Una domenica di affanno per il “sultano” Erdogan | Il Punto della Settimana episode artwork

EPISODE · May 13, 2023 · 4 MIN

Una domenica di affanno per il “sultano” Erdogan | Il Punto della Settimana

from Il Punto della Settimana · host Giornale Radio

A cura di Ferruccio Bovio Oggi, in Turchia, sessanta milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma soprattutto per pronunciarsi sulla conferma o meno di Recep Erdogan alla carica di capo dello stato: anche se, probabilmente, per conoscere davvero il nome di chi guiderà la Repubblica presidenziale di Ankara nei prossimi cinque anni, bisognerà attendere la data del 28 maggio: quando cioè, dovrebbe tenersi il ballottaggio, nel caso in cui nessuno degli attuali candidati avesse varcato, nella consultazione odierna, la soglia del 50%. Per la prima volta, da circa vent’anni a questa parte, il presidente uscente non è dato dai sondaggi come sicuro vincitore: anzi, stando almeno agli ultimi dati demoscopici raccolti, il candidato delle opposizioni Kemal Kilicdaroglu – detto anche il “Gandhi turco” - sembra addirittura in lieve vantaggio sul “sultano” Erdogan, il quale non è certamente abituato a condurre campagne elettorali in affannosa rincorsa. Ma chi è lo sfidante che insidia così da vicino una leadership che eravamo tutti abituati a considerare particolarmente salda? Di lui sappiamo che ha 74 anni e che, pur partendo da condizioni sociali umilissime che lo hanno obbligato a lavorare nei campi fin da ragazzino, è riuscito egualmente ad affermarsi nel mondo accademico, raggiungendo una cattedra di Economia. Oggi è il capo del Partito Popolare Repubblicano - lo stesso fondato dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk - e guida una coalizione di sei formazioni che sono accomunate tra di loro dalla sola volontà di dare una spallata definitiva al regime erdoganiano. Promette dialogo e democrazia, in contrapposizione alla concezione autoritaria del potere tipica di Erdogan ed esprime, inoltre, una visione molto più laica della società turca, rispetto a quella imposta, invece, dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo, attualmente al governo e decisamente più orientato verso la costruzione di un Paese fondato essenzialmente sui principi islamici. Non capitano certamente nel momento migliore per Erdogan queste elezioni che vedono il “sultano” in una chiara difficoltà dovuta sia all’inflazione ormai arrivata al 50%, che alle profonde ferite (cinquantamila morti) lasciate tra la popolazione dal terribile terremoto del febbraio scorso. Da notare che, in suo favore, Kilicdaroglu potrà contare anche sull’appoggio esterno dell’elettorato curdo che, da solo, vale il 10% circa dei voti e che, indubbiamente, rappresenta un grosso contributo per le ambizioni del candidato laico. Comunque sia, chiunque vinca si troverà a dover gestire una situazione interna particolarmente complicata: basti pensare ai 100 miliardi di dollari da trovare per ricostruire le zone devastate dal terremoto. Oppure all’inflazione che, come già detto, viaggia stabilmente sopra il 50%, con punte del 156% per i prezzi della frutta e del 279% per quelli della verdura, mentre la lira turca, negli ultimi dodici mesi, si è svalutata del 60% sia sul dollaro, che sull’euro. Tuttavia, Erdogan non è uomo che si arrenda facilmente e non va sottovalutato il fatto che, al momento, egli esercita ancora un controllo pressoché assoluto sull’esercito e sui servizi di sicurezza. Pertanto, se – cosa, tra l’altro, assai probabile - il risultato elettorale non dovesse apparire assolutamente chiaro e finisse magari per sfociare in proteste di piazza, la Turchia rischierebbe di andare incontro a pericolosi momenti di tensione. Speriamo, dunque, di non dover nuovamente rivedere le immagini che, nel 2016, seguirono al presunto tentativo di colpo di stato che, allora, la propaganda di Erdogan attribuì al politologo Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti. In quei giorni di violenta repressione, si contarono, infatti, 290 morti, 1440 feriti, 2893 arresti e vennero colti i più svariati pretesti per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e per imporre centinaia di epurazioni sia nella magistratura, che nell’esercito.

A cura di Ferruccio Bovio Oggi, in Turchia, sessanta milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma soprattutto per pronunciarsi sulla conferma o meno di Recep Erdogan alla carica di capo dello stato: anche se, probabilmente, per conoscere davvero il nome di chi guiderà la Repubblica presidenziale di Ankara nei prossimi cinque anni, bisognerà attendere la data del 28 maggio: quando cioè, dovrebbe tenersi il ballottaggio, nel caso in cui nessuno degli attuali candidati avesse varcato, nella consultazione odierna, la soglia del 50%. Per la prima volta, da circa vent’anni a questa parte, il presidente uscente non è dato dai sondaggi come sicuro vincitore: anzi, stando almeno agli ultimi dati demoscopici raccolti, il candidato delle opposizioni Kemal Kilicdaroglu – detto anche il “Gandhi turco” - sembra addirittura in lieve vantaggio sul “sultano” Erdogan, il quale non è certamente abituato a condurre campagne elettorali in affannosa rincorsa. Ma chi è lo sfidante che insidia così da vicino una leadership che eravamo tutti abituati a considerare particolarmente salda? Di lui sappiamo che ha 74 anni e che, pur partendo da condizioni sociali umilissime che lo hanno obbligato a lavorare nei campi fin da ragazzino, è riuscito egualmente ad affermarsi nel mondo accademico, raggiungendo una cattedra di Economia. Oggi è il capo del Partito Popolare Repubblicano - lo stesso fondato dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk - e guida una coalizione di sei formazioni che sono accomunate tra di loro dalla sola volontà di dare una spallata definitiva al regime erdoganiano. Promette dialogo e democrazia, in contrapposizione alla concezione autoritaria del potere tipica di Erdogan ed esprime, inoltre, una visione molto più laica della società turca, rispetto a quella imposta, invece, dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo, attualmente al governo e decisamente più orientato verso la costruzione di un Paese fondato essenzialmente sui principi islamici. Non capitano certamente nel momento migliore per Erdogan queste elezioni che vedono il “sultano” in una chiara difficoltà dovuta sia all’inflazione ormai arrivata al 50%, che alle profonde ferite (cinquantamila morti) lasciate tra la popolazione dal terribile terremoto del febbraio scorso. Da notare che, in suo favore, Kilicdaroglu potrà contare anche sull’appoggio esterno dell’elettorato curdo che, da solo, vale il 10% circa dei voti e che, indubbiamente, rappresenta un grosso contributo per le ambizioni del candidato laico. Comunque sia, chiunque vinca si troverà a dover gestire una situazione interna particolarmente complicata: basti pensare ai 100 miliardi di dollari da trovare per ricostruire le zone devastate dal terremoto. Oppure all’inflazione che, come già detto, viaggia stabilmente sopra il 50%, con punte del 156% per i prezzi della frutta e del 279% per quelli della verdura, mentre la lira turca, negli ultimi dodici mesi, si è svalutata del 60% sia sul dollaro, che sull’euro. Tuttavia, Erdogan non è uomo che si arrenda facilmente e non va sottovalutato il fatto che, al momento, egli esercita ancora un controllo pressoché assoluto sull’esercito e sui servizi di sicurezza. Pertanto, se – cosa, tra l’altro, assai probabile - il risultato elettorale non dovesse apparire assolutamente chiaro e finisse magari per sfociare in proteste di piazza, la Turchia rischierebbe di andare incontro a pericolosi momenti di tensione. Speriamo, dunque, di non dover nuovamente rivedere le immagini che, nel 2016, seguirono al presunto tentativo di colpo di stato che, allora, la propaganda di Erdogan attribuì al politologo Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti. In quei giorni di violenta repressione, si contarono, infatti, 290 morti, 1440 feriti, 2893 arresti e vennero colti i più svariati pretesti per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e per imporre centinaia di epurazioni sia nella magistratura, che nell’esercito.

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On va refaire le monde X "En mode coach" Lola Bon. J’ai décidé d’aborder des sujets dont on ne parle pas, par peur du jugement de l’autre, par pudeur, par insignifiance, ou par manque d’envie.Le sexe est pourtant partout. Il fait partie intégrante des relations humaines, qu’elles soient amoureuses, amicales, professionnelles, cordiales ou même fortuites. Et pourtant, on n’en parle pas, ou pas assez, ou juste pas de la bonne manière.Moi, je veux parler du sexe, du vrai, celui qui est là, devant nous, et qu’on ignore…Bienvenue sur : On va refaire le monde X En mode coach. Le comptoir de la psychologie Le comptoir de la psychologie Je suis Jo, psychologue clinicienne et j'ai crée ce podcast afin de rendre accessible les différents reliefs de la psychologie. Il s'agit d'un travail de construction et de déconstruction pour apprendre et s'ouvrir autour des différents thèmes que logent la psychologie et la psychanalyse. J'aborde le métier du psychologue et de sa rencontre mais aussi ses outils, concepts, représentations, symptômes etc... Pour me soutenir, j'ai crée une page Patreon : https://www.patreon.com/lecomptoirdelapsychologie Merci beaucoup pour vos contributions ainsi que vos encouragements, vos retours ❤️ Bonnes écoutes :-) Contact : [email protected] Hébergé par Acast. Visitez acast.com/privacy pour plus d'informations. Alcatraz Radio2 "Fratello, la cosa assurda non è che sono un italiano nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti. La cosa assurda è che tu stai fuori. Che tutti lì fuori siete liberi e state di schifo. Dov'è la tua libertà, tesoro? Nei lager dei quartieri di merda in cui vi hanno ficcato come bestiame, che cosa vi aspettate di diventare, onorevoli? Vi tengono in vita solo perché dovete comprare. Consigli per gli acquisti? Fanculo. Chi di noi due è nel braccio della morte? lo o te? Benvenuto ad Alcatraz, tesoro.” Babel Radio Popolare Il podcast della trasmissione Babel di Radio Popolare

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