EPISODE · Feb 6, 2026 · 18 MIN
Memorie dall’esodo/1: «Quando mia nonna, filo-comunista, fuggì dall’Istria»
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di Maria PappiniPer affrontare un tema delicato quale l’esodo giuliano-dalmata (assieme alle foibe, una pagina nera della storia contemporanea), Krisis ha deciso, com’è sua abitudine, di mettere a confronto le prospettive. E ha chiesto a due suoi autori, entrambi di origine istriana, di raccontare la tragedia vissuta dalle loro famiglie. Per farlo, Maria Pappini e Andrea Pincin hanno ripercorso la storia delle loro nonne: una filo-comunista, l’altra filo-fascista. In questa prima puntata, Maria Pappini ricostruisce la vicenda di sua nonna Antonia, che nel 1948 lasciò Pola con il marito, i genitori, il fratello e un neonato in braccio e «quattro stracci». A ordinarne la partenza, un carabiniere italiano che, entrando in casa loro, aveva detto: «Dovete andarvene».Mia nonna Antonia Fioranti trascorreva i pomeriggi in salotto, ed era durante quei momenti che ricordava di più. Aveva i capelli neri, quasi senza una traccia di bianco, portati corti, e gli occhiali che le ingrandivano lo sguardo. Quasi sempre vestita di azzurro o di tonalità pastello, sembrava aver scelto quei colori per non disturbare il silenzio della stanza. Il divano marrone, vecchio e basso, l’aveva sostenuta per anni come si sostengono le presenze che hanno imparato a resistere, senza chiedere spiegazioni o pretendere movimento.Sopra, sul muro, il quadro dell’Arena di Pola non si limitava a decorare la stanza, vigilava l’intera casa. Era un quadro a olio, racchiuso in una cornice dorata: si vedevano la chiesa di San Francesco e il monumento romano del I secolo d.C., che si specchiava nel mare, immobile. Non era un’immagine consolatoria, ma una presenza che imponeva silenzio.Bastava che lo sguardo di mia nonna vi si posasse perché qualcosa dentro di lei si incrinasse. Gli occhi le diventavano lucidi senza preavviso. Non c’era teatralità in quel gesto, nessuna volontà di raccontare. In quello sguardo c’era tutto ciò che non era mai tornato indietro: la città perduta, le strade, i volti, la vita che avrebbe potuto continuare e che invece si era interrotta bruscamente, senza un congedo, senza una spiegazione sufficiente. Pola non era per lei un luogo del passato, ma una sottrazione permanente, qualcosa che continuava a mancare anche quando la vita, altrove, era andata avanti.Antonia non piangeva né un’appartenenza nazionale, né un confine spostato. Piangeva una città intera e, con essa, una giovinezza vissuta come scelta, come fede politica, come convinzione che il mondo potesse essere spezzato e ricostruito. In quel silenzio c’erano le piazze rivoluzionarie del 1943, l’odio per il fascismo, la speranza affidata persino alle bombe, invocate come liberazione. C’era il crollo dello Stato, l’8 settembre, la fine di ogni protezione. C’era tutto ciò che era stato perso senza mai essere stato raccontato pubblicamente in modo accettabile.Da quel salotto nasce questo articolo. Non dall’esodo come formula, non dalla memoria ufficiale che chiede di ricordare in modo composto e condiviso, ma da una storia familiare che non si lascia disciplinare. La storia di mia nonna non coincide né con l’immagine rassicurante della vittima innocente, né con quella, speculare, del carnefice rimosso. È la storia di una donna che ha creduto, che ha scelto, che ha visto distruggersi il mondo nel quale aveva investito tutto, e che ha continuato a portarne il peso senza mai trasformarlo in una giustificazione.Il Giorno del ricordo, visto da quel divano e da quello sguardo, smette di essere una commemorazione e diventa una domanda aperta. Non su chi abbia ragione, ma su cosa facciamo delle memorie che non coincidono, che non assolvono e non accusano, che non chiedono consenso. Raccontarlo oggi significa accettare che la storia, prima di essere rito civile, è perdita, è contraddizione, è dolore che non ha trovato pace.Pola era una città di confine e di silenzio, affacciata sull’Adriatico e circondata da pietra romana e caserme austriache. Aveva servito imperi senza mai appartenere del tutto a nessuno. Era stata austroungarica, poi italiana, ora in bilico. Ed era stata anche altro: la città di Nazario Sauro, simbolo dell’irredentismo adriatico, ma meno ricordata, rispetto a Fiume, a Trieste, a Trento. Una città che nella narrazione nazionale aveva avuto il ruolo del necessario e mai dell’epico.Dopo la vittoria della Jugoslavia nel 1945 al termine della Seconda guerra mondiale, Pola fu affidata all’amministrazione militare di Belgrado, pur restando formalmente italiana fino al Trattato di Parigi del 1947. Nel frattempo, cominciò la sostituzione dei quadri pubblici, delle insegne, della lingua. La scuola, l’anagrafe, la polizia, persino le voci alla radio cambiarono.Pola, alla fine della Seconda guerra mondiale, non si dissolse in un giorno. Non c’era una data che mia nonna avrebbe potuto cerchiare in rosso sul calendario. La città si svuotava sotto gli occhi di chi restava. Le strade e le case erano le stesse, il mare aveva lo stesso odore. Ma qualcosa era cambiato, impercettibilmente. Tutto appariva identico, eppure non lo era più. Per lei, che aveva 20 anni e una fede politica temprata nell’odio per il fascismo, la fine della guerra non ebbe il gusto della vittoria. Ebbe quello acre della disillusione. Il nemico era caduto, sì, ma insieme a lui era venuto meno anche l’ordine del mondo.L’Italia non c’era più, non come Stato, non come protezione, non come orizzonte condiviso. Dopo l’8 settembre, Antonia aveva già imparato cosa significa trovarsi improvvisamente fuori da ogni cornice; ora quella sensazione tornava, più netta, più definitiva. Non si trattava più di scegliere da che parte stare. Si trattava di capire se una parte, semplicemente, esistesse ancora.Antonia viveva con i genitori, Francesco e Maria e il fratello più grande, Marino, in una casa dove si parlava giuliano, almeno dopo il 1933, da quando suo padre si era rifiutato di parlare la stessa lingua di Hitler. Era una ragazza bellissima, e nelle poche foto rimaste si coglie quello sguardo che trasmetteva gioia, prima che tutto il resto lo spegnesse.A Pola, a un certo punto, si cominciò a parlare apertamente di partire o restare. Non come ipotesi lontana, ma come faccenda quotidiana, quasi domestica. La domanda circolava tra le persone con la naturalezza inquieta delle cose inevitabili. Ci si chiedeva cosa avrebbero fatto gli altri, chi stava pensando di andarsene, chi avrebbe resistito. La città continuava a vivere, ma già si preparava a una separazione.Non c’erano linee chiare. Le scelte mutavano da un giorno all’altro. Famiglie si dividevano, amicizie si spezzavano senza ostilità, solo perché non condividevano più lo stesso futuro. Restare non era sempre fiducia, partire non era sempre rifiuto. C’era chi sperava, chi temeva, chi non sapeva dove andare. Mia nonna capiva che il problema non era scegliere “bene”, ma scegliere in assenza di criteri.Le partenze cominciarono senza clamore. Un giorno qualcuno non c’era più. Poi un altro. Poi intere famiglie. Non era ancora l’esodo, non aveva un nome. Era una sottrazione quotidiana, che svuotava Pola un corpo alla volta. Ogni assenza sembrava piccola, ma sommate trasformavano la città in un luogo con le stesse strade, gli stessi edifici, lo stesso mare, ma sempre meno persone in grado di chiamarlo casa.In mezzo a quel tempo che si disfaceva, c’era anche l’amore, discreto, trattenuto, come se chiedere troppo al futuro fosse una forma di imprudenza. L’incontro con Carlo avvenne senza enfasi, in una città che già stava perdendo i suoi contorni. Lui era arrivato a Pola da Genova dopo l’8 settembre, fuggendo da una condizione che per molti soldati italiani si era trasformata in una trappola.Era di media statura, magro, con i capelli già radi e un modo di muoversi leggero, quasi silenzioso. Ma quando sorrideva, e sorrideva spesso, anche senza motivo, la stanza si accendeva. Non era un sorriso teatrale, né quello di chi vuole convincere. Era qualcosa di più semplice: la capacità di trovare sollievo, anche per un istante, nel mezzo di tutto ciò che si stava perdendo. Non portava certezze, ma il bisogno elementare di salvarsi.Le passeggiate sul lungomare di Medolino furono brevi sospensioni, momenti in cui il mare sembrava offrire una continuità che la storia aveva negato. Il matrimonio, celebrato nella chiesa di San Francesco dietro l’Arena, non segnò l’inizio di una vita stabile, ma un atto di fiducia compiuto mentre tutto intorno si preparava a dissolversi. Mia nonna non si sposò in bianco: sotto la giacca, indossava un abito blu con fiori rosa. All’epoca era scelta strana, quasi sconveniente. Per lei, credo, fu un gesto rivoluzionario come quelli a cui era abituata: rifiutare il rito, anche in quella forma.Erano entrambi appassionati di musica lirica: conoscevano i libretti a memoria, discutevano di interpretazioni, si riconoscevano in quella passione come in un linguaggio segreto. E la ascoltavano nell’anfiteatro costruito da Augusto e ampliato poi da Vespasiano, nelle sere in cui il mare si specchiava nel palcoscenico e la musica sembrava venire dall’acqua. Seduti sul marmo, giovani e innamorati, convinti che la bellezza fosse più forte della storia.Nel gennaio del 1948 nacque Elio. Un figlio arrivato mentre Pola stava definitivamente cambiando volto, quando le partenze si facevano più frequenti e l’incertezza non era più una sensazione, ma una condizione. La sua nascita non pacificò nulla: rese soltanto più evidente che la vita continuava a chiedere spazio proprio nel momento in cui lo spazio stava venendo meno.Il momento che cambiò per sempre tutta la vita della mia famiglia, nella memoria di mia nonna, ha sempre avuto un volto. Non un’idea, ma un uomo in divisa. Un carabiniere italiano. Non sapeva chi fosse, né se stesse eseguendo un ordine. Ma tutta la fine di Pola, per la mia famiglia, passa attraverso quella figura, concreta e anonima.Entrò in casa con calma, senza urgenza. Disse che dovevano andarsene. Nessuna minaccia, solo un tono amministrativo. Era ciò che restava delVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Maria PappiniPer affrontare un tema delicato quale l’esodo giuliano-dalmata (assieme alle foibe, una pagina nera della storia contemporanea), Krisis ha deciso, com’è sua abitudine, di mettere a confronto le prospettive. E ha chiesto a due suoi autori, entrambi di origine istriana, di raccontare la tragedia vissuta dalle loro famiglie. Per farlo, Maria Pappini e Andrea Pincin hanno ripercorso la storia delle loro nonne: una filo-comunista, l’altra filo-fascista. In questa prima puntata, Maria Pappini ricostruisce la vicenda di sua nonna Antonia, che nel 1948 lasciò Pola con il marito, i genitori, il fratello e un neonato in braccio e «quattro stracci». A ordinarne la partenza, un carabiniere italiano che, entrando in casa loro, aveva detto: «Dovete andarvene».Mia nonna Antonia Fioranti trascorreva i pomeriggi in salotto, ed era durante quei momenti che ricordava di più. Aveva i capelli neri, quasi senza una traccia di bianco, portati corti, e gli occhiali che le ingrandivano lo sguardo. Quasi sempre vestita di azzurro o di tonalità pastello, sembrava aver scelto quei colori per non disturbare il silenzio della stanza. Il divano marrone, vecchio e basso, l’aveva sostenuta per anni come si sostengono le presenze che hanno imparato a resistere, senza chiedere spiegazioni o pretendere movimento.Sopra, sul muro, il quadro dell’Arena di Pola non si limitava a decorare la stanza, vigilava l’intera casa. Era un quadro a olio, racchiuso in una cornice dorata: si vedevano la chiesa di San Francesco e il monumento romano del I secolo d.C., che si specchiava nel mare, immobile. Non era un’immagine consolatoria, ma una presenza che imponeva silenzio.Bastava che lo sguardo di mia nonna vi si posasse perché qualcosa dentro di lei si incrinasse. Gli occhi le diventavano lucidi senza preavviso. Non c’era teatralità in quel gesto, nessuna volontà di raccontare. In quello sguardo c’era tutto ciò che non era mai tornato indietro: la città perduta, le strade, i volti, la vita che avrebbe potuto continuare e che invece si era interrotta bruscamente, senza un congedo, senza una spiegazione sufficiente. Pola non era per lei un luogo del passato, ma una sottrazione permanente, qualcosa che continuava a mancare anche quando la vita, altrove, era andata avanti.Antonia non piangeva né un’appartenenza nazionale, né un confine spostato. Piangeva una città intera e, con essa, una giovinezza vissuta come scelta, come fede politica, come convinzione che il mondo potesse essere spezzato e ricostruito. In quel silenzio c’erano le piazze rivoluzionarie del 1943, l’odio per il fascismo, la speranza affidata persino alle bombe, invocate come liberazione. C’era il crollo dello Stato, l’8 settembre, la fine di ogni protezione. C’era tutto ciò che era stato perso senza mai essere stato raccontato pubblicamente in modo accettabile.Da quel salotto nasce questo articolo. Non dall’esodo come formula, non dalla memoria ufficiale che chiede di ricordare in modo composto e condiviso, ma da una storia familiare che non si lascia disciplinare. La storia di mia nonna non coincide né con l’immagine rassicurante della vittima innocente, né con quella, speculare, del carnefice rimosso. È la storia di una donna che ha creduto, che ha scelto, che ha visto distruggersi il mondo nel quale aveva investito tutto, e che ha continuato a portarne il peso senza mai trasformarlo in una giustificazione.Il Giorno del ricordo, visto da quel divano e da quello sguardo, smette di essere una commemorazione e diventa una domanda aperta. Non su chi abbia ragione, ma su cosa facciamo delle memorie che non coincidono, che non assolvono e non accusano, che non chiedono consenso. Raccontarlo oggi significa accettare che la storia, prima di essere rito civile, è perdita, è contraddizione, è dolore che non ha trovato pace.Pola era una città di confine e di silenzio, affacciata sull’Adriatico e circondata da pietra romana e caserme austriache. Aveva servito imperi senza mai appartenere del tutto a...
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