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Papale papale
by Radio Vaticana - Vatican News
Rileggere il magistero dei Pontefici a partire da Pio XII. È il podcast “Papale papale”, a cura di Amedeo Lomonaco, Fabio Colagrande e Benedetta Capelli con la collaborazione dell'Archivio Editoriale Multimediale - Radio Vaticana. La copertina è stata realizzata da Mauro Pallotta, in arte "Maupal". On line anche su Spotify e ogni giorno in onda sulle frequenze della Radio Vaticana.
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Papale papale - Il vocabolario dei Papi: tutti gli episodi
L'elenco di tutte le parole del podcast con le voci dei Pontefici, da Pio XII a Francesco, tratte dall’archivio della Radio Vaticana
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Ep. 367 - Papale papale - "Incarnazione"
Giovanni XXIII, Messaggio Urbi et Orbi 25 dicembre 1960 Il mistero della Messa è in qualche modo una rinnovazione del mistero di Betlemme, oltre che della Croce. Verbo Divino, apparve uomo e Salvatore da quando la Madre sua benedetta, adombrata dallo Spirito Santo, lo generò secondo l'annunzio angelico; ed apparendo oggi sotto le sacre specie su tutti gli altari del mondo, vero Dio e vero uomo, misticamente rinnova il prodigio come di una continuata Incarnazione, che sino alla fine dei tempi egli ci dona, cosicché fu chiamato « l'Emmanuele » Dio con noi. Giovanni Paolo II, discorso al sacro collegio dei cardinali 22 dicembre 1980 Non si tratta di una commemorazione, sia pur pia e incantevole; non si tratta della rievocazione di un mito. Dopo 2000 anni di cristianesimo, e quasi alla soglia del terzo millennio della nostra era, la Chiesa ricorda al mondo, fermamente e gioiosamente, che questa elevazione non è solo un enunciato teorico, ma continua, è in atto, è in mezzo a noi. La liturgia ci ripresenta nella realtà misteriosa del rito l’evento che ci accingiamo a rivivere; e la Chiesa prolunga nel tempo e nella storia l’opera di Cristo, ne attualizza la incarnazione nelle diverse contingenze storiche del “kairós” che essa è chiamata a vivere, insieme con l’umanità, insieme con i popoli di tutto il mondo Benedetto XVI, udienza generale 5 gennaio 2011 Lo stesso presepio, quale immagine dell’incarnazione del Verbo, alla luce del racconto evangelico, allude già alla Pasqua ed è interessante vedere come in alcune icone della Natività nella tradizione orientale, Gesù Bambino venga rappresentato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro; un’allusione al momento in cui Egli verrà deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo e messo in un sepolcro scavato nella roccia (cfr Lc 2,7; 23,53). Incarnazione e Pasqua non stanno una accanto all’altra, ma sono i due punti chiave inseparabili dell’unica fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio Incarnato e Redentore. Croce e Risurrezione presuppongono l’Incarnazione. Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, “è disceso” e “si è fatto carne”, morte e risurrezione di Gesù sono eventi che risultano a noi contemporanei e ci riguardano, ci strappano dalla morte e ci aprono ad un futuro in cui questa “carne”, l’esistenza terrena e transitoria, entrerà nell’eternità di Dio. Francesco, Angelus 22 agosto 2021 E l’incarnazione di Dio è ciò che suscita scandalo e che rappresenta per quella gente – ma spesso anche per noi – un ostacolo. Infatti, Gesù afferma che il vero pane della salvezza, che trasmette la vita eterna, è la sua stessa carne; che per entrare in comunione con Dio, prima di osservare delle leggi o soddisfare dei precetti religiosi, occorre vivere una relazione reale e concreta con Lui. Perché la salvezza è venuta da Lui, nella sua incarnazione. Questo significa che non bisogna inseguire Dio in sogni e immagini di grandezza e di potenza, ma bisogna riconoscerlo nell’umanità di Gesù e, di conseguenza, in quella dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sulla strada della vita. Dio si è fatto carne. E quando noi diciamo questo, nel Credo, il giorno del Natale, il giorno dell’annunciazione, ci inginocchiamo per adorare questo mistero dell’incarnazione. Dio si è fatto carne e sangue.
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Ep. 366 - Papale papale - "Giubileo"
Francesco, Santa Messa nella solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo 29 giugno 2024 Il Giubileo sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia. E anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono. (...) È Dio che apre le porte, è Lui che libera e spiana la strada. A Pietro (...) Gesù aveva affidato le chiavi del Regno; ma egli fa esperienza che, ad aprire le porte, è per primo il Signore, Lui sempre ci precede. Ed è curioso un fatto: le porte del carcere si sono aperte per la forza del Signore, ma Pietro poi farà fatica ad entrare nella casa della comunità cristiana: colei che va alla porta, pensa che sia un fantasma e non gli apre (cfr At 12,12-17). Quante volte le comunità non imparano questa saggezza di aprire le porte! Benedetto XVI, visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura 25 aprile 2005 All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a “ripartire da Cristo”, contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità. Mi è caro qui ricordare il motto che san Benedetto pose nella sua Regola, esortando i suoi monaci a “nulla assolutamente anteporre all’amore di Cristo” (cap. 4). In effetti, la vocazione sulla via di Damasco portò Paolo proprio a questo: a fare di Cristo il centro della sua vita, lasciando tutto per la sublimità della conoscenza di lui e del suo mistero d’amore, ed impegnandosi poi ad annunciarlo a tutti, specialmente ai pagani, “a gloria del suo nome” (Rm 1,5). Giovanni Paolo II, saluto ai fedeli prima della Messa per il Giubileo delle famiglie 25 marzo 1984 “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te!”. Le parole rivolte dall’angelo Gabriele alla Vergine santa nel giorno dell’Annunciazione mi salgono spontaneamente alle labbra all’inizio di questa liturgia, nella quale ci è data la gioia di avere con noi l’immagine venerata della Madonna di Fatima. A lei va il primo pensiero dell’anima, a lei il primo, grato sentimento del cuore. (...) Il mio saluto si rivolge, altresì, con intenso affetto ai pellegrini convenuti nello scenario maestoso di piazza San Pietro per celebrare il Giubileo delle famiglie. La presenza dell’immagine di Maria, sposa e madre, conferisce a questa celebrazione un tono particolarmente caldo, crea un’atmosfera familiare. Sotto il suo sguardo materno ci sentiamo davvero tutti come “in famiglia”. Paolo VI, Angelus 14 dicembre 1975 Noi vorremmo (...) ora invitare a non perdere la felice opportunità di varcare le soglie della casa di Dio, cioè d'entrare nell'ambito della bontà divina, quale la fede ci offre e la Chiesa ci predica. «Compelle intrare», forzali ad entrare, dice una parola del Vangelo (Luc. 14, 23). È la pressione della salvezza; è l'urgenza della carità, che ci spinge a questo insistente invito, rivolto specialmente ai lontani, agli apatici, ai dubbiosi: «fate il Giubileo»! Voi, Romani, specialmente! Molti vengono dall'oriente e dall'occidente, e voi, figli del regno, volete rimanere fuori dal vostro preferenziale destino d'essere qui, a Roma, di Roma? Pensate: nulla è più discordante dallo spirito romano, che l'incomprensione della sua universale e trascendente, eterna vocazione! E poi: ciò che forse fa ostacolo dentro di voi a compiere questo profondo atto di religione è proprio ciò che più logicamente lo reclama! E infine: è così facile, così liberatore, così serio questo atto religioso del Giubileo che non dovreste avere timore a compierlo semplicemente, cordialmente! Qualcuno che vi guida e vi accompagna certo lo potete trovare!
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Ep. 365 - Papale papale - "Consolazione"
Francesco, udienza generale 23 novembre 2022 Che cos’è la consolazione spirituale? È un’esperienza di gioia interiore, che consente di vedere la presenza di Dio in tutte le cose; essa rafforza la fede e la speranza, e anche la capacità di fare il bene. La persona che vive la consolazione non si arrende di fronte alle difficoltà, perché sperimenta una pace più forte della prova. Si tratta dunque di un grande dono per la vita spirituale e per la vita nel suo insieme. E vivere questa gioia interiore. La consolazione è un movimento intimo, che tocca il profondo di noi stessi. Non è appariscente ma è soave, delicata, come una goccia d’acqua su una spugna (cfr S. Ignazio di L., Esercizi spirituali, 335): la persona si sente avvolta dalla presenza di Dio, in una maniera sempre rispettosa della propria libertà. Non è mai qualcosa di stonato che cerca di forzare la nostra volontà, non è neppure un’euforia passeggera: al contrario, come abbiamo visto, anche il dolore – ad esempio per i propri peccati – può diventare motivo di consolazione. Benedetto XVI, udienza generale 30 maggio 2012 L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7). Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. Pio XII, radiomessaggio ai popoli 24 dicembre 1943 Un cristiano, che si alimenta e vive della fede in Cristo, nella certezza che Egli solo è la via, la verità e la vita, reca la sua parte delle sofferenze e dei disagi del mondo al presepio del Figlio di Dio, e trova dinanzi al neogenito Bambino una consolazione e un sostegno ignoto al mondo, che gli dà animo e forza a resistere e mantenersi imperterrito, senza accasciarsi o venir meno in mezzo alle prove più tormentose e gravi. È triste e doloroso, diletti figli, il pensare che innumerevoli uomini, pur sentendo, nella ricerca di una felicita che li appaghi in questa vita, l'amarezza di fallaci illusioni e penose delusioni, si siano preclusi la via ad ogni speranza, e lontani come vivono dalla fede cristiana, non sappiano rintracciare il cammino verso il presepio e verso quella consolazione, che fa sovrabbondare di gaudio gli eroi della fede in ogni loro tribolazione. Paolo VI, Angelus 13 febbraio 1966 Noi penseremo ancora alla fame del mondo, e pregheremo per quelli che soffrono la fame, e per quelli che si mostrano sensibili e benefici verso questa calamità. Specialmente, sì, per coloro che hanno risposto all’appello dei grandi Promotori di soccorso e al Nostro. Questa rispondenza è una delle cose più belle che avvengono intorno a noi e nel nostro tempo; dobbiamo goderne, per l’onore dell’umanità e per il conforto alla nostra fede cristiana, che ha l’intelligenza più viva e più attiva dei bisogni altrui. È questa una grande consolazione per Noi. I fanciulli Ci hanno ascoltato e Ci scrivono. Ascoltate questa letterina; è come un fiore che lasciamo cadere dalla Nostra finestra domenicale: «Caro Santo Padre, il papà ci ha detto della povera situazione degli indiani e che Tu hai spiegato che non si può essere buoni cristiani se non si aiutano i nostri fratelli poveri. Allora abbiamo deciso e abbiamo combinato che noi bambini Ti mandiamo i nostri salvadanai e il papà e la mamma faranno come se invece di tre bambini ne avessero quattro. Vogliamo anche dirTi che noi preghiamo sempre per Te e per i poveri. Ti mandiamo un bacio. Emilio e Lucia».
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Ep. 364 - Papale papale - "Oriente"
Giovanni XXIII, radiomessaggio Urbi et Orbi 21 aprile 1962 Questa santa notte di vigilia rinnova, ancora una volta, a beneficio e a letizia delle anime, i riti liturgici secondo le più antiche tradizioni dell'Oriente e dell'Occidente. Da tempo Noi conoscevamo la poesia di questa vigilia pasquale. Nei primi, ornai lontani, dieci anni del Nostro ministero di rappresentante Pontificio nei paesi Balcanici, e precisamente in Bulgaria, regione così ricca di antichissime memorie religiose, e il cui ricordo è sempre commozione del Nostro cuore per le tante e amabili persone che vi abbiamo incontrate e che ancor rammentiamo, la Nostra dimora era così vicina alla chiesa principale di Sofia da poter seguire a breve distanza lo staccarsi dal tempio della prima fiamma dell'annuncio della Risurrezione e seguirla poi nel suo corso notturno svegliante chiarori ed esultanze nei punti principali del suo rapido tragitto, a Pleven, a Sumens, a Varna, salutata dappertutto dal Kristos vos-Kreche — Na Istina vos-Krese — Christus resurreait, che faceva sussultare le pendici del gran Balcano. Paolo VI, Angelus 16 luglio 1967 Vada quest'oggi il Nostro ricordo all’Oriente, all’Oriente cristiano dapprima, al quale, com’è noto, Ci proponiamo, se Dio Ce lo concede, di fare prossimamente una visita: di culto a quei luoghi sacri per le molte memorie tanto legati alla storia della Chiesa, di onore alle Autorità civili e religiose, e fra queste principalmente al Patriarca Atenagora, di speranza per il ristabilimento graduale della piena comunione di fede e di carità con quelle Chiese tuttora da noi divise. Poi il pensiero va alle Nazioni dell’Oriente vicino e lontano, dove ancora i contrasti ed i conflitti sono così tesi, così gravi e così pericolosi per la pace di quei Popoli, e, si può dire, di tutto il mondo. L’Oriente, simbolo per noi della Luce divina che sorge sul mondo, abbia i nostri voti e le nostre preghiere. Benedetto XVI, visita alla Congregazione per le Chiese orientali 9 giugno 2007 La Chiesa universale trova nel patrimonio delle origini la capacità di parlare anche all’uomo contemporaneo in modo unanime e convincente: “Le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente perché la Parola di Dio manifesti sempre meglio le sue insondabili ricchezze” (Orientale lumen, 28). E’ il Concilio Ecumenico Vaticano II a desiderare che le Chiese Orientali “fioriscano e assolvano con rinnovato vigore apostolico la missione loro affidata […] di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo il decreto sull’ecumenismo […], in primo luogo con la preghiera, l’esempio della vita, la scrupolosa fedeltà alle antiche tradizioni orientali, la mutua e più profonda conoscenza, la collaborazione e la fraterna stima delle cose e degli animi”. Francesco, incontro con i Patriarchi delle Chiese orientali 21 novembre 2013 Il nostro radunarci mi offre l’occasione di rinnovare la grande stima per il patrimonio spirituale dell’Oriente cristiano, e richiamo quanto l’amato Benedetto XVI afferma circa la figura del Capo di una Chiesa nell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente: voi siete – cito – «i custodi vigilanti della comunione e i servitori dell’unità ecclesiale» (n. 40). Tale unità, che siete chiamati a realizzare nelle vostre Chiese, rispondendo al dono dello Spirito, trova naturale e piena espressione nell’ «unione indefettibile con il Vescovo di Roma» (ibid.), radicata nella ecclesiastica communio, che avete ricevuto all’indomani della vostra elezione. Essere inseriti nella comunione dell’intero Corpo di Cristo ci rende consapevoli del dovere di rafforzare l’unione e la solidarietà in seno ai vari Sinodi patriarcali, «privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria» (ibid.). Perché la nostra testimonianza sia credibile, siamo chiamati a ricercare sempre «la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza».
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Ep. 363- Papale papale - "Occidente"
Benedetto XVI, udienza generale 5 marzo 2008 Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. (...) Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Giovanni XXIII, radiomessaggio per la solennità della Pasqua di Risurrezione 28 marzo 1959 Il Nostro cuore non sa trattenere un palpito di più ardente tenerezza per i figli di un popolo forte e buono, che incontrammo lungo il Nostro cammino, e con cui dividemmo la vita degli anni Nostri più vigorosi — dal 1925 al 1934 — al di là e al di qua del gran Bàlcano, in un esercizio di ministero spirituale, ispirato a scambievole sentimento di rispetto e di cristiana fraternità? Amiamo ricordare con sempre viva affezione quella brava gente laboriosa, onesta e sincera, la loro bella capitale Sofia, che Ci riconduce all'antica Sardica dei primi secoli cristiani : e alle epoche nobili e gloriose della loro storia. Da molti anni ormai la visione di quel caro paese si è allontanata dai Nostri occhi: ma tutte quelle amabili conoscenze di persone e di famiglie restano vive nel Nostro cuore, e nella Nostra quotidiana preghiera. Al ricordo dei Bulgari, in questa Pasqua del Signore, la prima del Nostro Pontificato, piace associare nel Nostro augurio e nel Nostro saluto benedicente quanti altri successivamente incontrammo sulle vie del prossimo Oriente, e dell'Occidente ancora, Turchi, Greci, e Francesi. tutti egualmente amabili verso la Nostra umile persona, tutti egualmente diletti nella luce e nell'amore di Cristo. Francesco, Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio 1 gennaio 2014 Ricordiamo quel grande momento della storia della Chiesa antica che è stato il Concilio di Efeso, nel quale fu autorevolmente definita la divina maternità della Vergine. La verità sulla divina maternità di Maria trovò eco a Roma dove, poco dopo, fu costruita la Basilica di Santa Maria Maggiore, primo santuario mariano di Roma e dell’intero Occidente, nel quale si venera l’immagine della Madre di Dio - la Theotokos - con il titolo di Salus populi romani. Si racconta che gli abitanti di Efeso, durante il Concilio, si radunassero ai lati della porta della basilica dove si riunivano i Vescovi e gridassero: «Madre di Dio!». I fedeli, chiedendo di definire ufficialmente questo titolo della Madonna, dimostravano di riconoscerne la divina maternità. È l’atteggiamento spontaneo e sincero dei figli, che conoscono bene la loro Madre, perché la amano con immensa tenerezza. Giovanni Paolo II, discorso ai Provinciali della Compagnia di Gesù, 27 febbraio 1982 La visione di sant’Ignazio si apri ad orizzonti ancora più vasti, tanto quanto era vasto il mondo, che in seguito alle recenti scoperte geografiche aveva preso più ampie dimensioni. È l’anelito di Cristo, che vibrava nel cuore del Santo, e nel cuore di quanti, condividendo il suo spirito, si offrirono interamente a “nostro Signore, re eterno”, la cui “volontà è di conquistare tutto il mondo” (S. Ignazio di Loyola, Spir. Ex., 95). Il gruppo dei primi compagni di Ignazio era piccolo; eppure il Santo mandò in Oriente san Francesco Saverio, il primo di quella ininterrotta schiera di missionari gesuiti che in Oriente e in Occidente furono “inviati” ad annunciare il Vangelo, ed ardenti di zelo apostolico, erano pronti a dare la vita per testimoniare la loro fede, come attestano i numerosi Martiri della Compagnia.
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Ep. 362 - Papale papale - "Tradizione"
Benedetto XVI, udienza generale 3 maggio 2006 La Tradizione è il fiume della vita nuova che viene dalle origini, da Cristo fino a noi, e ci coinvolge nella storia di Dio con l’umanità. Questo tema della Tradizione è così importante che vorrei ancora oggi soffermarmi su di esso: è infatti di grande rilievo per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha rilevato, al riguardo, che la Tradizione è apostolica anzitutto nelle sue origini: “Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio (cfr 2 Cor 1,20 e 3,16-4,6), ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, il Vangelo come fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale”. Paolo VI, Angelus 24 agosto 1975 E primo tonificante pensiero dev'essere rivolto al patrimonio sano, ricco, fecondo della nostra tradizione cristiana e civile, patrimonio che basta amarlo per viverlo e per sentirne la virtù rigeneratrice: la verità, l'onestà, la libertà, l'ordine, l'amore sociale, lo spirito di servizio, di coraggio, di solidarietà civile, di sacrificio per il bene del proprio Paese. Ciò che le voci sconfortanti e parziali della opinione pubblica dicono non è tutto; esse non dicono il meglio della nostra società, dove ancora la giustizia, il progresso culturale e sociale, il senso e il bisogno della solidarietà nazionale e internazionale hanno fortunatamente il sopravvento. Poi c'è la fede, per noi che abbiamo la fortuna d'essere credenti, che può restaurare la fiducia, e moltiplicare le nostre energie per dare un volto nuovo e lieto e forte alla nostra generazione. Coraggio, ci vuole. Giovanni Paolo II, visita pastorale a Brescia, discorso ai giovani 26 settembre 1982 Papa Paolo ricavò un principio di vita che mi piace qui richiamare. Parlando ai sacerdoti di questa diocesi, egli disse un giorno: “Dalla misura del tempo passato trae la sua ragion d’essere ed il pio segreto della sua bellezza, il culto che dobbiamo alla tradizione. Alla tradizione, nel suo significato solenne e teologico, di trasmissione della Parola di Dio . . . ed alla tradizione nel suo significato più modesto e assai meno impegnativo, che possiamo chiamare storia locale, tesoro pur esso prezioso, quando ci porta quanto di buono l’esperienza, la saggezza, il carattere peculiare d’una gente lasciano in eredità di generazione in generazione, non come peso da portare e freno da tollerare . . . ma come fascio di luce che proietta i suoi raggi sui sentieri futuri e stimola i passi a più franco cammino” (Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970]). È un insegnamento di enorme portata. Io desidero riproporlo oggi a voi, miei cari giovani, con la medesima energia con cui Paolo VI lo espresse in quella circostanza. E aggiungo: siate degni della vostra nobile e ricca tradizione. Francesco, discorso ai membri della Pontificia Commissione biblica 12 aprile 2013 Esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza».
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Ep. 361 - Papale papale - "Sapienza"
Francesco, udienza generale 9 aprile 2014 I doni dello Spirito Santo sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Il primo dono dello Spirito Santo, secondo questo elenco, è dunque la sapienza. Ma non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che a Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9). E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio. E’ questo il dono della sapienza. Paolo VI, Angelus 1 novembre 1971 Le grandi questioni circa la nostra esistenza, circa il nostro unico e composito essere umano, ritornano alla coscienza con la pressione della loro inevitabile gravità. Ad una di queste tormentose questioni, la prima, ricordiamo, Fratelli, che noi possiamo e dobbiamo dare una formidabile e sicura risposta: la nostra anima è immortale. La morte, nel suo senso di distruzione totale, di ritorno al nulla, per l’uomo non esiste. Noi vivremo sempre, anche dopo questo disfacimento della nostra vita presente; il nostro spirito sopravvive; e un giorno, l’ultimo e definitivo, per divina virtù, esso ridarà di nuovo animazione alle ceneri disperse del nostro corpo: noi risorgeremo. Questa è la verità, questa è la sapienza della vita... Giovanni Paolo II, udienza generale 22 aprile 1987 Sotto l’influsso della tradizione liturgica e profetica il tema della sapienza si arricchisce di un singolare approfondimento giungendo a permeare tutta quanta la Rivelazione. Dopo l’esilio infatti, si comprende sempre più chiaramente che la sapienza umana è un riflesso della sapienza divina, che Dio “ha diffuso su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità” (Sir 1, 7-8). Il momento più alto dell’elargizione della sapienza avviene con la rivelazione al popolo eletto, al quale il Signore fa conoscere la sua parola (Dt 30, 14). Anzi la sapienza divina, conosciuta nella forma più piena di cui l’uomo è capace, è la Rivelazione stessa, la “Torah”, “il libro dell’alleanza del Dio altissimo” (Sir 24, 22). La sapienza divina appare, in questo contesto, come il disegno misterioso di Dio che è all’origine della creazione e della salvezza. Essa è la luce che tutto illumina, la parola che rivela, la forza d’amore che congiunge Dio alla sua creazione e al suo popolo. Benedetto XVI, Angelus 20 settembre 2009 E come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé. Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza. Perché non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo? Questo vale per tutti, ma, in primo luogo, per chi è chiamato ad essere promotore e “tessitore” di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali. Ai nostri giorni, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. “Per coloro che fanno opera di pace – scrive san Giacomo – viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,18). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace, mettendosi alla scuola della “sapienza che viene dall’alto”, per assimilarne le qualità e produrne gli effetti.
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Ep. 360 - Papale papale - "Follia"
Benedetto XVI, udienza generale 27 gennaio 2010 Il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli del campo di concentramento nazista della città polacca di Oświęcim, nota con il nome tedesco di Auschwitz, e vennero liberati i pochi superstiti. Tale evento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo l'orrore di crimini di inaudita efferatezza, commessi nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista. Oggi, si celebra il “Giorno della memoria”, in ricordo di tutte le vittime di quei crimini, specialmente dell’annientamento pianificato degli Ebrei, e in onore di quanti, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati, opponendosi alla follia omicida. Con animo commosso pensiamo alle innumerevoli vittime di un cieco odio razziale e religioso, che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte in quei luoghi aberranti e disumani. La memoria di tali fatti, in particolare del dramma della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, susciti un sempre più convinto rispetto della dignità di ogni persona, perché tutti gli uomini si percepiscano una sola grande famiglia. Dio onnipotente illumini i cuori e le menti, affinché non si ripetano. Francesco, viaggio apostolico in Slovacchia, incontro con la comunità ebraica 13 settembre 2021 Qui c’era una sinagoga, proprio accanto alla Cattedrale dell’Incoronazione. L’architettura, come è stato detto, esprimeva la pacifica convivenza delle due comunità, simbolo raro e di grande portata evocativa, segno stupendo di unità nel nome del Dio dei nostri padri. Qui avverto anch’io il bisogno, come tanti di loro, di “togliermi i sandali”, perché mi trovo in un luogo benedetto dalla fraternità degli uomini nel nome dell’Altissimo. In seguito, però, il nome di Dio è stato disonorato: nella follia dell’odio, durante la seconda guerra mondiale, più di centomila ebrei slovacchi furono uccisi. E quando poi si vollero cancellare le tracce della comunità, qui la sinagoga fu demolita. Sta scritto: «Non pronuncerai invano il nome del Signore» (Es 20,7). Il nome divino, cioè la sua stessa realtà personale, è nominata invano quando si viola la dignità unica e irripetibile dell’uomo, creato a sua immagine. Qui il nome di Dio è stato disonorato, perché la blasfemia peggiore che gli si può arrecare è quella di usarlo per i propri scopi, anziché per rispettare e amare gli altri. Giovanni XXIII, discorso ai fedeli presso la Basilica inferiore di San Francesco d’Aassisi 4 ottobre 1962 Quarantaquattro furono gli anni della vita terrena di Francesco : la prima parte, circa metà, fu occupata nella ricerca del bene, come è comunemente concepito, e senza venirne a capo, per un non so che di disgusto che rendeva inquieto il figliolo di messer Bernardone. Ma l'altra parte della vita, fu data ad una avventura, che sembrò follia, ed era invece l'inizio di una missione e di una gloria imperiture. Questa missione e gloria Ci ispirano un voto che deponiamo qui per Assisi, per l'Italia, per tutte le Nazioni. Città santa di Assisi, tu sei rinomata in tutto il mondo per il solo fatto di aver dato i natali al Poverello, al Santo tuo, tutto serafico in ardore. Giovanni Paolo II, visita al Sacrario delle Fosse Ardeatine 21 marzo 1982 Sono venuto per ascoltare, insieme con voi, le parole, forti e chiare, degli scomparsi, vittime della logica irrazionale e dissennata della barbarie omicida. Qui, dove la violenza si è scatenata in smisurata follia, essi invitano tutti alla solidarietà, alla comprensione, e ci assicurano che la vittoria definitiva sarà quella dell’amore, e non quella dell’odio; essi ci avvertono che quando si nega e si offende Dio, si nega e si offende anche l’uomo, abbassandolo a strumento dei propri capricci, delle proprie ideologie, dei propri progetti di potenza e di sopruso; essi chiedono che il loro dolore non sia stato inutile per la società umana, e che Roma, l’Italia, l’Europa, il mondo vivano nella giustizia, nella concordia, nella pace, nel vicendevole rispetto dei diritti. inalienabili della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26).
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Ep. 359 - Papale papale - "Sogno"
Giovanni Paolo II, discorso ai giovani delegati del Movimento Studenti di Azione Cattolica, 25 febbraio 1984 Se avrete fede, carissimi giovani, voi saprete convincere chi vi sta accanto che sperare non è indulgere all’illusione di un sogno; ma che al contrario è il mezzo per trasformare un sogno in realtà. Il sogno è un mondo affratellato in lieta e operosa concordia. La realtà è la famiglia che Cristo ogni giorno costruisce intorno alla mensa eucaristica, sulla quale rinnova il suo sacrificio redentore. Di questa realtà siate i testimoni in ogni ambiente, e specialmente in quello della scuola; sarete uomini e donne di speranza per il futuro di questo mondo, che Cristo ha amato fino a versare per esso il suo sangue. Vi sono vicino con la mia preghiera e con la mia benedizione. Benedetto XVI, visita a Loreto veglia di preghiera con i giovani 1 settembre 2007 Nel più intimo del cuore ogni ragazzo e ogni ragazza, che si affaccia alla vita, coltiva il sogno di un amore che dia senso pieno al proprio avvenire. Per molti questo trova compimento nella scelta del matrimonio e nella formazione di una famiglia dove l’amore tra un uomo e una donna sia vissuto come dono reciproco e fedele, come dono definitivo, suggellato dal "sì" pronunciato davanti a Dio nel giorno del matrimonio, un "sì" per tutta l’esistenza. So bene che questo sogno è oggi sempre meno facile da realizzare. Attorno a noi quanti fallimenti dell’amore! Quante coppie chinano la testa, si arrendono e si separano! Quante famiglie vanno in frantumi! Quanti ragazzi, anche tra voi, hanno visto la separazione e il divorzio dei loro genitori! A chi si trova in così delicate e complesse situazioni vorrei dire questa sera: la Madre di Dio, la Comunità dei credenti, il Papa vi sono accanto e pregano perché la crisi che segna le famiglie del nostro tempo non diventi un fallimento irreversibile. Paolo VI, Angelus 2 luglio 1972 La pace è e dev'essere possibile, con le tante arti di cui l'umanità civile è capace, ma soprattutto con il principio primo e universale che Gesù Cristo ci ha insegnato e reso operante, il principio dell'amore fra gli uomini, derivato dall'amore di Dio a noi e di noi a Dio. Bisogno di pace vuol dire bisogno di amore. Amore che supera gli egoismi delle vedute e degli interessi particolari; amore che sa perdonare ed estinguere lo spirito di vendetta, innovando così rapporti irriducibili di odio e di gelosia; amore che sa dare, oltre il merito altrui e il profitto proprio; amore che trova maggior gaudio nella concordia che nella sopraffazione; amore che da religioso sa diventare saggiamente politico. Se questo è sogno ingenuo e pericoloso, noi non ci diremo illusi, ma idealisti e profetici, e non ci stancheremo di sperare e di lavorare per la pace nell'amore. La Regina della pace ci assista. Francesco, veglia di preghiera con i giovani, 11 agosto 2018 I sogni vanno fatti crescere, vanno purificati, messi alla prova e vanno anche condivisi. Ma vi siete mai chiesti da dove vengono i vostri sogni? I miei sogni, da dove vengono? Sono nati guardando la televisione? Ascoltando un amico? Sognando ad occhi aperti? Sono sogni grandi oppure sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile? I sogni della comodità, i sogni del solo benessere: “No, no, io sto bene così, non vado più avanti”. Ma questi sogni ti faranno morire, nella vita! Faranno che la tua vita non sia una cosa grande! I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e che fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano. E’ triste vedere i giovani sul divano, guardando come passa la vita davanti a loro. I giovani – l’ho detto altre volte – senza sogni, che vanno in pensione a 20, 22 anni: ma che cosa brutta, un giovane in pensione! Invece, il giovane che sogna cose grandi va avanti, non va in pensione presto.
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Ep. 358 - Papale papale - "Fiducia"
Giovanni XXIII, radiomessaggio natalizio 22 dicembre 1960 San Matteo, il primo degli Evangelisti, ci racconta di Gesù che nel vespero di una giornata faticosa si raccolse solo sul monte a pregare. La barca dei suoi, rimasta sul lago, era agitata dai venti, e a notte Gesù discese leggero sulle onde, e ad alta voce disse: — Abbiate fiducia, e non temete poiché sono io. — Signore, se sei tu, disse Pietro, fa che io possa arrivare a te sulle acque. — E Gesù gli disse: Vieni. E Pietro, sceso dalla barca, si volle accostare al Divino Maestro. Ma per la violenza del vento prese paura, e, cominciando a sommergersi, gridò: Signore, salvami! — Gesù gli stese subito la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perchè hai dubitato: modicae fidei, quare dubitasti? — E quando furono tutti riuniti sulla barca, il vento cessò Paolo VI, Angelus 18 giugno 1978 Tempi forti noi viviamo a giudicare dalle vicende della vita pubblica, che presenta problemi nuovi e gravi nello svolgimento all’apparenza normale delle sue vicende, ma molte di esse segnate dai sintomi della instabilità e dalla incertezza. Ma così è la vita presente. Vi è chi si adatta senza reagire, badando ai propri interessi particolari. Noi cristiani, invece? Noi non dobbiamo perdere il senso del tempo, e cioè conservare nella successione degli avvenimenti, dapprima, la fiducia; la fiducia nella simultanea assistenza dell’azione provvida e buona della Provvidenza, che vigila sulle nostre cose, e sa trarre da ogni situazione conseguenze propizie al nostro bene superiore. Avere cioè un ottimismo galleggiante sulle onde, spesso tempestose della nostra immediata e anche non lieta esperienza. «Dio, ammonisce S. Paolo, non permetterà che siamo tribolati oltre le nostre possibilità» (1 Cor. 10, 13). Giovanni Paolo II, visita pastorale a Terni incontro con sacerdoti e religiosi 19 marzo 1981 Amatissimi sacerdoti e religiosi, vorrei dirvi tante altre cose e vorrei ascoltare da ciascuno di voi le ansie più personali, ma non mi è consentito di prolungare troppo questo incontro. Termino col rinnovare la mia grande fiducia in voi, e con l’esortarvi a porre fiducia in Colui che “conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome” (Sal 147,4), e che ha pronunciato il vostro nome chiamandovi fin dal seno materno (cf. Is 49,1). La nostra fiducia si fonda radicalmente in questo “amore preferenziale e consacratorio di Dio”, che non abbandona anzitutto coloro che, chiamati a partecipare al sacerdozio del Figlio suo, si rivolgono a Lui con confidenza. Proprio per questo, san Paolo ci ricorda che in tutte le tribolazioni “noi siamo più che vincitori, per virtù di Colui che ci ha amati” (Rm 8,37). Concludo con l’esortazione dell’autore dell’Epistola agli Ebrei: “Non abbandonate la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa”. Francesco, Angelus 19 novembre 2023 Fratelli e sorelle, questo è il bivio che abbiamo davanti a Dio: paura o fiducia. O tu hai paura davanti a Dio o tu hai fiducia nel Signore. E noi, come i protagonisti della parabola,– tutti noi – abbiamo ricevuto dei talenti, tutti, ben più preziosi del denaro. Ma molto di come li investiamo dipende dalla fiducia nei confronti del Signore, che ci libera il cuore, ci fa essere attivi e creativi nel bene. Non dimenticare questo: la fiducia libera, sempre, la paura paralizza. Ricordiamo: la paura paralizza, la fiducia libera. Questo vale anche nell’educazione dei figli. E chiediamoci: credo che Dio è Padre e mi affida dei doni perché si fida di me? E io, confido in Lui al punto di mettermi in gioco senza scoraggiarmi, anche quando i risultati non sono certi né scontati? So dire ogni giorno nella preghiera: “Signore, io confido in te, dammi la forza di andare avanti; mi fido di te, delle cose che tu mi hai dato; fammi sapere come portarle avanti”. Infine, anche come Chiesa: coltiviamo nei nostri ambienti un clima di fiducia, di stima reciproca, che ci aiuti ad andare avanti insieme, che sblocchi le persone e stimoli in tutti la creatività dell’amore? Pensiamoci.
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Ep. 357 - Papale papale - "Conclave"
Pio XII, discorso in onore di Papa Pio X, 3 giugno 1951 Quanto a Noi, che eravamo allora agli inizi del Nostro sacerdozio, già al servizio della Santa Sede, non potremo mai dimenticare la intensa Nostra commozione, quando, nel meriggio di quel 4 agosto 1903, dalla Loggia della Basilica Vaticana la voce del Cardinale Primo Diacono annunziò alla moltitudine che quel Conclave — così notevole per tanti aspetti! — aveva portato la sua scelta sul Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto. Fu allora pronunziato per la prima volta al cospetto del mondo il nome di Pio X. Che cosa doveva significare questo nome per il Papato, per la Chiesa, per l'umanità? Mentre oggi, dopo quasi mezzo secolo, Noi ripassiamo in spirito il succedersi dei gravi e complessi avvenimenti che lo hanno riempito, la Nostra fronte s'inchina e le Nostre ginocchia si piegano in ammirata adorazione dei consigli divini, il cui mistero lentamente si svela ai poveri occhi umani, man mano che si compie nel corso della storia. Paolo VI, discorso ai rappresentanti della Stampa 29 giugno 1963 L’altro avvenimento (...) è il recente Conclave, dal quale Noi siamo usciti curvi sotto il peso delle chiavi di Pietro, e del quale voi vi preparate a dare, divulgando la grande cerimonia conclusiva di domani, notizie, impressioni, presagi e commenti. Dovremmo Noi attenuare l’espressione della Nostra riconoscenza per quel po’ di fantastico, di inesatto, d’inopportuno, che nella relazione e nella interpretazione di questo fatto, troppo relativo alla Nostra persona e troppo controllato dall’opinione pubblica, si è potuto talora riscontrare? Saremo indulgenti verso questi - ahimè! non insoliti - arbitri giornalistici, per fermare invece la sguardo sul complessivo valore del vostro servizio d’informazione; e avendolo visto, nel suo insieme, riguardoso e benevolo verso la Nostra umile persona, e serio e deferente verso la Santa Sede, gli daremo volentieri il premio del Nostro encomio e della Nostra gratitudine. Benedetto XVI, discorso ai cardinali 22 aprile 2005 Un grazie sentito non posso, inoltre, non rivolgere a quanti, con diverse mansioni, hanno cooperato all’organizzazione e allo svolgimento del Conclave, aiutando in molti modi i Cardinali a trascorrere nel modo più sicuro e tranquillo queste giornate cariche di responsabilità. Venerati Fratelli, a voi il mio più personale ringraziamento per la fiducia che avete riposto in me eleggendomi Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale. E’ un atto di fiducia che costituisce un incoraggiamento a intraprendere questa nuova missione con più serenità, perché sono persuaso di poter contare, oltre che sull’indispensabile aiuto di Dio, anche sulla vostra generosa collaborazione. Vi prego, non fatemi mai mancare questo vostro sostegno! Se da una parte mi sono presenti i limiti della mia persona e delle mie capacità, dall’altra so bene qual è la natura della missione che mi è affidata e che mi accingo a svolgere con atteggiamento di interiore dedizione. Francesco, udienza a tutti i cardinali 15 marzo 2013 Questo periodo dedicato al Conclave è stato carico di significato non solo per il Collegio Cardinalizio, ma anche per tutti i fedeli. In questi giorni abbiamo avvertito quasi sensibilmente l’affetto e la solidarietà della Chiesa universale, come anche l’attenzione di tante persone che, pur non condividendo la nostra fede, guardano con rispetto e ammirazione alla Chiesa e alla Santa Sede. Da ogni angolo della terra si è innalzata fervida e corale la preghiera del Popolo cristiano per il nuovo Papa, e carico di emozione è stato il mio primo incontro con la folla assiepata in Piazza San Pietro. Con quella suggestiva immagine del popolo orante e gioioso ancora impressa nella mia mente, desidero manifestare la mia sincera riconoscenza ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai giovani, alle famiglie, agli anziani per la loro vicinanza spirituale, così toccante e fervorosa.
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Ep. 356 - Papale papale - "Ragazzi"
Benedetto XVI visita pastorale all’arcidiocesi di Milano, incontro con i ragazzi e e le ragazze della Cresima, 2 giugno 2012 Cari ragazzi e ragazze, tutta la vita cristiana è un cammino, è come percorrere un sentiero che sale su un monte - quindi non è sempre facile, ma salire su un monte è una cosa bellissima - in compagnia di Gesù; con questi doni preziosi la vostra amicizia con Lui diventerà ancora più vera e più stretta. Essa si alimenta continuamente con il sacramento dell’Eucaristia, nel quale riceviamo il suo Corpo e il suo Sangue. Per questo vi invito a partecipare sempre con gioia e fedeltà alla Messa domenicale, quando tutta la comunità si riunisce insieme a pregare, ad ascoltare la Parola di Dio e prendere parte al Sacrificio eucaristico. E accostatevi anche al Sacramento della Penitenza, alla Confessione: è un incontro con Gesù che perdona i nostri peccati e ci aiuta a compiere il bene; ricevere il dono, ricominciare di nuovo è un grande dono nella vita, sapere che sono libero, che posso ricominciare, che tutto è perdonato. Non manchi poi la vostra preghiera personale di ogni giorno. Imparate a dialogare con il Signore, confidatevi con Lui, ditegli le gioie e le preoccupazioni, e chiedete luce e sostegno per il vostro cammino. Francesco, videomessaggio ai ragazzi in occasione del Giubileo dei ragazzi e delle ragazze 23 aprile 2016 Può succedere che, a volte, in famiglia, a scuola, in parrocchia, in palestra o nei luoghi di divertimento qualcuno ci possa fare dei torti e ci sentiamo offesi; oppure in qualche momento di nervosismo possiamo essere noi ad offendere gli altri. Non rimaniamo con il rancore o il desiderio di vendetta! Non serve a nulla: è un tarlo che ci mangia l’anima e non ci permette di essere felici. Perdoniamo! Perdoniamo e dimentichiamo il torto ricevuto, così possiamo comprendere l’insegnamento di Gesù ed essere suoi discepoli e testimoni di misericordia. Ragazzi, quante volte mi capita di dover telefonare a degli amici, però succede che non riesco a mettermi in contatto perché non c’è campo. Sono certo che capita anche a voi, che il cellulare in alcuni posti non prenda... Bene, ricordate che se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo! Non si riesce a parlare e ci si rinchiude in se stessi. Giovanni XXIII, radiomessaggio per i ragazzi ammalati 15 febbraio 1959 Come Gesù amava ed ama con preferenza speciale i piccoli, « perchè di essi è il Regno dei Cieli », così Noi intendiamo essere vicini, col Nostro paterno affetto, a tutti i cari ragazzi ai quali, nell'età rosea delle più belle speranze, già si è schiusa la dolorosa via della Croce. Assicuriamo pertanto a tutti cotesti diletti figli che la Nostra preghiera incessantemente sale al Signore, per chiedergli con immensa fiducia di ridonar loro presto la sospirata guarigione, la serenità e il conforto nella prova passeggera, la rassegnazione filiale ai suoi santi voleri. Al tempo stesso li invitiamo ad offrire le loro tribolazioni per la Santa Chiesa, per la conversione dei peccatori, per la duratura pace fra gli uomini, secondo le Nostre intenzioni. Così facendo, essi arricchiranno ognor più di meriti la loro vita, che è gradita al Signore come profumo di incenso. Paolo VI, discorso ai ragazzi dell’Azione Cattolica italiana, 20 maggio 1978 La pace rende i cristiani «capaci di lottare per la giustizia e di risolvere tante questioni con la generosità, anzi col genio dell’amore». Siate anche voi, ragazzi carissimi, artigiani di pace, voi che siete la speranza di un domani migliore, nella misura in cui già oggi vi impegnate per una vita non solo di rispetto, ma di autentica bontà verso tutti.
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Ep. 355 - Papale papale - "Occhi"
Giovanni Paolo II, discorso ad un gruppo di ottici 14 dicembre 1980 L’occhio e la vista, infatti, sono beni così preziosi che il comune linguaggio popolare ne ha fatto quasi un termine di supremo paragone. La Sacra Scrittura, anzi, non esita a porlo come parametro per superiori considerazioni: “Lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22; cf. Lc 11,34). Vi sono addirittura passi biblici, nei quali agli occhi è conferita una luce profetica: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro” (Lc 10,23). Giovanni XXIII, Angelus 28 ottobre 1962 Cari figliuoli! La voce del Padre ama diffondere soavità e fiducia; e la sua parola ha vibrazioni più alte e penetranti quando gli occhi contemplano, come ora mi accade, la varietà e bellezza di una festosa corona di figli. Son quattro anni oggi, da quando alla bontà del Signore piacque di confidarmi la successione dell'Apostolo Pietro; e accendere più vivo nel mio animo l'amore per tutta la famiglia umana. Benedetto XVI, Santa Messa nella Cena del Signore 9 aprile 2009 Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1), il Canone prende poi le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente…” Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad orientarci nella preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e non lascino entrare in noi le “vanitates” – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo, affinché guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della nostra parola e della nostra azione. Francesco, Angelus 25 febbraio 2024 Ecco il messaggio: non staccare mai gli occhi dalla luce di Gesù. Un po’ come facevano in passato i contadini che, arando i campi, focalizzavano lo sguardo su un punto preciso davanti a sé e, tenendo gli occhi fissi sulla meta, tracciavano solchi diritti. Questo siamo chiamati a fare noi cristiani nel cammino della vita: tenere sempre davanti agli occhi il volto luminoso di Gesù, non staccare mai gli occhi da Gesù. Fratelli e sorelle, apriamoci alla luce di Gesù! Lui è amore, Lui è vita senza fine. Lungo i sentieri dell’esistenza, a volte tortuosi, cerchiamo il suo volto, pieno di misericordia, di fedeltà, di speranza. Ci aiutano a farlo la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti: la preghiera, l’ascolto della Parola e i Sacramenti ci aiutano a tenere gli occhi fissi su Gesù. E questo è un buon proposito per la Quaresima: coltivare sguardi aperti, diventare “cercatori di luce”, cercatori della luce di Gesù nella preghiera e nelle persone. E allora chiediamoci: nel mio cammino, tengo gli occhi fissi su Cristo che mi accompagna?
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Ep. 354 - Papale papale - "Sole"
Giovanni XXIII, Messaggio Urbi et Orbi 25 dicembre 1959 Noi ci sentiamo figli della luce: noi crediamo. Il Bambino, che vagisce nella culla di Betlem, irradiato dal volo fiammeggiante degli Angeli non è semplicemente il figlio di una donna elettissima, ma è il Figlio di Dio. È lui che « illumina ogni uomo, veniente in questo mondo »; il Sole di giustizia, davanti al quale si diradano le tenebre degli errori umani: è l'Annunziatore dei segreti nascosti da secoli in Dio; Lui il Redentore del mondo: il Datore della vita eterna. Natale per noi significa docilità alla verità della sua dottrina, alla pratica dell'amore, affinché « irradiati dalla nuova luce del Verbo incarnato, risplenda nelle nostre opere ciò che rifulge per la fede nella nostra mente ». Benedetto XVI, atto di venerazione all’Immacolata a piazza di Spagna 8 dicembre 2011 Sulla sommità della colonna a cui facciamo corona, Maria è raffigurata da una statua che in parte richiama il passo dell’Apocalisse appena proclamato: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1). Qual è il significato di questa immagine? Essa rappresenta nello stesso tempo la Madonna e la Chiesa. Anzitutto la “donna” dell’Apocalisse è Maria stessa. Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. E “Dio è luce”, dice ancora san Giovanni (1 Gv 1,5). Ecco allora che la “piena di grazia”, l’“Immacolata” riflette con tutta la sua persona la luce del “sole” che è Dio. Francesco, Angelus 22 marzo 2020 Il cieco risanato, che vede ormai sia con gli occhi del corpo sia con quelli dell’anima, è immagine di ogni battezzato, che immerso nella Grazia è stato strappato dalle tenebre e posto nella luce della fede. Ma non basta ricevere la luce, occorre diventare luce. Ognuno di noi è chiamato ad accogliere la luce divina per manifestarla con tutta la propria vita. I primi cristiani, i teologi dei primi secoli, dicevano che la comunità dei cristiani, cioè la Chiesa, è il “mistero della luna”, perché dava luce ma non era luce propria, era la luce che riceveva da Cristo. Anche noi dobbiamo essere “mistero della luna”: dare la luce ricevuta dal sole, che è Cristo, il Signore. Ce lo ricorda oggi San Paolo: «Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5,8-9). Giovanni Paolo II, udienza generale 22 dicembre 1993 Natale, solennità liturgica che commemora la nascita del Divin Salvatore, ricolmando i nostri animi di gioia e pace. La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale. Nell’antichità pagana si festeggiava in quel giorno la nascita del “Sole Invitto”, in coincidenza col solstizio d’inverno. Ai cristiani apparve logico e naturale sostituire quella festa con la celebrazione dell’unico e vero Sole, Gesù Cristo, sorto sulla terra per recare agli uomini la luce della Verità. Da allora ogni anno, dopo l’intensa preparazione dell’Avvento e a conclusione della speciale Novena, i credenti commemorano l’evento dell’incarnazione del Figlio di Dio in un clima di particolare letizia. San Leone Magno – che fu Pontefice dal 440 al 461 – così esclamava in una delle sue numerose e magnifiche omelie natalizie: “Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura, perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna...”.
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Ep. 353 - Papale papale - "Nuvole"
Benedetto XVI, udienza generale 8 febbraio 2012 Nella tradizione biblica, il buio ha un significato ambivalente: è segno della presenza e dell’azione del male, ma anche di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra. Nel Libro dell'Esodo, ad esempio, leggiamo: «Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube”» (19,9); e ancora: «Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio» (20,21). E nei discorsi del Deuteronomio, Mosè racconta: «Il monte ardeva, con il fuoco che si innalzava fino alla sommità del cielo, fra tenebre, nuvole e oscurità» (4,11); voi «udiste la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme» (5,23). Nella scena della crocifissione di Gesù le tenebre avvolgono la terra e sono tenebre di morte in cui il Figlio di Dio si immerge per portare la vita, con il suo atto di amore. Francesco, Angelus 24 dicembre 2023 Il Vangelo ci presenta la scena dell’Annunciazione (cfr Lc 1,26-38). L’angelo, per spiegare a Maria come concepirà Gesù, le dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (v. 35). Fermiamoci un po’ su questa immagine, l’ombra. In una terra come quella di Maria, perennemente assolata, una nuvola di passaggio, un albero che resiste alla siccità e offre riparo, una tenda ospitale portano sollievo e protezione. L’ombra è un dono che ristora, e l’angelo descrive proprio così il modo in cui lo Spirito Santo discende su Maria, il modo di fare di Dio: Dio sempre agisce come amore gentile che abbraccia, che feconda, che e custodisce, senza fare violenza, senza ferire la libertà. Così è il modo di agire di Dio. Paolo VI, Santa Messa dell’Ascensione del Signore 8 maggio 1975 Mistero dell'Ascensione... Ricordiamo la brevissima, ma sorprendente narrazione del fatto, quale ci è data da San Luca nel primo capitolo degli «Atti degli Apostoli», della quale abbiamo testé ascoltata la laconica, ma scultorea lettura: dopo l'ultimo saluto agli Apostoli, con la profetica promessa della missione dello Spirito Santo e della diffusione del Vangelo fra i popoli, Gesù, «mentre essi guardavano, si levò in alto e una nuvola lo nascose ai loro occhi» (Act. 1, 8-9). Primo aspetto dell'avvenimento, il solo sperimentale: Gesù si innalza, cioè si distacca dalla terra, e scompare, si nasconde: i nostri occhi bruceranno di insonne desiderio di rivederlo, di vederlo ancora; ma fino alla sua «parusia», cioè fino alla sua ultima e apocalittica apparizione, in un mondo totalmente diverso da quello nostro presente, non lo vedremo più! Giovanni Paolo II, Angelus durante la visita pastorale in Cadore 11 luglio 1993 Alla fine, un'altra parabola: c'è stata la nostra grande preghiera eucaristica, questo dialogo fra noi, povere creature, diventate figli di Dio in Cristo, e Lui stesso e il Padre. Ma sembrava che durante questo nostro grande dialogo eucaristico, si dialogasse anche in questo cielo, prima coperto dalle nuvole; e la pioggia sembrava dire: "Vi voglio guardare, vi voglio toccare, perché vi amo, gente di Cadore". Ma è intervenuto anche il sole e ha detto: "Fai presto, perché anch'io li amo. Li voglio guardare e toccare col mio calore". Così attraverso questi elementi stupendi della natura, l'acqua, la pioggia, il sole, il calore, noi ringraziamo ancora una volta il nostro Creatore, perché anche questi elementi contribuiscono alla bellezza del creato nel mondo intero.
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Ep. 352 - Papale papale - "Neve"
Francesco, Solennità della Madonna della Neve, 5 agosto 2024 E allora suggerisco di lasciarsi guidare da due versetti del libro del Siracide che, a proposito della neve che Dio fa cadere dal cielo, dice così: «L’occhio ammira la bellezza del suo candore / e il cuore stupisce nel vederla fioccare» (Sir 43,18). Qui il sapiente evidenzia il duplice sentimento che il fenomeno naturale suscita nell’animo umano: ammirazione e stupore. Vedendo scendere la neve, “l’occhio ammira” e “il cuore stupisce”. E questo ci orienta nell’interpretazione del segno della nevicata: essa può essere intesa come simbolo della grazia, cioè di una realtà che unisce la bellezza e la gratuità. È qualcosa che non si può meritare, né tanto meno comprare, si può solo ricevere in dono, e come tale è anche del tutto imprevedibile, proprio come una nevicata a Roma in piena estate. La grazia suscita ammirazione e stupore. Non dimentichiamo queste due parole: capacità di ammirare e capacità di stupirsi. E queste due capacità non dobbiamo perderle, perché entrano nell’esperienza della nostra fede. Giovanni Paolo II, Santa Messa sull’Adamello 16 luglio 1988 Benedite, ghiacci e nevi, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli! Benedite, monti e colline, il Signore; Benedite, sorgenti, il Signore! (Dn 3, 70. 75). ...Grande gioia è per me poter elevare al Signore, insieme con voi, il cantico della lode e della riconoscenza qui vicino alla vetta dell’Adamello, di fronte ai maestosi ghiacciai del Pian di Neve. (...) Quante volte il bianco colore della neve si è tinto del rosso del sangue! Il nostro pensiero va a tutti coloro che sono caduti sull’Adamello, a tutte le vittime delle guerre passate e presenti, alle loro famiglie, ai loro ideali infranti, e mentre eleviamo per loro la nostra preghiera di suffragio, esprimiamo nuovamente il nostro anelito e la nostra invocazione alla pace, alla fraternità, alla concordia tra i popoli e le nazioni. In avvenire sia la pace a guidare il cammino dell’umanità. La pace maestosa di queste montagne è un invito ad un impegno a costruire e a consolidare una società libera dalla schiavitù della guerra e dell’odio. Benedetto XVI, discorso al termine di un concerto e della proiezione del film “Dal Cielo in Terra, Avvento e Natale nelle Prealpi bavaresi”, 2 dicembre 2011 Da noi, come è stato detto, l’Avvento è chiamato “tempo silenzioso” – “staade Zeit”. La natura fa una pausa; la terra è coperta dalla neve; non si può lavorare, nel mondo contadino, all’esterno; tutti sono necessariamente a casa. Il silenzio della casa diventa, per la fede, attesa del Signore, gioia della sua presenza. E così sono nate tutte queste melodie, tutte queste tradizioni che rendono un po’ – come è stato detto anche oggi – “il cielo presente sulla terra”. Tempo silenzioso, tempo di silenzio. Oggi l’Avvento è spesso proprio il contrario: tempo di una sfrenata attività, si compra, si vende, preparativi di Natale, dei grandi pranzi, eccetera. Così, anche da noi. Ma, come avete visto, le tradizioni popolari della fede non sono sparite, anzi, sono state rinnovate, approfondite, aggiornate. Paolo VI, udienza generale 28 agosto 1974 La vera religione, quale noi crediamo essere la nostra, non si può dire legittima, né efficace, se non è ortodossa, cioè derivata da un autentico ed univoco rapporto con Dio. Né un vago, e fosse anche commosso e sincero, sentimento religioso, né una libera ideologia spirituale costruita con autonome elaborazioni personali, né uno sforzo di elevare a livello religioso le pur nobili ed appassionate espressioni di sociologia lirica e morale di popoli interi, né le vivisezioni ermeneutiche rivolte ad attribuire al cristianesimo un’origine naturale o mitica, né ogni altra teoria o osservanza, che prescinda dalla voce infinitamente misteriosa ed estremamente chiara, risuonata sul monte della trasfigurazione e riferita a Gesù, raggiante come sole e candido come la neve: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale Io mi sono compiaciuto; Lui ascoltate» (Matth. 17, 5), potrà placare la nostra sete di verità e di vita.
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Ep. 351 - Papale papale - "Preparazione"
Paolo VI, udienza generale 4 dicembre 1974 Noi siamo nel periodo liturgico che precede la celebrazione del Natale, cioè della venuta del Salvatore nel mondo, della Incarnazione del Verbo di Dio, di Colui che avrà nome Gesù il Cristo, il Messia; siamo nel periodo chiamato Avvento, che significa aspettativa, preparazione, desiderio, speranza dell’arrivo nel mondo, nel tessuto storico del Popolo eletto e nel disegno universale dell’umanità di Colui verso il quale, per secoli ed in mezzo alle più tormentate esperienze, si è tesa l’ansia della salvezza, la visione del Re vincitore, dell’instauratore della giustizia e della pace. Benedetto XVI, Angelus 4 dicembre 2011 Questo periodo dell’anno liturgico mette in risalto le due figure che hanno avuto un ruolo preminente nella preparazione della venuta storica del Signore Gesù: la Vergine Maria e san Giovanni Battista. Proprio su quest’ultimo si concentra il testo odierno del Vangelo di Marco. Descrive infatti la personalità e la missione del Precursore di Cristo (cfr Mc 1,2-8). Incominciando dall’aspetto esterno, Giovanni viene presentato come una figura molto ascetica: vestito di pelle di cammello, si nutre di cavallette e miele selvatico, che trova nel deserto della Giudea (cfr Mc 1,6). Gesù stesso, una volta, lo contrappose a coloro che “stanno nei palazzi dei re” e che “vestono con abiti di lusso” (Mt 11,8). Lo stile di Giovanni Battista dovrebbe richiamare tutti i cristiani a scegliere la sobrietà come stile di vita, specialmente in preparazione alla festa del Natale, in cui il Signore – come direbbe san Paolo – “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). Giovanni Paolo II, Santa Messa per gli studenti universitari in preparazione al Natale 16 dicembre 1982 Preparate la strada del Signore! Ci riuniamo oggi... entro le mura della Basilica di san Pietro, per aderire all’appello dell’Avvento. (...) La fede parla a noi con l’appello che un tempo era risuonato sulle labbra del profeta Isaia, e poi fu ripetuto da Giovanni Battista nella regione del Giordano: “Preparate la via al Signore, / raddrizzate i suoi sentieri! . . . / Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Lc 3, 4.6). Alleluia, Alleluia, Alleluia. È possibile vedere la salvezza? Che cosa vuol dire la salvezza? Che cosa vuol dire essere salvato? Vuol dire: essere sottratto dal male, liberato da esso. (...) Resti viva nel cuore di ciascuno l’eco delle parole del profeta: “Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri! . . . / Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”. Francesco, Angelus 28 novembre 2021 In Avvento, abituarci a dire, ad esempio: “Vieni, Signore Gesù”. Soltanto questo, ma dirlo: “Vieni, Signore Gesù”. Questo tempo di preparazione al Natale è bello: pensiamo al presepio, pensiamo al Natale, e diciamo dal cuore: “Vieni, Signore Gesù, vieni”. Ripetiamo questa preghiera lungo tutta la giornata, e l’animo resterà vigile! “Vieni, Signore Gesù”: è una preghiera che possiamo dire tre volte, tutti insieme. “Vieni, Signore Gesù”, “Vieni, Signore Gesù”, “Vieni, Signore Gesù”. E ora preghiamo la Madonna: lei, che ha atteso il Signore con cuore vigilante, ci accompagni nel cammino dell’Avvento.
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Ep. 350 - Papale papale - "Venerazione"
Giovanni Paolo II, udienza generale 22 ottobre 1997 Il Concilio Vaticano II afferma che il culto della Beata Vergine, "quale sempre fu nella Chiesa, sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo, e particolarmente lo promuove" (Lumen Gentium, 66). Con queste parole la Costituzione Lumen Gentium ribadisce le caratteristiche del culto mariano. La venerazione dei fedeli verso Maria, pur superiore al culto rivolto agli altri santi, è tuttavia inferiore al culto di adorazione riservato a Dio, dal quale differisce essenzialmente. Con il termine "adorazione" viene indicata la forma di culto che l'uomo rende a Dio, riconoscendolo Creatore e Signore dell'universo. (...) Il Concilio ricorda che la venerazione dei cristiani per la Vergine "singolarmente promuove" il culto prestato al Verbo incarnato, al Padre ed allo Spirito Santo. (...) Venerare la Madre di Dio significa affermare la divinità di Cristo. Giovanni XXIII, discorso presso il Santuario di Loreto 4 ottobre 1962 Motivi di pietà religiosa mossero Papi e personaggi illustri di ogni secolo a sostare in preghiera in questa Basilica di Loreto, che si estolle sul digradare dei colli Piceni verso il mare Adriatico. Animati da fervida fede in Dio e da venerazione verso la Madre di Gesù e nostra, essi vennero qui in pellegrinaggio, talora in tempi difficili e di gravi ansietà per la Chiesa. (...) L'atto di venerazione alla Madonna di Loreto, che compiamo oggi, Ci riporta col pensiero a 62 anni or sono, quando venimmo qui per la prima volta, di ritorno da Roma, dopo aver acquistato le Indulgenze del Giubileo indetto da Papa Leone. Era il 20 settembre del 1900. Alle ore due del pomeriggio, ricevuta la santa Comunione, potemmo effondere la Nostra anima in prolungata e commossa preghiera. Paolo VI, incoronazione dell’effigie della Madonna di Pompei 23 aprile 1965 Ricordi e pensieri sorgono nel Nostro spirito in così singolare circostanza, ma non ne faremo menzione nel breve momento concesso alla Nostra parola; solo avremo un cenno, che Ci sembra doveroso per riconoscenza e per ammirazione, alla memoria del Servo di Dio Bartolo Longo, a cui Pompei deve il suo Santuario, le opere che lo circondano e l’immenso alone di pietà mariana che ne rende famoso nella Chiesa e nel mondo il nome benedetto. Grande memoria, che ci svela arcani e materni disegni della Madonna e ci invita a un perenne risveglio di culto e di fiducia verso la Madre di Cristo. Né possiamo dimenticare il giorno lontano, nell’aprile del 1907, quando Noi fanciullo, con i Nostri piissimi Familiari, visitammo per la prima volta il Santuario di Pompei e pregammo davanti alla sacra Immagine, che ora abbiamo il gaudio di vedere e di venerare davanti a Noi. Francesco, atto di venerazione all’immacolata in Piazza di Spagna 8 dicembre 2013 Tu sei la Tutta Bella, o Maria! La Parola di Dio in Te si è fatta carne. Aiutaci a rimanere in ascolto attento della voce del Signore: il grido dei poveri non ci lasci mai indifferenti, la sofferenza dei malati e di chi è nel bisogno non ci trovi distratti, la solitudine degli anziani e la fragilità dei bambini ci commuovano, ogni vita umana sia da tutti noi sempre amata e venerata.
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Ep. 349 - Papale papale - "Invocazione"
Francesco, Angelus 6 ottobre 2013 Oggi, il brano del Vangelo comincia così: «In quel tempo gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”» (Lc 17,5-6). Mi pare che tutti noi possiamo fare nostra questa invocazione. Anche noi come gli Apostoli diciamo al Signore Gesù: “Accresci in noi la fede!”. Sì, Signore, la nostra fede è piccola, la nostra fede è debole, fragile, ma te la offriamo così com’è, perché Tu la faccia crescere. Vi sembra bene ripetere tutti insieme questo: “Signore, accresci in noi la fede!”? Lo facciamo? Tutti: Signore, accresci in noi la fede! Signore, accresci in noi la fede! Signore, accresci in noi la fede! Ce la faccia crescere! Giovanni Paolo II, udienza generale 18 agosto 1999 L'invocazione “Liberaci dal male” o dal “maligno”, contenuta nel Padre Nostro, scandisce la nostra preghiera perché ci allontaniamo dal peccato e siamo liberi da ogni connivenza con il male. Essa ci richiama la lotta quotidiana, ma soprattutto ci ricorda il segreto per vincerla: la forza di Dio che si è manifestata e ci è offerta in Gesù (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2853). Il male morale provoca la sofferenza, la quale viene presentata, soprattutto nell’Antico Testamento, come castigo collegato a comportamenti in contrasto con la legge di Dio. D’altra parte, la Sacra Scrittura evidenzia che, dopo il peccato, si può chiedere a Dio la sua misericordia, cioè il perdono della colpa e la fine delle pene da essa provocate. Il ritorno sincero a Dio e la liberazione dal male sono due aspetti di un unico percorso. Così, ad esempio, Geremia esorta il popolo: ”Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni” (Ger 3, 22). Nel Libro delle Lamentazioni si sottolinea la prospettiva del ritorno al Signore (cfr 5, 21) e l’esperienza della sua misericordia: “Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse sono rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà” (3, 22; cfr v.32). Paolo VI, Angelus 19 febbraio 1978 Vedete tanti altri paesi. vicini e lontani tormentati da fermenti di nuove tensioni. Il momento è febbrile. Noi conserviamo la nostra fiducia nelle istituzioni umane create per la pace, l’equilibrio e la concordia nella vita internazionale. Ma qualche cosa di indomabile risveglia a quando a quando focolai di lotte che possono essere fatali per tanta gente pacifica e innocente. Osserviamo gli spiriti che soffiano oggi negli animi. Alcuni, pochi ma scatenati, bastano a produrre rovine e a generare spavento. Altri sono invasi da uno «spirito di vertigine», (Is. 19, 14) barcollano come ebbri fra ipotesi contrastanti. Dove sono gli spiriti umili e forti, che ascoltano la voce di Dio? Occorre che Dio ci aiuti. Occorre meritare almeno con umile e sincera invocazione qualche provvido intervento dell’imponderabile e salvifico aiuto di Dio. Cioè occorre pregare. Oremus! Ogni giorno pregate anche per tale scopo e non manchi mai l’invocazione e la devozione a Maria Santissima, la “Vergine fedele”, che si consacrò totalmente al mistero della Redenzione, nell’accettazione umile e ardente della volontà del Signore. Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo intero 24 dicembre 1943 Animati da questa speranza, Noi con paterno affetto a voi, diletti figli e figlie, soprattutto a coloro, che soffrono in maniera particolarmente dolorosa i disagi e le pene della guerra e hanno bisogno dei divini conforti, e non ultimi a tutti quelli i quali, rispondono alla Nostra invocazione, aprono il cuore all'amore operoso e misericordioso, o, reggendo i destini dei popoli, sono bramosi di tranquillarli con l'olivo di pace, impartiamo, come pegno di abbondanti favori celesti, la Nostra Apostolica Benedizione.
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Ep. 348 - Papale papale - "Fantasia"
Francesco, discorso ai soci del Circolo San Pietro 25 settembre 2020 Il nostro mondo, come osservava quarant’anni fa San Giovanni Paolo II, «sembra non lasci spazio alla misericordia» (Enc. Dives in misericordia, 2). Ciascuno di noi è chiamato a invertire la rotta. E questo è possibile se ci lasciamo toccare in prima persona dalla potenza della misericordia di Dio. Luogo privilegiato per fare questa esperienza è il sacramento della Riconciliazione. Nel presentare al Signore le nostre miserie, siamo avvolti dalla misericordia del Padre. Ed è questa misericordia che siamo chiamati a vivere e a donare. Sempre viene da Dio, per noi e per gli altri. Dopo aver visto le piaghe della città in cui viviamo, la misericordia ci invita ad avere “fantasia” nelle mani. È quanto avete fatto in questo tempo di pandemia, e tanto! Accettata la sfida di rispondere a una situazione concreta, avete saputo adeguare il vostro servizio alle nuove necessità imposte dal virus. Mi piace ricordare anche un piccolo-grande gesto che il gruppo giovani del Circolo ha compiuto verso i soci più anziani: un giro di telefonate per vedere se tutto andava bene e per fare loro un po’ di compagnia. Questa è la fantasia della misericordia. Giovanni Paolo II, incontro con i giovani a Palermo 21 novembre 1982 Cristo è il Dio della speranza, della novità, del futuro. La più insidiosa tentazione dei nostri giorni, la più sottile, è proprio quella della rinuncia alla speranza, alla definitiva rinascita dell’umanità. Cristo, che ha vinto la morte, vi dà fede, fantasia, forza sufficiente per caricare di speranza la vostra Sicilia! (...) Sconfiggete il grigio disfattismo, l’individualismo egoista. Siate annunciatori di un progetto globale di salvezza, della liberazione di tutti gli uomini e di tutto l’uomo dalla schiavitù del peccato e non solo dalle strutture ingiuste... Ed infine, vivete e costruite questa speranza con la Chiesa! Paolo VI, Angelus 8 dicembre 1975 Prima di ripetere la nostra benedizione fuori della Basilica, sulla Piazza, cioè anche su lo spazio profano in cui si svolge la nostra vita comune e sociale, vi faremo la confidenza d'una fantasia, che ci ha invaso il cervello durante la sacra funzione. Noi sognavamo, forse pensando che oggi, nel pomeriggio, dopo aver reso omaggio alla statua della Madonna su la colonna a Piazza di Spagna, come ogni anno a questa data benedetta, saliremo a S. Maria Maggiore per pregare un momento in consonanza spirituale con le comunità religiose di clausura; e sarà come un coro di voci angeliche che salirà nel cielo di tutto il mondo; e ricordando che quella Madonna, onorata col titolo di «Salute del Popolo Romano», si chiama anche, per una storia che ora non diciamo, «Madonna della neve», noi sognavamo ad occhi aperti: come sarebbe bello che l'Immacolata stendesse su Roma e anche su tutta la terra un candido, stupendo manto purissimo, della sua neve, cioè della sua purezza, della sua innocenza, della sua bellezza; e noi tutti avessimo, uscendo da S. Pietro, una trasfigurata visione del mondo, come fosse tutto coperto di bianchissima, soffice, angelica neve spirituale! Benedetto XVI, Angelus 1 novembre 2008 Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un "giardino", dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura. Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale. Tutti però recano impresso il "sigillo" di Gesù (cfr Ap 7,3), cioè l’impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce.
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Ep. 347 - Papale papale - "Politica"
Francesco, discorso ai membri di “Cammino nuovo” 16 maggio 2022 La politica è anzitutto arte dell’incontro. Certamente, questo incontro si vive accogliendo l’altro e accettando la sua differenza, in un dialogo rispettoso. Come cristiani, tuttavia, c’è di più: poiché il Vangelo ci chiede di amare i nostri nemici (cfr Mt 5,44), non posso accontentarmi di un dialogo superficiale e formale, come quei negoziati spesso ostili tra partiti politici. Siamo chiamati a vivere l’incontro politico come un incontro fraterno, soprattutto con coloro che sono meno d’accordo con noi; e ciò significa vedere in colui con cui dialoghiamo un vero fratello, un figlio amato di Dio. Questa arte dell’incontro comincia dunque con un cambiamento di sguardo sull’altro, con un accogliere e rispettare senza condizioni la sua persona. Se tale cambiamento del cuore non avviene, la politica rischia di trasformarsi in un confronto spesso violento per far trionfare le proprie idee, in una ricerca di interessi particolari piuttosto che del bene comune, contro il principio che “l’unità prevale sul conflitto” (cfr Evangelii gaudium, 226-230). Pio XII, radiomessaggio ai governanti e ai popoli, 24 agosto 1939 Oggi che, nonostante le Nostre ripetute esortazioni e il Nostro particolare interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra, rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese: a questi, perché, nella calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi pacifici di chi li governa. È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono. Benedetto XVI, discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici (21 maggio 2010) La Chiesa si concentra particolarmente nell’educare i discepoli di Cristo, affinché siano sempre più testimoni della sua Presenza, ovunque. Spetta ai fedeli laici mostrare concretamente nella vita personale e familiare, nella vita sociale, culturale e politica, che la fede permette di leggere in modo nuovo e profondo la realtà e di trasformarla; che la speranza cristiana allarga l’orizzonte limitato dell’uomo e lo proietta verso la vera altezza del suo essere, verso Dio; che la carità nella verità è la forza più efficace in grado di cambiare il mondo; che il Vangelo è garanzia di libertà e messaggio di liberazione; che i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa - quali la dignità della persona umana, la sussidiarietà e la solidarietà - sono di grande attualità e valore per la promozione di nuove vie di sviluppo al servizio di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. (...) I cristiani non cercano l’egemonia politica o culturale, ma, ovunque si impegnano, sono mossi dalla certezza che Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione umana (cfr Congr. per la Dottrina della Fede, Nota Dottrinale su alcune questioni relative all’impegno e al comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 nov. 2002). Giovanni Paolo II, udienza generale 28 luglio 1993 Nel Catechismo leggiamo: “Non spetta ai Pastori della Chiesa intervenire direttamente nell’azione politica e nell’organizzazione sociale. Questo compito fa parte della vocazione dei fedeli laici, i quali operano di propria iniziativa insieme con i loro concittadini”. Il laico cristiano è chiamato a impegnarsi direttamente in questa azione, per contribuire a far sì che nella società regnino sempre di più i principi del Vangelo. Il Sacerdote è più direttamente impegnato, al seguito di Cristo, allo sviluppo del Regno di Dio. Come Gesù, egli deve rinunciare ad impegnarsi in forme di politica attiva, specialmente quando essa è di parte, come quasi inevitabilmente avviene, per rimanere l’uomo di tutti in chiave di fraternità e – per quanto è accettato – di paternità spirituale.
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Ep. 346 - Papale papale - "Democrazia"
Pio XII, radiomessaggio natalizio 24 dicembre 1944 Premesso che la democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme e può attuarsi così nelle monarchie come nelle repubbliche, due questioni si presentano al Nostro esame: l° Quali caratteri debbono contraddistinguere gli uomini, che vivono nella democrazia e sotto il regime democratico? 2° Quali caratteri debbono contraddistinguere gli uomini, che nella democrazia tengono il pubblico potere? Esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato: ecco due diritti del cittadino, che trovano nella democrazia, come indica il suo nome stesso, la loro espressione. Dalla solidità, dall'armonia, dai buoni frutti di questo contatto tra i cittadini e il governo dello Stato, si può riconoscere se una democrazia è veramente sana ed equilibrata, e quale sia la sua forza di vita e di sviluppo. Per quello poi che tocca l'estensione e la natura dei sacrifici richiesti a tutti i cittadini, — al tempo nostro in cui così vasta e decisiva è l'attività dello Stato, la forma democratica di governo apparisce a molti come un postulato naturale imposto dalla stessa ragione. Quando però si reclama « più democrazia e migliore democrazia », una tale esigenza non può avere altro significato che di mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune. Paolo VI, Santa Messa per la IV Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 1971 Cosa vuol dire democrazia? Democrazia vuol dire che è il popolo a dirigere, che il potere nasce dal numero, dalla quantità, dalla popolazione qual è. Se noi siamo coscienti di questo progresso sociale che il nostro tempo ha maturato e che va diffondendosi per tutta la terra, noi dobbiamo dare alla democrazia questa voce prevalente che si impone. La democrazia "non" vuole la guerra, il popolo" non" vuole che le masse si abbiano a misurare le une contro le altre per uccidere. Deve nascere quindi da questa formazione, da questa mentalità politica di popolo, della massa, della generalità della popolazione l'idea, un'idea dominante: non deve esserci più la guerra nel mondo. Giovanni Paolo II, discorso ai partecipanti alle celebrazioni per il centenario della nascita di Alcide De Gasperi 2 aprile 1981 De Gasperi intese l’autorità come un servizio per il bene comune e l’accettò come croce e sofferenza, e non come traguardo e strumento di personale interesse. Avvertiva fino allo spasimo la limitatezza dei piani e delle risorse per giungere in aiuto a tutti i cittadini, per realizzare un’autentica giustizia sociale, per salvaguardare la democrazia e la libertà, senza decadere nell’arbitrio e nel relativismo morale. (...) Giustamente perciò Robert Schuman disse di lui: “La vita religiosa, la democrazia, l’Italia, l’Europa erano per Lui dei postulati di una fede profonda e indefettibile. Egli aveva l’anima di un apostolo; De Gasperi è stato per tutta la vita, un esempio della fedeltà che sopravvive alle prove più dure. Restiamo fedeli alla sua memoria e al suo grande esempio”. Francesco, visita pastorale a Tieste, discorso in occasione della Settimana sociale dei cattolici in Italia, 7 luglio 2024 Una democrazia dal cuore risanato continua a coltivare sogni per il futuro, mette in gioco, chiama al coinvolgimento personale e comunitario. Sognare il futuro. Non avere paura. Non lasciamoci ingannare dalle soluzioni facili. Appassioniamoci invece al bene comune. Ci spetta il compito di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione. La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale. Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. No. Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce.
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Ep. 345 - Papale papale - "Laici"
Francesco, discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per i laici la famiglia e la vita, 18 febbraio 2023 I fedeli laici non sono “ospiti” nella Chiesa, sono a casa loro, perciò sono chiamati a prendersi cura della propria casa. I laici, e soprattutto le donne, vanno maggiormente valorizzati nelle loro competenze e nei loro doni umani e spirituali per la vita delle parrocchie e delle diocesi. Possono portare, con il loro linguaggio “quotidiano”, l’annuncio del Vangelo, impegnandosi in varie forme di predicazione. Possono collaborare con i sacerdoti per formare i bambini e i giovani, per aiutare i fidanzati nella preparazione al matrimonio e per accompagnare gli sposi nella vita coniugale e familiare. Vanno sempre consultati quando si preparano nuove iniziative pastorali ad ogni livello, locale, nazionale e universale. Si deve dare loro voce nei consigli pastorali delle Chiese particolari. Devono essere presenti negli uffici delle Diocesi. Possono aiutare nell’accompagnamento spirituale di altri laici e dare il loro contributo anche nella formazione dei seminaristi e dei religiosi. (...) E, insieme con i pastori, devono portare la testimonianza cristiana negli ambienti secolari: il mondo del lavoro, della cultura, della politica, dell’arte, della comunicazione sociale. Benedetto XVI, Angelus 13 novembre 2005 Per i laici, inoltre, sono di grande importanza la competenza professionale, il senso della famiglia, il senso civico e le virtù sociali. Se è vero che essi sono chiamati individualmente a rendere la loro testimonianza personale, particolarmente preziosa là dove la libertà della Chiesa incontra impedimenti, tuttavia il Concilio insiste sull’importanza dell’apostolato organizzato, necessario per incidere sulla mentalità generale, sulle condizioni sociali e sulle istituzioni (cfr ivi, 18). A questo proposito, i Padri hanno incoraggiato le molteplici associazioni dei laici, insistendo pure sulla loro formazione all’apostolato. Giovanni Paolo II, discorso ai partecipanti al capitolo generale dei pallottini 17 novembre 1983 I laici, infatti, se stimolati e resi consapevoli del loro ruolo imprescindibile, possono svolgere in seno alla Chiesa una preziosa opera, la quale non si giustifica solo dalla necessità di arrivare là dove il sacerdote non riesce a giungere, ma anche e direi soprattutto dal fatto che essi, come cristiani, hanno il dovere di confessare la propria fede e di annunciare la propria speranza. In questo il vostro indirizzo è in perfetta consonanza con le indicazioni del Concilio, il quale nel Decreto sull’apostolato dei laici afferma testualmente: “I fedeli esercitano il loro apostolato in spirito di unità. Siano apostoli tanto nelle proprie comunità familiari, quanto in quelle parrocchiali e diocesane, che già sono esse stesse espressione dell’indole comunitaria dell’apostolato, e in quelle libere istituzioni nelle quali si vorranno riunire” (Apostolicam Actuositatem, 18). Ma perché i laici possano adempiere fruttuosamente questa missione, occorre che abbiano una solida formazione umana e cristiana e imparino a vedere, giudicare e agire alla luce della fede. Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo intero 24 dicembre 1943 Noi vi lodiamo e ringraziamo, Sacerdoti e laici, uomini e donne, che non di rado, sprezzando ogni pericolo della vostra vita, avete ricoverato e custodito in luogo sicuro il Signore e Salvatore eucaristico. Il vostro zelo non voleva che si avverasse ancora una volta ciò che fu detto di Cristo: «È venuto nei suoi possessi e i suoi non l'hanno accolto » (Io. I, II). Così il Signore non ha rifiutato di venire in mezzo alla vostra povertà: Egli che già preferì Betlemme a Gerusalemme, la stalla e il presepe al grandioso tempio del Padre suo. Povertà e miseria sono amare, ma diventano dolci se si conserva in sé Iddio, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, e la sua grazia e verità. Egli rimane con voi, finché nel vostro cuore vivono la vostra fede, la vostra speranza, il vostro amore, la vostra obbedienza e devozione.
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Ep. 344 - Papale papale - "Suore"
Paolo VI, Angelus 22 giugno 1969 Voi sapete: abbiamo, in questa mattina di sole, canonizzato, ammessa all’onore e al culto della santità, una donna, una vergine, madre nello spirito di innumerevoli altre vergini, perché fondatrice d’un istituto molto fiorente, le Suore di Nostra Signora di Namur, tutte consacrate all’unico e sommo amore del regno di Dio e tutte dedite al servizio del prossimo più povero e bisognoso, ad un umile, gratuito, perpetuo, affettuoso servizio, quello della istruzione popolare della gioventù femminile, e poi di altre opere di carattere sociale. Bisogna rendere omaggio a questo fenomeno evangelico, caratteristico nella Chiesa di Dio, un fenomeno che si estende alle tante e tante famiglie religiose, le quali raccolgono ancora schiere numerose di donne, privilegiate soltanto nell’amore sconfinato a Cristo e nel sacrificio totale di sé; donne che tutto danno in silenzio, nome, gioventù, bellezza, ogni sogno, ogni diritto, solo contente di pregare e di servire. Giovanni Paolo II, visita pastorale in Puglia, discorso alle Suore redentoriste di clausura 24 maggio 1987 Sono nascoste, come il cuore e nascosto nell’organismo umano, non si vede ma tutto dipende dal suo funzionamento; quando non funziona più il cuore muore l’organismo. Così voi siete nel cuore della Chiesa. Bisogna ricorrere a questo esempio per avere una esatta conoscenza della vostra importanza: quante cose dipendono da voi. Molti ora penseranno: ma non sarà che il Papa conosceva già queste suore redentoriste che vede per la prima volta? Molti pensano così, ma esse sono nascoste! Anche tutti quelli che attaccano il Papa, non attaccano voi perché pensano che il Papa è molto forte e così pensano che il Papa è il nemico numero uno. Ma voi siete il “nemico” numero uno! non lo sanno! Grazie a Dio che non lo sanno! Ma lo sappiamo noi. Dovete allora costituire sempre quel cuore forte, sano che dà la vita a tutto l’organismo della Chiesa, della Chiesa locale e della Chiesa universale, perché la Chiesa è dovunque la stessa. Francesco, Messa nella Festa della presentazione del Signore 1 febbraio 2020 Ma la vita consacrata, quando non ruota più attorno alla grazia di Dio, si ripiega sull’io. Perde slancio, si adagia, ristagna. E sappiamo che cosa succede: si reclamano i propri spazi e i propri diritti, ci si lascia trascinare da pettegolezzi e malignità, ci si sdegna per ogni piccola cosa che non va e si intonano le litanie del lamento – le lamentele, “padre lamentele”, “suor lamentele” -: sui fratelli, sulle sorelle, sulla comunità, sulla Chiesa, sulla società. Non si vede più il Signore in ogni cosa, ma solo il mondo con le sue dinamiche, e il cuore si rattrappisce. Così si diventa abitudinari e pragmatici, mentre dentro aumentano tristezza e sfiducia, che degenerano in rassegnazione. Ecco a che cosa porta lo sguardo mondano. La grande Teresa diceva alle sue suore: “Guai la suora che ripete ‘mi hanno fatto un’ingiustizia’, guai!”. Benedetto XVI, visita alla Casa dono di Maria delle missionarie della Carità in Vaticano 4 gennaio 2008 Saluto la nuova Superiora che assume la responsabilità della Casa, con quello stile di docile disponibilità, tipico delle figlie spirituali di Madre Tersa di Calcutta. Quando nacque questa casa, la Beata Madre Teresa volle chiamarla “Dono di Maria”, quasi auspicando che qui si possa sperimentare sempre l’amore della Santa Vergine. Per chiunque venga a bussare alla porta, è infatti un dono di Maria sentirsi accolto dalle braccia amorevoli delle Suore e dei volontari. È ancora un dono di Maria la presenza di chi si ferma ad ascoltare le persone in difficoltà e a servirle con quella stessa attitudine che sospinse prontamente la Madre del Signore verso Santa Elisabetta. Che questo stile di amore evangelico suggelli e contraddistingua sempre la vostra vocazione perché, oltre all’aiuto materiale, possiate comunicare a quanti quotidianamente incontrate quella stessa passione per Cristo e quel luminoso “sorriso di Dio” che hanno animato l’esistenza di Madre Teresa.
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Ep. 343 - Papale papale - "Sacerdoti"
Paolo VI, Regina Caeli 2 maggio 1971 La Chiesa ha bisogno di Sacerdoti, di Religiosi e di Religiose, di uomini e di donne che si consacrano completamente alla gloria di Dio e di Cristo e al multiforme servizio religioso, educativo, caritativo della comunità cristiana. Ne ha bisogno anche la società moderna, ancor più che quella di ieri. Ne ha bisogno, grande bisogno questa nostra Roma cattolica, se vuole essere degna della sua missione e della sua storia. Per questo oggi si celebra la «giornata delle vocazioni». Le vocazioni! Nulla di più personale, nulla di più libero, nulla di più impegnativo, che una vocazione, quale ora intendiamo. E nello stesso tempo quanto essa è misteriosa, se davvero è una chiamata che viene da Dio, e che si fa sentire al di dentro di un’anima! Giovanni Paolo I, discorso al clero romano 7 settembre 1978 I sacerdoti, in un certo grado, sono tutti guide e pastori, ma hanno poi tutti la giusta idea di quello che comporta veramente essere pastore di una Chiesa particolare, ossia Vescovo? Gesù, pastore supremo, di sé, da una parte, ha detto: « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra »(3), dall'altra ha soggiunto: « Son venuto per servire »(4) ed ha lavato i piedi ai suoi Apostoli. In lui andavano dunque insieme potere e servizio. Qualcosa di simile va detto degli Apostoli e dei Vescovi. « Praesumus - diceva Agostino - si prosumus »(5); noi Vescovi presiediamo, se serviamo: è giusta la nostra presidenza se si risolve in servizio o si svolge a scopo di servizio, con spirito e stile di servizio. Giovanni Paolo II, visita pastorale nella diocesi di Terni discorso ai sacerdoti 19 marzo 1981 Ho desiderato trascorrere qualche momento in mezzo a voi, cari sacerdoti, per dirvi il mio speciale affetto, e perché possiate sentirvi sempre più forti e lieti nella fede, che auspico cresca sempre più in Cristo, anche a motivo di questa mia visita (cf. Fil 1,25-26). La realtà tanto sublime che recate in voi stessi – segnati da uno speciale carattere che vi configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in suo nome (cf. Presbyterorum Ordinis, 2) – comporta la coscienza della grandezza della missione ricevuta e della necessità di adeguarsi sempre più ad essa. È necessario di fronte al dono del Signore avere una chiara e radicata convinzione circa il proprio essere sacerdoti di Cristo, depositari ed amministratori dei misteri di Dio, strumenti di salvezza per gli uomini. Tali certezze di fede non consentono di dubitare della propria identità, di essere titubanti circa il valore della propria vita, di esitare in faccia al cammino intrapreso. Benedetto XVI, udienza generale 12 agosto 2009 Il Concilio Vaticano II invita i sacerdoti a guardare a Maria come al modello perfetto della propria esistenza, invocandola “Madre del sommo ed eterno Sacerdote, Regina degli Apostoli, Ausilio dei presbiteri nel loro ministero”. E i presbiteri – prosegue il Concilio – “devono quindi venerarla ed amarla con devozione e culto filiale” (cfr. Presbyterorum ordinis, 18). Il Santo Curato d'Ars, al quale pensiamo particolarmente in quest’anno, amava ripetere: «Gesù Cristo, dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire la sua Santa Madre» (B. Nodet, Il pensiero e l’anima del Curato d’Ars, Torino 1967, p. 305). Questo vale per ogni cristiano, per tutti noi, ma in modo speciale per i sacerdoti. Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché Maria renda tutti i sacerdoti, in tutti i problemi del mondo d’oggi, conformi all’immagine del suo Figlio Gesù, dispensatori del tesoro inestimabile del suo amore di Pastore buono. Maria, Madre dei sacerdoti, prega per noi!
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Ep. 342 - Papale papale - "Comunità"
Giovanni Paolo II, udienza generale 22 settembre 1993 Nella comunità cristiana le relazioni sono essenzialmente fraterne, come ha chiesto Gesù nel “suo” mandato rievocato con tanta insistenza dall’apostolo san Giovanni nel Vangelo e nelle Lettere (cf. Gv 13, 14; 15, 12. 17; 1 Gv 4, 11. 21). Gesù stesso dice ai suoi discepoli: “Voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8). Secondo l’insegnamento di Gesù, presiedere la comunità non significa dominarla, ma servirla. Egli stesso ci ha dato l’esempio del Pastore che pasce e serve il suo gregge, e ha proclamato di essere venuto non per essere servito ma per servire (cf. Mc 10, 45; Mt 20, 28). Alla luce di Gesù, buon Pastore e unico Signore e Maestro (cf. Mt 23, 8), il Presbitero capisce che non può ricercare il proprio onore né il proprio interesse, ma soltanto ciò che ha voluto Gesù Cristo, mettendosi a servizio del suo Regno nel mondo. Egli dunque sa – e il Concilio glielo rammenta – che deve comportarsi come servitore di tutti, con sincera e generosa donazione di se stesso, accettando tutti i sacrifici richiesti dal servizio e ricordando sempre che Gesù Cristo, unico Signore e Maestro, venuto per servire, lo ha fatto fino a dare “la propria vita in riscatto per molti”. Paolo VI, Angelus 17 febbraio 1974 Oggi preghiamo per Roma, la nostra, la vostra Diocesi, per la sua comunità ecclesiale, e per quante altre chiese locali si trovano in analoghe condizioni. (...) E allora preghiamo, fratelli, innanzi tutto per sentirci e per essere fratelli. Sì, per sentirci e per essere fratelli. La residenza d’una popolazione eterogenea e enormemente accresciuta in pochi anni e affluita in una città impreparata ad ospitarla degnamente e priva di mezzi per una adeguata accoglienza, non basta a infondere negli abitanti, antichi e nuovi, unità, solidarietà, coscienza storica comune, lavoro, assistenza, benessere, ordinata compagine civile. La triste diagnosi, resa talora da alcune voci anche più amara del giusto, fatta in questi giorni circa i malanni e i bisogni di tanti quartieri, ha accresciuto e anche crudelmente inasprito la sofferenza umana e cristiana, che già tanti di noi portavano nel cuore; abbiamo sentito con pena acuta la necessità, anzi il dovere d’un nuovo spirito comunitario. Offriamo ora al Signore questa sofferenza, affinché Egli la converta in nuovi propositi di vera e operante socialità. Benedetto XVI, discorso alle comunità del cammino neocatecumenale 20 gennaio 2012 La celebrazione nelle piccole comunità, regolata dai Libri liturgici, che vanno seguiti fedelmente, e con le particolarità approvate negli Statuti del Cammino, ha il compito di aiutare quanti percorrono l’itinerario neocatecumenale a percepire la grazia dell’essere inseriti nel mistero salvifico di Cristo, che rende possibile una testimonianza cristiana capace di assumere anche i tratti della radicalità. Al tempo stesso, la progressiva maturazione nella fede del singolo e della piccola comunità deve favorire il loro inserimento nella vita della grande comunità ecclesiale, che trova nella celebrazione liturgica della parrocchia, nella quale e per la quale si attua il Neocatecumenato (cfr Statuti, art. 6), la sua forma ordinaria. Ma anche durante il cammino è importante non separarsi dalla comunità parrocchiale, proprio nella celebrazione dell’Eucaristia che è il vero luogo dell’unità di tutti, dove il Signore ci abbraccia nei diversi stati della nostra maturità spirituale e ci unisce nell’unico pane che ci rende un unico corpo. Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione del Natale 23 dicembre 1959 I turbamenti che scuotono la pace interna delle nazioni traggono origine principalmente proprio da questo, che l'uomo è stato trattato quasi esclusivamente da strumento, da merce, da miserevole ruota di ingranaggi di una grande macchina, semplice unità produttiva. Solo quando si prenderà come criterio di valutazione dell'uomo e della sua attività la sua dignità personale, si avrà il mezzo per placare le discordie civili e le divergenze, spesso profonde, fra datori di lavoro, per esempio, e lavoratori, e soprattutto per assicurare all'lstituto familiare quelle condizioni di vita, di lavoro e di assistenza, atte a fargli meglio svolgere la sua funzione di cellula della società e prima comunità da Dio stesso costituita per lo sviluppo della persona umana.
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Ep. 341 - Papale papale - "Salmi"
Francesco, udienza generale 14 ottobre 2020 Leggendo la Bibbia ci imbattiamo continuamente in preghiere di vario genere. Ma troviamo anche un libro composto di sole preghiere, libro che è diventato patria, palestra e casa di innumerevoli oranti. Si tratta del Libro dei Salmi. Sono 150 Salmi per pregare. Esso fa parte dei libri sapienziali, perché comunica il “saper pregare” attraverso l’esperienza del dialogo con Dio. Nei salmi troviamo tutti i sentimenti umani: le gioie, i dolori, i dubbi, le speranze, le amarezze che colorano la nostra vita. Il Catechismo afferma che ogni salmo «è di una sobrietà tale da poter essere pregato in verità dagli uomini di ogni condizione e di ogni tempo» (CCC, 2588). Leggendo e rileggendo i salmi, noi impariamo il linguaggio della preghiera. Dio Padre, infatti, con il suo Spirito li ha ispirati nel cuore del re Davide e di altri oranti, per insegnare ad ogni uomo e donna come lodarlo, come ringraziarlo e supplicarlo, come invocarlo nella gioia e nel dolore, come raccontare le meraviglie delle sue opere e della sua Legge. In sintesi, i salmi sono la parola di Dio che noi umani usiamo per parlare con Lui. Paolo VI, Angelus 7 febbraio 1971 L’uomo vede in sé rispecchiato il suo invisibile mistero, lo spirito immortale, e sperimenta il suo premente destino naturale: progredire. Non è infatuazione ambiziosa; è risposta alla vocazione dell’essere suo, che nello stesso tempo impara a leggere nel cosmo l’esigenza d’un principio creatore pensante ed attivo, misterioso, silenzioso, eterno ed onnipotente: lo stesso squallore desolato, e pieno di realtà e di leggi, del satellite esplorato, la suggerisce. Quale meditazione! Il canto trova nel salmo il suo verbo sublime: «I cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annuncia le opere delle sue mani» (Ps. 18, 2). Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione del Natale 22 dicembre 1960 Riprendendo la parola dell'Evangelista S. Giovanni, si rivela interessante il tratto di Gesù con coloro, che era pur riuscito a convertire: « Se voi resterete nella verità, veramente voi sarete miei discepoli: e voi conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi: cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos. Ma quella conversazione da interessante diventa terribile, quando Gesù conduce i suoi interlocutori a conclusioni sconfortanti per ogni negatore della verità conosciuta. Voi vi professate figli di Abramo. Fate dunque le opere di Abramo. Io so invece che voi studiate di ammazzare me, uomo che vi ha detto la verità, la verità che io conosco da Dio stesso. Se Dio fosse vostro padre, voi amereste anche me, perchè io stesso vengo da Dio che mi ha mandato. Voi invece siete figli del diavolo e volete compiere i desideri di lui che è padre vostro. Al sentire queste parole, S. Giovanni dice che quei poveretti presero delle pietre per lanciarle contro Gesù. Ma Egli si nascose e uscì dal tempio]. Si verificava quanto era scritto nel Salmo: « Amate il Signore, quanti gli siete fedeli, perchè il Signore ricerca la fedeltà, e ripaga con abbondanza quelli che agiscono con superbia » Benedetto XVI, udienza generale 22 giugno 2011 I Salmi sono dati al credente proprio come testo di preghiera, che ha come unico fine quello di diventare la preghiera di chi li assume e con essi si rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono una scuola della preghiera. Qualcosa di analogo avviene quando il bambino inizia a parlare, impara cioè ad esprimere le proprie sensazioni, emozioni, necessità con parole che non gli appartengono in modo innato, ma che egli apprende dai suoi genitori e da coloro che vivono intorno a lui. Ciò che il bambino vuole esprimere è il suo proprio vissuto, ma il mezzo espressivo è di altri; ed egli piano piano se ne appropria, le parole ricevute dai genitori diventano le sue parole e attraverso quelle parole impara anche un modo di pensare e di sentire, accede ad un intero mondo di concetti, e in esso cresce, si relaziona con la realtà, con gli uomini e con Dio. La lingua dei suoi genitori è infine diventata la sua lingua, egli parla con parole ricevute da altri che sono ormai divenute le sue parole. Così avviene con la preghiera dei Salmi.
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Ep. 340 - Papale papale - "Chiamata"
Paolo VI, Giornata per le vocazioni 20 aprile 1975 Che cosa significa vocazione se non chiamata? Annuncio, dialogo quindi, inizio di conversazione, invito ad una coincidenza nella verità, provocazione ad una comunione, ad un amore. Chiamata: chi chiama? Fratelli e figli! Cerchiamo di comprendere. La vita, la nostra vita stessa è vocazione. La ragione del nostro essere, razionale e libero, è vocazione. L'antico catechismo nulla ha perduto della sapienza filosofica e teologica: noi abbiamo avuto il dono dell'esistenza per conoscere ed amare Dio; sì, Dio. Che ha voluto suscitare davanti a Sé l'homo sapiens; un essere votato alla ricerca, all'ascoltazione delle voci dell'essere, del cosmo, della scienza. Possiamo applicare a questo rapporto della nostra vita una frase di S. Paolo: nihil sine voce. Niente è senza voce. Tutto parla per chi sa ascoltare. Pio XII, discorso ai fedeli di Roma, 10 febbraio 1952 Accogliete con nobile impeto di dedizione, riconoscendola come chiamata di Dio e degna ragione di vita, la santa consegna, che il vostro Pastore e Padre oggi vi affida: dare inizio a un potente risveglio di pensiero e di opere. Risveglio che impegni tutti, senza evasioni di sorta, il clero ed il popolo, le autorità, le famiglie, i gruppi, ogni singola anima, sul fronte del rinnovamento totale della vita cristiana, sulla linea della difesa dei valori morali, nell'attuazione della giustizia sociale, nella ricostruzione dell'ordine cristiano, cosicchè anche il volto esterno dell'Urbe, dai tempi apostolici centro della Chiesa, appaia in breve tempo fulgido di santità e di bellezza. Benedetto XVI, Angelus 10 febbraio 2013 L’esperienza di Pietro, certamente singolare, è anche rappresentativa della chiamata di ogni apostolo del Vangelo, che non deve mai scoraggiarsi nell’annunciare Cristo a tutti gli uomini, fino ai confini del mondo. Tuttavia, il testo odierno fa riflettere sulla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Essa è opera di Dio. L’uomo non è autore della propria vocazione, ma dà risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova. Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto. Francesco, Angelus 2 giugno 2024 Ecco, fratelli e sorelle, a cosa siamo chiamati: a diventare ciò che mangiamo, a diventare “eucaristici”, cioè persone che non vivono più per sé stesse (cfr Rm 14,7), nella logica del possesso e del consumo, ma che sanno fare della propria vita un dono per gli altri. Così, grazie all’Eucaristia, diventiamo profeti e costruttori di un mondo nuovo: quando superiamo l’egoismo e ci apriamo all’amore, quando coltiviamo legami di fraternità, quando partecipiamo alle sofferenze dei fratelli e condividiamo il pane e le risorse con chi è nel bisogno, quando mettiamo a disposizione di tutti i nostri talenti, allora stiamo spezzando il pane della nostra vita come Gesù.
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Ep. 339 - Papale papale - "Ricordi"
Paolo VI, Messa degli artisti 7 maggio 1964 Ci premerebbe, prima di questo breve colloquio, di sgombrare il vostro animo da certa apprensione, da qualche turbamento, che può facilmente sorprendere chi si trova, in una occasione come questa, nella Cappella Sistina. Non c’è forse luogo che faccia più pensare e più trepidare, che incuta più timidezza e nello stesso tempo ecciti maggiormente i sentimenti dell’anima. Ebbene, proprio voi, artisti, dovete essere i primi a togliere dall’anima la istintiva titubanza, che nasce nell’entrare in questo cenacolo di storia, di arte, di religione, di destini umani, di ricordi, di presagi. Perché? Ma perché è proprio, se mai altro c’è, un cenacolo per gli artisti, degli artisti. E quindi dovreste in questo momento lasciare che il grande respiro delle emozioni, dei ricordi, dell’esultazione, - che un tempio come questo può provocare nell’anima - invada liberamente i vostri spiriti. Giovanni Paolo I, udienza generale 20 settembre 1978 Quand'ero ragazzo, ho letto qualcosa su Andrea Carnegie scozzese, passato coi genitori in America e diventato un po' alla volta uno dei più ricchi uomini del mondo. Egli non era cattolico, ma mi colpì il fatto che ritornasse con insistenza sulle gioie schiette ed autentiche della sua vita. «Sono nato in miseria - diceva - ma non cambierei i ricordi della mia fanciullezza con quelli dei figli dei milionari. Che ne sanno essi delle gioie familiari, della dolce figura di madre che combina in sé le mansioni di bambinaia, di lavandaia, di cuoca, di maestra, di angelo e di santa?». Giovanni Paolo II, discorso alla comunità della diocesi di Albano 23 settembre 1984 Quella di stasera (...) è innanzitutto un’udienza di ricordi. Ricordi ormai lontani nel tempo, ma pur vicini psicologicamente; ricordi tristi e insieme consolanti: ricordi dei giorni della seconda guerra mondiale, che ebbe lungo il litorale e sui colli di Albano uno speciale “teatro” e provocò non pochi lutti e rovine; ricordi della successiva ripresa e della presto conclusa ricostruzione. E chi potrà cancellarli? Forse il tempo, nel fatale avvicendamento delle generazioni (cf. Qo 1, 4), attenuerà o sfumerà certi particolari; ma sempre viva, io penso, resterà la memoria o l’immagine di quanto, dopo il noto sbarco, avvenne non soltanto ad Anzio e a Nettuno, ma in tutta la zona circostante nel crudo inverno del gennaio 1944 e nei mesi seguenti. Francesco, Messa nella Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo 14 giugno 2020 È essenziale ricordare il bene ricevuto: senza farne memoria diventiamo estranei a noi stessi, “passanti” dell’esistenza; senza memoria ci sradichiamo dal terreno che ci nutre e ci lasciamo portare via come foglie dal vento. Fare memoria invece è riannodarsi ai legami più forti, è sentirsi parte di una storia, è respirare con un popolo. La memoria non è una cosa privata, è la via che ci unisce a Dio e agli altri. Per questo nella Bibbia il ricordo del Signore va trasmesso di generazione in generazione, va raccontato di padre in figlio, come dice un bel passaggio: «Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: “Che cosa significano queste istruzioni […] che il Signore, nostro Dio, vi ha dato?”, tu risponderai a tuo figlio: “Eravamo schiavi […] - tutta la storia della schiavitù - e il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi”» (Dt 6,20-22). Tu darai la memoria a tuo figlio.
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Ep. 338 - Papale papale - "Eroi"
Paolo VI, Angelus 6 ottobre 1968 La Chiesa ha scritto col sangue una nuova pagina della sua storia, sempre avversata per il nome di Cristo, e sempre vittoriosa per il mistero di verità e di vita, ch’essa porta con sé. Ci obbligano a pensare questi eroi, lontani nello spazio, ma tanto prossimi al vero Capo della Chiesa, che è Cristo, il quale qui, sopra la tomba del suo Apostolo, ha posto il fondamento visibile ed il cuore pulsante nella storia della sua medesima Chiesa. Vien fatto di domandarci se noi, figli del regno (Matth. 8, 11), come Gesù definisce quelli che gli sono tradizionalmente vicini, abbiamo coscienza della nostra gratuita fortuna; se siamo convinti che per essere veramente fedeli dobbiamo anche noi sopportare di essere talora avversati, per il dramma del Vangelo nel mondo, «a causa del suo nome» (cfr. Matth. 10, 22); e se finalmente, posti davanti al dilemma della scelta decisiva, saremmo disposti a preferire la fede, questo sommo valore, ad ogni altro valore terreno e temporale, alla nostra stessa effimera vita presente, preludio di quella immortale ed eterna. Francesco, udienza generale 19 aprile 2023 I martiri, però, non vanno visti come “eroi” che hanno agito individualmente, come fiori spuntati in un deserto, ma come frutti maturi ed eccellenti della vigna del Signore, che è la Chiesa. In particolare, i cristiani, partecipando assiduamente alla celebrazione dell’Eucaristia, erano condotti dallo Spirito a impostare la loro vita sulla base di quel mistero d’amore: cioè sul fatto che il Signore Gesù aveva dato la sua vita per loro, e dunque anche loro potevano e dovevano dare la vita per Lui e per i fratelli. Una grande generosità, il cammino di testimonianza cristiana. Sant’Agostino sottolinea spesso questa dinamica di gratitudine e di gratuito contraccambio del dono. Giovanni Paolo II, udienza generale 15 novembre 1978 La virtù della fortezza richiede sempre un certo superamento della debolezza umana e soprattutto della paura. L’uomo infatti, per natura, teme spontaneamente il pericolo, i dispiaceri, le sofferenze. Perciò bisogna cercare gli uomini coraggiosi non soltanto sui campi di battaglia, ma anche nelle corsie di un ospedale o sul letto del dolore. Tali uomini si potevano incontrare spesso nei campi di concentramento e nei luoghi di deportazione. Erano degli autentici eroi. La paura toglie alle volte il coraggio civile agli uomini che vivono in un clima di minaccia, di oppressione o di persecuzione. Particolare valore hanno allora gli uomini, che sono capaci di varcare la cosiddetta barriera della paura, al fine di rendere testimonianza alla verità e alla giustizia. Giovanni XXIII, solennità di Pentecoste 10 giugno 1962 E che dire di quelle nazioni, ove l'apostolato s'è ridotto o si sta riducendo a lamentevole ricordo, e gli spiriti abbattuti non osano prevedere, a breve scadenza, la riuscita di un rinnovato movimento di azione pastorale, a luce delle singole anime e a direzione delle famiglie e dei popoli? Ciò mette in chiaro il significato di un'altra verità che i discepoli di Cristo non vogliono dimenticare: che per il cristiano la vera gioia, anche quando è accompagnata da saggi propositi, trova facilmente il suo riscontro in tristezze e contraddizioni. Sta scritto nel Libro Sacro che Gesù, al contemplare Gerusalemme dall'alto, sentì sciogliersi il cuore e gli occhi in pianto. Quante città e nazioni, a riguardarle nelle pagine della loro storia e alla luce delle meraviglie del loro passato, meraviglie di santità ed eroismo, di pietà religiosa e di trionfo di carità, che le resero celebrate, richiamano in eco di mestizia: il Tenebrae factae sunt ... Velum templi scissum est! della morte di Cristo.
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Ep. 337 - Papale papale - "Reti"
Paolo VI, Angelus 28 novembre 1976 Il tempo ci domina. Il tempo ci genera e ci consuma. Viene e scompare. Ancorato alla religione, cioè al cardine dell’Eterno Esistente Iddio, e a noi comunicato con un modo d’essere progressivo e irreversibile, il tempo acquista un immenso valore; ed è questo il primo e fondamentale insegnamento dell’odierna meditazione: il valore del tempo; possiamo dire il valore inestimabile della nostra vita presente. Ogni ora è unica e responsabile. Ogni giorno è un dono prezioso per l’acquisto d’una vita eterna. Ogni momento è un dovere da compiere, una risposta da dare all’incombente domanda dell’Amore. «Da lontano . . . è apparso il Signore: Io ti ho amato di amore eterno» dice la divina profezia (Ier. 31, 3); e vi fa eco il Vangelo; e tu: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore». Giovanni Paolo I, discorso ai rappresentanti della stampa internazionale 1 settembre 1978 Siamo lieti di poter accogliere già nella prima settimana del Nostro Pontificato una rappresentanza così qualificata e numerosa del « mondo » delle comunicazioni sociali, riunita a Roma in occasione di due avvenimenti che, per la Chiesa Cattolica e per il mondo intero, hanno avuto profondo significato: la morte del Nostro compianto Predecessore Paolo VI, e il recente Conclave, nel quale è stato imposto sulle Nostre umili e fragili spalle il formidabile peso del servizio ecclesiale di sommo Pastore. Questo gradito incontro Ci permette di ringraziarvi per i sacrifici e le fatiche che avete affrontato durante il mese di agosto nel servire l'opinione pubblica mondiale - anche il vostro è un servizio, importantissimo - offrendo ai vostri lettori, uditori e telespettatori, con la rapidità e la immediatezza richieste dalla vostra responsabile e delicata professione, la possibilità di partecipare a questi storici avvenimenti, alla loro dimensione religiosa, alla loro profonda connessione con i valori umani e le attese della società di oggi. Giovanni Paolo II, udienza generale 15 dicembre 1999 La perdita del senso di Dio ha coinciso, negli ultimi decenni, con l’avanzare di una cultura nichilistica che impoverisce il senso dell’esistenza umana e relativizza in campo etico perfino i valori fondamentali della famiglia e del rispetto della vita. Tutto questo spesso si realizza non in modo vistoso, bensì con la sottile metodologia dell’indifferenza che fa passare per normali tutti i comportamenti, di modo che non emerga più nessun problema morale. ome dicevo nell’Enciclica Evangelium vitae: “Siamo di fronte ad una realtà più vasta, che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera ‘cultura di morte’”. Francesco, discorso ai partecipanti alla quarta edizione degli Stati generali della natività, 10 maggio 2024 È poi importante promuovere, a livello sociale, una cultura della generosità e della solidarietà intergenerazionale, per rivedere abitudini e stili di vita, rinunciando a ciò che è superfluo allo scopo di dare ai più giovani una speranza per il domani, come avviene in tante famiglie. Non dimentichiamolo: il futuro di figli e nipoti si costruisce anche con le schiene doloranti per anni di fatica e con i sacrifici nascosti di genitori e nonni, nel cui abbraccio c’è il dono silenzioso e discreto del lavoro di una vita intera. E d’altra parte, il riconoscimento e la gratitudine verso di loro da parte di chi cresce sono la sana risposta che, come l’acqua unita al cemento, rende solida e forte la società. Questi sono i valori da sostenere, questa è la cultura da diffondere, se vogliamo avere un domani.
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Ep. 336 - Papale papale - "Valori"
Paolo VI, Angelus 28 novembre 1976 Il tempo ci domina. Il tempo ci genera e ci consuma. Viene e scompare. Ancorato alla religione, cioè al cardine dell’Eterno Esistente Iddio, e a noi comunicato con un modo d’essere progressivo e irreversibile, il tempo acquista un immenso valore; ed è questo il primo e fondamentale insegnamento dell’odierna meditazione: il valore del tempo; possiamo dire il valore inestimabile della nostra vita presente. Ogni ora è unica e responsabile. Ogni giorno è un dono prezioso per l’acquisto d’una vita eterna. Ogni momento è un dovere da compiere, una risposta da dare all’incombente domanda dell’Amore. «Da lontano . . . è apparso il Signore: Io ti ho amato di amore eterno» dice la divina profezia (Ier. 31, 3); e vi fa eco il Vangelo; e tu: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore». Giovanni Paolo I, discorso ai rappresentanti della stampa internazionale 1 settembre 1978 Siamo lieti di poter accogliere già nella prima settimana del Nostro Pontificato una rappresentanza così qualificata e numerosa del « mondo » delle comunicazioni sociali, riunita a Roma in occasione di due avvenimenti che, per la Chiesa Cattolica e per il mondo intero, hanno avuto profondo significato: la morte del Nostro compianto Predecessore Paolo VI, e il recente Conclave, nel quale è stato imposto sulle Nostre umili e fragili spalle il formidabile peso del servizio ecclesiale di sommo Pastore. Questo gradito incontro Ci permette di ringraziarvi per i sacrifici e le fatiche che avete affrontato durante il mese di agosto nel servire l'opinione pubblica mondiale - anche il vostro è un servizio, importantissimo - offrendo ai vostri lettori, uditori e telespettatori, con la rapidità e la immediatezza richieste dalla vostra responsabile e delicata professione, la possibilità di partecipare a questi storici avvenimenti, alla loro dimensione religiosa, alla loro profonda connessione con i valori umani e le attese della società di oggi. Giovanni Paolo II, udienza generale 15 dicembre 1999 La perdita del senso di Dio ha coinciso, negli ultimi decenni, con l’avanzare di una cultura nichilistica che impoverisce il senso dell’esistenza umana e relativizza in campo etico perfino i valori fondamentali della famiglia e del rispetto della vita. Tutto questo spesso si realizza non in modo vistoso, bensì con la sottile metodologia dell’indifferenza che fa passare per normali tutti i comportamenti, di modo che non emerga più nessun problema morale. ome dicevo nell’Enciclica Evangelium vitae: “Siamo di fronte ad una realtà più vasta, che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera ‘cultura di morte’”. Francesco, discorso ai partecipanti alla quarta edizione degli Stati generali della natività, 10 maggio 2024 È poi importante promuovere, a livello sociale, una cultura della generosità e della solidarietà intergenerazionale, per rivedere abitudini e stili di vita, rinunciando a ciò che è superfluo allo scopo di dare ai più giovani una speranza per il domani, come avviene in tante famiglie. Non dimentichiamolo: il futuro di figli e nipoti si costruisce anche con le schiene doloranti per anni di fatica e con i sacrifici nascosti di genitori e nonni, nel cui abbraccio c’è il dono silenzioso e discreto del lavoro di una vita intera. E d’altra parte, il riconoscimento e la gratitudine verso di loro da parte di chi cresce sono la sana risposta che, come l’acqua unita al cemento, rende solida e forte la società. Questi sono i valori da sostenere, questa è la cultura da diffondere, se vogliamo avere un domani.
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Ep. 335 - Papale papale - "Respiro"
Francesco, Messa in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti 3 novembre 2014 Il Vangelo che abbiamo ascoltato, che unisce – secondo la redazione di Marco – il racconto della morte di Gesù e quello della tomba vuota, rappresenta il culmine di tutto quel cammino: è l’avvenimento della Risurrezione, che risponde alla lunga ricerca del popolo di Dio, alla ricerca di ogni uomo e dell’intera umanità. Ognuno di noi è invitato ad entrare in questo avvenimento. Siamo chiamati a stare prima davanti alla croce di Gesù, come Maria, come le donne, come il centurione; ad ascoltare il grido di Gesù, e il suo ultimo respiro, e infine il silenzio; quel silenzio che si prolunga per tutto il sabato santo. E poi siamo chiamati ad andare alla tomba, per vedere che il grande masso è stato ribaltato; per ascoltare l’annuncio: «E’ risorto, non è qui» (Mc 16,6). Lì c’è la risposta. Lì c’è il fondamento, la roccia. Non in “discorsi persuasivi di sapienza”, ma nella parola vivente della croce e della risurrezione di Gesù. Giovanni XXIII, radiomessaggio natalizio 22 dicembre 1960 Per le anime create da Dio e riservate ai destini eterni è naturale la ricerca e la scoperta della verità, che è l'oggetto primo dell'attività interiore dello spirito umano. Perchè si dice la verità? Perchè è comunicazione di Dio, e tra l'uomo e la verità. non vi è semplicemente rapporto accidentale, ma necessario ed essenziale. Questa verità, che irrompe dal Verbo Divino, e accende ed illumina il passato e vivifica con i suoi raggi il presente, è come il respiro che dà sicurezza di vita avvenire, oltre l'ultima apparizione di Dio per il giudizio estremo di quaggiù, che deciderà le sorti di ogni uomo per l'eternità. Benedetto XVI, udienza generale 16 maggio 2012 Nella preghiera noi sperimentiamo, più che in altre dimensioni dell’esistenza, la nostra debolezza, la nostra povertà, il nostro essere creature, poiché siamo posti di fronte all’onnipotenza e alla trascendenza di Dio. E quanto più progrediamo nell’ascolto e nel dialogo con Dio, perché la preghiera diventi il respiro quotidiano della nostra anima, tanto più percepiamo ancheil senso del nostro limite, non solo davanti alle situazioni concrete di ogni giorno, ma anche nello stesso rapporto con il Signore. Cresce allora in noi il bisogno di fidarci, di affidarci sempre più a Lui; comprendiamo che «non sappiamo… come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26). Ed è lo Spirito Santo che aiuta la nostra incapacità, illumina la nostra mente e scalda il nostro cuore, guidando il nostro rivolgerci a Dio. Giovanni Paolo II, Messa nella Cena del Signore 12 aprile 1979 L’amore del Padre si è rivelato nella donazione del Figlio. Nella donazione mediante la morte. Il Giovedì Santo, il giorno dell’Ultima Cena, è in un certo senso il prologo di quella donazione: è l’ultima preparazione. E in un certo modo quel che in questo giorno si compiva va già oltre tale donazione. Proprio nel Giovedì Santo, durante l’Ultima Cena, si manifesta cosa vuol dire: “Amò sino alla fine”. Giustamente, infatti, pensiamo che amare sino alla fine significhi fino alla morte, sino all’ultimo respiro. Tuttavia l’Ultima Cena ci mostra che, per Gesù, “sino alla fine” significa al di là dell’ultimo respiro. Al di là della morte. Tale è appunto il significato dell’Eucaristia. La morte non è la sua fine, ma il suo inizio.
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Ep. 334 - Papale papale - "Relazione"
Benedetto XVI, udienza generale 6 febbraio 2013 L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri. Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo “ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creaturale e conseguentemente contro il proprio bene” (n. 398). Turbata la relazione fondamentale, sono compromessi o distrutti anche gli altri poli della relazione, il peccato rovina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da solo; solamente il Creatore stesso può ripristinare le giuste relazioni. Francesco. Discorso al Corpo della Guardia Svizzera Pontificia 6 maggio 2024 In effetti, la relazione è l’esperienza-chiave per noi cristiani: Gesù ci ha rivelato e testimoniato che Dio è amore, è in Sé stesso relazione, e in questo mistero troviamo la meta e il compimento della nostra esistenza. Le buone relazioni sono la strada maestra per la nostra crescita e maturazione umana e cristiana. Gran parte di ciò che caratterizza la nostra personalità lo abbiamo appreso attraverso le relazioni con i genitori, i fratelli e le sorelle, i compagni di scuola, gli insegnanti, gli amici, i colleghi di lavoro, e così via. Paolo VI, Angelus 5 giugno 1977 L’ala della preghiera, con la logica della liturgia, ci porta alla sommità della nostra fede e della nostra pietà; e noi, quasi vincendo lo splendore abbagliante della suprema rivelazione, osiamo pronunciare il nome di Lui, Iddio nostro, uno nell’Essenza, trino nelle Persone, Padre e Figlio e Spirito Santo, nel cui nome noi siamo stati battezzati, e in una ineffabile relazione associati alla Vita divina. Grande verità, grande mistero. È la nostra fede, è la nostra luce, è la nostra fortuna! «Beati i vostri occhi perché vedono, e i vostri orecchi perché sentono - ha detto Cristo Maestro -; in verità vi dico che molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate e non lo udirono». Giovanni Paolo II, udienza generale 23 aprile 1986 L’uomo, chiamato a “soggiogare la terra” - si badi: a “soggiogarla”, non a devastarla, perché la creazione è un dono di Dio e come tale merita rispetto -, l’uomo è immagine di Dio non soltanto come “maschio e femmina, ma anche in ragione della relazione reciproca dei due sessi”. Questa relazione reciproca costituisce l’anima della “comunione di persone” che si instaura nel matrimonio e presenta una certa similitudine con l’unione delle Tre Persone divine. A questo proposito il Concilio Vaticano II ci dice: “Dio non creò l’uomo lasciandolo solo; fin da principio "uomo e donna li creò" e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone. L’uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti”. La creazione comporta così per l’uomo sia il rapporto con il mondo, sia quello con l’altro essere umano (il rapporto uomo-donna), come pure con gli altri suoi simili.
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Ep. 333 - Papale papale - "Fedeltà"
Paolo VI, Angelus 2 gennaio 1977 La mentalità moderna rifugge spesso dall’impegno, che dà un aspetto coerente, energico e volontario al nostro modo di vivere. La mentalità cristiana invece tende a convertire in fedeltà di promesse i contatti momentanei e passeggeri della luce interiore. Così dovremmo fare. Imprimere maggiore chiarezza e maggiore energia alla nostra vita cristiana: da professione puramente nominale la nostra religiosità cristiana deve tradursi in coerente e forte stile dal carattere personale (Cfr. Matth. 5, 21-23). Non temere perciò di fare programmi nuovi e forti, purché ragionevoli, s’intende. Ma non escludere da tali programmi il coraggio, la perseveranza, la rinuncia, il sacrificio. La preghiera poi sostiene il buon volere, perché il Signore conforta gli animi volenterosi ed oranti. Pio XII, radiomessaggio ai fedeli romani 10 febbraio 1952 L'azione, a cui oggi chiamiamo Pastori e fedeli, rifletta quella di Dio : sia illuminatrice e unificatrice, generosa ed amorevole. A questo scopo, ponendovi dinanzi allo stato concreto della vostra e Nostra città, studiatevi che siano ben accertati i bisogni, ben chiare le mete, ben calcolate le disponibili f orze, in guisa che le presenti risorse iniziali non vengano trascurate perchè ignorate, nè disordinatamente impiegate, nè sciupate in attività secondarie. S'invitino le anime di buona volontà; esse stesse si offrano spontaneamente. Loro legge sia la fedeltà incondizionata alla persona di Gesù Cristo e ai suoi insegnamenti. La loro oblazione sia umile ed obbediente; la loro opera s'inserisca come elemento attivo nella grandiosa corrente, che Dio moverà e condurrà per mezzo dei suoi ministri. Giovanni Paolo II, discorso ai coniugi partecipanti al Convegno sulla famiglia e l’amore 3 maggio 1981 Veni Creator Spiritus”. Saluto voi, coniugi, con questa invocazione, che ricorda a ciascuno di voi quel grande momento della vostra vita, quando vi siete trovati davanti all’altare, per dare, nello Spirito Santo, l’uno all’altro la reciproca testimonianza dell’amore, della fedeltà e dell’onestà matrimoniale, giurando di mantenerli fino alla morte: “Io prendo te come mia sposa – come mio sposo – e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Francesco, udienza generale 21 ottobre 2015 Sì, cari fratelli e sorelle, la fedeltà è una promessa di impegno che si auto-avvera, crescendo nella libera obbedienza alla parola data. La fedeltà è una fiducia che “vuole” essere realmente condivisa, e una speranza che “vuole” essere coltivata insieme. E parlando di fedeltà mi viene in mente quello che i nostri anziani, i nostri nonni raccontano: “A quei tempi, quando si faceva un accordo, una stretta di mano era sufficiente, perché c’era la fedeltà alle promesse. E anche questo, che è un fatto sociale, ha origine nella famiglia, nella stretta di mano dell’uomo e la donna per andare avanti insieme, tutta la vita.
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Ep. 332- Papale papale - "Pazienza"
Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione del Natale 21 dicembre 1961 Con l'autorità che Ci viene da Gesù Cristo, vi diciamo : Allontanate, allontanate la suggestione della forza; tremate alla idea di determinare una catena imponderabile di fatti, di giudizi, di risentimenti, che possa concludersi con atti inconsulti e irreparabili. Potere grande vi è stato dato non per distruggere, ma per edificare; non per dividere, ma per unire; non per far scorrere lacrime, ma per dare a tutti lavoro e sicurezza. Ecco le varie applicazioni di una bontà, che si deve estendere a tutti i campi dell'umana convivenza. Questa bonitas è forza e dominio di se stessi, pazienza con gli altri, carità che non si estingue, che non si perde d'animo, perchè vuole realmente il bene attorno a sè, secondo le immortali parole di S. Agostino. Essa « rimane tranquilla fra le offese, benefica in mezzo agli odii : nell'ira è mansueta, è innocua nelle insidie; nell'iniquità geme, e respira nella verità : inter iniquitates gemens, in veritate respirans ». Paolo VI, Angelus 18 giugno 1978 Noi non dobbiamo perdere il senso del tempo, e cioè conservare nella successione degli avvenimenti, dapprima, la fiducia; la fiducia nella simultanea assistenza dell’azione provvida e buona della Provvidenza, che vigila sulle nostre cose, e sa trarre da ogni situazione conseguenze propizie al nostro bene superiore. Avere cioè un ottimismo galleggiante sulle onde, spesso tempestose della nostra immediata e anche non lieta esperienza. «Dio, ammonisce S. Paolo, non permetterà che siamo tribolati oltre le nostre possibilità» (1 Cor. 10, 13). E in secondo luogo, fortezza noi dobbiamo avere nei casi incerti ed avversi del nostro cammino nel tempo. Il tempo presente è la palestra delle nostre virtù; non dobbiamo vivere nel timore e nella pigrizia, ma dobbiamo interpretare le difficoltà della vita come un esercizio di fedeltà, di costanza, di pazienza. «Con la vostra pazienza, ha detto il Signore, voi sarete padroni della vostra vita» (Luc. 21, 19). Benedetto XVI, celebrazione dei Vespri con gli universitari, 15 dicembre 2011 Dio, nell’incarnazione del Verbo, nell’incarnazione del suo Figlio, ha sperimentato il tempo dell’uomo, della sua crescita, del suo farsi nella storia. Quel Bambino è il segno della pazienza di Dio, che per primo è paziente, costante, fedele al suo amore verso di noi; Lui è il vero “agricoltore” della storia, che sa attendere. Quante volte gli uomini hanno tentato di costruire il mondo da soli, senza o contro Dio! Il risultato è segnato dal dramma di ideologie che, alla fine, si sono dimostrate contro l’uomo e la sua dignità profonda. La costanza paziente nella costruzione della storia, sia a livello personale che comunitario, non si identifica con la tradizionale virtù della prudenza, di cui certamente si ha bisogno, ma è qualcosa di più grande e più complesso. Essere costanti e pazienti significa imparare a costruire la storia insieme con Dio, perché solo edificando su di Lui e con Lui la costruzione è ben fondata, non strumentalizzata per fini ideologici, ma veramente degna dell’uomo. Francesco, Messa nella solennità della Natività del Signore 24 dicembre 2014 La pazienza di Dio. Quanto è difficile capire questo: la pazienza di Dio verso di noi! Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre e della corruzione. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale. Dio non conosce lo scatto d’ira e l’impazienza; è sempre lì, come il padre della parabola del figlio prodigo, in attesa di intravedere da lontano il ritorno del figlio perduto; e tutti i giorni, con pazienza. La pazienza di Dio.
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Ep. 331 - Papale papale - "Crocifisso"
Giovanni XXIIII, consegna del crocifisso a missionari e missionarie, 11 ottobre 1959 Diletti figli! L'immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l'esempio da seguire: « a Lui arriva solo chi cammina — sono ancora parole di S. Leone — per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria — Dominus virtutum et Rex gloriae — ha percorso nella figura della nostra infermità... proprio perchè, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza » Benedetto XVI, udienza generale 10 febbraio 2010 Scrive sant’Antonio: “Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore... In nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce” (Sermones Dominicales et Festivi III, pp. 213-214). Meditando queste parole possiamo capire meglio l'importanza dell'immagine del Crocifisso per la nostra cultura, per il nostro umanesimo nato dalla fede cristiana. Proprio guardando il Crocifisso vediamo, come dice sant'Antonio, quanto grande è la dignità umana e il valore dell'uomo. In nessun altro punto si può capire quanto valga l'uomo, proprio perché Dio ci rende così importanti, ci vede così importanti, da essere, per Lui, degni della sua sofferenza; così tutta la dignità umana appare nello specchio del Crocifisso e lo sguardo verso di Lui è sempre fonte del riconoscimento della dignità umana. Giovanni Paolo II, discorso durante la visita all’ospedale “Cristo Re”, 10 aprile 1983 Aver fede in Cristo crocifisso e risorto significa credere nel valore della vita e quindi della salute. È triste pensare come molti purtroppo oggi rovinano la loro salute e sprecano o rifiutano la vita! Se manca la luce del Risorto tutto diventa tragicamente possibile! Gesù risorto afferma che la vita viene da Dio ed è un dono prezioso che dobbiamo amministrare, di cui siamo responsabili e di cui dovremo rendere conto. “Pasqua” significa “vita” e amore alla vita. Aver fede in Cristo crocifisso e risorto significa credere nella presenza continua ed amorevole della Provvidenza nelle nostre singole esistenze come nel corso tumultuoso della storia. Perciò in questa fede nel disegno provvidente di Dio, assumono valore e significato anche la malattia e la sofferenza. Francesco, udienza generale 5 aprile 2023 Ci vuole un po’ di speranza per essere guariti dalla tristezza di cui siamo malati, per essere guariti dall’amarezza con cui inquiniamo la Chiesa e il mondo. Fratelli e sorelle, guardiamo il Crocifisso. E che cosa vediamo? Vediamo Gesù nudo, Gesù spogliato, Gesù ferito, Gesù tormentato. È la fine di tutto? Lì c’è la nostra speranza. Cogliamo allora come in questi due aspetti la speranza, che sembra morire, rinasce. Anzitutto, vediamo Gesù spogliato: infatti, «dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte» (v. 35). Dio spogliato: Lui che ha tutto si lascia privare di tutto. Ma quella umiliazione è la via della redenzione.
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Ep. 330 - Papale papale - "Religione"
Francesco, viaggio apostolico in Albania, incontro con esponenti di altre religioni 21 settembre 2014 Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell’uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano. Paolo VI, udienza generale 6 ottobre 1976 Vi è ancora posto per la religione cattolica, per la Chiesa, diciamo semplificando e sintetizzando, per la nostra Fede nel mondo moderno, nel mondo teso verso ogni forma di sviluppo umano, là specialmente dove uno sviluppo sia reclamato da bisogni essenziali della vita dei Popoli, e quindi sia reclamato da diritti insoddisfatti, e imposto da quella evoluzione umana che chiamiamo progresso? La distinzione, anzi la separazione, dell’attività temporale da quella religiosa, oggi tanto marcata dalla «secolarizzazione», anzi dal «secolarismo», vigente nella mentalità e nell’attività della società contemporanea, non esclude l’evangelizzazione, cioè la religione, cioè la fede dall’area della vita moderna, affrancata ormai da ogni visuale religiosa? Come ognuno vede, è questa una posizione problematica di sommo interesse. Considerata in termini assoluti, essa può essere questione di vita o di morte per la religione, per la fede, ed anche per l’umanità; l’ateismo moderno, pratico o teorico che sia, vi ha già dato una risposta negativa, alla quale tanta gente aderisce, e spesso passivamente, a occhi chiusi, quasi che, soffocata la fede nella mentalità delle nuove generazioni, l’uomo goda d’una liberazione non più inceppata da scrupoli religiosi, senza abbastanza riflettere quale sarà il cammino dell’uomo stesso, accecato dalla privazione delle grandi verità orientatrici che la fede gli offriva, o peggio, dalla rinuncia alla propria facoltà visiva sulle massime questioni dell’esistenza sia del mondo, sia della vita umana. Giovanni XXIII, radiomessaggio a chiusura del Congresso eucaristico di Catania 13 settembre 1959 Il Nostro cuore è particolarmente vicino a voi, e gode di esprimervi, col prezioso ausilio delle onde radiofoniche, la Nostra viva compiacenza. Ed è naturale che, guardando ai fervidi tributi di amore e di lode resi all'Eucaristia, Noi aggiungiamo l'omaggio della Nostra personale devozione, a conforto della fede comune, ed a suggello della nuova pagina di pietà, che i diletti figli d'Italia hanno esemplarmente scritta nei fasti della loro storia religiosa. Le vostre preghiere, i vostri canti, i solenni riti ai quali avete assistito, si sono rivolti incessantemente in adorazione del Pane eucaristico, che le lezioni dei valenti Maestri del Congresso hanno presentato ai vostri occhi in tutto il suo vivificante splendore. E volendo riassumere quanto è stato compiuto durante questi giorni, Noi ben possiamo additare nel culto dell'Eucaristia l'espressione più luminosa e completa della religione cattolica. Benedetto XVI, discorso ai partecipanti all’incontro degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2009 L’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della storia della scuola in Italia, e l’insegnante di religione costituisce una figura molto importante nel collegio dei docenti. È significativo che con lui tanti ragazzi si tengano in contatto anche dopo i corsi. L’altissimo numero di coloro che scelgono di avvalersi di questa disciplina è inoltre il segno del valore insostituibile che essa riveste nel percorso formativo e un indice degli elevati livelli di qualità che ha raggiunto. In un suo recente messaggio la Presidenza della CEI ha affermato che “l’insegnamento della religione cattolica favorisce la riflessione sul senso profondo dell’esistenza, aiutando a ritrovare, al di là delle singole conoscenze, un senso unitario e un’intuizione globale. Ciò è possibile perché tale insegnamento pone al centro la persona umana e la sua insopprimibile dignità, lasciandosi illuminare dalla vicenda unica di Gesù di Nazaret, di cui si ha cura di investigare l’identità, che non cessa da duemila anni di interrogare gli uomini”.
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Ep. 328 - Papale papale - "Ricchezza"
Paolo VI, discorso ai partecipanti al pellegrinaggio internazionale dei terziari francescani, 19 maggio 1971 La povertà è la filosofia del Vangelo: «Cercate prima il regno di Dio» (Matth. 6, 33). «Lo spirito di povertà e di amore, perciò, come dice il Concilio, è la gloria ed il segno della Chiesa di Cristo». Per fortuna questa idea evangelica oggi si fa strada nella Chiesa; e voi, alunni e figli del Poverello d’Assisi, dovete non solo onorarla, ma professarla, ad esempio ed a sostegno della Chiesa, e a monito per il mondo, che vediamo spesso ingolfato nella esclusiva o prevalente ricerca della ricchezza, nel conflitto sociale intorno alla ricchezza, nell’abuso gaudente, egoistico e vizioso della ricchezza. E anche nel mondo, in certe forme strane e discutibili, purtroppo non sempre immuni di licenziosa amoralità, e forse solo effimere e capricciose, si fa strada il ripudio di questo idolo affascinante ed opprimente, ch’è appunto la ricchezza ammantata di lusso e di comodità. Giovanni XXIII, radiomessaggio a chiusura del Congresso eucaristico nazionale di Catania, 13 settembre 1959 Non esitiamo, anzi, di affermare che governanti e popoli sono destinati a restare in balìa dei naturali egoismi e delle divisioni, se non conformano le loro leggi a quelle norme di giustizia e di amore cristiano, di cui il Sacramento dell'Altare è la vera ed inesauribile sorgente. Non si veda, dunque, nella Eucaristia il bene soltanto del fedele comunicante, ma, al dire dell'Angelico Dottore, « il bene comune spirituale di tutta la Chiesa, che è ivi sostanzialmente presente». Venerabili Fratelli e diletti figli! Nella lezione del Breviario della solennità di S. Agata si legge questa edificante espressione: « Multo praestantior est christiana humilitas et servitus regum opibus ac superbia »: « La cristiana umiltà dei servi di Dio è molto superiore alle ricchezze ed alla superbia dei re ». Benedetto XVI, Angelus 30 settembre 2007 il Vangelo di Luca presenta la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Il ricco impersona l’uso iniquo delle ricchezze da parte di chi le adopera per un lusso sfrenato ed egoistico, pensando solamente a soddisfare se stesso, senza curarsi affatto del mendicante che sta alla sua porta. Il povero, al contrario, rappresenta la persona di cui soltanto Dio si prende cura: a differenza del ricco, egli ha un nome, Lazzaro, abbreviazione di Eleazaro, che significa appunto "Dio lo aiuta". Chi è dimenticato da tutti, Dio non lo dimentica; chi non vale nulla agli occhi degli uomini, è prezioso a quelli del Signore. Il racconto mostra come l’iniquità terrena venga ribaltata dalla giustizia divina: dopo la morte, Lazzaro è accolto "nel seno di Abramo", cioè nella beatitudine eterna; mentre il ricco finisce "all’inferno tra i tormenti". Si tratta di un nuovo stato di cose inappellabile e definitivo, per cui è durante la vita che bisogna ravvedersi, farlo dopo non serve a nulla. Francesco, Angelus 22 settembre 2019 La ricchezza può spingere a erigere muri, creare divisioni e discriminazioni. Gesù, al contrario, invita i suoi discepoli ad invertire la rotta: “Fatevi degli amici con la ricchezza”. È un invito a saper trasformare beni e ricchezze in relazioni, perché le persone valgono più delle cose e contano più delle ricchezze possedute. Nella vita, infatti, porta frutto non chi ha tante ricchezze, ma chi crea e mantiene vivi tanti legami, tante relazioni, tante amicizie attraverso le diverse “ricchezze”, cioè i diversi doni di cui Dio l’ha dotato. Ma Gesù indica anche la finalità ultima della sua esortazione: “Fatevi degli amici con la ricchezza, perché essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Ad accoglierci in Paradiso, se saremo capaci di trasformare le ricchezze in strumenti di fraternità e di solidarietà, non ci sarà soltanto Dio, ma anche coloro con i quali abbiamo condiviso, amministrandolo bene, quanto il Signore ha messo nelle nostre mani.
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Ep. 329 - Papale papale - "Miseria"
Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo intero 24 dicembre 1943 Il vostro cuore e la vostra mente si volgano al Fanciullo divino del presepio. Vedete e meditate come in quella grotta abbandonata, esposta al freddo e ai venti, Egli partecipi della vostra povertà e della vostra miseria. Egli, Signore del cielo e della terra e di tutte le ricchezze, per le quali contendono gli uomini. Tutto è suo: eppure quante volte in questi tempi ha dovuto anch'Egli abbandonare chiese e cappelle distrutte, incendiate, crollate o pericolanti! (...) Noi vi lodiamo e ringraziamo, Sacerdoti e laici, uomini e donne, che non di rado, sprezzando ogni pericolo della vostra vita, avete ricoverato e custodito in luogo sicuro il Signore e Salvatore eucaristico. Il vostro zelo non voleva che si avverasse ancora una volta ciò che fu detto di Cristo: «È venuto nei suoi possessi e i suoi non l'hanno accolto» (Io. I, II). Così il Signore non ha rifiutato di venire in mezzo alla vostra povertà: Egli che già preferì Betlemme a Gerusalemme, la stalla e il presepe al grandioso tempio del Padre suo. Povertà e miseria sono amare, ma diventano dolci se si conserva in sé Iddio, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, e la sua grazia e verità. Paolo VI, Angelus 5 dicembre 1971 Siamo tutti sorpresi e addolorati: ancora la guerra, una nuova guerra, questa terribile e inumana disgrazia, riprende a scoppiare sulla terra. (...) Si avverte il pericolo spaventoso che alleanze quasi automatiche e incalcolabili travolgano nel nuovo conflitto altri Popoli e vi impieghino altre armi formidabili. (...) Speriamo ancora, e con buon fondamento, che ciò non avvenga; ma la minaccia prende profilo preciso. E così un altro pericolo incombe sulla nostra generazione: dopo essere uscita da una straziante e orrenda esperienza delle ultime guerre, e dopo avere tanto parlato di progresso e di concordia, pare ad un tratto che l’ideale della pace universale svanisca come un incantevole sogno al risveglio dell’inesorabile realtà dell’uomo nemico dell’uomo, e con tale feroce potenza da travolgere più che mai nel suo ricorrente conflitto innumerevoli schiere di esseri ignari, inermi, innocenti, e di crescere a dismisura il dolore e la miseria nell’umanità. Benedetto XVI, solennità di Maria Santissima Madre di Dio 1 gennaio 2009 Quando Francesco d’Assisi si spoglia dei suoi beni, fa una scelta di testimonianza ispiratagli direttamente da Dio, ma nello stesso tempo mostra a tutti la via della fiducia nella Provvidenza. Così, nella Chiesa, il voto di povertà è l’impegno di alcuni, ma ricorda a tutti l’esigenza del distacco dai beni materiali e il primato delle ricchezze dello spirito. Ecco dunque il messaggio da raccogliere oggi: la povertà della nascita di Cristo a Betlemme, oltre che oggetto di adorazione per i cristiani, è anche scuola di vita per ogni uomo. Essa ci insegna che per combattere la miseria, tanto materiale quanto spirituale, la via da percorrere è quella della solidarietà, che ha spinto Gesù a condividere la nostra condizione umana. Francesco, visita pastorale a Trieste, concelebrazione eucaristica, 7 luglio 2024 L’infinito di Dio si cela nella miseria umana, il Signore si agita e si rende presente, e si rende una presenza amica proprio nella carne ferita degli ultimi, dei dimenticati, degli scartati. Lì si manifesta il Signore. E noi, che talvolta ci scandalizziamo inutilmente di tante piccole cose, faremmo bene invece a chiederci: perché dinanzi al male che dilaga, alla vita che viene umiliata, alle problematiche del lavoro, alle sofferenze dei migranti, non ci scandalizziamo? Perché restiamo apatici e indifferenti alle ingiustizie del mondo? Perché non prendiamo a cuore la situazione dei carcerati, che anche da questa città di Trieste si leva come un grido di angoscia? Perché non contempliamo le miserie, il dolore, lo scarto di tanta gente nella città? Abbiamo paura, abbiamo paura di trovare Cristo, lì.
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Ep. 327 - Papale papale - "Consiglio"
Francesco, udienza generale 7 maggio 2014 Abbiamo sentito nella lettura di quel brano del libro dei Salmi che dice: «Il Signore mi ha dato consiglio, anche di notte il mio cuore mi istruisce» (Sal 16, 7). E questo è un altro dono dello Spirito Santo: il dono del consiglio. Sappiamo quanto è importante, nei momenti più delicati, poter contare sui suggerimenti di persone sagge e che ci vogliono bene. Ora, attraverso il dono del consiglio, è Dio stesso, con il suo Spirito, a illuminare il nostro cuore, così da farci comprendere il modo giusto di parlare e di comportarsi e la via da seguire. Ma come agisce questo dono in noi? Nel momento in cui lo accogliamo e lo ospitiamo nel nostro cuore, lo Spirito Santo comincia subito a renderci sensibili alla sua voce e a orientare i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre intenzioni secondo il cuore di Dio. Nello stesso tempo, ci porta sempre più a rivolgere lo sguardo interiore su Gesù, come modello del nostro modo di agire e di relazionarci con Dio Padre e con i fratelli. Il consiglio, allora, è il dono con cui lo Spirito Santo rende capace la nostra coscienza di fare una scelta concreta in comunione con Dio, secondo la logica di Gesù e del suo Vangelo. Giovanni Paolo II, udienza generale 26 ottobre 1994 Più volte ho parlato dei “consigli evangelici”, che nella vita consacrata si traducono nei “voti” - o almeno impegni - della castità, della povertà e dell’obbedienza. Essi prendono il loro pieno significato nel contesto di una vita totalmente dedicata a Dio, in comunione con Cristo. L’avverbio “totalmente” (totaliter), usato da San Tommaso d’Aquino per specificare il valore essenziale della vita religiosa, è quanto mai espressivo! “La religione è la virtù per la quale si offre qualche cosa per il culto e il servizio di Dio. Perciò si dicono religiosi per antonomasia coloro che si consacrano totalmente al divino servizio, offrendosi a Dio come in olocausto” (San Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 186, a. 1). E un concetto attinto dalla tradizione dei Padri, segnatamente da San Girolamo (cf. San Girolamo, Epist. 125, ad Rusticum); e da San Gregorio Magno (cf. San Gregorio Magno, Super Ezechielem., hom. 20). Il Concilio Vaticano II, che cita San Tommaso d’Aquino, ne fa propria la dottrina e parla della “consacrazione a Dio”, intima e perfetta, che come sviluppo della consacrazione battesimale avviene nello stato religioso mediante i vincoli dei consigli evangelici. Benedetto XVI, udienza generale 14 novembre 2007 Certo, per penetrare sempre più profondamente la Parola di Dio è necessaria un’applicazione costante e progressiva. Così Girolamo raccomandava al sacerdote Nepoziano: «Leggi con molta frequenza le divine Scritture; anzi, che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare» (Ep. 52,7). Alla matrona romana Leta dava questi consigli per l’educazione cristiana della figlia: «Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura ... Alla preghiera faccia seguire la lettura, e alla lettura la preghiera ... Che invece dei gioielli e dei vestiti di seta, essa ami i Libri divini» (Ep. 107,9.12). Con la meditazione e la scienza delle Scritture si «mantiene l’equilibrio dell’anima» (Commento alla Lettera agli Efesini, prol.). Solo un profondo spirito di preghiera e l’aiuto dello Spirito Santo possono introdurci alla comprensione della Bibbia: «Nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo». Pio XII, discorso in onore di Papa Pio X, 3 giugno 1951 Quanto a Noi, che eravamo allora agli inizi del Nostro sacerdozio, già al servizio della Santa Sede, non potremo mai dimenticare la intensa Nostra commozione, quando, nel meriggio di quel 4 agosto 1903, dalla Loggia della Basilica Vaticana la voce del Cardinale Primo Diacono annunziò alla moltitudine che quel Conclave — così notevole per tanti aspetti! — aveva portato la sua scelta sul Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto. Fu allora pronunziato per la prima volta al cospetto del mondo il nome di Pio X. Che cosa doveva significare questo nome per il Papato, per la Chiesa, per l'umanità? Mentre oggi, dopo quasi mezzo secolo, Noi ripassiamo in spirito il succedersi dei gravi e complessi avvenimenti che lo hanno riempito, la Nostra fronte s'inchina e le Nostre ginocchia si piegano in ammirata adorazione dei consigli divini, il cui mistero lentamente si svela ai poveri occhi umani, man mano che si compie nel corso della storia.
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Ep. 326 - Papale papale - "Timore"
Paolo VI, Angelus 1 novembre 1971 L’uomo moderno, che si è meravigliosamente sviluppato, subisce la tremenda tentazione di dimenticare, di negare questa nostra futura realtà, e così si fa fatalmente profeta della morte. Chiudendo dentro il modo presente di vivere, nella sola esperienza del tempo, il suo destino, egli perde il vero senso dei valori stessi del tempo: si esalta di essi, come fossero i soli e i definitivi; e poi si rassegna o si dispera, perché li scopre effimeri e fugaci, e non vede più a che cosa essi devono finalmente servire. Fratelli, conserviamo la nostra certezza nella vita futura, e mettiamola in azione nella vita presente. Sì; allora il timore di Dio diventa il principio della nostra saggezza. Francesco, udienza generale 11 giugno 2014 Non significa avere paura di Dio: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene. Quando lo Spirito Santo prende dimora nel nostro cuore, ci infonde consolazione e pace, e ci porta a sentirci così come siamo, cioè piccoli, con quell’atteggiamento - tanto raccomandato da Gesù nel Vangelo - di chi ripone tutte le sue preoccupazioni e le sue attese in Dio e si sente avvolto e sostenuto dal suo calore e dalla sua protezione, proprio come un bambino con il suo papà! Questo fa lo Spirito Santo nei nostri cuori: ci fa sentire come bambini nelle braccia del nostro papà. In questo senso, allora, comprendiamo bene come il timore di Dio venga ad assumere in noi la forma della docilità, della riconoscenza e della lode, ricolmando il nostro cuore di speranza. Giovanni XXIII, radiomessaggio ai fedeli e ai popoli del mondo intero 22 dicembre 1960 Onorare la verità. È invito ad essere di esempio luminoso in tutti i settori della vita individuale, familiare, professionale e sociale. La verità ci rende liberi; essa nobilita chi la professa apertamente e senza rispetti umani. Perchè adunque aver timore di onorarla e di farla rispettare? Perchè scendere ad accomodamenti con la propria coscienza, accettando compromessi stridenti con la vita e la pratica cristiana, quando invece solo chi ha la verità dovrebbe essere convinto di avere con sé la luce, che dissipa ogni tenebra, e la forza trascinatrice che può trasformare il mondo? Non è colpevole soltanto chi deliberatamente sfigura la verità, ma lo è altrettanto chi, per timore di non apparire completo e moderno, la tradisce con l'ambiguità del suo atteggiamento. Giovanni Paolo II, discorso ad un pellegrinaggio della diocesi di Carpi 8 novembre 1980 Voglio esortarvi oggi (...) a riaffermare con coraggio e con impegno la vostra fede; a custodirla nel cuore; a professarla, senza timore e senza debolezza, pubblicamente con la parola, con l’esempio, sempre in radicale coerenza con le esigenze, talvolta dure, della concezione cristiana. “II fedele - ci avverte sant’Agostino - non creda semplicemente col cuore, mentre per il timore impedisce alle labbra di annunziare ciò che crede. Ci sono dei cristiani che hanno la fede nel cuore..., ma temono di professarla con le labbra, quasi proibiscono alle loro labbra di far risonare ciò che sanno, ciò che hanno dentro... Dicano dunque le labbra ciò che ha il cuore: questo contro il timore.
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Ep. 325 - Papale papale - "Beatitudini"
Benedetto XVI, Angelus 30 gennaio 2011 Le Beatitudini sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri. Quando, infatti, Dio consola, sazia la fame di giustizia, asciuga le lacrime degli afflitti, significa che, oltre a ricompensare ciascuno in modo sensibile, apre il Regno dei Cieli. «Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell’esistenza dei discepoli» (ibid., p. 97). Esse rispecchiano la vita del Figlio di Dio che si lascia perseguitare, disprezzare fino alla condanna a morte, affinché agli uomini sia donata la salvezza. Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra». Francesco, udienza generale 29 gennaio 2020 Infatti, Gesù non impone niente, ma svela la via della felicità – la sua via – ripetendo otto volte la parola “beati”. Ogni Beatitudine si compone di tre parti. Dapprima c’è sempre la parola “beati”; poi viene la situazione in cui si trovano i beati: la povertà di spirito, l’afflizione, la fame e la sete della giustizia, e via dicendo; infine c’è il motivo della beatitudine, introdotto dalla congiunzione “perché”: “Beati questi perché, beati coloro perché …” Così sono le otto Beatitudini e sarebbe bello impararle a memoria per ripeterle, per avere proprio nella mente e nel cuore questa legge che ci ha dato Gesù. Facciamo attenzione a questo fatto: il motivo della beatitudine non è la situazione attuale ma la nuova condizione che i beati ricevono in dono da Dio: “perché di essi è il regno dei cieli”, “perché saranno consolati”, “perché erediteranno la terra”, e così via. Paolo VI, messaggio Urbi et Orbi 26 marzo 1967 Noi abbiamo un dono di speranza pasquale per tutti: per voi, dilettissimi, che Ci ascoltate; non lasciate intristire i vostri animi alla visione della avversità delle cose di questo difficile mondo, alla inanità degli sforzi del bene, alla crescente «potestas tenebrarum», alla caducità delle speranze fondate sulla rena mobile del tempo che passa; fondate la vostra speranza nella Parola che non passa, nei beni che valgono veramente la pena di essere desiderati, nella vita superiore e ulteriore a cui ci invita la vocazione cristiana. (...) E per voi, che soffrite, per voi che siete umili e poveri, per voi che piangete, per voi che avete fame e sete di giustizia, per voi che volete essere operatori di pace, per voi che per la vostra fede soffrite il peso della costrizione, Noi vi ricordiamo il messaggio della grande e invitta speranza, lanciato dà Cristo, nel mondo e nei secoli, col cantico delle beatitudini evangeliche. Giovanni Paolo II, Angelus 1 novembre 1990 I santi (...) sono coloro che hanno fatto dell’annuncio delle Beatitudini un programma di vita. Hanno creduto alla parola divina e alla sua promessa, confidando che essa non avrebbe tradito la loro speranza; hanno compreso che le beatitudini evangeliche esprimono tutta la realtà dei doni divini offerti all’uomo dal mistero della redenzione. Con le parole delle Beatitudini il Figlio del Dio vivente ha annunciato la nostra riconciliazione, poiché proprio in lui, e solo in lui poteva trovare piena soddisfazione l’amore eterno del Padre. La parola “Beati” indica altresì un programma di vita e un segno dell’avvicinarsi di Dio a ogni uomo che nel mondo soffre e rivive nella propria storia il mistero della croce di Cristo.
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Ep. 324 - Papale papale - "Scienza"
Francesco, udienza generale 21 maggio 2014 Oggi vorrei mettere in luce un altro dono dello Spirito Santo, il dono della scienza. Quando si parla di scienza, il pensiero va immediatamente alla capacità dell’uomo di conoscere sempre meglio la realtà che lo circonda e di scoprire le leggi che regolano la natura e l’universo. La scienza che viene dallo Spirito Santo, però, non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura. Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui e del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un’opera d’arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell’ingegno e della creatività dell’uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi. Paolo VI, Angelus 28 novembre 1971 Il grande panorama dei secoli, la storia, ci si apre davanti. Ha un senso questa vicenda immensa? sì, l’uomo cammina e progredisce; ma è sempre in via di ricerca; e questa, ancor più che una conquista, è un aumento di desideri e di bisogni, è uno spazio più vasto scavato nel cuore dell’uomo, reso più avido e più affamato d’una vita piena e d’una verità sicura. La scienza, lampada dell’universo, denuncia un mistero nella notte circostante, sempre più profonda e più tormentosa; è il mistero del mondo. Ed ecco che noi, al lume della scienza e della fede, sappiamo il disegno del tempo e della storia; noi abbiamo la chiave che ci apre il senso delle cose e, fra tutte, quelle della nostra vita. Benedetto XVI, Angelus 2 dicembre 2007 Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio – del vero Dio! – altrimenti restano privi di speranza. La scienza contribuisce molto al bene dell’umanità, - senza dubbio - ma non è in grado di redimerla. L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, dal Dio che è l’amore, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo! Giovanni XXIII, radiomessaggio natalizio 22 dicembre 1960 Ma ciò che è più importante a scorgersi e a ritenersi è che, da parte dell'uomo, la attitudine alla conoscenza della verità rappresenta una responsabilità sacra e ben grave di cooperazione al disegno del Creatore, del Redentore, del Glorificatore. (...) Gesù offrì alla imitazione degli uomini trent'anni di silenzio perchè imparassero a contemplare in lui la verità; e tre anni di incessante e suadente magistero, perchè ne attingessero esempio e direzione di vita. Basta il Libro Divino a riempirci e ad esaltarci di questa dottrina. L'unione con Cristo, come egli si proclamò Dominus et Magister, è perciò il trionfo della verità, la scienza delle scienze, la dottrina delle dottrine.
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Ep. 323 - Papale papale - "Intelletto"
Pio XII, radiomessaggio alle popolazioni dell’Emilia, 28 ottobre 1956 Tu, chiunque tu sia, qualunque cosa tu abbia fatto, ascolta: prima di recitare l'atto di consacrazione, curva la fronte, piega il ginocchio, sciogliti in lagrime di pentimento e di amore. Non puoi consacrarti, se prima non ti riconcili con Gesù. ... Potrai riacquistare la grazia, se dirai col cuore: « Gesù, perdonami. Tu mi hai tanto amato e io ti ho tanto offeso. Io detesto la colpa con cui ho disprezzato la tua paterna bontà. Perdonami! ». Pregate così, diletti figli; e sarete nuovamente amici di Dio. — Ecco, sì: voi avete Gesù con voi. Accingetevi pure a recitare con sincerità di cuore il vostro atto di consacrazione Bisogna offrirsi completamente a Gesù Consacrandovi a lui e vivendo tale consacrazione, voi non sarete soltanto tabernacoli vivi di Gesù, ma vi trasformerete realmente — anche se misteriosamente — in lui. Quando gli direte: ti offriamo la nostra anima, la nostra memoria, il nostro intelletto, nostra volontà, la nostra libertà; voi proclamerete: tutto quel ;il n abbiamo è tuo e lo sottoponiamo al tuo divino volere. Giovanni Paolo II, discorso agli studenti di Univ ’83 29 marzo 1983 Lo studio, nel senso tecnico e preciso, è innanzitutto lavoro dell’intelletto alla ricerca della verità da conoscere e comunicare. Se “lavoro vuol dire disciplina, metodo, fatica, lo studio è certamente tutto questo. E come è fondamentale per la vostra vita il lavoro metodico, umile, perseverante del nostro intelletto! È infatti, come dice Cristo, dalla conquista della verità, che ci viene la libertà, quella libertà vera che vuol dire perfezione della persona, virtù, santità. Lo studio, però, non è soltanto lavoro dell’intelletto: è anche lavoro della volontà. L’intelletto non può procedere da solo nella ricerca della verità - soprattutto quando si tratta delle verità morali - se non è costantemente sorretto dalla volontà. Benedetto XVI, celebrazione della Domenica delle Palme 17 aprile 2011 Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!”. Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Francesco, udienza generale 30 aprile 2014 L’apostolo Paolo, rivolgendosi alla comunità di Corinto, descrive bene gli effetti di questo dono - cioè che cosa fa il dono dell’intelletto in noi -, e Paolo dice questo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito» (1 Cor 2,9-10). Questo ovviamente non significa che un cristiano possa comprendere ogni cosa e avere una conoscenza piena dei disegni di Dio: tutto ciò rimane in attesa di manifestarsi in tutta la sua limpidezza quando ci troveremo al cospetto di Dio e saremo davvero una cosa sola con Lui. Però, come suggerisce la parola stessa, l’intelletto permette di “intus legere”, cioè di “leggere dentro”: questo dono ci fa capire le cose come le capisce Dio, con l’intelligenza di Dio.
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Ep. 322 - Papale papale - "Pietà"
Giovanni Paolo II, Angelus 13 agosto 1989 Il Cuore del Salvatore è ancora, anzi è primordialmente “fonte di consolazione”, perché Cristo dona, insieme col Padre, lo Spirito Consolatore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16; cf. Gv 14, 25; 16, 12): Spirito di verità e di pace, di concordia e di soavità, di conforto e di consolazione; Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Cristo (cf. Gv 19, 28-34) e dall’evento della Pentecoste (cf. At 2, 1-13). Tutta la vita di Cristo fu perciò un continuo ministero di misericordia e di consolazione. La Chiesa, contemplando il Cuore di Cristo e le sorgenti di grazia e di consolazione che ne sgorgano, ha espresso questa realtà stupenda con l’invocazione: “Cuore di Cristo, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi”. Giovanni XXIII, discorso presso il Santuario di Loreto 4 ottobre 1962 Motivi di pietà religiosa mossero Papi e personaggi illustri di ogni secolo a sostare in preghiera in questa Basilica di Loreto, che si estolle sul digradare dei colli Piceni verso il mare Adriatico. Animati da fervida fede in Dio e da venerazione verso la Madre di Gesù e nostra, essi vennero qui in pellegrinaggio, talora in tempi difficili e di gravi ansietà per la Chiesa. Basta ricordare, fra gli altri, i Papi Pio II, Paolo III, l'iniziatore del Concilio di Trento, Pio VI e Pio VII, Gregorio XVI e Pio IX, ed inoltre S. Carlo Borromeo, S. Francesco di Sales e altri Santi e Beati, per averne un tratto di edificante incoraggiamento. Alla vigilia del Concilio Vaticano II, ecco l'umile Successore di Pietro aggiungersi con gesto discreto ai molti che l'hanno qui preceduto. Benedetto XVI, visita pastorale a Milano, incontro con i ragazzi e le ragazze della Cresima 2 giugno 2012 I doni dello Spirito sono realtà stupende, che vi permettono di formarvi come cristiani, di vivere il Vangelo e di essere membri attivi della comunità. (...) Un altro dono è quello della pietà, che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo progetto. Francesco, udienza generale 4 giugno 2014 Se il dono della pietà ci fa crescere nella relazione e nella comunione con Dio e ci porta a vivere come suoi figli, nello stesso tempo ci aiuta a riversare questo amore anche sugli altri e a riconoscerli come fratelli. E allora sì che saremo mossi da sentimenti di pietà – non di pietismo! – nei confronti di chi ci sta accanto e di coloro che incontriamo ogni giorno. Perché dico non di pietismo? Perché alcuni pensano che avere pietà è chiudere gli occhi, fare una faccia da immaginetta, far finta di essere come un santo. In piemontese noi diciamo: fare la “mugna quacia”. Questo non è il dono della pietà. Il dono della pietà significa essere davvero capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi piange, di stare vicini a chi è solo o angosciato, di correggere chi è nell’errore, di consolare chi è afflitto, di accogliere e soccorrere chi è nel bisogno. C'è un rapporto molto stretto fra il dono della pietà e la mitezza. Il dono della pietà che ci dà lo Spirito Santo ci fa miti, ci fa tranquilli, pazienti, in pace con Dio, al servizio degli altri con mitezza.
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Ep. 321 - Papale papale - "Sacrificio"
Giovanni XXIII, radiomessaggio in occasione della Festività della Sacra Famiglia 10 gennaio 1960 Il segreto della vera pace, del mutuo e duraturo accordo, della docilità dei figli, del fiorire di un gentile costume, sta nella imitazione continua e generosa della dolcezza, della modestia, della mansuetudine della Famiglia di Nazareth, dove Gesù, Sapienza eterna del Padre, si presenta accanto a Maria, la Madre Sua purissima, e accanto a Giuseppe, che rappresenta il Padre celeste. In questa luce, tutto si trasfigura nelle grandi realtà della famiglia cristiana, come abbiamo di recente sottolineato nella Allocuzione della Messa Natalizia di mezzanotte: « Fidanzamento nel riflesso della luce dall'alto; Matrimonio sacro ed inviolabile, nel rispetto delle sue quattro caratteristiche: fedeltà, castità, mutuo amore e santo timore di Dio; spirito di prudenza e di sacrificio nella educazione premurosa dei figli: e sempre, in ogni circostanza, sollecitudine intesa ad aiutare, a perdonare, a compatire, ad accordare agli altri la fiducia, che noi vorremmo fosse accordata a noi. È così che si edifica la casa che non crolla » Paolo VI, Regina Caeli 12 maggio 1968 Onore, sì, alle innumerevoli madri, che con incomparabile tenerezza e con eroica prontezza al sacrificio di sé rispondono alla loro grande missione, nel ricordo e nell’invocazione della elettissima fra le Madri, la benedetta fra tutte le donne, la Madre di Cristo, che ciascuno di noi, accanto alla propria dolcissima mamma secondo natura, vuole avere madre secondo il grande piano della vita soprannaturale. E onoreremo così, con proposito di esaltazione e di difesa, il regno proprio della Madre esemplare, virtuosa e felice, la famiglia, affinché questa divina e umana istituzione, fra tutte principale, sia nella legge e nel costume sempre intangibile, e sia sempre per tutto un popolo sano e civile nido sacro d’amore e di vita, scuola di bontà e di virtù, degna delle divine benedizioni. Giovanni Paolo II, Angelus 25 febbraio 2001 Viene da domandarsi: come può la Chiesa mantenersi fedele alla sua vocazione, in un tempo in cui la cultura dominante sembra non di rado andare contro la logica esigente del Vangelo? A questo interrogativo risponde, in termini simbolici, il colore rosso dell'abito dei Cardinali. Esso, come è noto, richiama il sangue dei martiri, testimoni di Cristo fino al sacrificio supremo. I Porporati devono rendere visibile con la loro vita un amore a Cristo che non s'arresta di fronte a qualsiasi sacrificio. Il loro esempio sarà per tutti i cristiani un incoraggiamento a servire generosamente il Maestro divino, sentendosi membra vive dell'unico suo Corpo mistico che è la Chiesa. Francesco, Angelus 28 giugno 2020 Poi, Gesù dice ai suoi discepoli: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (v. 38). Si tratta di seguirlo sulla via che Egli stesso ha percorso, senza cercare scorciatoie. Non c’è vero amore senza croce, cioè senza un prezzo da pagare di persona. E lo dicono tante mamme, tanti papà che si sacrificano tanto per i figli e sopportano dei veri sacrifici, delle croci, perché amano. E portata con Gesù, la croce non fa paura, perché Lui è sempre al nostro fianco per sorreggerci nell’ora della prova più dura, per darci forza e coraggio. Neanche serve agitarsi per preservare la propria vita, con un atteggiamento timoroso ed egoistico. Gesù ammonisce: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia – cioè per amore, per amore a Gesù, per amore al prossimo, per il servizio degli altri –, la troverà» (v. 39). È il paradosso del Vangelo. Ma anche di questo abbiamo, grazie a Dio, tantissimi esempi! Lo vediamo in questi giorni. Quanta gente, quanta gente, sta portando croci per aiutare gli altri!
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Ep. 320 - Papale papale - "Immagine"
Giovanni Paolo II, udienza generale 9 aprile 1986 Nel libro della Genesi 1, 26 leggiamo che al sesto giorno Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. È significativo che la creazione dell’uomo sia preceduta da questa sorta di dichiarazione con cui Dio esprime l’intenzione di creare l’uomo a sua immagine, anzi “a nostra immagine”, al plurale (in sintonia col verbo “facciamo”). Secondo alcuni interpreti, il plurale indicherebbe il “Noi” divino dell’unico Creatore. Questo sarebbe quindi, in qualche modo, un primo lontano segnale trinitario. In ogni caso la creazione dell’uomo, secondo la descrizione di Genesi 1, è preceduta da un particolare “rivolgersi” a se stesso, “ad intra”, di Dio che crea. Segue quindi l’atto creatore. “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Benedetto XVI, Santa Messa per l’ordinazione presbiteriale di 15 diaconi della diocesi di Roma 7 maggio 2006 La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo. Francesco, Angelus 22 ottobre 2023 Noi non apparteniamo a nessuna realtà terrena, a nessun “Cesare” di turno. Siamo del Signore e non dobbiamo essere schiavi di nessun potere mondano. Sulla moneta, dunque, c’è l’immagine dell’imperatore, ma Gesù ci ricorda che nella nostra vita è impressa l’immagine di Dio, che niente e nessuno può oscurare. A Cesare appartengono le cose di questo mondo, ma l’uomo e il mondo stesso appartengono a Dio: non dimentichiamolo! Comprendiamo allora che Gesù sta riportando ciascuno di noi alla propria identità: sulla moneta di questo mondo c’è l’immagine di Cesare, ma tu – io, ognuno di noi – quale immagine porti dentro di te? Facciamoci questa domanda: io, quale immagino porto dentro di me? Tu, di chi sei immagine nella tua vita? Ci ricordiamo di appartenere al Signore, oppure ci lasciamo plasmare dalle logiche del mondo e facciamo del lavoro, della politica, dei soldi i nostri idoli da adorare? Paolo VI, Angelus 8 dicembre 1967 Salutiamo la Madonna, e onoriamo il mistero della sua innocenza immacolata, della sua ideale bellezza, della sua elezione alla divina maternità. Dobbiamo essere meravigliati e felici di questa eccezionale creatura, che conforta in noi l’immagine della Donna purissima e perfetta; e dobbiamo onorarla come il tipo, l’esempio dell’umanità primigenia, quale Dio aveva pensato e voluto, prima della caduta originale dell’uomo. Dobbiamo venerarla, invocarla, imitarla. Maria, pensando che quanto Ella è più alta, tanto a noi è più vicina, perché ogni suo privilegio le fu conferito in vista della nostra redenzione. Maria ci conservi nella fede e nella pace.
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Ep. 319 - Papale papale - "Imitazione"
Paolo VI, Angelus 26 ottobre 1975 Come ammiriamo l'opera di Dio, la sua onnipotenza, la sua grandezza, la sua bellezza nel quadro della natura, così, e tanto più, possiamo e dobbiamo vedere l'immagine di Dio, ricondotta alla sua perfezione, e irradiante la sua opera ed il suo amore, nello specchio di quei nostri più valorosi fratelli che risplendono della santità della grazia. «Mirabile è Dio nei suoi Santi», dice un salmo (Ps. 67, 36): ed è questa meraviglia divina che noi esaltiamo in queste singolari creature che sono i Santi. Diciamo di più. Noi abbiamo bisogno di esempi umani per arrivare alla superiore imitazione di Dio. Lo diceva anche S. Paolo proponendo se stesso ad esempio: «siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor. 4, 16). Non trascuriamo questa pedagogia efficacissima dell'imitazione di modelli più grandi di noi. L'agiografia, cioè la scienza su i Santi, può essere una scuola superiore di vita virtuosa, forte e bella. Giovanni XXIII, solennità di Pentecoste 10 giugno 1962 La Chiesa segue i passi del Buon Pastore nel suo mistico pellegrinare di villaggio in villaggio, di casa in casa. Essa esce dal recinto chiuso dei suoi cenacoli e, ad imitazione e testimonianza del suo divin Fondatore, percorre tutte le strade del mondo : né sa contenere il fervore della continuata Pentecoste, che la pervade e la porta a trarre il gregge ai pascoli ubertosi di vita eterna. Questo è il compito della Chiesa, cattolica ed apostolica: radunare gli uomini che gli egoismi e la stanchezza potrebbero tenere dispersi: insegnare loro a pregare; portarli alla contrizione dei peccati e al perdono; nutrirli col Pane Eucaristico; rafforzare la unione reciproca col vincolo della carità. Giovanni Paolo II, udienza generale 3 giugno 1992 La carità della Chiesa comporta essenzialmente un atteggiamento di perdono, ad imitazione della benevolenza di Cristo, che, pur condannando il peccato, si è comportato da “amico dei peccatori” (Mt 11, 19; cf. Lc 9, 5-10) e ha rifiutato di condannarli (Gv 8, 11). In questo modo la Chiesa si sforza di riprodurre in sé, e nell’animo dei suoi figli, la disposizione generosa di Gesù, che ha perdonato e ha chiesto al Padre di perdonare coloro che lo avevano mandato al supplizio. cristiani sanno che non possono mai ricorrere alla vendetta e che, secondo la risposta di Gesù a Pietro, devono perdonare tutte le offese, senza mai stancarsi (Mt 18, 22). Ogni volta che recitano il Padre nostro, riaffermano la loro volontà di perdono. Francesco, Regina Caeli 12 maggio 2019 Ai verbi e ai gesti che descrivono il modo in cui Gesù, il Buon Pastore, si relaziona con noi, fanno riscontro i verbi che riguardano le pecore, cioè noi: «ascoltano la mia voce», «mi seguono». Sono azioni che mostrano in che modo noi dobbiamo corrispondere agli atteggiamenti teneri e premurosi del Signore. Ascoltare e riconoscere la sua voce, infatti, implica intimità con Lui, che si consolida nella preghiera, nell’incontro cuore a cuore con il divino Maestro e Pastore delle nostre anime. Questa intimità con Gesù, questo essere aperto, parlare con Gesù, rafforza in noi il desiderio di seguirlo, uscendo dal labirinto dei percorsi sbagliati, abbandonando i comportamenti egoistici, per incamminarci sulle strade nuove della fraternità e del dono di noi stessi, ad imitazione di Lui.
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ABOUT THIS SHOW
Rileggere il magistero dei Pontefici a partire da Pio XII. È il podcast “Papale papale”, a cura di Amedeo Lomonaco, Fabio Colagrande e Benedetta Capelli con la collaborazione dell'Archivio Editoriale Multimediale - Radio Vaticana. La copertina è stata realizzata da Mauro Pallotta, in arte "Maupal". On line anche su Spotify e ogni giorno in onda sulle frequenze della Radio Vaticana.
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Radio Vaticana - Vatican News
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