrittura, cioè che Gesù doveva risorgere dai morti. Ci accorgiamo allora che il passaggio alla fede nasce dall’incontro tra segni concreti e Parola di Dio. La Scrittura, che già conoscevano, improvvisamente si illumina. Le parole di Gesù trovano compimento. Anche per noi il cammino è simile: siamo chiamati a raccogliere i segni della nostra vita, le esperienze, le testimonianze, e a leggerle alla luce della Parola, per arrivare a una fede viva. Percorsi diversi, un’unica fede Non tutti arrivano alla fede nello stesso modo. Pietro ha un cammino diverso, Maria Maddalena un altro ancora: lei resta, piange, e incontrerà il Risorto in modo personale e unico. Questo ci consola: non esiste un’unica strada. Ognuno di noi ha il proprio percorso, ma ci sono elementi comuni: il cammino condiviso, i segni concreti, la Parola ascoltata e ricordata. Siamo allora invitati a riconoscere il nostro percorso, a rileggere la nostra storia per scoprire come siamo passati — o stiamo passando — dal sapere al credere. La prima conseguenza: cercare le cose di lassù Una volta che crediamo, nulla resta come prima. Accade in noi un vero “terremoto”. Anche se, come i discepoli, torniamo alle nostre case, qualcosa è cambiato profondamente. Accogliamo l’invito di Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”. La nostra vita cambia direzione: non è più centrata solo sulle realtà terrene, ma orientata verso il cielo, dove Cristo è. Sappiamo quanto sia difficile: siamo continuamente attratti dalle preoccupazioni, dai problemi, dalle fatiche del mondo. Eppure siamo chiamati ad alzare lo sguardo, a gustare le realtà del cielo, perché la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Imparare a vivere da risorti Durante il tempo di Pasqua, ci sentiamo chiamati a esercitarci in questo sguardo nuovo. Ci chiediamo: cosa sono le “cose di lassù”? Sono tutto ciò che alimenta la vita vera: l’amore, il perdono, il dono di sé, il servizio reciproco. Sono gesti concreti, come lavarci i piedi gli uni gli altri, che rendono visibile la vita del Risorto in noi. La seconda conseguenza: diventare testimoni La fede nella risurrezione non può restare chiusa dentro di noi. Pietro ce lo mostra chiaramente: si mette in cammino, va da Giaffa a Cesarea, entra nella casa di Cornelio, si lascia ospitare, condivide la vita. Riconosciamo che anche lui ha dovuto attraversare un cammino di conversione, ma alla fine comprende una cosa fondamentale: Gesù si è manifestato a loro non come un privilegio da custodire, ma come una missione da vivere. Riceviamo anche noi questo mandato: annunciare e testimoniare che Cristo è il Signore dei vivi e dei morti. Una fede che si propaga Il “terremoto” della risurrezione deve propagarsi. Non possiamo fermarci a celebrare o a scambiarci auguri: siamo inviati. Testimoniamo con la parola, con la vita, con la vicinanza concreta. Come Pietro, siamo chiamati ad andare incontro agli altri, a entrare nelle loro case, a condividere, a costruire relazioni. E proprio mentre camminiamo e annunciamo, sperimentiamo ancora la presenza del Risorto: come le donne che, lungo la strada, incontrano Gesù, lo toccano e lo adorano. Alla scuola dei discepoli: vivere da risorti e annunciatori Ci mettiamo allora alla scuola del discepolo amato e di Pietro. Impariamo da loro a credere, a cercare, a correre insieme, a leggere i segni, a vivere la Parola. Da questa domenica scegliamo di diventare appassionati delle cose di lassù e coraggiosi annunciatori della risurrezione, lasciando che questa notizia trasformi continuamente la nostra vita e quella di chi incontriamo.
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Il terremoto della risurrezione - Omelia della Veglia Pasquale 2026 in BVI
La notte illuminata dalla luce di Dio Abbiamo iniziato la veglia nella notte, accendendo il cero pasquale che ha squarciato il buio. Davanti a questa luce abbiamo cantato, proclamando l’opera di Dio proprio nella notte: una notte che non è più solo oscurità, ma diventa piena di luce. Questa luce rappresentata dal cero è una luce che non deve mai spegnersi, come ci ricorda il precònio: deve rimanere accesa fino all’arrivo di Cristo. Abbiamo contemplato questa attesa: Cristo, la stella del mattino, colui che Dio ha risuscitato dai morti, viene per prenderci con sé e per salvarci. La notte, allora, non è più solo un tempo di paura, ma diventa il tempo dell’incontro, il tempo in cui Dio opera e si manifesta. Le donne e il mistero della notte Nel Vangelo abbiamo ascoltato che le donne si recano al sepolcro. Non semplicemente “all’alba”, ma nel cuore della notte, quando iniziano a spuntare le prime stelle. È un dettaglio importante: proprio nella notte esse si mettono in cammino per vedere il sepolcro. In questo gesto intuiamo che nel loro cuore c’era già qualcosa: un’attesa, un’intuizione, forse un presentimento. Non vanno solo per compiere un gesto dovuto, ma per avvicinarsi a un mistero che avevano già intravisto durante la loro sequela di Gesù. Il terremoto della Risurrezione Proprio mentre sono lì, avviene un grande terremoto. Ci siamo soffermati su questo dettaglio, perché è proprio del Vangelo di Matteo: lo stesso terremoto era già apparso al momento della morte di Gesù. Ora ritorna, come segno di un evento decisivo. Questo terremoto accompagna la discesa dell’angelo, che rotola la pietra e si manifesta in una luce sconvolgente. Le guardie cadono come morte, travolte da ciò che accade. Anche le donne sono scosse, ma ricevono subito una parola di rassicurazione: “Non abbiate paura. So che cercate Gesù, il Crocifisso”. Noi stessi ci riconosciamo in loro: cerchiamo il Crocifisso, colui che abbiamo seguito, amato, contemplato fino alla croce. Ma la notizia è sconvolgente: “Non è qui, è risorto, come aveva detto”. Il terremoto non serve a far uscire Gesù dalla tomba: Egli è già risorto. La tomba è vuota, ed è questo il segno. I “terremoti” nella storia della salvezza Abbiamo riconosciuto che questo terremoto non è un evento isolato. Tutta la storia della salvezza è attraversata da “terremoti”, cioè da interventi potenti di Dio che cambiano la storia. Lo abbiamo sentito nelle 8 letture della Veglia. Nella creazione, quando Dio dice “sia la luce”, avviene il primo grande sconvolgimento: dal caos nasce la vita. Con Abramo, nel momento drammatico del sacrificio del figlio, Dio interviene e rinnova la promessa di una discendenza numerosa come le stelle: un terremoto di benedizione. Nell’Esodo, il passaggio del Mar Rosso è un terremoto di salvezza: Dio libera il suo popolo dalla schiavitù, proteggendolo con la sua presenza. Nei profeti, questi sconvolgimenti continuano: Dio promette a Gerusalemme un amore eterno nonostante il peccato; dona la sua parola come pioggia che disseta; offre la sapienza al popolo ribelle. Nel profeta Ezechiele vediamo un doppio terremoto: l’esilio, conseguenza del peccato, e poi il ritorno, accompagnato dal dono di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo. Anche noi sentiamo quanto abbiamo bisogno di questo: il nostro cuore ha bisogno di essere rinnovato, trasformato dalla presenza di Dio. Il battesimo e la vita nuova Abbiamo riconosciuto che anche il battesimo è un terremoto nella nostra vita. Come dice la lettera ai Romani, siamo sepolti con Cristo nella morte, ma risorgiamo con Lui a una vita nuova. Non siamo più schiavi, ma liberi. Questo passaggio non è solo simbolico: è reale, concreto. È una trasformazione profonda che ci rende capaci di vivere da risorti, già ora, dentro la nostra esistenza quotidiana. L’incontro con il Risorto Il culmine di tutto avviene quando le donne, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, si mettono in cammino per portarlo ai discepoli. Ed ecco un nuovo terremoto: Gesù stesso viene loro incontro. Questo è un dono straordinario: non solo è risorto, ma si fa vedere, si lascia toccare, si lascia adorare. Le donne sperimentano una gioia immensa, inaspettata, profonda. È una gioia che anche noi desideriamo, perché in qualche modo abbiamo già fatto esperienza della presenza di Gesù nella nostra vita. Ma l’incontro non è solo per loro: Gesù affida una missione. Devono andare ad annunciare ai fratelli che Egli li precede in Galilea: là lo vedranno. Un annuncio che si propaga Abbiamo compreso che questo “terremoto” non può rimanere chiuso nel cuore di pochi. Deve propagarsi, raggiungere ogni persona, ogni cuore, ogni esistenza. Anche noi siamo qui perché questa notizia ci ha raggiunti. La luce della Risurrezione squarcia la notte della nostra vita, ravviva le nostre comunità e le nostre famiglie, ci rinnova nel corpo e nello spirito. Si accende in noi il desiderio del Cielo e della vita eterna, proprio grazie all’incontro con Gesù risorto, che sconvolge e trasforma la nostra esistenza. La festa dei “terremoti” di Dio Viviamo allora questa Pasqua come una festa dello splendore eterno, ma anche come una festa dei “terremoti” di Dio: quegli interventi che cambiano la nostra vita, che ci scuotono, che ci rinnovano. Desideriamo accoglierli fin da ora, lungo tutto il tempo pasquale, lasciandoci trasformare dalla potenza della Risurrezione, perché anche la nostra vita diventi segno di quella luce che nella notte non si spegne mai.
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Una regalità fatta di dono e misericordia - Omelia Venerdi santo BVI
Il culmine della vita di Gesù Mi soffermo in modo particolare sulla morte di Gesù, che riconosciamo come il momento culminante della sua passione e, in fondo, di tutta la sua vita. Nel lungo racconto del Vangelo di Giovanni cogliamo una ricchezza straordinaria di dettagli e di personaggi, ma tutto converge proprio lì: nella morte come compimento, come dono supremo. Avvertiamo chiaramente che c’è un “prima”, fatto di gesti e parole, ma anche di un modo unico con cui Gesù affronta le ultime ore: con una forza regale. È lui a dominare la scena, è lui il protagonista consapevole. Fin dall’arresto nell’orto, quando alla domanda “chi cercate?” i soldati indietreggiano e cadono, percepiamo questa autorità misteriosa. È una regalità diversa, nascosta, che richiama anche la figura del servo descritta dal profeta Isaia: glorioso e innalzato, ma privo di apparenza e bellezza secondo i criteri umani. La spoliazione e la regalità della croce Contempliamo Gesù sulla croce, completamente spogliato. Non gli resta nulla: anche le sue vesti vengono divise e tirate a sorte. È una nudità totale, che manifesta un dono senza riserve. Eppure, proprio lì, appare la sua identità: quella scritta posta sopra di lui, “il re dei giudei”, che diventa paradossalmente la proclamazione della sua vera regalità. In questo contesto così drammatico, ci colpisce profondamente il gesto di Gesù verso sua madre e il discepolo amato. Li affida l’uno all’altra: “ecco tuo figlio… ecco tua madre”. Vediamo in questo gesto una delicatezza immensa. Anche nel momento della morte, Gesù si prende cura, colma il vuoto che sta per lasciare, crea una nuova relazione fondata sull’accoglienza reciproca e sull’amore. È come se rendesse concreto l’invito di ieri a lavarci i piedi, a servirci e amarci gli uni gli altri. La sete e il compimento Quando Gesù dice “ho sete”, sentiamo che non è solo una necessità fisica. Questa sete richiama tutto il cammino fatto: l’incontro con la samaritana, il desiderio di entrare in relazione con ogni uomo, il suo porsi accanto a ciascuno. È la sete della nostra vita, della nostra presenza. Poi, con solennità, pronuncia: “tutto è compiuto”. In queste parole riconosciamo la pienezza, il compimento del disegno di Dio. E nel momento in cui china il capo e consegna lo spirito, non vediamo solo la morte, ma un atto di dono: Gesù offre lo spirito, lo consegna, lo effonde come un soffio di vita. Il dono totale: sangue e acqua Anche dopo la morte, il gesto del soldato che trafigge il costato di Gesù rivela qualcosa di straordinario: ne escono sangue e acqua. Per noi è il segno di un dono sovrabbondante, di una grazia che continua a sgorgare. È come una sorgente che non si esaurisce, un dono per tutti coloro che si trovano ai piedi della croce. L’evangelista sottolinea con forza che chi ha visto ne dà testimonianza, e che questa testimonianza è vera. Questo ci coinvolge direttamente: siamo chiamati anche noi a credere che ciò che sgorga dalla morte di Gesù è un dono reale, destinato anche a ciascuno di noi. Guardare a colui che abbiamo trafitto Siamo invitati a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto. Non sempre comprendiamo fino in fondo il legame tra quella morte e il nostro peccato, ma la parola del profeta Isaia ci aiuta: Gesù si è caricato delle nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri dolori. Sentiamo allora che possiamo deporre in lui tutto ciò che ci pesa: le nostre fatiche, le nostre ferite, il nostro peccato. La lettera agli Ebrei ci ricorda che proprio attraverso questa morte Gesù diventa causa di salvezza eterna per chi gli obbedisce. In quella croce nasce qualcosa di nuovo: la nostra salvezza. Accostarsi al trono della grazia Ci chiediamo cosa siamo chiamati a fare davanti a questo mistero. Non solo guardare, ma accostarci. La liturgia ci invita a compiere un gesto concreto: avvicinarci alla croce, a questo segno così prezioso che custodisce anche una reliquia del legno della croce. Avvicinarci significa entrare in relazione, riconoscere che quella croce è un trono di grazia. Non ci accostiamo solo per contemplare, ma per ricevere: misericordia e grazia. Siamo chiamati a farlo con fiducia, lasciandoci raggiungere da questo dono. Il dono supremo e la gratitudine Comprendiamo allora che il momento della morte di Gesù è il momento del massimo dono. Proprio mentre muore, egli dà tutto: il suo spirito, la sua vita, il suo amore. È il suo atto più grande di offerta. Davanti a questo mistero ci sentiamo piccoli, ma anche profondamente amati. Come la madre e il discepolo amato, anche noi siamo accolti in questa relazione. Possiamo lasciarci avvolgere dalla sua grazia, dal suo perdono, dalla sua vita. E nella contemplazione della sua morte, scopriamo la profondità del suo amore per ciascuno di noi.
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Un asciugamano, dell’acqua… e Dio si rivela - Omelia Giovedì Santo 2026 BVI
Un tempo drammatico e una Parola che lo illumina Anche quest’anno ci ritroviamo a vivere il triduo pasquale dentro un tempo profondamente drammatico. La logica della guerra, della violenza e delle armi sembra dominare tutto, generando angoscia. Ripensando agli anni passati, mi accorgo che non è una novità: abbiamo attraversato il tempo del Covid, la guerra in Ucraina, il 7 ottobre, il genocidio a Gaza, e ora nuovi conflitti come quello in Iran. A tutto questo si aggiungono le fatiche delle nostre famiglie e delle nostre vite personali. Eppure, proprio dentro questo contesto, mi accorgo che le Scritture di oggi parlano esattamente di questa realtà: non la ignorano, ma la attraversano e la illuminano. Un popolo oppresso, una comunità divisa, un cuore ferito Rileggendo il libro dell’Esodo, vedo un popolo schiavo, oppresso, senza alcuna possibilità di liberazione con le proprie forze. Il nemico è troppo potente, e la situazione sembra senza via d’uscita. Anche la comunità di Corinto, a cui Paolo scrive, vive una situazione difficile: divisioni, incomprensioni, incapacità persino di condividere la cena del Signore. Non c’è unità, ma frammentazione. E nel Vangelo, Gesù si trova in un momento drammatico: è alla fine della sua vita, tradito, con il male già all’opera nel cuore di Giuda. Questo è il clima: tensione, fragilità, oscurità. Un clima che riconosco anche nei nostri cuori. La lavanda dei piedi: un gesto sorprendente Dentro questa situazione, Gesù compie un gesto che mi sorprende ogni volta: la lavanda dei piedi. È come un colpo di scena, una genialità che spiazza i discepoli. Gesù vuole dimostrare quanto li ama, e sceglie di farlo in modo concreto e inatteso. Si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, un catino e si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli. Si fa servo, si china, li tocca, li purifica, li prepara. Questo gesto rivela un amore fino alla fine, un amore che non si limita alle parole ma si traduce in azione. Gesù si abbassa fino a diventare il più piccolo, il più umile. La resistenza di Pietro e l’urgenza di accogliere Di fronte a questo gesto, Pietro reagisce: non riesce ad accettarlo. È troppo forte, troppo sconvolgente. Ma Gesù è deciso: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Questa risposta mi colpisce per la sua radicalità. È come se Gesù dicesse che questo amore va accolto, non si può rifiutare. Pietro allora si arrende e si apre completamente. In questo dialogo vedo quanto sia difficile, ma necessario, lasciarsi amare da Gesù. Piccoli segni, un dono immenso Mi colpisce come Gesù scelga un gesto così semplice e quotidiano per esprimere un amore così grande. Lavare i piedi era una cosa normale, ordinaria, come per noi oggi togliersi le scarpe entrando in casa. E lo stesso accade nelle altre letture. Nell’Esodo, il segno della salvezza è un agnello mangiato in famiglia, con il sangue sugli stipiti delle porte: un gesto semplice, domestico. Anche l’Eucaristia nasce da segni piccoli: pane e vino, che diventano il corpo e il sangue di Cristo. Dio sceglie ciò che è piccolo, quotidiano, quasi banale, per comunicare un dono immenso e decisivo: la salvezza. Dalla lavanda dei piedi al dono della vita La lavanda dei piedi non è solo un gesto di servizio: è il segno di qualcosa di ancora più grande. Gesù, chinandosi davanti ai discepoli, mostra che è pronto a dare la sua vita per loro. È un gesto “disarmato”, ma potentissimo: rivela un amore totale, fino alla morte. Lui, il Maestro e il Signore, si abbassa per far comprendere la profondità del suo amore. “Fate anche voi così”: uno stile da imitare Alla fine, Gesù compie quello che considero il suo ultimo grande colpo di genio: restituisce tutto a noi. “Vi ho dato l’esempio… anche voi fate così”. Non si tratta solo di ammirare il gesto, ma di imitarlo. Gesù ci invita a trovare modi concreti, creativi, per esprimere l’amore. Non gesti straordinari, ma piccoli segni: un’attenzione, un regalo, un gesto semplice che dica “ti voglio bene”. Questo stile è alla portata di tutti. Dare la vita può sembrare impossibile, ma compiere piccoli gesti d’amore è qualcosa che ciascuno può fare. L’amore possibile anche nelle situazioni difficili So bene che nelle nostre famiglie esistono situazioni difficili, ferite profonde, relazioni bloccate. A volte sembra impossibile ricominciare. Eppure, proprio lì, sono chiamato a credere che un piccolo gesto può riaprire la strada. Un segno semplice può dire che è ancora possibile volersi bene, ripartire dall’essenziale. L’amore, anche quando è piccolo, porta salvezza. Un compito per tutti: diventare imitatori di Cristo Questo invito riguarda tutti: sacerdoti, genitori, nonni, bambini. Nessuno è escluso. Ognuno è chiamato a trovare un modo “geniale”, alla maniera di Gesù, per rendere visibile l’amore. Forse significa chinarsi, farsi piccoli, servire. Ma proprio lì si trova la gioia: nel sentirsi imitatori del Maestro e Signore, nel vivere uno stile che rende bella la vita e le relazioni. E questo è il dono più grande che porto con me da questa celebrazione.
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Davanti a un re mite, umile... umiliato - Omelia della domenica delle Palme 2026 a S. Andrea
Ieri sera mi trovavo a Veggio con i ragazzi di seconda e terza media e, insieme a loro, abbiamo letto il racconto della passione. Prima di iniziare ho suggerito a ciascuno di scegliere un personaggio o una situazione che lo colpisse particolarmente. Alla fine, il ragazzo che aveva dato voce a Gesù durante la lettura, ha condiviso ciò che lo aveva toccato di più: il fatto che Gesù non risponde, non si ribella, resta in silenzio. Questa osservazione mi ha profondamente colpito e l’ho custodita come chiave di lettura per tutto ciò che abbiamo ascoltato. Gesù si rivela mite. Il re mite e umile Questa mitezza emerge già nel Vangelo dell’ingresso a Gerusalemme. Gesù è riconosciuto come re, ma è un re completamente diverso da quelli a cui siamo abituati. Entra in città seduto su un asino, per di più preso in prestito. Non ha cavalli maestosi né segni esteriori di potere. Anche le vesti non sono sue: è la gente a offrirgliele, stendendole lungo il cammino. È un re umile, che ha bisogno degli altri, che si presenta nella semplicità. Anche la colletta iniziale della liturgia mi ha guidato molto. Dice: "Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione". Ci ricorda che Cristo è stato dato come modello agli uomini, lui che si è fatto uomo e si è umiliato fino alla morte. È la passione, letta per intero, diventa così un grande insegnamento da tenere sempre davanti agli occhi. Non si tratta di un insegnamento fatto di parole o discorsi, ma di gesti concreti, di atteggiamenti, di situazioni vissute. In tutto questo, Gesù si mostra come modello di umiltà. La mitezza lungo tutta la Passione Ripercorrendo la passione, vedo chiaramente come Gesù sia mite e umile, anzi profondamente umiliato. Durante l’ultima cena è mite davanti al traditore: Giuda è tra i discepoli e Gesù non lo smaschera con durezza. È mite anche quando annuncia che tutti si scandalizzeranno e quando predice a Pietro il suo rinnegamento, senza rimproverarlo. Nel Getsemani lo vedo ancora mite: nella preghiera accetta la volontà del Padre, dicendo “non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Quando arriva il momento dell’arresto, si rivolge a Giuda chiamandolo “amico” e invita chi vorrebbe difenderlo con la spada a fermarsi. Alla folla fa notare con calma l’assurdità della situazione: è stato sempre in mezzo a loro a insegnare, eppure ora lo trattano come un ladro. Davanti al sommo sacerdote risponde con semplicità: “tu lo dici”. Anche quando viene insultato, percosso, deriso, rimane in silenzio. Durante la flagellazione e la crocifissione, spogliato di tutto, continua a non ribellarsi. Viene provocato: “salva te stesso”, ma lui resta sulla croce. Il grido finale e il riconoscimento Anche il suo ultimo grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi appare come il grido di una persona umile: non una protesta, ma una preghiera, una domanda rivolta a Dio. Proprio il modo in cui muore colpisce chi gli sta attorno: il centurione riconosce in lui il Figlio di Dio. È la sua mitezza, il suo modo di accogliere la morte, a rivelare la sua vera identità. Un insegnamento per tutti Mi rendo conto che chiunque si avvicini a Gesù in questo racconto – discepoli, nemici, guardie, sacerdoti – e anche noi oggi, scopre questa sua caratteristica fondamentale: è mite, semplice, silenzioso, ma allo stesso tempo forte e saldo. Questo atteggiamento era già stato annunciato dal profeta Isaia, che parla di uno che non oppone resistenza, che offre il dorso ai flagellatori. E viene ripreso da Paolo nella lettera ai Filippesi, dove si dice che Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, ha svuotato se stesso, assumendo la condizione di servo. Già nel farsi uomo, nel nascere a Betlemme e vivere a Nazaret, si manifesta questa umiliazione. E poi si compie pienamente nell’obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce. Entrare negli stessi sentimenti di Cristo Davanti a tutto questo mi chiedo cosa possiamo fare noi. Paolo ci invita ad avere gli stessi sentimenti di Cristo. Siamo chiamati a entrare anche noi in questo stile di vita fatto di piccolezza, semplicità, umiltà. Alla fine dell'inno di Filippesi 2, Paolo dice che nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega, nei cieli, sulla terra e sotto terra. Di fronte a un tale insegnamento, sento che anche noi siamo chiamati a piegare le ginocchia, con riconoscenza, timore e commozione, qualunque sia la nostra condizione. Ogni lingua è chiamata a proclamare che Gesù Cristo è il Signore. Il mistero della Pasqua davanti a noi Riconosco così che questo re, tanto semplice e umile, è il mio Signore e il mio Salvatore. Dona la sua vita perché noi possiamo avere la vita eterna. Questo è il cuore del mistero della Pasqua e della Settimana Santa. In qualche modo, in questa Domenica abbiamo già visto tutto, abbiamo già attraversato tutto il mistero. Rimane ancora da scoprire pienamente la risurrezione, che celebreremo. Intanto, in questa liturgia, mi metto alla scuola di questo re umile e umiliato e provo anch’io a vivere i suoi stessi sentimenti, imparando a piegare le ginocchia e ad accogliere il suo insegnamento nella mia vita.
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Piccolo segno, impatto infinito - Omelia dell'Annunciazione omelia 2026
Il profeta Isaia presenta un segno straordinario proprio nel momento in cui il popolo, e in particolare Acaz, non vuole chiedere nulla a Dio. È allora che Dio interviene con una sorta di “forzatura”: annuncia che la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele. Questo segno mi colpisce profondamente, perché anticipa ciò che accadrà a Maria. Vedo in questo gesto di Dio una decisione libera e potente: Egli vuole farsi carne, vuole entrare nella nostra storia. Come dice la Lettera agli Ebrei, è una scelta, un atto di volontà divina. Non è qualcosa di casuale, ma un progetto preciso e unico. Un evento unico e nascosto nella storia Mi soffermo sul fatto che questo evento è assolutamente unico. Dio aveva già visitato il suo popolo, lo aveva guidato, aveva dato segni della sua presenza, come il tempio. Ma mai, prima di allora, si era fatto carne. Mai era entrato nel grembo di una donna. Questo mi stupisce: l’inizio della salvezza avviene attraverso un segno piccolissimo, quasi impercettibile. Nel momento del concepimento, Maria stessa non può coglierne immediatamente la portata. È qualcosa di invisibile, ma immensamente potente. Ricordo anche ciò che dice Sant’Ignazio di Antiochia: questo mistero è rimasto nascosto perfino al diavolo. È un segno così piccolo da sfuggire agli occhi, eppure così decisivo da cambiare la storia. L’azione della Trinità e il ruolo dello Spirito Santo Contemplo come questo evento avvenga attraverso l’azione dello Spirito Santo. L’angelo lo dice chiaramente: lo Spirito Santo scenderà su Maria e la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra. Qui riconosco una manifestazione forte della Trinità. Dio agisce come Padre, Figlio e Spirito Santo. In particolare, vedo sottolineata l’azione dello Spirito, che rende possibile l’incarnazione. È attraverso di Lui che il Verbo comincia a prendere carne, a diventare uomo. Questo mi richiama anche alla necessità, come cristiano, di conoscere e amare Dio nella sua dimensione trinitaria. Non è un concetto astratto, ma una realtà viva che opera nella storia. Dall’Annunciazione alla vita nello Spirito Collego questo mistero a ciò che abbiamo meditato nella Lettera ai Romani: non siamo più sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in noi. Questo mi porta a una consapevolezza forte: anche noi siamo abitati da Dio. Lo stesso Spirito che ha operato in Maria vive in noi e ci dona la vita eterna. È Lui che ha risuscitato Cristo e che darà la vita anche a noi. E allora mi chiedo: da dove nasce tutto questo? La risposta è chiara: da Nazareth, dall’Annunciazione. È lì che tutto ha inizio, nel momento in cui Dio entra nella storia attraverso il sì di Maria. Il sì di Maria e l’inizio della salvezza Riconosco che tutto parte dal consenso di Maria. Il suo “eccomi” permette a Dio di farsi uomo. Il Verbo, presente fin dalla creazione, finalmente entra nel mondo in modo concreto. Questa è per me una notizia decisiva: quel bambino è il Figlio dell’Altissimo, il Re che regnerà per sempre, il Salvatore. È Lui l’unico Redentore, colui che offre il suo corpo per la nostra salvezza. Comprendo che la redenzione non viene dai sacrifici antichi né dalle nostre opere, ma solo da Cristo, che dona se stesso sulla croce. E tutto questo ha origine proprio in quel momento nascosto di Nazareth, nel sì di Maria. Imparare da Maria: umiltà e accoglienza Davanti a questo mistero, sento che la prima cosa da fare è imparare da Maria. Lei è piccola, umile, stupita, ma non oppone resistenza. Accoglie la parola dell’angelo senza aggiungere nulla. Il suo atteggiamento mi interpella: anche io sono chiamato a dire “sì”, ad accogliere ciò che Dio opera, anche quando supera la mia comprensione. Maria si fida totalmente, riconoscendo che ciò che Dio dice è possibile, anche quando per noi sembra impossibile. La presenza viva di Dio oggi Riconosco che ciò che è accaduto a Nazareth non è solo un evento del passato. Anche oggi Dio viene a visitarci. Nella liturgia, nella sua parola e nell’Eucaristia, Egli si rende presente in modo reale. Quando ascolto la sua parola e ricevo il suo corpo e il suo sangue, rivivo quella visita di Dio. È una presenza concreta, efficace, che continua ad agire nella mia vita. Verso la Pasqua: il compimento del mistero Infine, vedo come questa riflessione sia particolarmente significativa mentre ci avviciniamo alla Settimana Santa. Quel corpo che ha iniziato a formarsi nel grembo di Maria sarà offerto sulla croce per la nostra salvezza. E poi risorgerà. Tutto è legato: dall’Annunciazione alla Pasqua. Per questo sento il bisogno di mettermi nelle mani del Signore, con gratitudine, riconoscendo la grandezza di ciò che ha compiuto per noi.
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Non guarigione ma vita risorta! Omelia 5a quaresima Anno A S. Andrea
Oggi ci troviamo davanti a una realtà radicale: la morte. È come se il Vangelo ci portasse a toccare il fondo, l’abisso più profondo dell’esperienza umana. Gesù non evita questa realtà, non la aggira, ma la affronta direttamente, e lo fa nella forma più dura: la morte di un amico, Lazzaro. Ciò che mi colpisce è che Gesù non interviene subito. Quando riceve il messaggio delle sorelle — “colui che ami è malato” — non si affretta a guarirlo. Anzi, aspetta. In un certo senso, lascia che la morte faccia il suo corso. Questo atteggiamento può sembrare quasi scandaloso: Gesù avrebbe potuto evitare tutto, e invece no. Vuole che Lazzaro muoia, perché il suo obiettivo non è semplicemente guarire, ma compiere qualcosa di più grande: richiamarlo dalla morte (S. Pietro Crisologo). Le parole delle sorelle e della gente sono comprensibili: “Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Anche io, davanti alla sofferenza, mi trovo a pensare così. Ma Gesù agisce secondo una logica diversa, più profonda, che va oltre il semplice evitare il dolore. Gesù e gli incontri che trasformano Ripensando ad altri incontri di Gesù, vedo un filo conduttore. La Samaritana, una donna sola e ferita, viene cercata da Gesù con delicatezza: “Dammi da bere”. Da quel dialogo nasce una trasformazione straordinaria: lei riconosce il Messia e diventa annunciatrice. Anche il cieco nato, povero e mendicante, viene visto e guarito. Gesù non si ferma alla domanda sul peccato, ma restituisce dignità e vita. E quell’uomo diventa una testimonianza vivente, capace di mettere in crisi persino i farisei. Ma con Lazzaro accade qualcosa di diverso. Gli altri vengono guariti, ma non muoiono. Lazzaro invece passa attraverso la morte. È come se Gesù volesse portarci ancora più in profondità, dentro il mistero più radicale della vita umana. L’amicizia, l’amore e il dolore condiviso Questa scena mi tocca profondamente perché è piena di relazioni vere. Lazzaro non è uno qualunque: è un amico. Marta e Maria vogliono bene a Gesù, e Gesù vuole bene a loro. C’è un legame autentico, fatto di affetto e familiarità. Rivedo in questo anche le nostre esperienze: quando qualcuno che amiamo sta male o muore, nasce tra noi una forza particolare, un’intensità di affetto che quasi diventa un “muro” contro la morte. Ci stringiamo, ci sosteniamo, ci amiamo di più... Un palcoscenico di affetto ci circonda (don Giovanni Nicolini). Gesù entra pienamente in questo clima. Non arriva imponendosi, ma si lascia coinvolgere. Incontra prima Marta, poi Maria, ascolta, accoglie il pianto dei giudei. Chiede: “Dove lo avete posto?”. E poi piange anche lui. Le sue lacrime sono vere, condivise. Non osserva il dolore da fuori: lo vive dall’interno. Questo mi fa capire che Dio non è distante dalla nostra sofferenza. È dentro, accanto, partecipe. Il senso profondo: un dono più grande A prima vista, il comportamento di Gesù potrebbe sembrare crudele. Ma in realtà vuole fare un dono più grande: portare alla fede. Non si accontenta di restituire Lazzaro alla vita biologica; vuole rivelare qualcosa di decisivo. Quando dice a Marta: “Io sono la resurrezione e la vita”, mi sta indicando il cuore della fede. Non è solo un amico potente, ma la sorgente stessa della vita. Mi chiede: “Credi tu questo?”. È una domanda che raggiunge anche me. La risposta di Marta è straordinaria: riconosce in Gesù il Cristo, il Figlio di Dio. Ancora prima del miracolo, ha già compreso tutto. La fede nasce prima del segno. La chiamata che dà vita La scena davanti al sepolcro è potentissima. Gesù chiede di togliere la pietra, poi prega il Padre, e infine grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. Questo grido mi colpisce: significa che anche nella morte Lazzaro può ancora ascoltare. Sente il suo nome. Il nome è fondamentale: è una chiamata personale. Non è generica. È come se oggi Gesù chiamasse ciascuno di noi per nome: “Vieni fuori”. E Lazzaro esce davvero, torna alla vita. Questa immagine si collega alla visione del profeta Ezechiele: le ossa aride che riprendono vita. Dove c’era morte, torna la vita. Dove c’era disperazione, nasce una speranza concreta. Una promessa per oggi Quello che mi colpisce di più è che tutto questo non riguarda solo la fine della vita, ma anche l’oggi. La morte di Lazzaro rappresenta tutte le mie situazioni di buio: la solitudine, la malattia, la disperazione, le ferite interiori. Gesù ha il potere di entrare in queste “morti” quotidiane e di chiamarmi fuori. E io posso rispondere. Come? Attraverso lo Spirito. Nel battesimo ho ricevuto lo Spirito di Dio, lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti. Questo Spirito abita in me, si unisce al mio spirito e mi rende capace di ascoltare e rispondere alla chiamata (Romani 8). Non è solo una promessa futura: è una realtà presente. Ogni volta che ascolto quella voce, posso uscire dai miei sepolcri. Invocare la vita Cosa possiamo fare? Invocare, chiedere a Gesù di venire nella nostre viti, nelle nostre “Betanie”, nei luoghi concreti dove siamo feriti, stanchi, spenti. Posso dirgli: “Vieni, sono malato, ho bisogno di te”. Posso lasciarmi chiamare per nome e permettere alla sua voce di risuonare dentro di me. Il dono che ho ricevuto, soprattutto nel battesimo, è immenso: lo Spirito che dà la vita. Sta a me lasciarlo agire, ascoltare quella voce e uscire, ogni giorno, dai miei sepolcri verso la vita.
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A chi ha il cuore spezzato, il Signore è vicino - Omelia venerdi 4a settimana di quaresima funerale Maria Piazzi
Il Salmo mi ha colpito profondamente: il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato. È una promessa che non resta astratta, ma che si incarna nelle storie concrete delle persone. Poco prima, parlando insieme, ho ascoltato il racconto su Maria, di cui ora celebriamo il funerale, una madre che ha vissuto il dolore immenso della perdita precoce di una figlia. Non conoscevo personalmente Maria, ma da ciò che ho percepito ho intuito quanto questo evento abbia segnato profondamente la sua vita. Ci sono dolori che spezzano davvero il cuore, che segnano l’esistenza in modo indelebile. E proprio lì, in quella ferita così profonda, si colloca la promessa di Dio: Egli è vicino, solidale, presente. Il mistero della presenza nascosta di Dio Nel momento in cui accompagniamo Maria all’incontro con il Signore, penso a quella pienezza di relazione con Dio che forse lei ha già sperimentato in modo nascosto durante la sua vita. Perché questa è la verità: Dio non ci abbandona mai, anche quando non ce ne accorgiamo. La sua vicinanza è spesso silenziosa, discreta, ma reale. È una presenza che non sempre si vede, ma che sostiene interiormente. E questa vicinanza è rivolta in modo particolare a chi soffre, a chi porta dentro di sé una ferita. Il giusto perseguitato e la logica del mondo La prima lettura mi ha portato a riflettere su un’altra realtà: quella del giusto perseguitato. Gli empi vedono il giusto come una minaccia, una presenza scomoda, una “spina nel fianco”. Il giusto, con la sua vita fedele, mette in luce le contraddizioni e le colpe degli altri. Per questo viene messo alla prova, deriso, persino condannato. La sua mitezza diventa occasione di attacco: si vuole vedere fin dove arriva la sua fede, se davvero Dio lo salverà. Questa dinamica ci ricorda profondamente Gesù: mite, umile, consegnato nelle mani degli uomini fino alla croce. Anche oggi, chi vive nella fede, chi è piccolo e umile, può sembrare fragile, esposto, quasi in balia dei più forti o degli eventi dolorosi della vita. La consolazione che non si vede Eppure, proprio lì dove sembra esserci solo fragilità, il Signore agisce. Egli è vicino, soccorre, dona una consolazione interiore che spesso non è visibile dall’esterno. Questa consolazione è misteriosa: non elimina sempre subito il dolore, ma lo abita. È una presenza che accompagna, che sostiene, che tiene il cuore anche quando tutto sembra crollare. Guardando il mondo, con le sue guerre, le violenze, le ingiustizie contro i piccoli e gli innocenti, potremmo chiederci: dov’è Dio? La risposta non è immediata, ma è profonda: Dio è accanto a chi soffre. Non è lontano, ma presente in modo nascosto e solidale. Il grido dei giusti e la speranza della liberazione Il Salmo dice: i giusti gridano e il Signore li ascolta e li libera da tutte le loro angosce. Ma questa liberazione non sempre avviene nei tempi e nei modi che ci aspettiamo. A volte restiamo dentro la prova, dentro il dolore. Tuttavia, già in questa vita possiamo sperimentare una consolazione profonda. E soprattutto, la croce di Cristo ci insegna che anche l’abisso più oscuro non è l’ultima parola. La risurrezione apre uno spiraglio definitivo: esiste una vita eterna in cui ogni ferita sarà sanata, ogni cuore spezzato ricomposto. Questa non è una consolazione superficiale o “zuccherosa”, ma il cuore stesso della fede cristiana. È una speranza che regge anche davanti alle prove più dure. Una speranza che abbraccia l’eternità La vita cristiana non si ferma al presente. Non è solo un invito a volerci bene – pur importante – ma è l’annuncio di una promessa più grande: una vita per sempre con Dio. Davanti al dolore, alla solitudine, alle prove più profonde, questa speranza diventa luce. Anche se a volte vacilliamo, è proprio qui che si gioca il centro della nostra fede. Preghiera e affidamento Oggi ho sentito forte il desiderio di pregare per Maria: per la sua vita, per il suo cammino, perché possa essere accolta nella pace e nella consolazione eterna del Signore. Affido lei a Dio, insieme ai suoi cari e a tutte le persone che ha amato. E credo che, da questa nuova condizione, possa continuare a intercedere per noi. Il Signore prende i cuori spezzati e li stringe al suo cuore. Questa è la nostra speranza, questa è la nostra fiducia.
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Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna
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Andres Bergamini
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