EPISODE · Apr 23, 2026 · 7 MIN
Quanto è grave il rallentamento della crescita cinese?
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di Branko MilanovicL’ex capo economista della Banca mondiale evidenzia come la recente decelerazione economica di Pechino sia un fenomeno del tutto fisiologico. Nonostante la frenata, il gigante asiatico resta nel decile superiore per sviluppo globale, superando ampiamente le performance previste per il suo livello di reddito. La dinamica suggerisce che l’eccezionalità del sistema potrebbe esaurirsi solo tra una generazione, quando l’espansione si allineerà finalmente alle medie mondiali.IN BREVERallentamento senza crollo La crescita cinese scende sotto il 5%, ma resta nel decile più alto globale, ben oltre la media del 2%.Frenata fisiologica L’avvicinamento alla frontiera tecnologica riduce i ritmi: la Cina converge verso dinamiche storicamente normali.Eccezionalità che resiste Anche rallentando, Pechino cresce oltre le attese (circa 4,5%), rinviando la fine del suo vantaggio sistemico.Ci sono molti articoli allarmisti sul rallentamento della crescita cinese (per un bel campione, vedi qui). Il rallentamento è reale. La crescita media annua della Cina negli ultimi tre anni è stata leggermente inferiore al 5% pro capite. Dieci anni fa, la media triennale era circa del 7%, e 10 anni prima ancora la media triennale era del 10%. (Si tratta, in tutti i casi, di tassi di crescita pro capite).Ma una crescita del 5% è davvero negativa? Quanto negativa? Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale il database del FMI e della Banca Mondiale dispone di tassi di crescita dettagliati), il tasso di crescita medio mondiale, per Paese, è stato del 2%. Solo un Paese su 10 (ovvero il 10% dei Paesi) ha registrato tassi di crescita superiori al 4,7%. Pertanto, i tassi di crescita cinesi, pur in questa fase di rallentamento, si collocano ancora nel decile superiore di tutti i tassi di crescita annuali a livello globale.Il rallentamento cinese significa semplicemente che, invece di crescere al tasso più alto, o al secondo o terzo più alto, del mondo per circa 20 anni ininterrotti (fatta eccezione per i Paesi che godono di crescita temporaneamente elevata grazie a guadagni da risorse naturali o alla ripresa post-bellica), è ora «sceso» fino a trovarsi nel decile superiore dei paesi per tasso di crescita. Ovviamente, si tratta di un rallentamento che la maggior parte delle nazioni – il 90% per l’esattezza – vorrebbe poter sperimentare. Tra i grandi Paesi, solo l’India recentemente ha ottenuto risultati migliori della Cina, con, ad esempio, la media degli ultimi tre anni di circa il 6% pro capite.Il rallentamento cinese è inoltre «normale» e atteso: il Paese è diventato più ricco, si è avvicinato in molti casi alla frontiera tecnologica e ci si può aspettare che la sua crescita dipenda essenzialmente (forse non ancora, ma tra una generazione o due) dalla velocità del progresso sulla frontiera tecnologica.Ha quindi senso porsi la seguente domanda. Raccogliamo tutti i dati storici (dal 1950 al 2024) sui livelli di Pil pro capite e sui relativi tassi di crescita di tutti i Paesi presenti nel database della Banca mondiale e del Fondo monetario, e confrontiamo il profilo della crescita globale con quello della Cina. Questo è ciò che mostra la figura qui sotto. Abbiamo circa 11.000 punti dati del Pil pro capite (in dollari reali a parità di potere d’acquisto, Ppp) sull’asse orizzontale, e altrettanti tassi di crescita del Pil pro capite per 187 Paesi.La linea blu spessa indica la media dei tassi di crescita stimati in modo non parametrico per le economie a un dato livello di Pil pro capite. Come si può facilmente notare, tale tasso di crescita aumenta da poco più dello 0% per i Paesi/anni più poveri fino a quasi il 2,5% per i Paesi/anni che si trovano a circa 10.000 dollari Ppp.Oggi, i paesi di questo tipo (dove in teoria il tasso di crescita dovrebbe toccare il picco) sono la Tunisia e l’Ecuador; ma nel 1994 erano il Libano, la Romania e il Suriname; e nel 1964 erano la Grecia, il Gabon e la Spagna, e così via (per qualsiasi anno tra il 1950 e il 2024). Dopo quel picco, il percorso di crescita «atteso» a livello mondiale declina e, al livello di Paesi/anni con un Pil pro capite di 50.000 dollari e oltre, il tasso di crescita atteso diventa dell’1,5%.Dove si colloca la Cina in questa storia? Il suo percorso di crescita è rappresentato dalla linea rossa (ottenuta, ancora una volta, tramite una regressione non parametrica). Chiaramente la Cina ha avuto una tremenda accelerazione rispetto al tipico sentiero di crescita mondiale, ma anche una decelerazione molto più netta (le pendenze di entrambe le porzioni – ascendente e discendente – della curva a U rovesciata della Cina sono molto più accentuate rispetto alla medesima curva globale).Tuttavia, nonostante la brusca frenata, la crescita cinese oggi è ancora molto più elevata di quella di un tipico Paese al medesimo livello di reddito. Esiste un divario tra la linea rossa e quella blu: in media, basandoci sull’esperienza mondiale, ci aspetteremmo che la Cina crescesse al 2%, mentre invece cresce al 4,5%.Dunque, sì: la crescita cinese sta rallentando più velocemente di quanto farebbe la tipica crescita mondiale, ma la Cina sta ancora crescendo a tassi significativamente più alti di quanto ci si aspetterebbe basandoci sui dati globali degli ultimi 75 anni.Come regge il confronto con l’esperienza del Giappone, verso la quale molti sostengono che la Cina sia diretta? Ciò che notiamo nella figura qui sotto è che anche il Giappone ha avuto tassi di crescita molto più elevati durante la sua fase di espansione di quanto ci si aspetterebbe dall’esperienza globale.Quando il Pil pro capite del Giappone era di circa 10.000 dollari Ppp, cresceva a quasi il 6% annuo contro il (come abbiamo visto) circa 2,5% del resto del mondo. Ma poi, a partire da circa 30.000 dollari Ppp (si veda la linea tratteggiata nel grafico), la decelerazione del Giappone è stata talmente brusca che alla fine, e per un brevissimo periodo, la performance di crescita giapponese è diventata inferiore alla media mondiale per quel livello di reddito.Da allora, il Giappone sembra essere tornato pienamente sulla «linea mondiale»; in altre parole, la sua performance non è né eccezionalmente buona né eccezionalmente cattiva, ma nella media per un paese al livello di reddito del Giappone.La domanda è: la decelerazione della Cina sarà rapida quanto quella del Giappone? È possibile che il grafico della Cina scenda così tanto e così velocemente che, nel momento in cui raggiungerà circa 30.000 dollari Ppp, andrà a toccare la linea blu, rendendo la crescita cinese né più né meno notevole del consueto tasso di crescita a quel livello di reddito?Questa è, ovviamente, una domanda cruciale a cui nessuno può rispondere ora. Ma se si volesse semplicemente prendere un pennarello spesso e tracciare la linea rossa proseguendola secondo l’andamento che sembra avere ora (cioè mantenendo la stessa pendenza), la Cina toccherebbe la linea blu intorno a un Pil pro capite di 32.000 dollari Ppp – livello di reddito che è circa un mezzo superiore a quello odierno. Ciò non significa che smetterà di crescere. Crescerebbe comunque a un tasso di circa il 2% pro capite annuo, ma tale tasso non sarebbe né superiore né inferiore a quello dei Paesi con lo stesso livello di reddito. In quel caso (ipotetico), l’eccezionalismo della Cina sarebbe finito.Testo tratto da: (traduzione dall’inglese a cura di Krisis)Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 InternazionaleBranko Milanovic Economista serbo-americano, è tra i massimi esperti di disuguaglianze globali. Nato a Parigi e cresciuto a Belgrado, ha lavorato per 20 anni alla Banca mondiale, dove è stato capo economista per la ricerca. Professore alla City University of New York (CUNY) e visiting scholar in università da Oxford alla Johns Hopkins, ha rivoluzionato gli studi sulla distribuzione del reddito. Il suo celebre «grafico dell’elefante», del 2016, mostra i perdenti della globalizzazione: le classi medie occidentali e i poveri assoluti. Nei suoi libri tradotti in italiano, Capitalismo senza rivali. Il futuro del sistema che domina il mondo e Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianza e il futuro della classe media, analizza le dinamiche economiche mondiali e i cicli storici del potere. Critico delle élite «liberali illiberali», analizza l’ascesa del populismo come effetto della concentrazione della ricchezza, contestando sia la sinistra globalista sia i nazionalismi reazionari. La sua tesi più provocatoria: «Il capitalismo ha vinto, ma sta distruggendo la democrazia».Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua e-mail, iscriviti a Krisis su Substack This is a public episode. 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di Branko MilanovicL’ex capo economista della Banca mondiale evidenzia come la recente decelerazione economica di Pechino sia un fenomeno del tutto fisiologico. Nonostante la frenata, il gigante asiatico resta nel decile superiore per sviluppo globale, superando ampiamente le performance previste per il suo livello di reddito. La dinamica suggerisce che l’eccezionalità del sistema potrebbe esaurirsi solo tra una generazione, quando l’espansione si allineerà finalmente alle medie mondiali.IN BREVERallentamento senza crollo La crescita cinese scende sotto il 5%, ma resta nel decile più alto globale, ben oltre la media del 2%.Frenata fisiologica L’avvicinamento alla frontiera tecnologica riduce i ritmi: la Cina converge verso dinamiche storicamente normali.Eccezionalità che resiste Anche rallentando, Pechino cresce oltre le attese (circa 4,5%), rinviando la fine del suo vantaggio sistemico.Ci sono molti articoli allarmisti sul rallentamento della crescita cinese (per un bel campione, vedi qui). Il rallentamento è reale. La crescita media annua della Cina negli ultimi tre anni è stata leggermente inferiore al 5% pro capite. Dieci anni fa, la media triennale era circa del 7%, e 10 anni prima ancora la media triennale era del 10%. (Si tratta, in tutti i casi, di tassi di crescita pro capite).Ma una crescita del 5% è davvero negativa? Quanto negativa? Nel 2024 (l’ultimo anno per il quale il database del FMI e della Banca Mondiale dispone di tassi di crescita dettagliati), il tasso di crescita medio mondiale, per Paese, è stato del 2%. Solo un Paese su 10 (ovvero il 10% dei Paesi) ha registrato tassi di crescita superiori al 4,7%. Pertanto, i tassi di crescita cinesi, pur in questa fase di rallentamento, si collocano ancora nel decile superiore di tutti i tassi di crescita annuali a livello globale.Il rallentamento cinese significa semplicemente che, invece di crescere al tasso più alto, o al secondo o terzo più alto, del mondo per circa 20 anni ininterrotti (fatta eccezione per i Paesi che godono di crescita temporaneamente elevata grazie a guadagni da risorse naturali o alla ripresa post-bellica), è ora «sceso» fino a trovarsi nel decile superiore dei paesi per tasso di crescita. Ovviamente, si tratta di un rallentamento che la maggior parte delle nazioni – il 90% per l’esattezza – vorrebbe poter sperimentare. Tra i grandi Paesi, solo l’India recentemente ha ottenuto risultati migliori della Cina, con, ad esempio, la media degli ultimi tre anni di circa il 6% pro capite.Il rallentamento cinese è inoltre «normale» e atteso: il Paese è diventato più ricco, si è avvicinato in molti casi alla frontiera tecnologica e ci si può aspettare che la sua crescita dipenda essenzialmente (forse non ancora, ma tra una generazione o due) dalla velocità del progresso sulla frontiera tecnologica.Ha quindi senso porsi la seguente domanda. Raccogliamo tutti i dati storici (dal 1950 al 2024) sui livelli di Pil pro capite e sui relativi tassi di crescita di tutti i Paesi presenti nel database della Banca mondiale e del Fondo monetario, e confrontiamo il profilo della crescita globale con quello della Cina. Questo è ciò che mostra la figura qui sotto. Abbiamo circa 11.000 punti dati del Pil pro capite (in dollari reali a parità di potere d’acquisto, Ppp) sull’asse orizzontale, e altrettanti tassi di crescita del Pil pro capite per 187 Paesi.La linea blu spessa indica la media dei tassi di crescita stimati in modo non parametrico per le economie a un dato livello di Pil pro capite. Come si può facilmente notare, tale tasso di crescita aumenta da poco più dello 0% per i Paesi/anni più poveri fino a quasi il 2,5% per i Paesi/anni che si trovano a circa 10.000 dollari Ppp.Oggi, i paesi di questo tipo (dove in teoria il tasso di crescita dovrebbe toccare il picco) sono la Tunisia e l’Ecuador; ma nel 1994...
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