Il Movimento serbo è diventato specchio dello spettro politico-sociale episode artwork

EPISODE · May 30, 2026 · 25 MIN

Il Movimento serbo è diventato specchio dello spettro politico-sociale

from Nazionalismo pannonico, caucasico e balcanico · host I Bastioni di Orione

Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio.Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari. Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale. Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere.

Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio.Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari. Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale. Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere.

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