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Le vie della Resistenza a Domodossola

Ciao e benvenuti!Oggi vogliamo portarvi in un viaggio nella storia,  per scoprire un capitolo fondamentale della Resistenza italiana ed in particolare la Resistenza a Domodossola e nella provincia del VCO dal 1943.Immaginate di passeggiare per Domodossola, tra le sue strade, e scoprire le storie nascoste di chi ha combattuto per la libertà. In occasione dell'80° anniversario della Repubblica Partigiana dell’Ossola, noi studenti della scuola "G. Floreanini" abbiamo creato un Progetto che unisce storia, musica, tecnologia e creatività per raccontare la Resistenza.Il progetto è speciale: abbiamo raccolto ricerche, testi autobiografici, registrazioni audio, immagini e musica per raccontare le vite di alcuni protagonisti locali della Resistenza, a cui sono intitolate 32 vie della nostra città di Domodossola.Questa è una storia che raccontiamo con passione, rendendo omaggio a chi ha lottato per la libertà.Vi invitiamo quindi  ad ascoltare

  1. 32

    don Luigi Zoppetti

    Mi chiamo Don Luigi Zoppetti, sono nato nel 1888 a Monteossolano, vicino a Domodossola. I miei genitori erano Francesco e Maria Zoppetti. Mio padre è morto presto e l’amore di mia madre mi ha sostenuto nella mia forte volontà di servire il Signore ma anche di studiare all’Università. Sono diventato sacerdote nel 1911 a Novara, mi sono laureato in Scienze e ne sono stato insegnante nel Collegio Mellerio Rosmini di Domodossola. Voglioaccontarti quello che ho fatto per coloro che combattevano per la libertà e per tutti i bisognosi. Nella Prima Guerra Mondiale sono stato un soldato di sanità nell’ospedale di Torino. Nel 1943 sono diventato un membro del Comitato di Liberazione Nazionale  (CLN).Ho preso parte alla Resistenza, assistendo e sostenendo gli antifascisti e i partigiani sia in ambito spirituale che materiale, aiutando molti a fuggire in Svizzera, anche approfittando delle mie conoscenze delle montagne ossolane. Ho cercato, inoltre, di offrire rifugio a chi era in fuga e di mantenere vivi i valori di giustizia e libertà, cercando di ispirare e dare coraggio. Non ho esitato ad aiutare i bisognosi, i più deboli e sono stato Commissario per l’Istruzione, il Culto e la Beneficenza nella Giunta Provvisoria di Governo della Repubblica Partigiana dell’Ossola, lasciando però quasi subito l’incarico, il 15 settembre 1944, a Don Gaudenzio Cabalà rientrato in Ossola dalla Svizzera. Ho poi fatto parte del CLNdella zona libera dell’Ossola Sono riuscito a sfruttare il mio ruolo di sacerdote che mi permetteva di agire con più libertà. Alla caduta della Repubblica ossolana, mi hanno consigliato di fuggire in Svizzera anche se io non volevo abbandonare la mia terra. Alla fine della guerra, sono rientrato a Domodossola, ho ripreso l’insegnamento e sono tornato ad aiutare la mia gente. Mi sono speso tanto per la costruzione del nuovo Santuario di Re.Il mio desiderio e compito era quello di lasciare testimonianze nell’impegno civile e religioso e questo ho fatto fino alla mia morte, il 6 Maggio 1970. 

  2. 31

    Fucilati dicembre del '43 italiano

    Guido Vivarelli, uno dei Fucilati del 1943Sono Guido Vivarelli, nato a Mocogna il 5 marzo 1925 e fucilato a Novara il 28 dicembre 1943.Sono stato partigiano della “Banda Libertà" e ho partecipato all’insurrezione di Villadossola dell’8 novembre 1943 contro l’occupazione nazifascista, a cui è seguita una terribile offensiva tedesca con l’impiego degli aerei. Sono stato arrestato con altri undici compagni l’8 dicembre 1943 e sono stato condannato a morte dal Tribunale di guerra tedesco. Il 27 dicembre sono stato trasferito alle carceri di Novara e fucilato il giorno successivo al poligono di tiro con altri giovani come me: Franco Balzani di 20 anni, Ernesto Conti di 18 anni, Guido Falcaro di 18, Osvaldo Giovannone di 19, Giuseppe Giudici di 18, Erminio Marini di 19, Bruno Matli di 18 e Paolo Steffanino di 21.Prima di essere fucilato, ho scritto questa lettera, a nome mio e dei miei compagni, destinati alla mia stessa sorte. “Novara, il 28 dicembre 1943Carissima Mamma, Sorelle e Mario.Sono a voi con questa mia per darvi le mie ultime notizie.Questa mattina alle 7,30 finirà la mia vita.Cara mamma, perdonami tanto se qualche volta ti facevo disperare. Darete notizia a tutti i parenti specialmente alla Nonna e zie, direte che preghino per me. Mi raccomando di non disperarvi, perché muoio in grazia di Dio e perciò è lui che vuole la mia anima sebbene sono giovane.Vado a trovare il povero Enrico, zii, zie e nonno. Fatemi un bel funerale, farete dire un ufficio solenne per me e Enrico assieme. Mi dispiace di non avervi più visti, ma pazienza, ci rivedremo in Paradiso, pregherò per voi tutti. Non abbiate nessun rancore con le famiglie che mi hanno messo in questi pasticci, anzi li saluterete per me. Non mi resta più altro da dirvi che salutarvi augurandovi ogni bene a tutti.Tuo figlio e fratello GUIDOW L’Italia Addio…Saluti – Paolo Steffanino; Saluti – Giovannone Osvaldo; Saluti – Conti ErnestoPregate per me tutti, io pregherò per voi!Addio!” Avevo solo 18 anni, ma anche da giovani si può lottare e morire per degli ideali così  importanti!

  3. 30

    Adolfo e Bruno Vigorelli

    Adolfo e Bruno Vigorelli sono due figure emblematiche della Resistenza partigiana in Ossola, la cui lotta e sacrificio hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della liberazione italiana. Entrambi nati a Milano, i fratelli Vigorelli si distinsero per il loro coraggio e il loro impegno nella lotta contro il regime fascista e l'occupazione nazista.Bruno Vigorelli nacque il 26 ottobre 1920 a Milano. Studente universitario e sottotenente di complemento, aveva una grande passione per gli studi e per la libertà. Quando l'Italia firmò l'armistizio con gli Alleati, la sua vita cambiò radicalmente. Insieme alla sua famiglia, Bruno si rifugiò in Svizzera per sfuggire alla persecuzione fascista. La famiglia, profondamente antifascista, si trovava già sotto sorveglianza da parte della polizia fascista.Dopo un periodo di esilio in Svizzera, Bruno e suo fratello Adolfo, rientrarono in Italia Il loro impegno nella lotta contro i nazi-fascisti si fece subito concreto, entrando a far parte della Resistenza nella zona dell'Ossola. Il 20 giugno 1944, durante uno scontro con i tedeschi, Bruno Vigorelli morì tragicamente, cercando di soccorrere un compagno ferito. La sua morte, a soli 23 anni, fu una grave perdita per la Resistenza e per la sua famiglia.Adolfo Vigorelli, come suo fratello Bruno, si distinse nella lotta contro il fascismo e per la Resistenza. Sebbene la morte di Bruno sia stata una tragedia che segnò profondamente la sua vita, Adolfo continuò la sua lotta partigiana.Il sacrificio dei fratelli Vigorelli, rimane un simbolo del coraggio di quei giovani che, pur essendo in prima linea nel conflitto, credevano fermamente in un'Italia libera dal fascismo e dalla dittatura. Oggi, la storia dei fratelli Vigorelli e del loro sacrificio è custodita nella lapide di via Ponzio a Milano. La loro dedizione alla causa della libertà e della giustizia, e la loro morte giovane, sono rimaste un monito per le generazioni future.

  4. 29

    Ettore Tibaldi

    Ciao, mi chiamo Ettore Tibaldi, sono nato a Bornasco il 19 dicembre 1887, mi sono laureato  in medicina nel 1913 e mi sono impegnato sin da giovane nelle battaglie politiche. Militante del Partito Socialista Italiano dal 1907, nel 1913 sono stato processato per vilipendio della monarchia perché dissi in pubblico “Viva la Repubblica!”. Le mie posizioni socialiste mi hanno portato a scontrarmi con il nascente fascismo e, a causa delle mie opinioni antifasciste, sono stato licenziato dall’Università di Pavia, dove ero diventato docente. Trovai lavoro a Domodossola, dopo che la mia carriera universitaria e medica era stata ostacolata dal regime.Mi sono distinto come uno dei leader della Resistenza in Ossola e come uno degli organizzatori delle prime formazioni partigiane. Successivamente mi sono rifugiato in Svizzera, ma sono tornato in Italia nel  settembre 1944, durante i “quaranta giorni” della Repubblica dell'Ossola, un'esperienza di governo  partigiano che durò dal 9 settembre al 19 ottobre dello stesso anno e della quale fui presidente della Giunta provvisoria di Governo.Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in seguito alla Liberazione, sono stato  reintegrato nel mio ruolo di docente universitario e nel 1948 sono diventato  sindaco di Domodossola, città della quale sono rimasto a lungo una figura di  riferimento. Sono stato eletto nel Senato della Repubblica dal 1953 al 1968. La mia famiglia, di tradizione democratica, ha giocato un ruolo importante nell’impegno politico e nella lotta per  la libertà. La mia vita personale e professionale è stata segnata da un forte senso del dovere,  dal desiderio di giustizia sociale e da un impegno incondizionato nella lotta contro  ogni forma di oppressione. Purtroppo sono morto a Certosa di Pavia il 24 settembre 1968, ma il mio impegno politico e civile è rimasto un  esempio per le generazioni successive.  La mia figura è oggi ricordata non solo per il mio ruolo nella Resistenza, ma anche  per il mio contributo alla medicina, alla politica e alla costruzione di una società più  giusta e democratica.

  5. 28

    Umberto Terracini

    Mi chiamo Umberto Terracini. Sono nato a Genova il 27 luglio 1895, in una famiglia ebraica benestante, originaria del Piemonte. Mio padre Jair era ingegnere ma non ebbe successo nella professione e tornò a gestire l'attività commerciale di famiglia. Dopo la sua morte prematura nel 1899, con mia madre e i miei fratelli mi  trasferii a Torino. Ho frequentato la scuola israelitica, ma la mia vera passione era la lettura. Spesso infatti, mi recavo alla Biblioteca Civica, grazie alla quale scoprii autori come Victor Hugo e Émile Zola.Un’influenza decisiva nella mia formazione politica venne dal cugino Elia Segre, un socialista anticlericale e successivamente dall’amicizia con Angelo Tasca che mi introdusse al socialismo. Nel 1911, mi unii al Fascio socialista giovanile diventando un attivo polemista contro la guerra di Libia. Un anno dopo, nel 1912, fui eletto segretario della mia sezione socialista e nel 1914 divenni segretario provinciale del partito.Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, mi opposi fermamente alla partecipazione dell'Italia e fui arrestato per un comizio pacifista. Nonostante ciò, fui arruolato e inviato al fronte dove ricevetti la notizia della Rivoluzione russa che mi ispirò profondamente. Dopo la guerra, mi laureai in Giurisprudenza e iniziai la pratica legale ma non lasciai mai la politica. Nel 1919, insieme a Tasca, Gramsci e Togliatti fondammo la rivista L'Ordine Nuovo, inizialmente culturale, ma che presto assunse una forte impostazione politica, sostenendo i Consigli operai contro la linea moderata del Partito socialista. Collaborai anche con altri giornali socialisti e fui tra i fondatori del Partito comunista.Nel 1936 venni arrestato per la mia attività contraria al fascismo. Liberato dal confino dopo la caduta del fascismo, nel settembre 1943, per evitare i rastrellamenti di ebrei ed antifascisti da parte dei tedeschi e dei loro sostenitori fascisti, mi rifugiai in Svizzera. Quando rientrai in Italia partecipai alla Resistenza in Piemonte, divenendo Segretario della Giunta di Governo della Repubblica partigiana dell’Ossola.Il 2 giugno 1946 fui eletto deputato e vicepresidente dell’Assemblea Costituente, l’anno dopo ne divenni Presidente e, insieme al Capo dello Stato Enrico De Nicola e al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, firmai  la Costituzione Italiana e sono fiero di quanto abbiamo scritto, soprattutto nell’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo” e nell’ Art. 13: “La libertà personale é inviolabile e non esistono distinzioni nè di sesso né di etnia nè di religione”! Sono morto a Roma il 6 dicembre 1983, con la fiducia che tutti i principi fondamentali della nostra Costituzione continuino a guidare le decisioni di ogni cittadino italiano e non solo!

  6. 27

    Paolo Stefanoni

    Mi chiamo Paolo Stefanoni. Sono nato il 18 aprile 1923 a Domodossola e sono stato un'importante figura della Resistenza partigiana italiana durante la Seconda Guerra Mondiale.Ero soldato alpino ad Aosta il giorno dell’armistizio e venni catturato dai tedeschi, ma sfuggii alla deportazione in Germania gettandomi dal treno vicino al Passo del Brennero. Potete immaginare la paura nel farlo, ma così mi salvai a morte quasi certa, conoscendo oggi la sorte di migliaia di prigionieri civili, militari e politici rinchiusi nei campi di concentramento nazifascisti!Diventai partigiano nella Divisione “Valtoce”. Ho avuto un ruolo cruciale durante la lotta al fascismo e contro l’occupazione nazista. La mia brigata operò principalmente nelle zone della bassa Ossola. Come altri partigiani fui spinto da ideali di libertà.Persi la vita alla stazione di Candoglia, vicino a Mergozzo, in un conflitto a fuoco con i militi fascisti che scortavano un treno su cui si trovavano soldati cecoslovacchi, incorporati nell’esercito tedesco, che i nostri partigiani stavano aiutando a disertare.Dopo la guerra io e molti altri partigiani fummo riconosciuti dallo Stato Italiano per le nostre gesta!In mio ricordo, venne intitolata la VI Brigata partigiana della Divisione Valtoce.

  7. 26

    Giacomo Roberti

    Ciao a tutti, sono Giacomo Roberti, sono nato a Domodossola nel 1894 e sono stato una figura di rilievo nella Resistenza partigiana dell’Ossola. Ho dedicato la mia vita alla lotta contro il Fascismo e all’organizzazione  della Resistenza.Sono stato iscritto al Partito Comunista Italiano fin dalla sua fondazione e, fin da  giovane, mi sono distinto per la mia ferma opposizione al regime fascista. Mi sono  impegnato attivamente nell’antifascismo, diventando un punto di riferimento per molti  nella mia città e sono stato uno dei principali collaboratori di Ettore Tibaldi nell’organizzazione delle formazioni partigiane in Ossola. Ci trovavamo insieme, di nascosto, nella torretta dell’ospedale San Biagio, in cui lui lavorava, per scambiarci informazioni e per organizzare i primi nuclei di resistenti.Nel settembre del  1944, durante la Repubblica partigiana dell’Ossola, ho ricoperto un ruolo chiave  come Commissario della Polizia e dei Servizi del personale nella Giunta Provvisoria  di Governo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sono tornato alla mia attività  commerciale a Domodossola. Mi sono impegnato per molti anni come consigliere comunale nella mia città. Sono morto nel 1972 e la mia scomparsa è stata un momento di lutto per tutta la  comunità di Domodossola. La mia figura rimane quindi legata a doppio filo con la storia della Resistenza  partigiana dell’Ossola e con la tradizione commerciale di Domodossola: ho volutodare tutto per la libertà ed ho fatto della mia attività quotidiana una testimonianza.

  8. 25

    don Luigi Pellanda

    Nacqui a Crodo nel 1885 e studiai al seminario di Novara, dove gli insegnanti appezzarono il mio ingegno vivace. Fui ordinato sacerdote nel 1908 e iniziai la mia attività pastorale come coadiutore e poi titolare di parrocchia a Varzo e a Domodossola nel 1937. Il mio ruolo nella Chiesa non mi impedì di coltivare alcune passioni.  Fui pioniere del motociclismo, che abbandonai a causa di un incidente che mi fece perdere un occhio. Mi interessai anche alle proiezioni cinematografiche, che trovavo importanti come mezzo educativo. Tutti dicevano che la mia bontà e il carattere amabile avevano conquistato la città, ma non mancavo di mostrare una forte determinazione montanara. Vissi i tragici avvenimenti che sconvolsero l’Ossola fra il 1943 e il 1945 e durante la guerra mi considerarono un saggio mediatore. Cercai di affrontare con coraggio le difficoltà e di operare per il bene della comunità, spesso senza rendermi conto del mio stesso impatto. Nell’agosto del ’44 mi recai con un autocarro a Gravellona Toce a ritirare 60 quintali di farina, superando posti di blocco e controlli di fascisti e partigiani, per rifornire di pane la città che ne era priva. Il 9 settembre 1944, prefiggendomi l’obiettivo di evitare ulteriori spargimenti di sangue, promossi un incontro al quale parteciparono i comandanti tedeschi e fascisti insieme ai capi partigiani Dionigi Superti e Alfredo di Dio. Il giorno seguente, 10 settembre 1944, Domodossola si liberò almeno momentaneamente dei nazi-fascisti. Decisi di lasciare testimonianza di quegli anni in un libro, intitolato “L’Ossola nella tempesta”.  Morii nel 1961 a Domodossola.

  9. 24

    Agostino Pasolini

    Mi chiamo Agostino Pasolini e sono nato il 30 Luglio 1920 a Cedegolo, un piccolo paese in provincia di Brescia. Sono cresciuto in una famiglia che ha sempre avuto a cuore i valori della giustizia e della libertà, ho vissuto profondi cambiamenti negli anni '30 e '40. La mia infanzia è stata segnata dalla Grande Depressione e dalle tensioni politiche che precedevano la Seconda Guerra Mondiale. Quando l'Italia fu travolta dal fascismo e invasa dai nazisti, il mio spirito di resistenza si è rafforzato. Nel 1943, con l'occupazione tedesca, decisi di unirmi ai partigiani per combattere contro l'occupazione nazifascista e onorare le vittime innocenti del conflitto. Nel 1944, mi trovavo a Domodossola, una città strategica vicino al confine con la Svizzera, che divenne il cuore pulsante della lotta partigiana.Il 10 ottobre 1944, partecipai alla liberazione di Domodossola e alla proclamazione della Repubblica Partigiana dell'Ossola, un'esperienza di autogoverno che dimostrava la determinazione dei partigiani e dei civili che crearono una prima amministrazione democratica.La vita in montagna era difficile, segnata dalla guerra, dalla paura e dal freddo rigido. Tuttavia, la solidarietà tra noi partigiani e il desiderio di costruire un'Italia libera ci davano la forza di andare avanti. La mia missione e il mio sogno si conclusero con la rioccupazione nazifascista dell’Ossola, quando, il 14 ottobre 1944, fui ucciso da un cannoneggiamento nemico, mentre ero appostato davanti alla “Cappella della Pace” a Cimamulera, in Valle Anzasca. Nonostante tutto, il mio sforzo non è stato vano. La lotta contro il fascismo ha contribuito a gettare le basi della Repubblica Italiana, fondata sui valori di libertà e uguaglianza. La Resistenza non è stata solo una guerra contro l'invasore, ma una lotta per la dignità di ogni uomo. Ogni sacrificio è un tassello che costruisce un mondo migliore.

  10. 23

    Gaspare Pajetta

    Mi chiamo Gaspare Pajetta, sono nato a Taino in provincia di Varese, il 27 giugno del 1925, sono morto in guerra il 13 febbraio del 1944 nella battaglia di Megolo, in provincia di Verbania. Ho due fratelli maggiori, Gian Carlo e Giuliano. Mia madre si chiamava Elvira Berrini Pajetta e mio padre Carlo Pajetta.Sono cresciuto in una famiglia di saldi ideali democratici. A quindici anni ho frequentato un liceo privato e con altri due miei compagni ho fatto uscire un foglio dattiloscritto che prendeva di mira i personaggi del regime fascista. Nel 1943 ero già attivo nel PCI e per me fu naturale, dopo l’armistizio, raggiungere le bande partigiane che si stavano formando in Piemonte e mi aggregai con il nome di “Sergio” alla formazione partigiana dell'architetto Filippo Maria Beltrami. Ho combattuto i nazifascisti prima in Valle Strona e poi in Val d'Ossola.Quando a Megolo ci trovammo di fronte ai nemici, invece di sottrarci, come avremmo potuto fare, assieme al comandante Beltrami decidemmo di resistere nelle nostre posizioni.Il combattimento durò circa due ore e avevamo già capito che non ce l’avremmo fatta. Io, il comandante e pochi altri, ciascuno al comando di piccole squadre di combattenti, decidemmo di coprire la ritirata del grosso della formazione. Rimanemmo in dodici e accerchiati dai tedeschi non avevamo altra scelta se non quella di arrenderci.Ci stringemmo attorno al comandante e cademmo uno a uno.Fui colpito ad un fianco, mi appoggiai ad un albero e continuai a sparare fino a che fui raggiunto da una mortale raffica di mitraglia.Con me morirono i miei compagni Gianni Citterio, Antonio di Dio, il comandante Filippo Beltrami, Carlo Antibo, Paolo Bassano, Aldo Carletti, Angelo Clavena, Bartolomeo Creola, Cornelio Gorla, Paolo Marino, Elio Toninelli.Adesso sono sepolto a Megolo. Dopo la mia morte mi fu attribuita la medaglia d’argento al valore militare “alla memoria”.

  11. 22

    Aldo Oliva

    Sono Aldo Oliva e sono nato a Domodossola il 12 Settembre 1916. Il mio nome di battaglia era “Ridolini”, forse per il mio viso buffo ed il mio corpo sempre in movimento!Fui  un partigiano della banda “Libertà” di Domodossola e poi della brigata “Franco Abrami” che operava soprattutto nella zona del Mottarone, un monte sopra la città di Omegna, dove militava anche mia sorella Elsa. Facevamo parte della Divisione Valtoce.Di me apprezzarono il mio coraggio, la mia simpatia e la mia particolare abilità nei travestimenti che mi permisero più volte di beffare il nemico e di salvare la mia vita e quella dei miei compagni. Per sottrarmi alla cattura dei fascisti, mi rifugiai a Carcegna, una frazione del paese di Miasino, ma la sera del 14 febbraio 1945 venni  scoperto da militi fascisti e ucciso con una raffica di mitra davanti alla chiesa del paese.Sono sicuro che gli sforzi miei e di mia sorella e di molti giovani  partigiani saranno sempre ricordati, perché la libertà deve essere un diritto inviolabile di ogni uomo!

  12. 21

    Antonio Di Dio

    Il mio nome è Antonio Emma di Dio e nacqui a Palermo il 17 marzo 1922. Fui sottotenente dell'esercito come mio fratello Alfredo. L’8 settembre 1943 mi trovavo alla scuola di applicazioni militari di Parma, dove fui messo agli arresti per un tentativo di opposizione ai tedeschi. Evasi dopo tre giorni e raggiunsi mio fratello Alfredo in valle Strona, dove mi aggregai alla formazione di Filippo Beltrami.  Rimasi ucciso nella battaglia di Megolo, durante un conflitto a fuoco con i tedeschi, il 13 febbraio 1944.Venni infine onorato con una Medaglia d’Oro al Valor militare alla memoria, come mio fratello.

  13. 20

    Alfredo Di Dio

    Il mio nome è Alfredo di Dio. Fui un partigiano e militare italiano e mi fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Nacqui a Palermo il 4 luglio 1920 e nel 1927 mi trasferii con la mia famiglia a Cremona.Fui ammesso all’Accademia di Modena, ne diventai istruttore e ne uscii nel 1941.Dopo aver militato nell’esercito a Vercelli, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 mi diressi a Novara e diedi origine a una piccola banda partigiana, che nel dicembre dello stesso anno si unì a quella del capitano Beltrami. Nacque così la brigata patrioti Valstrona che in seguito si trasferì in Ossola. Nel gennaio del ’44 mi recai in missione a Milano per cercare finanziamenti alle nostre azioni di guerriglia, ma fui arrestato dai fascisti e incarcerato a Novara. Ero in prigione quando il 13 febbraio del ‘44 la mia brigata combatté contro i tedeschi nella battaglia di Megolo e mio fratello Antonio vi perse la vita insieme a Beltrami e altri dieci compagni. Dopo essermi liberato ripresi le attività e mi aggregai al “Gruppo patrioti Ossola”, creando la brigata Valtoce che, dopo il vittorioso combattimento dell’8 settembre 1944, fu determinante per l’inizio della liberazione di Domodossola. La Valtoce continuò a difendere l’Ossola anche dopo la caduta della città ad opera della spedizione nazifascista e fu così che persi la vita in un’imboscata nella Gola di Finero il 12 ottobre del ’44 insieme al colonnello Attilio Moneta. 

  14. 19

    Antonio Mozzanino

    Sono Antonio Mozzanino, sono nato e cresciuto a Craveggia, in Val Vigezzo,  il 21 novembre 1920 e sono morto brutalmente il 19 marzo 1945, a Caddo, una frazione di Crevoladossola, in Via Casetti: avevo solo 25 anni! Ero pieno di sogni e ambizioni e non solo per me.Avevo quattro fratelli; eravamo poveri, una famiglia di contadini e pastori che vivevano in semplicità, come la maggior parte delle famiglie dell’epoca di queste valli alpine.Durante la seconda guerra mondiale, fui soldato di Artiglieria alpina nel gruppo Val d’Orco del 1° Reggimento. Nel 1943, dopo l’armistizio, rimpatriai a piedi dalla Jugoslavia  e  decisi di unirmi alla Resistenza in Ossola. Aderii prima  alla Brigata partigiana “Perotti” e poi alla “Volante alpina” dell’83a brigata “Garibaldi” con il nome di battaglia “Fulmine”, sicuramente per la mia abilità e destrezza nel muovermi in montagna, ma anche per il mio carattere  facilmente irascibile.Ero un ragazzo un po’ vivace e amavo tanto la vita!Con la Brigata “Perotti” partecipai alla difesa della Valle Cannobina, poi salii in Val Bognanco con i Garibaldini; nel frattempo mi innamorai di una ragazza vedova, di Crana, madre di due figli; avevamo deciso di sposarci e di vivere insieme, nella casa di Craveggia, dove oggi c’è una targa con scritto "Piazza Mozzanino".Molti cercarono di convincermi a fuggire da mia zia in Svizzera, ma l’amore per la patria libera fu più forte e ne pagai le conseguenze:  la mia fidanzata fu torturata dalla milizia per farsi dire dove mi nascondevo, le misero degli spilli nelle gengive e  la picchiarono quasi a morte, ma lei non parlò!Il 19 marzo 1945, con altri quattro compagni, ero di pattuglia in val Bognanco. Una soffiata comunicò che l’attacco non si sarebbe realizzato, così andammo  all’Osteria della Pace di Caddo a festeggiare il mancato scontro con le truppe tedesche, ma improvvisamente un comandante di una pattuglia fascista piombò nella sala. I  miei compagni uscirono spaventati dal retro della via e si salvarono, io uscii sulla strada e mi imbattei in circa trenta militi che mi ferirono brutalmente con pugni e calci e poi mi spararono. Mi legarono con una corda ad un veicolo e mi trascinarono prima in alcune vie di Domodossola e poi fino nei pressi della Fattoria ossolana, all’ingresso della città, dove mi abbandonarono con spregio in un letamaio come se fossi spazzatura, ma noi, contadini, sappiamo che “...dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior!”, sì, i fiori della libertà!

  15. 18

    Vincenzo Moscatelli

    Mi chiamo Vincenzo Moscatelli e il mio soprannome è Cino.Sono nato a Novara il 3 febbraio 1908 e sono morto a Vercelli il 31 ottobre 1981.Mia mamma si chiamava Carmelita Usellini e faceva la casalinga; invece mio papà era Enrico Moscatelli e faceva il ferroviere. Fui il quartogenito di sette figli.Abbandonai gli studi in sesta elementare per cercare un lavoro.Sono stato tornitore, meccanico, organizzatore e dirigente politico. Sin da giovane ho frequentato le Camere del Lavoro in una città dove il socialismo aveva largo seguito.A dodici anni, nel 1920, ho preso parte all’occupazione dello stabilimento Rumi di Novara, in cui lavoravo come garzone.Nel luglio del 1922, durante la cosiddetta “battaglia di Novara”, nella quale si fronteggiarono fascisti e antifascisti, ho partecipato alla difesa della locale Camera del Lavoro.Dopo qualche anno sono diventato funzionario clandestino del Partito Comunista d'Italia. Nell'ottobre 1927 sono stato mandato a Mosca e ci sono rimasto fino al 1930.Per la mia attività clandestina antifascista, fui arrestato dalla milizia fascista a Bologna e condannato dal Tribunale speciale nel febbraio 1931, ma fui scarcerato per amnistia nel 1935 e mi stabilii a Borgosesia.Insieme a mia moglie, Maria Leoni, ho avuto due figlie: Nadia e Carla.Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 ho guidato le azioni della Resistenza in qualità di commissario politico delle Brigate Garibaldi nel Biellese, in Valsesia e in Val d'Ossola e partecipai alla liberazione di Novara e di Milano. Per questo, alla fine della guerra, mi è stata assegnata la Medaglia d’Argento al Valor Militare.Ho ricoperto molti incarichi politici: sono stato sindaco di Novara, sono stato eletto all’Assemblea Costituente e sono stato parlamentare. Negli ultimi anni, quando mi sono ritirato nella mia Borgosesia, mi sono dedicato allo studio della Resistenza e ho dato a disposizione a studenti e ricercatori il mio archivio di documenti sulla lotta di liberazione.Ho fondato l’Istituto storico della Resistenza della Valsesia. 

  16. 17

    Attilio Moneta

    Sono il colonnello Attilio Moneta e, se hai voglia di conoscere la mia storia, ti dirò di più! Nacqui a Malesco, in Val Vigezzo, nel 1893. Fui uno dei rari ufficiali superiori dell’esercito italiano che abbracciarono la Resistenza dopo l’Armistizio del 1943, quando dirigevo il Centro quadrupedi dell’esercito a Grosseto e fino alla fine della mia vita lottai per la libertà dell’Ossola!Presi parte al Comitato di Liberazione Nazionale di Domodossola e fui tra i plenipotenziari che trattarono proprio la resa del Presidio nazista dell’Ossola a Trontano, in un’osteria dopo il ponte della Mizzoccola, il 9 settembre 1944, alla vigilia della liberazione di Domodossola.Fui comandante della Guardia nazionale della Zona libera dell’Ossola e collaboratore della Giunta provvisoria di governo dell’Ossola fino alla mia morte.Persi la vita il 12 ottobre 1944, negli ultimi giorni  della Repubblica Partigiana dell’Ossola, in un maledetto agguato tedesco tra la Val Cannobina e la Valle Vigezzo, presso la località Sasso di Finero, con il mio amico Alfredo Di Dio, della Divisione partigiana Valtoce.Circolava la voce che i nazifascisti, su dieci automezzi, stavano ridiscendendo la valle Cannobina per rifugiarsi a Cannobio. Allora io ed Alfredo decidemmo di scendere verso la galleria di Finero per verificare se i partigiani della Divisione Piave, in fuga, avessero fatto saltare il ponte alla fine della galleria, così da ritardare l’arrivo dei nemici. Il ponte infatti era stato fatto brillare. Con noi c’erano anche George Paterson, ufficiale canadese, paracadutato in Ossola dagli Alleati, e mio nipote, Gioachino Cerutti.Mentre rientravamo verso la macchina, lasciata un po’ indietro insieme agli altri partigiani, i nazifascisti, perfettamente mimetizzati sulle rocce, ci presero facilmente di mira: una sparatoria infernale! Paterson e Cerutti vennero catturati, ma risparmiati, forse perchè in divisa militare, e riusciranno poi a liberarsi, mentre gli altri partigiani fortunatamente si dileguarono subito. Io invece caddi per un colpo di pistola in fronte ad opera di un sottufficiale tedesco della 7a Compagnia del 15° Reggimento di SS Polizei, senza riuscire a pronunciare una parola. Anche il mio amico Alfredo Di Dio venne ferito a morte, ma, se fosse stato soccorso, si sarebbe salvato. Speravo nella libertà e nella giustizia e pagai con la vita il mio sogno!

  17. 16

    La Battaglia di Megolo

    La Battaglia di Megolo Raccontata da Antonio di DioSono Antonio Di Dio e sono morto nella Battaglia di Megolo, lo scontro che vide il sacrificio della formazione in cui militavo, quella del capitano Filippo Maria Beltrami.Alla fine di gennaio del ‘44 i comandanti garibaldini, in una riunione svoltasi a Campello Monti in Valstrona con i rappresentanti del CLN provinciale, decisero di ricongiungere le forze partigiane a Megolo per preparare un piano di difesa. Dovevamo proteggerci dall’avanzare dell’inverno e avevamo poche munizioni. Sapevamo che i nazifascisti stavano avanzando all’ imbocco della Valstrona e minacciavano rappresaglie. Il concentramento era fissato per domenica 13 Febbraio '44. Quel giorno, alle prime luci dell’alba, reparti delle SS, appoggiati da una compagnia della GNR, invasero la piccola frazione di Pieve Vergonte, con l’intento di stroncare la Resistenza di altri combattenti, che operavano in quel luogo. Due giovani partigiani, che riposavano in attesa di raggiungere i loro distaccamenti, furono sorpresi nel sonno e catturati. Trascinati davanti al comandante delle SS furono a lungo e invano torturati, ma non fecero alcuna rivelazione. Ho grande stima nei loro confronti per questo. Alla fine, ormai quasi in fin di vita, furono fucilati nella piazzetta a lato dell’osteria del paese.Avvertito del rastrellamento, il nostro capitano, Filippo Maria Beltrami, decise di dare battaglia: accettò lo scontro con i tedeschi della SS Polizei a Cortavolo, un alpeggio sopra il paesino di Megolo di Mezzo. La battaglia durò dalle 7.00 alle 10.30 e i nazifascisti, guidati dal capitano Ernest Simon, impiegarono anche armamenti pesanti. Nello scontro morimmo in dodici: insieme a me Carlo Antibo, Bassano Bressani, Angelo Clovena, Bartolomeo Creola, Cornelio Gorla, Paolo Marino, Elio Toninelli, Gaspare Pajetta, Gianni Citterio e il nostro capitano Filippo Maria Beltrami.

  18. 15

    Ida Braggio

    Mi chiamo Ida Braggio, ma il mio cognome da nubile è Ida Del Longo. Sono stata battezzata con questo nome a Domodossola, nel 1879. Tra queste righe narrerò la mia storia, una storia di “ossolanità”, la storia che mi ha portato ad essere la persona che sono stata e, se hai tempo di ascoltarmi, te la racconterò…Non mi definisco domese solo nel sangue, ma nell’anima, nel cuore e nella mente. Ero consapevole di discendere da un’umile famiglia montana che credeva nel rispetto, nell’amore, nella generosità e in ospitalità e cordialità nei confronti del prossimo. Ho sposato il Cav. Francesco Braggio, funzionario delle Poste della stazione. Mi chiamavano tutti “Sciura Ida”. Sono stata una giornalista ed un’insegnante ma soprattutto mi sono dedicata completamente agli altri nella città di Domodossola.Sono stata Presidente dell’Ufficio Notizie durante la Prima Guerra Mondiale. Ci occupavamo di tenere i contatti tra i militari e le loro famiglie. Ho, in seguito, fondato il Movimento delle Crocerossine all’ospedale S.Biagio e, nell’autunno del 1944, collaborai con la Giunta Provvisoria di governo della Repubblica dell’Ossola in compiti assistenziali. Mi sono spesa per la facciata della Collegiata, per i bambini orfani come per le madri e le vedove dei caduti. Ho diffuso l’amore per la mia terra nei miei articoli giornalistici sui fatti dell’Ossola, scrivendo anche per tutti i miei concittadini nel mondo. Il libro in cui ci sono 50 anni dei miei articoli di giornale si chiama “Piccolo mondo ossolano” ed è del 1948. Sono stata nominata Cavaliere della Repubblica nel 1953.Sono morta nel 1965 e la mia famiglia mi ha voluto ricordare con questa frase: “Perenne, totale donazione di sé ai bisogni di tutti”.

  19. 14

    Marco Giani

    Mi chiamo Marco Giani e sono nato a Cassano Valcuvia, in provincia di Varese, il 21 febbraio 1920.Ero figlio di Maria Pedroletto e di Carlo Giani, noto ingegnere e assessore ai lavori pubblici.Sono stato un tenente del Battaglione “Susa” degli Alpini. L'8 settembre 1943 mi trovavo con i miei uomini al Passo della Cisa: non avendo più ordini superiori decidemmo di combattere insieme contro le truppe tedesche e i reparti della Repubblica Sociale Italiana.Dopo aver vinto uno scontro presso Piacenza, sciolsi il mio reparto, abbandonai divisa, armi ed equipaggiamento.Indossai abiti borghesi e con mezzi di fortuna riuscii a raggiungere Cassano, dove mi ricongiunsi con i miei zii e i miei fratelli: Stefano, che divenne medico, e Luigi, anche lui tenente degli Alpini, da poco rientrato in licenza dalla Slovenia.Prevedendo il prossimo e desiderato arrivo degli Alleati, decidemmo di rifugiarci in Svizzera.Nel 1944 accadde tuttavia che i comandanti partigiani Superti e Di Dio riuscirono a liberare Domodossola. Si formò la Repubblica Partigiana dell'Ossola: perciò decisi di rientrare e di unirmi a loro. Entrai nella Divisione “Valdossola” di Dionigi Superti.Il mio reparto fu inviato al Montorfano, in soccorso ai partigiani garibaldini che stavano combattendo a Gravellona Toce. Sacrificandomi per la libertà e la nuova Italia, venni colpito a morte durante i combattimenti. Era il 15 settembre 1944. Ebbi imponenti funerali a Domodossola il 24 settembre unitamente ai valorosi fratelli Vigorelli che caddero nel durissimo e tragico rastrellamento della Valgrande.Oggi sono ricordato anche sulla stele che, a Palazzo di Giustizia di Milano, onora i legali del Foro milanese caduti per la libertà.

  20. 13

    Luigi Francioli

    Mi chiamo Luigi Francioli e sono nato il 1 gennaio 1919. Quando ero in vita lavoravo come operaio.Il 25 Agosto 1944 fui arrestato: in quello stesso giorno ci fu un attentato, un partigiano in motocicletta sbarrò la strada ad una macchina carica di soldati tedeschi e, dopo aver sparato al conducente dell’auto, il Tenente Klebs (giovane ardito che si vantava di aver partecipato a trentacinque rastrellamenti di partigiani) se ne andò. Io venni fermato per strada dai nazisti, mi chiesero il documento di riconoscimento, ma l’avevo dimenticato a casa.  Ebbi così tanta paura che scappai e mi nascosi in una cantina, ma, grazie ad una soffiata, i militari riuscirono ad individuare il luogo in cui mi trovavo. Il commissario di Pubblica Sicurezza mi convinse a uscire e mi portò in carcere, a Domodossola, dicendomi che sarei stato al “sicuro” e, prima di chiudermi in cella, mi disse: “Domani mattina tu vai libero a casa tua”. Erano suonate le 9:30 di mattina e un gruppo di nazisti entrò in carcere, prese un ostaggio a caso, lo trascinò in cortile, lo sbatté contro il muro e poi lo fucilò. Vidi tutta la scena e iniziai a spaventarmi. Appena suonarono le ore 12 l’operazione si ripeté, ma questa volta gli ostaggi eravamo io e Renato Bertolotti di 18 anni, originario di Besozzo, in provincia di Varese. Eravamo terrorizzati per quello che ci sarebbe successo. Ci trascinarono in cortile, ci sbatterono contro il muro per poi fucilarci a sangue freddo. Io e Renato Bertolotti morimmo il 26 Agosto 1944 alle ore 12 nel carcere di Domodossola. Era la rappresaglia nazista per il ferimento del tenente Klebs.Oggi sono ricordato come una vittima civile dell’occupazione tedesca.

  21. 12

    Gisella Floreanini

    Mi chiamo Gisella Floreanini ed ora vi racconterò la mia storia. Sono nata a Milano il 3 Aprile 1906, ma rimasi orfana di madre all'età di 4 anni e sono cresciuta con mia sorella Ada, mia nonna e mio padre Renato che era un commerciante; mi sono diplomata al conservatorio in pianoforte e ho iniziato a insegnare per contribuire alle spese familiari. Mi sono sposata con Gianni Todaro dal quale ho avuto mia figlia Valeria. Quando nacque il regime fascista, mi dimostrai subito contraria. Mi innamorai di Vittorio Della Porta e decisi di separarmi da Gianni e, dopo la sua morte, mi sposai con Vittorio e affidai Valeria, seppur con grande sofferenza, prima ai miei parenti e poi alle suore, poichè non potevo conciliare il mio ruolo di madre con quello politico. Nel 1938 mi rifugiai in Svizzera con l’accusa di avere pubblicato stampa clandestina, per aver svolto attività di collegamento con i rifugiati e fui responsabile del Partito Socialista Italiano di Ginevra. Nel 1942 mi iscrissi al Partito Comunista Italiano, rientrai in Italia e presi parte alla Resistenza. Fui arrestata e condannata in carcere a Lugano; in quel periodo mi separai da Vittorio Della Porta e nel Settembre 1944 ritornai in Italia.Durante i 40 giorni della Repubblica dell’Ossola assunsi l’incarico di Commissaria all’Assistenza e fui quindi la prima donna ad assumere la carica di Ministro in Italia quando ancora alle donne non era neanche riconosciuto il diritto di voto. Dopo la rioccupazione di Domodossola da parte dei nazifascisti, non fuggii in Svizzera come fecero gli altri, ma, a piedi, raggiunsi la Valsesia e mi unii  alle brigate “Garibaldi”.Nel febbraio del 1945 venni nominata presidente del CLN (Comitato di liberazione nazionale) di Novara e partecipai alle trattative per le condizioni di resa dei Nazifascisti. Dopo la Liberazione d’Italia feci parte della Commissione dei danni di guerra e partecipai all’organizzazione dei “treni della felicità” che trasportavano oltre settantamila bambine e bambini dal Mezzogiorno al Centro Nord, mentre prima della rioccupazione nazifascista di Domodossola avevo organizzato, in accordo con la Croce rossa, un treno di centinaia di bambini diretto in Svizzera per portarli in salvo.Mi venne consegnata la medaglia d’oro della Resistenza e fui eletta alla Camera dei deputati per due legislature, diventai la Co-fondatrice dell’Unione Donne Italiane e accettai l’incarico di trasferirmi a Berlino Est. Rientrata in Italia, ripresi la mia attività politica fino al giorno in cui sono morta, il 30 maggio 1993, a 87 anni, a Milano, però sono contenta che la mia ultima volontà sia stata ascoltata: essere sepolta a Domodossola!La scuola media statale di Domodossola riporta il mio nome e ne sono contenta perché spero che gli studenti che la frequenteranno siano sempre costruttori di pace!

  22. 11

    Paolo Ferraris

    Mi chiamo Paolo Ferraris e sono stato un avvocato che ha dato la propria vita in difesa dei perseguitati dal Regime nazifascista. Scelsi di mettere in gioco tutto me stesso e pagai di persona per quello in cui credevo, ma non me ne pento perchè ciò permise a mia figlia Paola ed a tutti i giovani come voi di vivere in un’Italia libera! Nacqui a Domodossola il 15 agosto 1907 in una famiglia benestante: mio padre, Silvestro Ferraris, era costruttore vigezzino e mia madre, Margherita Lolla, apparteneva  ad una facoltosa famiglia di commercianti di vini.Vissi con mia sorella Eleonora prima in Francia e poi a Torino dove frequentai il Liceo Vittorio Alfieri, con molti studenti di religione ebraica. Dopo la maturità classica, conseguii nel 1938 la laurea in Giurisprudenza. I miei amici mi chiamavano “Paul” per l’eccellente conoscenza del francese.A Torino conobbi mia moglie Dora Scheuber, russa di nascita ma di famiglia tedesca: fu un colpo di fulmine e ci sposammo nel 1936, a Nizza.Venni assunto nello studio dell’avv. Umberto Camossi e ben presto entrai nel circolo di intellettuali frequentato da Ettore Tibaldi, medico di Pavia che sarebbe divenuto in seguito Presidente della Giunta di Governo della Repubblica partigiana dell’Ossola, e Giorgio Ballarini, direttore del tronco italiano della ferrovia internazionale “Vigezzina”.Il 19 gennaio 1943 fui richiamato alle armi come tenente del 4° Reggimento Alpini. A Como, dove mia moglie s’era recata a trovarmi, nacque Paola, la mia prima ed unica figlia! Con l’annuncio dell’armistizio, ad Aosta il mio reggimento si sciolse ed io rientrai a casa a Creggio, una frazione di Trontano, dove decisi di collaborare con il Comitato di Liberazione nazionale per far espatriare oppositori politici ed ebrei perseguitati, ma i fascisti iniziarono a pedinarmi. Il 3 febbraio 1944 ospitai nella mia casa l’ultima riunione dei capi del movimento della Resistenza, tra cui il capitano Filippo Beltrami, Antonio Di Dio, l’avv. Natale Menotti e altri partigiani. Purtroppo il 6 febbraio 1944, i Carabinieri sopraggiunsero nella mia casa e mi arrestarono assieme a Oreste Zacchinel, di Masera, un nostro “passeur” ossia colui che accompagnava al confine svizzero i perseguitati e che io tenevo nascosto a casa mia dopo la sua fuga dall’ospedale in cui era piantonato. L’euforia per l’arresto non portò i Carabinieri ad una perquisizione accurata  e meno male! Non trovarono così il fucile e le mie carte che mia sorella Eleonora recuperò e consegnò ad un uomo del colonnello Attilio Moneta. Il capitano Filippo Beltrami e don Luigi Zoppetti, sacerdote e professore rosminiano, cercarono di liberarmi ma invano.Fui trasferito a Torino al comando tedesco e poi mi deportarono in Germania, a Mauthausen, nel sottocampo di Gusen. Vissi mesi di durissimo lavoro forzato, di fame e di soprusi. La sera del 3 marzo 1945, i Kapò vennero nella mia baracca per un controllo e, trovatomi coi pidocchi, mi bastonarono a sangue fino alla morte che avvenne il giorno dopo. Riesci ad immaginare che cosa ho provato? La tua libertà è sacra come la vita di tutti quelli che sono morti per lei, ricordatelo!

  23. 10

    Silvestro Curotti

    Mi chiamo Silvestro Curotti. Sono nato il 4 Novembre 1920 a Vagna, una piccola frazione di Domodossola.Sin da bambino ho amato lo sport, ma è nella marcia che ho trovato la mia vera passione.Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, mi arruolai nel Gruppo “Aosta” del 1° Reggimento di artiglieria Alpina, combattendo sul fronte occidentale, in Savoia, dove fui inquadrato nel 20° Raggruppamento sciatori. Qui mi colse l’armistizio dell’8 settembre 1943. Rientrato in modo avventuroso in Italia, mi unii alla Resistenza con il soprannome “Dom” entrando nelle formazioni partigiane di Filippo Maria Beltrami. Comandai una squadra di arditi sabotatori, partecipando a diverse azioni contro i tedeschi.Il 4 giugno 1944, fui incaricato di recuperare armi ed esplosivi, lanciati da aerei degli Alleati, nei pressi di Oira di Nonio, sul Lago d’Orta, in una missione fondamentale per la Resistenza. Durante il rientro, un reparto di SS tedesche ci sorprese. Mentre i miei uomini si ritiravano, io restai indietro, determinato a proteggere la loro ritirata e quel carico vitale. Con il nemico a pochi passi, mi nascosi nell'ombra, pronto a difendere ogni singola arma. Nonostante il pericolo, riuscii a portare il materiale in salvo, consapevole che quella missione avrebbe segnato un piccolo ma cruciale sabotaggio contro il nemico. Mi rifugiai in un casolare e, per oltre quattro ore, da solo, respinsi gli attacchi di circa ottanta tedeschi, senza mai arrendermi, nonostante la situazione disperata. Quando le munizioni finirono e il casolare fu distrutto dai mortai, mi tolsi la vita con l'ultimo colpo di pistola, per non cadere prigioniero dei tedeschi poichè mi dissi: “I patrioti muoiono, ma non si arrendono!”. Avevo appena 24 anni! La mia resistenza impressionò i tedeschi, che mi resero l’onore delle armi! Questo fu un gesto che non cercavo, ma divenne simbolo del sacrificio di tanti partigiani. Il mio sogno non era morire, era correre!La Medaglia d’Oro al Valore Militare mi fu conferita in seguito alla mia morte, ma il vero onore fu aver combattuto per la libertà della mia terra!Oggi, lo stadio di Domodossola porta il mio nome, ma in lui c’è il ricordo di tutti i compagni che hanno lottato con me e mi auguro che i giovani, qui, correranno liberi e fratelli! 

  24. 9

    Gianfranco Contini

    Mi chiamo Gianfranco Contini e sono stato un importante filologo italiano. Nacqui a Domodossola nel 1912 e nella mia città frequentai il Liceo Classico al Collegio Mellerio Rosmini. Mi laureai in lettere all'Università degli Studi di Pavia e in seguito perfezionai i miei studi a Torino entrando in contatto con alcuni dei giovani intellettuali che collaboravano con la casa editrice Einaudi. Lavorai in prestigiosi atenei: dall’Università svizzera di Friburgo a quella di Firenze e alla Normale di Pisa. Mi furono poi affidate la direzione del Centro di studi di filologia dell'Accademia della Crusca e la presidenza della Società Dantesca Italiana come accademico dei Lincei. Cercai di impegnarmi per tutta la vita a favore della divulgazione letteraria, coltivando stretti rapporti con le figure più importanti della cultura italiana del Novecento. In gioventù fui anche antifascista militante, esponente del Partito d’Azione. Quando venne proclamata la Repubblica dell’Ossola, lasciai la cattedra di Friburgo e mi recai a Domodossola dove, insieme al critico e docente di letteratura Carlo Calcaterra, anch’esso ossolano, feci parte della Commissione didattica della Giunta di governo della Repubblica partigiana. La nostra proposta mirava allo sviluppo globale dell’individuo, attraverso una scuola rigorosamente pubblica, non impostata ideologicamente, ma pluralista e democratica. Purtroppo nel 1970 fui colpito da un ictus e dal 1987 mi trasferii a Domodossola, nella villa di San Quirico, dove venivano a trovarmi amici e allievi e potei dedicarmi ancora alla mia attività scientifica. Morii il 2 febbraio 1990

  25. 8

    Amabile Ceccon

    Amabile Ceccon nacque il 3 maggio 1920 a Domodossola e perse la vita nell’eccidio dell’Alpe Meccia nel 1944. ad opera dei nazifascisti.Fu un partigiano della brigata dei “garibaldini”.Il 22 Ottobre 1944 si rifugiò all'Alpe Meccia prima di provare a fuggire in Svizzera dal Passo del Monte Moro a Macugnaga. Era con alcuni compagni della formazione guidata dal comandante Domenico Pizzi detto “il Moro”. Un gruppo di soldati nazifascisti arrivò alla Meccia, piazzò le mitragliatrici automatiche e prese di mira le porte delle baite per obbligare i partigiani ad uscire. Qualcuno venne colpito; altri riuscirono a mettersi in salvo. Nella cascina dove era rifugiato il comandante Moro la porta stava per crollare sotto le pallottole. I partigiani schiodarono le assi del pavimento, si accalcarono nella stalla sottostante, e fecero per buttarsi fuori. Moro stava per uscire, quando Amabile Ceccon lo trattenne e gli passò avanti; come uscì cadde colpito. Moro e il partigiano Scognamiglio uscirono, sparando all’impazzata contro i tedeschi, e si infilarono in un vallone. Lì stettero fermi in un canalino, nascosti da un masso ed avevano deciso di uccidersi piuttosto che cadere vivi in mano ai nazifascisti. Tuttavia, verso sera, tutto era tornato calmo e riuscirono a mettersi in salvo. Insieme a Ceccon persero la vita Benito Andreoli, Mario Bassi, Angelo Falsone, Giuseppina Fregonara, Mario Lana, Bruno Magnaghi, Luigi Magnaghi, Teodoro Picchetti e Anselmo Scomazzon, tutti giovanissimi.I tedeschi prelevarono circa una ventina di  valligiani dai cascinali non lontani e li accompagnarono sul luogo del massacro, ordinando loro di trasportare tutti i corpi a Macugnaga con le mani e i piedi legati ad un palo e di allinearli per terra all'ingresso del paese senza che nessuno potesse avvicinarsi.Secondo gli atti del Comune di Macugnaga, i cadaveri  di Ceccon e Falsone furono ritrovati un anno dopo, a guerra finita, in un fosso “con numerose ferite d’arma da fuoco alla testa”. 

  26. 7

    Fermo Carina

    Mi chiamo Fermo Carina, sono nato a Trigolo, in provincia di Cremona, nel 1920, ma sono morto a Gravellona-Toce il 13 settembre 1944, durante la battaglia per liberare la città dall’occupazione nazi-fascista.Infatti sono stato un partigiano italiano, noto per il mio ruolo nella Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare nella regione dell'Ossola: il mio nome da battaglia era Ciuffo!Facevo il calzolaio a Domodossola, ma mi sono unito ai gruppi di partigiani garibaldini della Seconda Divisione “Redi” che combattevano contro l'occupazione nazifascista in Italia. L'Ossola, dopo il 1943, era diventata un importante centro di attività partigiana, dove abbiamo organizzato resistenze e operazioni contro le forze fasciste e naziste. Mi sono distinto per il mio coraggio e la mia determinazione. Le mie azioni e il mio impegno hanno avuto un impatto significativo nella lotta per la liberazione dell'Italia e oggi la mia figura è ricordata come simbolo di resistenza e patriottismo.Il mio ruolo di partigiano prevedeva varie tipologie di azioni come il sabotaggio, la raccolta di informazioni e il combattimento diretto contro le forze nemiche.Dopo la guerra, il mio contributo alla causa della libertà è stato riconosciuto e onorato e la memoria dei partigiani come me è fondamentale per comprendere la storia della Resistenza italiana. La mia figura rappresenta il sacrificio di molti uomini e donne che hanno lottato per un'Italia libera e democratica.

  27. 6

    don Gaudenzio Cabalà

    Sono Don Gaudenzio Cabalà e sono nato a Gravellona Toce il 22 Gennaio 1890. Sono diventato sacerdote nel 1916 e poi cappellano. Ho partecipato come cappellano militare nella Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, mi sono trasferito a Domodossola dove sono stato insegnante di religione nelle scuole professionali e cappellano all’ospedale San Biagio. Qui ho conosciuto un grande medico, un grande uomo con grandi idee di libertà: il Prof. Ettore Tibaldi. Dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943 e l’occupazione tedesca, mi sono convinto ad entrare nel comitato antifascista ossolano guidato proprio da lui. Sono riuscito a mettere al riparo in Svizzera ebrei ed ex prigionieri alleati. Ho tenuto anche i contatti tra gli antifascisti e i partigiani. Nel giugno 1944, purtroppo i nazifascisti hanno scoperto la mia attività e sono stato costretto anch’io alla fuga in Svizzera.Tuttavia, nel settembre del 1944, dopo la liberazione dell’Ossola grazie ai partigiani, sono entrato a far parte della Giunta Provvisoria di Governo, guidata sempre da Tibaldi. Ho sostituito Don Luigi Zoppetti come Commissario per l’Istruzione, Igiene, Culto e Beneficenza.Dopo la rioccupazione nazifascista, sono ritornato in esilio in Svizzera. Finita la guerra, sono rientrato in Italia e ho ripreso servizio all’Ospedale San Biagio, collaborando con i servizi di assistenza per il Comune di Domodossola. Sono morto nel 1961.Ho aiutato gli altri in nome di Dio ed in nome della libertà!

  28. 5

    padre Giuseppe Bozzetti

    Mi chiamo Giuseppe Bozzetti, sono stato presbitero e filosofo italiano e ho vissuto sulla mia pelle lo spirito di distruzione causato dalla Seconda Guerra Mondiale. Voglio spiegarti cos’è attraverso la narrazione della mia esperienza. Sono nato a Borgoratto Alessandrino il 19 settembre 1878. Mio padre era Romeo, uno dei “Mille” di Garibaldi, poi Colonnello e Generale, e mia madre era Edvige Griziotti De Gianani. I miei genitori erano originari della provincia di Cremona. A causa del lavoro di mio padre, ci siamo spostati in tutta Italia.Dopo la laurea a Torino in Giurisprudenza, sono diventato sacerdote nel convento del Sacro Monte Calvario a Domodossola. Nel 1929, a Roma, sono stato eletto Preposito Generale (successore di Antonio Rosmini). Mi sono laureato anche in Filosofia e Lettere Classiche all’Università di Roma ed ho insegnato al collegio “Mellerio Rosmini” di Domodossola. La situazione è cambiata quando Mussolini ha escluso dall’insegnamento il rosminiano Pier Camillo Risso che si era dichiarato contro la prepotenza del Fascismo.Quando l’Ossola venne rioccupata dai nazifascisti nell’ottobre 1944, il capo della provincia, Enrico Vezzalini, riferì che nel Collegio si erano rifugiati partigiani feriti e che alcuni padri rosminiani aiutavano la Resistenza.Per questo, la scuola venne chiusa. Nel 1944, sono stato arrestato senza apparente motivo ed incarcerato prima a Pallanza e poi a Novara insieme ad altri cinque uomini che appoggiavano i partigiani. I custodi del carcere mi hanno ordinato di preparare mentalmente i cinque, già picchiati a sangue, perché sarebbero stati uccisi. Ho parlato con loro, li ho ascoltati, ho ricevuto le loro ultime confessioni, li ho rassicurati ed ho accarezzato i loro volti. Ho pregato con loro la sera prima della fucilazione. Questo è lo spirito distruttivo che ho vissuto sulla mia pelle e questo mi ha segnato per tutta la vita. Sono stato, poi, docente di Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma e autore di saggi filosofici su Antonio Rosmini.Sono morto il 27 giugno 1956 a Roma.

  29. 4

    Mario Bonfantini

    Mi chiamo Mario Bonfantini e, se hai tempo, voglio raccontarti la mia storia.Sono nato il 15 maggio del 1904 a Novara.Mi sono laureato all’Università degli studi di Torino in Letteratura italiana.Nel 1937 mi sono sposato con Mariel Molino, attrice della tv in “Segreti di una tata”.Sono stato uno scrittore, un giornalista e persino uno sceneggiatore di film ma soprattutto sono stato un antifascista.Ho fondato uno dei primi gruppi politici antifascisti, il Comitato Interpartiti di Arona. Sono stato condannato ad andare al campo di concentramento di Mauthausen in Germania, ma sono riuscito a fuggire saltando dal treno!Mi sono, poi, unito alla Resistenza diventando un partigiano. Io ed i miei compagni abbiamo liberato Domodossola dai nazifascisti. È stata fondata la Repubblica Partigiana dell'Ossola ed io sono diventato Commissario…. con lo pseudonimo di “Mario Bandini”. Sono stato anche Commissario per la Stampa ed ho, inoltre, dovuto ideare un libro per la scuola media: una raccolta di testi di Letteratura basati sui grandi ideali della Resistenza: libertà ed uguaglianza.Ho insegnato Letteratura Francese all'Università di Milano, Napoli e Torino dove sono morto il 23 novembre del 1978 a 74 anni.

  30. 3

    Filippo Beltrami

    Partigiano e antifascista italiano, nacque il 14 luglio 1908 a Cireggio, un piccolo paese oggi nel comune di Omegna, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola. La sua vita è una testimonianza di coraggio, impegno politico e resistenza contro il fascismo e l'occupazione nazista.Beltrami si distinse fin da giovane per le sue inclinazioni culturali e politiche. Durante gli anni di formazione liceale, a Cireggio, strinse una solida amicizia con Eugenio Colorni e Piero Martinetti, due importanti esponenti del pensiero filosofico contemporaneo. Nel 1932, Beltrami si laureò in Architettura e avviò la sua carriera professionale a Milano. Nel 1936, sposò Giuliana Gadola, figlia di un noto costruttore milanese. Giuliana si sarebbe poi unita alla Resistenza, divenendo una figura di spicco nell'ANPI milanese fino al 2005. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Beltrami venne arruolato come artigliere a cavallo nelle città di Lucca e Piacenza. Nel 1943, durante il periodo dell'armistizio e del governo Badoglio, venne promosso a capitano nel 27º Reggimento di Artiglieria di Baggio.Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Beltrami, con la moglie e i figli, si rifugiò a Cireggio, in una villa di famiglia. Qui, divenne un punto di riferimento per i gruppi antifascisti locali, e fu rapidamente avvicinato da giovani comunisti con cui organizzò una formazione partigiana.Beltrami morì il 13 febbraio 1944  insieme ad altri 12 partigiani. La sua morte rappresentò una grande perdita per la Resistenza italiana, ma il suo spirito di sacrificio e il suo esempio di lotta rimasero indelebili nella memoria collettiva.Dopo la sua morte, la sua figura venne celebrata come emblema del sacrificio e della determinazione dei primi combattenti della Resistenza. La Brigata Alpina "Beltrami" della Divisione Valtoce fu intitolata in suo onore, e la via a Novara che oggi porta il suo nome è un altro riconoscimento della sua importanza storica. La sua storia è anche legata al contesto della Resistenza nell'Ossola.

  31. 2

    Giorgio Ballarini

    Io sono Giorgio Ballarini, sono nato a Livorno nel 1903, ma ho vissuto la mia vera vita a Domodossola. Ti voglio spiegare perché. Ero laureato in Ingegneria e sono arrivato in Ossola nel 1929 come direttore del tronco italiano della Ferrovia Vigezzina Domodossola-Locarno. Sono stato antifascista da subito, già prima dell’armistizio dell’8 Settembre 1943, ma dopo questa data ho tenuto i contatti con esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) e con il Consolato Italiano, a Lugano, per l’organizzazione delle attività nelle diverse zone dell’alta Italia. In quanto direttore della Ferrovia Vigezzina, ho fatto trasportare armi dalla Svizzera, anche clandestinamente e rischiando di essere scoperto, per i primi partigiani della zona, in particolare per il gruppo di Filippo Maria Beltrami.Sono stato Commissario dei Trasporti, Servizi Pubblici e Lavoro nella Giunta Provvisoria di Governo della Repubblica dell’Ossola. Quando i nazifascisti riconquistarono l’Ossola, sono stato costretto a rifugiarmi di nuovo in Svizzera e sono tornato dopo il 25 aprile 1945. Sono stato nominato primo sindaco di Domodossola dopo la caduta del fascismo. Nel 1946, ho fondato e sono diventato proprietario del giornale “Eco Risveglio Ossolano” fino al 1970. Attraverso le pagine del giornale, mi sono battuto per gli ideali antifascisti di giustizia e libertà, a me tanto cari. Quante polemiche con esponenti politici, amministratori ed altri personaggi che volevano emergere non con proprie qualità ma con sotterfugi! Mi sono ritirato dalla vita pubblica solo nei miei ultimi anni di vita e mi sono dedicato a passare del tempo con mia moglie. Il mio ultimo giorno di vita è stato proprio l’anniversario della Liberazione del 1987.La mia amica Gisella Floreanini, con cui ho condiviso la straordinaria esperienza di governo della Repubblica dell’Ossola, alla mia morte ha detto: «Con lui, se ne va un altro valido e sincero esponente di una generazione che non ha esitato a lottare e soffrire per far trionfare gli insopprimibili ideali di libertà».

  32. 1

    Nino Angelo

    Mi chiamo Nino Angelo e sono nato al Croppo di Trontano, vicino a Domodossola, il 25 luglio 1925.Fui partigiano della II Divisione Garibaldi “Redi”, Brigata “Comoli”, con il nome di battaglia “Lello”.Svolgevo l’attività di geometra come professione e non rimpiango di non essermi adagiato nel mio lavoro e di aver invece lottato per la libertà dell’Italia. Purtroppo, assieme ad altri cari amici partigiani, morii nella battaglia di Gravellona il 14 settembre 1944, pochi giorni dopo la liberazione dell’Ossola! Sognavamo di allargare i confini della libera Repubblica dell’Ossola, ma pagammo con la vita i nostri ideali!Pensate: ero entrato nella Resistenza da circa un mezzo e mezzo, che sfortuna! Allora non sapevo che un altro Nino Angelo esisteva e viveva in parte quasi le mie stesse esperienze! Dovete sapere che lui era di Cuneo, ma  fu pure partigiano come me, non della mia Divisione ma della Brigata “Liguria”  fornendo  assistenza per gli aviolanci alleati in aiuto alle formazioni partigiane. Anche lui morì giovanissimo, il 25 agosto 1944,  durante la battaglia di Pertuso, vicino ad Alessandria, perchè sbarrò la strada ai tedeschi, costringendoli alla ritirata. Rimasto però ferito nello scontro, venne trasportato in barella da suo padre, alla volta dell’ospedale partigiano di Bramaiano di Bettola, in provincia di Piacenza, ma morì durante il viaggio per la cancrena. Non è strano che due ragazzi con lo stesso nome e cognome hanno avuto lo stesso destino?Noi abbiamo fatto la nostra parte, tocca a voi, oggi, fare in modo che i popoli vivano in pace!

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Ciao e benvenuti!Oggi vogliamo portarvi in un viaggio nella storia,  per scoprire un capitolo fondamentale della Resistenza italiana ed in particolare la Resistenza a Domodossola e nella provincia del VCO dal 1943.Immaginate di passeggiare per Domodossola, tra le sue strade, e scoprire le storie nascoste di chi ha combattuto per la libertà. In occasione dell'80° anniversario della Repubblica Partigiana dell’Ossola, noi studenti della scuola "G. Floreanini" abbiamo creato un Progetto che unisce storia, musica, tecnologia e creatività per raccontare la Resistenza.Il progetto è speciale: abbiamo raccolto ricerche, testi autobiografici, registrazioni audio, immagini e musica per raccontare le vite di alcuni protagonisti locali della Resistenza, a cui sono intitolate 32 vie della nostra città di Domodossola.Questa è una storia che raccontiamo con passione, rendendo omaggio a chi ha lottato per la libertà.Vi invitiamo quindi  ad ascoltare

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