EPISODE · Feb 25, 2026 · 22 MIN
Sarajevo Safari: i buchi neri della narrazione secondo Andrea Angeli
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di Elisabetta BurbaDall’ipotetica presenza del Sismi all’assenza di militari italiani nella missione Unprofor, l’ex portavoce delle Nazioni Unite a Sarajevo solleva dubbi sulla coerenza cronologica e logistica del cosiddetto «turismo della morte». Ricostruendo il contesto della città assediata, il funzionario internazionale invita a misurare il racconto con la realtà operativa di quegli anni. A partire dai check-point serbo-bosniaci e dalla «roulette russa» del monte Igman.IN BREVEMemoria storica Il portavoce Onu durante l’assedio di Sarajevo Andrea Angeli, che ha seguito tutte le guerre balcaniche, solleva dubbi sulla corenza della ricostruzione dei cosiddetti «tour della morte».Incongruenze logistiche Angeli rivela che a Sarajevo, durante l’assedio, non c’erano alpini italiani. Le Forze armate italiane non parteciparono con un contingente di terra alla missione Unprofor dell’Onu.Paradosso dell’intelligence Una fonte chiave del documentario «Sarajevo Safari» sostiene che i servizi bosniaci abbiano riferito dei turisti dell’orrore al Sismi a fine 1993-inizi 1994. Ma la rappresentanza diplomatica italiana a Sarajevo aprì solo nel maggio 1994.Realtà operativa bellica Angeli racconta che rggiungere le postazioni tramite il monte Igman era una «roulette russa». La complessità degli spostamenti solleva dubbi sull’esistenza di un’organizzazione turistica strutturata.Silenzio di quegli anni Nonostante la massiccia presenza di stampa internazionale e di funzionari Onu, ai tempi dell’assedio non emersero prove o segnalazioni su civili stranieri che pagavano per sparare sui civili.La delegazione diplomatica a Sarajevo fu aperta ai primi di maggio del 1994». Con cautela diplomatica, Andrea Angeli, celebre addetto stampa della missione Onu a Sarajevo (dal 1993 al 1994), non dice di più. Eppure, in quest’intervista che cerca di chiarire la vicenda dei cosiddetti safari umani, il funzionario, che è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis, evidenzia con precisione chirurgica un punto chiave dell’inchiesta aperta a Milano.Le indagini sono state avviate dal sostituto procuratore Alessandro Gobbis sulla base di un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, con l’aiuto dell’ex giudice milanese Guido Salvini. L’esposto fa riferimento al documentario Sarajevo safari, realizzato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanič. Testimone chiave del documentario è Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca. Secondo Subašić, già alla fine del 1993 i suoi uomini avevano individuato un gruppo di italiani coinvolti nei cosiddetti safari umani. L’informazione, sostiene Subašić, fu condivisa con gli ufficiali del Sismi allora presenti a Sarajevo all’interno del contingente delle Nazioni Unite Unprofor.Qui la versione della fonte chiave si scontra con la storia ufficiale. Andrea Angeli, memoria storica dei conflitti nei Balcani, dove ha lavorato per 16 anni, di cui 10 anni e 23 giorni non stop, solleva un’obiezione fondamentale: l’Italia non ha mai avuto un contingente militare in Unprofor. I pochi italiani presenti erano osservatori in divisa bianca dell’Ue o funzionari internazionali, come Andrea Angeli.A questo punto, la domanda sorge spontanea. Se la rappresentanza diplomatica italiana ha aperto i battenti solo nel maggio 1994, e dato che di solito il Sismi arriva in loco di pari passo con l’ambasciata, chi erano gli interlocutori a cui i servizi bosniaci avrebbero consegnato mesi prima i nomi dei presunti «turisti dell’orrore»?Attenzione, però. Sebbene il Sismi giunga solitamente sul terreno in concomitanza con la rappresentanza diplomatica, non si può escludere che – prima del maggio 1994 – qualche uomo dei servizi operasse a Sarajevo sotto mentite spoglie. Ma se gli agenti del Sismi erano nella capitale bosniaca sotto copertura, come hanno fatto i servizi bosniaci a individuarli e ad aprire un canale con loro?Il punto cruciale non è dunque se il Sismi fosse o meno presente a Sarajevo prima del maggio 1994. La questione di fondo è una strana incongruenza. Come hanno potuto i servizi bosniaci riferire ufficialmente a un’entità che, sulla carta, non esisteva? È su questo buco nero della narrazione che si gioca la credibilità dell’intera vicenda. Incongruenza che peraltro, come emerge dalle risposte di Andrea Angeli, è solamente la più singolare di una discreta serie.In oltre 40 anni di carriera nelle zone di guerra, lei ha mai incontrato un’ipotesi di reato come questa?«In verità no, ma non v’è mai fine al peggio. Non posso quindi escludere la presenza di pazzi criminali coinvolti nelle attività denunciate. Va tuttavia tenuto presente che non si trattava di andare al tiro a segno delle bancarelle di piazza Navona. Chiunque volesse andare a Sarajevo in quegli anni, quand’anche nelle zone controllate dai serbo-bosniaci e anche se “paying guest”, si sarebbe esposto a enormi rischi per la propria incolumità personale, sia nel viaggio sia durante la permanenza. Chi non tiene in conto questo, non conosce la realtà di quel disgraziatissimo periodo».Quando lei era addetto stampa Onu a Sarajevo, si parlava – anche solo sottoforma di voci non verificate – di stranieri che pagavano per sparare sui civili dalle postazioni serbe?«No. Ricordo che si parlò di zone isolate della Bosnia dove forestieri si “dilettavano” in guerre simulate con sagome umane e/o proiettili di plastica. E poi c’erano i fiancheggiatori, ovvero stranieri che appoggiavano materialmente una fazione o per affinità politiche o religiose. In entrambi i casi parliamo di fattispecie diverse».Se un funzionario Onu o un militare avesse notato presenze «anomale», quale sarebbe stata la procedura?«Bella domanda: tutto era anomalo a quel tempo. Stranieri fiancheggiatori delle varie fazioni ci sono sempre stati, in ogni guerra, lo vediamo oggigiorno in Ucraina. Unprofor non era una forza di occupazione, una volta che lo straniero vestiva un’uniforme degli eserciti locali sfuggiva al controllo internazionale. Diverso se una nostra pattuglia Mp (Polizia militare, ndr) avesse intercettato un’auto con targa straniera con personale civile armato a bordo».A Sarajevo ha mai raccolto o sentito resoconti da civili bosniaci che descrivevano cecchini «non locali» o con accenti stranieri?«Ripeto, fiancheggiatori stranieri da ambo le parti c’erano. Se fossero poi cecchini o addetti ad altre incombenze militari, non saprei».Ha mai sentito di giornalisti che indagavano su mercenari o volontari stranieri tra le forze serbe?«Guardi, la situazione negli anni 1993 e 1995 era talmente grave che l’eventuale presenza di mercenari sarebbe passata in secondo piano. La priorità per i giornalisti era quella – di per sé difficile e rischiosa – di riferire obiettivamente quanto accadeva».Un altro testimone chiave è John Jordan, ex marine e pompiere volontario a Sarajevo. Pur ammettendo di non aver mai visto i cosiddetti «turisti tiratori» sparare un colpo, il 28 agosto 2012 al Tribunale dell’Aja ha detto di averli osservati presso «postazioni di cecchinaggio». Che reputazione aveva a Sarajevo Jordan? Oggi come viene ricordato?«Ricordo che c’erano alcuni coraggiosi vigili del fuoco Usa. Non appartenevano all’Unprofor, agivano sotto il cappello di una ong americana. Ricordo il capo Bob Triozzi, ottima persona, molto coraggioso. Jordan non so».I «turisti dell’orrore» sarebbero partiti da Trieste via Belgrado. Quanto erano «permeabili» i confini per civili stranieri con finalità di questo tipo?«Da Belgrado a Pale (avamposto serbo-bosniaco sulle colline sovrastanti Sarajevo) si poteva arrivare scendendo da Nord, superando una miriade di check-point e perquisizioni varie, a patto di avere lasciapasssare serbo-bosniaci. Per arrivare a Sarajevo si risaliva invece da Sud, ma gli ultimi 15 chilometri, la discesa dal Monte Igman, erano una roulette russa, da kamikaze puri. Domandatelo a Bernardo Valli, decano degli inviati italiani, che qualche volta l’ha fatta. In aereo si arrivava solo muniti di tessera Un Press con i C130 da Ancona».Lei aveva mai sentito parlare di Gavazzeni prima dell’apertura dell’inchiesta? Che idea si è fatto dell’esposto presentato al Tribunale di Milano?«No, mai sentito parlare prima di Gavazzeni. Non ho letto l’esposto salvo quanto riportato dai media. Sono rimasto molto sorpreso nel leggere di alpini Unprofor. L’Italia non ha mai fatto parte di tale missione di pace. Gli unici militari italiani presenti nella regione erano una mezza dozzina di osservatori europei stazionati in altre zone. Non erano in mimetica, ma con divise bianche dell’Ue, occasionalmente transitavano per qualche ora a Sarajevo. Tutto qui. Quei pochissimi civili italiani Unprofor erano come me funzionari delle Nazioni Unite, senza legami – al pari degli altri civili – col proprio Paese».Quanti italiani eravate in Unprofor?«Due in Croazia dal 1992 e altrettanti a Belgrado. In Bosnia, oltre a me, a Sarajevo c’era Michele Manca di Nissa, che copriva Zenica e Tuzla per l’Unhcr. Sempre a Sarajevo, ai primi del ’94 arrivò in amministrazione un funzionario della Fao, Gianpiero Silvestri. Stop».Altri italiani?«Ne arrivarono molti in occasione di varie iniziative pacifiste – Mir Sada e Marcia dei 500 – nel 1992. Alcuni rimasero per qualche tempo. Le presenze si diradarono dopo l’uccisione dell’attivista Moreno Locatelli sul ponte di Vrbanja poco dopo il mio arrivo nell’ottobre 1993. Volontari del gruppo cattolico padovano Beati Costruttori di Pace continuarono ad arrivare insieme a quelli della ong Sprofondo, ma parliamo di poche persone. E, poi, i giornalisti che andavano e venivano: media della presenza giornaliera di reporter italiani, una decina. La permanenza media era di 10 giorni, con l’eccezione di Adriano Sofri che dai primi del 1994 siVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Elisabetta BurbaDall’ipotetica presenza del Sismi all’assenza di militari italiani nella missione Unprofor, l’ex portavoce delle Nazioni Unite a Sarajevo solleva dubbi sulla coerenza cronologica e logistica del cosiddetto «turismo della morte». Ricostruendo il contesto della città assediata, il funzionario internazionale invita a misurare il racconto con la realtà operativa di quegli anni. A partire dai check-point serbo-bosniaci e dalla «roulette russa» del monte Igman.IN BREVEMemoria storica Il portavoce Onu durante l’assedio di Sarajevo Andrea Angeli, che ha seguito tutte le guerre balcaniche, solleva dubbi sulla corenza della ricostruzione dei cosiddetti «tour della morte».Incongruenze logistiche Angeli rivela che a Sarajevo, durante l’assedio, non c’erano alpini italiani. Le Forze armate italiane non parteciparono con un contingente di terra alla missione Unprofor dell’Onu.Paradosso dell’intelligence Una fonte chiave del documentario «Sarajevo Safari» sostiene che i servizi bosniaci abbiano riferito dei turisti dell’orrore al Sismi a fine 1993-inizi 1994. Ma la rappresentanza diplomatica italiana a Sarajevo aprì solo nel maggio 1994.Realtà operativa bellica Angeli racconta che rggiungere le postazioni tramite il monte Igman era una «roulette russa». La complessità degli spostamenti solleva dubbi sull’esistenza di un’organizzazione turistica strutturata.Silenzio di quegli anni Nonostante la massiccia presenza di stampa internazionale e di funzionari Onu, ai tempi dell’assedio non emersero prove o segnalazioni su civili stranieri che pagavano per sparare sui civili.La delegazione diplomatica a Sarajevo fu aperta ai primi di maggio del 1994». Con cautela diplomatica, Andrea Angeli, celebre addetto stampa della missione Onu a Sarajevo (dal 1993 al 1994), non dice di più. Eppure, in quest’intervista che cerca di chiarire la vicenda dei cosiddetti safari umani, il funzionario, che è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis, evidenzia con precisione chirurgica un punto chiave dell’inchiesta aperta a Milano.Le indagini sono state avviate dal sostituto procuratore Alessandro Gobbis sulla base di un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, con l’aiuto dell’ex giudice milanese Guido Salvini. L’esposto fa riferimento al documentario Sarajevo safari, realizzato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanič. Testimone chiave del documentario è Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca. Secondo Subašić, già alla fine del 1993 i suoi uomini avevano individuato un gruppo di italiani coinvolti nei cosiddetti safari umani. L’informazione, sostiene Subašić, fu condivisa con gli ufficiali del Sismi allora presenti a Sarajevo all’interno del contingente delle Nazioni Unite Unprofor.Qui la versione della fonte chiave si scontra con la storia ufficiale. Andrea Angeli, memoria storica dei conflitti nei Balcani, dove ha lavorato per 16 anni, di cui 10 anni e 23 giorni non stop, solleva un’obiezione fondamentale: l’Italia non ha mai avuto un contingente militare in Unprofor. I pochi italiani presenti erano osservatori in divisa bianca dell’Ue o funzionari internazionali, come Andrea Angeli.A questo punto, la domanda sorge spontanea. Se la rappresentanza diplomatica italiana ha aperto i battenti solo nel maggio 1994, e dato che di solito il Sismi arriva in loco di pari passo con l’ambasciata, chi erano gli interlocutori a cui i servizi bosniaci avrebbero consegnato mesi prima i nomi dei presunti «turisti dell’orrore»?Attenzione, però. Sebbene il Sismi giunga solitamente sul terreno in concomitanza con la rappresentanza diplomatica, non si può escludere che – prima del maggio 1994 – qualche uomo dei servizi operasse a Sarajevo sotto mentite spoglie. Ma se gli agenti del Sismi erano nella capitale bosniaca sotto copertura, come hanno fatto i servizi bosniaci a...
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