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EPISODE · Apr 15, 2026 · 18 MIN

«Trump non è la causa del declino occidentale: ne è l’effetto»

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di Elisabetta BurbaIl politologo che insegna alla American University di Washington analizza il tramonto del primato statunitense, leggendolo come un processo strutturale iniziato ben prima dell’insediamento di Donald Trump. Attraverso una prospettiva storica di lungo periodo, il professor Amitav Acharya, che è nato in India, tratteggia l’immagine di un sistema globale che torna a essere plurale e multicentrico. A suo avviso, non si tratta di una fine, ma di una transizione verso una configurazione inedita. Si apre una fase dove il dialogo tra civiltà diverse sostituisce l’egemonia di un singolo polo, offrendo nuove possibilità di cooperazione per affrontare le sfide del futuro.IN BREVEGenesi del populismo Secondo il professor Acharya, l’ascesa del trumpismo non è la causa, ma il risultato di cambiamenti strutturali globali. Il fenomeno nasce dalla disillusione dei «perdenti» della globalizzazione e dalla delocalizzazione industriale.Tramonto della leadership Dopo 80 anni di dominio incontrastato, il primato economico e militare degli Stati Uniti si sta erodendo. Potenze come Cina, India e i Brics sfidano oggi l’influenza di Washington.Scacchiere mediorientale Il conflitto in Iran evidenzia i limiti del potere bellico americano e gli errori di calcolo strategico. L’incapacità di ricostruire dopo aver distrutto segnala un passaggio verso la fine della Pax americana.Resistenza millenaria L’arroganza occidentale ignora la profondità storica di nazioni come la Persia, capaci di resistere per millenni. L’ordine mondiale non è un monopolio dell’Ovest, ma una costruzione plurale.Mondo multiplex Il declino occidentale apre a un sistema multicentrico dove il dialogo tra civiltà sostituisce l’egemonia. Accettare questa transizione permette di costruire nuove forme di cooperazione globale.«Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente». Più che il titolo, è il sottotitolo a rivelare il contenuto dell’ultimo libro di Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington D.C., considerato uno dei massimi esperti mondiali di Relazioni internazionali. In Storia e futuro dell’ordine mondiale, pubblicato in Italia da Fazi editore, Acharya analizza 5 mila anni di storia per dimostrare come l’ordine globale non sia un’esclusiva occidentale, ma una costruzione plurale destinata a evolversi verso un assetto più equo e multicentrico. Krisis lo ha intervistato.Professore, lei ha dichiarato che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma ne è la conseguenza. Perché?«Quando ho detto che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma la conseguenza, intendevo dire che ci sono stati cambiamenti in atto nell’ordine mondiale, negli affari internazionali, ben prima di Trump, e che questi sono cambiamenti a lungo termine. Alcuni di questi cambiamenti hanno creato nazionalismo e populismo in Occidente e negli Stati Uniti, in particolare tra gli elettori di Trump. Per esempio, l’influenza occidentale sul mondo è stata in parte sfidata, almeno negli ultimi due decenni circa, dall’ascesa di altre potenze come la Cina o l’India, e anche dalla Russia. Come risultato di questa sfida e dell’ascesa di nuove potenze, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro importanza relativa nel mondo. Gli Stati Uniti si sono trovati a dover competere, ad esempio, con la Cina, e sono stati anche sfidati dai Paesi del Sud del mondo. Questo ha reso difficile per gli Usa affermare il proprio primato e ha creato una sorta di disillusione tra il pubblico statunitense riguardo agli effetti della globalizzazione. Quindi i sostenitori di Trump sono fondamentalmente i “perdenti” del processo di globalizzazione».In che senso?«Mi riferisco alle persone che hanno perso il lavoro a causa del fatto che le industrie in cui lavoravano hanno delocalizzato in altri Paesi, come in quelli del Sud del mondo. Inoltre, le istituzioni multilaterali che dovrebbero essere pro-Usa o difendere gli interessi americani non lo hanno fatto, dal punto di vista di Trump. Quindi Trump ha visto questa come un’opportunità per sfruttare il sentimento anti-globalizzazione e anti-ordine liberale tra la gente. L’immigrazione è un altro fattore, perché l’immigrazione era aumentata in modo piuttosto drammatico in tutto il mondo, ma anche l’immigrazione verso gli Stati Uniti. Quindi Trump ha percepito, ha visto che c’è una vasta sezione di americani che non ama la globalizzazione, che non ama l’immigrazione, che non ama le istituzioni multilaterali come l’Onu. E ha sfruttato questo sentimento. In realtà, quei cambiamenti sono avvenuti perché l’ordine mondiale stava cambiando. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa erano indiscutibilmente la principale potenza economica e militare nel mondo. Ma lentamente questo primato si è eroso, specialmente per quanto riguarda il potere economico. La Cina ha iniziato a crescere e lo hanno fatto anche altri Paesi, come i Brics. Così Trump ha pensato che questa fosse una buona opportunità. I cambiamenti in corso – specialmente la globalizzazione – stavano creando rabbia e rifiuto tra un certo numero di americani, un gran numero di americani. E Trump ci si è buttato dentro. Prima Trump era pro-globalizzazione. Era solo un uomo d’affari. Adesso sta sfruttando il sentimento contro la globalizzazione ed è diventato molto bravo in questo. Ecco a cosa mi riferivo quando ho detto che Trump è una conseguenza. Non ha creato lui l’erosione del potere americano. Era un fenomeno che stava accadendo a causa di cambiamenti in corso da molto tempo prima del suo insediamento. Ora Trump può dargli la spinta finale, distruggendo completamente il sistema. Ma non ha dato inizio lui al processo».Quindi è più un effetto che una causa: i cambiamenti erano strutturali e precedenti a Trump. Riguardo alla guerra in Iran, lei pensa che rappresenti il sipario finale per la Pax americana?«Sì, in un certo senso sì. Non direi finale, ma è un altro passaggio verso la fine. Io guardo alla storia mondiale non in termini di passaggi drammatici, ma di cambiamenti a lungo termine. E penso che questo sia un punto di svolta, nel senso che i mutamenti stanno già accadendo, ossia l’ascesa di India, Cina e Brics. Prendiamo la guerra Russia-Ucraina: Trump ha provato a dire che avrebbe risolto il problema non appena entrato in carica, ma non ci è riuscito. Ha fallito. I russi non lo ascoltano nel modo in cui lui vorrebbe. Quello è stato un altro passo. Poi è arrivato all’Iran. Trump pensava di poter entrare in Iran e distruggere il regime. Ora dice di non volere un cambio di regime, ma inizialmente aveva detto di volerlo. Voleva sbarazzarsi del regime e poi andarsene via molto velocemente senza dover continuare la guerra troppo a lungo e senza subire perdite reali. Ma a un mese dall’inizio della guerra, vediamo che Trump ha ottenuto sì qualche vittoria, come l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, ma resta il fatto che per gli Usa la situazione è pessima perché gli alleati americani nel Golfo sono stati colpiti dai missili iraniani. Trump non l’aveva previsto: non pensava che l’Iran avrebbe risposto colpendo gli alleati del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e altri. Quanto alle nostre basi americane, molte sono state danneggiate e la guerra continua. L’Iran non si è arreso. Quanto a Trump, pare che i suoi obiettivi bellici non vengano raggiunti, qualunque essi fossero. È umiliato, sembra aver dovuto cambiare rotta, vuole negoziare con il regime iraniano. Pensava che avrebbe capitolato, che si sarebbe arreso. E invece resiste. Quindi Trump ne esce piuttosto male nell’ambito della comunità internazionale. Gli alleati Nato, come l’Italia, hanno rifiutato di sostenerlo nella riapertura dello Stretto di Hormuz. La Nato non vuole essere coinvolta direttamente, il che è comprensibile perché lo stesso Trump aveva umiliato gli alleati. Quindi la situazione è pessima per gli Usa, sia militarmente sia politicamente. In una frase, direi che Trump può distruggere, ma non può ricostruire. Non può fare un accordo. È bravo a distruggere, ma non sa costruire. La distruzione è una cosa, la costruzione è un’altra. E sembra davvero un leader debole, e questo eroderà la fiducia americana nel potere americano, perché gli Usa non possono mantenere le promesse. Inoltre, farà anche apparire gli Stati Uniti davvero male in termini di potere politico-diplomatico».Ma non era ovvio già da subito che sarebbe finita così? Perché Trump si è comportato in modo talmente irragionevole con l’Iran?«Ottima domanda. Penso ci siano diversi fattori in campo. Uno è che Trump ha sbagliato i calcoli. I leader spesso sbagliano i calcoli. Trump era troppo sicuro di sé. Dopo aver assediato il Venezuela ed essersi sbarazzato del regime, pensava di poter fare la stessa cosa in Iran. Ma il punto è che il Venezuela è proprio qui accanto, mentre l’Iran è lontano ed è un Paese molto più grande e una potenza molto più grande. Quindi Trump ha fatto male i calcoli. Pensava che il regime iraniano, dopo l’uccisione del suo leader, si sarebbe arreso, proprio come si era arreso il regime venezuelano. In sostanza, dopo il rapimento del presidente Nicolàs Maduro, Trump aveva preso il controllo in Venezuela. Quindi è stato un errore di calcolo. L’altro fattore è che Trump è stato consigliato male. Israele lo ha spinto verso la guerra. Non c’è dubbio sul ruolo di Israele. In un certo senso, è stato molto vantaggioso per Israele, ma negativo per gli Usa. Gli stessi consiglieri di Trump sembrano piuttosto incompetenti. Peraltro, si stanno lanciando in guerra senza pensare alle conseguenze. E ciò potrebbe includere i suoi consiglieri stretti e anche Pete Hegseth, il Segretario della Difesa ora chiamato Segretario della Guerra. Ma è successo anche questo. Terzo, Trump non aveva previsto che gli alleati europei avrebbero respinto la sua linea in modo così totale, come invece è accaduto. Prendiamo l’Italia, che è stata piuttosto amichevole nei suoi confronti: che esprimesse un totale rifiuto, Trump non lo aveva preVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

di Elisabetta BurbaIl politologo che insegna alla American University di Washington analizza il tramonto del primato statunitense, leggendolo come un processo strutturale iniziato ben prima dell’insediamento di Donald Trump. Attraverso una prospettiva storica di lungo periodo, il professor Amitav Acharya, che è nato in India, tratteggia l’immagine di un sistema globale che torna a essere plurale e multicentrico. A suo avviso, non si tratta di una fine, ma di una transizione verso una configurazione inedita. Si apre una fase dove il dialogo tra civiltà diverse sostituisce l’egemonia di un singolo polo, offrendo nuove possibilità di cooperazione per affrontare le sfide del futuro.IN BREVEGenesi del populismo Secondo il professor Acharya, l’ascesa del trumpismo non è la causa, ma il risultato di cambiamenti strutturali globali. Il fenomeno nasce dalla disillusione dei «perdenti» della globalizzazione e dalla delocalizzazione industriale.Tramonto della leadership Dopo 80 anni di dominio incontrastato, il primato economico e militare degli Stati Uniti si sta erodendo. Potenze come Cina, India e i Brics sfidano oggi l’influenza di Washington.Scacchiere mediorientale Il conflitto in Iran evidenzia i limiti del potere bellico americano e gli errori di calcolo strategico. L’incapacità di ricostruire dopo aver distrutto segnala un passaggio verso la fine della Pax americana.Resistenza millenaria L’arroganza occidentale ignora la profondità storica di nazioni come la Persia, capaci di resistere per millenni. L’ordine mondiale non è un monopolio dell’Ovest, ma una costruzione plurale.Mondo multiplex Il declino occidentale apre a un sistema multicentrico dove il dialogo tra civiltà sostituisce l’egemonia. Accettare questa transizione permette di costruire nuove forme di cooperazione globale.«Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente». Più che il titolo, è il sottotitolo a rivelare il contenuto dell’ultimo libro di Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington D.C., considerato uno dei massimi esperti mondiali di Relazioni internazionali. In Storia e futuro dell’ordine mondiale, pubblicato in Italia da Fazi editore, Acharya analizza 5 mila anni di storia per dimostrare come l’ordine globale non sia un’esclusiva occidentale, ma una costruzione plurale destinata a evolversi verso un assetto più equo e multicentrico. Krisis lo ha intervistato.Professore, lei ha dichiarato che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma ne è la conseguenza. Perché?«Quando ho detto che Trump non è la causa del declino dell’Occidente, ma la conseguenza, intendevo dire che ci sono stati cambiamenti in atto nell’ordine mondiale, negli affari internazionali, ben prima di Trump, e che questi sono cambiamenti a lungo termine. Alcuni di questi cambiamenti hanno creato nazionalismo e populismo in Occidente e negli Stati Uniti, in particolare tra gli elettori di Trump. Per esempio, l’influenza occidentale sul mondo è stata in parte sfidata, almeno negli ultimi due decenni circa, dall’ascesa di altre potenze come la Cina o l’India, e anche dalla Russia. Come risultato di questa sfida e dell’ascesa di nuove potenze, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro importanza relativa nel mondo. Gli Stati Uniti si sono trovati a dover competere, ad esempio, con la Cina, e sono stati anche sfidati dai Paesi del Sud del mondo. Questo ha reso difficile per gli Usa affermare il proprio primato e ha creato una sorta di disillusione tra il pubblico statunitense riguardo agli effetti della globalizzazione. Quindi i sostenitori di Trump sono fondamentalmente i “perdenti” del processo di globalizzazione».In che senso?«Mi riferisco alle persone che hanno perso il lavoro a causa del fatto che le industrie in cui lavoravano hanno delocalizzato in altri Paesi, come in quelli del Sud del mondo. Inoltre, le istituzioni multilaterali che dovrebbero essere pro-Usa o difendere gli interessi americani non lo hanno fatto, dal punto di...

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