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EPISODE · Dec 22, 2024 · 1H 9M

Manicomio di Arezzo e pratiche di liberazione negli anni di Pirella - Intervista a Caterina Pesce

from Frasivolanti blog - di Laura Ressa · host Frasivolanti blog

Il 17 dicembre 2024 si è svolta un'intervista in diretta sui canali Frasivolanti dedicata al racconto di vita e di ricerca di Caterina Pesce.La curiosità di raccogliere la sua testimonianza proviene dalla sua opera intitolata "Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971-1978)".Dai primi scambi telefonici con Caterina, indagando sulla storia del manicomio di Arezzo, ascoltando la sua voce e confrontandomi con la sua visione, ho avuto la percezione immediata di una profondità umana che sempre ho trovato nelle persone che si avvicinano a certi temi e che compiono determinate ricerche.Per introdurre lo studio al centro del libro di Caterina Pesce, di seguito alcuni elementi utili a contestualizzare.Negli anni Settanta, sulla scia delle trasformazioni avviate da Franco Basaglia a Gorizia e a Trieste, ebbe inizio il processo di dismissione dell’ospedale psichiatrico di Arezzo. A guidare questo percorso furono Agostino Pirella, esponente del movimento di psichiatria anti-istituzionale, e i suoi collaboratori. Essi credevano fermamente nella necessità di una riforma reale del sistema assistenziale.Attraverso la raccolta e lo studio di varie fonti archivistiche e orali, Caterina Pesce ha scritto un volume che analizza la vicenda aretina, illustrando teorie e pratiche che la animarono, vissuti dei protagonisti, rapporto con il territorio, domande ancora aperte.Tra storia e memoria, l'opera di Caterina valorizza anche le tante persone (medici, infermieri, pazienti, amministratori) che sono state protagoniste di quella esperienza. Si tratta di voci indispensabili per comprendere la complessità di uno dei percorsi più avanzati di trasformazione nel campo dell’assistenza psichiatrica. Per presentare Caterina, ecco le sue parole."Sono originaria di un piccolo paese della provincia di Arezzo, Terranuova Bracciolini per la precisione; qui sono nata, cresciuta e attualmente vivo e lavoro. Mi sono laureata in Storia contemporanea a Siena e poi ho conseguito il dottorato di ricerca in studi storici geografici e antropologici a Padova. Dopo la pandemia, nel 2021, ho avuto l’occasione di fare una supplenza a scuola come docente di sostegno, ho deciso di coglierla e ho scoperto un lavoro che mi piace tantissimo. Mi sto infatti specializzando come docente di sostegno, ma vorrei anche conseguire l’abilitazione su materia; insomma la scuola è l’ambiente in cui voglio investire la maggior parte delle mie energie perché credo molto nelle nuove generazioni e nella cultura come strumento ‘di liberazione’, per ricollegarsi al libro. Lavorare a scuola mi ha permesso anche di fermarmi definitivamente in provincia e soprattutto nella campagna toscana che è un bel rifugio in cui tornare."Infine cito alcuni passaggi di un articolo, pubblicato su "il manifesto", in cui Vinzia Fiorino scrive:"[...] un libro di ricerca, acuto e approfondito, (Caterina Pesce, Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971-1978), Pacini) ci racconta dall’interno la transizione da un’istituzione totale classica a un progetto incentrato sui servizi territoriali; nel mezzo ci sono esperienze di «democrazia dal basso» importanti, pratiche di liberazione per l’appunto. Il caso di studio è quello di Arezzo, dove nel 1971 a dirigere il locale manicomio sarà, grazie anche alla lungimiranza della locale classe dirigente, Agostino Pirella, uno dei maggiori collaboratori di Franco Basaglia.Come prese avvio e cosa comportò «il rovesciamento pratico» dell’istituzione? Quali principi furono seguiti nella gestione dei ricoverati ora soggetti della nuova comunità terapeutica? E soprattutto: come reagirono i pazienti, le loro famiglie, gli operatori tutti? E come accolse questa trasformazione la cittadinanza?[...]L’interesse del libro di Caterina Pesce consiste, però, nel restituirci i contraccolpi, le afasie, le spavalderie di donne e uomini in sofferenza nel momento in cui prendono parola, rivendicano diritti, iniziano nuovi cammini. Cambia profondamente anche la narrazione della malattia: ora i giovani psichiatri osservano il malessere esistenziale e ascoltano i diversi linguaggi. [...]L’incontro empatico con i pazienti porta i suoi frutti: Luciano Della Mea, giornalista sofferente e insofferente al manicomio, promuove la pubblicazione del racconto autobiografico della lungodegente Adalgisa Conti (Gentilissimo sig. Dottore, questa è la mia vita. Manicomio 1914) e di altri «Senzastoria». Una infermiera ricorda icasticamente: «Sforzarsi di capire un malato è un lavoro che in fondo fai su te stessa. Capisci come sei»."Altri spunti di narrazione sono emersi dalla testimonianza di Caterina Pesce, in un percorso tra la sua opera di ricerca e la sua storia personale. Un viaggio composto di tasselli complementari.

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