EPISODE · Mar 23, 2026 · 25 MIN
Israele: il declino del sionismo laico e l’ascesa della guerra metafisica
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di Elisabetta BurbaDalla Bibbia come «atto di proprietà» evocato da Ben Gurion al suo utilizzo come guida metafisica da parte di Netanyahu, il sionismo israeliano ha attraversato una profonda metamorfosi. Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è progressivamente intrecciato con correnti religiose e messianiche, soprattutto dopo il 1967. Oggi il richiamo alle Scritture non appare più solo come un elemento identitario, ma contribuisce a ridefinire il conflitto in termini messianici, rendendo più difficile ogni prospettiva di compromesso.Seconda puntata della serie Da Israele agli Usa, come la Bibbia è stata trasformata in manuale militare.IN BREVEMetamorfosi del sionismo Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è trasformato dopo il 1967 in un’ideologia messianica che usa i testi sacri come guida operativa.Uso politico dei testi sacri Se per i padri fondatori la Bibbia era un «Kushan», ovvero un atto di proprietà storico, per la leadership attuale è un manuale bellico che detta le coordinate del futuro.Radici del radicalismo Figure come il rabbino Kook hanno fornito legittimazione teologica al movimento dei coloni, spostando il baricentro politico verso visioni escatologiche e dogmatiche.Archetipi e guerra totale Invocando Amalek contro l’Iran, Netanyahu ha trasformato la strategia in imperativo religioso: lo scopo non è più la deterrenza, ma l’eradicazione metafisica del nemico.Tramonto della diplomazia L’invasione del sacro nella vita dello Stato rende il compromesso impraticabile, inquadrando i conflitti come lotte assolute e rendendo l’escalation inevitabile.«Duemilacinquecento anni fa, nell’antica Persia, un tiranno si levò contro di noi con lo scopo di distruggere il nostro popolo […] Oggi, a Purim, il destino è stato segnato e la fine del regime malvagio arriverà». Alla vigilia della festa religiosa ebraica, il 28 febbraio 2026, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’inizio dei bombardamenti congiunti Israele-Usa contro l’Iran: l’operazione Roaring Lion / Epic Fury.Gran parte dei media si è concentrata sulle implicazioni militari e diplomatiche degli attacchi, non prestando attenzione alla cornice simbolica usata da Netanyahu per presentarli. In realtà, la citazione offre un indizio sulla chiave attraverso cui il primo ministro interpreta il conflitto in Medio Oriente. Una chiave incentrata sulle Sacre Scritture.Purim è la festa che celebra la salvezza miracolosa del popolo ebraico da un tentativo di sterminio nell’antica Persia, come narrato nel Libro di Ester della Bibbia. Anche il nome dell’operazione ha un chiaro riferimento biblico: Roaring Lion, Leone ruggente. Il nome, che sarebbe stato scelto da Netanyahu, si basa principalmente su un versetto del Libro dei Numeri (23:24): «Ecco, un popolo si alza come una leonessa e si erge come un leone; non si corica finché non ha divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi».Non si tratta di semplice retorica bellica o di omaggio alla tradizione. Le parole di Netanyahu sono la dimostrazione plastica della profonda metamorfosi che ha sperimentato una parte rilevante del sionismo. Nato come movimento laico e pragmatico, con la nascita dello Stato di Israele e in particolare dopo la Guerra dei sei giorni, il movimento nazionalista ebraico è finito sotto la crescente influenza di correnti religiose e messianiche. Come risultato, oggi la percezione della Bibbia ha valicato i confini del sacro, diventando sempre più di frequente un manuale operativo che detta le coordinate geografiche e tattiche del futuro.E pensare che i padri fondatori del sionismo erano laici, se non atei. Il movimento non nacque da un impeto religioso, ma da una necessità politica. Dopo aver seguito l’affaire Dreyfus in Francia, il giornalista ungherese Theodor Herzl si convinse che il progetto di integrazione degli ebrei in Europa era di fatto naufragato. Nel febbraio del 1896, pubblicò a Vienna Lo Stato ebraico, un pamphlet in cui sosteneva che l’antisemitismo non era un pregiudizio passeggero, ma un problema strutturale.«Cresce di giorno in giorno, di ora in ora tra i popoli» denunciava Herzl. E concludeva: «Non considero la questione ebraica né una questione sociale né religiosa, per quanto possa di volta in volta assumere l’una o l’altra sfumatura. Essa è una questione nazionale e, per risolverla, dobbiamo prima di tutto trasformarla in una questione politica mondiale, che dovrà essere regolata nel consesso dei popoli civili».Per il giornalista, la «soluzione moderna della questione ebraica» consisteva dunque nell’auto-emancipazione politica degli ebrei verso un proprio territorio sovrano. Subito dopo, iniziò a girare l’Europa alla ricerca dell’appoggio economico e politico per il suo progetto di creare una «dimora sicura» per gli ebrei. L’anno successivo organizzò a Basilea il Primo congresso sionista, dove in seguito dichiarò di aver «fondato lo Stato ebraico».Per i sionisti della prima ora, la Bibbia non era né un riferimento culturale centrale, né una guida strategica. In quella fase, gran parte dei pionieri sbarcati in Palestina venivano da ambienti socialisti, atei e anti-clericali. Volevano «trasformare il deserto» e creare un uomo nuovo, lavoratore e combattente, che rompesse con la figura dell’ebreo religioso della diaspora dedito solo allo studio dei testi sacri.Lo stesso Herzl era stato esplicito su questo punto. Nel capitolo del suo pamphlet intitolato Teocrazia, aveva scritto una dichiarazione d’intenti diametralmente opposta alla deriva messianica che osserviamo oggi. «Avremo dunque, alla fine, una teocrazia? No! La fede ci tiene uniti, la scienza ci rende liberi» scriveva Herzl. «Non permetteremo quindi che sorgano velleità teocratiche da parte dei nostri religiosi. Sapremo come confinarli nei loro templi, così come sapremo confinare il nostro esercito professionale nelle caserme. Esercito e clero devono essere onorati tanto quanto le loro belle funzioni richiedono e meritano. Ma essi non hanno nulla da dire nello Stato che li onora, poiché finirebbero per creare difficoltà esterne e interne».Riletto oggi, quell’avvertimento appare profetico… Eppure, già nella seconda metà degli anni Trenta iniziarono a comparire i primi riferimenti politici al linguaggio biblico. Ai tempi del Mandato britannico, il presidente della Commissione reale sulla Palestina, Lord Peel, chiese a David Ben Gurion se il popolo ebraico possedesse un documento che provava il suo diritto su quella terra. Ben Gurion, che all’epoca era a capo dell’Agenzia ebraica, sollevò il Tanakh, la Bibbia ebraica, e dichiarò: «Questo è il nostro Kushan».Il futuro primo ministro di Israele aveva citato il termine turco con cui l’Impero ottomano, che aveva governato la Palestina fino alla fine della Prima guerra mondiale, definiva l’atto di proprietà. Il Kushan era il documento ufficiale rilasciato dal catasto imperiale di Istanbul per certificare il possesso di un terreno. Ben Gurion usò questa analogia per sostenere che la Bibbia era il titolo di proprietà storico e religioso fondamentale che giustificava il ritorno degli ebrei nella loro patria ancestrale.Ma fu la nascita dello Stato di Israele ad accelerare la trasformazione della Bibbia da testo di preghiera in strumento politico.Una battuta sarcastica che circola fra gli storici di Gerusalemme cattura il paradosso: «I nostri padri fondatori amavano dire: “Dio non esiste, ma ci ha dato uno Stato”». In Dieci miti su Israele, lo storico Ilan Pappé scrive: «In altre parole, sebbene non credessero in Dio, Egli aveva ciò nonostante promesso loro la Palestina». Il paradosso è ribadito anche da un celebre aneddoto attribuito allo stesso David Ben Gurion, che con lucido cinismo avrebbe detto: «Io non credo in Dio, ma ci ha promesso la Terra di Israele».Ben Gurion, che si definiva non credente, andò oltre. Verso il 1958, il primo ministro israeliano istituì un circolo di studi biblici. A casa sua. Non per pregare, ma per analizzare la Sacra scrittura come fonte storica, politica e culturale. Nelle sue letture bibliche, il primo ministro di Israele non pareva cercare Dio, ma una legittimazione. Peraltro, mostrava particolare interesse per le strategie militari narrate nel Libro di Giosuè.Come scrive Tom Segev nel libro A State at Any Cost, The Life of Ben Gurion, il leader sionista leggeva la Bibbia come un «documento politico», quasi come «una guida per governanti». In una nota lo storico riferisce che durante una riunione di Gabinetto Ben Gurion disse: «Secondo la Bibbia, noi abbiamo diritto anche al Sinai, ma la guerra non va sempre secondo la Bibbia». Lo storico aggiunge che il primo ministro «a volte paragonava il sionismo a una religione, parlando di “fede sionista” e una volta arrivò persino a riferirsi ai “comandamenti sionisti”. Vedeva il sionismo come “la luce nascosta nell’anima“ del popolo ebraico». Ben Gurion fu quindi la figura che sdoganò la Bibbia, portandola a valicare i confini del sacro, traghettandola cioè da un contesto puramente religioso a quello politico.Nella metamorfosi del sionismo, lo spartiacque però fu il 1967. A partire dalla Guerra dei sei giorni, correnti religiose e messianiche iniziarono a permeare quello che era nato come un movimento laico e nazionalista. Mentre in precedenza il linguaggio biblico era servito principalmente come legittimazione storica e politica, dopo il conflitto iniziò a essere letto come una profezia in tempo reale. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di altri siti dal profondo significato biblico portò a unVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Elisabetta BurbaDalla Bibbia come «atto di proprietà» evocato da Ben Gurion al suo utilizzo come guida metafisica da parte di Netanyahu, il sionismo israeliano ha attraversato una profonda metamorfosi. Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è progressivamente intrecciato con correnti religiose e messianiche, soprattutto dopo il 1967. Oggi il richiamo alle Scritture non appare più solo come un elemento identitario, ma contribuisce a ridefinire il conflitto in termini messianici, rendendo più difficile ogni prospettiva di compromesso.Seconda puntata della serie Da Israele agli Usa, come la Bibbia è stata trasformata in manuale militare.IN BREVEMetamorfosi del sionismo Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è trasformato dopo il 1967 in un’ideologia messianica che usa i testi sacri come guida operativa.Uso politico dei testi sacri Se per i padri fondatori la Bibbia era un «Kushan», ovvero un atto di proprietà storico, per la leadership attuale è un manuale bellico che detta le coordinate del futuro.Radici del radicalismo Figure come il rabbino Kook hanno fornito legittimazione teologica al movimento dei coloni, spostando il baricentro politico verso visioni escatologiche e dogmatiche.Archetipi e guerra totale Invocando Amalek contro l’Iran, Netanyahu ha trasformato la strategia in imperativo religioso: lo scopo non è più la deterrenza, ma l’eradicazione metafisica del nemico.Tramonto della diplomazia L’invasione del sacro nella vita dello Stato rende il compromesso impraticabile, inquadrando i conflitti come lotte assolute e rendendo l’escalation inevitabile.«Duemilacinquecento anni fa, nell’antica Persia, un tiranno si levò contro di noi con lo scopo di distruggere il nostro popolo […] Oggi, a Purim, il destino è stato segnato e la fine del regime malvagio arriverà». Alla vigilia della festa religiosa ebraica, il 28 febbraio 2026, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’inizio dei bombardamenti congiunti Israele-Usa contro l’Iran: l’operazione Roaring Lion / Epic Fury.Gran parte dei media si è concentrata sulle implicazioni militari e diplomatiche degli attacchi, non prestando attenzione alla cornice simbolica usata da Netanyahu per presentarli. In realtà, la citazione offre un indizio sulla chiave attraverso cui il primo ministro interpreta il conflitto in Medio Oriente. Una chiave incentrata sulle Sacre Scritture.Purim è la festa che celebra la salvezza miracolosa del popolo ebraico da un tentativo di sterminio nell’antica Persia, come narrato nel Libro di Ester della Bibbia. Anche il nome dell’operazione ha un chiaro riferimento biblico: Roaring Lion, Leone ruggente. Il nome, che sarebbe stato scelto da Netanyahu, si basa principalmente su un versetto del Libro dei Numeri (23:24): «Ecco, un popolo si alza come una leonessa e si erge come un leone; non si corica finché non ha divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi».Non si tratta di semplice retorica bellica o di omaggio alla tradizione. Le parole di Netanyahu sono la dimostrazione plastica della profonda metamorfosi che ha sperimentato una parte rilevante del sionismo. Nato come movimento laico e pragmatico, con la nascita dello Stato di Israele e in particolare dopo la Guerra dei sei giorni, il movimento nazionalista ebraico è finito sotto la crescente influenza di correnti religiose e messianiche. Come risultato, oggi la percezione della Bibbia ha valicato i confini del sacro, diventando sempre più di frequente un manuale operativo che detta le coordinate geografiche e tattiche del futuro.E pensare che i padri fondatori del sionismo erano laici, se non atei. Il...
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