EPISODE · Mar 27, 2026 · 24 MIN
Petrolio: gli otto colli di bottiglia che mettono a rischio i mercati
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di Paola OttinoL’attacco all’Iran ha acceso i riflettori su Hormuz, il punto con la massima concentrazione di rischio geopolitico al mondo. Ma non è l’unico snodo cruciale per la stabilità economica internazionale. In tutto sono otto i passaggi obbligati da cui dipende il commercio marittimo globale. I cosiddetti resource chokepoint rappresentano il tallone d’Achille della globalizzazione. Larghi pochi chilometri, trasformano la catena di approvvigionamento in una rete fragile, dove un blocco può provocare una crisi globale.IN BREVEColli di bottiglia Le catene di approvvigionamento globali dipendono da otto passaggi marittimi obbligati. Questi snodi geografici rappresentano il punto di massima fragilità del commercio.Rischio geopolitico Lo Stretto di Hormuz concentra il 20% del transito petrolifero mondiale. Un blocco in questo singolo punto può destabilizzare l’intero sistema economico internazionale.Arterie asiatiche Il 29% del greggio marittimo attraversa lo Stretto di Malacca. La sua centralità lo rende un nodo strategico dove si intrecciano sicurezza e competizione globale.Instabilità climatica Oltre ai conflitti, la crisi climatica minaccia il transito nel Canale di Panama. La siccità riduce i livelli idrici, limitando la capacità di trasporto dei prodotti energetici.Geopolitica delle reti La sicurezza energetica non riguarda quindi più solo la scarsità di risorse. La vera sfida risiede nella resilienza delle reti e nella diversificazione delle rotte.Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz sono tornate al centro della cronaca internazionale. Incidenti, minacce alla navigazione e dimostrazioni di forza militare hanno riacceso i timori su uno dei passaggi marittimi più cruciali del pianeta. Non è un caso. Da questo stretto transita il 20 per cento circa del petrolio mondiale. Pertanto, quando Hormuz vacilla, non è solo il Golfo Persico a essere coinvolto, ma l’intero sistema economico globale.Questi punti critici restano invisibili finché tutto funziona. Ogni giorno petrolio, gas, minerali strategici e merci industriali attraversano stretti, canali e corridoi logistici senza attirare l’attenzione. Basta però un conflitto, un attacco o una crisi climatica per trasformare questi passaggi in epicentri di instabilità. Sono i cosiddetti resource chokepoint, cioè i colli di bottiglia geografici attraverso cui transitano risorse cruciali per il funzionamento del sistema internazionale (figura sotto).L’idea che sta alla base dell’intero sistema è tanto semplice quanto potente: non conta solo la quantità di risorse, ma da dove transitano. Se un bene fondamentale è incanalato in pochi passaggi obbligati, una perturbazione locale può generare conseguenze globali. Studi recenti https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#57457090-157c-4737-8d8f-ae1154178f7a sulle reti del commercio e dei trasporti mostrano che l’interruzione di questi nodi produce effetti sproporzionati perché concentra in pochi chilometri di mare una quota enorme dei traffici planetari.Si stima che, ogni anno, fino a 192 miliardi di dollari di commercio globale siano esposti a possibili interruzioni in questi passaggi. Le perdite economiche dirette (ritardi, deviazioni di rotta, premi assicurativi e interruzioni degli scambi commerciali) superano invece i 10 miliardi di dollari annui, a cui si aggiungono ulteriori costi dovuti all’aumento dei noli e alla riduzione della capacità di trasporto.Paradigma HormuzLo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il Mar Arabico ed è sufficientemente profondo e largo da consentire il passaggio delle più grandi petroliere del mondo. La crisi che sta investendo questo snodo ha portato alla ribalta due oleodotti alternativi nell’area del Golfo che consentono di aggirare lo Stretto: l’East-West dell’Arabia Saudita e l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline(oleodotto Habshan-Fujairah) degli Emirati Arabi (figura sotto).Bastano pochi giorni di blocco per generare deviazioni di migliaia di chilometri, aumenti dei costi di trasporto e di assicurazione, congestione delle rotte alternative e ritardi a catena nelle filiere produttive. Il risultato è una cascata di costi che si propaga ben oltre l’epicentro della crisi, coinvolgendo economie anche molto distanti.Nel complesso, le due infrastrutture potrebbero fornire circa 4,7 milioni di barili al giorno. La compagnia petrolifera nazionale degli Emirati, inoltre, continua a espandere le infrastrutture che alimentano il polo energetico di Fujairah, uno dei più importanti centri di stoccaggio e rifornimento di petrolio del sistema marittimo globale.Hormuz è un caso paradigmatico perché concentra una quota enorme dei flussi energetici mondiali e collega direttamente rivalità regionali, deterrenza navale e volatilità dei mercati. Ma anche altri snodi svolgono un ruolo analogo (figura sotto).Malacca principale corridoioLo Stretto di Malacca, cerniera naturale tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, rappresenta uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Situato all’ingresso sud-occidentale del Mar Cinese Meridionale, costituisce un passaggio obbligato per le rotte commerciali ed energetiche che collegano l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa orientale ai mercati dell’Asia-Pacifico. In questo spazio ristretto si intrecciano le strategie delle principali potenze, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche di attori regionali come India e Giappone.Dal punto di vista economico, lo stretto è una delle arterie più trafficate del pianeta. Secondo stime della U.S. Energy Information Administration, circa il 29% del petrolio trasportato via mare a livello globale transita attraverso questo passaggio https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#12e096b6-a8e0-4f2d-af9f-ec096b2c9f65. In termini assoluti, si tratta di oltre 20 milioni di barili al giorno, dato che rende lo Stretto di Malacca il principale corridoio per gli idrocarburi a livello mondiale.Parallelamente, analisi di settore indicano che esso convoglia circa il 25-30% del commercio marittimo globale https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#0912c180-89b5-4082-9be1-c6eb51f5f128, a conferma del suo ruolo centrale nelle catene di approvvigionamento internazionali. Rappresentando la rotta più breve tra produttori e consumatori di energia, è un nodo cruciale per la sicurezza energetica.Lo stretto garantisce inoltre l’accesso a Singapore, uno dei più importanti hub portuali del mondo, stabilmente ai vertici globali per volume di traffico container. Un’eventuale interruzione del traffico nello Stretto di Malacca avrebbe effetti immediati sull’interscambio mondiale, con ripercussioni sulle catene di approvvigionamento e sul costo dell’energia, oltre a rischiare di isolare economicamente gran parte del Sud-Est asiatico.Nonostante la sua centralità economica, l’area resta esposta a rischi di sicurezza marittima. La pirateria, pur in forte calo rispetto ai picchi dei primi anni 2000, continua a manifestarsi in forme a bassa intensità. Secondo i dati del Regional Cooperation Agreement Combating Piracy and Armed Robbery against Ships in Asia (ReCAAP), nel 2025 sono stati registrati 132 incidenti, con un incremento del 23% rispetto al 2024.Un ulteriore elemento di vulnerabilità è rappresentato dalla geografia stessa della regione: la presenza di migliaia di isole e canali secondari offre rifugi naturali difficili da controllare, facilitando le attività illegali. Allo stesso tempo, la crescita costante del traffico commerciale, trainata dalla domanda asiatica, aumenta il numero di potenziali bersagli.In questo quadro, lo Stretto di Malacca si conferma non solo come un’infrastruttura naturale fondamentale per l’economia globale, ma anche come uno spazio in cui sicurezza, sviluppo economico e competizione geopolitica si intrecciano in modo sempre più complesso.Mar Rosso nel mirinoIl Canale di Suez, l’oleodotto Suez-Mediterranean (SUMED) e lo Stretto di Bab el-Mandeb sono passaggi strategici per le spedizioni di petrolio e gas naturale dal Golfo Persico verso l’Europa (figura sotto).Nel primo semestre del 2025, le spedizioni totali di petrolio attraverso queste rotte hanno rappresentato circa il 6% del greggio totale trasportato via mare. Tuttavia, i volumi di petrolio sono diminuiti di circa il 50% dal 2023 dopo i primi attacchi delle milizie Houthi contro le navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Alcune imbarcazioni hanno iniziato a percorrere rotte più lunghe e costose, circumnavigando il Capo di Buona Speranza, ed evitando così sia lo Stretto di Bab el-Mandeb sia il Canale di Suez.Le navi russe, invece, sono state raramente prese di mira dagli attacchi delle milizie Houthi e, nel primo semestre del 2025, la Russia ha movimentato più petrolio greggio attraverso il Canale di Suez e il Bab el-Mandeb di qualsiasi altro Paese.C’è del greggio in DanimarcaGli Stretti di Danimarca sono una serie di canali che collegano il Mar Baltico al Mare del Nord (figura sotto).Storicamente, rappresentavano un’importante rotta per le esportazioni marittime di petrolio russo verso l’Europa. Con l’inizio della guerra in Ucraina e le successive sanzioni imposte dall’Ue alle esportazioni di petrolio russo i modelli commerciali globali sono però cambiati. Si stima che nel primo semestre del 2025 siano transitati attraverso gli stretti danesi circa 4,9 milioni di barili al giorno, pari al 6% del commercio marittimo globale. Questo volume è quasi del 60% superiore rispetto al 2021, a causa dello spostamento dei flussi commerciali dalla Russia Voci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Paola OttinoL’attacco all’Iran ha acceso i riflettori su Hormuz, il punto con la massima concentrazione di rischio geopolitico al mondo. Ma non è l’unico snodo cruciale per la stabilità economica internazionale. In tutto sono otto i passaggi obbligati da cui dipende il commercio marittimo globale. I cosiddetti resource chokepoint rappresentano il tallone d’Achille della globalizzazione. Larghi pochi chilometri, trasformano la catena di approvvigionamento in una rete fragile, dove un blocco può provocare una crisi globale.IN BREVEColli di bottiglia Le catene di approvvigionamento globali dipendono da otto passaggi marittimi obbligati. Questi snodi geografici rappresentano il punto di massima fragilità del commercio.Rischio geopolitico Lo Stretto di Hormuz concentra il 20% del transito petrolifero mondiale. Un blocco in questo singolo punto può destabilizzare l’intero sistema economico internazionale.Arterie asiatiche Il 29% del greggio marittimo attraversa lo Stretto di Malacca. La sua centralità lo rende un nodo strategico dove si intrecciano sicurezza e competizione globale.Instabilità climatica Oltre ai conflitti, la crisi climatica minaccia il transito nel Canale di Panama. La siccità riduce i livelli idrici, limitando la capacità di trasporto dei prodotti energetici.Geopolitica delle reti La sicurezza energetica non riguarda quindi più solo la scarsità di risorse. La vera sfida risiede nella resilienza delle reti e nella diversificazione delle rotte.Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz sono tornate al centro della cronaca internazionale. Incidenti, minacce alla navigazione e dimostrazioni di forza militare hanno riacceso i timori su uno dei passaggi marittimi più cruciali del pianeta. Non è un caso. Da questo stretto transita il 20 per cento circa del petrolio mondiale. Pertanto, quando Hormuz vacilla, non è solo il Golfo Persico a essere coinvolto, ma l’intero sistema economico globale.Questi punti critici restano invisibili finché tutto funziona. Ogni giorno petrolio, gas, minerali strategici e merci industriali attraversano stretti, canali e corridoi logistici senza attirare l’attenzione. Basta però un conflitto, un attacco o una crisi climatica per trasformare questi passaggi in epicentri di instabilità. Sono i cosiddetti resource chokepoint, cioè i colli di bottiglia geografici attraverso cui transitano risorse cruciali per il funzionamento del sistema internazionale (figura sotto).L’idea che sta alla base dell’intero sistema è tanto semplice quanto potente: non conta solo la quantità di risorse, ma da dove transitano. Se un bene fondamentale è incanalato in pochi passaggi obbligati, una perturbazione locale può generare conseguenze globali. Studi recenti https://krisis.info/it/2026/03/temi/territori/petrolio-gli-otto-colli-di-bottiglia-che-mettono-a-rischio-i-mercati/#57457090-157c-4737-8d8f-ae1154178f7a sulle reti del commercio e dei trasporti mostrano che l’interruzione di questi nodi produce effetti sproporzionati perché concentra in pochi chilometri di mare una quota enorme dei traffici planetari.Si stima che, ogni anno, fino a 192 miliardi di dollari di commercio globale siano esposti a possibili interruzioni in questi passaggi. Le perdite economiche dirette (ritardi, deviazioni di rotta, premi assicurativi e interruzioni degli scambi commerciali) superano invece i 10 miliardi di dollari annui, a cui si aggiungono ulteriori costi dovuti all’aumento dei noli e alla riduzione della capacità di trasporto.Paradigma HormuzLo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il Mar Arabico ed è sufficientemente profondo e largo da consentire il passaggio delle più grandi petroliere del mondo. La crisi che sta investendo questo snodo ha portato alla...
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