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Nazionalismo pannonico, caucasico e balcanico
by I Bastioni di Orione
Dopo un primo episodio a luglio di scontri al confine tra Armenia e Azerbaijan a Tavush, la scintilla è scoppiata a fine settembre con attacchi nell'enclave armena indipendente in territorio azero. L'intreccio di alleanze, la presenza di oleodotti, ma soprattutto la rivalità secolare delle due repubbliche separate da cultura, religione, lingua e costumi è un concentrato esplosivo che è deflagrato in una guerra che ha ripreso a mietere vittime anche con bombardamenti sui civili. Su fronti contrapposti gli eserciti turchi e russi cui si aggiungono inediti legami e forniture di armi senza riserve si confrontano producendo un vero inferno, che nel 2020 ha visto soccombere la parte armena per la incontenibile disponibilità azera di droni turchi, mentre i russi strategicamente hanno posto un argine alla disfatta imponendo una tregua vergognosa a Erevan.Una nuova provocazione di Baku, forte della propria disponibilità di gas alternativo a quello russo, ha visto l'aggressione portata a v
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La inesplorata complessità delle relazioni nell’Armenia Reale
Pashinyan, un rivoltoso di velluto usurato: il “meno peggio” dei vecchi oligarchi armeniTre anni fa avevamo lasciato Pashinyan sull’orlo del pensionamento a seguito della perdita dell’Artsakh e del corridoio del Lachin, dove gli azeri avevano sperimentato armi per conto israeliano. Ora l’espansione del potere ebraico in zona è aumentata, gli azeri dimostrano una potenza molto maggiore, la Turchia espande il suo controllo, ma il presidente armeno è riuscito a rabbonire il forte nazionalismo interno con la dottrina dell’“Armenia reale” e quindi farsi rieleggere proponendo come progetto elettorale non solo la pacificazione con Baku ma anche con Ankara. Simone Zoppellaro che abbiamo interpellato spiega questo terzo mandato in particolare come voto contro l’opposizione, costituita da oligarchi; ma non per timore di Mosca, comunque non nella misura che vorrebbero far credere i media occidentali: in fondo è ancora sempre il partner commerciale principale di Erevan.Il dubbio infatti riguarda le modalità con cui l’Armenia riuscirà a rescindere i legami economici con Mosca, con cui peraltro i rapporti sono continuati e molti renitenti russi sono scappati in Armenia, che è così piccola e senza protettori; è anche vero che la sensazione di essere stati in qualche modo svenduti da Putin quando l’Azerbaijan si è ripreso il Nagorno-Karabach (Artsakh per gli armeni), visto che i militari russi si sono soltanto interposti a sancire la riconquista del territorio da parte di Baku. Sicuramente l’importanza del risultato delle elezioni non risiede nel maggiore o minore sostegno a una politica di allontanamento dalla Russia, come rimarcato esageratamente dalla stampa mainstream occidentale, invece Simone Zoppellaro pone in evidenza altri aspetti più sostanziali del consueto approccio eurocentrico, compresa la penetrazione di India e Cina che si sono affacciate sul mercato armeno; l’intrusione sionista in Azerbaijan in funzione antiraniana; gli armeni della diaspora non hanno avuto molta voce in capitolo, mentre i 100.000 profughi dell’Artsakh hanno chiaro anche il tradimento di Putin (che peraltro da tempo faceva il doppio gioco e Aliyev ha sicuramente un interesse maggiore che non la piccola e povera Armenia), d’altro canto invece a suo detrimento il governo di Pashinyan si caratterizza per una forte repressione di oppositori e soprattutto intellettuali, ma anche nei confronti della chiesa ortodossa e dei militari – e questo in un paese diviso che vede esercito e preti perseguiti, potrebbe aiutare colpi di mano violenti da parte russa: è un rischio; però pur essendo un paese fratturato non si può ascrivere esclusivamente ai filorussi la rappresentanza dell’opposizione. E dopo le elezioni si preannuncia un ulteriore giro di vite. Che però era una prassi ancora più restrittiva e tossica quando l’opposizione era al potere prima di Pashinyan.Ma poi comunque l’atteggiamento più cinico è quello dell’Europa, che arriva persino a promettere un rapido ingresso nella Comunità, ben sapendo che non potrà avvenire, se non dopo molti altri pretendenti bloccati sulla soglia.In un Caucaso altamente tossico l’Armenia è borderline, ma stanca di guerraSimone conosce molto bene e di persona l’area, dove ha vissuto e conosce molti giovani attivi e capaci di inventare una GenZ anche per l’Armenia. Per ora è rimasta impigliata nelle contraddizioni e nel vecchiume che blocca il paese, ma c’è una qualche speranza di riscatto e cambiamento. Nonostante la diaspora anche di giovani preparati in fuga.
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Il Movimento serbo è diventato specchio dello spettro politico-sociale
Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio.Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari. Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale. Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere.
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Ungheria al voto ,Orban rischia nonostante il sostegno di Washington che vuole una spina nel fianco della UE
La "democrazia illiberale" di Orban che governa l'Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall'esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l'inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell'onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L'architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l'isolamento del paese e la crisi economica. L'alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d'anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all'emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all'Ucraina e l'acquiescenza ai diktat di Bruxelles.Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell'Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell'Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell'ottica di logorare la Russia. L'esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l'alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia.Ne parliamo con Francesco Dall'Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l'Iran .
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La leggendaria percentuale bulgara si mobilita
«Il 26 novembre 2025 Sofia ha vissuto la mobilitazione più imponente degli ultimi anni. Tra le 18.000 e le 22.000 persone hanno riempito il “Triangolo del Potere”, bloccando il centro della capitale e trasformando il dibattito sul bilancio 2026 in una critica all’erosione del dialogo sociale, all’inflazione e al ruolo crescente dei poteri informali nella sfera pubblica»., nell’incipit di Valerio Evangelista per “EastJournal” è riportato il momento in cui è esplosa la contestazione che ribolliva da molto tempo e che già si poteva prevedere dopo le numerose e inutili consultazioni elettorali, che hanno portato a esecutivi palesemente senza legittimazione, ma che hanno portato a incrementi di spesa, soprattutto militare; raddoppi di imposte – che si fondano su un sistema di flat tax al 10 per cento – e di debito pubblico; l’inflazione quasi al 4 per cento; un governo che comprende il partito filorusso, ma che approva più di 6 miliardi di spesa per le armi (da rivolgere contro Mosca)… La manovra ha scontentato tutti, ma stupisce la contestazione da parte dei giovani: non è così scontato vedere teenagers scendere in piazza contro la legge di bilancio, ma probabilmente hanno interpretato la protesta contro la manovra finanziaria come risposta a precarietà, corruzione e soprattutto sfiducia nelle istituzioni, condivisa con tutto il paese e senza che la mobilitazione tragga linfa da organizzazioni e partiti o da atteggiamenti ideologici.Alcuni indicano il vero obiettivo della protesta non nel premier Zhelyazkov, bensì in Delyan Peevski: oligarca, deputato e co-presidente del Dps, da anni indicato da ong e istituzioni internazionali come uno dei principali centri di potere informale del paese. Pur non facendo parte del governo, Peevski influenza la maggioranza parlamentare e l’agenda legislativa della coalizione di governo, diventando il bersaglio simbolico del malcontento. Anche in questo caso, nonostante l’entusiasmo di fronte a lotte sociali brulicanti in piazza e che il 1° dicembre hanno visto le bandiere di One Piece puntare direttamente sulle sedi dei partiti di governo e provocando blackout estesi fino al mattino, con Francesco Dall’Aglio, docente proprio all’Università di Sofia, cerchiamo di comprendere meglio il fenomeno che difficilmente riuscirà a ottenere le dimissioni di Rosen Željazkov e tantomeno potrà fermare la macchina che sostituirà dal 1° gennaio il Lev con l’Euro.Non poteva mancare in coda un accenno alle dichiarazioni putiniane sulla “Piccola Russia”.
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Serbia,ombre nazionaliste sulla protesta degli studenti contro Vucic.
Quando ormai sembrava che le proteste stessero per sgonfiarsi e che neanche gli studenti avessero più la forza, a Belgrado si è svolta una grande manifestazione, segnando un altro punto di svolta nella mobilitazione di studenti e cittadini che si protrae ormai da mesi. Tuttavia, sabato 28 giugno è diventato chiaro che la situazione è molto più complessa.Nella storia della Serbia, questa data ha un significato importante, quasi mitico. La battaglia di Kosovo Polje si svolse il 28 giugno 1389, a Vidovdan (il giorno di San Vito) secondo il calendario gregoriano. A 636 anni di distanza, ancora si discute e ci si scontra sul significato di questo evento.Per la maggior parte dei cittadini serbi, questa è una delle date più significative della storia, il giorno in cui l’esercito serbo si oppose a quello ottomano, di gran lunga superiore, combatté eroicamente e, pur uscendo sconfitto, “salvò l'Europa”.Per altri – che restano in minoranza - Vidovdan è una ricorrenza da commemorare, ma non da celebrare, avendo spinto la Serbia in uno stato di prigionia e decadenza secolare. Per la destra, Vidovdan è un giorno sacro, per la sinistra una fonte di preoccupazione per le possibili recrudescenze nazionaliste e scioviniste.Negli ultimi trent’anni, Vidovdan ha assunto particolare rilevanza. A riportarlo in auge fu Slobodan Milošević. Il Kosovo è ancora uno dei punti nevralgici della società serba, tant’è che la stragrande maggioranza dei cittadini serbi continua a percepire il Kosovo come parte integrante della Serbia e a basare su questa convinzione le proprie opinioni politiche. Questo il contesto in cui gli studenti hanno organizzato la grande manifestazione a Vidovdan. Stando alle stime in Piazza Slavija, a Belgrado, si sono radunate centoquarantamila persone. Altre fonti parlano anche di duecentomila manifestanti.Il salto di qualità del movimento studentesco, nato in seguito al crollo della pensilina della stazione di Novi Sad avvenuto il 1 novembre del 2024 e in cui persero la vita 15 persone, è evidente nella capillare mobilitazione che sta coinvolgendo ampi strati della società serba .Le rivendicazioni sono la richiesta di elezioni politiche anticipate e smantellare il cosiddetto Ćaciland, bastione del Partito progressista serbo (SNS) in centro a Belgrado, allestito dagli “studenti che vogliono tornare in aula”, che da mesi ormai blocca il traffico nella capitale.L'ampiamento della base sociale delle proteste ha portato a galla i residui del nazionalismo serbo che si sono visti in piazza Slavija dove sono intervenute personalità dall'evidente pedigree nazionalista .L'intossicazione nazionalista e la scelta di confrontarsi sul piano elettorale con Vucic rischiano di far scivolare il movimento verso la normalizzazione ,mentre rimane molto forte la mobilitazione e l'indignazione popolare contro il sistema di Vucic.Ne parliamo con Tatiana Djordjevic corrispondente dall'Italia di vari media .
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A che punto è la notte in Serbia?
Continuano le manifestazioni in Serbia, anzi sono state esportate in “Europa” con biciclettate di centinaia di chilometri e presidi, senza ottenere l’attenzione dovuta, perché le relazioni comunitarie con Vučić nascondono interessi tali da impedire qualsiasi timida protesta verso la democratura nazionalista di Belgrado. E mentre Vučić intrattiene rapporti con gli europei, non disdegna alleanze con Putin – recente è il viaggio a Mosca e la posizione sulla guerra in Ucraina del leader populista gli permette di barcamenarsi – e con Xi; ma il movimento nato dalle università non demorde.Però rischia infiltrazioni: infatti se da un lato continua a mantenere la sua distanza da chiunque cerchi di egemonizzare e a fare blocchi e scendere in piazza, dall’altro si comincia a vociferare di presenze anche di destra quando all’inizio l’influenza era progressista e antinazionalista, che potrebbero preparare uno scenario assimilabile alla nefasta Maidan di Kyiv. Perciò abbiamo interpellato Tatjana Djordjević per comprendere quali sviluppi possiamo attenderci da questa ribellione dal basso che ha intercettato mugugni e indignazioni della società civile, dandogli voce: sono andati a stanare il malcontento nella Serbia profonda, isolata, hanno attraversato a piedi il paese per incontrare la mentalità dei paesi. La richiesta sostanzialmente è un cambio di regime, ma cominciano a essere stremati dopo mesi di blocco delle attività universitarie. Purtroppo i nazionalismi sono persino più rafforzati dopo la Guerra nei Balcani, e la Storia si ripete.
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Gli assi di potere europei inglobano la Polonia
Tusk partecipa ai summit sul destino della guerra con Merz e Macron, a dimostrazione della sua potenza militare che sfida la preminenza europea dei due partner, esaltando il nazionalismo di matrice romantica mai realmente venuto meno al paese, che negli ultimi 2/3 decenni ha raddoppiato il pil e livellato i tassi di povertà delle componenti sociali. Sottoposto questo paesaggio ad Alessandro Ajres, ci ha fatto notare come questo sia potuto accadere in seguito all’alternanza al potere dei rappresentanti della sacca rurale retriva e conservatrice e di quelli del centro destra liberal-conservatore che trova i propri consensi nelle metropoli e nei bacini minerari e navali. La matrice militare e reazionaria – sempre meno sfumata in entrambi i campi dalla forza della chiesa cattolica, che ha disperso la potenza data dal fanatismo dei tempi Wojtyliani – si fonda su una produzione industriale a basso costo, e l’importanza della posizione geografica, che la pone tra quegli stati europei a ridosso del confine con i territori controllati da Mosca che cavalcano le paure dell’orso russo e le fomentano per spostare capitali statali verso il settore bellico (che drena il 5 per cento del pil ormai da anni).Questa situazione pone la Polonia nella condizione di incalzare la potenza militare tedesca e la sua preminenza nel mettere a disposizione territorio e basi missilistiche al sistema di guerra occidentale; e questa spirale le consente inoltre di essere il faro della fazione degli impauriti baltici, inserendosi nella tradizione deel destre nazionaliste dell'Esteuropa. Ed è in questo contesto che diventa interessante vedere come anziché scontrarsi sembra che Polonia e Germania uniscano le loro forze per sostenere una politica europea a loro immagine.La Polonia e i suoi fratelli comprende sia le repubbliche baltiche, sia gli altri stati ex sovietici, in cui la recrudescenza antirussa ha prodotto frange sempre più ampie di nostalgie fasciste che impastano un po' tutta la regione di nazionalismi fanatici, più che romantici.
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La generazione Z stavolta soffia dalla Serbia
Mettere in evidenza quasi senza volerlo le contraddizioni del potere di Vučić – e di tutti i poteri al governo attualmente – non significa accettare relazioni: il mondo degli studenti serbi e dei loro solidali non ha più nulla da spartire con le parole del presidente e dei suoi sempre più ridotti servi, che descrivono un mondo falso, corrotto e discriminante; e allo stesso modo le narrazioni dell’incapace opposizione non fanno parte dell’universo di interessi studentesco. E anche la stragrande dei giornalisti che raccontano gli eventi sono, come sempre in questi casi, avulsi da una realtà che non vogliono comprendere e non raccontano alla Serbia profonda le violenze che le guardie e gli hooligans al soldo di Vučić perpetrano dall’inizio delle proteste.Abbiamo voluto riprendere il discorso con Tatjana Đorđević per evidenziare il potenziale di un Movimento senza padrini, né padroni e che si aggiunge ai molti movimenti che la Generazione Za ha innescato per manifestare il suo disagio nei confronti del potere che le sta distruggendo il futuro e il presente.Nel weekend precedente a questo c’è stata una grande marcia e un imponente blocco dei ponti a Novi Sad, l’estensione della protesta ai pensionati, collegando le generazioni con nuovi ponti che travalicano il tempo e portano a compimento la lotta contro il regime assassino di Milošević che non riuscì 25 anni fa a liberarsi del cancro nazionalista, perché è difficile la transizione dal comunismo a un sistema senza leader o partito unico, mentre il Movimento del 2025 ha buone probabilità di scuotersi di dosso l’attuale oscurantismo scaltro, facendo speriamo da modello per il resto d’Europa. Il legame tra i due momenti della storia serba è ancora più evidente se si ripensa alla marcia che gli studenti di Novi Sad fecero negli anni Novanta andando al contrario nella capitale e la primavera serba risale all’ottobre 2000, questo è un movimento che non può essere ricondotto a rivoluzioni arancioni o a filoatlantismo d’accatto (che possiede ancora meno appeal con la svolta autoritaria trumpista e comunque alla Europa di von der Layen fa comodo il regime, come a quello cinese).
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Si muore di corruzione, si muore di nazionalismo, che cazzo ci frega di Vučić
L'amico sta mentendoLa protesta prosegue. Non era scontato si dimettesse il primo ministro, non era mai successo. Ma un paio di settimane fa Tatjana Đorđević aveva previsto che ci sarebbero state conseguenze per la determinazione della protesta studentesca; la misura era colma, si poteva cogliere nell’aria lo scollamento tra i giovani, stufi di nazionalismo e corruzione, e la trentennale narrazione bellicista, che demanda al potere oligarchico decisioni che distruggono diritti socio-politici. Ma i ragazzi, che contestano il sistema e non il singolo autocrate, vogliono che siano soddisfatte tutte le loro richieste, senza interferenze.Il presidente, alla caduta del suo fantoccio ha graziato i contestatori arrestati, come quel sovrano fuori dal mondo che il Movimento, nato sulla protesta sorta dal crollo di una tettoia per corruzione nei bandi che ha prodotto 15 morti, aborre al punto da non poterlo considerare nemmeno come interlocutore… e basta questo per renderlo trasparente, inutile, inesistente. La protesta è vincente perché il potere politico non esiste, non si dialoga con un simile alieno.I ponti di Novi Sad sono okkupatiGli studenti – e la società civile che appoggia la lotta e la marcia odierna da Belgrado a Novi Sad, dove anche il sindaco si è dimesso – si smarcano e agiscono in un mondo altrove dove Vučić non ha cittadinanza. Non rappresentano nessuno e nessuno vuole altri rappresentanti in una società fiaccata da un potere corrotto e prevaricatore. Le piazze sono piene di serbi che non ne possono più di privilegi oligarchici.Ci risentiamo tra una settimana per aggiornamenti dalla fine di un regime
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Il tritacarne della frontiera bulgara di Fortress Europe
Un paradossale contrappasso trova impegnati i pronipoti traci degli Unni in prima linea a fronteggiare le orde barbariche provenienti ai confini dell’Unione europea dal mondo saccheggiato… proprio dai pronipoti dell’Impero romano. https://ogzero.org/tag/respingimenti/Storicamente una terra di confine tra mondi diversi, il sud della Bulgaria è oggi una frontiera chiave delle politiche di controllo e respingimento dell’Unione Europea. La militarizzazione intensiva del confine tra Grecia e Turchia ha reso questo passaggio sempre più pericoloso, costoso e difficile, deviando le rotte migratorie verso le remote foreste al confine con la Bulgaria, e trasformando quest’area in un crocevia sotterraneo per migliaia di persone ogni anno.«Restiamo umani», raccomandava con forza Vittorio “Vic” Arrigoni.Simone Zito racconta l’avventura affrontata con due compagne di Rotte Balcaniche e No Name Kitchen (Lucia Randone e Virginia Speranza) lungo il confine europeo tra Bulgaria – nel distretto di Burgas – e Turchia, nei pressi dell’antica Adrianopoli, ora Edirne: nelle notti precedenti quella del natale cattolico – in queste zone la chiesa ortodossa, fieramente nazionalista e baluardo antislamico, sostiene la ferocia dello stato bulgaro contro le persone in viaggio – erano riusciti a salvare dal gelo alcuni giovanissimi che avevano richiesto soccorso durante il tentativo di valicare il confine e per questo erano stati messi in detenzione per l'intera notte in una stanza fatiscente e senza materassi in una caserma. Il 27 dicembre ricevono una nuova drammatica segnalazione da parte di Ali, Samir e Yasser, tre minori egiziani, ma la polizia di frontiera di Malko Tarnovo impedisce il soccorso, provocando la loro morte. Probabilmente le guardie li avevano raggiunti, lasciandoli comunque sbranare dagli animali della foresta. Sebbene su scala minore, le autorità sono state violente anche verso gli e le attiviste: oltre a numerose intimidazioni, la polizia bulgara ha costretto una squadra a camminare al gelo di notte per ore, ha ordinato a un soccorritore di trasportare a mano uno dei corpi senza vita, e altri ad essere trasportati nel bagagliaio dell’auto della polizia. Pratiche in linea con quanto avviene da tempo: respingimenti (pushback illegali) in Turchia di persone in gravi condizioni mediche, morti e una repressione sempre più dura nei confronti di chi porta la propria solidarietà.Solidali contro la difesa di frontiere che si mangiano i bambiniLe politiche migratorie europee stanno trasformando le frontiere di terra e di mare in veri e propri tritacarne autorizzati, che mettono le persone in pericolo e poi ne omettono il soccorso, rendendosi di fatto dirette responsabili della loro morte. Non sono fallimenti delle politiche, ma le politiche stesse. Come premio per tutto ciò, alla Bulgaria è stato appena concesso l'accesso all'area Schengen. L’adesione parziale di Sofia all’area Schengen, avvenuta nel marzo 2024, è strettamente legata all’evoluzione delle sue misure di controllo e deportazione: su richiesta europea, in particolare di alcuni paesi come l’Austria, tentano di mantenere i confini terrestri rigidamente sigillati. Le frontiere sono dolorosamente vive e mutantiDa questa esperienza discende la testimonianza di Simone, che – quasi elaborandola mentre parla, ci offre una analisi di ciò che hanno provato e che li ha provati – dipinge un quadro, anche comparativo con altre situazioni di “frontiera”, e senza fare ipotesi sulle cause registra un particolare accanimento razzista delle guardie bulgare che travalica in zelo persino i burocrati di Frontex, e poi corruzione e mafia. Ma ci espone anche i motivi per cui l’attivismo si è spostato verso il Mar Nero; quali difficoltà si incontrano comunque a est di Trieste; le scarse risorse che si trovano in Bulgaria per contrapporsi alla repressione poliziesca, che lavora anche abusando dell’impunità nel sacro ruolo dei difensori dei confini della patria da… minorenni spaventati e soli nel mondo. Il consueto cinismo che ci consente di affrontare i travagli geopolitici quasi indenni stavolta è messo a dura prova di fronte all’esibizione di tanto feroce zelo a cancellare ogni residuo di umanità.Lasciar morire è uccidereI dati di cui si vanta il ministero degli Interni bulgaro:CARICO DI FRONTIERA Nel corso del mese di novembre, 2764 cittadini di paesi terzi hanno tentato di attraversare illegalmente le frontiere del paese di ingresso (2747 alla frontiera con la Repubblica di Turchia, 16 alla frontiera con la Repubblica di Grecia e 1 al confine con la Repubblica della Macedonia del Nord). Rispetto a novembre 2023 si registra un calo del 65,1% (7926 persone). Nel periodo gennaio-novembre 2024. 53.519 persone hanno tentato di attraversare i confini del Paese, il 70% in meno rispetto allo stesso periodo del 2023 (178.140 persone).
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La protesta serba antinazionalista è contro il potere
Tutte le università di Belgrado, Novi Sad e di altre città della Serbia sono bloccate. Così, come nel 1968 e nel 1996, sono gli studenti a dire basta. Basta a un regime e a un uomo che ha creduto di poter considerare il paese come qualcosa di suo ( Tanja Đorđević ).La cifra più interessante delle proteste universitarie serbe è quella che permette di stare altrove a chi s’indigna e si oppone che l’ennesima corruzione assassina resti impunita: nel mondo che abitano gli studenti di Novi Sad, Belgrado e le altre decine di università serbe occupate si dibattono e si affrontano argomenti che Vučić nel suo mondo manco immagina e questa impossibilità di intercettare il senso della rivolta lo fa schiumare rabbia, perché percepisce che senza il cambiamento la parte migliore della società per lui è persa. Ma se venisse il cambiamento, lui e la sua clientela sono destinati a essere spazzati via. Tatjana Đorđević ci ha aiutati a raccontare questa mobilitazione che prosegue da un mese senza sgonfiarsi, né recedere. Lo stato di mobilitazione degli studenti in corso in Serbia è stato innescato dal crollo di una tettoia alla stazione di Novi Sad, costruita da una ditta cinese che la corruzione ha dotato di materiali scadenti: 15 persone sono morte in quel crollo… e con loro si apre una breccia nel potere di Vučić, ma gli studenti mobilitati riescono ad affrancarsi sia dai cappelli che possono voler mettere le opposizioni, sia da potenziali leader. La contrapposizione al nazionalismo emerge periodicamente nella comunità serba e probabilmente il regime sente la pericolosità di questa protesta che ha repentinamente infiammato tutte le università… e cerca di impedire che si possa collegare ad altre richieste di cambiamento, ma il sostegno popolare si sta estendendo. Le proteste in corso da settimane riflettono un più ampio malcontento per il governo del presidente serbo Aleksandar Vučić, che molti considerano sempre più autocratico. In pubblico Vučić dice di voler guidare la Serbia verso l'adesione all'Unione europea, ma è sostenuto dai finanziamenti cinesi e intrattiene rapporti con Putin.
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Escalation Transnistria: sullo sfondo riciclaggio e dazi sul gas
Qual è il gioco degli oligarchi di Tiraspol?https://ogzero.org/progetti/#transnistriaLa Transnistria, regione abitata per un terzo da russofoni (non necessariamente putiniani, ma attenti alla politica energetica di Mosca, per i loro affari), un terzo moldavi (e dunque romenofoni e filoeuropeisti) e per un terzo di origine e tradizione ucraina (lontani da Kyiv, e ci sarà un motivo), ha chiesto protezione alla Federazione russa per presunti abusi di Chișinău. La notizia ha dato la stura ad allarmi e ipotesi di nuovi fronti utili per gli affari dell’industria bellica globale. Abbiamo chiesto a Carlo Policano, che abita nella capitale moldava da una dozzina di anni di illuminarci su quali questioni si nascondono dietro questi nuovi fuochi di guerra attizzati a ridosso del discorso annuale putiniano alla nazione.Tiraspol già nel 2006 aveva indetto un referendum per l’annessione alla Federazione, ma anche in questo caso Mosca si è limitato a promesse di aiuto generiche; esistono già truppe russe sotto forma di peackeeping, ma senza reale forza di deterrenza. Policano fa notare che il materiale bellico è obsoleto e geograficamente si trova pressata tra Ucraina – il cui confine è ora chiuso – e territorio moldovo cisnistrico; si può ricondurre questo appello (rivolto anche all’Onu e al 5+2) a operazioni ibride volte a destabilizzare la Moldova fino alle elezioni di ottobre.Quello che Policano sottolinea con forza è che questa richiesta sorge a seguito del tentativo di non pagare il dazio sul gas di fornitura russa che Chișinău sta pagando per Tiraspol, sul cui territorio transita. Le autorità di Tiraspol sono in gran parte oligarchi implicati in affari legati al riciclaggio di denaro sporco per l’intera Europa – Russia e suoi oligarchi compresa.Intanto anche la Gagauzia ha fatto la stessa richiesta a Putin sabato 2 marzo: la governatrice gagauza filorussa Evghenia Gutul è stata ricevuta a Mosca e ha chiesto sostegno al regime.https://www.youtube.com/watch?v=26d6jL8SLdg
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Solidarnosc, l’embrione abortito della Polonia di Duda e Tusk
L’infiltrazione del PiS nel paese polacco: il modello di stallo del neoconservatorismo perdente https://ogzero.org/regione/regione-carpatico-danubiana/ Spesso in questo podcast ci sono riferimenti al film di Agnieszka Holland Green Border e non è solo perché i due confini (con Bielorussia e con Ukraina) son sotto i riflettori, ma perché evidenzia come il paese sia spaccato a metà, proprio come il resto d’Europa. E Alessandro Ajres ci accompagna a comprendere come si decifra questa divisione nel paese mitteleuropeo. In una congiuntura bellica lo spirito guerriero polacco non rimane certo indietro e si prende la prima linea: è il massimo investitore nell’industria bellica, nel riarmo e ambisce a scalzare i tedeschi per basi. Ma molti polacchi non condividono questa velleità bellica.Tusk non è un modello di progressismo, ma sicuramente si è trovato imbrigliato dai molti funzionari collocati in tutti i gangli dello stato che mettono in stallo l’esecutivo persino nella normalizzazione con un’Unione europea che non aspetterebbe altro attraverso l’infiltrazione del potere a tutti i livelli. Non solo: c’è il caso dei parlamentari del PiS condannati e ospitati nel palazzo di Duda, che mira a difendere la repressione degli 8 anni precedenti. Ma fino a quando il movimento che ha portato in piazza milioni di dimostranti irridenti tollererà la prosecuzione dell’oscurantismo del PiS? (in particolare sulla legge relativa all’aborto).I trattori polacchi poi sono particolarmente reazionari, ma forse una parte di ragione possono avercela a sottolineare che i prezzi dei prodotti dei vicini – accolti con giubilo due anni fa nel loro esodo da profughi – siano improntati alla concorrenza sleale in ambito agricolo?
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Ingarbugliata instabilità caucasica. Irriducibili nazionalismi e intrighi geopolitici
https://ogzero.org/regione/caucaso/Gli equilibri e gli schemi geopolitici nel sud del Caucaso sono completamente saltati. Tutto questo potrebbe produrre un ribaltamento geopolitico, che vedrebbe l’Armenia, paese notoriamente filorusso, allontanarsi da Mosca e rompere con quest’ultima, mentre l’Azerbaigian, paese che godeva di ottimi rapporti economici con l’Occidente, si avvicinerebbe alla Russia. In realtà ci eravamo lasciati a settembre con Simone Zoppellaro che l’Armenia non aveva grosse possibilità con 130.000 esodati e un’economia al tracollo, invece galleggia. Sempre però sull’orlo del precipizio con Aliyev, il leader azero (appena rieletto con percentuali “bulgare”) che, per perpetuare il suo potere fondato sul successo bellico e sui revenue degli idrocarburi, non ha interesse ad affondare definitivamente il colpo su Erevan, mantenendo la tensione da un punto di forza dato dal contesto internazionale, con la Turchia (e la Russia) che hanno tutto l’interesse a che si realizzi alla fine il corridoio che unirebbe i paesi turcofoni con l’esclave azera del Naxçıvan in Armenia. Si succedono strappi dall’una e dall’altra parte che impediscono una pace stabile tra Armenia e Azerbaojan, ma anche agli stakeholder internazionali fa gioco si mantenga la tensione, sia da parte occidentale (Francia in primis) per mantenere acceso un nuovo conflitto nei paesi dell’ex Urss (come quello ucraino, nato con Maidan), sia da parte russa e turca per rinsaldare controllo e affari sul territorio caucasico, com’è avvenuto con la Georgia. Ma quanto si è ridotto il potere contrattuale di Mosca e quanto si è avvicinato Pashinyan all’occidente nel frattempo? Il governo di Yerevan ha annunciato ufficialmente che “non ha discusso e non discute la questione” dell’adesione alla Nato, ma si distingue dalla Russia riguardo l’Ucraina; se da un lato l’Armenia in questo modo mostra di sposare ulteriormente la propria alleanza con l’Occidente in chiave futura, dall’altro spicca in chiave presente la contiguità di valori e sentimenti con la Francia, con cui la relazione resta solida, anzi, da un punto di vista geopolitico si intreccia ancora di più; l’Armenia valuta se rimanere nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, pur dichiarando che non intende aderire alla Nato; intanto sono aumentati gli aiuti militari, soprattutto da parte della Francia in chiave antislamica, e il senato USA ha adottato un atto dal valore storico, l’“Armenian Protection Act”, proposta di legge che sospende tutti gli aiuti militari all’Azerbaigian (https://www.eastjournal.net/archives/134572 )
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La manipolazione nazionalista controlla ancora la Serbia
https://ogzero.org/regione/regione-balcanica/ La frammentazione dopo la dissoluzione della Jugoslavia, primo tassello della frammentazione del mondo globalizzato, trova il suo emblematico terreno fertile nella politica della destra nazionalista ancora in grado di controllare la vita serba, pur attraverso palesi brogli e una macchina di mobilitazione del consenso che affonda nell'humus fertilizzato da Milošević.Solo l'unione può salvare il serboMotto serbo che risulta uno scherno, visto quanto è frammentata anche al suo interno la comunità serba come hanno dimostrato le manifestazioni natalizie di protesta contro i brogli.Con la vittoria elettorale di metà dicembre2023 e nei successivi commenti di Vučić si evidenzia la manipolazione dell'opinione e dell’esito elettorale serbo: la sua rete di influenze attraverso il Partito progressista serbo che controlla e orienta il consenso, la schizofrenia della sua ambigua politica estera che se da una parte bussa alle porte dell’Europa, dall’altra mantiene ottimi rapporti con Mosca e al contempo apre ampi spazi di penetrazione economica e commerciale alla Cina, dichiarando di non voler rinunciare al Kosovo, ma barcamenandosi per entrare in Europa. Vucic ha imbastito stretti legami con gli ambienti nazionalisti e radicali mantendendo posizioni intransigenti verso la questione kosovara, all’interno deve fare i conti con un opposizione variegata che riesce a mobilitarsi nelle piazze ma non ad esprimere un alternativa credibile. e carsicamente si ripresenta vivace per manifestare dissenso di fronte a eventi, forzature, pericoli... abbiamo chiesto lumi a Giorgio Fruscione analista dell’ISPI e profondo conoscitore dell’area balcanica.
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Armi, grano, migranti: espunte le donne dal dibattito elettorale polacco
Elezioni Polonia 2023 -15 ottobrehttps://ogzero.org/tag/polonia/ Tusk ha portato nelle piazze di Varsavia probabilmente quella quantità di persone dichiarata per la MArcia dei milioni di cuori, un milione in piazza molti dei quali più che suoi sostenitori erano lì in funzione antigovernativa; contemporaneamente si svolgeva la ben più contenuta manifestazione filogovernativa di Katowice. La sensazione rimane quella che vede una divisione netta tra metropoli dell’Occidente polacco e mondo rurale a Oriente confinante con l’Ucraina: una riedizione secolare, che sottende ai fenomeni di preminenza del progressismo piuttosto che del revanscismo nazionalista che spinge a potenziare gli investimenti bellici, che nelle parole di Alessandro Ajres, assistono a dichiarazioni relative a una sbandierata loro diminuzione in chiave soltanto elettorale, perché il governo blandisce la sua base contadina inseguendone gli interessi legati alla questione del più scadente grano ucraino.La questione femminile di cui ha diffusamente parlato Alessandro nel suo libro Aborto senza confini a distanza di un paio d’anni dal movimento sceso in piazza sembra marginale negli argomenti imposti dal dibattito elettorale che rispecchia e suggerisce gli interessi della maggioranza: infatti, nonostante si dichiarino quote rosa paritetiche, in realtà la presenza femminile è sfumata se non nulla.Mentre invece è centrale il dibattito sui temi sollevati dal controverso film (Zielona granica -Il confine verde) di Agnieszka Holland e quindi la questione dei migranti e della risposta militarizzata del governo, ma anche delle luci verdi che aiutavano le Persone in movimento al confine tra Bielorussia e Polonia.
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Cala un sipario plumbeo sull’Artsakh
Cala un sipario plumbeo sull’Artsakh https://ogzero.org/tag/nagorno-karabakh/ Il Blitzkrieg è scattato alle porte dell’inverno, quando non si può perdere il gas di Baku, è avvenuto a un paio di giorni dal giorno dell’indipendenza dell’Armenia dall’Unione sovietica; il giorno dopo la fine dell’esercitazione congiunta con gli Usa, voluta fortemente come provocazione all’ex protettore russo che dalla rivoluzione di velluto ha avuto la scusa per non aiutare l’ARMENIA e anzi continuare a vender più armi all’AZERBAIJAN che a Erevan. Ma la preparazione risaliva ad alcuni mesi fa, quando il regime azero ha bloccato il corridoio che univa STEPANAKERT, all’Armenia riducendo alla fame la popolazione dell’esclave.Baku poi può contare sull’appoggio incondizionato della Turchia, per ragioni interne, di collegamenti e di infrastrutture; ISRAELE poi usa gli azeri come base per colpire l’Iran e per collaudare sistemi di “Difesa”. Mentre l’IRAN che è sempre stato a favore dell’Armenia la sostiene solo diplomaticamente e non potrà mai intervenire militarmente a difenderla.Già 7000 profughi e una pulizia etnica reale in atto sono il risultato a due giorni dalla capitolazione dell’esercito dell’ARTSAKH, ma i leader cristiani (comprese le donne che si chiamano Giorgia) non si inimicano il musulmano gas azero, né le partite di armi comprate dal feroce regime di ILHAM ALIYEV, che ora cercherà nuovi motivi per rinfocolare il nazionalismo identitario che ha mantenuto la dinastia al potere per quasi sessant’anni.E questa potrebbe essere l’altra esclave azera al confine turco nel Sudovest, che sarebbe un bel trofeo anche per ERDOĞAN, il quale così conterebbe su corridoi ininterrotti da stati non allineati con l’area di influenza del neottomanesimo e aggiungerebbe chilometri di confine con i fratelli azeriPer NIKOL PASHINYAN è rischioso il momento: infatti la gente in piazza urla traditore e assassino a lui – non a PUTIN – e in effetti non poteva che abbozzare, sapendo che qualsiasi pretesto avrebbe permesso a Baku di incidere più profondamente in territorio armeno; il rischio adesso è perdere proprio l’Armenia, non solo l’Artsakh (una guerra persa ben prima del 2020). D’altro canto il pil armeno è stato positivo in questi anni e il presidente armeno può sperare che la disfatta ascrivibile in parte ai suoi errori, ma anche a quelli che i suoi predecessori hanno fatto nei trent’anni di controllo del NAGORNO KARABAKH.Rimane la situazione delle genti armene, maggioranza nella zona di STEPANAKERT, costrette a sottomettersi per non lasciare le case avite, le tombe di famigliari, la storia di generazioni, assoggettandosi a un regime fascista e ostile in modo razzista alla comunità armena; oppure scappare senza sapere quale terra possa accoglierli. Nemmeno nella ormai odiata Erevan che li ha abbandonati potranno piantare nuove radici e i tanti attori internazionali che dovevano sostenere la causa armena non si inimicherebbero certo le risorse di Baku, ospitando la nuova diaspora armena.
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Più a est che si può…
https://ogzero.org/progetti/#transnistria L’Europa si è spostata di alcuni chilometri a est. Lo scossone che ha reso determinanti gli stati orientali dell’Unione ha prodotto un summit poco mediatizzato ma che ha fornito segnali importanti per chi ha voluto coglierli. Zelensky per esempio ha lasciato cadere una frase che nella parte occidentale del continente il mainstream non è stato neppure tradotto, ma Carlo Policano ce l’ha riferita – dalla traduzione romena, convinto che fosse stata colta anche in Italia, dove invece si è solo dato rilievo alla ennesima richiesta di ombrello Nato da parte dell’onnipresente presidente ucraino: «Tra un mese si terrà il primo summit della pace», che può scandire un cambio di passo e una svolta nella prosopopea guerresca a cui siamo sottoposti da ambo le propagande da ormai 16 mesi. E il fatto che sia stata pronunciata in quel contesto molto vicino alle zone di guerra, con un apparato internazionale di assoluto rilievo e una preparazione lunghissima da parte della diplomazia continentale; in una scenografia simbolica (un Castel – cioè una delle cantine più belle della regione – molto vicino alla Transnistria e all’Ucraina) che colloca la Moldova per una volta al centro del continente. Ha un significato rilevante, contro cui i sostenitori della guerra a oltranza nostrani e oltreatlantico dovranno tentare di mettere la sordina.Carlo invece è convinto, vivendo lì e annusando l’aria del Nistru, che ora la guerra non impaurisce più così tanto come al tempo del nostro primo contatto radiofonico a febbraio. Nonostante la Moldova non abbia un esercito degno di questo nome, gli abitanti sono convinti della difesa di riflesso che proviene dall’aiuto della Nato all’Ucraina.Un problema potrebbe insorgere per la Gagauzia, 150.000 abitanti di ascendenza turca (ma ortodossi per religione) che danno vita a un territorio autonomo (Atug), che si sentono più vicini alla Russia che non alla Romania, prediletta invece dalla maggioranza dei moldovi.Ma ciò che ha sorpreso positivamente i moldovi è l’asserzione fatta da Borrell, inattesa e distensiva – e che comporta un riconoscimento della giurisdizione russa sul territorio moldovo a est del fiume: la Transnistria non è necessario che entri nell’Unità europea quando la riva occidentale del Nistru/Dnepr diventerà parte della Comunità di Bruxelles. Questo significa un’accelerazione nel processo, perché si temeva che si dovesse risolvere il contenzioso dell’enclave filorussa. Si andrebbe verso una soluzione di stampo cipriota (le parole di Borrell: «Cyprus became a member of the European Union affected by a territorial problem, so #Moldova can become too with #Transnistria»).E potrebbe essere un precedente per la soluzione ucraina, accettando lo stato di fatto come è avvenuto per l’invasione turca di Cipro. E tutto sommato il momento è adatto per arrivare ad accordi dopo 30 anni in cui la Russia avrebbe avuto agio per occupare tutto senza pagare dazio, almeno fino al 2014.
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Stati indipendenti nel Caucaso: piccole prede degli imperialismi
https://ogzero.org/tag/armenia/«L’attuale triste condizione di stati nazionali monoetnici non è la realtà storica del Caucaso».Simone Zoppellaro @S_Zoppellaro ci ha fatto un quadro molto preciso delle dinamiche attualmente attive in Caucaso, inserendole puntualmente nella storia pregressa sia del conflitto trentennale, sia nella storia multietnica di quella regione.Lo abbiamo interpellato perché il 12 settembre l’Azerbaijan, forte del suo gas e dell’appoggio turco, ha ripreso ad aggredire la nazione-rivale vicina: contese che si trascinano dai pogrom del 1988, a ridosso del tracollo dell’Urss, inaugurando fin dalla perestrojka questa epoca di contrapposti nazionalismi che subentrano a epoche di convivenza pacifica di comunità perfettamente interagenti tra loro («Non è sempre stato odio e sangue», ci dice con veemenza Simone), rendendo l’indipendenza il prologo all’esposizione della “Montagna delle lingue” a tutti gli imperialismi. Forse sono gli interessi esterni che vedono anche in questo caso contrapporsi tutti i protagonisti della geopolitica a rinfocolare divisioni?Simone comincia con un confronto tra l’episodio contenuto dal cessate il fuoco scattato in questi giorni (significativamente sotto l’egida degli Usa, un imperialismo che potrebbe riequilibrare in zona quello russo, turco e persiano) e gli eventi di due anni fa, sottolineando subito il distacco da Mosca culminato con il fatto che Csto avrebbe dovuto intervenire per l’aggressione al territorio armeno e l’intervento di Pelosi prima e Blinken poi dimostra l’interesse da parte occidentale di subentrare, anche per contrastare gli accordi e scambi tra Turchia e Russia. E infatti il dibattito in corso a Erevan è sull’uscita dal Csto alla ricerca di alleati che ora – per l’odio di Putin per Pashinyan, emblema delle rivoluzioni arancioni – l’Armenia non ha; anche l’alleato tradizionale, l’Iran, si muove con cautela, pur mantenendo un supporto diplomatico e l’unico appoggio da Tehran è venuto riguardo al corridoio di Zangezur, perché avrebbe rappresentato il completamento dell’unione dei paesi turcofoni, tagliando il territorio armeno e con questo anche il confine tra Iran e Armenia, che è una valvola di sfogo essenziale per gli iraniani.
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Diaspora russa in Armenia
https://ogzero.org/tag/armenia/Stavolta abbiamo sentito Yurii Colombo sulle frequenze di Radio Blackout appena reduce da alcuni giorni trascorsi a Erevan per analizzare da vicino la diaspora dei giovani preoccupati di poter diventare carne da cannone – sebbene per ora non ci sia coscrizione obbligatoria in Russia – ma soprattutto la scelta di decine di migliaia di dissidenti (soprattutto abitanti delle grandi città come Mosca e Pietroburgo) di disgiungere il loro destino da quello della nazione putiniana: i più rifiutano di rientrare finché regge il regime.Ma nel disturbato reportage dalle strade russe un altro aspetto della vita politica armena ha attirato l'attenzione di Yurii: emergono infatti pulsioni nazionaliste che si inseriscono nel quadro internazionale, tentando di rimettere in discussione l'esito dell'ultima guerra in Artsakh puntando sull'appoggio russo, che due anni fa non era venuto per scelte strategiche diverse del Cremlino ma che ora in cambio dell'appoggio alla operazione speciale in Ucraina potrebbe forse consentire la riconquista.
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Tirana si ribella a oligarchi speculatori
https://ogzero.org/tag/balcani/ Alfred, attivista di Organizata Politike (https://organizatapolitike.substack.com) @orgpolitike ci accompagna al di là dell'Adriatico in un'Illiria che conosciamo poco e che scopriamo simile alla società italiana (e ai suoi prezzi! causa scatenante della protesta): una propaganda martellante, che non può soffocare però il disagio degli albanesi ridotti a sopravvivere con salari ridicoli, mentre oligarchi (Shefqet Kastrati, che è diventato il più importante oligarca degli idrocarburi e recentemente anche palazzinaro) che non producono nulla – e dunque né distribuiscono capitali, né creano lavoro – sono commercianti, un’emanazione del potere, qualunque esso sia. Sempre più potenti nell’ultimo decennio, a cominciare da soldi sporchi, traffico di droga e corruzione; poi hanno diversificato le attività, ripulendo la loro facciata. Esattamente come in Italia, ma con riflettori spenti e percezione di non venire registrati tra gli eventi di questa epoca in cui l'informazione si occupa solo di un disastro per volta e solo se c'è qualche ritorno per gli interessi nazionalistici o coloniali per le potenze.Comunque un primo successo è stato ottenuto dalle manifestazioni contro il caro carburante a seguito della guerra ucraina: la speculazione ha dovuto rinunciare all'aumento ingiustificabile della benzina... e la protesta ormai è avviata. La piazza si aggrega anche ricordando, nella sua parte più consapevole, il crollo del sistema piramidale e le proteste per le speculazioni del 1997, che sembra rieditato in questa contingenza di crisi su cui speculare. Anche se i più percepiscono populisticamente il problema come problema individuale, perché quelli che hanno partecipato alla guerra civile di 25 anni fa non scendono più in piazza e i giovani non ne sanno nulla perché non si è mai storicizzato, né se n'è parlato nel tempo, o a scuola. Il movimento vede in alcuni attivisti i suoi riferimenti, oppure in un'ala creativa molto attiva in rete, molto seguiti sui social.
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La cristallizata crisi bosniaca arriva da lontano
Si sta avviando, o meglio non si è mai realmente fermata, la macchina del nazionalismo nella ex Jugoslavia. Un tessuto territoriale di etnie e religioni intrecciate nei secoli e che la repubblica jugoslava aveva fatto sperare potessero non solo convivere ma mescolarsi.Il cuore delle pulsioni secessioniste è ora la Bosnia, la regione cristallizzata dalla incapacità occidentale di risolvere i contrasti tra le varie realtà che hanno portato al pettine i nodi della mancata riforma del sistema di governance nato da Dayton.Le pulsioni al secessionismo non provengono solo dalla parte serba, che vede nell'attualmente filoputiniano Milorad Dodik, il principale ispiratore del nazionalismo serbo-bosniaco, una deriva dopo anni trascorsi al potere flirtando con gli americani; anche la componente del nazionalismo croato-bosniaco di Dragan Čović contrapponendosi a muso duro e strumentalizzando le contrapposizioni, prelude a uno scenario in cui il potere centrale bosniaco verrebbe di fatto destabilizzato e le autonomie preluderebbero a secessioni e creazioni di zone sotto il controllo esterno (di Serbia, e Croazia, ma pure di potenze medie come la Turchia e la Russia). Questo “fattore internazionale” sta accelerando l'irrigidimento delle diverse fazioni, che sfruttano gli attuali vari palcoscenici di tensioni nazionaliste anche in ambito caucasico e del mondo slavo in generale.Prendiamo spunto dall'iniziativa di Dodik volta ad appropriarsi delle competenze di settori chiave come fisco, intelligence, giustizia, agenzia per il farmaco e esercito per parlarne con Alfredo Sasso (@alfredosasso) ricercatore per l'Osservatorio Balcani e Caucaso transeuropa (@BalcaniCaucaso)
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Erdoğanomics di guerra in Nagorno-Karabach
Con la deposizione di un genero, Albayrak (ministro del tesoro) e l’ascesa dell’altro genero, Bayraktar (costruttore di droni), Erdoğan ha completato la trasformazione in economia di guerra quella che era la via turca alla bolla infrastrutturale. L’azzardo è simile, l’investimento è cospicuo per un paese al tracollo economico, ma l’aspettativa è un ritorno di immagine sciovinista spendibile all’interno e la razzia di risorse dei territori occupati manu militari
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Accordo moscovita pigliatutto
La Russia interviene nel momento della disfatta armena e impone un accordo che la vede gestire il passaggio delle aree occupate nel 1993 dagli armeni sotto il controllo azero, mantenendo relazioni con entrambi i contendenti e punendo gli armeni per la loro rivoluzione di velluto; concedendo ad Ankara di ottenere le agognate vie di comunicazione terrestri con Baku rilancia la concertazione di Astana e si aggiudica la costruzione delle strade e lo schieramento di truppe di peace-keeping
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2020-10-01_Teresa-Di-Mauro_Nagorno-Karabach_Dalla rivoluzione di Velluto ai proclami bellicisti di Pashinyan
Entrambi i contendenti non intendono avviare negoziati, già richiesti da Russia e soprattutto dallo sciita Iran, schierato con la cattolicissima Armenia: un panorama di alleanze in cui è impossibile districarsi da quanti sono i legami per necessità energetiche, per tradizione religiosa e viceversa per avversione nei confronti dei rivali storici... Lo scacchiere internazionale ha dissolto le motivazioni che avevano portato Pashinyan al potere e cancellato le speranze della Rivoluzione di Velluto
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2020-10-01_Teresa-Di-Mauro_Nagorno-Karabach_Nazionalismo dal basso o usato dal potere per compattare
Al governo del giornalista armeno Pashinyan, portato al potere dalla mobilitazione di piazza, mancano capacità negoziali e, venendo meno i risultati, è stato sufficiente un cerino gettato sulla benzina per far emergere improvvisamente una pulsione alla mobilitazione armata diffusa capillarmente, stimolata dalla idea di patria sotto attacco, una narrazione inattesa che si è scatenata in poco tempo, seguendo un istinto perverso dell'uomo
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2020-10-01_Teresa-Di-Mauro_Nagorno-Karabach_situazione incancrenita
Nel caso delle genti armene persiste il ricordo del genocidio perpetrato dal Sultano in declino alla fine della Prima guerra mondiale; per lo sciovinismo degli sciiti azeri invece si scava in episodi efferati che vedono protagonisti militari armeni. Ma per entrambi non possono non esserci manovratori: forse i vecchi oligarchi armeni cacciati dalla rivoluzione di Velluto del 2018 (e forse di qui la tiepida reazione dei russi alla prese con il covid), o i mafiosi rappresentati dalla famiglia Alyev, sostenuti dal nuovo Sultano
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2020-10-01_Teresa-Di-Mauro_Nagorno-Karabach_narrativa del conflitto
La retorica nazionalista rinfocola mai sopiti dissidi che esplodono facendo leva sulla narrazione contrapposta introiettata dalle genti delle due nazioni su quella che deve essere il destino del territorio a est del lago Sevan
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2020-10-01_Teresa-Di-Mauro_Nagorno-Karabach_episodio di luglio
A Tavush poteva essere una prova e questo dimostrerebbe la premeditazione... ma di chi? Degli azeri filoturchi che così intendono cogliere l'attivismo neo-ottomano di Erdoğan, aprendo un nuovo fronte della guerra scatenata nel Mediterraneo; o da parte armena per sancire l'esistenza dello stato autonomo del Nagorno Karabach?
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Dopo un primo episodio a luglio di scontri al confine tra Armenia e Azerbaijan a Tavush, la scintilla è scoppiata a fine settembre con attacchi nell'enclave armena indipendente in territorio azero. L'intreccio di alleanze, la presenza di oleodotti, ma soprattutto la rivalità secolare delle due repubbliche separate da cultura, religione, lingua e costumi è un concentrato esplosivo che è deflagrato in una guerra che ha ripreso a mietere vittime anche con bombardamenti sui civili. Su fronti contrapposti gli eserciti turchi e russi cui si aggiungono inediti legami e forniture di armi senza riserve si confrontano producendo un vero inferno, che nel 2020 ha visto soccombere la parte armena per la incontenibile disponibilità azera di droni turchi, mentre i russi strategicamente hanno posto un argine alla disfatta imponendo una tregua vergognosa a Erevan.Una nuova provocazione di Baku, forte della propria disponibilità di gas alternativo a quello russo, ha visto l'aggressione portata a v
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