PODCAST · music
Silvio Vinci
by Silvio Vinci
tastierista 1988-92- HIGHWAY 691993-96- MEDICINE MEN1995-96- AMANITA 1999-2000- MONEDA2001-2002- KOSMEN2006-2012- RAILROAD BLUES BAND2012- COSMICK CHARLIEdal 2013- FACTORY
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First
First by Silvio Vinci
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Cortez The Killer - 6 jul 2026
**FACTORY – The MODern Blues Project – Mark V** **Cortez The Killer — Jam Sunset Session, 6 Jul. 2026** Una jam lenta, crepuscolare, sospesa tra blues elettrico, west coast psichedelica e spirito seventies. I FACTORY affrontano *Cortez The Killer* non come semplice cover, ma come spazio aperto: un paesaggio sonoro dove le chitarre respirano, l’Hammond avvolge, la sezione ritmica cammina con naturalezza e la voce si muove dentro un clima da tramonto rurale, caldo e malinconico. Questa *Jam Sunset Session* conserva volutamente il sapore dell’improvvisazione: niente fretta, nessuna ricerca dell’effetto immediato, ma un flusso organico che cresce lentamente, come una conversazione tra cinque musicisti immersi nello stesso mood. Il risultato è ruvido, elegante, analogico: una fotografia sonora di fine giornata, tra polvere, amplificatori valvolari, corde vibranti e luce dorata. Un omaggio al grande immaginario rock-blues degli anni ’70, filtrato attraverso l’identità dei FACTORY: istintiva, vintage, profondamente live. Line Up: Antonio Miscali, voce e chitarra, Silvio Vinci, Piano e Hammond, Davide Spanu, chitarra elettrica , Chris Pain , basso, Luca Manca, batteria .
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Feeling Alright -#2 mix- 24 Jun 2026
**FACTORY LIVE – *Feeling Alright*** **Jun 2026 – Jam Session** C’è qualcosa di profondamente autentico in una jam session quando nasce nel posto giusto, con le persone giuste, senza la rigidità del palco e senza il filtro della produzione. *Feeling Alright – Jun 2026 Jam Session* fotografa esattamente questo momento: i FACTORY in una nuova fase, più libera, più istintiva, più elettrica, riuniti in casa di Luca Manca, nuovo ingresso alla batteria, per una sessione che ha il sapore caldo delle prove vere, delle intuizioni nate sul momento e della musica suonata prima ancora che pensata. La nuova line-up segna un passaggio importante nella storia del progetto. Antonio Miscali , costante presenza alla voce conserva una matrice blues-rock intensa, vissuta, capace di stare dentro il brano senza forzarlo. Chris Pain al basso -sempre fedele al progetto-costruisce la spina dorsale del groove, solida ma mobile, sempre pronta a spingere la band verso territori più aperti. Davide Spanu - il figlio prodigo-alla chitarra lavora di fraseggio, colore e tensione, alternando taglio rock, sensibilità blues e slanci psichedelici. Silvio Vinci - la colonna portante-alle tastiere disegna l’ambiente sonoro: Hammond, piano , tappeti e richiami vintage diventano il collante timbrico che tiene insieme mod rock, southern feeling e suggestioni anni Sessanta/Settanta. Luca Manca, alla batteria, entra nel progetto con naturalezza, offrendo una pulsazione viva, generosa, fisica, perfetta per sostenere una jam nata in casa sua e cresciuta come una conversazione musicale aperta. *Feeling Alright* non è soltanto il titolo di un brano: diventa una dichiarazione di stato d’animo. I FACTORY sembrano ritrovare qui una dimensione essenziale, quasi domestica ma potentissima, dove il piacere di suonare viene prima della forma chiusa. La sessione respira, si allarga, lascia spazio agli strumenti e alle personalità. Non c’è la ricerca della perfezione sterile, ma quella più rara dell’equilibrio spontaneo: il momento in cui basso e batteria agganciano il passo, la chitarra apre la strada, la voce entra con misura e le tastiere colorano tutto con una patina calda, psichedelica, profondamente rock. Il risultato è un documento vivo della nuova incarnazione dei FACTORY: una band, la mark V, che non rinuncia alle proprie radici — il mod rock inglese, il blues elettrico, la west coast, la psichedelia, il soul rock da sala prove — ma che sembra volerle rimettere in movimento, senza nostalgia museale. Qui il passato non viene imitato: viene riacceso. Questa jam di giugno 2026 ha il pregio delle cose sincere. Suona come una stanza piena di strumenti, amplificatori, idee e memoria musicale. Suona come cinque musicisti che si ascoltano, si cercano, si provocano e, poco alla volta, trovano un linguaggio comune. È una fotografia imperfetta e preziosa di un momento di passaggio: l’inizio di una nuova stagione per i FACTORY. E, soprattutto, suona davvero *alright*.
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The Weight - 29 maj 2026
FACTORY – Mark V “The Weight” – session 29 May 2026 La band è sempre la stessa, fedele alla propria identità: radici blues, anima rock, gusto vintage e quella naturale inclinazione verso il suono caldo, vissuto, “suonato davvero”. Ma in questa nuova sessione qualcosa si muove con maggiore precisione. Il nuovo innesto, Luca Manca alla batteria, porta dentro il groove dei FACTORY un ordine nuovo: più controllo, più respiro, più dinamica. La sua presenza non snatura il carattere della band, anzi lo mette meglio a fuoco, dando alla struttura dei brani una solidità più professionale e una pulsazione più consapevole. In “The Weight”, classico senza tempo, i FACTORY Mark IV ritrovano la loro dimensione più naturale: quella di una band che non cerca l’effetto, ma il feeling. Il brano scorre con passo maturo, tra voce, chitarre, tastiere e sezione ritmica, mantenendo intatto lo spirito roots dell’originale ma filtrandolo attraverso il suono del gruppo. È una fotografia sonora di un momento preciso: una band che continua il proprio percorso, con la stessa anima, ma con un equilibrio nuovo. Più compatta, più centrata, più vera.
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Delta Lady - Factory mark V -29 maj 2026
**FACTORY – Mark IV** **Delta Lady** Con **Delta Lady**, i FACTORY Mark IV entrano in una dimensione più calda, colorata e istintiva, sospesa tra roots rock, soul bianco, blues e suggestioni West Coast anni ’60. La band conserva la propria identità: suono vivo, strumenti veri, gusto vintage e quel modo naturale di stare dentro il brano senza forzarlo. Ma qui il passo sembra più sciolto, più luminoso, quasi da sessione ritrovata in qualche studio analogico di fine decade. Il nuovo equilibrio ritmico dato da **Luca Manca alla batteria** continua a farsi sentire: il groove è più ordinato, le dinamiche respirano meglio e l’intera band appare più compatta, senza perdere spontaneità. Le tastiere colorano, le chitarre dialogano, basso e batteria tengono insieme il racconto con misura e presenza. **Delta Lady** diventa così non solo una rilettura, ma una piccola dichiarazione di stile: i FACTORY non inseguono il passato, lo abitano. Con rispetto, feeling e una nuova maturità sonora.
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Wang Dang Doodle (focus version) - 6 maj 26
Jam session notturna, alla ricerca della tonalità perfetta per la voce di Gianfranco Miscali. Si improvvisa senza rete sulle note di Wang Dang Doodle, immortale classico di Howlin’ Wolf, tra piano elettrico, chitarre ruvide e atmosfere acid blues anni ’60. Una versione istintiva, sporca e dilatata, nata nel cuore della notte. Silvio Vinci – piano Pierpaolo Mossa – guitar Emmanuel Ruiu – bass Gianfranco Miscali – voice & drums
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Long Time Gone -jam session- 6 mag 2026
“Long Time Gone” (cover dei CSN&Y), diventa qui una lunga deriva southern blues, registrata dal vivo durante la jam session del 6 maggio 2026. Una versione estesa, libera e notturna, costruita più sull’atmosfera che sulla forma, dove il tempo sembra rallentare tra Hammond saturi, chitarre calde e groove profondi. L’approccio richiama le grandi jam della The Allman Brothers Band , Grateful Dead e CSN&Y, dei primi anni ’70: improvvisazione aperta, suono analogico e vibrazioni psichedeliche immerse nel blues. SILVIO VINCI all’Hammond disegna tappeti acidi e cinematici, mentre la chitarra di PIERPAOLO MOSSA alterna fraseggi lirici e aperture più ruvide. EMMANUEL RUIU tiene il centro del suono con un basso caldo e pulsante, mentre GIANFRANCO MISCALI guida il brano con una batteria essenziale, sporca e profondamente live, accompagnata da una voce vissuta e autentica. “Long Time Gone (Extended Version)” non cerca la perfezione: cerca il viaggio. Ed è proprio lì, tra le sbavature, il riverbero e l’improvvisazione, che trova la sua verità.
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You don't Love Me (extended version) - 6 maj-2026
“You Don’t Love Me” è uno dei grandi classici del blues elettrico, ma in questa jam session del 6 maggio 2026 prende una strada diversa: più lunga, più sporca, più visionaria. L’ispirazione dichiarata è quella della The Allman Brothers Band dei primi anni ’70: improvvisazione libera, groove ipnotico e un dialogo continuo tra Hammond e chitarra. La versione firmata da SILVIO VINCI – PIERPAOLO MOSSA – EMMANUEL RUIU – GIANFRANCO MISCALI trasforma il brano in una cavalcata southern blues acida e dilatata, registrata quasi come una fotografia istantanea della sala prove: viva, imperfetta, autentica. L’Hammond di Silvio Vinci costruisce tappeti caldi e psichedelici, la chitarra di Pierpaolo Mossa scivola tra fraseggi blues e aperture jam-band, mentre la sezione ritmica di Emmanuel Ruiu e Gianfranco Miscali sostiene il tutto con un suono ruvido, notturno e profondamente seventies. Più che una cover, è una deriva blues elettrica dal sapore vintage, tra whisky, valvole incandescenti e improvvisazione libera.
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Hoochie Koochie Man - jam session april 2026
sammy tribute jam session
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The Thrill Is Gone - JAM session April 2026
sammy tribute
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Dust On the Keys
Groove on the keys
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Almost Cut My Hair - 02 apr 2026
La versione di **“Almost Cut My Hair”** registrata in sala prove dai **Factory Mark V** ha il sapore autentico delle cose vere: niente filtri, niente costruzioni artificiali, solo musica suonata e vissuta nel momento. Fin dalle prime battute si percepisce un equilibrio interessante tra rispetto dell’originale e personalità della band. La chitarra di **Davide Spanu** costruisce un tessuto sonoro solido, mai invadente, lasciando spazio agli altri strumenti ma mantenendo sempre una tensione blues-rock credibile. Sul lato opposto, la chitarra acustica e la voce di **Antonio Miscali** sono il cuore emotivo del brano: la sua interpretazione è intensa, ruvida al punto giusto, capace di restituire quel senso di libertà e ribellione tipico del pezzo di Crosby, Stills, Nash & Young. Il basso di **Chris Pain** tiene tutto insieme con grande sicurezza, lavorando più sulla profondità che sulla virtuosità, mentre **Silvio Vinci** arricchisce il brano con Hammond e piano, aggiungendo un colore caldo e vintage che eleva l’arrangiamento senza appesantirlo. La vera sorpresa, però, è **Marco Zannin** alla batteria: alla sua prima prova con la band dimostra subito un’ottima sensibilità, sostenendo il groove con precisione ma anche con una certa elasticità, fondamentale per un brano così “respirato”. Quello che colpisce davvero è l’intesa complessiva: pur essendo una registrazione di sala prove, si sente già una direzione chiara. Non è una semplice cover, ma una reinterpretazione sincera, ancora in fase di crescita ma già piena di identità. Se questo è l’inizio dei Factory Mark V, c’è da aspettarsi sviluppi molto interessanti.
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Stormy Monday - jam session 01 apr 2026
tributo a Samuele Marchisio , con Silvio Vinci (Hammond, piano), Aldo Gallizzi (Guitar), Pierpaolo Mossa (guitar), Emmanuel Ruiu (Bass), Gianfranco Miscali (Drums, lead Vocal )
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Hold On I'm Coming - 13 mar 2026
Tributo a Samuele
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Messing with the kid -Jam Session 1 apr 2026
tributo a Samuele
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The Dark end Of The street - Jam session - 1 apr 2026
tributo a Samuele
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Wang dang doodle - jam session 01-04-2026
Tributo a Samuele M.
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Whipping Post - 17 feb 2026
Whipping Post – Live Studio Session (17 Feb 2026) Registrata nella sala prove nella notte del 17 febbraio 2026, questa versione di Whipping Post cattura la Factory – The Modern Blues Project (Mark IV) nel suo habitat più naturale: quello della jam notturna, libera e viscerale, dove il blues incontra l’improvvisazione e il rock psichedelico prende lentamente forma. La band affronta il classico con rispetto ma senza timori reverenziali: l’introduzione cresce in modo quasi rituale, con la chitarra di Davide Spanu e l’Hammond di Silvio Vinci che costruiscono un tappeto scuro e pulsante, mentre il basso di Chris Pain disegna linee blues cariche di tensione. Il groove della sezione ritmica di Claudio Sanna resta solido e profondo, lasciando spazio a un dialogo continuo tra strumenti, e la voce bluesy di Antonio Miscali, come accade nelle migliori tradizioni del southern blues-rock. L’atmosfera è quella tipica delle room sessions della Factory: amplificatori caldi, luci basse, qualche birra sul tavolo e la libertà di lasciare che il brano respiri e si dilati. Nel finale, la struttura si apre in una coda più psichedelica, dove Hammond e chitarra si intrecciano in una spirale sonora che rende omaggio allo spirito delle grandi jam degli anni ’70. Una registrazione spontanea, imperfetta e viva — esattamente come dovrebbe essere il blues quando nasce nel cuore della notte.
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Stormy Monday
Stormy Monday – Room Session (Feb 2026) Factory – The MODern Blues Project (Mark IV) Questa versione di Stormy Monday nasce durante una sessione serale in sala prove, nel febbraio 2026. Nessun trucco di studio, nessuna sovrapproduzione: solo una band che suona insieme nella stessa stanza, lasciando che il blues prenda forma naturalmente, tra groove rilassato, fraseggi spontanei e l’atmosfera calda di una jam notturna. La Factory Mark IV affronta questo grande classico con rispetto per la tradizione ma con il proprio respiro sonoro: il tempo si distende con eleganza, l’Hammond e il piano disegnano un tappeto soul profondo, mentre la chitarra costruisce linee blues dal sapore vintage, sostenute da una sezione ritmica solida e fluida. Una registrazione volutamente ruvida e autentica, che cattura il momento esatto in cui il blues accade. Factory – Mark IV Antonio Miscali — voce, armonica Davide Spanu — chitarra elettrica Silvio Vinci — organo Hammond, piano Chris Pain — basso Claudio Sanna — batteria
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The Night They drove Old Dixie Down - 17 feb 2026
Recensione – “The Night They Drove Old Dixie Down” Room Session – 17 febbraio 2026 FACTORY Ci sono brani che non si suonano: si attraversano. La versione registrata il 17 febbraio 2026 in sala prove dai Factory appartiene a questa categoria. L’atmosfera è quella giusta fin dal primo accordo: birre aperte sul tavolo, amplificatori caldi, luci soffuse e quella rilassata “mood situation” che non si può costruire, ma solo vivere. Nessuna pressione da palco, nessuna sovraincisione chirurgica: solo musicisti che respirano insieme. Antonio Miscali guida il viaggio con chitarra acustica e voce solista. Il suo timbro è ruvido ma narrativo, più racconto che interpretazione, più memoria che performance. Tiene il brano ancorato alla tradizione, ma senza nostalgia artificiale. Chris Pain, al basso, lavora di sottrazione: linee morbide, rotonde, mai invadenti. I cori sono misurati, quasi confidenziali, e danno profondità senza appesantire. Alle tastiere, Silvio Vinci costruisce l’anima armonica del pezzo: il piano elettrico sostiene con eleganza, mentre l’Hammond entra nei momenti chiave con drawbar pieni ma controllati, creando quel tappeto caldo che dilata lo spazio emotivo. Non è un organo da protagonismo, ma da atmosfera — ed è proprio questo il punto. La chitarra elettrica di Davide Spanu sceglie la via del fraseggio lirico, con interventi calibrati, mai gridati. Pochi bending, sustain lungo, senso melodico marcato. Claudio Sanna, alla batteria, accompagna con dinamica intelligente: spazzolate leggere nei passaggi più intimi, rullante più deciso nei climax, sempre al servizio della narrazione. Il risultato non è una cover da repertorio, ma una fotografia sonora. Si sente la stanza, si sente il legno, si sente la birra che scioglie le tensioni e lascia spazio alla spontaneità. Non c’è ricerca di perfezione, ma verità. Una room session che conferma la cifra dei Factory: rispetto per la tradizione americana, ma filtrato attraverso maturità, ascolto reciproco e un senso di collettivo ormai consolidato. È il tipo di registrazione che non nasce per stupire, ma per restare.
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Sunny Afternoon - 17 feb 2026 ( Phone alt.Version)
“Sunny Afternoon – Live Rehearsal Room (17 feb 2026)” nella versione Factory Mark IV è una piccola lezione di stile: prendi un classico dal DNA mod, lo fai sedere nel tuo salotto blues-psichedelico e gli cambi l’espressione senza mai tradirne il sorriso sornione. L’attacco è subito “inglese” nell’attitudine—quella nonchalance un po’ arrogante e un po’ ironica—ma la band lo spinge con un groove più denso e caldo, da sala prove vera, dove ogni strumento ha spazio e aria. Antonio Miscali tiene la linea vocale con un taglio narrativo: non la canta “carina”, la racconta. La chitarra acustica è la cornice: strumming asciutto, preciso, che dà al brano quel passo da marciapiede londinese anche quando la dinamica si fa più muscolare. Poi l'effetto Phone da alla voce il sapore retrò, vintage, che richiama le brume dei Kinks. Davide Spanu si muove da elegante sabotatore: entra con stacchi e ricami che sembrano piccoli lampi di colore su un completo impeccabile. Il suo lavoro è tutto di timing—mai invadente, sempre decisivo—e quando è il momento di aprire il brano, lo fa con frasi che scivolano, allungano, chiamano la band “più in là”, verso la zona psichedelica senza cambiare faccia al pezzo. La sezione ritmica è il vero motore della versione Mark IV. Chris Pain al basso non si limita a sostenere: costruisce una seconda melodia sotto la canzone, elastica e rotonda, che rende “Sunny Afternoon” più southern nel corpo pur restando mod nella postura. Claudio Sanna alla batteria gioca di finezza: rullate leggere, piatti controllati, accenti che sembrano ammicchi tra compagni di band. Il risultato è un andamento rilassato ma pieno di tensione interna—quel tipo di tensione che ti fa muovere la testa anche quando tutto sembra “easy”. E poi c’è la firma sonora: Silvio Vinci tra piano e Hammond. Qui l’organo non è decorazione: è una seconda luce, una colonna di calore che avvolge la stanza. Il piano dà il carattere “da sala prove” (vicino, vero, immediato), mentre l’Hammond aggiunge quella patina psichedelica che, a poco a poco, dilata i contorni del brano e lo porta fuori dalla forma-canzone, senza spezzarla. La cosa più bella è proprio questa: i Factory Mark IV non trasformano “Sunny Afternoon” in una cover “diversa a tutti i costi”. La fanno diventare loro con dettagli di chimica: sguardi musicali, micro-dinamiche, un crescendo controllato e un finale che lascia intravedere la vostra inclinazione a stirare il tempo—quel modo tipico di far vibrare gli ultimi minuti come se la sala prove fosse un club del ’67, con la band che sorride e spinge un filo più in là, finché il pezzo non si spegne… si dissolve. Una registrazione che suona viva: imperfetta quanto basta per essere credibile, elegante quanto serve per essere memorabile.
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Lazy Sunday -17 feb 2026
“Lazy Sunday (Dark Room Session – 17 febbraio 2026)” è il classico momento in cui i Factory (Mark IV ) prendono un’idea semplice—un pomeriggio leggero, quasi svagato—e la trasformano in un viaggio a lenta combustione, registrato in sala prove con quell’urgenza vera da presa diretta: niente trucco, solo chimica. Si sente subito che la band sta respirando insieme. Antonio Miscali canta con un taglio narrativo: la voce non “spinge”, seduce; sta dentro al groove, lo guida con piccoli accenti, come se raccontasse una storia a un tavolo di amici. Davide Spanu lavora da cesellatore: entra quando serve, colora gli spazi, poi apre progressivamente l’orizzonte con frasi che diventano sempre più liquide. Il suo suono non è mai “solo assolo”: è regia, è design del climax. È lui che, a un certo punto, comincia a spingere la porta verso il finale dilatato, senza forzare—un invito, non un ordine. La sezione ritmica è l’ancora e il motore. Chris Pain al basso fa la cosa più difficile: essere melodico senza rubare la scena. Le sue linee sono un tappeto elastico, rotondo, con quel tipo di pulsazione che dà l’idea di una band che potrebbe andare avanti per dieci minuti senza perdere un grammo di intensità. Claudio Sanna alla batteria non “accompagna”: disegna. Tiene il tempo con una mano e con l’altra scolpisce dinamiche, micro-aperture sui piatti, piccoli colpi che sembrano segnali tra musicisti—e infatti si avverte che stanno comunicando. Silvio Vinci, tra piano elettrico e Hammond: diventa la colla psichedelica del brano. Nei primi minuti aggiunge col riff istituzionale, luce e movimento, quasi “vapore” armonico; quando la jam si apre, l’Hammond diventa il perno emotivo, un coro che non ha parole. È quel timbro—caldo, vibrante, un po’ vintage e un po’ cattivo—che firma la trasformazione: da canzone a trance. E il finale è proprio la riconoscibile cifra stilistica dei FACTORY : dilatato, ipnotico, psichedelic rock. Non è un semplice “allunghiamo”: è una progressione naturale, come se la sala prove diventasse un piccolo pianeta a parte. I temi si sfilacciano, i ruoli si scambiano, la tensione resta sospesa eppure controllata. È lì che i Factory Mark IV suonano come una band che non sta provando un pezzo, ma sta cercando una visione—e, cosa rara, la trova. Registrazione “sporco-bella” da sala prove, sì: ma proprio per questo autentica. “Lazy Sunday” suona come una domenica che comincia con un sorriso e finisce con gli occhi spalancati.
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Cortez The Killer - 19 feb 2026
C’è un tipo di brano che non “si suona”: si attraversa. “Cortez The Killer”, nella versione Factory – Mark IV registrata in sala prove il 17 febbraio 2026, è esattamente questo: un viaggio lento, magnetico, quasi ipnotico, in cui la band smette di “fare” e comincia a respirare insieme. L’attacco è una promessa mantenuta fino all’ultima nota: il groove si posa con calma, senza fretta, e costruisce quella tensione morbida tipica del pezzo, come una marea che sale. Antonio Miscali guida la narrazione con una voce che non spinge mai, ma “dice” tutto: più racconto che performance, più confessione che posa. La sua chitarra acustica diventa il metronomo emotivo del brano: strumming essenziale, caldo, sempre al servizio del testo. Sul fronte elettrico, Davide Spanu è il pittore: non cerca l’assolo “a effetto”, ma linee lunghe, cantabili, che si appoggiano al tema e lo allargano. Quando entra davvero, lo fa con una misura rara: note che restano e non scappano via, sustain che sembra parlare, vibrato che sa di polvere e vento. È uno di quei lead che non interrompono l’atmosfera: la completano. La sezione ritmica è la colla che tiene tutto in piedi senza mai irrigidire. Chris Pain al basso lavora di presenza: poche note, scelte bene, profonde, con quella qualità “terrestre” che rende credibile ogni crescendo. Claudio Sanna alla batteria non “riempie”: scolpisce. Piatti dosati, dinamica controllata, colpi che arrivano quando servono e lasciano spazio quando il brano chiede vuoto. Il risultato è una pulsazione costante, quasi trance, che fa muovere la canzone senza tradirne la lentezza. E poi c’è il collante armonico, quella nebbia luminosa che avvolge tutto: Silvio Vinci tra piano elettrico e Hammond costruisce un paesaggio. Il piano elettrico aggiunge grana e malinconia, come una luce soffusa in controluce; l’Hammond entra a ondate, respirando con la band, allargando i bordi del suono e dando al pezzo quel senso “cinematografico” da strada infinita. Non è un tappeto: è un orizzonte. La cosa più bella, in questa registrazione “di sala”, è che si sente la verità: niente è troppo perfetto, e proprio per questo è giusto. I Factory Mark IV riescono a prendere un classico intoccabile e trattarlo con rispetto, ma senza timore: lo rendono loro, con un’interpretazione che punta all’essenza—tempo, spazio, intenzione. “Cortez The Killer” (Factory Mark IV – Rehearsal Room, 17 Feb 2026) non è una cover: è un rito. E quando finisce, ti lascia addosso quella sensazione rara: come se per qualche minuto la stanza si fosse allargata, e dentro ci fosse entrato il deserto intero.
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The Drive
cavalcata acid rock con hammond e arp sugli scudi ....
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The Night They Drove Old Dixie down -Live @Harlem Sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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Hope You're Feeling Better - LIVE@HARLEM SASSARI 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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With a Little Help from My friends - LIVE@HARLEM SASSARI 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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The Weight -Live @Harlem Sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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The Seeker -LIVE @harlem sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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She came in throu the bathroom window- Live @Harlem Sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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Love The One You're With -LIVE @HARLEM SASSARI 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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Delta Lady -Live @Harlem Sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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Almost Cut My hair- Live @Harlem Sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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Feeling Alright -Live @Harlem Sassari 30 jan 2026
Il 30 gennaio 2026 all’Harlem di Sassari i Factory hanno messo in scena una di quelle serate che sembrano “normali” solo a chi non era lì: pub pieno, sguardi addosso, birre in mano e quell’aria da club sotterraneo in cui ogni nota rimbalza sulle pareti e torna indietro più vera. La scaletta (le prime 10 in lista) è stata un viaggio coerente e in crescendo: l’attacco con “The Seeker” ha acceso subito la miccia, diretto, ruvido, senza preamboli. Subito dopo “She Came In Thru The Bathroom Window” ha spostato l’umore su un groove più elastico e cantabile, facendo capire che la band aveva voglia di giocare con dinamiche e incastri, non solo di “spingere”. Il cuore della prima metà è stato il triangolo “Delta Lady” → “The Weight” → “Love The One You’re With”: tre mondi diversi, ma tenuti insieme da un suono caldo e live, con la sala che rispondeva come un corpo unico. “The Weight” ha fatto la magia: cori, sguardi tra i musicisti, quel sapore da racconto collettivo che nei pub funziona più di qualsiasi virtuosismo. E “Love The One You’re With” ha portato la serata su un piano quasi celebrativo, con un’energia che non scade mai nel caos. Quando è arrivata “Almost Cut My Hair” il concerto ha cambiato marcia: più elettrico, più psichedelico, più “Factory”. Qui si è sentita la personalità della band: non una cover band, ma un gruppo che usa i classici come materiale vivo, da modellare e incendiare. Da lì in poi la scaletta è diventata un treno: “Hope You’re Feeling Better” ha aggiunto quel sapore latino-rock e la spinta da jam controllata, mentre “Feeling Alright” ha riaperto il sorriso del pub, con la gente che si muoveva e parlava ma senza mai smettere di seguire. Il finale con “With A Little Help From My Friends” e “The Night They Drove Old Dixie Down” è stato la chiusura perfetta: prima la fratellanza, il coro, la mano tesa al pubblico; poi l’epica narrativa, più scura e intensa, che lascia addosso qualcosa anche quando le luci si riaccendono. Dieci brani soltanto, ma abbastanza per segnare una linea: i Factory dal vivo non “eseguono”, raccontano. Una serata breve nella quantità, piena nella sostanza: sound da club vero, pubblico caldo, band compatta e con la faccia giusta. E quella sensazione, quando scendi dal palco (o ti alzi dal tavolo), di aver partecipato a qualcosa di semplice e speciale allo stesso tempo.
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Feeling Alright - 26 jan 2026
**Feeling Alright** nella versione dei **Factory – Mark IV** è uno di quei take che sembrano nati per restare su nastro. Registrata il **26 gennaio 2026** in sala prove, la traccia vibra di un’energia cruda e sincera, senza sovrastrutture: solo groove, affiatamento e istinto. La band suona compatta ma rilassata, con un tiro caldo che richiama il soul-rock classico, mentre ogni strumento trova spazio senza mai strafare. Si sente l’atmosfera della sala prove: imperfetta, viva, vera. È una *Feeling Alright* che non cerca di stupire, ma di convincere — e ci riesce, lasciando addosso quella sensazione rara di aver assistito a un momento autentico, catturato esattamente al punto giusto. 🎸🔥
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Love The One You're With - 20 jan 2026
“Love the One You’re With” nella versione dei Factory (Mark IV) è la fotografia perfetta della band che sta imparando a respirare insieme: una cover nata per stare all’aperto, con la polvere dei festival addosso, ma registrata in sala prove “al volo”, in presa diretta, con quella verità un po’ grezza che rende tutto più Woodstock che studio. Il brano parte con un’energia solare: Claudio Sanna imposta un drumming dritto, trascinante, mai pesante, e Chris Pain si incastra con un basso caldo e mobile che fa da elastico tra strofe e ritornelli. È una base che non schiaccia: invita, spinge, crea spazio. Sopra, Davide Spanu lavora in pieno mood West Coast: chitarra con attacco brillante, fraseggio aperto, qualche stoccata più “rock” che evita l’effetto cartolina. Non cerca la copia carbone: mette il suo carattere, e soprattutto ascolta — si sente che sta cercando l’incastro con l’organo più che il protagonismo. E qui entra il marchio di fabbrica: l’Hammond di Silvio Vinci è la colonna d’aria del pezzo. Non è solo un riempitivo, è il vento che passa tra gli accordi: sustain, risposta, piccoli richiami psichedelici che fanno ondeggiare tutto e danno quella patina 60s senza bisogno di effetti speciali. Quando l’arrangiamento si apre, l’organo diventa quasi un coro, una seconda voce che “abbraccia” la band. Antonio Miscali, voce e acustica, gioca la carta più delicata: tenere l’anima comunitaria del brano. La sua interpretazione è calda, diretta, con un sorriso dentro le frasi: non posa da star, ma da frontman che vuole far cantare la stanza. L’acustica tiene il pezzo in carreggiata e dà quel sapore da falò elettrico, tra rock e gospel laico. La registrazione in presa diretta fa il resto: si sentono aria, dinamiche, micro-sbilanciamenti che diventano vita. Ed è proprio lì che la cover vince: “Love the One You’re With” non è un esercizio di stile, è un invito. I Factory la trasformano in un piccolo rito collettivo: semplice, luminoso, trascinante — e soprattutto già loro.
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Lazy Sunday -rehearsal room sessions 13 gen 2026
La “Lazy Sunday” dei Factory (Mark IV), registrata nello stesso flusso di prove e catturata al volo in presa diretta con lo Zoom, è una di quelle cover che funzionano perché non provano a fare i “piccoli Small Faces”. La band prende quel gioiello pop-mod e lo porta nel proprio quartiere: più grasso, più ruvido, più da sala prove, ma con lo stesso sorriso sfrontato. Il bello sta nell’attitudine: Claudio Sanna tiene un groove elastico, leggero ma puntuto, con quell’aria “da strada” che fa dondolare il brano senza trasformarlo in caricatura. Chris Pain segue con un basso rotondo e presente, che non si limita a sostenere: fa muovere la pancia del pezzo, come se la canzone fosse una mini-jam mascherata da singolo. Davide Spanu lavora di chitarra con gusto mod: stacchi secchi, accenti intelligenti, qualche graffio elettrico che sposta l’asse verso un rock più sanguigno. E poi c’è l’Hammond e il piano Wurlitzer di Silvio Vinci che fa la magia: non copia il passato, lo evoca. Drawbar tirati al punto giusto, risposta rapida, piccole frasi che ammiccano tra un ritornello e l’altro, e nel finale -in piena jam session- come se l’organo fosse un personaggio in scena, con una risata sempre pronta, e lo stuzzicante ritornello per sympathy for the devil. Antonio Miscali alla voce dà il tono teatrale che “Lazy Sunday” richiede: ironia, storytelling, quel modo di “parlare-cantare” che deve sembrare naturale anche quando è recitato. In presa diretta si sente la stanza, si sente l’aria che vibra, e questo rende la performance più credibile: sembra davvero una band che sta provando, divertendosi e testando la chimica — non un gruppo che sta facendo il compitino. Il risultato è una “Lazy Sunday” viva, piena di colori, con il sapore di un pub inglese immaginario ricostruito a Sassari: mod fino al midollo, ma con muscoli blues e una punta di psichedelia calda. Una fotografia perfetta del Mark IV nel momento in cui si allinea: cinque teste diverse, un solo passo, e quella sensazione che il repertorio stia diventando “Factory” sul serio.
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Almost Cut My Hair - 13 gen 2026
Nella sala prove del 13 gennaio 2026, i Factory – The MODern Blues Project (Mark IV) prendono Almost Cut My Hair e la trasformano in un racconto “di stanza”: diretto, ruvido, vivo. Qui non c’è l’ossessione di rifare un classico al millimetro: c’è la voglia di farlo suonare Factory, con quel mix di blues muscolare e psichedelia calda che si appiccica alle pareti. L’avvio è già una dichiarazione d’intenti: Davide entra subito con l’inciso di chitarra elettrica, un gancio preciso che orienta l’intero pezzo. È un attacco che non aspetta, non chiede permesso: punta dritto alla tensione del brano e la mette in moto. Silvio appoggia sotto, gli accordi di piano, essenziali e ben piazzati, come travi portanti: non riempiono, non decorano, ma danno al riff la dimensione “larga”, quasi cinematografica, su cui la band può costruire. Poi, quando arrivano la voce e la chitarra acustica di Antonio, cambia la temperatura emotiva: la stanza si fa più intima, più narrativa. Davide rimodella la sua line di chitarra su improvvisazione e accordi sospesi, fino all'accelerazione fisiologica che il brano richiede . Ed è proprio lì che Silvio fa la mossa decisiva: introduce un tappeto di Hammond, morbido e avvolgente, che lega tutto insieme. L’organo non “ruba la scena”: respira sotto la voce, sostiene le frasi, crea quella foschia vintage che trasforma un giro di accordi in un paesaggio. Chris al basso tiene la traiettoria con un passo sicuro, elastico, sempre in avanti: è il filo che impedisce al brano di sfilacciarsi quando le dinamiche si aprono. Claudio alla batteria governa la spinta con intelligenza: colpi presenti, groove concreto, e quel senso di “band in movimento” che rende la take credibile, non patinata. Il risultato è una versione che parte in modalità inciso/risposta, si espande con l’entrata della voce e si illumina grazie a quel tappeto d’organo che mette tutto in profondità. Una prova di assestamento, sì, ma con una cosa chiarissima: la Mark IV ha già un suono riconoscibile—e in questo brano lo fa sentire dal primo minuto.
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Melissa
“Melissa (Rehearsal Room Sessions – 13 Jan 2026)” è uno di quei brani che sembrano nati già con la polvere addosso: un southern rock psichedelico suonato in presa quasi emotiva, con i Factory (Mark IV) che trasformano la sala prove in un piccolo palco senza pubblico, ma pieno di fumo immaginario e luce calda. L’attacco è tutto atmosfera: una chitarra che disegna il tema con calma, come se stesse “aprendo” la stanza, mentre la sezione ritmica entra senza fretta ma con decisione, con quel tiro tipico da strada lunga e amplificatori a valvole. Non è una corsa: è un’andatura. Il basso tiene la linea come un binario, la batteria lavora di groove e accenti, lasciando spazio al respiro del pezzo. Il cuore della versione sta nell’incastro tra le chitarre e le tastiere: l’organo (o il timbro Hammond) non fa da semplice tappeto, ma aggiunge spessore “liquido”, spingendo il brano verso una psichedelia anni ’70 fatta di sustain, armonici e spirali lente. Il Mark IV suona compatto: si percepisce l’assestamento del repertorio, quella fase in cui non si cerca ancora la perfezione, ma la personalità. E qui la personalità arriva forte: più ruvida che lucida, più vera che “prodotta”. Quando il brano si distende nella parte centrale, i Factory evitano il virtuosismo fine a sé stesso: preferiscono costruire una progressione, far crescere il clima, spingere l’intensità con piccole variazioni—un colpo di rullante più aperto, un’ombra di distorsione in più, un accordo d’organo che resta sospeso mezzo secondo più del previsto. È quella “chimica da sala” che spesso in studio si perde. Il finale chiude come un tramonto che non ha fretta di spegnersi: la band resta incollata al groove, allunga la coda con gusto e lascia l’ultima parola alla vibrazione complessiva, più che a un singolo strumento. “Melissa” è un brano che non punta a sembrare grande: lo diventa perché suona vissuto. Un piccolo manifesto del Mark IV: caldo, sporco il giusto, psichedelico senza manierismi, southern fino al midollo.
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Song Of A Baker - Live Sessions 9 gen 2026
“Song Of a Baker” – Factory – the MODern Blues Project (Mark IV) | Rehearsal Session “Song Of a Baker” è una di quelle tracce che, in sala prove, si impastano davvero: non per caso, ma perché hanno bisogno di calore, sudore e ripetizione per prendere forma. La Mark IV dei Factory la affronta con lo spirito giusto: groove compatto, dinamiche curate e quella libertà psichedelica che arriva solo quando la band smette di “suonare un brano” e inizia a farlo vivere. La base è un blues moderno, ma con le cuciture ben visibili: batteria e basso tengono la struttura come un telaio, lasciando però spazio ai respiri. Sopra, Davide spinge con la chitarra elettrica in modo deciso, non tanto con l’assolo “da vetrina”, quanto con una spinta continua: riff che si aprono, frasi tese, feedback controllato, e un’attitudine che porta il pezzo fuori dal recinto del blues classico. È una chitarra che non accompagna: guida. Silvio risponde con l’Hammond come farebbe un vecchio amplificatore valvolare: scalda, satura, riempie gli spazi e li rende tridimensionali. Non è solo tappeto armonico: è un secondo motore che alterna colpi di drawbar, stabs e passaggi più liquidi, creando quell’effetto “carosello psichedelico” che fa sembrare la sala prove più grande di com’è. Quando i due si incastrano—chitarra che morde, organo che avvolge—il brano prende una direzione chiara: vigoroso, ruvido, ma sorprendentemente elegante. Il finale è la scelta che chiude il cerchio: l’Hammond lascia gradualmente il centro al piano, e lì “Song Of a Baker” cambia luce. Il pianoforte non arriva per addolcire, ma per mettere un punto fermo, quasi cinematografico: poche note, peso giusto, e quella sensazione di sipario che si abbassa dopo una cavalcata elettrica. È un modo intelligente di chiudere una sessione di prove: non con l’ultimo colpo forte, ma con una firma. In sintesi, questa versione è un tassello perfetto per la Mark IV: si sente l’assestamento del repertorio, ma anche una direzione già adulta. Chitarra in spinta, Hammond in fiamme, e un piano finale che mette ordine nel caos: i Factory stanno trovando un suono che è insieme blues, mod e psichedelia—senza travestimenti, solo sostanza.
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Delta Lady #2- Rehearsal session Jan 2026
“Delta Lady” – Factory (Mark IV) | Rehearsal Session, Jan 2026 “Delta Lady” è uno di quei brani che, in sala prove, rivelano subito se una band sta semplicemente suonando… o sta diventando una cosa sola. Nella sessione di gennaio 2026 i Factory (Mark IV) non cercano l’imitazione del classico: lo prendono come pretesto per misurare la nuova chimica, assestare il repertorio e capire fin dove può spingersi il loro blues-rock psichedelico quando la macchina groove gira rotonda. L’attacco è tutto nel respiro collettivo: batteria e basso scelgono un passo “da strada”, elastico, mai rigido, mentre la chitarra elettrica di Davide disegna bordi taglienti e la voce di Antonio si muove con intenzione, più interpretazione che esibizione. È qui che il brano cambia pelle: l’acustica sostiene, ma non addolcisce; l’elettrica punge, ma non sovrasta. In mezzo, le tastiere di Silvio fanno da collante: Hammond e piano che scaldano la base e aprono piccole finestre psichedeliche, come se il pezzo ogni tanto si voltasse indietro verso i ’70 per poi tornare dritto alla sala prove. Si sente che è un momento di “messa a fuoco” del repertorio: arrangiamento ancora vivo, qualche curva lasciata volutamente larga, ma direzione chiarissima. I Factory -Mark IV- stanno costruendo un suono più vigoroso e più ampio, dove il groove resta sovrano e la psichedelia entra come spezia, non come costume. Il bello di questa “Delta Lady” è proprio l’energia non rifinita: la band sta assestando, provando pesi e dinamiche, e nel farlo trova un’identità. Non è una fotografia perfetta: è una Polaroid calda, sporca, vera. E promette bene.
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"Cortez The Killer" - Rehearsal Room Session 9 Gen 2026
La prima cosa che colpisce nella versione dei Factory Mark IV di Cortez The Killer è l’intenzione: non c’è la tentazione di “rifarla uguale”, né di inseguire l’aura intoccabile di Neil Young. Qui il brano viene preso come trama narrativa e trasformato in un viaggio più fisico, più elettrico, più lisergico, con quella ruvida verità da sala prove che, invece di sporcare, dà forza. L’avvio ha un passo solenne: Claudio Sanna imposta una batteria presente, rotonda, con un groove che spinge senza schiacciare; Chris Pain si incolla sotto con un basso caldo e ipnotico, quasi “motorik” ma con sangue blues nelle vene. Sopra, la chitarra acustica e la voce di Antonio Miscali tengono il filo emotivo: canta con un taglio diretto, più “di pancia” che contemplativo, come se il testo fosse un frammento di memoria da urlare piano. Poi arrivano i Factory: Davide Spanu apre la prospettiva con una elettrica che non cerca il timbro di riferimento, ma un taglio psichedelico fatto di sustain, richiami e fendenti. E soprattutto c’è il lavoro di Silvio Vinci, che scolpisce l’arrangiamento con Hammond, piano e synth: l’organo non è tappeto, è vento, una corrente che entra nelle pause, alza la marea, crea quei piccoli vortici armonici che rendono la cover “vigorosa” davvero. Quando il brano prende quota, senti la band che smette di accompagnare e comincia a trance-ggiare: ripetizione, dinamica, crescendo, e quella sensazione che l’orizzonte si allontani di qualche metro a ogni battuta. Il bello è proprio qui: Cortez resta riconoscibile nella sua epicità, ma i Factory la portano nel loro terreno, più muscolare e visionario, come se la ballata diventasse una jam controllata, con il rock che si fa rito. Il risultato è una cover che non vive di nostalgia: vive di presenza, di suono reale, di una Mark IV che sembra già avere una firma precisa. Una Cortez che non guarda indietro: cammina verso il buio, ma con le luci accese.
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Stand Back- Jam Session 12-25
Factory Mark IV take on “Stand Back” with a raw, groove-driven approach. Chris’ bass lays down a deep Southern pulse, Claudio’s drums add creative dynamics, while Rhodes piano and electric guitar trade phrases throughout the track. Antonio delivers a powerful, soulful vocal, and the Hammond organ explodes only in the final solo, sealing the jam with acid-blues fire. No polish. Just feel. 🎶🔥 Factory – “Stand Back” (The Allman Brothers Band) – Mark IV Sala prove, prima take – 30 dicembre 2025 Questa prima take di “Stand Back”, registrata in sala prove dai Factory Mark IV il 30 dicembre 2025, è una fotografia fedele di una band che suona *insieme*, ascoltandosi. L’approccio al classico degli The Allman Brothers Band non è mai museale: è istintivo, fisico, profondamente blues. Il groove del basso di Chris è uno dei veri motori del brano. Non si limita a sostenere l’armonia, ma disegna una linea elastica, rotonda, che spinge in avanti il pezzo con naturalezza, incastrandosi perfettamente con la cassa e lasciando spazio alle dinamiche. È un basso che *cammina*, che respira, e che tiene tutto in equilibrio mentre il brano si dilata. Su questa base si muove il drumming creativo di Claudio, mai prevedibile, sempre musicale. La batteria non accompagna soltanto: commenta, suggerisce, anticipa. Piccole variazioni, accenti intelligenti, un uso del ride e dei ghost notes che dà profondità al groove e contribuisce a quella sensazione di jam controllata, viva, in continuo movimento. Al centro, il dialogo tra piano Rhodes e chitarra elettrica costruisce l’ossatura armonica ed espressiva del brano. Il Rhodes crea un tappeto caldo e pulsante, mentre la chitarra risponde con fraseggi bluesy, a tratti ruvidi, senza mai strafare. È un botta e risposta che cresce lentamente, lasciando che il pezzo maturi. La voce di Antonio è potente, viscerale, profondamente calata nello spirito southern. Non cerca l’imitazione, ma un’interpretazione personale: graffiante quando serve, controllata nei passaggi più tesi, capace di guidare il brano con carisma e presenza. È una voce che tiene il centro emotivo del pezzo, dando senso e direzione alla jam. Solo nel finale entra l’organo Hammond, con un solo deciso e saturo che chiude il brano come una dichiarazione d’intenti: acido, blues, senza compromessi. Un’entrata tardiva ma pesante, che firma la versione e lascia il segno. Essendo una prima take di prove, tutto suona autentico: piccoli rischi, intuizioni sul momento, una band che si muove compatta ma libera. I Factory Mark IV dimostrano di saper abitare il linguaggio Allman senza rimanerne prigionieri. Una “Stand Back” calda, sporca, groove-oriented. Blues del Sud, suonato con personalità.
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With A Little help From My friends- Live 30-12-2025
I FACTORY – Mark IV prendono *With a Little Help from My Friends* e la trasformano in una **liturgia soul-rock da studio**, registrata live il **30 dicembre 2025**: niente patina, niente trucchi. Solo band, respiro comune e quell’idea semplice (ma difficilissima) di suonare “tutti insieme” come se fosse un unico corpo. Antonio Miscali è il perno emotivo: non imita, non fa il cosplay di Joe Cocker. La sua voce sta davanti con **grana, spinta e controllo**, alternando ruvido e caldo, e soprattutto “racconta” il pezzo con un fraseggio che sa quando mordere e quando lasciare spazio. Il risultato è un canto che non schiaccia la band: la guida. La chitarra di Davide Spanu lavora da vero collante: riff e stacchi che danno energia senza riempire troppo, con un gusto molto “live”: piccole risposte alla voce, aperture nei ritornelli, e quei dettagli che fanno sentire la stanza. Non è una chitarra solista in vetrina: è **regia ritmica** con lampi di personalità. Chris Pain al basso fa la cosa più importante: rende credibile tutto. Linea rotonda, presente, **spinge senza correre**, e tiene insieme le dinamiche quando il brano cresce. È il classico basso che “sembra facile” finché non provi a farlo così: preciso, musicale, sempre al posto giusto. E poi Silvio all’Hammond: qui c’è la firma Factory. L’organo non è un tappeto: è **collante armonico e carburante**, entra con gli accordi giusti, colora, risponde, e quando serve alza la temperatura con quel timbro caldo che rende subito il pezzo più grande. È l’elemento che fa scattare la vibe da *soul revival*. Claudio Sanna alla batteria spinge la band con un drumming “da band” (non da metronomo): groove solido, accenti intelligenti, **dinamiche vere**, e soprattutto l’aria giusta nei passaggi in cui il pezzo deve aprirsi. È una batteria che accompagna la storia, non solo il tempo. Nel complesso, questa live session è una cover che funziona perché ha un’idea chiara: **rispetto per il brano, ma identità Factory**. Il risultato è corale, caldo, trascinante—con quel tipo di energia che non nasce dall’effetto, ma dal contatto tra musicisti. Una versione che “fa amici” davvero: perché si sente che, lì dentro, lo siete già.
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Homework #2 (feat.Luigi Cattani)
*Homework #2* è una strumentale che nasce come “compito” ma suona come una **dichiarazione d’identità**: un piccolo viaggio acid-prog dove **Silvio Vinci costruisce tutto l’impianto** (basso, batteria, tastiere, arrangiamento) lasciando a **Luigi Cattani** lo spazio per graffiare la traccia con una chitarra che, nel finale, diventa pura allucinazione controllata. Il cuore del brano è quel **riff centrale di Hammond**: un richiamo esplicito alla scuola **Brian Auger**, caldo e funky ma con una vena psichedelica già pronta a deragliare. È un riff “portante”: non fa solo atmosfera, tiene la struttura e la tensione come un gancio continuo, dando al pezzo un’ossatura riconoscibile anche quando tutto intorno comincia a mutare. Dopo le prime battute, quando il tema è ormai innescato, la sessione si apre nello **scambio di assoli**: prima lo **synth**, con un taglio più moderno e tagliente (quasi da laboratorio), poi l’**organo distorto** che cambia totalmente la scena. Qui arriva la svolta: l’Hammond si sporca, si allarga, diventa aggressivo, con un’attitudine **prog-space** che richiama certe vibrazioni “Caravan-style”, ma con un piglio più nervoso e contemporaneo. E poi entra Luigi: il suo solo è il punto in cui la traccia smette di essere soltanto una jam ben riuscita e diventa **trip**. La chitarra “spinge sull’acido lisergico” davvero: fraseggi che si arrampicano, pieghe e scariche, una sensazione di accelerazione psichedelica che porta dritti alla chiusura, senza bisogno di voce, perché la narrazione è già tutta lì: nel crescendo, nell’attrito tra timbri, nel gioco di chiamata e risposta. In sintesi, *Homework #2* è un brano breve ma denso: **groove, psichedelia e prog** in una forma asciutta, con un’idea chiara (il riff Hammond) e una progressione naturale (lo scambio di assoli fino al climax chitarristico). Una traccia che sembra nata “di getto”, ma che lascia la sensazione di essere stata **pensata con gusto**, soprattutto nel modo in cui accompagna l’ascoltatore dal tema iniziale alla dissolvenza finale.
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Spaced Out
“Space Out” is a bold, no-nonsense rock-trance cut that hits with immediate intent and never lets go. Built around a simple but hypnotic bassline, the track locks you into a steady forward pull—minimal in shape, yet irresistibly propulsive in motion. That sense of drive is amplified by a beautifully crafted drum pattern: tight, insistent, and just complex enough to keep the groove alive without stealing focus from the main hook. What really elevates the piece is the way its textures breathe. The synth pads widen the horizon with a spaced-out glow, while the Hammond organ adds a warm, gritty edge—especially in the upper register, where it slices through the mix with character and attitude. The blend feels organic rather than layered for effect: each element has a role, each part earns its place. Composed and performed entirely by Silvio Vinci, “Space Out” carries the confidence of a fully lived-in performance—focused, tactile, and strongly musical even at peak trance momentum. It’s a track that works on the dancefloor, but it’s just as satisfying on headphones, where the interplay between rhythm and tone really shines.
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Rajah Ride
“Radjah Ride” è il passaporto di Silvio Vinci verso un groove senza confini: una suite psichedelica dal sapore raga che suona antica e futuristica allo stesso tempo. Scritto e arrangiato da Vinci, il brano si regge su un motore compatto e ipnotico—basso e Rhodes incastrati in un impulso circolare—mentre il sitar disegna linee luminose e scintillanti che richiamano subito l’aura indo-psych della Londra di fine anni ’60. Ciò che colpisce è il modo in cui il pezzo tratta la tradizione con rispetto, ma senza soggezione. Invece di appoggiarsi ai cliché, Vinci usa gli elementi indiani come parti vive dell’arrangiamento: pattern di tabla e percussioni (presi dalle librerie di Logic Pro) vengono posizionati con un orecchio da producer, creando uno swing quasi rituale che scorre con la sicurezza di un loop acid jazz. Ne nasce un trance costante—un po’ incenso, un po’ club—su cui galleggiano frasi modali, mentre il groove strizza l’occhio al punch del mod rock e all’eleganza asciutta della psichedelia pop britannica. Il vero gancio del brano è il suo equilibrio: gli accordi caldi del Rhodes mantengono l’armonia ricca e umana, il basso resta ostinato ma melodico, e il sitar aggiunge quella “elettricità spirituale” inconfondibile senza mai invadere il mix. “Radjah Ride” non si limita a fondere generi: cuce le epoche, trasformando la tradizione indiana e la psichedelia inglese in un mantra moderno che fa muovere la testa. “Radjah Ride” is Silvio Vinci’s passport to a borderless groove: a raga-flavored psychedelic suite that feels ancient and futuristic at the same time. Written and arranged by Vinci, the track is built from a tight, hypnotic engine—bass and Rhodes locking into a circular pulse—while the sitar threads bright, shimmering lines that instantly evoke the classic Indo-psych aura of late-’60s London. What makes the piece stand out is the way it treats tradition with respect but not reverence. Instead of leaning on clichés, Vinci uses the Indian elements as living components of the arrangement: tabla and percussion patterns (sourced from Logic Pro’s libraries) are placed with a producer’s ear, creating a ritual-like swing that moves as confidently as an acid-jazz loop. The result is a steady trance—part incense, part nightclub—where modal phrases float over a groove that nods to mod rock’s punch and the crisp elegance of British psychedelic pop. The track’s real hook is its balance: warm Rhodes voicings keep the harmony lush and human, the bass stays insistently melodic, and the sitar adds that unmistakable “spiritual electricity” without ever overwhelming the mix. “Radjah Ride” doesn’t just blend genres—it stitches eras together, turning Indian tradition and English psych into a modern, head-nodding mantra.
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Millenniums
MILLENNIUMS is a hypnotic, slow-burn blues that doesn’t chase complexity—it creates gravity. Built on just a handful of Rhodes chords, the track slips into a trance-like loop where every repetition adds weight, not sameness. The electric piano glows with a warm, late-night sheen: rounded tones, gentle bite on the attack, and that unmistakable soulful shimmer that feels both vintage and futuristic. What really drives the piece, though, is the funky groove underneath. The drums stay locked in a pocket that’s tight but never rigid, while the syncopated bass becomes the true narrator—dancing around the beat, pushing forward, pulling back, and “riding” the song with confident swagger. It’s the kind of bassline that doesn’t just accompany the harmony; it carries the story. Over this steady hypnosis, the vocal doesn’t dominate—it embroiders. The singer drops phrases like flashes of light, weaving in and out of the groove with taste and restraint, choosing texture over theatrics. The result is a track that feels intimate and expansive at once: a blues mantra for modern times, where repetition becomes ritual and the groove becomes a horizon. MILLENNIUMS doesn’t shout. It possesses—and once it’s in your head, it stays there.
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Flare Burst And Taper
nuova traccia deep house
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After Work Blues - REMIX
“After Work Blues” è una ballad blues–soul impregnata di sud, che sembra arrivare dritta da uno studio di Memphis nei primi anni ’70. Il brano si muove lentamente, ma con quella tensione emotiva tipica del southern soul: un piede nel blues, l’altro nel rhythm & blues più caldo. Aldo intreccia fraseggi di chitarra dal sapore Duane Allman, cantabili e slide–oriented nell’attitudine, sempre al servizio della melodia. Antonio entra con una voce ruvida e aggressiva, blues fino al midollo, che graffia sulle strofe e si apre nei climax del ritornello come un vero shouter d’altri tempi. Silvio tiene insieme tutto: il piano che disegna il tappeto armonico, l’organo Hammond che colora di gospel e caldo vintage ogni pausa, il basso che pulsa con eleganza, più gli arrangiamenti dei fiati e delle percussioni che aggiungono quell’aura “Stax/Motown” perfettamente dosata. Il risultato è un brano che profuma di bar fumosi e luci al neon, un after work davvero credibile, dove il blues diventa il modo migliore per chiudere la giornata.
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tastierista 1988-92- HIGHWAY 691993-96- MEDICINE MEN1995-96- AMANITA 1999-2000- MONEDA2001-2002- KOSMEN2006-2012- RAILROAD BLUES BAND2012- COSMICK CHARLIEdal 2013- FACTORY
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Silvio Vinci
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