EPISODE · Dec 5, 2022 · 13 MIN
La Russia di Putin ha rimesso in moto la storia
from Controvento di Diego Fusaro · host Media Pluralisti Europei SpA
Usciva nel 1992 il controverso volume di Francis Fukuyama, "The end of history and the last man". La tesi portante era quella secondo cui, con la caduta del muro di Berlino, la storia giungeva al suo compimento, realizzandosi come fine capitalistica della storia: calava il sipario sulla vicenda storica perché, così argomentava Fukuyama, trionfava finalmente la libertà, identificata senza riserve con il mercato capitalistico. Che la tesi avesse un alto contenuto ideologico era da subito evidente: completa era infatti l'identificazione tra libertà e capitalismo, tra realizzazione dei fini della storia e trionfo della civiltà del dollaro. Eppure anche i più ferventi critici di Fukuyama avevano finito in ultima istanza per metabolizzare la sua tesi, ritenendo che di fatto la storia si fosse compiuta. Quella di Fukuyama era una lettura assai tendenziosa dello Hegel, mediata da Kojeve e dalla sua specifica interpretazione secondo cui nel pensiero hegeliano vi sarebbe la teorizzazione della fine della storia, quando in realtà Hegel si limita per lo più a sostenere che la filosofia si può occupare solo del passato storico e del proprio orizzonte e dunque non del futuro. Con ciò Hegel non intendeva dire che la storia fosse finita ma che semplicemente del futuro non ci si poteva filosoficamente occupare, con buona pace di Fukuyama e ancor prima di Kojeve. Ora, quel che sta emergendo limpidamente è che la storia si sta rimettendo vivacemente in movimento negli ultimi anni. La tesi di Fukuyama viene così confutata empiricamente dall'accadere stesso degli eventi. Sembra che Putin più di tutti si sia incaricato di confutare Fukuyama: anziché piegarsi alla americanizzazione del mondo, la Russia di Putin sta opponendo resistenza. Ed è precisamente questo, come sappiamo, il motivo della inimicizia che la civiltà del dollaro non cessa di manifestare contro la Russia di Putin, rea di non sottomettersi al Washington consensus. Come se non bastasse, anche la Cina sta sempre più celermente emergendo e rivelando con eguale intensità come la storia non sia affatto terminata. D'altro canto, come sapeva bene Fichte, la storia non è altro se non il teatro delle oggettivazioni libere della prassi umana: cosicché non potrà esserci fine della storia finché ci sarà l'umanità con il suo agire. Per questo, una volta di più, la tesi della "fine della storia" risulta intrinsecamente ideologica: non descrive una realtà di fatto, ma prescrive un adattamento allo stato di cose, innalzato retoricamente a realtà ultima e immodificabile. Qui la tesi dell'end of history intreccia il grande teorema ideologico del neoliberismo: there is no alternative. Fine della storia vuol dire allora imperativo dell'adattamento, in posizione rivolta a tutti i popoli del pianeta acciocché accettino l'americanizzazione capitalistica del mondo come un fatto ultimo e definitivo, intrascendibile e degno soltanto di essere accertato e accettato.
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Usciva nel 1992 il controverso volume di Francis Fukuyama, "The end of history and the last man". La tesi portante era quella secondo cui, con la caduta del muro di Berlino, la storia giungeva al suo compimento, realizzandosi come fine capitalistica della storia: calava il sipario sulla vicenda storica perché, così argomentava Fukuyama, trionfava finalmente la libertà, identificata senza riserve con il mercato capitalistico. Che la tesi avesse un alto contenuto ideologico era da subito evidente: completa era infatti l'identificazione tra libertà e capitalismo, tra realizzazione dei fini della storia e trionfo della civiltà del dollaro. Eppure anche i più ferventi critici di Fukuyama avevano finito in ultima istanza per metabolizzare la sua tesi, ritenendo che di fatto la storia si fosse compiuta. Quella di Fukuyama era una lettura assai tendenziosa dello Hegel, mediata da Kojeve e dalla sua specifica interpretazione secondo cui nel pensiero hegeliano vi sarebbe la teorizzazione della fine della storia, quando in realtà Hegel si limita per lo più a sostenere che la filosofia si può occupare solo del passato storico e del proprio orizzonte e dunque non del futuro. Con ciò Hegel non intendeva dire che la storia fosse finita ma che semplicemente del futuro non ci si poteva filosoficamente occupare, con buona pace di Fukuyama e ancor prima di Kojeve. Ora, quel che sta emergendo limpidamente è che la storia si sta rimettendo vivacemente in movimento negli ultimi anni. La tesi di Fukuyama viene così confutata empiricamente dall'accadere stesso degli eventi. Sembra che Putin più di tutti si sia incaricato di confutare Fukuyama: anziché piegarsi alla americanizzazione del mondo, la Russia di Putin sta opponendo resistenza. Ed è precisamente questo, come sappiamo, il motivo della inimicizia che la civiltà del dollaro non cessa di manifestare contro la Russia di Putin, rea di non sottomettersi al Washington consensus. Come se non bastasse, anche la Cina sta sempre più celermente emergendo e rivelando con eguale intensità come la storia non sia affatto terminata. D'altro canto, come sapeva bene Fichte, la storia non è altro se non il teatro delle oggettivazioni libere della prassi umana: cosicché non potrà esserci fine della storia finché ci sarà l'umanità con il suo agire. Per questo, una volta di più, la tesi della "fine della storia" risulta intrinsecamente ideologica: non descrive una realtà di fatto, ma prescrive un adattamento allo stato di cose, innalzato retoricamente a realtà ultima e immodificabile. Qui la tesi dell'end of history intreccia il grande teorema ideologico del neoliberismo: there is no alternative. Fine della storia vuol dire allora imperativo dell'adattamento, in posizione rivolta a tutti i popoli del pianeta acciocché accettino l'americanizzazione capitalistica del mondo come un fatto ultimo e definitivo, intrascendibile e degno soltanto di essere accertato e accettato.
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