Il Punto della Settimana

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Il Punto della Settimana

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  1. 154

    Garlasco | Il Punto della Settimana

    E se Alberto Stasi, il giovane bocconiano che in tanti, - basandosi sbrigativamente su alcune immagini non propriamente “castigate” che erano state trovate sul suo computer – avevano considerato, fin da subito, come un individuo capace di commettere anche i più efferati delitti, stesse albergando nelle nostre patrie galere da oltre undici anni per un crimine che non ha commesso? E se quel biondino dagli occhi – ahilui - di ghiaccio e dallo sguardo impenetrabile fosse magari finito nel vortice di uno di quei neanche tanto rari casi di giustizia approssimativa che mettono in cattiva luce i tribunali italiani? Adesso, vista la piega che sembrano prendere le indagini a Garlasco, aspettiamoci pure che, da un momento all’altro, lo spietato assassino torni ad essere un “bravo e sfortunato ragazzo”, rimasto vittima della superficialità o dell’incompetenza di chi, a suo tempo, decise del suo destino. D’altra parte, nel processo a carico di Stasi, non sono mai state raccolte prove ritenute sufficienti per superare la soglia dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”: tanto è vero che, nei primi due gradi di giudizio, fu sempre assolto, poiché le accuse nei suoi confronti si fondavano su ricostruzioni essenzialmente indiziarie, mancando, infatti, una vera e propria “prova regina”. Viene dunque, a questo punto, da chiedersi quante volte a prevalere, nei giudizi penali, non sia tanto la ricerca della verità, quanto invece l’ansia di fornire - comunque ed anche a rischio di commettere errori imperdonabili - una qualche risposta alla sete di giustizia (o talvolta di vendetta) dell’opinione pubblica. Tanto, in Italia, la responsabilità per errore giudiziario ricade, normalmente, sempre sullo Stato. È lo Stato, infatti, a risarcire il danno e non chi ha concretamente preso decisioni che possono avere distrutto, in maniera spesso definitiva, l’esistenza di un essere umano. Questo perchè una rivalsa nei confronti del giudice è prevista limitatamente alle fattispecie nelle quali egli abbia agito con dolo o colpa grave. Quindi, praticamente mai... Ne discende, pertanto, un sistema in cui la magistratura esercita un potere enorme – ossia, quello di incidere sulla libertà e sull’esistenza delle persone - senza che a questa condizione di sostanziale dominio corrisponda una forma di responsabilità che sia adeguatamente conseguenziale e proporzionata. E francamente, noi non possiamo che rabbrividire in presenza di un meccanismo accusatorio che i colpevoli pare più interessato a crearli, che a cercarli.

  2. 153

    Prima del 9 maggio | Il Punto della Settimana

    4mila aerei; 45mila jeep; 3mila mezzi anfibi; 12mila blindati da combattimento; 136mila pezzi di artiglieria leggera; 140 cacciatorpedinieri; 35mila postazioni radio; 2mila locomotive e 10mila vagoni; 5 milioni di tonnellate di derrate alimentari per salvare la popolazione dalla fame; 14 milioni di scarponi. No, non è la letterina inviata da Zelensky a Babbo Natale, ma è, invece, l’impressionante fornitura militare che, a partire dall’11 marzo del 1941 (cioè ben 9 mesi prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra), il Presidente Roosvelt decise di mettere a disposizione dell’Unione Sovietica, emanando il provvedimento noto come “Land Lease act” che, tra l’altro, consentiva ai Paesi beneficiari di estinguere, comodamente, il loro debito monetario in trent’anni. Debito al quale il Cremlino farà poi fronte soltanto nella striminzita misura del 10%. Naturalmente, nel corso della parata militare celebrativa dell’ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista, Vladimir Putin si è ben guardato se non dal ringraziare – non pretendiamo tanto – almeno dal fare un minimo cenno storico anche a quell’America che pure aiutò non poco Stalin a non soccombere del tutto dinanzi alla sfuriata iniziale di Hitler...Anzi, figuriamoci, è stata l’Armata Rossa a fare tutto da sola e a liberare l’Europa dalla “peste bruna”...Ed a questo proposito, sarebbe magari interessante andare anche a chiedere ai Paesi del Patto di Varsavia quanto si siano realmente sentiti liberi per oltre quarantanni… Anche venerdì scorso, quindi, l’immancabile e tradizionale “smemoratezza” del 9 maggio ha finito per avvolgere, nella sua tendenziosa vulgata di stampo nazionalista, tutti i cortei e le sfilate che si sono svolti in Russia. Ovviamente, qui nessuno intende disconoscere l’impressionate tributo di vite umane (almeno 20 milioni di morti) eroicamente fornito alla causa anti nazista dall’Unione Sovietica: tuttavia, stupisce abbastanza il fatto che, per registrare le prime storiche ammissioni sugli aiuti ricevuti in tempo di guerra, si siano dovute aspettare le memorie di Kruscev o l’intercettazione, da parte del KGB, di una telefonata del 1963, nella quale il mitico maresciallo Zukov ammetteva testualmente che “senza gli americani non avremmo vinto la guerra”. Ma c’è anche un altro aspetto della cosiddetta “Guerra Patriottica” sul quale Putin evita sempre e sistematicamente di soffermarsi: ed è quello che dovrebbe riportalo indietro a quel 23 agosto del 1939 – sei anni prima cioè, del glorioso 9 maggio 1945 – in cui Hitler e Stalin firmarono il famoso “patto decennale di non aggressione”, che conteneva, come è noto, anche un “protocollo segreto” nel quale si stabiliva la spartizione della Polonia tra Mosca e Berlino. Non aspettiamoci però che sia l’attuale leader del Cremlino – con tutto il bagaglio di sogni di restaurazione zarista che si porta dietro – a riconoscere che se, se alla fine del conflitto, l’URSS si trovò dalla parte giusta della storia, il merito vada attribuito esclusivamente al caso. Infatti, senza il tradimento di quel patto della vergogna da parte di Hitler, Stalin, con ogni probabilità, se ne sarebbe rimasto tranquillamente in disparte a godersi lo spettacolo dei Paesi capitalisti in guerra tra di loro, in attesa di trarne i suoi vantaggi… Mancano, quindi, due capitoli fondamentali per completare seriamente il racconto della “Grande Guerra Patriottica”. Ma sono capitoli che la Russia di oggi non intende affatto inserire nelle sue narrazioni, mentre i putiniani di casa nostra si rifiutano ostinatamente di leggerli o spesso ne ignorano addirittura l’esistenza. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  3. 152

    Cento Giorni | Il Punto della Settimana

    I primi cento giorni di Donald Trump non saranno magari stati così catastrofici, come lo furono, invece, quelli che segnarono la fine dell’epopea napoleonica: tuttavia, possiamo immaginare che un minimo di contrariata delusione stia vagando, in queste ore, per le stanze della Casa Bianca.   Gli indici di gradimento sono, infatti, i più bassi tra quelli registrati da un presidente nel suo trimestre iniziale, col il solo 45% degli elettori intervistati che continua ad approvare l’operato del Tycoon: e si tratta di una percentuale sensibilmente inferiore a quelle di cui avevano goduto sia Obama, che Biden. A incrinare un rapporto di fiducia che sembrava destinato a durare un pochino più a lungo, può senz’altro aver contribuito anche la frenesia dalla quale The Donald si è lasciato trascinare, emettendo, da gennaio ad oggi, ben 139 ordini esecutivi che, al di là della smania di voler dimostrare chissà quale dose di efficientismo, in realtà hanno sovente finito per finire nelle sabbie mobili dei conflitti tra i poteri dello Stato. E stiamo parlando di uno Stato che, tra l’altro, si sta rivelando niente affatto  rassegnato dinanzi alla prospettiva di dover sottostare alle regole imposte dal pressapochismo e dall’ improvvisazione. Sono così fioriti, come le margherite a primavera, i ricorsi che molte corti giudiziarie hanno presentato contro i provvedimenti unilaterali del presidente: magari nell’illusoria speranza di indurlo a dare un’occhiatina al vecchio e basilare “Spirito delle Leggi” di Montesquieu. Tuttavia, presso l’elettorato americano, a determinare i cambiamenti di opinione più repentini, in genere è soprattutto l’andamento dell’economia. Ed a questo proposito, non c’è dubbio sul fatto che, in questi  primi tre mesi di Amministrazione Trump, della tanto preannunciata “età dell’oro” non si sia vista neanche l’ombra... Una confusa strategia sulla politica commerciale ha, infatti, ottenuto il solo effetto di alimentare l’incertezza sui mercati finanziari internazionali (compresa Wall Street), facendo bruciare decine di miliardi di dollari ed allarmando gli investitori pubblici e privati circa la tenuta e l’affidabilità dei buoni del tesoro di Washington. Di conseguenza a calare sono state sia la fiducia delle imprese, che le prospettive di crescita del Pil Usa le quali, non a caso, per il 2025 sono scese all’1,8%, rispetto al +2,7% stimato alla fine del 2024. Che dire poi se, dall’imposizione dei nuovi dazi, dovesse derivare – come è assai probabile che succeda – anche una ripresa inflattiva?   Ma se sulla politica economica trumpiana è, forse, meglio stendere un velo pietoso, non troppo esaltanti  sono pure i risultati ottenuti a livello di quella estera, dove le tante e roboanti promesse avanzate in campagna elettorale, alla prova dei fatti si sono in realtà convertite in problemi molto più complessi e delicati di quanto potesse immaginare chi, professionalmente, era più che altro abituato a condurre trattative di compravendita immobiliare.  Le famose “24 ore” riguardanti l’Ucraina sono ormai passate da qualche minuto, senza che però droni e missili abbiano cessato di fare stragi; il progetto di fare della Striscia di Gaza una sorta di Costa Azzurra mediorientale sembra essere - per fortuna - finito nel dimenticatoio (unitamente a quel ridicolo video che lo aveva  presentato) ed il Canada, votando per il liberale Mark Carney, pare non avere nessuna voglia di diventare la 51esima stelletta della “Stars and Stripes”. Tutta questa confusione generata dal metodo di governo approssimativo adottato dall’attuale Casa Bianca, non può, quindi, che minare la credibilità stessa degli Stati Uniti, indebolendoli soprattutto dinanzi alla Cina, la quale, essendo retta da un governo che non deve rendere conto dei suoi risultati immediati ad alcuna opinione pubblica (e tanto meno ad alcun elettorato), molto meglio di qualsiasi democrazia occidentale sarà sempre in grado di elaborare ed imporre strategie - magari anche lunghe e dolorose – alla sua popolazione. E francamente, l’idea trumpiana di sfidare Pechino sul terreno dei dazi, proprio mentre sta rinnegando (e talvolta insultando) le più antiche e consolidate alleanze occidentali, a noi sembra veramente una scelta irresponsabile. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  4. 151

    Un 25 Aprile orfano di certezze che parevano consolidate | Il Punto della Settimana

    Non c’è dubbio sul fatto che l’ottantesimo anniversario del 25 Aprile, che l’Italia ha celebrato venerdì scorso, sia andato a collocarsi in uno scenario internazionale profondamente modificato rispetto a quello sul quale le generazioni formatesi dopo la fine della Guerra si erano, da sempre, comodamente adagiate. Per la prima volta, infatti, il sodalizio politico e militare tra gli Stati Uniti e l’Europa conosce uno stato di crisi che ne sta minando – o, forse, ha già del tutto compromesso – la saldezza e l’unità di intenti storicamente impiegate a tutela dei valori liberali e democratici delle società occidentali. A voler essere onesti, il disimpegno dell’Amministrazione Trump dal teatro europeo - soprattutto se visto alla luce della crescente necessità, da parte di Washington, di concentrare risorse finanziarie e militari sullo scacchiere indo  pacifico -  può magari anche apparire come un’opzione quasi obbligata per una Casa Bianca che non intenda cedere il passo dinanzi ad un’avanzata cinese che ormai, a livello globale, ne minaccia seriamente sia il primato economico, che quello strategico. Sappiamo, ad esempio, che gli Americani contribuiscono alle spese della NATO superando, ogni anno, i 700 miliardi di dollari: e non a caso, anche presidenti certamente meno rozzi e brutali di Donald Trump – come Biden ed Obama – hanno spesso ricordato agli alleati europei l’esigenza di addivenire ad una più equa ripartizione degli sforzi finanziari tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia, per chi come noi si è formato nella consapevolezza del fatto che oggi, se non fossero esistiti gli Stati Uniti, da Parigi a Mosca si marcerebbe ancora al passo dell’oca, il trauma risulta essere tutt’altro che leggero...Ciò nonostante, poiché non sempre tutto il male viene per nuocere, può anche darsi che, alla fine, i toni ed i modi decisamente bruschi usati da Trump, servano almeno per dare una scossa provvidenziale ad un’Europa che, forse, solo oggi inizia finalmente a capire che, se vuole davvero avere un futuro all’altezza del suo passato, deve allora cominciare ad occuparsi sul serio della propria difesa. Visto e considerato che, oltre tutto, dalle parti del Cremlino, l’atavica propensione all’imperialismo mostra una sorta di continuità genetica che non conosce battute d’arresto, partendo da Pietro il Grande per arrivare fino ai giorni nostri, come la vicenda ucraina sta a testimoniare.  Pertanto, una difesa europea autonoma ed efficiente  è quanto mai indispensabile proprio per difendere quei principi di libertà e democrazia che animarono la Resistenza al nazi-fascismo. Purtroppo però, in merito a questo tipo di esigenze, nel nostro Paese - tra i distinguo ipocriti di chi si arrampica sugli specchi per cercare di eludere il problema in nome di una velleitaria politica comune militare europea e le svariate prese di posizione apertamente anti occidentali – si affermano spesso (ed  in maniera davvero preoccupante), le istanze di coloro che, in pratica, non fanno altro che portare acqua al mulino di Putin. Ed a questo proposito, ci viene in mente l’atteggiamento contraddittorio assunto dalla presidenza dell’ANPI la quale, facendo finta di non sapere che la lotta partigiana al nazifascismo non fu condotta con le pistole ad acqua o con i mortaretti, ma con le armi fornite dagli anglo – americani, ha messo in discussione, fin dall’inizio, le ragioni della resistenza ucraina e si è ridotta persino a trovare giustificazioni storiche al neo-imperialismo russo. Si tratta di una forma di pacifismo che, in Italia, trae origine da una tradizione comunista che, per oltre quarant’anni, ha costantemente sostenuto la causa  della pace ad ogni costo, specialmente quando la cosa  faceva comodo agli interessi dell’Unione Sovietica. Ed il voto di una larga parte del gruppo del PD al Parlamento Europeo contro il piano di difesa presentato dalla presidente Von der Leyen, altro non fa che testimoniare in che misura – al contrario di quanto avviene nelle altre famiglie del Socialismo europeo – questo retaggio di natura comunista sia ancora ben radicato nella Sinistra italiana. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  5. 150

    La confusione regna sovrana | Il Punto della Settimana

    Non possiamo certo dire che la settimana che abbiamo appena archiviato sia trascorsa all’insegna della routine e del quieto vivere. Gli annunci di Trump sui dazi relativi ai beni importati negli USA – tra l’altro in percentuali notevolmente superiori rispetto a quanto ci si potesse aspettare - unitamente alle contro misure adottate (o, comunque, minacciate) dagli altri partner commerciali (in particolare dalla Cina), hanno, infatti, provocato uno tsunami che ha travolto i mercati finanziari di ogni continente, causando clamorosi crolli in tutte le maggiori Borse mondiali. A preoccupare sia gli addetti ai lavori, che i semplici risparmiatori è soprattutto la totale mancanza di chiarezza per quanto riguarda le prospettive dell’economia globale: mancanza ultimamente accentuata, nella sua gravità, dal venir meno, sullo scenario internazionale, di alcuni punti di riferimento istituzionali - credibili ed affidabili - ai quali, in passato, i mercati si aggrappavano per poter nutrire qualche certezza circa loro futuro. E in effetti, non ci pare, al momento, di poter osservare in giro qualcosa che possa, in qualche modo, richiamare l’autorevolezza dimostrata dall’Amministrazione Obama all’epoca della grande crisi dei mutui “sub prime”, oppure, nel 2012, dalla BCE di Mario Draghi dinanzi alle difficoltà del debito sovrano europeo. Al contrario, l’impressione sgradevolissima che, in questi ultimissimi giorni, abbiamo tratto dal comportamento ondivago della Casa Bianca, ci induce a pensare che ad alimentare la crisi che stiamo vivendo sia proprio – non si capisce se inconsapevolmente o proditoriamente - uno di quei centri di potere che, normalmente, dovrebbero, invece, costituire una sorta di garanzia estrema (o come si dice di “ultima istanza”). Ed anche l’improvviso rinvio di 90 giorni dell’entrata in vigore dei dazi, subito dopo averne annunciato la partenza, non si comprende bene se sia stato dettato dal panico di un incompetente apprendista stregone di fronte alle non calcolate reazioni dei mercati, oppure dalla mossa azzardata di un pokerista abituato a tenere una pistola sul tavolo verde, per ricordare agli altri giocatori che, comunque andranno le carte, alla fine la partita l’avrà vinta lui. Possibile che la prima potenza economica e finanziaria del mondo, scegliendo la politica delle barriere doganali, non si accorga di essersi, tafazzianamente, incamminata lungo la strada dell’auto penalizzazione? Possibile che a Washington non ci sia proprio nessuno che se la senta di ricordare al Presidente che, in un’economia globale profondamente interconnessa come quella attuale, diventa praticamente impossibile isolarsi, resuscitando teorie mercantilistiche che affondano le loro radici addirittura nella Francia del Re Sole... L’odierna industria americana compra, in larga misura, i componenti essenziali per la fabbricazione dei suoi prodotti al di fuori dagli Stati Uniti. Lo stesso Elon Musk, di recente, è stato polemicamente definito un “assemblatore” di automobili, piuttosto che un “costruttore”...Ora non c’è chi non veda che l’applicazione di pesanti dazi su questi componenti di provenienza estera non potrà fare altro che creare grossi problemi – facendole perdere competitività ed alimentando l’inflazione - proprio a quella manifattura Usa statunitense che Trump afferma, invece, di voler rilanciare. Ed a questo proposito, un po’ tutti i giornali, in queste ultime ore, hanno presentato come emblematica la situazione di Apple che, tra un dazio e l’altro, rischia di vedersi costretta ad aumentare i prezzi dei suoi iPhone nella misura del 43%, facendoli pagare 2.300 dollari al consumatore finale... A noi non resta che rimanere in attesa per vedere quali saranno le reazioni di quella comunità finanziaria americana che tanto aveva sponsorizzato l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Per ora - salvo l’epiteto di “cretino” affibbiato da Elon Musk al teorico dei dazi (nonché ispiratore della Presidenza), Peter Navarro – i muri dello Studio Ovale sembrano presentare ancora poche crepe, ma si sa che, di solito, nessuno è disposto a perdere i suoi miliardi per pura osservanza politica... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  6. 149

    I dazi che fanno figli e figliastri | Il Punto della Settimana

    Avete notato che nel lunghissimo elenco di Paesi che l’Amministrazione Trump ha deciso di “daziare”, spiccano per la loro assenza nomi tutt’altro che marginali come Russia, Cuba e Corea del Nord? Come mai gli Stati Uniti mostrano – ad esempio - maggiore clemenza per l’invasore che per l’aggredito, visto che l’Ucraina, è stata, comunque, assoggettata alla tariffa del 10%? La risposta risiede, essenzialmente, nel fatto che, dal momento del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha modificato radicalmente l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di Mosca, riaprendo un dialogo nel corso del quale – come è noto - non si è mai neanche sognato di mettere in discussione le imperialistiche rivendicazioni di Putin sulla nazione confinate. Arrampicandosi sugli specchi il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha cercato di motivare l’assenza della Russia dalla lista dei Paesi a cui gli Stati Uniti imporranno dazi reciproci, affermando che la cosa è dovuta alla circostanza che, praticamente, al momento non sussistono relazioni commerciali tra Mosca e Washington. Ed effettivamente, il valore degli scambi tra le due super potenze nucleari, dal 2021 ad oggi, è crollato dai 35 miliardi di dollari iniziali agli attuali 3,5 miliardi, come conseguenza delle penalità approvate dalla presidenza Biden all’apertura del conflitto ucraino. Tuttavia, sebbene si parli di numeri oggettivamente piuttosto modesti, anche con Mosca gli Americani versano, comunque, in una condizione di deficit commerciale, che è pari, nel 2024, a 2 miliardi e mezzo di dollari: un dato che costituisce, pur sempre, uno squilibrio dei conti ben superiore rispetto a quello che hanno, invece, tanti altri Paesi ( magari semi sconosciuti), i quali possono vantare, nei confronti degli USA, dei surplus commerciali di pochi ed irrilevanti milioni di dollari, ma le cui merci sono egualmente sottoposte alle tagliole trumpiane in una misura che oscilla dal 30 al 50%. Forse non avete nemmeno mai sentito nominare la repubblica di Nauru o il regno del Leshoto, ma sappiate che si tratta di piccolissimi Stati “furfanti” che, annualmente, “derubano” l’America per due o trecentomila dollari e che, quindi, andavano assolutamente rimessi in riga a dovere dalle bacchettate sulle mani, distribuite dal severissimo gendarme statunitense. Se poi vogliamo farci anche quattro risate, non abbiamo che da pensare al caso delle isole Mc Donald, sulle quali pende un dazio del 10%, nonostante siano completamente disabitate da oltre dieci anni... A sentire l’Economist, se si applicasse - anche agli scambi avvenuti con Mosca nel 2024 - la formula (a detta degli esperti ben poco scientifica) adottata dal Tycoon per la definizione dei suoi dazi, ne verrebbe fuori una percentuale del 35% da addossare anche ai Russi... Ma l’idea non sembra affatto ispirare le scelte che si fanno, in questo periodo, dalle parti della Washington che comanda. La verità è quella che Trump ha cambiato schieramento nel conflitto globale tra democrazia e autocrazia, allineandosi dalla parte degli autocrati, nel non ancora apertamente espresso desiderio di poter presto diventare uno di loro. Tuttavia, come ogni apprendista stregone, anche lui finirà per fallire, facendo precipitare il suo Paese (e purtroppo anche il resto del mondo) in uno stato di gravissima recessione. Poi, arriveranno, se Dio vuole, le elezioni di mid term nel novembre del prossimo anno: è lì si spera che gli Americani dimostrino di aver, finalmente, imparato (a spese loro) a diffidare di chi promette l’avvento di una “nuova età dell’oro” senza neanche sapere di che cosa stia parlando. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  7. 148

    Da che parte stare? | Il Punto della Settimana

    In Italia, durante la Prima Repubblica, le scelte di politica estera hanno spesso diviso i partiti e condizionato sia le coalizioni di governo, che le alleanze internazionali: ricordiamo, ad esempio, come le opposizioni, nel 1949, si schierarono contro l’ingresso del nostro Paese nella NATO o come, nel 1957, dissero di no alla sottoscrizione dei Trattati di Roma e come, nel 1979, lo fecero nei confronti dell’adesione della lira allo SME, il Sistema Monetario Europeo. Ma anche negli ultimi trent’anni, non sono mancati argomenti che sono risultati profondamente divisivi (si pensi all’euro si – euro no, o all’accettazione del Meccanismo Europeo di Stabilità). Adesso, in un momento storico in cui l’assetto geopolitico viene sconvolto da un rimescolamento di carte che disconosce le alleanze più consolidate e tradizionali, che sbeffeggia le regole del diritto internazionale, che mette in discussione i principi della globalizzazione dell’economia e che minaccia la sicurezza dei popoli, l’Italia non perde, purtroppo, l’occasione per confermarsi proprio in quella sua cronica incapacità di esprimere una linea omogenea di politica estera, andando, invece, a dividersi in almeno due filoni molto lontani fra di loro. Ma la particolarità che ci colpisce, risiede soprattutto nel fatto che i diversi orientamenti non segnano uno spartiacque ben preciso (e, tutto sommato, anche parzialmente giustificabile) tra maggioranza e opposizione, ma tracciano, invece, una demarcazione all’interno stesso dei due schieramenti. Salvini e Conte – magari con sfumature diverse – la pensano, infatti, sostanzialmente allo stesso modo sulla questione cruciale che riguarda la funzione che deve svolgere l’Europa nei nuovi contesti mondiali...ma le loro convergenze di vedute – già, comunque, sperimentate e naufragate ai tempi del governo giallo/verde – finiscono, in realtà, per obbligare le coalizioni di cui fanno rispettivamente parte, a cercare punti di mediazione che danneggiano - soprattutto sul piano internazionale – la credibilità e la coerenza  delle loro posizioni politiche. E così, Palazzo Chigi, per non lasciare campo troppo aperto alle manovre del leader leghista, procede a “passi tardi e lenti” sulla strada che dovrebbe, invece, rapidamente condurlo a quei livelli di autorevolezza politica e morale che spetterebbero, senz’altro, ad un grande Paese come l’Italia. A sua volta, sul versante opposto, il Pd di Schlein – costantemente impegnato nella costruzione di una vasta alleanza elettorale che vada dai 5 Stelle ad Alleanza Verdi Sinistra – ha le sue belle patate bollenti da sbucciare quando, per cercare di non scontentare troppo nessuno, è costretto ad assumere degli atteggiamenti che lo portano persino ad isolarsi dal resto del Partito Socialista Europeo, al Parlamento di Strasburgo. Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se, nel medio termine, con l’incalzare di problemi che imporranno scelte di campo sempre più univoche ed affidabili, un governo che si illudesse di reggere a lungo in una condizione di ambiguità come quella in cui versa la nostra attuale maggioranza, finisse poi per dover alzare bandiera bianca dinanzi all’inesorabile richiesta di chiarezza che sarà, inevitabilmente, pretesa da tutti i suoi interlocutori internazionali. Sia da quelli di cui fosse timidamente nemico, che da quelli di cui fosse ambiguamente alleato. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  8. 147

    Ventotene

    Probabilmente, buona parte di coloro i quali si sono accapigliati, in questi giorni, sui concetti e sui principi che ispirarono, nel 1941, gli autori del “Manifesto per un’Europa libera”, in realtà il testo scritto da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli, durante il loro soggiorno coatto a Ventotene, non lo hanno neanche mai letto. Altrimenti, difficilmente si comprenderebbe tanto accanimento, da una parte e dall’altra, per glorificare o per denigrare un progetto politico che, avendo ormai varcato la soglia degli 84 anni, andrebbe invece – come si usa dire oggi – seriamente “contestualizzato”. Male ha fatto, a nostro avviso, Giorgia Meloni a cercare di demolirne la credibilità democratica, andando ad estrapolare – qua e là – alcune affermazioni che, comunque e per nostra fortuna, ben poco hanno inciso sull’approccio che, successivamente, sarebbe stato adottato dai padri costituenti quando si trovarono a dover varare la nostra carta costituzionale nell’immediato Dopo Guerra. Tuttavia, male hanno fatto anche alcuni esponenti della Sinistra a considerare le parole pronunciate dalla nostra premier in Parlamento alla stregua di una disgustosa profanazione compiuta nei confronti di un mito sacro e inviolabile, quasi si trattasse del “patrio suolo” o del “core de mamma”...No, signora Schlein, Giorgia Meloni non ha bestemmiato dinanzi all’altare maggiore della cattedrale di San Pietro...anche se va detto che certe stilettate ad un documento storico che, nel complesso, presenta pur sempre il merito di essere stato tra i primi a tracciare il profilo di uno stato unitario europeo, la nostra premier avrebbe potuto francamente risparmiarsele. L’idea europeista – naturalmente per chi ci crede – è senz’altro quanto di buono e di attuale conserva ancora l’ottuagenario Manifesto che però, in non pochi dei suoi passaggi, denuncia pure tutta la sua appartenenza ad un tempo ormai davvero lontano, ricordando molto da vicino - per la sua impostazione rivoluzionaria - un altro Manifesto (ancora più famoso): e cioè, quello pubblicato, nel 1848, da Marx ed Engels. Certo, l’approdo finale internazionalista di Rossi e Spinelli non è propriamente quello che prevale nella Sinistra continentale degli Anni 40, ancora così fideisticamente orientata verso quel Comintern che Stalin governa con spietato rigore. Ciò nonostante, chi ha avuto modo di leggere Lenin troverà che il metodo operativo al quale si rifanno gli anti fascisti confinati a Ventotene sembra ricalcare, senza troppa fantasia, proprio le linee di condotta tracciate, nei suoi scritti, dal massimo leader comunista di sempre. Ci pare, quindi, che meglio sarebbe limitarsi oggi a condividere lo spirito e le finalità del Manifesto (come, appunto, lo Stato federale europeo), stendendo, tuttavia, un velo se non pietoso, almeno storico su un testo che, ad esempio, seguendo la moda del suo tempo, auspica beatamente l’azione di un partito rivoluzionario, che sia finalmente capace di imporre la sua volontà sulle masse, le quali, non essendo ancora in grado di distinguere i propri interessi, devono, pertanto, necessariamente assoggettarsi alle logiche di una élite illuminata che “attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non già dal consenso popolare – si, dice proprio così - ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna”. Ed a questo punto, viene pure spontaneo domandarsi a chi spetti, in definitiva, il compito di stabilire in che cosa poi consistano realmente queste “esigenze della società moderna”...non certo a qualche forma di consultazione democratica, dal momento che è già stato premesso che il “popolo è immaturo”: anzi, spiegano sempre gli Autori di Ventotene, si tratta di un’ipotesi da escludersi assolutamente poiché – citiamo testualmente - “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. In conclusione, la settimana che ci siamo lasciati alle spalle ha vissuto momenti di alta conflittualità dialettica tra le nostre maggiori forze politiche che però a noi è parsa ingiustificata, perché oggettivamente fondata su aspirazioni e ragionamenti di ottant’anni fa...Pertanto, pur non volendo certamente negare la rilevanza culturale che può assumere un dibattito in chiave storica, riteniamo anche che chi crede davvero negli Stati Uniti d’Europa e nel metodo democratico, è meglio che incominci a farlo rinunciando a trarre la propria ispirazione da manifesti, proclami o bibbie che ci parlano da un passato divenuto ormai troppo remoto. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  9. 146

    Io so io e voi nun ziete un c… | Il Punto della Settimana

    Non sappiamo quale sia il senso dell’autoironia che alberga nella mente di Vladimir Putin, ma è certo che le sue parole - pronunciate a commento della proposta di tregua in Ucraina scaturita dall’incontro di Gedda - lasciano intendere che debba essere particolarmente spiccato. Infatti, il dichiararsi favorevole ad un cessate il fuoco soltanto se questo “fosse tale da portare ad una pace a lungo termine, affrontando le cause di fondo del conflitto”, non può che, implicitamente, comportare anche l’onesto riconoscimento del fatto che la vera “causa di fondo del conflitto” risiede proprio in quel moto di revanscismo di stampo neo zarista che ormai permea, sistematicamente, ogni aspetto del regime che si è affermato nella Russia post sovietica e del quale Putin stesso è, oggi, la più coerente espressione… Sì continua a parlare di pace con estrema superficialità e limitandosi ad invocare genericamente la cessazione dei combattimenti, senza tuttavia mai andare ad indagare seriamente su quali siano la natura stessa di questa guerra e le ragioni che la alimentano: forse nell’ipocrita timore di doverle individuare nelle mire imperiali di Mosca e nella sua storica pretesa di sottomettere l’Ucraina ai propri interessi, negandole qualsiasi forma di autonomia politica o culturale. Vorremmo tanto che Putin ci spiegasse che tipo di “pace giusta”, secondo lui, possa mai sussistere quando uno Stato ne invade un altro, sottraendogli dei territori ed ignorandone sia la sovranità, che l’ indipendenza. E la domanda andrebbe posta anche al signor Trump: certo, lui, probabilmente, non ha neanche mai sentito parlare di “Holomodor” e dei milioni di Ucraini uccisi dalla fame dovuta alle carestie imposte da Stalin negli Anni Trenta... e si sa che l’ignoranza dei fatti, nelle relazioni internazionali, è spesso foriera di errori dalle conseguenze catastrofiche. Ciò nonostante, da un presidente americano ci saremmo francamente aspettati maggiori dignità e consapevolezze, almeno rispetto al fatto che una soluzione “giusta” non ha niente a che vedere con una compiaciuta e rinunciataria adesione a tutte le pretese di Putin: comprese quelle più irriverenti nei confronti di un Occidente liberal democratico del quale – almeno sino a ieri – pensavamo facessero parte anche gli Stati Uniti. La logica che muove sia Putin, che Trump è quella dell’arroganza di chi pensa che ogni volta che gliene capiti l’opportunità – si chiami essa Ucraina o Groenlandia – fa bene a prendersi tutto quello che vuole...oppure quella, ancora più spudoratamente schietta, ma così ben esposta dal sonetto romanesco di Giuseppe Gioacchino Belli, nella parte in cui recita “io so io e voi nun siete un c…”. Che amarezza, dunque, nell’osservare come oggi tutta la politica estera della Casa Bianca vada a rimorchio di quella del Cremlino, fondandosi entrambe su quelle stesse basi predatorie che purtroppo, da sempre, hanno cinicamente accompagnano quasi tutto il cammino della storia. Non ci resta, quindi, che concludere questo nostro appuntamento domenicale, ricordandoci di un grande pensatore del Seicento francese che, amaramente, scriveva “non avendo potuto far sì che ciò che è giusto fosse anche forte, si è fatto in modo che ciò che è forte fosse giusto”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  10. 145

    Fidarsi dell’ombrello anglo-francese? | Il Punto della Settimana

    Come è noto, nel 1968, è stato sottoscritto un Trattato di non proliferazione nucleare che, seppure poi ampiamente disatteso da alcuni Paesi, si proponeva inizialmente di limitare il possesso delle armi atomiche ai soli eserciti che già ne disponessero al momento della firma: e stiamo parlando di Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Regno Unito e Francia.  Sappiamo bene che, purtroppo, le cose sono andate come sono andate e che, quindi, oggi, ogni mattina, il mondo si deve svegliare nella speranza che – tanto per fare un esempio – Kim Jong  Un non si sia alzato con la Luna di traverso...Per quanto però riguarda il nostro Vecchio Continente, va senz’altro detto che nessuna Nazione ha mai manifestato delle difficoltà nell’aderire al Trattato, dal momento che la sicurezza militare (compreso l’ombrello nucleare) erano – almeno formalmente – garantiti dagli alleati Americani. E lo erano soprattutto in virtù di quel famoso art.5 dello Statuto della NATO, che vincola gli Stati membri a valutare ogni attacco eventualmente ricevuto da un Paese sodale, esattamente come quello che potrebbe verificarsi nell’ambito dei propri confini. E fino a poco più di un mese fa, le dichiarazioni rassicuranti – rilasciate, in questo senso, da tutte le Amministrazioni succedutesi a Washington dal 1949 in poi - si erano rivelate sufficientemente credibili per garantire le frontiere orientali dell’Europa. Adesso, invece, lo scenario - estremamente vantaggioso e confortevole - nel quale noi Europei ci eravamo adagiati negli ultimi ottant’anni, sembra improvvisamente mutare senza lasciarci neanche il tempo di rianimarci per comprendere, fino in fondo, se quello che stiamo vivendo sia solamente un incubo oppure una sgradevolissima realtà. Infatti, nel momento stesso in cui gli  Stati Uniti lasciano intendere (o addirittura dichiarano apertamente) di non dare più assolutamente per scontato un loro intervento in difesa di una qualunque capitale europea aggredita, nascono, inevitabilmente, dei problemi enormi, in presenza dei quali  – come ha detto recentemente il futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz – “l’emancipazione dagli USA per quanto concerne la difesa nucleare diventa un obbligo”. Ed a questo proposito, il presidente Macron sembra aver colto la palla al balzo, facendo  prontamente balenare la propria disponibilità a fornire un suo ombrello nucleare protettivo a tutta l’Unione europea, meglio ancora se integrato da un qualificato contributo britannico. Londra e Parigi, messe insieme, formano una potenza nucleare che supera di una cinquantina di testate quella rappresentata dalla Cina che, pure, normalmente, siamo abituati a considerare come il terzo gigante atomico del Pianeta. Tuttavia, anche “l’ipotesi Macron” presenta dei limiti non indifferenti, essendo pur sempre fondata, esclusivamente, sulla concreta determinazione di Francia e Inghilterra a rischiare, sul serio, la loro stessa sopravvivenza per garantire un futuro a Roma o a Berlino...Per queste ragioni, a nostro avviso, pur non trovandosi affatto nella condizione di poter snobbare alcuna offerta di aiuto, è opportuno che comunque - se proprio non vuole trovarsi all’ultimo minuto sola e col cerino in mano - l’Unione europea un minimo di ragionamento sulla propria autonomia nucleare debba, suo malgrado, cominciare a farselo seriamente. Certo, per lei, fiorita nelle pacifiche e rassicuranti aspettative del Dopo Guerra occidentale, è chiaro come, fino a due mesi fa, l’ultima cosa al mondo che avrebbe mai pensato di poter prendere in considerazione fosse proprio quella di doversi dotare di un arsenale atomico...Ciò nonostante, i cambiamenti climatici che si registrano al Cremlino ed alla Casa Bianca, non prospettano nulla di buono per chi dovesse faticare ad intendere che – specialmente a Washington – la “voce del padrone” è ormai severamente cambiata: e non è più quella di chi ama i cani, ma è invece quella di chi preferisce tenerli stabilmente alla catena. Pertanto, in un mondo in cui temiamo sarà sempre più la deterrenza a decidere chi potrà disporre o meno del diritto di parola, sarà bene che anche Bruxelles si dia una bella regolata, se non vuole ridursi anche lei a contare meno della maglietta di Zelensky. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  11. 144

    Una colonia americana | Il Punto della Settimana

    Quanto si è visto in mondovisione venerdì sera segna, probabilmente, se non la fine, almeno l’inizio di un lungo periodo di sospensione delle regole della diplomazia alle quali eravamo stati, da sempre, abituati. Non che, nelle stanze ovattate del potere mondiale, non siano mai avvenuti scontri particolarmente accesi:  vi ricordate la tradizionale formula che definiva “franchi e cordiali” certi incontri finiti a pesci in faccia? Tuttavia, questa volta, alla Casa Bianca, nessuno si è davvero minimamente preoccupato di provare a “salvare il salvabile”, in presenza di telecamere che  hanno trasmesso, in diretta mondiale, uno spettacolo davvero avvilente: soprattutto per chi si illudeva che il prestigioso Studio Ovale fosse ancora rimasto un ambiente ben distinto da quello dei saloons, frequentati da John Wayne o da Henry Fonda e nei quali Donald Trump deve avere, evidentemente, appreso le “buone maniere”. E così, dopo aver subito un processo sommario da parte del presidente americano e del suo vice, il povero Zelensky è stato liquidato con brutale “sei fuori”, proprio come quello con cui il palazzinaro newyorkese – non ancora entrato in politica – concludeva spesso il suo programma televisivo “The Apprentice”, quando bocciava le idee di qualche aspirante imprenditore che tentava la fortuna sui teleschermi. Solo che, in questo caso, non eravamo nè su “Masterchef”, né su “Scherzi a parte”, ma su quella che forse era (e speriamo sia ancora) la più delicata trattativa dalla crisi di Cuba in poi. Per la verità, nei giorni scorsi, non erano certo mancati dei segnali ben poco incoraggianti circa il buon esito della trattativa che aveva, come oggetto principale, la definizione di un accordo per lo sfruttamento del ricchissimo sottosuolo ucraino da parte delle imprese minerarie americane...era, infatti, abbastanza prevedibile che il presidente ucraino, nel consegnare al suo prepotente “padrone” un tesoro  stimato in quindicimila miliardi di dollari, gli avrebbe almeno chiesto - prima di apporre la sua firma sul contratto capestro - su quali garanzie di integrità territoriale il suo Paese avrebbe potuto contare in futuro. Insomma, possiamo immaginare che un rassegnato Zelensky si aspettasse, ragionevolmente, di sentirsi dire un qualcosina di più rassicurante, rispetto al “tu pensa a firmare e poi, per le garanzie, si vedrà dopo il negoziato con Putin”...E qui, pur considerando l’ascesa di Trump al potere come un’autentica sciagura planetaria, dobbiamo anche riconoscere che, per certi aspetti, il tycoon non dice cose insensate quando sostiene che, in fondo, per l’Ucraina non ci può essere protezione più salda di quella fornita da una capillare presenza sul suo territorio di aziende, tecnici e operai americani. Come è possibile non capire – pensa Trump – che a, quel punto, per Mosca, tornare ad aggredire Kiev significherebbe andare a toccare i fili dell’alta tensione su un territorio divenuto ormai, sostanzialmente, una colonia americana? Il ragionamento sembra filare con una certa coerenza, anche se presenta l’invalicabile limite di essere un po’ troppo fondato sugli interessi variabili, imprevedibili e persino umorali  delle parti potenzialmente contraenti. Quanti anni governeranno ancora gli ultrasettantenni Trump e Putin? Chi verrà dopo di loro? Siamo proprio sicuri che, considerati i tempi lunghi (forse addirittura vent’anni) ed i costi elevatissimi che comportano la ricerca e lo sfruttamento delle “terre rare ucraine”, si rivelerà poi così conveniente, per le imprese americane, investire in questa avventura? E se, un bel giorno, qualcuno scoprisse che anche il sottosuolo statunitense è ricchissimo di certi minerali, lasciando così lo Zio Sam cinicamente libero di abbandonare l’Ucraina al proprio destino? No, signor Trump, francamente, ci pare proprio  che Zelensky, respingendo – almeno per ora - la sua offerta e pretendendo garanzie più concrete, abbia proprio i suoi buoni motivi e stia realmente facendo, sia pure in condizioni disperate, l’interesse della sua gente. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  12. 143

    E si, la colpa è proprio di Zelensky... | Il Punto della Settimana

    La presidenza Trump, perlomeno per quanto concerne la politica estera, ha iniziato andando ben al di là di quelle che potevano essere le nostre più fosche aspettative. Che dire, infatti, delle desolanti novità che sono emerse durante l’incontro che si è tenuto a Riad, sotto la graziosa ospitalità di un principe saudita noto, oltreché per i miliardi di dollari che – beato lui – movimenta in tutto il Pianeta, anche per aver fatto eliminare con una motosega un giornalista che gli dava fastidio? Che dire del vergognoso e distorto scenario geopolitico, in cui a recitare la parte del provocatore e del dittatore sarebbe adesso quel povero “attore comico di scarso successo” che, da tre anni, si batte come un disperato per garantire l’indipendenza e le libertà democratiche del suo Paese? Povero Putin, così pesantemente calunniato, in questi ultimi tempi, dalla propaganda di un’Europa illiberale che si è persino permessa di rinfacciargli i bombardamenti sui civili, le stragi come quella di Bucha o la deportazione di migliaia di bambini ucraini andati a finire chissà dove...Meno male che adesso, a ridargli una patente di rispettabilità internazionale, è arrivato il palazzinaro newyorkese, spiegandoci come l’alleato dell’Iran e della Cina - e cioè dei due peggiori nemici (almeno fino ad un momento fa) degli Stati Uniti - sia, in realtà, un interlocutore più che affidabile e col quale poter costruire un radioso futuro  fatto di pace e sicurezza. Apprendiamo, quindi – e, questa volta, non da Lavrov o da Peskov, ma direttamente da Washington - che è stata  l’Ucraina con le sue insane pretese a causare la guerra. Complimenti, dunque, alla macchina comunicativa del Cremlino se è riuscita, così rapidamente, a trasformare quello che, in teoria, dovrebbe essere l’uomo più autorevole del mondo in un penoso megafono di diffusione delle sue più colossali ed improponibili fandonie. È evidente che Trump, manifestamente inadeguato sul piano della cultura geopolitica,  non ha la minima idea di ciò che dice, non conoscendo affatto la storia russa e non avendo, evidentemente, al suo fianco nemmeno qualcuno che gliela racconti bene, illuminandolo sul come stiano veramente le cose. Purtroppo, l’improvvisazione ed il deficit culturale di questa nuova Amministrazione americana, non potranno che produrre conseguenze disastrose a livello planetario. Putin non sarà magari un raffinato intellettuale, ma, a differenza di Trump, conosce senz’altro la storia russa  ben più a fondo di quanto il suo nuovo sodale conosca quella degli Stati Uniti... e soprattutto, sulla falsa riga dei grandi leader sovietici del Novecento, è portato a pensare che il fattore politico debba prevalere su ogni altro tipo di considerazione. Ecco perché non si pone il benché minimo scrupolo nel mandare al macello migliaia e migliaia di suoi soldati come se nulla fosse. A lui non interessano i valori legati al rispetto della vita e della dignità umana, ma solamente gli obbiettivi che si è messo in testa di dover raggiungere. Di fronte a lui, un tipo come Trump più che rabbia, fa quasi tenerezza, come la farebbe un ladruncolo di periferia che si volesse mettere in affari con don Vito Corleone. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  13. 142

    Ottantasette anni dopo | Il Punto della Settimana

    La Conferenza di Monaco, giunta alla sua 61esima edizione, rappresenta solitamente un punto di riferimento per il dibattito sulle principali sfide di politica estera e di sicurezza a livello globale. Quest’anno però, assume, indubbiamente, un significato del tutto particolare, al punto che non pochi commentatori sono giunti persino a paragonarla a quella che, nel 1938, segnò – sostanzialmente – l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, il contesto in cui si svolge l’ormai tradizionale appuntamento bavarese è oggi segnato dall’elettroshock che Donald Trump sta imponendo alla politica internazionale, dall’ancora balbettante avvio della nuova Commissione europea, dalla fragilità interna di Francia e Germania oltreché, ovviamente, dal conflitto in Ucraina. Quella Monaco di 87 anni fa si rivelò la sede in cui Parigi e Londra sacrificarono, di fatto, la Cecoslovacchia, alimentando le aspettative espansionistiche di Hitler: speriamo che quella del 2025 non venga ricordata, dagli storici del futuro, come l’appuntamento in cui l’America pose le basi per la fine dell’Occidente liberal democratico. Infatti, nel lasciare intendere che a decidere le sorti dell’Ucraina saranno essenzialmente – se non esclusivamente – Stati Uniti e Russia, Trump sembra farsi promotore di una visione di un mondo nuovo, in cui a vincere sarà sempre il più armato, il più arrogante e il più spregiudicato. Sia che si tratti di fare del Governo di Kiev un burattino nelle mani del Cremlino, oppure di accorgersi, da un momento all’altro, che, per la Groenlandia, è assolutamente necessario un cambio di passaporto. Dobbiamo, francamente, riconoscere di esserci sbagliati quando, subito dopo l’elezione del Tycoon alla Casa Bianca, avevamo sperato che la nuova Amministrazione americana avrebbe dato seguito e concretezza a certi riferimenti - fatti in campagna elettorale – in merito ad alcuni “rapporti di forza” fermi e chiari, che sarebbero stati gli unici argomenti in grado di condizionare il cinico pragmatismo di Putin. Invece, ci tocca adesso, purtroppo e a malincuore, prendere atto del fatto che, evidentemente, il primo soggetto a subire la legge della jungla è proprio il Presidente degli Stati Uniti: prepotente con gli amici (vedasi Canada e Messico) e servile con i nemici (anche storici) del suo Paese, come quel Vladimir Putin, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, al quale ha incredibilmente riconsegnato il diploma di statista legittimato ed autorevole a livello mondiale, confessando candidamente di avere parlato con lui, per un’ora e mezza, non solo di Ucraina, ma anche “del grande beneficio” che un giorno avranno nel lavorare insieme...  Forse, nei confronti di un uomo che comunque – e guai a dimenticarlo - controlla pur sempre uno spaventoso arsenale nucleare,  era effettivamente eccessivo l’atteggiamento di chiusura assunto da Joe Biden, che lo definiva “un killer” e che si rifiutava persino di rivolgergli la parola: tuttavia, prima di arrivare alla “corresponsione di amorosi sensi” cui abbiamo assistito in questi giorni, pensiamo che  un minimo di cautela diplomatica in più – anche nel rispetto di Zelensky e degli Europei – sarebbe stata decisamente opportuna. Se Trump ed il suo sodale del Cremlino stanno davvero lavorando ad una sorta di spartizione di Yalta del terzo millennio (invitando, naturalmente, al banchetto anche la Cina), allora il Vecchio Continente – ispirato, ormai da lunghi decenni, più dall’osservanza dei migliori principi giuridici e umanitari, che dalle logiche tipiche dei due “raffa raffa” di turno - non pare, purtroppo, nella condizione di poterla impedire. Però, lasciateci concludere che, se dobbiamo sul serio ridurci a guardare a Xi Jinping come al meno peggio o, comunque, come all’unico membro della triade del potere globale in possesso di almeno una briciola di rispetto (sia pure ipocrita e formale) del diritto internazionale, allora vuol dire che stiamo entrando veramente nella fase più tragicomica della Storia universale. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  14. 141

    Monfalcone velata | Il Punto della Settimana

    Abbiamo letto, in questi giorni, che alcune studentesse musulmane di Monfalcone, prima di entrare in classe, ogni giorno vengono sottoposte, da parte delle loro insegnanti, ad una surreale operazione di riconoscimento per accertare se le ragazze siano effettivamente le allieve dell’Istituto “Sandro Pertini” che affermano di essere. Tutto ciò avviene in ottemperanza di quanto dispone la Legge 152 del 1975 che, emanata nel periodo buio degli “anni di piombo”, vieta a chiunque di poter comparire mascherato o, comunque, con il volto coperto in un luogo pubblico, salvo “giustificato motivo”. Chi sia, nella fattispecie scolastica in questione, abilitato a stabilire se un motivo sia “giustificato” o meno non appare chiaro, ma è piuttosto dubbio che il delicato compito debba davvero spettare proprio all’ autonoma iniziativa di qualche qualche preside in evidente imbarazzo ...E non a caso, lo stesso ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha sollecitato il pronto aggiornamento - alle esigenze del nostro tempo - di una normativa ormai prossima a spegnere la sua cinquantesima candelina... Sulla vicenda è intervenuta anche la giornalista Marina Terragni, fresca di nomina all’incarico di Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, esprimendo la sua preoccupazione “sulla libertà di queste ragazze e sulla loro effettiva integrazione nel contesto scolastico e sociale”, visto che - a suo parere - “talune pratiche contravvengono ai più elementari diritti e ostacolano il pieno sviluppo della personalità”. Tuttavia, come ha più volte ricordato l’ex sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint (spesso gradita ospite su questa nostra emittente), il 25 per cento dei residenti a Monfalcone è musulmano e, quindi, non c’è affatto da meravigliarsi se le studentesse che indossano un  velo risultino essere assai numerose, anche se bisogna pure considerare che “c’è velo e velo”… Nel senso che un conto è portare uno “chador” che lascia il viso scoperto ed al quale, quindi, nessuno si oppone, mentre un altro è quello di pretendere di entrare in classe con un “niqab” che, consentendo di intravedere solamente solo gli occhi, mette la direzione scolastica nella sgradevole situazione di dover decidere se applicare rigorosamente la legge (vietando cioè l’ingresso alle giovani islamiche, con il rischio di provocarne l’abbandono degli studi), oppure provvedere, comicamente, alla loro identificazione tutti i giorni prima dell’inizio delle lezioni. Può rientrare un’esigenza di carattere religioso nell’ambito dei giustificati motivi? Nella vicina Francia – soprattutto dopo che le ostentazioni di alcuni simboli di fede a scuola (come una catenina cattolica con un crocifisso o una kippah ebraica sulla nuca) avevano dato origine ad alcuni episodi di inaccettabile odio razziale e culturale – si è deciso in senso negativo, volendo tutelare la laicità dello Stato e dei luoghi in cui si esercita la giustizia oppure si diffonde il sapere. E pure noi, probabilmente, non faremmo poi così male se – almeno in merito a questi temi – prendessimo esempio dai nostri cugini d’Oltralpe ed anziché costringere un’insegnante di matematica ad agire ogni mattina come se fosse una poliziotta, spiegassimo invece – ad ogni studente ed in modo ben chiaro – che, dalle nostre parti,  di esperienze simil Fra Girolamo Savonarola ne abbiamo già vissute anche troppe nel passato e che, pertanto, oggi la misura ci pare ormai - già di per sé - sufficientemente colma... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  15. 140

    Ragione di Stato | Il Punto della Settimana

    Appare a tutti abbastanza chiaro come la liberazione e il rimpatrio di Nijen Osama Almasri - spietato capo della polizia giudiziaria libica - siano stati dettati da un interesse superiore che, normalmente, si definisce “ragione di Stato”. E’, infatti, più che probabile che, in questa intricata circostanza, il Governo abbia voluto agire badando, essenzialmente, agli aspetti geopolitici della questione, anche a costo di ignorarne le pur non marginali implicazioni di carattere etico. Fino a ieri non l’avevamo neanche mai sentito nominare, ma oggi tutti sappiamo che razza di individuo sia questo potentissimo ufficiale che, in terra di Libia, governa svariati luoghi di detenzione nei quali la tortura, le esecuzioni sommarie ed ogni altro tipo di violenza sono la norma quotidiana. E non a caso, sulla sua testa pende un mandato di arresto emesso, recentemente, dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Ciò nonostante, Palazzo Chigi ha, evidentemente, ritenuto che dal trattenere nelle patrie galere questo ingombrantissimo ospite, il nostro Paese avrebbe avuto senz’altro più da perdere che da guadagnare. Ad esempio, il flusso dei migranti che attraversano il Canale di Sicilia è, attualmente, diminuito, ma basterebbe poco per indurre la Libia a modificare quell’atteggiamento abbastanza collaborativo che – a modo suo, si intende – negli ultimi anni, ha adottato sul controllo delle carrette del mare. E poi, ci sono i grandi interessi dell’ENI da tutelare ad ogni costo, mettendoli al sicuro da certi sgambetti che magari potrebbero tentare qualche amico d’Oltralpe – vedi il gruppo Total – se pensasse di approfittare di un eventuale raffreddamento dei rapporti tra Roma e Tripoli. E’, quindi, nostro massimo interesse impegnarci per favorire un clima di stabile intesa nelle relazioni che intratteniamo con un Paese che, oggigiorno, appare talmente imprevedibile e diviso al suo interno da far, sinceramente, rimpiangere i tempi in cui l’interlocutore principe sarà anche stato una mina vagante per l’ordine nel Mediterraneo, ma almeno era uno solo. Gheddafi, tra le altre cose, fu il mandante di stragi come quella di Lockerby con tutte le sue 270 vittime, eppure nessuno si indignò più di tanto quando, nel 1976, la LAFICO – finanziaria della Banca centrale libica – acquisì una quota del 9% del capitale della FIAT, fornendo all’Avvocato Agnelli ossigeno fresco in una fase di grosse difficoltà aziendali. E ben pochi provarono un senso di vergogna quando, in uno slancio di penoso servilismo, Berlusconi arrivò addirittura a baciare l’anello del bizzoso colonnello di Tripoli. Dinanzi alla “ragione di Stato”, non ci sembra, quindi, il caso di arrampicarsi troppo sugli specchi per cercare di negare – come, stranamente, ha fatto Giorgia Meloni – il coinvolgimento del suo Esecutivo, addossando le responsabilità del salvataggio di Almasri ad inefficienze degli apparati della giustizia o, comunque, a cortocircuiti burocratici. La vicenda di queste ore non è poi così diversa da quella che ha portato, soltanto un mese fa, alla liberazione di un ingegnere sospettato di terrorismo, in cambio di quella di Cecilia Sala. Non abbia, quindi, la nostra premier alcun timore nel rivendicare, anche in questa fattispecie, il primato della politica, riconoscendo che, quando c’è di mezzo la “ragione di Stato”, non esiste alcun motivo per occultarne la presenza, ricorrendo goffamente a scuse alle quali tanto poi non crede davvero nessuno. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  16. 139

    L’Italia e l’uscita di Trump dall’OMS | Il Punto della Settimana

    Tra i primi provvedimenti urgenti appena firmati dal neopresidente americano, Donal Trump, figura anche un ordine esecutivo che sancisce l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il tycoon ha motivato la sua decisione criticando quella che – a suo parere – è stata una cattiva gestione della pandemia nata in Cina, unitamente “all’incapacità di dimostrare indipendenza dai condizionamenti politici inopportuni di alcuni Stati membri”. Ed il riferimento, in questo caso,  era diretto, in modo abbastanza chiaro al gigante asiatico. Inoltre, l’Oms sarebbe anche colpevole di avere ingiustamente approfittato della usuale generosità di Washington, chiedendole finanziamenti sempre eccessivamente onerosi. È in effetti, è giusto ricordare che gli Stati Uniti hanno rappresentato – almeno fino a ieri - il principale donatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, coprendo una quota del il 16 % del finanziamento totale, corrispondente alla cifra di 1,284 milioni di dollari nel periodo 2022-2023. Nasce, quindi, adesso il rischio più che concreto che, senza il contributo degli Americani, l’OMS venga a trovarsi nell’impossibilità di rispondere alle emergenze sanitarie a livello globale, dovendo, tra l’altro, a questo punto, procedere (con ogni probabilità) anche ad una riduzione del suo personale scientifico. C’è da dire, inoltre, che l’impennata di Donald Trump ha finito per avere immediate ripercussioni anche nel nostro Paese, visto che due senatori della Lega – e cioè, gli immancabili Borghi e Bagnai, vecchi fautori dell’uscita dell’Italia dall’euro e, più o meno, da tutto quello da cui è umanamente possibile  uscire -   hanno prontamente depositato in Senato un disegno di legge affinché  anche il Bel Paese lasci l’OMS, etichettata come “un carrozzone che aiuta solo quelli che ci lavorano”. Peccato che, sul nostro territorio, siano presenti numerosi centri dell’Organizzazione, tutti impegnati in importanti attività di ricerca, di monitoraggio e di elaborazione dati. Ed è proprio il lavoro di questi nuclei scientifici – inseriti in un circuito internazionale che ne annovera quasi ottocento – a facilitare il conseguimento di risultati che, altrimenti, sarebbero irraggiungibili, vanificando, in tal modo, ogni tentativo di coordinare una politica finalizzata alla salute globale. L’agenzia delle Nazioni Unite è nata nel 1948, coinvolge oggi 194 Stati membri ed ha un raggio d’azione ampio e virtuosamente umanitario, poiché promuove la salute anche nelle aree più povere del Pianeta, dove agisce attraverso campagne di prevenzione e di informazione per la popolazione, cercando di evitare  la propagazione di focolai di malattie infettive e, più in generale, di emergenze sanitarie. Cerchiamo, quindi, di ignorare (per non indispettirci troppo) le voci di coloro che, proprio nel periodo della pandemia, sposarono - lancia in resta - tutte le più confuse teorie complottiste e negazioniste, nell’astruso tentativo di intralciare ogni provvedimento che comportasse azioni rapide ed efficaci di contrasto al virus. Insomma, volevano uscire dall’euro e dall’Unione europea e, visto che non ci sono riusciti, adesso si accontenterebbero di uscire almeno dall’OMS. A noi spiace solo che non vogliano invece uscire, una volta per tutte, dal Parlamento. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  17. 138

    Tornare agli Accordi di Abramo | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Da quel poco che è filtrato circa gli incontri avvenuti tra Steve Witckoff (l’incaricato speciale di Donald Trump per il Medio Oriente) ed il premier israeliano Netanyahu (incontri che, tra l’altro, sembrano essere stati niente affatto rilassati, ma piuttosto  “franchi e cordiali”, con tutto quello che l’espressione significa ipocritamente nel linguaggio diplomatico), ci sentiamo incoraggiati a sperare che gli intendimenti del nuovo presidente americano vadano ben oltre i limiti di una sia pure urgente e necessaria tregua dei combattimenti nella Striscia di Gaza. Come è noto, il nuovo inquilino della Casa Bianca è un soggetto abbastanza imprevedibile, ma certamente non privo di una certa fantasia se non politica, almeno affaristica  che – sebbene molto lontana dai modi e dalle parole che generalmente definiscono l’agire di un capo di stato moderno – sarebbe sbagliato sottovalutare. Vogliamo, quindi, auspicare che - piaccia o non piaccia ai suoi interlocutori arabi o israeliani – questa nuova amministrazione USA sia orientata a ripartire proprio da quello che, probabilmente, possiamo considerare come l’unico momento degno di essere ricordato della precedente presidenza Trump:  e cioè, dal rilancio  degli Accordi di Abramo. Pertanto, nulla di particolarmente rivoluzionario, ma la ripresa, invece,  di quel piano di normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Arabia Saudita, tanto osteggiato dall’Iran (e dai vari gruppi oltranzisti che vi fanno riferimento), in quell’area del mondo che, ironia della sorte, dovrebbe pure rappresentare la Terra Santa. E non a caso, il massacro del 7 ottobre è avvenuto proprio  quando  pareva ormai praticamente scelto l’inchiostro col quale sarebbe stata siglata la storica intesa tra lo Stato ebraico ed il Regno più ricco ed influente del  mondo musulmano.  Se, dunque, gli obbiettivi mediorientali di Donald Trump non sono cambiati, ma sono tuttora rimasti quelli fissati durante il suo primo mandato, allora ecco che, in cambio di una neutralizzazione delle aspirazioni nucleari iraniane (da ottenersi con le buone o con le cattive), Washington dovrebbe chiedere come contropartita, al potente principe saudita Mohammed Bin Salman, il riconoscimento ufficiale di Israele, dal quale, a sua volta, pretenderebbe, invece, un contestuale nulla osta verso la graduale costituzione di uno Stato palestinese, di cui l’Arabia diventerebbe il principale tutore politico ed economico. Aspetto, quest’ultimo,  che – dettaglio da non trascurare – andrebbe anche a meglio garantire la sicurezza di Tel Aviv, essendo il regime di Riad  uno dei più irriducibili nemici della “Fratellanza Musulmana”: e cioè proprio dell’organizzazione islamista da cui ha tratto origine Hamas. Ed è, quindi, chiaro che assegnare ai Sauditi la sovraintendenza sul novello Stato palestinese significherebbe anche escludere, quasi del tutto, il gruppo terrorista di Gaza dai futuri giochi politici.  Inoltre, facendo della nuova nazione palestinese una sorta di protettorato saudita – gestito magari anche d’intesa con altre potenze sunnite -  Trump immagina, con ogni probabilità, di poterla rapidamente trasformare in un’area ricca e produttiva e pertanto, come tale, anche molto meno disposta a  lasciarsi incantare – almeno così si spera - dalle sirene del fanatismo ideologico in chiave anti semita ed anti israeliana. In altre parole, la scommessa sarebbe quella di eliminare il terrorismo finanziando  investimenti in infrastrutture avanzate e garantendo il benessere per tutti. Naturalmente, non è detto che ciò che verrebbe accolto con favore in quasi tutto il resto del Pianeta debba funzionare bene anche per la Palestina, ma vale, comunque, la pena di provare a crederci. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  18. 137

    Le cose di cui essere orgogliosi | Il Punto della Settimama

    Francamente, abbiamo l’impressione che tutto quel piangersi addosso che, da alcuni mesi, sta permeando non poche analisi sullo stato dell’economia italiana, sia davvero ispirato da una forma di settarismo prevenuto ed autolesionista. Vero, è innegabile che vi siano settori della nostra industria che al momento - basti pensare all’automotive - versano in condizioni di gravi difficoltà: tuttavia, se andiamo invece ad esaminare, più serenamente, l’andamento complessivo della nostra vita produttiva, allora non potremo certo far finta di ignorare la presenza di determinati numeri che, al contrario, ci raccontano di come l’industria italiana – grazie anche ad alcune sue specificità – risulti essere, al momento, la più in salute d’Europa. Se analizziamo, infatti, i dati più recenti relativi all’export ed all’occupazione o se ci soffermiamo a prendere atto di come un tessuto industriale opportunamente diversificato come il nostro sappia sempre trasformarsi in un’inesauribile fucina di brillanti innovazioni e di inimitabili eccellenze, ecco che allora dovremo, senz’altro, riconoscere di trovarci in presenza di una realtà economica che ben poco ha a che vedere con certe narrazioni influenzate da un pessimismo pregiudiziale, se non addirittura da un subdolo malaugurio. Ed in verità, il nostro sistema industriale presenta tratti di un’originalità probabilmente unica al mondo e tale da renderlo resiliente persino dinanzi alle turbolenze geo politiche che stanno funestando il nostro tempo. Pertanto, pensiamo che dovremmo apprezzare compiaciuti il fatto che il nostro modello di creazione di ricchezza – pur se così distante da quelli di altre potenze industriali – si riveli stabilmente in grado di garantire dei risultati confortanti. Risultati che scaturiscono, in larga misura, da un fitto pullulare di iniziative vincenti, che altro non sono se non il frutto della brillante volontà di innovare che guida le imprese italiane. Sia le piccole e medie, che quelle più grandi. Stiamo, quindi, parlando, di un virtuoso modello di sviluppo che, non disponendo – come è noto - di particolari risorse naturali, investe prevalentemente nella sua fertilissima creatività e che, di conseguenza, va assolutamente tutelato a livello politico, nonché alimentato culturalmente con tutto l’ orgoglio che, di regola, dovrebbe caratterizzare quel grande Paese che spesso ci dimentichiamo di essere. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  19. 136

    La guerra del gas | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Volodymyr Zelensky dichiara che lo stop al transito del gas russo attraverso l’Ucraina rappresenta, senza dubbio, una importantissima vittoria sia per il suo Paese, che per quelli che, fino ad oggi, lo hanno sostenuto nell’opporsi all’invasione russa. Il presidente ucraino fa, infatti, notare che, quando Putin salì al potere 25 anni fa, “il pompaggio annuale di gas dall’ Ucraina verso l’Europa era di oltre 130 miliardi di metri cubi. Oggi il transito del gas russo è pari a 0”. E questa, sempre secondo il leader di Kiev, “è una delle più grandi sconfitte di Mosca”. Tuttavia, se, indubbiamente, qualche grosso problema al Cremlino ed al gigante energetico Gazprom questa scelta del governo Zelensky lo sta sicuramente creando, non è neanche detto che, per noi Europei, sia proprio il caso di affrettarci a stappare le nostre bottiglie migliori per brindare a questo evento così rivoluzionario nel campo delle forniture energetiche... Ad esempio, il fatto solo che la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam registri, da tempo, dei lievi aumenti quotidiani, qualche dubbio sulle ricadute più immediate - riguardo almeno ai costi delle nostre bollette di luce e gas - sarebbe forse opportuno cominciare a nutrirlo...Certamente, Zelensky dice il vero quando sottolinea come, da ora in poi, al Cremlino verrà sicuramente a mancare uno dei principali canali di arricchimento,  tramite i quali non solo ha finanziato, da tre anni a questa parte, la cosiddetta “operazione militare speciale”, ma ha pure potuto condizionare, per quasi un trentennio,  i rapporti con i Paesi dell’Unione Europea, creando, talvolta, anche a delle vere e proprie dipendenze di natura economica ed energetica. Viene, quindi, ora a mancare, nella cassetta degli attrezzi di Putin, un grimaldello molto efficace e di cui il piccolo zar si è a lungo servito per penetrare nei palazzi del potere del Vecchio Continente, da Roma a Berlino. Per parte sua, Bruxelles si è però detta sicura di non rimanere con i caloriferi spenti e gli impianti industriali in panne, potendo oggi contare su alcune fonti di approvvigionamento alternative rispetto a quelle di Mosca, per altro ormai già ridotte ai minimi termini. Ciò nonostante, come si è accennato, sul mercato di riferimento per l’Europa (e cioè, quello di Amsterdam), il prezzo del gas ha ultimamente varcato la soglia dei 50 euro per megawattora: che, sia chiaro, non sono più i 135 del dicembre 2023, ma fanno lo stesso squillare un campanello di allarme che sarebbe bene non prendere troppo alla leggera.... Invece, sul piano più strettamente politico, Kiev, assumendo questa decisione, lancia  comunque un segnale molto chiaro non solo a Putin, ma anche a Trump ed agli Europei, circa il fatto che la resistenza ucraina è ancora assolutamente determinata ad andare avanti: anche a costo di danneggiare gli interessi economici di qualche suo alleato continentale. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  20. 135

    Lasciate i leoni a casa loro | Il Punto della Settimana

    Il caso del domatore del Circo Orfei che, lunedì scorso, ha cercato di colpire con la frusta un leone che, evidentemente innervosito, aveva quasi sfondato la gabbia che lo separava dal pubblico, ha riportato agli onori della cronaca l’annoso problema dello sfruttamento degli animali selvatici – se ne calcolano almeno duemila in Italia - negli spettacoli circensi. Esiste, tra l’altro, una norma, ferma in Senato da due anni, che ne proibirebbe l’impiego per scopi di divertimento o, comunque, di intrattenimento: tuttavia, l’8 agosto di quest’anno è stato deciso di rinviare di 12 mesi l’applicazione definitiva del suddetto provvedimento, per farlo coincidere con l’emanazione del nuovo Codice dello Spettacolo, che, tra le altre cose, prevede pure il “graduale superamento dell’uso degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti”. Passaggio questo, in cui il nostro Paese risulta, purtroppo, colpevolmente attardato, rispetto a quanto già avviene in altri 25 Stati membri dell’Unione Europea: Italia e Germania sono, infatti, le sole due nazioni a non avere ancora introdotto limitazioni allo sfruttamento di animali a fini di spettacolo. Eppure, da ormai molti anni, gli Ordini dei Veterinari – sia italiani, che europei – hanno denunciato come nei circhi non esista alcuna possibilità che il benessere degli animali e il rispetto delle loro esigenze comportamentali siano garantiti: i metodi utilizzati per ottenere comportamenti innaturali sono, infatti, in larga misura “opposti alle caratteristiche di specie”. Inoltre, al di là dei sistemi di addestramento violenti e coercitivi, a condizionare negativamente l’equilibrio psichico degli animali è anche il contesto di luci e rumori in cui sono costretti ad esibirsi. Ed a questo proposito, la Lega Anti Vivisezione segnala anche altri gravissimi fattori di stress come la frequenza dei trasporti da una meta all’altra, la mancanza di ambienti termoregolati, l’inadeguatezza o la scarsità delle cure veterinarie specializzate e “le procedure di mutilazione per rimuovere gli artigli, i denti o le ghiandole”. A nostro conforto, restano, tuttavia, i dati riportati da un sondaggio Doxa abbastanza recente – ottobre 2023 – dal quale è emersa la più completa contrarietà all’utilizzo di animali a scopo divertimento, da parte del 76% degli intervistati. Inoltre, il 79% di essi si sono pure espressi a favore della riconversione dei circhi con animali in altre attività ludiche che non prevedano, assolutamente, il coinvolgimento di esseri senzienti che non siano quelli umani. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  21. 134

    Criminalità e immigrazione irregolare | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Creano forse un certo imbarazzo – almeno tra chi vorrebbe, ad ogni costo, vederli profondamente diversi – alcuni dati che, ultimamente, sono filtrati dal ministero degli Interni. Si tratta, infatti, di numeri scomodi poiché rivelano che la percentuale dei reati commessi da stranieri irregolari (intorno al 28%), è decisamente più elevata rispetto a quella relativa alla consistenza numerica degli irregolari stessi che, al momento, si attesta solamente all’1% della popolazione presente in Italia. Se poi si va ad osservare i dati relativi alle violenze sessuali, si apprende che, al 30 settembre di quest’anno, il 44% di questi crimini era stato commesso da stranieri (regolari e non), che, messi insieme,  costituiscono appena il 10% della popolazione. Sono elementi di valutazione dai quali gli esperti di statistica deducono innanzitutto che, purtroppo, la pericolosità attribuibile agli stranieri irregolari è circa 50 volte superiore a quella dei cittadini comunitari (italiani e stranieri) e che, in secondo luogo, circa un terzo dei posti disponibili nelle nostre carceri è occupato da individui stranieri, in larga misura irregolari. Viene, pertanto, da pensare che, se non ci fossero questi detenuti, il fenomeno del sovraffollamento carcerario subirebbe un netto ridimensionamento. La questione – almeno a nostro avviso – andrebbe affrontata con pragmatica oggettività ed evitando, quindi, di negarne l’esistenza. Certo, ci sarà sempre qualcuno che contesterà questi dati, contrapponendo ad essi il fatto che, nel nostro Paese, la maggior parte dei reati viene, comunque, commessa dagli Italiani e non dagli stranieri...ma si tratta di un’osservazione abbastanza miope, dal momento che è ovvio che, essendo gli Italiani 10 volte più numerosi degli stranieri regolari e 100 volte più di quelli irregolari, il loro contributo alla criminalità complessiva non potrà che risultare, in valori assoluti, indubbiamente superiore. Il fatto è che però, da soli, gli stranieri commettono un terzo dei reati e in generale – soprattutto gli irregolari – vengono percepiti dalla gente comune come una minaccia costante al proprio quieto vivere: ed a questo proposito, vi segnaliamo che ci sono quartieri nei quali il rischio (per chilometro quadrato) di subire un’aggressione si rivela superiore - rispetto ad altre zone di una stessa città - in percentuali talmente impressionanti (e forse incredibili) che preferiamo persino non pubblicarle in questo nostro intervento settimanale. In conclusione, i nuovi dati ministeriali confermano  l’esistenza di una situazione difficilmente tollerabile e noi vogliamo sperare che la politica italiana – specialmente quella tradizionalmente più ispirata a confidare nello “stellone italico” – non cada, per l’ennesima volta, nell’errore di rifugiarsi in un atteggiamento negazionista, nel vano tentativo di occultare  una realtà che richiede, invece, risposte  certamente umanitarie, ma anche severe e responsabili. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  22. 133

    Il passo più lungo della gamba | Il Punto della Settimana

    Dalla fine del regime della famiglia Assad la Russia esce notevolmente ridimensionata nelle sue ambizioni imperiali. Dal 2011 aveva puntato – inizialmente riuscendoci – ad affermare un proprio potere in Medio Oriente, investendo proprio in quella satrapia alawita che, già ai tempi dell’Unione Sovietica, si caratterizzava come il più affidabile baluardo moscovita in quella tormentata area del Pianeta. Con il pesantissimo e decisivo intervento a sostegno del traballante governo di Damasco, Vladimir Putin aveva dato a tutti l’impressione di aver riportato il suo Paese in una posizione di forza anche nello scacchiere mediorientale. Poi però, probabilmente abbagliato dai suoi sogni di grandezza, l’uomo del Cremlino ha finito per fare il cosiddetto “passo più lungo della gamba”, invadendo l’Ucraina , rivelatasi però, fin da subito, un boccone ben più indigesto di quanto l’ex colonnello del KGB avesse mai immaginato. Sono ormai quasi tre anni che sacrifica la vita di migliaia e migliaia di suoi soldati senza nulla ottenere di concreto, ma collezionando, anzi, una penosa serie di brutte figure che ne hanno ridimensionato clamorosamente il prestigio, l’autorevolezza e la credibilità a livello internazionale. E se si è ridotto persino a chiedere truppe ai nord coreani, figuriamoci se, in queste ore, avrebbe avuto ancora uomini in armi da mandare per puntellare il sistema del suo sodale siriano...L’impressione che abbiamo è quella che sia giunto, per Putin, il momento di darsi una bella regolata e di cominciare a rifarsi attentamente i conti in tasca. Conti che, tra l’altro, vanno fatti anche con un rublo che, da quello sciagurato febbraio del 2022, si è svalutato del 25% sul dollaro e che oggi comincia a non essere più accettato come moneta di pagamento neanche dalla Cina e dall’India… L’unica carta che gli resta in mano è quella dell’arsenale atomico, anche se – a meno che non siano completamente folli – anche a Mosca sanno molto bene che un conto e minacciare di usarlo ed un altro è farlo realmente, andando incontro ad un suicidio globale, dal quale la Russia raccoglierebbe soltanto le macerie delle proprie città. E adesso, tra l’altro, entrerà in scena un nuovo interlocutore abituato pragmaticamente a trattare qualsiasi questione – come faceva quando conduceva la trasmissione televisiva “The Apprentice” – prevalentemente sulla base dei profitti e delle perdite. Ai concorrenti che si sottoponevano al suo giudizio imprenditoriale, Donald Trump era spesso costretto a dire “mi dispiace, ma hai fallito”. E proprio riferendosi allo stato di salute del regime putiniano, recentemente il prossimo inquilino della Casa Bianca ha osservato che “Putin deve fermare la guerra perché ha perso” e perché “quando si perdono 700mila persone, è il momento della pace.” Chissà se, alla fine della favola, Trump si confermerà davvero - come sperato da Putin - un avversario più malleabile di Biden, oppure il piccolo Zar avrà la sgradevolissima sorpresa di sentirsi dire qualcosa del tipo “hai preso solo una piccola fetta di Ucraina e in Siria non conti più niente. Stando così le cose, non penserai mica di essere tu a dettare le condizioni che ti farebbero comodo...”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  23. 132

    A trent’anni da Budapest | Il Punto della Settimana

    Nella settimana che ci lasciamo alle spalle, qualcuno ha voluto ricordare quel 5 dicembre del 1994 in cui, esattamente trent’anni fa, veniva sottoscritto dai massimi rappresentanti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e – ironia della sorte – Russia, il cosiddetto “Memorandum di Budapest”: l’accordo diplomatico con il quale i suddetti Paesi si impegnavano a garantire l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, in cambio della cessione al Cremlino, da parte di quest’ultima, delle circa duemila testate nucleari strategiche (e delle altre tremila tattiche) rimaste in suo possesso dopo la fine dell’Unione Sovietica. Si, perché - anche se adesso la cosa può sembrare quasi incredibile - il Paese che attualmente, ogni giorno, per difendersi è costretto ad elemosinare aiuti militari da Londra a Washington, in realtà – se a Budapest non si fosse lasciato ammaliare da promesse pronunciate, evidentemente, con un eccesso di faciloneria – oggi sarebbe ancora la terza potenza nucleare del mondo...E certo - almeno pensiamo noi - prima di intraprendere “operazioni militari speciali” nei suoi confronti per “denazificarne” la classe politica, Vladimir Putin ci avrebbe pensato ben più di una volta… Non c’è che dire, dalla storia dobbiamo aver imparato davvero pochino se ci stupiamo nell’osservare un Paese nazista e guerrafondaio che rinuncia spontaneamente alla possibilità di minacciare o di aggredire popoli vicini o lontani facendo uso delle sue terribili armi atomiche… Comunque, a motivare anche i Paesi occidentali verso la definizione di un accordo come quello di Budapest, contribuì sicuramente il timore – a quei tempi abbastanza diffuso – che dal frazionamento dell’arsenale nucleare sovietico potessero nascere conflitti e situazioni politicamente ingestibili, qualora parti di esso fossero finite a disposizione di Stati disinteressati al mantenimento della pace mondiale. E forse, l’ingenuità, dimostrata in quei frangenti dai governi occidentali, può in qualche modo trovare una sorta di giustificazione pure nel fatto che il loro interlocutore moscovita allora si chiamava Boris Eltsin ed era un politico molto diverso da quello che c’è, invece, oggi. Per parte sua, Putin, da ormai una decina d’anni, al fine di giustificare le sue mire espansionistiche verso ovest, sostiene che l’Ucraina di oggi nulla abbia a che vedere con quella di trent’anni fa, essendo, al contrario, uno Stato nuovo e diverso e con il quale la Russia non ha mai firmato alcun documento vincolante. Insomma, considerato come sono andate e come stanno tuttora andando le cose, c’è forse da stupirsi se Zelensky continua a chiedere garanzie più credibili sul fatto che, in futuro, a nessuno verrà nuovamente in mente di invadere il suo Paese? Putin: “Un nuovo Stato sorge con cui non abbiamo accordi" Il 4 marzo dello stesso anno il presidente russo Vladimir Putin spiega che quella che all’epoca sta avvenendo a Kiev è una sorta di rivoluzione, tale per cui l’Ucraina del 2014 non è lo stesso Stato con cui la Russia aveva firmato il Memorandum 20 anni prima: “Un nuovo Stato sorge, ma con questo Stato e nei suoi confronti noi non abbiamo firmato alcun documento vincolante”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  24. 131

    Frugali più degli altri | Il Punto della Settimana

    Consentiteci di godere del fatto che le nuove regole del Patto di Stabilità, giunte ormai alla loro prima applicazione, i maggiori problemi li stiano creando soprattutto ai cosiddetti Paesi “frugali”. Si, proprio a quelle Nazioni che tanto avevano insistito per introdurre misure di controllo sempre più severe per la sorveglianza dei conti pubblici. La Germania, innanzitutto, provata da una crisi politica ed economica senza precedenti negli ultimi cinquant’anni, non è nemmeno stata in grado di presentare alla Commissione europea il suo Piano strutturale di Bilancio: e vale a dire, il documento con gli impegni obbligatori di spesa da rispettare nei prossimi quattro anni. Ma come se non bastasse, Berlino si è vista persino respingere il Documento programmatico: in altre parole, la manovra di finanza pubblica per il prossimo anno, perché la spesa in esso indicata non è stata giudicata in linea con le direttive raccomandate da Bruxelles. Peggio ancora è andata per l’Olanda - altro Paese con ambizioni da primo della classe sul controllo dei conti pubblici – che ha dovuto addirittura incassare lo smacco della bocciatura del suo programma, perché sforava al rialzo le indicazioni sul contenimento dei costi. Ma poi, alla lista dei “discoli” si sono aggiunte anche altre presunte medaglie d’oro della contabilità pubblica come Lussemburgo, Finlandia, l’Estonia e Austria. Per la verità, anche l’Italia non ha certo mai mostrato di apprezzare particolarmente le rigidità del nuovo Patto: tanto è vero che, quando l’anno scorso fu approvato, furono soltanto tre i nostri europarlamentari a votarlo... Ciò nonostante, il Bel Paese, rispettando i suoi impegni “ con serietà e in silenzio” – tanto per citare le parole usate in proposito dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - ha ottenuto una non del tutto scontata promozione da parte della Commissione europea. E sia chiaro che non si tratta affatto di impegni da prendere alla leggera, dal momento che il Governo si è vincolato, per il prossimo quinquennio, a non aumentare la spesa pubblica oltre l’1,5 % medio. Inoltre, ha messo nel dimenticatoio tante irrealizzabili promesse elettorali come il pensionamento con “Quota 41” o la “flat tax”, potendo però certamente contare sul contributo decisivo fornito da un sistema imprenditoriale dotato di spiccate attitudini alla resilienza e da un export che sembra non conoscere battute di arresto. Pertanto, il rispetto delle regole e la stabilità politica finiranno per conferire, con ogni probabilità, una maggiore autorevolezza alle opinioni dell’Italia che, ad esempio, in Europa da tempo si è fatta promotrice di istanze che potrebbero, oggettivamente, andare a favore anche della stessa Germania. Si veda - tanto per citare una delle questioni al momento più delicate - quella relativa ai veicoli green, sulla quale la richiesta (avanzata per primo dal nostro Paese) di rivedere le scadenze fissate per l’uscita dalla produzione del motore endotermico, potrebbe risultare un’ utile scialuppa di salvataggio non solamente per il comparto automobilistico tricolore, ma anche per le varie Mercedes e Volkswagen, oggi alle prese con dolorose chiusure di stabilimenti e preoccupanti tagli occupazionali. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  25. 130

    La transizione ecologica degli Europei e quella di chi se ne infischia beatamente | Il Punto della Settimana

    La 29esima Conferenze delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (appena conclusa a Baku), si è svolta in un clima di so-stanziale rassegnazione rispetto alla frustrante irrilevanza dei suoi contenuti, vista anche la mancata partecipazione ai lavori di tutti i grandi della Terra, evidentemente molto più attratti da quel contemporaneo G20 di Rio, in cui i temi ambientali non hanno certo conosciuto le luci della ribalta. E magari, a livello di grandi istituzioni internazionali, coordinare un po’ meglio i calendari delle varie iniziative globali non guasterebbe affatto... Ricordiamo, comunque, che l’argomento centrale di questa snobbata Cop 29 verteva sugli approvvigionamenti finanziari necessari per facilitare le transizioni energetiche, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Dalla Conferenza è emerso che per centrare certi ambiziosi obbiettivi occorrerebbe la bellezza di un trilione di dollari: e, per maggiore chiarezza, stiamo parlando di oltre mille miliardi di biglietti verdi che, possiamo immaginare, non saranno poi così facili da mettere insieme… Ma le note meno confortanti non sono, forse, nemmeno quelle inerenti l’improbabile manovra finanziaria che andrebbe affrontata, quanto quelle che riflettono, invece, il mutato atteggiamento - da parte di importanti economie planetarie - nei confronti dei percorsi da seguire verso una transizione ecologica che, al momento, appare sempre meno concreta. A parte l’Argentina che, nella persona del suo pirotecnico presidente, Javier Millei, ha addirittura usato il palcoscenico di Baku per negare che il cambiamento climatico sia un problema reale, le maggiori preoccupazioni sono, senza dubbio, quelle che ha de-stato la decisione dell’India di non utilizzare più fonti di energia rinnovabili, tornando - per sostituirne il contributo - al vecchio (e ben poco “green”) carbone... Un passo indietro davvero allarmante – sul piano del controllo delle emissioni – da parte di un Paese, le cui prospettive di crescita, da qui alla fine del 2027, sono calcolate nella misura dell’8% annuo. Ed anche la Cina, sebbene abbia recentemente diminuito il suo consumo di carbone, resta, comunque, refrattaria all’accettazione di qualsiasi limite alle produzioni di CO2. Cina, Stati Uniti e India, da soli, costituiscono il 43% delle emissioni mondiali, mentre la nostra Unione Europea, encomiabilmente prima della classe nel campo delle politiche ecologiche, presenta un dato complessivo che non va oltre il 6%... Un risultato che, indubbiamente, la premia sul terreno della responsabilità e della consapevolezza dei doveri che ogni Paese dovrebbe osservare pensando al futuro del Pianeta, ma che, purtroppo, dovrà adesso cominciare a fare seria-mente i conti anche con le varie Volkswagen, Stellantis o Mercedes che annunciano chiusure di stabilimenti e tagli all’occupazione. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  26. 129

    Non tutto il male viene per nuocere? | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Donald Trump torna, dunque, ad occupare le stanze della Casa Bianca e lo fa in virtù di una vittoria che è andata al di là di quella che, per lui, avrebbe potuto essere ogni più rosea aspettativa. Tra l’altro, il nuovo presidente, potendo adesso contare sulla duplice maggioranza repubblicana sia al Congresso, che al Senato verrà a fruire di una concentrazione di potere che lo porrà in una posizione  che ben si avvicina a quella di un monarca assoluto: cosa che, almeno in base a quanto ci risulta, non dovrebbe avere precedenti nella storia della democrazia americana. Resta il fatto che, sebbene questo indiscutibile successo elettorale  possa aver sorpreso molti di noi in Europa, una consistente maggioranza di cittadini americani si è schierata dalla parte di un candidato particolarmente discusso e divisivo e che, al di là delle numerose cause penali che lo vedono tuttora come imputato,   non ha neanche mai riconosciuto serenamente di aver perso le elezioni precedenti. Anzi, forse ha persino ispirato quella goffa imitazione dell’assalto a Palazzo d’Inverno che fu la penosa vicenda di Capitol Hill. Evidentemente - cosa che le forze anti sovraniste stentano a comprendere anche in altre parti del mondo - impostare una campagna elettorale privilegiando l’attenzione ai diritti civili, rispetto a quella orientata sui diritti e sui problemi sociali paga sempre meno...Quando, come è emerso in questi giorni, il consumatore americano scopre che una confezione di uova che, nel 2020, pagava un dollaro e qualcosa oggi ne costa più di tre, ogni considerazione di carattere etico, culturale, umanitario o filosofico va a farsi benedire, di fronte alle promesse di chi gli garantisce che la capienza del suo portafoglio tornerà ad essere quella dei bei tempi andati (che, comunque, a ben vedere erano quelli di Clinton e non quelli del primo Trump…). In questo momento, un po’ tutto il Vecchio Continente si domanda quali potranno essere le ripercussioni per i Paesi membri dell’Unione europea (ma anche per il resto del modo) se l’Amministrazione Trump darà sul serio concretezza alle battagliere strategie  preannunciate, in materia di commercio estero, durante la campagna elettorale. Francamente, temiamo che ci sia da aspettarsi ben poco di positivo... tuttavia, se l’introduzione, da parte di Washington,  di certe misure protezionistiche dovesse provocare, soprattutto a Bruxelles, qualche elettroshock in grado di farla rinsavire e finalmente comprendere che è forse giunto il momento di smetterla di recitare la parte della prima della classe - cercando, invece, di recuperare tutte le posizioni ultimamente perse nei settori innovativi rispetto a Usa e Cina – allora, forse, potremmo cominciare a pensare che, come ci ricorda l’antico motto, “non tutto il male viene per nuocere”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  27. 128

    Una riflessione ligure | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio La vittoria in Liguria di Marco Bucci scompagina i piani di quanti si erano illusi di andare a giocare una partita dall’esito già scontato in partenza. Una partita che, tra l’altro, prevedeva – come evidenziato da non pochi commentatori – anche la grande opportunità di poter calciare qualche rigore verso una porta vuota, visto che due o tre tifosi “amici” avevano già opportunamente provveduto ad ammazzare il portiere della squadra avversaria. L’improbabile coppia Schlein-Conte è riuscita, invece, a realizzare il capolavoro di far perdere il centro sinistra, nonostante il partito delle manette avesse predisposto le cose in una maniera così favorevole che più favorevole non si poteva… Noi, per parte nostra, vogliamo sperare che - al di là di certi errori di valutazione che hanno portato il Partito Democratico ad accettare una strategia elettorale sostanzialmente condizionata dalle pretese di un partner che, alla fine dei conti, si è poi rivelato molto più debole di quanto si potesse immaginare - a determinare l’esito di questa tornata elettorale sia stata, soprattutto, la fine di un’era: quella cioè, del populismo giudiziario che, in Liguria, ha subito una battuta d’arresto clamorosa e dalla quale certi signori romani che - da un palco di Piazza De Ferrari animato da  furori giacobini - invocavano (si è poi visto incautamente...) le dimissioni di Toti e le elezioni anticipate, dovrebbero, forse, iniziare a trarre qualche insegnamento... Insomma, puntare tutte le proprie “fiches” sui palazzi di giustizia o sulle trasmissioni (come Report) che vanno in onda nonostante siano  ancora in corso le votazioni, comincia finalmente a pagare pochino… Le elezioni in Liguria presentavano una valenza che andava ben oltre il rinnovo di un Consiglio regionale, assomigliando, invece, molto più da vicino ad un referendum in cui si chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a che i presidenti degli enti pubblici territoriali vengano nominati (ed eventualmente anche silurati) dalle procure: ebbene i Liguri hanno risposto di no, aggiungendo pure un chiarissimo basta ad ogni forma di pressapochismo giustizialista. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  28. 127

    Qualcuno ci spieghi i migranti in Albania | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Al di là delle rissose polemiche che la questione del centro di accoglienza migranti in Albania ha scatenato tra maggioranza e opposizione, c’è, comunque, un qualche cosa, in tutto il sistema architettato dal Governo, di cui sinceramente ci sfugge la ratio. Se non abbiamo capito male i meccanismi del giocattolo albanese, i migranti dovrebbero trovare soccorso in mare, grazie alle imbarcazioni della  Guardia Costiera o della Marina militare, per poi essere trasferiti nel Centro realizzato in Albania, dove si svolgerebbero le necessarie procedure di accertamento delle identità e dello stato di salute, cui farebbe seguito uno step di valutazione inerente i requisiti previsti per la concessione di asilo e di protezione umanitaria. Chi risulta disporre di tali requisiti viene trasferito in Italia, mentre chi ne è privo dovrebbe, almeno in teoria, essere rimpatriato nel Paese di origine. Opzione, quest’ultima, abbastanza improbabile, considerato che il rimpatrio di un individuo presuppone non solo la conoscenza effettiva del suo Paese di origine (e spesso i migranti arrivano sulle nostre coste senza documenti), ma esige anche che, con quel determinato Stato, sussista  un “accordo di riammissione”. E non è neppure detto che il Paese estero chiamato in causa sia sempre disposto a riaprire le porte di casa a tutti i suoi cittadini.  Naturalmente, il suddetto rimpatrio deve potersi considerare “sicuro” sulla base di criteri che sono stati esplicitati da una Direttiva europea, alla quale, non a caso, hanno fatto riferimento proprio i magistrati che hanno bloccato il trasferimento dei primi migranti al centro albanese. A questo punto, se non andiamo errati, ci risulta pure che, comunque, l’intesa con l’Albania preveda che chi è ospitato nel Centro in questione non possa rimanervi per oltre 30 giorni, trascorsi i quali deve lasciare il Paese balcanico. Ciò significa però, che chi viene a trovarsi nella infelice condizione di dover essere rispedito verso la terra di provenienza sarà, per forza di cose, condotto in Italia, in attesa di un improbabile rimpatrio che chissà se potrà mai avvenire... Ma allora, la cosa va a finire che tutti i migranti ospitati temporaneamente in Albania, in un modo o nell’altro, prima o poi devono arrivare in Italia...Ma allora non è vero che l’iniziativa del Governo serve a limitare gli sbarchi incontrollati sulle nostre coste...Ma allora c’è qualcuno che riesce a spiegarci le ragioni per le quali è stato ideato un percorso così intricato e costoso, quando, molto più semplicemente, sarebbe bastato portare direttamente i migranti soccorsi in Italia, controllando così – nei nostri uffici già esistenti - chi ha diritto all’accoglienza e chi, invece, deve essere sottoposto a procedura di rimpatrio? Francamente, abbiamo la sgradevolissima impressione che qualcuno a Roma abbia cercato di venderci molto bene la propria merce... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  29. 126

    La Relatrice speciale | Il Punto della Settimana

    Uno “special rapporteur” è un consulente indipendente che prende parte a gruppi di lavoro che, su mandato del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, sono impegnati in “procedure speciali” come, ad esempio, quelle che riguardano la fame nel mondo, il razzismo oppure i martoriati territori palestinesi, sempre al centro non solo di violenti combattimenti militari, ma anche di accese polemiche a livello di diritto internazionale. Di solito, questi team operativi sono composti da cinque membri, in rappresentanza delle diverse aree del Pianeta. A rappresentare – non abbiamo ancora capito bene se l’Italia, l’Europa o solamente se stessa – nel gruppo di analisi che riferisce su Gaza e Cisgiordania è, dal 2022, una giurista campana che si chiama Francesca Albanese, la quale, ogni volta che rilascia dichiarazioni sulla questione mediorientale, non si può certo dire che faccia sfoggio di quell’imparzialità che ci si potrebbe, invece, aspettare da chi agisce nell’ambito delle Nazioni Unite. Schierata su posizioni decisamente ostili a Israele, già nel suo primo rapporto, la Albanese ha raccomandato agli Stati membri delle Nazioni Unite di sviluppare “un piano per porre fine all’occupazione coloniale israeliana ed al regime di apartheid”, descrivendo, inoltre, gli Stati Uniti come “soggiogati dalla lobby ebraica”. Insomma, concetti che ci sembrano andare d’amore e d’accordo con quelli contenuti nei “Protocolli dei Savi di Sion”: un falso inventato e pubblicato dalla polizia zarista, nel 1903, per diffondere l’odio anti ebraico tra la popolazione russa. Un falso che, non a caso, nei Paesi arabi gode ancora oggi di ampio apprezzamento e di indiscussa credibilità. Francesca Albanese non ha mai fatto mistero di considerare legittima la “resistenza” di Hamas, sebbene ogni tanto – vedi il 7 ottobre – quei birbanti dei suoi miliziani si lascino prendere un tantino la mano dalla voglia di affermare le proprie ragioni...Anzi, essendo Israele quella che lei definisce una “forza occupante”, non ha alcun diritto di difendersi dagli attacchi provenienti dalle zone occupate, Gaza compresa. Peccato che Gaza, prima del terribile pogrom dello scorso autunno, fosse talmente occupata da non conoscere più la presenza di neanche un soldato israeliano dal 2005: anno in cui il governo Sharon aveva deciso non solo il ritiro unilaterale dell’esercito di Tel Aviv, ma anche lo sgombero – con le buone o con le cattive – di tutti gli insediamenti ebraici che, nel corso degli anni, si erano radicati proprio nel territorio della Striscia… Forse, vi stiamo dando l’impressione di accanirci su un argomento che, in fondo, non è poi di così vitale importanza...Il fatto è che certe affermazioni tipiche dell’antisemitismo più classico, già ci danno fastidio quando provengono da sprovveduti manifestanti che ripetono lo slogan “dal fiume al mare” (senza neanche sapere di quali fiumi e di quali mari si tratti), ma ancora di più ci sbalordiscono se a pronunciarle è addirittura una consulente diplomatica dell’ONU, per giunta di nazionalità italiana... Un aspetto, quest’ultimo, che qualche domandina su come venga selezionato il personale diplomatico nel nostro Paese dovrebbe pure stimolarla… Comunque, lascia sinceramente un certo amaro in bocca il dover subire l’assordante silenzio che la politica e la stampa di casa nostra osservano dinanzi all’imbarazzante partigianeria di questa signora. ______________________________________ Per i notiziari sempre aggiornati ascoltaci sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  30. 125

    7 Ottobre | Il Punto della Settimana

    Domani è il 7 ottobre. Ed è una ricorrenza che – per chi scrive - si presenta incomprensibilmente accompagnata da tutta una serie di sondaggi che testimoniano della presa di distanza (se non addirittura della condanna) che le opinioni pubbliche occidentali hanno assunto nei confronti di Israele. Si dirà che, in fondo, non c’è nulla di nuovo...chi di voi, infatti, ricorda un governo israeliano – di destra o di sinistra che fosse – il quale non sia stato, sistematicamente, oggetto di critiche da parte dei media europei qualunque iniziativa prendesse? Abbiamo letto, in queste ore, anche di un autorevole commentatore di casa nostra che, in un suo pamphlet, ha recentemente rimproverato agli Israeliani di essere molto più bravi a muoversi sui campi di battaglia, di quanto lo siano su quelli della comunicazione: forse, a suo giudizio, se avessero pubblicato integralmente i video in cui si vedono dei terroristi esaltati che decapitano bambini e li “cucinano” al forno, certi spiriti sensibili di casa nostra ci avrebbero pensato due volte prima di lasciarsi andare a parlare incautamente di “genocidio” a Gaza. Noi, invece, siamo più pessimisti e, come abbiamo già detto più volte in questa rubrica, pensiamo che per il cittadino medio europeo Israele abbia sempre e comunque torto qualunque cosa faccia, compresa quella che magari egli maggiormente gradirebbe. D’altra parte, circa duemila anni di deicidio, di pozzi avvelenati e di diffusione di pestilenze e malanni di ogni genere, non devono poi risultare così facili da rimuovere dai nostri DNA… Certo la popolazione araba che vive nella Striscia di Gaza (ma pure quella di Cisgiordania), negli ultimi dodici mesi, ha dovuto subire indicibili lutti e sofferenze ed ha pertanto, giustamente, beneficiato di una vastissima solidarietà politica e morale. Sul versante opposto, invece, spiace riscontrare come siano state ben poche le voci pacifiste e umanitarie che – almeno nel nostro Paese – si sono levate per deplorare la pessima abitudine di Hamas di utilizzare i civili come scudi umani per barricare istallazioni militari e depositi di armi che vengono, infatti, quasi sempre collocati in prossimità di scuole ed ospedali. Molto più comodo paragonare Netanyahu a Hitler, mostrando, invece, il più completo disinteresse per i circa cento ostaggi israeliani che, da ormai un anno, sono rinchiusi nei sotterranei di Gaza a fungere da pesantissima moneta di scambio, tenuta nelle sue tasche, dal leader palestinese Yahya Sinwar. Sia chiaro, riteniamo più che legittime le pressioni che Europa e America esercitano su Tel Aviv affinché vengano limitati al massimo i danni a civili ignari ed innocenti, ma – per una più giusta ripartizione dei torti e dei meriti – ci piacerebbe anche che certi estremisti pro-pal, quando indicono una manifestazione, dedicassero un minuto di raccoglimento non soltanto alla memoria di Nasrallah, ma anche a quella delle migliaia di civili siriani che le sue milizie di Hezbollah – unitamente a quelle di Putin – hanno sterminato quando, pochi anni fa, si trattò di sostenere e mantenere in vita quel fulgido esempio di democrazia che è il regime di Bashar el Assad. Ma si sa, nei confronti dell’ebreo, pesa sempre un pregiudizio ancestrale che, forse, non sarà mai estirpato dalle nostre coscienze. __________________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  31. 124

    A trent’anni dall’autogol di Budapest | Il Punto della Settimana

    Mentre, anche ai massimi livelli di responsabilità politica, le minacce di fare ricorso all’uso di armi nucleari si stanno facendo sempre più frequenti, si avvicina – ormai è solo questione di due mesi – il giorno in cui, se il Pianeta fosse abitato da individui meno irresponsabili, si dovrebbe celebrare il trentennale del cosiddetto Memorandum di Budapest. E stiamo pensando a quel 5 dicembre del 1994 in cui, per cercare di mettere sotto un controllo unico quella parte dell’ex arsenale atomico sovietico che era rimasta al di fuori dei confini russi, Stati Uniti e Gran Bretagna convinsero l’Ucraina a smantellare le proprie testate (per l’esattezza erano cinquemila e costituivano all’epoca il terzo arsenale presente sulla faccia della Terra) ed a consegnarle alla Russia. In cambio le due potenze anglofone si facevano garanti, unitamente - vi preghiamo di non ridere – alla Russia, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Paese. In questo modo, tutto il formidabile potenziale distruttivo che Kiev aveva ereditato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, fece ritorno, nel giro di due anni, a quella che, in linea di massima, poteva essere considerata la “casa madre” moscovita. Strana – non c’è che dire – questa remissività da parte di una Nazione nazista e guerrafondaia come quella che i missili di Putin, da oltre trenta mesi, stanno cercando invano di “denazificare”, liberandola dal giogo immorale (e, si dice, addirittura satanico) impostole dalla cricca di Volodymiyr Zelensky... Col senno del poi, possiamo oggi affermare che il Memorandum del 1994 riveste, comunque, una certa importanza, se non altro perché aiuta a smentire certe argomentazioni del Cremlino, in base alle quali l’ Operazione Speciale Militare sarebbe essenzialmente scaturita da un’esigenza di autotutela - sentita “obtorto collo” dalla pacifica Federazione Russa - dinanzi alla crescente aggressività dell’Occidente. In realtà, a ben vedere, nonostante qualcuno (anche particolarmente autorevole) abbia, ultimamente, avuto l’impressione di udire “la NATO abbaiare al confine russo”, saremmo davvero curiosi di farci spiegare – soprattutto dai putiniani di casa nostra – per quale motivo chi avesse veramente voluto creare un grosso problema militare al Cremlino, lo avrebbe fatto arricchendolo di migliaia di bombe atomiche aggiuntive...In altre parole, ci pare che, vista la piega che hanno preso nel tempo i rapporti russo – ucraini, oggi il governo di Mosca dovrebbe soltanto ringraziare di cuore sia la Casa Bianca, che la dimora di Downing Street per l’incauto autogol che esse stesse si fecero a Budapest trent’anni fa. Pensiamo, infatti, che, se gli Ucraini rappresentassero ancora la terza potenza nucleare del mondo, ben difficilmente qualcuno si sarebbe sognato adesso di andarli ad attaccare. La verità è, quindi, quella che se, in questo momento, Putin si è trovato nella condizione di poter dare impunemente il via libera alle sue aspirazioni di carattere imperiale, lo deve proprio al fatto che la NATO intera, per troppi anni, ne ha frainteso le reali intenzioni, arrivando persino a disarmare un Paese dai confini fragili come l’Ucraina. __________________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  32. 123

    Chirurgia e guerra | Il Punto della Settimana

    Un atto di guerra è un atto di guerra e, sebbene gli eserciti di alcuni Paesi si sforzino (o, comunque, dichiarino) di condurre delle operazioni militari che siano il più possibile “chirurgiche”, quasi sempre sul campo rimangono anche molte vittime civili, bambini compresi. Persino quell’incredibile capolavoro di abbinamento tra le potenzialità del sapere tecnologico e le esigenze belliche - compiuto in questi giorni dai servizi segreti israeliani - qualche vita innocente l’ha purtroppo sacrificata. Certamente niente in confronto alle carneficine alle quali assistiamo quotidianamente a Gaza o in Ucraina, ma - tanto per fare un esempio - una bambina, che ha avuto il solo torto di trovarsi vicino al padre nel momento in cui è esploso il suo cerca persone, non giocherà mai più. Tuttavia, anche chi da sempre è schierato pregiudizialmente contro le ragioni di Israele, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che raramente (o, forse, mai) ci è stato dato di osservare un’azione di guerra portata a termine con una precisione così stupefacente e millimetrica: in questo caso, ad essere colpiti sono stati infatti, in maniera pressoché esclusiva, proprio e soltanto i militanti di quell’ organizzazione sciita che, tempestando da anni i confini a nord dello Stato ebraico (con missili di provenienza iraniana), ha costretto la bellezza di 60mila suoi cittadini ad abbandonare le loro case per non fare anch’essi una fine “simil 7 ottobre”...Si, perché non va dimenticato che sia gli ayatollah di Teheran, che i loro amichetti di Hezbollah e di Hamas non fanno affatto mistero di puntare inesorabilmente alla distruzione dello Stato di Israele e allo sterminio della sua popolazione. Ma su questo tema, ci siamo già intrattenuti in passato. L’aspetto che ci interessa oggi segnalare è, invece, quello che riguarda le innumerevoli voci critiche che si sono levate, in svariati ambienti politici e culturali di tutta Europa, per deplorare un’operazione militare che, in realtà, si è rivelata talmente “chirurgica” che più “chirurgica” non si poteva neanche immaginare... E dietro a questo atteggiamento che va dalla plateale alla velata condanna di tutto ciò che fa Israele – anche se ci regalasse un milione di euro a testa – ci sembra difficile non scorgere il pregiudizio anti semita secondo il quale non importa quali mezzi Tel Aviv adotti per difendersi, perché, alla fine della favola, quello che si vuole veramente negare è proprio il diritto stesso di Israele a reagire ed in definitiva ad esistere. Il tutto in un contesto geopolitico che ben poco assomiglia ad un salotto del Settecento, ma riproduce, invece, molto da vicino, un’arena – quale da sempre è quella mediorientale – in cui a prevalere non è esattamente la capacità di farsi amare, quanto quella di farsi temere e rispettare. E se Paesi come l’Egitto e la Giordania, dopo decenni di conflittualità, hanno poi deciso di riconoscere diplomaticamente lo Stato ebraico - rinunciando così a combatterlo - non è certo perché si siano sinceramente ricreduti sulla legittimità storica e politica di Israele, ma molto più semplicemente perché hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, dinanzi alla sua superiorità militare. Questa è, pertanto, la logica cinica, ma irrinunciabile che presiede allo spettacolare gioco di prestigio che, in queste ore, ha lasciato completamente sbigottito tutto lo scacchiere mediorientale.

  33. 122

    Agire in fretta, a prescindere da Draghi | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio La chiusura di stabilimenti di produzione in Germania - fatta recentemente balenare dalla Volkswagen - suona come una sorta di assordante campanello di allarme circa lo stato di profonda crisi in cui troppi anni di politiche velleitarie e ideologizzate (praticate nell’Unione europea) hanno precipitato vasti settori dell’industria comunitaria. Di questi, quello dell’automotive è certamente uno dei casi più inquietanti. I Tedeschi hanno accolto questa eventualità con grande stupore, poiché sarebbe, infatti, la prima volta che, in 87 anni della sua storia, la Casa di Wolfsburg procederebbe alla chiusura di una fabbrica in patria. D’altra parte, i vertici dell’ Azienda - che comprende anche marchi quali Audi, SEAT, Skoda, Bentley, Lamborghini, Porsche e Ducati - hanno testualmente affermato che “la Germania come sede di produzione di auto sta perdendo terreno in termini di competitività e che il clima economico è diventato ancora più difficile, mentre nuovi operatori stanno entrando in Europa”. Ed è proprio quello della “perdita di competitività” dell’industria continentale  l’argomento che non possiamo ulteriormente trascurare o sottovalutare, senza rischiare una completa debacle delle nostre economie e dei nostri modelli sociali. Di conseguenza, è pertanto altamente sperabile che, anche a prescindere dalle raccomandazioni di Mario Draghi, qualcuno a Bruxelles incominci a riflettere seriamente sui guai in cui ci siamo cacciati e su come pragmaticamente cercare di porvi rimedio. Ed a questo proposito, giudichiamo positivo il fatto che, proprio in Germania, non pochi esponenti della CDU (il partito di orientamento cristiano – moderato che esprime, tra l’altro, anche la stessa Ursula von der Leyen) abbiano cominciato ad avanzare richieste affinché l’Unione Europea ripensi la scadenza – prevista per il 2035 - relativamente all’eliminazione delle auto con motore endotermico. Effettivamente, la crociata condotta contro le motorizzazioni tradizionali può, senz’altro, essere considerata come un esempio tipico dei guasti causati da quell’estremismo ideologico / ambientalista che ha guidato almeno dieci anni di decisioni europee, incurante delle conseguenze catastrofiche che da esse sarebbero derivate a tutto il comparto della produzione automobilistica. E non è che i costruttori di auto europei siano diventati improvvisamente degli incapaci...piuttosto dobbiamo, invece, denunciare i contesti penalizzanti in cui, loro malgrado, sono costretti ad operare. Davvero possiamo pretendere che rimangano competitivi anche di fronte ad una concorrenza asiatica che - proprio come avviene per i veicoli elettrici - può sistematicamente contare sulla distribuzione di sussidi e aiuti pubblici di ogni genere? Per molti settori dell’industria europea servono, dunque, misure urgenti e concrete di protezione, se si vuole evitare che questi spariscano in pochi anni, con tutte le conseguenze economiche e sociali che non è difficile immaginare... E, nel sostenere la necessità di introdurre alcune forme di tutela delle nostre produzioni industriali, ci sentiamo autorevolmente confortati anche da quanto, a inizio settimana, abbiamo potuto leggere nel Rapporto sul rilancio dell’economia continentale, la cui stesura, nei mesi scorsi, la  Commissione UE aveva affidato proprio all’uomo del “whatever it takes”, destinato, evidentemente, a dover recitare ancora una volta la parte del “salvatore della patria”...

  34. 121

    Più concretezze e meno sogni a Bruxelles | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Come è noto, la presidenza uscente della Commissione europea, prima di dirci addio (anche se, forse, sarà un arrivederci) ha affidato a Mario Draghi l’incarico di elaborare una strategia volta al recupero della competitività dell’economia comunitaria sugli scenari globali. E da alcune premesse che l’ex governatore della BCE ha lasciato filtrare in tempi recenti, possiamo ipotizzare che il farmaco sul quale si baserà la sua terapia sarà, essenzialmente, quello che si prepara utilizzando una molecola chiamata “crescita”. Può sembrare ovvio e banale il pensare che, per progredire e per realizzare anche i suoi progetti più ambiziosi (come la decarbonizzazione o il mantenimento di elevati standard di welfare), un Continente abbia soprattutto bisogno di crescere economicamente...  purtroppo però – almeno negli ultimi anni – le istituzioni europee hanno, frequentemente, dato l’impressione di non riuscire più a comprendere questa cosa in maniera adeguata. Da un lato, infatti, le politiche dell’Unione sono state, spesso e volentieri, troppo condizionate dall’ossessivo richiamo all’ austerità finanziaria ed agli inflessibili equilibri di bilancio imposti dai cosiddetti “Paesi frugali”, mentre dall’altro, a far loro smarrire la strada del pragmatismo e del buon senso, ha disastrosamente contribuito l’affermarsi – a livello sia politico, che tecnocratico - di un estremismo ambientalista, per il quale ogni ragionevole richiamo alle normali esigenze di crescita industriale sembrava assumere i connotati di un’autentica bestemmia. Intendiamo dire che, almeno nell’ultimo  quinquennio, associare le attività industriali all’inquinamento o alla distruzione della natura sembrava essere divenuto l’argomento più scontato ed incontestabile d’Europa...Al punto che qualche cervello particolarmente acuto si è spinto fino ad auspicare, per il nostro futuro, una sorta di  “decrescita felice”... Di conseguenza, considerato il contesto tutt’altro che agevole in cui dovrà muoversi la prossima Commissione UE, ci pare opportuno che essa ricominci, finalmente, a guardare alla crescita economica ed industriale come ad un fenomeno oggettivo, indispensabile e privo di colorazioni politiche, trattandosi, in realtà, dell’unico strumento efficace di cui possiamo, eventualmente, disporre per contrastare una decadenza europea che è in fase già ben avanzata e che, se lasciata indisturbata, ad altro non porterà se non a disoccupazione e miseria. Smettiamo, quindi – e lo chiediamo soprattutto ad una Sinistra che pare infischiarsene beatamente di quello che sta capitando alle imprese e di riflesso ai lavoratori – di inseguire certi sogni (per ora irrealizzabili) tipici del green deal, per concentrarci, invece, sulla prova di sopravvivenza che il Vecchio Continente è oggi chiamato ad affrontare se non vuole rimanere del tutto soffocato dal gap industriale che, dall’inizio del nuovo Millennio, ha colpevolmente accumulato nei confronti di Cina e Stati Uniti. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  35. 120

    Franz Kafka sotto la Lanterna? | Il Punto della Settimana

    È, dunque, stata respinta l’istanza di revoca degli arresti domiciliari avanzata da parte del legale di Giovanni Toti. Nell’ordinanza con la quale il gip del capoluogo ligure, Paola Faggioni, boccia la richiesta depositata dall’avvocato Srefano Savi il 10 giugno scorso, si argomenta, infatti, che “è evidente, anche alla luce dei recenti sviluppi investigativi, la permanenza del pericolo che ‘indagato possa reiterare analoghe condotte - peraltro ritenute pienamente legittime e corrette dal predetto - in vista delle prossime competizioni elettorali regionali del 2025 “. Inoltre, aggiunge la dottoressa Faggioni, lo stesso Toti “continua tuttora a rivestire le medesime funzioni e le cariche pubblicistiche, con conseguente possibilità che le stesse vengano nuovamente messe al servizio di interessi privati in cambio di finanziamenti”. In sostanza, il giudice per le indagini preliminari condivide – scusate il gioco di parole – “in toto” le posizioni già espresse dalla Procura di Genova, secondo cui la revoca dei domiciliari consentirebbe al governatore della Regione di riprendere indisturbato ad inquinare le prove o a ripetere i reati che gli vengono attribuiti, proprio in virtù della funzione pubblica che – cerchiamo di non dimenticarlo – gli deriva dal voto espresso dalla maggioranza dei Liguri. In altre parole, Giovanni Toti, una volta tornato libero, potrebbe riprendere la sua presunta attività delinquenziale proprio governando...Ne consegue che, se il malcapitato uomo politico desidera tornare a “riveder le stelle”, non può fare altro che dimettersi e rinunciare così alla sua carica elettiva. E qui però, ci vengono spontanee un paio di riflessioni, poiché se davvero i magistrati genovesi considerano la rinuncia alla presidenza della Regione Liguria come la condizione sine qua non per sanare una situazione che impone il ricorso alle misure cautelari, allora vuol dire che per loro le scelte dei cittadini che votano contano veramente poco...Anche perché – e, per favore, non dimentichiamolo – stiamo ancora parlando di “ipotesi di reati” e non di reati effettivamente accertati, dal momento che, in circa quattro anni di indagini, non è ancora stata rinvenuta alcuna “pistola fumante”...Stiamo, quindi, provando la sgradevolissima sensazione di trovarci in presenza di un possibile attacco, nei confronti della politica, da parte di una magistratura che sembra arrogarsi il diritto di determinare gli assetti delle istituzioni pubbliche. Pertanto, Giovanni Toti, se vuole riacquistare la sua libertà, deve necessariamente dire addio alla vita politica...Poi, magari tra dieci anni, uscirà da questa kafkiana vicenda con una bella assoluzione in ogni grado di giudizio, ma intanto, se rimane fermo nei suoi convincimenti e nelle sue posizioni, i domiciliari, per lui, dureranno ancora lungo, almeno fino alle Regionali del 2025...e poi chissà... gli venisse mai in mente di candidarsi alle Politiche del 2027? _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  36. 119

    Carlo Nordio apprendista stregone? | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Non è detto che la riforma della giustizia approvata nell’ultimo Consiglio dei Ministri sia destinata a diventare realmente operativa nel prossimo futuro. Il percorso - sia sul piano parlamentare, che, eventualmente, poi su quello referendario - si preannuncia, infatti, già fin da ora, piuttosto lungo e accidentato, viste le reazioni immediate delle associazioni dei magistrati e di alcuni partiti, i quali difficilmente rinunceranno ad alzare le loro barricate contro le innovazioni introdotte dal ministro guardasigilli Carlo Nordio, al fine di modificare sensibilmente il nostro ordinamento giudiziario. Tuttavia, in ogni situazione, se nessuno si decide mai a compiere un passo d’avvio, è chiaro che lo status quo finirà per rimanere tale fino alle calende greche... E a Nordio ed al Governo in generale, va, appunto, dato atto di avere iniziato un percorso, al termine del quale una nuova legge costituzionale sancirà la separazione delle carriere tra i magistrati giudicanti e quelli requirenti. Naturalmente, in questi ultimissimi giorni, siamo stati un po’ tutti bombardati dagli allarmismi e dai disperati S.O.S. di quanti – politici, magistrati e giornalisti – ci hanno chiamati alle armi per difendere l’indipendenza della magistratura e, quindi, in definitiva, anche il fondamento stesso della democrazia in Italia. Per colpa di un ministro che si comporta come un apprendista stregone, il nostro Paese starebbe prendendo una pericolosa deriva autoritaria (o, comunque, caotica), contro la quale chiunque abbia a cuore le sorti della patria deve assolutamente mobilitarsi, manifestando la propria contrarietà. Noi però, ci permettiamo di dissentire da tutta questa ostilità preconcetta nei confronti di una riforma che, in fondo, a ben guardare, non fa altro che avvicinare la nostra macchina giudiziaria a quella di altri Paesi incivili o tirannici come Svezia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Portogallo o Canada...Paesi nei quali, molto semplicemente, a livello processuale, PM e avvocati giocano a parità di condizioni, poiché la funzione di chi giudica è distinta in modo chiaro da quella di chi, invece, rappresenta l’accusa. Ci congediamo da voi, proponendovi questo breve estratto che abbiamo ripescato da una mozione congressuale di un partito italiano di qualche anno fa: in esso si legge che “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Bene, il congresso era quello del PD e, tra i firmatari del documento, figurava anche Deborah Cerracchiani, oggi responsabile per la giustizia di quel Partito.… __________________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  37. 118

    Censura e sopraffazione | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Sta diventando ormai una cosa normale – e non solo in Italia – interrompere un evento pubblico per impedire  a qualcuno di parlare e di esprimere liberamente le proprie opinioni. Probabilmente il caso più eclatante è stato quello che si è verificato, nei giorni scorsi, in occasione degli Stati Generali della Natalità,  quando alla ministra Eugenia Roccella gli schiamazzi di un gruppo di contestazione hanno, sostanzialmente, negato il diritto di parola, infischiandosene beatamente del fatto che quest’ultimo sia assolutamente garantito proprio da quella Costituzione della quale chi, in quella circostanza, ha alzato così la voce, pretenderebbe di essere un alfiere. Al di fuori dell’area politica cui appartiene la Roccella, non ci pare di aver ascoltato voci che avessero il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere che l’increscioso episodio aveva preso chiaramente i connotati di quello che solitamente si definisce un atto di sopraffazione. Anzi, al contrario, abbiamo dovuto apprendere che la colpa di tutto quanto accaduto era della stessa Roccella  perché portatrice di istanze assolutamente intollerabili per qualsiasi coscienza democratica. E poi cosa volete che sia argomentare le proprie opinioni sotto un diluvio di insulti e di fischi...basta alzare il volume del microfono e tutto si risolve….Inoltre, la ministra non ha subito alcuna censura, dal momento che la censura viene sempre applicata da chi ha il potere verso chi non ne ha. E su questo ultimo punto, ci pare che le obiezioni degli “anti Roccella” siano tecnicamente corrette, anche se ci viene da pensare che qualora, a parti invertite, la titolare del dicastero per la Famiglia fosse stata di Sinistra, la maggior parte dei giornali e dei talk show avrebbero automaticamente parlato di “squadrismo”...Proviamo ad immaginare, tanto per fare un esempio, cosa ci toccherebbe leggere se un comizio di Elly Schlein venisse turbato dalla presenza di militanti leghisti intenzionati a coprire il suono della sua voce con cori ed urla da stadio… In conclusione, ci domandiamo se esistano situazioni nelle quali possa essere politicamente e giuridicamente accettabile la sospensione delle garanzie costituzionali relativamente alla libertà di espressione. Per quanti hanno silenziato la Roccella (o, comunque, hanno giustificato l’accaduto) si direbbe di si: purché, naturalmente, siano sempre loro a stabilire quando sia davvero giusto togliere la parola a chi la pensa diversamente... Noi, invece, continuiamo a credere che esistano diritti che non possono essere messi in discussione, nemmeno in circostanze eccezionali, dal momento che il loro esercizio non limita la libertà e la sicurezza di nessuno. Ed il diritto a non essere sopraffatti da chi pretende di toglierci la parola è, forse, il primo tra quelli che ci ostiniamo a considerare ancora intangibili. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  38. 117

    I costi della politica | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio La vicenda di Giovanni Toti ci induce a fare un paio di considerazioni. La prima è quella che è veramente da ingenui pensare che la politica sia un qualche cosa che potrebbe beatamente vivere d’aria e non richieda, invece, da parte dei partiti o anche dei singoli attivisti, un certo impegno per sostenerne i costi. Anche senza strafare e limitando le esigenze di cassa agli elementi più indispensabili, è chiaro che gli affitti delle sedi, gli spostamenti per le campagne elettorali o la stampa di volantini e manifesti qualcuno dovrà ben pagarli... Ecco perché, in Italia, fino a non troppi anni fa, vigeva ancora il sistema del finanziamento pubblico dei partiti, la cui abolizione - avvenuta sull’onda di un moralismo piuttosto velleitario - non ha certo eliminato il bisogno di fondi che, inevitabilmente, caratterizza ogni struttura che voglia darsi un minimo di  operatività. In sostanza, osservando quanto sta capitando oggi in Liguria (ma anche altrove),se fossimo stati tra quelli che, a suo tempo,  si accanirono contro l’ assegnazione di fondi statali alle forze politiche più rappresentative, oggi, molto probabilmente, ci sentiremmo in dovere di recitare un sincero “mea culpa”, riconoscendo l’errore commesso in passato. Dubitiamo però,  di poter assistere, a breve, a revisioni o a pentimenti  in merito a questi problemi: naviga, infatti, in acque molto più tranquille chi si astiene dall’avventurarsi in mari che il qualunquismo giustizialista degli ultimi decenni ha lasciato ancora molto agitati... Tuttavia – e qui veniamo alla seconda considerazione -  in mancanza di un finanziamento pubblico della politica, quale alternativa esiste per garantire, comunque, lo svolgimento di una normale vita democratica? Noi, sinceramente, non vediamo altra via d’uscita al di fuori del sostegno finanziario da parte dei privati. Tertium non datur...Già, ma perché mai un privato dovrebbe finanziare un partito o un leader politico in particolare? Forse perché – e non è da escludere a priori – ne condivide ideali e programmi o forse perché, molto più pragmaticamente, si aspetta di poterne trarre dei vantaggi personali. D’altra parte, in America le cose funzionano così e nessun candidato alle presidenziali si sognerebbe mai di occultare l’origine dei mezzi che gli sono stati messi a disposizione per la sua campagna elettorale. In fondo, il conferimento di denaro a favore di un determinato partito, quando avviene alla luce del sole, diventa anche uno strumento utile per facilitare l’orientamento di chi deve esprimere il proprio voto. Se a pagare alberghi, aerei e spot televisivi per un certo candidato sono la Esso e la Shell, l’elettore che sogna un mondo molto più green saprà come meglio regolarsi di conseguenza, indirizzando magari il suo consenso verso chi è sostenuto da altre lobbies meno “inquinanti”... Certo, il sano presupposto di questo meccanismo di natura esclusivamente privatistica, risiede nel fatto che ogni contributo economico venga fornito in base a ben definiti criteri di trasparenza. Altrimenti, diventa inevitabile l’intervento della magistratura: soprattutto se dovessero affiorare casi in cui i “favori” promessi e successivamente  dispensati dalla politica risultassero in contrasto con una qualunque disposizione di legge. Fatte salve però queste eventuali eccezioni, non ci pare affatto che possa considerarsi automaticamente illecito ogni finanziamento privato a politici e partiti. A meno che non si voglia cogliere un intento criminoso in ogni contatto che avvenga tra mondo della politica e mondo dell’impresa... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  39. 116

    Il Paese delle morti più assurde | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Sembra impossibile, eppure dall’Iran ci è giunta la notizia che il rapper dissidente, Toomaj Salehi, è stato condannato a morte da un tribunale rivoluzionario di Teheran, con l'accusa di avere “diffuso la corruzione sulla Terra”. Il trentatreenne musicista è molto popolare in patria, essendosi più volte distinto, attraverso i testi delle sue canzoni, per le critiche rivolte alle azioni repressive ed alle ingiustizie che caratterizzano il regime degli ayatollah. La sua prima carcerazione era già avvenuta nel 2021, quando Salehi venne prelevato nella sua casa di Isfahan per avere denunciato la maldestra gestione economica di un Paese in cui – a suo dire - i bambini non hanno neanche da mangiare, mentre i politici e gli alti burocrati vivono beatamente tra le loro agiatezze, senza provare alcuno scrupolo di coscienza. Successivamente, il rapper ha subito un nuovo arresto nell’ottobre del 2022, per il suo impegno politico e artistico a favore dei movimenti di protesta che avevano investito tutte le piazze iraniane dopo la morte di Masha Amini, la giovane assassinata dalla polizia morale perché scoperta mentre camminava per strada senza velo o, comunque, indossandolo in maniera non conforme alle regole dell’Islam sciita. Rilasciato dopo aver trascorso 252 giorni in prigione, l’indomito cantore dei diritti umani in una repubblica teocratica vi ha fatto rientro dopo soli dodici giorni, a causa di un video in cui, chiamando in causa agenti e funzionari carcerari, descriveva nei dettagli tutte le torture che gli erano state inflitte durante il periodo di detenzione. E questa volta, purtroppo per lui e per tutti i valori che coraggiosamente rappresenta, la sentenza è stata quella che lo condanna alla pena capitale, mediante impiccagione. A questo punto, non sarebbe male se un collega di Toomaj Salehi – ben più fortunato di lui perché vive in un Paese in cui può tranquillamente andare al Festival di Sanremo a parlare incautamente di “genocidio”, senza dover rendere conto a chicchessia di quello che dice - lanciasse un appello alle autorità iraniane affinché fermino la loro mano assassina. Si, non sarebbe affatto male se il signor Ghali, rapper e produttore discografico italo – tunisino, esprimesse la propria solidarietà umana e politica nei confronti dello sventurato autore iraniano, riconoscendo che un conto è fare composizioni musicali in una democrazia europea ed un altro è provare a farle in un sistema in cui l’ultima parola spetta ancora ad una “Guida Suprema”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  40. 115

    Povero Zelensky | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Riesce difficile non condividere le parole di Volodymyr Zelensky, il quale, riflettendo ad alta voce sul sostanziale flop registrato dall’attacco missilistico iraniano di sabato scorso, ha lamentato la disparità di trattamento che l’Occidente sembra riservare al suo popolo rispetto a quello israeliano. In fondo, i droni e i razzi che stanno mietendo tante vittime tra i civili del suo Paese, sono gli stessi che i sistemi di intercettazione utilizzati dall’esercito di Gerusalemme e dagli anglo – americani (intervenuti a sostegno dello Stato ebraico) hanno neutralizzato con evidente facilità. Si è chiesto, pertanto il presidente ucraino, se, per caso, il valore delle vite umane venga considerato, dalle cancellerie occidentali, in maniera differente tra una situazione e l’altra. Vale, forse, l’esistenza di chi abita a Tel Aviv qualcosa di più rispetto a quella di chi è nato a Kharkiv?  Sono mesi che, al di là dello stallo agli aiuti economici e militari imposto in Senato a Washington dai rappresentanti del partito trumpiano, il governo di Kiev invoca la fornitura di batterie Patriot per cercare di difendere almeno le sue città principali, ormai rimaste quasi del tutto prive di copertura antiaerea.  D’altra parte, fin dall’inizio del conflitto, le consegne occidentali di sistemi d’arma sofisticati e di munizioni sono avvenuti con estrema cautela , onde evitare di urtare troppo la suscettibilità dei Russi, i quali, sebbene abbiano trovato normale il fatto di superare i confini di una nazione indipendente per occuparla e bombardarla, diventano però estremamente suscettibili quando un’incursione armata ucraina provoca qualche danno nei loro territori... Ecco perché, ad esempio, gli aerei inglesi, francesi e americani si sono levati in cielo per contrastare l’attacco degli ayatollah a Israele, ma si guarderebbero bene dal fare la stessa cosa a protezione del territorio ucraino...Un conto è avere a che fare con la Guida Suprema ed un altro è doversela vedere col nuovo zar del Cremlino...Ecco perché - sia dall’Europa, che dall’America - le forniture militari a Kiev sono sempre arrivate in una misura che consentisse agli Ucraini di reggere, quel tanto che basta, all’urto del nemico, senza però mai permettere loro di attuare una controffensiva in grado di produrre troppi guasti al Paese invasore. Tuttavia, le armi e le munizioni che drammaticamente mancano oggi all’Ucraina non sono quelle che riguarderebbero  la sua capacità offensiva, ma piuttosto quelle che servirebbero alla sua stessa sopravvivenza: e cioè, alla difesa delle sue case, dei suoi ospedali o delle sue centrali energetiche. Per cui, ci appare di un imperdonabile (ed ipocrita) cinismo l’atteggiamento che l’Occidente continua a mantenere nei confronti della “causa ucraina”: un atteggiamento eccessivamente condizionato dal timore di non provocare troppo un nemico che, invece, per parte sua, ha già fin troppo  ben chiarito quali siano le sue reali intenzioni.

  41. 114

    Il piano Stoltenberg | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Il piano da cento miliardi di dollari che il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha presentato ai ministri degli Esteri dei Paesi che costituiscono l’Alleanza Atlantica, comporta un salto di qualità nell’impegno che la NATO stessa aveva, inizialmente, assunto in merito agli aiuti da fornire all’Ucraina. Fino ad oggi, infatti, l’Organizzazione guidata da Stoltemberg non ha mai svolto una funzione diretta nel sostenere Zelensky militarmente, visto che le armi, le munizioni e i supporti di intelligence sono sempre stati messi a disposizione di Kiev dai singoli Stati membri e mai in maniera esplicita dall’Alleanza che, tra l’altro, proprio quest’anno, celebra il suo 75° anniversario dalla fondazione. Questo, essenzialmente per evitare di offrire al Cremlino un assist degno di Gianni Rivera, nell’avvalorare le sue frequenti e pericolosissime accuse di cobelligeranza. Il fatto, invece, di dare vita adesso – come suggerisce il segretario norvegese – ad una nuova struttura che finanzi la causa ucraina (sostituendosi, quindi, ai vari Paesi alleati nel coordinare la distribuzione del materiale bellico), rappresenta, senza dubbio, un qualcosa di molto più audace rispetto ai limiti finora auto imposti e rigorosamente osservati nel delicatissimo conflitto russo – ucraino. In sostanza, il piano Stoltenberg sembra essere il frutto di una accresciuta preoccupazione che induce la NATO a prendere, in tempi rapidi, delle inedite contromisure: se possibile, prima che, malauguratamente, Trump possa rioccupare il posto di Biden alla Casa Bianca e, soprattutto, prima che la situazione sul campo di battaglia - al momento già piuttosto critica - si faccia del tutto compromessa. Tuttavia, cento miliardi di euro di aiuti da suddividersi per i prossimi cinque anni, non è affatto detto che si possano trovare facilmente: specialmente in un’Alleanza in cui – oltre tutto – dei 32 Paesi membri, soltanto Grecia, Gran Bretagna e Stati Uniti rispettano abitualmente quella soglia di investimento minimo in spese militari, che, già dieci anni fa, Barack Obama aveva fissato nella misura del 2% del PIL. E nemmeno sarà agevole raggiungere l’unanimità dei consensi richiesta per concretizzare questa rivoluzionaria svolta operativa che, infatti, prima ancora di essere stata messa in cantiere, ha già riscontrato la sia pur prevedibilissima perplessità ungherese...Ed anche il nostro ministro, Antonio Tajani, con tutta la sua consueta prudenza, ci tiene a sottolineare che la proposta avanzata da Jens Stoltemberg è certamente interessante, ma “va esaminata tecnicamente e giuridicamente”: e, non a caso, aggiunge che l’Italia sarà sempre pronta a difendere, senza alcuna esitazione, il diritto internazionale, anche se un conto è battersi per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina ed un altro è “fare la guerra alla Russia”... Credits Foto: Agenzia Fotogramma

  42. 113

    Pregiudizi atavici e dialoghi interrotti | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Negli ultimi giorni, abbiamo assistito, soprattutto nel mondo della cultura e delle Università italiane, al crescere quasi inarrestabile di un furore anti israeliano che, non potendo ancora (per il momento) cancellare dalla carta geografica lo Stato ebraico, fa, comunque, del suo meglio  per cancellare almeno gli accordi di collaborazione reciproca che sono in essere tra le nostre istituzioni universitarie e quelle israeliane. Il caso più recente e clamoroso è stato quello di Torino, dove il Senato Accademico, subendo la pressione (o forse addirittura l’intimidazione) dei soliti collettivi studenteschi terzomondisti, ha votato quasi all’unanimità la sospensione del bando di ricerca in collaborazione con Israele. Eppure, si trattava di questioni inerenti settori agricoli e tecnologici e niente affatto di natura bellica...Tuttavia, non c’è stato nulla da fare, perchè di fronte a quella che, in fondo, è essenzialmente una minoranza minacciosa, i docenti torinesi - volenti o nolenti - hanno abbassato il capo, riconoscendo così dignità politica e culturale a chi è pregiudizialmente portato a vedere tutto il bene nella sola Gaza – governata, fino a ieri, da un gruppo di signori abituati a discutere di politica solamente con il mitra in mano – ed a cogliere, invece, tutto il male in un Paese in cui - nonostante l’indiscutibile punto interrogativo sull’affidabilità democratica di alcuni dei suoi attuali ministri - si tengono pur sempre ancora libere elezioni (cui partecipano inoltre, senza alcuna restrizione, anche partiti arabi). Un Paese in cui si possono professare tutte le religioni e tutte le filosofie del mondo senza mettere in gioco la propria vita ed in cui, alla faccia di tante ingiustificate accuse di apartheid, cittadini israeliani palestinesi e musulmani raggiungono, tranquillamente, i vertici delle più importanti istituzioni nazionali come, ad esempio, la magistratura e, appunto, l’università. Nelle nostre aule universitarie si respira, dunque, un’aria di censura aprioristica nei riguardi di tutto ciò che proviene da Israele e dalla sua cultura. Cultura che, tra l’altro, si compone anche di voci che sono spesso in assoluto contrasto proprio con le politiche portate avanti dal governo Netanyahu... Non esiste, quindi, a nostro parere, un motivo politico veramente valido, che impedisca alle università italiane di rimanere aperte al dialogo con le realtà accademiche di una Nazione che, oltre tutto, in determinati campi ha pure raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Perchè, dunque, interrompere scambi di esperienze in settori in cui, specialmente sul piano tecnologico ed industriale, l’Italia avrebbe tutto da guadagnare? Forse perché Israele, secondo certi fini politologi nostrani, sarebbe uno stato canaglia da lasciar cuocere nell’isolamento più totale? Certo, è difficile spiegare, se non ricorrendo alle ataviche (ma tuttora ben vitali) pulsioni antisemite che albergano in larghi strati  delle nostre società europee, il motivo per cui si cancellino, senza indugio, le collaborazioni con le istituzioni israeliane, ma ci si guardi bene dal mettere in discussione quelle che magari sono in vigore con gli atenei di Paesi in cui una ragazza può morire soltanto perché non indossa correttamente il velo... Ma forse, a ben riflettere, siamo noi ad essere condizionati da pregiudizi che ci impediscono di vedere le cose con lucida obbiettività: se è vero come è vero che, tanto per fare un esempio, è la Repubblica islamica dell’Iran a presiedere la presidenza del Forum Sociale del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  43. 112

    Se il Governo smentisce i facili profeti di sventura | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Se c’è una cosa che, in questa prima fase del governo Meloni, ci ha sorpresi favorevolmente, è il posizionarsi su livelli davvero imprevedibili del tanto temuto spread che, proprio nella settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle, ha fatto segnare un dato un più che rassicurante, attestandosi a 1,16 punti percentuali. Francamente, nell’autunno del 2022, eravamo più che convinti del fatto che – tra politiche di finanza allegra (da alcuni fatte balenare in campagna elettorale) e speculazioni internazionali prevenute nei confronti del neonato esecutivo di Destra – la stabilità finanziaria del nostro Paese sarebbe stata destinata a vivere momenti di alta tensione. Invece, le cose sono andate (e sembrano tuttora andare) in modo piuttosto soddisfacente, se è vero come è vero che persino l’autorevolissimo Financial Times si è scomodato per tracciare un parallelo tra la nostra economia e quella tedesca che, almeno per il momento, risulta premiare quella del Bel Paese. E non a caso, lo spread tra il costo di un prestito decennale tra le due maggiori economia manifatturiere del Continente si è ultimamente collocato sulla soglia minima più bassa degli ultimi due anni. Pertanto, lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha mancato di evidenziare come, fino a poco tempo fa, ben pochi avrebbero potuto immaginare una tendenza così funzionale alla riduzione del deficit di bilancio. E’ presumibile, inoltre, che certi numeri non debbano mettere granchè  di buon umore quegli avversari politici di Giorgia Meloni che, con una certa supponenza, avevano pronosticato per il suo governo una deriva di spese dissennate e di contrasti con l’Unione Europea. Invece, bisogna dare atto alla nostra premier di aver saputo finora gestire con oculatezza sia i conti del Paese, che i rapporti con quella che, inizialmente, era la diffidente burocrazia di Bruxelles: e non a caso, la Banca d’Italia prevede, per il 2024, una crescita del nostro PIL dello 0,6%, che non sarà certo entusiasmante, ma che è pur sempre superiore, ad esempio, a quella della Germania che oggi è stimata nella misura dello 0,4%. Al momento, i titoli del nostro debito pubblico godono, quindi, di una certa fiducia da parte degli investitori (anche esteri), che evidentemente li percepiscono come l’espressione di un’economia solida e affidabile: basti pensare che una recente emissione sui mercati internazionali  di BTP da 10 miliardi di euro ha ricevuto richieste addirittura per 155 miliardi. E si tratta, indubbiamente, di un risultato eccellente e, solo pochi mesi fa, ancora del tutto impensabile. Un risultato ottenuto, tra l’altro, in uno  scenario economico globale che, di questi tempi, non lascia  certamente spazio a facili e stimolanti ottimismi. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  44. 111

    Genocidio | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio In questi giorni ci capita sempre più frequentemente di sentir fare un uso inappropriato della parola “genocidio”. Forse, al di là della possibile buona fede di chi parla anche di cose che ignora  (e, per carità, ha tutto il diritto di farlo), non sarebbe male se almeno però lo facesse andandosi prima a leggere la definizione che, di questo orrendo crimine, è stata data, nel 1944, dal giurista polacco, Raphael Lemkin, il quale, in proposito, parlò di “ atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Definizione che è poi stata accolta anche dall’ONU, quando, con la Risoluzione 260 del 9 dicembre 1948, pubblicò la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio”.  Pertanto, il concetto di genocidio si fonda su particolari requisiti, la cui sussistenza va sempre rigorosamente accertata, onde evitare di avventurarsi su percorsi nei quali è facile inciampare ed andare culturalmente incontro a brutte figure. Sappiamo bene come le sofferenze che, al momento, vengono imposte alla popolazione civile di Gaza assomiglino davvero molto da vicino ad alcune tra le più intollerabili sopraffazioni della Storia: tuttavia, in tutto ciò che sta oggi sciaguratamente capitando in Medio Oriente, non ci pare di poter cogliere la presenza di quei presupposti ideologici che autorizzino a parlare apertamente di genocidio. Riteniamo, infatti, che i lutti inflitti dagli Israeliani ai Palestinesi non siano assolutamente da interpretare come  l’inevitabile conseguenza di un disegno pianificato e finalizzato alla cancellazione dalla faccia della Terra di una ben determinata componente umana. Piuttosto, vanno considerati come il doloroso risultato di una spietata azione di guerra che, comunque, reagisce pur sempre ad una gravissima aggressione, quale fu quella del pogrom scatenato da Hamas lo scorso 7 ottobre. Intendiamoci, la strage di civili impotenti in corso a Gaza, è senza dubbio un fatto di una gravità sconvolgente (specialmente per chi, come noi, è da sempre schierato dalla parte di Israele): ciò nonostante, per definire quanto di orribile sta accadendo, pensiamo sarebbe più corretto affidarsi ad altre espressioni come “crimini di guerra” o magari anche “crimini contro l’umanità”. Lo Stato ebraico ha, in passato, firmato trattati di pace con Paesi arabi come la Giordania o l’Egitto e non si può certo dire che non li abbia regolarmente rispettati. Ed anche i più recenti Accordi di Abramo, a tutto possono far pensare tranne che ad una bieca volontà di sterminare deliberatamente le genti che vivono nei Paesi arabi confinanti...Se mai, se proprio dobbiamo cercare l’incombere di una minaccia di annientamento etnico nella Regione, suggeriremmo di aprire lo Statuto di Hamas... magari all’art.7 dove si legge “l’ora finale non giungerà finché i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani li uccideranno”. Si noti bene che non si parla di israeliani, ma di ebrei…e, quindi, non di politica, ma di religione... Certo, non c’è che dire: il governo Netanyahu sta facendo davvero del suo meglio per offrire su un piatto d’argento, agli anti semiti di ogni matrice, un’occasione veramente ghiotta (quanto insperata) per poter finalmente denunciare, “urbi et orbi”, quel presunto  ribaltamento dei ruoli, che vedrebbe un popolo trasformarsi da vittima in carnefice, divenendo sostanzialmente autore di una sorta di nuova Shoah. Insomma, quasi fossimo in presenza di un contrappasso di dantesca memoria... Due giorni fa, Pierluigi Battista ha scritto sull’Huffington Post che Israele ha commesso un gravissimo errore  a non diffondere le immagini e gli audio raccapriccianti degli orrori perpetrati da Hamas in quella tragica mattina di ottobre. A suo parere, bisognerebbe davvero che ne prendessero atto coloro che gridano superficialmente al “genocidio”, senza comprendere per nulla la mostruosità di quanto è realmente avvenuto. E forse allora – continua Battista - ci penserebbero “due volte prima di accodarsi ai cortei complici in cui si invoca la fine dello Stato degli ebrei”. Noi siamo più pessimisti e crediamo, invece, che non ci sia nessuno più sordo di chi non vuole sentire e che, quindi, neanche la visione dei bambini fatti a pezzi o infilati nei forni tra l’entusiasmo dei loro assassini, possa cambiare qualcosa nella mente e nell’animo di chi agli ebrei ha sempre, comunque, negato il diritto di esistere.

  45. 110

    Non solo Gaza: c’è anche un’altra Striscia ad alta tensione | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Come era esteso il territorio che costituiva l’Unione Sovietica e da quante popolazioni era abitato...Una miriade di repubbliche, città, fiumi ed etnie che, in tutta sincerità, a noi hanno sempre fatto – e fanno ancora - perdere l’orientamento sulla carta geografica. Tuttavia, si tratta di nomi – spesso quasi impronunciabili - che, soprattutto a partire dalla dissoluzione dell’impero comunista, hanno cominciato ad imporsi all’attenzione sia dei media, che delle cancellerie occidentali. Che cosa è, ad esempio, la Transnistria, dove si trova e perché è oggi divenuta un tema al centro di tante analisi geo politiche? Cominciamo col dire che la Transnistria è una striscia di terra posta tra la Moldavia (cui ufficialmente appartiene ancora, nonostante se ne sia staccata, nel 1990, rivendicando la propria indipendenza) e l’Ucraina. La comunità internazionale non la riconosce e, pertanto, il governo separatista che la guida è, di fatto, sostenuto - sia a livello politico / economico, che militare - dalla Federazione Russa che, non a caso, vi mantiene, permanentemente, di stanza circa 1.500 soldati. Inoltre, nel 2006, un referendum sull’indipendenza ha visto nuovamente prevalere la richiesta di indipendenza, invocando addirittura un’unione con la Russia stessa. Come appena detto, il distacco dalla Moldavia è avvenuto nel 1990, dopo che il governo di Chisinau – alzi la mano chi già conosceva questa Capitale – aveva imposto il moldavo come lingua ufficiale in sostituzione del russo che è l’idioma più diffuso in Transnistria. Fu in quella circostanza, che le forze paramilitari russofone e separatiste presero il controllo di tutte le istituzioni pubbliche locali ed iniziarono una guerra di logoramento destinata a concludersi soltanto nel luglio del 1992, allorchè fu creata una zona di sicurezza demilitarizzata, garantita dalle truppe del Cremlino, che erano già presenti in quell’area. Al momento, la Transnistria dispone di una propria moneta, di un parlamento e di una bandiera che, tra l’altro, è l’unica in tutta Europa a portare ancora il simbolo della falce e martello. La sua reputazione non è delle migliori, in quanto viene considerata come una sorta di oasi di corruzione, di traffico d’armi, di riciclaggio di denaro e di criminalità organizzata. A Tiraspol, il suo centro principale, è rimasto – a testimoniare la nostalgica vicinanza con il passato sovietico - un busto di Lenin, davanti al palazzo municipale che – guarda caso – ha mantenuto la denominazione di Casa dei Soviet. Adesso, mercoledì 28 febbraio, le autorità della Transnistria, hanno chiesto la protezione della Russia contro le presunte “provocazioni” di Chisinau, in uno scenario caratterizzato dalle forti tensioni legate al conflitto in Ucraina. Al termine di un congresso straordinario tenutosi a Tiraspol - il primo dal 2006 - i deputati della Transnistria hanno, infatti, emesso un comunicato in cui invitavano la Duma ( vale a dire il Parlamento russo) ad attivarsi “per proteggere la loro regione – in cui vivono, appunto, più di 220mila Russi - dalla crescente pressione della Moldavia”. Nel comunicato, si legge che “la Transnistria sta affrontando minacce senza precedenti di natura economica, socio-umanitaria e politico-militare”. E sono parole che ricordano molto da vicino quelle pronunciate dai separatisti filorussi dell’Ucraina orientale nel febbraio 2022 e che sono poi diventate uno dei pretesti con i quali il presidente russo Vladimir Putin ha giustificato la sua “operazione militare speciale”. Speriamo bene... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  46. 109

    Morire per leggerezza | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Il punto su cui ci soffermiamo questa settimana, non è legato – come spesso accade – ai grandi temi della politica o dell’economia, ma riguarda, invece, un fatto di cronaca avvenuto pochissimi anni fa nel Levante genovese e che, solo in queste ultime ore, una sentenza di Corte d’Appello sembra aver chiuso in una maniera che, francamente, ci lascia sconcertati. La vicenda si è sviluppata in un “centro olistico” di Chiavari, dove ad una giovane adepta, Roberta Repetto, con irresponsabile leggerezza, era stato asportato – senza biopsia, nè anestesia e sul tavolo di una cucina - un neo che poi si rivelò essere un letale melanoma. Dopo l’improvvisato intervento degno di uno stregone, il titolare / “santone” del centro ed un medico – si, è da non credere, ma in questo sciagurato episodio è persino coinvolto un laureato in medicina vero! -   avevano convinto la sprovveduta ragazza a curare il suo male solamente con tisane zuccherate e lunghe meditazioni. E la cosa è andata avanti fino a che le metastasi del tumore hanno raggiunto altri organi vitali, rendendo disperate le condizioni della Repetto, nel momento in cui, ormai troppo tardi, decise di rivolgersi alle strutture dell’Ospedale San Martino di Genova. Per questo tragico epilogo, sia il “santone”, che il medico che operava in cucina, furono condannati, in prima istanza, a tre anni e quattro mesi di carcere per omicidio colposo. Adesso però, mercoledì scorso, è arrivata una svolta che ha gettato nello sconforto non solo i familiari e gli amici della vittima, ma anche la gente comune come noi che, ad esempio, negli anni in cui abitammo a Chiavari avemmo anche modo di conoscere personalmente il padre della ragazza che allora era Sindaco della Città. E stiamo parlando della sentenza di appello che ha assolto il fondatore del centro olistico e che ha ridotto la pena ad 1 anno e quattro mesi per il suo collaboratore sanitario, perché, secondo i magistrati – “il fatto non sussiste”. Più che comprensibile, quindi, la reazione indignata della sorella Rita, la quale sottolinea come Roberta non abbia scelto di morire da sola a 40 anni in balia di di dolori e di metastasi. Inoltre, a stupire è anche il fatto che la pena inflitta ad un medico che opera su un tavolo da cucina sia la stessa che può essere comminata ad un suo collega che agisca, invece, correttamente all’interno di un ospedale. Naturalmente, restiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, ma l’impressione che fin d’ora abbiamo è quella che su di essa possano avere inciso anche eventuali zone d’ombra a proposito di temi delicati come la manipolazione o il plagio. Certo, Roberta Repetto era giovane, ma non una minorenne. Svolgeva l’attività di agente immobiliare e, pertanto, può forse risultare abbastanza agevole, per gli avvocati della difesa, negare la sussistenza delle sue molto probabili fragilità psicologiche e presentarla, di conseguenza, come una persona pienamente consapevole delle sue decisioni . Dinanzi a lei, non siamo, effettivamente, in presenza di un quindicenne che - spinto da un irrefrenabile autolesionismo – si pianta una forchetta od un chiodo nella mano appena distogliamo il nostro sguardo dalla sua persona...Quella in questione è una forma di autolesionismo molto più sottile, che si ammanta quasi di pretese culturali ( come il rifiuto della scienza ufficiale) e che è, pertanto, assai meno riconoscibile... almeno quando inizia a manifestarsi. Ed è deprimente il senso di impotenza che si prova dinanzi all’ostinazione di chi, illudendosi di andare incontro alla scoperta della “pietra filosofale”, si incammina, invece, su un percorso di autodistruzione, respingendo ad ogni costo (anche a quello della propria vita), qualsiasi alternativa che gli possano positivamente offrire la psicologia, la medicina o magari – per chi ci crede - anche la religione. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  47. 108

    Per favore, nessun tribunale a Montecitorio | Il Punto della Settimana

    In questi giorni siamo rimasti sinceramente infastiditi nell’osservare le reazioni, di stampo pericolosamente forcaiolo, che sono emerse, in certi ambienti della destra politica nostrana, alla notizia che la Camera aveva dato il via libera alla Commissione d’inchiesta “sull’operato del Governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del COVID-19”. Sia i più incalliti sostenitori delle posizioni no vax, che i vertici di Lega e Fratelli d’Italia sembrano, infatti, avere accolto come fosse la manna dal cielo l’opportunità di poter dare, spietatamente, addosso – e non soltanto a parole - alla sinistra, a Giuseppe Conte ed a Roberto Speranza. Avranno, probabilmente, stappato le bottiglie migliori che avevano in cantina, pregustando i guai giudiziari ai quali sarebbero, finalmente, andati incontro l’ex premier ed il suo fido ministro della Salute. Per contro, abbiamo anche sorriso ironicamente nel vedere, per la prima volta nella loro (per la verità breve) storia, i 5 Stelle costretti a recitare la parte dei bersagli e non quella dei giustizieri un tanto al chilo...Tuttavia, forse perché ci piace illuderci di vivere ancora in un Paese in cui alla fine a prevalere sono le ragioni del diritto e quelle dell’equilibrio istituzionale, vogliamo augurarci che i membri della Commissione sulla pandemia siano pienamente consapevoli del fatto che il loro compito non sarà quello di sostituirsi ad una Procura della Repubblica, ma sarà, invece, quello – molto meno inquisitorio – di esaminare l’azione e le scelte adottate dall’esecutivo Conte in quello sventurato periodo. Stiamo, quindi, parlando di un organismo che non è chiamato a scoprire ed a reprimere eventuali reati, perché – sia chiaro ad ogni giustizialismo di qualsiasi colore – le autorità giudiziarie esistono già da secoli ed a prescindere dalle indagini parlamentari. Ci aspettiamo, invece, che il lavoro della neo costituita Commissione possa risultare utile per evidenziare possibili errori o approcci sbagliati rispetto a quelle che avrebbero potuto essere le strategie più idonee per affrontare la devastante crisi sanitaria nel suo complesso. Pertanto, avrete senz’altro compreso che ci riferiamo ad aspetti di rilevanza squisitamente tecnica, politica (o amministrativa), ma certamente non penale. Vista in quest’ottica, l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul covid assume indubbiamente una dimensione più che opportuna, poiché analizzare gli sbagli del passato - magari dovuti all’incompetenza o alla disorganizzazione degli organi delegati a decidere – non può che rivelarsi utile nella malaugurata ipotesi di nuove emergenze sanitarie. Ma sulle eventuali inadeguatezze di Conte e Speranza che potranno affiorare dal lavoro dei commissari, a decidere dovrà essere l’elettorato e non certo la ghigliottina...Altrimenti, dato che le commissioni parlamentari sono, inevitabilmente, il riflesso dell’orientamento politico che prevale in un determinato momento della vita politica nazionale, si finirebbe sempre per sopravvalutare i poteri decisionali di un organo parlamentare necessariamente ballerino, in quanto destinato a mutare i suoi orientamenti in base ai risultati scaturiti, di volta in volta, dalle urne elettorali. Il tutto, alla faccia della certezza del diritto. Insomma, lasciamo che certe cose, se proprio devono avvenire, accadano in Paesi che con la patria del diritto non hanno - purtroppo per loro - niente a che vedere. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

  48. 107

    Sionismo e antisionismo | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio La parola “Sionismo”, soprattutto a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, ha assunto, in certi ambienti politici (sia di destra, che di sinistra), una valenza trasversale e negativa, che riflette, in buona sostanza, un orientamento ideologico ostile all’esistenza stessa dello Stato di Israele. In generale, gli antisemiti che proprio non se la sentono di essere messi sullo stesso piano dei peggiori criminali nazisti, utilizzano il concetto di “antisionismo” per fornire a se stessi una sorta di giustificazione politica, che renda più presentabile quella che, purtroppo, è invece una loro vera e propria forma di avversione (quasi epidermica) verso tutto ciò che sa di ebraismo. Tanto è vero che è piuttosto frequente imbattersi in qualcuno che esprime la propria opposizione nei confronti del Sionismo, ma aggiunge di non avere, comunque, nulla contro chi è di origine israelita...Tuttavia, l’argomentazione appare subito piuttosto fragile, non appena si considera che nel mondo i sionisti – tranne qualche eccezione come chi sta scrivendo queste righe – sono in larghissima misura Ebrei ed è, quindi, piuttosto difficile fare certe distinzioni...Certo, c’è sionismo e sionismo...c’è quello delle origini – laico e liberal socialista – e c’è quello di chi oggi, irresponsabilmente, pretende di colonizzare tutta la Cisgiordania sulla base di chissà quali riferimenti biblici… Storicamente, il movimento sionista nasce verso la fine dell’Ottocento e, nell’accezione del suo massimo esponente, l’ungherese Theodor Herzlel, è concepito come un filone di pensiero che propugna il ritorno – certamente non in maniera violenta – degli Israeliti, sparsi un po’ in tutto il mondo, nella Terra delle loro origini. Sia che vi giungano animati da uno spirito laico oppure da un fervore religioso, quasi tutti i primi Ebrei che, agli inizi del secolo scorso, arrivano in quell’area dimenticata da Dio e dai santi dell’allora Impero Ottomano, lo fanno con l’intenzione di vivere in pace con i loro vicini Arabi, dai quali acquistano – pagandoli, tra l’altro, anche profumatamente – i primi terreni sui quali, nel corso degli anni, prenderanno corpo quelle originali esperienze di agricoltura socializzata che tutti riconosciamo oggi nei kibbutz. Ed a questo proposito, ricordiamo anche come il laburista Ben Gurion, fondatore dello Stato di Israele, già nel 1918 dichiarasse che l’idea stessa di espellere i residenti arabi da quei territori era “un miraggio reazionario e dannoso”. Sfortunatamente, non sapremo mai se questo ideale di coesistenza pacifica tra Arabi ed Israeliani avrebbe potuto funzionare, visto che, respingendo la risoluzione 181 delle Nazioni Unite del novembre 1947 - che suddivideva la “Terra Santa” in due nazioni distinte (Israele e Palestina) - ed attaccando subito militarmente il neonato Stato ebraico, le leadership arabe di allora segnarono, fin dagli inizi, le sorti che, da ormai 75 anni, accompagnano il vivere di due popoli destinati, assurdamente, a scontrarsi in modo reciproco. Pertanto, il sogno di Theodor Herzl si è realizzato sul piano del diritto internazionale nel 1948, ma per affermarsi concretamente ha dovuto, suo malgrado, inserirsi in un contesto fatto di lutti e rancori e, quindi, ben lontano da quello che il suo profeta aveva teorizzato. A malincuore dobbiamo, infine, prendere atto del fatto che il Sionismo viene oggi seriamente minacciato non più soltanto negli ambienti che, tradizionalmente, lo hanno sempre avversato, ma anche all’interno dello stesso Stato israeliano, dove la sua dignità culturale rischia di essere davvero profanata da forze politiche e religiose che agiscono in nome di una presunta superiorità ebraica e che risultano, purtroppo, sempre più spesso determinanti quando si tratta di formare una maggioranza di governo. E la cosa non può che creare un profondo disagio in chi ha sempre guardato ad Israele come all’unico faro di democrazia presente in tutto il Medio Oriente. Ascolta e leggi “Il Punto della Settimana” ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio. ________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

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    Biden, lo Stato palestinese e il no di Gerusalemme | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Sembra che gli Stati Uniti siano sempre più convinti della necessità di realizzare, concretamente ed urgentemente, un piano definitivo per il futuro dei rapporti israelo–palestinesi, da delinearsi già prima che l’attuale conflitto armato sia concluso. Per la verità non c’è nulla di ufficiale e si tratta, più che altro, di indiscrezioni che però non vengono smentite dai principali centri di comando di Washington, nella consapevolezza del fatto che il raggiungimento di una pace duratura si renderà possibile solamente attraverso cambiamenti radicali e, pertanto, potenzialmente sgraditi ad entrambe le parti in causa. D’altronde, è indispensabile che, almeno tra le componenti più ragionevoli in campo, si faccia strada, una volta per tutte, l’idea che l’alternativa al dialogo è quella di dover rivivere, prima o poi, un nuovo 7 ottobre, al quale farebbe, inevitabilmente, seguito  l’ennesima reazione massiccia e cruenta da parte di Israele. Certo, nel caso in cui il piano di pace (che si dice stia maturando presso l’Amministrazione Biden) prendesse veramente corpo, gli interlocutori al tavolo delle trattative non andrebbero ovviamente cercati tra i leaders di Hamas (dediti, da sempre, alla logica del “tanto peggio, tanto meglio”) e nemmeno tra gli esponenti della destra religiosa e nazionalista israeliana che, nella migliore delle ipotesi, non hanno in testa alcuna soluzione negoziale spendibile e, nella peggiore, sognano, invece, di “ risolvere” la questione palestinese occupando direttamente non solo Gaza, ma anche l’intera Cisgiordania… Comunque sia, dalle notizie che giungono da qualificate fonti d’Oltreoceano, pare che la Casa Bianca, probabilmente indispettita dall’atteggiamento sostanzialmente inaffidabile assunto negli ultimi anni da Netanyahu, sia entrata nell’ordine di idee di dover procedere - magari anche unilateralmente - verso il riconoscimento di uno Stato (sia pure demilitarizzato) palestinese. Si tratterebbe di una decisione di assoluta rilevanza storica e destinata a ridisegnare completamente tutta la mappa dei fragili equilibri mediorientali. E’ noto che, se in Israele la soluzione dei due stati non ha mai suscitato particolari entusiasmi, oggi è divenuta quasi del tutto impopolare: e la cosa è, probabilmente, il riflesso delle cocenti delusioni  che l’opinione pubblica israeliana deve aver provato in due occasioni del passato. La prima è quella che ci riporta agli incontri di Camp David (avvenuti con la mediazione di Bill Clinton) nel 2000, quando  l’allora premier Barak offrì a Yasser Arafat la possibilità di dare vita ad un nuovo Stato nazionale arabo in cambio della pace. La seconda è, invece, quella – del tutto analoga – in cui, nel 2008, fu il nuovo premier Ehud Olmert a proporre ad Abu Mazen - sempre in cambio del riconoscimento reciproco - la cessione del 93% della Cisgiordania, la quale – unitamente al territorio di Gaza che era già stato abbandonato da Israele nel 2005 – avrebbe dovuto   delimitare i confini della tanto agognata patria palestinese. Purtroppo, in entrambe le situazioni, i due rais arabi rifiutarono - in maniera che al mondo parve addirittura inspiegabile - le proposte ricevute. A meno che - pensarono allora in Israele - una ragione (sebbene inconfessabile) per il sorprendente diniego in realtà ci fosse e affondasse ancora le sue radici nell’ancestrale ed ostinato rifiuto islamico di riconoscere il diritto di esistere allo Stato ebraico. Tuttavia, al di là di queste titubanze israeliane (che, a nostro avviso, sono, comunque, piuttosto comprensibili in chi, da 75 anni, anni è obbligato a vivere con la paura di salire su un autobus o di entrare in un ristorante), a noi non resta che scommettere sulla parte meno “messianica” della società israeliana (la quale, al momento, è grazie al cielo ancora maggioritaria), sperando si riveli politicamente ed emotivamente pronta per digerire il riconoscimento americano di uno stato autonomo palestinese, accentandolo come un passaggio divenuto oramai inevitabile. Soprattutto se la cosa dovesse significare – ma questa volta però sul serio - la fine di una sequenza infinita di rancori, di lutti e di violenze. 4 Febbraio 2024 _______________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

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    Fatevene una ragione: il privato è privato… | Il Punto della Settimana

    A cura di Ferruccio Bovio Mercoledì scorso, intervenendo alla Camera per rispondere alle domande del “question time”, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha perso l’occasione per ritornare su un tema che, negli ultimi tempi, sembra coinvolgerla particolarmente. E stiamo parlando dei rapporti piuttosto tesi che sussistono tra il suo Governo ed il Gruppo editoriale GEDI della famiglia Agnelli – Elkann, cui appartengono giornali come Repubblica e La Stampa i quali, di solito, non usano certamente i guanti di velluto quando parlano delle politiche di Palazzo Chigi. Nello specifico, la nostra premier se la prende con le critiche che – soprattutto da parte di Repubblica – le sono piovute addosso in merito alle privatizzazioni che l’esecutivo di destra - centro avrebbe in programma di attuare nei prossimi mesi. La Meloni non accetta, infatti, in questo campo, alcun rilievo alle sue intenzioni se ad avanzarlo è proprio chi ha “venduto ai Francesi” il conglomerato Fiat – Chrysler. E qui però, ci pare che il suo ragionamento non sia del tutto corretto, perché un conto sono le vendite che avvengono tra privati (e sulle quali nessuna forza politica può porre dei veti) ed un altro sono quelle che possono riguardare l’alienazione di beni pubblici (come ad esempio il 10% di Poste Italiane), sui quali i governi di qualsiasi colore sono, invece, tenuti a rendere conto. Pertanto, attaccando in maniera così esplicita la proprietà di Stellantis e le testate che, in qualche misura, fanno parte della sua galassia, Giorgia Meloni – a nostro parere - non ha solamente messo in discussione la libertà di stampa, ma anche quella di fare impresa. E pensare che le accuse di avere sacrificato, sull’altare delle opportunità fiscali o delle delocalizzazioni, l’italianità dell’impero creato dagli Agnelli nel Novecento, vengono controbattute, con fastidio, da non pochi ambienti d’Oltralpe, dove, al contrario,  si ritiene che la fusione con la Fiat  abbia comportato un chiaro ridimensionamento della francesità di PSA – Peugot…. E’ vero che - si argomenta sotto la Torre Eiffel - lo Stato francese (come, non a caso, lamenta Giorgia Meloni)  ha un suo rappresentante nel Consiglio di Amministrazione di Stellantis, mentre l’Italia non lo ha... ma è altrettanto vero che ciò avviene perché la mano pubblica era entrata a far parte del board di Psa già dal 2012: da quando cioè, aveva rilevato una quota del 6,2% nell’azionariato della grande società automobilistica per far fronte ad alcune perdite accumulate allora dalla famiglia Peugeot. Questo per dire che la partecipazione di un consigliere di nomina statale alle riunioni del CDA di Stellantis non significa  affatto che il governo francese abbia poi tutta questa voce in capitolo sulla gestione del gigante dell’ automotive sorto, il 16 gennaio del 2021, dall’alleanza tra due delle principali  famiglie industriali europee. Tanto per fare un esempio, non troppo tempo fa il ministero dell’economia transalpino aveva esortato Stellantis a privilegiare l’interesse nazionale, riportando in Francia la produzione di piccole auto elettriche come la Peugeot 208: tuttavia, questo appello di natura patriottica a nulla è valso per smuovere i programmi aziendali, visto che lo stabilimento in cui si fabbrica quel tipo di veicolo è rimasto saldamente in territorio spagnolo, a Saragozza... E la cosa rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che Stellantis è essenzialmente un gruppo privato e che sarà, quindi, sempre molto improbabile che il signor Agnelli o  il signor Peugeot si lascino incantare dalle sirene dell’Eliseo o di Palazzo Chigi, anteponendo gli interessi pubblici a quelli del proprio portafoglio. 28 Gennaio 2024

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