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Olimpia Racconta, le olimpiadi invernali

Immagina la neve che scintilla sotto i riflettori di Milano-Cortina 2026, con la fiamma olimpica che danza ipnotica. Olimpia Racconta: Le Olimpiadi Invernali , narrato da Fabrizio Silvestri, ti catapulta in un secolo di leggende bianche – tra coraggio, sacrificio e destino.​Nel primo episodio (15'), scopri il medagliere all-time (Norvegia domina con 405), i recordman come Marit Bjørgen e Arianna Fontana, e 5 imprese epiche: l'unico doppio oro estivo-invernale di Eddie Eagan, il "Miracolo sul Ghiaccio" USA-URSS, e l'oro "fortunato" di Steven Bradbury. Conosci già queste storie?​Ascolta ora per l'adrenalina pura! Su L'Uomo con la Radio (produzione Stefano Francia Enjoyart). Commento: quale leggenda vuoi nel prossimo?​

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    Olimpia Racconta - Le Olimpiadi Invernali 4 EPISODIO

    Ultimo episodio di “Olimpia racconta” le olimpiadi invernali, il podcast che ti rende partecipe di alcuni dei momenti più belli, incredibili ed emozionanti della lunga avventura dei Giochi olimpici invernali. In questo nostro ultimo episodio voglio portarti dentro due storie che, più di tante altre, raccontano l’essenza profonda delle Olimpiadi, attraverso atleti che hanno incarnato alla perfezione quello spirito riassunto dalla celebre frase attribuita al barone De Coubertin: “l’importante non è vincere, ma partecipare”. E sono sicuro che, ascoltando le vicende dei protagonisti di questo episodio, il barone ne sarebbe orgoglioso. Curiosamente entrambe le nostre storie ci riportano allo stesso anno, il 1988, e alla stessa Olimpiade, quella di Calgary, in Canada: un’edizione che ha visto nascere due avventure destinate a entrare nel cuore della gente. ​ Se ti dico “Giamaica”, cosa ti viene in mente? Bob Marley e il reggae, i velocisti e le velociste che dominano l’atletica mondiale, Usain Bolt, le spiagge assolate, il mare turchese di un paradiso caraibico. Di certo non penseresti: ghiaccio, neve, bob e quattro atleti ai Giochi invernali. E invece in questo ultimo episodio voglio proprio raccontarti l’incredibile nascita della nazionale giamaicana di bob. Sì, hai capito bene: bob. Tutto comincia verso la fine degli anni Ottanta, quando due uomini d’affari statunitensi, George B. Fitch e William Malone, residenti sull’isola, hanno un’idea che a molti appare folle: creare una squadra giamaicana di bob. A ispirarli sono le gare di carretti a spinta che in quegli anni si disputano spesso sulle strade dell’isola. Guardando quelle competizioni, notano una certa somiglianza con il bob: niente ghiaccio, certo, ma la partenza – la fase più importante – assomiglia moltissimo a quella dello sport invernale. E in Giamaica, di atleti veloci, ce ne sono tanti. Da qui l’idea: perché non reclutare alcuni di quei velocisti e trasformarli in bobbisti? ​Il sogno di Fitch e Malone però si scontra subito con la diffidenza dei giamaicani. ​Per la maggior parte di loro, la strada “seria” è l’atletica, non certo un bob lanciato sul ghiaccio dall’altra parte del mondo. ​In fondo, l’unico “Bob” di cui vale la pena occuparsi, sull’isola, sembra rimanere Marley. ​Ma i due americani non si arrendono: si rivolgono al colonnello delle forze armate giamaicane, Ken Barnes, che in poco tempo trova i primi tre volontari. ​Sono il capitano dell’Aeronautica Dudley Stokes, il tenente Devon Harris e il riservista Michael White; a loro si aggiungono presto Freddie Powell, Clayton Solomon e Caswell Allen. ​   Formata la squadra, resta un problema non proprio secondario: i soldi. ​Il comitato olimpico giamaicano preferisce investire sulla più sicura e collaudata atletica leggera. ​Così è lo stesso Fitch a farsi carico del progetto, finanziando l’impresa e riuscendo anche a ottenere un contributo dall’ente turistico giamaicano. ​Ma c’è ancora un altro ostacolo enorme da superare: dove allenarsi? ​ Di sicuro non in Giamaica…. La neonata nazionale di bob è costretta a volare all’estero: prima negli Stati Uniti, a Salt Lake City, poi in Austria, sotto la guida tecnica di Sepp Haidacher. ​I duri allenamenti servono a prendere confidenza con la specialità, ma anche, pian piano, a farsi conoscere e a guadagnare la simpatia del pubblico. ​Alla fine gli sforzi vengono premiati: la Giamaica si qualifica per i Giochi di Calgary con un equipaggio per il bob a due e uno per il bob a quattro. ​Ai Giochi, la squadra non sfigura affatto. ​Nel bob a due chiude al 22º posto su 41 equipaggi, un risultato che permette di guardare con cauto ottimismo alla gara del bob a quattro. ​L’equipaggio del bob a quattro è composto dal pilota Dudley Stokes, dal frenatore Michael White e da Devon Harris e Chris Stokes. ​La loro storia ha già fatto il giro del villaggio olimpico: quando si schierano al via, sugli spalti cresce una simpatia quasi contagiosa per questi “reggae boys” catapultati sul ghiaccio canadese. ​Le prime due manche si chiudono con la Giamaica al 24º e 25º posto su 26 equipaggi. ​Non sono lì per vincere, e lo sanno: sono lì per esserci, per partecipare, per dimostrare di poter stare in pista nonostante lo scetticismo di molti. ​Poi arriva la terza manche. ​Tutto fila liscio fino alla famigerata curva “Kreisel”. ​È lì che accade l’irreparabile: Stokes perde il controllo del bob, il mezzo si rovescia violentemente e comincia a scivolare sul ghiaccio per decine di metri, come un proiettile metallico senza guida. ​Lo stadio trattiene il fiato. ​Nessuno sa cosa stia succedendo sotto quella carcassa rovesciata. ​Sono secondi infinitamente lunghi: il tempo sembra fermarsi, la tensione è quasi tangibile. ​Poi, lentamente, i quattro giamaicani riemergono da sotto il bob. ​Sono illesi. ​E fanno qualcosa di inatteso: invece di abbandonare lì la loro corsa, afferrano il bob e cominciano a spingerlo a mano verso il traguardo. ​Hanno fatto troppi sacrifici, hanno messo in gioco tutto, per lasciare che la loro Olimpiade finisca con una caduta. ​Sono lì per onorare lo spirito dei Giochi, la loro Nazione e, perché no, anche la memoria di De Coubertin. L’importante è partecipare, sì, ma per loro l’importante è anche finire la gara, in qualunque modo. Così, passo dopo passo, spinta dopo spinta, avanzano lungo la pista, tra gli applausi crescenti del pubblico. Il traguardo si avvicina, la folla li accompagna quasi a voce, come a volerli sospingere. Alla fine i quattro bobbisti giamaicani tagliano la linea d’arrivo. ​Nessuna medaglia al collo, ma una vittoria enorme: il rispetto del mondo intero, che fino a quel momento aveva guardato quella spedizione con un sorriso ironico, se non proprio con sarcasmo. ​   L’avventura giamaicana ai Giochi invernali è un successo che va ben oltre i risultati della pista. Nel 1993, la Disney le  dedica il film “Cool Runnings – Quattro sottozero”, una commedia che racconta con toni leggeri ma mai irrispettosi quella piccola, grande impresa. ​Quella storia, apparentemente folle, apre simbolicamente le porte dei Giochi invernali a nazioni che, almeno geograficamente, hanno poco a che fare con neve e ghiaccio. ​Il tempo passa, le Olimpiadi si susseguono. Nelle otto edizioni a cui partecipa fino a oggi, la Giamaica difende con orgoglio l’eredità dei pionieri del 1988. ​ Dopo l’assenza a Pechino 2022, i “reggae boys” sono tornati protagonisti a Milano Cortina, con un obiettivo chiaro: dimostrare di puntare in alto,  quel brutto anatroccolo del 1988 è pronto a trasformarsi in uno splendido cigno. Lo ha detto bene Roland Reid, campione di bob giamaicano: «Spesso ci associano al film Cool Runnings e va bene così, ma cerchiamo di far capire che siamo più di un film. Siamo atleti veri, seri, e vogliamo fare il salto di livello. Nel 2034 puntiamo ad una medaglia e ci alleniamo in riva al mare. Se succede è festa nazionale…   Dopo l’incredibile storia del bob giamaicano, restiamo ancora a Calgary 1988 per raccontare un’altra impresa fuori dagli schemi. ​Questa volta il protagonista non è una squadra, ma un uomo solo, con un sogno ostinato: partecipare ai Giochi. ​Lui è Michael Edwards, passato alla storia come “Eddie the Eagle”, il primo concorrente a rappresentare la Gran Bretagna nel salto con gli sci alle Olimpiadi invernali. ​Eddie viene da una famiglia umile. ​È uno sciatore di buon livello, specializzato nella discesa libera, e fin da ragazzo coltiva un sogno che sembra sempre un po’ troppo grande: prendere parte ai Giochi invernali. ​Nel 1984 tenta la qualificazione per Sarajevo come discesista, ma non ci riesce. ​Per molti, sarebbe il momento di arrendersi. Per lui, no. ​Eddie ha un’illuminazione: se la Gran Bretagna non ha tradizione nello sci alpino, ne ha ancora meno nel salto con gli sci. ​Di neve se ne vede poca, di saltatori praticamente nessuno. ​Proprio per questo, pensa, quella può essere la sua strada: diventare il primo, ad aprire una via dove non c’è nessuno. C’è solo un piccolo dettaglio: Eddie non sa come si salta dal trampolino. ​Sì, sugli sci se la cava, ha persino partecipato a spettacoli coreografici saltando file di auto e di autobus allineati, ma un conto è fare acrobazie, un altro è lanciarsi giù da un trampolino olimpico. ​Eppure il desiderio di esserci, ai Giochi, è così forte da fargli superare ogni paura. ​Comincia ad allenarsi. Cade, sbaglia, si fa male. A un certo punto si rompe persino la mascella. ​Non ha soldi per l’ospedale, non ha assicurazioni, non ha nulla. ​Così si arrangia: si auto-medica e gira per un periodo con una federa di cuscino legata intorno alla testa per tenere ferma la mandibola. ​ Michael Edwards Per allenarsi seriamente deve andare all’estero. Le sue finanze sono talmente limitate che è costretto a fare i lavori più disparati per pagarsi salti e allenamenti. ​Si arrangia con quello che trova: scarponi di seconda mano troppo larghi, nei quali i piedi “ballano” e che cerca di riempire infilando sei paia di calze. ​Per dormire, si adatta a ogni sistemazione possibile, persino in una clinica psichiatrica, come gli accade in Finlandia. ​Ma Eddie non molla. ​È testardo, caparbio, convinto che chi persevera, prima o poi, conquista. ​Nel 1987 partecipa ai Campionati mondiali: arriva ultimo, ma riesce a saltare quasi 70 metri. ​Tanto basta per ottenere il pass olimpico e realizzare il suo sogno. ​Quando arriva a Calgary, ad accoglierlo c’è già un enorme striscione: “Welcome Eddie the Eagle”. ​ La sua epopea ha già fatto il giro del mondo: quel britannico con gli occhialoni da sci rosa sopra gli spessi occhiali da vista, che per inseguire il suo sogno si arrangia con caschi regalati dagli italiani e sci donati dagli austriaci, incuriosisce e conquista il pubblico. E poi arriva il momento. Eddie sta per debuttare ai Giochi olimpici invernali di Calgary. È in cima al trampolino, davanti a sé una lunga discesa che finirà nel vuoto e, si spera, in un volo controllato. L’emozione è alle stelle, il cuore gli batte fortissiQuesto episodio include contenuti generati dall’IA.

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    Olimpia racconta-Le Olimpiadi Invernali 3 EPISODIO

    Terzo episodio di “Olimpia racconta”, il podcast che ti accompagna alla riscoperta di alcune delle pagine più memorabili dei primi cento anni delle Olimpiadi invernali. Nell’episodio precedente ti avevo fatto una promessa: ti avrei raccontato alcune delle imprese azzurre più emozionanti ai Giochi invernali… e, siccome ogni promessa è debito, sono pronto  A raccontarti tutto… In un secolo di Olimpiadi invernali, i nostri campioni sono stati tantissimi, hanno scritto il loro nome a caratteri cubitali sul grande albo olimpico, e più scorrevo la lista, più pensavo: “Come faccio a lasciarne fuori qualcuno?”. Alla fine però una selezione l’ho dovuta fare: otto nomi, otto storie, otto imprese che per me rappresentano un piccolo, grande Pantheon olimpico azzurro. ho scelto quattro donne e quattro uomini… sei pronto? : chiudi gli occhi… Immagina il freddo pungente dell’aria di montagna, il rumore degli sci sulla neve… il ghiaccio che scricchiola sotto i pattini… il brusio del pubblico che piano piano si spegne… e quel silenzio, denso, che precede il via…   Il primo protagonista non è semplicemente un campione: è una leggenda. Si chiama Eugenio Monti, ed è diventato, nel mondo del bob, un vero e proprio monumento.   Ai Giochi invernali il suo palmares fa paura: 6 medaglie, divise in 2 ori, 2 argenti e 2 bronzi. ​Ma la cosa sorprendente è che il mito del “rosso volante” – così lo battezzò Gianni Brera, per quella sua chioma rossa e per la grinta feroce con cui affrontava ogni gara – nasce da un infortunio.   Siamo a gennaio del 1951. Eugenio Monti ha 23 anni, è uno sciatore di slalom gigante, ha la carriera davanti, i sogni in testa… e durante un allenamento succede l’impensabile. ​Una brutta caduta… il silenzio intorno… l’attesa del responso: rottura dei legamenti della gamba. ​Per l’epoca è quasi una condanna, una frase che suona come “Game over”. Ma non per lui…   ​Eugenio Monti non è uno che si arrende ad una diagnosi. Se la montagna gli blocca una discesa, lui ne cerca subito un’altra… e così decide si prendere la discesa del bob ...  una scelta che cambia tutto, per lui e per lo sport italiano. ​Dopo 5 anni Eugenio Monti si ritrova a gareggiare a Cortina 1956, la prima olimpiade invernale italiana   ​Il tifo, le bandiere, il boato lungo la pista.   ​Monti sale sull’ice track e porta a casa due argenti, nel bob a due e nel bob a quattro. ​L’edizione successiva, quella a Squaw Valley del 1960, non prevede il bob per motivi finanziari: niente gara, niente medaglie, solo tanta frustrazione per il “rosso volante”. Ma nel 1964, a Innsbruck, il Eugenio Monti è di nuovo lì, al via. Altri due podi, altri due bronzi, ancora nel bob a due e nel bob a quattro. ​Eppure, la cosa più grande che fa Eugenio Monti non pesa in grammi d’oro o d’argento, ma in valore umano. ​Perché il suo gesto diventa uno dei momenti più belli della storia olimpica. ​ Siamo Alle Olimpiadi del 1964, finale del bob a due … Monti è in coppia con Sergio Siorpaes, la gara sta per cominciare, i secondi scorrono, la tensione è altissima. A pochi metri da loro, l’equipaggio britannico di Nash e Dixon ha un problema tecnico: un bullone rotto sulla slitta. ​Vuol dire una cosa sola: niente finale... niente sogni… niente momenti di gloria…   ​Come in una scena adrenolitica da film… si vivono momenti di panico…la pista, il pubblico, il gelo, i meccanici che corrono, lo sguardo disperato dei due britannici. E poi Monti… Lui che si avvicina, li guarda, capisce la difficoltà e non ci pensa due volte: prende un suo bullone e glielo presta. Rimette in pista, letteralmente, i suoi avversari. ​E sai qual è il colpo di scena? A vincere l’oro sono proprio gli inglesi con Nash e Dixon, mentre Monti e Siorpaes si accontenteranno del bronzo. ​In Italia qualcuno lo critica, gli rimprovera quel gesto: “Hai regalato l’oro agli inglesi!”. ​Ma lui, con quella calma che racconta esattamente chi è, risponde: «Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce». ​Ecco, questo è lo spirito olimpico. A 36 anni, con due argenti e due bronzi, sembra che la sua storia olimpica sia già tutta scritta. E invece, ancora una volta, Eugenio Monti sorprende tutti. ​ A Grenoble nel 1968, Eugenio Monti è vicino ai quarant’anni, età in cui molti si sono già ritirati da un pezzo. Ma non Lui. Si presenta al via di quell’edizione e fa quello che sa fare meglio per vincere l’oro. Anzi, ne vince due: uno nel bob a due e uno nel bob a quattro. ​È la consacrazione definitiva, il coronamento di una carriera enorme. ​La sua vita, purtroppo, si chiude in modo tragico il 1º dicembre 2003. ​Ma il suo nome continua a correre sul ghiaccio: a lui è dedicata la pista olimpica di bob e slittino di Cortina d’Ampezzo. Ogni discesa, lì, è un omaggio al “rosso volante”. ​ ​Restiamo sulla neve, ma cambiamo attrezzo. Dallo slittino e dal bob torniamo agli sci. ​E qui troviamo un altro mito: Gustav Thöni. ​Negli anni Settanta, Thöni è il volto nuovo dello sci azzurro. all’Italia regala un oro nello slalom gigante Sapporo 1972… e due argenti nello slalom speciale prima a Sapporo e poi a Innsbruck 1976. Quando si ritira, però, non si allontana dalla neve: resta in pista, ma a bordo tracciato, come primo allenatore di un giovane bolognese che farà esplodere l’Italia davanti alla tv. ​Quel ragazzo si chiama Alberto Tomba.   ​E ora preparati… perché questa è una di quelle storie in cui lo sport entra con prepotenza nella vita quotidiana del nostro Paese.   ​“Tomba la bomba”: già il soprannome è un programma. ​Un talento stratosferico, estro, qualche colpo di testa, ma soprattutto un modo di sciare che è uno spettacolo puro. C’è una sera, una in particolare, in cui riesce a fermare un’intera Nazione. ​E non solo: riesce addirittura a fermare il Festival di Sanremo. ​ È il 27 febbraio del 1988, siamo a Calgary… Canada. In programma c’è la finale dello slalom speciale. Alberto è reduce dall’oro nello slalom gigante e ha in testa un’idea sola: fare il bis. ​C’è però un “piccolo” dettaglio: l’orario. ​La seconda manche è prevista alle 21 italiane… esattamente mentre, all’Ariston di Sanremo, va in onda la serata finale del Festival della canzone italiana. Se chiudi gli occhi sono sicuro che riesci ad immaginare la scena: da una parte i fiori, le canzoni, l’orchestra lo spettacolo sanremese che ogni inizio anno siamo abituati a vedere; dall’altra, immagina una pista di neve oltre oceano. Neve… Pendenza… Paletti… Ci sei? Mentre stai ascoltando una canzone italiana del festival di Allora, Perdere l’Amore di massimo ranieri… a fine eseibizione, Miguel Bosé e Gabriella Carlucci,  fermano il festival, guardano in camera e… danno la linea a Calgary. Sanremo si interrompe. L’Italia intera passa dal palco dell’Ariston di sanremo alla pista Men's Olympic Slalom di Nakiska​ Sta per scendere Alberto Tomba.   ​Tomba la bomba ha chiuso la prima manche al terzo posto: è lì, vede il podio, ma vuole solo l’oro. ​Parte dal cancelletto, prende di petto la pista. ​La sua è una sciata grintosa ma pulita, precisa, quasi chirurgica. ​Ogni porta superata è un brivido che corre lungo le case, i bar, i salotti italiani. ​Quando taglia il traguardo, mette un tempo che fa tremare gli avversari. ​Ma restano due sciatori. ​Il primo, lo svedese Jonas Nilsson, sente il peso della rimonta di Tomba: spinge, rischia… e cade. ​Rimane il tedesco Frank Wörndl, leader provvisorio. ​Anche lui Si lancia, cerca di difendere il vantaggio, ma la tensione è altissima, ogni curva può essere quella decisiva. ​Arriva al traguardo… e il cronometro dice che è dietro Alberto Tomba di sei centesimi. ​L’Italia è di nuovo oro. ​Dall’Ariston esplode un boato che attraversa il Paese, dai teatri alle case, dai bar alle caserme. ​In quell’istante, diventa il primo italiano capace di vincere due ori nella stessa edizione dei Giochi invernali. Ed è solo l’inizio… In carriera, Alberto Tomba, aggiungerà un altro oro nello slalom gigante ad Albertville 1992 e due argenti nello slalom speciale, sempre ad Albertville e poi a Lillehammer 1994. ​ ​Dalla neve e le discese ora entriamo alle emozioni sul ghiaccio… immaginati sdraiato sulla schiena a pochi centimetri dal suolo, e andare oltre 130 all’ora. Ci riesci a sentire, quella scarica di adrenalina che attraversa tutto il corpo?   No… Nessun problema… perché quello ​è il mondo di Armin Zöggeler, il re indiscusso dello slittino. ​Per sei edizioni consecutive dei Giochi invernali, da Lillehammer 1994 a Sochi 2014, Armin sale sempre sul podio… vent’anni ai massimi livelli, senza mai sbagliare l’appuntamento più importante. Nel suo palmares ci sono due ori, a Salt Lake City 2002 e Torino 2006, un argento e tre bronzi… Ora se puoi immagina la sua visuale: sdraiato, il casco che sfiora l’aria gelida, la pista che scorre velocissima, curve che devi sentire più che vedere. In un mondo in cui tutto si decide in un soffio, Armin Zöggeler diventa una certezza… Run dopo run, Olimpiade dopo Olimpiade, dimostra che la continuità può essere spettacolare quanto l’exploit. ​             ​Se i nostri uomini ci hanno regalato emozioni fortissime, le nostre atlete non sono state da meno. ​E una delle culle delle loro imprese è lo sci di fondo, una disciplina di fatica, resistenza, testa e cuore. Nel Pantheon azzurro del fondo ci sono due regine: Stefania Belmondo e Manuela Di Centa. ​ Partiamo da Stefania Belmondo… Dieci medaglie olimpiche: un numero che fa impressione solo a pronunciarlo. È la seconda donna atleta invernale di sempre per numero di medaglie vinte, dietro soltanto alla norvegese Marit Bjørgen. Nel suo bottino troviamo 3 argenti, 5 bronzi e 2 ori, conquistati nella 30 km ad Albertville 1992 e nella 15 km a Salt Lake City 2002. Stefania diventa l’immagine della tenacia. ​Una che cade, si fa male, viene data per finita… e poi torna. ​La vedi spingere, in salita, con il viso contratto dalla fatica, gli occhiali appannati, ma lo sguardo fisso sul traguardo. Ogni sua gara sembra un romanzo di resistenza e orgoglio. ​AccaQuesto episodio include contenuti generati dall’IA.

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    Olimpia Racconta-Le Olimpiadi Invernali 2 EPISODIO

    Immagina San Siro trasformato in tempio olimpico, la fiamma che danza su Milano-Cortina 2026: 92 nazioni, 116 gare, 3a edizione italiana! Ma come nascono le "bianche", da "figlio minore" a gigante?Dal sogno respinto del 1911 (conte Brunetta d'Usseaux), alla guerra che cancella Berlino '16, al trionfo Chamonix '24 (258 atleti). Nino Bibbia, fruttivendolo di Sondrio, oro skeleton '48: 1a medaglia azzurra MAI! Da Oslo '52 fiamma a Lillehammer '94 indipendenti.Scritto Giovanni Fenu & Fabrizio Silvestri, narrato Fabrizio. L'Uomo con la Radio – EnjoyArt. "È la tua atmosfera"!Ascolta ora: storie di fiamma, neve, leggenda. #OlimpiaRacconta​TRASCRIZIONE PODCASTOlimpia racconta - Le olimpiadi invernali 2 episodio   (0:00) L'Uomo con la Radio, presenta (0:05) Olimpia racconta, le Olimpiadi Invernali, storie di fiamma, neve e leggenda, scritto da Giovanni Fenu e Fabrizio Silvestri, narratore Fabrizio Silvestri (0:19) Secondo episodio di Olimpia racconta, le Olimpiadi Invernali, l'Italia in questa edizione di 2026 si sta difendendo abbastanza bene (0:27) le atlete e gli atleti azzurri con il calore del pubblico italiano sanno dare il massimo di loro stessi (0:34) La venticinquesima edizione dei Giochi Olimpici Invernali, che per la terza volta nella storia dei giochi si svolge in Italia (0:41) esattamente 70 anni dopo quella memorabile di Cortina e 20 anni dall'edizione torinese (0:49) Milano e Cortina segnano un primato storico assoluto (0:53) è la prima volta nella storia dei Giochi Olimpici sia estivi che invernali, che la manifestazione viene ufficialmente assegnata e ospitata da due città distinte in modo congiunto (1:11) Ma quando e come sono nati i Giochi Olimpici Invernali, per troppo tempo ritenuti figli di un dio minore rispetto alle celebri Olimpiadi Estive? (1:22) La genesi di questa manifestazione affonda le proprie radice all'alba del secolo scorso e il suo percorso fu tutt'altro che semplice (1:32) La volontà di organizzare un'olimpiade bianca riservata esclusivamente agli sport invernali risale addirittura al 1911 (1:42) quando in occasione della sessione del CIO, Comitato Olimpico Internazionale tenutasi a Budapest (1:48) il conte italiano Eugenio Brunetta Dussaud propone di includere nel programma delle eminenti Olimpiadi del 1912 di Stoccolma anche gare di sport invernali (2:00) Una proposta che avrebbe portato ad includere nella kermesse a 5 cerchi l'edizione dei giochi nordici che dal 1901 si svolgevano ogni 4 anni proprio in Svezia (2:13) Tuttavia la proposta viene rispinta, i rappresentanti dei paesi del nord d'Europa, ovvero le nazioni che partecipavano ai giochi nordici (2:22) gelosi della loro manifestazione boicottarono l'idea del Brunetta Dussaud (2:27) Niente olimpiadi invernali quindi? No, il percorso come detto è impervio ma non abbandonato (2:37) Nel giugno del 1914 il congresso del CIO ridiscute l'idea di includere nel programma dei giochi estivi del 1916 previsti a Berlino anche diversi sport invernali (2:50) La sesta Olimpiade moderna Berlino 1916 dunque avrebbe visto gareggiare anche atleti di discipline non proprio estive quale il pattinaggio di figura e di velocità, lo sci nordico e l'occhio su ghiaccio (3:06) Ma ancora una volta il destino ci mette l'ultima parola, lo scoppio in quello stesso anno della prima guerra mondiale porta all'annunnamento dei giochi berlinesi del 1916 (3:20) Niente sembra proprio che per dirla come il bravo di manzognana memoria questa olimpiade invernale non sa da fare né domani né mai ma non è tutto perduto (3:32) In vista delle olimpiadi di Anversa del 1920 viene organizzata dal 23 al 30 aprile una settimana dedicata agli sport su ghiaccio che vede svolgersi tornei olimpici di hockey su ghiaccio competizione solo dimostrativa e di pattinaggio di figura (3:51) Come si suol dire il momento è propizio, nel corso del congresso del CIO del 1921 viene deciso che la nazione organizzatrice dei giochi estivi del 1924 la Francia avrebbe anche ospitato una distinta settimana internazionale degli sport invernali sotto il patrocinio dello stesso CIO (4:14) E così dal 25 gennaio al 4 febbraio del 1924 tale settimana internazionale degli sport invernali trova svolgimento a Chamonix Mont Blanc. Alla manifestazione prendono parte 258 atleti in rappresentanza di 16 nazioni che si cimentano in 16 gare e 6 differenti discipline (4:38) Alla yacht est il dado è tratto (4:42) Il grande successo di quella settimana è tale da convincere il CIO ad istituire il 6 maggio del 1926 i giochi olimpici invernali che come quelli estivi avrebbero avuto luogo ogni 4 anni (4:57) In quell'occasione viene anche deciso di considerare retroattivamente l'edizione della settimana internazionale degli sport invernali del 1924 come la prima edizione dei giochi olimpici invernali e di assegnare a St. Moritz l'organizzazione della seconda edizione, quella del 1928 (5:39) A St. Moritz tra gli atleti arrivò un uomo che nessuno si aspettava, non un professionista ma un commerciante di frutta e verdura originario della provincia di Sondrio. Lui era stato designato come atleta in uno sport audace come lo skeleton. (5:57) Il suo nome è Nino Bibbia, un nome passato alla storia per aver vinto la prima medaglia d'oro azzurra nella storia delle olimpiadi invernali, trionfando in questa disciplina lo skeleton, diventando così il pioniere italiano dell'oro olimpico invernale (6:27) Nino Bibbia risiedeva a St. Moritz in Svizzera, dove lavorava come fruttivendolo. Nel tempo libero praticava diversi sport invernali, sfruttando le opportunità offerte dalla località. Ai giochi olimpici del 1948, ospitate nella località svizzera, si iscrisse a tre gare, Bobba 2, Bobba 4 e Skeleton, una variante dello slittino tradizionalmente praticato a St. Moritz ed inserita per la seconda edizione. (7:00) L'impegno olimpico di Bibbia cominciò con la prima gara di Bobba 2. Le prime due manci si svolsero il giorno stesso dell'apertura dei giochi, il 30 gennaio del 1948, le altre due l'indomani. Al termine delle due giornate Bibbia e il compagno campadese a bordo dell'Italia 1 si classificarono ottavi. (7:22) La gara di Skeleton, sei discese ripartite su due giorni, era in programma il 3 e il 4 febbraio sulla Cresta Run. Bibbia aveva iniziato a praticare questa disciplina solo poche settimane prima delle Olimpiadi, ma nonostante la poca esperienza, al termine della prima giornata era secondo, a pari merito con l'esperto statunitense John Eaton, (7:47) uno sportivo che aveva vinto l'argento nella disciplina 20 anni prima ai giochi del 1928. Nelle tre discese restanti l'italiano distanziò progressivamente gli avversari, facendo segnare in ognuna il miglior tempo fino a vincere loro. Sui veterani della disciplina come Eaton e Grandmond fu la prima medaglia in assoluto dell'Italia alle Olimpiadi Invernali. (8:17) Il 6 e 7 febbraio Bibbia era di nuovo in gara, questa volta impegnato nel Bobba 4. Era uno dei componenti dell'equipaggio di Italia 1, con Rocchetti, Campadese e Cavalieri. Al termine della gara la squadra si classificò sesta. (8:33) Dopo i giochi invernali del 1948 lo skeleton scomparve dal programma olimpico. Venne reinserito, dopo oltre 50 anni di assenza, ai giochi olimpici di Salt Lake City 2002. Bibbia non abbandonò però la disciplina e continuò a gareggiare con successo per quasi 30 anni, fino al 1975. (9:13) Le Olimpiadi Invernali, eppure iniziando in sordina tra mille difficoltà e rinvii, incominciano pian piano ad affiancare i giochi olimpici estivi. Nel secondo dopoguerra questo fratello minore dei giochi cresce edizione dopo edizione, conquistando una dignità e una visibilità sempre maggiore, con un seguito di atleti e pubblico sempre più grande. (9:36) L'edizione del 1952, svoltasi ad Oslo, suggella la pari importanza dei giochi invernali con quegli estivi. In terra norvegese, infatti, per la prima volta anche le Olimpiadi Bianche vedono la presenza nella cerimonia inaugurale della Fiamma Olimpica, con la suggestiva accensione del Bracere Olimpico. (9:58) Nel 1956 la prima edizione italiana della manifestazione si svolge a Cortina e in quell'edizione i giochi invernali vengono trasmessi in televisione. Nelle case di milioni di telespettatori in tutto il mondo arriva lo spettacolo dello sport, che nella storia della televisione diventa un evento ogni quattro anni. (10:19) Nel 1976 nascono invece le Paralimpiadi Invernali, che si svolgono in quell'anno nell'impronunciabile località svedese di Årnskogvisk. L'importanza dei giochi invernali viene comunque confermata con la decisione di farli svolgere a partire dal 1994, con l'edizione di Lillehammer in Norvegia, negli anni pari per cui non si svolgono quegli estivi. (10:45) Il resto è storia, o anche futuro. Da oramai un secolo, dopo un inizio travagliato, le Olimpiadi Invernali ne hanno fatta di strada. Dai 258 atleti e 16 nazioni del 1924 si è giunti ai 2.871 atleti in rappresentanza di 91 nazioni dell'edizione di Pechino del 2022. (11:09) A Milano-Cortina ci sono 92 paesi in gara, con atlete ed atleti che si contendono la gloria olimpica nelle 116 gare in programma, in rappresentanza di 16 differenti discipline. (11:24) A me non resta che chiudere questo episodio citando il motto ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, ossia It's Your Vibe, e darti appuntamento al prossimo episodio di Olimpia racconta le Olimpiadi Invernali. Ti aspetto! (12:15) Olimpia e leggenda, scritto da Giovanni Fenu e Fabrizio Silvestri, narratore Fabrizio Silvestri. (12:24) L'uomo con la radio, produzione Stefano Francia EnjoyArt.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.

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    Olimpia Racconta-Le Olimpiadi Invernali 1 EPISODIO

    Immagina la neve che scintilla sotto i riflettori di Milano-Cortina 2026, con la fiamma olimpica che danza ipnotica. Olimpia Racconta: Le Olimpiadi Invernali , narrato da Fabrizio Silvestri, ti catapulta in un secolo di leggende bianche – tra coraggio, sacrificio e destino.​Nel primo episodio (15'), scopri il medagliere all-time (Norvegia domina con 405), i recordman come Marit Bjørgen e Arianna Fontana, e 5 imprese epiche: l'unico doppio oro estivo-invernale di Eddie Eagan, il "Miracolo sul Ghiaccio" USA-URSS, e l'oro "fortunato" di Steven Bradbury. Conosci già queste storie?​Ascolta ora per l'adrenalina pura! Su L'Uomo con la Radio (produzione Stefano Francia Enjoyart). Commento: quale leggenda vuoi nel prossimo?​Questo episodio include contenuti generati dall’IA.

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Immagina la neve che scintilla sotto i riflettori di Milano-Cortina 2026, con la fiamma olimpica che danza ipnotica. Olimpia Racconta: Le Olimpiadi Invernali , narrato da Fabrizio Silvestri, ti catapulta in un secolo di leggende bianche – tra coraggio, sacrificio e destino.​Nel primo episodio (15'), scopri il medagliere all-time (Norvegia domina con 405), i recordman come Marit Bjørgen e Arianna Fontana, e 5 imprese epiche: l'unico doppio oro estivo-invernale di Eddie Eagan, il "Miracolo sul Ghiaccio" USA-URSS, e l'oro "fortunato" di Steven Bradbury. Conosci già queste storie?​Ascolta ora per l'adrenalina pura! Su L'Uomo con la Radio (produzione Stefano Francia Enjoyart). Commento: quale leggenda vuoi nel prossimo?​

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