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EPISODE · Aug 15, 2026 · 26 MIN

REC #2 — Le democrazie stanno diventando più autoritarie nel controllo delle nostre comunicazioni?

from Zero Days · host Giovanni Ziccardi

I Negli ultimi anni molti Stati democratici stanno cercando di aumentare la propria capacità di accedere alle comunicazioni, ai dispositivi e ai dati dei cittadini. Le ragioni invocate sono serie e spesso indiscutibilmente legittime: terrorismo, criminalità organizzata, abusi sessuali sui minori, cybercrime, spionaggio, minacce ibride e sicurezza nazionale. Ma dietro provvedimenti, tecnologie e proposte legislative apparentemente differenti emerge una domanda molto più profonda: quanto deve essere ancora possibile, in una società digitale, comunicare in uno spazio nel quale neppure lo Stato possa entrare? In questo secondo episodio di REC parto da questa domanda per analizzare una delle tensioni più importanti delle democrazie contemporanee: il rapporto tra sicurezza, sorveglianza e libertà. La digitalizzazione ha infatti modificato radicalmente la natura stessa della sorveglianza. Accedere a uno smartphone non significa più soltanto intercettare una conversazione: significa potenzialmente conoscere relazioni, fotografie, spostamenti, documenti, ricerche, interessi e una parte considerevole della memoria di una persona. E l'intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore salto di scala, perché rende possibile correlare e analizzare automaticamente quantità di informazioni che in passato sarebbe stato quasi impossibile esaminare. Al centro dell'episodio c'è il grande conflitto attorno alla crittografia end-to-end. Le autorità denunciano da anni il problema del going dark: che cosa accade quando una comunicazione rimane tecnicamente inaccessibile anche in presenza di un provvedimento legittimo dell'autorità giudiziaria? Da qui nascono le proposte di accesso eccezionale, le discussioni sulle backdoor, il client-side scanning e il controverso dibattito europeo conosciuto come Chat Control. Ma una vulnerabilità creata per consentire l'accesso ai soggetti legittimati può diventare una vulnerabilità utilizzabile anche da Stati ostili, servizi di intelligence, gruppi criminali e attaccanti informatici. Perché la crittografia non protegge soltanto la privacy: la crittografia è essa stessa sicurezza. L'episodio affronta anche un'altra trasformazione fondamentale: il ricorso dello Stato a government trojan, captatori informatici e lawful hacking. Se una comunicazione non può essere intercettata perché cifrata, diventa possibile tentare di acquisirla direttamente dal dispositivo. Nasce così un paradosso: lo Stato può trovarsi contemporaneamente nella posizione di dover eliminare le vulnerabilità per proteggere i cittadini e di volerle conservare per poterle utilizzare nelle investigazioni. E poi ci sono gli spyware commerciali, l'intelligenza artificiale applicata alla sorveglianza, la possibilità di ricostruire automaticamente reti di relazioni e comportamenti, l'espansione progressiva delle finalità per cui gli strumenti investigativi vengono utilizzati e il rischio del chilling effect: modificare il proprio comportamento semplicemente perché si percepisce la possibilità di essere osservati. Il punto non è sostenere che ogni aumento dei poteri investigativi trasformi automaticamente una democrazia in uno Stato autoritario. Il problema è comprendere quando una legittima esigenza di sicurezza comincia a modificare strutturalmente l'equilibrio tra cittadino e potere pubblico. Per questo, davanti a ogni nuova tecnologia di sorveglianza, le domande decisive non sono soltanto se sia utile a combattere il crimine, ma se sia necessaria, proporzionata, controllabile, circoscritta e reversibile. Il vero conflitto dei prossimi anni potrebbe allora non essere semplicemente tra privacy e sicurezza, ma tra due diverse concezioni della sicurezza: quella dello Stato, che deve poter investigare e prevenire, e quella del cittadino, che deve poter proteggere i propri dispositivi, le proprie comunicazioni e lo spazio privato nel quale esercita la propria libertà. Una democrazia ha bisogno di entrambe. La questione non è scegliere tra uno Stato cieco e uno Stato onnisciente. La questione è decidere quanto deve poter vedere uno Stato democratico senza smettere, proprio per questo, di essere democratico.

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