EPISODE · Jul 3, 2026 · 29 MIN
La replica da Pechino alle accuse europee di concorrenza sleale
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di Jiankun Wang e Kai GuoL’Unione Europea importa dalla Cina molto più di quanto riesca a esportarvi: nel 2025 il divario ha raggiunto 359,3 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto al 2019. Uno squilibrio dovuto, secondo la Commissione, ad asimmetrie di mercato e a sussidi governativi cinesi. L’analisi del China Finance 40 Forum propone però una lettura diversa. Circa il 70% dell’aumento delle importazioni europee dalla Cina è riconducibile ai prodotti chimici e alla «nuova triade»: veicoli elettrici, batterie e fotovoltaico. Quanto al calo dell’export europeo, è legato alla crescente capacità dell’industria cinese di produrre internamente beni che in passato importava.IN BREVESquilibrio commerciale Secondo gli autori, l’aumento del deficit UE con Pechino non deriva da un dumping generalizzato dei prezzi, ma da profondi mutamenti strutturali nella domanda europea e nell’offerta cinese.Spinta della transizione Il 70 per cento della crescita dell’export cinese in Europa è trainato da prodotti chimici e dalla «nuova triade», ossia auto elettriche, batterie e fotovoltaico.Choc energetico europeo La crisi dell’energia ha reso la produzione interna della filiera chimica europea meno conveniente, spingendo le aziende a importare beni da Pechino.Sostituzione dell’import Il calo delle esportazioni europee non è causato da una contrazione del mercato cinese, ma dal progresso industriale di Pechino, che ora produce internamente ciò che prima importava.Limiti del protezionismo I due economisti concludono sostenendo che i dazi commerciali non cancelleranno la domanda europea di tecnologie verdi né fermeranno l’avanzata manifatturiera cinese, rendendo il protezionismo inefficace.Nota della direttrice: Al G7 di Évian, Ursula von der Leyen ha ricondotto il disavanzo commerciale dell’Unione alla sovraccapacità manifatturiera di alcuni Paesi che «producono troppo e consumano troppo poco», con un chiaro riferimento alla Cina. Non è una posizione nuova: da anni l’UE accusa Pechino di concorrenza sleale. Per offrire ai lettori un elemento di confronto nel dibattito europeo, Krisis pubblica quest’analisi del China Finance 40 Forum. Sulla base dei dati analizzati, gli autori attribuiscono il crescente squilibrio commerciale a tre fattori: aumento dei costi energetici europei, effetti della transizione verde e crescente capacità della Cina di sostituire le importazioni con produzione nazionale.Una delle narrazioni più strumentali oggi a Bruxelles è che l’Europa si trova ad affrontare un secondo «choc cinese»: un’ondata di prodotti cinesi a basso costo, spinti all’estero da sovraccapacità, sussidi e da una debole domanda interna. I dati raccontano una storia diversa.Una nuova e dettagliata analisi del China Finance 40 Forum mostra che l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’Europa è stato fortemente concentrato in pochi settori – veicoli elettrici, batterie, prodotti fotovoltaici e prodotti chimici – dove la transizione verde e lo choc energetico dell’Europa stessa hanno creato una domanda reale. Nel frattempo, il calo delle esportazioni europee verso la Cina non è stato guidato principalmente da una contrazione del mercato cinese, ma dalla modernizzazione industriale e dalla sostituzione delle importazioni da parte della Cina.In altre parole, lo squilibrio non è semplicemente qualcosa che la Cina ha fatto all’Europa. È anche qualcosa che i costi energetici, la struttura industriale e le scelte di transizione dell’Europa stessa hanno contribuito a produrre.Esplosione del deficit commerciale UENel 2025, il deficit commerciale dell’UE rispetto ai beni importati dalla Cina si è ampliato fino a 359,3 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 15% rispetto al 2024 e quasi raddoppiando rispetto al 2019[1]. (…) Il punto di svolta è arrivato dopo il 2020, quando il deficit ha iniziato ad ampliarsi rapidamente e in modo persistente, diventando una delle principali preoccupazioni nelle relazioni economiche bilaterali[2].Negli attuali dibattiti europei, quattro spiegazioni vengono richiamate più spesso per illustrare questo squilibrio: la politica industriale cinese e l’eccesso di capacità produttiva; il reindirizzamento verso l’UE di merci originariamente destinate al mercato statunitense dopo l’escalation delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti; la debolezza del renminbi[3]; infine, il rallentamento della domanda cinese legato alla crisi immobiliare iniziata nel 2021[4].Tuttavia, (…) i dati settoriali e commerciali non confermano queste spiegazioni. Le esportazioni cinesi verso l’UE non si sono espanse in modo generalizzato, né la concorrenza a basso prezzo ne è stata la caratteristica principale. La crescita degli ultimi anni si è concentrata in un numero limitato di settori. Al tempo stesso, la debolezza delle esportazioni dell’UE verso la Cina ha riflesso una minore dipendenza cinese dalle importazioni e una loro più rapida sostituzione, più che una contrazione complessiva del mercato cinese.(…) L’ampliamento dello squilibrio commerciale riflette quindi l’effetto combinato dei cambiamenti nella domanda europea e nella struttura dell’offerta cinese. Da un lato, la transizione energetica dell’UE ha aumentato i costi industriali e accresciuto la domanda per la «nuova triade» cinese e per i prodotti chimici[5]. Dall’altro, l’upgrading industriale della Cina ha accelerato la sostituzione delle importazioni, riducendo la domanda di prodotti importati e restringendo lo spazio per le esportazioni dell’UE verso la Cina. Allo stesso tempo, l’ampliamento dello squilibrio bilaterale non ha modificato la più ampia posizione di surplus esterno dell’Europa[6].Export cinese trainato dalla transizione energeticaOsservando l’andamento complessivo delle esportazioni cinesi verso l’UE tra il 2016 e il 2025, i dati sui prezzi non confermano l’argomento secondo cui i movimenti dei tassi di cambio avrebbero prodotto un dumping a basso prezzo. (…) Misurati in euro, cioè nei prezzi effettivamente pagati dagli acquirenti europei, gli indici dei prezzi all’esportazione di Cina, Giappone e Corea hanno seguito andamenti molto simili e sono rimasti sostanzialmente stabili dopo il 2023[7].(…) Tra il 2019 e il 2022 il renminbi si è rafforzato in termini nominali rispetto all’euro, indebolendosi in modo visibile solo entro il 2025. In altre parole, l’espansione delle esportazioni cinesi verso l’UE è avvenuta in un periodo in cui il renminbi era relativamente forte, non debole. Il calo dell’indice dei prezzi dei beni cinesi denominato in euro appare dunque più come uno sviluppo recente che come un fattore persistente dei guadagni di quota di mercato registrati dal 2020.Dal 2016 al 2024, la Cina non ha mostrato un vantaggio di prezzo in costante aumento. Se il tasso di cambio fosse stato il principale motore delle esportazioni, i prezzi in euro dei prodotti cinesi avrebbero dovuto divergere chiaramente da quelli di Giappone e Corea a partire dal 2020. I dati mostrano invece che i tre Paesi si sono mossi sostanzialmente in parallelo. Ciò suggerisce che la spiegazione basata sul tasso di cambio non trovi sostegno nei dati sui prezzi[8].Anche i dati sui volumi non confermano l’idea che la Cina abbia guadagnato quote di mercato grazie ai prezzi bassi. Se la competitività di prezzo fosse stata il fattore principale, negli ultimi cinque anni i volumi di esportazione della manifattura cinese avrebbero dovuto aumentare sensibilmente man mano che i prezzi si indebolivano. Tuttavia, gli indici dei volumi di esportazione e dei valori unitari mostrati nella figura 5 non confermano questa conclusione[9].(…) Persino nei settori più associati allo «shock da basso costo», non si registra una chiara espansione dei volumi[10]. Al contrario, macchinari e mezzi di trasporto, insieme ai prodotti chimici, sono stati i comparti in cui i volumi di esportazione sono aumentati in modo più evidente. (…) La crescita delle esportazioni in questi settori non è stata trVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Jiankun Wang e Kai GuoL’Unione Europea importa dalla Cina molto più di quanto riesca a esportarvi: nel 2025 il divario ha raggiunto 359,3 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto al 2019. Uno squilibrio dovuto, secondo la Commissione, ad asimmetrie di mercato e a sussidi governativi cinesi. L’analisi del China Finance 40 Forum propone però una lettura diversa. Circa il 70% dell’aumento delle importazioni europee dalla Cina è riconducibile ai prodotti chimici e alla «nuova triade»: veicoli elettrici, batterie e fotovoltaico. Quanto al calo dell’export europeo, è legato alla crescente capacità dell’industria cinese di produrre internamente beni che in passato importava.IN BREVESquilibrio commerciale Secondo gli autori, l’aumento del deficit UE con Pechino non deriva da un dumping generalizzato dei prezzi, ma da profondi mutamenti strutturali nella domanda europea e nell’offerta cinese.Spinta della transizione Il 70 per cento della crescita dell’export cinese in Europa è trainato da prodotti chimici e dalla «nuova triade», ossia auto elettriche, batterie e fotovoltaico.Choc energetico europeo La crisi dell’energia ha reso la produzione interna della filiera chimica europea meno conveniente, spingendo le aziende a importare beni da Pechino.Sostituzione dell’import Il calo delle esportazioni europee non è causato da una contrazione del mercato cinese, ma dal progresso industriale di Pechino, che ora produce internamente ciò che prima importava.Limiti del protezionismo I due economisti concludono sostenendo che i dazi commerciali non cancelleranno la domanda europea di tecnologie verdi né fermeranno l’avanzata manifatturiera cinese, rendendo il protezionismo inefficace.Nota della direttrice: Al G7 di Évian, Ursula von der Leyen ha ricondotto il disavanzo commerciale dell’Unione alla sovraccapacità manifatturiera di alcuni Paesi che «producono troppo e consumano troppo poco», con un chiaro riferimento alla Cina. Non è una posizione nuova: da anni l’UE accusa Pechino di concorrenza sleale. Per offrire ai lettori un elemento di confronto nel dibattito europeo, Krisis pubblica quest’analisi del China Finance 40 Forum. Sulla base dei dati analizzati, gli autori attribuiscono il crescente squilibrio commerciale a tre fattori: aumento dei costi energetici europei, effetti della transizione verde e crescente capacità della Cina di sostituire le importazioni con produzione nazionale.Una delle narrazioni più strumentali oggi a Bruxelles è che l’Europa si trova ad affrontare un secondo «choc cinese»: un’ondata di prodotti cinesi a basso costo, spinti all’estero da sovraccapacità, sussidi e da una debole domanda interna. I dati raccontano una storia diversa.Una nuova e dettagliata analisi del China Finance 40 Forum mostra che l’aumento delle esportazioni cinesi verso l’Europa è stato fortemente concentrato in pochi settori – veicoli elettrici, batterie, prodotti fotovoltaici e prodotti chimici – dove la transizione verde e lo choc energetico dell’Europa stessa hanno creato una domanda reale. Nel frattempo, il calo delle esportazioni europee verso la Cina non è stato guidato principalmente da una contrazione del mercato cinese, ma dalla modernizzazione industriale e dalla sostituzione delle importazioni da parte della Cina.In altre parole, lo squilibrio non è semplicemente qualcosa che la Cina ha fatto all’Europa. È anche qualcosa che i costi energetici, la struttura industriale e le scelte di transizione dell’Europa stessa hanno contribuito a produrre.Esplosione del deficit commerciale UENel 2025, il deficit commerciale dell’UE rispetto ai beni importati dalla Cina si è ampliato fino a 359,3 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 15% rispetto al 2024 e quasi raddoppiando rispetto al 2019<a target="_blank"...
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