EPISODE · Jan 18, 2026 · 4 MIN
Lazy Sunday -rehearsal room sessions 13 gen 2026
from Silvio Vinci · host Silvio Vinci
La “Lazy Sunday” dei Factory (Mark IV), registrata nello stesso flusso di prove e catturata al volo in presa diretta con lo Zoom, è una di quelle cover che funzionano perché non provano a fare i “piccoli Small Faces”. La band prende quel gioiello pop-mod e lo porta nel proprio quartiere: più grasso, più ruvido, più da sala prove, ma con lo stesso sorriso sfrontato. Il bello sta nell’attitudine: Claudio Sanna tiene un groove elastico, leggero ma puntuto, con quell’aria “da strada” che fa dondolare il brano senza trasformarlo in caricatura. Chris Pain segue con un basso rotondo e presente, che non si limita a sostenere: fa muovere la pancia del pezzo, come se la canzone fosse una mini-jam mascherata da singolo. Davide Spanu lavora di chitarra con gusto mod: stacchi secchi, accenti intelligenti, qualche graffio elettrico che sposta l’asse verso un rock più sanguigno. E poi c’è l’Hammond e il piano Wurlitzer di Silvio Vinci che fa la magia: non copia il passato, lo evoca. Drawbar tirati al punto giusto, risposta rapida, piccole frasi che ammiccano tra un ritornello e l’altro, e nel finale -in piena jam session- come se l’organo fosse un personaggio in scena, con una risata sempre pronta, e lo stuzzicante ritornello per sympathy for the devil. Antonio Miscali alla voce dà il tono teatrale che “Lazy Sunday” richiede: ironia, storytelling, quel modo di “parlare-cantare” che deve sembrare naturale anche quando è recitato. In presa diretta si sente la stanza, si sente l’aria che vibra, e questo rende la performance più credibile: sembra davvero una band che sta provando, divertendosi e testando la chimica — non un gruppo che sta facendo il compitino. Il risultato è una “Lazy Sunday” viva, piena di colori, con il sapore di un pub inglese immaginario ricostruito a Sassari: mod fino al midollo, ma con muscoli blues e una punta di psichedelia calda. Una fotografia perfetta del Mark IV nel momento in cui si allinea: cinque teste diverse, un solo passo, e quella sensazione che il repertorio stia diventando “Factory” sul serio.
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La “Lazy Sunday” dei Factory (Mark IV), registrata nello stesso flusso di prove e catturata al volo in presa diretta con lo Zoom, è una di quelle cover che funzionano perché non provano a fare i “piccoli Small Faces”. La band prende quel gioiello pop-mod e lo porta nel proprio quartiere: più grasso, più ruvido, più da sala prove, ma con lo stesso sorriso sfrontato. Il bello sta nell’attitudine: Claudio Sanna tiene un groove elastico, leggero ma puntuto, con quell’aria “da strada” che fa dondolare il brano senza trasformarlo in caricatura. Chris Pain segue con un basso rotondo e presente, che non si limita a sostenere: fa muovere la pancia del pezzo, come se la canzone fosse una mini-jam mascherata da singolo. Davide Spanu lavora di chitarra con gusto mod: stacchi secchi, accenti intelligenti, qualche graffio elettrico che sposta l’asse verso un rock più sanguigno. E poi c’è l’Hammond e il piano Wurlitzer di Silvio Vinci che fa la magia: non copia il passato, lo evoca. Drawbar tirati al punto giusto, risposta rapida, piccole frasi che ammiccano tra un ritornello e l’altro, e nel finale -in piena jam session- come se l’organo fosse un personaggio in scena, con una risata sempre pronta, e lo stuzzicante ritornello per sympathy for the devil. Antonio Miscali alla voce dà il tono teatrale che “Lazy Sunday” richiede: ironia, storytelling, quel modo di “parlare-cantare” che deve sembrare naturale anche quando è recitato. In presa diretta si sente la stanza, si sente l’aria che vibra, e questo rende la performance più credibile: sembra davvero una band che sta provando, divertendosi e testando la chimica — non un gruppo che sta facendo il compitino. Il risultato è una “Lazy Sunday” viva, piena di colori, con il sapore di un pub inglese immaginario ricostruito a Sassari: mod fino al midollo, ma con muscoli blues e una punta di psichedelia calda. Una fotografia perfetta del Mark IV nel momento in cui si allinea: cinque teste diverse, un solo passo, e quella sensazione che il repertorio stia diventando “Factory” sul serio.
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