PODCAST · religion
Il podcast di don Andres Bergamini
by Andres Bergamini
Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna
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Quando Gesù ci costringe ad andare all’altra riva - Omelia XIX domenica TO anno A 9 agosto 2026
Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme e della folla sfamata, ci aspetteremmo che Gesù rimanga con loro. Invece li manda via, quasi li allontana da sé. Noi possiamo immaginare la perplessità dei discepoli: perché partire da soli? Perché non rimanere ancora un po’ insieme? Gesù avrebbe potuto congedare la folla e poi partire con loro. Invece insiste: dobbiamo andare dall’altra parte. Questa parola ci fa capire che anche noi, nella vita di fede, siamo spesso chiamati a partire senza avere tutto sotto controllo, a lasciare una situazione conosciuta e sicura per fidarci di una parola di Gesù. L’altra riva passa attraverso la notte La traversata non è affatto semplice. I discepoli incontrano il vento contrario, la notte, il buio e la tempesta. Sono pescatori esperti e conoscono bene il lago, ma questa volta sono comunque in grande difficoltà. Ci sembra quasi che Gesù li abbia volutamente messi in una situazione nella quale devono toccare con mano la propria debolezza. Anche noi possiamo riconoscere tante situazioni nelle quali ci siamo sentiti costretti a navigare controvento: solitudini, lutti, separazioni, malattie, fatiche, fallimenti e prove che non avevamo scelto e che avremmo voluto evitare. Possiamo domandarci quale sia, per ciascuno di noi, quella «altra riva» verso la quale il Signore ci dice: vai, ci vediamo là. Non sempre comprendiamo perché dobbiamo attraversare proprio quel mare. Eppure il Vangelo ci suggerisce che anche queste situazioni possono diventare il luogo nel quale Dio si manifesta. Dio si rivela nel silenzio La stessa dinamica la ritroviamo nella vicenda del profeta Elia. Dopo aver affrontato i profeti sul monte Carmelo, Elia deve fuggire dalla minaccia della regina Gezabele. Ha paura, si sente solo e arriva perfino a desiderare di morire. Anche lui deve affrontare un viaggio e una situazione nella quale sperimenta la propria fragilità. Quando giunge sull’Oreb, Elia cerca Dio nelle manifestazioni potenti: nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio non è lì. Lo incontra invece nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio». Dio si fa presente con una delicatezza inattesa, rassicurando il profeta e facendogli comprendere che non è stato abbandonato. Questo diventa per noi un insegnamento prezioso: non dobbiamo aspettarci che Dio si manifesti sempre attraverso eventi straordinari. Talvolta la sua presenza più vera è discreta, silenziosa, quasi impercettibile. Anche quando ci sembra di essere soli, egli continua ad accompagnarci. Anche Paolo attraversa la prova La stessa esperienza emerge nella Lettera ai Romani. Paolo manifesta un dolore profondo per i suoi fratelli ebrei, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la Legge, le promesse, i patriarchi e tutti i doni ricevuti da Dio, ma che non hanno riconosciuto pienamente Cristo. Anche Paolo vive quindi una forma di sofferenza e di passaggio. Tuttavia, proprio attraverso questa situazione, arriva a mostrare che la strada di Dio è quella della misericordia e della fede. Anche per coloro che sembrano essersi allontanati o aver rifiutato Dio rimane sempre aperta una porta. La prova, allora, non è necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati. Può diventare il luogo nel quale impariamo a riconoscere una misericordia più grande di noi. «Coraggio, sono io, non abbiate paura» Dopo una lunga notte, Gesù finalmente si avvicina ai discepoli camminando sul mare. Essi però non lo riconoscono. Hanno paura e pensano che sia un fantasma. È significativo che non siano tanto le onde e il buio a spaventarli: a quelle difficoltà erano abituati. È la presenza stessa di Gesù, arrivata in un modo che non comprendono, a suscitare paura. Ma Gesù parla immediatamente: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Queste parole sono il cuore dell’episodio. Gesù non elimina immediatamente tutte le difficoltà, ma si fa presente dentro la tempesta. Prima ancora di cambiare la situazione, cambia il modo in cui i discepoli la vivono: non sono più soli. Lui è vicino alla barca. Il Vangelo avrebbe potuto concludersi qui. Ma invece ci riserva una seconda sorpresa. Pietro osa uscire dalla barca Pietro, con il suo impeto e la sua irruenza, non si accontenta di aspettare Gesù sulla barca. Gli dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». È una richiesta sorprendente. Perché scendere dalla barca? Perché abbandonare proprio l’unica sicurezza che ha? Eppure Gesù sembra apprezzare questo desiderio di Pietro di andare verso di lui. Non gli dice di aspettare. Gli dice semplicemente: «Vieni!» Pietro rappresenta così quel desiderio di incontro che anche noi portiamo dentro. Non gli basta sapere che Gesù è vicino: vuole raggiungerlo. Vuole andare verso di lui, fidandosi della sua parola. E per un tratto ci riesce davvero. Pietro cammina sulle acque. Ma quando guarda il vento e si lascia prendere dal dubbio, comincia ad affondare. Quando ci resta soltanto «Signore, salvami» A quel punto Pietro non ha più nulla a cui aggrapparsi. Non può contare sulla propria forza, sulla propria esperienza e nemmeno sulla barca. Gli rimane soltanto una preghiera essenziale: «Signore, salvami!» Ed è proprio allora che Gesù interviene. Il Vangelo sottolinea che subito gli tende la mano e lo afferra. Questa immagine diventa una delle più belle dell’intero racconto. Quando noi affondiamo, quando le nostre sicurezze vengono meno, quando non riusciamo più a salvarci da soli, Gesù non rimane distante. Ci prende per mano e ci tira su. Non dobbiamo avere paura di arrivare a quel punto nel quale possiamo dire soltanto: Signore, salvami. Anzi, può essere proprio lì che impariamo la fiducia più vera. Dalla tempesta alla professione di fede Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca, il vento cessa. E allora i discepoli compiono un passo decisivo: si prostrano davanti a Gesù e confessano insieme: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» La traversata nella notte ha prodotto qualcosa di più della semplice salvezza da una tempesta. I discepoli hanno conosciuto Gesù più profondamente. Hanno compreso qualcosa della sua identità. È diverso dall’episodio precedente, nel quale Gesù aveva calmato una tempesta mentre dormiva sulla barca. Qui, invece, è stato lui stesso a mandarli nel mare e a lasciarli apparentemente soli. La prova diventa così un cammino nel quale la loro fede viene purificata e approfondita. Anche noi possiamo rileggere alcune delle nostre prove alla luce di questa esperienza. Forse non abbiamo sempre capito perché il Signore ci abbia lasciati attraversare determinate situazioni. Ma possiamo scoprire che proprio lì abbiamo imparato a conoscerlo in modo nuovo. La fede non è soltanto sicurezza: è affidamento Ci rendiamo conto che ciò che Gesù cerca essenzialmente da noi è un atto di fiducia. Egli vuole suscitare in noi la certezza che possiamo affidarci a lui anche quando non vediamo più una strada sicura. La fede non significa avere sempre una barca tranquilla, né significa essere preservati da ogni tempesta. Significa sapere che, anche quando affondiamo, la sua mano è già pronta a raggiungerci. E ciò che riceviamo non è soltanto la sicurezza di essere accompagnati nelle difficoltà concrete della vita. La promessa è molto più grande: Gesù ci conduce attraverso la morte verso la vita. La sua mano che ci afferra nella tempesta è la stessa mano che ci accompagna nella morte e ci dona la vita eterna. L’abbraccio che dura per sempre Possiamo pensare all’icona della Risurrezione nella quale Cristo prende per mano Adamo ed Eva e li tira fuori dagli inferi. In quelle figure possiamo riconoscere anche noi stessi. Quello che accade a Pietro sulla barca non è soltanto l’immagine di una salvezza momentanea. È l’immagine di ciò che Gesù vuole fare con ciascuno di noi: prenderci per mano, tirarci su e non lasciarci mai. Abbiamo bisogno di questa certezza, non soltanto nelle prove quotidiane, ma anche davanti alla nostra morte. Il Signore non ci abbandona. La sua mano rimane accanto a noi fino alla fine e oltre la fine, perché egli è il Signore della vita. Anche la Trasfigurazione ci conduce alla stessa fede Nei giorni precedenti abbiamo celebrato la festa della Trasfigurazione. Anche lì Gesù conduce i discepoli sul monte e manifesta loro la sua gloria. Ma anche quell’esperienza straordinaria conduce alla stessa conclusione: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo». Sia sul monte della Trasfigurazione sia nel mare della tempesta, Gesù vuole portarci alla stessa certezza: egli è il Figlio di Dio e possiamo fidarci di lui. Per questo siamo invitati a rinnovare il nostro atto di fede. In mezzo alle nostre tempeste, alle nostre paure e alle nostre fragilità, possiamo guardare a Cristo e riconoscere la sua presenza. Possiamo allora prostrarci davanti a lui con la stessa fede dei discepoli e dirgli con gratitudine: «Grazie, Signore. Tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il nostro fratello. Tu sei colui che ci prende per mano e non ci abbandona mai.
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Vivere per la fede quando non comprendiamo - A omelia di sabato XVIII settimana TO
Nel Vangelo ci troviamo davanti a una parola che sembra quasi scoraggiante: la fede, anche piccola come un granellino di senape, sembra qualcosa che non riusciamo ad avere. Guardando noi stessi con sincerità, potremmo dire che la nostra fede non è semplicemente piccola: a volte sembra proprio non esserci. In questa esperienza ci viene incontro il profeta Abacuc, uno dei profeti dell’Antico Testamento che ha il coraggio di rivolgersi direttamente a Dio. Abacuc non nasconde le proprie domande e il proprio smarrimento. Davanti alla violenza, all’ingiustizia e al fatto che il malvagio sembra prevalere sul giusto, chiede a Dio: perché taci? Perché non intervieni? Perché permetti che accada tutto questo? Dove sei? La sua domanda nasce proprio dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo. È la domanda che anche noi ci poniamo quando la realtà ci appare incomprensibile: Dio, dove sei? Perché permetti questo? Guardare la realtà con gli occhi del Signore La risposta di Dio ad Abacuc ci invita a cambiare prospettiva. Noi siamo spesso concentrati sulle cose negative, sulle difficoltà e su ciò che non comprendiamo. Dio, invece, ci invita a guardare la realtà con i suoi occhi. La parola decisiva è quella contenuta nell’affermazione: «Il giusto vivrà per la sua fede». Chi non ha un animo retto, cioè chi non orienta la propria vita verso Dio, finisce per ripiegarsi su se stesso. Pensa di dover contare soltanto sulle proprie forze, di avere sempre ragione e pretende che Dio faccia ciò che lui desidera. L’autosufficienza, però, non permette di affrontare il mistero della vita. Quando arrivano situazioni che non possiamo controllare o spiegare, le nostre sicurezze crollano. Il giusto, invece, vive perché si fida: non perché abbia tutte le risposte, ma perché rimane ancorato al Signore. Il giusto vive perché si affida Il giusto non resiste alle difficoltà perché comprende tutto. Vive perché si affida. Anche quando non capisce, continua a guardare verso Dio e gli consegna ciò che sta vivendo. Per questo anche le domande difficili hanno un posto nella fede. Come Abacuc, possiamo chiedere a Dio: «Perché?». Possiamo implorarlo e dirgli che non comprendiamo ciò che sta accadendo. Ma il nostro «perché» non deve diventare una domanda sterile, che ci allontana da Dio. Può diventare, invece, la domanda di chi continua a cercarlo e a fidarsi di Lui. Il versetto di Abacuc è fondamentale anche perché sarà ripreso da san Paolo nella sua riflessione sulla fede e sulla giustificazione. Non siamo salvati semplicemente perché riusciamo a osservare perfettamente una legge o tutti i comandamenti: la nostra salvezza viene dalla fede nel Signore, nel Cristo morto e risorto per noi. La fede nasce da piccoli atti di affidamento Anche Gesù, nel Vangelo, rimprovera la generazione incredula. Per questo siamo chiamati a partire da piccoli atti di fede: affidarci a Lui, rimanere attaccati a Lui e non avere paura delle domande scomode. La fede comporta anche un salto nel buio. Non significa avere la certezza anticipata di tutte le risposte, ma scegliere di fidarci di qualcuno anche quando non riusciamo a vedere chiaramente la strada. Gesù stesso ci ha mostrato questa strada. Sulla croce pronuncia la domanda drammatica del Salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù non finge che la sofferenza non esista e non trasforma la croce in qualcosa di bello o rassicurante. La vive fino in fondo, arrivando persino a sperimentare l’abbandono. Ma proprio dentro quell’abbandono pronuncia anche le parole decisive: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La croce, dunque, non è l’ultima parola. È il luogo dell’atto supremo di affidamento del Figlio al Padre. Su che cosa fondiamo la nostra vita? Alla luce di tutto questo, siamo chiamati a domandarci su che cosa fondiamo realmente la nostra fede, la nostra vita quotidiana, la nostra sicurezza e perfino la nostra gioia. Abacuc, alla fine del suo libro, arriva a una sorprendente professione di fiducia: «Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mia salvezza». La sua gioia non nasce dal fatto che i problemi siano finalmente scomparsi. La situazione non è diventata improvvisamente facile. È cambiato il suo sguardo. Quando ci affidiamo totalmente a Dio, possiamo sperimentare una gioia che non dipende dalle circostanze. Non perché tutto vada bene, ma perché sappiamo nelle mani di chi siamo. La testimonianza di san Francesco In questi giorni, camminando sulle orme di san Francesco, abbiamo percepito con particolare forza questa dimensione dell’affidamento. Francesco è stato un uomo che ha cercato di spogliarsi delle ricchezze, delle sicurezze e di tutto ciò che poteva impedirgli di avere soltanto il Signore. La sua povertà non è stata semplicemente povertà di beni materiali. È stata anche la scelta di riconoscere la nostra povertà di mezzi, di risposte e di comprensione. Non possiamo controllare tutto, non possiamo spiegare tutto e non abbiamo sempre gli strumenti per affrontare ogni situazione. Quando ci riconosciamo poveri, ci rimane una cosa essenziale: affidarci al Signore. È proprio questa la fede di cui parla Abacuc: non la pretesa di capire tutto, ma la libertà di consegnare tutto a Dio. È la fede di chi rimane, anche quando non comprende; di chi continua a pregare, anche quando Dio sembra tacere; di chi, come Gesù sulla croce, può gridare il proprio dolore e nello stesso tempo dire: «Nelle tue mani affido il mio spirito». Una fede capace di spostare le montagne Quando ci affidiamo a Dio, Egli non ci lascia soli. Non sempre elimina immediatamente le difficoltà e non sempre ci offre le risposte che vorremmo. Ma non manca di farci sentire la sua presenza e di sostenerci nel cammino. La promessa del Vangelo diventa allora concreta: il Signore può davvero «spostare le montagne», non necessariamente perché faccia scomparire ogni problema, ma perché ci dona la forza di attraversarlo insieme a Lui. Alla fine, la fede non consiste nel riuscire a comprendere tutto. Consiste nel sapere a chi affidiamo ciò che non comprendiamo. E così possiamo vivere anche nelle situazioni più difficili: non perché abbiamo tutte le risposte, ma perché rimaniamo ancorati al Signore. È questa la fede del giusto: una fede povera, forse piccola come un granello di senape, ma capace di diventare una fiducia che sostiene tutta la vita.
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La Trasfigurazione a Orvieto: un dono per imparare ad ascoltare omelia del 6 agosto 2026 anno A
La scelta di Gesù di prendere con sé Pietro, Giacomo e Giovanni potrebbe sembrare un grande privilegio. Tuttavia, rileggendo quanto precede il racconto della Trasfigurazione, comprendiamo che questo gesto nasce soprattutto dall'amore di Gesù verso coloro che hanno più bisogno di essere aiutati. Poco prima Pietro aveva confessato con fede: «Tu sei il Cristo», ricevendo da Gesù una beatitudine perché quella rivelazione gli veniva dal Padre. Ma subito dopo, quando Gesù aveva annunciato la propria passione e morte, Pietro si era ribellato, arrivando a sentirsi dire: «Va' dietro a me, Satana». Era evidente quanto fosse difficile per i discepoli accettare un Messia che passa attraverso la croce. Gesù aveva anche insegnato che chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce. Era un momento delicato, nel quale i discepoli avrebbero potuto scoraggiarsi davanti a quell'annuncio. Per questo possiamo leggere la scelta di quei tre non tanto come un privilegio, ma come un gesto di particolare affetto: Gesù conduce vicino a sé proprio coloro che hanno più bisogno di imparare a stare con Lui nel mistero della sua passione. Anche noi siamo stati condotti sul monte L'esperienza vissuta insieme in questi giorni di pellegrinaggio assomiglia, in qualche modo, a quella dei tre apostoli. Anche noi siamo stati portati "in disparte", su un monte, vivendo un tempo privilegiato di vicinanza con il Signore. Non abbiamo contemplato una luce abbagliante come quella della Trasfigurazione, ma abbiamo ricevuto una luce diversa, capace di illuminare il cuore. Le meditazioni su san Francesco, i Salmi, la figura di Giorgio La Pira, la riflessione sulla preghiera del battezzato e i Vangeli ascoltati ci hanno mostrato un volto molto concreto del discepolato: quello del servizio, dell'umiltà e della semplicità. Tutto ci ha riportato all'essenziale, insegnandoci che seguire Cristo non significa vivere esperienze straordinarie, ma imparare ogni giorno ad essere suoi servi. La semplicità prepara all'incontro con Cristo Alla fine delle lunghe giornate di cammino, vissute nel silenzio, nella fatica e nell'ascolto, non è stato sempre facile percepire la presenza del Signore. La stanchezza, il cammino e il raccoglimento rendevano l'esperienza molto concreta. Proprio per questo i momenti della celebrazione eucaristica sono diventati particolarmente intensi. Celebrata con estrema semplicità, la Messa è stata il luogo nel quale abbiamo sperimentato con maggiore forza la vicinanza di Gesù. La bellezza di quei momenti nasceva proprio dal fatto che erano preparati da giornate essenziali, spogliate dalle distrazioni. Anche la fatica ci ha aiutati ad assaporare maggiormente l'incontro con il Signore e la Parola spezzata insieme. Non abbiamo avuto molto tempo per lunghi commentari o grandi riflessioni teoriche. Ci siamo limitati ad ascoltare, condividere e lasciarci nutrire dalla Parola. Ed è proprio questa la dinamica della Trasfigurazione. «Ascoltatelo»: il cuore della Trasfigurazione I discepoli ricevono un dono straordinario, ma non riescono a comprenderlo pienamente. Pietro vorrebbe fermare quell'istante costruendo tre tende e trattenendo quell'esperienza. Invece tutto passa rapidamente. Ciò che rimane davvero, in tutti i racconti evangelici della Trasfigurazione, è un unico comando: «Ascoltatelo». Alla fine, alzando gli occhi, i discepoli non vedono più nessuno se non Gesù solo. Questa immagine esprime una fortissima essenzialità: tutto conduce a Lui e solo Lui rimane al centro. Anche noi abbiamo ricevuto questo privilegio dell'ascolto. Lo abbiamo vissuto nell'Eucaristia quotidiana, ma anche portando lungo il cammino le nostre preoccupazioni, le paure, i desideri, le solitudini e la fatica del vivere. L'incontro con Gesù è stato forse breve, come una pennellata, ma proprio per questo è rimasto impresso nel cuore. Il Cristo glorioso è presente anche oggi La liturgia amplia lo sguardo e ci mostra la gloria del Figlio dell'uomo annunciata dal profeta Daniele: il Messia che viene sulle nubi del cielo, davanti al quale stanno miriadi di angeli e tutti i popoli della terra. A Lui appartengono un regno eterno e una signoria che non avrà mai fine. Anche la contemplazione del Duomo di Orvieto, con il suo grande rosone e la ricchezza delle sue immagini, richiama questa centralità di Cristo. Attorno a Lui stanno i profeti, i santi e Maria, ma tutto converge verso l'Agnello. È questo il Gesù che celebriamo: il Principe, il Salvatore di tutti. Eppure questa gloria non rimane lontana nei cieli o racchiusa nelle grandi opere d'arte. Essa si rende presente ogni volta che celebriamo l'Eucaristia e viviamo la comunione reciproca. La luce deve sorgere nel nostro cuore Anche Pietro, nella sua seconda lettera, ricorda di essere stato testimone della gloria del Signore sul monte santo. Egli racconta quella voce udita dal Padre, ma subito invita a qualcosa di ancora più importante: prestare attenzione alla Parola come a una lampada che illumina, finché spunti il giorno e sorga nei nostri cuori la stella del mattino. Gesù non è soltanto nella gloria del cielo o nelle solenni celebrazioni. Egli desidera abitare il nostro cuore. Per questo siamo chiamati ad attenderlo, a desiderarlo e a creare dentro di noi quello spazio di silenzio e di essenzialità che abbiamo sperimentato durante questi giorni, affinché possa essere realmente accolto. L'incontro con Lui rimane sempre un dono gratuito, che non possiamo pretendere ma soltanto ricevere. Diventare partecipi della sua gloria Anche la preghiera della Colletta illumina il significato della Trasfigurazione. In essa Dio conferma il mistero della fede attraverso la testimonianza di Mosè ed Elia e anticipa la nostra futura adozione a figli. Per questo chiediamo una sola grazia: che ascoltando la Parola del Figlio amato possiamo diventare partecipi della sua gloria. San Francesco rappresenta un esempio luminoso di questa risposta. Egli viveva immerso nell'ascolto del Vangelo, riconosceva Cristo nelle creature, lo celebrava nel presepe di Greccio e trovava in ogni realtà un'occasione per conformarsi sempre più a Lui. Anche per noi il dono della Trasfigurazione indica una strada molto semplice e molto esigente. Il Padre continua a dirci: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo». Non siamo chiamati a vivere questa esperienza da soli. Come i tre discepoli sul monte, anche noi siamo invitati a vivere insieme l'incontro con Cristo. Nella comunità questo miracolo continua ad accadere: noi con Lui. Per questo non possiamo che ringraziare il Signore per il dono ricevuto, custodire nel cuore il ricordo di questo incontro e portarlo con noi nel cammino quotidiano.
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Dalla nostra povertà alla pienezza della misericordia di Dio - Omelia della XXVIII domenica 2 agosto 2026 Assisi
Imparare a riconoscere la compassione di Dio Le letture di questi giorni di cammino nel Vangelo di Luca (capitoli 11 e 12) ci aiutano a fare un ulteriore passo nel nostro percorso. Ci mostrano anzitutto quanto sia difficile riconoscere davvero la misericordia di Dio. Nel Vangelo, infatti, i discepoli sembrano privi di compassione: mentre Gesù è profondamente coinvolto dalla sofferenza della folla, si prende cura dei malati e lascia che il suo cuore si commuova davanti ai bisogni delle persone, essi vedono soltanto un problema organizzativo. Osservano che il luogo è deserto, che si è fatto tardi e suggeriscono di congedare la folla perché ciascuno possa procurarsi da mangiare. Questa differenza di sguardo è significativa. Gesù guarda con amore e misericordia, mentre i discepoli vedono soltanto la difficoltà concreta. Anche il popolo d'Israele, ricordato dal profeta Isaia, fatica a comprendere il volto di Dio: non sa che può ricevere gratuitamente l'acqua e il cibo della vita, ma pensa di doverli meritare o acquistare con le proprie opere. Anche la seconda lettura ci invita a compiere questo cammino interiore quando ci domanda: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo?». È una domanda che ci accompagna continuamente e ci ricorda che dobbiamo imparare sempre di più a credere che Dio ci ama, è misericordioso e si prende realmente cura di noi. San Francesco, testimone della gratuità del Vangelo Proprio questa consapevolezza rende san Francesco così straordinariamente efficace e perfino scandaloso nel suo modo di vivere il Vangelo. Francesco comprende che tutto ciò che possiede potrebbe diventare un ostacolo all'incontro con l'amore di Dio. Per questo sceglie di spogliarsi di ogni ricchezza e di vivere nella povertà più radicale. La sua povertà non è una rinuncia fine a se stessa, ma il desiderio di vivere esclusivamente dell'amore del Signore, conformandosi pienamente al Vangelo. È questa libertà che gli permette di sperimentare e testimoniare la misericordia di Dio. Toccare con mano il Regno di Dio Anche noi siamo chiamati a domandarci come possiamo sperimentare concretamente la compassione del Signore e toccare con mano il suo Regno. Per alcuni questo significherà liberarsi dall'attaccamento alle ricchezze; per altri vorrà dire abbandonare l'ipocrisia, il nascondimento o le maschere dietro cui si rifugiano. Altri ancora sperimentano già questa vicinanza di Dio proprio perché vivono nella semplicità e nella piccolezza. Esistono poi persone che, pur attraversando situazioni molto dolorose – come il carcere, un grande lutto o profonde difficoltà – trovano proprio lì una strada privilegiata verso la misericordia di Dio. Nella loro fragilità scoprono un amore infinito che si manifesta con particolare forza. Per questo siamo chiamati a cercare sempre il volto di un Dio che la Scrittura descrive come misericordioso, pietoso, lento all'ira e grande nell'amore. Ricevere per poter donare Le letture ci fanno compiere anche un secondo passo. Dopo aver mostrato la sua compassione, Gesù affida ai discepoli una responsabilità sorprendente: «Date voi stessi da mangiare». La loro risposta è sconfortante: possiedono soltanto cinque pani e due pesci. Tuttavia Gesù non interviene semplicemente sostituendosi a loro. Non dice: «Ci penso io». Al contrario, proprio quando essi riconoscono di non avere nulla, li coinvolge nella distribuzione del pane moltiplicato. Questo rivela una dinamica fondamentale della vita cristiana. Noi sperimentiamo l'amore di Dio perché ci nutre, ci consola, ci sostiene e ci indica una strada. Ma proprio questo amore ricevuto ci rende anche capaci di donarci agli altri. La fecondità della nostra povertà Il dono che possiamo offrire agli altri non nasce dall'abbondanza delle nostre risorse personali. Non è perché possediamo molto che possiamo essere generosi. Il Vangelo mostra invece che tutto nasce dalla povertà dei discepoli, dalla consapevolezza di non avere nulla di proprio da offrire. Essi si trovano in un luogo deserto, senza mezzi sufficienti, e possono distribuire il pane soltanto perché lo ricevono dalle mani del Signore. Non potrebbero sfamare la folla con il frutto del loro lavoro o con i pesci da loro pescati. Possono farlo soltanto prendendo ciò che Gesù dona e consegnandolo agli altri. Questa è anche l'immagine dell'Eucaristia: riceviamo il pane dal Signore, dall'altare, e siamo chiamati a distribuirlo nella vita. Vivendo nella stessa povertà e semplicità che hanno caratterizzato Gesù, san Francesco, Maria e tutti i discepoli, Dio può compiere meraviglie e sfamare migliaia di persone attraverso la nostra piccolezza. Tornare a casa con dodici ceste piene Se desideriamo essere davvero efficaci nel servizio agli altri, in qualunque ambiente viviamo – in famiglia, in parrocchia, nel carcere o in qualsiasi altra realtà – dobbiamo partire sempre dalla coscienza della nostra piccolezza. Da soli possiamo fare ben poco, ma proprio questa povertà permette al Signore di agire. Per questo lo ringraziamo. Come la folla del Vangelo, anche noi possiamo dire di aver mangiato a sazietà. Le dodici ceste avanzate diventano allora un'immagine della ricchezza che riceviamo. Siamo arrivati con poco e ripartiamo con molto. Tutto ciò che abbiamo ricevuto non proviene da noi, ma è un dono del Signore, che continua instancabilmente a colmarci dei suoi beni. Il Perdono di Assisi: ricominciare dalla misericordia Siamo invitati a essere sempre lieti della nostra piccolezza, perché è proprio in essa che facciamo esperienza della grande compassione e dell'immenso amore di Dio. La nostra fragilità può derivare anche dal peccato, dalle nostre cadute e dalla nostra cattiveria. E proprio in questo contesto acquista un significato speciale il Perdono di Assisi, celebrato nel luogo stesso dove ci troviamo. Il Perdono di Assisi ci offre la possibilità di ripartire completamente da zero, liberati dai nostri peccati e dalle nostre colpe. È il dono di una vita rinnovata, riempita della misericordia di Dio. Da questa esperienza nasce una gioia autentica che ci rende pronti a restituire agli altri tutto ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. Questo è davvero uno dei più grandi doni che il Signore ci offre.l
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Essere la cintura del Signore - lunedì 27 luglio XVII settimana TO
Le immagini della Bibbia sono spesso semplici, ma proprio per questo riescono a parlare con forza al nostro cuore. Oggi il profeta Geremia ci consegna quella di una cintura di lino: Dio gli chiede di indossarla e poi di nasconderla vicino al fiume Eufrate. Quando il profeta torna a riprenderla, la cintura è ormai marcita e non serve più a nulla. Il Signore stesso ne spiega il significato: quella cintura rappresenta il suo popolo. Come una cintura aderisce ai fianchi di chi la indossa, così Israele era chiamato a vivere strettamente unito al suo Dio. Il verbo utilizzato esprime un legame profondissimo, fatto di appartenenza, di comunione e persino di amore sponsale. Dio desidera un popolo che gli stia vicino, che viva della sua presenza e trovi in Lui la propria forza. Eppure questo legame si è spezzato. Il popolo non ha più ascoltato la voce del Signore e ha smesso di essere segno della sua gloria. La cintura non marcisce perché è stata semplicemente abbandonata, ma perché rappresenta l'orgoglio che si è insinuato nel cuore del popolo. È l'orgoglio di chi pensa di poter fare a meno di Dio, di chi si considera autosufficiente e non sente più il bisogno della sua Parola. È questa superbia che il Signore dice di voler ridurre in marciume: non il suo popolo, che continua ad amare, ma tutto ciò che impedisce una relazione autentica con Lui. Questa immagine acquista un significato ancora più concreto mentre siamo in cammino. Ogni giorno indossiamo uno zaino, stringiamo cinture, allacciamo scarponi e sentiamo sulla pelle il peso del viaggio. Sono gesti semplici che possono trasformarsi in una parabola della vita spirituale. Possiamo immaginare anche Dio in cammino con il suo popolo: un Dio che non resta distante, ma percorre la strada insieme ai suoi figli, li sostiene, li porta sulle spalle quando sono stanchi e desidera rimanere loro vicino. Come una cintura resta saldamente unita a chi la indossa, così il Signore desidera che anche noi rimaniamo strettamente legati a Lui. È un invito a verificare ciò che oggi ci tiene uniti a Cristo e ciò che invece ci allontana da Lui. L'orgoglio, la pretesa di bastare a noi stessi e la mancanza di ascolto rischiano di logorare la nostra relazione con Dio. Al contrario, l'umiltà, la fiducia e l'ascolto della sua Parola rendono il nostro legame sempre più saldo. Chiediamo allora la grazia di essere davvero "la cintura del Signore": un popolo che gli appartiene, che vive della sua presenza e rimane unito a Lui. Come i tralci alla vite, come lo sposo e la sposa nel loro amore, possiamo riscoprire ogni giorno la gioia di una comunione che dà vita, sostiene il cammino e rende feconda la nostra esistenza.
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Il tesoro da ritrovare ogni giorno Omelia di domenica 26 luglio 2026
Le parabole del Regno ci accompagnano in un cammino Siamo arrivati alla terza domenica dedicata alle parabole del capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Ripercorriamo il cammino fatto finora: prima la parabola del seminatore, che ci ha mostrato come il seme porti frutto solo nel terreno buono; poi quella della zizzania, che ci ha insegnato a non voler estirpare subito il male, ma a lasciare che grano e zizzania crescano insieme perché nulla del grano vada perduto. Oggi incontriamo tre brevi parabole, presenti solo nel Vangelo di Matteo. Sono racconti semplici ma ricchissimi di significato, tanto che ogni dettaglio apre nuove prospettive e rende difficile scegliere un unico punto su cui soffermarsi. Il campo acquistato da Geremia: un segno di speranza La riflessione si illumina grazie al capitolo 32 del libro di Geremia. Ricordiamo come il profeta invitasse gli abitanti di Gerusalemme ad arrendersi ai Babilonesi, annunciando che la deportazione era parte del progetto di Dio. Tutti si opponevano a questo messaggio, soprattutto il re, convinti che fosse necessario resistere. Proprio nel momento in cui tutto sembra destinato alla rovina, Dio ordina a Geremia di comprare un9 campo. È un gesto apparentemente assurdo: perché acquistare un terreno quando si sta per essere deportati? Comprendiamo però che quel gesto è un segno profetico. Acquistare il campo significa proclamare che l'esilio non sarà eterno. Verrà il giorno in cui il popolo tornerà, costruirà di nuovo le case e comprerà ancora i campi. Quel piccolo atto diventa quindi un annuncio concreto di speranza. L'esilio, infatti, è stato provocato dall'allontanamento del popolo da Dio. Israele aveva dimenticato che la terra promessa era un dono ricevuto gratuitamente, il segno dell'amore del Signore. Aveva smesso di vivere secondo i comandamenti e aveva considerato quella terra come un possesso invece che come un dono. Per questo deve perderla, così da imparare nuovamente a riconoscerne il vero valore. Colpisce allora il fatto che Geremia debba comprare qualcosa che, in fondo, appartiene già al popolo di Dio. Questo gesto diventa l'immagine della nostra vita spirituale. Il Regno di Dio è il tesoro della nostra relazione con il Signore Comprendiamo che il Regno dei Cieli, di cui Gesù parla nelle parabole, non è prima di tutto un luogo, ma la relazione viva che abbiamo con Dio. Egli ci ha donato la vita, la terra, tutto ciò che siamo e possediamo. Viviamo dentro una relazione di amore, protezione e cammino condiviso con Lui. Tuttavia questa relazione rischia continuamente di essere dimenticata. Accade perché ci lasciamo attrarre da altri interessi, dal peccato, oppure perché le difficoltà della vita ci fanno pensare che Dio non ci aiuti più. Così il rapporto con Lui, pur essendo il nostro vero tesoro, deve essere continuamente ritrovato e riscoperto. La domanda rivolta a Salomone Anche la prima lettura ci provoca profondamente. Dio dice a Salomone: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Ci rendiamo conto di quanto sia straordinaria questa domanda. Se fosse rivolta direttamente a noi, che cosa chiederemmo? In realtà Dio continua a rivolgercela, ma spesso noi non gli chiediamo nulla oppure domandiamo cose che non riguardano davvero ciò che conta. Le parabole ci aiutano proprio a riconoscere quale sia il dono più prezioso. Il tesoro nascosto nel campo: trovare e dare tutto La prima parabola racconta di un uomo che trova un tesoro nascosto in un campo. Sembra quasi che lo scopra per caso, senza cercarlo intenzionalmente. Quando però comprende il valore di ciò che ha trovato, tutto cambia. Nasconde nuovamente il tesoro, vende tutto quello che possiede e compra quel campo. Il Regno dei Cieli è dunque un tesoro reale, che possiamo trovare e possedere. Non è un ideale irraggiungibile. Ma per farlo è necessario dare tutto. Questa immagine richiama anche quanto abbiamo ascoltato nella festa di san Giacomo, quando san Paolo afferma che portiamo questo tesoro in vasi di creta. Quando possediamo davvero il tesoro del Regno, ci accorgiamo della nostra fragilità. Restiamo semplici vasi di creta, incapaci di contenere degnamente una ricchezza così grande. Ogni cosa che mettiamo davanti a quel tesoro rischia di oscurarlo o diminuirne lo splendore. La perla preziosa: una ricerca che diventa scelta definitiva La seconda parabola presenta invece un mercante che è alla ricerca di perle preziose. A differenza del primo uomo, qui c'è una ricerca intenzionale. Il mercante compra e vende perle come mestiere. Ma quando trova una perla di valore incomparabile, vende tutto ciò che possiede per acquistare proprio quella. La cosa sorprendente è che smette di fare commercio. Non compra quella per rivenderla. La tiene per sé, perché ha finalmente trovato ciò che cercava. Questa ricerca diventa una scelta definitiva. Non servono più tante perle diverse: ne basta una sola, quella veramente preziosa. Anche noi abbiamo vissuto esperienze simili quando abbiamo trovato qualcosa o qualcuno per cui valeva la pena donare tutto, come il coniuge o una vocazione. Tuttavia il Vangelo ci invita a non considerare quella scelta come qualcosa appartenente soltanto al passato. Ogni giorno siamo chiamati a ricercare nuovamente il nostro tesoro e a scegliere ancora quella perla preziosa. Una vita nuova, semplice e piena di gioia Le due parabole mostrano che, dopo l'incontro con il tesoro o con la perla, la vita cambia completamente. L'uomo del campo non possiede più nulla se non quel campo e il suo tesoro. Il Vangelo non dice nemmeno che lo coltivi: ciò che conta è il tesoro. Il mercante non accumula più perle di tanti tipi. Gliene basta una sola. Scopriamo così una vita nuova, essenziale, unificata. Una vita nella quale ciò che davvero conta riempie il cuore e dona gioia e pienezza. La rete e il tesoro dello scriba divenuto discepolo La terza parabola, quella della rete piena di pesci, richiama la parabola della zizzania. Anche qui avviene una separazione tra ciò che è buono e ciò che non lo è. Questo conduce all'ultima immagine proposta da Gesù: quella dello scriba diventato discepolo del Regno dei Cieli. Chi ha trovato il tesoro non lo nasconde in una cassaforte. Dal proprio tesoro estrae continuamente cose nuove e cose antiche. Ci colpisce che Gesù nomini prima le cose nuove e poi quelle antiche. Ogni giorno la relazione con Dio si rinnova e offre qualcosa di inedito, ma nello stesso tempo custodisce tutta la storia vissuta fino a quel momento. Anche il tesoro della nostra vita funziona così: è qualcosa che possediamo da tempo, quindi è anche "antico", ma continua sempre a rinnovarsi e a sorprenderci. Rimetterci in ricerca ogni giorno San Paolo ci ricorda che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, di quelli che sono stati chiamati, giustificati e glorificati. Per questo questa domenica ci invita a rimetterci in ricerca. Non possiamo dare per scontato il tesoro che abbiamo già trovato, sia esso la nostra relazione con Dio, la nostra famiglia o la pienezza della nostra vita. Siamo chiamati a riportare questo tesoro al centro dell'esistenza, a dare nuovamente tutto per esso, quasi a "ricomprarlo", proprio come ha fatto Geremia acquistando il campo. Quel gesto diventa il segno che la nostra relazione con il Signore è sempre viva, sempre nuova e sempre da riscoprire. Il Signore custodisce per noi questo tesoro nella sua pienezza e ci attende. Grazie ad esso possiamo attraversare anche gli esili della nostra vita, i lutti e le prove più dolorose. Possedendo questo tesoro riceviamo una forza, una gioia, una serenità e una pace che soltanto il Regno dei Cieli può donarci.
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Il tesoro custodito in vasi di creta Omelia per la festa di San Giacomo 25 luglio 2026
Dice oggi Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta». Questa immagine introduce anche il Vangelo della domenica, con la parabola dell'uomo che trova un tesoro nascosto nel campo e vende tutto ciò che possiede pur di acquistarlo. Ci domandiamo: ci rendiamo conto di avere un tesoro? E soprattutto: qual è questo tesoro? Per Paolo la risposta è molto chiara. Il tesoro è il Vangelo, la buona notizia della salvezza, Gesù Cristo stesso, che egli desidera annunciare anche alla difficile comunità di Corinto, segnata da divisioni, tensioni e contrasti. Nonostante tutto, Paolo continua a donare questo tesoro perché è una parola che salva. Anche per noi il tesoro è probabilmente lo stesso: il nostro rapporto con il Signore, la fede, il fatto di essere suoi discepoli. Certo, viviamo tutto questo con molte fatiche, contraddizioni, peccati e fragilità, ma rimane comunque il bene più prezioso che possediamo. Il tesoro è custodito nella fragilità L'aspetto più sorprendente del testo non è tanto l'esistenza del tesoro, quanto il luogo in cui esso è custodito: i vasi di creta. Paolo descrive la propria esperienza attraverso una serie di contrasti: siamo tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi. Il vaso di creta rappresenta il nostro corpo, la nostra vita fragile, esposta alle prove e alla sofferenza. Perché Dio ha scelto proprio questa condizione? Paolo risponde che è proprio nella nostra debolezza che si manifesta la potenza della grazia. Se fossimo perfetti, fortissimi e senza limiti, finiremmo per mettere in mostra noi stessi. Invece, proprio attraverso le nostre crepe, diventa visibile l'opera di Dio. Pensiamo a quelle persone segnate dalla malattia, dagli acciacchi, da una famiglia complicata o da tante difficoltà, eppure capaci di trasmettere pace, speranza e accoglienza. È in loro che possiamo vedere con particolare chiarezza la grazia del Signore all'opera. La fragilità non diventa un ostacolo, ma il luogo privilegiato in cui risplende la presenza di Dio. Portare la morte di Gesù per manifestare la sua vita Paolo arriva a dire che portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù. Non significa necessariamente vivere persecuzioni cruente o una crocifissione materiale, ma camminare ogni giorno dentro la nostra fragilità e le nostre prove. È proprio lì che si manifesta la risurrezione. Lo stesso Dio che ha risuscitato Gesù dai morti risusciterà anche noi e ci condurrà accanto a Lui. La risurrezione non è soltanto una promessa futura: già oggi possiamo sperimentarne la forza quando la grazia di Dio ci sostiene nelle difficoltà. Un esempio concreto può essere quello di una coppia di sposi. Uno dei coniugi può dire: «Il mio tesoro è la mia famiglia. Certo, faccio molta fatica con mio marito o con mia moglie, ma continuo ad aggrapparmi a questo bene perché è ciò che conta davvero». Proprio la fatica rende ancora più evidente il valore del tesoro custodito. La fede ci permette di riconoscere il tesoro Tutto questo diventa possibile grazie alla fede. È la fede che ci permette di riconoscere il valore del tesoro ricevuto, di gustarlo e di attraversare le difficoltà senza lasciarci schiacciare da esse. La fede non elimina le prove, ma ci permette di viverle nella grazia del Signore, sapendo che Dio continua ad agire proprio dentro le nostre fragilità. Il vero primato è il servizio Il Vangelo ci presenta poi la richiesta audace della madre di Giacomo e Giovanni, che desidera per i suoi figli i primi posti accanto a Gesù. La risposta del Signore sposta completamente l'attenzione: ciò che conta non è occupare un posto d'onore, ma bere il suo calice, cioè condividere il suo cammino. Gesù annuncia ai discepoli che anche loro berranno quel calice e ricorda che la sua missione consiste nel servire: non è venuto per essere servito, ma per servire. Ecco allora dove il tesoro della fede diventa pienamente visibile: quando viviamo il servizio, il dono di noi stessi, l'amore gratuito verso gli altri. La grandezza del cristiano non consiste nell'essere il primo, ma nel mettersi al servizio. Anche questo servizio è vissuto dentro un vaso pieno di crepe, fatto di limiti e fragilità. Eppure è proprio attraverso queste crepe che risplende la bellezza della vita cristiana. L'esempio di san Giacomo Concludiamo guardando a san Giacomo apostolo. Egli ha percorso fino in fondo la strada indicata da Gesù, arrivando a donare la propria vita per il Signore. La sua testimonianza ci ricorda che il tesoro della fede vale infinitamente più di ogni altra cosa e che la sua luce risplende con particolare forza proprio nella debolezza di chi si affida completamente a Cristo.
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Il Regno dei Cieli cresce nel piccolo - Omelia XVI domenica TO anno A bvi ore 9.30
Gesù ci parla con immagini semplici Gesù sceglie di parlare alla folla attraverso le parabole, un modo di insegnare che rende accessibile il mistero del Regno dei Cieli. Il Regno che Egli annuncia è qualcosa di meraviglioso, ma spesso ci sembra difficile da comprendere, lontano dalla nostra esperienza. Con le parabole, invece, Gesù ci mostra che esso è molto più vicino e semplice di quanto immaginiamo. Anche oggi ci vengono offerte tre parabole, che, pur nella loro apparente semplicità, aprono riflessioni profonde. Sono racconti che ciascuno può comprendere e sui quali è naturale confrontarsi con gli altri, chiedendosi quale sia il loro significato. Come già nella parabola del seminatore ascoltata la domenica precedente, torna il tema del seme che porta frutto in base a come viene accolto. Colpisce il fatto che Gesù utilizzi sempre immagini della vita quotidiana: il pane, il seme, il lievito, i frutti. Non ricorre a concetti complicati o astratti, ma a realtà che tutti conosciamo. Inoltre, quasi tutte le parabole iniziano da qualcosa di piccolissimo: un seme, un pizzico di lievito. Da ciò che è nascosto e quasi invisibile nasce qualcosa di grande, capace di nutrire e di dare vita a molti. Prima caratteristica: saper aspettare senza intervenire La prima lezione che ricaviamo da queste parabole è che non sempre bisogna intervenire. Anzi, spesso intervenire troppo significa fare danni. Nella parabola del grano e della zizzania, quando i servi scoprono la presenza della zizzania, il padrone proibisce di estirparla. Il male esiste, ma non bisogna lasciarsi ossessionare da esso. Non sappiamo nemmeno quanta zizzania ci fosse nel campo: certamente c'era, ma non occupava tutto il terreno. Anche vedendola, occorre lasciarla stare fino al tempo della mietitura. Lo stesso accade con il lievito. Quando il pane sta lievitando, bisogna avere la pazienza di non toccarlo. Se si continua a manipolarlo, la lievitazione ricomincia da capo. Persino un improvviso colpo di freddo può compromettere il processo. La crescita richiede un tempo preciso che va rispettato. Anche il piccolo seme di senape deve essere lasciato crescere. Se continuiamo a scavare il terreno o a intervenire continuamente, impediamo al seme di svilupparsi. Noi, invece, siamo spesso portati a voler risolvere tutto immediatamente, a controllare ogni cosa, a cambiare continuamente ciò che abbiamo iniziato. Le parabole ci invitano invece alla pazienza. Alcuni processi hanno bisogno di maturare lentamente e, se li interrompiamo, ne blocchiamo la crescita. Possiamo soltanto attendere con fiducia il momento della raccolta, dell'infornata del pane o della piena maturazione della pianta. Seconda caratteristica: il protagonista deve scomparire Un secondo aspetto che ci colpisce è che, nelle parabole, il seminatore e la donna che impasta non rimangono al centro della scena. Il seminatore compie il gesto iniziale, ma poi saranno altri a raccogliere il raccolto. Della donna viene sottolineato il lavoro dell'impasto, ma non si racconta ciò che farà successivamente con il pane. Il suo compito è semplicemente avviare il processo. Colpisce anche la quantità di farina utilizzata: circa cinquanta chilogrammi, una massa enorme, segno di un lavoro impegnativo. Eppure, nemmeno questa fatica mette la donna al centro del racconto. Anche noi siamo chiamati a seminare, testimoniare, educare, annunciare il Vangelo. Possiamo essere genitori, nonni, catechisti, sacerdoti o educatori, ma non siamo noi i protagonisti dell'opera di Dio. Persino Gesù, dopo aver formato i suoi discepoli, li lascia andare. Li incoraggia, ma poi permette loro di camminare con le proprie forze e di diventare, a loro volta, seminatori del Regno. I migliori testimoni del Vangelo sono proprio coloro che, dopo aver dato frutto, sanno farsi da parte, perché il Regno dei Cieli non appartiene a loro, ma è destinato a tutti. Terza caratteristica: il frutto è per tutti La terza caratteristica riguarda il risultato finale. Il frutto del Regno non è mai destinato a pochi, ma sempre a molti. Anche il pane ottenuto dall'impasto della parabola è in quantità enorme: circa cinquanta chilogrammi. È evidente che non serve soltanto alla donna e alla sua famiglia, ma a una moltitudine di persone. Questa abbondanza richiama un episodio dell'Antico Testamento. Quando Abramo accoglie i tre misteriosi visitatori, chiede a Sara di preparare la stessa grande quantità di farina. Anche lì emerge il segno di un'ospitalità sovrabbondante, che supera il semplice necessario. La parabola del granello di senape esprime ancora meglio questa apertura universale. Il piccolo seme diventa un grande arbusto, quasi un albero, tanto che gli uccelli vengono a fare il nido tra i suoi rami. È significativo che gli uccelli, in un orto, possano essere persino considerati degli intrusi. Eppure trovano accoglienza, ombra e protezione. Non sono soltanto gli uccelli "di casa", ma tutti quelli che passano e trovano rifugio. Così è il Regno dei Cieli: produce un bene che supera ogni confine, ogni appartenenza, ogni recinto familiare o comunitario. È un dono universale, aperto a tutti. Accogliere il Regno con fiducia Ringraziamo il Signore per questo modo sorprendente di agire. Anche noi desideriamo dare il nostro contributo alla crescita del Regno, ma comprendiamo che il nostro ruolo consiste anzitutto nel ricevere il dono che Dio fa crescere. Siamo chiamati a vivere queste tre grandi caratteristiche del Regno dei Cieli: imparare a lasciare che Dio operi senza voler controllare tutto, saperci fare da parte perché il protagonista sia Lui e gioire del frutto abbondante e universale che il suo Regno produce per il bene di tutti.
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I giusti sono coloro che si affidano a Dio - Omelia giovedì XV settimana TO
Istintivamente siamo portati a pensare che i giusti siano coloro che osservano perfettamente i comandamenti, che fanno tutto nel modo corretto e percorrono una strada senza deviazioni. Tuttavia, leggendo con attenzione il testo, scopriamo che la prospettiva è diversa: i giusti sono coloro il cui cammino viene reso diritto da Dio stesso. È il Signore che appiana la strada, non perché noi siamo impeccabili, ma perché viviamo una relazione autentica con Lui. Comprendiamo così che la rettitudine nasce dalla relazione con Dio. Da questa amicizia nasce una strada più semplice, più stabile, una strada di pace. Certamente i giusti cercano di vivere i comandamenti, ma non è questa la loro caratteristica principale. Come dice Isaia, sono coloro che sperano nel Signore, ricordano il suo nome, lo cercano con tutto il cuore anche nella notte, accolgono il suo giudizio sulla propria vita e si lasciano correggere e convertire. Sono persone che si lasciano educare da Dio e, proprio grazie a questa pedagogia divina, trovano il sentiero diritto. La grazia: è Dio che opera in noi Ci soffermiamo poi su uno dei versetti più sorprendenti di Isaia: «Signore, ci concederai la pace perché tutte le nostre imprese tu compi per noi». Queste parole ci colpiscono profondamente, perché affermano che è Dio a realizzare le nostre opere. Le azioni che desideriamo compiere sono rese possibili dalla sua grazia, che opera in noi e attraverso di noi. Questa è la vera giustizia: vivere il Vangelo, accogliere la Parola di Dio e lasciare che il Signore agisca nella nostra esistenza. Da questa consapevolezza nasce anche la pace. Non una pace costruita sulle nostre capacità, ma quella che deriva dal riconoscere che Dio è all'opera nella nostra vita. La pace non elimina la tribolazione Questo, però, non significa che scompaiano le difficoltà. Ricordiamo come ciascuno di noi porti pesi diversi: il lutto per la mamma di Emanuela, Luciana, ricordata nella Messa, le preoccupazioni per i figli, i nipoti, le fatiche della vita quotidiana e tante situazioni che sembrano toglierci il respiro. Isaia descrive questa esperienza con l'immagine della donna che soffre i dolori del parto senza riuscire a dare alla luce un figlio, ma soltanto vento. È l'immagine della nostra impotenza quando cerchiamo di affrontare tutto da soli. In mezzo a questa fatica, i giusti sono coloro che continuano ad affidarsi alla grazia del Signore. La speranza della risurrezione Isaia ci apre poi a una prospettiva ancora più grande, parlando con straordinaria chiarezza della risurrezione: «Rivivranno i tuoi morti... svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere». Questa polvere rappresenta anche le nostre sofferenze, le nostre crisi e tutto ciò che ci schiaccia. I non giusti, invece, sono coloro che dimenticano Dio, non si interessano della sua Parola, mettono da parte i comandamenti e finiscono per credere di essere autosufficienti. È l'atteggiamento già visto nella figura del re d'Assiria, convinto che i suoi successi fossero frutto esclusivamente della propria intelligenza e della propria forza. Alla fine, però, tutto questo lascia soltanto un pugno di mosche. Noi, invece, possiamo rivivere proprio perché è Dio che opera per noi. Questa è la vera consolazione. Gesù ci invita a portare il giogo con Lui Alla luce di tutto questo comprendiamo meglio le parole di Gesù nel Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Gesù conosce bene le nostre fatiche e non ci rimprovera per esse, ma ci invita ad andare da Lui e a prendere il suo giogo. Impariamo da Gesù, mite e umile di cuore. Il giusto è proprio una persona mite e umile, che accetta il peso della vita non perché si rassegna, ma perché lo porta insieme al Signore. Così il carico, pur rimanendo reale, diventa misteriosamente più leggero e più dolce. Le tribolazioni non scompaiono, ma dentro di esse nasce una pace che sostiene il cammino. Una testimonianza che diventa contagiosa Questa pace è anche ciò che rende i cristiani dei veri testimoni. Pensiamo al parroco di Gaza e alla sua comunità: pur vivendo una situazione drammatica, riescono a trasmettere gioia, forza, umiltà e speranza. È una testimonianza che nasce proprio dall'affidamento al Signore. Lo vediamo anche nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. Quando camminiamo da giusti, non perché siamo migliori degli altri, ma perché ci fidiamo di Dio, la pace che riceviamo diventa contagiosa. Anche nelle difficoltà possiamo trasmettere serenità e fare del bene a chi ci è accanto. Maria, modello di mitezza e di grazia Concludiamo ringraziando il Signore nel giorno in cui ricordiamo la Beata Vergine Maria del Carmelo. Guardiamo a lei come al modello perfetto del giusto. Maria è stata mite, semplice e profondamente umile. Conosceva bene la propria piccolezza e proprio per questo ha riconosciuto che l'Onnipotente aveva posato lo sguardo su di lei, riempiendola di grazia. Per questo la prendiamo come esempio nel nostro cammino, chiedendole di insegnarci ad affidarci completamente al Signore, perché sia Lui a rendere diritto il nostro cammino e a donarci la sua pace.
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Gli intelligenti secondo il mondo e i piccoli secondo Dio - Omelia mercoledì 15 luglio
Nella prima lettura troviamo una chiave per comprendere le parole del Vangelo, quando Gesù dice che il Padre nasconde i misteri del Regno ai sapienti e agli intelligenti, mentre li rivela ai piccoli. Ci rendiamo conto che non si tratta di una questione di cultura o di intelligenza, ma di atteggiamento del cuore. L'esempio che ci viene offerto è quello del re d'Assiria, una figura drammatica che mostra cosa accade quando l'uomo si attribuisce tutto il merito e si sostituisce a Dio. Il re d'Assiria: lo specchio dell'orgoglio umano Riflettiamo sul fatto che Dio, di fronte all'infedeltà del popolo d'Israele, decide di permettere l'esilio. Dopo aver tentato in ogni modo di richiamare il suo popolo all'alleanza, affida il compito di esercitare il giudizio a un re pagano. È una scelta che ci sorprende e ci fa capire quanto Dio sappia servirsi anche di strumenti inattesi per realizzare il suo progetto. Il re d'Assiria, però, oltrepassa i limiti della missione ricevuta. Non si limita a conquistare e a punire, ma si lascia dominare dalla sete di potere fino a voler annientare completamente i popoli. Nelle sue parole emerge tutta la sua superbia: attribuisce ogni successo esclusivamente alla propria forza e alla propria intelligenza, vantandosi di aver abbattuto confini, saccheggiato tesori e dominato le nazioni con le proprie capacità. Una tentazione che appartiene a tutti noi Riconosciamo che il re d'Assiria non rappresenta soltanto un personaggio del passato, ma incarna una tendenza presente nel cuore di ogni uomo. Anche noi siamo portati a pensare di essere gli unici artefici della nostra vita, a volerci guidare da soli, contando esclusivamente sulle nostre forze, perfino nelle nostre fragilità. Eppure esiste un disegno di Dio che continua a svilupparsi al di là delle nostre pretese di autosufficienza. Il Signore resta il vero regista della storia. Per questo motivo il potere del re d'Assiria non durerà: Dio stesso porrà fine alla sua arroganza e alla sua forza. Dio guida la storia anche quando sembra assente Facciamo fatica ad applicare questo messaggio al tempo presente. Davanti ai grandi potenti del mondo ci chiediamo spesso dove sia Dio e perché sembri lasciare loro tanto spazio. Tuttavia la Parola ci invita a fidarci: anche quando la storia appare dominata dalla forza e dalla violenza, il Signore continua a portare avanti il suo progetto. Dio non abbandona i piccoli. Custodisce un resto d'Israele, mantiene fede alla promessa fatta alla discendenza di Davide e prepara la vittoria della giustizia. Il suo piano si compie in modo sorprendente, ben diverso da quello che gli uomini immaginano. Il vero Re è Cristo, umile e povero Comprendiamo allora che il Messia inviato da Dio è l'esatto contrario del re d'Assiria. Non è un sovrano potente che domina con la forza, ma un Re umile e povero, che arriva fino alla morte in croce. Proprio perché è il Figlio, Gesù è l'unico che conosce pienamente il Padre e può rivelarne i misteri. Solo attraverso di Lui possiamo entrare nella conoscenza di Dio. Questa rivelazione è riservata a chi percorre la strada dell'umiltà, della piccolezza e dell'abbandono fiducioso. L'esempio di san Bonaventura e di san Francesco Ricordiamo infine la figura di san Bonaventura, capace di comprendere e trasmettere profondamente questo messaggio, anche grazie alla testimonianza di san Francesco d'Assisi, del quale raccontò la vita con grande efficacia. San Francesco, pur essendo infinitamente più piccolo dei grandi re della terra, è in realtà più potente di loro, perché ha vissuto il Vangelo nella sua radicalità, sine glossa, senza compromessi né interpretazioni riduttive. Anche noi siamo invitati a metterci dalla parte dei piccoli, confidando che Dio governi la nostra vita. Gli chiediamo di sostenerci nella nostra fragilità e di insegnarci l'umiltà, certi della promessa proclamata dal Salmo: il Signore non respinge il suo popolo, non abbandona la sua eredità e non lascia mai soli i suoi figli.
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Convertirci tornando ai doni ricevuti - Omelia martedì 14 luglio Montecalvo per Michele Raule
La conversione nasce dalla memoria dei doni di Dio Le letture che abbiamo ascoltato non sono semplici, soprattutto in un momento come questo, nel quale ricordiamo il nostro Michele, è difficile trovare parole nuove di speranza. Per questo mi soffermo su alcuni aspetti delle letture che ci aiutano a leggere la nostra vita alla luce della Parola. Nel Vangelo Gesù rimprovera le città che hanno ricevuto molto, in particolare Cafarnao, la città dove ha vissuto, ha chiamato i primi discepoli, ha compiuto numerosi miracoli e dove tante persone si sono radunate per incontrarlo e ricevere guarigione. Proprio perché ha ricevuto un dono così grande, Cafarnao porta anche una grande responsabilità. Comprendiamo allora che la conversione non consiste semplicemente nello smettere di commettere alcuni peccati. Convertirci significa tornare alle cose belle e fondamentali che Dio ci ha donato: l'amore ricevuto, la nostra famiglia, gli affetti, il bene che ci lega gli uni agli altri, tutto ciò che nella nostra vita è stato segno della presenza del Signore. È da questi doni che dobbiamo continuamente attingere forza, speranza e gioia. La conversione è rimetterci in cammino verso il Signore, lasciarci nuovamente prendere per mano da Lui e testimoniare con semplicità la bellezza di essere suoi discepoli. Anche noi, come gli abitanti di Cafarnao, abbiamo sperimentato i prodigi di Dio. Ognuno di noi, se guarda con sincerità dentro la propria storia, scopre miracoli, piccoli o grandi, che il Signore ha compiuto. Persino quando siamo schiacciati dalla sofferenza, dalle croci o dallo scoraggiamento, scavando in profondità troviamo quei segni della sua presenza. È a questi che dobbiamo aggrapparci. Isaia invita il re a fidarsi di Dio La prima lettura ci porta in uno dei momenti più drammatici della storia di Israele. Siamo nel contesto che precede la grande profezia dell'Emmanuele, il bambino che nascerà dalla vergine e sarà chiamato "Dio con noi". Il re Acaz vive giorni di grande paura. Il re di Israele e quello di Aram si sono alleati contro di lui per sostituirlo con un sovrano favorevole ai loro interessi e opporsi all'avanzata degli Assiri. È un tempo di guerre, di strategie politiche e di alleanze costruite nella paura. Anche Acaz, pur rifiutando l'alleanza proposta dai suoi nemici, cerca di salvarsi stringendo accordi con la potente Assiria. Cerca sicurezza nella forza dei grandi potenti della terra, ma quella scelta si rivelerà inutile. In questo momento interviene il profeta Isaia. Dio lo manda dal re con un messaggio semplice e potente: «Non temere, il tuo cuore non si abbatta». Isaia si presenta accompagnato dal figlio, che porta un nome significativo, Seariasub, "un resto ritornerà" oppure "un resto si convertirà". È una scena piena di tenerezza: un padre e un figlio che insieme portano una parola di speranza. Isaia ricorda al re che il vero fondamento della sua sicurezza non è l'esercito, ma Dio stesso. Il regno di Giuda ha il Signore come vero re e come unico difensore. Per questo il profeta invita Acaz a non lasciarsi spaventare da quei due re, definiti come "tizzoni fumiganti", legni ormai quasi spenti e destinati a consumarsi presto. La frase conclusiva del profeta è decisiva: «Se non crederete, non resterete saldi.» La stabilità nasce dalla fede, non dalla forza militare. Anche noi siamo chiamati ad avere fiducia Riconosciamo che anche noi viviamo momenti in cui il cuore è agitato, proprio come gli alberi della foresta mossi dal vento, immagine utilizzata dalla Scrittura. Pensiamo in particolare alla vicenda del nostro Michele. Il dolore per la sua assenza non si è risolto e probabilmente continuerà ad accompagnarci. Continueremo a sentire la mancanza della sua presenza e della sua vicinanza. Proprio guardando a lui, però, possiamo imparare qualcosa di importante. Michele era una persona profondamente credente. La sua forza non nasceva semplicemente dal carattere, ma dalla fiducia nel Signore. Anche nelle prove sapeva appoggiarsi a Dio. Questa è la strada che siamo chiamati a percorrere anche noi: riconoscere la nostra piccolezza e imparare ad affidarci. Chiedere segni al Signore Successivamente Isaia invita Acaz a chiedere un segno a Dio, perfino dal cielo o dagli inferi. Il re rifiuta, dicendo di non voler disturbare il Signore. Noi, invece, comprendiamo che dobbiamo avere il coraggio di chiedere. Abbiamo bisogno che il Signore ci sostenga, rafforzi la nostra fede e ci doni segni della sua presenza. Abbiamo bisogno di miracoli, abbiamo bisogno che Gesù entri nella nostra città, nelle nostre famiglie e nella nostra vita. Il Signore continua davvero a farlo, anche se il suo modo di agire è quasi sempre discreto, silenzioso e umile. L'alleanza con Cristo è la nostra vera forza Le letture ci invitano dunque ad affidarci totalmente a Dio, senza affrontare la vita contando esclusivamente sulle nostre capacità o sulle nostre forze. La nostra sicurezza nasce dall'alleanza che Cristo ha stabilito con noi al prezzo del suo sangue. La croce che contempliamo ne è il segno più grande. In quella croce scopriamo che il Signore è davvero l'Emmanuele, il Dio-con-noi, che non ci abbandona mai. Anche quando ci sentiamo assediati dalle difficoltà, Dio apre una strada. Quelle paure che sembrano insormontabili finiscono per dissolversi e ci permettono di continuare il cammino. Forse siamo un piccolo resto, un gruppo con poche forze, ma questo legame con il Signore nessuno può togliercelo. Per questo la liturgia che celebriamo, unita alla liturgia del cielo, rafforza la nostra comunione con Lui e alimenta la nostra speranza. Affidiamo tutta la nostra vita al Signore Concludiamo affidando nelle mani del Signore tutta la nostra vita, anche quella più fragile e piccola. Riconosciamo che è Lui il nostro unico Re e il nostro unico Signore, non i potenti e non i signori della guerra. Chiediamo che aumenti la nostra fede e il nostro affidamento a Lui. Vogliamo rispondere alla sua presenza con una vita sempre più convertita, senza lasciarci vincere dallo scoraggiamento né dalla monotonia del quotidiano, che rischia di svuotare il nostro cammino. Infine riconosciamo la bellezza di professare questa fede insieme. Riuniti come comunità, scopriamo che la fede condivisa cresce, si rafforza e continua a fiorire nei nostri cuori.
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Costruire la casa sulla roccia. Galatina - Omelia per il Matrimonio di Antonio e Benedetta.m4a
Dio sta costruendo qualcosa di nuovo nella nostra vita Oggi non assistiamo semplicemente a una festa o alla promessa d'amore di due sposi. Contempliamo qualcosa di molto più grande: Dio stesso sta costruendo un'opera nuova nella vita di Antonio e Benedetta. Questo cammino non inizia oggi, ma oggi raggiunge un momento decisivo, un nuovo inizio in cui il Signore pone fondamenta solide per la loro famiglia. Le letture ci aiutano a comprendere che il matrimonio non è soltanto una scelta umana, ma è anzitutto l'opera di Dio, che desidera edificare una casa destinata a durare nel tempo. Le tempeste arriveranno, ma tutto dipende dalle fondamenta Il Vangelo ci presenta l'immagine della casa costruita sulla roccia. Gesù, però, è estremamente realistico: non promette una vita senza difficoltà. La pioggia cadrà, i fiumi strariperanno, i venti soffieranno contro quella casa. Nessuna famiglia è risparmiata dalle prove. Anche noi sappiamo che nella vita arriveranno giorni luminosi e giorni faticosi. Ci saranno incomprensioni, responsabilità crescenti, il lavoro, la stanchezza, i figli che speriamo arriveranno, i cambiamenti della vita familiare e tante situazioni impreviste. La differenza, però, non sarà nelle tempeste, perché tutti le attraverseremo. La vera differenza sarà nelle fondamenta sulle quali avremo scelto di costruire la nostra casa. La roccia è Gesù Cristo Antonio e Benedetta oggi dichiarano davanti a Dio, alla Chiesa, ai familiari e agli amici di voler costruire la loro famiglia sulla roccia. Questa roccia non è un luogo particolare, neppure una semplice idea. Pur attraversando una terra ricca di rocce e di splendide chiese come il Salento, comprendiamo che Gesù parla di qualcosa di diverso. La roccia è una persona: Gesù Cristo. Costruiamo sulla roccia quando ascoltiamo la sua Parola e la mettiamo in pratica. Quando il Vangelo entra nel nostro cuore e riconosciamo che quella è la verità che vogliamo vivere, allora scegliamo di mettere Cristo al centro della nostra esistenza. Una coppia non è forte perché è perfetta. La sua forza nasce dalla capacità di tornare continuamente a quella sorgente, di ricominciare sempre dall'ascolto del Signore e dal desiderio di comprendere ciò che Egli indica giorno dopo giorno. Per questo uno dei doni più belli che possiamo farci è avere sempre il Vangelo aperto nella nostra casa, leggerlo insieme anche solo per pochi minuti ogni giorno e domandare al Signore quale strada desidera indicarci. Così, lentamente ma con solidità, la nostra casa cresce sulla roccia. Dio ci dona un cuore nuovo Potremmo pensare che vivere ogni giorno il Vangelo sia troppo impegnativo, soprattutto in mezzo ai tanti impegni della vita quotidiana. Ma il profeta Ezechiele ci ricorda che tutto parte dall'iniziativa di Dio. Ezechiele non invita semplicemente a impegnarci di più o a diventare perfetti. Parla a un popolo che aveva sbagliato profondamente, che si era allontanato da Dio e aveva conosciuto il fallimento. Eppure il Signore promette di aspergere il suo popolo con acqua pura, di donargli un cuore nuovo e uno spirito nuovo. È Dio il protagonista della nostra storia. È Lui che purifica, trasforma il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo mai a realizzare. Nel sacramento del matrimonio questa promessa diventa realtà. Dio non dice soltanto agli sposi di amarsi, ma dona loro il suo stesso Spirito affinché possano amarsi come Lui li ama. Dona un cuore di carne, capace di commuoversi, di ricominciare, di chiedere perdono e di perdonare. Il matrimonio è quindi il giorno in cui Dio entra nell'alleanza degli sposi e promette di camminare con loro ogni giorno. Siamo amati e per questo possiamo amare San Paolo approfondisce ancora di più questo mistero. Prima ancora di invitare a rivestirci di misericordia, bontà e umiltà, ci ricorda una verità fondamentale: siamo amati da Dio. Non cerchiamo di volerci bene per conquistare l'amore del Signore. Al contrario, possiamo amarci perché siamo stati amati per primi. Abbiamo sperimentato questo amore attraverso la nostra famiglia, gli amici e attraverso il dono reciproco della presenza dell'altro. Proprio perché ci sentiamo profondamente amati possiamo affrontare con coraggio l'avventura del matrimonio. Paolo utilizza l'immagine del rivestirsi. Non si riferisce soltanto agli abiti degli sposi, ma invita a indossare ogni giorno misericordia, tenerezza, bontà, umiltà e pazienza. Possiamo essere pazienti perché Dio è paziente con noi. Possiamo perdonarci anche nelle situazioni più difficili perché siamo stati perdonati per primi. L'amore che ci scambiamo nasce sempre da un dono ricevuto. La carità tiene insieme tutta la casa La vita matrimoniale si costruisce soprattutto attraverso le piccole cose quotidiane: una parola pronunciata con dolcezza, un saluto al mattino, una mano tesa dopo una discussione, la capacità di ricominciare anche dopo un momento di silenzio. In tutto questo la carità è il tetto che tiene unita l'intera casa. San Paolo ci invita anche a lasciare che la parola di Cristo dimori abbondantemente tra noi. Questo significa permettere alla Parola di diventare il nostro linguaggio quotidiano, il criterio delle nostre decisioni, il modo con cui ci consoliamo, ci incoraggiamo e rendiamo grazie. In una casa dove abita la Parola di Dio non viene mai meno la speranza. Una casa piena della presenza del Signore Per questo oggi preghiamo non perché gli sposi siano risparmiati dalle difficoltà, ma perché non perdano mai la roccia sulla quale hanno costruito la loro vita. Chiediamo che il loro cuore sia custodito dalla luce dello Spirito Santo e che la pace di Cristo regni sempre nella loro casa. Un giorno, guardandosi indietro, potranno riconoscere che tutto è iniziato proprio oggi, nella chiesa di Galatina. Anche gli errori, le difficoltà e i limiti saranno stati vissuti insieme, poggiando sempre sul fondamento ricevuto nel giorno del matrimonio. Insieme rendiamo grazie a Dio per il dono che Antonio e Benedetta si fanno reciprocamente e che fanno anche a tutta la comunità. Lo ringraziamo perché li ha fatti incontrare, perché oggi consacra il loro amore e perché continuerà ad accompagnarli ogni giorno. Preghiamo infine che la loro casa sia davvero costruita sulla roccia, colma della presenza del Signore, aperta agli amici, ai piccoli, ai poveri e ai bisognosi, una casa luminosa e accogliente, nella quale chiunque entri possa incontrare il Signore che continua ad abitare in mezzo a loro.
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Riscoprire la nostra dignità e viverla nell'accoglienza - Omelia XIII domenica TO A S Andrea
Nel Vangelo di oggi ci sono due affermazioni molto forti di Gesù. La prima riguarda la nostra dignità di discepoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». La seconda riguarda l'accoglienza: «Chi accoglie voi accoglie me». Entrambe ci invitano a riscoprire il dono ricevuto da Dio e il modo concreto con cui siamo chiamati a viverlo. La provocazione dell'essere degni di Cristo Ci fermiamo anzitutto sulla parola "degni". È un'espressione che ci mette in difficoltà, perché nel nostro linguaggio la dignità sembra sempre legata ai meriti, alle capacità, all'essere all'altezza di un compito. Pensiamo che essere degni significhi aver dimostrato qualcosa, essere particolarmente bravi o fedeli. Se ci chiedessimo sinceramente chi si sente degno del Signore, probabilmente pochi alzerebbero la mano. La distanza tra noi e Gesù ci appare troppo grande. Ci viene più spontaneo ripetere le parole del figlio prodigo: «Non sono degno di essere chiamato tuo figlio», oppure quelle del centurione: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Eppure proprio in questi episodi il Vangelo ci mostra che Dio non si ferma alla nostra indegnità: il padre accoglie il figlio con una festa e Gesù loda la fede del centurione. Comprendiamo allora che la dignità di cui parla il Vangelo non nasce dai nostri meriti, ma dall'iniziativa gratuita di Dio. Una dignità che riceviamo gratuitamente Riconosciamo che non siamo noi a renderci degni di Cristo: è Lui che ci rende degni di sé. Ci ama, ci sceglie, ci accoglie, ci perdona e continua a venire nella nostra vita nonostante i nostri limiti. Possiamo domandarci con stupore perché il Signore abbia voluto entrare nella nostra esistenza. Cosa ha visto in noi? Perché continua ad amarci anche quando sperimentiamo i nostri fallimenti, le difficoltà nella famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio alla comunità e quando ci sembra di aver sprecato tanti doni ricevuti? La risposta è che la nostra dignità è un dono ricevuto, non una conquista personale. Immersi in Cristo attraverso il Battesimo La seconda lettura, dalla Lettera ai Romani, illumina profondamente questa verità. Siamo stati battezzati in Cristo, immersi nella sua morte e nella sua risurrezione. Così come Lui è morto ed è risorto, anche noi siamo morti al peccato e possiamo camminare in una vita nuova. Paolo usa espressioni straordinarie: siamo viventi per Dio in Cristo, siamo destinati a vivere con Lui. Tutto questo supera infinitamente ciò che potremmo meritare. È un regalo totalmente gratuito, tanto più sorprendente perché Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. Per questo la prima grande conversione consiste nell'accogliere questa dignità ricevuta. Dio ci dona tutto ancora prima che noi possiamo dimostrare qualcosa. È un dono anticipato che trasforma la nostra vita. Essere degni significa assomigliare a Gesù Proprio perché siamo stati resi degni da Cristo, possiamo iniziare ad assomigliargli. Essere degni non significa sentirsi superiori, ma imparare ad amare come ama Lui. Gesù non ci chiede di amare meno i nostri genitori, i nostri figli o le persone care. Ci invita piuttosto a far nascere ogni amore dall'amore ricevuto da Lui. Solo se ci lasciamo amare da Cristo possiamo amare veramente gli altri. Questa dignità ci rende capaci anche di affrontare la nostra croce. Normalmente vorremmo liberarci delle nostre sofferenze, depositarle da qualche parte e non pensarci più. Invece Gesù ci invita a prenderle sulle spalle e a seguirlo. Le nostre croci sono molteplici e ciascuno potrebbe raccontare le proprie. Non sono un ostacolo alla vita del discepolo, ma il luogo in cui possiamo conformare sempre più la nostra vita a quella di Cristo, che ha portato la sua croce fino a donare completamente sé stesso. Questa stessa forza ci permette perfino di perdere la nostra vita, cioè di donarla senza riserve. Possiamo spenderci interamente per la nostra famiglia, per i figli, per gli altri, senza trattenere nulla per noi, proprio perché siamo figli amati e resi degni dal Signore. La seconda provocazione: l'accoglienza La seconda parte del Vangelo apre una prospettiva altrettanto sorprendente: «Chi accoglie voi accoglie me». Essere discepoli non è un privilegio da custodire gelosamente. La dignità ricevuta è destinata a essere condivisa. Gesù si serve di noi perché gli altri possano incontrarlo. Non possiamo rinchiuderci nelle nostre case, soddisfatti della nostra fede e del nostro rapporto personale con Dio. Siamo inviati a uscire e a lasciarci accogliere dagli altri, proprio come aveva fatto Gesù inviando i suoi discepoli. L'accoglienza diventa così il luogo concreto dell'incontro con Cristo. Incontrare il Signore attraverso le persone Forse nessuno di noi ha visto fisicamente Gesù. Eppure possiamo dire di averlo incontrato molte volte. Lo abbiamo visto nelle persone che ci hanno accolto, nei nostri genitori, nei familiari, in chi ci ha insegnato a vivere, ad ascoltare la Parola di Dio, in chi ci ha donato anche solo un gesto semplice di attenzione e di bene. Ogni persona che ci ha mostrato il Vangelo ci ha fatto conoscere il volto del Signore. Per questo Gesù afferma che anche un semplice bicchiere d'acqua fresca donato a uno dei suoi piccoli non resterà senza ricompensa. Vivere ogni relazione come accoglienza Comprendiamo allora che tutta la nostra dignità di discepoli si realizza nell'accoglienza. Siamo chiamati ad accoglierci reciprocamente nella famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli, con i vicini di casa, i colleghi di lavoro e tutte le persone che incontriamo. Accogliere significa ascoltare, prendere per mano, condividere il cammino, aiutarsi e volersi bene. Spesso siamo più disponibili a dare qualcosa di materiale che a offrire noi stessi. Preferiamo consegnare un aiuto economico e poi mantenere le distanze, evitando che l'altro entri davvero nella nostra vita. Gesù invece manda i suoi discepoli senza nulla, proprio perché imparino a ricevere il bene che gli altri sono capaci di offrire e a costruire relazioni autentiche. L'esempio della donna che accoglie Eliseo Anche la prima lettura ci offre un esempio luminoso di questa accoglienza. Una donna riconosce in Eliseo un uomo di Dio e decide dapprima di offrirgli da mangiare. Poi comprende che può fare di più e prepara per lui una piccola stanza con un letto, una sedia e una lampada. Può sembrare poco, ma è un gesto di straordinaria generosità. Quella donna non cerca alcuna ricompensa e afferma di vivere serenamente con il suo popolo, senza desiderare altro. Proprio per questa gratuità riceve in dono ciò che sembrava impossibile: un figlio, nonostante l'età avanzata del marito. L'accoglienza diventa così il luogo in cui Dio fa fiorire una vita nuova. Riscoprire la nostra dignità e viverla nell'accoglienza Concludiamo questa riflessione ringraziando il Signore per il dono della dignità che ci ha gratuitamente regalato. Non è una dignità conquistata, ma ricevuta attraverso il suo amore, il suo perdono e il Battesimo che ci ha immersi nella sua vita. Proprio perché siamo stati resi degni di Cristo, siamo chiamati a vivere da suoi discepoli, portando le nostre croci, donando la nostra vita e trasformando ogni relazione in un'occasione di accoglienza. È lì che il Vangelo prende forma, è lì che gli altri possono incontrare il Signore attraverso di noi ed è lì che anche noi continuiamo a incontrare Lui.
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Il dolore dell'esilio e una preghiera che non nasconde la sofferenza Omelia sabato XII settimana TO
Oggi il Libro delle Lamentazioni ci invita a fermarci davanti al momento più drammatico della storia del popolo d'Israele: la deportazione in esilio, già raccontata nel Libro dei Re. Questo libro non cerca di spiegare il dolore né di offrire facili consolazioni. Al contrario, dà voce con grande sincerità alla sofferenza e ci insegna a pregare proprio quando il cuore è ferito. Il testo che leggiamo nella liturgia è estremamente diretto. Il popolo afferma senza esitazione: «Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe». È un'espressione molto forte, che riconosce come, dietro l'azione di Nabucodonosor e dell'esercito babilonese, vi sia comunque la signoria di Dio sulla storia. Il popolo comprende che questa tragedia non è casuale, ma è conseguenza della propria infedeltà: ha abbandonato l'alleanza, ha trasgredito i comandamenti e ha sostituito il Signore con gli idoli. Il silenzio davanti alla tragedia Ci soffermiamo poi sulla descrizione del dolore del popolo, resa ancora più intensa dal silenzio. Gli anziani di Sion siedono a terra senza parlare. Essi, che sanno leggere gli avvenimenti della storia, restano prostrati e muti davanti a una sofferenza così grande. Anche le giovani di Gerusalemme abbassano il capo fino a terra. Nessuno trova parole adeguate. È un silenzio che esprime insieme smarrimento, impotenza e quasi una rassegnazione di fronte alla devastazione. L'immagine più sconvolgente è però quella dei bambini che muoiono di fame. È il culmine del dolore: vedere i figli morire senza poter fare nulla. Il grido che diventa preghiera Di fronte a una situazione tanto drammatica, il Libro delle Lamentazioni non invita a reprimere il dolore, ma a trasformarlo in preghiera. Il popolo viene esortato a gridare al Signore con tutto il cuore. Siamo invitati a lasciar sgorgare le lacrime come un torrente, giorno e notte, senza vergognarci della nostra sofferenza. La preghiera nasce dal cuore, prende la forma del grido, delle lacrime e dell'invocazione accorata. Dobbiamo alzarci anche nella notte e presentarci davanti al Signore, implorandolo soprattutto per la vita dei bambini che muoiono di fame. È una delle immagini più dolorose dell'intera Scrittura e ci ricorda quanto sia insopportabile per un genitore assistere alla morte dei propri figli. Le sofferenze di oggi e la speranza della fede Questa pagina biblica ci porta a pensare alle tante sofferenze del nostro tempo. Pensiamo alle prove personali e familiari che ciascuno porta nel cuore, ma anche ai grandi drammi dell'umanità: le guerre, le catastrofi naturali e, in particolare, il terremoto che ha colpito il Venezuela, paese natale del predicatore, pur non essendovi mai tornato. Tutte queste situazioni diventano motivo di preghiera. Anche oggi siamo invitati a gridare al Signore, ad alzare lo sguardo verso di Lui e a chiedere con fiducia il suo aiuto. La fede del centurione e la certezza che Cristo porta le nostre sofferenze Il Vangelo ci offre l'esempio del centurione, che Gesù stesso loda per la sua grande fede. Egli non pretende nulla per sé, ma riconosce con umiltà: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; basta una tua parola e il mio servo sarà guarito». Tutte le guarigioni operate da Gesù nascono da questa fiducia. Crediamo che il Signore è buono, che ci viene incontro, che non ci ha abbandonati e che si fa vicino proprio nelle nostre sofferenze. Egli è venuto nel mondo per caricarsi delle nostre malattie, del nostro dolore e del nostro peccato. Questa verità la professiamo anche nella liturgia eucaristica. Poco prima della Comunione ripetiamo le stesse parole del centurione e contempliamo Gesù come l'Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Egli porta anche le nostre sofferenze e le nostre ferite. Per questo possiamo rivolgerci a Lui con fiducia, chiedendo che ascolti la nostra preghiera e venga in nostro aiuto.
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L'esilio: la tragedia che apre alla speranza - Omelia venerdi XII settimana TO
Arriviamo al punto culminante del Libro dei Re, quello della tragedia dell'esilio. Assistiamo alla caduta di Gerusalemme: l'assedio viene spezzato, la città è conquistata e il popolo viene deportato in Babilonia. Questo rappresenta una svolta decisiva nella storia di Israele, un evento che segnerà profondamente la sua identità e la sua fede. Questo passaggio diventerà così importante da essere continuamente riletto, meditato, cantato e ricordato. È una tragedia immensa, perché tutto ciò che costituiva il cuore della vita del popolo viene distrutto: la città santa, il Tempio e la monarchia. Da quel momento non ci sarà più un regno d'Israele come prima. L'esilio come conseguenza del rapporto spezzato con Dio In realtà comprendiamo che la parte più drammatica della vicenda non è tanto la distruzione materiale, quanto il lungo deterioramento del rapporto tra il popolo e il Signore. Ripercorrendo i Libri dei Re, vediamo infatti come l'infedeltà si sia progressivamente aggravata. Israele arriva a riconoscere che l'esilio non è semplicemente una disgrazia o una sfortuna capitata per caso, ma rientra nel disegno di Dio. È la conseguenza dell'incapacità del popolo di rimanere fedele all'alleanza. Anche il Vangelo di Matteo, nella genealogia di Gesù, ricorda esplicitamente la deportazione in Babilonia, segno che questo evento è rimasto una tappa fondamentale della storia della salvezza. Anche noi siamo invitati a guardare con attenzione a questa realtà. L'esilio rappresenta un momento di crisi, di fallimento, nel quale il popolo prende coscienza della propria incapacità di vivere pienamente l'alleanza con Dio. In un certo senso sperimenta l'abbandono: il Signore lo consegna nelle mani del re di Babilonia. Dio non distrugge il suo popolo Nonostante tutto, una luce di speranza appare immediatamente. Il popolo non viene completamente sterminato. Una parte viene deportata, mentre un'altra rimane nella terra. Il testo ricorda che Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò gran parte della popolazione, ma lasciò i più poveri come vignaioli e agricoltori. Questo significa che Israele non viene cancellato. Anzi, proprio tra coloro che sono deportati nasce il desiderio del ritorno e si apre un nuovo cammino. Il Salmo 136 esprime magnificamente questo sentimento. Ci chiediamo come sia possibile cantare i canti del Signore in terra straniera, come si possa trovare gioia lontani da Gerusalemme. Eppure proprio quella nostalgia rivela quanto Gerusalemme e il Signore siano diventati il bene più prezioso, da porre al di sopra di ogni altra gioia. I nostri esili personali Anche noi possiamo rileggere la nostra vita alla luce di questa esperienza. Forse abbiamo attraversato momenti nei quali tutto sembrava perduto: un lutto, una crisi familiare, la perdita del lavoro, le sofferenze provocate da un figlio o da altre situazioni particolarmente dolorose. La grande consolazione è che il Signore non abbandona mai il suo popolo. Proprio nell'esilio Egli rimane accanto ai suoi. Sarà Lui stesso a guidare il ritorno verso Gerusalemme, camminando davanti al popolo. Per questo siamo invitati ad alzare lo sguardo e riconoscere che Dio è presente anche nelle prove più dure. Non ci ha mai lasciati e non ci lascerà mai. La Scrittura ci insegna così a vivere le situazioni più difficili con una nuova consapevolezza: ogni prova può diventare un cammino di conversione e di affidamento ancora più totale e disarmato. La certezza che Dio non abbandona mai i suoi trova il suo compimento in Gesù sulla croce. Anche lì il Figlio non è stato realmente abbandonato dal Padre. La fede audace del lebbroso Alla luce di questa speranza comprendiamo anche il Vangelo del lebbroso. Quest'uomo si presenta a Gesù con una fiducia straordinaria e dice semplicemente: «Se vuoi, puoi purificarmi». È la preghiera di chi non possiede più nulla, ma sa che tutto è possibile per Colui che ha davanti. Non pretende nulla, si affida completamente alla volontà di Gesù. Di fronte a una fede così umile e radicale, Gesù non può che rispondere: «Lo voglio, sii purificato». Egli stende la mano e tocca il lebbroso, superando quella distanza che l'impurità imponeva tra lui e gli altri. Gesù non teme di avvicinarsi, di toccare e di guarire. Il suo desiderio è restituire quell'uomo alla vita e alla comunione. La nostra preghiera Anche noi oggi invochiamo il Signore perché venga a raggiungerci nei nostri esili, nelle nostre difficoltà e nelle nostre solitudini personali, familiari e comunitarie. Gli chiediamo di venire fino a noi, di toccarci con la sua misericordia, di purificarci, di prenderci per mano e di guidarci nuovamente verso la nostra Gerusalemme, là dove possiamo ritrovare la comunione con Lui e la pienezza della vita.
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Un uomo del Vangelo nella semplicità della vita quotidiana - Omelia giovedì XII settimana TO Viadagola
Il tempo trascorso dalla morte di Daniele potrebbe apparire breve, ma in realtà è già abbastanza lungo da farci sperimentare profondamente il peso della sua assenza. Soprattutto per chi gli è stato più vicino, ogni giorno rende ancora più evidente quanto fosse preziosa la sua presenza, anche se questo lo sapevamo già prima della sua improvvisa scomparsa. L'assenza diventa concreta nei gesti più semplici della quotidianità: la sedia rimasta vuota, il letto che nessuno occupa più, il telefono che non possiamo più chiamare, il lavoro che continua senza di lui. È un dolore che continua a manifestarsi e che sembra impossibile da consolare. Per questo essere riuniti per questa celebrazione richiede coraggio e fede. Abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio Non siamo qui soltanto per ricordare Daniele o per affidarlo ancora una volta al Signore attraverso la preghiera. Siamo qui soprattutto perché abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio. Nei momenti del dolore non servono discorsi retorici, elogi esagerati o parole dolci che cercano semplicemente di attenuare la sofferenza. Il Vangelo ci sorprende proprio perché non racconta favole e non addolcisce la realtà. Gesù parla con estrema serietà dell'ingresso nel Regno dei cieli, affermando che non basta invocare il suo nome, né vantare opere straordinarie, miracoli o prodigi. Addirittura dice che alcuni sentiranno rivolgersi parole durissime: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me». È una pagina che ci obbliga a riflettere sul significato autentico della fede. Costruire la propria casa sulla roccia Il Vangelo prosegue raccontando dell'uomo saggio che costruisce la propria casa sulla roccia. Questa immagine diventa un ritratto molto bello di Daniele. Gesù non promette una vita senza difficoltà. Le piogge, i venti e i fiumi arrivano comunque. Le prove fanno parte dell'esistenza di ogni persona. Quanto accaduto a Daniele è stato una tempesta terribile: entrare in ospedale per un intervento che sembrava semplice e non uscirne più. Eppure il Vangelo ci invita a guardare oltre la tragedia, ricordandoci che la casa costruita sulla roccia non crolla. Daniele aveva edificato la sua vita su fondamenta solide. Un uomo del Vangelo nella semplicità della vita quotidiana Daniele forse non era una persona che manifestava una religiosità appariscente. Non era uno di quelli che parlavano continuamente di Dio o ostentavano pratiche religiose. Era però un uomo del Vangelo perché viveva concretamente ciò che Gesù insegna. Era un lavoratore che conosceva il valore della fatica quotidiana. Per anni, insieme a sua moglie, a suo figlio, ai collaboratori e a chi aveva costruito quell'attività prima di lui, ha lavorato con costanza, giorno dopo giorno. Il mestiere del panettiere rappresenta bene questa fedeltà. Non ci si può permettere di dire che oggi non si ha voglia di lavorare, perché ogni mattina c'è qualcuno che aspetta il pane. È un lavoro che richiede presenza continua, sacrificio, umiltà e capacità di ricominciare ogni giorno senza scorciatoie. Questa fedeltà silenziosa, concreta e quotidiana è profondamente evangelica. Fare la volontà del Padre nelle piccole cose Gesù insegna che entrerà nel Regno dei cieli non chi semplicemente dice "Signore, Signore", ma chi compie la volontà del Padre. Comprendiamo allora che fare la volontà di Dio significa vivere bene le cose ordinarie della vita: lavorare con onestà, dedicarsi con amore alla propria famiglia, servire con attenzione i clienti, coltivare l'amicizia, affrontare ogni giorno con il sorriso, la dedizione e il senso del dovere. Spesso immaginiamo che il Vangelo chieda imprese straordinarie, ma non è così. La santità consiste nella perseveranza, nella fedeltà e nella responsabilità vissute ogni giorno. Daniele incarnava proprio questo stile. Non cercava di mettersi in mostra. Compariva con discrezione, salutava e tornava subito al suo lavoro. Non aveva bisogno di apparire perché semplicemente c'era sempre. Una presenza che continua a portare frutto La presenza fedele di Daniele ha costruito qualcosa che non è crollato con la sua morte. La sua vita continua ad essere presente nella sua famiglia, nell'affetto reciproco, nell'impresa che ha contribuito a costruire, nelle relazioni che ha coltivato e nelle persone che hanno condiviso con lui il lavoro quotidiano. Questa costruzione non è stata opera di un solo uomo, ma di una famiglia e di una comunità che hanno lavorato insieme. Tuttavia, il contributo di Daniele rimane ben visibile. La morte interrompe la vita terrena, ma non cancella tutto ciò che è stato costruito attraverso l'amore, il sacrificio e la fedeltà quotidiana. L'amore è ciò che rimane Ogni gesto di amore donato giorno dopo giorno rimane sia nel cuore delle persone sia nel cuore di Dio. È proprio l'amore concreto vissuto nella quotidianità che misura la grandezza di una persona. Per questo, ogni volta che celebriamo l'Eucaristia, non facciamo memoria semplicemente della morte di Gesù, ma del suo dono d'amore, culminato nella sua morte e risurrezione. Nell'Eucaristia incontriamo il Cristo vivente attraverso la sua Parola, il suo Corpo e il suo Sangue. Pregare per Daniele, quindi, non significa lasciarsi imprigionare dalla nostalgia. È invece un autentico atto di fede e di gratitudine per tutto ciò che egli ha fatto, ha insegnato e continua ad essere. La vita continua nella pienezza di Dio Gesù afferma: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà». Esiste un mistero profondo nella vita di chi si dona ogni giorno con fedeltà. Questo dono non termina con la morte, ma continua oltre, perché segue il cammino stesso di Cristo. Gesù è stato il primo a vivere questa totale fedeltà, affrontando la croce non come un gesto eroico fine a sé stesso, ma come il passaggio verso la pienezza della vita. Per questo siamo invitati a pensare a Daniele non nel momento della sua morte, ma nella pienezza della vita che ora vive presso Dio. Noi oggi sperimentiamo il vuoto lasciato dalla sua assenza, ma per lui quella pienezza è ormai realtà. Ogni esistenza umana è un cammino verso una crescita progressiva che raggiunge il suo compimento in un momento diverso per ciascuno. Continuare a costruire con lo stesso stile Possiamo riconoscere in Daniele l'immagine dell'uomo saggio che ha costruito sulla roccia. Ciò che egli ha edificato non è andato distrutto. Ha certamente subito uno scossone enorme, ma non è crollato. La vita continua grazie anche all'esempio che lui ha lasciato. Per quanto sia difficile, abbiamo il dovere e la responsabilità di proseguire quella costruzione con lo stesso stile che egli ci ha insegnato: semplicità, costanza, umiltà e fedeltà. Chiediamo quindi al Signore di sostenere tutti noi, e in particolare la sua famiglia, affinché possa vivere questo tempo con gratitudine per aver avuto accanto un uomo che è stato un autentico operatore del Vangelo e che ha costruito qualcosa di solido e duraturo. La roccia è Cristo e la risurrezione è l'ultima parola La vera roccia su cui costruire la vita è Gesù Cristo. Costruire sulla roccia significa assumere il suo stile: dare la propria vita, offrire tutto sé stessi nell'amore quotidiano. A questa roccia affidiamo ancora una volta Daniele, certi che l'amore misericordioso del Padre è più forte della morte. L'ultima parola non appartiene alla morte, ma alla risurrezione. Siamo così chiamati a vivere una comunione nuova con lui e con il Signore, lasciando che questa speranza alimenti ogni giorno la nostra esistenza. La costruzione iniziata da Daniele continua attraverso di noi, nello stesso spirito di fedeltà e di amore, nella certezza che il dono della vita non si interrompe, ma continua per sempre. Per questo, insieme, rendiamo grazie al Signore.
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Plasmati dal grembo materno: una storia di misericordia e salvezza - Omelia del 24 giugno bvi
Nelle letture emerge con forza un'espressione che ci sorprende e ci affascina: sia il profeta Isaia sia il salmista affermano che il Signore li ha chiamati e plasmati fin dal grembo materno. Isaia dice che Dio ha pronunciato il suo nome quando era ancora nel seno di sua madre e che lo ha formato come suo servo prima ancora della nascita. Questa prospettiva è molto diversa dal nostro modo abituale di pensare. Quando parliamo di vocazione, matrimonio, sacerdozio o di qualsiasi chiamata, immaginiamo normalmente una scelta che matura nell'età adulta. Invece la Scrittura ci porta ancora più indietro, fino al grembo materno, affermando che l'opera di Dio precede persino la nostra nascita. Non si tratta soltanto della creazione fisica della persona. Dio non si limita a dare origine alla vita, ma plasma ciascuno secondo un progetto preciso. Il profeta ne è profondamente consapevole e, nel momento in cui sembra voler proclamare qualcosa di grandioso alle nazioni lontane, annuncia proprio questa verità: il Signore lo ha plasmato fin dal seno materno. La meraviglia della nostra creazione Questa stessa consapevolezza appare in modo ancora più intenso nel Salmo. Il salmista riconosce che Dio ha formato ogni parte del suo essere e lo ha tessuto nel grembo della madre. Per questo esplode in un canto di lode: «Ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda». Siamo invitati a guardare noi stessi con gli occhi della fede e a riconoscere che la nostra esistenza è anzitutto un'opera di Dio. Non è soltanto nostra madre ad averci generati: attraverso di lei è il Signore che ci ha voluti, formati e accompagnati. Il salmista continua affermando che 33le opere di Dio sono meravigliose e che la sua anima le riconosce pienamente. La nostra stessa esistenza è parte di queste meraviglie. Essere stati generati nel grembo materno è qualcosa che ci lega profondamente all'azione creatrice e salvifica di Dio. La Scrittura arriva persino ad affermare che ciascuno di noi è stato pensato e voluto fin dalla creazione del mondo. La nostra vita non nasce dal caso, ma da un progetto d'amore che precede ogni cosa. Giovanni Battista: una nascita segnata dalla misericordia Questa verità si manifesta in modo particolare nella nascita di Giovanni Battista, che la Chiesa celebra oggi. Tutto ciò che riguarda la sua venuta al mondo è avvolto dalla meraviglia e dalla grazia di Dio. Il Vangelo mostra come le persone comprendano immediatamente che in quel bambino c'è qualcosa di straordinario. Già in precedenza avevano visto Zaccaria uscire dal tempio incapace di parlare dopo la visione dell'angelo e avevano intuito che era accaduto qualcosa di eccezionale. Ora, davanti alla nascita del bambino, riconoscono che il Signore sta operando in modo particolare. Vicini e parenti si rallegrano con Elisabetta perché vedono in lei la manifestazione della grande misericordia di Dio. Il nome stesso di Giovanni lo esprime: Yohanan significa infatti «Dio usa misericordia». La sua nascita è un segno concreto della misericordia divina. Proprio la fragilità di Elisabetta, ormai anziana e apparentemente incapace di generare, diventa il luogo in cui la potenza di Dio si manifesta con maggiore evidenza. Dio sceglie ciò che è piccolo, debole e improbabile per rendere ancora più visibile la sua opera. Il nome ricevuto da Dio Un elemento particolarmente significativo è la scelta del nome. Tutti si aspettavano che il bambino ricevesse un nome legato alla tradizione familiare, ma Elisabetta e Zaccaria insistono: il suo nome è Giovanni. Non è un nome scelto dalla famiglia. È il nome indicato da Dio attraverso l'angelo. In questo modo si manifesta che la vita di Giovanni appartiene a un progetto più grande, preparato e voluto dal Signore. Quando Zaccaria conferma il nome e riacquista la parola, esplode nel canto del Benedictus. In quel cantico, che la Chiesa recita ogni mattina nelle Lodi, egli riconosce l'opera misericordiosa di Dio che visita il suo popolo, vince i nemici e prepara la salvezza per Israele. Giovanni prepara la strada a Gesù Tutta l'esistenza di Giovanni Battista è orientata verso una missione precisa: preparare la strada al Messia. Per questo Dio lo accompagna fin dall'inizio della sua vita. Il Vangelo ricorda che il bambino cresceva, si fortificava nello spirito e che la mano del Signore era su di lui. Tutto il suo sviluppo umano e spirituale è sostenuto dalla presenza di Dio. Giovanni sarà colui che aprirà i cuori alla venuta di Cristo, che ricondurrà i padri verso i figli e che indicherà a tutti Gesù dicendo: «Ecco l'Agnello di Dio». Egli riesce a riconoscere il Messia perché sa leggere la propria storia alla luce dell'azione di Dio. È consapevole di tutto il bene ricevuto e può riconoscere che la sua vita è stata guidata dal Signore fin dal grembo materno. Come Isaia e come il salmista, anche lui può affermare che Dio lo ha plasmato, chiamato per nome, sostenuto e preparato per la sua missione. Rendere grazie per la nostra storia Questa riflessione ci conduce a un grande ringraziamento. Tutto ciò che Dio opera nella nostra vita ha come scopo ultimo quello di condurci a Gesù. Anche noi siamo stati voluti, desiderati, plasmati e accompagnati lungo il cammino della nostra esistenza. Certamente non sono mancate le difficoltà, ma la mano del Signore non ha cessato di guidarci. Per questo siamo invitati a guardare la nostra storia con stupore e gratitudine. Come la gente della Giudea che esultava per la nascita di Giovanni, anche noi, insieme alla Chiesa, possiamo benedire il Signore, riconoscere la sua opera e meravigliarci per tutto ciò che ha compiuto nella nostra vita. La strada verso il Messia è stata preparata anche dentro di noi. Per questo possiamo accostarci a Lui con fiducia, ringraziando il Signore per averci pensati, amati e accompagnati fin dall'inizio della nostra esistenza.
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Non abbiate paura: la forza della missione e la fiducia nel Padre - Omelia XII domenica del TO anno A BVI 21 giugno 2026
Il Vangelo di oggi inizia con questo invito di Gesù: «Non abbiate dunque paura». Quel “dunque”, che nel lezionario non è riportato, è però fondamentale perché rappresenta la conclusione di tutto il lungo discorso missionario del capitolo 10 del Vangelo di Matteo. Ricordiamo come Gesù, mosso da compassione per la folla che vedeva come pecore senza pastore, abbia chiamato a sé i Dodici, li abbia chiamati per nome e abbia affidato loro il potere di guarire e di scacciare i demoni. Li ha poi inviati in missione con parole molto esigenti: gratuitamente avevano ricevuto e gratuitamente dovevano dare; dovevano partire senza sicurezze materiali, affidandosi all’accoglienza delle persone; dovevano essere astuti come serpenti e semplici come colombe. Gesù arriva persino a dire loro: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». È sorprendente vedere come scelga uomini semplici, pescatori ancora inesperti del Vangelo, e li invii immediatamente ad annunciarlo. Lo fa perché avverte l’urgenza della missione e il grande bisogno dell’umanità. La paura degli Apostoli e l’esperienza di Geremia Se Gesù dice più volte di non avere paura, significa che la paura era realmente presente nel cuore degli Apostoli. Da una parte c’era la consapevolezza dell’enormità del compito affidato loro; dall’altra vi erano le difficoltà e le opposizioni che inevitabilmente avrebbero incontrato. La prima lettura, tratta dal capitolo 20 di Geremia, ci mostra una situazione analoga. Il profeta viene inviato ad annunciare a Gerusalemme una parola durissima: l’arrivo dei Babilonesi, la distruzione della città e la deportazione del popolo. Un messaggio che nessuno voleva ascoltare. Per questo Geremia viene contrastato, perseguitato, imprigionato e percosso. Eppure dentro di lui la Parola di Dio arde come un fuoco che non può trattenere. Annunciare la verità gli costa molto, ma non può sottrarsi alla missione ricevuta. Anche gli Apostoli sperimentano qualcosa di simile: la fedeltà al Vangelo comporta inevitabilmente una lotta interiore e l’affrontare l’incomprensione degli altri. Le paure che abitano il cuore dell’uomo La paura di cui parla Gesù non coincide semplicemente con il timore umano. Certamente esiste il santo timore di Dio, che il Vangelo stesso richiama, ma qui si tratta soprattutto di quelle paure profonde che emergono quando prendiamo sul serio il Vangelo. Accade nelle grandi decisioni della vita: nel matrimonio, nell’accoglienza di un figlio, nelle scelte vocazionali e in tutte quelle situazioni in cui comprendiamo che la Parola di Dio ci chiede qualcosa di concreto e impegnativo. Sentiamo il desiderio di seguirla, ma insieme avvertiamo anche il peso dell’incertezza. Esiste inoltre la paura della morte e del male che attraversa il mondo. Vediamo continuamente il prevalere di logiche di guerra, di sopraffazione e di violenza. È una realtà che genera inquietudine e che tutti portiamo nel cuore. Anche Gesù ha conosciuto questa paura. Basta pensare alla sua esperienza nel Getsemani. Per questo può comprendere profondamente le nostre fragilità e rassicurarci. Prima ragione per non avere paura: la verità verrà alla luce Gesù offre una prima motivazione: nulla di ciò che è nascosto resterà nascosto. Tutto ciò che oggi sembra segreto, insignificante o destinato a scomparire verrà manifestato. Quando si vive il Vangelo, può sembrare che la sua forza rimanga invisibile. Le parole di Gesù appaiono deboli di fronte alle logiche dominanti del mondo. Talvolta sembra che l’esperienza cristiana sia una realtà per pochi e persino una realtà perdente. Eppure il Signore assicura che il Vangelo verrà alla luce. Ciò che è stato vissuto nella fedeltà non andrà perduto. Viene portato l’esempio della comunità di Monte Sole e dei suoi martiri. Dopo la distruzione operata dai nazisti, sembrava che quella testimonianza evangelica fosse stata cancellata dalla storia. Per molti anni quasi nessuno ne parlò più. Tuttavia, grazie all’impegno di persone che ne custodirono la memoria, quella vicenda è tornata alla luce ed è oggi riconosciuta come un patrimonio prezioso della Chiesa. Il Vangelo non scompare. Ciò che viene vissuto nella fede continua a portare frutto e, prima o poi, viene manifestato. Seconda ragione per non avere paura: il Padre è presente anche nella caduta Gesù invita poi a non temere coloro che possono uccidere il corpo. I discepoli sanno già che incontreranno persecuzioni e sofferenze. Il Signore non promette che non accadrà nulla di doloroso. Non dice che saranno risparmiati dalle prove. Dice piuttosto qualcosa di molto più profondo. Parlando dei passeri, afferma che neppure uno di essi cade a terra senza che il Padre sia presente. Anche la creatura più insignificante, nel momento della sua caduta, è accompagnata dallo sguardo amorevole di Dio. Per questo non dobbiamo avere paura: qualunque sia la prova che affrontiamo — malattia, sofferenza, fallimento o persino morte — il Padre non ci abbandona. La sua presenza ci accompagna sempre. La vera sicurezza del credente non consiste nell’evitare la sofferenza, ma nel sapere di non essere mai solo. Terza ragione per non avere paura: il nostro valore agli occhi di Dio La terza motivazione è legata al valore immenso che abbiamo davanti a Dio. I passeri valgono pochissimo, eppure il Padre si prende cura di loro. Quanto più si prenderà cura di noi! Gesù arriva a dire che persino i capelli del nostro capo sono tutti contati. Questa immagine ci invita a non vergognarci della nostra piccolezza. Possiamo sentirci deboli, insignificanti, incapaci, come piccoli passeri smarriti che nessuno nota. Ma proprio in questa condizione scopriamo quanto siamo preziosi agli occhi del Padre. La nostra fragilità non è un motivo di vergogna. È il luogo in cui possiamo sperimentare più profondamente la vicinanza e la tenerezza di Dio. Confessare il Signore con fiducia Alla luce di queste tre ragioni, siamo chiamati a confessare il Signore senza paura. Riconoscere Cristo significa accettare la nostra piccolezza e affidarla a Lui. Significa credere che il Vangelo non andrà perduto, che il Padre ci accompagna in ogni situazione e che il nostro valore non dipende dalla forza o dal successo, ma dall’amore con cui Dio ci guarda. Questa è stata la forza dei Dodici Apostoli: uomini semplici, inesperti, talvolta goffi, ma capaci di confidare totalmente nel Signore. Una preghiera per la missione Chiediamo allora al Signore di liberarci dalle paure profonde che abitano il nostro cuore. Domandiamo di non vergognarci della nostra piccolezza, della nostra fede e della nostra appartenenza a Lui. Vogliamo testimoniare con la nostra vita che il Signore è accanto a noi, ci accompagna e ci sostiene. Vogliamo partecipare con gioia alla missione che ci affida: portare il Vangelo nelle nostre famiglie, tra i ragazzi, nei luoghi di lavoro, tra i vicini di casa e in ogni ambiente della vita quotidiana. C’è un’urgenza missionaria che riguarda tutti. Nessuno deve pensare che il proprio contributo sia insignificante o destinato a scomparire. Il Vangelo non è una realtà che svanisce nel tempo: il Signore desidera che siamo suoi testimoni gioiosi, certi che la sua opera porterà frutto e che nulla di ciò che viene vissuto per amore andrà perduto.
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Elia, la parola di fuoco e il riposo nell’amore - Omelia giovedì XI settimana TO
Oggi interrompiamo la lettura del Libro dei Re per soffermarci su un testo del Siracide, il capitolo 48, che ci parla proprio di Elia e di Eliseo. Questa sezione finale del Siracide è dedicata all’elogio dei grandi personaggi della storia di Israele e non si limita a ricordarne le vicende, ma ne offre una rilettura teologica profonda. Questo testo si inserisce perfettamente nel percorso che stiamo facendo in questi giorni sulla figura di Elia. Ritroviamo infatti un tratto fondamentale della sua missione: essere l’uomo della parola. Il Siracide lo descrive con immagini potenti: «Sorse Elia, profeta come un fuoco, la sua parola bruciava come fiaccola». Questa parola ardente richiama il fuoco della presenza divina. È un fuoco che riscalda il cuore del popolo e che continua a riscaldare anche il nostro quando ci viene annunciata una prospettiva di conversione, di cambiamento e di rinnovamento della vita. La missione di Elia: riconciliare i cuori Il Siracide ci aiuta a comprendere che la missione di Elia non consisteva soltanto nel correggere la gravissima situazione religiosa e morale del suo tempo. La sua opera aveva un obiettivo ancora più profondo: «calmare l’ira prima che divampi», «ricondurre il cuore del padre verso il figlio» e «ristabilire le tribù di Giacobbe». La parola del profeta è dunque una parola di riconciliazione. Elia è inviato per sanare le fratture tra le generazioni, tra padri e figli, per ricostruire l’unità del popolo e riportarlo alla fedeltà dell’alleanza con Dio. La sua predicazione non è semplicemente una denuncia del male, ma un invito a ritrovare la comunione perduta. Attraverso la sua parola infuocata il popolo è chiamato ad abbandonare gli idoli, i Baal, e a tornare al Signore. Beati coloro che hanno visto il profeta Un versetto del Siracide colpisce particolarmente: «Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore». Ci soffermiamo anzitutto sull’espressione «ti hanno visto». Non si tratta soltanto di aver incontrato fisicamente Elia. Significa averlo riconosciuto come profeta, aver accolto la sua parola, aver creduto al suo annuncio e aver camminato secondo il suo insegnamento. Sono beati coloro che non si sono lasciati imprigionare dagli idoli, ma hanno compiuto un autentico atto di fede nella parola di Dio trasmessa dal profeta. Hanno saputo vedere in Elia non semplicemente un uomo straordinario, ma il messaggero del Signore. Addormentarsi nell’amore L’espressione «si sono addormentati nell’amore» apre una riflessione molto profonda. Probabilmente l’immagine del sonno rimanda alla morte. Dopo aver compiuto il proprio cammino, questi credenti si sono addormentati, ma il testo aggiunge subito: «anche noi vivremo certamente». Possiamo allora intravedere un’intuizione che sembra anticipare la speranza della risurrezione. Per chi segue la parola di Dio non esiste soltanto la morte. Il sonno diventa attesa di un risveglio alla vita. Anche se può sembrare un collegamento audace, il Siracide sembra aprire uno spiraglio verso questa prospettiva: ci si addormenta, ma per risvegliarsi nella vita che Dio dona. Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è l’espressione stessa: addormentarsi nell’amore. È un’immagine di straordinaria tenerezza e profondità spirituale. Tutta l’opera del profeta è per l’amore La parola di Elia è una parola forte, talvolta dura. Combatte contro gli idoli, smaschera i falsi profeti e si oppone ai poteri che vogliono costruire la propria autonomia da Dio, come accadeva ai tempi del re Acab e della regina Gezabele. Eppure il Siracide ci fa comprendere che tutta questa lotta non è fine a se stessa. Lo scopo ultimo dell’opera profetica è l’amore. Dietro ogni richiamo alla conversione, dietro ogni denuncia dell’idolatria, vi è il desiderio di ricondurre il popolo a una relazione autentica con Dio e con i fratelli. Per questo il vero compimento della missione del profeta non è la vittoria ottenuta con la forza delle armi, ma il ritrovamento di una relazione nuova, fondata sull’amore. Si combatte per l’amore e si giunge infine a riposare nell’amore. Eliseo e la continuità della profezia Anche Eliseo, successore di Elia, continua questa stessa missione. La sua attività profetica prosegue l’opera iniziata dal maestro e conduce il popolo verso una relazione sempre più autentica con Dio. L’intera tradizione profetica è orientata a farci scoprire il vero volto del Signore: non un Dio dominato dall’ira e dalla punizione, ma un Dio misericordioso che ci ama e ci invita a riposare nel suo amore. Per questo il Siracide può proclamare beati coloro che hanno accolto la testimonianza dei profeti e hanno imparato a vivere in questa relazione d’amore con Dio. L’amore come condizione fondamentale della vita cristiana La riflessione si allarga poi alla nostra esperienza concreta. La vita attraversa molte stagioni diverse: possiamo essere giovani o anziani, avere figli e nipoti oppure vivere la solitudine, essere nel pieno delle forze o avvicinarci al termine del nostro cammino terreno. Eppure ciò che conta veramente è sempre l’amore. Lo vediamo anche nell’esperienza quotidiana. In questi giorni, con la presenza di tanti bambini, emerge continuamente il bisogno di attenzione, di affetto, di parole buone e di relazioni significative. I bambini cercano amore tra di loro e da parte degli adulti. Questo ci ricorda che l’amore non è un elemento secondario dell’esistenza, ma la sua condizione fondamentale. È il luogo nel quale il credente vive e cresce. Un amore che supera la morte L’amore che Dio ci dona non termina con la morte. Per questo possiamo dire che ci addormentiamo nell’amore, ma siamo destinati a vivere ancora. La morte non ha l’ultima parola perché l’amore di Dio è eterno. Chi vive nell’amore entra già ora in una realtà che supera i limiti del tempo e della morte. La beatitudine annunciata dal Siracide nasce proprio da questa certezza: l’amore ricevuto da Dio è un amore per sempre. Giovanni Battista, il nuovo Elia, e Gesù, compimento dell’amore Questa riflessione conduce naturalmente alla figura di Giovanni Battista. Egli è l’Elia atteso, il profeta inviato a preparare il popolo all’incontro con il Messia. La sua missione riprende quella di Elia: chiamare alla conversione e predisporre i cuori ad accogliere il Signore. Ma il compimento definitivo di questa rivelazione si trova in Gesù. È lui che insegna pienamente il significato dell’amore. È lui che porta a compimento tutto ciò che la tradizione profetica aveva annunciato. Gesù stesso, consegnandosi sulla croce, si addormenta nell’amore per donarci la vita. Per questo nel Vangelo di Giovanni può dire ai suoi discepoli: «Io vivo e voi vivrete». Queste parole, pronunciate nei discorsi di addio, diventano una promessa di speranza e di vita per tutti i credenti. Il Padre nostro e la legge suprema dell’amore Infine, anche il Vangelo proclamato oggi richiama questa stessa realtà. Il Padre nostro è l’invocazione rivolta a Dio come Padre che ci ama. Allo stesso tempo ci ricorda la relazione che deve unire noi, fratelli e sorelle, chiamati a perdonarci reciprocamente. La vita nell’amore si esprime proprio in questa doppia relazione: con Dio Padre e con i fratelli. Per questo, celebrando l’Eucaristia, ringraziamo il Signore per il dono del suo amore e rinnoviamo il desiderio di vivere secondo questa legge suprema. Chiediamo la grazia di riposare in Lui, di lasciarci guidare dalla sua parola e di camminare ogni giorno nella via dell’amore che vince la morte e conduce alla vita.
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Elia ed Eliseo: un rapporto che nasce da Dio e conduce a Dio - Omelia di mercoledì XI settimana to
Ci lasciamo guidare dalla straordinaria relazione tra Elia ed Eliseo per comprendere quanto possa essere bello, forte e profondo il nostro rapporto con Dio Padre. Al centro della vicenda non c’è semplicemente l’amicizia tra due uomini, ma il loro legame con il Signore, che orienta tutta la loro vita e la loro missione. La fine della vita di Elia è particolarmente significativa. Non è lui a decidere il momento della sua partenza: è Dio che gli dà appuntamento e lo chiama a sé. Dopo aver percorso le strade di Israele come profeta forte ed esigente, Elia viene richiamato dal Signore e sale al cielo nel turbine. Questa chiamata manifesta che tutta la sua esistenza appartiene a Dio, dall’inizio alla fine. Per Eliseo, però, questo momento rappresenta una prova dolorosa. Egli deve affrontare la separazione dal suo maestro, dal suo padre spirituale. Quello che per Elia è il compimento della sua missione, per Eliseo è un vero e proprio lutto. L’ultimo cammino di Elia attraverso la storia della salvezza L’itinerario finale di Elia attraversa luoghi carichi di significato per la storia del popolo di Israele. Egli passa da Galgala, luogo dell’ingresso nella Terra Promessa dopo il lungo cammino dell’esodo. Attraversa poi Betel, dove Giacobbe ebbe il celebre sogno della scala che univa cielo e terra. Successivamente giunge a Gerico, la prima città conquistata dagli Israeliti entrando nella terra donata da Dio. Infine arriva al Giordano, il luogo del passaggio per eccellenza. È come se Elia percorresse a ritroso la storia della salvezza del suo popolo, tornando simbolicamente al punto da cui tutto era iniziato. Questo viaggio finale non è casuale: è un pellegrinaggio spirituale che richiama le grandi opere compiute da Dio nella storia di Israele. La fedeltà di Eliseo fino alla fine Durante questo cammino, Elia invita più volte Eliseo a fermarsi e a non seguirlo oltre. Potrebbe sembrare quasi il desiderio di lasciarlo libero o di evitargli il dolore della separazione. Noi vediamo però la straordinaria perseveranza di Eliseo. Egli rifiuta ogni volta di abbandonare il maestro e decide di accompagnarlo fino all’ultimo momento. La sua fedeltà è totale. Questo atteggiamento lo distingue nettamente dai cosiddetti figli dei profeti. Anch’essi sanno ciò che sta per accadere, ma si comportano quasi da spettatori. Sembrano interessati soprattutto ad assistere all’evento. Eliseo, invece, è coinvolto personalmente e profondamente. Per lui non si tratta di assistere a qualcosa di straordinario, ma di restare accanto a una persona amata e a un maestro che gli ha insegnato a servire Dio. La richiesta della doppia porzione dello spirito Quando Elia domanda a Eliseo che cosa desideri ricevere prima della separazione, la risposta è sorprendente: egli chiede una doppia porzione del suo spirito. Non si tratta di una richiesta egoistica o ambiziosa. Nella tradizione biblica la doppia porzione rappresenta l’eredità riservata al figlio primogenito. Eliseo si riconosce quindi come figlio spirituale di Elia e desidera ricevere ciò che gli permetterà di continuare la missione ricevuta da Dio. Inoltre, non chiede lo spirito personale di Elia, ma quello Spirito di Dio che ha sostenuto Elia durante tutta la sua vita profetica. La sua richiesta nasce dal desiderio di continuare l’opera del Signore e di servire il popolo con la stessa fedeltà del suo maestro. Il fuoco come manifestazione della gloria di Dio La scena del carro di fuoco e dei cavalli di fuoco richiama una lunga tradizione biblica. Il fuoco è infatti uno dei segni privilegiati della presenza divina. Pensiamo al roveto ardente attraverso cui Dio si manifesta a Mosè. Pensiamo alla colonna di fuoco che guida Israele nel deserto. Pensiamo ancora al fuoco del monte Carmelo che manifesta la potenza del vero Dio contro i falsi profeti di Baal. In questo racconto il fuoco esprime la gloria divina. Elia viene assunto direttamente in cielo attraverso questa manifestazione della presenza di Dio. La sua partenza non è una sconfitta né una semplice morte, ma un ingresso nella gloria del Signore. Il grido di Eliseo: «Padre mio, padre mio» Nel momento della separazione, Eliseo esclama: «Padre mio, padre mio, carro d’Israele e sua cavalleria». Queste parole rivelano anzitutto l’affetto profondo che lo lega a Elia. Lo riconosce come padre e maestro. In esse si esprime tutto il dolore della separazione, tanto che subito dopo Eliseo compirà il gesto tradizionale del lutto, lacerandosi le vesti. Ma in quelle stesse parole vi è anche un’importante professione di fede. Chiamando Elia «carro d’Israele e sua cavalleria», Eliseo riconosce che la vera difesa del popolo non proveniva dalle armi del re Acab o dalle sue alleanze politiche. La vera protezione di Israele era il profeta che parlava in nome di Dio. La forza del popolo non stava negli eserciti, ma nella fedeltà alla parola del Signore. Il mantello e la continuità della missione Quando Elia viene assunto in cielo, il suo mantello cade a terra. Questo gesto possiede un profondo valore simbolico. Il mantello rappresenta la missione profetica che non termina con la partenza di Elia. Eliseo lo raccoglie e, giunto al Giordano, percuote le acque proprio come aveva fatto il suo maestro. Le acque si dividono nuovamente. Attraverso questo segno comprendiamo che il dono di Dio continua a operare. La profezia non si interrompe. La missione passa da Elia a Eliseo. La comunità stessa riconosce questo passaggio quando afferma che lo spirito di Elia si è posato su Eliseo. Non si tratta di una gloria personale né di un privilegio individuale. Tutto è finalizzato al bene del popolo, che continua a essere guidato e accompagnato da un profeta del Signore. Una profezia che si compie in Gesù Questa vicenda diventa anche una figura profetica di Gesù. Come Elia, Gesù è venuto nel mondo per annunciare la parola di Dio. Come Elia, è tornato al Padre attraverso l’ascensione al cielo. Ma c’è un altro aspetto ancora più importante. Gesù, prima di tornare al Padre, ha trasmesso ai suoi discepoli la sua missione. Ha affidato loro il compito dell’annuncio, della guarigione e della salvezza. Ricordiamo il momento in cui invia i discepoli: uomini ancora fragili, inesperti e imperfetti. Tuttavia essi ricevono la forza necessaria non dalle proprie capacità, ma dalla potenza di Dio. Allo stesso modo, Eliseo non continua la missione grazie alle sue qualità personali, ma grazie al dono ricevuto dal Signore. Anche noi chiamati a essere portavoce di Dio Questa pagina biblica ci invita a coltivare un rapporto profondo con il Signore fatto di ascolto, invocazione, fiducia e ricerca costante della sua presenza. Anche noi siamo chiamati a essere portavoce della sua parola all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità, tra i figli, i nipoti e tutte le persone che incontriamo. La nostra efficacia non dipende dalle nostre capacità personali, ma dalla nostra unione con Dio. Per questo siamo invitati a evitare ogni forma di autoreferenzialità. Non viviamo la fede per ottenere riconoscimenti, vantaggi o ammirazione. Come insegna il Vangelo, la preghiera, il digiuno e l’elemosina devono orientare lo sguardo verso il Padre. Tutto ciò che facciamo deve rendere visibile la sua presenza in mezzo a noi e testimoniare che il suo Regno è già all’opera nel mondo. La salvezza che Dio offre non è destinata a pochi privilegiati, ma è una chiamata universale rivolta a tutti.
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Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare - Omelia XI settimana TO anno A
Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi. La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore. Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente. Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli. La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono. Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito. Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi. Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio. Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio. Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita. Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza. Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova. Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza. Per questo motivo il «gratuitamente avete ricevuto» non è un'affermazione astratta, ma la memoria viva di come Dio è entrato nella nostra vita e l'ha trasformata. Lo sguardo compassionevole di Gesù Prima ancora di inviare i discepoli, Gesù guarda le folle. Il Vangelo dice che ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite. Ci colpisce profondamente questo sguardo di Gesù. Egli vede ciò che spesso sfugge agli altri: la fatica, il peso, lo smarrimento delle persone. Non si limita a osservare, ma si lascia toccare interiormente da quella sofferenza. La compassione è il desiderio concreto di avvicinarsi, di prendersi cura, di aiutare. La cosa sorprendente è che Gesù non sceglie di fare tutto da solo. Invece di intervenire direttamente, coinvolge i suoi discepoli e li rende partecipi della sua missione. Chiamati, inviati e resi capaci Gesù fa comprendere ai suoi discepoli l'enormità del bisogno presente nel mondo: la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Li invita anzitutto a pregare il Signore della messe. Poi li chiama vicino a sé. Non li manda immediatamente: prima li vuole accanto a Lui. Successivamente dona loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire le malattie. Pur essendo uomini fragili e apparentemente impreparati, vengono riempiti della forza di Dio. Gesù li chiama per nome, uno ad uno. Questo particolare mostra quanto la missione sia personale. Nessuno viene inviato in modo anonimo. Infine li manda. In un primo momento non verso i pagani o i samaritani, ma verso le pecore perdute della casa d'Israele. C'è un'urgenza immediata: soccorrere chi è vicino, chi è già conosciuto, chi soffre accanto a noi. Il Regno è vicino: una missione per tutti Durante il cammino i discepoli devono annunciare che il Regno dei Cieli è vicino. Non devono restare fermi, ma mettersi in movimento. Gesù affida loro una missione enorme: guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. In altre parole, portare la vita di Dio dove regnano sofferenza, esclusione e morte. A questo punto appare chiaro che il comando «gratuitamente date» non riguarda soltanto alcuni, ma tutti noi. Le persone che attendono una parola di speranza, una consolazione, un gesto di vicinanza sono numerosissime. Non occorre cercarle lontano. Le troviamo nel nostro condominio, nelle nostre famiglie, tra gli amici, tra le persone che incontriamo ogni giorno. È proprio lì che il Signore ci manda. Dare ciò che abbiamo ricevuto Siamo invitati a chiederci concretamente come possiamo dare gratuitamente durante questa settimana. Possiamo ascoltare qualcuno, farci vicini a una persona sola, accompagnare chi sta attraversando una difficoltà, offrire tempo, attenzione e incoraggiamento. Possiamo prendere per mano chi ne ha bisogno, proprio perché anche noi, in passato, siamo stati presi per mano dal Signore. Quando riconosciamo il dono ricevuto, nasce spontaneamente il desiderio di condividerlo. La nostra sollecitudine verso gli altri diventa autentica e piena di vita. Al contrario, quando dimentichiamo ciò che abbiamo ricevuto, quando pensiamo di esserci meritati tutto da soli, allora il desiderio di donare si spegne. La gratitudine diminuisce e la missione perde slancio. La gioia di chi serve Per questo accogliamo l'invito di Gesù a riscoprire con stupore e gratitudine il dono ricevuto gratuitamente. Solo così possiamo sperimentare la bellezza del donare. Un esempio concreto lo vediamo nell'esperienza dell'Estate Ragazzi. I bambini e i giovani che si mettono al servizio degli altri sperimentano immediatamente una dinamica sorprendente: donando ricevono a loro volta. Si crea uno scambio che riempie tutti di gioia, di entusiasmo e di luce negli occhi. Questa esperienza non è riservata soltanto a chi partecipa a quelle attività. È una chiamata universale. Nessuno può sentirsi escluso. Anche chi pensa di aver già dato abbastanza o di non avere più energie può ancora donare qualcosa. Tutti possiamo offrire tempo, attenzione, affetto, preghiera, ascolto e presenza. Per questo sentiamo l'invito finale a ritornare continuamente alla sorgente: ricordare ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore. Solo così potremo continuare a dare gratuitamente agli altri.
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Il Cuore Immacolato di Maria: scuola di custodia, consolazione e gioia - Omelia
Nella festa del Cuore Immacolato di Maria contempliamo il cuore della Madre come esempio e consolazione per il nostro cammino. Il Vangelo ci presenta uno degli episodi più significativi della sua vita: lo smarrimento di Gesù nel Tempio. Vediamo una Maria profondamente umana, che vive un dolore autentico e comprensibile. Non trovare il proprio figlio per tre giorni è motivo di grande angoscia, un'angoscia che condivide con Giuseppe. Quando finalmente ritrova Gesù, Maria gli rivolge una domanda che nasce direttamente dalla sofferenza: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». Non si tratta tanto di un rimprovero quanto dell'espressione sincera della fatica e del dolore che porta nel cuore. In questo Maria ci appare molto vicina, perché vive sentimenti che appartengono anche alla nostra esperienza. Siamo così invitati a rispettare profondamente le angosce e le sofferenze delle persone, sia quelle espresse apertamente sia quelle custodite nel silenzio. Il dolore merita sempre rispetto e attenzione. Il mistero dell'incomprensione e la custodia del cuore La risposta di Gesù non sembra alleviare immediatamente il dolore della Madre. Anzi, il Vangelo sottolinea che Maria e Giuseppe non comprendono pienamente le sue parole. Ci troviamo così davanti al mistero dell'incomprensione, che spesso accompagna anche la nostra vita di fede. Di fronte a ciò, Maria non insiste con nuove domande né pretende spiegazioni ulteriori. Compie invece un gesto interiore straordinario: custodisce tutto nel suo cuore. Questo verbo racchiude una ricchezza di significati: conservare, proteggere, meditare, mettere insieme gli eventi e cercarne il senso più profondo. Maria aveva già vissuto questo atteggiamento alla nascita di Gesù, quando gli eventi straordinari legati ai pastori e agli altri segni suscitavano interrogativi e meraviglia. Anche allora custodiva ogni cosa nel suo cuore, cercando di comprenderne il significato alla luce dell'opera di Dio. Il cuore di Maria è dunque un cuore capace di raccogliere e custodire. Non è un cuore insensibile o distaccato, ma un cuore che partecipa profondamente alle vicende del Figlio. Con lui vive le gioie e i dolori della vita, fino a condividere il dolore più grande, quello della sua morte sulla croce. Imparare da Maria a custodire la vita Siamo chiamati a prendere esempio da Maria, facendo nostra questa capacità di custodire. Anzitutto dobbiamo custodire la Parola del Signore, il seme che Dio getta ogni giorno nel terreno della nostra esistenza affinché porti frutto. Ma siamo chiamati anche a custodire tutte le esperienze della vita quotidiana: le gioie e i dolori, le vicende delle nostre famiglie, le preoccupazioni per i figli e i nipoti, gli eventi che riguardano la nostra città, il nostro Paese e il mondo intero. Spesso ci rendiamo conto di non essere capaci di contenere da soli tutto ciò che viviamo. Le preoccupazioni sono tante e il nostro cuore è limitato. Per questo ci rivolgiamo a Maria chiedendole aiuto. Affidiamo a lei il nostro cuore e le diciamo di custodire ciò che noi non riusciamo a custodire, sostenendoci nel cammino della fede e della vita. Un cuore capace di gioire per la salvezza La riflessione si allarga poi alla prima lettura, che mette in luce un'altra caratteristica fondamentale del cuore di Maria: la sua straordinaria capacità di gioire. Le parole «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» esprimono una gioia profonda e stabile, ben diversa da una felicità superficiale o passeggera. È la gioia che nasce dalla contemplazione della salvezza operata da Dio. Questa stessa gioia risuona nel Salmo e nel Magnificat: il cuore esulta nel Signore Salvatore. Maria gioisce perché riconosce l'azione di Dio nella storia. Pur vedendo le difficoltà del mondo, le ingiustizie, la forza apparente dei potenti, la fame, la debolezza e le tante forme di povertà e sterilità, riesce a scorgere nelle pieghe della realtà l'opera salvifica del Signore. La salvezza che nasce dall'amore Maria contempla un Dio che non salva attraverso la forza, il potere o la guerra. Il Signore sceglie una via completamente diversa: assume la nostra carne, si fa piccolo e si dona per amore. La sua salvezza si manifesta attraverso la compassione, la vicinanza e il dono totale di sé. Cristo offre la propria vita per noi, e proprio in questo amore donato si rivela la vera potenza di Dio. Maria riconosce questa logica divina e per questo il suo cuore è pieno di gioia. È una gioia autentica che non rimane chiusa in se stessa, ma si comunica agli altri, contagia e prende per mano chi le si avvicina. Riconoscere i segni del Signore e farli fiorire Siamo infine invitati a conservare nel nostro cuore non solo le esperienze dolorose e le domande irrisolte, ma anche i segni di bene e di grazia che il Signore continuamente ci offre. Con umiltà dobbiamo imparare a riconoscere i piccoli segni della sua presenza nella nostra vita. Questi doni, spesso discreti e nascosti, non devono essere trascurati, ma accolti e fatti fiorire. La risposta più bella a tali segni è il ringraziamento: un ringraziamento che trova la sua espressione più alta nell'Eucaristia e che deve diventare anche uno stile di vita. Seguendo Maria, impariamo così a custodire tutto nel cuore, a leggere la storia con gli occhi della fede e a vivere nella gioia della salvezza che Dio continua a operare nel mondo.
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La gioia del Vangelo che si dona gratuitamente - Omelia San Barnaba 2026
Le Memorie degli Apostoli ci riportano continuamente alla bellezza e alla fecondità della Chiesa delle origini. Guardando a quella prima comunità cristiana, riscopriamo un modello vivo e affascinante di annuncio del Vangelo, capace di ispirare ancora oggi la nostra vita personale e comunitaria. Comprendiamo che non possiamo adagiarci sugli allori quando le cose vanno bene, né lasciarci scoraggiare dalle difficoltà. Anche nelle nostre comunità, spesso impegnate in riunioni, consigli pastorali e molte attività, siamo chiamati a non perdere mai di vista ciò che è essenziale: il cuore e il motore della vita cristiana, cioè il Vangelo. Per questo sentiamo il bisogno di ritornare continuamente alle origini, per ritrovare l'autenticità e la forza dell'annuncio evangelico. Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare All'inizio del Vangelo vediamo Gesù che sceglie i Dodici. Non sceglie persone particolarmente istruite o preparate, ma semplici pescatori, uomini comuni. Eppure, con una straordinaria audacia, li invia a predicare. Il loro stile missionario è racchiuso in una frase fondamentale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Gesù li manda senza mezzi materiali, senza denaro, senza sicurezze, senza equipaggiamenti particolari. La loro forza non deve derivare da ciò che possiedono, ma da ciò che hanno ricevuto. Questa parola interpella anche noi. Ci chiediamo se abbiamo davvero qualcosa da offrire agli altri. Se non possiamo contare sulle nostre ricchezze o sulle nostre capacità, cosa possiamo donare? La risposta è nel dono ricevuto da Cristo. Ognuno di noi ha ricevuto il Vangelo nella propria vita. Qualcuno ce lo ha annunciato: forse i nostri genitori, i familiari o altre persone che hanno testimoniato la fede. Quel dono ricevuto gratuitamente non può essere trattenuto, ma deve essere restituito e condiviso con gli altri. Siamo quindi chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo con semplicità, sobrietà, forza e gioia. La necessità di raccontare i doni ricevuti L'annuncio del Vangelo passa inevitabilmente attraverso la parola e la comunicazione. Non possiamo evangelizzare restando in silenzio. Per questo riconosciamo l'importanza di creare spazi in cui raccontarci reciprocamente le meraviglie che il Signore ha compiuto nella nostra vita. Non si tratta di qualcosa riservato a comunità particolarmente esperte o organizzate, ma di un compito che appartiene a ciascuno di noi. Nelle nostre famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti in cui viviamo, siamo chiamati a condividere la nostra esperienza di fede e i doni che abbiamo ricevuto dal Signore. Restare nei luoghi in cui il Signore ci ha posto Gesù invita i suoi discepoli a rimanere nelle case e nei luoghi che li accolgono. Questa indicazione suggerisce uno stile di presenza stabile e fedele. Non significa essere invadenti o imporsi agli altri, ma imparare a vivere con profondità i luoghi e le relazioni che il Signore ci affida. Non siamo chiamati a correre continuamente altrove, ma a prenderci cura delle persone che incontriamo quotidianamente. Là dove siamo accolti e là dove possiamo accogliere, siamo invitati ad approfondire le relazioni, ad ascoltare, a condividere e a offrire la nostra presenza. In questo modo la missione diventa una realtà concreta e quotidiana, vissuta nei luoghi ordinari della vita. Il Vangelo come dono di pace Gesù affida ai suoi discepoli un dono particolare: la pace. Quando entrano in una casa, la loro pace deve scendere su coloro che vi abitano. Questo ci aiuta a comprendere la natura autentica dell'annuncio cristiano. Il Vangelo non è un messaggio che umilia, condanna o schiaccia le persone sotto il peso dei propri fallimenti. Non consiste nel sottolineare esclusivamente ciò che manca o ciò che non funziona. Al contrario, il Vangelo apre sempre una strada nuova. È un annuncio di pace, di gioia, di serenità e di speranza. Mostra una possibilità di rinascita e una via percorribile per ogni persona. Antiochia: una Chiesa aperta a tutti La prima lettura ci presenta la comunità di Antiochia, una città popolata da molte etnie e culture diverse. Fino a quel momento l'annuncio era stato rivolto prevalentemente agli ebrei, ma alcuni credenti di origine greca iniziano a parlare di Gesù anche ai greci e ai pagani. Accade qualcosa di sorprendente: anche loro accolgono il Vangelo. La fede attecchisce in ambienti che sembravano lontani e inattesi. La comunità comprende così che il dono ricevuto non è destinato a rimanere chiuso entro confini ristretti, ma è destinato ad allargarsi continuamente. Quando Barnaba arriva ad Antiochia, riconosce l'opera della grazia di Dio. Vede che non è il frutto delle sole capacità umane, ma dell'azione di Dio che opera nei cuori. Conversione, fede e fedeltà I frutti più belli dell'evangelizzazione non sono i numeri o i risultati esteriori, ma la trasformazione delle persone. Barnaba vede che la gente crede e si converte. Le persone accolgono il messaggio della risurrezione e lasciano che esso cambi la loro vita. Per questo egli esorta tutti a restare fedeli al Signore con cuore risoluto. La conversione non è un momento passeggero, ma un cammino di perseveranza e fedeltà. La comunità di Antiochia appare inoltre ricca di doni e di carismi. Vi sono numerosi profeti e maestri, persone provenienti da storie molto diverse. Persino Manaèn, compagno d'infanzia di Erode, fa parte di questa realtà ecclesiale. È il segno che il Vangelo raggiunge ogni ambiente e trasforma persone molto differenti tra loro. Lo Spirito Santo continua ad aprire strade nuove La storia della Chiesa non si ferma ad Antiochia. A un certo punto lo Spirito Santo chiede alla comunità di riservare Barnaba e Saulo per una nuova missione. Da quella comunità nasce così un ulteriore slancio missionario che porterà il Vangelo verso nuove terre del Mediterraneo. Tutto parte da una comunità concreta che ascolta lo Spirito e si lascia guidare. Anche noi siamo invitati a porci la stessa domanda: qual è l'opera alla quale Dio ci chiama? Quali sono i passi nuovi che lo Spirito ci invita a compiere? Non possiamo pensare di essere arrivati o di poterci fermare. La missione continua sempre. Una Chiesa viva grazie alla grazia di Dio Comprendiamo infine che la Chiesa manifesta la grazia di Dio quando riesce a tenere insieme tutti gli elementi fondamentali della vita cristiana: l'annuncio, l'accoglienza, la testimonianza, l'apertura a persone nuove e la capacità di donare gratuitamente ciò che ha ricevuto. Quando questi aspetti vengono vissuti in armonia, la comunità rimane viva, feconda e disponibile alle sorprese dello Spirito Santo. Se invece si chiude in sé stessa, rischia di diventare rigida, restia e meno disponibile alla vitalità che Dio desidera continuamente donarle. Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro posto all'interno di questa storia. Ci chiediamo quale gioia proviamo nel far parte di una Chiesa così dinamica, di un movimento evangelico capace di raggiungere tutti e di diffondere la luce del Vangelo. Con gratitudine guardiamo a Barnaba e ai primi evangelizzatori e chiediamo anche per noi il dono della gioia del Vangelo, perché possiamo riceverlo ogni giorno e donarlo agli altri con la stessa gratuità con cui lo abbiamo ricevuto.
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413
Le Beatitudini e la certezza di essere custoditi dal Signore - Omelia martedì X sett Lercaro
Oggi riflettiamo sull’inizio del capitolo quinto del Vangelo di Matteo, il celebre brano delle Beatitudini. Entriamo così nel grande Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 di Matteo e che accompagnerà la liturgia nei prossimi giorni. Siamo invitati a leggerlo e meditarlo personalmente, perché contiene uno degli insegnamenti più importanti di Gesù. Le Beatitudini ci rivelano chi appartiene al Regno dei Cieli, chi ne è abitante e possessore. Gesù descrive le caratteristiche di coloro che vivono già nella logica del Regno. Anche noi siamo chiamati a riconoscerci tra questi cittadini del Regno e a comprendere quale sia la vera ricchezza agli occhi di Dio. Il Signore, nostro custode Prendiamo spunto dal Salmo 120, che ripete più volte una parola particolarmente significativa: il Signore è il nostro custode. Egli è certamente il Re dell’universo, il Creatore di tutte le cose, ma il salmista mette in evidenza soprattutto la sua vicinanza e la sua cura amorevole. Quando ascoltiamo le parole: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra che sta alla tua destra», percepiamo un’immagine molto concreta. Dio non è lontano, ma è accanto a noi. Ci custodisce, ci protegge, ci accompagna e ci sostiene in ogni momento della nostra vita. Questa consapevolezza ci aiuta a comprendere che il Regno dei Cieli è vicino a noi anche quando le circostanze sembrano contraddirlo. Possiamo trovarci nella sofferenza, nella solitudine, nella malattia o in altre difficoltà e pensare che la realtà che stiamo vivendo abbia ben poco dell’immagine di un regno. Eppure Gesù non ignora queste situazioni; anzi, le assume nel suo insegnamento e mostra come proprio lì possa manifestarsi la presenza di Dio. I miti erediteranno la terra Tra le Beatitudini, Gesù proclama beati i miti perché erediteranno la terra. Riflettiamo sul fatto che i miti sono persone semplici, buone, disponibili agli altri. Sono coloro che sanno lasciarsi aiutare e che, allo stesso tempo, si fanno prossimi a chi è nel bisogno. Secondo la logica del mondo, chi è mite sembra destinato a perdere. Siamo abituati a pensare che ottenga risultati chi è forte, chi si impone e riesce a prevalere sugli altri. Gesù invece capovolge completamente questa prospettiva. L’eredità della terra non viene conquistata con la forza, ma ricevuta come dono. E proprio i miti, coloro che non fanno affidamento sul potere umano, ricevono questa promessa straordinaria. Nel Regno di Dio la vera grandezza non coincide con il dominio, ma con l’umiltà e la semplicità. La fame e la sete di giustizia Gesù proclama beati anche coloro che hanno fame e sete di giustizia, assicurando che saranno saziati. Non si tratta di persone che cercano vendetta o che vogliono farsi giustizia da sole. Si tratta piuttosto di uomini e donne che desiderano profondamente il bene, la verità e la giustizia di Dio. La loro sazietà nasce dalla vicinanza del Signore. Quando riconosciamo Dio come nostro custode e lo sentiamo presente nella nostra vita, sperimentiamo una pienezza che va oltre le nostre possibilità umane. Ci sentiamo protetti, incoraggiati, sostenuti e persino arricchiti dalla sua presenza. I poveri in spirito e la ricchezza del Regno Particolarmente significativa è la Beatitudine dei poveri in spirito. Essi sono coloro che non possiedono nulla. Non soltanto beni materiali, ma anche quelle ricchezze che spesso consideriamo fondamentali: sicurezze familiari, sostegni umani o persino particolari ricchezze spirituali. Sono persone che si trovano nella condizione di non poter contare su se stesse e che per questo si affidano completamente a Dio. Gesù afferma che proprio di loro è il Regno dei Cieli. Più diventiamo semplici, piccoli e poveri davanti a Dio, più partecipiamo alla realtà del suo Regno. La povertà evangelica non è una mancanza sterile, ma uno spazio aperto in cui il Signore può manifestare la sua presenza e colmare il cuore con i suoi doni. Affidarci sempre alla protezione di Dio Il Salmo ci invita a confidare pienamente nel Signore: Egli custodisce la nostra vita, ci protegge da ogni male e ci accompagna in ogni circostanza. Particolarmente consolante è l’espressione che afferma che il Signore ci custodisce «quando entri e quando esci». Queste parole possono essere comprese in molti modi, ma indicano soprattutto che Dio è presente in tutti i passaggi della nostra esistenza, anche in quelli più delicati e difficili. Essere beati significa allora vivere nella consapevolezza che il Signore è sempre accanto a noi. È Lui che agisce, protegge, sostiene e colma la nostra vita dei suoi doni. Quanto più ci riconosciamo piccoli e bisognosi, tanto più diventiamo capaci di accorgerci della sua presenza. Al contrario, chi cerca di bastare completamente a se stesso e di costruire tutto con le proprie forze rischia di perdere la sensibilità verso il Regno di Dio e verso l’azione del Signore nella propria vita. Affidiamo a Dio le nostre fragilità Concludiamo affidando al Signore tutta la nostra vita. Lo ringraziamo per la sua presenza fedele e chiediamo la grazia di riconoscere che anche le nostre piccolezze, le nostre malattie e le nostre difficoltà possono diventare occasioni preziose per prendere maggiore coscienza della sua vicinanza. Proprio nei momenti in cui ci sentiamo più fragili possiamo scoprire con maggiore profondità che il Signore è il nostro custode, che non ci abbandona mai e che continua ad accompagnarci con amore, ora e per sempre.
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Il dono reciproco che diventa benedizione! Omelia martedì X settimana TO
Nelle letture di oggi riconosciamo un motivo speciale per rendere grazie a Dio per il matrimonio di Mauro e Zoya, ma anche per la vita di ciascuno di noi. La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta ci offre infatti un'immagine molto concreta e profonda della vita matrimoniale. Entrambi i protagonisti sono persone bisognose. Elia arriva dopo un periodo difficile: il torrente presso cui viveva si è prosciugato e non ha più nulla. Dio gli dice di recarsi da una vedova che lo avrebbe sostenuto. Tuttavia, quando Elia arriva, scopre che anche quella donna vive una situazione di estrema povertà. Possiede soltanto un po' di farina e un po' d'olio, appena sufficienti per lei e per suo figlio. Eppure proprio da questo incontro tra due fragilità nasce qualcosa di straordinario. Elia chiede acqua e un pezzo di pane; la vedova, pur nella sua miseria, si fida della parola del Signore e condivide quel poco che possiede. Da quel momento la farina non viene meno e l'olio non si esaurisce. La benedizione nascosta nella condivisione La benedizione di Dio non si manifesta attraverso abbondanze spettacolari o grandi ricchezze. Ogni giorno la giara continua a contenere poco, eppure quel poco basta sempre. Elia e la vedova attraversano insieme il tempo della carestia sostenendosi reciprocamente e condividendo ciò che hanno. In questa immagine vediamo riflesso il mistero del matrimonio. Nessuno dei due sposi possiede tutto ciò che serve all'altro. Ognuno porta qualcosa di limitato, fragile, piccolo. Tuttavia, quando queste povertà vengono messe in comune secondo la volontà di Dio, diventano fonte di una vita bella, ricca e benedetta. La vita matrimoniale non consiste nel possedere molto da offrire, ma nel mettere a disposizione con generosità ciò che si ha. È proprio questa condivisione che permette alla benedizione di Dio di abitare la casa e di renderla feconda. Un aiuto reciproco alla pari La prima lettura richiama anche le parole della Genesi, dove l'uomo e la donna sono chiamati a essere aiuto l'uno per l'altra. Questo aiuto non è dominio, superiorità o dipendenza unilaterale. È una relazione tra pari. Quando uno dei due pretende di fare tutto da solo o di occupare una posizione di potere rispetto all'altro, l'equilibrio diventa fragile. La vera benedizione nasce invece dal riconoscimento reciproco: ciascuno sostiene l'altro e si lascia sostenere. Nel matrimonio la forza non deriva dall'autosufficienza, ma dalla consapevolezza che la vita si costruisce insieme. È proprio nello stare vicini, nel condividere il cammino e nel portare insieme il peso delle giornate che si manifesta l'opera di Dio. Sale della terra e luce del mondo Anche il Vangelo illumina profondamente il significato della vita matrimoniale. Dopo le Beatitudini, Gesù rivolge ai suoi discepoli parole molto impegnative: siamo chiamati a essere sale della terra e luce del mondo. Il sale non si vede, perché si mescola e scompare negli alimenti, ma dona sapore a tutto. La luce, invece, non può essere nascosta sotto il moggio: deve essere collocata sul candelabro affinché illumini tutta la casa. Queste immagini descrivono una missione affidata a ogni cristiano, ma in modo particolare aiutano a comprendere la vocazione degli sposi. Essi sono chiamati a essere insieme sale e luce. Non si tratta di una qualità che appartiene soltanto a uno dei due; è una realtà che nasce dalla loro comunione. Attraverso il loro reciproco sostegno possono diventare una luce per le figlie, per i familiari, per gli amici, per i colleghi di lavoro e per tutte le persone che incontrano. Da quella relazione molti possono ricevere incoraggiamento, speranza e bene. Custodire ogni giorno il dono ricevuto Essere sale e luce non è qualcosa che si realizza una volta per sempre. È un dono ricevuto da Dio, ma è anche una responsabilità da custodire quotidianamente. Per questo occorre rinnovare continuamente il cammino del reciproco aiuto, senza perdere la speranza e senza lasciarsi vincere dalla stanchezza. Ci possono essere giorni difficili, momenti in cui viene meno l'entusiasmo o la voglia di impegnarsi. È una realtà che appartiene all'esperienza di ogni persona. Tuttavia la nostra vita trova il suo significato proprio in questa vocazione. Quando smettiamo di essere sale e luce, tutto tende a perdere sapore e consistenza. Quando invece accogliamo la chiamata del Signore, la nostra esistenza ritrova la sua bellezza e la sua fecondità. Rendere visibile l'opera di Dio Gesù conclude invitando i suoi discepoli a far risplendere la propria luce davanti agli uomini affinché essi rendano gloria al Padre. Le opere buone non servono a ricevere applausi o riconoscimenti personali. Il loro scopo è mostrare l'azione di Dio. Anche la vita matrimoniale diventa così una trasparenza della presenza del Signore. Le cose belle che Dio ha compiuto nella vita degli sposi non devono essere nascoste, non per mettersi in mostra, ma per testimoniare che il Signore continua a operare nella storia delle persone. La prima lettura ci ricorda infatti che Dio non parte dalla nostra forza, ma dalla nostra povertà. Egli raccoglie le nostre fragilità, la nostra indigenza e i nostri limiti. Ed è proprio da lì che fa nascere una fioritura inattesa e sorprendente. Un ringraziamento per Mauro e Zoya Alla luce di queste letture, eleviamo il nostro ringraziamento al Signore per Mauro e Zoya, per la loro famiglia e per tutte le persone che li hanno accompagnati nel loro cammino, a partire dai genitori e da quanti sono stati loro vicini. Preghiamo perché continuino a vivere questa vocazione al reciproco sostegno, custodendo il dono ricevuto e lasciando che la benedizione di Dio continui a operare nella loro casa. Chiediamo che possano essere sempre sale della terra e luce del mondo, segno concreto dell'amore di Dio per coloro che li circondano.
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Il corpo di Cristo attira tutti a sé - Omelia Corpus Domini 2026 a S. Andrea
Siamo invitati a fare memoria del cammino che il Signore ci ha fatto percorrere, così come il popolo di Israele è stato chiamato a ricordare i quarant’anni vissuti nel deserto. Non si tratta di un semplice esercizio di memoria, ma di rileggere la nostra storia alla luce della presenza di Dio. Quando celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, siamo chiamati a ripensare alla nostra relazione con Lui, sia come comunità sia come singole persone. Guardando alla vita della Chiesa e alle storie delle persone che la compongono, ci accorgiamo di quanta strada sia stata percorsa, di quante esperienze, prove, gioie e servizi abbiano segnato il nostro cammino. Ripensando alla nostra storia di fede, riconosciamo alcuni momenti che rimangono impressi nel cuore: passaggi decisivi, svolte importanti, occasioni di grazia, ma anche tempi di sofferenza, lutto, crisi familiari e difficoltà spirituali. Come il popolo d’Israele, anche noi scopriamo che il Signore ci ha talvolta messi alla prova, ci ha permesso di attraversare momenti di umiliazione e di fragilità per far emergere ciò che custodivamo nel cuore. Un amore che educa e salva Comprendiamo che il rapporto con Dio non è un percorso facile o privo di difficoltà. Tuttavia, è sempre un rapporto d’amore e di elezione. Dio non ha condotto il suo popolo nel deserto per farlo soffrire, ma per conquistarlo al suo amore e per aiutarlo a riconoscere la profondità della sua misericordia. Attraverso le prove, impariamo che non viviamo soltanto di ciò che è materiale. Come Israele ha scoperto nel deserto, anche noi comprendiamo che il vero nutrimento della vita è la presenza di Dio accanto a noi. È la sua guida, il suo perdono, la sua misericordia a sostenerci e a renderci capaci di affrontare le difficoltà. Guardando indietro alla nostra storia, possiamo riconoscere come il Signore sia stato presente nei momenti più complessi e come proprio allora abbia plasmato il nostro cuore, insegnandoci a confidare in Lui. Cristo, pane di vita per il mondo Nel Vangelo emerge con forza il tema della vita. Gesù si presenta come il pane vivo disceso dal cielo e promette che chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Il dono del suo corpo e del suo sangue è orientato interamente alla vita dell’uomo. Riconosciamo che tutto ciò che il Signore compie per noi ha come scopo quello di donarci vita. Egli ci sostiene quando attraversiamo situazioni in cui sembra venir meno ogni speranza e ci apre anche alla prospettiva della vita eterna, che non finisce. Questa realtà non può essere accolta soltanto come una conoscenza teorica. Deve diventare esperienza concreta. Viene ricordata la testimonianza di una persona che ha attraversato una grave malattia e che, proprio in quel periodo, ha scoperto una presenza del Signore più intensa e profonda di quanto avesse mai conosciuto prima. Pur nella sofferenza, si è sentita accompagnata e mai abbandonata. La sua fede si è rafforzata e il modo stesso di affrontare la prova è cambiato radicalmente. Anche noi siamo chiamati a fare questa esperienza: riconoscere che il Signore non ci abbandona e che la sua presenza genera vita proprio nei momenti in cui tutto sembra più difficile. La comunione con il corpo e il sangue di Cristo San Paolo ci offre una parola particolarmente significativa quando parla della comunione. Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo e il pane spezzato è comunione con il suo corpo. Quando partecipiamo all’Eucaristia, non compiamo un gesto abituale o superficiale. Riceviamo realmente il Signore. Per questo è giusto accostarci alla comunione con umiltà, rispetto e un santo timore. Ricevere il corpo di Cristo significa accogliere nella nostra vita una presenza infinitamente grande. Siamo invitati a desiderare profondamente questo dono e a cercare sempre le condizioni per poterlo ricevere con gioia e sincerità di cuore. La comunione non è un gesto qualsiasi, ma l’incontro più intimo e profondo con Cristo. Un solo corpo pur essendo molti San Paolo ci aiuta però ad andare oltre una visione esclusivamente personale dell’Eucaristia. La comunione non riguarda soltanto il rapporto tra ciascuno di noi e il Signore. Essa crea e manifesta anche la comunione tra tutti i credenti. Pur essendo molti e profondamente diversi tra noi per età, storia, carattere, esperienza e percorso di fede, diventiamo un solo corpo perché partecipiamo all’unico pane. La comunione con Cristo genera necessariamente la comunione tra noi. Questa verità ci ricorda che la fede non è mai un’esperienza individualistica. Il Signore ci raduna come popolo e ci fa vivere insieme la stessa appartenenza. Il mistero del pane e del vino secondo Sant’Agostino Viene richiamato un profondo insegnamento di Sant'Agostino. Egli osserva che i nostri occhi vedono sull’altare semplicemente pane e vino, mentre la fede ci insegna a riconoscervi il corpo e il sangue di Cristo. Agostino si domanda perché il corpo di Cristo venga rappresentato proprio attraverso il pane. Quando pensiamo al corpo di Gesù, infatti, ci viene spontaneo ricordare la sua incarnazione, la sua vita terrena, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione. La risposta è sorprendente: per comprendere il corpo di Cristo dobbiamo ascoltare l’Apostolo che dice che noi stessi siamo il corpo di Cristo e sue membra. Sull’altare viene dunque posto anche il nostro mistero. In quel pane non è presente soltanto Cristo; in qualche modo siamo presenti anche noi, che formiamo il suo corpo. Agostino spiega che il pane nasce dall’unione di molti chicchi di grano. Allo stesso modo, la Chiesa nasce dall’unione di molte persone diverse. L’unità non elimina la varietà, ma la raccoglie e la armonizza. Lo stesso vale per il vino, che nasce dall’unione di molti acini d’uva. Una comunione che diventa responsabilità Celebrare il Corpo e Sangue di Cristo significa allora riconoscere che siamo uniti a Gesù e, nello stesso tempo, gli uni agli altri. Questa comunione deve tradursi concretamente nella vita quotidiana. Siamo chiamati a viverla nelle nostre famiglie, nel rapporto con il coniuge, con i figli, nei gruppi della comunità e nell’intera Chiesa. Anche quando sperimentiamo differenze e sensibilità diverse, dobbiamo custodire il desiderio di essere una cosa sola. L’esperienza della Chiesa mostra continuamente una grande varietà di persone, storie e vocazioni. Tuttavia, proprio questa diversità è chiamata a trasformarsi in unità grazie all’azione dello Spirito Santo. Per questo la comunione comporta anche una responsabilità. Non possiamo favorire divisioni, contrapposizioni o separazioni, perché l’unità è un dono prezioso che Cristo stesso ha voluto lasciare come segno concreto nell’Eucaristia. Quando riceviamo la comunione, riceviamo il corpo di Cristo ma anche il mistero della Chiesa, cioè di tutti noi uniti in Lui. L’Eucaristia, dono che ci rende Chiesa Alla fine comprendiamo che l’Eucaristia è un mistero immenso. Dicendo “Amen” al corpo di Cristo, diciamo “Amen” anche alla nostra vocazione a essere un solo corpo. Accogliamo e desideriamo questa comunione che il Signore ci offre. La presenza di nuovi ministri e di persone che si mettono al servizio dell’altare e del sacramento rende visibile questa realtà. Attraverso il loro servizio comprendiamo che la comunione non è soltanto un dono da ricevere, ma anche una responsabilità da custodire e far crescere. Riconosciamo così che l’Eucaristia è il grande dono che ci raduna, ci nutre, ci unisce e ci rende Chiesa. È per questo che siamo convocati insieme a celebrare: per accogliere il corpo e il sangue di Cristo e lasciarci trasformare in un solo corpo attraverso il suo Spirito.
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Ringraziamo! Omelia al Matrimonio di Alberto e Francesca
Rendiamo grazie per la vostra fede e il vostro amore Anche noi, riuniti attorno ad Alberto e Francesca, rendiamo grazie a Dio per loro con tutto il cuore. Facciamo nostre le parole di san Paolo agli Efesini, che ringrazia Dio dopo aver sentito parlare della fede e dell’amore della comunità. La gratitudine nasce proprio da questo: dalla testimonianza concreta di una fede vissuta e di un amore autentico. La loro presenza davanti a noi nel giorno del matrimonio è il segno visibile di questa fede e di questo amore. Non si tratta soltanto dell’affetto che vivono tra loro, ma di una realtà più profonda che affonda le sue radici nel rapporto con Dio. Per questo motivo li ringraziamo e li accompagniamo con la nostra preghiera. La preghiera per un cuore illuminato Come Paolo pregava per gli Efesini, così anche noi preghiamo affinché il Signore illumini gli occhi del loro cuore. Chiediamo che possano comprendere sempre più profondamente la speranza alla quale sono stati chiamati, il tesoro di gloria che li attende e la straordinaria grandezza della forza di Dio che opera nella loro vita. Questa realtà non è qualcosa di estraneo alla loro esperienza. Essi ne hanno già fatto un assaggio nella loro vita cristiana e nel loro incontro reciproco. Tuttavia, ciò che hanno scoperto è soltanto l’inizio di un dono immensamente più grande. Si tratta di una speranza unica, che non può essere trovata altrove, e di una ricchezza spirituale che supera ogni altra realtà. La sorprendente potenza di Dio Ci soffermiamo in particolare sulla potenza di Dio di cui parla san Paolo. Egli la definisce una forza sovrabbondante, una potenza autentica e straordinaria. A prima vista potremmo chiederci che cosa faccia concretamente Dio e in che modo manifesti questa sua forza. Paolo risponde ricordando che Dio ha mostrato la sua potenza risuscitando Gesù dai morti e facendolo sedere alla sua destra. Non si tratta quindi di una potenza fondata sulla forza militare, sul dominio o sull’imposizione. È una potenza che dona la vita, che fa passare dalla morte alla vita. La risurrezione di Cristo rappresenta la sua manifestazione più alta, ma questa forza continua ad agire ogni volta che incontriamo situazioni di morte, di chiusura, di sofferenza e di difficoltà. È una forza che va oltre le logiche ordinarie del mondo e che si manifesta come una sorprendente potenza di vita. Nel matrimonio Alberto e Francesca testimoniano proprio questo: riconoscono che la forza necessaria per vivere il loro amore non proviene semplicemente da loro stessi, ma da Dio. Si presentano davanti al Signore così come sono, consapevoli dei propri limiti e bisognosi della sua potenza. La lode universale e il riconoscimento della fragilità Il salmo proclamato durante la celebrazione diventa una grande lode alla potenza di Dio. Tutta la creazione è chiamata a lodarlo: il cielo e la terra, il sole e la luna, i giovani e gli anziani, ogni creatura. Tuttavia, se c’è bisogno della potenza di Dio, significa che esiste anche una profonda debolezza umana. È proprio dentro questa fragilità che Dio interviene. La sua forza non si manifesta dove l’uomo si sente autosufficiente, ma dove riconosce il proprio bisogno. Non è bene che l’uomo sia solo La prima lettura ci mostra con chiarezza questa verità. Dio afferma che non è bene che l’uomo sia solo e decide di dargli un aiuto che gli corrisponda. Questa parola riguarda ogni persona. Non si tratta semplicemente della necessità di avere compagnia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti realmente, che ci stia davanti come amico, alleato e compagno di cammino. Un aiuto che sia alla pari, non un sostegno occasionale. Adamo cerca questo aiuto in tutta la creazione che Dio gli pone davanti, ma non lo trova. Soltanto quando Dio trae la donna dalla sua stessa carne e gliela pone davanti, egli riconosce finalmente quell’aiuto capace di corrispondergli veramente. Allo stesso modo, anche la donna ha bisogno dell’uomo. Il bisogno è reciproco. Nel matrimonio, Alberto e Francesca dichiarano pubblicamente di voler essere l’uno per l’altra questo aiuto permanente. Riconoscono che da soli si può andare avanti, ma che la vita piena nasce dalla presenza di qualcuno che rimane accanto, vicino, fedele e alleato. Essere segno della potenza di Dio l’uno per l’altra Essi si impegnano a diventare reciprocamente il segno della potenza di Dio, una potenza che si manifesta come vita, consolazione, risurrezione e gioia. Ogni giorno della loro vita insieme sarà chiamato a diventare una celebrazione del loro amore. Ciò significa riconoscere con sincerità il proprio bisogno dell’altro, accogliere la propria fragilità e saper dire con gratitudine: “Grazie perché ci sei”. Significa anche imparare a offrirsi come aiuto concreto, cercando di comprendere i bisogni dell’altro e, quando non ci si riesce pienamente, rimanendogli comunque accanto. L’essenziale è vivere come alleati, senza paura delle proprie debolezze, perché proprio in esse si manifesta la forza di Dio. Le beatitudini: la felicità dei fragili Il Vangelo delle Beatitudini scelto per questa celebrazione appare particolarmente significativo. Gesù descrive situazioni che, umanamente parlando, sembrano espressioni di debolezza, eppure le presenta come luoghi di beatitudine. I poveri in spirito sono beati perché riconoscono il loro bisogno di essere riempiti e guidati. Lo stesso vale per i miti, per coloro che piangono, per chi ha fame e sete di giustizia, per i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati. Sono tutte persone segnate dalla fragilità. Tuttavia, proprio perché lasciano spazio alla potenza di Dio, diventano veramente piene e felici. Anche quando vivono il Vangelo e vengono criticati o perseguitati, possono dirsi beati, perché la loro forza non dipende più da se stessi ma dal Signore. Sale della terra e luce del mondo Chi vive quotidianamente nella forza di Dio non soltanto non ha motivo di temere, ma diventa anche sale della terra e luce del mondo. Il matrimonio vissuto come reciproco aiuto e come continua celebrazione della potenza del Signore trasforma gli sposi in una testimonianza per tutti. Senza forse rendersene pienamente conto, essi diventano sale per la comunità e luce per coloro che li circondano. Il sale è un segno umile e nascosto: non si vede, ma dà sapore a tutto. La luce, pur essendo fragile, illumina l’intera casa. Allo stesso modo, la testimonianza degli sposi non passa principalmente attraverso discorsi o insegnamenti, ma attraverso la vita concreta del loro amore. Anche noi abbiamo bisogno della loro luce e del loro essere sale. La loro fedeltà e il loro sostegno reciproco diventano una sorgente di bene per tutta la comunità. Il sacramento come celebrazione di una vita ricevuta La fecondità più profonda del matrimonio sacramentale consiste proprio in questo. Non si tratta soltanto di celebrare un amore umano, per quanto bello e prezioso. Nel sacramento si celebra qualcosa di più grande. Gli sposi riconoscono che la loro vita è segnata dalla debolezza, una debolezza che richiama persino la croce di Cristo. Tuttavia affermano anche che proprio dentro questa fragilità ricevono continuamente vita dal Signore e reciprocamente l’uno dall’altra. Per questo esprimiamo una sincera gratitudine ad Alberto e Francesca per il dono reciproco della loro vita. Come san Paolo, li ringraziamo e assicuriamo loro la nostra preghiera, affinché il loro cuore sia sempre più illuminato e possano riconoscere ogni giorno che questa è la strada buona sulla quale il Signore li conduce.
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Ravviviamo sempre il dono di Dio - Omelia mercoledì IX settimana TO
Oggi iniziamo la lettura della seconda lettera a Timoteo e ci soffermiamo sul profondo legame tra Paolo e il suo fedele collaboratore. Dalle parole dell'apostolo emerge un affetto sincero e paterno, ma soprattutto risalta un invito fondamentale: «ravvivare il dono di Dio». Timoteo ha ricevuto un grande dono attraverso l'imposizione delle mani di Paolo e della comunità. Tuttavia, ricevere un dono non basta. Il dono deve essere custodito, alimentato e continuamente ravvivato. Paolo ci ricorda che anche noi abbiamo ricevuto qualcosa di prezioso da Dio e che siamo chiamati a non lasciarlo spegnere. Una vocazione santa che nasce dalla grazia Paolo ricorda a Timoteo che Cristo ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Questa chiamata non dipende dalle nostre opere, dai nostri meriti o dalle nostre capacità. Non nasce dal fatto che siamo stati particolarmente bravi o che abbiamo ottenuto risultati importanti nella vita. Comprendiamo allora che la nostra vocazione affonda le sue radici in un progetto molto più grande di noi. È il progetto della grazia di Dio, una grazia che non appartiene soltanto alla nostra storia personale, ma che è stata pensata fin dall'eternità. Siamo inseriti in un disegno divino che ci precede e ci supera, un progetto che non si fonda sulle nostre forze ma sull'amore gratuito di Dio. Il grande progetto di Dio: la vittoria della vita sulla morte Ci chiediamo quale sia questo progetto eterno. Paolo ci risponde chiaramente: esso si è manifestato in Cristo Gesù, nel quale Dio ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita. La risurrezione di Cristo non è soltanto un evento del passato, ma la manifestazione di un disegno che esiste da sempre nel cuore di Dio. Tutti coloro che diventano discepoli di Gesù vengono coinvolti in questa opera di salvezza e sono chiamati a partecipare alla manifestazione della vita. Per questo siamo invitati a domandarci come stiamo vivendo la nostra esistenza. Ravviviamo davvero il dono ricevuto? Facciamo risplendere la vita oppure ci lasciamo dominare dalla rassegnazione? Quando ci chiudiamo in noi stessi, quando ci lasciamo schiacciare dalla tristezza o dall'idea che ormai non ci sia più nulla da fare, rischiamo di oscurare quel dono che Dio ha acceso dentro di noi. Testimoniare la vita anche nelle situazioni più difficili Comprendiamo che la vera sfida consiste nel manifestare la vita proprio là dove sembra prevalere la morte. Paolo stesso scrive dalla prigione. È un uomo che vive una situazione di sofferenza e di apparente sconfitta, eppure invita Timoteo a non vergognarsi del Vangelo e a non vergognarsi di lui. La testimonianza cristiana non consiste nel mostrare una vita perfetta o priva di difficoltà. Al contrario, consiste nel far brillare la speranza di Cristo proprio dentro le prove, le fragilità e le sofferenze. È nelle situazioni in cui sperimentiamo qualcosa della morte — il dolore, la malattia, la solitudine, il fallimento — che siamo chiamati a rendere visibile la forza della vita nuova donata da Dio. Per questo motivo, proprio coloro che vivono momenti difficili possono diventare testimoni straordinari della vittoria di Cristo. La loro fedeltà e la loro speranza parlano con una forza particolare. Il Dio dei vivi Il Vangelo ci presenta la vicenda della donna che aveva avuto sette mariti senza avere figli. È una storia segnata dalla sterilità e dalla morte, una vicenda che sembra non aver prodotto alcun frutto. Gesù però invita ad andare oltre le apparenze. Chi interpreta quella storia soltanto come una serie di fallimenti non ha compreso il cuore del messaggio di Dio. Il Signore infatti è il Dio dei vivi, non dei morti. Anche quando sperimentiamo situazioni di chiusura, sterilità o solitudine, siamo chiamati a credere che Dio continua a operare. La sua azione non si ferma davanti ai limiti umani. In Cristo, la vita ha già vinto la morte e questa vittoria continua a manifestarsi nella storia. Una speranza che non delude Paolo conclude con una grande professione di fiducia. Egli è convinto che Dio è capace di custodire il dono ricevuto fino al giorno definitivo dell'incontro con Lui. Questa certezza ci sostiene nel cammino. Sappiamo che la possibilità di manifestare la vita dentro le situazioni di morte non ci verrà mai tolta. Per questo celebriamo l'Eucaristia e ascoltiamo la Parola: per ravvivare continuamente il dono ricevuto, alimentare la speranza e mantenere lo sguardo rivolto in avanti. Siamo chiamati a non fermarci nella rassegnazione. Come Timoteo, anche noi riceviamo la missione di custodire e far crescere il dono di Dio, lasciandoci guidare dalla speranza che nasce dalla risurrezione di Cristo. L'esempio dei martiri dell'Uganda Infine ricordiamo l'esempio dei martiri ugandesi, un piccolo gruppo di cristiani che hanno donato la loro vita per il Vangelo. A prima vista si potrebbe pensare che siano stati dimenticati dalla storia, ma non è così. Il loro sacrificio ha portato frutti abbondanti nella Chiesa africana e continua ancora oggi a essere una testimonianza luminosa di fede. La loro vita dimostra che il dono di Dio, quando viene custodito e vissuto con coraggio, produce frutti che vanno ben oltre ciò che possiamo immaginare. Affidandoci alla loro intercessione, chiediamo anche noi la grazia di testimoniare senza paura e senza vergogna la risurrezione di Cristo, ravvivando ogni giorno il dono che abbiamo ricevuto e facendo risplendere la vita che ha vinto per sempre la morte.
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408
Insieme viviamo la vita trinitaria - Omelia SS Trinità Anno A Vercurago
Vivere insieme in questi giorni, è un regalo che ci aiuta a celebrare la Domenica della Trinità. Sentiamo che non potrebbe esserci occasione più adatta per contemplare il mistero di Dio, perché proprio nel nostro stare insieme, pur non conoscendoci tutti profondamente, facciamo esperienza di qualcosa di prezioso. Vivendo questi giorni nei luoghi Manzoniani, nei dintorni di Lecco, e ascoltando le testimonianze di tante persone che raccontano la loro vita cristiana, percepiamo quanto sia importante non essere soli. La nostra esperienza concreta ci fa comprendere il valore della comunione, dell'incontro e della condivisione. In questi giorni sperimentiamo che la fede non è qualcosa da vivere isolatamente, ma insieme agli altri. Le relazioni come luogo della presenza di Dio La seconda lettura ci colpisce particolarmente perché non parte direttamente da Dio, ma dalle relazioni tra noi. Paolo ci invita a "essere gioiosi, a tendere alla perfezione, a rafforzarci e incoraggiarci reciprocamente, ad avere gli stessi sentimenti e a vivere in pace". Comprendiamo che tutto questo non può essere vissuto da soli. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui condividere la gioia, qualcuno che ci sostenga e ci incoraggi, qualcuno con cui costruire una comunione di sentimenti e di intenti. Certamente la famiglia è il luogo privilegiato di questa esperienza, ma non è l'unico. Lo stare insieme ci permette di gustare la gioia, la forza, il coraggio e una profonda unità spirituale. È proprio ciò che stiamo vivendo in questi giorni e che riconosciamo come un dono straordinario. Il Dio dell'amore e della pace è con noi Paolo aggiunge una promessa meravigliosa: se viviamo così, "il Dio dell'amore e della pace sarà con noi". Comprendiamo allora che la presenza di Dio non è qualcosa di astratto o lontano. Non è un Dio confinato nel passato o nascosto tra le nuvole. È un Dio che oggi è con noi e che si rende presente proprio attraverso il nostro stare insieme. L'esperienza intensa di questi giorni ci richiama a una verità che vale sempre: nella comunità, nella parrocchia, sul lavoro, tra vicini di casa e in ogni relazione autentica possiamo sperimentare concretamente che il Dio dell'amore e della pace cammina accanto a noi. Il valore del saluto e dell'incontro Paolo invita poi a salutarci con il bacio santo. Questo gesto semplice e concreto era il segno della comunione tra i credenti. Ci rendiamo conto che abbracciarci, salutarci e accoglierci non sono gesti banali. Spesso facciamo persino fatica a compierli, eppure possiedono una forza enorme. Questo richiamo ci porta a pensare alla festa della Visitazione, che in origine potrebbe essere chiamata più propriamente la festa del saluto. Nel Vangelo, infatti, non si parla di visitazione ma di saluto. Elisabetta dice a Maria che, appena il suo saluto è giunto ai suoi orecchi, il bambino ha sussultato nel grembo. Comprendiamo così che il saluto rende percepibile la presenza dell'altro e, attraverso di essa, la presenza stessa di Dio. Il grembo di Elisabetta esulta perché, attraverso Maria, arriva il Signore. Un semplice saluto diventa quindi il segno concreto di un Dio che si fa vicino. Il desiderio di Mosè: che Dio cammini con noi Anche la prima lettura ci parla della vicinanza di Dio. Finalmente il Signore rivela il suo nome: Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e ricco di amore. Mosè non si limita ad ammirare questa rivelazione. Dopo aver ascoltato il nome di Dio, si prostra immediatamente e chiede una cosa fondamentale: che il Signore cammini in mezzo al suo popolo. Non gli basta sapere che Dio è misericordioso. Desidera che continui a stare con loro, nonostante il peccato del vitello d'oro, nonostante la loro infedeltà e ostinazione. Mosè riconosce che il popolo è di dura cervice, cocciuto, ma proprio per questo implora il Signore di non abbandonarlo. Anche noi sentiamo che questa è la nostra preghiera: sapere che Dio è amore è meraviglioso, ma ancora più importante è sapere che continua a camminare con noi. La Trinità come comunione perfetta Il mistero della Trinità si rivela allora come una realtà profondamente relazionale. Crediamo in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone unite nell'amore. Gesù continuamente parla del Padre, afferma che le sue parole vengono dal Padre e che le sue opere sono le opere del Padre. Tutto nel Vangelo manifesta una relazione profonda, fatta di ascolto, comunione e reciproco dono. Lo Spirito Santo, che forse ci appare la Persona più difficile da comprendere, è proprio l'amore che unisce il Padre e il Figlio. La Trinità ci mostra che l'essenza stessa di Dio è lo stare insieme nell'amore. Per questo è così bello avere un Dio che è comunione, relazione, gioia condivisa e reciproca visita. Un Dio che desidera stare con noi Gesù ricorda a Nicodemo che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito. Dio aveva il suo unico Figlio e lo ha donato a noi perché desiderava profondamente stare con l'umanità. Il Figlio si è fatto carne sapendo ciò che avrebbe dovuto affrontare, ma lo ha fatto affinché noi potessimo credere e riconoscere in lui il Figlio di Dio. Gesù non è venuto per condannare, escludere o perdere qualcuno. È venuto perché tutti siano salvati. Questa è la verità fondamentale del nostro Dio: un Dio che vuole stare con noi e che cerca continuamente la nostra salvezza. Vivere in modo trinitario Facciamo esperienza di questo mistero soprattutto quando viviamo autenticamente insieme. Stando insieme viviamo in modo trinitario. Ci accorgiamo di quanto ne abbiamo bisogno in una società sempre più segnata dalla solitudine, dall'individualismo e dalla ricerca dell'autonomia assoluta. Siamo spesso tentati di chiuderci nei nostri spazi personali e di fare ciascuno la propria strada. La Trinità ci insegna invece il valore del "noi". Non vogliamo semplicemente dire: io vado da una parte e tu da un'altra. Vogliamo stare insieme, perché proprio lì incontriamo il Signore e sperimentiamo concretamente la gioia di cui parla Paolo. La Trinità, sorgente della nostra salvezza Per questo rendiamo grazie al Signore. Comprendiamo che il mistero della Trinità non è una dottrina astratta, ma una delle realtà più preziose della nostra fede. Ogni segno di croce, ogni Gloria al Padre, ogni preghiera liturgica e ogni celebrazione eucaristica ci richiamano continuamente questa verità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la nostra salvezza. La Trinità ci ricorda incessantemente che Dio è comunione d'amore e che siamo chiamati a vivere nella stessa comunione, affinché il Dio dell'amore e della pace possa essere realmente con noi e in mezzo a noi.
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407
Sotto il Monte: Giovanni era un profeta! Omelia sabato VIII settimana TO
Partiamo dal Vangelo e dalla figura di Giovanni XXIII, che stiamo ricordando nei luoghi delle sue origini. Ascoltando le parole del Vangelo, veniamo colpiti dall'affermazione secondo cui tutti ritenevano che Giovanni Battista fosse veramente un profeta. Questa espressione ci porta spontaneamente a pensare anche a Giovanni XXIII: un uomo che molti hanno riconosciuto come autentico profeta del suo tempo. Durante il pellegrinaggio ripercorriamo la sua storia quasi a ritroso: partiamo dal suo ministero come papa, visitiamo i luoghi legati alla sua memoria e infine arriviamo alla sua casa natale. Qui scopriamo la semplicità delle sue origini: una famiglia povera, composta da mezzadri che lavoravano per altri, una famiglia normale di paese. Eppure da questa semplicità è nato un uomo dotato di una straordinaria autorevolezza spirituale. La durezza del cuore che impedisce la conversione Il Vangelo ci mette davanti al comportamento degli scribi e dei farisei. Essi sapevano che Giovanni Battista era un uomo mandato da Dio, ne riconoscevano l'autorevolezza, ma non si lasciavano convertire dalla sua parola. Rimanevano chiusi nei loro ragionamenti, intenti a trovare giustificazioni e sotterfugi, senza accogliere realmente il messaggio ricevuto. Questa durezza di cuore diventa un ostacolo anche all'incontro con Gesù. Per questo il Signore risponde alle loro domande con un'altra domanda, quasi a volerli ricondurre alla loro storia personale e alla loro risposta concreta agli appelli di Dio. Il problema non è riconoscere teoricamente un profeta, ma lasciarsi cambiare dalla sua parola. Anche noi siamo invitati a interrogarci: abbiamo davvero accolto gli appelli che il Signore ci ha rivolto nella vita? Ci siamo lasciati convertire? Senza questo passo interiore rischiamo di fare fatica ad accogliere pienamente Gesù come Signore e Messia. Ascoltare i profeti che Dio dona alla Chiesa La figura di Giovanni XXIII ci interpella profondamente. Attraverso di lui la Chiesa ha vissuto un tempo straordinario di rinnovamento, specialmente con il Concilio Vaticano II e con il suo impegno per il dialogo tra i popoli e le nazioni. La Chiesa ha saputo ascoltare questo profeta che Dio le aveva donato. Di fronte a questa testimonianza ci domandiamo come possiamo compiere anche noi un passo di umiltà, di piccolezza e di conversione. Siamo chiamati a riconoscere l'azione di Dio nelle persone che Egli pone sul nostro cammino e a lasciarci guidare dalle loro parole e dal loro esempio. Costruire la propria vita sulla santissima fede La prima lettura, tratta dalla Lettera di Giuda, ci offre un'indicazione molto concreta. Veniamo invitati a ricordare le parole degli apostoli e soprattutto a costruire noi stessi sulla nostra santissima fede. La vita cristiana appare come una costruzione continua. Non è qualcosa di statico o già acquisito, ma un cammino di crescita che richiede la collaborazione personale di ciascuno. Siamo chiamati a crescere nella fede, nel discepolato e nell'apertura del cuore. Ci chiediamo allora quali passi stiamo compiendo concretamente. Dopo aver vissuto il tempo della Pasqua, della Pentecoste e mentre ci prepariamo alla celebrazione della Santissima Trinità, siamo invitati a verificare il nostro cammino spirituale. La fede deve diventare sempre più solida e matura attraverso una crescita costante. Papa Giovanni, uomo che costruiva Guardando alla vita di Giovanni XXIII, vediamo un uomo che ha saputo costruire. Ha edificato la sua esistenza sulla fede ricevuta dai suoi genitori, dalla sua gente e dalle tante persone incontrate lungo il suo cammino. La sua esperienza in Bulgaria gli ha permesso di avvicinarsi al mondo ortodosso; in Turchia e a Parigi ha affrontato situazioni difficili e complesse; a Venezia ha vissuto una stagione particolarmente feconda. In quel periodo scrisse anche una significativa lettera pastorale sulla Parola di Dio, ricordata come un contributo di grande luce e profondità. In tutte queste tappe emerge la figura di un uomo che non si è lasciato scoraggiare dagli ostacoli. Grazie al contributo di molte persone e con una grande forza interiore, ha continuato a edificare e a promuovere il bene. Costruire nell'amore di Dio e nella misericordia Anche noi siamo chiamati a costruire. Questa missione riguarda la nostra famiglia, le relazioni quotidiane, la comunità e tutti coloro che ci sono vicini. Siamo invitati a costruire legami autentici tra di noi e a rafforzare il nostro rapporto con il Signore. La Lettera di Giuda ci ricorda che questa costruzione avviene nell'amore di Dio. Non si tratta di dimostrare forza o capacità personali, ma di vivere una vera esperienza di amore. È nell'amore di Dio che troviamo la forza per crescere e per perseverare. La misericordia diventa allora il clima nel quale edificare la nostra vita. Essa ci permette di accoglierci reciprocamente, di sostenerci a vicenda e di camminare insieme nella fede, nella speranza e nella carità. Siamo chiamati a essere misericordiosi verso chi è indeciso, ad avere compassione degli altri e ad aiutarci reciprocamente nel cammino della salvezza. La preghiera come sorgente di pace Un tratto particolarmente significativo della vita di Giovanni XXIII è la sua profonda vita di preghiera. Viene ricordato come un uomo di grande umiltà e di grande forza spirituale. Colpisce il racconto delle lunghe ore trascorse in ginocchio davanti al Signore. Da questa intensa relazione con Dio nasceva la sua capacità di costruire la pace. La pace che ha promosso nella Chiesa e nel mondo non era il frutto di una strategia umana, ma della sua comunione con Cristo crocifisso. Anche noi siamo chiamati a seguire questa strada. Attraverso la preghiera possiamo imparare a costruire pace nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità e nel nostro cuore. Un cammino da percorrere insieme La testimonianza di Giovanni XXIII ci invita a non rimanere spettatori, ma a lasciarci coinvolgere in un autentico cammino di conversione. Come gli scribi e i farisei siamo chiamati a scegliere se rimanere chiusi nelle nostre sicurezze oppure lasciarci trasformare dalla parola di Dio. Costruire la nostra vita sulla fede, conservandoci nell'amore di Dio e vivendo la misericordia, è il compito affidato a ciascuno di noi. È una strada impegnativa, ma anche bella e possibile, perché la percorriamo insieme come comunità cristiana e possiamo contare sull'esempio e sull'intercessione di Giovanni XXIII, autentico profeta e costruttore di pace.
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406
Mario Rampioni e Bartimeo - Omelia al funerale
Ascoltando le letture proposte dal lezionario ordinario, ci lasciamo sorprendere dalla Parola di Dio e vi condivido due pensieri che nascono spontaneamente da queste letture, senza averle scelte appositamente per il funerale, proprio per mantenere anche questo clima di festa e di gratitudine. La prima lettura, tratta dalla lettera di Pietro, ci colpisce profondamente perché si apre con un’immagine molto forte: veniamo descritti come bambini appena nati, come neonati che desiderano avidamente il latte genuino spirituale. Pietro insiste proprio su questo essere all’inizio, sull’avere ancora fame e sete di qualcosa che possa nutrire davvero la vita. Questo latte spirituale non è qualcosa di astratto, ma un nutrimento poi 3, concreto, pieno di senso. È il latte della Parola, un latte “logico”, capace di illuminare, spiegare, sostenere e nutrire. È genuino, senza inganno, puro. Grazie a questo nutrimento possiamo crescere verso la salvezza. Riconosciamo in Mario proprio questo desiderio di crescita continua. Era una persona che cercava di capire, che poneva domande, che aveva sete di verità. Anche nei ricordi della giovinezza emerge questa sua caratteristica: mentre gli altri vivevano entusiasmi un po’ ingenui, lui cercava sempre di riportare tutto a una riflessione più seria e razionale. In lui c’era questa fame autentica di comprendere. Come i neonati desiderano istintivamente il latte, così anche noi siamo chiamati a desiderare ciò che ci conduce alla salvezza. Non una crescita per il potere o per l’affermazione personale, ma una crescita che ci porta dalla tenebra alla luce. Pietro ci ricorda che ci avviciniamo a Cristo, pietra viva, e che anche noi diventiamo pietre vive di una costruzione più grande, quella della Chiesa. La fede appare allora come una fame profonda che nessun altro nutrimento riesce a saziare davvero. Tutto nasce dall’aver gustato la bontà del Signore. Non si tratta di uno sforzo volontaristico o di un progetto costruito da noi, ma della risposta a un incontro. Quando scopriamo che il Signore è buono, nasce il desiderio di nutrirci sempre di più di Lui. Vediamo che questa ricerca, fondata sulla bontà di Dio, era molto presente nella vita di Mario. Una condotta esemplare che rende gloria a Dio La lettera di Pietro continua invitandoci a vivere come stranieri e pellegrini nel mondo, mantenendo una condotta esemplare tra gli uomini, affinché vedendo le nostre opere buone tutti possano dare gloria a Dio. Sentiamo che proprio questo stiamo facendo nel ricordare Mario. Rendiamo gloria a Dio per le tante opere buone che ha compiuto incessantemente nella sua vita. Lo vediamo nella bellezza della sua famiglia, nel suo lavoro, ma anche negli ultimi anni segnati dalla malattia, dalla vecchiaia e da una vita più ritirata. La sua è stata una presenza discreta ma fedele, una testimonianza concreta e silenziosa. Una condotta esemplare che continua a parlare anche oggi. Bartimeo e il desiderio ostinato di incontrare Gesù Anche il Vangelo del cieco Bartimeo richiama immediatamente la figura di Mario. Bartimeo è seduto ai margini della strada, cieco e mendicante. Non è tra i protagonisti, ma vive in una situazione di bisogno e di attesa. Anche Mario ci appare così: una presenza discreta, seduta in fondo tra i banchi della chiesa, sempre presente ma senza mettersi al centro. E come Bartimeo, anche lui continua a cercare. Quando Bartimeo sente che Gesù sta passando, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. È un grido insistente, ostinato. Gli altri cercano di farlo tacere, ma lui continua ancora più forte. Riconosciamo anche qui qualcosa di Mario: quella sua determinazione cocciuta, quella perseveranza nel cercare il Signore senza lasciarsi fermare dagli ostacoli. “Coraggio, alzati, ti chiama” A un certo punto Gesù si ferma e lo chiama. La folla allora dice a Bartimeo: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Questa parola diventa una chiave per leggere anche gli ultimi istanti della vita di Mario. Rimane certamente il mistero di ciò che è accaduto, ma il Vangelo ci invita a interpretare la morte come una chiamata, come il momento dell’incontro definitivo con il Signore. Immaginiamo allora che anche per Mario sia risuonata questa voce: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Dopo aver cercato tanto, dopo essere rimasto seduto ad attendere e mendicare, finalmente può alzarsi. È quasi una resurrezione. Gesù poi domanda a Bartimeo: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. È una domanda piena di delicatezza e di amore. Bartimeo risponde: “Rabbunì, che io veda di nuovo”. Anche noi sentiamo che questo è il desiderio più profondo dell’uomo: vedere davvero, vedere la luce, vedere il Signore. E Gesù gli dice: “La tua fede ti ha salvato”. Riconosciamo che proprio la fede ha accompagnato Mario fino a questo incontro definitivo. Verso il paradiso insieme al Signore Il Vangelo si conclude dicendo che Bartimeo, riacquistata la vista, seguiva Gesù lungo la strada. Questa immagine diventa per noi la rappresentazione della pace e della salvezza che Mario ora vive. È come se Gesù stesso fosse venuto a prenderlo per portarlo con sé. Con affetto e semplicità immaginiamo quasi che il Signore gli abbia detto che adesso è tempo di lasciare la sua casa terrena per entrare in un paradiso ancora più bello. La casa e la famiglia di Mario sono già state un piccolo paradiso per molti, un luogo di accoglienza e di amore. Ma ora il paradiso che lo attende è ancora più pieno e luminoso. Ringraziamo allora il Signore per la consolazione che ci dona attraverso la sua Parola. Anche se la nostra fede è fragile, immaginiamo Mario nella comunione dei santi, vicino al Signore, capace ora di pregare per tutti noi. Lo associamo così a Bartimeo, il cieco di Gerico che desiderava vedere, e ai fedeli di Pietro chiamati a crescere continuamente nella fede. Anche noi, guardando alla vita di Mario, impariamo a desiderare sempre di più l’incontro con il Signore.
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405
Bramate ardentemente il latte spirituale - Omelia giovedì VIII settimana TO
Nel percorso della Prima Lettera di Pietro ci soffermiamo su un versetto che 21 colpisce profondamente: «Se avete gustato com’è buono il Signore». Pietro parte da un’esperienza concreta, da qualcosa che abbiamo vissuto davvero. Ci invita a guardare dentro il nostro cuore e a ricordare quando abbiamo sperimentato la bontà del Signore, quando ci siamo sentiti avvicinati, aiutati, sostenuti da lui. A volte possiamo pensare che Dio sia lontano, chiuso nel cielo, disinteressato alla nostra vita. E invece Pietro ci ricorda che abbiamo fatto esperienza del contrario: abbiamo gustato la sua bontà. È proprio questo incontro che fa nascere in noi un desiderio nuovo. Come bambini appena nati desiderio riamo il nutrimento vero Pietro usa un’immagine fortissima: siamo come bambini appena nati, anzi letteralmente come neonati appena nati. Siamo all’inizio di una vita nuova e, proprio come un neonato desidera il latte della madre, così anche noi desideriamo ardentemente il genuino latte spirituale. Questo latte, nella lingua originale, è chiamato un latte “logico”, legato al Logos, alla Parola. È un nutrimento che dà senso, ragione, significato e pienezza alla vita. È un latte genuino, senza inganno, che non ci illude e non ci avvelena dopo averci attratti. È qualcosa che ci nutre davvero e ci fa crescere verso la salvezza. Ci rendiamo conto allora che basta avere gustato anche solo un poco della bontà del Signore perché in noi nasca questo desiderio. Pietro insiste: desiderate ardentemente. E ci domandiamo se il nostro cuore desidera ancora davvero oppure se siamo diventati pallidi, abitudinari, stanchi anche della fede. Possiamo venire all’Eucaristia per abitudine, pensando che sia sempre la stessa cosa. E invece il cuore che ha gustato il Signore desidera tornare ancora a quel nutrimento, perché sa che lì trova ciò che lo fa crescere verso la salvezza. Per questo veniamo all’Eucaristia: perché abbiamo gustato la bontà del Signore e desideriamo ritrovarla ancora. Una nuova identità come pietre vive Pietro continua descrivendo tutta una crescita spirituale. Ci invita ad avvicinarci a Cristo, pietra viva, per diventare anche noi pietre vive. In lui diventiamo parte di un edificio santo e siamo chiamati a offrire il nostro sacrificio spirituale. La nostra identità cambia completamente. Eravamo “non popolo” e ora siamo diventati popolo di Dio. Un tempo eravamo esclusi dalla misericordia, ora invece abbiamo ottenuto misericordia. Tutto questo nasce dall’incontro con il Signore che abbiamo gustato e che continuiamo a desiderare. L’Eucaristia è proprio questo ritorno continuo a quella sorgente di misericordia che ci ha cambiato la vita e ci ha dato un’appartenenza nuova. Il grido di Bartimeo Questo stesso desiderio attraversa anche il cuore di Bartimeo. Lui è un uomo senza possibilità: cieco, mendicante, seduto lungo la strada mentre Gesù sta già uscendo da Gerico. Sembra che abbia perso l’occasione della sua vita. Gli altri cercano di farlo tacere, lo sgridano, ma lui continua a gridare ancora più forte. Ha bisogno di Gesù e lo invoca chiamandolo per nome: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Questa diventa l’immagine stessa della preghiera: il grido di chi desidera la misericordia e l’incontro con il Signore. Bartimeo non ha nulla da offrire. Non ha meriti, non ha ricchezze, non ha potere. È un mendicante, l’ultimo tra gli ultimi. Eppure continua a gridare con forza, perché sa di avere bisogno di Gesù. “Che cosa vuoi che io faccia per te?” Alla fine Gesù si ferma e dice: «Chiamatelo». Ed è bellissimo sentire quelle parole: «Coraggio, ti chiama». Gesù gli rivolge una domanda sorprendente: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Anche noi ci sentiamo raggiunti da questa domanda. Che cosa desideriamo davvero? Che cosa ci sta più a cuore oggi, questa sera, nella situazione concreta che stiamo vivendo? Dopo le fatiche e le giornate che portiamo dentro, che cosa vogliamo chiedere al Signore? Bartimeo non cerca potere o privilegi, come avevano fatto i discepoli nei giorni precedenti. Chiede semplicemente: «Che io veda di nuovo». Gesù allora gli dice: «La tua fede ti ha salvato». È la fede di chi desidera veramente, di chi grida con tutto il cuore, di chi sa di avere bisogno della misericordia di Dio. Seguire Gesù lungo la strada Bartimeo recupera subito la vista e si mette a seguire Gesù lungo la strada. Diventa un nuovo discepolo. Non è stato soltanto un incontro occasionale destinato a finire. Adesso il suo cammino continua insieme a Gesù, verso Gerusalemme. Di Bartimeo poi non sappiamo più nulla, ma in fondo ci siamo noi dentro la sua storia. Anche noi siamo quel mendicante che grida il proprio bisogno e desidera incontrare il Signore. Per questo, nella preghiera e nell’Eucaristia, facciamo nostro il suo grido. Davanti all’altare diciamo al Signore ciò di cui abbiamo bisogno davvero e apriamo il nostro cuore alla sua grazia.
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Liberati dalla vuota condotta - Omelia mercoledì VIII tempo ordinario
Ci soffermiamo sulla prima lettera di Pietro, in queste letture troppo ricche e belle. Colpisce soprattutto un’espressione: “la vostra vuota condotta”. Pietro ricorda che non siamo stati liberati con cose effimere come l’oro e l’argento, ma da qualcosa di molto più profondo. Questa immagine del vuoto ci tocca da vicino. Anche noi, infatti, possiamo sentire che le nostre giornate o la nostra vita siano vuote. Pietro parla di una condotta vuota legata all’infedeltà e ai comportamenti ereditati dal passato, ma riconosciamo che questo vuoto riguarda tutti noi. Lo sperimentiamo quando ci sentiamo inutili, troppo occupati da mille cose che però non sono davvero importanti, oppure quando ci sembra di non incidere nella vita degli altri. Pietro ci ricorda però che il Signore ci salva proprio da questo vuoto. Non ci salva con ricchezze o cose materiali, ma “a prezzo del suo sangue”. Cristo, agnello senza difetti, dona la sua vita per noi. È impressionante pensare che Gesù si svuoti di sé stesso per riempire noi di vita. Con il suo amore ci mostra che la vera pienezza nasce dal dono di sé. L’amore che riempie la vita Dopo aver parlato della salvezza ricevuta in Cristo, Pietro ci invita ad amarci sinceramente e intensamente, di vero cuore. Comprendiamo così che una delle realtà che può davvero riempire la nostra vita è l’amore. Una vita senza amore diventa inevitabilmente povera. L’amore si manifesta in tanti modi diversi: nell’affetto verso i figli, i nipoti, il marito o la moglie, ma anche nei piccoli servizi quotidiani verso gli altri. Anche chi vive più solo può allargare il proprio cuore e trasformare la vita in dono attraverso gesti semplici e concreti. Gesù ci libera mostrandoci fino a che punto si può amare: fino a dare la vita. Lui dona sé stesso non soltanto per i suoi amici, ma per tutti, anche per i peccatori. Questo è lo stile dell’amore cristiano: un amore intenso, concreto, fatto di dedizione e di cuore. I nostri piccoli gesti, quando sono vissuti con amore sincero, diventano segni di una gioia piena che desideriamo condividere. L’amore autentico non opprime, ma serve; non domina, ma protegge; non schiaccia, ma consola. Rigenerati dalla Parola di Dio Pietro ci parla anche di un’altra realtà capace di liberarci dalla vuota condotta: la Parola di Dio. Noi siamo stati rigenerati non da un seme corruttibile, destinato a marcire, ma da un seme incorruttibile, eterno, che è proprio la Parola del Signore. Tutto passa: l’erba inaridisce, i fiori appassiscono e cadono. La Parola di Dio invece rimane per sempre. Questa parola è diversa da tutte le altre parole che ascoltiamo ogni giorno, perché ha la forza di rigenerarci, di restituirci significato, luce e vita. Il Vangelo che abbiamo ascoltato e che ci viene annunciato continuamente ci riporta sempre all’amore della Pasqua, all’amore generante che abbiamo visto in Gesù. La Parola di Dio ci rinnova continuamente e ci fa uscire dal vuoto. Non il potere, ma il servizio Alla luce di questo comprendiamo meglio anche il Vangelo, quando i discepoli chiedono di stare alla destra e alla sinistra di Gesù. Quella richiesta perde significato, perché nel Regno di Dio non conta il potere ma il servizio. Gesù domanda ai suoi discepoli se sono disposti a bere il suo calice e a condividere il suo battesimo. In altre parole chiede loro se vogliono donare anche loro la vita. Colpisce la risposta dei discepoli: “Vogliamo”. Anche noi desideriamo poter dire la stessa cosa. Gesù allora insegna che non bisogna cercare di essere i primi, ma gli ultimi, mettendosi al servizio degli altri. È questa la strada che riempie davvero le nostre giornate e le nostre relazioni. Riempirsi a vicenda attraverso il dono Scopriamo che la nostra vita si riempie proprio quando l’amore viene speso e donato. Nel momento stesso in cui lo offriamo agli altri, lo riceviamo anche noi. L’amore crea uno scambio reciproco, un riempirsi a vicenda. Sono soprattutto i più piccoli e le persone semplici a insegnarci questa strada con maggiore efficacia. Attraverso di loro impariamo il valore del servizio, della vicinanza e della condivisione. Per questo ringraziamo l’apostolo Pietro, che continua ad accompagnarci con le sue parole, e ringraziamo il Signore, che ci rinnova continuamente attraverso il suo amore e la sua famiglia.
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La santità è cammino per tutti - Omelia martedì VIII tempo ordinario casa Lercaro
“Sarete santi perché io sono santo”. Questa affermazione di Pietro ci sembra quasi provocatoria e ci chiediamo subito che cosa significhi davvero essere santi per noi, per voi di questa casa di riposo Lercaro! Pensiamo forse ai grandi santi della storia, a persone straordinarie come san Francesco o san Filippo Neri, uomini che hanno lasciato un segno profondo nella Chiesa. Ma comprendiamo che la santità non è qualcosa riservato a pochi eletti. È invece un cammino aperto a tutti noi. Essere santi significa anzitutto seguire il Signore, diventare suoi discepoli appassionati. Non vuol dire avere sempre risposte perfette o vivere una vita eccezionale agli occhi del mondo, ma imparare ad avere il cuore rivolto a Lui, cercando di essere buoni, puri di cuore e fedeli nel nostro quotidiano. Lasciare tutto per seguire il Signore Nel Vangelo ascoltiamo Pietro che dice a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Comprendiamo allora che la santità passa anche attraverso questo lasciare tutto per il Signore. Pietro aveva lasciato il suo lavoro di pescatore e forse persino la sua famiglia. Anche noi, in modi diversi, facciamo esperienza di distacchi e rinunce. Non sempre sono scelti liberamente; spesso sono situazioni che la vita ci mette davanti. Possiamo sentirci privati di relazioni, di autonomie, di successi o di possibilità che prima avevamo. Ci chiediamo allora che cosa possiamo ancora fare, magari stando seduti su una sedia o costretti in un letto. Ma proprio qui il Signore ci ricorda che ciò che conta davvero è la nostra relazione con Lui. La santità consiste nel continuare a cercarlo, sempre, in ogni situazione della vita. La forza della piccolezza e della povertà Scopriamo che, paradossalmente, più diventiamo piccoli e poveri di mezzi, più il nostro legame con il Signore può diventare prezioso. Pensiamo alle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. I poveri in spirito sono coloro che non hanno nulla su cui contare, né ricchezze né particolari capacità, ma proprio per questo si affidano completamente a Dio. Riconosciamo che tutti noi viviamo momenti di fragilità e di povertà interiore. Proprio lì possiamo riscoprire ciò che davvero rimane nella nostra giornata: il Signore. Possiamo ancora pregarlo, ringraziarlo, affidargli le persone che amiamo. Comprendiamo allora che anche i gesti più piccoli hanno un valore immenso: un sorriso, l’ascolto di chi ci è vicino, una preghiera per qualcuno, il pensiero rivolto ai propri familiari o ai propri cari che sono già in paradiso. Sono cose semplici, ma agli occhi di Dio diventano preziosissime. Il cento volte tanto promesso da Gesù Gesù ci assicura che nessuno lascia qualcosa per Lui e per il Vangelo senza ricevere già in questa vita “cento volte tanto”. Non sempre questo dono è visibile o tangibile. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per comprendere davvero questa promessa. La santità diventa così una sorta di consacrazione del cuore al Signore, un affidamento profondo e totale a Lui. E proprio grazie a questo amore scopriamo di ricevere molto di più di quanto pensiamo di aver perso. Le persone che ci stanno accanto, l’affetto ricevuto, la fraternità che nasce nella fede diventano segni concreti di questo dono. Anche se abbiamo lasciato qualcosa o qualcuno, il Signore ci fa scoprire una famiglia più grande, relazioni nuove e inattese, una comunione che allarga il cuore. La via della croce e la gloria dei figli di Dio Guardiamo infine a Gesù stesso. Lui non ha scelto il potere, i palazzi o le ricchezze. Ha dato la sua vita sulla croce. Anche san Pietro ci ricorda che nella vita restano sofferenze da attraversare e da accogliere. Eppure, insieme alla sofferenza, il Signore ci promette una gloria infinita: quella dei figli di Dio. Comprendiamo allora che siamo suoi, apparteniamo a Lui, e proprio per questo siamo chiamati santi. Nell’Eucaristia tutto questo si compie pienamente. Il sacrificio di Gesù si unisce alla nostra vita e la santifica. Lui ha consacrato se stesso per noi, per donarci la sua stessa santità e renderci partecipi del suo amore.
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La vita matrimoniale esprime i doni dello Spirito Santo - Omelia di Pentecoste 2026 anno A BVI ore 18 con anniversari
Viviamo questa celebrazione come un dono speciale, illuminato dalla festa di Pentecoste e dalla preghiera per le coppie che da tanti anni condividono la vita matrimoniale. Guardando le letture con questa intenzione nel cuore, sccopriamo come il mistero dello Spirito Santo si renda visibile in modo concreto proprio nella vita degli sposi, nel loro amarsi, sostenersi e camminare insieme nel tempo. Parlare la lingua dell’altro Nella lettura degli Atti degli Apostoli colpisce l’immagine dello Spirito che si posa sui discepoli sotto forma di lingue di fuoco. È un unico Spirito, ma si distribuisce in modo diverso su ciascuno. Ogni persona riceve il medesimo dono in maniera personale e unica. La folla radunata a Gerusalemme rimane stupita perché ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa. Gli apostoli annunciano le meraviglie di Dio in modo comprensibile al cuore di chi ascolta. È un’esperienza profonda: quando ci troviamo stranieri in un luogo lontano e sentiamo qualcuno parlare la nostra lingua, immediatamente ci sentiamo a casa, accolti, compresi. Così è anche nella vita matrimoniale. Gli sposi imparano lentamente a parlarsi davvero, a comprendere il linguaggio dell’altro, i suoi desideri, le sue ferite, i suoi bisogni e le sue attese. Pur essendo differenti, imparano negli anni a trovare una lingua comune, una comunicazione che sa raggiungere il cuore dell’altro. Non sempre è facile; a volte ci si fraintende, a volte sembra impossibile capirsi. Eppure il sacramento del matrimonio sostiene proprio questa capacità di incontrarsi. Le coppie che vivono da tanti anni insieme diventano allora per tutta la comunità un segno concreto della Pentecoste. Ci insegnano che sentirsi a casa accanto a qualcuno è possibile, che si può essere custoditi e accompagnati dentro una relazione che diventa familiare e accogliente anche nelle sue particolarità e fragilità. La forza autorevole della testimonianza Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito, acquistano una forza nuova e un’autorevolezza che tutti riconoscono. Le loro parole diventano credibili perché parlano delle meraviglie di Dio. Anche la vita matrimoniale possiede questa autorevolezza. Quando due persone si donano reciprocamente la vita per tanti anni, le loro parole acquistano peso, profondità e verità. La loro testimonianza diventa significativa per i figli, per i nipoti e per tutta la comunità. La Scrittura stessa usa continuamente l’immagine sponsale per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo. Per questo gli sposi diventano maestri anche per noi: osservando il loro modo di ascoltarsi e parlarsi, impariamo qualcosa dell’amore stesso di Dio. Diversi ma nutriti dallo stesso Spirito La seconda lettura, dalla Prima lettera ai Corinzi, ci ha fatto contemplare la bellezza della diversità. Paolo parla di carismi, servizi e attività differenti. Ognuno riceve qualcosa di unico, ma tutto proviene dal medesimo Spirito. Nessuno possiede un dono superiore agli altri. Ogni persona manifesta in modo particolare la presenza dello Spirito Santo e questa ricchezza è data per il bene comune. È bellissimo riconoscere che ciò che l’altro è rappresenta per noi un dono di Dio. Nella vita matrimoniale questo appare in modo chiarissimo. Gli sposi imparano a riconoscere e valorizzare i doni reciproci, sostenendosi nelle proprie capacità e fragilità. Ognuno diventa necessario all’altro proprio nella sua unicità. Paolo sottolinea inoltre che tutti, senza distinzione, sono dissetati dallo stesso Spirito. Pur essendo diversi, attingiamo tutti alla stessa sorgente. Questa immagine della sete richiama il desiderio profondo di amore, di comunione e di vita che abita ogni persona. Abbiamo allora compreso che ciascuno è prezioso e utile, anche chi sembra fragile o inutile agli occhi del mondo: gli anziani che non riescono più a fare ciò che facevano un tempo, chi ha bisogno di essere accompagnato, i bambini piccoli appena nati. Tutti portano una manifestazione dello Spirito e appartengono a questa rete di comunione. Le coppie sposate testimoniano in modo speciale proprio questa verità: nessuno vive per sé stesso e ogni vita diventa dono per gli altri. Gesù in mezzo ai suoi Nel Vangelo vediamo il modo con cui Gesù risorto incontra i suoi discepoli. Essi sono chiusi nel cenacolo per paura, ma Gesù entra e si pone in mezzo a loro, c’è! Questa presenza è fondamentale. Gesù non fugge, non abbandona, non si allontana. Rimane lì, presente. Anche nella vita matrimoniale la presenza reciproca è decisiva. A volte può essere faticosa o persino ingombrante, ma è proprio questa fedeltà concreta a rendere vero l’amore. Inoltre la prima parola che Gesù pronuncia è: “Pace a voi”. Il dono più grande del Risorto è la pace. Essere vicini significa poter offrire pace all’altro, diventare luogo di riposo e di riconciliazione. Le ferite dell’amore Poi Gesù mostra le mani e il fianco, le ferite del suo amore. Sono i segni concreti di ciò che è costato amare. Anche gli sposi portano ferite nate dall’amore donato, dalla fatica condivisa, dai sacrifici affrontati insieme. Eppure quelle ferite non parlano di morte, ma di vita. Diventano segni di un amore che ha resistito e continua a generare comunione. Amore che libera e perdona Gesù non trattiene i discepoli per sé, ma li invia: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Questo ci rivela un amore che non imprigiona, ma rende liberi. Anche nella vita matrimoniale l’amore autentico non possiede l’altro, non lo soffoca, ma lo incoraggia a esprimere pienamente la propria vita e la propria vocazione. Gli sposi sono chiamati a sostenersi reciprocamente perché ciascuno possa realizzare ciò che il Signore gli affida. Il perdono Infine Gesù dona il perdono. È il cuore della vita fraterna e di ogni relazione autentica. Perdonarsi è una delle esperienze più difficili, e proprio per questo è necessario lo Spirito Santo. Le coppie che hanno attraversato gli anni insieme testimoniano che il perdono è possibile e che diventa lo strumento attraverso cui la relazione si rinnova continuamente. Il perdono non è soltanto necessario nella vita familiare, ma è anche la strada della pace nelle comunità, nella società e persino tra i popoli. Gesù stesso, dalla croce, ha perdonato. E noi siamo chiamati a percorrere la stessa strada. Il grande dono della Pentecoste Alla luce di queste letture capiamo che il cuore della vita matrimoniale coincide profondamente con il cuore della vita cristiana. Lo Spirito Santo ci viene donato perché possiamo vivere nella comunione, nella pace, nella libertà e nel perdono. Per questo ringraziamo il Signore per il dono del suo Spirito, per la sua presenza in mezzo a noi, per la pace che ci offre, per le ferite d’amore che diventano segni di vita, per la libertà che sa donare e per la possibilità sempre nuova del perdono. Ringraziamo anche le coppie della comunità, perché attraverso la loro fedeltà e la loro testimonianza rendono visibile tutto questo. In questo giorno di Pentecoste esse diventano per tutti noi un segno concreto del dono di Dio e della sua presenza viva in mezzo al suo popolo.
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La nostra sete e il dono dello Spirito - Omelia Veglia di Pentecoste 2026 BVI
Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte. Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro. La falsa sete di Babele Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio. Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto. Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza. La sete di vita nella valle delle ossa aride La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero. Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare. Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita. Il gemito della creazione e la sete di speranza Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire. Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza. Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio. Gesù, sorgente d’acqua viva La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. È Lui la sorgente capace di dissetare davvero il nostro cuore. Gesù però promette qualcosa di ancora più sorprendente. Non soltanto riceviamo l’acqua viva dello Spirito, ma diventiamo noi stessi sorgenti. Dal nostro grembo possono sgorgare fiumi d’acqua viva. Comprendiamo allora che il dono dello Spirito non è mai qualcosa di privato o chiuso in noi stessi. Lo Spirito ci trasforma affinché possiamo dissetare anche gli altri attraverso la nostra testimonianza, il perdono, la vicinanza, l’amore condiviso e la capacità di portare speranza. Diventare dono per gli altri Siamo invitati ad aprire il cuore per riconoscere la nostra sete più vera e per accogliere l’acqua viva che il Signore ci dona. Lo Spirito Santo ci consola, ci rinnova e ci ridona vita, ma nello stesso tempo ci rende strumenti per gli altri. Il dono dello Spirito è sempre destinato ad allargarsi. Nessuno è escluso da questa acqua viva. Ricevendo lo Spirito diventiamo persone capaci di portare pace, fraternità, speranza e vita a chi incontriamo. Così la nostra stessa esistenza può trasformarsi in una sorgente zampillante che continua a diffondere il dono di Dio nel mondo.
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La speranza nella resurrezione del morti omelia di giovedì VII settimana di Pasqua
Al cuore della testimonianza Paolo, davanti al Sinedrio, non sta semplicemente usando una strategia astuta per creare divisione tra i suoi accusatori. La sua non è solo una mossa opportunistica: è una vera testimonianza, forte e coraggiosa, proprio come il Signore gli aveva chiesto di fare. Quando dichiara di essere giudicato “a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”, arriva al centro essenziale della fede. Mi colpisce il fatto che Paolo, in questo momento, non pronunci direttamente il nome di Gesù. Eppure tutto ciò che dice nasce proprio dalla vicenda di Cristo. Poco prima aveva raccontato la sua conversione e la sua chiamata davanti alla folla inferocita di Gerusalemme, ma il lezionario, con i suoi tagli, spesso ci fa perdere pagine meravigliose degli Atti degli Apostoli. Per questo sento importante leggere sempre la Scrittura nella sua interezza, Bibbia alla mano, lasciandomi accompagnare dalla Parola giorno dopo giorno, anche oltre i brani proposti dalla liturgia. Davanti al Sinedrio, però, Paolo va dritto all’essenziale: la speranza della risurrezione dei morti. Interrogarsi sulla propria speranza Questa parola interpella profondamente anche me. Qual è davvero il mio rapporto con la speranza della risurrezione? Esiste nel mio cuore? È viva? La speranza cristiana nasce da Cristo morto e risorto: Lui, morto sulla croce, è stato richiamato alla vita dal Padre, è stato assunto in cielo con il suo corpo e ora ci attende. Questo è il cammino verso cui siamo diretti. Non si tratta di un’idea astratta, ma di una grazia concreta che Dio dona e che deve essere continuamente alimentata. Capisco allora che la speranza della risurrezione non è qualcosa di automatico o superficiale. Deve essere custodita ogni giorno. È una realtà che nasce dentro di noi e trasforma il cuore. Certo, può anche creare divisione, come avvenne nel Sinedrio, ma è proprio questa parola che illumina la vita e dà senso al nostro cammino. Il coraggio della testimonianza Nella notte, il Signore stesso si avvicina a Paolo e gli dice di avere coraggio. Gli ricorda che ha testimoniato a Gerusalemme “le cose che mi riguardano”, cioè il mistero della risurrezione e la relazione viva tra Cristo e il suo discepolo. E gli annuncia che dovrà testimoniare anche a Roma. Questo incoraggiamento rivela quanto fosse pesante la prova che Paolo stava attraversando. Le difficoltà non erano leggere, eppure dentro di lui ardeva un fuoco che non poteva essere spento: il desiderio di portare la salvezza a tutti, anche ai pagani. Ricordo che proprio il riferimento ai pagani aveva provocato l’interruzione violenta del precedente discorso di Paolo a Gerusalemme. Tuttavia lui non smette di annunciare il Vangelo. Continua a testimoniare con coraggio. Anche io mi sento chiamato a questa stessa testimonianza, semplice ma concreta, nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nel lavoro, nella comunità. La fede nella risurrezione non è qualcosa da custodire solo interiormente, ma una speranza da comunicare attraverso la vita. Una speranza che crea comunione La speranza della risurrezione porta anche a sentirsi profondamente uniti: uniti al Signore, al Padre e tra di noi. In questo risuonano le parole della grande preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: Gesù non prega solo per i suoi discepoli presenti, ma anche per tutti quelli che crederanno attraverso la loro parola. Questo mi fa percepire una grande responsabilità. Ogni credente che accoglie la speranza cristiana entra nella preghiera stessa di Gesù. Il desiderio del Signore è che tutti siano una cosa sola, come il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre. Si tratta di una comunione profonda, una comunione di vita eterna. Per questo nasce spontaneo il ringraziamento: essere chiamati a vivere questa unità è un dono immenso. Il dono dello Spirito e la forza per testimoniare Infine comprendo quanto sia fondamentale l’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito che radica sempre più profondamente nel cuore la speranza della risurrezione. Ed è ancora lo Spirito che dona forza, coraggio e perseveranza nella testimonianza. Per questo sento il bisogno di accoglierlo, di invocarlo e di chiedere continuamente il suo aiuto. Solo Lui può rendere viva la speranza cristiana dentro di me e sostenermi nel renderne testimonianza ogni giorno.
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Custodire ed essere custoditi - Omelia mercoledì VII settimana di Pasqua
Abbiamo ascoltato una delle preghiere più intense di Gesù poco prima della sua passione: “Padre Santo, custodiscili nel tuo nome”. In queste parole sentiamo tutta la responsabilità e l’amore che Gesù prova per i suoi discepoli. Lui stesso dice di averli custoditi nel nome del Padre: li ha protetti, accompagnati, amati, conosciuti profondamente. Ora però questa custodia viene affidata al Padre, perché Gesù sta tornando a Lui. È commovente vedere come questa relazione di vicinanza e di amore non venga interrotta, ma consegnata nelle mani di Dio. Paolo affida la Chiesa a Dio Nella prima lettura degli Atti degli Apostoli ritroviamo la stessa dinamica. Paolo si congeda dagli anziani di Efeso: li ha fatti chiamare a Mileto e rivolge loro un lungo discorso pieno di affetto e di responsabilità. Anche lui parla di custodia: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”. Colpisce molto il modo in cui Paolo parla della Chiesa. Non è la sua Chiesa, non appartiene agli anziani, ma è “la Chiesa di Dio”. È il gregge che Dio si è acquistato con il sangue del proprio Figlio. Questa espressione è fortissima: significa che ciascuno di noi è prezioso agli occhi di Dio, perché è stato salvato al prezzo del sangue di Cristo. Per questo siamo affidati gli uni agli altri. Paolo si è preso cura della comunità, gli anziani dovranno continuare a farlo, e anche noi siamo chiamati a custodirci reciprocamente. Ognuno è fragile, esposto ai pericoli, alla dispersione, ai “lupi rapaci” di cui parla Paolo. Per questo serve una continua opera di attenzione, protezione e amore. Una custodia fatta di vicinanza concreta Paolo racconta con semplicità come ha vissuto questa missione. Per tre anni, notte e giorno, non ha smesso di stare vicino ai fratelli, ammonendo ciascuno con lacrime. È l’immagine di un padre che accompagna i figli con dedizione e tenerezza. Non si è limitato alle parole. Ha lavorato con le sue mani, senza cercare denaro o privilegi. Ha vissuto il servizio concretamente, sostenendo i deboli e condividendo la fatica quotidiana. Anche noi conosciamo bene questa forma di custodia. La viviamo nelle nostre famiglie, con i figli, con i nipoti, specialmente quando qualcuno attraversa una difficoltà. La vera cura si esprime nella pazienza, nella presenza, nel sacrificio quotidiano. Paolo ci lascia una frase bellissima: “Si è più beati nel dare che nel ricevere”. Custodire gli altri significa proprio questo: donare noi stessi. Non soltanto parole o preghiere, pur importanti, ma tempo, energie, pazienza, sudore, vita concreta. L’amore che rimane accanto Questa custodia prende forma in tanti modi diversi. Pensiamo ai ragazzi che portano aiuti in Ucraina, mettendosi al servizio di chi soffre. Oppure alla testimonianza commovente di quel marito che continua a stare accanto alla moglie malata di Alzheimer. Anche se lei non riesce più a rispondere come prima, anche se sembra non capire, lui continua a dirle il suo amore con la presenza fedele. Le resta vicino, si prende cura di lei, aiutato anche da tante altre persone. È un’immagine bellissima di ciò che significa custodire qualcuno: amare senza pretendere nulla in cambio, restare accanto anche nella fragilità più grande. Affidati alla parola della grazia Alla fine del suo discorso Paolo dice una frase molto profonda: “Ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia”. Spesso pensiamo di “affidare” noi la Parola agli altri, ma qui scopriamo il contrario: siamo noi a essere affidati alla Parola. È la Parola di Dio che ci prende per mano, ci custodisce, ci illumina e ci sostiene. È una parola di grazia, capace di edificare la comunità. Questa forza costruisce il nostro stare insieme come Chiesa di Dio: una comunità che intreccia relazioni di cura, attenzione e amore, senza giudizio. La grazia della Parola ci ricorda che apparteniamo al Signore, che siamo consacrati a Lui e custoditi dalla sua potenza. Rinnovare il nostro impegno di carità Per questo vogliamo affidare al Signore tutta la nostra vita e le nostre famiglie. Sentiamo anche il bisogno di rinnovare il nostro impegno: essere attenti agli altri come lo fu Paolo, trovare gioia nel dare più che nel ricevere, vivere una carità concreta e quotidiana. E vogliamo restare aperti al dono dello Spirito Santo, che ci sostiene in questo paziente lavoro di amore e di custodia reciproca.
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Potere e presenza - Omelia Ascensione anno A BVI
Illuminare gli occhi del cuore per riconoscere la speranza La festa dell’Ascensione sorprende perché, dopo l’incarnazione, la vita nascosta a Nazareth, la manifestazione messianica con miracoli e insegnamenti, la morte in croce, la risurrezione e i quaranta giorni trascorsi con i discepoli, Gesù conclude questa fase tornando al Padre con il suo corpo risorto e sedendo alla sua destra. Di fronte a questo evento si potrebbe avvertire un senso di distacco, di separazione: per i discepoli, che avevano vissuto con lui in carne ed ossa una pienezza di gioia, e anche per noi. Le Scritture di oggi, tuttavia, rassicurano che non si tratta di un abbandono né di una fuga. L’autore della Lettera agli Efesini eleva una preghiera particolarmente suggestiva: il Padre «illumini gli occhi del vostro cuore» per farci comprendere a quale speranza siamo chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi. Abbiamo bisogno di questa luce sul cuore per intravedere una strada. L’incontro sul monte e il dubbio degli Undici Il Vangelo racconta che Gesù aveva dato appuntamento ai discepoli su un monte della Galilea, la regione da cui provenivano, forse il monte della Trasfigurazione dove si era mostrato glorioso. Non a Gerusalemme, ma in un luogo intimo, conosciuto. Quando lo vedono, i discepoli si prostrano e allo stesso tempo dubitano. Alcuni dubitarono. È interessante: sono undici, Giuda si è perso per strada, una compagnia scalcagnata. Il dubbio li attraversa: sarà veramente risorto? È un fantasma? Sono domande che possono abitare anche il nostro cuore quando ci sentiamo chiamati a un appuntamento con lui. Un potere ricevuto, un potere di vita Gesù non si sofferma sui loro dubbi, non chiede “come state?”, ma fa un discorso sul potere. Si avvicina e dichiara: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Non è un potere che si è preso da sé, ma un potere ricevuto. Non il potere secondo la logica umana (aveva rimproverato i discepoli quando discutevano su chi fosse il più grande), ma il potere della vita. È un potere che emerge dalla crisi, dalla difficoltà, dalla morte, e che si manifesta nella risurrezione: Gesù ha donato la vita e l’ha ricevuta di nuovo. La Lettera agli Efesini ricorda che Dio ha manifestato questa forza risuscitandolo dai morti e ponendolo accanto a sé. Si tratta di un potere totalizzante, bello, di vita. La missione affidata a discepoli fragili La prima sorpresa è che Gesù, dopo aver affermato di possedere ogni potere, non agisce da solo. Dice a quegli undici dubbiosi, che non avevano capito quasi nulla: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». Una missione che umanamente sembra impossibile. Gesù mostra una fiducia straordinaria in loro, gente normale come pescatori o esattori delle tasse, e per estensione in noi. Li manda a immergere tutti nella relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È come se dicesse: “Io ho ricevuto tutto il potere, ora mando voi; avete camminato con me per un po’, ora tocca a voi”. Si percepisce incoraggiamento nonostante le loro ferite (Pietro lo aveva rinnegato, altri tornano alla vita ordinaria). Questa chiamata rivela la grande responsabilità che ci affida perché ha fiducia e perché quel potere che ha ricevuto è, in qualche modo, condiviso con i discepoli e con noi. «Io sono con voi tutti i giorni» La seconda sorpresa è l’ultima frase del Vangelo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Gesù non se ne va, non li abbandona, non lascia che si arrangino. È con loro sempre, non solo la domenica o in momenti scelti, ma tutti i giorni, per sempre. Il Vangelo di Matteo era cominciato proprio con l’annuncio del “Dio con noi”, e ora si chiude con questa promessa di presenza stabile. In un’altra occasione aveva detto: “Dove vado io voi non potete venire, ma verrò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. È lui che ci raggiunge e non ci abbandona, in qualunque difficoltà, malattia o frattura relazionale possiamo vivere. Un collegamento tra cielo e terra e il dono dello Spirito Salendo al cielo e sedendo alla destra del Padre, Gesù crea un collegamento fortissimo tra la vita divina e la nostra vita terrena: una strada aperta, una relazione ormai indistruttibile. Nella prima lettura si aggiunge un altro dono da aspettare: «Riceverete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni». L’andare in missione e la presenza costante di Gesù sono resi possibili proprio dallo Spirito Santo, forza interiore che il Padre e il Figlio fanno abitare in noi. Non possiamo avere paura di niente, perché sono sempre con noi. Non guardare il cielo, ma agire Come i discepoli, non possiamo restare a guardare il cielo in attesa di chissà cosa. Non è tempo di stare fermi, ma di agire, di buttarci, con la consapevolezza che Lui è sempre con noi, vivo presso il Padre e in continua conversazione su di noi, sulla bellezza della nostra vita e sul suo amore. Con questo incoraggiamento all’andare e alla presenza, la Lettera agli Efesini afferma che la Chiesa è la pienezza del Signore. Tremiamo di fronte a questa prospettiva, ma è Lui che ha scelto noi, piccoli e fragili. Proprio perché c’è Lui, ci sentiamo forti.
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I tre regali (più uno) della Pasqua - Omelia 6a domenica Pasqua anno A
Le letture di oggi mi hanno fatto riflettere su quanti regali sto ricevendo nel tempo di Pasqua. È come se il Signore continuasse a riempirmi di doni, e sento che non è ancora finita, perché c’è ancora qualcosa di grande che mi aspetta. Questa riflessione è stata illuminata anche dalla festa della mamma e dall’accoglienza della Madonna di San Luca, che mi aiutano a comprendere meglio il modo in cui Dio si prende cura di noi. L’amore della madre come immagine dell’amore di Dio Pensando alla festa della mamma, mi chiedo e vi chiedo: qual è il regalo più grande che una madre dona ai suoi figli? L’amore? Si ma anche e primariamente la vita stessa! Una madre poi non si limita a far nascere i figli e poi lasciarli soli: continua a sostenerli, ad accompagnarli, a prendersi cura di loro. Questa immagine ci aiuta a capire il rapporto che Dio vuole avere con noi. È un amore che genera alla vita e che continua a custodire, sostenere e accompagnare. Anche la presenza della Madonna di San Luca ci parla di questo amore materno. La Madonna di San Luca in mezzo al popolo Durante il cammino della Madonna di San Luca per la città, ho visto tantissime persone guardare la sua immagine e aspettarla con devozione. Mi sono domandato quante grazie abbia donato lungo questo percorso tra la gente. Ho pensato a tutte le necessità, alle angosce, alle sofferenze e ai momenti di buio presenti nella vita delle persone. La presenza della Madre di Gesù sembra capace di riempire questi vuoti con consolazione e vicinanza. In questo modo, anche Maria diventa segno concreto dell’amore di Dio che si fa presente accanto al suo popolo. Il primo grande dono della Pasqua: Gesù risorto Il primo e più grande regalo del tempo di Pasqua è Gesù risorto. Lo avevo visto sulla croce il venerdì santo. E poi nelle domeniche di Pasqua si è mostrato vivo ai suoi discepoli. Ripensiamo a tutti gli incontri del Risorto narrati nei Vangeli di queste domeniche: Gesù che appare ai discepoli chiusi nel cenacolo, Gesù che si mostra a Tommaso permettendogli di vedere i segni della passione, Gesù che cammina con i discepoli di Emmaus spiegando le Scritture e facendosi riconoscere nello spezzare il pane. Pensiamo anche all’immagine del buon pastore, che conosce le sue pecore per nome, le conduce fuori dal recinto e le porta ai pascoli. E ancora le parole ascoltate la domenica scorsa: “Non sia turbato il vostro cuore”. Tutto questo ci fa capire quanto Gesù ci ama e quanto la sua risurrezione continui ancora oggi a operare nella nostra vita. La sua presenza è una consolazione continua. Per questo oggi ci dice: “Non vi lascerò orfani”. L’orfano è colui che non ha più chi si prende cura di lui, ma Gesù promette di continuare a stare accanto ai suoi discepoli anche dopo la morte, attraverso la risurrezione. Il dono della gioia Un altro grande regalo della Pasqua è la gioia. La prima lettura ci racconta di Filippo che va in Samaria, una terra difficile e problematica, ad annunciare Cristo morto e risorto. Attraverso la sua predicazione e i segni di liberazione e di vita che accompagnano l’annuncio, tutta la città si riempie di gioia. La Samaria accoglie con entusiasmo il Vangelo e cambia vita. Persino Simone il mago, che prima attirava la gente, non è più il centro dell’attenzione. La gioia nasce proprio dall’incontro con Gesù risorto e dall’annuncio del Vangelo. È una gioia che arriva attraverso i fratelli e le sorelle che ci testimoniano la fede. Il dono della speranza La seconda lettura ci ha fatto riflettere sul dono della speranza. Pietro ci invita a essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi. Davvero viviamo come uomini e donne di speranza? Questa speranza si vede nella nostra vita e nel nostro modo di stare accanto agli altri? La speranza cristiana, vissuta e testimoniata interpella chi ci incontra: gli altri possono domandarsi da dove venga questa forza, soprattutto, come dice l’apostolo Pietro quando riusciamo a “fare il bene anche nella sofferenza”. Questa speranza nasce dalla fede in Gesù Cristo risorto. È una “speranza viva”, capace di sostenere la vita quotidiana nei luoghi dove vivo: al lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni con persone che magari non conoscono la fede o non la praticano. A volte questa testimonianza può suscitare incomprensioni, invidia o perfino calunnie, ma la speranza che nasce dalla Pasqua è più forte di tutto questo. Sono chiamato a viverla con “dolcezza, senza paura” e nel rispetto di tutti. Il dono che ancora mi attende: lo Spirito Santo Dopo tutti questi doni, le letture ci fanno capire che ce n’è ancora uno fondamentale: il dono dello Spirito Santo. Gli Atti raccontano che la Samaria aveva accolto il Vangelo con gioia, ma gli abitanti “non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo”. Per questo vengono inviati Pietro e Giovanni, che impongono le mani sui credenti perché ricevano lo Spirito. Gesù nel Vangelo promette ai discepoli che pregherà il Padre perché mandi “un altro Paraclito”. Gesù stesso è stato il primo Paraclito, cioè colui che sta vicino, che consola, che difende e incoraggia. Ora promette un altro Consolatore che rimarrà per sempre con noi. Lo Spirito Santo è il segno della presenza viva di Dio nella nostra esistenza. È Spirito di verità, Spirito consolatore, presenza interiore del Signore nel nostro cuore. Anche se non lo vediamo fisicamente, possiamo sentirlo dentro di noi. È proprio lo Spirito che ci rende capaci di amare Dio, di sentirci amati da Lui e di amare i fratelli. In un certo senso, lo Spirito Santo è la sintesi di tutti i doni ricevuti nel tempo di Pasqua. Custodire il Signore nel cuore Quando Pietro ci invita ad “adorare/santificare il Signore nei nostri cuori”, ci invita a diventare consapevoli della presenza di Dio dentro di noi attraverso il suo Spirito. Santificare il Signore nel cuore significa custodire questa presenza, lasciargli spazio, ascoltare la sua voce e lasciarci guidare dalla sua parola. Vuol dire vivere sapendo che non siamo soli, ma accompagnati continuamente dal Signore. Lo Spirito Santo e la tenerezza materna di Dio Il modo in cui lo Spirito Santo agisce nella nostra vita ha qualcosa di profondamente materno. Non nel senso di una presenza invadente, ma come una presenza amorosa che ci illumina, ci consola, ci prende per mano e ci nutre. Attraverso il dono dello Spirito Santo, Dio ha scelto di venire nella nostra vita e di non lasciarci orfani. Per questo iniziamo già da ora a prepararci alla Pentecoste, aprendogli il cuore e chiedendo di poter accogliere questo dono con gratitudine e pienezza.
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Il coraggio del confronto e del dialogo Omelia mercoledì 5a settimana di Pasqua
Una Chiesa agli inizi, tra entusiasmo e problemi In questo capitolo degli Atti degli Apostoli contempliamo una Chiesa nascente, viva e piena di entusiasmo, ma anche attraversata da questioni profonde e delicate. Ci troviamo davanti al problema dei pagani che si convertono: ci chiediamo cosa debbano fare per essere parte della comunità. Devono sottoporsi alla circoncisione e osservare tutta la legge di Mosè, oppure sono già pienamente membri della Chiesa? Vediamo emergere una posizione rigida da parte di alcuni giudei venuti dalla Giudea ad Antiochia di Siria, una città vivace, crocevia di popoli e luogo in cui per la prima volta i discepoli vengono chiamati “cristiani”. Questi uomini, forti della loro tradizione, sostengono che senza la circoncisione non ci può essere salvezza. Riconosciamo in questa posizione un rischio che esiste anche oggi: quello di stabilire condizioni rigide, di dire “se non sei così, non sei salvato”. Un atteggiamento che chiude e divide. Il coraggio del confronto e del dialogo Di fronte a questa tensione, non assistiamo a una rottura, ma a un confronto aperto e sincero. Noi vediamo Paolo e Barnaba discutere animatamente con costoro: non evitano il conflitto, non si separano creando una comunità alternativa, ma scelgono la via del dialogo. Questa è una lezione preziosa per noi: le differenze e i contrasti fanno parte della vita delle comunità. Non dobbiamo temerli né eliminarli, ma attraversarli insieme. La novità che si presenta — i pagani che desiderano entrare nella fede — non viene soffocata, ma presa sul serio. Anche oggi possiamo chiederci: chi sono coloro che rischiamo di escludere? Chi consideriamo “non adatto” o “non degno” di far parte pienamente della Chiesa? Il legame con la Chiesa più ampia Di fronte a una questione così importante, decidiamo di non chiuderci nella nostra prospettiva locale. Paolo e Barnaba vengono inviati a Gerusalemme per confrontarsi con gli apostoli e gli anziani. Riconosciamo così che esiste un centro, un’origine, un luogo di comunione più ampia a cui fare riferimento. Questo atteggiamento è fondamentale anche per noi: possiamo avere sensibilità diverse, ma siamo chiamati a lasciarci guidare, a cercare un discernimento che non sia individualistico. Non facciamo “di testa nostra”, ma restiamo in relazione con tutta la Chiesa. Raccontare la vita: la gioia delle opere di Dio Durante il viaggio verso Gerusalemme, attraversiamo la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani. Non portiamo teorie o idee astratte, ma testimoniamo ciò che abbiamo visto: il bene che Dio sta compiendo. E questo racconto suscita grande gioia tra i fratelli. Comprendiamo allora che il cuore dell’annuncio cristiano è la vita vissuta: è il racconto concreto dell’azione di Dio nelle persone. Anche quando arriviamo a Gerusalemme, riferiamo le grandi opere che Dio ha compiuto. Non siamo noi i protagonisti, ma Lui. Questo ci interpella profondamente: ciò che muove i cuori non sono solo i documenti o le formulazioni dottrinali, pur importanti, ma la testimonianza viva. Ci chiediamo allora: quale opera ha compiuto Dio in noi? Quale conversione abbiamo vissuto? Quale bene possiamo raccontare agli altri? La ricchezza delle differenze nella comunione Riflettiamo anche sul valore delle differenze all’interno delle comunità. Le diversità di opinione non sono un problema da eliminare, ma una ricchezza. Sarebbe triste e sterile una comunità in cui tutti pensano allo stesso modo. Accogliamo invece questa vivacità, purché sia vissuta dentro un’apertura più grande: quella della comunione. Restiamo uniti mentre cerchiamo insieme la verità, senza escludere o “tagliare fuori” chi è diverso. Uniti a Cristo, come tralci alla vite Infine, ci lasciamo guidare dall’immagine evangelica che illumina tutto il discorso: siamo tralci uniti alla vite che è Cristo. È questa unione che conta davvero. Possiamo essere diversi — più piccoli, più grandi, più visibili o nascosti — ma ciò che importa è rimanere attaccati a Lui. Non vogliamo una Chiesa che esclude e scarta, che taglia e getta via. Desideriamo invece una comunità unita, in cui ciascuno trova il suo posto perché tutti siamo radicati in Cristo. È questa comunione profonda che ci tiene insieme e ci permette di vivere nella verità e nell’amore.
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Davvero torna a prenderci? - Omelia 5a domenica di Pasqua A S. Andrea
Il problema del “posto” di Gesù nel tempo pasquale Possiamo dire che il tema del “posto” di Gesù, del dove trovarlo, attraversa tutto il tempo pasquale. Ripensiamo alle esperienze dei discepoli: lo incontrano all’improvviso nella stanza chiusa per paura, lo riconoscono lungo la strada di Emmaus mentre si allontanano delusi da Gerusalemme. Anche nella domenica precedente abbiamo intuito il suo desiderio profondo di stare con noi: come buon pastore, ci conosce per nome, ci chiama, ci conduce fuori e ci accompagna nei pascoli. Comprendiamo quindi che questa comunione non è secondaria, ma è intensamente desiderata da Gesù stesso. È Lui che prende l’iniziativa di cercarci e di stare con noi. Il turbamento dei discepoli e la paura dell’assenza La liturgia ci riporta oggi all’ultima cena, al momento della lavanda dei piedi, quando Gesù pronuncia parole sconvolgenti: “Ancora per poco sono con voi… dove io vado voi non potete venire”. Questa prospettiva genera nei discepoli un turbamento profondo, quasi panico. Anche noi possiamo riconoscerci in questa inquietudine: dov’è Gesù? È partito verso il Padre lasciandoci soli? Esiste un luogo dove Lui è e noi non possiamo essere? E, ancora più radicalmente, ci interessa davvero la sua presenza o ci siamo rassegnati a una fede fatta di distanza, aspettando semplicemente di ritrovarlo “alla fine”? Una fede vissuta come assenza Spesso rischiamo di vivere la fede come se Gesù fosse lontano, presente solo in rari momenti o in luoghi eccezionali. Pensiamo di poterlo incontrare solo in esperienze straordinarie o in santuari difficili da raggiungere, mentre nella quotidianità resterebbe assente. Ma questa prospettiva è insufficiente e fuorviante. Gesù oggi ci invita a cambiare sguardo, a uscire da questa idea di distanza e a riscoprire una presenza molto più vicina e concreta. “Vado a prepararvi un posto”: una promessa di presenza Quando Gesù dice “vado a prepararvi un posto”, non sta dando un addio. Non è un distacco definitivo. Sta promettendo qualcosa di dinamico: “tornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Questa parola non riguarda solo la fine dei tempi, ma il presente. Gesù non vuole abbandonarci: desidera essere con noi già ora. Il suo “posto” non è lontano da noi, ma è proprio accanto a noi. Il posto di Gesù: dimorare in noi Il modo per accorgerci di questa presenza è la fede: “Abbiate fiducia, credete in me e credete anche in Dio”. Solo attraverso la fiducia possiamo compiere questo salto di consapevolezza. Gesù lo dice chiaramente: Lui e il Padre verranno a prendere dimora presso di noi. Non siamo noi a dover raggiungere un luogo lontano; è Dio che viene ad abitare la nostra vita. Questa è la grande rivelazione: il suo posto è con noi, in mezzo a noi. Pietre vive in un edificio spirituale L’apostolo Pietro ci aiuta a comprendere che questo “posto” è una questione di fede. Gesù è la pietra: per chi non crede è un ostacolo, ma per chi crede è pietra viva. Anche noi siamo chiamati a diventare pietre vive, unite a Lui per costruire un edificio spirituale. Non si tratta di una realtà individuale, ma comunitaria: siamo un tempio in cui Cristo è la pietra d’angolo che tiene tutto insieme. In questa comunione diventiamo un sacerdozio santo, capaci di offrire a Dio una liturgia viva, fatta della nostra stessa esistenza vissuta alla sua presenza. Una comunione concreta che non esclude nessuno La prima comunità cristiana, come raccontano gli Atti degli Apostoli, ci mostra che questa comunione deve essere concreta e inclusiva. Nessuno deve essere trascurato. Di fronte alla crescita della comunità e alle difficoltà organizzative, gli apostoli e i discepoli si impegnano a distribuire i compiti, affinché anche le vedove di lingua greca non vengano dimenticate. Questa attenzione reciproca rende la comunità feconda: molti arrivano alla fede. La presenza di Gesù si alimenta e si rende visibile proprio nello stare insieme, nella cura concreta gli uni degli altri. Gesù è via, verità e vita da percorrere insieme Possiamo allora dire con certezza che Gesù non è scomparso. È presso il Padre, ma è anche in mezzo a noi. Il suo “posto” è qui, nella nostra comunità. Lui è “via, verità e vita”: non solo una meta da raggiungere, ma una strada da percorrere già ora. Camminiamo insieme su questa via, imparando a conoscerlo sempre più come vita, come verità e come comunione con il Padre. Una promessa sorprendente: opere ancora più grandi Gesù ci consegna infine una promessa sorprendente: chi crede in Lui compirà le sue opere, e persino di più grandi. E tutto ciò che chiederemo nel suo nome, Egli lo farà. Questa promessa sarebbe impossibile se Gesù fosse lontano. È proprio la sua presenza viva in mezzo a noi che rende possibile questa fecondità straordinaria. Conclusione: una presenza che genera gioia e fecondità In questa domenica riconosciamo che il nostro turbamento può essere trasformato: Gesù ci rassicura. Non è lontano, non ci ha lasciati soli. È qui, in mezzo a noi. Vuole stare con noi e renderci partecipi della sua vita. Questa presenza genera luce, gioia e una fecondità che supera ogni nostra aspettativa.
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La gioia del Vangelo ci riempie il cuore! - Omelia sabato 4a settimana di Pasqua
Il lezionario ci ha portato ad un terzo giorno nella città di Antiochia di Pisidia, dove ripercorriamo il primo grande discorso di Paolo negli Atti degli Apostoli 13. Ricordiamo come egli abbia riassunto tutta la storia della salvezza, mostrandola come una storia d’amore tra Dio e il suo popolo: un Dio che ha sempre sostenuto, consolato e incoraggiato. Al centro di questo annuncio c’è Gesù, riconosciuto come il Messia: rifiutato e ucciso, ma risorto. In questa risurrezione cogliamo una promessa anche per noi, espressa nelle parole del Salmo: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ci sentiamo così coinvolti personalmente, chiamati a riconoscerci figli dentro questa promessa. Il cuore scandaloso del messaggio: la giustificazione per fede Entriamo poi nel punto più delicato del discorso di Paolo, quello che spesso viene tralasciato ma che è decisivo: attraverso Gesù è annunciato il perdono dei peccati e una giustificazione che la Legge non ha potuto dare. Comprendiamo che qui c’è qualcosa di rivoluzionario: non è più la Legge a salvare, ma è la vita stessa di Gesù, donata gratuitamente. Chiunque crede in Lui è giustificato. Questo “chiunque” è sconvolgente, perché ridimensiona il ruolo della Legge e apre a tutti la possibilità della salvezza. Questa novità attira una moltitudine: il sabato successivo, tutta la città si raduna per ascoltare questa parola che promette vita. Il rifiuto: quando la grazia è troppo grande Di fronte a questa apertura, però, emerge una reazione dura. I Giudei, mossi da zelo – cioè dal desiderio di custodire la tradizione della Torà – si oppongono a Paolo. Lo contraddicono e rifiutano il suo annuncio. Noi riconosciamo in questo atteggiamento qualcosa che può riguardare anche noi: il rischio di respingere la Parola quando ci supera. Paolo interpreta questo rifiuto in modo molto forte: è come se dicessero di non essere degni della vita eterna. Ci accorgiamo che questo rifiuto nasce da una chiusura interiore: facciamo fatica ad accettare un dono così grande, così gratuito. Pensiamo che la vita eterna sia riservata ai “giusti”, a chi osserva la legge, a chi “se la merita”. Facciamo distinzioni: per noi sì, per gli altri no. Ma proprio così perdiamo il senso del Vangelo. La salvezza non è un premio, è un dono. E rifiutarlo significa escluderci da soli. L’accoglienza dei pagani: la gioia del Vangelo Al contrario, vediamo la reazione dei pagani, che accolgono questa parola con gioia. Si sentono raggiunti, toccati, inclusi. Esultano e glorificano Dio. Noi osserviamo come il testo sottolinei un elemento fondamentale: credono e sono pieni di gioia e di Spirito Santo. Questa è la vera caratteristica dei discepoli di Gesù: una gioia profonda, una gratitudine che nasce dall’essersi scoperti destinatari di un dono gratuito. Apriamo il cuore al dono Arriviamo così a una domanda decisiva per noi: ci consideriamo degni della vita eterna oppure no? Se non accogliamo questo dono, rischiamo di restare bloccati nei nostri sensi di colpa, nei nostri calcoli, nei nostri “devo fare”. Gesù invece ci invita a fidarci: “Credete a me”. Ci rivela la sua unità con il Padre e ci promette che tutto ciò che chiederemo nel suo nome sarà donato. Riconosciamo allora che siamo chiamati ad aprire il cuore, a lasciare da parte le resistenze e ad accogliere questa grazia immensa. È proprio questo il dono che ci viene offerto, anche nell’Eucaristia: una vita nuova, gratuita, traboccante, che ci chiede solo di essere accolta.
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Mio figlio sei tu! - Omelia venerdi 4a settimana di Pasqua
Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, si rivolge ai “fratelli, figli della stirpe di Abramo”, ricordando come, anche lontani geograficamente, tutti si sentano parte di una stessa storia e di un unico popolo. Ci riconosciamo anche noi dentro questo “noi”: a noi è stata mandata una parola, ed è una parola di salvezza. Comprendiamo che questa parola non nasce improvvisamente, ma si inserisce in una lunga storia: Dio ha parlato attraverso i profeti e ha accompagnato il suo popolo con fedeltà costante. Nulla è casuale: tutto rientra in un disegno d’amore, in cui Dio guida, custodisce e non abbandona mai. La salvezza annunciata da Paolo ha un contenuto preciso: Dio ha risuscitato Gesù dai morti, realizzando così la promessa fatta ai padri. Il compimento delle promesse in Gesù Accogliamo con stupore il fatto che ciò che era stato annunciato per secoli si è compiuto: il Messia, rifiutato, condannato e ucciso, è stato risuscitato. Questo evento non riguarda solo il passato o un gruppo ristretto di persone: riguarda tutti noi. Quando Paolo dice “per noi”, comprendiamo che siamo inclusi anche noi in questo compimento. C'è così continuità tra le Scritture e l’evento di Gesù: Dio è fedele alla sua parola. La promessa non è rimasta incompiuta, ma ha trovato realizzazione piena nella risurrezione. Questo ci permette di riconoscere che la nostra fede si fonda su una storia concreta, custodita e portata avanti da Dio stesso. “Mio figlio sei tu”: la rivelazione della figliolanza Ci soffermiamo sulla citazione del Salmo 2: “Mio figlio sei tu, oggi io ti ho generato”. Questa parola, pronunciata in riferimento a Gesù, diventa anche per noi una rivelazione personale. Siamo invitati a sentirla rivolta a ciascuno di noi: siamo figli. Entriamo così nel cuore della relazione con Dio: non una relazione distante o formale, ma una relazione di figliolanza. Dio è Padre e ci ama profondamente. Essere chiamati figli significa essere voluti, amati e custoditi. Significa anche riconoscere che la nostra vita nasce continuamente da Lui. Quel “oggi” diventa particolarmente significativo: non indica solo un momento passato, ma un presente continuo. Dio oggi ci genera, oggi ci dona vita, oggi ci rialza. Questa generazione si manifesta pienamente nella risurrezione: in Gesù, anche noi siamo chiamati a una vita nuova. La via verso il Padre: Gesù Colleghiamo questo annuncio con le parole del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”. Comprendiamo che tutto converge verso il Padre attraverso Gesù. Egli non solo indica la strada, ma è la strada stessa. Riconosciamo che, passando attraverso la morte e la risurrezione, Gesù ha aperto anche per noi la possibilità di vivere una relazione piena con Dio. Non siamo più esclusi o lontani, ma chiamati a essere dove Lui è. Ci viene promessa una comunione profonda: “dove sono io, siate anche voi”. Questa prospettiva cambia il nostro modo di vivere: ci libera dal turbamento e dalla paura, perché sappiamo di avere un posto preparato per noi. La nostra vita acquista una direzione chiara: vivere da figli, in cammino verso il Padre. La comunione che supera ogni paura Questa parola di salvezza non è solo un annuncio dottrinale, ma una realtà che trasforma la nostra vita quotidiana. Essere figli significa vivere in una comunione che supera ogni difficoltà, ogni timore, ogni turbamento. Questa comunione non è astratta, ma concreta: è una familiarità con Dio e tra di noi. Siamo fratelli perché figli dello stesso Padre. In questa relazione troviamo la forza per affrontare le prove e per non perdere la fiducia. Il modello di San Giuseppe Infine, contempliamo questa verità alla luce della memoria di oggi, San Giuseppe lavoratore. In lui vediamo realizzata in modo concreto la relazione tra padre e figlio. Giuseppe ha vissuto questa dimensione con Gesù in modo pieno e autentico. Riconosciamo che proprio questa relazione è il dono più prezioso anche per noi: essere figli e vivere da figli. Ringraziamo per questo, perché in essa troviamo il senso più profondo della nostra vita e la fonte della nostra speranza.
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Il canto dell’amore fedele di Dio - Omelia giovedì 4a settimana di Pasqua
Siamo invitati ad assumere un atteggiamento di umiltà davanti alla storia della salvezza e davanti a coloro che ci hanno preceduto come maestri e guide. Gesù infatti ci ricorda che "il servo non è più grande del suo padrone" , e questo ci spinge a riconoscere che siamo inseriti in una storia che ci supera. Contempliamo allora l’episodio degli Atti degli Apostoli in cui Paolo, giunto nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, viene invitato a parlare. In poche parole egli riesce a sintetizzare tutta la storia della relazione tra Dio e il suo popolo: dalla discesa in Egitto fino a Gesù. In questo racconto riconosciamo un vero e proprio canto d’amore, attraverso il quale emerge quanto Dio abbia accompagnato il suo popolo in ogni fase, anche nelle più difficili. Il canto dell’amore fedele di Dio Davanti a questa grande storia, non possiamo che unirci a questo canto d’amore. Non siamo chiamati a opporci o a mettere in discussione ciò che Dio ha compiuto, ma piuttosto a riconoscere e proclamare la sua fedeltà. La nostra vita, con tutte le sue fragilità e difficoltà, si inserisce in questo grande disegno di amore che Dio ha intessuto non solo con noi, ma con tutta l’umanità. Facciamo nostro il canto del Salmo: vogliamo cantare in eterno l’amore del Signore, riconoscendo che questa fedeltà attraversa le generazioni e giunge fino a noi. Il dramma del rifiuto: il caso di Giuda Alla luce di questo amore fedele comprendiamo meglio anche il dramma di Giuda. Nel contesto della lavanda dei piedi, egli partecipa a un gesto di amore profondo, ma nel suo cuore ha già maturato il proposito del tradimento. Riconosciamo come questo seme di divisione e di rifiuto possa insinuarsi anche in noi. È la tentazione di opporci all’amore di Dio, di “alzare il calcagno” contro di Lui, mettendo condizioni o dubbi. Per questo siamo chiamati a vigilare e a non lasciarci prendere da questa logica, aprendoci invece all’amore che continuamente ci cerca, ci prende per mano e ci salva. L’accoglienza come via autentica Gesù ci indica chiaramente quale sia l’atteggiamento giusto: l’accoglienza. Chi accoglie colui che Egli manda, accoglie Lui stesso. Non siamo chiamati a respingere o a opporci, ma ad aprire il cuore a questo amore che ci viene incontro. Questa accoglienza si concretizza anche nel riconoscere e accogliere coloro che ci annunciano il Vangelo. Come Paolo, anche oggi ci sono uomini e donne che ci trasmettono questa parola di salvezza. Accogliere loro significa accogliere Cristo stesso. Una catena di testimonianza e comunione Allo stesso tempo, anche noi siamo inseriti in questa dinamica: non solo riceviamo l’annuncio, ma siamo chiamati a diventare annunciatori. Con la nostra vita e con la nostra parola partecipiamo a questo grande canto d’amore. Pensiamo a Paolo, che ha attraversato il Mediterraneo tra difficoltà, persecuzioni, naufragi e carcere, eppure ha anche sperimentato accoglienza. L’annuncio del Vangelo trova talvolta terreno fertile, altre volte opposizione: è una realtà che attraversa la storia e anche il nostro cuore. Accogliere ed essere accolti nell’Eucaristia Viviamo tutto questo anche nel presente della nostra vita di fede. Siamo qui, nell’Eucaristia, proprio per accogliere l’amore di Dio e lasciarci accogliere da Lui. La Parola e il Pane ci introducono in questa dinamica di comunione profonda. Siamo invitati a continuare questo cammino, lasciandoci guidare dalla Scrittura — il libro più prezioso che possiamo aprire ogni giorno — per riconoscere, accogliere e trasmettere l’amore fedele del Signore, diventando anche noi parte viva di questa grande storia di salvezza.
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Come vivere in comunione con gli altri? - Omelia per la festa di Santa Caterina 29 aprile 2026
La comunione come dono, non come conquista Nella festa di Santa Caterina da Siena riflettiamo insieme su un’affermazione centrale: siamo in comunione gli uni con gli altri. Ci chiediamo cosa significhi davvero questo “camminare insieme”, perché spesso viviamo la fede in modo troppo individuale, trascurando le difficoltà e le esigenze della comunione. Riconosciamo, alla luce della Prima Lettera di Giovanni, che la comunione non è qualcosa che costruiamo soltanto con le nostre forze: è un dono, un mistero che si manifesta quando "camminiamo nella luce". Non è quindi un risultato della nostra bravura, ma una realtà che riceviamo vivendo in un certo modo davanti a Dio. Camminare nella luce: verità e autenticità Camminare nella luce significa vivere nella verità, davanti a Dio, illuminati da Gesù. Questo implica uscire dalle tenebre della menzogna, dell’ipocrisia e del nascondimento. Non si tratta di apparire giusti, ma di essere autentici. Ci viene ricordato con forza che non possiamo dire di essere senza peccato: se lo facciamo, inganniamo noi stessi. Tutti siamo segnati dal peccato. Perciò camminare nella luce non significa essere perfetti, ma riconoscere la nostra realtà e vivere nella verità di ciò che siamo. La consapevolezza del peccato come via alla luce Quante volte siamo portati a giudicare gli altri, a essere pretenziosi o a sentirci superiori! Dobbiamo ammettere che la nostra fragilità, il nostro limite e il nostro peccato fanno parte della nostra esperienza. Non si tratta solo di peccati evidenti, ma anche di tutte le volte in cui non riusciamo a vivere pienamente l’amore. Proprio qui siamo chiamati a fare un passo decisivo: chiedere aiuto. Dire con sincerità: “Signore, io sono così, aiutami tu con la tua luce”. È in questa apertura che riceviamo la vera luce, non perché siamo giusti, ma perché siamo peccatori perdonati. Il perdono che genera comunione Scopriamo allora che è il sangue di Cristo a purificarci dai peccati e a restituirci una comunione autentica. La comunione nasce proprio da questa consapevolezza condivisa: siamo tutti bisognosi di misericordia. Camminare nella comunione significa dunque riconoscere il nostro limite, chiedere perdono e guardare gli altri come fratelli. Non più come rivali o giudicati, ma come compagni di cammino nella stessa condizione di fragilità e di grazia. I piccoli e la rivelazione del Regno Il Vangelo ci ricorda che Dio rivela i suoi misteri ai piccoli, non ai sapienti o ai perfetti. Comprendiamo che questa “piccolezza” non è solo semplicità, ma anche consapevolezza del proprio peccato. Pensiamo al buon ladrone: pur essendo un grande peccatore, riconosce la sua condizione e si affida a Gesù. Proprio questa umiltà lo introduce immediatamente nella comunione con il Signore. Questo ci mostra che la via alla comunione passa attraverso il riconoscimento sincero di ciò che siamo. La testimonianza di Santa Caterina Guardiamo all’esempio di Santa Caterina da Siena, che visse in un tempo di forti divisioni e conflitti. Con semplicità, attraverso le sue parole e le sue lettere, riuscì a ricostruire comunione anche tra realtà lontane e divise, come quella del Papa lontano da Roma. La sua forza non stava nel giudicare, ma nel consolare, nell’illuminare con carità le situazioni difficili. Ha vissuto profondamente l’esperienza del Consolatore, diventando a sua volta strumento di consolazione per gli altri. Comunione, consolazione e relazioni concrete Riconosciamo che, se viviamo la consolazione di Dio, possiamo diventare anche noi strumenti di consolazione. La comunione non è qualcosa di astratto, ma si realizza nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nella comunità, nei rapporti concreti. Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro modo di stare con gli altri: viviamo nella trasparenza, chiedendo perdono, oppure ci poniamo in modo giudicante e distante? Il desiderio di comunione Concludiamo riconoscendo che desideriamo profondamente la comunione, perché ci dona pace, luce e relazioni autentiche. Essa nasce prima di tutto dal nostro rapporto con il Signore e si estende poi a tutti gli altri. Camminare nella luce, accettare il perdono e vivere da fratelli: è questa la strada che ci apre alla vera comunione.
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Nessuno ci strapperà dalla sua mano - Omelia martedì 4a settimana di Pasqua Lercaro
Facciamo nostra la domanda posta a Gesù: “Ma sei tu il Cristo? Dillo a noi apertamente”. Tuttavia, ci accorgiamo che Gesù non risponde in modo diretto, non offre una definizione teorica o astratta. Egli sposta subito il piano della risposta su una relazione viva: parla delle “sue pecore” e, così facendo, si presenta indirettamente come il pastore. Comprendiamo allora che la verità su chi è Gesù non si coglie semplicemente con una dichiarazione, ma dentro un’esperienza. Per noi, questo significa che possiamo riconoscerlo come Cristo solo se entriamo in questa relazione: se ci mettiamo in ascolto della sua voce, se le sue parole raggiungono il nostro cuore, e soprattutto se facciamo esperienza di essere conosciuti e amati da lui. Essere conosciuti fino in fondo Ci soffermiamo su una delle affermazioni più profonde di Gesù: “Io le conosco”. Sentiamo che questa è una delle realtà più consolanti per la nostra vita. Essere conosciuti da lui significa essere visti nella totalità di ciò che siamo, anche nelle parti più fragili, oscure e nascoste. Dentro questa conoscenza rientra tutta la nostra storia: la nostra famiglia, le sofferenze vissute, le solitudini, le fatiche quotidiane. Pensiamo anche alle situazioni concrete in cui ci troviamo: la malattia, l’anzianità, le difficoltà del lavoro. Nulla di tutto questo è estraneo allo sguardo di Gesù. Egli conosce tutto e, proprio per questo, il suo amore è reale, concreto, non superficiale. L’ascolto della sua voce che guida e consola Accanto all’essere conosciuti, scopriamo l’importanza dell’ascolto. Gesù dice che le sue pecore ascoltano la sua voce. Facciamo esperienza che, quando lui parla, riconosciamo in modo misterioso che quella è una parola vera. È una parola che ci consola nelle difficoltà, che ci guida quando siamo incerti, che ci sostiene quando siamo stanchi. Non è una voce qualsiasi: è una voce che porta verità e vita, e che riesce a raggiungere il cuore in modo unico. Nessuno ci strapperà dalla sua mano Accogliamo poi un’altra promessa che ci riempie di speranza: “Nessuno le strapperà dalla mia mano”. Comprendiamo che la relazione con Gesù non è solo una conoscenza reciproca, ma è anche protezione, appartenenza, custodia. Nella nostra vita possiamo sperimentare tante perdite: un affetto caro che viene meno, la salute che si indebolisce, situazioni che ci fanno sentire “strappati”. Tuttavia, anche dentro queste esperienze dolorose, non siamo mai strappati da lui. Nulla può separarci dalla sua mano, dal suo abbraccio forte e fedele. Questa sicurezza rimane anche nelle prove più difficili. Il dono della vita eterna Gesù non si limita a parlare o a insegnare: compie un dono immenso. Dice infatti: “Io do loro la vita eterna”. Non si tratta di qualcosa di piccolo o simbolico, ma del dono più grande che si possa ricevere. Comprendiamo che la relazione con lui apre a un orizzonte che va oltre il tempo presente. Anche se portiamo dentro di noi dubbi e fatiche nel comprendere, intuiamo che questa relazione è destinata a durare per sempre. È una vita che non va perduta, che attraversa passaggi e trasformazioni, ma che rimane viva in comunione con lui. La comunione con il Padre e la promessa di un “per sempre” Gesù rivela che lui e il Padre sono una cosa sola. Questo ci fa intuire che la comunione che sperimentiamo con lui – magari a momenti, a sprazzi – è in realtà qualcosa di profondamente stabile e definitivo. Attraverso la sua parola e l’Eucaristia che celebriamo, entriamo già ora in questa comunione. Anche se facciamo fatica a immaginare cosa significhi una vita senza fine, ci viene annunciato proprio questo: una relazione che non finirà mai, una comunione solida e eterna. Un abbraccio che ci dona vita Alla fine, sentiamo la bellezza di questa esperienza: siamo abbracciati, custoditi, parte di una comunione che non è segnata dalla disperazione, ma dalla vita. Questa è una comunione che sostiene, che dà senso, che apre alla speranza. Per questo possiamo solo ringraziare: il Signore risorto desidera davvero donarci tutto, senza riserve, e introdurci pienamente nella sua vita.
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Fuori tutti dal recinto! - Omelia 4a domenica di Pasqua
Il tempo di Pasqua come ricerca del Risorto Viviamo questo tempo di Pasqua come un’esperienza in cui ci accorgiamo che non siamo noi per primi a cercare Gesù, ma è Lui che viene a cercarci. Ci riconosciamo nei discepoli: pieni di dubbi, di paure, spesso in fuga. Come i discepoli di Emmaus, anche noi tendiamo ad allontanarci, ma il Risorto ci raggiunge, si mette accanto a noi, cammina con noi e si fa riconoscere. Riconosciamo che questo incontro avviene soprattutto attraverso due vie fondamentali: la Parola di Dio, che illumina il nostro cammino e ci aiuta a comprendere, e lo spezzare del pane, dove Gesù si rende presente in modo concreto. In questo cammino pasquale vediamo nuove tappe: oggi contempliamo Gesù come il pastore delle pecore, e lo vediamo concretamente all’opera anche nei bambini che ricevono la prima comunione, segno vivo dell’incontro con Lui. Il recinto: luogo di protezione e di discernimento Il Vangelo ci presenta l’immagine del recinto, che percepiamo come un luogo di protezione, di comunione e di attesa. Possiamo identificarlo con le nostre famiglie, con la comunità cristiana, con quegli spazi in cui ci sentiamo custoditi e accompagnati. Allo stesso tempo, prendiamo coscienza che esistono forze negative, realtà e persone che cercano di entrare nel recinto non per dare vita, ma per rubare, uccidere e distruggere. Questo ci fa capire quanto sia seria la posta in gioco: siamo chiamati a discernere chi entra nella nostra vita e con quale intenzione. Il pastore che entra dalla porta e chiama per nome Gesù si distingue subito: non entra in modo forzato o ambiguo, ma passa dalla porta, che gli viene aperta. Il suo modo di agire è semplice e trasparente. Non ha bisogno di imporsi, perché è riconosciuto. La prima cosa che fa è parlare. La sua relazione con noi nasce dalla parola. E questa parola ha una forza unica: ci chiama ciascuno per nome. Ci sentiamo conosciuti, riconosciuti nella nostra unicità. Non siamo una massa indistinta, ma persone amate singolarmente. Ascoltando la sua voce, non lo percepiamo come un estraneo. Al contrario, sentiamo che quella parola ci appartiene, ci raggiunge nel profondo. Gli estranei, invece, non parlano una lingua che riconosciamo: non ci chiamano per nome e non cercano il nostro bene. Chiamati a uscire: dal recinto alla vita Dopo averci incontrati, il pastore non ci lascia nel recinto. Ci conduce fuori. Questo è un passaggio fondamentale: il recinto non è la meta definitiva, ma un luogo di passaggio, soprattutto per la notte. Noi, invece, spesso vorremmo restare lì, nella sicurezza. Ma il pastore ci spinge fuori, ci invita a uscire. E non ci abbandona: cammina davanti a noi e noi lo seguiamo. Inizia così un cammino. Comprendiamo che la relazione con il Signore non è qualcosa che ci chiude o ci immobilizza, ma una forza che ci mette in movimento. Ci conduce verso la vita vera, verso “pascoli” dove troviamo abbondanza, luce, respiro. Anche i luoghi più ordinari della nostra vita, come il lavoro, diventano spazi in cui vivere questo cammino. La vita in abbondanza e la libertà del pastore Il Vangelo ci ricorda che Gesù è venuto per darci la vita, e una vita in abbondanza. Questa vita non si trova nella chiusura, ma nell’uscita, nel cammino, nella fiducia. Il pastore non è qualcuno che ci sfrutta o ci opprime, ma è profondamente libero e ci rende liberi. Non ci rapina, non ci distrugge, ma ci dona ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la vita piena. Gesù, la porta: il passaggio pasquale Poiché i discepoli faticano a comprendere questa immagine, Gesù la approfondisce dicendo chiaramente: “Io sono la porta”. Questo rivela quanto sia centrale il passaggio attraverso di Lui. Entrare e uscire significa vivere una relazione continua con Cristo. È Lui che ci accoglie, ci fa entrare e ci accompagna fuori. Questa porta non è chiusa né difficile da attraversare: è aperta, accessibile, senza barriere o condizioni complicate. Riconosciamo che tutta la nostra vita cristiana, e in modo particolare esperienze come la prima comunione, sono un passaggio pasquale: un movimento di liberazione, un attraversamento che ci porta dalla chiusura alla vita. Dalle tenebre alla libertà dei figli Siamo invitati a riconoscere anche le nostre situazioni di buio, tristezza e angoscia. Non vengono negate, ma diventano il punto di partenza per uscire. Il Signore ci prende per mano e ci conduce fuori. Questo stesso dinamismo lo vediamo anche nel battesimo: essere introdotti in una condizione nuova, quella di figli di Dio, che è profondamente liberante. È un cammino che riguarda tutti, piccoli e grandi. Una comunità che vive nella libertà Alla fine, riconosciamo la bellezza di appartenere a questo gregge: è bello stare insieme nel recinto, sentire la cura del pastore, vivere la comunione. Ma è altrettanto bello essere inviati, camminare, uscire. Viviamo tutto questo come comunità, come famiglie, come gruppo unito. Ci sentiamo orgogliosi di avere un pastore così: buono, bello, affidabile. Un pastore che non toglie, ma dona; non opprime, ma libera; non distrugge, ma fa vivere.
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Di chi parla? - Omelia giovedì 3a settimana di Pasqua
La domanda dell’eunuco colpisce per la sua semplicità e profondità: "ti prego, di quale persona dice questo il profeta? Di se stesso o di qualcun altro?". L'eunuco è una figura molto particolare: non è ebreo, ma un proselito, uno attratto dalla fede d’Israele, tanto da affrontare un lungo viaggio. È una persona colta e benestante, visto che possiede un rotolo della Scrittura e lo legge durante il viaggio. La sua ricerca è autentica e personale. È immerso nella lettura di un testo difficile e misterioso, tratto da Isaia 53, e ne è profondamente toccato. In quelle parole — il servo condotto al macello, privato di discendenza — forse vede un possibile rispecchiamento della sua stessa vita, segnata dalla sterilità. Ci immedesimiamo in questa inquietudine: anche noi, davanti alla Scrittura, ci sentiamo interrogati e, a volte, incapaci di comprenderne fino in fondo il senso. Parla di me? Di chi? L’incontro guidato da Dio Filippo è guidato dallo Spirito: prima l’angelo lo manda su una strada precisa, quella da Gerusalemme a Gaza, senza troppe spiegazioni, poi lo invita ad accostarsi al carro. Quando finalmente Filippo e l’Eunuco si trovano insieme, nasce un dialogo autentico. L’Eunuco apre il suo cuore attraverso la domanda, e Filippo risponde con disponibilità e competenza. Comprendiamo quanto sia importante questo dinamismo: da una parte il desiderio sincero di capire, dall’altra la presenza di qualcuno capace di accompagnare e illuminare. L’annuncio di Gesù a partire dalla Scrittura Filippo, nel rispondere, non si allontana dalla domanda e dal testo che l’Eunuco sta leggendo, ma parte esattamente da lì. Non propone un discorso generico, ma prende sul serio la domanda e la Scrittura concreta che l’ha generata. E da quel passo annuncia... Gesù come compimento di quelle parole. Il brano di Isaia trova in Gesù la sua piena realizzazione: Egli è il servo sofferente, l’agnello condotto al macello. Ma l’annuncio non si ferma alla passione: è una buona notizia che include la risurrezione e la vita nuova. E questo messaggio riguarda anche l’Eunuco personalmente: non è solo una spiegazione teorica, ma una parola che illumina la sua esistenza e apre una speranza nuova. La risposta dell’Eunuco: il desiderio del battesimo Assistiamo a una trasformazione immediata. L’Eunuco si riconosce dentro quell’annuncio e chiede: cosa gli impedisce di essere battezzato? In questa domanda vediamo una fede nascente, concreta, che desidera compiersi in un gesto. Fermano il carro e Filippo lo battezza. Non ci sono esitazioni, perché la Parola ha già fatto il suo lavoro nel cuore. Ci lasciamo interrogare da questa disponibilità: quanto siamo pronti anche noi a passare dall’ascolto alla decisione? La gioia del cammino e la missione Dopo il battesimo, lo Spirito porta via Filippo, e l’Eunuco non lo vede più. Tuttavia, non rimane smarrito: prosegue il suo cammino pieno di gioia. Comprendiamo che la vera guida ormai è dentro di lui, grazie alla Parola accolta. Non torna indietro, ma riprende la sua strada verso casa, portando con sé il Vangelo. In lui riconosciamo il primo annunciatore in quella terra, come testimone, segno che l’incontro con Cristo genera sempre missione. Nel frattempo, Filippo continua a evangelizzare, passando di città in città fino a Cesarea. L'opera di Dio si diffonde attraverso percorsi diversi, ma sempre guidati dallo Spirito. Una parola per noi oggi Ci sentiamo coinvolti personalmente da questo racconto. Siamo invitati a metterci nei panni dell’Eunuco, con le nostre fatiche, i nostri blocchi, le nostre domande. Anche noi possiamo chiederci: la Scrittura parla di noi, di me? In che modo illumina la mia vita? Riconosciamo che siamo attratti dal Signore, che continua a donarci sé stesso e a offrirci la vita eterna. Questo annuncio non è solo per altri, ma per noi oggi, consapevoli che anche il nostro cammino può diventare, come quello dell’Eunuco, un cammino di gioia.
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La dispersione provoca l'annuncio - Omelia mercoledì 3a settimana di Pasqua
Mi soffermo sul versetto degli Atti degli Apostoli che racconta di coloro che, dispersi, andarono di luogo in luogo annunciando la Parola. Partiamo da una situazione drammatica: la Chiesa di Gerusalemme è colpita da una violenta persecuzione. La morte di Stefano segna un momento tragico, mentre Saulo si impegna attivamente a distruggere la comunità cristiana. In questo contesto, i credenti sono costretti a disperdersi. Questa dispersione, tuttavia, non è semplicemente una fuga o una sconfitta. È una conseguenza della crisi, certo, ma apre a qualcosa di inatteso e nuovo. La diaspora come semina feconda Approfondiamo il significato della dispersione attraverso il termine “diaspora”, che richiama l’immagine del seme sparso. Non si tratta di uno spargimento inutile o sterile, ma di una semina. La crisi non produce chiusura o ripiegamento, bensì genera una nuova fecondità. Coloro che sono dispersi non si fermano né si rinchiudono in se stessi. Al contrario, si mettono in cammino, attraversano luoghi, cercano sicurezza, ma soprattutto portano con sé qualcosa di essenziale: la Parola. La loro dispersione diventa movimento, apertura, dinamismo missionario. L’annuncio nel cuore della crisi Ci soffermiamo sull’importanza del verbo “annunciare”: è un verbo centrale, decisivo. I dispersi evangelizzano, portano una buona notizia proprio mentre vivono una situazione difficile. Nonostante la persecuzione, o forse proprio a causa di essa, nasce un annuncio ancora più autentico. Questa dinamica realizza concretamente ciò che Gesù aveva più volte detto ai suoi discepoli: le difficoltà possono diventare occasione di testimonianza. La fuga non è solo un allontanamento dal pericolo, ma diventa opportunità per comunicare il Vangelo, che in sostanza è l’annuncio della Pasqua: la vita eterna donata da Gesù a chi crede in Lui. Il modello di Stefano e la speranza pasquale Anche Stefano nel momento del martirio guarda il cielo, perdona i suoi persecutori e desidera unirsi al Signore. In lui vediamo incarnata questa speranza pasquale: la morte non ha l’ultima parola, ma è attraversata da uno sguardo di fede e di amore. La Chiesa, quindi, pur essendo “seminata” nella dispersione, diventa ancora più viva: si trasforma in annuncio, in testimonianza, in movimento verso gli altri. Dalla Parola alla gioia: l’esempio di Filippo Il testo degli Atti continua con la discesa di Filippo in Samaria. Egli predica Cristo, e la sua parola è accompagnata da segni concreti. La gente ascolta, accoglie, e il risultato è chiaro: nasce una grande gioia in quella città. Questo ci mostra che l’evangelizzazione non è mai sterile. Dove il Vangelo è annunciato e accolto, lì fiorisce la gioia. È una gioia che coinvolge sia chi annuncia sia chi riceve l’annuncio. La nostra vita come luogo di annuncio A questo punto ci interroghiamo: quali sono, oggi, le nostre “dispersioni”? Possono essere distrazioni, fatiche quotidiane, difficoltà o sofferenze. Eppure, proprio queste situazioni possono diventare occasioni per annunciare una parola buona. Siamo chiamati a riconoscere che, anche nelle crisi, c’è una luce: è Cristo stesso. Egli non ci lascia nella dispersione, ma la trasforma in possibilità di bene, di consolazione e di speranza. Risponde alla nostra fame e alla nostra sete più profonde. Una gioia da condividere con tutti Infine, ricordiamo che il Vangelo è sempre annuncio di gioia. Non siamo chiamati a diffondere tristezza o cattive notizie, perché il mondo ne è già pieno. Siamo invece portatori di una buona notizia, come quella annunciata ai pastori: una grande gioia per tutto il popolo. Anche noi, come loro, siamo invitati a metterci in cammino, a cercare Gesù e a portarlo nei luoghi in cui viviamo. Ringraziamo il Signore per questa occasione: aver ascoltato l’annuncio e poterlo trasmettere nella nostra quotidianità, là dove abitiamo e incontriamo gli altri.
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ABOUT THIS SHOW
Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna
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Andres Bergamini
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