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PODCAST · religion

Il podcast di don Andres Bergamini

Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna

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  1. 468

    Angeli e uomini, partecipi della missione dell'agnello - Omelia SS Arcangeli 29 settembre 2026

    Angeli e uomini chiamati a cooperare alla salvezza La colletta mette in stretta relazione gli angeli e gli uomini nel disegno di salvezza di Dio. La versione precedente parlava di Dio che «chiama gli angeli e gli uomini a cooperare al suo disegno di salvezza», mentre il nuovo Messale sottolinea che Dio, con un «ordine mirabile», affida agli angeli e agli uomini la loro missione. Pur con una formulazione diversa, emerge la stessa intuizione: Dio coinvolge creature celesti e creature umane nella realizzazione del suo progetto. Questa vicinanza tra angeli e uomini diventa particolarmente significativa alla luce delle letture. Non si tratta semplicemente di due realtà separate, ma di due dimensioni che, nella liturgia celeste e nella missione affidata da Dio, possono trovarsi misteriosamente unite. Il Figlio dell’uomo nella visione di Daniele Nella visione del profeta Daniele contempliamo i cieli e le miriadi di esseri che servono il «Vegliardo», cioè Dio. In questo scenario celeste compare poi una figura straordinaria: il «figlio dell’uomo», al quale vengono consegnati il potere, la gloria e il regno. In questa figura si intrecciano misteriosamente la dimensione umana e quella divina. È il «figlio dell’uomo», quindi profondamente legato alla nostra umanità, ma riceve un potere e una gloria che appartengono alla sfera divina. La profezia ci prepara così a riconoscere in Cristo colui che, pur avendo assunto la nostra carne, è il Figlio di Dio e il Salvatore. I martiri insieme agli angeli nella liturgia celeste Anche l’Apocalisse presenta una realtà nella quale uomini e angeli sembrano unirsi attorno all’Agnello. Coloro che stanno vicino a lui sono uomini che hanno attraversato la prova, hanno reso candide le loro vesti nel sangue dell’Agnello e hanno testimoniato con la propria vita. In questo modo i martiri vengono inseriti nella liturgia celeste. La loro testimonianza terrena si unisce alla lode degli angeli. Possiamo quindi comprendere più profondamente come la missione affidata da Dio agli uomini abbia qualcosa di simile alla missione affidata agli angeli: entrambi sono chiamati, secondo modalità diverse, a servire, lodare e testimoniare l’Agnello. La santità e il martirio mostrano che la vita dell’uomo può diventare parte di questa grande liturgia celeste. La testimonianza dei discepoli non rimane confinata alla terra, ma viene misteriosamente associata alla celebrazione della vittoria di Cristo. Natanaele e Filippo davanti al Figlio dell’uomo Anche il Vangelo rende concreta questa dinamica. Natanaele e Filippo si avvicinano al Figlio dell’uomo, lo incontrano, lo conoscono e arrivano a riconoscerlo come il Messia. Natanaele gli dice: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». Il Figlio dell’uomo ha preso la nostra carne ed è venuto a camminare in mezzo agli uomini, fino a Nazaret e nei villaggi nei quali Filippo e Natanaele vivono la loro esperienza di incontro con lui. La loro sequela nasce proprio da questo avvicinamento: imparano progressivamente a riconoscere la divinità di colui che, pur essendo uomo, è Dio e Salvatore. La fede non nasce quindi soltanto da una conoscenza teorica, ma dall'avvicinarsi a Gesù, dallo stare con lui e dal lasciarsi coinvolgere dalla sua presenza. Natanaele e Filippo rappresentano così anche noi: siamo chiamati ad avvicinarci al Signore, a conoscerlo e a riconoscerlo. La vittoria dell’Agnello e la missione dei discepoli Cristo conosce gli uomini che incontra e conosce profondamente ciascuno di noi. È lui, però, che attraverso il suo sangue vincerà e sarà proclamato re di tutto l’universo. La sua vittoria non è una vittoria ottenuta attraverso la forza umana, ma attraverso il dono della propria vita. Tuttavia, proprio perché siamo suoi discepoli, anche noi abbiamo una missione. Natanaele e Filippo non sono soltanto spettatori dell’opera di Gesù: sono chiamati alla sequela, alla lode, al servizio e alla testimonianza. Quello che accade a loro riguarda quindi ogni battezzato. Nell’Apocalisse troviamo infatti una parola di testimonianza che i discepoli possono e devono offrire. La fede ricevuta diventa una testimonianza da vivere concretamente nella propria esistenza. La testimonianza dei martiri di Monte Sole Questa riflessione assume un significato particolarmente forte nel ricordo dell’Eccidio di Monte Sole. Possiamo collegare la testimonianza di quelle persone inermi con quella dei discepoli dell’Agnello. Proprio perché erano persone legate al Signore, hanno dato la vita e sono diventate, nella loro drammatica vicenda, testimoni. La loro testimonianza può essere accostata alla missione degli angeli: una missione di fedeltà, di lotta e di testimonianza. È impressionante pensare che uomini apparentemente deboli e senza strumenti di potere possano essere inseriti nella grande lotta nella quale si manifesta la vittoria dell’Agnello. Il regno di Cristo è già pienamente vittorioso in cielo, ma sulla terra la storia continua a confrontarsi con l’accusatore, con il male e con il diavolo. La lotta non è ancora terminata. Proprio per questo la testimonianza dei credenti assume un valore concreto: attraverso di essa la vittoria di Cristo viene annunciata e resa presente nella storia. La lotta continua, ma Cristo ha già vinto Accanto agli uomini che testimoniano ci sono gli angeli, che ai nostri occhi possono essere meno visibili e meno facilmente riconoscibili. Anch’essi hanno una missione: testimoniare l’Agnello e partecipare alla lotta che conduce alla vittoria definitiva. Il vincitore, però, è già identificato: è Cristo, colui che ha vinto la morte. La lotta della storia non mette quindi in dubbio l'esito finale della salvezza. Noi siamo chiamati a parteciparvi proprio perché la vittoria dell’Agnello diventi sempre più visibile nella nostra vita e nel mondo. Questo ci permette di comprendere che la fede cristiana non consiste soltanto nel guardare ciò che Dio compie, nel celebrarlo e nello sperare nella sua realizzazione futura. Siamo coinvolti direttamente. Il nostro coinvolgimento come battezzati Siamo partecipi di questa missione in quanto battezzati e discepoli del Signore. Abbiamo difetti, fragilità e difficoltà, ma tutto questo non ci esclude dalla missione. Siamo associati a Cristo e resi partecipi della sua lotta e, soprattutto, della sua salvezza. Per questo le parole di Gesù, «Vedrete cose più grandi di queste», diventano una promessa rivolta anche a noi. Siamo contemporaneamente partecipi e spettatori di qualcosa che ci supera: una grazia, un dono che ogni giorno si rinnova. La nostra vita cristiana è dunque un invito non soltanto alla consapevolezza, ma alla partecipazione. Siamo chiamati a tenere lo sguardo rivolto al Signore, al Figlio dell’uomo che è venuto in mezzo a noi, ci chiama come fratelli e discepoli e ci rende partecipi della sua missione. Una grazia che ci rende parte della salvezza Alla fine comprendiamo che la vicinanza tra angeli e uomini non è un semplice particolare liturgico o teologico. Ci rivela qualcosa di essenziale della nostra vocazione. Dio ci coinvolge nel suo disegno di salvezza e ci associa, secondo la nostra condizione, alla missione di testimoniare l’Agnello. Come Natanaele e Filippo, siamo chiamati ad avvicinarci a Gesù, riconoscerlo come Figlio di Dio e Re, seguirlo e servirlo. Come i martiri, siamo chiamati a rendere testimonianza con la nostra vita. Come gli angeli, siamo chiamati alla lode e al servizio. Non siamo quindi semplici spettatori della salvezza. Siamo dentro questa storia, partecipiamo alla missione e alla lotta, sostenuti dalla certezza che Cristo ha già vinto la morte. Ogni giorno riceviamo nuovamente la grazia di guardare a lui, lasciarci coinvolgere e vivere come fratelli e discepoli nel mondo.

  2. 467

    Un Padre che continua a chiamarci - Omelia XXVI domenica TO anno A BVI prefestiva

    Anche la parabola di questa domenica, come quella della domenica precedente, ci mostra con grande chiarezza quanto importiamo a Dio. Il Padre non è indifferente alla nostra vita: gli importa di noi, ci coinvolge, ci fa delle proposte e ci chiede di prendere posizione. Come nella parabola della vigna ascoltata la domenica scorsa, anche oggi il suo invito è semplice e concreto: «Va’ a lavorare nella vigna». La vigna rappresenta la nostra vita e, più profondamente, la proposta di vivere il Vangelo. Dio ci invita a investire la nostra esistenza in qualcosa che vale, a stare con lui, a seguirlo e a entrare in una vita nella quale possiamo portare frutto. Il Padre continua a uscire e a cercare persone: non lascia nessuno fuori, inattivo o abbandonato. La sua chiamata raggiunge ciascuno di noi. I due figli: nessuno è perfetto Di fronte alla richiesta del padre, i due figli reagiscono in maniera diversa, ma nessuno dei due è perfetto. Il primo risponde immediatamente di sì, chiamando il padre «Signore», ma poi non va nella vigna. Il secondo, invece, mette subito le mani avanti: «Non ne ho voglia», quasi a dire che la proposta è troppo pesante o che ha qualcosa di più importante da fare. Eppure, dopo aver detto di no, riflette, cambia idea e alla fine va. È proprio quel «ma poi» a darci speranza. Il suo primo rifiuto non è l’ultima parola. C'è un tempo nel quale il figlio può rimuginare la proposta del padre, pensarci, lasciarla lavorare dentro di sé e arrivare a una decisione diversa. Il Vangelo ci ricorda così che non siamo condannati a rimanere per sempre dentro le nostre prime risposte. Anche noi possiamo riconoscerci in entrambi i figli. A volte diciamo di sì con le parole ma poi non facciamo ciò che abbiamo promesso; altre volte rifiutiamo, ci chiudiamo o pensiamo di non avere voglia, ma successivamente qualcosa cambia dentro di noi e ci rimettiamo in cammino. Il tempo prezioso del pentimento Questo «ma poi» apre la porta al tema della conversione. Il Vangelo è pieno di persone che hanno iniziato dicendo di no e che, dopo aver riflettuto, hanno trovato una strada diversa. Pensiamo al figlio prodigo: aveva chiesto al padre la sua parte di eredità, era partito e aveva sperperato tutto. A un certo punto, però, si è fermato e ha cominciato a pensare: i salariati di mio padre hanno da mangiare, mentre io sono qui. Da questa consapevolezza è nata la decisione di tornare. È prezioso quel tempo nel quale ci rendiamo conto che la vita che stiamo vivendo non è sufficientemente bella e che esiste una proposta diversa. Se mettiamo sempre al primo posto il nostro «io», rischiamo di rimanere con un pugno di mosche. Se invece accettiamo di lasciarci provocare dalla parola di Dio e ci mettiamo sulla strada del cambiamento, possiamo trovare la forza per allontanarci da ciò che ci fa male. Il profeta Isaia ci ricorda proprio questo: il malvagio che riflette sulle proprie colpe, si allontana dal male e si converte vivrà. Il pentimento non è dunque qualcosa che serve a schiacciarci o a condannarci. È sempre orientato alla vita, a una possibilità migliore, alla scoperta di una strada nuova. Quando la parola di Dio ci libera Gesù arriva a dire qualcosa di scandaloso per i suoi ascoltatori: pubblicani e prostitute entrano nel regno di Dio prima di altri. Non perché il loro passato fosse giusto, ma perché hanno saputo accogliere una parola che li chiamava a cambiare. Quando Giovanni Battista ha cominciato ad annunciare il regno di Dio, queste persone hanno riconosciuto nella sua parola una possibilità nuova. Nonostante l'aspetto singolare di Giovanni, vestito di pelle di cammello, nutrito di cavallette e presente nel deserto, hanno percepito autenticità, bellezza e forza nel suo annuncio. Hanno creduto a quella parola e si sono messi in gioco. Questo ci fa pensare alle tante realtà che possono tenerci prigionieri. Non soltanto le dipendenze più evidenti, come l'alcol, le sostanze o altre forme di assuefazione, ma anche la perdita del senso delle nostre giornate, il disimpegno, la pornografia, il tempo sprecato e tutte quelle piccole o grandi abitudini che lentamente rovinano la nostra vita. A volte ci sentiamo talmente legati a queste realtà da pensare di non avere più scelta. Eppure il Vangelo ci dice che una strada diversa esiste. Possiamo avere il coraggio di ascoltare una parola che dà vita e lasciarci chiamare nella vigna. La vigna è un luogo bello, dove impariamo a volerci bene e incontriamo altri fratelli e sorelle, anch'essi peccatori, ma che hanno trovato una strada. Gesù, il Figlio che ci mostra la strada Tra i due figli della parabola nessuno è completamente esemplare. C'è però un Figlio che possiamo guardare come modello: Gesù. Lui è il vero Figlio, quello che ha vissuto pienamente ciò che il Padre gli chiedeva. La seconda lettura ci invita a partire da cose molto semplici: se abbiamo ricevuto qualche consolazione in Cristo, se abbiamo sperimentato il conforto della sua presenza, se abbiamo conosciuto la comunione dello Spirito, l'amore e la compassione, possiamo rendere piena la nostra gioia cercando di avere gli stessi sentimenti di Cristo. Questo è un punto fondamentale: ciò che Gesù ha vissuto non è qualcosa di completamente estraneo alla nostra vita. Anche noi possiamo entrare nel suo modo di vivere. Gesù ha dato tutto, ha spogliato se stesso, si è fatto piccolo e si è fatto obbediente fino all'amore. L'obbedienza come strada della libertà La parola «obbedienza» può farci paura. Siamo tentati di pensare che obbedire significhi non essere liberi, non poter fare ciò che vogliamo, dover rinunciare alla nostra autonomia. Il Vangelo ci propone invece una prospettiva completamente diversa. Obbedire alla parola di Dio, al Vangelo e al Padre significa diventare liberi di trovare la nostra strada. Gesù, pur essendo il Figlio di Dio, ha scelto di farsi piccolo e di consegnare tutto se stesso. La sua obbedienza non lo ha impoverito: ha portato un frutto enorme. Guardando a lui, possiamo dire: «Questo è il mio Signore, voglio fare come ha fatto lui». E proprio così possiamo trovare la nostra strada. È ciò che è accaduto anche ai pubblicani e alle prostitute: hanno incontrato una parola capace di generare una vita nuova e hanno cominciato un cammino. Non avere paura dei nostri «no» Il Vangelo ci invita allora a non avere paura dei nostri pesi e delle nostre disobbedienze quotidiane. Non dobbiamo pensare che il nostro primo «no» abbia l'ultima parola. Possiamo ricominciare. Il Padre ci aspetta e non ha fretta. Possiamo avvicinarci lentamente, assaggiare poco alla volta la bellezza del Vangelo e scoprire progressivamente quanto è buona la strada che ci propone. Non siamo chiamati a diventare perfetti dall'oggi al domani: siamo chiamati a metterci in cammino. Piano piano possiamo appassionarci sempre di più al Vangelo, fino a scoprire che questa è la strada attraverso la quale anche noi possiamo dare la nostra vita. Scoprire la bellezza di essere figli Alla fine comprendiamo che la chiamata del Padre non è semplicemente un ordine da eseguire. È un invito alla vita. «Va’ a lavorare nella vigna» significa: vieni, entra nella mia vita, vivi il Vangelo, cammina con me, investi la tua esistenza in qualcosa che porta frutto. Possiamo avere esitazioni, possiamo dire di no, possiamo sbagliare strada. Ma quel «ma poi» rimane sempre aperto. Possiamo ripensare alle nostre scelte, lasciarci raggiungere dalla Parola, pentirci, cambiare direzione e ricominciare. Ringraziamo allora Gesù perché ci mostra questa strada e ci aiuta a non avere paura delle nostre fragilità. Proviamo a dirgli di sì e a metterci in cammino, senza pretendere di arrivare subito. Lui ci aspetta con pazienza. Così, passo dopo passo, possiamo diventare scopritori della bellezza di essere figli, imparando a vivere non più ripiegati su noi stessi, ma dentro la grande vigna del Padre, insieme agli altri fratelli e sorelle.

  3. 466

    Ricordare il Creatore e vivere la vita come dono - Omelia sabato XXV settimana TO S. Andrea

    La vecchiaia e l'avvicinarsi della morte Il Qohelet ci offre una descrizione molto concreta e realistica della vecchiaia e, ancora più profondamente, dell’avvicinarsi della fine della vita. Lo fa attraverso immagini forti e suggestive: il filo d’argento che si spezza, la lucerna d’oro che si infrange, la carrucola che cade nel pozzo. Quando la carrucola cade, tutto è finito. Attraverso queste immagini comprendiamo la realtà della morte, senza abbellimenti né tentativi di nasconderla. Il Qohelet parla dei giorni in cui viene meno il gusto della vita, le forze diminuiscono, non possiamo più lavorare come prima, la vista si annebbia e l’udito si indebolisce. Anche le azioni più semplici possono diventare fonte di paura: perfino uscire e camminare per strada può suscitare timore. È una descrizione cruda, ma profondamente umana, del nostro invecchiare e del progressivo avvicinarsi alla morte. Di fronte a questo cammino ci chiediamo quale rapporto possiamo avere con la vecchiaia, con la fragilità e con la morte. Il Qohelet ci invita a ricordarci del nostro Creatore fin dalla giovinezza. Dobbiamo conservare la memoria di Colui che ci ha creati e riconoscere che tutto ciò che siamo e tutto ciò che vediamo viene da Lui. Vivere pienamente ogni stagione della vita Ricordarci del Creatore non significa rinunciare alla vita. Al contrario, il Qohelet invita anche a vivere pienamente la giovinezza, a seguire il cuore e i desideri degli occhi, a gustare la vita con forza e con gioia. Siamo chiamati a vivere ciò che ci è stato donato, riconoscendo che dietro ogni realtà c’è l’opera del Signore, Creatore di tutto. Questo atteggiamento non riguarda soltanto i giovani. È una parola che può accompagnare tutte le generazioni e tutte le età della vita. Il Salmo ci ricorda infatti che il Signore è stato per noi un rifugio «di generazione in generazione». In ogni stagione della nostra esistenza possiamo quindi vivere nella memoria del Creatore, sapendo da dove veniamo e verso chi siamo diretti. Ricordarci di Dio significa riconoscere che da Lui siamo venuti e a Lui ritorniamo. Ma la fede cristiana, soprattutto attraverso Gesù, ci permette di comprendere questo cammino in una maniera ancora più profonda. Gesù non si lascia semplicemente morire: dona la sua vita Nel Vangelo vediamo che tutti sono ammirati per ciò che Gesù compie, ma proprio mentre cresce l’ammirazione per Lui, Gesù annuncia ai suoi discepoli una realtà sorprendente: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». La vita di Gesù non viene presentata semplicemente come un’esistenza che, con il passare degli anni, perde progressivamente le proprie forze fino a spegnersi. Gesù vive la propria morte come una consegna. La sua è una vita offerta, donata, spesa per gli altri. Gesù muore giovane, ma la sua morte non è un semplice lasciarsi morire. È un dare la vita. È Lui stesso a dire che nessuno può prendere la sua vita: è Lui che la offre. E proprio perché la offre, la riceverà nuovamente dal Padre. Questa prospettiva cambia anche il nostro modo di guardare alla nostra esistenza. Non siamo semplicemente persone che con il tempo consumano le proprie energie fino alla morte: siamo chiamati a vivere come persone che ricevono la vita e progressivamente imparano a donarla. L'obbedienza di Gesù fino alla morte La liturgia ci conduce poi alla grande pagina della Lettera ai Filippesi, nella quale contempliamo il mistero di Gesù. Egli, pur essendo di natura divina, non considera la sua uguaglianza con Dio come un tesoro da trattenere gelosamente. Al contrario, spoglia se stesso, si umilia e diventa obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. La parola che risuona con particolare forza è proprio «obbediente». Gesù è obbediente al Padre, al Signore, alla vita che ha ricevuto e al disegno di Dio. La sua esistenza è tutta orientata alla volontà del Padre e al dono di sé. Anche per ciascuno di noi esiste un disegno di Dio. Per questo siamo chiamati a vivere la nostra vita non come qualcosa da possedere, ma come un dono da accogliere e da restituire. La vera pienezza non consiste nel trattenere la vita, ma nel consegnarla. Anche quando le forze diminuiscono, la vita rimane un dono Questo vale in ogni stagione della nostra esistenza. Finché abbiamo forza e possibilità, possiamo offrire la nostra vita ai familiari, alle persone che ci sono vicine, alla comunità e al Signore. Possiamo spendere le nostre energie per gli altri e continuare a vivere nella logica del dono. Ma questa offerta non viene meno quando le forze diminuiscono. Anche quando lo slancio si affievolisce, quando non possiamo più fare quello che facevamo prima, quando la vecchiaia porta fragilità e dipendenza, la nostra vita continua ad avere un valore pieno. Anzi, proprio questo progressivo indebolimento può diventare un avvicinarsi all’abbraccio del Signore. Anche quando non possiamo più «fare» molte cose, possiamo ancora consegnare la nostra vita. La nostra esistenza continua a essere una risposta d’amore e un’attesa dell’incontro definitivo con Dio, che sarà per la vita eterna. La morte come sorella In questi giorni il Festival Francescano propone un titolo provocatorio e al tempo stesso profondamente significativo: «sorella morte». San Francesco ci insegna a guardare alla morte non come qualcosa da esorcizzare, da rimuovere o di cui avere soltanto paura. La morte può essere riconosciuta come un incontro. È l’incontro con il Signore verso il quale tutta la nostra vita è orientata. Per questo Francesco la chiama «sorella», proprio come sono sorelle l’acqua, il sole e tutte le altre creature. Questo sguardo non elimina la sofferenza, la paura o la fatica del morire, ma permette di collocarle dentro una relazione più grande: quella con il Signore che ci ha creati, ci accompagna e ci attende. Ringraziare per il dono della vita Possiamo allora ringraziare il Signore anche per la parola del Qohelet. Il suo realismo ci aiuta a non rimuovere la vecchiaia, la fragilità e la morte, ma nello stesso tempo ci ricorda il gusto della vita e la necessità di viverla pienamente. In ogni età possiamo continuare a essere discepoli, continuando a offrire ciò che siamo e ciò che abbiamo. Quando abbiamo energie, le doniamo. Quando le energie diminuiscono, offriamo anche la nostra fragilità. E quando ci avviciniamo alla fine, possiamo vivere questo passaggio come una progressiva consegna nelle mani del Signore. Così impariamo da Gesù che la vita non è semplicemente qualcosa che ci viene tolto alla fine, ma qualcosa che possiamo donare. E proprio nel dono scopriamo che la morte non è l’ultima parola: l’ultima parola appartiene all’abbraccio del Signore e alla vita eterna.

  4. 465

    Né povertà né ricchezza, ma il pane di cui abbiamo bisogno - mercoledi XXV settimana TO mo{o

    Il nostro pezzo di pane: vivere nella giusta misura davanti a Dio Il testo dei Proverbi che ci accompagna in questi giorni ci propone una domanda molto concreta: che cosa chiediamo davvero al Signore? Il versetto dice: «Non darmi né povertà né ricchezza, fammi avere il mio pezzo di pane». È una richiesta semplice, ma profondamente sapiente, perché ci mette davanti ai rischi sia della povertà sia della ricchezza. La povertà, quando diventa indigenza e disperazione, può portarci a pensare di doverci procurare da soli ciò che ci manca. Il proverbio parla del rischio di rubare e di abusare del nome di Dio. Non dobbiamo pensare soltanto al furto materiale di qualcosa preso in un supermercato o del denaro sottratto a qualcuno. Possiamo vivere una sorta di “rapina” anche in altri modi: rubando il tempo degli altri, pretendendo affetto, attenzione o riconoscimento, cercando di prendere qualcosa da chi ci sta accanto perché sentiamo di non avere abbastanza. Ma anche la ricchezza porta con sé un rischio. Quando siamo sazi e possediamo tutto ciò di cui pensiamo di avere bisogno, possiamo arrivare a dire: «Chi è il Signore?». Il problema non è semplicemente avere dei beni, ma arrivare a vivere come se non avessimo più bisogno di nessuno, nemmeno di Dio. Quando siamo autosufficienti, il Signore rischia di non avere più alcun posto concreto nella nostra vita. Per questo il proverbio ci insegna a chiedere una misura diversa: non vogliamo né l'indigenza che ci rende disperati né una ricchezza che ci fa sentire autosufficienti. Chiediamo semplicemente il nostro pezzo di pane, ciò che ci è necessario. Il pane quotidiano come dono sufficiente La richiesta del proverbio richiama immediatamente il Padre Nostro: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Non chiediamo un accumulo infinito, ma il pane che ci serve, il nutrimento sufficiente per affrontare la giornata. Il pane quotidiano è un dono di Dio e ci insegna una vita sobria, nella quale sappiamo riconoscere ciò di cui abbiamo realmente bisogno. È una richiesta che ci libera dall'ansia di possedere sempre di più e, allo stesso tempo, dalla disperazione di chi pensa di non avere abbastanza. Quando chiediamo il nostro pane, chiediamo al Signore ciò che è necessario per vivere la nostra giornata concreta: ciò che ci serve nella nostra famiglia, nelle nostre relazioni, nel rapporto con il datore di lavoro e con i colleghi, nelle situazioni e nelle persone che incontriamo. Il pane quotidiano diventa così anche un'immagine della grazia di Dio che ci viene data proprio per la situazione nella quale ci troviamo. Non si tratta quindi soltanto del pane materiale che compriamo dal panettiere o al supermercato. Nel nostro cuore abbiamo bisogno di un pane più profondo: abbiamo bisogno di ciò che il Signore ci dona per vivere, amare, affrontare le relazioni e attraversare le situazioni concrete della nostra esistenza. Gesù è il vero pane Il simbolo del pane assume poi un significato ancora più grande perché è proprio quello scelto da Gesù per parlare di sé. Egli ci dice di essere il pane vero, il pane venuto dal cielo. Ogni volta che celebriamo l'Eucaristia veniamo davanti al Signore riconoscendo la nostra vera condizione. Non siamo chiamati a considerarci né ricchi né poveri, ma persone che hanno bisogno di Lui. L'Eucaristia ci ricorda che la nostra vita non si regge sulla nostra autosufficienza, ma sul dono che riceviamo da Dio. Venire all'Eucaristia significa quindi riconoscere di avere fame e sete di Dio. È proprio questo bisogno che ci apre alla beatitudine, perché ci permette di riferirci nuovamente a Lui e di riconoscere che la nostra vita dipende dal suo dono. Gli apostoli: hanno ricevuto tutto, ma non devono portare nulla Anche il Vangelo dell'invio dei Dodici segue questa stessa logica. Gesù dà agli apostoli un potere grandissimo: li rende capaci di affrontare i demoni, di guarire le malattie e di annunciare il Regno di Dio. In un certo senso, ricevono tutto ciò che serve per la loro missione. Eppure, proprio mentre ricevono tutto, Gesù chiede loro di non portare nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro. Devono vivere di ciò che verrà loro offerto nelle case nelle quali entreranno. Questa apparente contraddizione è molto importante. Gli apostoli sono “ricchi” del dono ricevuto da Dio, ma devono vivere una grande sobrietà. Non possono trasformare il potere ricevuto in autosufficienza o in dominio sugli altri. Al contrario, devono entrare nelle case degli altri, accogliere ciò che viene loro offerto, ascoltare, condividere e affidarsi. La loro forza non consiste in ciò che possiedono materialmente, ma nel dono di Dio che portano. Proprio per questo devono rimanere poveri, disponibili e dipendenti dagli altri. La giusta misura della nostra vita Anche noi siamo chiamati a vivere su questo crinale: non come persone che si sentono totalmente padrone della propria vita e non come persone schiave di ciò che ci manca. Siamo del Signore, siamo suoi, e dipendiamo da Lui. La fecondità della nostra vita, la bellezza delle nostre giornate e la qualità del nostro volerci bene si giocano proprio sulla capacità di vivere questa giusta misura. Se ci consideriamo troppo padroni, rischiamo di non avere più bisogno di Dio e degli altri. Se invece ci sentiamo completamente privi di ciò che ci serve, rischiamo di vivere nella paura, nella pretesa e nell'ansia di appropriarci di ciò che ci manca. Il Signore ci insegna una terza via: ricevere, condividere, affidarsi. Possiamo avere molto, ma senza diventare padroni assoluti; possiamo avere poco, senza lasciarci dominare dalla paura. Ciò che conta è sapere che siamo suoi e che da Lui riceviamo il pane necessario per ogni giorno. Gesù, il Maestro che si fa povero Gesù stesso ci mostra questa strada. Egli, che è il Figlio di Dio e possiede tutto, ha scelto di farsi povero per arricchire noi. In Lui vediamo pienamente realizzata la logica del Vangelo: non trattenere tutto per sé, ma donarsi. Questa è una grande grazia di cui possiamo ringraziare il Signore. Quando veniamo davanti a Lui, ascoltiamo la sua Parola e celebriamo l'Eucaristia, veniamo nuovamente ricondotti alla giusta misura. Riconosciamo così che non abbiamo bisogno né di una povertà che ci schiaccia né di una ricchezza che ci rende autosufficienti. Abbiamo bisogno del nostro pane, del pane che viene da Dio, del pane sufficiente per oggi. E soprattutto abbiamo bisogno di Lui, che è il vero Pane della nostra vita.

  5. 464

    Dalla presunzione di guidarci da soli alla conversione - Martedì XXV settimana TO 22 settembre 206

    Quando la nostra strada ci sembra sempre giusta Partiamo dalle parole del Libro dei Proverbi: «Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta, ma chi scruta i cuori è il Signore». Ci soffermiamo su questo versetto perché descrive qualcosa che appartiene profondamente alla nostra esperienza. Spesso il nostro cammino, le nostre scelte e il nostro modo di agire ci sembrano giusti. Ci guardiamo e pensiamo di aver fatto il bene, oppure, quando nasce qualche problema, troviamo facilmente delle spiegazioni: c’erano determinate circostanze, era necessario comportarsi in quel modo, non avevamo alternative. Siamo molto abili nel trovare motivazioni che ci permettono di convincerci di aver agito bene. E questo non significa necessariamente che non facciamo il bene: spesso davvero lo facciamo. Il problema riguarda soprattutto l’atteggiamento del nostro cuore, perché rischiamo continuamente di autogiustificarci. Il limite del nostro sguardo Il proverbio ci fa notare che sono i nostri stessi occhi a giudicare la nostra strada. Siamo quindi inevitabilmente di parte. Ci manca quella distanza necessaria per poter guardare con maggiore libertà e verità ciò che facciamo. Abbiamo bisogno di uno sguardo diverso dal nostro. Anche recentemente abbiamo riflettuto sul tema dell’occhio: se il nostro occhio è cattivo, chi ci garantisce che il nostro modo di vedere sia davvero buono? Chi ci assicura che guardiamo rettamente e che non abbiamo, nei confronti degli altri e soprattutto nei confronti di noi stessi, delle «pagliuzze» che ci impediscono di vedere con chiarezza? Per il momento possiamo lasciare da parte il modo in cui guardiamo e giudichiamo gli altri e concentrarci sul nostro autogiudizio. Quando giudichiamo noi stessi, spesso siamo molto indulgenti: il nostro giudizio tende facilmente ad assolverci. Ci costruiamo le motivazioni, ci diamo le spiegazioni e, alla fine, arriviamo persino a pronunciare da soli la nostra assoluzione. Il Signore scruta e pesa il cuore Il proverbio, però, introduce una prospettiva completamente diversa: «Ma chi scruta i cuori è il Signore». È il Signore colui che scruta veramente, che – secondo il senso letterale del testo – «pesa» il cuore, cioè fa discernimento. Dio non si ferma all’apparenza e all’esteriorità delle nostre azioni. Egli guarda ciò che c’è nel cuore, perché è dal cuore che, come ci insegna Gesù, nascono i pensieri, le intenzioni e anche i pensieri cattivi. Ma proprio nel cuore abitano anche il bene, i desideri autentici, le intenzioni profonde e tutto ciò che di buono possiamo portare. Per questo è così bello sapere che il Signore ci scruta e ci conosce veramente. Come dice il Salmo: «Signore, tu mi scruti e mi conosci». Il suo sguardo non è quello di chi cerca semplicemente una colpa da individuare, ma è uno sguardo di misericordia e di amore, lo sguardo di un Padre verso il figlio. Il problema, allora, non è tanto essere guardati da Dio, quanto accettare il suo sguardo. Abbiamo bisogno di metterci davanti a Lui e di lasciarci illuminare dalla sua misericordia, invece di continuare a vivere sotto il nostro sguardo autoreferenziale. Lasciarci guidare dalla Parola Come possiamo metterci davvero sotto lo sguardo del Signore? Il Salmo 118 ci offre una risposta molto concreta: «Guidami, Signore, sul sentiero dei tuoi comandi». Qui cambia completamente la prospettiva. Non siamo più noi a stabilire che tutte le nostre strade sono diritte. La domanda diventa: qual è la strada sulla quale Tu, Signore, vuoi condurci? Il Salmo continua chiedendo: «Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie» e «Dammi intelligenza perché io custodisca la tua legge». Ci mettiamo sotto lo sguardo misericordioso di Dio quando permettiamo alla sua Parola di illuminare il nostro cammino e quando accettiamo che siano i suoi comandamenti a orientare la nostra vita. La Bibbia ritorna continuamente su questa immagine: la via di Dio è la via diritta. La Parola del Signore illumina il cuore e ci permette di vedere ciò che da soli non riusciamo a riconoscere. Dalla presunzione di guidarci da soli alla conversione Se ci affidiamo soltanto al nostro sguardo, le nostre vie ci sembreranno sempre giuste. Ma la domanda decisiva è: dove ci stanno portando? E soprattutto: come possiamo convertirci? Possiamo pensare anche al sacramento della riconciliazione. A volte diciamo: «Non mi confesso, tanto chiedo perdono così». In questo modo rischiamo di fare tutto da soli: ci esaminiamo, ci giudichiamo, ci assolviamo e ci diamo persino la soluzione. Siamo bravissimi ad autoguidarci. Ma il Signore vuole qualcosa di diverso: vuole guidarci Lui. Ha qualcosa da dirci e la sua Parola, quando la accogliamo davvero, scruta il nostro cuore. Non serve semplicemente a dirci ciò che dobbiamo fare, ma ci conduce verso ciò che è veramente bene per noi: verso la vita, la fecondità, la possibilità di portare frutto e di donare noi stessi. Ascoltare la Parola e diventare famiglia di Gesù Questa prospettiva illumina anche il Vangelo del giorno. Gesù guarda la gente intorno a sé e dice: «Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». Non si tratta soltanto di obbedire meccanicamente, come dei soldatini che eseguono un ordine dopo l’altro: «Mi dice questo, lo faccio; mi dice quest’altro, lo faccio». Certamente anche questo sarebbe già un passo importante, ma Gesù ci propone qualcosa di molto più profondo. Chi ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica entra con Lui in una relazione di fraternità e di figliolanza. Gesù dice che quella persona è suo fratello, sua sorella, sua madre. La fedeltà alla Parola non è quindi semplice esecuzione di comandi: è una relazione d’amore, una fiducia, una disponibilità a lasciarci prendere per mano dal Signore. Quando ascoltiamo la sua Parola e la viviamo, permettiamo a Dio di condurre davvero la nostra vita. Metterci sotto lo sguardo di Dio Alla fine, siamo invitati a ringraziare il Signore per il dono della sua Parola. Essa ci aiuta a distogliere lo sguardo da noi stessi e dalla nostra pretesa di avere sempre ragione. Possiamo lasciare un po’ da parte il nostro sguardo, che facilmente ci autoassolve e ci convince che le nostre vie siano sempre diritte, per metterci davvero sotto lo sguardo del Signore. È il suo sguardo che conosce il cuore, che discerne, che illumina e che, soprattutto, guarda con misericordia. Lasciarci guardare da Dio significa allora accettare di convertirci, di lasciarci guidare dalla sua Parola e di imparare a camminare non semplicemente sulla strada che noi riteniamo giusta, ma sulla strada che Lui ci indica. È lì che possiamo trovare la vera vita, la fecondità e la capacità di portare frutto.

  6. 463

    La misericordia che ci chiama e l’unità che ci attende - San Matteo e fetale di Anna 21 settembre 2026 S. Andrea

    La chiamata di Gesù: una relazione che ci raggiunge Abbiamo scelto le letture della festa di San Matteo perché ci sembrano esprimere bene l’essenza della vita cristiana e, nello stesso tempo, offrirci una luce per accompagnare Anna nel suo passaggio al Padre. Il Vangelo ci presenta innanzitutto la chiamata di Matteo: Gesù lo vede seduto al banco delle imposte e gli dice semplicemente: «Seguimi». Matteo si alza e lo segue. In questa scena riconosciamo il modo con cui il Signore si avvicina a ciascuno di noi. La sua chiamata non è innanzitutto un insegnamento o la trasmissione di una dottrina, ma una relazione. Gesù ci vede, ci raggiunge nella situazione concreta in cui ci troviamo e ci invita a seguirlo. La risposta di Matteo è immediata e diventa l’inizio di una vita nuova, vissuta nella relazione con il Signore. Una tavola che non esclude nessuno Subito dopo la chiamata, Matteo prepara una tavola e invita i suoi amici. Molti pubblicani e peccatori si mettono a tavola con Gesù. Comprendiamo così che l’amicizia con il Signore non è mai qualcosa che esclude gli altri: al contrario, è un’amicizia che convoca, che raduna e apre uno spazio di comunione. Quella tavola possiamo riconoscerla anche nella lunga vita di Anna: una vita fatta di relazioni, di familiari, di figli, di nipoti, di persone care e di tanti legami costruiti nel tempo. Possiamo immaginare quanto i suoi familiari abbiano potuto gustare quella tavola, quell’amicizia e quell’amore fatto anche di cose semplici. La cordialità, la vicinanza e l’affetto vissuti nella quotidianità diventano così una manifestazione concreta di ciò per cui Gesù ci chiama. Il Signore ci raggiunge nelle grandi chiamate della vita, ma anche quando ci trova dentro situazioni difficili, nelle nostre fughe e nei nostri allontanamenti, oppure quando siamo attraversati da dolori profondi. E il motivo per cui viene a cercarci è sempre lo stesso: la misericordia. La misericordia: il nome più profondo dell’amore di Dio Gesù non viene per giudicare, ma per amare. «Misericordia io voglio»: questa è la caratteristica fondamentale del Signore. La misericordia è l’amore che perdona, accoglie, protegge, illumina, prende per mano e consola. Possiamo dire che questo amore misericordioso è il nome più profondo del Signore. Ed è proprio questo amore che riconosciamo nelle relazioni più belle della nostra vita. Per questo possiamo riconoscerlo anche nella vita di Anna: la misericordia, vissuta attraverso l’amore, la semplicità, la dedizione e la cura delle relazioni, è stata un tratto significativo della sua esistenza. La sua vita ci ha mostrato qualcosa di quel volto di Dio che ora siamo chiamati a contemplare pienamente. Quello che abbiamo potuto intravedere attraverso il suo modo di amare diventa ora, per lei, realtà piena nell’incontro con il Padre. Molti carismi, un’unica chiamata all’unità Anche la Lettera di Paolo agli Efesini ci offre una chiave importante. Paolo parla di molti carismi e di molte persone chiamate a svolgere compiti diversi: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ognuno riceve un dono e un compito particolare, ma alla fine il compito è uno solo: vivere nell’unità la chiamata del Signore. Abbiamo infatti «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti». La diversità dei servizi e dei carismi non deve quindi produrre divisione, ma contribuire alla costruzione di un’unica comunione. Questo ci aiuta a comprendere anche la nostra responsabilità. Il ministero, il carisma e il servizio che il Signore affida a ciascuno di noi hanno come scopo quello di edificare il corpo di Cristo. Siamo chiamati a vivere la nostra vita donata non semplicemente per noi stessi, ma per costruire quell’unità nella quale tutti possiamo riconoscerci fratelli sotto l’unico Padre. Ricomporre l’unità nelle nostre relazioni Questa chiamata all’unità diventa particolarmente concreta nelle relazioni familiari. Sappiamo che anche le famiglie possono essere attraversate da difficoltà, incomprensioni, lutti e separazioni. Proprio per questo comprendiamo quanto sia preziosa l’unità: quando una relazione si spezza o viene ferita, il nostro cuore soffre. Il compito che il Signore affida a ciascuno di noi può allora essere letto come un servizio alla comunione: ricomporre ciò che è ferito, riavvicinare, perdonare, riabbracciare, contribuire a ricostruire l’unità. Tutto questo lo facciamo sotto l’unico Padre, che ci permette di riconoscerci tutti fratelli. I diversi ministeri di cui parla Paolo hanno proprio questa finalità: preparare i fratelli al loro servizio e contribuire all’edificazione del corpo di Cristo, fino a raggiungere la pienezza della vita in Cristo, la «misura della pienezza di Cristo». Anna entra nella pienezza della vita Oggi possiamo riconoscere che Anna vive proprio questo momento di pienezza. Il suo passaggio è il suo andare al Padre, il suo entrare nella contemplazione del volto del Signore nella vita eterna. Là può finalmente vivere pienamente quell’unità e quella pace verso cui noi siamo ancora in cammino. Quella pienezza è profonda gioia e luce. Per noi che rimaniamo qui, questo diventa anche una responsabilità e, nello stesso tempo, un’intercessione. Anna, che ora vive nella pienezza dell’unità con il Signore, continua a essere legata a noi nella comunione e diventa per noi motivo di preghiera e di speranza. Noi dobbiamo continuare il cammino, aiutandoci reciprocamente attraverso i diversi doni e servizi che il Signore ci affida. Lo facciamo con umiltà, dolcezza e magnanimità, imparando a sopportarci e a sostenerci a vicenda. È così che, passo dopo passo, possiamo camminare verso quella stessa unità che Anna ora vive pienamente. La gratitudine per una vita che ci ha mostrato l’eterno Siamo chiamati a vivere questo momento non soltanto nel dolore della separazione, ma anche nella gratitudine. Persone come Anna ci hanno testimoniato già nella vita quotidiana qualcosa del dono eterno che ci attende. Attraverso il suo amore, la sua semplicità e la sua dedizione, Anna ci ha mostrato concretamente una vita orientata alla comunione. La sua esistenza ci ricorda che ciò che attendiamo nell’eternità può essere già seminato qui: nei legami, nella cura reciproca, nella misericordia, nel perdono e nella capacità di costruire unità. Per questo oggi la ringraziamo. Preghiamo per lei e, nello stesso tempo, affidiamo noi stessi alla sua testimonianza. La offriamo insieme al sacrificio di Cristo su questo altare, certi che il cammino della vita cristiana conduce verso quella comunione piena nella quale finalmente ogni divisione viene ricomposta e possiamo vivere nella luce e nella pace del Padre.

  7. 462

    Non siamo una classifica: siamo una famiglia - Omelia XXV domenica TO anno A BVI

    La logica sorprendente della bontà di Dio Isaia ci invita a cercare il Signore mentre si fa trovare, ma scopriamo che, in realtà, è Dio stesso a cercarci. È lui che continuamente viene verso di noi perché possiamo tornare a lui, convertirci dalla nostra iniquità e dalla nostra impietà. La ragione è semplice e insieme sconvolgente: Dio perdona largamente. Qui emerge una grande differenza tra i nostri pensieri e quelli di Dio. Noi spesso siamo portati a giudicare, a misurare, a stabilire colpe e meriti; Dio, invece, guarda anzitutto alla possibilità di ricominciare e offre il suo perdono. Questa prospettiva prepara bene alla parabola degli operai chiamati nella vigna. Gesù ci spiazza perché il comportamento del padrone non corrisponde alle nostre categorie di lavoro, salario, regole e orari. Se proviamo a incasellarlo secondo la nostra logica, non riusciamo a comprenderlo: la sua logica è radicalmente diversa dalla nostra. Un padrone che continua a uscire e a cercare Il padrone della vigna esce per ben cinque volte durante la giornata alla ricerca di lavoratori. È quasi sorprendente: non sembra avere un piano organizzativo preciso, non sappiamo neppure esattamente che cosa debbano fare gli operai nella vigna. E soprattutto non ragiona secondo una logica strettamente proporzionale alle ore lavorate. Non cerca soltanto un certo numero di operai all'inizio della giornata e poi si ferma. Continua a uscire, continuamente, fino all'ultima ora. Non esiste per lui una sorta di “posto fisso” nella vigna: ogni giorno la chiamata ricomincia e ciascuno deve nuovamente lasciarsi coinvolgere. La sua attenzione appare particolarmente rivolta agli ultimi, a quelli che sono rimasti fuori, a coloro che per qualche motivo nessuno ha chiamato. La caratteristica fondamentale del padrone è dunque la sua bontà. È buono e, nello stesso tempo, giusto: non fa torto a nessuno, neppure a coloro con i quali aveva concordato inizialmente il salario. Ma la sua bontà va oltre la semplice giustizia. È una bontà che lo spinge a non smettere mai di cercare. A ogni ora torna a cercare persone perché possano entrare nella sua vigna. Il problema siamo noi: il confronto con gli altri La parabola ci porta inevitabilmente a chiederci dove ci collochiamo noi. Siamo tra i primi chiamati oppure tra gli ultimi? Come ci trova il Signore? Siamo già nella vigna oppure siamo ancora fuori, “oziosi”, come dice il testo? Ma soprattutto Gesù ci chiede di guardare al nostro sguardo sugli altri. Il padrone decide di cominciare il pagamento proprio dagli ultimi. Apparentemente potrebbe sembrare quasi una provocazione. Se avesse cominciato dai primi, probabilmente questi avrebbero preso il loro denaro e se ne sarebbero andati senza protestare. Invece il padrone vuole che tutti vedano ciò che sta accadendo: a tutti offre il massimo. Ed è proprio questo che mette in crisi la nostra mentalità. Noi siamo spontaneamente portati al confronto, al conteggio, alla valutazione del merito. Misuriamo quanto abbiamo fatto noi e quanto hanno fatto gli altri, quanta fatica abbiamo sopportato e quanta ne hanno sopportata gli altri. Questa logica entra nelle famiglie: “quanto faccio io e quanto fai tu?”, nei rapporti con i figli, attraverso piccoli ricatti e confronti, ma anche nei rapporti di lavoro e nelle collaborazioni, persino quando prestiamo un servizio gratuito in parrocchia. Ci accorgiamo che guardare ciò che fanno gli altri e confrontarlo con ciò che facciamo noi è una tentazione costante. Ci riconosciamo dentro questa dinamica e comprendiamo che anche noi dobbiamo imparare a mettere da parte una mentalità fondata esclusivamente sulla meritocrazia. Non una classifica, ma un abbraccio per tutti La logica di Gesù diventa ancora più chiara nei passi evangelici che seguono la parabola. Pensiamo alla madre dei figli di Zebedeo, che chiede per i suoi due figli i posti più importanti, alla destra e alla sinistra di Gesù. È una madre che desidera il bene dei suoi figli e, proprio per questo, vorrebbe vederli davanti agli altri. Gesù però capovolge questa mentalità: “tra voi non sia così”. Nella comunità cristiana non deve prevalere la logica di chi vuole spadroneggiare o occupare i primi posti. Chi vuole essere grande deve mettersi al servizio. La croce rende visibile fino in fondo questa logica. Gesù non muore per una parte dell'umanità, né costruisce una classifica tra coloro che meritano di più e coloro che meritano di meno. Le sue braccia aperte sulla croce sono un grande abbraccio rivolto a tutti. Pensiamo anche al ladrone che, proprio all'ultima ora della sua vita, si rivolge a Gesù: “Signore, ricordati di me”. Anche lui viene accolto. Anche lui entra, all'ultimo momento, nella promessa della salvezza. Il dono più grande, Gesù stesso, è per tutti. Il Signore ci vuole tutti, indipendentemente dalle nostre capacità, dai nostri meriti e dall'ora in cui siamo arrivati nella vigna. Un dono che supera anche le categorie religiose La bontà di Dio scardina anche le nostre categorie religiose. Questa consapevolezza diventa particolarmente importante quando incontriamo persone diverse da noi. Pensiamo alla scuola e ai ragazzi: nelle classi ci sono persone di ogni tipo, provenienza, sensibilità e religione. Dobbiamo imparare a riconoscere che il dono di Dio è offerto a tutti. Anche quando la fede appare fragile o lontana, può esistere uno spazio autentico di dialogo, di incontro e di crescita insieme. Tutto può partire da quell'unico, grandissimo e infinito dono che è Gesù Cristo, offerto a tutti. Per il padrone della vigna ciò che conta è che noi accettiamo l'invito a entrare. Non dobbiamo preoccuparci continuamente di stabilire chi è arrivato prima o chi ha lavorato di più. Ci è chiesto soprattutto di essere contenti di esserci, di accogliere la chiamata e di vivere con gioia la nostra presenza nella vigna. Paolo: vivere è Cristo e lavorare con frutto In questo senso comprendiamo anche le parole di Paolo nella Lettera ai Filippesi. Paolo si trova davanti a una situazione difficile e sa che, se morisse, sarebbe con Cristo: “morire è un guadagno”. La ricompensa, dunque, la conosce già. Eppure sceglie di rimanere ancora. Se continua a vivere, può “lavorare con frutto” in mezzo alle persone che ama. Non vive il suo servizio come una fatica da conteggiare in vista di una ricompensa futura. La ricompensa è già Cristo. Paolo ama stare con le persone, condividere la vita, accompagnarle nel cammino del Vangelo. Pensiamo alla comunità di Filippi e a Lidia, la donna incontrata presso il fiume. Quei cristiani forse non comprendevano tutto ciò che Paolo annunciava, ma camminavano nel Vangelo. Ed è proprio questo che rendeva bello per Paolo continuare a vivere e lavorare con loro. La sua gioia non consiste soltanto nel conoscere Cristo con la mente, ma nel condividere la vita, raccontare ciò che ha visto, accompagnare altri e camminare insieme. Cristo è glorificato nella nostra vita concreta Paolo arriva così a una delle sue espressioni più belle: Cristo sarà glorificato nel suo corpo, sia che egli viva sia che muoia. La ricompensa non è semplicemente qualcosa che riceveremo alla fine. È già il fatto che, attraverso la nostra vita concreta, possiamo glorificare Cristo. E questo vale per tutti noi: giovani e anziani, persone capaci e persone fragili, ciascuno con la propria storia e la propria “carnalità”, con la propria vita quotidiana. Semplicemente perché siamo nella vigna del Signore e viviamo la relazione con lui, possiamo glorificarlo. Per questo possiamo già ringraziare Dio. La ricompensa comincia qui, nella gioia quotidiana di essere chiamati. Ogni giorno una nuova chiamata Non siamo mai semplicemente “assunti” una volta per tutte. Ogni giorno dobbiamo ritrovare la gioia di essere chiamati a lavorare per il Signore. Il nostro lavoro nella vigna assomiglia a quello del Figlio: è un'offerta della nostra vita. Non siamo chiamati a controllare continuamente gli orari, a calcolare quanto abbiamo dato o quanto ci spetta. È come accade con le persone che amiamo: quando siamo con loro, non stiamo a misurare il tempo trascorso insieme. Ci basta esserci. Questa è la logica del Padre: un Padre straordinario che non smette mai di uscire, cercare, chiamare e offrire una possibilità. Per questo, in questa domenica, possiamo semplicemente rallegrarci e ringraziarlo: siamo stati cercati, siamo stati chiamati, siamo nella sua vigna e il dono della sua bontà è già la nostra ricompensa.

  8. 461

    Desiderare i doni del Signore - mercoledi XXIV settimana TO 16 settembre 2025

    Il discorso di Paolo sui carismi raggiunge oggi un punto culminante con un invito molto bello e impegnativo: desideriamo intensamente i carismi più grandi. Il verbo utilizzato richiama lo zelo, il desiderio profondo, la cura e l’aspirazione verso questi doni. Ci chiediamo innanzitutto che cosa siano i carismi. Sono doni che vengono dal Signore, non qualcosa che possiamo procurarci da soli o acquistare. Dio li distribuisce gratuitamente e li affida alle persone perché possano essere messi a servizio della comunità. Essi possono riguardare ruoli e relazioni diverse: la vicinanza agli altri, l’insegnamento, la profezia, il dono delle guarigioni e molti altri servizi. Anche noi siamo invitati a desiderarli e a chiederli al Signore. La nostra vita, che può sembrarci pallida, semplice o insignificante, attraverso i suoi doni può diventare più bella, colorata, intensa e capace di prendersi cura degli altri. La via più sublime Paolo, però, dopo averci invitato a desiderare i carismi, ci mostra “la via più sublime”. Il dono più grande è la carità, l’amore. Tutti gli altri carismi, per quanto straordinari, perdono il loro significato se non sono accompagnati dall’amore. Possiamo parlare le lingue degli uomini e degli angeli, ma senza la carità diventiamo come un bronzo che rimbomba. Possiamo conoscere tutti i misteri, possedere una grande conoscenza e avere una fede capace di spostare le montagne, ma senza l’amore non siamo nulla. I carismi, da soli, non bastano: ciò che dà loro valore è il modo in cui li viviamo. Per questo comprendiamo che l’amore non è semplicemente un carisma tra gli altri, ma è la strada che dobbiamo percorrere dentro ogni carisma e dentro ogni attività. È l’ingrediente che deve entrare in ogni impresa, in ogni servizio e in ogni relazione. Mettere amore in ciò che facciamo La Parola ci porta allora a interrogarci concretamente: mettiamo davvero amore in quello che facciamo? Nel nostro servizio, nel nostro voler bene alle persone che ci sono vicine, c’è l’amore oppure soltanto il rispetto e la correttezza? Possiamo ascoltare qualcuno, svolgere bene un compito, essere presenti e rispettosi, ma rimanere interiormente indifferenti. Come nelle immagini evangeliche dei bambini che suonano il flauto o intonano un lamento senza suscitare alcuna reazione, anche noi possiamo compiere tante cose senza lasciarci coinvolgere veramente. Anche le nostre giornate più belle e i nostri servizi più importanti hanno bisogno dell’amore. Possiamo vivere una giornata significativa, ascoltare il vescovo che ci parla della lettera pastorale, incontrare il cardinale Pizzaballa e ascoltare la sua testimonianza sulla realtà di Gerusalemme, condividere un momento a tavola: in tutte queste occasioni possiamo chiederci se abbiamo messo dentro l’amore del Signore, non semplicemente una buona educazione o un rispetto formale. Anche la nostra vita ordinaria è chiamata all’amore Questa domanda riguarda ogni vocazione e ogni condizione di vita. Possiamo essere madri, mogli, padri, nonni oppure vivere una vita semplice e ordinaria: in ogni situazione possiamo chiederci quanto amore mettiamo in ciò che facciamo. Anche chi svolge un servizio nella Chiesa deve lasciarsi interrogare. Nel ricordo dei nove anni dall’ordinazione sacerdotale ci chiediamo se nel nostro servizio, nel nostro essere parroci e nel prenderci cura delle persone ci sia davvero l’amore. Perché anche un servizio ecclesiale importante, se vissuto senza carità, rischia di ridursi a qualcosa che semplicemente risuona senza portare vita. Paolo ci aiuta invece a scoprire quanto bene produce la carità e quante qualità può generare quando la lasciamo entrare nelle nostre relazioni e nelle nostre attività. È davvero la strada più grande e più sublime. Un amore che non finisce C’è poi una caratteristica decisiva della carità: non avrà mai fine. L’amore non è qualcosa che viviamo per un periodo e poi consideriamo concluso. Non possiamo dire: “Gli ho voluto bene per un po’, ci ho messo amore in questa cosa, adesso è finita”. La carità rimane. Tutto il resto passerà, mentre l’amore è destinato a rimanere. Fede, speranza e carità hanno una dimensione che va oltre il tempo, ma la carità manifesta in modo particolare ciò che non viene meno. Per questo comprendiamo che la strada dell’amore non è soltanto una modalità migliore per vivere il presente: è ciò che rimane e che dà alla nostra vita un significato che non si consuma. Gesù: il carisma vissuto con amore Guardiamo allora a Gesù, che ci ha mostrato concretamente quanto fosse importante questa strada. Il suo modo di stare con le persone, anche a tavola, poteva essere frainteso: veniva considerato un mangione e un beone. In realtà, proprio attraverso quei momenti di convivialità, Gesù si faceva vicino alle persone, anche ai peccatori. Coloro che incontravano Gesù si sentivano amati e importanti. Egli viveva il suo ruolo di maestro e di Messia senza bastonare le persone e senza limitarsi a fare prediche. Il suo insegnamento era accompagnato dalla vicinanza e dalla carità. È questo che siamo chiamati a imparare: non basta fare qualcosa di giusto; dobbiamo farlo con amore. Non basta avere un dono; dobbiamo usarlo lasciando che attraverso di esso passi l’amore del Signore. L’amore ricevuto dalla croce Alla fine riconosciamo che questo amore non nasce semplicemente dalle nostre capacità o dai nostri sentimenti. Il Signore ce lo ha donato in abbondanza, soprattutto dalla croce. È il suo Spirito, lo Spirito d’amore, una realtà divina che Dio mette dentro di noi. Non si tratta soltanto di simpatia, amicizia o benevolenza. È l’Amore con la A maiuscola, un amore che supera le nostre misure e che viene da Dio. Possiamo allora riconoscere anche le occasioni in cui abbiamo sprecato questo dono, oppure non gli abbiamo dato la considerazione che meritava. Ma proprio per questo oggi siamo invitati a rinnovare il nostro desiderio: desideriamo intensamente i carismi più grandi e, soprattutto, chiediamo il dono della carità. È questo amore che dà significato a tutto ciò che siamo, a tutto ciò che facciamo e a tutta la nostra vita.

  9. 460

    Il perdono comincia quando alziamo lo sguardo - Omelia XXIV domenica TO anno 13 settembre 2026 BVI

    La domanda di Pietro e la difficoltà del perdono Partiamo dalla domanda di Pietro: «Quante volte dovrò perdonare a mio fratello che pecca contro di me?». Questa domanda si collega al Vangelo della domenica precedente, nel quale eravamo invitati a fare tutto il possibile per guadagnare il fratello che aveva commesso una colpa contro di noi: parlargli, cercare il dialogo e coinvolgere, se necessario, anche la comunità. Anche la Lettera ai Romani ci aveva ricordato di non avere alcun debito con nessuno, se non quello dell'amore reciproco. Eravamo quindi chiamati a custodire la vita del fratello e le nostre relazioni, perché nessuno si perda. Proprio davanti a questa prospettiva Pietro avverte una difficoltà concreta. Possiamo parlare della bellezza della famiglia, della comunità e dello stare insieme, ma quando arriva il momento del perdono scopriamo quanto sia difficile. Pietro sembra dire al Signore: «Va bene, ma dammi almeno un limite». E propone: sette volte? Anche noi ci riconosciamo in lui. Quando qualcuno ci ha fatto veramente del male, ci chiediamo dove trovare la forza per perdonare, e soprattutto per farlo continuamente. Gesù risponde: settanta volte sette, cioè sempre. Il perdono non ha un limite. Il rancore e l'ira che crescono nel cuore Il Siracide ci aiuta a riconoscere ciò che accade dentro di noi quando subiamo un'offesa o un'ingiustizia. Queste esperienze non ci lasciano indifferenti. Possono crescere nel nostro cuore il rancore e l'ira, fino a trasformarsi in odio. Quando non riusciamo a perdonare, spesso continuiamo a ripensare a ciò che è accaduto. Immaginiamo una risposta, una vendetta o un giudizio. Vorremmo far capire all'altro quanto ha sbagliato. Il Siracide ci ricorda che siamo fragili, siamo «carne», e portiamo dentro di noi queste reazioni. Non dobbiamo necessariamente sentirci in colpa perché proviamo dolore o ira, ma non possiamo lasciare che il rancore e l'odio prendano possesso della nostra vita. Quando questo accade, infatti, non siamo più in pace e rimaniamo prigionieri della ferita ricevuta. La forza del perdono va chiesta Il primo rimedio che ci viene indicato è bellissimo: «Perdona l'offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati». Comprendiamo così che il perdono non è semplicemente uno sforzo che possiamo compiere da soli. La forza per perdonare non sempre la troviamo dentro di noi: dobbiamo chiederla, implorarla e riceverla. Abbiamo bisogno della preghiera e dell'aiuto del Signore. Perdonare non significa negare il dolore o fingere che non sia successo nulla, ma chiedere a Dio di entrare nella nostra ferita e di impedirci di trasformarla in rancore, odio e desiderio di vendetta. Alzare lo sguardo Il Siracide ci offre poi una seconda indicazione: ricordati della fine, ricordati della morte. Questo invito ci chiede di rimettere ogni cosa nella giusta prospettiva. Quando una vicenda ci ferisce, rischiamo di guardare soltanto quella. Può essere un dolore nella nostra famiglia, nel rapporto con nostra moglie, nostro marito, un figlio o una persona vicina. Quella ferita occupa tutto il nostro sguardo. La Parola di Dio ci invita invece ad allargare l'orizzonte. Quella vicenda può essere realmente dolorosa, ma dobbiamo considerarla all'interno di tutta la nostra vita. Che peso ha rispetto all'intera storia che abbiamo ricevuto? Per questo il Siracide ci invita a ricordarci dei comandamenti e dell'alleanza con Dio. Dobbiamo sollevare lo sguardo dalla singola ferita e guardare l'insieme della nostra vita e tutto ciò che abbiamo ricevuto. I diecimila talenti e i cento denari La parabola di Gesù ci mostra questa prospettiva attraverso una sproporzione enorme. Un servo riceve il condono di un debito immenso: diecimila talenti. Subito dopo, però, non riesce a condonare al proprio fratello un debito piccolissimo in confronto: cento denari. Diecimila talenti rappresentano una cifra volutamente spropositata, praticamente impossibile da restituire. Per comprendere la grandezza di questa immagine, basti pensare che le tasse raccolte in tutta la Palestina in quel tempo erano molto inferiori. Gesù vuole farci comprendere l'enormità del debito che è stato condonato. Il problema di quel servo è che non si è reso conto di ciò che aveva ricevuto. Anche noi siamo invitati a domandarci se ci rendiamo conto dei «diecimila talenti» della nostra vita: tutti i doni ricevuti, tutto il perdono ricevuto e tutto ciò che il Signore ci ha affidato. La consapevolezza di ciò che abbiamo ricevuto Il Signore ci invita oggi ad alzare lo sguardo. Per trovare la forza di perdonare abbiamo bisogno di fare verità sulla nostra vita: quanto abbiamo ricevuto? Quanto perdono abbiamo ricevuto? Quanti doni ci sono stati affidati? Gli altri servi della parabola rimangono addolorati e si chiedono, in sostanza, come sia possibile che la crudeltà abbia il sopravvento sulla misericordia appena ricevuta. Questa è una strada fondamentale per imparare a perdonare: diventare consapevoli della misericordia che abbiamo ricevuto. Quando guardiamo alla grandezza dei doni di Dio, anche ciò che dobbiamo perdonare al fratello assume una dimensione diversa. Questo non significa che il male ricevuto non sia reale. Significa però che non vale la pena permettere a quel male di generare in noi un rancore così grande da avvelenare tutta la nostra esistenza. La gratitudine che libera il cuore Non sempre possiamo controllare immediatamente l'ira e il rancore. Sono sentimenti che possono nascere dentro di noi. Abbiamo però bisogno di trovare un rimedio perché possano lentamente sgonfiarsi. Uno dei rimedi è guardare a tutto ciò che abbiamo ricevuto, fino ad avere quasi le lacrime agli occhi per la gratitudine verso il Signore. Forse facciamo fatica anche a confessare i nostri peccati perché abbiamo perso un po' la lucidità nel riconoscere la grandezza dei doni ricevuti e del perdono che ci è stato donato. Possiamo allora domandarci se siamo stati fedeli a questi doni e se sappiamo valorizzare ciò che il Signore ci offre ogni giorno, anche nelle cose semplici della vita quotidiana. Cristo ha dato tutto se stesso per noi Alzare lo sguardo significa soprattutto guardare a ciò che Gesù ha fatto per noi. Gesù è venuto a morire per noi e per i nostri peccati. I diecimila talenti ci parlano allora del valore immenso che Dio attribuisce alla nostra vita. Cristo ci considera così preziosi da offrire per noi tutto se stesso sulla croce. Quando guardiamo con verità alla nostra vita e alla grandezza di ciò che abbiamo ricevuto, comprendiamo che il perdono diventa possibile grazie al suo aiuto. Possiamo perdonare non semplicemente perché siamo forti, ma perché siamo stati raggiunti e salvati da un amore più grande di noi. Non viviamo soltanto per noi stessi San Paolo ci ricorda che nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. La nostra vita non è chiusa dentro noi stessi: viviamo per Cristo, che è morto e risorto per noi. Siamo chiamati a uscire dal nostro umbilico e dalla nostra bolla, dalla chiusura nella quale rischiamo di vivere pensando soltanto alle nostre ferite e alle nostre ragioni. Questo è particolarmente importante nel tempo che stiamo vivendo, segnato da contrasti, guerre e paura. Guardando le notizie possiamo chiederci come sia possibile andare avanti, mentre la guerra sembra avvicinarsi sempre di più. Disarmare le nostre parole e le nostre relazioni Se desideriamo un mondo disarmato, dobbiamo iniziare da noi stessi. Come possiamo sperare in un mondo di pace se non riusciamo prima di tutto a disarmare le nostre parole e le nostre relazioni, specialmente nelle nostre case? Questo è il grande appello di oggi. Se vogliamo essere portatori di pace, dobbiamo prestare attenzione alla nostra vita concreta, ai perdoni che abbiamo bisogno di dare, ma anche a quelli che dobbiamo chiedere e ricevere. Non siamo chiamati soltanto a perdonare gli altri: abbiamo bisogno anche noi di essere perdonati. Dobbiamo cercare reciprocamente il perdono e l'abbraccio reciproco, per spezzare quei circoli viziosi di rancore e di odio che avvelenano la nostra vita e ci tengono chiusi. Da questi circoli non riusciamo a uscire completamente da soli. Abbiamo bisogno della grazia di Dio e del coraggio di perdonare e di chiedere perdono. Figli di Dio e fratelli tra di noi Nel perdono si gioca qualcosa di essenziale del nostro essere cristiani: il nostro essere figli di Dio e fratelli tra di noi. Il Padre nostro ci ricorda questo legame profondo tra il perdono che chiediamo e quello che siamo chiamati a donare. In questa domenica siamo dunque invitati soprattutto a ringraziare il Signore per la forza che ci dona. Guardando a tutti i doni ricevuti, riconoscendo il grande perdono che ha riversato sulla nostra vita e chiedendo il suo aiuto nella preghiera, possiamo trovare la forza di perdonare. Il perdono diventa così una liberazione: liberiamo noi stessi dal rancore e liberiamo anche il fratello che ci è accanto, perché nessuno rimanga prigioniero del male e tutti possiamo tornare a vivere come figli dello stesso Padre e fratelli tra di noi.

  10. 459

    La preziosità del custodirci a vicenda - Omelia della XXIII domenica TO anno A S. Andrea ore 11

    In questa domenica siamo invitati a riscoprire quanto sia prezioso il nostro stare insieme e quanto sia importante custodirci reciprocamente. Le letture, però, non ci propongono una visione ingenua o idealizzata delle relazioni: parlano con grande realismo anche del male che possiamo farci gli uni agli altri. Ognuno di noi, sorprendentemente, è capace di compiere azioni che feriscono, danneggiano e mettono in crisi le relazioni. Il Vangelo parte proprio da questa realtà: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...». Tra fratelli può esserci una colpa, un'azione ingiusta, una cattiveria. È qualcosa che sperimentiamo quotidianamente. La domanda allora è come aiutarci perché il male, pur riconosciuto e affrontato, non diventi motivo di disgregazione e di distruzione, né produca un'iniquità ancora più grande, ma possa trasformarsi in un'occasione di aiuto reciproco. Un debito che non dobbiamo mai estinguere La parola che ci aiuta maggiormente viene dalla Lettera ai Romani: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell'amore vicendevole». Normalmente essere debitori significa dover dare qualcosa a qualcuno, avere un debito da saldare. Poco prima Paolo ci aveva invitato a essere persone corrette e giuste nelle nostre relazioni: pagare le tasse, pagare i tributi, avere i conti in ordine con tutti, non lasciare nulla in sospeso. Anche questo fa parte della giustizia e della responsabilità nei confronti degli altri. Ma Paolo aggiunge qualcosa di più profondo: dell'amore vicendevole dobbiamo rimanere sempre debitori. È un debito che non dobbiamo mai considerare definitivamente saldato. Non fare i conti dell'amore Questo debito d'amore non deve essere vissuto secondo la logica del dare e dell'avere. Non possiamo amare aspettandoci continuamente qualcosa in cambio: «Io ho fatto questo per te, ora tocca a te». Nelle relazioni familiari è giusto organizzarsi, accordarsi e condividere le responsabilità della vita quotidiana, ma l'amore di cui parla Paolo è qualcosa di ancora più profondo. Siamo chiamati a vivere non come persone che reclamano ciò che spetta loro, ma come persone consapevoli di avere ancora tanto da dare. Essere debitori significa riconoscere di avere ricevuto un amore così grande da non poterlo mai restituire completamente. Pensiamo, ad esempio, ai nostri genitori. Ci hanno dato la vita, hanno compiuto sacrifici per noi e, in molti casi, sarebbero stati disposti a dare persino la loro vita per noi. Come potremmo ripagare pienamente il dono di essere stati generati, allevati e amati? Debitori d'amore verso tutti Paolo allarga questo sguardo a tutte le nostre relazioni. Non soltanto verso le persone più vicine, verso la nostra famiglia o verso coloro con cui abbiamo un legame di sangue o di particolare simpatia. Siamo chiamati a guardarci attorno e a riconoscere che, in qualche modo, siamo debitori d'amore verso ogni persona che incontriamo. Abbiamo ricevuto un tesoro d'amore così sovrabbondante che non basterà tutta la vita per restituirlo. E questo amore siamo chiamati a viverlo reciprocamente, senza porre continuamente davanti condizioni, contratti o pretese. Amiamo l'altro perché desideriamo il suo bene. Vogliamo che viva, che sia salvato, che raggiunga quella pienezza e quella gioia che desideriamo anche per noi stessi. La libertà di non fare continuamente i conti Questo modo di vivere le relazioni è anche una grande sorgente di libertà. Quando iniziamo a fare continuamente i conti su chi ha dato di più e chi ha ricevuto di meno, le relazioni diventano strette e pesanti. Cominciamo a sentirci prigionieri, a ribellarci e a reclamare ciò che pensiamo ci sia dovuto. Al contrario, sentirci reciprocamente debitori d'amore ci apre il cuore e ci dà respiro. Ci permette di vivere con maggiore libertà e, paradossalmente, con maggiore gioia. Possiamo tradurre tutto questo nella vita familiare, nel lavoro, nel rapporto con i figli e nella vita della comunità. Sarebbe bello compiere ogni sforzo possibile per continuare a ripagare questo debito d'amore, rimanendo persino contenti del fatto che non si estingua mai. I piccoli ci insegnano l'amore gratuito In mezzo a noi ci sono persone particolarmente preziose che ci aiutano a comprendere tutto questo: i piccoli. Spesso non possono fare molto, se non volerci bene. A volte possiamo persino domandarci con stupore perché qualcuno continui ad amarci nonostante le nostre mancanze, le nostre cattiverie, le nostre trascuratezze. Pensiamo anche a un genitore anziano o a una persona fragile: magari non riesce più a fare molte cose, eppure continua semplicemente a volerci bene. Questo amore gratuito può quasi intimorirci, perché ci rivela qualcosa di molto profondo: è proprio questo il bene che il Signore desidera che viviamo tra di noi. Sentinelle che non abbandonano chi sbaglia Anche la prima lettura ci offre una strada concreta. Il profeta Ezechiele ci chiama a essere sentinelle. Dopo aver ascoltato la parola del Signore, siamo chiamati a comunicarla. E a chi dobbiamo rivolgerci in modo particolare? Proprio a coloro che hanno fatto il male. La responsabilità delle loro azioni rimane certamente loro, ma noi non possiamo restare indifferenti. Abbiamo l'urgenza di raggiungerli, di cercarli e, per così dire, di prenderli per mano. Essere sentinelle significa dunque non abbandonare chi si è smarrito, ma cercare di aiutarlo a ritrovare la strada. Guadagnare il fratello Il Vangelo riprende questa stessa logica quando parla del fratello che pecca contro di noi. Dopo aver invitato ad andare da lui e parlargli personalmente, Gesù afferma: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello». Nelle letture ritorna così una particolare logica: quella del debito e del guadagno. Ma qui il vero guadagno non è possedere qualcosa per noi stessi. Guadagnare il fratello significa recuperarlo, aiutarlo a ritrovare la strada e ristabilire una relazione. Questo richiede una grande attenzione per l'altro. Se il fratello non ascolta, non possiamo semplicemente dire: «Arrangiati, io ho fatto la mia parte». Il Vangelo ci invita a coinvolgere altri fratelli e sorelle. La cura diventa progressivamente comunitaria: prima uno, poi due o tre, fino all'intera comunità. È un invito a non arrenderci facilmente e a prenderci realmente cura gli uni degli altri. Mettersi d'accordo come una sinfonia Gesù aggiunge poi una promessa straordinaria: se due di noi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre celeste gliela concederà. È particolarmente bella l'espressione «mettersi d'accordo». Nella lingua originale richiama il verbo da cui deriva la parola «sinfonia». Le difficoltà che viviamo possono dunque diventare una preghiera comune, una vera sinfonia. Anche se siamo diversi, possiamo imparare a chiedere insieme la stessa cosa al Signore. Possiamo accordare i nostri desideri, come gli strumenti di un'orchestra che suonano note diverse ma partecipano alla stessa melodia. Non si tratta semplicemente di pregare ciascuno per conto proprio, senza preoccuparci di ciò che chiede l'altro. Gesù ci invita a cercare un accordo. Anche nelle nostre famiglie possiamo domandarci insieme: che cosa dobbiamo chiedere al Signore? Qual è il bene comune che desideriamo? Quando impariamo a cercare insieme la stessa melodia, a pregare con un cuore accordato, la nostra preghiera diventa una vera sinfonia. Perché nessuno vada perduto Ringraziamo allora il Signore perché ci insegna a godere della nostra vita comune e a vivere insieme con un desiderio preciso: che nessuno vada perduto. Questo non significa sentirci superiori agli altri, perché siamo noi per primi ad avere bisogno di essere cercati, visitati e raggiunti da una parola buona. Anche noi abbiamo bisogno di sentirci accolti nonostante il nostro carattere difficile, nonostante la nostra capacità di fare il male e le ferite che possiamo aver provocato. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che venga a cercarci e ci aiuti a ritrovare la strada. Il debito infinito dell'amore di Cristo Alla fine, la sorgente di tutto questo è l'amore di Cristo. Sulla croce Gesù ci ha mostrato che il debito dell'amore è infinitamente grande, perché lui ha dato tutto per noi. Guardando alla sua croce comprendiamo che siamo amati da una misericordia che non abbiamo meritato e che non potremo mai ripagare completamente. Possiamo soltanto accoglierla e lasciarla diventare vita nelle nostre relazioni. Per questo siamo chiamati a guardare continuamente al suo amore infinito e alla sua misericordia, per imparare a viverli tra di noi: custodendoci, correggendoci, cercandoci quando ci smarriamo, perdonandoci e continuando, sempre, a considerarci debitori dell'amore vicendevole.

  11. 458

    Ci bastano le tue briciole! Omelia XX domenica TO anno A. S. Andrea

    Una casa aperta anche a chi è lontano In questa domenica partiamo dalla straordinaria apertura annunciata dal profeta Isaia: la casa del Signore, il tempio, è una casa di preghiera per tutti i popoli, non soltanto per Israele. Nei versetti omessi dal lezionario si parla anche degli eunuchi, persone che erano escluse dall’accesso al tempio. Eppure il Signore dice che anche loro, insieme agli stranieri che aderiscono a lui e rimangono fedeli alla sua alleanza, possono entrare, pregare, essere ascoltati e venire colmati di gioia. Questa apertura diventa ancora più audace nel Vangelo, dove incontriamo una donna cananea, appartenente proprio a quel popolo che la Bibbia presenta come nemico di Israele. Gesù, dopo il confronto con i farisei, si dirige verso Tiro e Sidone, territori pagani, quasi uscendo dai confini di Israele. È significativo che Gesù si trovi proprio sul confine, nel luogo dell’incontro con chi è lontano. Gesù e la donna si incontrano sul confine Possiamo leggere questo incontro come qualcosa che Gesù stesso ha cercato. Come era accaduto con la Samaritana, Gesù va incontro a una persona che si trova fuori dai confini religiosi e sociali abituali. La donna cananea, però, è straordinaria anche per la sua audacia: esce dal proprio confine, attraversa la distanza e va incontro a Gesù. In questo ci viene in mente anche Maria, che abbiamo celebrato nella sua Assunzione. Nel Magnificat Maria riconosce che Dio ha guardato alla sua umiltà, alla sua piccolezza. Dio sembra cercare proprio coloro che si riconoscono piccoli, poveri e bisognosi. La cananea grida: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Le sue parole sono sorprendenti sulle labbra di una pagana, ma soprattutto mostrano ciò che la muove: l’amore per sua figlia. È questo amore che la rende capace di tutto: uscire dal proprio confine, andare da Gesù, gridare, insistere e non arrendersi. Il silenzio di Gesù fa crescere la fede All’inizio Gesù non le rivolge nemmeno una parola. I discepoli, infastiditi dalle sue grida, chiedono che venga esaudita e mandata via. Gesù risponde sottolineando una priorità: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». La donna sembra essere esclusa, collocata agli ultimi posti. Eppure il silenzio di Gesù può essere letto non come un rifiuto, ma come un modo per permetterle di compiere un passo ulteriore. Lei non si allontana: si avvicina, si prostra davanti a lui e dice semplicemente: «Signore, aiutami». È proprio qui che comincia un vero dialogo. Gesù le dice che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. La donna non si ribella e non contesta la parola di Gesù. Rimane dentro l’immagine che lui ha utilizzato e la trasforma in una richiesta ancora più radicale: «È vero, Signore, ma i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Ci bastano le briciole La donna accetta di essere piccola, lontana, quasi una delle ultime. Ma proprio lì manifesta una fede grandissima. Non pretende il pane dei figli: le bastano le briciole. È una delle immagini più belle del Vangelo: le briciole che cadono dalla tavola di Gesù sono sufficienti per guarire sua figlia. Ciò che sembra poco, nelle mani del Signore, è tutto. La donna sa che anche una minima parte della grazia di Gesù è sufficiente. Per questo Gesù la ammira e le dice: «Donna, grande è la tua fede!». È il contrario di ciò che aveva detto a Pietro quando stava affondando: «Uomo di poca fede». E un episodio analogo era già avvenuto con il centurione, che aveva chiesto a Gesù la guarigione di una persona a lui cara senza pretendere che Gesù venisse fisicamente: gli bastava una parola. Anche lì Gesù aveva riconosciuto una grande fede. La fede della cananea nasce dall’amore per sua figlia, dal bisogno e dalla certezza che Gesù può intervenire. È una fede che cresce proprio nel dialogo e nell’incontro con il Signore. Le donne della Scrittura che vivono di poco La cananea non è un caso isolato. Nella Scrittura incontriamo altre donne che, proprio nella loro piccolezza e povertà, diventano esempi straordinari di fede. Pensiamo alla vedova di Sarepta, che possiede soltanto un po’ di farina e dell’olio e che, fidandosi della parola del profeta, condivide ciò che ha e scopre che non viene meno. Pensiamo a Rut, la moabita, una straniera che vive di spigolature e che proprio attraverso quella povertà entra nella storia della salvezza. Rut arriverà a essere parte della genealogia di Davide e, attraverso di lui, della genealogia di Gesù. Non è casuale che Matteo racconti nella genealogia di Gesù proprio la presenza di donne fuori dagli schemi, straniere o segnate da situazioni particolari. Sono persone che diventano parte della storia della salvezza attraverso la loro fede, la loro forza e la loro capacità di affidarsi a Dio. Qual è il nostro confine? Questa Parola ci porta a chiederci personalmente: qual è il nostro confine da passare, dal quale avvicinarci a Lui? Dove ci sentiamo collocati? Possiamo essere totalmente lontani, a motivo del peccato, della ribellione, della confusione. Possiamo essere vicini a parole, ma ipocriti, pieni di noi stessi. Tutti ci dobbiamo fare piccoli, spogliarci, adattarci al sottotavola, alle briciole. Possiamo essere venuti a Messa perché abbiamo bisogno di un incontro con il Signore. Forse abbiamo una persona cara per la quale vogliamo pregare; forse portiamo una ferita, una difficoltà, un peccato, una situazione che ci pesa e che vorremmo affidargli. Come la cananea, possiamo anche noi arrivare sul confine e dire semplicemente: «Signore, aiutami». Non dobbiamo avere grandi pretese. Possiamo perfino accontentarci delle briciole, perché le briciole del Signore sono tutto. Attraverso quel poco che riceviamo, Dio ci dona tutta la sua grazia. Non abbiamo bisogno di quantità straordinarie: basta poco, se quel poco viene da lui. Apriamo il cuore alla grazia Oggi possiamo quindi presentarci davanti al Signore consapevoli delle nostre lontananze, del nostro essere sul confine, delle nostre fragilità e del nostro peccato. Ma siamo qui perché sappiamo che lui può raggiungerci proprio lì dove siamo. Possiamo chiedergli con fiducia ciò di cui abbiamo bisogno, certi che anche una sola briciola della sua grazia può guarirci, riempirci e restituirci quella gioia e quella pace che Isaia promette a coloro che entrano nella casa del Signore. La fede della cananea ci insegna così a non muoverci dal Signore: anche quando sembra tacere, anche quando ci sentiamo lontani, anche quando pensiamo di essere gli ultimi. Perché davanti a lui le briciole non sono poco: sono sufficienti per tutto.

  12. 457

    Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore - 15 agosto Sovere

    All’inizio della preghiera di Maria nel Magnificat troviamo queste parole: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». Mi sono soffermato proprio su questa espressione: «Dio, mio Salvatore», e sulla gioia di Maria, quell’esultanza dello spirito che nasce ed è motivata dal fatto che Dio è il suo Salvatore. È un titolo che mi sembra particolarmente curioso, se pensiamo al momento in cui Maria lo pronuncia. È appena rimasta incinta e porta in grembo Gesù. Nel Vangelo di Matteo, Giuseppe scoprirà che dovrà chiamare quel bambino Gesù, «perché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». E allora mi viene da pensare che l’esultanza di Maria sia anche legata proprio a quel bambino che porta dentro di sé: quel bambino è Dio, è il Salvatore, ed è il Salvatore di tutti. Pochi versetti dopo, infatti, nel racconto della nascita, l’angelo dirà ai pastori: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». E allora è molto bello che sia proprio Maria, ancora prima della nascita di Gesù, a chiamare Dio «mio Salvatore». Ma mi sembra che lo sguardo di Maria sia ancora più ampio. Nella prima lettura vediamo infatti questa donna e il bambino che porta in grembo minacciati dal drago, dalla forza del male e, in definitiva, dalla morte. Anche lì Dio interviene per salvare. Maria, però, nel Magnificat sembra allargare lo sguardo: la salvezza che Dio sta compiendo attraverso di lei e attraverso quel bambino non riguarda soltanto lei. Riguarda tutti. Nel resto del Magnificat, infatti, Maria vede come l'azione di Dio produca un grande rovesciamento: i potenti vengono rovesciati dai troni, gli umili vengono innalzati, gli affamati vengono colmati di beni, mentre chi è ricco viene rimandato a mani vuote. E tutto questo culmina nella frase: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia». Quindi «Dio Salvatore» non è semplicemente un titolo astratto. È un Dio che interviene concretamente nella storia, che vede i piccoli, gli umili, chi ha fame, chi è nel bisogno; è il Dio che si ricorda della sua misericordia e porta salvezza al suo popolo. Ho trovato molto bello, a questo proposito, un parallelo nella Lettera ai Filippesi, al capitolo 3 v. 20, dove Paolo dice: «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose». Mi ha colpito molto questa espressione: «aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo». Oggi, mentre celebriamo Maria assunta in cielo, celebriamo proprio questo compimento: il corpo di Maria, che ha portato dentro di sé il Salvatore, è stato trasfigurato e introdotto nella gloria di Dio. E quello che Dio ha compiuto in Maria è anche una promessa per noi. Paolo dice infatti che il Signore «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso». Allora possiamo guardare a Maria non soltanto come a qualcosa che è accaduto a lei, ma come a ciò che Dio vuole compiere anche in noi. Il Salvatore che Maria porta nel grembo è lo stesso Signore che noi attendiamo e che un giorno trasfigurerà la nostra vita. E allora mi sembra che possiamo unirci anche noi al canto del Magnificat. Possiamo esultare con Maria non perché tutto nella nostra vita sia già risolto, non perché siano scomparse tutte le fatiche o tutte le paure, ma perché Dio è il nostro Salvatore. Possiamo affidargli proprio ciò che facciamo più fatica ad affidare: le nostre fatiche, le nostre paure, le nostre fragilità e soprattutto la paura della morte. Perché la nostra speranza cristiana è questa: nulla di ciò che siamo andrà perduto. Il Salvatore accoglierà la nostra vita e la redimerà, la trasfigurerà, la conformerà al suo corpo glorioso. Per questo oggi, insieme a Maria, possiamo dire anche noi: «Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». Esulta perché il Signore non ci lascia nella nostra fragilità e nella nostra morte, ma ci attende nella gloria. E ciò che oggi contempliamo in Maria ci annuncia già ciò che Dio vuole fare anche con noi: trasfigurare la nostra vita e portarci accanto a sé.

  13. 456

    Quando Gesù ci costringe ad andare all’altra riva - Omelia XIX domenica TO anno A 9 agosto 2026

    Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme e della folla sfamata, ci aspetteremmo che Gesù rimanga con loro. Invece li manda via, quasi li allontana da sé. Noi possiamo immaginare la perplessità dei discepoli: perché partire da soli? Perché non rimanere ancora un po’ insieme? Gesù avrebbe potuto congedare la folla e poi partire con loro. Invece insiste: dobbiamo andare dall’altra parte. Questa parola ci fa capire che anche noi, nella vita di fede, siamo spesso chiamati a partire senza avere tutto sotto controllo, a lasciare una situazione conosciuta e sicura per fidarci di una parola di Gesù. L’altra riva passa attraverso la notte La traversata non è affatto semplice. I discepoli incontrano il vento contrario, la notte, il buio e la tempesta. Sono pescatori esperti e conoscono bene il lago, ma questa volta sono comunque in grande difficoltà. Ci sembra quasi che Gesù li abbia volutamente messi in una situazione nella quale devono toccare con mano la propria debolezza. Anche noi possiamo riconoscere tante situazioni nelle quali ci siamo sentiti costretti a navigare controvento: solitudini, lutti, separazioni, malattie, fatiche, fallimenti e prove che non avevamo scelto e che avremmo voluto evitare. Possiamo domandarci quale sia, per ciascuno di noi, quella «altra riva» verso la quale il Signore ci dice: vai, ci vediamo là. Non sempre comprendiamo perché dobbiamo attraversare proprio quel mare. Eppure il Vangelo ci suggerisce che anche queste situazioni possono diventare il luogo nel quale Dio si manifesta. Dio si rivela nel silenzio La stessa dinamica la ritroviamo nella vicenda del profeta Elia. Dopo aver affrontato i profeti sul monte Carmelo, Elia deve fuggire dalla minaccia della regina Gezabele. Ha paura, si sente solo e arriva perfino a desiderare di morire. Anche lui deve affrontare un viaggio e una situazione nella quale sperimenta la propria fragilità. Quando giunge sull’Oreb, Elia cerca Dio nelle manifestazioni potenti: nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio non è lì. Lo incontra invece nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio». Dio si fa presente con una delicatezza inattesa, rassicurando il profeta e facendogli comprendere che non è stato abbandonato. Questo diventa per noi un insegnamento prezioso: non dobbiamo aspettarci che Dio si manifesti sempre attraverso eventi straordinari. Talvolta la sua presenza più vera è discreta, silenziosa, quasi impercettibile. Anche quando ci sembra di essere soli, egli continua ad accompagnarci. Anche Paolo attraversa la prova La stessa esperienza emerge nella Lettera ai Romani. Paolo manifesta un dolore profondo per i suoi fratelli ebrei, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la Legge, le promesse, i patriarchi e tutti i doni ricevuti da Dio, ma che non hanno riconosciuto pienamente Cristo. Anche Paolo vive quindi una forma di sofferenza e di passaggio. Tuttavia, proprio attraverso questa situazione, arriva a mostrare che la strada di Dio è quella della misericordia e della fede. Anche per coloro che sembrano essersi allontanati o aver rifiutato Dio rimane sempre aperta una porta. La prova, allora, non è necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati. Può diventare il luogo nel quale impariamo a riconoscere una misericordia più grande di noi. «Coraggio, sono io, non abbiate paura» Dopo una lunga notte, Gesù finalmente si avvicina ai discepoli camminando sul mare. Essi però non lo riconoscono. Hanno paura e pensano che sia un fantasma. È significativo che non siano tanto le onde e il buio a spaventarli: a quelle difficoltà erano abituati. È la presenza stessa di Gesù, arrivata in un modo che non comprendono, a suscitare paura. Ma Gesù parla immediatamente: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Queste parole sono il cuore dell’episodio. Gesù non elimina immediatamente tutte le difficoltà, ma si fa presente dentro la tempesta. Prima ancora di cambiare la situazione, cambia il modo in cui i discepoli la vivono: non sono più soli. Lui è vicino alla barca. Il Vangelo avrebbe potuto concludersi qui. Ma invece ci riserva una seconda sorpresa. Pietro osa uscire dalla barca Pietro, con il suo impeto e la sua irruenza, non si accontenta di aspettare Gesù sulla barca. Gli dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». È una richiesta sorprendente. Perché scendere dalla barca? Perché abbandonare proprio l’unica sicurezza che ha? Eppure Gesù sembra apprezzare questo desiderio di Pietro di andare verso di lui. Non gli dice di aspettare. Gli dice semplicemente: «Vieni!» Pietro rappresenta così quel desiderio di incontro che anche noi portiamo dentro. Non gli basta sapere che Gesù è vicino: vuole raggiungerlo. Vuole andare verso di lui, fidandosi della sua parola. E per un tratto ci riesce davvero. Pietro cammina sulle acque. Ma quando guarda il vento e si lascia prendere dal dubbio, comincia ad affondare. Quando ci resta soltanto «Signore, salvami» A quel punto Pietro non ha più nulla a cui aggrapparsi. Non può contare sulla propria forza, sulla propria esperienza e nemmeno sulla barca. Gli rimane soltanto una preghiera essenziale: «Signore, salvami!» Ed è proprio allora che Gesù interviene. Il Vangelo sottolinea che subito gli tende la mano e lo afferra. Questa immagine diventa una delle più belle dell’intero racconto. Quando noi affondiamo, quando le nostre sicurezze vengono meno, quando non riusciamo più a salvarci da soli, Gesù non rimane distante. Ci prende per mano e ci tira su. Non dobbiamo avere paura di arrivare a quel punto nel quale possiamo dire soltanto: Signore, salvami. Anzi, può essere proprio lì che impariamo la fiducia più vera. Dalla tempesta alla professione di fede Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca, il vento cessa. E allora i discepoli compiono un passo decisivo: si prostrano davanti a Gesù e confessano insieme: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» La traversata nella notte ha prodotto qualcosa di più della semplice salvezza da una tempesta. I discepoli hanno conosciuto Gesù più profondamente. Hanno compreso qualcosa della sua identità. È diverso dall’episodio precedente, nel quale Gesù aveva calmato una tempesta mentre dormiva sulla barca. Qui, invece, è stato lui stesso a mandarli nel mare e a lasciarli apparentemente soli. La prova diventa così un cammino nel quale la loro fede viene purificata e approfondita. Anche noi possiamo rileggere alcune delle nostre prove alla luce di questa esperienza. Forse non abbiamo sempre capito perché il Signore ci abbia lasciati attraversare determinate situazioni. Ma possiamo scoprire che proprio lì abbiamo imparato a conoscerlo in modo nuovo. La fede non è soltanto sicurezza: è affidamento Ci rendiamo conto che ciò che Gesù cerca essenzialmente da noi è un atto di fiducia. Egli vuole suscitare in noi la certezza che possiamo affidarci a lui anche quando non vediamo più una strada sicura. La fede non significa avere sempre una barca tranquilla, né significa essere preservati da ogni tempesta. Significa sapere che, anche quando affondiamo, la sua mano è già pronta a raggiungerci. E ciò che riceviamo non è soltanto la sicurezza di essere accompagnati nelle difficoltà concrete della vita. La promessa è molto più grande: Gesù ci conduce attraverso la morte verso la vita. La sua mano che ci afferra nella tempesta è la stessa mano che ci accompagna nella morte e ci dona la vita eterna. L’abbraccio che dura per sempre Possiamo pensare all’icona della Risurrezione nella quale Cristo prende per mano Adamo ed Eva e li tira fuori dagli inferi. In quelle figure possiamo riconoscere anche noi stessi. Quello che accade a Pietro sulla barca non è soltanto l’immagine di una salvezza momentanea. È l’immagine di ciò che Gesù vuole fare con ciascuno di noi: prenderci per mano, tirarci su e non lasciarci mai. Abbiamo bisogno di questa certezza, non soltanto nelle prove quotidiane, ma anche davanti alla nostra morte. Il Signore non ci abbandona. La sua mano rimane accanto a noi fino alla fine e oltre la fine, perché egli è il Signore della vita. Anche la Trasfigurazione ci conduce alla stessa fede Nei giorni precedenti abbiamo celebrato la festa della Trasfigurazione. Anche lì Gesù conduce i discepoli sul monte e manifesta loro la sua gloria. Ma anche quell’esperienza straordinaria conduce alla stessa conclusione: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo». Sia sul monte della Trasfigurazione sia nel mare della tempesta, Gesù vuole portarci alla stessa certezza: egli è il Figlio di Dio e possiamo fidarci di lui. Per questo siamo invitati a rinnovare il nostro atto di fede. In mezzo alle nostre tempeste, alle nostre paure e alle nostre fragilità, possiamo guardare a Cristo e riconoscere la sua presenza. Possiamo allora prostrarci davanti a lui con la stessa fede dei discepoli e dirgli con gratitudine: «Grazie, Signore. Tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il nostro fratello. Tu sei colui che ci prende per mano e non ci abbandona mai.

  14. 455

    Vivere per la fede quando non comprendiamo - A omelia di sabato XVIII settimana TO

    Nel Vangelo ci troviamo davanti a una parola che sembra quasi scoraggiante: la fede, anche piccola come un granellino di senape, sembra qualcosa che non riusciamo ad avere. Guardando noi stessi con sincerità, potremmo dire che la nostra fede non è semplicemente piccola: a volte sembra proprio non esserci. In questa esperienza ci viene incontro il profeta Abacuc, uno dei profeti dell’Antico Testamento che ha il coraggio di rivolgersi direttamente a Dio. Abacuc non nasconde le proprie domande e il proprio smarrimento. Davanti alla violenza, all’ingiustizia e al fatto che il malvagio sembra prevalere sul giusto, chiede a Dio: perché taci? Perché non intervieni? Perché permetti che accada tutto questo? Dove sei? La sua domanda nasce proprio dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo. È la domanda che anche noi ci poniamo quando la realtà ci appare incomprensibile: Dio, dove sei? Perché permetti questo? Guardare la realtà con gli occhi del Signore La risposta di Dio ad Abacuc ci invita a cambiare prospettiva. Noi siamo spesso concentrati sulle cose negative, sulle difficoltà e su ciò che non comprendiamo. Dio, invece, ci invita a guardare la realtà con i suoi occhi. La parola decisiva è quella contenuta nell’affermazione: «Il giusto vivrà per la sua fede». Chi non ha un animo retto, cioè chi non orienta la propria vita verso Dio, finisce per ripiegarsi su se stesso. Pensa di dover contare soltanto sulle proprie forze, di avere sempre ragione e pretende che Dio faccia ciò che lui desidera. L’autosufficienza, però, non permette di affrontare il mistero della vita. Quando arrivano situazioni che non possiamo controllare o spiegare, le nostre sicurezze crollano. Il giusto, invece, vive perché si fida: non perché abbia tutte le risposte, ma perché rimane ancorato al Signore. Il giusto vive perché si affida Il giusto non resiste alle difficoltà perché comprende tutto. Vive perché si affida. Anche quando non capisce, continua a guardare verso Dio e gli consegna ciò che sta vivendo. Per questo anche le domande difficili hanno un posto nella fede. Come Abacuc, possiamo chiedere a Dio: «Perché?». Possiamo implorarlo e dirgli che non comprendiamo ciò che sta accadendo. Ma il nostro «perché» non deve diventare una domanda sterile, che ci allontana da Dio. Può diventare, invece, la domanda di chi continua a cercarlo e a fidarsi di Lui. Il versetto di Abacuc è fondamentale anche perché sarà ripreso da san Paolo nella sua riflessione sulla fede e sulla giustificazione. Non siamo salvati semplicemente perché riusciamo a osservare perfettamente una legge o tutti i comandamenti: la nostra salvezza viene dalla fede nel Signore, nel Cristo morto e risorto per noi. La fede nasce da piccoli atti di affidamento Anche Gesù, nel Vangelo, rimprovera la generazione incredula. Per questo siamo chiamati a partire da piccoli atti di fede: affidarci a Lui, rimanere attaccati a Lui e non avere paura delle domande scomode. La fede comporta anche un salto nel buio. Non significa avere la certezza anticipata di tutte le risposte, ma scegliere di fidarci di qualcuno anche quando non riusciamo a vedere chiaramente la strada. Gesù stesso ci ha mostrato questa strada. Sulla croce pronuncia la domanda drammatica del Salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù non finge che la sofferenza non esista e non trasforma la croce in qualcosa di bello o rassicurante. La vive fino in fondo, arrivando persino a sperimentare l’abbandono. Ma proprio dentro quell’abbandono pronuncia anche le parole decisive: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La croce, dunque, non è l’ultima parola. È il luogo dell’atto supremo di affidamento del Figlio al Padre. Su che cosa fondiamo la nostra vita? Alla luce di tutto questo, siamo chiamati a domandarci su che cosa fondiamo realmente la nostra fede, la nostra vita quotidiana, la nostra sicurezza e perfino la nostra gioia. Abacuc, alla fine del suo libro, arriva a una sorprendente professione di fiducia: «Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mia salvezza». La sua gioia non nasce dal fatto che i problemi siano finalmente scomparsi. La situazione non è diventata improvvisamente facile. È cambiato il suo sguardo. Quando ci affidiamo totalmente a Dio, possiamo sperimentare una gioia che non dipende dalle circostanze. Non perché tutto vada bene, ma perché sappiamo nelle mani di chi siamo. La testimonianza di san Francesco In questi giorni, camminando sulle orme di san Francesco, abbiamo percepito con particolare forza questa dimensione dell’affidamento. Francesco è stato un uomo che ha cercato di spogliarsi delle ricchezze, delle sicurezze e di tutto ciò che poteva impedirgli di avere soltanto il Signore. La sua povertà non è stata semplicemente povertà di beni materiali. È stata anche la scelta di riconoscere la nostra povertà di mezzi, di risposte e di comprensione. Non possiamo controllare tutto, non possiamo spiegare tutto e non abbiamo sempre gli strumenti per affrontare ogni situazione. Quando ci riconosciamo poveri, ci rimane una cosa essenziale: affidarci al Signore. È proprio questa la fede di cui parla Abacuc: non la pretesa di capire tutto, ma la libertà di consegnare tutto a Dio. È la fede di chi rimane, anche quando non comprende; di chi continua a pregare, anche quando Dio sembra tacere; di chi, come Gesù sulla croce, può gridare il proprio dolore e nello stesso tempo dire: «Nelle tue mani affido il mio spirito». Una fede capace di spostare le montagne Quando ci affidiamo a Dio, Egli non ci lascia soli. Non sempre elimina immediatamente le difficoltà e non sempre ci offre le risposte che vorremmo. Ma non manca di farci sentire la sua presenza e di sostenerci nel cammino. La promessa del Vangelo diventa allora concreta: il Signore può davvero «spostare le montagne», non necessariamente perché faccia scomparire ogni problema, ma perché ci dona la forza di attraversarlo insieme a Lui. Alla fine, la fede non consiste nel riuscire a comprendere tutto. Consiste nel sapere a chi affidiamo ciò che non comprendiamo. E così possiamo vivere anche nelle situazioni più difficili: non perché abbiamo tutte le risposte, ma perché rimaniamo ancorati al Signore. È questa la fede del giusto: una fede povera, forse piccola come un granello di senape, ma capace di diventare una fiducia che sostiene tutta la vita.

  15. 454

    La Trasfigurazione a Orvieto: un dono per imparare ad ascoltare omelia del 6 agosto 2026 anno A

    La scelta di Gesù di prendere con sé Pietro, Giacomo e Giovanni potrebbe sembrare un grande privilegio. Tuttavia, rileggendo quanto precede il racconto della Trasfigurazione, comprendiamo che questo gesto nasce soprattutto dall'amore di Gesù verso coloro che hanno più bisogno di essere aiutati. Poco prima Pietro aveva confessato con fede: «Tu sei il Cristo», ricevendo da Gesù una beatitudine perché quella rivelazione gli veniva dal Padre. Ma subito dopo, quando Gesù aveva annunciato la propria passione e morte, Pietro si era ribellato, arrivando a sentirsi dire: «Va' dietro a me, Satana». Era evidente quanto fosse difficile per i discepoli accettare un Messia che passa attraverso la croce. Gesù aveva anche insegnato che chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce. Era un momento delicato, nel quale i discepoli avrebbero potuto scoraggiarsi davanti a quell'annuncio. Per questo possiamo leggere la scelta di quei tre non tanto come un privilegio, ma come un gesto di particolare affetto: Gesù conduce vicino a sé proprio coloro che hanno più bisogno di imparare a stare con Lui nel mistero della sua passione. Anche noi siamo stati condotti sul monte L'esperienza vissuta insieme in questi giorni di pellegrinaggio assomiglia, in qualche modo, a quella dei tre apostoli. Anche noi siamo stati portati "in disparte", su un monte, vivendo un tempo privilegiato di vicinanza con il Signore. Non abbiamo contemplato una luce abbagliante come quella della Trasfigurazione, ma abbiamo ricevuto una luce diversa, capace di illuminare il cuore. Le meditazioni su san Francesco, i Salmi, la figura di Giorgio La Pira, la riflessione sulla preghiera del battezzato e i Vangeli ascoltati ci hanno mostrato un volto molto concreto del discepolato: quello del servizio, dell'umiltà e della semplicità. Tutto ci ha riportato all'essenziale, insegnandoci che seguire Cristo non significa vivere esperienze straordinarie, ma imparare ogni giorno ad essere suoi servi. La semplicità prepara all'incontro con Cristo Alla fine delle lunghe giornate di cammino, vissute nel silenzio, nella fatica e nell'ascolto, non è stato sempre facile percepire la presenza del Signore. La stanchezza, il cammino e il raccoglimento rendevano l'esperienza molto concreta. Proprio per questo i momenti della celebrazione eucaristica sono diventati particolarmente intensi. Celebrata con estrema semplicità, la Messa è stata il luogo nel quale abbiamo sperimentato con maggiore forza la vicinanza di Gesù. La bellezza di quei momenti nasceva proprio dal fatto che erano preparati da giornate essenziali, spogliate dalle distrazioni. Anche la fatica ci ha aiutati ad assaporare maggiormente l'incontro con il Signore e la Parola spezzata insieme. Non abbiamo avuto molto tempo per lunghi commentari o grandi riflessioni teoriche. Ci siamo limitati ad ascoltare, condividere e lasciarci nutrire dalla Parola. Ed è proprio questa la dinamica della Trasfigurazione. «Ascoltatelo»: il cuore della Trasfigurazione I discepoli ricevono un dono straordinario, ma non riescono a comprenderlo pienamente. Pietro vorrebbe fermare quell'istante costruendo tre tende e trattenendo quell'esperienza. Invece tutto passa rapidamente. Ciò che rimane davvero, in tutti i racconti evangelici della Trasfigurazione, è un unico comando: «Ascoltatelo». Alla fine, alzando gli occhi, i discepoli non vedono più nessuno se non Gesù solo. Questa immagine esprime una fortissima essenzialità: tutto conduce a Lui e solo Lui rimane al centro. Anche noi abbiamo ricevuto questo privilegio dell'ascolto. Lo abbiamo vissuto nell'Eucaristia quotidiana, ma anche portando lungo il cammino le nostre preoccupazioni, le paure, i desideri, le solitudini e la fatica del vivere. L'incontro con Gesù è stato forse breve, come una pennellata, ma proprio per questo è rimasto impresso nel cuore. Il Cristo glorioso è presente anche oggi La liturgia amplia lo sguardo e ci mostra la gloria del Figlio dell'uomo annunciata dal profeta Daniele: il Messia che viene sulle nubi del cielo, davanti al quale stanno miriadi di angeli e tutti i popoli della terra. A Lui appartengono un regno eterno e una signoria che non avrà mai fine. Anche la contemplazione del Duomo di Orvieto, con il suo grande rosone e la ricchezza delle sue immagini, richiama questa centralità di Cristo. Attorno a Lui stanno i profeti, i santi e Maria, ma tutto converge verso l'Agnello. È questo il Gesù che celebriamo: il Principe, il Salvatore di tutti. Eppure questa gloria non rimane lontana nei cieli o racchiusa nelle grandi opere d'arte. Essa si rende presente ogni volta che celebriamo l'Eucaristia e viviamo la comunione reciproca. La luce deve sorgere nel nostro cuore Anche Pietro, nella sua seconda lettera, ricorda di essere stato testimone della gloria del Signore sul monte santo. Egli racconta quella voce udita dal Padre, ma subito invita a qualcosa di ancora più importante: prestare attenzione alla Parola come a una lampada che illumina, finché spunti il giorno e sorga nei nostri cuori la stella del mattino. Gesù non è soltanto nella gloria del cielo o nelle solenni celebrazioni. Egli desidera abitare il nostro cuore. Per questo siamo chiamati ad attenderlo, a desiderarlo e a creare dentro di noi quello spazio di silenzio e di essenzialità che abbiamo sperimentato durante questi giorni, affinché possa essere realmente accolto. L'incontro con Lui rimane sempre un dono gratuito, che non possiamo pretendere ma soltanto ricevere. Diventare partecipi della sua gloria Anche la preghiera della Colletta illumina il significato della Trasfigurazione. In essa Dio conferma il mistero della fede attraverso la testimonianza di Mosè ed Elia e anticipa la nostra futura adozione a figli. Per questo chiediamo una sola grazia: che ascoltando la Parola del Figlio amato possiamo diventare partecipi della sua gloria. San Francesco rappresenta un esempio luminoso di questa risposta. Egli viveva immerso nell'ascolto del Vangelo, riconosceva Cristo nelle creature, lo celebrava nel presepe di Greccio e trovava in ogni realtà un'occasione per conformarsi sempre più a Lui. Anche per noi il dono della Trasfigurazione indica una strada molto semplice e molto esigente. Il Padre continua a dirci: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo». Non siamo chiamati a vivere questa esperienza da soli. Come i tre discepoli sul monte, anche noi siamo invitati a vivere insieme l'incontro con Cristo. Nella comunità questo miracolo continua ad accadere: noi con Lui. Per questo non possiamo che ringraziare il Signore per il dono ricevuto, custodire nel cuore il ricordo di questo incontro e portarlo con noi nel cammino quotidiano.

  16. 453

    Dalla nostra povertà alla pienezza della misericordia di Dio - Omelia della XXVIII domenica 2 agosto 2026 Assisi

    Imparare a riconoscere la compassione di Dio Le letture di questi giorni di cammino nel Vangelo di Luca (capitoli 11 e 12) ci aiutano a fare un ulteriore passo nel nostro percorso. Ci mostrano anzitutto quanto sia difficile riconoscere davvero la misericordia di Dio. Nel Vangelo, infatti, i discepoli sembrano privi di compassione: mentre Gesù è profondamente coinvolto dalla sofferenza della folla, si prende cura dei malati e lascia che il suo cuore si commuova davanti ai bisogni delle persone, essi vedono soltanto un problema organizzativo. Osservano che il luogo è deserto, che si è fatto tardi e suggeriscono di congedare la folla perché ciascuno possa procurarsi da mangiare. Questa differenza di sguardo è significativa. Gesù guarda con amore e misericordia, mentre i discepoli vedono soltanto la difficoltà concreta. Anche il popolo d'Israele, ricordato dal profeta Isaia, fatica a comprendere il volto di Dio: non sa che può ricevere gratuitamente l'acqua e il cibo della vita, ma pensa di doverli meritare o acquistare con le proprie opere. Anche la seconda lettura ci invita a compiere questo cammino interiore quando ci domanda: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo?». È una domanda che ci accompagna continuamente e ci ricorda che dobbiamo imparare sempre di più a credere che Dio ci ama, è misericordioso e si prende realmente cura di noi. San Francesco, testimone della gratuità del Vangelo Proprio questa consapevolezza rende san Francesco così straordinariamente efficace e perfino scandaloso nel suo modo di vivere il Vangelo. Francesco comprende che tutto ciò che possiede potrebbe diventare un ostacolo all'incontro con l'amore di Dio. Per questo sceglie di spogliarsi di ogni ricchezza e di vivere nella povertà più radicale. La sua povertà non è una rinuncia fine a se stessa, ma il desiderio di vivere esclusivamente dell'amore del Signore, conformandosi pienamente al Vangelo. È questa libertà che gli permette di sperimentare e testimoniare la misericordia di Dio. Toccare con mano il Regno di Dio Anche noi siamo chiamati a domandarci come possiamo sperimentare concretamente la compassione del Signore e toccare con mano il suo Regno. Per alcuni questo significherà liberarsi dall'attaccamento alle ricchezze; per altri vorrà dire abbandonare l'ipocrisia, il nascondimento o le maschere dietro cui si rifugiano. Altri ancora sperimentano già questa vicinanza di Dio proprio perché vivono nella semplicità e nella piccolezza. Esistono poi persone che, pur attraversando situazioni molto dolorose – come il carcere, un grande lutto o profonde difficoltà – trovano proprio lì una strada privilegiata verso la misericordia di Dio. Nella loro fragilità scoprono un amore infinito che si manifesta con particolare forza. Per questo siamo chiamati a cercare sempre il volto di un Dio che la Scrittura descrive come misericordioso, pietoso, lento all'ira e grande nell'amore. Ricevere per poter donare Le letture ci fanno compiere anche un secondo passo. Dopo aver mostrato la sua compassione, Gesù affida ai discepoli una responsabilità sorprendente: «Date voi stessi da mangiare». La loro risposta è sconfortante: possiedono soltanto cinque pani e due pesci. Tuttavia Gesù non interviene semplicemente sostituendosi a loro. Non dice: «Ci penso io». Al contrario, proprio quando essi riconoscono di non avere nulla, li coinvolge nella distribuzione del pane moltiplicato. Questo rivela una dinamica fondamentale della vita cristiana. Noi sperimentiamo l'amore di Dio perché ci nutre, ci consola, ci sostiene e ci indica una strada. Ma proprio questo amore ricevuto ci rende anche capaci di donarci agli altri. La fecondità della nostra povertà Il dono che possiamo offrire agli altri non nasce dall'abbondanza delle nostre risorse personali. Non è perché possediamo molto che possiamo essere generosi. Il Vangelo mostra invece che tutto nasce dalla povertà dei discepoli, dalla consapevolezza di non avere nulla di proprio da offrire. Essi si trovano in un luogo deserto, senza mezzi sufficienti, e possono distribuire il pane soltanto perché lo ricevono dalle mani del Signore. Non potrebbero sfamare la folla con il frutto del loro lavoro o con i pesci da loro pescati. Possono farlo soltanto prendendo ciò che Gesù dona e consegnandolo agli altri. Questa è anche l'immagine dell'Eucaristia: riceviamo il pane dal Signore, dall'altare, e siamo chiamati a distribuirlo nella vita. Vivendo nella stessa povertà e semplicità che hanno caratterizzato Gesù, san Francesco, Maria e tutti i discepoli, Dio può compiere meraviglie e sfamare migliaia di persone attraverso la nostra piccolezza. Tornare a casa con dodici ceste piene Se desideriamo essere davvero efficaci nel servizio agli altri, in qualunque ambiente viviamo – in famiglia, in parrocchia, nel carcere o in qualsiasi altra realtà – dobbiamo partire sempre dalla coscienza della nostra piccolezza. Da soli possiamo fare ben poco, ma proprio questa povertà permette al Signore di agire. Per questo lo ringraziamo. Come la folla del Vangelo, anche noi possiamo dire di aver mangiato a sazietà. Le dodici ceste avanzate diventano allora un'immagine della ricchezza che riceviamo. Siamo arrivati con poco e ripartiamo con molto. Tutto ciò che abbiamo ricevuto non proviene da noi, ma è un dono del Signore, che continua instancabilmente a colmarci dei suoi beni. Il Perdono di Assisi: ricominciare dalla misericordia Siamo invitati a essere sempre lieti della nostra piccolezza, perché è proprio in essa che facciamo esperienza della grande compassione e dell'immenso amore di Dio. La nostra fragilità può derivare anche dal peccato, dalle nostre cadute e dalla nostra cattiveria. E proprio in questo contesto acquista un significato speciale il Perdono di Assisi, celebrato nel luogo stesso dove ci troviamo. Il Perdono di Assisi ci offre la possibilità di ripartire completamente da zero, liberati dai nostri peccati e dalle nostre colpe. È il dono di una vita rinnovata, riempita della misericordia di Dio. Da questa esperienza nasce una gioia autentica che ci rende pronti a restituire agli altri tutto ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. Questo è davvero uno dei più grandi doni che il Signore ci offre.l

  17. 452

    Essere la cintura del Signore - lunedì 27 luglio XVII settimana TO

    Le immagini della Bibbia sono spesso semplici, ma proprio per questo riescono a parlare con forza al nostro cuore. Oggi il profeta Geremia ci consegna quella di una cintura di lino: Dio gli chiede di indossarla e poi di nasconderla vicino al fiume Eufrate. Quando il profeta torna a riprenderla, la cintura è ormai marcita e non serve più a nulla. Il Signore stesso ne spiega il significato: quella cintura rappresenta il suo popolo. Come una cintura aderisce ai fianchi di chi la indossa, così Israele era chiamato a vivere strettamente unito al suo Dio. Il verbo utilizzato esprime un legame profondissimo, fatto di appartenenza, di comunione e persino di amore sponsale. Dio desidera un popolo che gli stia vicino, che viva della sua presenza e trovi in Lui la propria forza. Eppure questo legame si è spezzato. Il popolo non ha più ascoltato la voce del Signore e ha smesso di essere segno della sua gloria. La cintura non marcisce perché è stata semplicemente abbandonata, ma perché rappresenta l'orgoglio che si è insinuato nel cuore del popolo. È l'orgoglio di chi pensa di poter fare a meno di Dio, di chi si considera autosufficiente e non sente più il bisogno della sua Parola. È questa superbia che il Signore dice di voler ridurre in marciume: non il suo popolo, che continua ad amare, ma tutto ciò che impedisce una relazione autentica con Lui. Questa immagine acquista un significato ancora più concreto mentre siamo in cammino. Ogni giorno indossiamo uno zaino, stringiamo cinture, allacciamo scarponi e sentiamo sulla pelle il peso del viaggio. Sono gesti semplici che possono trasformarsi in una parabola della vita spirituale. Possiamo immaginare anche Dio in cammino con il suo popolo: un Dio che non resta distante, ma percorre la strada insieme ai suoi figli, li sostiene, li porta sulle spalle quando sono stanchi e desidera rimanere loro vicino. Come una cintura resta saldamente unita a chi la indossa, così il Signore desidera che anche noi rimaniamo strettamente legati a Lui. È un invito a verificare ciò che oggi ci tiene uniti a Cristo e ciò che invece ci allontana da Lui. L'orgoglio, la pretesa di bastare a noi stessi e la mancanza di ascolto rischiano di logorare la nostra relazione con Dio. Al contrario, l'umiltà, la fiducia e l'ascolto della sua Parola rendono il nostro legame sempre più saldo. Chiediamo allora la grazia di essere davvero "la cintura del Signore": un popolo che gli appartiene, che vive della sua presenza e rimane unito a Lui. Come i tralci alla vite, come lo sposo e la sposa nel loro amore, possiamo riscoprire ogni giorno la gioia di una comunione che dà vita, sostiene il cammino e rende feconda la nostra esistenza.

  18. 451

    Il tesoro da ritrovare ogni giorno Omelia di domenica 26 luglio 2026

    Le parabole del Regno ci accompagnano in un cammino Siamo arrivati alla terza domenica dedicata alle parabole del capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Ripercorriamo il cammino fatto finora: prima la parabola del seminatore, che ci ha mostrato come il seme porti frutto solo nel terreno buono; poi quella della zizzania, che ci ha insegnato a non voler estirpare subito il male, ma a lasciare che grano e zizzania crescano insieme perché nulla del grano vada perduto. Oggi incontriamo tre brevi parabole, presenti solo nel Vangelo di Matteo. Sono racconti semplici ma ricchissimi di significato, tanto che ogni dettaglio apre nuove prospettive e rende difficile scegliere un unico punto su cui soffermarsi. Il campo acquistato da Geremia: un segno di speranza La riflessione si illumina grazie al capitolo 32 del libro di Geremia. Ricordiamo come il profeta invitasse gli abitanti di Gerusalemme ad arrendersi ai Babilonesi, annunciando che la deportazione era parte del progetto di Dio. Tutti si opponevano a questo messaggio, soprattutto il re, convinti che fosse necessario resistere. Proprio nel momento in cui tutto sembra destinato alla rovina, Dio ordina a Geremia di comprare un9 campo. È un gesto apparentemente assurdo: perché acquistare un terreno quando si sta per essere deportati? Comprendiamo però che quel gesto è un segno profetico. Acquistare il campo significa proclamare che l'esilio non sarà eterno. Verrà il giorno in cui il popolo tornerà, costruirà di nuovo le case e comprerà ancora i campi. Quel piccolo atto diventa quindi un annuncio concreto di speranza. L'esilio, infatti, è stato provocato dall'allontanamento del popolo da Dio. Israele aveva dimenticato che la terra promessa era un dono ricevuto gratuitamente, il segno dell'amore del Signore. Aveva smesso di vivere secondo i comandamenti e aveva considerato quella terra come un possesso invece che come un dono. Per questo deve perderla, così da imparare nuovamente a riconoscerne il vero valore. Colpisce allora il fatto che Geremia debba comprare qualcosa che, in fondo, appartiene già al popolo di Dio. Questo gesto diventa l'immagine della nostra vita spirituale. Il Regno di Dio è il tesoro della nostra relazione con il Signore Comprendiamo che il Regno dei Cieli, di cui Gesù parla nelle parabole, non è prima di tutto un luogo, ma la relazione viva che abbiamo con Dio. Egli ci ha donato la vita, la terra, tutto ciò che siamo e possediamo. Viviamo dentro una relazione di amore, protezione e cammino condiviso con Lui. Tuttavia questa relazione rischia continuamente di essere dimenticata. Accade perché ci lasciamo attrarre da altri interessi, dal peccato, oppure perché le difficoltà della vita ci fanno pensare che Dio non ci aiuti più. Così il rapporto con Lui, pur essendo il nostro vero tesoro, deve essere continuamente ritrovato e riscoperto. La domanda rivolta a Salomone Anche la prima lettura ci provoca profondamente. Dio dice a Salomone: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Ci rendiamo conto di quanto sia straordinaria questa domanda. Se fosse rivolta direttamente a noi, che cosa chiederemmo? In realtà Dio continua a rivolgercela, ma spesso noi non gli chiediamo nulla oppure domandiamo cose che non riguardano davvero ciò che conta. Le parabole ci aiutano proprio a riconoscere quale sia il dono più prezioso. Il tesoro nascosto nel campo: trovare e dare tutto La prima parabola racconta di un uomo che trova un tesoro nascosto in un campo. Sembra quasi che lo scopra per caso, senza cercarlo intenzionalmente. Quando però comprende il valore di ciò che ha trovato, tutto cambia. Nasconde nuovamente il tesoro, vende tutto quello che possiede e compra quel campo. Il Regno dei Cieli è dunque un tesoro reale, che possiamo trovare e possedere. Non è un ideale irraggiungibile. Ma per farlo è necessario dare tutto. Questa immagine richiama anche quanto abbiamo ascoltato nella festa di san Giacomo, quando san Paolo afferma che portiamo questo tesoro in vasi di creta. Quando possediamo davvero il tesoro del Regno, ci accorgiamo della nostra fragilità. Restiamo semplici vasi di creta, incapaci di contenere degnamente una ricchezza così grande. Ogni cosa che mettiamo davanti a quel tesoro rischia di oscurarlo o diminuirne lo splendore. La perla preziosa: una ricerca che diventa scelta definitiva La seconda parabola presenta invece un mercante che è alla ricerca di perle preziose. A differenza del primo uomo, qui c'è una ricerca intenzionale. Il mercante compra e vende perle come mestiere. Ma quando trova una perla di valore incomparabile, vende tutto ciò che possiede per acquistare proprio quella. La cosa sorprendente è che smette di fare commercio. Non compra quella per rivenderla. La tiene per sé, perché ha finalmente trovato ciò che cercava. Questa ricerca diventa una scelta definitiva. Non servono più tante perle diverse: ne basta una sola, quella veramente preziosa. Anche noi abbiamo vissuto esperienze simili quando abbiamo trovato qualcosa o qualcuno per cui valeva la pena donare tutto, come il coniuge o una vocazione. Tuttavia il Vangelo ci invita a non considerare quella scelta come qualcosa appartenente soltanto al passato. Ogni giorno siamo chiamati a ricercare nuovamente il nostro tesoro e a scegliere ancora quella perla preziosa. Una vita nuova, semplice e piena di gioia Le due parabole mostrano che, dopo l'incontro con il tesoro o con la perla, la vita cambia completamente. L'uomo del campo non possiede più nulla se non quel campo e il suo tesoro. Il Vangelo non dice nemmeno che lo coltivi: ciò che conta è il tesoro. Il mercante non accumula più perle di tanti tipi. Gliene basta una sola. Scopriamo così una vita nuova, essenziale, unificata. Una vita nella quale ciò che davvero conta riempie il cuore e dona gioia e pienezza. La rete e il tesoro dello scriba divenuto discepolo La terza parabola, quella della rete piena di pesci, richiama la parabola della zizzania. Anche qui avviene una separazione tra ciò che è buono e ciò che non lo è. Questo conduce all'ultima immagine proposta da Gesù: quella dello scriba diventato discepolo del Regno dei Cieli. Chi ha trovato il tesoro non lo nasconde in una cassaforte. Dal proprio tesoro estrae continuamente cose nuove e cose antiche. Ci colpisce che Gesù nomini prima le cose nuove e poi quelle antiche. Ogni giorno la relazione con Dio si rinnova e offre qualcosa di inedito, ma nello stesso tempo custodisce tutta la storia vissuta fino a quel momento. Anche il tesoro della nostra vita funziona così: è qualcosa che possediamo da tempo, quindi è anche "antico", ma continua sempre a rinnovarsi e a sorprenderci. Rimetterci in ricerca ogni giorno San Paolo ci ricorda che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, di quelli che sono stati chiamati, giustificati e glorificati. Per questo questa domenica ci invita a rimetterci in ricerca. Non possiamo dare per scontato il tesoro che abbiamo già trovato, sia esso la nostra relazione con Dio, la nostra famiglia o la pienezza della nostra vita. Siamo chiamati a riportare questo tesoro al centro dell'esistenza, a dare nuovamente tutto per esso, quasi a "ricomprarlo", proprio come ha fatto Geremia acquistando il campo. Quel gesto diventa il segno che la nostra relazione con il Signore è sempre viva, sempre nuova e sempre da riscoprire. Il Signore custodisce per noi questo tesoro nella sua pienezza e ci attende. Grazie ad esso possiamo attraversare anche gli esili della nostra vita, i lutti e le prove più dolorose. Possedendo questo tesoro riceviamo una forza, una gioia, una serenità e una pace che soltanto il Regno dei Cieli può donarci.

  19. 450

    Il tesoro custodito in vasi di creta Omelia per la festa di San Giacomo 25 luglio 2026

    Dice oggi Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta». Questa immagine introduce anche il Vangelo della domenica, con la parabola dell'uomo che trova un tesoro nascosto nel campo e vende tutto ciò che possiede pur di acquistarlo. Ci domandiamo: ci rendiamo conto di avere un tesoro? E soprattutto: qual è questo tesoro? Per Paolo la risposta è molto chiara. Il tesoro è il Vangelo, la buona notizia della salvezza, Gesù Cristo stesso, che egli desidera annunciare anche alla difficile comunità di Corinto, segnata da divisioni, tensioni e contrasti. Nonostante tutto, Paolo continua a donare questo tesoro perché è una parola che salva. Anche per noi il tesoro è probabilmente lo stesso: il nostro rapporto con il Signore, la fede, il fatto di essere suoi discepoli. Certo, viviamo tutto questo con molte fatiche, contraddizioni, peccati e fragilità, ma rimane comunque il bene più prezioso che possediamo. Il tesoro è custodito nella fragilità L'aspetto più sorprendente del testo non è tanto l'esistenza del tesoro, quanto il luogo in cui esso è custodito: i vasi di creta. Paolo descrive la propria esperienza attraverso una serie di contrasti: siamo tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi. Il vaso di creta rappresenta il nostro corpo, la nostra vita fragile, esposta alle prove e alla sofferenza. Perché Dio ha scelto proprio questa condizione? Paolo risponde che è proprio nella nostra debolezza che si manifesta la potenza della grazia. Se fossimo perfetti, fortissimi e senza limiti, finiremmo per mettere in mostra noi stessi. Invece, proprio attraverso le nostre crepe, diventa visibile l'opera di Dio. Pensiamo a quelle persone segnate dalla malattia, dagli acciacchi, da una famiglia complicata o da tante difficoltà, eppure capaci di trasmettere pace, speranza e accoglienza. È in loro che possiamo vedere con particolare chiarezza la grazia del Signore all'opera. La fragilità non diventa un ostacolo, ma il luogo privilegiato in cui risplende la presenza di Dio. Portare la morte di Gesù per manifestare la sua vita Paolo arriva a dire che portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù. Non significa necessariamente vivere persecuzioni cruente o una crocifissione materiale, ma camminare ogni giorno dentro la nostra fragilità e le nostre prove. È proprio lì che si manifesta la risurrezione. Lo stesso Dio che ha risuscitato Gesù dai morti risusciterà anche noi e ci condurrà accanto a Lui. La risurrezione non è soltanto una promessa futura: già oggi possiamo sperimentarne la forza quando la grazia di Dio ci sostiene nelle difficoltà. Un esempio concreto può essere quello di una coppia di sposi. Uno dei coniugi può dire: «Il mio tesoro è la mia famiglia. Certo, faccio molta fatica con mio marito o con mia moglie, ma continuo ad aggrapparmi a questo bene perché è ciò che conta davvero». Proprio la fatica rende ancora più evidente il valore del tesoro custodito. La fede ci permette di riconoscere il tesoro Tutto questo diventa possibile grazie alla fede. È la fede che ci permette di riconoscere il valore del tesoro ricevuto, di gustarlo e di attraversare le difficoltà senza lasciarci schiacciare da esse. La fede non elimina le prove, ma ci permette di viverle nella grazia del Signore, sapendo che Dio continua ad agire proprio dentro le nostre fragilità. Il vero primato è il servizio Il Vangelo ci presenta poi la richiesta audace della madre di Giacomo e Giovanni, che desidera per i suoi figli i primi posti accanto a Gesù. La risposta del Signore sposta completamente l'attenzione: ciò che conta non è occupare un posto d'onore, ma bere il suo calice, cioè condividere il suo cammino. Gesù annuncia ai discepoli che anche loro berranno quel calice e ricorda che la sua missione consiste nel servire: non è venuto per essere servito, ma per servire. Ecco allora dove il tesoro della fede diventa pienamente visibile: quando viviamo il servizio, il dono di noi stessi, l'amore gratuito verso gli altri. La grandezza del cristiano non consiste nell'essere il primo, ma nel mettersi al servizio. Anche questo servizio è vissuto dentro un vaso pieno di crepe, fatto di limiti e fragilità. Eppure è proprio attraverso queste crepe che risplende la bellezza della vita cristiana. L'esempio di san Giacomo Concludiamo guardando a san Giacomo apostolo. Egli ha percorso fino in fondo la strada indicata da Gesù, arrivando a donare la propria vita per il Signore. La sua testimonianza ci ricorda che il tesoro della fede vale infinitamente più di ogni altra cosa e che la sua luce risplende con particolare forza proprio nella debolezza di chi si affida completamente a Cristo.

  20. 449

    Il Regno dei Cieli cresce nel piccolo - Omelia XVI domenica TO anno A bvi ore 9.30

    Gesù ci parla con immagini semplici Gesù sceglie di parlare alla folla attraverso le parabole, un modo di insegnare che rende accessibile il mistero del Regno dei Cieli. Il Regno che Egli annuncia è qualcosa di meraviglioso, ma spesso ci sembra difficile da comprendere, lontano dalla nostra esperienza. Con le parabole, invece, Gesù ci mostra che esso è molto più vicino e semplice di quanto immaginiamo. Anche oggi ci vengono offerte tre parabole, che, pur nella loro apparente semplicità, aprono riflessioni profonde. Sono racconti che ciascuno può comprendere e sui quali è naturale confrontarsi con gli altri, chiedendosi quale sia il loro significato. Come già nella parabola del seminatore ascoltata la domenica precedente, torna il tema del seme che porta frutto in base a come viene accolto. Colpisce il fatto che Gesù utilizzi sempre immagini della vita quotidiana: il pane, il seme, il lievito, i frutti. Non ricorre a concetti complicati o astratti, ma a realtà che tutti conosciamo. Inoltre, quasi tutte le parabole iniziano da qualcosa di piccolissimo: un seme, un pizzico di lievito. Da ciò che è nascosto e quasi invisibile nasce qualcosa di grande, capace di nutrire e di dare vita a molti. Prima caratteristica: saper aspettare senza intervenire La prima lezione che ricaviamo da queste parabole è che non sempre bisogna intervenire. Anzi, spesso intervenire troppo significa fare danni. Nella parabola del grano e della zizzania, quando i servi scoprono la presenza della zizzania, il padrone proibisce di estirparla. Il male esiste, ma non bisogna lasciarsi ossessionare da esso. Non sappiamo nemmeno quanta zizzania ci fosse nel campo: certamente c'era, ma non occupava tutto il terreno. Anche vedendola, occorre lasciarla stare fino al tempo della mietitura. Lo stesso accade con il lievito. Quando il pane sta lievitando, bisogna avere la pazienza di non toccarlo. Se si continua a manipolarlo, la lievitazione ricomincia da capo. Persino un improvviso colpo di freddo può compromettere il processo. La crescita richiede un tempo preciso che va rispettato. Anche il piccolo seme di senape deve essere lasciato crescere. Se continuiamo a scavare il terreno o a intervenire continuamente, impediamo al seme di svilupparsi. Noi, invece, siamo spesso portati a voler risolvere tutto immediatamente, a controllare ogni cosa, a cambiare continuamente ciò che abbiamo iniziato. Le parabole ci invitano invece alla pazienza. Alcuni processi hanno bisogno di maturare lentamente e, se li interrompiamo, ne blocchiamo la crescita. Possiamo soltanto attendere con fiducia il momento della raccolta, dell'infornata del pane o della piena maturazione della pianta. Seconda caratteristica: il protagonista deve scomparire Un secondo aspetto che ci colpisce è che, nelle parabole, il seminatore e la donna che impasta non rimangono al centro della scena. Il seminatore compie il gesto iniziale, ma poi saranno altri a raccogliere il raccolto. Della donna viene sottolineato il lavoro dell'impasto, ma non si racconta ciò che farà successivamente con il pane. Il suo compito è semplicemente avviare il processo. Colpisce anche la quantità di farina utilizzata: circa cinquanta chilogrammi, una massa enorme, segno di un lavoro impegnativo. Eppure, nemmeno questa fatica mette la donna al centro del racconto. Anche noi siamo chiamati a seminare, testimoniare, educare, annunciare il Vangelo. Possiamo essere genitori, nonni, catechisti, sacerdoti o educatori, ma non siamo noi i protagonisti dell'opera di Dio. Persino Gesù, dopo aver formato i suoi discepoli, li lascia andare. Li incoraggia, ma poi permette loro di camminare con le proprie forze e di diventare, a loro volta, seminatori del Regno. I migliori testimoni del Vangelo sono proprio coloro che, dopo aver dato frutto, sanno farsi da parte, perché il Regno dei Cieli non appartiene a loro, ma è destinato a tutti. Terza caratteristica: il frutto è per tutti La terza caratteristica riguarda il risultato finale. Il frutto del Regno non è mai destinato a pochi, ma sempre a molti. Anche il pane ottenuto dall'impasto della parabola è in quantità enorme: circa cinquanta chilogrammi. È evidente che non serve soltanto alla donna e alla sua famiglia, ma a una moltitudine di persone. Questa abbondanza richiama un episodio dell'Antico Testamento. Quando Abramo accoglie i tre misteriosi visitatori, chiede a Sara di preparare la stessa grande quantità di farina. Anche lì emerge il segno di un'ospitalità sovrabbondante, che supera il semplice necessario. La parabola del granello di senape esprime ancora meglio questa apertura universale. Il piccolo seme diventa un grande arbusto, quasi un albero, tanto che gli uccelli vengono a fare il nido tra i suoi rami. È significativo che gli uccelli, in un orto, possano essere persino considerati degli intrusi. Eppure trovano accoglienza, ombra e protezione. Non sono soltanto gli uccelli "di casa", ma tutti quelli che passano e trovano rifugio. Così è il Regno dei Cieli: produce un bene che supera ogni confine, ogni appartenenza, ogni recinto familiare o comunitario. È un dono universale, aperto a tutti. Accogliere il Regno con fiducia Ringraziamo il Signore per questo modo sorprendente di agire. Anche noi desideriamo dare il nostro contributo alla crescita del Regno, ma comprendiamo che il nostro ruolo consiste anzitutto nel ricevere il dono che Dio fa crescere. Siamo chiamati a vivere queste tre grandi caratteristiche del Regno dei Cieli: imparare a lasciare che Dio operi senza voler controllare tutto, saperci fare da parte perché il protagonista sia Lui e gioire del frutto abbondante e universale che il suo Regno produce per il bene di tutti.

  21. 448

    I giusti sono coloro che si affidano a Dio - Omelia giovedì XV settimana TO

    Istintivamente siamo portati a pensare che i giusti siano coloro che osservano perfettamente i comandamenti, che fanno tutto nel modo corretto e percorrono una strada senza deviazioni. Tuttavia, leggendo con attenzione il testo, scopriamo che la prospettiva è diversa: i giusti sono coloro il cui cammino viene reso diritto da Dio stesso. È il Signore che appiana la strada, non perché noi siamo impeccabili, ma perché viviamo una relazione autentica con Lui. Comprendiamo così che la rettitudine nasce dalla relazione con Dio. Da questa amicizia nasce una strada più semplice, più stabile, una strada di pace. Certamente i giusti cercano di vivere i comandamenti, ma non è questa la loro caratteristica principale. Come dice Isaia, sono coloro che sperano nel Signore, ricordano il suo nome, lo cercano con tutto il cuore anche nella notte, accolgono il suo giudizio sulla propria vita e si lasciano correggere e convertire. Sono persone che si lasciano educare da Dio e, proprio grazie a questa pedagogia divina, trovano il sentiero diritto. La grazia: è Dio che opera in noi Ci soffermiamo poi su uno dei versetti più sorprendenti di Isaia: «Signore, ci concederai la pace perché tutte le nostre imprese tu compi per noi». Queste parole ci colpiscono profondamente, perché affermano che è Dio a realizzare le nostre opere. Le azioni che desideriamo compiere sono rese possibili dalla sua grazia, che opera in noi e attraverso di noi. Questa è la vera giustizia: vivere il Vangelo, accogliere la Parola di Dio e lasciare che il Signore agisca nella nostra esistenza. Da questa consapevolezza nasce anche la pace. Non una pace costruita sulle nostre capacità, ma quella che deriva dal riconoscere che Dio è all'opera nella nostra vita. La pace non elimina la tribolazione Questo, però, non significa che scompaiano le difficoltà. Ricordiamo come ciascuno di noi porti pesi diversi: il lutto per la mamma di Emanuela, Luciana, ricordata nella Messa, le preoccupazioni per i figli, i nipoti, le fatiche della vita quotidiana e tante situazioni che sembrano toglierci il respiro. Isaia descrive questa esperienza con l'immagine della donna che soffre i dolori del parto senza riuscire a dare alla luce un figlio, ma soltanto vento. È l'immagine della nostra impotenza quando cerchiamo di affrontare tutto da soli. In mezzo a questa fatica, i giusti sono coloro che continuano ad affidarsi alla grazia del Signore. La speranza della risurrezione Isaia ci apre poi a una prospettiva ancora più grande, parlando con straordinaria chiarezza della risurrezione: «Rivivranno i tuoi morti... svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere». Questa polvere rappresenta anche le nostre sofferenze, le nostre crisi e tutto ciò che ci schiaccia. I non giusti, invece, sono coloro che dimenticano Dio, non si interessano della sua Parola, mettono da parte i comandamenti e finiscono per credere di essere autosufficienti. È l'atteggiamento già visto nella figura del re d'Assiria, convinto che i suoi successi fossero frutto esclusivamente della propria intelligenza e della propria forza. Alla fine, però, tutto questo lascia soltanto un pugno di mosche. Noi, invece, possiamo rivivere proprio perché è Dio che opera per noi. Questa è la vera consolazione. Gesù ci invita a portare il giogo con Lui Alla luce di tutto questo comprendiamo meglio le parole di Gesù nel Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Gesù conosce bene le nostre fatiche e non ci rimprovera per esse, ma ci invita ad andare da Lui e a prendere il suo giogo. Impariamo da Gesù, mite e umile di cuore. Il giusto è proprio una persona mite e umile, che accetta il peso della vita non perché si rassegna, ma perché lo porta insieme al Signore. Così il carico, pur rimanendo reale, diventa misteriosamente più leggero e più dolce. Le tribolazioni non scompaiono, ma dentro di esse nasce una pace che sostiene il cammino. Una testimonianza che diventa contagiosa Questa pace è anche ciò che rende i cristiani dei veri testimoni. Pensiamo al parroco di Gaza e alla sua comunità: pur vivendo una situazione drammatica, riescono a trasmettere gioia, forza, umiltà e speranza. È una testimonianza che nasce proprio dall'affidamento al Signore. Lo vediamo anche nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. Quando camminiamo da giusti, non perché siamo migliori degli altri, ma perché ci fidiamo di Dio, la pace che riceviamo diventa contagiosa. Anche nelle difficoltà possiamo trasmettere serenità e fare del bene a chi ci è accanto. Maria, modello di mitezza e di grazia Concludiamo ringraziando il Signore nel giorno in cui ricordiamo la Beata Vergine Maria del Carmelo. Guardiamo a lei come al modello perfetto del giusto. Maria è stata mite, semplice e profondamente umile. Conosceva bene la propria piccolezza e proprio per questo ha riconosciuto che l'Onnipotente aveva posato lo sguardo su di lei, riempiendola di grazia. Per questo la prendiamo come esempio nel nostro cammino, chiedendole di insegnarci ad affidarci completamente al Signore, perché sia Lui a rendere diritto il nostro cammino e a donarci la sua pace.

  22. 447

    Gli intelligenti secondo il mondo e i piccoli secondo Dio - Omelia mercoledì 15 luglio

    Nella prima lettura troviamo una chiave per comprendere le parole del Vangelo, quando Gesù dice che il Padre nasconde i misteri del Regno ai sapienti e agli intelligenti, mentre li rivela ai piccoli. Ci rendiamo conto che non si tratta di una questione di cultura o di intelligenza, ma di atteggiamento del cuore. L'esempio che ci viene offerto è quello del re d'Assiria, una figura drammatica che mostra cosa accade quando l'uomo si attribuisce tutto il merito e si sostituisce a Dio. Il re d'Assiria: lo specchio dell'orgoglio umano Riflettiamo sul fatto che Dio, di fronte all'infedeltà del popolo d'Israele, decide di permettere l'esilio. Dopo aver tentato in ogni modo di richiamare il suo popolo all'alleanza, affida il compito di esercitare il giudizio a un re pagano. È una scelta che ci sorprende e ci fa capire quanto Dio sappia servirsi anche di strumenti inattesi per realizzare il suo progetto. Il re d'Assiria, però, oltrepassa i limiti della missione ricevuta. Non si limita a conquistare e a punire, ma si lascia dominare dalla sete di potere fino a voler annientare completamente i popoli. Nelle sue parole emerge tutta la sua superbia: attribuisce ogni successo esclusivamente alla propria forza e alla propria intelligenza, vantandosi di aver abbattuto confini, saccheggiato tesori e dominato le nazioni con le proprie capacità. Una tentazione che appartiene a tutti noi Riconosciamo che il re d'Assiria non rappresenta soltanto un personaggio del passato, ma incarna una tendenza presente nel cuore di ogni uomo. Anche noi siamo portati a pensare di essere gli unici artefici della nostra vita, a volerci guidare da soli, contando esclusivamente sulle nostre forze, perfino nelle nostre fragilità. Eppure esiste un disegno di Dio che continua a svilupparsi al di là delle nostre pretese di autosufficienza. Il Signore resta il vero regista della storia. Per questo motivo il potere del re d'Assiria non durerà: Dio stesso porrà fine alla sua arroganza e alla sua forza. Dio guida la storia anche quando sembra assente Facciamo fatica ad applicare questo messaggio al tempo presente. Davanti ai grandi potenti del mondo ci chiediamo spesso dove sia Dio e perché sembri lasciare loro tanto spazio. Tuttavia la Parola ci invita a fidarci: anche quando la storia appare dominata dalla forza e dalla violenza, il Signore continua a portare avanti il suo progetto. Dio non abbandona i piccoli. Custodisce un resto d'Israele, mantiene fede alla promessa fatta alla discendenza di Davide e prepara la vittoria della giustizia. Il suo piano si compie in modo sorprendente, ben diverso da quello che gli uomini immaginano. Il vero Re è Cristo, umile e povero Comprendiamo allora che il Messia inviato da Dio è l'esatto contrario del re d'Assiria. Non è un sovrano potente che domina con la forza, ma un Re umile e povero, che arriva fino alla morte in croce. Proprio perché è il Figlio, Gesù è l'unico che conosce pienamente il Padre e può rivelarne i misteri. Solo attraverso di Lui possiamo entrare nella conoscenza di Dio. Questa rivelazione è riservata a chi percorre la strada dell'umiltà, della piccolezza e dell'abbandono fiducioso. L'esempio di san Bonaventura e di san Francesco Ricordiamo infine la figura di san Bonaventura, capace di comprendere e trasmettere profondamente questo messaggio, anche grazie alla testimonianza di san Francesco d'Assisi, del quale raccontò la vita con grande efficacia. San Francesco, pur essendo infinitamente più piccolo dei grandi re della terra, è in realtà più potente di loro, perché ha vissuto il Vangelo nella sua radicalità, sine glossa, senza compromessi né interpretazioni riduttive. Anche noi siamo invitati a metterci dalla parte dei piccoli, confidando che Dio governi la nostra vita. Gli chiediamo di sostenerci nella nostra fragilità e di insegnarci l'umiltà, certi della promessa proclamata dal Salmo: il Signore non respinge il suo popolo, non abbandona la sua eredità e non lascia mai soli i suoi figli.

  23. 446

    Convertirci tornando ai doni ricevuti - Omelia martedì 14 luglio Montecalvo per Michele Raule

    La conversione nasce dalla memoria dei doni di Dio Le letture che abbiamo ascoltato non sono semplici, soprattutto in un momento come questo, nel quale ricordiamo il nostro Michele, è difficile trovare parole nuove di speranza. Per questo mi soffermo su alcuni aspetti delle letture che ci aiutano a leggere la nostra vita alla luce della Parola. Nel Vangelo Gesù rimprovera le città che hanno ricevuto molto, in particolare Cafarnao, la città dove ha vissuto, ha chiamato i primi discepoli, ha compiuto numerosi miracoli e dove tante persone si sono radunate per incontrarlo e ricevere guarigione. Proprio perché ha ricevuto un dono così grande, Cafarnao porta anche una grande responsabilità. Comprendiamo allora che la conversione non consiste semplicemente nello smettere di commettere alcuni peccati. Convertirci significa tornare alle cose belle e fondamentali che Dio ci ha donato: l'amore ricevuto, la nostra famiglia, gli affetti, il bene che ci lega gli uni agli altri, tutto ciò che nella nostra vita è stato segno della presenza del Signore. È da questi doni che dobbiamo continuamente attingere forza, speranza e gioia. La conversione è rimetterci in cammino verso il Signore, lasciarci nuovamente prendere per mano da Lui e testimoniare con semplicità la bellezza di essere suoi discepoli. Anche noi, come gli abitanti di Cafarnao, abbiamo sperimentato i prodigi di Dio. Ognuno di noi, se guarda con sincerità dentro la propria storia, scopre miracoli, piccoli o grandi, che il Signore ha compiuto. Persino quando siamo schiacciati dalla sofferenza, dalle croci o dallo scoraggiamento, scavando in profondità troviamo quei segni della sua presenza. È a questi che dobbiamo aggrapparci. Isaia invita il re a fidarsi di Dio La prima lettura ci porta in uno dei momenti più drammatici della storia di Israele. Siamo nel contesto che precede la grande profezia dell'Emmanuele, il bambino che nascerà dalla vergine e sarà chiamato "Dio con noi". Il re Acaz vive giorni di grande paura. Il re di Israele e quello di Aram si sono alleati contro di lui per sostituirlo con un sovrano favorevole ai loro interessi e opporsi all'avanzata degli Assiri. È un tempo di guerre, di strategie politiche e di alleanze costruite nella paura. Anche Acaz, pur rifiutando l'alleanza proposta dai suoi nemici, cerca di salvarsi stringendo accordi con la potente Assiria. Cerca sicurezza nella forza dei grandi potenti della terra, ma quella scelta si rivelerà inutile. In questo momento interviene il profeta Isaia. Dio lo manda dal re con un messaggio semplice e potente: «Non temere, il tuo cuore non si abbatta». Isaia si presenta accompagnato dal figlio, che porta un nome significativo, Seariasub, "un resto ritornerà" oppure "un resto si convertirà". È una scena piena di tenerezza: un padre e un figlio che insieme portano una parola di speranza. Isaia ricorda al re che il vero fondamento della sua sicurezza non è l'esercito, ma Dio stesso. Il regno di Giuda ha il Signore come vero re e come unico difensore. Per questo il profeta invita Acaz a non lasciarsi spaventare da quei due re, definiti come "tizzoni fumiganti", legni ormai quasi spenti e destinati a consumarsi presto. La frase conclusiva del profeta è decisiva: «Se non crederete, non resterete saldi.» La stabilità nasce dalla fede, non dalla forza militare. Anche noi siamo chiamati ad avere fiducia Riconosciamo che anche noi viviamo momenti in cui il cuore è agitato, proprio come gli alberi della foresta mossi dal vento, immagine utilizzata dalla Scrittura. Pensiamo in particolare alla vicenda del nostro Michele. Il dolore per la sua assenza non si è risolto e probabilmente continuerà ad accompagnarci. Continueremo a sentire la mancanza della sua presenza e della sua vicinanza. Proprio guardando a lui, però, possiamo imparare qualcosa di importante. Michele era una persona profondamente credente. La sua forza non nasceva semplicemente dal carattere, ma dalla fiducia nel Signore. Anche nelle prove sapeva appoggiarsi a Dio. Questa è la strada che siamo chiamati a percorrere anche noi: riconoscere la nostra piccolezza e imparare ad affidarci. Chiedere segni al Signore Successivamente Isaia invita Acaz a chiedere un segno a Dio, perfino dal cielo o dagli inferi. Il re rifiuta, dicendo di non voler disturbare il Signore. Noi, invece, comprendiamo che dobbiamo avere il coraggio di chiedere. Abbiamo bisogno che il Signore ci sostenga, rafforzi la nostra fede e ci doni segni della sua presenza. Abbiamo bisogno di miracoli, abbiamo bisogno che Gesù entri nella nostra città, nelle nostre famiglie e nella nostra vita. Il Signore continua davvero a farlo, anche se il suo modo di agire è quasi sempre discreto, silenzioso e umile. L'alleanza con Cristo è la nostra vera forza Le letture ci invitano dunque ad affidarci totalmente a Dio, senza affrontare la vita contando esclusivamente sulle nostre capacità o sulle nostre forze. La nostra sicurezza nasce dall'alleanza che Cristo ha stabilito con noi al prezzo del suo sangue. La croce che contempliamo ne è il segno più grande. In quella croce scopriamo che il Signore è davvero l'Emmanuele, il Dio-con-noi, che non ci abbandona mai. Anche quando ci sentiamo assediati dalle difficoltà, Dio apre una strada. Quelle paure che sembrano insormontabili finiscono per dissolversi e ci permettono di continuare il cammino. Forse siamo un piccolo resto, un gruppo con poche forze, ma questo legame con il Signore nessuno può togliercelo. Per questo la liturgia che celebriamo, unita alla liturgia del cielo, rafforza la nostra comunione con Lui e alimenta la nostra speranza. Affidiamo tutta la nostra vita al Signore Concludiamo affidando nelle mani del Signore tutta la nostra vita, anche quella più fragile e piccola. Riconosciamo che è Lui il nostro unico Re e il nostro unico Signore, non i potenti e non i signori della guerra. Chiediamo che aumenti la nostra fede e il nostro affidamento a Lui. Vogliamo rispondere alla sua presenza con una vita sempre più convertita, senza lasciarci vincere dallo scoraggiamento né dalla monotonia del quotidiano, che rischia di svuotare il nostro cammino. Infine riconosciamo la bellezza di professare questa fede insieme. Riuniti come comunità, scopriamo che la fede condivisa cresce, si rafforza e continua a fiorire nei nostri cuori.

  24. 445

    Costruire la casa sulla roccia. Galatina - Omelia per il Matrimonio di Antonio e Benedetta.m4a

    Dio sta costruendo qualcosa di nuovo nella nostra vita Oggi non assistiamo semplicemente a una festa o alla promessa d'amore di due sposi. Contempliamo qualcosa di molto più grande: Dio stesso sta costruendo un'opera nuova nella vita di Antonio e Benedetta. Questo cammino non inizia oggi, ma oggi raggiunge un momento decisivo, un nuovo inizio in cui il Signore pone fondamenta solide per la loro famiglia. Le letture ci aiutano a comprendere che il matrimonio non è soltanto una scelta umana, ma è anzitutto l'opera di Dio, che desidera edificare una casa destinata a durare nel tempo. Le tempeste arriveranno, ma tutto dipende dalle fondamenta Il Vangelo ci presenta l'immagine della casa costruita sulla roccia. Gesù, però, è estremamente realistico: non promette una vita senza difficoltà. La pioggia cadrà, i fiumi strariperanno, i venti soffieranno contro quella casa. Nessuna famiglia è risparmiata dalle prove. Anche noi sappiamo che nella vita arriveranno giorni luminosi e giorni faticosi. Ci saranno incomprensioni, responsabilità crescenti, il lavoro, la stanchezza, i figli che speriamo arriveranno, i cambiamenti della vita familiare e tante situazioni impreviste. La differenza, però, non sarà nelle tempeste, perché tutti le attraverseremo. La vera differenza sarà nelle fondamenta sulle quali avremo scelto di costruire la nostra casa. La roccia è Gesù Cristo Antonio e Benedetta oggi dichiarano davanti a Dio, alla Chiesa, ai familiari e agli amici di voler costruire la loro famiglia sulla roccia. Questa roccia non è un luogo particolare, neppure una semplice idea. Pur attraversando una terra ricca di rocce e di splendide chiese come il Salento, comprendiamo che Gesù parla di qualcosa di diverso. La roccia è una persona: Gesù Cristo. Costruiamo sulla roccia quando ascoltiamo la sua Parola e la mettiamo in pratica. Quando il Vangelo entra nel nostro cuore e riconosciamo che quella è la verità che vogliamo vivere, allora scegliamo di mettere Cristo al centro della nostra esistenza. Una coppia non è forte perché è perfetta. La sua forza nasce dalla capacità di tornare continuamente a quella sorgente, di ricominciare sempre dall'ascolto del Signore e dal desiderio di comprendere ciò che Egli indica giorno dopo giorno. Per questo uno dei doni più belli che possiamo farci è avere sempre il Vangelo aperto nella nostra casa, leggerlo insieme anche solo per pochi minuti ogni giorno e domandare al Signore quale strada desidera indicarci. Così, lentamente ma con solidità, la nostra casa cresce sulla roccia. Dio ci dona un cuore nuovo Potremmo pensare che vivere ogni giorno il Vangelo sia troppo impegnativo, soprattutto in mezzo ai tanti impegni della vita quotidiana. Ma il profeta Ezechiele ci ricorda che tutto parte dall'iniziativa di Dio. Ezechiele non invita semplicemente a impegnarci di più o a diventare perfetti. Parla a un popolo che aveva sbagliato profondamente, che si era allontanato da Dio e aveva conosciuto il fallimento. Eppure il Signore promette di aspergere il suo popolo con acqua pura, di donargli un cuore nuovo e uno spirito nuovo. È Dio il protagonista della nostra storia. È Lui che purifica, trasforma il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo mai a realizzare. Nel sacramento del matrimonio questa promessa diventa realtà. Dio non dice soltanto agli sposi di amarsi, ma dona loro il suo stesso Spirito affinché possano amarsi come Lui li ama. Dona un cuore di carne, capace di commuoversi, di ricominciare, di chiedere perdono e di perdonare. Il matrimonio è quindi il giorno in cui Dio entra nell'alleanza degli sposi e promette di camminare con loro ogni giorno. Siamo amati e per questo possiamo amare San Paolo approfondisce ancora di più questo mistero. Prima ancora di invitare a rivestirci di misericordia, bontà e umiltà, ci ricorda una verità fondamentale: siamo amati da Dio. Non cerchiamo di volerci bene per conquistare l'amore del Signore. Al contrario, possiamo amarci perché siamo stati amati per primi. Abbiamo sperimentato questo amore attraverso la nostra famiglia, gli amici e attraverso il dono reciproco della presenza dell'altro. Proprio perché ci sentiamo profondamente amati possiamo affrontare con coraggio l'avventura del matrimonio. Paolo utilizza l'immagine del rivestirsi. Non si riferisce soltanto agli abiti degli sposi, ma invita a indossare ogni giorno misericordia, tenerezza, bontà, umiltà e pazienza. Possiamo essere pazienti perché Dio è paziente con noi. Possiamo perdonarci anche nelle situazioni più difficili perché siamo stati perdonati per primi. L'amore che ci scambiamo nasce sempre da un dono ricevuto. La carità tiene insieme tutta la casa La vita matrimoniale si costruisce soprattutto attraverso le piccole cose quotidiane: una parola pronunciata con dolcezza, un saluto al mattino, una mano tesa dopo una discussione, la capacità di ricominciare anche dopo un momento di silenzio. In tutto questo la carità è il tetto che tiene unita l'intera casa. San Paolo ci invita anche a lasciare che la parola di Cristo dimori abbondantemente tra noi. Questo significa permettere alla Parola di diventare il nostro linguaggio quotidiano, il criterio delle nostre decisioni, il modo con cui ci consoliamo, ci incoraggiamo e rendiamo grazie. In una casa dove abita la Parola di Dio non viene mai meno la speranza. Una casa piena della presenza del Signore Per questo oggi preghiamo non perché gli sposi siano risparmiati dalle difficoltà, ma perché non perdano mai la roccia sulla quale hanno costruito la loro vita. Chiediamo che il loro cuore sia custodito dalla luce dello Spirito Santo e che la pace di Cristo regni sempre nella loro casa. Un giorno, guardandosi indietro, potranno riconoscere che tutto è iniziato proprio oggi, nella chiesa di Galatina. Anche gli errori, le difficoltà e i limiti saranno stati vissuti insieme, poggiando sempre sul fondamento ricevuto nel giorno del matrimonio. Insieme rendiamo grazie a Dio per il dono che Antonio e Benedetta si fanno reciprocamente e che fanno anche a tutta la comunità. Lo ringraziamo perché li ha fatti incontrare, perché oggi consacra il loro amore e perché continuerà ad accompagnarli ogni giorno. Preghiamo infine che la loro casa sia davvero costruita sulla roccia, colma della presenza del Signore, aperta agli amici, ai piccoli, ai poveri e ai bisognosi, una casa luminosa e accogliente, nella quale chiunque entri possa incontrare il Signore che continua ad abitare in mezzo a loro.

  25. 444

    Riscoprire la nostra dignità e viverla nell'accoglienza - Omelia XIII domenica TO A S Andrea

    Nel Vangelo di oggi ci sono due affermazioni molto forti di Gesù. La prima riguarda la nostra dignità di discepoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». La seconda riguarda l'accoglienza: «Chi accoglie voi accoglie me». Entrambe ci invitano a riscoprire il dono ricevuto da Dio e il modo concreto con cui siamo chiamati a viverlo. La provocazione dell'essere degni di Cristo Ci fermiamo anzitutto sulla parola "degni". È un'espressione che ci mette in difficoltà, perché nel nostro linguaggio la dignità sembra sempre legata ai meriti, alle capacità, all'essere all'altezza di un compito. Pensiamo che essere degni significhi aver dimostrato qualcosa, essere particolarmente bravi o fedeli. Se ci chiedessimo sinceramente chi si sente degno del Signore, probabilmente pochi alzerebbero la mano. La distanza tra noi e Gesù ci appare troppo grande. Ci viene più spontaneo ripetere le parole del figlio prodigo: «Non sono degno di essere chiamato tuo figlio», oppure quelle del centurione: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Eppure proprio in questi episodi il Vangelo ci mostra che Dio non si ferma alla nostra indegnità: il padre accoglie il figlio con una festa e Gesù loda la fede del centurione. Comprendiamo allora che la dignità di cui parla il Vangelo non nasce dai nostri meriti, ma dall'iniziativa gratuita di Dio. Una dignità che riceviamo gratuitamente Riconosciamo che non siamo noi a renderci degni di Cristo: è Lui che ci rende degni di sé. Ci ama, ci sceglie, ci accoglie, ci perdona e continua a venire nella nostra vita nonostante i nostri limiti. Possiamo domandarci con stupore perché il Signore abbia voluto entrare nella nostra esistenza. Cosa ha visto in noi? Perché continua ad amarci anche quando sperimentiamo i nostri fallimenti, le difficoltà nella famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio alla comunità e quando ci sembra di aver sprecato tanti doni ricevuti? La risposta è che la nostra dignità è un dono ricevuto, non una conquista personale. Immersi in Cristo attraverso il Battesimo La seconda lettura, dalla Lettera ai Romani, illumina profondamente questa verità. Siamo stati battezzati in Cristo, immersi nella sua morte e nella sua risurrezione. Così come Lui è morto ed è risorto, anche noi siamo morti al peccato e possiamo camminare in una vita nuova. Paolo usa espressioni straordinarie: siamo viventi per Dio in Cristo, siamo destinati a vivere con Lui. Tutto questo supera infinitamente ciò che potremmo meritare. È un regalo totalmente gratuito, tanto più sorprendente perché Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. Per questo la prima grande conversione consiste nell'accogliere questa dignità ricevuta. Dio ci dona tutto ancora prima che noi possiamo dimostrare qualcosa. È un dono anticipato che trasforma la nostra vita. Essere degni significa assomigliare a Gesù Proprio perché siamo stati resi degni da Cristo, possiamo iniziare ad assomigliargli. Essere degni non significa sentirsi superiori, ma imparare ad amare come ama Lui. Gesù non ci chiede di amare meno i nostri genitori, i nostri figli o le persone care. Ci invita piuttosto a far nascere ogni amore dall'amore ricevuto da Lui. Solo se ci lasciamo amare da Cristo possiamo amare veramente gli altri. Questa dignità ci rende capaci anche di affrontare la nostra croce. Normalmente vorremmo liberarci delle nostre sofferenze, depositarle da qualche parte e non pensarci più. Invece Gesù ci invita a prenderle sulle spalle e a seguirlo. Le nostre croci sono molteplici e ciascuno potrebbe raccontare le proprie. Non sono un ostacolo alla vita del discepolo, ma il luogo in cui possiamo conformare sempre più la nostra vita a quella di Cristo, che ha portato la sua croce fino a donare completamente sé stesso. Questa stessa forza ci permette perfino di perdere la nostra vita, cioè di donarla senza riserve. Possiamo spenderci interamente per la nostra famiglia, per i figli, per gli altri, senza trattenere nulla per noi, proprio perché siamo figli amati e resi degni dal Signore. La seconda provocazione: l'accoglienza La seconda parte del Vangelo apre una prospettiva altrettanto sorprendente: «Chi accoglie voi accoglie me». Essere discepoli non è un privilegio da custodire gelosamente. La dignità ricevuta è destinata a essere condivisa. Gesù si serve di noi perché gli altri possano incontrarlo. Non possiamo rinchiuderci nelle nostre case, soddisfatti della nostra fede e del nostro rapporto personale con Dio. Siamo inviati a uscire e a lasciarci accogliere dagli altri, proprio come aveva fatto Gesù inviando i suoi discepoli. L'accoglienza diventa così il luogo concreto dell'incontro con Cristo. Incontrare il Signore attraverso le persone Forse nessuno di noi ha visto fisicamente Gesù. Eppure possiamo dire di averlo incontrato molte volte. Lo abbiamo visto nelle persone che ci hanno accolto, nei nostri genitori, nei familiari, in chi ci ha insegnato a vivere, ad ascoltare la Parola di Dio, in chi ci ha donato anche solo un gesto semplice di attenzione e di bene. Ogni persona che ci ha mostrato il Vangelo ci ha fatto conoscere il volto del Signore. Per questo Gesù afferma che anche un semplice bicchiere d'acqua fresca donato a uno dei suoi piccoli non resterà senza ricompensa. Vivere ogni relazione come accoglienza Comprendiamo allora che tutta la nostra dignità di discepoli si realizza nell'accoglienza. Siamo chiamati ad accoglierci reciprocamente nella famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli, con i vicini di casa, i colleghi di lavoro e tutte le persone che incontriamo. Accogliere significa ascoltare, prendere per mano, condividere il cammino, aiutarsi e volersi bene. Spesso siamo più disponibili a dare qualcosa di materiale che a offrire noi stessi. Preferiamo consegnare un aiuto economico e poi mantenere le distanze, evitando che l'altro entri davvero nella nostra vita. Gesù invece manda i suoi discepoli senza nulla, proprio perché imparino a ricevere il bene che gli altri sono capaci di offrire e a costruire relazioni autentiche. L'esempio della donna che accoglie Eliseo Anche la prima lettura ci offre un esempio luminoso di questa accoglienza. Una donna riconosce in Eliseo un uomo di Dio e decide dapprima di offrirgli da mangiare. Poi comprende che può fare di più e prepara per lui una piccola stanza con un letto, una sedia e una lampada. Può sembrare poco, ma è un gesto di straordinaria generosità. Quella donna non cerca alcuna ricompensa e afferma di vivere serenamente con il suo popolo, senza desiderare altro. Proprio per questa gratuità riceve in dono ciò che sembrava impossibile: un figlio, nonostante l'età avanzata del marito. L'accoglienza diventa così il luogo in cui Dio fa fiorire una vita nuova. Riscoprire la nostra dignità e viverla nell'accoglienza Concludiamo questa riflessione ringraziando il Signore per il dono della dignità che ci ha gratuitamente regalato. Non è una dignità conquistata, ma ricevuta attraverso il suo amore, il suo perdono e il Battesimo che ci ha immersi nella sua vita. Proprio perché siamo stati resi degni di Cristo, siamo chiamati a vivere da suoi discepoli, portando le nostre croci, donando la nostra vita e trasformando ogni relazione in un'occasione di accoglienza. È lì che il Vangelo prende forma, è lì che gli altri possono incontrare il Signore attraverso di noi ed è lì che anche noi continuiamo a incontrare Lui.

  26. 443

    Il dolore dell'esilio e una preghiera che non nasconde la sofferenza Omelia sabato XII settimana TO

    Oggi il Libro delle Lamentazioni ci invita a fermarci davanti al momento più drammatico della storia del popolo d'Israele: la deportazione in esilio, già raccontata nel Libro dei Re. Questo libro non cerca di spiegare il dolore né di offrire facili consolazioni. Al contrario, dà voce con grande sincerità alla sofferenza e ci insegna a pregare proprio quando il cuore è ferito. Il testo che leggiamo nella liturgia è estremamente diretto. Il popolo afferma senza esitazione: «Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe». È un'espressione molto forte, che riconosce come, dietro l'azione di Nabucodonosor e dell'esercito babilonese, vi sia comunque la signoria di Dio sulla storia. Il popolo comprende che questa tragedia non è casuale, ma è conseguenza della propria infedeltà: ha abbandonato l'alleanza, ha trasgredito i comandamenti e ha sostituito il Signore con gli idoli. Il silenzio davanti alla tragedia Ci soffermiamo poi sulla descrizione del dolore del popolo, resa ancora più intensa dal silenzio. Gli anziani di Sion siedono a terra senza parlare. Essi, che sanno leggere gli avvenimenti della storia, restano prostrati e muti davanti a una sofferenza così grande. Anche le giovani di Gerusalemme abbassano il capo fino a terra. Nessuno trova parole adeguate. È un silenzio che esprime insieme smarrimento, impotenza e quasi una rassegnazione di fronte alla devastazione. L'immagine più sconvolgente è però quella dei bambini che muoiono di fame. È il culmine del dolore: vedere i figli morire senza poter fare nulla. Il grido che diventa preghiera Di fronte a una situazione tanto drammatica, il Libro delle Lamentazioni non invita a reprimere il dolore, ma a trasformarlo in preghiera. Il popolo viene esortato a gridare al Signore con tutto il cuore. Siamo invitati a lasciar sgorgare le lacrime come un torrente, giorno e notte, senza vergognarci della nostra sofferenza. La preghiera nasce dal cuore, prende la forma del grido, delle lacrime e dell'invocazione accorata. Dobbiamo alzarci anche nella notte e presentarci davanti al Signore, implorandolo soprattutto per la vita dei bambini che muoiono di fame. È una delle immagini più dolorose dell'intera Scrittura e ci ricorda quanto sia insopportabile per un genitore assistere alla morte dei propri figli. Le sofferenze di oggi e la speranza della fede Questa pagina biblica ci porta a pensare alle tante sofferenze del nostro tempo. Pensiamo alle prove personali e familiari che ciascuno porta nel cuore, ma anche ai grandi drammi dell'umanità: le guerre, le catastrofi naturali e, in particolare, il terremoto che ha colpito il Venezuela, paese natale del predicatore, pur non essendovi mai tornato. Tutte queste situazioni diventano motivo di preghiera. Anche oggi siamo invitati a gridare al Signore, ad alzare lo sguardo verso di Lui e a chiedere con fiducia il suo aiuto. La fede del centurione e la certezza che Cristo porta le nostre sofferenze Il Vangelo ci offre l'esempio del centurione, che Gesù stesso loda per la sua grande fede. Egli non pretende nulla per sé, ma riconosce con umiltà: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; basta una tua parola e il mio servo sarà guarito». Tutte le guarigioni operate da Gesù nascono da questa fiducia. Crediamo che il Signore è buono, che ci viene incontro, che non ci ha abbandonati e che si fa vicino proprio nelle nostre sofferenze. Egli è venuto nel mondo per caricarsi delle nostre malattie, del nostro dolore e del nostro peccato. Questa verità la professiamo anche nella liturgia eucaristica. Poco prima della Comunione ripetiamo le stesse parole del centurione e contempliamo Gesù come l'Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Egli porta anche le nostre sofferenze e le nostre ferite. Per questo possiamo rivolgerci a Lui con fiducia, chiedendo che ascolti la nostra preghiera e venga in nostro aiuto.

  27. 442

    L'esilio: la tragedia che apre alla speranza - Omelia venerdi XII settimana TO

    Arriviamo al punto culminante del Libro dei Re, quello della tragedia dell'esilio. Assistiamo alla caduta di Gerusalemme: l'assedio viene spezzato, la città è conquistata e il popolo viene deportato in Babilonia. Questo rappresenta una svolta decisiva nella storia di Israele, un evento che segnerà profondamente la sua identità e la sua fede. Questo passaggio diventerà così importante da essere continuamente riletto, meditato, cantato e ricordato. È una tragedia immensa, perché tutto ciò che costituiva il cuore della vita del popolo viene distrutto: la città santa, il Tempio e la monarchia. Da quel momento non ci sarà più un regno d'Israele come prima. L'esilio come conseguenza del rapporto spezzato con Dio In realtà comprendiamo che la parte più drammatica della vicenda non è tanto la distruzione materiale, quanto il lungo deterioramento del rapporto tra il popolo e il Signore. Ripercorrendo i Libri dei Re, vediamo infatti come l'infedeltà si sia progressivamente aggravata. Israele arriva a riconoscere che l'esilio non è semplicemente una disgrazia o una sfortuna capitata per caso, ma rientra nel disegno di Dio. È la conseguenza dell'incapacità del popolo di rimanere fedele all'alleanza. Anche il Vangelo di Matteo, nella genealogia di Gesù, ricorda esplicitamente la deportazione in Babilonia, segno che questo evento è rimasto una tappa fondamentale della storia della salvezza. Anche noi siamo invitati a guardare con attenzione a questa realtà. L'esilio rappresenta un momento di crisi, di fallimento, nel quale il popolo prende coscienza della propria incapacità di vivere pienamente l'alleanza con Dio. In un certo senso sperimenta l'abbandono: il Signore lo consegna nelle mani del re di Babilonia. Dio non distrugge il suo popolo Nonostante tutto, una luce di speranza appare immediatamente. Il popolo non viene completamente sterminato. Una parte viene deportata, mentre un'altra rimane nella terra. Il testo ricorda che Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò gran parte della popolazione, ma lasciò i più poveri come vignaioli e agricoltori. Questo significa che Israele non viene cancellato. Anzi, proprio tra coloro che sono deportati nasce il desiderio del ritorno e si apre un nuovo cammino. Il Salmo 136 esprime magnificamente questo sentimento. Ci chiediamo come sia possibile cantare i canti del Signore in terra straniera, come si possa trovare gioia lontani da Gerusalemme. Eppure proprio quella nostalgia rivela quanto Gerusalemme e il Signore siano diventati il bene più prezioso, da porre al di sopra di ogni altra gioia. I nostri esili personali Anche noi possiamo rileggere la nostra vita alla luce di questa esperienza. Forse abbiamo attraversato momenti nei quali tutto sembrava perduto: un lutto, una crisi familiare, la perdita del lavoro, le sofferenze provocate da un figlio o da altre situazioni particolarmente dolorose. La grande consolazione è che il Signore non abbandona mai il suo popolo. Proprio nell'esilio Egli rimane accanto ai suoi. Sarà Lui stesso a guidare il ritorno verso Gerusalemme, camminando davanti al popolo. Per questo siamo invitati ad alzare lo sguardo e riconoscere che Dio è presente anche nelle prove più dure. Non ci ha mai lasciati e non ci lascerà mai. La Scrittura ci insegna così a vivere le situazioni più difficili con una nuova consapevolezza: ogni prova può diventare un cammino di conversione e di affidamento ancora più totale e disarmato. La certezza che Dio non abbandona mai i suoi trova il suo compimento in Gesù sulla croce. Anche lì il Figlio non è stato realmente abbandonato dal Padre. La fede audace del lebbroso Alla luce di questa speranza comprendiamo anche il Vangelo del lebbroso. Quest'uomo si presenta a Gesù con una fiducia straordinaria e dice semplicemente: «Se vuoi, puoi purificarmi». È la preghiera di chi non possiede più nulla, ma sa che tutto è possibile per Colui che ha davanti. Non pretende nulla, si affida completamente alla volontà di Gesù. Di fronte a una fede così umile e radicale, Gesù non può che rispondere: «Lo voglio, sii purificato». Egli stende la mano e tocca il lebbroso, superando quella distanza che l'impurità imponeva tra lui e gli altri. Gesù non teme di avvicinarsi, di toccare e di guarire. Il suo desiderio è restituire quell'uomo alla vita e alla comunione. La nostra preghiera Anche noi oggi invochiamo il Signore perché venga a raggiungerci nei nostri esili, nelle nostre difficoltà e nelle nostre solitudini personali, familiari e comunitarie. Gli chiediamo di venire fino a noi, di toccarci con la sua misericordia, di purificarci, di prenderci per mano e di guidarci nuovamente verso la nostra Gerusalemme, là dove possiamo ritrovare la comunione con Lui e la pienezza della vita.

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    Un uomo del Vangelo nella semplicità della vita quotidiana - Omelia giovedì XII settimana TO Viadagola

    Il tempo trascorso dalla morte di Daniele potrebbe apparire breve, ma in realtà è già abbastanza lungo da farci sperimentare profondamente il peso della sua assenza. Soprattutto per chi gli è stato più vicino, ogni giorno rende ancora più evidente quanto fosse preziosa la sua presenza, anche se questo lo sapevamo già prima della sua improvvisa scomparsa. L'assenza diventa concreta nei gesti più semplici della quotidianità: la sedia rimasta vuota, il letto che nessuno occupa più, il telefono che non possiamo più chiamare, il lavoro che continua senza di lui. È un dolore che continua a manifestarsi e che sembra impossibile da consolare. Per questo essere riuniti per questa celebrazione richiede coraggio e fede. Abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio Non siamo qui soltanto per ricordare Daniele o per affidarlo ancora una volta al Signore attraverso la preghiera. Siamo qui soprattutto perché abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio. Nei momenti del dolore non servono discorsi retorici, elogi esagerati o parole dolci che cercano semplicemente di attenuare la sofferenza. Il Vangelo ci sorprende proprio perché non racconta favole e non addolcisce la realtà. Gesù parla con estrema serietà dell'ingresso nel Regno dei cieli, affermando che non basta invocare il suo nome, né vantare opere straordinarie, miracoli o prodigi. Addirittura dice che alcuni sentiranno rivolgersi parole durissime: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me». È una pagina che ci obbliga a riflettere sul significato autentico della fede. Costruire la propria casa sulla roccia Il Vangelo prosegue raccontando dell'uomo saggio che costruisce la propria casa sulla roccia. Questa immagine diventa un ritratto molto bello di Daniele. Gesù non promette una vita senza difficoltà. Le piogge, i venti e i fiumi arrivano comunque. Le prove fanno parte dell'esistenza di ogni persona. Quanto accaduto a Daniele è stato una tempesta terribile: entrare in ospedale per un intervento che sembrava semplice e non uscirne più. Eppure il Vangelo ci invita a guardare oltre la tragedia, ricordandoci che la casa costruita sulla roccia non crolla. Daniele aveva edificato la sua vita su fondamenta solide. Un uomo del Vangelo nella semplicità della vita quotidiana Daniele forse non era una persona che manifestava una religiosità appariscente. Non era uno di quelli che parlavano continuamente di Dio o ostentavano pratiche religiose. Era però un uomo del Vangelo perché viveva concretamente ciò che Gesù insegna. Era un lavoratore che conosceva il valore della fatica quotidiana. Per anni, insieme a sua moglie, a suo figlio, ai collaboratori e a chi aveva costruito quell'attività prima di lui, ha lavorato con costanza, giorno dopo giorno. Il mestiere del panettiere rappresenta bene questa fedeltà. Non ci si può permettere di dire che oggi non si ha voglia di lavorare, perché ogni mattina c'è qualcuno che aspetta il pane. È un lavoro che richiede presenza continua, sacrificio, umiltà e capacità di ricominciare ogni giorno senza scorciatoie. Questa fedeltà silenziosa, concreta e quotidiana è profondamente evangelica. Fare la volontà del Padre nelle piccole cose Gesù insegna che entrerà nel Regno dei cieli non chi semplicemente dice "Signore, Signore", ma chi compie la volontà del Padre. Comprendiamo allora che fare la volontà di Dio significa vivere bene le cose ordinarie della vita: lavorare con onestà, dedicarsi con amore alla propria famiglia, servire con attenzione i clienti, coltivare l'amicizia, affrontare ogni giorno con il sorriso, la dedizione e il senso del dovere. Spesso immaginiamo che il Vangelo chieda imprese straordinarie, ma non è così. La santità consiste nella perseveranza, nella fedeltà e nella responsabilità vissute ogni giorno. Daniele incarnava proprio questo stile. Non cercava di mettersi in mostra. Compariva con discrezione, salutava e tornava subito al suo lavoro. Non aveva bisogno di apparire perché semplicemente c'era sempre. Una presenza che continua a portare frutto La presenza fedele di Daniele ha costruito qualcosa che non è crollato con la sua morte. La sua vita continua ad essere presente nella sua famiglia, nell'affetto reciproco, nell'impresa che ha contribuito a costruire, nelle relazioni che ha coltivato e nelle persone che hanno condiviso con lui il lavoro quotidiano. Questa costruzione non è stata opera di un solo uomo, ma di una famiglia e di una comunità che hanno lavorato insieme. Tuttavia, il contributo di Daniele rimane ben visibile. La morte interrompe la vita terrena, ma non cancella tutto ciò che è stato costruito attraverso l'amore, il sacrificio e la fedeltà quotidiana. L'amore è ciò che rimane Ogni gesto di amore donato giorno dopo giorno rimane sia nel cuore delle persone sia nel cuore di Dio. È proprio l'amore concreto vissuto nella quotidianità che misura la grandezza di una persona. Per questo, ogni volta che celebriamo l'Eucaristia, non facciamo memoria semplicemente della morte di Gesù, ma del suo dono d'amore, culminato nella sua morte e risurrezione. Nell'Eucaristia incontriamo il Cristo vivente attraverso la sua Parola, il suo Corpo e il suo Sangue. Pregare per Daniele, quindi, non significa lasciarsi imprigionare dalla nostalgia. È invece un autentico atto di fede e di gratitudine per tutto ciò che egli ha fatto, ha insegnato e continua ad essere. La vita continua nella pienezza di Dio Gesù afferma: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà». Esiste un mistero profondo nella vita di chi si dona ogni giorno con fedeltà. Questo dono non termina con la morte, ma continua oltre, perché segue il cammino stesso di Cristo. Gesù è stato il primo a vivere questa totale fedeltà, affrontando la croce non come un gesto eroico fine a sé stesso, ma come il passaggio verso la pienezza della vita. Per questo siamo invitati a pensare a Daniele non nel momento della sua morte, ma nella pienezza della vita che ora vive presso Dio. Noi oggi sperimentiamo il vuoto lasciato dalla sua assenza, ma per lui quella pienezza è ormai realtà. Ogni esistenza umana è un cammino verso una crescita progressiva che raggiunge il suo compimento in un momento diverso per ciascuno. Continuare a costruire con lo stesso stile Possiamo riconoscere in Daniele l'immagine dell'uomo saggio che ha costruito sulla roccia. Ciò che egli ha edificato non è andato distrutto. Ha certamente subito uno scossone enorme, ma non è crollato. La vita continua grazie anche all'esempio che lui ha lasciato. Per quanto sia difficile, abbiamo il dovere e la responsabilità di proseguire quella costruzione con lo stesso stile che egli ci ha insegnato: semplicità, costanza, umiltà e fedeltà. Chiediamo quindi al Signore di sostenere tutti noi, e in particolare la sua famiglia, affinché possa vivere questo tempo con gratitudine per aver avuto accanto un uomo che è stato un autentico operatore del Vangelo e che ha costruito qualcosa di solido e duraturo. La roccia è Cristo e la risurrezione è l'ultima parola La vera roccia su cui costruire la vita è Gesù Cristo. Costruire sulla roccia significa assumere il suo stile: dare la propria vita, offrire tutto sé stessi nell'amore quotidiano. A questa roccia affidiamo ancora una volta Daniele, certi che l'amore misericordioso del Padre è più forte della morte. L'ultima parola non appartiene alla morte, ma alla risurrezione. Siamo così chiamati a vivere una comunione nuova con lui e con il Signore, lasciando che questa speranza alimenti ogni giorno la nostra esistenza. La costruzione iniziata da Daniele continua attraverso di noi, nello stesso spirito di fedeltà e di amore, nella certezza che il dono della vita non si interrompe, ma continua per sempre. Per questo, insieme, rendiamo grazie al Signore.

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    Plasmati dal grembo materno: una storia di misericordia e salvezza - Omelia del 24 giugno bvi

    Nelle letture emerge con forza un'espressione che ci sorprende e ci affascina: sia il profeta Isaia sia il salmista affermano che il Signore li ha chiamati e plasmati fin dal grembo materno. Isaia dice che Dio ha pronunciato il suo nome quando era ancora nel seno di sua madre e che lo ha formato come suo servo prima ancora della nascita. Questa prospettiva è molto diversa dal nostro modo abituale di pensare. Quando parliamo di vocazione, matrimonio, sacerdozio o di qualsiasi chiamata, immaginiamo normalmente una scelta che matura nell'età adulta. Invece la Scrittura ci porta ancora più indietro, fino al grembo materno, affermando che l'opera di Dio precede persino la nostra nascita. Non si tratta soltanto della creazione fisica della persona. Dio non si limita a dare origine alla vita, ma plasma ciascuno secondo un progetto preciso. Il profeta ne è profondamente consapevole e, nel momento in cui sembra voler proclamare qualcosa di grandioso alle nazioni lontane, annuncia proprio questa verità: il Signore lo ha plasmato fin dal seno materno. La meraviglia della nostra creazione Questa stessa consapevolezza appare in modo ancora più intenso nel Salmo. Il salmista riconosce che Dio ha formato ogni parte del suo essere e lo ha tessuto nel grembo della madre. Per questo esplode in un canto di lode: «Ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda». Siamo invitati a guardare noi stessi con gli occhi della fede e a riconoscere che la nostra esistenza è anzitutto un'opera di Dio. Non è soltanto nostra madre ad averci generati: attraverso di lei è il Signore che ci ha voluti, formati e accompagnati. Il salmista continua affermando che 33le opere di Dio sono meravigliose e che la sua anima le riconosce pienamente. La nostra stessa esistenza è parte di queste meraviglie. Essere stati generati nel grembo materno è qualcosa che ci lega profondamente all'azione creatrice e salvifica di Dio. La Scrittura arriva persino ad affermare che ciascuno di noi è stato pensato e voluto fin dalla creazione del mondo. La nostra vita non nasce dal caso, ma da un progetto d'amore che precede ogni cosa. Giovanni Battista: una nascita segnata dalla misericordia Questa verità si manifesta in modo particolare nella nascita di Giovanni Battista, che la Chiesa celebra oggi. Tutto ciò che riguarda la sua venuta al mondo è avvolto dalla meraviglia e dalla grazia di Dio. Il Vangelo mostra come le persone comprendano immediatamente che in quel bambino c'è qualcosa di straordinario. Già in precedenza avevano visto Zaccaria uscire dal tempio incapace di parlare dopo la visione dell'angelo e avevano intuito che era accaduto qualcosa di eccezionale. Ora, davanti alla nascita del bambino, riconoscono che il Signore sta operando in modo particolare. Vicini e parenti si rallegrano con Elisabetta perché vedono in lei la manifestazione della grande misericordia di Dio. Il nome stesso di Giovanni lo esprime: Yohanan significa infatti «Dio usa misericordia». La sua nascita è un segno concreto della misericordia divina. Proprio la fragilità di Elisabetta, ormai anziana e apparentemente incapace di generare, diventa il luogo in cui la potenza di Dio si manifesta con maggiore evidenza. Dio sceglie ciò che è piccolo, debole e improbabile per rendere ancora più visibile la sua opera. Il nome ricevuto da Dio Un elemento particolarmente significativo è la scelta del nome. Tutti si aspettavano che il bambino ricevesse un nome legato alla tradizione familiare, ma Elisabetta e Zaccaria insistono: il suo nome è Giovanni. Non è un nome scelto dalla famiglia. È il nome indicato da Dio attraverso l'angelo. In questo modo si manifesta che la vita di Giovanni appartiene a un progetto più grande, preparato e voluto dal Signore. Quando Zaccaria conferma il nome e riacquista la parola, esplode nel canto del Benedictus. In quel cantico, che la Chiesa recita ogni mattina nelle Lodi, egli riconosce l'opera misericordiosa di Dio che visita il suo popolo, vince i nemici e prepara la salvezza per Israele. Giovanni prepara la strada a Gesù Tutta l'esistenza di Giovanni Battista è orientata verso una missione precisa: preparare la strada al Messia. Per questo Dio lo accompagna fin dall'inizio della sua vita. Il Vangelo ricorda che il bambino cresceva, si fortificava nello spirito e che la mano del Signore era su di lui. Tutto il suo sviluppo umano e spirituale è sostenuto dalla presenza di Dio. Giovanni sarà colui che aprirà i cuori alla venuta di Cristo, che ricondurrà i padri verso i figli e che indicherà a tutti Gesù dicendo: «Ecco l'Agnello di Dio». Egli riesce a riconoscere il Messia perché sa leggere la propria storia alla luce dell'azione di Dio. È consapevole di tutto il bene ricevuto e può riconoscere che la sua vita è stata guidata dal Signore fin dal grembo materno. Come Isaia e come il salmista, anche lui può affermare che Dio lo ha plasmato, chiamato per nome, sostenuto e preparato per la sua missione. Rendere grazie per la nostra storia Questa riflessione ci conduce a un grande ringraziamento. Tutto ciò che Dio opera nella nostra vita ha come scopo ultimo quello di condurci a Gesù. Anche noi siamo stati voluti, desiderati, plasmati e accompagnati lungo il cammino della nostra esistenza. Certamente non sono mancate le difficoltà, ma la mano del Signore non ha cessato di guidarci. Per questo siamo invitati a guardare la nostra storia con stupore e gratitudine. Come la gente della Giudea che esultava per la nascita di Giovanni, anche noi, insieme alla Chiesa, possiamo benedire il Signore, riconoscere la sua opera e meravigliarci per tutto ciò che ha compiuto nella nostra vita. La strada verso il Messia è stata preparata anche dentro di noi. Per questo possiamo accostarci a Lui con fiducia, ringraziando il Signore per averci pensati, amati e accompagnati fin dall'inizio della nostra esistenza.

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    Non abbiate paura: la forza della missione e la fiducia nel Padre - Omelia XII domenica del TO anno A BVI 21 giugno 2026

    Il Vangelo di oggi inizia con questo invito di Gesù: «Non abbiate dunque paura». Quel “dunque”, che nel lezionario non è riportato, è però fondamentale perché rappresenta la conclusione di tutto il lungo discorso missionario del capitolo 10 del Vangelo di Matteo. Ricordiamo come Gesù, mosso da compassione per la folla che vedeva come pecore senza pastore, abbia chiamato a sé i Dodici, li abbia chiamati per nome e abbia affidato loro il potere di guarire e di scacciare i demoni. Li ha poi inviati in missione con parole molto esigenti: gratuitamente avevano ricevuto e gratuitamente dovevano dare; dovevano partire senza sicurezze materiali, affidandosi all’accoglienza delle persone; dovevano essere astuti come serpenti e semplici come colombe. Gesù arriva persino a dire loro: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». È sorprendente vedere come scelga uomini semplici, pescatori ancora inesperti del Vangelo, e li invii immediatamente ad annunciarlo. Lo fa perché avverte l’urgenza della missione e il grande bisogno dell’umanità. La paura degli Apostoli e l’esperienza di Geremia Se Gesù dice più volte di non avere paura, significa che la paura era realmente presente nel cuore degli Apostoli. Da una parte c’era la consapevolezza dell’enormità del compito affidato loro; dall’altra vi erano le difficoltà e le opposizioni che inevitabilmente avrebbero incontrato. La prima lettura, tratta dal capitolo 20 di Geremia, ci mostra una situazione analoga. Il profeta viene inviato ad annunciare a Gerusalemme una parola durissima: l’arrivo dei Babilonesi, la distruzione della città e la deportazione del popolo. Un messaggio che nessuno voleva ascoltare. Per questo Geremia viene contrastato, perseguitato, imprigionato e percosso. Eppure dentro di lui la Parola di Dio arde come un fuoco che non può trattenere. Annunciare la verità gli costa molto, ma non può sottrarsi alla missione ricevuta. Anche gli Apostoli sperimentano qualcosa di simile: la fedeltà al Vangelo comporta inevitabilmente una lotta interiore e l’affrontare l’incomprensione degli altri. Le paure che abitano il cuore dell’uomo La paura di cui parla Gesù non coincide semplicemente con il timore umano. Certamente esiste il santo timore di Dio, che il Vangelo stesso richiama, ma qui si tratta soprattutto di quelle paure profonde che emergono quando prendiamo sul serio il Vangelo. Accade nelle grandi decisioni della vita: nel matrimonio, nell’accoglienza di un figlio, nelle scelte vocazionali e in tutte quelle situazioni in cui comprendiamo che la Parola di Dio ci chiede qualcosa di concreto e impegnativo. Sentiamo il desiderio di seguirla, ma insieme avvertiamo anche il peso dell’incertezza. Esiste inoltre la paura della morte e del male che attraversa il mondo. Vediamo continuamente il prevalere di logiche di guerra, di sopraffazione e di violenza. È una realtà che genera inquietudine e che tutti portiamo nel cuore. Anche Gesù ha conosciuto questa paura. Basta pensare alla sua esperienza nel Getsemani. Per questo può comprendere profondamente le nostre fragilità e rassicurarci. Prima ragione per non avere paura: la verità verrà alla luce Gesù offre una prima motivazione: nulla di ciò che è nascosto resterà nascosto. Tutto ciò che oggi sembra segreto, insignificante o destinato a scomparire verrà manifestato. Quando si vive il Vangelo, può sembrare che la sua forza rimanga invisibile. Le parole di Gesù appaiono deboli di fronte alle logiche dominanti del mondo. Talvolta sembra che l’esperienza cristiana sia una realtà per pochi e persino una realtà perdente. Eppure il Signore assicura che il Vangelo verrà alla luce. Ciò che è stato vissuto nella fedeltà non andrà perduto. Viene portato l’esempio della comunità di Monte Sole e dei suoi martiri. Dopo la distruzione operata dai nazisti, sembrava che quella testimonianza evangelica fosse stata cancellata dalla storia. Per molti anni quasi nessuno ne parlò più. Tuttavia, grazie all’impegno di persone che ne custodirono la memoria, quella vicenda è tornata alla luce ed è oggi riconosciuta come un patrimonio prezioso della Chiesa. Il Vangelo non scompare. Ciò che viene vissuto nella fede continua a portare frutto e, prima o poi, viene manifestato. Seconda ragione per non avere paura: il Padre è presente anche nella caduta Gesù invita poi a non temere coloro che possono uccidere il corpo. I discepoli sanno già che incontreranno persecuzioni e sofferenze. Il Signore non promette che non accadrà nulla di doloroso. Non dice che saranno risparmiati dalle prove. Dice piuttosto qualcosa di molto più profondo. Parlando dei passeri, afferma che neppure uno di essi cade a terra senza che il Padre sia presente. Anche la creatura più insignificante, nel momento della sua caduta, è accompagnata dallo sguardo amorevole di Dio. Per questo non dobbiamo avere paura: qualunque sia la prova che affrontiamo — malattia, sofferenza, fallimento o persino morte — il Padre non ci abbandona. La sua presenza ci accompagna sempre. La vera sicurezza del credente non consiste nell’evitare la sofferenza, ma nel sapere di non essere mai solo. Terza ragione per non avere paura: il nostro valore agli occhi di Dio La terza motivazione è legata al valore immenso che abbiamo davanti a Dio. I passeri valgono pochissimo, eppure il Padre si prende cura di loro. Quanto più si prenderà cura di noi! Gesù arriva a dire che persino i capelli del nostro capo sono tutti contati. Questa immagine ci invita a non vergognarci della nostra piccolezza. Possiamo sentirci deboli, insignificanti, incapaci, come piccoli passeri smarriti che nessuno nota. Ma proprio in questa condizione scopriamo quanto siamo preziosi agli occhi del Padre. La nostra fragilità non è un motivo di vergogna. È il luogo in cui possiamo sperimentare più profondamente la vicinanza e la tenerezza di Dio. Confessare il Signore con fiducia Alla luce di queste tre ragioni, siamo chiamati a confessare il Signore senza paura. Riconoscere Cristo significa accettare la nostra piccolezza e affidarla a Lui. Significa credere che il Vangelo non andrà perduto, che il Padre ci accompagna in ogni situazione e che il nostro valore non dipende dalla forza o dal successo, ma dall’amore con cui Dio ci guarda. Questa è stata la forza dei Dodici Apostoli: uomini semplici, inesperti, talvolta goffi, ma capaci di confidare totalmente nel Signore. Una preghiera per la missione Chiediamo allora al Signore di liberarci dalle paure profonde che abitano il nostro cuore. Domandiamo di non vergognarci della nostra piccolezza, della nostra fede e della nostra appartenenza a Lui. Vogliamo testimoniare con la nostra vita che il Signore è accanto a noi, ci accompagna e ci sostiene. Vogliamo partecipare con gioia alla missione che ci affida: portare il Vangelo nelle nostre famiglie, tra i ragazzi, nei luoghi di lavoro, tra i vicini di casa e in ogni ambiente della vita quotidiana. C’è un’urgenza missionaria che riguarda tutti. Nessuno deve pensare che il proprio contributo sia insignificante o destinato a scomparire. Il Vangelo non è una realtà che svanisce nel tempo: il Signore desidera che siamo suoi testimoni gioiosi, certi che la sua opera porterà frutto e che nulla di ciò che viene vissuto per amore andrà perduto.

  31. 438

    Elia, la parola di fuoco e il riposo nell’amore - Omelia giovedì XI settimana TO

    Oggi interrompiamo la lettura del Libro dei Re per soffermarci su un testo del Siracide, il capitolo 48, che ci parla proprio di Elia e di Eliseo. Questa sezione finale del Siracide è dedicata all’elogio dei grandi personaggi della storia di Israele e non si limita a ricordarne le vicende, ma ne offre una rilettura teologica profonda. Questo testo si inserisce perfettamente nel percorso che stiamo facendo in questi giorni sulla figura di Elia. Ritroviamo infatti un tratto fondamentale della sua missione: essere l’uomo della parola. Il Siracide lo descrive con immagini potenti: «Sorse Elia, profeta come un fuoco, la sua parola bruciava come fiaccola». Questa parola ardente richiama il fuoco della presenza divina. È un fuoco che riscalda il cuore del popolo e che continua a riscaldare anche il nostro quando ci viene annunciata una prospettiva di conversione, di cambiamento e di rinnovamento della vita. La missione di Elia: riconciliare i cuori Il Siracide ci aiuta a comprendere che la missione di Elia non consisteva soltanto nel correggere la gravissima situazione religiosa e morale del suo tempo. La sua opera aveva un obiettivo ancora più profondo: «calmare l’ira prima che divampi», «ricondurre il cuore del padre verso il figlio» e «ristabilire le tribù di Giacobbe». La parola del profeta è dunque una parola di riconciliazione. Elia è inviato per sanare le fratture tra le generazioni, tra padri e figli, per ricostruire l’unità del popolo e riportarlo alla fedeltà dell’alleanza con Dio. La sua predicazione non è semplicemente una denuncia del male, ma un invito a ritrovare la comunione perduta. Attraverso la sua parola infuocata il popolo è chiamato ad abbandonare gli idoli, i Baal, e a tornare al Signore. Beati coloro che hanno visto il profeta Un versetto del Siracide colpisce particolarmente: «Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore». Ci soffermiamo anzitutto sull’espressione «ti hanno visto». Non si tratta soltanto di aver incontrato fisicamente Elia. Significa averlo riconosciuto come profeta, aver accolto la sua parola, aver creduto al suo annuncio e aver camminato secondo il suo insegnamento. Sono beati coloro che non si sono lasciati imprigionare dagli idoli, ma hanno compiuto un autentico atto di fede nella parola di Dio trasmessa dal profeta. Hanno saputo vedere in Elia non semplicemente un uomo straordinario, ma il messaggero del Signore. Addormentarsi nell’amore L’espressione «si sono addormentati nell’amore» apre una riflessione molto profonda. Probabilmente l’immagine del sonno rimanda alla morte. Dopo aver compiuto il proprio cammino, questi credenti si sono addormentati, ma il testo aggiunge subito: «anche noi vivremo certamente». Possiamo allora intravedere un’intuizione che sembra anticipare la speranza della risurrezione. Per chi segue la parola di Dio non esiste soltanto la morte. Il sonno diventa attesa di un risveglio alla vita. Anche se può sembrare un collegamento audace, il Siracide sembra aprire uno spiraglio verso questa prospettiva: ci si addormenta, ma per risvegliarsi nella vita che Dio dona. Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è l’espressione stessa: addormentarsi nell’amore. È un’immagine di straordinaria tenerezza e profondità spirituale. Tutta l’opera del profeta è per l’amore La parola di Elia è una parola forte, talvolta dura. Combatte contro gli idoli, smaschera i falsi profeti e si oppone ai poteri che vogliono costruire la propria autonomia da Dio, come accadeva ai tempi del re Acab e della regina Gezabele. Eppure il Siracide ci fa comprendere che tutta questa lotta non è fine a se stessa. Lo scopo ultimo dell’opera profetica è l’amore. Dietro ogni richiamo alla conversione, dietro ogni denuncia dell’idolatria, vi è il desiderio di ricondurre il popolo a una relazione autentica con Dio e con i fratelli. Per questo il vero compimento della missione del profeta non è la vittoria ottenuta con la forza delle armi, ma il ritrovamento di una relazione nuova, fondata sull’amore. Si combatte per l’amore e si giunge infine a riposare nell’amore. Eliseo e la continuità della profezia Anche Eliseo, successore di Elia, continua questa stessa missione. La sua attività profetica prosegue l’opera iniziata dal maestro e conduce il popolo verso una relazione sempre più autentica con Dio. L’intera tradizione profetica è orientata a farci scoprire il vero volto del Signore: non un Dio dominato dall’ira e dalla punizione, ma un Dio misericordioso che ci ama e ci invita a riposare nel suo amore. Per questo il Siracide può proclamare beati coloro che hanno accolto la testimonianza dei profeti e hanno imparato a vivere in questa relazione d’amore con Dio. L’amore come condizione fondamentale della vita cristiana La riflessione si allarga poi alla nostra esperienza concreta. La vita attraversa molte stagioni diverse: possiamo essere giovani o anziani, avere figli e nipoti oppure vivere la solitudine, essere nel pieno delle forze o avvicinarci al termine del nostro cammino terreno. Eppure ciò che conta veramente è sempre l’amore. Lo vediamo anche nell’esperienza quotidiana. In questi giorni, con la presenza di tanti bambini, emerge continuamente il bisogno di attenzione, di affetto, di parole buone e di relazioni significative. I bambini cercano amore tra di loro e da parte degli adulti. Questo ci ricorda che l’amore non è un elemento secondario dell’esistenza, ma la sua condizione fondamentale. È il luogo nel quale il credente vive e cresce. Un amore che supera la morte L’amore che Dio ci dona non termina con la morte. Per questo possiamo dire che ci addormentiamo nell’amore, ma siamo destinati a vivere ancora. La morte non ha l’ultima parola perché l’amore di Dio è eterno. Chi vive nell’amore entra già ora in una realtà che supera i limiti del tempo e della morte. La beatitudine annunciata dal Siracide nasce proprio da questa certezza: l’amore ricevuto da Dio è un amore per sempre. Giovanni Battista, il nuovo Elia, e Gesù, compimento dell’amore Questa riflessione conduce naturalmente alla figura di Giovanni Battista. Egli è l’Elia atteso, il profeta inviato a preparare il popolo all’incontro con il Messia. La sua missione riprende quella di Elia: chiamare alla conversione e predisporre i cuori ad accogliere il Signore. Ma il compimento definitivo di questa rivelazione si trova in Gesù. È lui che insegna pienamente il significato dell’amore. È lui che porta a compimento tutto ciò che la tradizione profetica aveva annunciato. Gesù stesso, consegnandosi sulla croce, si addormenta nell’amore per donarci la vita. Per questo nel Vangelo di Giovanni può dire ai suoi discepoli: «Io vivo e voi vivrete». Queste parole, pronunciate nei discorsi di addio, diventano una promessa di speranza e di vita per tutti i credenti. Il Padre nostro e la legge suprema dell’amore Infine, anche il Vangelo proclamato oggi richiama questa stessa realtà. Il Padre nostro è l’invocazione rivolta a Dio come Padre che ci ama. Allo stesso tempo ci ricorda la relazione che deve unire noi, fratelli e sorelle, chiamati a perdonarci reciprocamente. La vita nell’amore si esprime proprio in questa doppia relazione: con Dio Padre e con i fratelli. Per questo, celebrando l’Eucaristia, ringraziamo il Signore per il dono del suo amore e rinnoviamo il desiderio di vivere secondo questa legge suprema. Chiediamo la grazia di riposare in Lui, di lasciarci guidare dalla sua parola e di camminare ogni giorno nella via dell’amore che vince la morte e conduce alla vita.

  32. 437

    Elia ed Eliseo: un rapporto che nasce da Dio e conduce a Dio - Omelia di mercoledì XI settimana to

    Ci lasciamo guidare dalla straordinaria relazione tra Elia ed Eliseo per comprendere quanto possa essere bello, forte e profondo il nostro rapporto con Dio Padre. Al centro della vicenda non c’è semplicemente l’amicizia tra due uomini, ma il loro legame con il Signore, che orienta tutta la loro vita e la loro missione. La fine della vita di Elia è particolarmente significativa. Non è lui a decidere il momento della sua partenza: è Dio che gli dà appuntamento e lo chiama a sé. Dopo aver percorso le strade di Israele come profeta forte ed esigente, Elia viene richiamato dal Signore e sale al cielo nel turbine. Questa chiamata manifesta che tutta la sua esistenza appartiene a Dio, dall’inizio alla fine. Per Eliseo, però, questo momento rappresenta una prova dolorosa. Egli deve affrontare la separazione dal suo maestro, dal suo padre spirituale. Quello che per Elia è il compimento della sua missione, per Eliseo è un vero e proprio lutto. L’ultimo cammino di Elia attraverso la storia della salvezza L’itinerario finale di Elia attraversa luoghi carichi di significato per la storia del popolo di Israele. Egli passa da Galgala, luogo dell’ingresso nella Terra Promessa dopo il lungo cammino dell’esodo. Attraversa poi Betel, dove Giacobbe ebbe il celebre sogno della scala che univa cielo e terra. Successivamente giunge a Gerico, la prima città conquistata dagli Israeliti entrando nella terra donata da Dio. Infine arriva al Giordano, il luogo del passaggio per eccellenza. È come se Elia percorresse a ritroso la storia della salvezza del suo popolo, tornando simbolicamente al punto da cui tutto era iniziato. Questo viaggio finale non è casuale: è un pellegrinaggio spirituale che richiama le grandi opere compiute da Dio nella storia di Israele. La fedeltà di Eliseo fino alla fine Durante questo cammino, Elia invita più volte Eliseo a fermarsi e a non seguirlo oltre. Potrebbe sembrare quasi il desiderio di lasciarlo libero o di evitargli il dolore della separazione. Noi vediamo però la straordinaria perseveranza di Eliseo. Egli rifiuta ogni volta di abbandonare il maestro e decide di accompagnarlo fino all’ultimo momento. La sua fedeltà è totale. Questo atteggiamento lo distingue nettamente dai cosiddetti figli dei profeti. Anch’essi sanno ciò che sta per accadere, ma si comportano quasi da spettatori. Sembrano interessati soprattutto ad assistere all’evento. Eliseo, invece, è coinvolto personalmente e profondamente. Per lui non si tratta di assistere a qualcosa di straordinario, ma di restare accanto a una persona amata e a un maestro che gli ha insegnato a servire Dio. La richiesta della doppia porzione dello spirito Quando Elia domanda a Eliseo che cosa desideri ricevere prima della separazione, la risposta è sorprendente: egli chiede una doppia porzione del suo spirito. Non si tratta di una richiesta egoistica o ambiziosa. Nella tradizione biblica la doppia porzione rappresenta l’eredità riservata al figlio primogenito. Eliseo si riconosce quindi come figlio spirituale di Elia e desidera ricevere ciò che gli permetterà di continuare la missione ricevuta da Dio. Inoltre, non chiede lo spirito personale di Elia, ma quello Spirito di Dio che ha sostenuto Elia durante tutta la sua vita profetica. La sua richiesta nasce dal desiderio di continuare l’opera del Signore e di servire il popolo con la stessa fedeltà del suo maestro. Il fuoco come manifestazione della gloria di Dio La scena del carro di fuoco e dei cavalli di fuoco richiama una lunga tradizione biblica. Il fuoco è infatti uno dei segni privilegiati della presenza divina. Pensiamo al roveto ardente attraverso cui Dio si manifesta a Mosè. Pensiamo alla colonna di fuoco che guida Israele nel deserto. Pensiamo ancora al fuoco del monte Carmelo che manifesta la potenza del vero Dio contro i falsi profeti di Baal. In questo racconto il fuoco esprime la gloria divina. Elia viene assunto direttamente in cielo attraverso questa manifestazione della presenza di Dio. La sua partenza non è una sconfitta né una semplice morte, ma un ingresso nella gloria del Signore. Il grido di Eliseo: «Padre mio, padre mio» Nel momento della separazione, Eliseo esclama: «Padre mio, padre mio, carro d’Israele e sua cavalleria». Queste parole rivelano anzitutto l’affetto profondo che lo lega a Elia. Lo riconosce come padre e maestro. In esse si esprime tutto il dolore della separazione, tanto che subito dopo Eliseo compirà il gesto tradizionale del lutto, lacerandosi le vesti. Ma in quelle stesse parole vi è anche un’importante professione di fede. Chiamando Elia «carro d’Israele e sua cavalleria», Eliseo riconosce che la vera difesa del popolo non proveniva dalle armi del re Acab o dalle sue alleanze politiche. La vera protezione di Israele era il profeta che parlava in nome di Dio. La forza del popolo non stava negli eserciti, ma nella fedeltà alla parola del Signore. Il mantello e la continuità della missione Quando Elia viene assunto in cielo, il suo mantello cade a terra. Questo gesto possiede un profondo valore simbolico. Il mantello rappresenta la missione profetica che non termina con la partenza di Elia. Eliseo lo raccoglie e, giunto al Giordano, percuote le acque proprio come aveva fatto il suo maestro. Le acque si dividono nuovamente. Attraverso questo segno comprendiamo che il dono di Dio continua a operare. La profezia non si interrompe. La missione passa da Elia a Eliseo. La comunità stessa riconosce questo passaggio quando afferma che lo spirito di Elia si è posato su Eliseo. Non si tratta di una gloria personale né di un privilegio individuale. Tutto è finalizzato al bene del popolo, che continua a essere guidato e accompagnato da un profeta del Signore. Una profezia che si compie in Gesù Questa vicenda diventa anche una figura profetica di Gesù. Come Elia, Gesù è venuto nel mondo per annunciare la parola di Dio. Come Elia, è tornato al Padre attraverso l’ascensione al cielo. Ma c’è un altro aspetto ancora più importante. Gesù, prima di tornare al Padre, ha trasmesso ai suoi discepoli la sua missione. Ha affidato loro il compito dell’annuncio, della guarigione e della salvezza. Ricordiamo il momento in cui invia i discepoli: uomini ancora fragili, inesperti e imperfetti. Tuttavia essi ricevono la forza necessaria non dalle proprie capacità, ma dalla potenza di Dio. Allo stesso modo, Eliseo non continua la missione grazie alle sue qualità personali, ma grazie al dono ricevuto dal Signore. Anche noi chiamati a essere portavoce di Dio Questa pagina biblica ci invita a coltivare un rapporto profondo con il Signore fatto di ascolto, invocazione, fiducia e ricerca costante della sua presenza. Anche noi siamo chiamati a essere portavoce della sua parola all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità, tra i figli, i nipoti e tutte le persone che incontriamo. La nostra efficacia non dipende dalle nostre capacità personali, ma dalla nostra unione con Dio. Per questo siamo invitati a evitare ogni forma di autoreferenzialità. Non viviamo la fede per ottenere riconoscimenti, vantaggi o ammirazione. Come insegna il Vangelo, la preghiera, il digiuno e l’elemosina devono orientare lo sguardo verso il Padre. Tutto ciò che facciamo deve rendere visibile la sua presenza in mezzo a noi e testimoniare che il suo Regno è già all’opera nel mondo. La salvezza che Dio offre non è destinata a pochi privilegiati, ma è una chiamata universale rivolta a tutti.

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    Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare - Omelia XI settimana TO anno A

    Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi. La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore. Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente. Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli. La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono. Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito. Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi. Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio. Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio. Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita. Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza. Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova. Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza. Per questo motivo il «gratuitamente avete ricevuto» non è un'affermazione astratta, ma la memoria viva di come Dio è entrato nella nostra vita e l'ha trasformata. Lo sguardo compassionevole di Gesù Prima ancora di inviare i discepoli, Gesù guarda le folle. Il Vangelo dice che ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite. Ci colpisce profondamente questo sguardo di Gesù. Egli vede ciò che spesso sfugge agli altri: la fatica, il peso, lo smarrimento delle persone. Non si limita a osservare, ma si lascia toccare interiormente da quella sofferenza. La compassione è il desiderio concreto di avvicinarsi, di prendersi cura, di aiutare. La cosa sorprendente è che Gesù non sceglie di fare tutto da solo. Invece di intervenire direttamente, coinvolge i suoi discepoli e li rende partecipi della sua missione. Chiamati, inviati e resi capaci Gesù fa comprendere ai suoi discepoli l'enormità del bisogno presente nel mondo: la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Li invita anzitutto a pregare il Signore della messe. Poi li chiama vicino a sé. Non li manda immediatamente: prima li vuole accanto a Lui. Successivamente dona loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire le malattie. Pur essendo uomini fragili e apparentemente impreparati, vengono riempiti della forza di Dio. Gesù li chiama per nome, uno ad uno. Questo particolare mostra quanto la missione sia personale. Nessuno viene inviato in modo anonimo. Infine li manda. In un primo momento non verso i pagani o i samaritani, ma verso le pecore perdute della casa d'Israele. C'è un'urgenza immediata: soccorrere chi è vicino, chi è già conosciuto, chi soffre accanto a noi. Il Regno è vicino: una missione per tutti Durante il cammino i discepoli devono annunciare che il Regno dei Cieli è vicino. Non devono restare fermi, ma mettersi in movimento. Gesù affida loro una missione enorme: guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. In altre parole, portare la vita di Dio dove regnano sofferenza, esclusione e morte. A questo punto appare chiaro che il comando «gratuitamente date» non riguarda soltanto alcuni, ma tutti noi. Le persone che attendono una parola di speranza, una consolazione, un gesto di vicinanza sono numerosissime. Non occorre cercarle lontano. Le troviamo nel nostro condominio, nelle nostre famiglie, tra gli amici, tra le persone che incontriamo ogni giorno. È proprio lì che il Signore ci manda. Dare ciò che abbiamo ricevuto Siamo invitati a chiederci concretamente come possiamo dare gratuitamente durante questa settimana. Possiamo ascoltare qualcuno, farci vicini a una persona sola, accompagnare chi sta attraversando una difficoltà, offrire tempo, attenzione e incoraggiamento. Possiamo prendere per mano chi ne ha bisogno, proprio perché anche noi, in passato, siamo stati presi per mano dal Signore. Quando riconosciamo il dono ricevuto, nasce spontaneamente il desiderio di condividerlo. La nostra sollecitudine verso gli altri diventa autentica e piena di vita. Al contrario, quando dimentichiamo ciò che abbiamo ricevuto, quando pensiamo di esserci meritati tutto da soli, allora il desiderio di donare si spegne. La gratitudine diminuisce e la missione perde slancio. La gioia di chi serve Per questo accogliamo l'invito di Gesù a riscoprire con stupore e gratitudine il dono ricevuto gratuitamente. Solo così possiamo sperimentare la bellezza del donare. Un esempio concreto lo vediamo nell'esperienza dell'Estate Ragazzi. I bambini e i giovani che si mettono al servizio degli altri sperimentano immediatamente una dinamica sorprendente: donando ricevono a loro volta. Si crea uno scambio che riempie tutti di gioia, di entusiasmo e di luce negli occhi. Questa esperienza non è riservata soltanto a chi partecipa a quelle attività. È una chiamata universale. Nessuno può sentirsi escluso. Anche chi pensa di aver già dato abbastanza o di non avere più energie può ancora donare qualcosa. Tutti possiamo offrire tempo, attenzione, affetto, preghiera, ascolto e presenza. Per questo sentiamo l'invito finale a ritornare continuamente alla sorgente: ricordare ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore. Solo così potremo continuare a dare gratuitamente agli altri.

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    Il Cuore Immacolato di Maria: scuola di custodia, consolazione e gioia - Omelia

    Nella festa del Cuore Immacolato di Maria contempliamo il cuore della Madre come esempio e consolazione per il nostro cammino. Il Vangelo ci presenta uno degli episodi più significativi della sua vita: lo smarrimento di Gesù nel Tempio. Vediamo una Maria profondamente umana, che vive un dolore autentico e comprensibile. Non trovare il proprio figlio per tre giorni è motivo di grande angoscia, un'angoscia che condivide con Giuseppe. Quando finalmente ritrova Gesù, Maria gli rivolge una domanda che nasce direttamente dalla sofferenza: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». Non si tratta tanto di un rimprovero quanto dell'espressione sincera della fatica e del dolore che porta nel cuore. In questo Maria ci appare molto vicina, perché vive sentimenti che appartengono anche alla nostra esperienza. Siamo così invitati a rispettare profondamente le angosce e le sofferenze delle persone, sia quelle espresse apertamente sia quelle custodite nel silenzio. Il dolore merita sempre rispetto e attenzione. Il mistero dell'incomprensione e la custodia del cuore La risposta di Gesù non sembra alleviare immediatamente il dolore della Madre. Anzi, il Vangelo sottolinea che Maria e Giuseppe non comprendono pienamente le sue parole. Ci troviamo così davanti al mistero dell'incomprensione, che spesso accompagna anche la nostra vita di fede. Di fronte a ciò, Maria non insiste con nuove domande né pretende spiegazioni ulteriori. Compie invece un gesto interiore straordinario: custodisce tutto nel suo cuore. Questo verbo racchiude una ricchezza di significati: conservare, proteggere, meditare, mettere insieme gli eventi e cercarne il senso più profondo. Maria aveva già vissuto questo atteggiamento alla nascita di Gesù, quando gli eventi straordinari legati ai pastori e agli altri segni suscitavano interrogativi e meraviglia. Anche allora custodiva ogni cosa nel suo cuore, cercando di comprenderne il significato alla luce dell'opera di Dio. Il cuore di Maria è dunque un cuore capace di raccogliere e custodire. Non è un cuore insensibile o distaccato, ma un cuore che partecipa profondamente alle vicende del Figlio. Con lui vive le gioie e i dolori della vita, fino a condividere il dolore più grande, quello della sua morte sulla croce. Imparare da Maria a custodire la vita Siamo chiamati a prendere esempio da Maria, facendo nostra questa capacità di custodire. Anzitutto dobbiamo custodire la Parola del Signore, il seme che Dio getta ogni giorno nel terreno della nostra esistenza affinché porti frutto. Ma siamo chiamati anche a custodire tutte le esperienze della vita quotidiana: le gioie e i dolori, le vicende delle nostre famiglie, le preoccupazioni per i figli e i nipoti, gli eventi che riguardano la nostra città, il nostro Paese e il mondo intero. Spesso ci rendiamo conto di non essere capaci di contenere da soli tutto ciò che viviamo. Le preoccupazioni sono tante e il nostro cuore è limitato. Per questo ci rivolgiamo a Maria chiedendole aiuto. Affidiamo a lei il nostro cuore e le diciamo di custodire ciò che noi non riusciamo a custodire, sostenendoci nel cammino della fede e della vita. Un cuore capace di gioire per la salvezza La riflessione si allarga poi alla prima lettura, che mette in luce un'altra caratteristica fondamentale del cuore di Maria: la sua straordinaria capacità di gioire. Le parole «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» esprimono una gioia profonda e stabile, ben diversa da una felicità superficiale o passeggera. È la gioia che nasce dalla contemplazione della salvezza operata da Dio. Questa stessa gioia risuona nel Salmo e nel Magnificat: il cuore esulta nel Signore Salvatore. Maria gioisce perché riconosce l'azione di Dio nella storia. Pur vedendo le difficoltà del mondo, le ingiustizie, la forza apparente dei potenti, la fame, la debolezza e le tante forme di povertà e sterilità, riesce a scorgere nelle pieghe della realtà l'opera salvifica del Signore. La salvezza che nasce dall'amore Maria contempla un Dio che non salva attraverso la forza, il potere o la guerra. Il Signore sceglie una via completamente diversa: assume la nostra carne, si fa piccolo e si dona per amore. La sua salvezza si manifesta attraverso la compassione, la vicinanza e il dono totale di sé. Cristo offre la propria vita per noi, e proprio in questo amore donato si rivela la vera potenza di Dio. Maria riconosce questa logica divina e per questo il suo cuore è pieno di gioia. È una gioia autentica che non rimane chiusa in se stessa, ma si comunica agli altri, contagia e prende per mano chi le si avvicina. Riconoscere i segni del Signore e farli fiorire Siamo infine invitati a conservare nel nostro cuore non solo le esperienze dolorose e le domande irrisolte, ma anche i segni di bene e di grazia che il Signore continuamente ci offre. Con umiltà dobbiamo imparare a riconoscere i piccoli segni della sua presenza nella nostra vita. Questi doni, spesso discreti e nascosti, non devono essere trascurati, ma accolti e fatti fiorire. La risposta più bella a tali segni è il ringraziamento: un ringraziamento che trova la sua espressione più alta nell'Eucaristia e che deve diventare anche uno stile di vita. Seguendo Maria, impariamo così a custodire tutto nel cuore, a leggere la storia con gli occhi della fede e a vivere nella gioia della salvezza che Dio continua a operare nel mondo.

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    La gioia del Vangelo che si dona gratuitamente - Omelia San Barnaba 2026

    Le Memorie degli Apostoli ci riportano continuamente alla bellezza e alla fecondità della Chiesa delle origini. Guardando a quella prima comunità cristiana, riscopriamo un modello vivo e affascinante di annuncio del Vangelo, capace di ispirare ancora oggi la nostra vita personale e comunitaria. Comprendiamo che non possiamo adagiarci sugli allori quando le cose vanno bene, né lasciarci scoraggiare dalle difficoltà. Anche nelle nostre comunità, spesso impegnate in riunioni, consigli pastorali e molte attività, siamo chiamati a non perdere mai di vista ciò che è essenziale: il cuore e il motore della vita cristiana, cioè il Vangelo. Per questo sentiamo il bisogno di ritornare continuamente alle origini, per ritrovare l'autenticità e la forza dell'annuncio evangelico. Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare All'inizio del Vangelo vediamo Gesù che sceglie i Dodici. Non sceglie persone particolarmente istruite o preparate, ma semplici pescatori, uomini comuni. Eppure, con una straordinaria audacia, li invia a predicare. Il loro stile missionario è racchiuso in una frase fondamentale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Gesù li manda senza mezzi materiali, senza denaro, senza sicurezze, senza equipaggiamenti particolari. La loro forza non deve derivare da ciò che possiedono, ma da ciò che hanno ricevuto. Questa parola interpella anche noi. Ci chiediamo se abbiamo davvero qualcosa da offrire agli altri. Se non possiamo contare sulle nostre ricchezze o sulle nostre capacità, cosa possiamo donare? La risposta è nel dono ricevuto da Cristo. Ognuno di noi ha ricevuto il Vangelo nella propria vita. Qualcuno ce lo ha annunciato: forse i nostri genitori, i familiari o altre persone che hanno testimoniato la fede. Quel dono ricevuto gratuitamente non può essere trattenuto, ma deve essere restituito e condiviso con gli altri. Siamo quindi chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo con semplicità, sobrietà, forza e gioia. La necessità di raccontare i doni ricevuti L'annuncio del Vangelo passa inevitabilmente attraverso la parola e la comunicazione. Non possiamo evangelizzare restando in silenzio. Per questo riconosciamo l'importanza di creare spazi in cui raccontarci reciprocamente le meraviglie che il Signore ha compiuto nella nostra vita. Non si tratta di qualcosa riservato a comunità particolarmente esperte o organizzate, ma di un compito che appartiene a ciascuno di noi. Nelle nostre famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti in cui viviamo, siamo chiamati a condividere la nostra esperienza di fede e i doni che abbiamo ricevuto dal Signore. Restare nei luoghi in cui il Signore ci ha posto Gesù invita i suoi discepoli a rimanere nelle case e nei luoghi che li accolgono. Questa indicazione suggerisce uno stile di presenza stabile e fedele. Non significa essere invadenti o imporsi agli altri, ma imparare a vivere con profondità i luoghi e le relazioni che il Signore ci affida. Non siamo chiamati a correre continuamente altrove, ma a prenderci cura delle persone che incontriamo quotidianamente. Là dove siamo accolti e là dove possiamo accogliere, siamo invitati ad approfondire le relazioni, ad ascoltare, a condividere e a offrire la nostra presenza. In questo modo la missione diventa una realtà concreta e quotidiana, vissuta nei luoghi ordinari della vita. Il Vangelo come dono di pace Gesù affida ai suoi discepoli un dono particolare: la pace. Quando entrano in una casa, la loro pace deve scendere su coloro che vi abitano. Questo ci aiuta a comprendere la natura autentica dell'annuncio cristiano. Il Vangelo non è un messaggio che umilia, condanna o schiaccia le persone sotto il peso dei propri fallimenti. Non consiste nel sottolineare esclusivamente ciò che manca o ciò che non funziona. Al contrario, il Vangelo apre sempre una strada nuova. È un annuncio di pace, di gioia, di serenità e di speranza. Mostra una possibilità di rinascita e una via percorribile per ogni persona. Antiochia: una Chiesa aperta a tutti La prima lettura ci presenta la comunità di Antiochia, una città popolata da molte etnie e culture diverse. Fino a quel momento l'annuncio era stato rivolto prevalentemente agli ebrei, ma alcuni credenti di origine greca iniziano a parlare di Gesù anche ai greci e ai pagani. Accade qualcosa di sorprendente: anche loro accolgono il Vangelo. La fede attecchisce in ambienti che sembravano lontani e inattesi. La comunità comprende così che il dono ricevuto non è destinato a rimanere chiuso entro confini ristretti, ma è destinato ad allargarsi continuamente. Quando Barnaba arriva ad Antiochia, riconosce l'opera della grazia di Dio. Vede che non è il frutto delle sole capacità umane, ma dell'azione di Dio che opera nei cuori. Conversione, fede e fedeltà I frutti più belli dell'evangelizzazione non sono i numeri o i risultati esteriori, ma la trasformazione delle persone. Barnaba vede che la gente crede e si converte. Le persone accolgono il messaggio della risurrezione e lasciano che esso cambi la loro vita. Per questo egli esorta tutti a restare fedeli al Signore con cuore risoluto. La conversione non è un momento passeggero, ma un cammino di perseveranza e fedeltà. La comunità di Antiochia appare inoltre ricca di doni e di carismi. Vi sono numerosi profeti e maestri, persone provenienti da storie molto diverse. Persino Manaèn, compagno d'infanzia di Erode, fa parte di questa realtà ecclesiale. È il segno che il Vangelo raggiunge ogni ambiente e trasforma persone molto differenti tra loro. Lo Spirito Santo continua ad aprire strade nuove La storia della Chiesa non si ferma ad Antiochia. A un certo punto lo Spirito Santo chiede alla comunità di riservare Barnaba e Saulo per una nuova missione. Da quella comunità nasce così un ulteriore slancio missionario che porterà il Vangelo verso nuove terre del Mediterraneo. Tutto parte da una comunità concreta che ascolta lo Spirito e si lascia guidare. Anche noi siamo invitati a porci la stessa domanda: qual è l'opera alla quale Dio ci chiama? Quali sono i passi nuovi che lo Spirito ci invita a compiere? Non possiamo pensare di essere arrivati o di poterci fermare. La missione continua sempre. Una Chiesa viva grazie alla grazia di Dio Comprendiamo infine che la Chiesa manifesta la grazia di Dio quando riesce a tenere insieme tutti gli elementi fondamentali della vita cristiana: l'annuncio, l'accoglienza, la testimonianza, l'apertura a persone nuove e la capacità di donare gratuitamente ciò che ha ricevuto. Quando questi aspetti vengono vissuti in armonia, la comunità rimane viva, feconda e disponibile alle sorprese dello Spirito Santo. Se invece si chiude in sé stessa, rischia di diventare rigida, restia e meno disponibile alla vitalità che Dio desidera continuamente donarle. Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro posto all'interno di questa storia. Ci chiediamo quale gioia proviamo nel far parte di una Chiesa così dinamica, di un movimento evangelico capace di raggiungere tutti e di diffondere la luce del Vangelo. Con gratitudine guardiamo a Barnaba e ai primi evangelizzatori e chiediamo anche per noi il dono della gioia del Vangelo, perché possiamo riceverlo ogni giorno e donarlo agli altri con la stessa gratuità con cui lo abbiamo ricevuto.

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    Le Beatitudini e la certezza di essere custoditi dal Signore - Omelia martedì X sett Lercaro

    Oggi riflettiamo sull’inizio del capitolo quinto del Vangelo di Matteo, il celebre brano delle Beatitudini. Entriamo così nel grande Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 di Matteo e che accompagnerà la liturgia nei prossimi giorni. Siamo invitati a leggerlo e meditarlo personalmente, perché contiene uno degli insegnamenti più importanti di Gesù. Le Beatitudini ci rivelano chi appartiene al Regno dei Cieli, chi ne è abitante e possessore. Gesù descrive le caratteristiche di coloro che vivono già nella logica del Regno. Anche noi siamo chiamati a riconoscerci tra questi cittadini del Regno e a comprendere quale sia la vera ricchezza agli occhi di Dio. Il Signore, nostro custode Prendiamo spunto dal Salmo 120, che ripete più volte una parola particolarmente significativa: il Signore è il nostro custode. Egli è certamente il Re dell’universo, il Creatore di tutte le cose, ma il salmista mette in evidenza soprattutto la sua vicinanza e la sua cura amorevole. Quando ascoltiamo le parole: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra che sta alla tua destra», percepiamo un’immagine molto concreta. Dio non è lontano, ma è accanto a noi. Ci custodisce, ci protegge, ci accompagna e ci sostiene in ogni momento della nostra vita. Questa consapevolezza ci aiuta a comprendere che il Regno dei Cieli è vicino a noi anche quando le circostanze sembrano contraddirlo. Possiamo trovarci nella sofferenza, nella solitudine, nella malattia o in altre difficoltà e pensare che la realtà che stiamo vivendo abbia ben poco dell’immagine di un regno. Eppure Gesù non ignora queste situazioni; anzi, le assume nel suo insegnamento e mostra come proprio lì possa manifestarsi la presenza di Dio. I miti erediteranno la terra Tra le Beatitudini, Gesù proclama beati i miti perché erediteranno la terra. Riflettiamo sul fatto che i miti sono persone semplici, buone, disponibili agli altri. Sono coloro che sanno lasciarsi aiutare e che, allo stesso tempo, si fanno prossimi a chi è nel bisogno. Secondo la logica del mondo, chi è mite sembra destinato a perdere. Siamo abituati a pensare che ottenga risultati chi è forte, chi si impone e riesce a prevalere sugli altri. Gesù invece capovolge completamente questa prospettiva. L’eredità della terra non viene conquistata con la forza, ma ricevuta come dono. E proprio i miti, coloro che non fanno affidamento sul potere umano, ricevono questa promessa straordinaria. Nel Regno di Dio la vera grandezza non coincide con il dominio, ma con l’umiltà e la semplicità. La fame e la sete di giustizia Gesù proclama beati anche coloro che hanno fame e sete di giustizia, assicurando che saranno saziati. Non si tratta di persone che cercano vendetta o che vogliono farsi giustizia da sole. Si tratta piuttosto di uomini e donne che desiderano profondamente il bene, la verità e la giustizia di Dio. La loro sazietà nasce dalla vicinanza del Signore. Quando riconosciamo Dio come nostro custode e lo sentiamo presente nella nostra vita, sperimentiamo una pienezza che va oltre le nostre possibilità umane. Ci sentiamo protetti, incoraggiati, sostenuti e persino arricchiti dalla sua presenza. I poveri in spirito e la ricchezza del Regno Particolarmente significativa è la Beatitudine dei poveri in spirito. Essi sono coloro che non possiedono nulla. Non soltanto beni materiali, ma anche quelle ricchezze che spesso consideriamo fondamentali: sicurezze familiari, sostegni umani o persino particolari ricchezze spirituali. Sono persone che si trovano nella condizione di non poter contare su se stesse e che per questo si affidano completamente a Dio. Gesù afferma che proprio di loro è il Regno dei Cieli. Più diventiamo semplici, piccoli e poveri davanti a Dio, più partecipiamo alla realtà del suo Regno. La povertà evangelica non è una mancanza sterile, ma uno spazio aperto in cui il Signore può manifestare la sua presenza e colmare il cuore con i suoi doni. Affidarci sempre alla protezione di Dio Il Salmo ci invita a confidare pienamente nel Signore: Egli custodisce la nostra vita, ci protegge da ogni male e ci accompagna in ogni circostanza. Particolarmente consolante è l’espressione che afferma che il Signore ci custodisce «quando entri e quando esci». Queste parole possono essere comprese in molti modi, ma indicano soprattutto che Dio è presente in tutti i passaggi della nostra esistenza, anche in quelli più delicati e difficili. Essere beati significa allora vivere nella consapevolezza che il Signore è sempre accanto a noi. È Lui che agisce, protegge, sostiene e colma la nostra vita dei suoi doni. Quanto più ci riconosciamo piccoli e bisognosi, tanto più diventiamo capaci di accorgerci della sua presenza. Al contrario, chi cerca di bastare completamente a se stesso e di costruire tutto con le proprie forze rischia di perdere la sensibilità verso il Regno di Dio e verso l’azione del Signore nella propria vita. Affidiamo a Dio le nostre fragilità Concludiamo affidando al Signore tutta la nostra vita. Lo ringraziamo per la sua presenza fedele e chiediamo la grazia di riconoscere che anche le nostre piccolezze, le nostre malattie e le nostre difficoltà possono diventare occasioni preziose per prendere maggiore coscienza della sua vicinanza. Proprio nei momenti in cui ci sentiamo più fragili possiamo scoprire con maggiore profondità che il Signore è il nostro custode, che non ci abbandona mai e che continua ad accompagnarci con amore, ora e per sempre.

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    Il dono reciproco che diventa benedizione! Omelia martedì X settimana TO

    Nelle letture di oggi riconosciamo un motivo speciale per rendere grazie a Dio per il matrimonio di Mauro e Zoya, ma anche per la vita di ciascuno di noi. La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta ci offre infatti un'immagine molto concreta e profonda della vita matrimoniale. Entrambi i protagonisti sono persone bisognose. Elia arriva dopo un periodo difficile: il torrente presso cui viveva si è prosciugato e non ha più nulla. Dio gli dice di recarsi da una vedova che lo avrebbe sostenuto. Tuttavia, quando Elia arriva, scopre che anche quella donna vive una situazione di estrema povertà. Possiede soltanto un po' di farina e un po' d'olio, appena sufficienti per lei e per suo figlio. Eppure proprio da questo incontro tra due fragilità nasce qualcosa di straordinario. Elia chiede acqua e un pezzo di pane; la vedova, pur nella sua miseria, si fida della parola del Signore e condivide quel poco che possiede. Da quel momento la farina non viene meno e l'olio non si esaurisce. La benedizione nascosta nella condivisione La benedizione di Dio non si manifesta attraverso abbondanze spettacolari o grandi ricchezze. Ogni giorno la giara continua a contenere poco, eppure quel poco basta sempre. Elia e la vedova attraversano insieme il tempo della carestia sostenendosi reciprocamente e condividendo ciò che hanno. In questa immagine vediamo riflesso il mistero del matrimonio. Nessuno dei due sposi possiede tutto ciò che serve all'altro. Ognuno porta qualcosa di limitato, fragile, piccolo. Tuttavia, quando queste povertà vengono messe in comune secondo la volontà di Dio, diventano fonte di una vita bella, ricca e benedetta. La vita matrimoniale non consiste nel possedere molto da offrire, ma nel mettere a disposizione con generosità ciò che si ha. È proprio questa condivisione che permette alla benedizione di Dio di abitare la casa e di renderla feconda. Un aiuto reciproco alla pari La prima lettura richiama anche le parole della Genesi, dove l'uomo e la donna sono chiamati a essere aiuto l'uno per l'altra. Questo aiuto non è dominio, superiorità o dipendenza unilaterale. È una relazione tra pari. Quando uno dei due pretende di fare tutto da solo o di occupare una posizione di potere rispetto all'altro, l'equilibrio diventa fragile. La vera benedizione nasce invece dal riconoscimento reciproco: ciascuno sostiene l'altro e si lascia sostenere. Nel matrimonio la forza non deriva dall'autosufficienza, ma dalla consapevolezza che la vita si costruisce insieme. È proprio nello stare vicini, nel condividere il cammino e nel portare insieme il peso delle giornate che si manifesta l'opera di Dio. Sale della terra e luce del mondo Anche il Vangelo illumina profondamente il significato della vita matrimoniale. Dopo le Beatitudini, Gesù rivolge ai suoi discepoli parole molto impegnative: siamo chiamati a essere sale della terra e luce del mondo. Il sale non si vede, perché si mescola e scompare negli alimenti, ma dona sapore a tutto. La luce, invece, non può essere nascosta sotto il moggio: deve essere collocata sul candelabro affinché illumini tutta la casa. Queste immagini descrivono una missione affidata a ogni cristiano, ma in modo particolare aiutano a comprendere la vocazione degli sposi. Essi sono chiamati a essere insieme sale e luce. Non si tratta di una qualità che appartiene soltanto a uno dei due; è una realtà che nasce dalla loro comunione. Attraverso il loro reciproco sostegno possono diventare una luce per le figlie, per i familiari, per gli amici, per i colleghi di lavoro e per tutte le persone che incontrano. Da quella relazione molti possono ricevere incoraggiamento, speranza e bene. Custodire ogni giorno il dono ricevuto Essere sale e luce non è qualcosa che si realizza una volta per sempre. È un dono ricevuto da Dio, ma è anche una responsabilità da custodire quotidianamente. Per questo occorre rinnovare continuamente il cammino del reciproco aiuto, senza perdere la speranza e senza lasciarsi vincere dalla stanchezza. Ci possono essere giorni difficili, momenti in cui viene meno l'entusiasmo o la voglia di impegnarsi. È una realtà che appartiene all'esperienza di ogni persona. Tuttavia la nostra vita trova il suo significato proprio in questa vocazione. Quando smettiamo di essere sale e luce, tutto tende a perdere sapore e consistenza. Quando invece accogliamo la chiamata del Signore, la nostra esistenza ritrova la sua bellezza e la sua fecondità. Rendere visibile l'opera di Dio Gesù conclude invitando i suoi discepoli a far risplendere la propria luce davanti agli uomini affinché essi rendano gloria al Padre. Le opere buone non servono a ricevere applausi o riconoscimenti personali. Il loro scopo è mostrare l'azione di Dio. Anche la vita matrimoniale diventa così una trasparenza della presenza del Signore. Le cose belle che Dio ha compiuto nella vita degli sposi non devono essere nascoste, non per mettersi in mostra, ma per testimoniare che il Signore continua a operare nella storia delle persone. La prima lettura ci ricorda infatti che Dio non parte dalla nostra forza, ma dalla nostra povertà. Egli raccoglie le nostre fragilità, la nostra indigenza e i nostri limiti. Ed è proprio da lì che fa nascere una fioritura inattesa e sorprendente. Un ringraziamento per Mauro e Zoya Alla luce di queste letture, eleviamo il nostro ringraziamento al Signore per Mauro e Zoya, per la loro famiglia e per tutte le persone che li hanno accompagnati nel loro cammino, a partire dai genitori e da quanti sono stati loro vicini. Preghiamo perché continuino a vivere questa vocazione al reciproco sostegno, custodendo il dono ricevuto e lasciando che la benedizione di Dio continui a operare nella loro casa. Chiediamo che possano essere sempre sale della terra e luce del mondo, segno concreto dell'amore di Dio per coloro che li circondano.

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    Il corpo di Cristo attira tutti a sé - Omelia Corpus Domini 2026 a S. Andrea

    Siamo invitati a fare memoria del cammino che il Signore ci ha fatto percorrere, così come il popolo di Israele è stato chiamato a ricordare i quarant’anni vissuti nel deserto. Non si tratta di un semplice esercizio di memoria, ma di rileggere la nostra storia alla luce della presenza di Dio. Quando celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, siamo chiamati a ripensare alla nostra relazione con Lui, sia come comunità sia come singole persone. Guardando alla vita della Chiesa e alle storie delle persone che la compongono, ci accorgiamo di quanta strada sia stata percorsa, di quante esperienze, prove, gioie e servizi abbiano segnato il nostro cammino. Ripensando alla nostra storia di fede, riconosciamo alcuni momenti che rimangono impressi nel cuore: passaggi decisivi, svolte importanti, occasioni di grazia, ma anche tempi di sofferenza, lutto, crisi familiari e difficoltà spirituali. Come il popolo d’Israele, anche noi scopriamo che il Signore ci ha talvolta messi alla prova, ci ha permesso di attraversare momenti di umiliazione e di fragilità per far emergere ciò che custodivamo nel cuore. Un amore che educa e salva Comprendiamo che il rapporto con Dio non è un percorso facile o privo di difficoltà. Tuttavia, è sempre un rapporto d’amore e di elezione. Dio non ha condotto il suo popolo nel deserto per farlo soffrire, ma per conquistarlo al suo amore e per aiutarlo a riconoscere la profondità della sua misericordia. Attraverso le prove, impariamo che non viviamo soltanto di ciò che è materiale. Come Israele ha scoperto nel deserto, anche noi comprendiamo che il vero nutrimento della vita è la presenza di Dio accanto a noi. È la sua guida, il suo perdono, la sua misericordia a sostenerci e a renderci capaci di affrontare le difficoltà. Guardando indietro alla nostra storia, possiamo riconoscere come il Signore sia stato presente nei momenti più complessi e come proprio allora abbia plasmato il nostro cuore, insegnandoci a confidare in Lui. Cristo, pane di vita per il mondo Nel Vangelo emerge con forza il tema della vita. Gesù si presenta come il pane vivo disceso dal cielo e promette che chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Il dono del suo corpo e del suo sangue è orientato interamente alla vita dell’uomo. Riconosciamo che tutto ciò che il Signore compie per noi ha come scopo quello di donarci vita. Egli ci sostiene quando attraversiamo situazioni in cui sembra venir meno ogni speranza e ci apre anche alla prospettiva della vita eterna, che non finisce. Questa realtà non può essere accolta soltanto come una conoscenza teorica. Deve diventare esperienza concreta. Viene ricordata la testimonianza di una persona che ha attraversato una grave malattia e che, proprio in quel periodo, ha scoperto una presenza del Signore più intensa e profonda di quanto avesse mai conosciuto prima. Pur nella sofferenza, si è sentita accompagnata e mai abbandonata. La sua fede si è rafforzata e il modo stesso di affrontare la prova è cambiato radicalmente. Anche noi siamo chiamati a fare questa esperienza: riconoscere che il Signore non ci abbandona e che la sua presenza genera vita proprio nei momenti in cui tutto sembra più difficile. La comunione con il corpo e il sangue di Cristo San Paolo ci offre una parola particolarmente significativa quando parla della comunione. Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo e il pane spezzato è comunione con il suo corpo. Quando partecipiamo all’Eucaristia, non compiamo un gesto abituale o superficiale. Riceviamo realmente il Signore. Per questo è giusto accostarci alla comunione con umiltà, rispetto e un santo timore. Ricevere il corpo di Cristo significa accogliere nella nostra vita una presenza infinitamente grande. Siamo invitati a desiderare profondamente questo dono e a cercare sempre le condizioni per poterlo ricevere con gioia e sincerità di cuore. La comunione non è un gesto qualsiasi, ma l’incontro più intimo e profondo con Cristo. Un solo corpo pur essendo molti San Paolo ci aiuta però ad andare oltre una visione esclusivamente personale dell’Eucaristia. La comunione non riguarda soltanto il rapporto tra ciascuno di noi e il Signore. Essa crea e manifesta anche la comunione tra tutti i credenti. Pur essendo molti e profondamente diversi tra noi per età, storia, carattere, esperienza e percorso di fede, diventiamo un solo corpo perché partecipiamo all’unico pane. La comunione con Cristo genera necessariamente la comunione tra noi. Questa verità ci ricorda che la fede non è mai un’esperienza individualistica. Il Signore ci raduna come popolo e ci fa vivere insieme la stessa appartenenza. Il mistero del pane e del vino secondo Sant’Agostino Viene richiamato un profondo insegnamento di Sant'Agostino. Egli osserva che i nostri occhi vedono sull’altare semplicemente pane e vino, mentre la fede ci insegna a riconoscervi il corpo e il sangue di Cristo. Agostino si domanda perché il corpo di Cristo venga rappresentato proprio attraverso il pane. Quando pensiamo al corpo di Gesù, infatti, ci viene spontaneo ricordare la sua incarnazione, la sua vita terrena, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione. La risposta è sorprendente: per comprendere il corpo di Cristo dobbiamo ascoltare l’Apostolo che dice che noi stessi siamo il corpo di Cristo e sue membra. Sull’altare viene dunque posto anche il nostro mistero. In quel pane non è presente soltanto Cristo; in qualche modo siamo presenti anche noi, che formiamo il suo corpo. Agostino spiega che il pane nasce dall’unione di molti chicchi di grano. Allo stesso modo, la Chiesa nasce dall’unione di molte persone diverse. L’unità non elimina la varietà, ma la raccoglie e la armonizza. Lo stesso vale per il vino, che nasce dall’unione di molti acini d’uva. Una comunione che diventa responsabilità Celebrare il Corpo e Sangue di Cristo significa allora riconoscere che siamo uniti a Gesù e, nello stesso tempo, gli uni agli altri. Questa comunione deve tradursi concretamente nella vita quotidiana. Siamo chiamati a viverla nelle nostre famiglie, nel rapporto con il coniuge, con i figli, nei gruppi della comunità e nell’intera Chiesa. Anche quando sperimentiamo differenze e sensibilità diverse, dobbiamo custodire il desiderio di essere una cosa sola. L’esperienza della Chiesa mostra continuamente una grande varietà di persone, storie e vocazioni. Tuttavia, proprio questa diversità è chiamata a trasformarsi in unità grazie all’azione dello Spirito Santo. Per questo la comunione comporta anche una responsabilità. Non possiamo favorire divisioni, contrapposizioni o separazioni, perché l’unità è un dono prezioso che Cristo stesso ha voluto lasciare come segno concreto nell’Eucaristia. Quando riceviamo la comunione, riceviamo il corpo di Cristo ma anche il mistero della Chiesa, cioè di tutti noi uniti in Lui. L’Eucaristia, dono che ci rende Chiesa Alla fine comprendiamo che l’Eucaristia è un mistero immenso. Dicendo “Amen” al corpo di Cristo, diciamo “Amen” anche alla nostra vocazione a essere un solo corpo. Accogliamo e desideriamo questa comunione che il Signore ci offre. La presenza di nuovi ministri e di persone che si mettono al servizio dell’altare e del sacramento rende visibile questa realtà. Attraverso il loro servizio comprendiamo che la comunione non è soltanto un dono da ricevere, ma anche una responsabilità da custodire e far crescere. Riconosciamo così che l’Eucaristia è il grande dono che ci raduna, ci nutre, ci unisce e ci rende Chiesa. È per questo che siamo convocati insieme a celebrare: per accogliere il corpo e il sangue di Cristo e lasciarci trasformare in un solo corpo attraverso il suo Spirito.

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    Ringraziamo! Omelia al Matrimonio di Alberto e Francesca

    Rendiamo grazie per la vostra fede e il vostro amore Anche noi, riuniti attorno ad Alberto e Francesca, rendiamo grazie a Dio per loro con tutto il cuore. Facciamo nostre le parole di san Paolo agli Efesini, che ringrazia Dio dopo aver sentito parlare della fede e dell’amore della comunità. La gratitudine nasce proprio da questo: dalla testimonianza concreta di una fede vissuta e di un amore autentico. La loro presenza davanti a noi nel giorno del matrimonio è il segno visibile di questa fede e di questo amore. Non si tratta soltanto dell’affetto che vivono tra loro, ma di una realtà più profonda che affonda le sue radici nel rapporto con Dio. Per questo motivo li ringraziamo e li accompagniamo con la nostra preghiera. La preghiera per un cuore illuminato Come Paolo pregava per gli Efesini, così anche noi preghiamo affinché il Signore illumini gli occhi del loro cuore. Chiediamo che possano comprendere sempre più profondamente la speranza alla quale sono stati chiamati, il tesoro di gloria che li attende e la straordinaria grandezza della forza di Dio che opera nella loro vita. Questa realtà non è qualcosa di estraneo alla loro esperienza. Essi ne hanno già fatto un assaggio nella loro vita cristiana e nel loro incontro reciproco. Tuttavia, ciò che hanno scoperto è soltanto l’inizio di un dono immensamente più grande. Si tratta di una speranza unica, che non può essere trovata altrove, e di una ricchezza spirituale che supera ogni altra realtà. La sorprendente potenza di Dio Ci soffermiamo in particolare sulla potenza di Dio di cui parla san Paolo. Egli la definisce una forza sovrabbondante, una potenza autentica e straordinaria. A prima vista potremmo chiederci che cosa faccia concretamente Dio e in che modo manifesti questa sua forza. Paolo risponde ricordando che Dio ha mostrato la sua potenza risuscitando Gesù dai morti e facendolo sedere alla sua destra. Non si tratta quindi di una potenza fondata sulla forza militare, sul dominio o sull’imposizione. È una potenza che dona la vita, che fa passare dalla morte alla vita. La risurrezione di Cristo rappresenta la sua manifestazione più alta, ma questa forza continua ad agire ogni volta che incontriamo situazioni di morte, di chiusura, di sofferenza e di difficoltà. È una forza che va oltre le logiche ordinarie del mondo e che si manifesta come una sorprendente potenza di vita. Nel matrimonio Alberto e Francesca testimoniano proprio questo: riconoscono che la forza necessaria per vivere il loro amore non proviene semplicemente da loro stessi, ma da Dio. Si presentano davanti al Signore così come sono, consapevoli dei propri limiti e bisognosi della sua potenza. La lode universale e il riconoscimento della fragilità Il salmo proclamato durante la celebrazione diventa una grande lode alla potenza di Dio. Tutta la creazione è chiamata a lodarlo: il cielo e la terra, il sole e la luna, i giovani e gli anziani, ogni creatura. Tuttavia, se c’è bisogno della potenza di Dio, significa che esiste anche una profonda debolezza umana. È proprio dentro questa fragilità che Dio interviene. La sua forza non si manifesta dove l’uomo si sente autosufficiente, ma dove riconosce il proprio bisogno. Non è bene che l’uomo sia solo La prima lettura ci mostra con chiarezza questa verità. Dio afferma che non è bene che l’uomo sia solo e decide di dargli un aiuto che gli corrisponda. Questa parola riguarda ogni persona. Non si tratta semplicemente della necessità di avere compagnia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti realmente, che ci stia davanti come amico, alleato e compagno di cammino. Un aiuto che sia alla pari, non un sostegno occasionale. Adamo cerca questo aiuto in tutta la creazione che Dio gli pone davanti, ma non lo trova. Soltanto quando Dio trae la donna dalla sua stessa carne e gliela pone davanti, egli riconosce finalmente quell’aiuto capace di corrispondergli veramente. Allo stesso modo, anche la donna ha bisogno dell’uomo. Il bisogno è reciproco. Nel matrimonio, Alberto e Francesca dichiarano pubblicamente di voler essere l’uno per l’altra questo aiuto permanente. Riconoscono che da soli si può andare avanti, ma che la vita piena nasce dalla presenza di qualcuno che rimane accanto, vicino, fedele e alleato. Essere segno della potenza di Dio l’uno per l’altra Essi si impegnano a diventare reciprocamente il segno della potenza di Dio, una potenza che si manifesta come vita, consolazione, risurrezione e gioia. Ogni giorno della loro vita insieme sarà chiamato a diventare una celebrazione del loro amore. Ciò significa riconoscere con sincerità il proprio bisogno dell’altro, accogliere la propria fragilità e saper dire con gratitudine: “Grazie perché ci sei”. Significa anche imparare a offrirsi come aiuto concreto, cercando di comprendere i bisogni dell’altro e, quando non ci si riesce pienamente, rimanendogli comunque accanto. L’essenziale è vivere come alleati, senza paura delle proprie debolezze, perché proprio in esse si manifesta la forza di Dio. Le beatitudini: la felicità dei fragili Il Vangelo delle Beatitudini scelto per questa celebrazione appare particolarmente significativo. Gesù descrive situazioni che, umanamente parlando, sembrano espressioni di debolezza, eppure le presenta come luoghi di beatitudine. I poveri in spirito sono beati perché riconoscono il loro bisogno di essere riempiti e guidati. Lo stesso vale per i miti, per coloro che piangono, per chi ha fame e sete di giustizia, per i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati. Sono tutte persone segnate dalla fragilità. Tuttavia, proprio perché lasciano spazio alla potenza di Dio, diventano veramente piene e felici. Anche quando vivono il Vangelo e vengono criticati o perseguitati, possono dirsi beati, perché la loro forza non dipende più da se stessi ma dal Signore. Sale della terra e luce del mondo Chi vive quotidianamente nella forza di Dio non soltanto non ha motivo di temere, ma diventa anche sale della terra e luce del mondo. Il matrimonio vissuto come reciproco aiuto e come continua celebrazione della potenza del Signore trasforma gli sposi in una testimonianza per tutti. Senza forse rendersene pienamente conto, essi diventano sale per la comunità e luce per coloro che li circondano. Il sale è un segno umile e nascosto: non si vede, ma dà sapore a tutto. La luce, pur essendo fragile, illumina l’intera casa. Allo stesso modo, la testimonianza degli sposi non passa principalmente attraverso discorsi o insegnamenti, ma attraverso la vita concreta del loro amore. Anche noi abbiamo bisogno della loro luce e del loro essere sale. La loro fedeltà e il loro sostegno reciproco diventano una sorgente di bene per tutta la comunità. Il sacramento come celebrazione di una vita ricevuta La fecondità più profonda del matrimonio sacramentale consiste proprio in questo. Non si tratta soltanto di celebrare un amore umano, per quanto bello e prezioso. Nel sacramento si celebra qualcosa di più grande. Gli sposi riconoscono che la loro vita è segnata dalla debolezza, una debolezza che richiama persino la croce di Cristo. Tuttavia affermano anche che proprio dentro questa fragilità ricevono continuamente vita dal Signore e reciprocamente l’uno dall’altra. Per questo esprimiamo una sincera gratitudine ad Alberto e Francesca per il dono reciproco della loro vita. Come san Paolo, li ringraziamo e assicuriamo loro la nostra preghiera, affinché il loro cuore sia sempre più illuminato e possano riconoscere ogni giorno che questa è la strada buona sulla quale il Signore li conduce.

  40. 429

    Ravviviamo sempre il dono di Dio - Omelia mercoledì IX settimana TO

    Oggi iniziamo la lettura della seconda lettera a Timoteo e ci soffermiamo sul profondo legame tra Paolo e il suo fedele collaboratore. Dalle parole dell'apostolo emerge un affetto sincero e paterno, ma soprattutto risalta un invito fondamentale: «ravvivare il dono di Dio». Timoteo ha ricevuto un grande dono attraverso l'imposizione delle mani di Paolo e della comunità. Tuttavia, ricevere un dono non basta. Il dono deve essere custodito, alimentato e continuamente ravvivato. Paolo ci ricorda che anche noi abbiamo ricevuto qualcosa di prezioso da Dio e che siamo chiamati a non lasciarlo spegnere. Una vocazione santa che nasce dalla grazia Paolo ricorda a Timoteo che Cristo ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Questa chiamata non dipende dalle nostre opere, dai nostri meriti o dalle nostre capacità. Non nasce dal fatto che siamo stati particolarmente bravi o che abbiamo ottenuto risultati importanti nella vita. Comprendiamo allora che la nostra vocazione affonda le sue radici in un progetto molto più grande di noi. È il progetto della grazia di Dio, una grazia che non appartiene soltanto alla nostra storia personale, ma che è stata pensata fin dall'eternità. Siamo inseriti in un disegno divino che ci precede e ci supera, un progetto che non si fonda sulle nostre forze ma sull'amore gratuito di Dio. Il grande progetto di Dio: la vittoria della vita sulla morte Ci chiediamo quale sia questo progetto eterno. Paolo ci risponde chiaramente: esso si è manifestato in Cristo Gesù, nel quale Dio ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita. La risurrezione di Cristo non è soltanto un evento del passato, ma la manifestazione di un disegno che esiste da sempre nel cuore di Dio. Tutti coloro che diventano discepoli di Gesù vengono coinvolti in questa opera di salvezza e sono chiamati a partecipare alla manifestazione della vita. Per questo siamo invitati a domandarci come stiamo vivendo la nostra esistenza. Ravviviamo davvero il dono ricevuto? Facciamo risplendere la vita oppure ci lasciamo dominare dalla rassegnazione? Quando ci chiudiamo in noi stessi, quando ci lasciamo schiacciare dalla tristezza o dall'idea che ormai non ci sia più nulla da fare, rischiamo di oscurare quel dono che Dio ha acceso dentro di noi. Testimoniare la vita anche nelle situazioni più difficili Comprendiamo che la vera sfida consiste nel manifestare la vita proprio là dove sembra prevalere la morte. Paolo stesso scrive dalla prigione. È un uomo che vive una situazione di sofferenza e di apparente sconfitta, eppure invita Timoteo a non vergognarsi del Vangelo e a non vergognarsi di lui. La testimonianza cristiana non consiste nel mostrare una vita perfetta o priva di difficoltà. Al contrario, consiste nel far brillare la speranza di Cristo proprio dentro le prove, le fragilità e le sofferenze. È nelle situazioni in cui sperimentiamo qualcosa della morte — il dolore, la malattia, la solitudine, il fallimento — che siamo chiamati a rendere visibile la forza della vita nuova donata da Dio. Per questo motivo, proprio coloro che vivono momenti difficili possono diventare testimoni straordinari della vittoria di Cristo. La loro fedeltà e la loro speranza parlano con una forza particolare. Il Dio dei vivi Il Vangelo ci presenta la vicenda della donna che aveva avuto sette mariti senza avere figli. È una storia segnata dalla sterilità e dalla morte, una vicenda che sembra non aver prodotto alcun frutto. Gesù però invita ad andare oltre le apparenze. Chi interpreta quella storia soltanto come una serie di fallimenti non ha compreso il cuore del messaggio di Dio. Il Signore infatti è il Dio dei vivi, non dei morti. Anche quando sperimentiamo situazioni di chiusura, sterilità o solitudine, siamo chiamati a credere che Dio continua a operare. La sua azione non si ferma davanti ai limiti umani. In Cristo, la vita ha già vinto la morte e questa vittoria continua a manifestarsi nella storia. Una speranza che non delude Paolo conclude con una grande professione di fiducia. Egli è convinto che Dio è capace di custodire il dono ricevuto fino al giorno definitivo dell'incontro con Lui. Questa certezza ci sostiene nel cammino. Sappiamo che la possibilità di manifestare la vita dentro le situazioni di morte non ci verrà mai tolta. Per questo celebriamo l'Eucaristia e ascoltiamo la Parola: per ravvivare continuamente il dono ricevuto, alimentare la speranza e mantenere lo sguardo rivolto in avanti. Siamo chiamati a non fermarci nella rassegnazione. Come Timoteo, anche noi riceviamo la missione di custodire e far crescere il dono di Dio, lasciandoci guidare dalla speranza che nasce dalla risurrezione di Cristo. L'esempio dei martiri dell'Uganda Infine ricordiamo l'esempio dei martiri ugandesi, un piccolo gruppo di cristiani che hanno donato la loro vita per il Vangelo. A prima vista si potrebbe pensare che siano stati dimenticati dalla storia, ma non è così. Il loro sacrificio ha portato frutti abbondanti nella Chiesa africana e continua ancora oggi a essere una testimonianza luminosa di fede. La loro vita dimostra che il dono di Dio, quando viene custodito e vissuto con coraggio, produce frutti che vanno ben oltre ciò che possiamo immaginare. Affidandoci alla loro intercessione, chiediamo anche noi la grazia di testimoniare senza paura e senza vergogna la risurrezione di Cristo, ravvivando ogni giorno il dono che abbiamo ricevuto e facendo risplendere la vita che ha vinto per sempre la morte.

  41. 428

    Insieme viviamo la vita trinitaria - Omelia SS Trinità Anno A Vercurago

    Vivere insieme in questi giorni, è un regalo che ci aiuta a celebrare la Domenica della Trinità. Sentiamo che non potrebbe esserci occasione più adatta per contemplare il mistero di Dio, perché proprio nel nostro stare insieme, pur non conoscendoci tutti profondamente, facciamo esperienza di qualcosa di prezioso. Vivendo questi giorni nei luoghi Manzoniani, nei dintorni di Lecco, e ascoltando le testimonianze di tante persone che raccontano la loro vita cristiana, percepiamo quanto sia importante non essere soli. La nostra esperienza concreta ci fa comprendere il valore della comunione, dell'incontro e della condivisione. In questi giorni sperimentiamo che la fede non è qualcosa da vivere isolatamente, ma insieme agli altri. Le relazioni come luogo della presenza di Dio La seconda lettura ci colpisce particolarmente perché non parte direttamente da Dio, ma dalle relazioni tra noi. Paolo ci invita a "essere gioiosi, a tendere alla perfezione, a rafforzarci e incoraggiarci reciprocamente, ad avere gli stessi sentimenti e a vivere in pace". Comprendiamo che tutto questo non può essere vissuto da soli. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui condividere la gioia, qualcuno che ci sostenga e ci incoraggi, qualcuno con cui costruire una comunione di sentimenti e di intenti. Certamente la famiglia è il luogo privilegiato di questa esperienza, ma non è l'unico. Lo stare insieme ci permette di gustare la gioia, la forza, il coraggio e una profonda unità spirituale. È proprio ciò che stiamo vivendo in questi giorni e che riconosciamo come un dono straordinario. Il Dio dell'amore e della pace è con noi Paolo aggiunge una promessa meravigliosa: se viviamo così, "il Dio dell'amore e della pace sarà con noi". Comprendiamo allora che la presenza di Dio non è qualcosa di astratto o lontano. Non è un Dio confinato nel passato o nascosto tra le nuvole. È un Dio che oggi è con noi e che si rende presente proprio attraverso il nostro stare insieme. L'esperienza intensa di questi giorni ci richiama a una verità che vale sempre: nella comunità, nella parrocchia, sul lavoro, tra vicini di casa e in ogni relazione autentica possiamo sperimentare concretamente che il Dio dell'amore e della pace cammina accanto a noi. Il valore del saluto e dell'incontro Paolo invita poi a salutarci con il bacio santo. Questo gesto semplice e concreto era il segno della comunione tra i credenti. Ci rendiamo conto che abbracciarci, salutarci e accoglierci non sono gesti banali. Spesso facciamo persino fatica a compierli, eppure possiedono una forza enorme. Questo richiamo ci porta a pensare alla festa della Visitazione, che in origine potrebbe essere chiamata più propriamente la festa del saluto. Nel Vangelo, infatti, non si parla di visitazione ma di saluto. Elisabetta dice a Maria che, appena il suo saluto è giunto ai suoi orecchi, il bambino ha sussultato nel grembo. Comprendiamo così che il saluto rende percepibile la presenza dell'altro e, attraverso di essa, la presenza stessa di Dio. Il grembo di Elisabetta esulta perché, attraverso Maria, arriva il Signore. Un semplice saluto diventa quindi il segno concreto di un Dio che si fa vicino. Il desiderio di Mosè: che Dio cammini con noi Anche la prima lettura ci parla della vicinanza di Dio. Finalmente il Signore rivela il suo nome: Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e ricco di amore. Mosè non si limita ad ammirare questa rivelazione. Dopo aver ascoltato il nome di Dio, si prostra immediatamente e chiede una cosa fondamentale: che il Signore cammini in mezzo al suo popolo. Non gli basta sapere che Dio è misericordioso. Desidera che continui a stare con loro, nonostante il peccato del vitello d'oro, nonostante la loro infedeltà e ostinazione. Mosè riconosce che il popolo è di dura cervice, cocciuto, ma proprio per questo implora il Signore di non abbandonarlo. Anche noi sentiamo che questa è la nostra preghiera: sapere che Dio è amore è meraviglioso, ma ancora più importante è sapere che continua a camminare con noi. La Trinità come comunione perfetta Il mistero della Trinità si rivela allora come una realtà profondamente relazionale. Crediamo in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone unite nell'amore. Gesù continuamente parla del Padre, afferma che le sue parole vengono dal Padre e che le sue opere sono le opere del Padre. Tutto nel Vangelo manifesta una relazione profonda, fatta di ascolto, comunione e reciproco dono. Lo Spirito Santo, che forse ci appare la Persona più difficile da comprendere, è proprio l'amore che unisce il Padre e il Figlio. La Trinità ci mostra che l'essenza stessa di Dio è lo stare insieme nell'amore. Per questo è così bello avere un Dio che è comunione, relazione, gioia condivisa e reciproca visita. Un Dio che desidera stare con noi Gesù ricorda a Nicodemo che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito. Dio aveva il suo unico Figlio e lo ha donato a noi perché desiderava profondamente stare con l'umanità. Il Figlio si è fatto carne sapendo ciò che avrebbe dovuto affrontare, ma lo ha fatto affinché noi potessimo credere e riconoscere in lui il Figlio di Dio. Gesù non è venuto per condannare, escludere o perdere qualcuno. È venuto perché tutti siano salvati. Questa è la verità fondamentale del nostro Dio: un Dio che vuole stare con noi e che cerca continuamente la nostra salvezza. Vivere in modo trinitario Facciamo esperienza di questo mistero soprattutto quando viviamo autenticamente insieme. Stando insieme viviamo in modo trinitario. Ci accorgiamo di quanto ne abbiamo bisogno in una società sempre più segnata dalla solitudine, dall'individualismo e dalla ricerca dell'autonomia assoluta. Siamo spesso tentati di chiuderci nei nostri spazi personali e di fare ciascuno la propria strada. La Trinità ci insegna invece il valore del "noi". Non vogliamo semplicemente dire: io vado da una parte e tu da un'altra. Vogliamo stare insieme, perché proprio lì incontriamo il Signore e sperimentiamo concretamente la gioia di cui parla Paolo. La Trinità, sorgente della nostra salvezza Per questo rendiamo grazie al Signore. Comprendiamo che il mistero della Trinità non è una dottrina astratta, ma una delle realtà più preziose della nostra fede. Ogni segno di croce, ogni Gloria al Padre, ogni preghiera liturgica e ogni celebrazione eucaristica ci richiamano continuamente questa verità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la nostra salvezza. La Trinità ci ricorda incessantemente che Dio è comunione d'amore e che siamo chiamati a vivere nella stessa comunione, affinché il Dio dell'amore e della pace possa essere realmente con noi e in mezzo a noi.

  42. 427

    Sotto il Monte: Giovanni era un profeta! Omelia sabato VIII settimana TO

    Partiamo dal Vangelo e dalla figura di Giovanni XXIII, che stiamo ricordando nei luoghi delle sue origini. Ascoltando le parole del Vangelo, veniamo colpiti dall'affermazione secondo cui tutti ritenevano che Giovanni Battista fosse veramente un profeta. Questa espressione ci porta spontaneamente a pensare anche a Giovanni XXIII: un uomo che molti hanno riconosciuto come autentico profeta del suo tempo. Durante il pellegrinaggio ripercorriamo la sua storia quasi a ritroso: partiamo dal suo ministero come papa, visitiamo i luoghi legati alla sua memoria e infine arriviamo alla sua casa natale. Qui scopriamo la semplicità delle sue origini: una famiglia povera, composta da mezzadri che lavoravano per altri, una famiglia normale di paese. Eppure da questa semplicità è nato un uomo dotato di una straordinaria autorevolezza spirituale. La durezza del cuore che impedisce la conversione Il Vangelo ci mette davanti al comportamento degli scribi e dei farisei. Essi sapevano che Giovanni Battista era un uomo mandato da Dio, ne riconoscevano l'autorevolezza, ma non si lasciavano convertire dalla sua parola. Rimanevano chiusi nei loro ragionamenti, intenti a trovare giustificazioni e sotterfugi, senza accogliere realmente il messaggio ricevuto. Questa durezza di cuore diventa un ostacolo anche all'incontro con Gesù. Per questo il Signore risponde alle loro domande con un'altra domanda, quasi a volerli ricondurre alla loro storia personale e alla loro risposta concreta agli appelli di Dio. Il problema non è riconoscere teoricamente un profeta, ma lasciarsi cambiare dalla sua parola. Anche noi siamo invitati a interrogarci: abbiamo davvero accolto gli appelli che il Signore ci ha rivolto nella vita? Ci siamo lasciati convertire? Senza questo passo interiore rischiamo di fare fatica ad accogliere pienamente Gesù come Signore e Messia. Ascoltare i profeti che Dio dona alla Chiesa La figura di Giovanni XXIII ci interpella profondamente. Attraverso di lui la Chiesa ha vissuto un tempo straordinario di rinnovamento, specialmente con il Concilio Vaticano II e con il suo impegno per il dialogo tra i popoli e le nazioni. La Chiesa ha saputo ascoltare questo profeta che Dio le aveva donato. Di fronte a questa testimonianza ci domandiamo come possiamo compiere anche noi un passo di umiltà, di piccolezza e di conversione. Siamo chiamati a riconoscere l'azione di Dio nelle persone che Egli pone sul nostro cammino e a lasciarci guidare dalle loro parole e dal loro esempio. Costruire la propria vita sulla santissima fede La prima lettura, tratta dalla Lettera di Giuda, ci offre un'indicazione molto concreta. Veniamo invitati a ricordare le parole degli apostoli e soprattutto a costruire noi stessi sulla nostra santissima fede. La vita cristiana appare come una costruzione continua. Non è qualcosa di statico o già acquisito, ma un cammino di crescita che richiede la collaborazione personale di ciascuno. Siamo chiamati a crescere nella fede, nel discepolato e nell'apertura del cuore. Ci chiediamo allora quali passi stiamo compiendo concretamente. Dopo aver vissuto il tempo della Pasqua, della Pentecoste e mentre ci prepariamo alla celebrazione della Santissima Trinità, siamo invitati a verificare il nostro cammino spirituale. La fede deve diventare sempre più solida e matura attraverso una crescita costante. Papa Giovanni, uomo che costruiva Guardando alla vita di Giovanni XXIII, vediamo un uomo che ha saputo costruire. Ha edificato la sua esistenza sulla fede ricevuta dai suoi genitori, dalla sua gente e dalle tante persone incontrate lungo il suo cammino. La sua esperienza in Bulgaria gli ha permesso di avvicinarsi al mondo ortodosso; in Turchia e a Parigi ha affrontato situazioni difficili e complesse; a Venezia ha vissuto una stagione particolarmente feconda. In quel periodo scrisse anche una significativa lettera pastorale sulla Parola di Dio, ricordata come un contributo di grande luce e profondità. In tutte queste tappe emerge la figura di un uomo che non si è lasciato scoraggiare dagli ostacoli. Grazie al contributo di molte persone e con una grande forza interiore, ha continuato a edificare e a promuovere il bene. Costruire nell'amore di Dio e nella misericordia Anche noi siamo chiamati a costruire. Questa missione riguarda la nostra famiglia, le relazioni quotidiane, la comunità e tutti coloro che ci sono vicini. Siamo invitati a costruire legami autentici tra di noi e a rafforzare il nostro rapporto con il Signore. La Lettera di Giuda ci ricorda che questa costruzione avviene nell'amore di Dio. Non si tratta di dimostrare forza o capacità personali, ma di vivere una vera esperienza di amore. È nell'amore di Dio che troviamo la forza per crescere e per perseverare. La misericordia diventa allora il clima nel quale edificare la nostra vita. Essa ci permette di accoglierci reciprocamente, di sostenerci a vicenda e di camminare insieme nella fede, nella speranza e nella carità. Siamo chiamati a essere misericordiosi verso chi è indeciso, ad avere compassione degli altri e ad aiutarci reciprocamente nel cammino della salvezza. La preghiera come sorgente di pace Un tratto particolarmente significativo della vita di Giovanni XXIII è la sua profonda vita di preghiera. Viene ricordato come un uomo di grande umiltà e di grande forza spirituale. Colpisce il racconto delle lunghe ore trascorse in ginocchio davanti al Signore. Da questa intensa relazione con Dio nasceva la sua capacità di costruire la pace. La pace che ha promosso nella Chiesa e nel mondo non era il frutto di una strategia umana, ma della sua comunione con Cristo crocifisso. Anche noi siamo chiamati a seguire questa strada. Attraverso la preghiera possiamo imparare a costruire pace nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità e nel nostro cuore. Un cammino da percorrere insieme La testimonianza di Giovanni XXIII ci invita a non rimanere spettatori, ma a lasciarci coinvolgere in un autentico cammino di conversione. Come gli scribi e i farisei siamo chiamati a scegliere se rimanere chiusi nelle nostre sicurezze oppure lasciarci trasformare dalla parola di Dio. Costruire la nostra vita sulla fede, conservandoci nell'amore di Dio e vivendo la misericordia, è il compito affidato a ciascuno di noi. È una strada impegnativa, ma anche bella e possibile, perché la percorriamo insieme come comunità cristiana e possiamo contare sull'esempio e sull'intercessione di Giovanni XXIII, autentico profeta e costruttore di pace.

  43. 426

    Mario Rampioni e Bartimeo - Omelia al funerale

    Ascoltando le letture proposte dal lezionario ordinario, ci lasciamo sorprendere dalla Parola di Dio e vi condivido due pensieri che nascono spontaneamente da queste letture, senza averle scelte appositamente per il funerale, proprio per mantenere anche questo clima di festa e di gratitudine. La prima lettura, tratta dalla lettera di Pietro, ci colpisce profondamente perché si apre con un’immagine molto forte: veniamo descritti come bambini appena nati, come neonati che desiderano avidamente il latte genuino spirituale. Pietro insiste proprio su questo essere all’inizio, sull’avere ancora fame e sete di qualcosa che possa nutrire davvero la vita. Questo latte spirituale non è qualcosa di astratto, ma un nutrimento poi 3, concreto, pieno di senso. È il latte della Parola, un latte “logico”, capace di illuminare, spiegare, sostenere e nutrire. È genuino, senza inganno, puro. Grazie a questo nutrimento possiamo crescere verso la salvezza. Riconosciamo in Mario proprio questo desiderio di crescita continua. Era una persona che cercava di capire, che poneva domande, che aveva sete di verità. Anche nei ricordi della giovinezza emerge questa sua caratteristica: mentre gli altri vivevano entusiasmi un po’ ingenui, lui cercava sempre di riportare tutto a una riflessione più seria e razionale. In lui c’era questa fame autentica di comprendere. Come i neonati desiderano istintivamente il latte, così anche noi siamo chiamati a desiderare ciò che ci conduce alla salvezza. Non una crescita per il potere o per l’affermazione personale, ma una crescita che ci porta dalla tenebra alla luce. Pietro ci ricorda che ci avviciniamo a Cristo, pietra viva, e che anche noi diventiamo pietre vive di una costruzione più grande, quella della Chiesa. La fede appare allora come una fame profonda che nessun altro nutrimento riesce a saziare davvero. Tutto nasce dall’aver gustato la bontà del Signore. Non si tratta di uno sforzo volontaristico o di un progetto costruito da noi, ma della risposta a un incontro. Quando scopriamo che il Signore è buono, nasce il desiderio di nutrirci sempre di più di Lui. Vediamo che questa ricerca, fondata sulla bontà di Dio, era molto presente nella vita di Mario. Una condotta esemplare che rende gloria a Dio La lettera di Pietro continua invitandoci a vivere come stranieri e pellegrini nel mondo, mantenendo una condotta esemplare tra gli uomini, affinché vedendo le nostre opere buone tutti possano dare gloria a Dio. Sentiamo che proprio questo stiamo facendo nel ricordare Mario. Rendiamo gloria a Dio per le tante opere buone che ha compiuto incessantemente nella sua vita. Lo vediamo nella bellezza della sua famiglia, nel suo lavoro, ma anche negli ultimi anni segnati dalla malattia, dalla vecchiaia e da una vita più ritirata. La sua è stata una presenza discreta ma fedele, una testimonianza concreta e silenziosa. Una condotta esemplare che continua a parlare anche oggi. Bartimeo e il desiderio ostinato di incontrare Gesù Anche il Vangelo del cieco Bartimeo richiama immediatamente la figura di Mario. Bartimeo è seduto ai margini della strada, cieco e mendicante. Non è tra i protagonisti, ma vive in una situazione di bisogno e di attesa. Anche Mario ci appare così: una presenza discreta, seduta in fondo tra i banchi della chiesa, sempre presente ma senza mettersi al centro. E come Bartimeo, anche lui continua a cercare. Quando Bartimeo sente che Gesù sta passando, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. È un grido insistente, ostinato. Gli altri cercano di farlo tacere, ma lui continua ancora più forte. Riconosciamo anche qui qualcosa di Mario: quella sua determinazione cocciuta, quella perseveranza nel cercare il Signore senza lasciarsi fermare dagli ostacoli. “Coraggio, alzati, ti chiama” A un certo punto Gesù si ferma e lo chiama. La folla allora dice a Bartimeo: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Questa parola diventa una chiave per leggere anche gli ultimi istanti della vita di Mario. Rimane certamente il mistero di ciò che è accaduto, ma il Vangelo ci invita a interpretare la morte come una chiamata, come il momento dell’incontro definitivo con il Signore. Immaginiamo allora che anche per Mario sia risuonata questa voce: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Dopo aver cercato tanto, dopo essere rimasto seduto ad attendere e mendicare, finalmente può alzarsi. È quasi una resurrezione. Gesù poi domanda a Bartimeo: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. È una domanda piena di delicatezza e di amore. Bartimeo risponde: “Rabbunì, che io veda di nuovo”. Anche noi sentiamo che questo è il desiderio più profondo dell’uomo: vedere davvero, vedere la luce, vedere il Signore. E Gesù gli dice: “La tua fede ti ha salvato”. Riconosciamo che proprio la fede ha accompagnato Mario fino a questo incontro definitivo. Verso il paradiso insieme al Signore Il Vangelo si conclude dicendo che Bartimeo, riacquistata la vista, seguiva Gesù lungo la strada. Questa immagine diventa per noi la rappresentazione della pace e della salvezza che Mario ora vive. È come se Gesù stesso fosse venuto a prenderlo per portarlo con sé. Con affetto e semplicità immaginiamo quasi che il Signore gli abbia detto che adesso è tempo di lasciare la sua casa terrena per entrare in un paradiso ancora più bello. La casa e la famiglia di Mario sono già state un piccolo paradiso per molti, un luogo di accoglienza e di amore. Ma ora il paradiso che lo attende è ancora più pieno e luminoso. Ringraziamo allora il Signore per la consolazione che ci dona attraverso la sua Parola. Anche se la nostra fede è fragile, immaginiamo Mario nella comunione dei santi, vicino al Signore, capace ora di pregare per tutti noi. Lo associamo così a Bartimeo, il cieco di Gerico che desiderava vedere, e ai fedeli di Pietro chiamati a crescere continuamente nella fede. Anche noi, guardando alla vita di Mario, impariamo a desiderare sempre di più l’incontro con il Signore.

  44. 425

    Bramate ardentemente il latte spirituale - Omelia giovedì VIII settimana TO

    Nel percorso della Prima Lettera di Pietro ci soffermiamo su un versetto che 21 colpisce profondamente: «Se avete gustato com’è buono il Signore». Pietro parte da un’esperienza concreta, da qualcosa che abbiamo vissuto davvero. Ci invita a guardare dentro il nostro cuore e a ricordare quando abbiamo sperimentato la bontà del Signore, quando ci siamo sentiti avvicinati, aiutati, sostenuti da lui. A volte possiamo pensare che Dio sia lontano, chiuso nel cielo, disinteressato alla nostra vita. E invece Pietro ci ricorda che abbiamo fatto esperienza del contrario: abbiamo gustato la sua bontà. È proprio questo incontro che fa nascere in noi un desiderio nuovo. Come bambini appena nati desiderio riamo il nutrimento vero Pietro usa un’immagine fortissima: siamo come bambini appena nati, anzi letteralmente come neonati appena nati. Siamo all’inizio di una vita nuova e, proprio come un neonato desidera il latte della madre, così anche noi desideriamo ardentemente il genuino latte spirituale. Questo latte, nella lingua originale, è chiamato un latte “logico”, legato al Logos, alla Parola. È un nutrimento che dà senso, ragione, significato e pienezza alla vita. È un latte genuino, senza inganno, che non ci illude e non ci avvelena dopo averci attratti. È qualcosa che ci nutre davvero e ci fa crescere verso la salvezza. Ci rendiamo conto allora che basta avere gustato anche solo un poco della bontà del Signore perché in noi nasca questo desiderio. Pietro insiste: desiderate ardentemente. E ci domandiamo se il nostro cuore desidera ancora davvero oppure se siamo diventati pallidi, abitudinari, stanchi anche della fede. Possiamo venire all’Eucaristia per abitudine, pensando che sia sempre la stessa cosa. E invece il cuore che ha gustato il Signore desidera tornare ancora a quel nutrimento, perché sa che lì trova ciò che lo fa crescere verso la salvezza. Per questo veniamo all’Eucaristia: perché abbiamo gustato la bontà del Signore e desideriamo ritrovarla ancora. Una nuova identità come pietre vive Pietro continua descrivendo tutta una crescita spirituale. Ci invita ad avvicinarci a Cristo, pietra viva, per diventare anche noi pietre vive. In lui diventiamo parte di un edificio santo e siamo chiamati a offrire il nostro sacrificio spirituale. La nostra identità cambia completamente. Eravamo “non popolo” e ora siamo diventati popolo di Dio. Un tempo eravamo esclusi dalla misericordia, ora invece abbiamo ottenuto misericordia. Tutto questo nasce dall’incontro con il Signore che abbiamo gustato e che continuiamo a desiderare. L’Eucaristia è proprio questo ritorno continuo a quella sorgente di misericordia che ci ha cambiato la vita e ci ha dato un’appartenenza nuova. Il grido di Bartimeo Questo stesso desiderio attraversa anche il cuore di Bartimeo. Lui è un uomo senza possibilità: cieco, mendicante, seduto lungo la strada mentre Gesù sta già uscendo da Gerico. Sembra che abbia perso l’occasione della sua vita. Gli altri cercano di farlo tacere, lo sgridano, ma lui continua a gridare ancora più forte. Ha bisogno di Gesù e lo invoca chiamandolo per nome: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Questa diventa l’immagine stessa della preghiera: il grido di chi desidera la misericordia e l’incontro con il Signore. Bartimeo non ha nulla da offrire. Non ha meriti, non ha ricchezze, non ha potere. È un mendicante, l’ultimo tra gli ultimi. Eppure continua a gridare con forza, perché sa di avere bisogno di Gesù. “Che cosa vuoi che io faccia per te?” Alla fine Gesù si ferma e dice: «Chiamatelo». Ed è bellissimo sentire quelle parole: «Coraggio, ti chiama». Gesù gli rivolge una domanda sorprendente: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Anche noi ci sentiamo raggiunti da questa domanda. Che cosa desideriamo davvero? Che cosa ci sta più a cuore oggi, questa sera, nella situazione concreta che stiamo vivendo? Dopo le fatiche e le giornate che portiamo dentro, che cosa vogliamo chiedere al Signore? Bartimeo non cerca potere o privilegi, come avevano fatto i discepoli nei giorni precedenti. Chiede semplicemente: «Che io veda di nuovo». Gesù allora gli dice: «La tua fede ti ha salvato». È la fede di chi desidera veramente, di chi grida con tutto il cuore, di chi sa di avere bisogno della misericordia di Dio. Seguire Gesù lungo la strada Bartimeo recupera subito la vista e si mette a seguire Gesù lungo la strada. Diventa un nuovo discepolo. Non è stato soltanto un incontro occasionale destinato a finire. Adesso il suo cammino continua insieme a Gesù, verso Gerusalemme. Di Bartimeo poi non sappiamo più nulla, ma in fondo ci siamo noi dentro la sua storia. Anche noi siamo quel mendicante che grida il proprio bisogno e desidera incontrare il Signore. Per questo, nella preghiera e nell’Eucaristia, facciamo nostro il suo grido. Davanti all’altare diciamo al Signore ciò di cui abbiamo bisogno davvero e apriamo il nostro cuore alla sua grazia.

  45. 424

    Liberati dalla vuota condotta - Omelia mercoledì VIII tempo ordinario

    Ci soffermiamo sulla prima lettera di Pietro, in queste letture troppo ricche e belle. Colpisce soprattutto un’espressione: “la vostra vuota condotta”. Pietro ricorda che non siamo stati liberati con cose effimere come l’oro e l’argento, ma da qualcosa di molto più profondo. Questa immagine del vuoto ci tocca da vicino. Anche noi, infatti, possiamo sentire che le nostre giornate o la nostra vita siano vuote. Pietro parla di una condotta vuota legata all’infedeltà e ai comportamenti ereditati dal passato, ma riconosciamo che questo vuoto riguarda tutti noi. Lo sperimentiamo quando ci sentiamo inutili, troppo occupati da mille cose che però non sono davvero importanti, oppure quando ci sembra di non incidere nella vita degli altri. Pietro ci ricorda però che il Signore ci salva proprio da questo vuoto. Non ci salva con ricchezze o cose materiali, ma “a prezzo del suo sangue”. Cristo, agnello senza difetti, dona la sua vita per noi. È impressionante pensare che Gesù si svuoti di sé stesso per riempire noi di vita. Con il suo amore ci mostra che la vera pienezza nasce dal dono di sé. L’amore che riempie la vita Dopo aver parlato della salvezza ricevuta in Cristo, Pietro ci invita ad amarci sinceramente e intensamente, di vero cuore. Comprendiamo così che una delle realtà che può davvero riempire la nostra vita è l’amore. Una vita senza amore diventa inevitabilmente povera. L’amore si manifesta in tanti modi diversi: nell’affetto verso i figli, i nipoti, il marito o la moglie, ma anche nei piccoli servizi quotidiani verso gli altri. Anche chi vive più solo può allargare il proprio cuore e trasformare la vita in dono attraverso gesti semplici e concreti. Gesù ci libera mostrandoci fino a che punto si può amare: fino a dare la vita. Lui dona sé stesso non soltanto per i suoi amici, ma per tutti, anche per i peccatori. Questo è lo stile dell’amore cristiano: un amore intenso, concreto, fatto di dedizione e di cuore. I nostri piccoli gesti, quando sono vissuti con amore sincero, diventano segni di una gioia piena che desideriamo condividere. L’amore autentico non opprime, ma serve; non domina, ma protegge; non schiaccia, ma consola. Rigenerati dalla Parola di Dio Pietro ci parla anche di un’altra realtà capace di liberarci dalla vuota condotta: la Parola di Dio. Noi siamo stati rigenerati non da un seme corruttibile, destinato a marcire, ma da un seme incorruttibile, eterno, che è proprio la Parola del Signore. Tutto passa: l’erba inaridisce, i fiori appassiscono e cadono. La Parola di Dio invece rimane per sempre. Questa parola è diversa da tutte le altre parole che ascoltiamo ogni giorno, perché ha la forza di rigenerarci, di restituirci significato, luce e vita. Il Vangelo che abbiamo ascoltato e che ci viene annunciato continuamente ci riporta sempre all’amore della Pasqua, all’amore generante che abbiamo visto in Gesù. La Parola di Dio ci rinnova continuamente e ci fa uscire dal vuoto. Non il potere, ma il servizio Alla luce di questo comprendiamo meglio anche il Vangelo, quando i discepoli chiedono di stare alla destra e alla sinistra di Gesù. Quella richiesta perde significato, perché nel Regno di Dio non conta il potere ma il servizio. Gesù domanda ai suoi discepoli se sono disposti a bere il suo calice e a condividere il suo battesimo. In altre parole chiede loro se vogliono donare anche loro la vita. Colpisce la risposta dei discepoli: “Vogliamo”. Anche noi desideriamo poter dire la stessa cosa. Gesù allora insegna che non bisogna cercare di essere i primi, ma gli ultimi, mettendosi al servizio degli altri. È questa la strada che riempie davvero le nostre giornate e le nostre relazioni. Riempirsi a vicenda attraverso il dono Scopriamo che la nostra vita si riempie proprio quando l’amore viene speso e donato. Nel momento stesso in cui lo offriamo agli altri, lo riceviamo anche noi. L’amore crea uno scambio reciproco, un riempirsi a vicenda. Sono soprattutto i più piccoli e le persone semplici a insegnarci questa strada con maggiore efficacia. Attraverso di loro impariamo il valore del servizio, della vicinanza e della condivisione. Per questo ringraziamo l’apostolo Pietro, che continua ad accompagnarci con le sue parole, e ringraziamo il Signore, che ci rinnova continuamente attraverso il suo amore e la sua famiglia.

  46. 423

    La santità è cammino per tutti - Omelia martedì VIII tempo ordinario casa Lercaro

    “Sarete santi perché io sono santo”. Questa affermazione di Pietro ci sembra quasi provocatoria e ci chiediamo subito che cosa significhi davvero essere santi per noi, per voi di questa casa di riposo Lercaro! Pensiamo forse ai grandi santi della storia, a persone straordinarie come san Francesco o san Filippo Neri, uomini che hanno lasciato un segno profondo nella Chiesa. Ma comprendiamo che la santità non è qualcosa riservato a pochi eletti. È invece un cammino aperto a tutti noi. Essere santi significa anzitutto seguire il Signore, diventare suoi discepoli appassionati. Non vuol dire avere sempre risposte perfette o vivere una vita eccezionale agli occhi del mondo, ma imparare ad avere il cuore rivolto a Lui, cercando di essere buoni, puri di cuore e fedeli nel nostro quotidiano. Lasciare tutto per seguire il Signore Nel Vangelo ascoltiamo Pietro che dice a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Comprendiamo allora che la santità passa anche attraverso questo lasciare tutto per il Signore. Pietro aveva lasciato il suo lavoro di pescatore e forse persino la sua famiglia. Anche noi, in modi diversi, facciamo esperienza di distacchi e rinunce. Non sempre sono scelti liberamente; spesso sono situazioni che la vita ci mette davanti. Possiamo sentirci privati di relazioni, di autonomie, di successi o di possibilità che prima avevamo. Ci chiediamo allora che cosa possiamo ancora fare, magari stando seduti su una sedia o costretti in un letto. Ma proprio qui il Signore ci ricorda che ciò che conta davvero è la nostra relazione con Lui. La santità consiste nel continuare a cercarlo, sempre, in ogni situazione della vita. La forza della piccolezza e della povertà Scopriamo che, paradossalmente, più diventiamo piccoli e poveri di mezzi, più il nostro legame con il Signore può diventare prezioso. Pensiamo alle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. I poveri in spirito sono coloro che non hanno nulla su cui contare, né ricchezze né particolari capacità, ma proprio per questo si affidano completamente a Dio. Riconosciamo che tutti noi viviamo momenti di fragilità e di povertà interiore. Proprio lì possiamo riscoprire ciò che davvero rimane nella nostra giornata: il Signore. Possiamo ancora pregarlo, ringraziarlo, affidargli le persone che amiamo. Comprendiamo allora che anche i gesti più piccoli hanno un valore immenso: un sorriso, l’ascolto di chi ci è vicino, una preghiera per qualcuno, il pensiero rivolto ai propri familiari o ai propri cari che sono già in paradiso. Sono cose semplici, ma agli occhi di Dio diventano preziosissime. Il cento volte tanto promesso da Gesù Gesù ci assicura che nessuno lascia qualcosa per Lui e per il Vangelo senza ricevere già in questa vita “cento volte tanto”. Non sempre questo dono è visibile o tangibile. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per comprendere davvero questa promessa. La santità diventa così una sorta di consacrazione del cuore al Signore, un affidamento profondo e totale a Lui. E proprio grazie a questo amore scopriamo di ricevere molto di più di quanto pensiamo di aver perso. Le persone che ci stanno accanto, l’affetto ricevuto, la fraternità che nasce nella fede diventano segni concreti di questo dono. Anche se abbiamo lasciato qualcosa o qualcuno, il Signore ci fa scoprire una famiglia più grande, relazioni nuove e inattese, una comunione che allarga il cuore. La via della croce e la gloria dei figli di Dio Guardiamo infine a Gesù stesso. Lui non ha scelto il potere, i palazzi o le ricchezze. Ha dato la sua vita sulla croce. Anche san Pietro ci ricorda che nella vita restano sofferenze da attraversare e da accogliere. Eppure, insieme alla sofferenza, il Signore ci promette una gloria infinita: quella dei figli di Dio. Comprendiamo allora che siamo suoi, apparteniamo a Lui, e proprio per questo siamo chiamati santi. Nell’Eucaristia tutto questo si compie pienamente. Il sacrificio di Gesù si unisce alla nostra vita e la santifica. Lui ha consacrato se stesso per noi, per donarci la sua stessa santità e renderci partecipi del suo amore.

  47. 422

    La vita matrimoniale esprime i doni dello Spirito Santo - Omelia di Pentecoste 2026 anno A BVI ore 18 con anniversari

    Viviamo questa celebrazione come un dono speciale, illuminato dalla festa di Pentecoste e dalla preghiera per le coppie che da tanti anni condividono la vita matrimoniale. Guardando le letture con questa intenzione nel cuore, sccopriamo come il mistero dello Spirito Santo si renda visibile in modo concreto proprio nella vita degli sposi, nel loro amarsi, sostenersi e camminare insieme nel tempo. Parlare la lingua dell’altro Nella lettura degli Atti degli Apostoli colpisce l’immagine dello Spirito che si posa sui discepoli sotto forma di lingue di fuoco. È un unico Spirito, ma si distribuisce in modo diverso su ciascuno. Ogni persona riceve il medesimo dono in maniera personale e unica. La folla radunata a Gerusalemme rimane stupita perché ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa. Gli apostoli annunciano le meraviglie di Dio in modo comprensibile al cuore di chi ascolta. È un’esperienza profonda: quando ci troviamo stranieri in un luogo lontano e sentiamo qualcuno parlare la nostra lingua, immediatamente ci sentiamo a casa, accolti, compresi. Così è anche nella vita matrimoniale. Gli sposi imparano lentamente a parlarsi davvero, a comprendere il linguaggio dell’altro, i suoi desideri, le sue ferite, i suoi bisogni e le sue attese. Pur essendo differenti, imparano negli anni a trovare una lingua comune, una comunicazione che sa raggiungere il cuore dell’altro. Non sempre è facile; a volte ci si fraintende, a volte sembra impossibile capirsi. Eppure il sacramento del matrimonio sostiene proprio questa capacità di incontrarsi. Le coppie che vivono da tanti anni insieme diventano allora per tutta la comunità un segno concreto della Pentecoste. Ci insegnano che sentirsi a casa accanto a qualcuno è possibile, che si può essere custoditi e accompagnati dentro una relazione che diventa familiare e accogliente anche nelle sue particolarità e fragilità. La forza autorevole della testimonianza Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito, acquistano una forza nuova e un’autorevolezza che tutti riconoscono. Le loro parole diventano credibili perché parlano delle meraviglie di Dio. Anche la vita matrimoniale possiede questa autorevolezza. Quando due persone si donano reciprocamente la vita per tanti anni, le loro parole acquistano peso, profondità e verità. La loro testimonianza diventa significativa per i figli, per i nipoti e per tutta la comunità. La Scrittura stessa usa continuamente l’immagine sponsale per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo. Per questo gli sposi diventano maestri anche per noi: osservando il loro modo di ascoltarsi e parlarsi, impariamo qualcosa dell’amore stesso di Dio. Diversi ma nutriti dallo stesso Spirito La seconda lettura, dalla Prima lettera ai Corinzi, ci ha fatto contemplare la bellezza della diversità. Paolo parla di carismi, servizi e attività differenti. Ognuno riceve qualcosa di unico, ma tutto proviene dal medesimo Spirito. Nessuno possiede un dono superiore agli altri. Ogni persona manifesta in modo particolare la presenza dello Spirito Santo e questa ricchezza è data per il bene comune. È bellissimo riconoscere che ciò che l’altro è rappresenta per noi un dono di Dio. Nella vita matrimoniale questo appare in modo chiarissimo. Gli sposi imparano a riconoscere e valorizzare i doni reciproci, sostenendosi nelle proprie capacità e fragilità. Ognuno diventa necessario all’altro proprio nella sua unicità. Paolo sottolinea inoltre che tutti, senza distinzione, sono dissetati dallo stesso Spirito. Pur essendo diversi, attingiamo tutti alla stessa sorgente. Questa immagine della sete richiama il desiderio profondo di amore, di comunione e di vita che abita ogni persona. Abbiamo allora compreso che ciascuno è prezioso e utile, anche chi sembra fragile o inutile agli occhi del mondo: gli anziani che non riescono più a fare ciò che facevano un tempo, chi ha bisogno di essere accompagnato, i bambini piccoli appena nati. Tutti portano una manifestazione dello Spirito e appartengono a questa rete di comunione. Le coppie sposate testimoniano in modo speciale proprio questa verità: nessuno vive per sé stesso e ogni vita diventa dono per gli altri. Gesù in mezzo ai suoi Nel Vangelo vediamo il modo con cui Gesù risorto incontra i suoi discepoli. Essi sono chiusi nel cenacolo per paura, ma Gesù entra e si pone in mezzo a loro, c’è! Questa presenza è fondamentale. Gesù non fugge, non abbandona, non si allontana. Rimane lì, presente. Anche nella vita matrimoniale la presenza reciproca è decisiva. A volte può essere faticosa o persino ingombrante, ma è proprio questa fedeltà concreta a rendere vero l’amore. Inoltre la prima parola che Gesù pronuncia è: “Pace a voi”. Il dono più grande del Risorto è la pace. Essere vicini significa poter offrire pace all’altro, diventare luogo di riposo e di riconciliazione. Le ferite dell’amore Poi Gesù mostra le mani e il fianco, le ferite del suo amore. Sono i segni concreti di ciò che è costato amare. Anche gli sposi portano ferite nate dall’amore donato, dalla fatica condivisa, dai sacrifici affrontati insieme. Eppure quelle ferite non parlano di morte, ma di vita. Diventano segni di un amore che ha resistito e continua a generare comunione. Amore che libera e perdona Gesù non trattiene i discepoli per sé, ma li invia: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Questo ci rivela un amore che non imprigiona, ma rende liberi. Anche nella vita matrimoniale l’amore autentico non possiede l’altro, non lo soffoca, ma lo incoraggia a esprimere pienamente la propria vita e la propria vocazione. Gli sposi sono chiamati a sostenersi reciprocamente perché ciascuno possa realizzare ciò che il Signore gli affida. Il perdono Infine Gesù dona il perdono. È il cuore della vita fraterna e di ogni relazione autentica. Perdonarsi è una delle esperienze più difficili, e proprio per questo è necessario lo Spirito Santo. Le coppie che hanno attraversato gli anni insieme testimoniano che il perdono è possibile e che diventa lo strumento attraverso cui la relazione si rinnova continuamente. Il perdono non è soltanto necessario nella vita familiare, ma è anche la strada della pace nelle comunità, nella società e persino tra i popoli. Gesù stesso, dalla croce, ha perdonato. E noi siamo chiamati a percorrere la stessa strada. Il grande dono della Pentecoste Alla luce di queste letture capiamo che il cuore della vita matrimoniale coincide profondamente con il cuore della vita cristiana. Lo Spirito Santo ci viene donato perché possiamo vivere nella comunione, nella pace, nella libertà e nel perdono. Per questo ringraziamo il Signore per il dono del suo Spirito, per la sua presenza in mezzo a noi, per la pace che ci offre, per le ferite d’amore che diventano segni di vita, per la libertà che sa donare e per la possibilità sempre nuova del perdono. Ringraziamo anche le coppie della comunità, perché attraverso la loro fedeltà e la loro testimonianza rendono visibile tutto questo. In questo giorno di Pentecoste esse diventano per tutti noi un segno concreto del dono di Dio e della sua presenza viva in mezzo al suo popolo.

  48. 421

    La nostra sete e il dono dello Spirito - Omelia Veglia di Pentecoste 2026 BVI

    Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte. Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro. La falsa sete di Babele Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio. Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto. Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza. La sete di vita nella valle delle ossa aride La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero. Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare. Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita. Il gemito della creazione e la sete di speranza Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire. Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza. Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio. Gesù, sorgente d’acqua viva La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. È Lui la sorgente capace di dissetare davvero il nostro cuore. Gesù però promette qualcosa di ancora più sorprendente. Non soltanto riceviamo l’acqua viva dello Spirito, ma diventiamo noi stessi sorgenti. Dal nostro grembo possono sgorgare fiumi d’acqua viva. Comprendiamo allora che il dono dello Spirito non è mai qualcosa di privato o chiuso in noi stessi. Lo Spirito ci trasforma affinché possiamo dissetare anche gli altri attraverso la nostra testimonianza, il perdono, la vicinanza, l’amore condiviso e la capacità di portare speranza. Diventare dono per gli altri Siamo invitati ad aprire il cuore per riconoscere la nostra sete più vera e per accogliere l’acqua viva che il Signore ci dona. Lo Spirito Santo ci consola, ci rinnova e ci ridona vita, ma nello stesso tempo ci rende strumenti per gli altri. Il dono dello Spirito è sempre destinato ad allargarsi. Nessuno è escluso da questa acqua viva. Ricevendo lo Spirito diventiamo persone capaci di portare pace, fraternità, speranza e vita a chi incontriamo. Così la nostra stessa esistenza può trasformarsi in una sorgente zampillante che continua a diffondere il dono di Dio nel mondo.

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    La speranza nella resurrezione del morti omelia di giovedì VII settimana di Pasqua

    Al cuore della testimonianza Paolo, davanti al Sinedrio, non sta semplicemente usando una strategia astuta per creare divisione tra i suoi accusatori. La sua non è solo una mossa opportunistica: è una vera testimonianza, forte e coraggiosa, proprio come il Signore gli aveva chiesto di fare. Quando dichiara di essere giudicato “a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”, arriva al centro essenziale della fede. Mi colpisce il fatto che Paolo, in questo momento, non pronunci direttamente il nome di Gesù. Eppure tutto ciò che dice nasce proprio dalla vicenda di Cristo. Poco prima aveva raccontato la sua conversione e la sua chiamata davanti alla folla inferocita di Gerusalemme, ma il lezionario, con i suoi tagli, spesso ci fa perdere pagine meravigliose degli Atti degli Apostoli. Per questo sento importante leggere sempre la Scrittura nella sua interezza, Bibbia alla mano, lasciandomi accompagnare dalla Parola giorno dopo giorno, anche oltre i brani proposti dalla liturgia. Davanti al Sinedrio, però, Paolo va dritto all’essenziale: la speranza della risurrezione dei morti. Interrogarsi sulla propria speranza Questa parola interpella profondamente anche me. Qual è davvero il mio rapporto con la speranza della risurrezione? Esiste nel mio cuore? È viva? La speranza cristiana nasce da Cristo morto e risorto: Lui, morto sulla croce, è stato richiamato alla vita dal Padre, è stato assunto in cielo con il suo corpo e ora ci attende. Questo è il cammino verso cui siamo diretti. Non si tratta di un’idea astratta, ma di una grazia concreta che Dio dona e che deve essere continuamente alimentata. Capisco allora che la speranza della risurrezione non è qualcosa di automatico o superficiale. Deve essere custodita ogni giorno. È una realtà che nasce dentro di noi e trasforma il cuore. Certo, può anche creare divisione, come avvenne nel Sinedrio, ma è proprio questa parola che illumina la vita e dà senso al nostro cammino. Il coraggio della testimonianza Nella notte, il Signore stesso si avvicina a Paolo e gli dice di avere coraggio. Gli ricorda che ha testimoniato a Gerusalemme “le cose che mi riguardano”, cioè il mistero della risurrezione e la relazione viva tra Cristo e il suo discepolo. E gli annuncia che dovrà testimoniare anche a Roma. Questo incoraggiamento rivela quanto fosse pesante la prova che Paolo stava attraversando. Le difficoltà non erano leggere, eppure dentro di lui ardeva un fuoco che non poteva essere spento: il desiderio di portare la salvezza a tutti, anche ai pagani. Ricordo che proprio il riferimento ai pagani aveva provocato l’interruzione violenta del precedente discorso di Paolo a Gerusalemme. Tuttavia lui non smette di annunciare il Vangelo. Continua a testimoniare con coraggio. Anche io mi sento chiamato a questa stessa testimonianza, semplice ma concreta, nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nel lavoro, nella comunità. La fede nella risurrezione non è qualcosa da custodire solo interiormente, ma una speranza da comunicare attraverso la vita. Una speranza che crea comunione La speranza della risurrezione porta anche a sentirsi profondamente uniti: uniti al Signore, al Padre e tra di noi. In questo risuonano le parole della grande preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: Gesù non prega solo per i suoi discepoli presenti, ma anche per tutti quelli che crederanno attraverso la loro parola. Questo mi fa percepire una grande responsabilità. Ogni credente che accoglie la speranza cristiana entra nella preghiera stessa di Gesù. Il desiderio del Signore è che tutti siano una cosa sola, come il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre. Si tratta di una comunione profonda, una comunione di vita eterna. Per questo nasce spontaneo il ringraziamento: essere chiamati a vivere questa unità è un dono immenso. Il dono dello Spirito e la forza per testimoniare Infine comprendo quanto sia fondamentale l’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito che radica sempre più profondamente nel cuore la speranza della risurrezione. Ed è ancora lo Spirito che dona forza, coraggio e perseveranza nella testimonianza. Per questo sento il bisogno di accoglierlo, di invocarlo e di chiedere continuamente il suo aiuto. Solo Lui può rendere viva la speranza cristiana dentro di me e sostenermi nel renderne testimonianza ogni giorno.

  50. 419

    Custodire ed essere custoditi - Omelia mercoledì VII settimana di Pasqua

    Abbiamo ascoltato una delle preghiere più intense di Gesù poco prima della sua passione: “Padre Santo, custodiscili nel tuo nome”. In queste parole sentiamo tutta la responsabilità e l’amore che Gesù prova per i suoi discepoli. Lui stesso dice di averli custoditi nel nome del Padre: li ha protetti, accompagnati, amati, conosciuti profondamente. Ora però questa custodia viene affidata al Padre, perché Gesù sta tornando a Lui. È commovente vedere come questa relazione di vicinanza e di amore non venga interrotta, ma consegnata nelle mani di Dio. Paolo affida la Chiesa a Dio Nella prima lettura degli Atti degli Apostoli ritroviamo la stessa dinamica. Paolo si congeda dagli anziani di Efeso: li ha fatti chiamare a Mileto e rivolge loro un lungo discorso pieno di affetto e di responsabilità. Anche lui parla di custodia: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”. Colpisce molto il modo in cui Paolo parla della Chiesa. Non è la sua Chiesa, non appartiene agli anziani, ma è “la Chiesa di Dio”. È il gregge che Dio si è acquistato con il sangue del proprio Figlio. Questa espressione è fortissima: significa che ciascuno di noi è prezioso agli occhi di Dio, perché è stato salvato al prezzo del sangue di Cristo. Per questo siamo affidati gli uni agli altri. Paolo si è preso cura della comunità, gli anziani dovranno continuare a farlo, e anche noi siamo chiamati a custodirci reciprocamente. Ognuno è fragile, esposto ai pericoli, alla dispersione, ai “lupi rapaci” di cui parla Paolo. Per questo serve una continua opera di attenzione, protezione e amore. Una custodia fatta di vicinanza concreta Paolo racconta con semplicità come ha vissuto questa missione. Per tre anni, notte e giorno, non ha smesso di stare vicino ai fratelli, ammonendo ciascuno con lacrime. È l’immagine di un padre che accompagna i figli con dedizione e tenerezza. Non si è limitato alle parole. Ha lavorato con le sue mani, senza cercare denaro o privilegi. Ha vissuto il servizio concretamente, sostenendo i deboli e condividendo la fatica quotidiana. Anche noi conosciamo bene questa forma di custodia. La viviamo nelle nostre famiglie, con i figli, con i nipoti, specialmente quando qualcuno attraversa una difficoltà. La vera cura si esprime nella pazienza, nella presenza, nel sacrificio quotidiano. Paolo ci lascia una frase bellissima: “Si è più beati nel dare che nel ricevere”. Custodire gli altri significa proprio questo: donare noi stessi. Non soltanto parole o preghiere, pur importanti, ma tempo, energie, pazienza, sudore, vita concreta. L’amore che rimane accanto Questa custodia prende forma in tanti modi diversi. Pensiamo ai ragazzi che portano aiuti in Ucraina, mettendosi al servizio di chi soffre. Oppure alla testimonianza commovente di quel marito che continua a stare accanto alla moglie malata di Alzheimer. Anche se lei non riesce più a rispondere come prima, anche se sembra non capire, lui continua a dirle il suo amore con la presenza fedele. Le resta vicino, si prende cura di lei, aiutato anche da tante altre persone. È un’immagine bellissima di ciò che significa custodire qualcuno: amare senza pretendere nulla in cambio, restare accanto anche nella fragilità più grande. Affidati alla parola della grazia Alla fine del suo discorso Paolo dice una frase molto profonda: “Ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia”. Spesso pensiamo di “affidare” noi la Parola agli altri, ma qui scopriamo il contrario: siamo noi a essere affidati alla Parola. È la Parola di Dio che ci prende per mano, ci custodisce, ci illumina e ci sostiene. È una parola di grazia, capace di edificare la comunità. Questa forza costruisce il nostro stare insieme come Chiesa di Dio: una comunità che intreccia relazioni di cura, attenzione e amore, senza giudizio. La grazia della Parola ci ricorda che apparteniamo al Signore, che siamo consacrati a Lui e custoditi dalla sua potenza. Rinnovare il nostro impegno di carità Per questo vogliamo affidare al Signore tutta la nostra vita e le nostre famiglie. Sentiamo anche il bisogno di rinnovare il nostro impegno: essere attenti agli altri come lo fu Paolo, trovare gioia nel dare più che nel ricevere, vivere una carità concreta e quotidiana. E vogliamo restare aperti al dono dello Spirito Santo, che ci sostiene in questo paziente lavoro di amore e di custodia reciproca.

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