EPISODE · Feb 4, 2026 · 15 MIN
Il corollario Trump alla «dottrina» Roosevelt: egemonia dopo unipolarismo
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di Mireno BerrettiniLa postura dell’Amministrazione Trump è spesso interpretata come una rottura isolazionista rispetto alla tradizione liberal-internazionalista Usa. Un’analisi storica più attenta rivela però una profonda continuità con Franklin D. Roosevelt. Il suo Grand Design non era fondato su un multilateralismo egualitario, ma su una gerarchia di «Quattro poliziotti» incaricati di disciplinare il sistema internazionale. Oggi Washington sembra riportare in superficie quelle logiche di centralità decisionale. Il corollario Trump riprende dunque l’intuizione rooseveltiana del riconoscimento delle gerarchie, ma ne rovescia il senso. Laddove Roosevelt mirava a trasformare la potenza in diritto attraverso le istituzioni, Trump tende a svincolare la forza da qualsiasi orizzonte normativo condiviso, trasformandola in gestione diretta e bilaterale del potere.La storia di questa fotografiaL’immagine pubblicata qui sopra mi è stata regalata da Samarij Gurarij, quando lo intervistai a Mosca nel 1992 per Epoca. Scelse di donarmela con una motivazione che mi lasciò senza fiato: «Questa foto mi salvò la vita».Il fotografo di Stalin mi raccontò di quando, a fine gennaio del 1945, ricevette in redazione, alla Izvestija, una convocazione del Cremlino: doveva presentarsi il tal giorno, alla tal ora, a un binario prestabilito della stazione di Mosca. Quando salì sul treno blindato, la destinazione era top secret. Durante il lungo viaggio, provò a farsi dire dall’addetto stampa del Cremlino, scherzando, dove fossero diretti. La risposta fu un secco: «Njet».Solo una volta arrivato a Jalta, il 4 febbraio, Samarij scoprì che avrebbe documentato la conferenza destinata a sancire l’assetto del mondo alla fine della Seconda guerra mondiale. Al termine dei lavori, Gurarij fotografò insieme ai colleghi britannici e statunitensi Stalin, Roosevelt e Churchill. Poi corse nella camera oscura a sviluppare il rullino.Mentre i negativi si stavano sviluppando, il cuore gli saltò in gola: sembrava che le foto non fossero venute. «Bianco, bianco, bianco…», mi disse 47 anni dopo descrivendo la pellicola che vedeva scorrere sotto i suoi occhi. All’epoca, le macchine fotografiche sovietiche ogni tanto si inceppavano. Il solo pensiero di come avrebbe reagito Stalin se avesse scoperto che non esisteva una documentazione ufficiale della Conferenza lo fece impallidire. Il cekista che era al suo fianco se ne accorse: «Che succede, Samarij? Sei sbiancato…». E lui, scuotendo la testa: «Tutto a posto».Non poteva nemmeno chiedere uno scatto ai colleghi stranieri: erano già salpati. Poi, d’improvviso, nel buio della camera oscura, apparve questo fotogramma, che si rivelò il più bello di tutti quelli scattati a Jalta. Samarij Gurarij aveva colto i «Tre grandi» in un momento in cui sorridevano, chiacchierando amabilmente. O, almeno, così appariva. In realtà, Stalin non parlava l’inglese.(Elisabetta Burba)IN BREVEContinuità funzionale Secondo il professor Berrettini, Trump non rompe con la tradizione, ma riprende il Grand Design di Roosevelt. Ossia un ordine gerarchico gestito da Quattro poliziotti: Usa, Urss, Regno Unito e Cina.Potenza senza diritto Mentre Roosevelt voleva istituzionalizzare la forza, Trump la svincola da norme condivise per una gestione bilaterale e diretta dei rapporti di potere.Equilibri globali Washington punta a un asse con Mosca e Pechino, esautorando l’Onu per un nuovo «Board of Peace» che rifletta i reali rapporti di forza attuali.Pragmatismo geopolitico Come Roosevelt con Stalin, Trump accetta compromessi su Europa e Taiwan per evitare lo scontro frontale e gestire la fine dell’unipolarismo.Transizione egemonica In questa fase, le istituzioni sono strumenti, non architetture, per mantenere il primato Usa in un mondo multipolare.La crisi dell’unipolarismo statunitense e la progressiva erosione dell’ordine internazionale costruito all’indomani della Seconda guerra mondiale hanno riaperto una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del dibattito storiografico e politologico. Non tanto se l’ordine del 1945 sia in crisi, ma quale fosse la sua natura originaria e quali logiche ne abbiano effettivamente retto il funzionamento.Nel dibattito pubblico contemporaneo, la postura assunta dall’Amministrazione Trump è spesso interpretata come una rottura radicale rispetto alla tradizione liberal-internazionalista statunitense e come una regressione isolazionista di matrice «monroiana». Tuttavia, uno sguardo storico più attento suggerisce che tale lettura rischi di essere parziale. Alcuni tratti dell’attuale comportamento statunitense – la selezione gerarchica degli interlocutori, la marginalizzazione delle istituzioni multilaterali, la gestione diretta delle crisi tra Grandi potenze – sembrano piuttosto richiamare logiche più profonde e strutturali, che affondano le loro radici nel momento costituente dell’ordine postbellico stesso.È in questa prospettiva che il presente contributo propone una rilettura del cosiddetto Grand Design rooseveltiano, non come progetto di multilateralismo egualitario, ma come tentativo di costruire un ordine internazionale fondato su una gerarchia funzionale tra Grandi potenze, incaricate di garantire stabilità e disciplinare il sistema. L’ipotesi di fondo è che l’attuale periodo di transizione egemonica abbia progressivamente riportato in superficie alcuni meccanismi di quelle logiche originarie, oggi riformulate in un contesto radicalmente mutato e, paradossalmente, da esponenti di un humus culturale che era nettamente in opposizione all’entourage rooseveltiano e contrario alle scelte statunitensi del 1941.Se si rileggono con attenzione i progetti di Franklin D. Roosevelt per il dopoguerra – in particolare il funzionamento dei Four Policemen (i Quattro poliziotti) e le modalità previste di gestione delle crisi internazionali – emerge un elemento spesso rimosso dalla narrazione canonica dell’ordine del 1945. Quel disegno non era fondato su un multilateralismo egualitario, ma su una gerarchia funzionale: quattro Grandi potenze incaricate di garantire l’ordine, con margini ampi di intervento e con una delega implicita della comunità internazionale.Certamente la definizione concreta di un sistema è molto più complessa, ma per la formulazione almeno sulla carta è significativo un memorandum di un incontro tenutasi alla Casa Bianca il 29 maggio 1942: «Il Presidente concepiva come dovere delle quattro principali Nazioni Unite (Gran Bretagna, Stati Uniti, Urss e Cina, qualora quest’ultima fosse riuscita a dotarsi di un governo centrale unificato, circostanza che allora restava ancora un punto interrogativo) quello di agire come poliziotti del mondo. Il primo passo avrebbe dovuto essere il disarmo generale.Tuttavia, le quattro grandi potenze avrebbero mantenuto forze armate sufficienti a imporre la pace, insieme a prerogative di ispezione […]. Egli riteneva che tutte le altre nazioni, a eccezione delle Big Four, dovessero essere disarmate (Germania, Giappone, Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Scandinavia, Turchia, Romania, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, ecc.)».Nel delineare la propria visione dell’ordine postbellico, Roosevelt successivamente illustrò a Stalin una distinzione netta tra due categorie operative di minaccia, ciascuna associata a strumenti di intervento differenti. Da un lato, le minacce minori – rivoluzioni, guerre civili o dispute di confine – che non mettevano direttamente in discussione la stabilità complessiva del sistema internazionale. In questi casi, l’intervento dei Four Policemen sarebbe dovuto rimanere indiretto e graduale, facendo ricorso a misure di pressione come embarghi, quarantene o altre forme di isolamento politico ed economico.Dall’altro lato, il presidente individuava le minacce maggiori, ossia l’aggressione condotta da uno Stato sufficientemente potente da alterare gli equilibri globali. In tali circostanze, la risposta non sarebbe stata affidata a meccanismi delle istituzioni multilaterali, ma a una decisione concertata dei Four Policemen, i soli attori legittimati a imporre l’ordine. Come chiariva esplicitamente, «una minaccia maggiore […] avrebbe richiesto un ultimatum dei Quattro poliziotti, che minacciasse di bombardare o invadere la nazione aggressore». Questa distinzione rivela con particolare chiarezza la natura dell’ordine immaginato: un sistema gerarchico, fondato su una gestione selettiva delle crisi e sulla centralità decisionale di quattro Grandi Potenze, chiamate non tanto a mediare, quanto a disciplinare il comportamento degli altri attori internazionali.Il presidente immaginava che ogni poliziotto avrebbe presidiato in particolare un’area geografica: l’Asia meridionale alla Cina, il Nord del blocco eurasiatico all’Unione Sovietica, l’Europa occidentale e i territori d’oltremare all’Impero britannico, mentre naturalmente a Washington sarebbe spettato l’Emisfero occidentale.Questa dimensione di gestione sistemica geostrategica affidata ai Four Policemen sarebbe certamente stata affiancata da una grande istituzione internazionale, erede della fallimentare Società delle Nazioni, che avrebbe funzionato come forum di incontro globale e avrebbe legittimato giuridicamente il nuovo ordine: le Nazioni Unite. Badate bene, un’istituzione globale ma non universale, perché aperta solo ai membri della coalizione dei vincitori della guerra mondiale, che non a caso era eponima.Secondo il presidente, «dopo la Prima guerra mondiale [trattare l’Urss come un paria] era stato sciocco — dopo la Seconda guerra mondiale sarebbe stato suicida», anche perché i sovietici «non [stavano] cercando di inghiottire tutto il resto dell’Europa o il mondo». Dunque, per tenere dentro l’Unione Sovietica in questo progetto, Roosevelt era pronto a cedere qualcosa. In diverse occasioni il leader americano si pronunciò molto positivamente in merito alle possibilità di arrivare a un accordo di massima. Il destino di alcune popolazioni dell’Europa centro-orientale era il pegno che il grande leader dVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Mireno BerrettiniLa postura dell’Amministrazione Trump è spesso interpretata come una rottura isolazionista rispetto alla tradizione liberal-internazionalista Usa. Un’analisi storica più attenta rivela però una profonda continuità con Franklin D. Roosevelt. Il suo Grand Design non era fondato su un multilateralismo egualitario, ma su una gerarchia di «Quattro poliziotti» incaricati di disciplinare il sistema internazionale. Oggi Washington sembra riportare in superficie quelle logiche di centralità decisionale. Il corollario Trump riprende dunque l’intuizione rooseveltiana del riconoscimento delle gerarchie, ma ne rovescia il senso. Laddove Roosevelt mirava a trasformare la potenza in diritto attraverso le istituzioni, Trump tende a svincolare la forza da qualsiasi orizzonte normativo condiviso, trasformandola in gestione diretta e bilaterale del potere.La storia di questa fotografiaL’immagine pubblicata qui sopra mi è stata regalata da Samarij Gurarij, quando lo intervistai a Mosca nel 1992 per Epoca. Scelse di donarmela con una motivazione che mi lasciò senza fiato: «Questa foto mi salvò la vita».Il fotografo di Stalin mi raccontò di quando, a fine gennaio del 1945, ricevette in redazione, alla Izvestija, una convocazione del Cremlino: doveva presentarsi il tal giorno, alla tal ora, a un binario prestabilito della stazione di Mosca. Quando salì sul treno blindato, la destinazione era top secret. Durante il lungo viaggio, provò a farsi dire dall’addetto stampa del Cremlino, scherzando, dove fossero diretti. La risposta fu un secco: «Njet».Solo una volta arrivato a Jalta, il 4 febbraio, Samarij scoprì che avrebbe documentato la conferenza destinata a sancire l’assetto del mondo alla fine della Seconda guerra mondiale. Al termine dei lavori, Gurarij fotografò insieme ai colleghi britannici e statunitensi Stalin, Roosevelt e Churchill. Poi corse nella camera oscura a sviluppare il rullino.Mentre i negativi si stavano sviluppando, il cuore gli saltò in gola: sembrava che le foto non fossero venute. «Bianco, bianco, bianco…», mi disse 47 anni dopo descrivendo la pellicola che vedeva scorrere sotto i suoi occhi. All’epoca, le macchine fotografiche sovietiche ogni tanto si inceppavano. Il solo pensiero di come avrebbe reagito Stalin se avesse scoperto che non esisteva una documentazione ufficiale della Conferenza lo fece impallidire. Il cekista che era al suo fianco se ne accorse: «Che succede, Samarij? Sei sbiancato…». E lui, scuotendo la testa: «Tutto a posto».Non poteva nemmeno chiedere uno scatto ai colleghi stranieri: erano già salpati. Poi, d’improvviso, nel buio della camera oscura, apparve questo fotogramma, che si rivelò il più bello di tutti quelli scattati a Jalta. Samarij Gurarij aveva colto i «Tre grandi» in un momento in cui sorridevano, chiacchierando amabilmente. O, almeno, così appariva. In realtà, Stalin non parlava l’inglese.(Elisabetta Burba)IN BREVEContinuità funzionale Secondo il professor Berrettini, Trump non rompe con la tradizione, ma riprende il Grand Design di Roosevelt. Ossia un ordine gerarchico gestito da Quattro poliziotti: Usa, Urss, Regno Unito e Cina.Potenza senza diritto Mentre Roosevelt voleva istituzionalizzare la forza, Trump la svincola da norme condivise per una gestione bilaterale e diretta dei rapporti di potere.Equilibri globali Washington punta a un asse con Mosca e Pechino, esautorando l’Onu per un nuovo «Board of Peace» che rifletta i reali rapporti di forza attuali.Pragmatismo geopolitico Come Roosevelt con Stalin, Trump accetta compromessi su Europa e Taiwan per evitare lo scontro frontale e gestire la fine dell’unipolarismo.Transizione egemonica In questa fase, le istituzioni sono strumenti, non architetture, per mantenere il primato Usa in un mondo multipolare.La crisi dell’unipolarismo statunitense e la progressiva erosione dell’ordine internazionale costruito all’indomani della Seconda guerra mondiale hanno riaperto una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del...
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