PODCAST · society
Moby Dick
by RSI - Radiotelevisione svizzera
Moby Dick è il magazine del sabato mattina che mira a mettere a confronto, attorno ai grandi temi di cultura, politica, società, economia, ospiti di sensibilità e opinioni diverse, anche radicalmente contrapposte. Coglie momenti e tematiche di particolare rilievo e le pone al centro di una tavola rotonda per scandagliarne peculiarità e sfumature. Ma consente anche attraverso una particolare scelta editoriale di meglio conoscere le personalità stesse degli interlocutori invitati a dibattere.
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Allen Ginsberg e i giovani d’oggi
Negli Stati Uniti ricchi e apparentemente felici del secondo dopoguerra si leva improvvisa la voce dei giovani. La Beat Generation mette a nudo il vuoto morale e spirituale nascosto dietro il consumismo e i valori borghesi: noia, ipocrisia, repressione sessuale, paura del diverso, ossessione del successo. Con Urlo, recitata pubblicamente nel 1955, il poeta Allen Ginsberg denuncia una società che distrugge le menti migliori della sua generazione. Seguirono poi gli hippie a San Francisco e la protesta politica organizzata degli anni Sessanta, con le marce contro la guerra in Vietnam o il movimento per i diritti civili. In quegli anni i giovani si ribellano ai padri e alle madri proponendo una diversa idea di famiglia e società; si distinguono dagli adulti per lo stile di vita, i valori, persino l’abbigliamento. Oggi quella ribellione sembra assente o forse prende forme diverse, spesso nascoste, come testimoniano l’attivista Zeno Casella e lo scrittore Matteo Bussola, che da tempo ascolta le voci di questi giovani nel suo programma alla radio. Le nuove generazioni contestano il lavoro che divora la vita, il consumo come identità, la carriera come unica misura del valore, la famiglia come obbligo, il silenzio sulla sofferenza mentale, l’indifferenza verso il clima. I social infine hanno creato un nuovo spazio di presenza e di espressione, come emerge dagli studi di Eleonora Benecchi.
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La finanziarizzazione del calcio mondiale
Si avvicinano i mondiali di calcio, quest’anno ospitati congiuntamente da Canada, Messico e Stati Uniti: sulla carta saranno l’evento sportivo più redditizio di sempre, con ricavi stimati in oltre 10 miliardi di dollari. Se siamo ormai abituati a considerare il calcio dei grandi club come un calcio ormai spersonalizzato e senz’anima, in mano a colossi finanziari globali, il discorso cambia quando si pensa alle nazionali di calcio. Qui, per molti tifosi, sopravvive ancora un’atmosfera fatta di valori sportivi, di attaccamento alla propria squadra come simbolo della propria identità. Eppure i numeri di questo mondiale, che produrrà profitti mai visti prima in un evento sportivo, raccontano una storia diversa.Una delle domande che ci siamo posti, nel Dossier andato in onda nel corso della settimana, è se l’anima del calcio esista ancora. E la risposta è sì: l’abbiamo trovata in piccole realtà, in società calcistiche che resistono e si oppongono al modello dominante. Ma quell’anima può esistere anche nel sistema globale del calcio, fatto di enormi interessi finanziari, di diritti miliardari, di fondi di investimento e di multinazionali?Partiremo da qui con i nostri ospiti: Marzio Minoli, giornalista economico della RSI, tifoso e amante dello sport, autore del libro uscito due anni fa Noi tifosi. Istruzioni per l’uso (Fontanaedizioni); e Pippo Russo, sociologo, giornalista e scrittore, che sul calcio ha scritto moltissimo. Ricordo, tra i tanti, il suo libro del 2014, dal titolo Gol di rapina – il lato oscuro del calcio globale (Edizioni Clichy)
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L’eredità invisibile
Eredità è l’ordinato passaggio dei beni tra genitori e figli, secondo le regole dettate dalla legge e dalle consuetudini, come spiega Alessandra Mascellaro, notaio e presidente del Comitato regionale notarile lombardo. Agli eredi si lasciano per lo più beni materiali: case, denaro, gioielli di famiglia. Ma si tramandano anche ricordi, narrazioni, valori, idee, insomma un senso della vita e un modo di stare al mondo. E qualcosa di simile, ma a un livello più elevato e complesso, avviene anche nell’ambito della società intera. Per esempio l’Unesco dal 1972 aggiorna una lista del Patrimonio mondiale, ovvero quei luoghi così importanti da appartenere idealmente all’intera umanità, con l’obbligo per le generazioni presenti di conservarli e proteggerli. Con Marcello Veneziani allargheremo lo sguardo proprio al significato culturale e spirituale dell’ereditare: il rapporto con gli antenati, con la tradizione e con il futuro. Naturalmente è impossibile, e forse neppure raccomandabile, tentare di conservare tutto quello che riceviamo dal passato. Per questo ogni eredità andrebbe accettata con beneficio d’inventario e porta con sé domande radicali: che cosa merita davvero di essere trasmesso? E cosa invece va rifiutato, trasformato o adattato?
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Il gotico letterario contemporaneo
Il percorso dal Southern Gothic di Flannery O’Connor al gotico contemporaneo evolve trasformando l’orrore metafisico in critica sociale. Negli Stati Uniti e in Italia, il genere ha abbandonato i castelli infestati per esplorare il perturbante nelle periferie, nel fondamentalismo, nel corpo e nel degrado ambientale. Il Southern Gothic di Flannery O’Connor, attivo fino agli anni ‘60, univa il degrado rurale degli Stati Uniti a una teologia spietata, dove il grottesco e la violenza diventavano strumenti di redenzione. Opere fondamentali come La saggezza nel sangue o la raccolta Un brav’uomo è difficile da trovare hanno scavato nella coscienza americana. “Alphaville” con i suoi ospiti ha esplorato questa dimensione partendo dalla raccolta di saggi, curata da Benedetta Centovalli, Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor.“Moby Dick” riparte proprio dai temi e dalla scrittura della scrittrice statunitense per spingere avanti la riflessione guardando all’oggi, con tre ospiti in diretta. Gli scrittori Omar Di Monopoli, che nel 2017 ha pubblicato per Adelphi il noir Nella perfida terra di Dio, tradotto all’estero, trasposto in fumetto per Sergio Bonelli editore.Insegna scrittura creativa per la Scuola Holden. Scrive per la radio e per il cinema, e collabora con “La Stampa”, “Il Fatto Quotidiano” e “Rolling Stone Italia”. Omar Di Monopoli è un grande appassionato di Flannery O’Connor e può essere considerato un autore che trova nel suo stile una fonte di ispirazione. Con lui un altro scrittore, Orazio Labbate, autore e critico letterario siciliano, riconosciuto dalla critica come il fondatore del “gotico siciliano”. Nei suoi romanzi fonde le atmosfere oscure del gotico americano (sul modello di Cormac McCarthy e Stephen King) con il folklore, la polvere e il misticismo della Sicilia. Insieme a loro il critico e professore universitario Marco Petrelli, che insegna presso l’Università di Pisa e si occupa da tempo di letterature e culture del Sud statunitense, gotico americano, postmodernismo, geocritica, graphic narratives e letteratura afroamericana.
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Siamo troppi?
Il dibattito sulla sovrappopolazione mondiale è tornato di stretta attualità. Crisi climatica ed energetica, sfruttamento e distribuzione delle risorse, accesso ai servizi e disuguaglianze economiche: è legittimo chiedersi se otto miliardi di persone sulla Terra siano già troppe oggi. In realtà – dicono le statistiche – l’incremento della popolazione mondiale è rallentato a partire dagli anni Duemila ed è destinato a ridursi nei prossimi decenni a livello globale, andando incontro a un “inverno demografico”. Al di là dei numeri l’evoluzione demografica – tra bassa natalità e invecchiamento della popolazione - ci pone già nel presente di fronte a numerose sfide sul piano sociale, economico e politico, intrecciandosi con temi quali le politiche famigliari e l’immigrazione.Ma quali conseguenze avrà in prospettiva il cambio demografico sulla transizione ecologica? Quali misure sono possibili ed eticamente sostenibili per ridurre l’impatto della popolazione mondiale?A “Moby Dick” ne discuteranno la giornalista ed esperta di diritto alla salute Nicoletta Dentico e il naturalista e giornalista scientifico Alfonso Lucifredi.
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Il saggio: lo spazio delle idee
La differenza principale tra il saggio e il romanzo, è che nel romanzo le idee sono funzionali alla narrazione, mentre nel saggio è la narrazione ad essere al servizio delle idee. È uno dei tanti concetti sviluppati intorno al genere del saggio letterario, che ritroviamo nella grande antologia “Saggisti italiani del Novecento”, curata da Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini e pubblicata da Quodlibet. Un’opera che non solo raccoglie e sistematizza decine e decine di scritti e di autori, ma che fornisce anche delle fondamentali chiavi di lettura del saggio come genere letterario. Anzi: del saggio come strumento indispensabile (soprattutto oggi) di trasmissione delle idee, e degli effetti che quelle idee hanno sugli individui. Dopo una settimana di Dossier dedicato al saggio nelle sue varie forme, passate e presenti, Moby Dick parte da qui: dalla funzione sociale del saggio alla sua capacità di rinnovarsi, dalle difficoltà che incontra questo genere nel presente alle sue sorprendenti doti di adattabilità al mutato panorama culturale. Ad aiutarci in questa riflessione saranno la scrittrice e traduttrice Claudia Durastanti, che si occupa di letteratura e critica culturale per varie testate e dal 2021 è curatrice della casa editrice La Tartaruga; e Gianluca Didino, scrittore, saggista e traduttore, autore del recente “La figura umana. Friedrich, il contagio romantico e l’apocalisse”, Edizioni Tlon, 2024.
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Riti d’oggi
Lungo tutta la nostra storia, i riti hanno svolto una funzione fondamentale nella vita sociale, rafforzando l’identità, promuovendo il senso di appartenenza, favorendo la collaborazione. Molti di questi rituali avevano in origine una dimensione religiosa, che la modernità ha poi trasformato e secolarizzato. Nasce da qui una domanda fondamentale, alla quale cerca di rispondere l’antropologo Stefano Allovio: in una società sempre più laica e individualista, che spazio conservano i riti? E ancora — ne discutiamo con lo storyteller e comunicatore Cristiano Carriero — i rituali riescono a radicarsi nello spazio intangibile nella rete, dei social media? Anche la politica, spiega la filosofa Giorgia Serughetti, si sostiene attraverso simboli, slogan e gesti ripetuti: bandiere, inni, congressi, manifestazioni. E se oggi alcune di queste pratiche simboliche mostrano segni di stanchezza, al tempo stesso cerchiamo continuamente di creare nuovi riti civili, urbani, comunitari; senza dimenticare che i riti uniscono e danno forma alla comunità, ma possono anche dividere, polarizzare, generare fanatismo.
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Il canto senza eroe
Tra i miti legati al mare e agli oceani, uno dei più oscuri e insondabili è quello delle sirene. Metà donne e metà pesce – o metà uccelli, restando alla versione omerica – le sirene e il loro canto hanno popolato i sogni e gli incubi del Mediterraneo. Ma cosa si cela realmente dietro quel richiamo fatale? Il mito delle sirene non è solo la storia di una seduzione mortale, ma una soglia sonora dove il canto si fa pura, inafferrabile autonomia. E se quell’armonia, così perturbante e perfetta, non fosse rivolta a chi ascolta? Se il loro canto fosse un dialogo serrato, un‘essenza che ignora totalmente lo sguardo e le aspettative dell’eroe di passaggio? “Moby Dick” esplora la persistenza di questo archetipo con la filosofa Adriana Cavarero, autrice del recente saggio Il canto delle Sirene (Castelvecchi), e con il classicista Pietro Boitani profondo conoscitore della letteratura europea che a Ulisse ha dedicato numerosi studi. Con loro cercheremo di sciogliere gli enigmi di un canto che continua a risuonare nel nostro presente - da Kafka ad Adorno fino a T.S Eliot - interrogando il nostro rapporto con l’ignoto e con l’abisso. Un dialogo intenso sul mito e sul suo ribaltamento: un racconto che ci svela come l’epica del mare, lungi dall’essere un reperto del passato, sia specchio della nostra storia, una chiave fondamentale per comprendere la condizione umana e il potere seduttivo della parola.
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Abbiamo ancora paura del nucleare?
L’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, avvenuta il 26 aprile 1986, è stata una tragedia umana e ambientale dalle conseguenze planetarie che – insieme all’incidente di Fukushima del 2011 – ha profondamente influenzato la nostra percezione del nucleare. Trauma collettivo, rigetto, avvio di programmi e di normative per smantellare gli impianti esistenti e vietare la costruzione di nuovi.Oggi invece, a rispettivamente 40 e 15 anni di distanza da Chernobyl e Fukushima, l’atomo è tornato ad affacciarsi in Europa e in Svizzera: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito la decisione di abbandonare il nucleare un “grave errore strategico”, mentre in Parlamento svizzero è approdata l’iniziativa popolare “Energia elettrica in ogni tempo per tutti”, o “Stop al blackout”. Per molti, complici i conflitti in corso e la penuria energetica, il nucleare è un’energia “pulita” e sovrana, indispensabile per raggiungere gli obiettivi di politica energetica e neutralità climatica. Per altri, un rischio umano e ambientale troppo alto da correre. Un dibattito fortemente polarizzato, a cui noi vogliamo provare a guardare attraverso la lente della scienza, dell’innovazione tecnologica, dell’economia e delle scienze sociali, per comprendere come cambia il comportamento e la percezione della popolazione nei confronti delle energie – fossili, nucleare, rinnovabili; fare il punto sulla transizione energetica in Svizzera, accusata dall’Accademia svizzera di scienze naturali (SCNAT) di non fare abbastanza per il clima, e per proiettarci nell’ultime frontiere della ricerca nucleare, dai microreattori modulari alla fusione. Lo facciamo con l’economista Alessandra Motz, ricercatrice presso l’IRE - Istituto di ricerche economiche dell’Università della Svizzera italiana e responsabile delle analisi in materia di energia per l’Osservatorio Finanze Pubbliche ed Energia sempre dell’USI; il fisico Massimiliano Capezzali, professore presso l’HEG-VD - Alta scuola d’ingegneria e di gestione del Canton Vaud, Svizzera occidentale, dal 1° giugno 2026 direttore dell’Istituto delle energie sempre dell’HEG-VD; e il fisico Ambrogio Fasoli, professore presso l’EPFL – Politecnico d Losanna, già direttore dello Swiss Plasma Center dell’EPFL e presidente del consorzio europeo EUROfusion, che sovrintende allo sviluppo della fusione in Europa, con l’obiettivo di produrre energia dal 2050.
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Il Marocco immaginato
Numerosi scrittori, artisti e musicisti hanno trovato ispirazione in Marocco. Potremmo cominciare dal viaggio fondativo del pittore Eugène Delacroix nel 1832, la cui eco ancora risuona nel soggiorno a Tangeri di Henri Matisse, tra il 1912 e il 1913. Con Alessandro Tamburini ripercorriamo le trame letterarie tessute da numerosi scrittori: Paul Bowles naturalmente e poi ancora Mark Twain, Pierre Loti, Edmondo De Amicis, Edith Wharton, Jean Genet, Tennessee Williams, Truman Capote. Il Marocco fu spesso letto da questi autori nella chiave dell’orientalismo. Negli anni Sessanta e Settanta la Beat Generation (William S. Burroughs, Allen Ginsberg) utilizzò invece registri diversi: esilio, marginalità, libertà, sperimentazione. Ricordiamo quella stagione con Gianni De Martino, protagonista e storico della controcultura beat italiana. E le sonorità ipnotiche della musica marocchina lasciarono una traccia nei brani di Ornette Coleman, Brian Jones, Jimi Hendrix. Per lungo tempo le voci marocchine hanno avuto meno spazio nella costruzione e soprattutto nella circolazione internazionale di questa narrazione, che pure li riguardava da vicino, come spiega Karima Moual. Solo in tempi più vicini a noi una nuova generazione ha fatto sentire la propria voce, proponendo una visione del Paese forse meno poetica, ma più vera.
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Il corpo ribelle
Il femminismo ha rappresentato per Yoko Ono uno dei fondamentali nuclei di riflessione. Del proprio corpo l’artista ha fatto uno strumento politico e del linguaggio artistico un atto di ribellione contro violenza e stereotipi di genere. La sua carriera artistica è stata, tuttavia, a lungo offuscata da una narrativa, alimentata anche dalla stampa, che ne fece una delle figure più demonizzate, ritenuta colpevole della rottura dei Beatles. In questa puntata di “Moby Dick” riflettiamo sia sul valore delle battaglie femministe di Yoko Ono, con uno sguardo agli Stati Uniti dove il corpo delle donne è tornato ad essere un territorio di scontro politico e ideologico, sia sul ruolo delle parole che spesso, anche nei media, alimentano immagini discriminatorie e lesive dell’identità femminile. Lo faremo con Antonella Napoli, giornalista, fa parte del direttivo di “GiULia - Giornaliste unite libere autonome”, che si batte per una corretta rappresentazione di genere sui media, Barbara Leda Kenny, caporedattrice di “inGenere”, è stata rappresentante italiana al Women20 (W20), il gruppo ufficiale del G20 dedicato all’uguaglianza di genere, e Raffaella Baritono, professoressa ordinaria di Storia e politica degli Stati Uniti presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna e direttrice del Centro dipartimentale di studi sugli Stati Uniti (LAB-USA).Prima emissione: 7 marzo 2026
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Scritture disambientate
Il tema dell’esilio è da sempre presente nella letteratura: da Dante a Ungaretti, da Ágota Kristóf a Herta Müller fino alla scrittura postcoloniale dei nostri giorni. I motivi dell’espatrio possono essere molteplici, ma sempre l’esperienza del dislocamento geografico coinvolge una profonda ridefinizione del proprio rapporto con la lingua. Lo dice in modo limpido il poeta Iosif Brodskij, costretto, nel 1972, a fuggire da Leningrado verso gli Stati Uniti, a causa delle persecuzioni politiche da parte del regime sovietico «la condizione che chiamiamo esilio è, prima di tutto, un evento linguistico». Durante questa puntata di “Moby Dick” parleremo della funzione testimoniale della scrittura dell’esilio, ma anche del suo farsi reagente per rielaborare l’esperienza del trovarsi in ‘terra straniera’, aprendo uno spazio di riflessione sulle lingue, sulle identità e sulla memoria. Ne parleremo con Silvia Tatti, professoressa di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, e autrice del libro Esuli. Scrittrici e scrittori dall’antichità ad oggi (Carocci, 2021) e con Tiziana De Rogatis, professoressa di letterature comparate all’Università per Stranieri di Siena, autrice di Homing. Ritrovarsi. Traumi e translinguismi delle migrazioni in Morante, Hoffman, Kristóf, Scego e Lahiri (Edizioni Università per Stranieri di Siena, 2023).
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“Ci siamo sempre state, ora ci vedono”
Negli ultimi anni in America Latina si è venuta a creare una forte sinergia tra narrativa, pensiero e attivismo femminista. Pluripremiate e pluritradotte, le scrittrici ispano-americane si impongono per la prima volta sulla scena internazionale con romanzi e racconti brevi che, seppur nella diversità degli stili e delle genealogie culturali e geopolitiche, condividono eccellenza letteraria, denuncia sociale e, appunto, impegno femminista.Nel corso della settimana, nel “dossier di Alphaville” ci siamo concentrati in particolare su quelle autrici che usano la chiave del fantastico, del weird o dello spettrale per rappresentare la violenza. Dalla violenza di Stato delle dittature del Cono Sur al machismo e ai femminicidi, dall’estrattivismo coloniale che devasta ecosistemi ambientali e sociali all’immagine dello “stupro della donna india”, ferita originaria da cui discendono tutte le ingiustizie e gli abusi della regione, secondo il Femminismo bastardo dell’attivista, scrittrice e performer boliviana María Galindo, una delle voci più incendiarie del femminismo latino-americano contemporaneo.In realtà «ci siamo sempre state, ora ci vedono», ricorda la scrittrice argentina Gabriela Gaidon, anche se alcuni eventi della storia recente – su tutti: la nascita nel 2015 in Argentina del movimento Ni una menos, mutuando un verso della poetessa e attivista messicana Susana Chávez, morta per femminicidio – hanno funto da catalizzatore e detonatore per il successo internazionale.A partire da questo nuovo “boom” della narrativa latino-americana, dove questa volta protagoniste sono le donne, cercheremo di comprendere come la parola letteraria, l’artivismo e i movimenti femminismi latini siano oggi uno spazio politico e poetico in cui resistere e denunciare, ma anche dove ricucire le ferite, attraverso la cura, l’intreccio, la riparazione. Lo faremo con la professoressa Emilia Perassi, fra le più autorevoli e fini studiose italiane di letterature ispano-americane di testimonianza e diritti umani, e con l’antropologa sociale Laura Fano Morisey, autrice di Per una politica della dignità. Femminismi, migrazioni e colonialità in America latina (Capovolte, 2023).
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Letteratura satirica in Svizzera: una piccola ricognizione
La settimana del “dossier di Alphaville” ha proposto un’antologia minima della letteratura satirica in Europa attraverso cinque opere significative del Novecento: Il processo di Franz Kafka, La fattoria degli animali di George Orwell, Mondo piccolo. Don Camillo di Giovannino Guareschi, Zazie nel metró di Raymond Queneau e Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov.In “Moby Dick” proviamo ora a restringere il campo alle letterature svizzere, che in italiano, romancio, tedesco e francese hanno declinato – in modo più o meno originale, guardando ogni volta alla propria cultura di riferimento – la scrittura satirica. Ne parliamo con lo scrittore ticinese Tommaso Soldini, autore del romanzo satirico L’inguaribile (Marcos y Marcos, 2020), Lucas Gisi, responsabile dell’Archivio svizzero di letteratura a Berna, e Daniel Maggetti, scrittore e direttore del Centre des littératures en Suisse romande (Università di Losanna).
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La vergogna e l’orgoglio
In una settimana dedicata alla vergogna, esplorata nelle sue molteplici sfumature, siamo partiti da una citazione dello storico Carlo Ginzburg: «Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare». Quasi che la vergogna, invece di provocare un distacco, potesse stabilire un legame più forte degli stessi sentimenti positivi. Nel frattempo tuttavia il filosofo del diritto Giampaolo Azzoni, insieme al ministro dell’istruzione italiano Giuseppe Valditara, ha curato un ambizioso Manifesto per l’Occidente. Il fine dichiarato è riconoscere e rilanciare i valori fondanti della nostra civiltà: democrazia, dignità umana, eguaglianza, laicità, libertà, merito, responsabilità, stato di diritto… Dunque un moto di orgoglio e una nuova disposizione di spirito che sembra voler lasciarsi alle spalle una lunga stagione nella quale l’Occidente si è soprattutto interrogato sulle sue colpe storiche, tra cancel culture, critiche woke e post-coloniali. Con Giampaolo Azzoni dialogano lo storico Pietro Montorfani, direttore della Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, e il giornalista culturale Davide Piacenza.
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Di silenzio, di meditazione, di colloquio con sé stessi
In un’epoca in cui la comunicazione è veloce e frenetica, in cui la nostra attenzione è costantemente distratta da qualcosa di nuovo da consumare in fretta, ripararsi in una pratica del silenzio può essere l’inizio di un percorso verso la scoperta del sé. Silenzio e meditazione diventano quindi gli strumenti per trovare una nuova dimensione intima per stare nel mondo con consapevolezza. Nella puntata di “Moby Dick” esploriamo le pratiche di ricerca interiore sia religiosa sia di visione universale, confrontandoci con tre ospiti: Chandra Livia Candiani, poetessa e traduttrice di testi buddhisti. Tra i suoi molti libri ricordiamo Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione (Einaudi 2018) e Sogni del fiume (Einaudi, 2022); Giuliano Boccali, già professore di Indologia e Lingua e letteratura sanscrita all’Università di Venezia, Ca’ Foscari e alla Statale di Milano è tra i massimi studiosi di letteratura indiana e di induismo. Autore di molti saggi e diverse traduzioni dei capolavori classici (Poesia d’amore indiana, 2009; Gitagovinda, 2009), ha pubblicato nel 2017 per la casa editrice Mimesis Il silenzio in India e Fra’ Michele Ravetta, rettore del Santuario di Bigorio, teologo e insegnante.
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Storie buone come il pane
®Il pane è l’alimento per eccellenza e antonomasia. Fin dalla notte dei tempi e dalla nascita della storia (sancita proprio dall’avvento della cerealicoltura), attorno a lui lievitano e si moltiplicano i significati: simbolici, culturali, religiosi, politici. A conclusione del dossier di Alphaville dedicato al pane, “Moby Dick” propone un viaggio entusiasmante che riconosce nel pane uno strumento privilegiato per raccontare il mondo, promuovere l’incontro fra persone e culture e diffondere cultura e giustizia alimentari.Lo faremo attraverso le storie, le esperienze e l’impegno di tre persone che, attorno al pane e al cibo, hanno costruito la propria vita professionale e personale: Stefano Pasquini, co-fondatore del Teatro delle Ariette, straordinaria compagnia di attori-contadini che da oltre trent’anni propongono un “teatro da mangiare” in cui testimoniano la loro vita in mezzo ai campi; Diletta Sereni, direttrice editoriale de “L’integrale. Cibo e Cultura” che coglie “il pane come orizzonte e pretesto per raccontare le cose del mondo” e lo chef italo-egiziano Walter El Nagar, fondatore del ristorante Refettorio di Ginevra, che a pranzo si rivolge a una clientela pagante e la sera accoglie i poveri, abbattendo lo spreco alimentare e le disuguaglianze alimentari fra classi sociali, e fondatore della Fondazione Mater, promotrice di un manifesto di Diritto al cibo che vorrebbe iscriversi nella Costituzione svizzera e dell’Unione Europea.Prima emissione: 17 gennaio 2026.
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Atlante del disordine
Nella vita internazionale serve un ordine per rendere prevedibili i comportamenti degli Stati, generando quel tanto di fiducia reciproca necessario affinché gli accordi siano rispettati. Al contrario, la politica internazionale contemporanea sembra aver perso la bussola, in balia delle scelte dei potenti e del cieco impulso della geopolitica. Norme e istituzioni vacillano, senza più far presa sulla realtà. Il senso di disordine alimenta preoccupazione e ansia nelle opinioni pubbliche, ma soprattutto impedisce a chi ne ha la responsabilità di prendere decisioni informate ed efficaci. I governi navigano a vista, accontentandosi di evitare i pericoli maggiori e ridurre i rischi. Questa frattura, formatasi negli ultimi anni e accelerata dalle recenti scelte americane, ci interroga sul futuro delle relazioni internazionali. In questa prospettiva Alessandra Bitumi spiega quando e come Europa e Stati Uniti si sono allontanati, dopo decenni di dialogo e proficua collaborazione. Marta Ottaviani analizza gli effetti dirompenti della politica di espansione russa in Europa orientale. Maria Adele Carrai approfondisce la visione cinese delle relazioni internazionali, tra politica ed economia. Di certo trovare una via di uscita da questa anarchia è interesse di tutti e in particolare delle democrazie, ancor più dipendenti dall’ordine essendo per loro natura sistemi aperti.
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Brecht: teatro, poesia e politica
Il dossier della settimana di Alphaville dedicata a Bertolt Brecht si propone di indagare il legame tra produzione artistica e responsabilità civile, cercando di capire come la lezione dell’autore tedesco continui a riflettersi nelle pratiche letterarie e sceniche contemporanee. Interverranno tre figure che affrontano il tema da prospettive complementari. Vanni Bianconi, poeta e traduttore, porterà l’esperienza della scrittura che si confronta con la cronaca e la testimonianza dei conflitti attuali. Bianconi è stato infatti uno dei protagonisti dell’avventura della Global Sumud Flotilla, che ha raccontato nel recente libro Wahoo! Un’odissea al contrario. Guido Mazzoni, docente e teorico della letteratura, offrirà una riflessione sui mutamenti storici del concetto di impegno e sulla posizione dell’intellettuale nella modernità. Maddalena Giovannelli, studiosa di teatro e critica, analizzerà la ricezione dell’opera brechtiana e le modalità con cui l’azione scenica può ancora stimolare il senso critico dello spettatore. Insieme, gli ospiti valuteranno se sia ancora possibile, attraverso la poesia e il teatro, fornire una rappresentazione della realtà che ne sveli le strutture profonde, restando fedeli all’esigenza di una letteratura che sia, prima di tutto, strumento di conoscenza.
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Quei soffitti invisibili ancora da sfondare
«Tutte le donne hanno un potere segreto, ma sono chiamate streghe solo quelle che hanno il coraggio di usarlo». Prendendo spunto dalla settimana dedicata dal dossier di “Alphaville” alla figura della strega, “Moby Dick” questa settimana propone una riflessione profonda sull’evoluzione del ruolo femminile, esplorando il legame simbolico tra le “streghe” del passato e le attiviste del XX e XXI secolo.Attraverso un’analisi delle diverse ondate del femminismo, ripercorreremo le battaglie storiche per i diritti civili fino alle sfide contemporanee dell’intersezionalità. A guidare il racconto saranno la scrittrice Valentina Mira e l’esperta Lisa Fornara.Con loro, cercheremo di capire quali “soffitti di cristallo” restano ancora da infrangere e come il linguaggio e la memoria possano diventare strumenti di emancipazione.
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Le tre culture
Due culture hanno dato forma alla nostra società. Da un lato la cultura alta tradizionale: la letteratura, il teatro, la musica classica, la pittura, le accademie, le università. Dall’altro la cultura popolare e quindi il dialetto, canti, balli, proverbi, una religiosità intrisa di magia, il tempo ciclico delle stagioni scandito da feste, santi, processioni, mercati, fiere, semine e vendemmie. Questa divisione rispecchiava anche la diversa ricchezza dei gruppi sociali e naturalmente non era assoluta; per esempio i contadini toscani sapevano Dante a memoria e gli operai cantavano le romanze d’opera. Tuttavia le due culture, alta e popolare, restavano comunque ben distinte e separate. Nella seconda metà del Novecento però, per impulso della modernità, la cultura popolare entra in crisi e declina, mentre un nuovo protagonista si affaccia sulla scena pubblica: il pop, la cultura di massa, più largamente trasversale e pervasiva, promossa e venduta come un prodotto commerciale. Stefano Salis, Guia Soncini e Vito Teti discutono e approfondiscono le conseguenze di questa trasformazione epocale del nostro orizzonte culturale.
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I libri a venire
In questa puntata di Moby Dick ci affacciamo al 2026 attraverso la lente dei libri per riflettere su come si racconta il tempo presente, un’attualità che è in divenire, e sul perché alcuni classici, alcune storie del passato ci parlano ancora oggi. Cercheremo di riflettere su come si sceglie un libro da pubblicare e su quali sono gli elementi che un editore prende in considerazione per costruire un catalogo. Lo faremo con Alessia Dimitri, responsabile della saggistica Feltrinelli; Sara Groisman, responsabile delle collane di letteratura e di saggistica delle Edizioni Casagrande; Liliana Rampello, critica letteraria e saggista, già docente di Estetica all’Università di Bologna, per i Meridiani Mondadori ha curato i due volumi dedicati all’opera di Jane Austen, il suo ultimo libro è Un anno con Jane Austen (Neri Pozza, 2025) ed Eliana Di Caro, giornalista al Sole-24 Ore e vice-caposervizio del supplemento cultura della Domenica, fa parte di Controparola, il collettivo femminile fondato da Dacia Maraini nel 1992: il loro ultimo libro è Amiche. Undici storie di legami e sorellanza (Il Mulino, 2025).
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Fuori programma
La sorpresa è la reazione naturale quando gli eventi prendono un corso imprevisto, quando la realtà si rifiuta di corrispondere alle nostre aspettative. Guido Bosticco riflette su questo nostro stato d’animo dal punto di vista della filosofia e della lingua. Inoltre la sorpresa segnala che ci stiamo addentrando in un territorio sconosciuto. E naturalmente in una situazione di incertezza prendere decisioni è più difficile, perché aumenta il rischio: è un tema che Simona Morini ha posto al centro del suo percorso di ricerca. E tuttavia, esaurito lo sconcerto iniziale, la sorpresa è anche un momento di scoperta, di rivelazione, che apre inedite possibilità conoscitive. La sorpresa non distrugge il senso, lo rinnova. In questa prospettiva Silvano Petrosino ha percorso il cammino che dalla sorpresa porta allo stupore, inteso come un modo diverso di porsi di fronte al mondo, un atteggiamento profondo dello sguardo che accoglie l’esperienza nella sua irriducibile alterità, invece di tentare di controllarla. Forse chi si stupisce riconosce il limite, la duplicità e insieme la ricchezza del reale.
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La lingua che ci abita, la lingua che abitiamo
®Cos’è una lingua? Cosa significa condividere una provenienza culturale e linguistica diversa da quella prevalente dove si vive? Hannah Arendt diceva che quando tutto sembra aver perduto il suo senso, quello che alla fine resta e portiamo con noi è la lingua. Nel corso di questa puntata di Moby Dick initolata “La lingua che ci abita, la lingua che abitiamo” vogliamo provare a riflettere sulla relazione tra lingua e identità, personale ma anche di una comunità. Lo faremo partendo dall’italiano, una lingua ufficiale della Svizzera, con una protezione particolare a livello legislativo e un’attiva comunità italofona che vive al di fuori dei Cantoni del Ticino e dei Grigioni. Lo faremo con Lorenzo Tomasin, professore di Filologia romanza e di Storia della lingua italiana all’Università di Losanna, la poetessa Laura Accerboni, co-ideatrice et coordinatrice del progetto “Calvino a Scuola” nel Cantone di Ginevra, la poetessa svizzero-brasiliana Prisca Agustoni e lo scrittore Paolo Di Paolo, finalista allo Strega 2024.Prima emissione sabato 15 novembre 2025
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Il pulp, i cannibali e gli anni ’90
Nel 1996, per Einaudi, uscì Gioventù cannibale, un’antologia di racconti caratterizzati da un linguaggio crudo e violento, che terremotò l’editoria italiana. Tra gli autori, Niccolò Ammaniti, Alda Teodorani, Aldo Nove e Daniele Luttazzi. Era una raccolta che catturava la gioventù del decennio in un atto di cannibalizzazione dei nuovi scenari sociali: un mondo saturato da media, pubblicità, tecnologia, film di genere, fumetti e tante merci, che nella scrittura dei “cannibali” si ritrovava amalgamato con abbondante sangue. Un movimento che è stato raccontato in un recente documentario di Hilary Tiscione, scritto insieme ad Aldo Nove.Daniele Luttazzi parla di “Gioventù cannibale” come di un’antologia profetica, infatti « dopo qualche mese, l’Italia conobbe i casi del mostro di Firenze, del serial killer ligure, di Erika e Omar, dei satanisti lombardi ecc. Gli artisti hanno le antenne e sentono in anticipo quello che sta per arrivare».A quasi trent’anni dall’uscita dell’antologia cannibale, in questa puntata torneremo a interrogare questo fenomeno letterario, che rappresentò un punto di rottura nella letteratura italiana del periodo: come mai questa antologia emerse proprio in quel decennio? Che genere di svolta nell’immaginario produsse? Con quali modelli culturali dialogava? E ancora, che tipo di violenza veniva rappresentata nei racconti “cannibali”? Tenendo conto del fatto che c’era una frase che circolava all’epoca, come una specie di ritornello: “Un racconto di Ammaniti non è più violento di una serata su canale 5”.
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Sulle tracce dell’Art Déco nel panorama urbano globale
Movimento artistico e architettonico immerso nella modernità, l’Art Déco rappresenta una delle pagine più affascinanti nella storia dell’architettura e del design. Nato da un’epoca di fervente ottimismo e desiderio di rinnovamento, questo stile ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama urbano di molte città, a diverse latitudini, diventando col tempo, fonte di ispirazione per gli architetti e gli artisti di ogni epoca.Ma l’Art Déco, con la sua forza propulsiva, fa parte della storia dell’architettura e delle arti applicate del passato oppure permane nel nostro presente? E quali sono nel mondo le espressioni più rappresentative, ma anche più sorprendenti, di questo linguaggio artistico?In Moby Dick realizzeremo questo viaggio intorno al globo, passando dalla Svizzera ma anche da Barcellona insieme agli ospiti Franco La Cecla, architetto e antropologo culturale e Manuel Orazi, docente presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, Università della Svizzera italiana per la casa editrice Quodlibet cura le collane dedicate all’architettura, al paesaggio e all’urbanistica e con Valerio Paolo Mosco, professore ordinario di progettazione architettonica allo Iuav di Venezia.
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Raccontare il silenzio
È prevista per il 22 novembre a partire dalle, sul canale Youtube della Casa della Letteratura, una maratona di letture di 12 ore, che riunisce circa una cinquantina di voci internazionali del mondo della cultura, della letteratura e dell’accademia per leggere e pensare insieme. L’evento nasce su iniziativa della Prof. Tatiana Crivelli della Cattedra di Letteratura dell’Università di Zurigo, della Casa della Letteratura e Rete Due è media partner dell’evento. La lettura praticata come esercizio di resistenza, per pensare insieme e per cominciare, per rompere il silenzio. Il silenzio può anche essere, però, il silenzio del dolore: che sia un dolore fisico, o un dolore mentale, spesso il dolore ci ammutolisce. A volte il dolore diventa un segreto, non perché ci sia una vera intenzione a non parlarne, ma semplicemente perché è così profondo che mancano le parole.A Moby Dick, questa settimana, abbiamo scelto di ribaltare la prospettiva: non si parlerà di letteratura contro il silenzio, ma di letteratura del dolore e di medicina narrativa. Perché quando ci si trova ad affrontare un dolore e ci si scopre incapaci di parlarne, ecco che la letteratura può essere di grande aiuto, come possono essere di grande aiuto anche la compagnia e l’accompagnamento di qualcuno che ci sta vicino o che si sta occupando di noi.La parola artistica è in grado di rielaborare e interrogare idee dilemmi, categorie e preconcetti a cavallo tra il mondo medico e quello letterario? L’ascolto, il dialogo con il paziente e il racconto del sé possono diventare una pratica medica? E quando, chi soffre parla un’altra lingua e arriva da un’altra cultura, si può riuscire a curare anche con le parole? Medicina, ricerca scientifica e letteratura, si toccano e si incontrano quando il silenzio è quello del dolore?A queste e altre domande, risponderanno gli ospiti di Alessandra Bonzi: Nicolò Saverio Centemero, collaboratore scientifico della Fondazione Sasso Corbaro e autore di un podcast dal titolo “Malati di letteratura”, Guenda Bernegger, ricercatrice presso il Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della (SUPSI) e presidente della Società filosofica della Svizzera italiana e Linda De Luca, interprete medico e autrice di Avrai sempre la mia voce, un libro che racconta la volontà di affrontare il dolore senza la paura di uscirne feriti, ma anzi «con la certezza di trovarvi uno strumento di sensibilizzazione per la riscoperta di sé e degli altri».
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La borghesia è morta?
®La borghesia è al centro dell’opera di Thomas Mann, a cominciare naturalmente dai “Buddenbrook” (1901), dove si racconta il declino di una ricca famiglia di commercianti di Lubecca. Lo scrittore tedesco riconosce e celebra i meriti storici di questa classe sociale, ma al tempo stesso coglie i segni di una crisi profonda. Il mondo borghese – fondato su disciplina, onore, lavoro, educazione, decoro sociale – si logora lentamente dall’interno per stanchezza spirituale, mentre al di fuori viene corrotto dalle nuove ideologie politiche novecentesche, dal nazionalismo al nazismo. A modo suo Thomas Mann è testimone del passaggio epocale da un mondo ordinato e produttivo a uno inquieto, incerto, frammentato: il nostro. Ma la borghesia è davvero morta o ha piuttosto assunto nuove forme? Marianna Filandri e Giorgia Serughetti cercano di rispondere a questa domanda fondamentale.Infine la puntata si conclude con Sebastiano Mondadori, pronipote di Arnoldo e nipote di Alberto (a quest’ultimo ha dedicato un’appassionata biografia). E proprio la casa editrice Mondadori, nel periodo tra le due guerre, ha tradotto in italiano le principali opere di Thomas Mann. Ma appartenere a una famiglia importante ‒ si chiami Buddenbrook, Mann o Mondadori ‒ non è sempre facile…Prima emissione: 7 giugno 2025.
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Scuola Steiner
®È iniziato il nuovo anno scolastico ticinese 2025-2026, che lunedì scorso ha visto tornare nelle aule 55mila allieve e allievi (fra scuole pubbliche e private) e oltre 6mila docenti. La campanella di inizio anno rimane invece in silenzio presso la sede della Scuola Rudolf Steiner di Origlio che nel corso dell’estate ha dichiarato auto-fallimento, dopo anni di crescenti difficoltà finanziarie e gestionali. Si conclude così un’esperienza educativa durata quasi 50 anni, di cui Moby Dick oggi ripercorre la storia, fra alti e bassi, il modello pedagogico e l’importanza, all’interno del contesto ticinese. Con Lucia Faillaci, già docente della Scuola Steiner di Origlio e presidente dell’Associazione Amici della Pedagogia di Rudolf Steiner, oggi docente di scuola pubblica; Alessandro Galli, docente e consulente pedagogico steineriano e Djamila Agustoni, responsabile della Scuola Rudolf Steiner di Rivapiana Locarno.In apertura di puntata un’intervista alla Direttrice del DECS Marina Carobbio sulle sfide e sulle priorità della scuola ticinese per l’anno 2025-26.Prima emissione: 6 settembre 2025
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Progettare per, progettare con
Moby Dick riprende il tema affrontato nel corso della settimana da Alphaville, che ha dedicato il proprio dossier all’architettura inclusiva. Nel corso della trasmissione verrà dato spazio ai fruitori dei progetti su piccola e larga scala: dall’accessibilità a spazi culturali e a luoghi che caratterizzano la memoria di un territorio, fino al coinvolgimento della cittadinanza nella definizione di un piano direttore o dei bambini nel disegno di parchi giochi o spazi destinati a loro. Nessuno viene dunque escluso nel nuovo modo di avvicinarsi al disegno di uno spazio lasciando ad ascoltatrici e ascoltatori la possibilità di comprendere le grandi opportunità che offre la progettazione architettonica: invece di “progettare per”, si “progetta con”, migliorando o addirittura creando relazioni e visioni che tengono conto sia delle esigenze della specie umana sia delle inedite richieste che provengono anche dalla fauna e dall’ambiente.Con Elio Schenini, direttore della Pinacoteca Züst, Valentina Cima, architetta e curatrice del museo storico etnografico della Valle di Blenio, Bruno Buzzini, titolare del Dicastero Opere pubbliche e ambiente del Municipio di Locarno e Mattia Lepori, capo dicastero territorio e mobilità, Bellinzona.
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Stand up comedy senza limiti
Arte ormai sempre più in voga, la Stand-Up Comedy è il risultato di un mix tra scrittura, performance e interazione con il pubblico. Le battute devono essere veloci ed efficaci. Occorre gestire la tensione del palco e affinare un proprio stile. Il monologo, scritto e interpretato dal comico stesso, è spesso tagliente, irriverente nel toccare argomenti tabù. Nel corso degli anni questa comicità è riuscita a mettere a nudo i pregiudizi presenti nelle nostre società, così annidati nel profondo. Ma quali sono, se esistono, i limiti che uno stand up comedian si deve dare? Quali temi sono off-limits? E il linguaggio può essere davvero senza limiti?In Moby Dick ci confronteremo su questi temi con gli ospiti Monir Ghassem, una stand-up comedian italo-iraniana, vincitrice del “Premio Satira 2025”; Mike Casa, comico ticinese che sta conquistando la Svizzera con i suoi spettacoli di stand-up comedy, sia dal vivo che sui social e con Marco di Pinto, promoter e agente, autore insieme a Tiziano La Bella del libro “Alla scoperta delle stand up comedy”, uscito nel 2024 per Neo Edizioni.
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Storie di fossili e dei nostri antenati
Prima che la paleontologia diventasse una scienza, i fossili erano misteri imprigionati nella roccia, enigmi che evocavano draghi, giganti e mostri marini. L’umanità ha impiegato secoli per capire che quelle forme incastonate nella pietra erano i resti di antiche creature vissute milioni di anni fa.Tra errori, intuizioni e scoperte, il nostro sarà un viaggio nella storia della paleontologia e della paleoantropologia, due discipline sorelle che, da prospettive diverse, ci raccontano le origini della vita e dell’essere umano. Un percorso che parte dai tempi in cui i fossili venivano scambiati per “ossa di draghi” o “lingue di pietra”, fino alle più recenti ricerche scientifiche che, grazie a tecniche digitali e genetiche d’avanguardia, permettono di ricostruire con straordinaria precisione l’evoluzione delle specie e dei nostri antenati.Moby Dick mette in dialogo due sguardi complementari: quello del divulgatore e narratore, che restituisce la meraviglia e gli abbagli della storia, e quello dello scienziato, che ci mostra come la ricerca moderna indaghi il passato per comprendere il presente.Ospiti della puntata, Stefano Benazzi, professore ordinario di antropologia fisica all’Università di Bologna, specializzato in osteoarcheologia e paleoantropologia. Dirige inoltre il Bones Lab, laboratorio dedicato allo studio dei resti umani attraverso tecniche digitali e morfometriche. E Diego Sala, giornalista e divulgatore scientifico, autore del libro Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli (Codice Edizioni, 2025). Attualmente lavora al Museo delle Scienze di Trento, dove progetta e realizza eventi dedicati ai temi dell’evoluzione e della biodiversità.
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Mito, realtà e impegno civile
«Il principale briciolo di saggezza... è che non puoi mantenere una repubblica ed un impero simultaneamente». Oggi più che mai queste parole di Gore Vidal ci interrogano sul potere trasformativo della narrativa contro le derive di una politica spesso distante dai cittadini. Gore Vidal, di cui ricorre questa settimana il centesimo anniversario dalla nascita, ha usato la scrittura per smascherare ipocrisie e contraddizioni del potere, ponendo interrogativi ancora attuali sul ruolo degli intellettuali. Partendo dalla sua figura Moby Dick riflette questa settimana su quanto e come la letteratura può influenzare il dibattito pubblico. Si tratti di smascherare ipocrisie, di restituire il senso delle grandi battaglie per i diritti civili oppure di dare voce a chi resta costantemente estraneo al dibattito politico ufficiale, perché come ci ricorda un’altra grande voce della letteratura angloamericana Tony Morrison, «l’arte migliore è politica e si deve riuscire a renderla al contempo indubbiamente politica e irrevocabilmente bella». Ne parliamo con Mario Maffi saggista e traduttore che a lungo ha insegnato letteratura angloamericana e con Oliviero Bergamini storico e giornalista a lungo corrispondente RAI dagli Stati Uniti.
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Donne in bicicletta
Nel 1893 la femminista Frances Glades, salendo per la prima volta su una bicicletta, dichiarava: «Chi riesce a padroneggiare una bestia come la mia Gladys, può padroneggiare anche la propria vita». Molto presto la bicicletta per le donne si è affermata come strumento di emancipazione. Dalla fine dell’Ottocento fino a oggi l’andare in bicicletta per le donne è stata però una strada tutta in salita: all’inizio osteggiate, viste con sospetto e pregiudizio, le donne in bicicletta hanno sfidato i sospetti e i pregiudizi dettati dalla morale comune, liberandosi di gonne e corsetti. La passione delle cicliste non si è fermata davanti a nulla; né di fronte ai divieti dei regimi, né ai rischi corsi durante la guerra e il periodo della Resistenza, né di fronte alle aperte ostilità riservate alle pioniere del ciclismo, un mondo popolato a lungo soltanto da eroi maschili. Il ciclismo femminile si è affermato grazie ai sacrifici delle pioniere e alle imprese sportive delle grandi campionesse degli ultimi decenni. Quali le figure di atlete che più hanno contribuito ad abbattere le barriere nella storia del ciclismo? A quale prezzo è stata conquistata la parità di genere e quali sono ancora i passi da fare per garantire parità di diritti e di accesso alla pratica del ciclismo? E in che misura la bicicletta resta ancora oggi uno strumento di indipendenza per le donne nel mondo? A Moby Dick ne discutono la giornalista Luisa Rizzitelli, presidente dell’associazione Assist, la giornalista Antonella Stelitano, autrice del saggio Donne in bicicletta e la sociologa Alessia Tuselli. Con un intervento dello storico Stefano Pivato autore del saggio Storia sociale della bicicletta.
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Laboratori creativi
Prendendo spunto dalla settimana dedicata allo scrittore Pier Vittorio Tondelli, Moby Dick esplora il mondo della scrittura creativa, allargandola a tutti i tipi di comunicazione artistica. Comprendendo quindi anche teatro, musica e arti visive. Nella Svizzera italiana sono numerosi i laboratori creativi, e anche l’Università della Svizzera italiana ha un corso che invita a stimolare l’immaginazione e le tecniche di narrazione. Nel corso del programma saranno esplorati il rapporto con il pubblico, fruitore finale di un laboratorio creativo, le ragioni per cui ci si confronta con la scrittura, le differenze generazionali e di metodo quando si parla di scuole di scrittura o metodi di formazione nel settore musicale, artistico e letterario.Con Monica Ceccardi, attrice, autrice e regista teatrale, Daniele Dell’Agnola, scrittore, musicista e formatore di docenti, e Prisca Mornaghini, collettivo Giullari di Gulliver
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Promuovere la traduzione
Per i vent’anni di Babel, il festival di traduzione letteraria, Moby Dick propone una puntata speciale in diretta dal Teatro sociale di Bellinzona. In un Paese come la Svizzera ‒ con quattro lingue nazionali oltre all’inglese, lingua della globalizzazione ‒ la traduzione è pratica quotidiana e quasi forma del vivere. E naturalmente ha un’importanza ancora maggiore ‒ se possibile ‒ nel nostro cantone, troppo grande per restare fuori dal dialogo tra le diverse culture e al tempo stesso troppo piccolo per avere spazi garantiti.Negli ultimi anni poi l’intelligenza artificiale ha aperto una nuova prospettiva, offrendo soluzioni economiche ed efficaci per la maggior parte delle traduzioni tecniche e di servizio. Ma proprio per questo ha assunto un nuovo rilievo e significato la traduzione letteraria, che si propone di restituire il carattere e il significato profondo di un testo scritto in un’altra lingua, attraverso un atto creativo e non una semplice trasposizione. E tuttavia, a dispetto dell’importanza del suo ruolo, spesso la figura del traduttore resta nell’ombra, senza poter ottenere il giusto riconoscimento. Tre ospiti di rilievo ‒ Ilide Carmignani, Natalia Proserpi e Gabriela Stöckli ‒ approfondiscono tutti questi temi da diversi punti di vista, muovendo dalle loro esperienze professionali di traduzione e di organizzazione culturale.
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Disco Days
La Disco Music nasce negli Stati Uniti all’inizio degli anni Settanta e presto trova nella discoteca il suo spazio d’espressione ideale. Attorno a questa musica si raccolgono dapprima soprattutto neri, altre minoranze etniche, femministe e omosessuali, mescolando divertimento e rivendicazioni; ma poi grazie a film come “La febbre del sabato sera” (1977) la Disco diventa un fenomeno di massa esteso a tutte le classi sociali, in tutto il mondo. La musica da discoteca lascia intravedere anche una nuova idea di società, del corpo, delle relazioni tra i sessi. Trasmessa ossessivamente da centinaia di radio private, declinata da famosi DJ, è la colonna sonora di una società in profonda e rapida trasformazione, decisa a lasciarsi alle spalle la Guerra fredda, l’austerità e il terrorismo. Paolo Morando ha sottolineato criticamente la profonda mutazione sociale in corso in quegli anni, mentre Enrico Petrilli ne ha difeso il contenuto progressivo. Infine Roberto Raineri-Seith racconta quando e come la nuova musica si affacciò anche in Canton Ticino. È quasi inevitabile chiedersi poi quanto siano cambiate da allora le forme del divertimento e, in forma ancora più radicale e forse nostalgica, se sappiamo ancora divertirci come negli anni Ottanta.
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AI dove vai?
L’Intelligenza Artificiale fa ormai parte delle nostre vite. Seguiamo gli aggiornamenti sulle ultime novità, o su quale sia il chatbot più performante. In questa puntata di Moby Dick, intitolata “AI dove vai? L’intelligenza Artificiale nelle macchine e nei cuori” a cura di Lina Simoneschi Finocchiaro, vogliamo chiederci cosa voglia dire avere a che fare con un’intelligenza che non è umana, ma che sempre più ci somiglia. Questa tecnologia che chiamiamo “intelligente”, cosa sta diventando? È capace davvero di pensare? Di capire? Di agire con responsabilità? E soprattutto: noi siamo pronti a convivere con lei?Nell’ora centrale mettiamo a confronto i pareri di due esperti in materia: Andrea Colamedici, fondatore della casa editrice Tlon, è filosofo ed editore, assegnista di ricerca in Intelligenza Artificiale e di sistemi di pensiero all’Università di Foggia e di Strumenti di Intelligenza Artificiale al Master in Giornalismo dell’Università di Bologna. È ideatore di “Ipnocrazia” libro inizialmente attribuito ad un falso autore dal nome Jianwei Xun per poi dichiarare che è stato scritto interamente con L’AI. Giulia Pozzi giornalista e analista senior a NewsGuard, organizzazione che si occupa di studiare e contrastare la disinformazione, compresa quella generata dall’IA, e di valutare l’affidabilità delle fonti online. Laureata in Filologia Moderna alla Cattolica di Milano, in passato è stata corrispondente dalle Nazioni Unite a New York per il sito bilingue La Voce di New York. Nell’ultima mezz’ora portiamo lo sguardo sulla Svizzera che si domanda se legiferare o meno l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Il Consiglio Federale e i Politecnici federali stanno sviluppando modelli linguistici specializzati per settori strategici: avremo una sorta di “ChatGPT svizzero”? Parliamo delle novità dell’Intelligenza Artificiale in Svizzera con Sara Ibrahim giornalista di Swissinfo, specializzata in AI e in temi legati all’impatto delle tecnologie sulla società.
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Biblioteche e librerie
«Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire»: così scriveva la scrittrice Marguerite Yourcenar nel suo libro Memorie di Adriano, pubblicato nel 1951. Da questa sua riflessione ancora attuale prende spunto il titolo di questa puntata di Moby Dick “Biblioteche e librerie: i granai delle parole”. Le parole, infatti, sono come semi che fanno germogliare idee e le biblioteche e librerie sono riserve di parole, libri: storie da conservare e diffondere.In questa puntata di Moby Dick cercheremo di capire com’è possibile oggi tenere viva la relazione, il dialogo fra i libri, le persone e il territorio e quali sono, quindi, le maggiori sfide per le biblioteche e le librerie in Ticino. Nel corso della puntata rifletteremo sull’importanza di educare alla lettura, di trasmettere il piacere di leggere, o rileggere, che da momento individuale, da vivere in silenzio, può trasformarsi, attraverso ad esempio i gruppi di lettura, in un rito collettivo in grado non solo di coinvolgere ma anche creare il senso di comunità. Ne parleremo con i nostri ospiti che sono Giorgia Schmid, che gestisce l’Ecolibro di Biasca, Luca Pascoletti, responsabile della libreria del LAC fin dalla sua apertura, Prisca Costantini del Segnalibro. Nell’ultima parte invece sarà ospite Stefano Vassere, direttore delle Biblioteche cantonali e del Sistema bibliotecario ticinese.
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Festival della Natura
In Svizzera abbiamo una ricca biodiversità, ma anche una biodiversità sempre più minacciata. Secondo le ultime stime dell’Ufficio federale dell’ambiente quasi la metà degli habitat naturali sta scomparendo e il 35% delle circa 11’000 specie di animali, piante e funghi studiate in Svizzera è a rischio di estinzione. Anche per questo motivo, ma soprattutto per mostrare le bellezze della natura, per spiegare l’importanza della biodiversità per la nostra qualità di vita, l’alimentazione e l’economia, nove anni fa fu organizzato, per la prima volta, il Festival della Natura in tutta la Svizzera. Fin dal suo esordio, questo festival ha suscitato grande interesse nella popolazione e ha contribuito ad accrescere la sensibilità e l’attenzione per l’ambiente.Quest’anno, il fil rouge dell’evento sarà “la rete”. Un concetto che si presta a molteplici interpretazioni, dalla rete ecologica che connette gli habitat naturali, alle relazioni di cooperazione tra le specie, fino alla collaborazione tra le associazioni attive nella protezione dell’ambiente. Ospiti di Alessandra Bonzi, in studio, Nara Valsangiacomo per l’Alleanza Territorio e biodiversità, e Marta Wastavino biologa per Trifolium.Ma il Festival della Natura è fatto soprattutto di scoperte e passeggiate all’aria aperta e quindi … A passeggio con Alessandra Bonzi ci saranno anche Sissi Gandolla biologa faunista e collaboratrice per il WWF Svizzera italiana, Pietro Garzoli biologo e educatore ambientale e Guido Maspoli collaboratore scientifico per l’Ufficio Natura e Paesaggio.
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Morire dal ridere
«Quando descrivi la realtà, ti accusano di fare dell’umorismo nero» forse è racchiuso in queste parole di Charles Willeford - uno dei capostipiti del noir americano - il segreto del successo di una delle ibridazioni di genere più felici e curiose: quella tra commedia e poliziesco. Un’ibridazione apparentemente paradossale perché coniugare a storie cupe, misteriose, in cui si narrano crimini violenti, ironia ed umorismo può sembrare ostico, ma è invece ciò che rende quelle storie profondamente umane e reali, trasformandole da genere apprezzato soprattutto dagli adepti in romanzi in grado di affrontare temi universali.Ma come il comico si è introdotto nel noir? Da dove ha avuto origine il fenomeno e come si è diffuso? Quali sono i suoi risultati migliori? E quali, dopo i molti adattamenti in serie tv, le possibilità di evoluzione di un linguaggio che forse sta diventando un genere a sé stante? Ne parliamo con uno scrittore italiano capace di suspence e intrecci avvincenti ma anche di tanta ironia come Alessandro Robecchi (che dopo il ciclo su Carlo Monterossi ha appena pubblicato quello che potrebbe essere il primo di una nuova serie di romanzi noir), con Luca Conti traduttore dello stesso Willeford ma anche di altri autori noir di grande successo e infine con l’editore Carlo Amatetti grande studioso di comicità e linguaggio umoristico con cui nello scorcio finale di Moby Dick ci affacciamo guidati dalla spassosissima Only Murders in the Building nel mondo delle serie TV e dei podcast true crime.
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Gilles Deleuze
A cento anni dalla nascita e a quarant’anni dalla morte di Gilles Deleuze, Moby Dick dedica una puntata al filosofo francese che ha rivoluzionato il modo di pensare la differenza, il desiderio e la creatività.Nell’ora centrale della trasmissione – condotta da Lina Simoneschi Finocchiaro- vi proponiamo un approccio al tema che accompagnerà le ascoltatrici e gli ascoltatori in un viaggio nel pensiero di Deleuze, tra filosofia, politica, arte e vita. Interverranno:Angela Balzano filosofa, attivista femminista e traduttrice. Angela Balzano è specializzata in biopolitica, ecologia politica e femminismo . Ha curato le traduzioni: Il postumano (2014) e Materialismo radicale (2019) di Rosi Braidotti; Biolavoro globale (2015) di Melinda Cooper e Catherine Waldby; Le promesse dei mostri (2019) di Donna Haraway. Con Carlo Flamigni ha scritto Sessualità e riproduzione (2015). Nei suoi studi, lavora con i concetti di Deleuze e Guattari per ripensare il rapporto tra corpi, natura e tecnologia, portando l’attenzione sul desiderio come forza collettiva e sull’immaginazione rizomatica dei movimenti ecofemministi. È coordinatrice e docente del modulo Scienze del Master in Studi e politiche di genere dell’Università degli Studi Roma Tre.Ilenia Caleo, è performer, attivista e ricercatrice. Dal 2000 lavora come attrice, performer e dramaturg nella scena contemporanea, collaborando con diverse compagnie e registe/i. Filosofa di formazione, si occupa di corporeità, epistemologie femministe, sperimentazioni nelle performing arts, nuove istituzioni e forme del lavoro culturale. È assegnista di ricerca all’Università IUAV di Venezia e cofondatrice del Master Studi e Politiche di Genere di Roma Tre. Ha pubblicato Performance, materia, affetti. Una cartografia femminista, Bulzoni 2021 e co-curato In fiamme. La performance nello spazio delle lotte 1967/1979, b-r-u-n-o 2021. Attivista del Teatro Valle Occupato e nei movimenti dei commons e queer-femministi, è cresciuta politicamente e artisticamente nella scena dei centri sociali. Ilenia Caleo si muove attraverso il pensiero di Deleuze e Guattari per esplorare il divenire, la cooperazione e le potenzialità rivoluzionarie dell’arte e della performance.Ospite dell’ultima mezz’ora - condotta da Lou Lepori- sarà Sara Baranzini. Filosofa e studiosa di Deleuze, storica del cinema e del teatro, co-fondatrice della rivista di filosofia “La Deleuziana”, è autrice di saggi in varie lingue, nonché traduttrice di filosofia contemporanea, curatrice indipendente e drammaturga.
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Argentina: cronache dalla fine del Mondo
L’Argentina è un Paese incline a combinare gli estremi: gli spazi infiniti della pampa e Buenos Aires, cosmopolita e vivace; le radici europee legate all’immigrazione e uno spiccato senso di identità sudamericana; dittature feroci, con i desaparecidos, e forti movimenti di memoria e giustizia, come le Madres de Plaza de Mayo; un’economia ricca di risorse e le ricorrenti, devastanti crisi economiche; una cultura raffinata (Borges, il tango) e la passione popolare per il calcio (Maradona, Messi). Per tutte queste ragioni (e contraddizioni) l’Argentina è un grande laboratorio della modernità, dove ogni giorno si tengono le prove generali di mondi nuovi e futuri diversi, con uno sguardo inevitabilmente sospeso tra passato, presente e futuro. Benedetta Calandra ha approfondito soprattutto la storia e la cultura dell’Argentina contemporanea, mentre Veronica Ronchi confronta i numerosi e diversi modelli economici sperimentati nel corso della sua storia. Infine Sofia Borri racconta il suo viaggio in Argentina alla ricerca di informazioni sulla madre scomparsa durante la dittatura militare.
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Babele inventata
®Quando lo scrittore inglese J. R. R. Tolkien scrive Il Signore degli anelli, di cui quest’anno ricorrono i 70 anni dall’uscita, attribuisce alle varie creature che abitano La Terra di Mezzo anche delle lingue altre, inventate dallo stesso scrittore: per esempio l’entese, parlato dagli Ent, l’elfico, con tutte le sue varianti, la lingua dei nani e quella oscura parlata dai servi di Sauron.Ma quelle inventate da Tolkien sono solo un caso particolarmente noto e riuscito di lingue immaginarie. L’invenzione linguistica è un fenomeno dalle dimensioni vastissime, che accompagna da sempre l’attività creatrice degli esseri umani, in forme e secondo scopi diversi. Da questa osservazione prende le mosse la nuova puntata di Moby Dick nella quale cercheremo di riflettere sul fenomeno delle lingue immaginarie attraversando la linguistica, la letteratura e la musica. Gli ospiti sono il linguista, neuroscienziato e scrittore Andrea Moro, autore di saggi come I confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili (Il Mulino, 2015), lo scrittore, poeta visivo e performer Paolo Albani, autore di Aga magéra difùra. Dizionario delle lingue immaginarie (Zanichelli, 1994) e Jacopo Incani, in arte “Iosonouncane”, musicista che nel 2021 è uscito con l’album Ira, nato da un lavoro d’invenzione e di commistione delle lingue.Prima emissione: 15 marzo 2025
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Scrivere per guarire
«Scriviamo per scoprire cosa pensiamo » affermava la scrittrice Joan Didion, icona del new journalism e di una magistrale scrittura soggettiva. Il suo Notes to John, che esce postumo in contemporanea mondiale tra pochi giorni (tra il 22 e il 25 aprile), si apre nel dicembre del 1999 quando la scrittrice aveva da poco iniziato a vedere uno psichiatra. La sua famiglia aveva attraversato “anni difficili” come scriveva a una amica e lei annotò per diversi mesi con estrema precisione le sedute con lo specialista.Nell’ordito di due dei libri più intimi e celebrati della Didion - L’anno del pensiero magico e Blue Nights, il primo sulla morte del marito e il secondo sul difficile rapporto con la figlia - risuona l’eco di quelle conversazioni ed è ancora la scrittrice a sottolineare l’effetto terapeutico per l’elaborazione del lutto dei tour promozionali che seguirono la pubblicazione di quei libri.La scrittura insomma come analisi delle emozioni di chi scrive, come strumento per riappropriarsi di sé dopo il trauma e il dolore di un distacco, come estrema risorsa per riappropriarsi del presente e del futuro Dopo una settimana dedicata ai diari letterari e al racconto di sé, Moby Dick parla di superamento del lutto e di narrazione con la critica letteraria Liliana Rampello, con lo psichiatra Tazio Carlevaro e con Nina Buffi autrice di Vòltati. Quasi un romanzo, pubblicato lo scorso autunno dall’Istituto Editoriale Ticinese, in cui affronta la difficile elaborazione della morte del padre.
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Islam invisibile
In Svizzera le persone musulmane rappresentano il 6% della popolazione residente (500’000 persone, di cui 6’800 in Ticino). Una presenza che per molti aspetti è sottorappresentata nello spazio pubblico e nel dibattito politico e mediatico, il quale invece d’altra parte dà grande visibilità ad alcuni temi sensibili (radicalizzazione, terrorismo, il dibattito intorno al velo), contribuendo a riprodurre una certa rappresentazione dell’Islam ed alimentare sentimenti o atteggiamenti negativi verso le persone musulmane, in aumento secondo gli ultimi dati statistici della Confederazione.Di Islam nel contesto svizzero, fra invisibilità e visibilità, parliamo l’imam di Giubiasco Luan Aftmataj, guida spirituale della comunità musulmana sopracenerina del Canton Ticino, e con Federico Biasca, ricercatore presso il Centro Svizzero Islam e Società dell’Università di Friburgo che ha appena pubblicato, su incarico della Confederazione, il più ampio studio mai realizzato sul Razzismo antimusulmano in Svizzera.Nell’ultima mezz’ora presentiamo il podcast Voci al femminile creato e condotto da un gruppo di donne ticinesi musulmane. Avremo ospiti Medina Hassani e Greta, due delle sue autrici.
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Il dottor futuro
Al termine di una settimana dedicata all’opera di Philip Dick, vien naturale riflettere sul futuro: il futuro immaginato dalla fantascienza nella sua stagione più creativa, oltre mezzo secolo fa, e il futuro della nostra società. Molti dei temi sviluppati da Philip Dick sono al centro del dibattito pubblico contemporaneo: la distinzione sempre più incerta tra uomo e macchina, specie dopo l’introduzione dell’intelligenza artificiale; le teorie del complotto, le manipolazioni del potere, le false notizie; il nuovo interesse per la colonizzazione di Marte... Giulia Abbate, scrittrice di fantascienza, ci accompagna in questo percorso.Il futuro è per sua natura incerto e imprevedibile; e tuttavia, tra le infinite possibilità di approfondimento, tre ambiti appaiono particolarmente significativi. Il primo riguarda l’evoluzione in campo biomedico, nelle riflessioni di Marco Annoni; poi naturalmente la cultura e la trasmissione del sapere, con Marco Dotti; infine, con Federico Trocini, la storia e la politica, nella particolare prospettiva della storia controfattuale cara al Philip Dick de La svastica sul sole.
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Una vita senza ghiaccio
Il 2025 è stato dichiarato dall’UNESCO Anno internazionale per la Conservazione dei Ghiacciai, si è inoltre appena conclusa (venerdì 21 marzo) la Giornata Mondiale dei Ghiacciai. Moby Dick prende spunto da queste due importanti ricorrenze e dedica una puntata ad uno dei grandi interrogativi del nostro tempo: cosa significherebbe vivere in un mondo senza ghiaccio? La scomparsa progressiva dei ghiacciai è una realtà sempre più evidente, con conseguenze profonde sull’ambiente, sulle risorse idriche e sulla cultura delle comunità montane. Quali scenari ci aspettano?Nell’ora centrale della trasmissione – condotta da Lina Simoneschi Finocchiaro- vi proponiamo un approccio al tema che mette a confronto scienza e filosofia. Protagonisti sono Matteo Oreggioni, docente universitario e divulgatore scientifico. Dal 2017 è operatore glaciologico del Servizio Glaciologico Lombardo per il quale studia e monitora i ghiacciai. Per Meltemi ha pubblicato Filosofia fra i ghiacci. Viaggio nella fine di un mondo, ed è in uscita per Mimesis Il problema di esistere nella crisi ecologica del clima. Riccardo Scotti, geologo e glaciologo. Dottore in Geologia con dottorato di ricerca in Scienze della Terra. Coordinatore per le Alpi Centrali del Comitato Glaciologico Italiano e responsabile scientifico del Servizio Glaciologico Lombardo. Autore – per le edizioni Hoepli - I ghiacciai della Lombardia. Con i nostri ospiti esploreremo il legame tra i ghiacciai e la nostra visione del mondo, dal punto di vista culturale e filosofico. Approfondiremo anche la dimensione scientifica del fenomeno, illustrando i dati più recenti sullo stato di salute dei ghiacciai alpini e le loro prospettive future.Nell’ultima mezz’ora di Moby Dick daremo invece spazio ad una testimonianza diretta con Anna Torretta, nota alpinista e guida alpina pluricampionessa di arrampicata su ghiaccio. Fra le sue pubblicazioni segnaliamo Dal tetto di casa vedo il mondo (edizioni Corbaccio). Ci racconterà cosa significhi affrontare le vette in un ambiente in costante cambiamento e come l’alpinismo si adatti alla scomparsa progressiva dei ghiacciai.
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Pandemia
® Una vera e propria data di inizio non c’è, ma era il dicembre del 2019 quando si cominciò a parlare della diffusione di una polmonite atipica nella zona di Wuhan in Cina. Di lì a poco, il 23 gennaio 2020, di fronte alla diffusione di un virus ancora sconosciuto, le autorità di Wuhan decretarono la chiusura totale della città e sette giorni dopo, l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarò una “emergenza di salute pubblica di portata internazionale” a causa della rapida diffusione di quello che nel frattempo si era scoperto essere un virus appartenente alla famiglia dei Coronavirus.A fine gennaio la malattia polmonare raggiunse l’Europa e in Svizzera, il primo caso Di Covid-19 fu confermato il 25 febbraio 2020 nel Canton Ticino: la persona infetta, un settantenne, aveva contratto il virus durante una riunione a Milano.Chi di noi non ha un’immagine legata a quei primi mesi del 2020? Tutti abbiamo un ricordo legato alla pandemia: Notizie confuse, spaesamento, discussioni su come affrontare quello che stava accadendo e poi… il confinamento, i dati sui contagi, i vaccini… e nuove parole con cui abbiamo iniziato a convivere, come “spillover”, “infodemia”, “vaccini mRNA”,”long Covid”…A cinque anni dall’inizio della pandemia da Covid 19 Alessandra Bonzi e Fabio Meliciani, tornano a quei primi mesi del 2020 e, insieme ai loro ospiti, analizzeranno ciò che è successo e ciò che la pandemia ci ha lasciato in eredità: cosa abbiamo imparato? Quali progressi scientifici abbiamo fatto? E quali errori abbiamo commesso? Ma soprattutto, come possiamo, in futuro, far tesoro di quello che abbiamo imparato. Guarderemo alla pandemia da una prospettiva scientifica assieme a chi la pandemia l’ha vissuta in prima persona e chi la sta ancora studiando: il medico cantonale Giorgio Merlani, Roberto De Vogli, professore associato in salute globale e Psicologia presso il Dipartimento dello Sviluppo e Socializzazione dell’Università di Padova, Sara Rubinelli, professoressa in scienze della salute all’Università di Lucerna, Alessandro Vespignani, fisico, direttore e fondatore del Northeastern Network Science Institute presso la Northeastern University di Boston e Sabrina Locatelli, virologa e primatologa, attiva in Laos. Prima emissione: 8 febbraio 2025
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Tra mito e storia
In queste settimane il tema di come l’Europa possa e debba rispondere ai nuovi assetti geopolitici e commerciali innescati dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha finito con l’avere più spazio nel dibattito pubblico delle risposte stesse che ancora sono poche e poco organizzate.Le sfide sono numerose e complesse, dal generale scivolamento a destra o comunque verso partiti euroscettici, alla difficoltà di ritrovare una pace in Ucraina dove il conflitto è giunto al terzo, fino al dossier sull’ulteriore allargamento dell’unione a 36 o 37 paesi che rende indispensabile il ripensamento della governance pena l’ingovernabilità e l’impasse istituzionale.Se al momento è difficile intravvedere lungo quale strada l’unione europea possa incamminarsi per rafforzarsi come entità unica, vale la pena rivolgersi al suo passato e interrogarsi sulle sue origini come mito e come storia. Le sue tante differenze, la fluidità stessa del concetto e dei confini dell’Europa, non sono forse il segno di una complessità non riconducibile a una sola identità? E all’interno di quella diversità è davvero possibile trovare dei valori comuni e condivisi? E ancora il suo mito fondante quella principessa fenicia rapita da Zeus per generare a Creta Minosse prototipo della cultura organizzata, non è forse il simbolo, oltre che dell’incontro tra oriente e occidente, del permanere delle ambiguità e delle contraddizioni?Moby Dick ne parla in un dibattito con il filosofo Enrico Manera, la sociologa Monica Sassatelli e lo storico Andrea Zannini autore di Storia minima d’Europa di cui il Mulino ha da poco ristampato un’edizione ampliata e aggiornata. A seguire un incontro con la Direttrice associata del Centro Svizzero di Calcolo Scientifico Maria Grazia Giuffreda per parlare del tema tecnologico ed etico che più tocca gli ideali fondativi dell’Europa: l’intelligenza artificiale e la possibilità di creare un centro di competenza europeo.
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ABOUT THIS SHOW
Moby Dick è il magazine del sabato mattina che mira a mettere a confronto, attorno ai grandi temi di cultura, politica, società, economia, ospiti di sensibilità e opinioni diverse, anche radicalmente contrapposte. Coglie momenti e tematiche di particolare rilievo e le pone al centro di una tavola rotonda per scandagliarne peculiarità e sfumature. Ma consente anche attraverso una particolare scelta editoriale di meglio conoscere le personalità stesse degli interlocutori invitati a dibattere.
HOSTED BY
RSI - Radiotelevisione svizzera
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