Vittime e spettatori: dall'Omicidio a Civitanova Marche al caso Kitty Genovese episode artwork

EPISODE · Aug 3, 2022 · 16 MIN

Vittime e spettatori: dall'Omicidio a Civitanova Marche al caso Kitty Genovese

from Gir · host Gir

Nelle Marche, un operaio trentenne ha picchiato ed ucciso a mani nude un nigeriano che chiedeva l'elemosina. La maggior parte dei commenti – oltre a stigmatizzare la violenza del gesto – ha puntato il dito sul fatto che nessuno dei presenti sia intervenuto per evitare la tragedia.Una colluttazione avvenuta in pieno giorno, al centro della città, davanti a diverse persone e durata alcuni minuti, non una aggressione rapida e perpetrata nel buio di un vicolo lontana da testimoni. E allora – ci si chiede – perché nessuno è intervenuto per evitare la tragedia?Per chi si occupa di questo tipo di situazioni e per gli studiosi di psicologia sociale questo comportamento non è nuovo e viene chiamato “effetto spettatore”. L’episodio che diede lo spunto a approfondire le dinamiche di questo atteggiamento risale al 1964 quando Kitty Genovese, una ragazza statunitense di 28 anni che alle 3 del mattino stava ritornando dal lavoro al suo appartamento a New York, venne pugnalata a morte da uno stupratore e omicida seriale. Secondo i resoconti dei giornali, l'attacco durò almeno mezz'ora, tempo durante il quale la Genovese urlò e supplicò aiuto. L'omicida attaccò la Genovese e la pugnalò, poi fuggì dalla scena dopo aver attirato l'attenzione di un vicino. L'assassino ritornò poi 10 minuti più tardi e finì l'aggressione. Le notizie dei giornali dopo la morte della Genovese asserirono che 38 testimoni avevano osservato le pugnalate e omesso di intervenire o perfino di contattare la polizia dopo che l'assalitore era fuggito e la Genovese era morta.Da quell’efferato episodio hanno preso il via gli studi che hanno analizzato comportamenti simili per definire come e perché i testimoni si comportano in una determinata maniera e – pur nella estrema variabilità dei casi – possiamo dire che ricorrono una serie di fattori più o meno inconsci, tra cui l'ambiguità (se nessuno fa niente ci sarà un motivo?), la coesione sociale (faccio quello che fanno gli altri) e la diffusione della responsabilità (non è colpa mia se non faccio qualcosa, potrebbe farlo qualcun altro), elementi che richiamano drammaticamente quanto ogni tanto viene ironicamente riportato sulle vignette che parlano dei comportamenti degli impiegati di ufficio.Non è certo il caso di trinciare giudizi o emettere verdetti, per quello ci sono (fortunatamente) i tribunali; quello che possiamo dire è che probabilmente decenni di social ci hanno abituato ad essere spettatori passivi di quanto accade nelle vite altrui, osservate attraverso uno schermo, e che si rende sempre più necessaria una educazione civica alla solidarietà quotidiana, in cui ciascuno colga le necessità dell’altro e faccia quello che può per alleviarle: aiutare un disabile a superare una barriera architettonica, accompagnare un anziano per attraversare una strada, stoppare atti di bullismo giovanile, sollevare la pesante busta della spesa di una vecchietta ma anche solo tenere aperto il portone al nostro condomino che ci segue di pochi passi sembrano poco, ma – gutta cavat lapidem – ripetuti nel tempo possono fare moltissimo.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/gir--5346324/support.

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