PODCAST · kids
Favole e Fiabe
by Accademia dei Sensi
Un podcast dedicato interamente alla letturae scrittura di favole e fiabe in lingua italiana.Senz'ape il girasole non potrebbe fiorire rigoglioso.A lei guardiamo quando raccontiamo ai bambini,perché imparino ad illuminarsi, sempre.
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Caduta dall'Asino - Legge Primula
Una Favola Inglese
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La Tartaruga Sciocca di Bruno Ferrero - Angela Rizzo
LA TARTARUGA SCIOCCA Un giorno, in una valle lontana, cominciò a piovere e piovve tanto che tutta la campagna fu inondata. Ancora un po' e solo le montagne sarebbero spuntate dall'acqua, che saliva, saliva sempre. Ad un tratto si udì qualcuno che piangeva. Era una tartaruga: la più lenta, la più sciocca del mondo. "Perché piangi?" gracchiò un'oca che volava sopra di lei. "Affogherò!" singhiozzò la tartaruga. "Per te è facile, tu puoi volare. Ma le mie gambe sono così corte, che mi ci vorrà un mese per arrivare sulle montagne!" "Quante storie!" tagliò corto l'oca. "Vado a chiamare mia sorella e ti porteremo noi sulle montagne." Quando le due oche tornarono, l'acqua arrivava già al collo della tartaruga. Si abbassarono, portando nel becco un ramo. La tartaruga vi si afferrò con la bocca e le oche la sollevarono con un gran sbattere d'ali. Volarono così sopra le acque, in direzione delle montagne, dove la tribù delle tartarughe si era già radunata. Infatti, le altre tartarughe, meno sciocche, si erano subito dirette sui monti non appena avevano visto l'acqua salire. Ma erano comunque molto felici nel vedere i due uccelli portare in salvo la più lenta, la più sciocca tra loro. Lanciarono alte grida di evviva e cantarono in coro per festeggiare i due volatili. "Viva, viva e poi urrà. Su cantiamo tutte in coro. Per le oche salvatrici." Ma mentre era ancora in volo, la più lenta, la più sciocca delle tartarughe non poté fare a meno di unirsi al coro. Aprì la bocca e cantò: ". Hip hip hip e poi urrà. AAAAAAH!!!"(Tratta da "40 Storie nel deserto" di Bruno Ferrero - Editrice Elle Di Ci)
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Il Boscaiolo e il dio Mercurio Esopo - Legge Primula
Il boscaiolo e il dio Mercurio Un giorno un onesto boscaiolo andò a tagliar legna nel bosco.D’improvviso la scure gli sfuggì, cadendo nel laghetto lì vicino, dove l’acqua era molto profonda.Il povero boscaiolo si sedette sulla riva e cominciò a disperarsi non sapendo più come guadagnarsi da vivere.Il dio Mercurio sentendo i suoi lamenti si impietosì e tuffandosi nel fiume , riemerse con una bellissima scure d’oro.Il re Mercurio chiese al boscaiolo:- E’ questa la tua scure?- No , disse il boscaiolo.Così il dio si rituffò e riapparve con un scure d’argento dicendo:- E’ questa la tua scure?- No – rispose ancora il boscaiolo.Mercurio si immerse di nuovo e riapparve con una di ferro.Il boscaiolo , avendo riconosciuto la sua scure, contento , ringraziò il dio ed egli commosso da tanta onestà gliele regalò tutte e tre.Felice e contento l’onesto uomo andò dai suoi compagni e raccontò l’accaduto.Uno di loro che era molto invidioso, pensò di fare lo stesso.Infatti andò in riva al fiume buttò la sua scure dove l’acqua è molto alta e cominciò a lamentarsi.Il dio mercurio sentendo quei tristi lamenti si impietosì e si tuffò nelle acque del fiume .Emerse con la scure d’oro e chiese al boscaiolo:-E’ questa la tua scure?Il boscaiolo rispose:-si è proprio questa.Mercurio disgustato per l’avidità dell’uomo non solo non gli diede la scure d’oro ma neanche quella che aveva buttato nel lago.
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Le Calze dei Fenicotteri - Legge Gaspare Polizzi
Le Calze dei Fenicotteri
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IL LUPO PASTORE di Esopo - Legge Elisa
IL LUPO PASTORE di Esopo
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Il Leone e il Moscerino - Elisa
IL LEONE E IL MOSCERINO
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La lepre e la tartaruga di Esopo - Legge Efisio
LA LEPRE E LA TARTARUGAdi ESOPOLa lepre un giorno si vantava con gli altri animali: - Nessuno può battermi in velocità - diceva. - Sfido chiunque a correre come me. La tartaruga, con la sua solita calma, disse: - Accetto la sfida. - Questa è buona! - esclamò la lepre; e scoppiò a ridere. - Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. - Vuoi fare questa gara? Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino. La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara. La tartaruga sorridendo disse: "Non serve correre, bisogna partire in tempo."
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I DUE CAVALLI di L. N. Tolstoj - Legge Angela Rizzo
I DUE CAVALLIdi L. N. Tolstoj Due cavalli tiravano ognuno il proprio carro. Il primo cavallo non si fermava mai; ma l'altro sostava di continuo. Allora tutto il carico viene messo sul primo carro. Il cavallo che era dietro e che ormai tirava un carro vuoto, disse sentenzioso al compagno: - Vedi? Tu fatichi e sudi! Ma più ti sforzerai, più ti faranno faticare. Quando arrivarono a destinazione, il padrone si disse:- Perché devo mantenere due cavalli! Mentre uno solo basta a trasportare i miei carichi? Meglio sarà nutrir bene l'uno, e ammazzare l'altro; ci guadagnerò almeno la pelle del cavallo ucciso! E così fece.
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La Leonessa e la Volpe - Elisa
LA LEONESSA E LA VOLPE di EsopoSerenamente accucciate all'ombra di una fresca pianta situata nel cuore della foresta, una tranquilla leonessa e una placida volpe, chiacchieravano tra loro come due vecchie amiche, discutendo del più e del meno. Per un ascoltatore attento non era difficile però, scoprire che, nascoste nelle loro parole, vi era racchiuso un pizzico d'invidia. In effetti, la volpe, desiderava possedere lo stesso coraggio e l'identica sicurezza che alimentavano il comportamento dell'amica la leonessa, mentre a questa sarebbe piaciuto conquistare la celebre furbizia dell'altra. Nonostante le piccole gelosie racchiuse nei loro cuori, entrambe mantenevano un rapporto forzatamente cortese, scambiandosi sorrisi ed esagerati complimenti.Finché, un giorno, passeggiando insieme nel bosco con i rispettivi cuccioli che trotterellavano amabilmente intorno a loro, giocando e rincorrendosi fra gli alberi, la volpe non riuscì più a trattenere una frase alimentata unicamente dall'invidia. "Mia cara " disse atteggiandosi a gran dama e indicando con lo sguardo i suoi piccoli, "tu avrai anche un portamento da regina, possiedi grande forza e vigore, ma, in quanto a madre, devi ammettere che io sono più portata. Guarda i miei cinque volpacchiotti come giocano felici tra loro. Invece tu hai messo al mondo un solo figliolo e, poveretto, sembra tanto triste senza fratelli!" Evitando di scomporsi, la leonessa rispose: "Certo amica mia, io ho partorito un solo cucciolo. Ma questo piccolo vale più d'ogni altro animale. Egli è un leone e, una volta cresciuto, sarà un Re!" Non potendo ribattere niente la volpe si limitò ad ingoiare la propria gelosia accettando ciò che la natura aveva dispensato.E' inutile invidiare ciò che non si possiede perché ognuno dispone di quello che la natura gli ha attribuito.
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La Primavera e l'Inverno di Esopo - Leggono Efisio, Francesca e Massimo
La Primavera e l'Inverno di Esopo La Primavera e l'Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite a trovare la corretta armonia per andare d'accordo. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando compare una deve umilmente ritirarsi l'altro.Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la giovane signorina Primavera. L'anziana stagione, con quella sua aria sapiente prese a dire: "Mia cara amica, tu non sai essere decisa e determinata. Quando giunge il tuo periodo annuale, le persone e gli animali ne approfittano per precipitarsi fuori dalle loro case o dalle loro tane e si riversano in quei prati che tu, con tanta premura, hai provveduto a far fiorire. Essi strappano i giovani arbusti, calpestano senza pietà l'erba e assorbono ogni sorso di quel sole splendente che, col tuo arrivo diventa più caldo. I tuoi frutti vengono ignobilmente raccolti e divorati e infine, con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace. Invece io incuto timore e rispetto con le mie nebbie, il freddo e il gelo. La gente si rintana in casa e non esce quasi mai per paura del brutto tempo e così mi lascia riposare tranquillo".La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose: "Il mio arrivo è desiderato da tutti e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare cosa significhi essere tanto apprezzati. E' una sensazione bellissima che non potrai mai provare perché con il freddo che porti al tuo arrivo anche i cuori più caldi si raggelano". L'inverno non disse più niente e si fermò a riflettere. Forse, essere ammirati ed amati dagli altri, poteva anche essere una bella sensazione.Per ottenere rispetto ed amore non serve utilizzare la forza ed incutere paura invece i migliori
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La Rosa e L'Amaranto - Legge Efisio
La Rosa e L'Amaranto
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Sulla Cicala e la Formica da La Fontaine a Rodari - Legge Angela Rizzo
LA CICALA E LA FORMICAJean de La Fontaine La Cicala che imprudente tutta estate al sol cantò,provveduta di nientenell’inverno si trovò,senza più un granello e senzauna mosca in la credenza. Affamata e piagnolosaVa a cerca della Formicae le chiede qualche cosa,qualche cosa in cortesia,per poter fino alla prossimaprimavera tirar via:promettendo per l’agosto,in coscienza d’animale,interessi e capitale. La Formica che ha il difettodi prestar malvolentieri,le dimanda chiaro e netto:- Che hai tu fatto fino a ieri?- Cara amica, a dire il giustonon ho fatto che cantaretutto il tempo. – Brava, ho gusto,balla adesso, se ti pare. (da Jean de La Fontaine, Favole, Einaudi) Alla formicadi Gianni Rodari Chiedo scusa alla favola antica,se non mi piace l’avara formica.Io sto dalla parte della cicalache il più bel canto non vende, regala. (da Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi)
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I Tre Cani di Italo Calvino - Ezio Falcomer
"Fiabe italiane", raccolte e trascritte da Italo Calvino, Milano, Mondadori, 1968, pp. 174-78
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Paradiso e Inferno - Leggono Asa e Masa
Paradiso e inferno Favola cinese Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso samurai giunse nell'aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un'occhiata anche all'inferno. Un angelo lo accontentò. Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt'intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletriti da far pietà. "Com'è possibile?" chiese il samurai alla sua guida. "Con tutto quel ben di Dio davanti!" "Ci sono posate per mangiare, solo che sono lunghe più di un metro e devono essere rigorosamente impugnate all'estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca" Il coraggioso samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto ai denti. Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa.Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno! Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavolata di gente seduta davanti ad un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca. C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia. “Ma com’è possibile?”, chiese stupito il coraggioso samurai. L’angelo sorrise: “All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”. Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.
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IL Cervo Vanitoso - Primula
IL CERVO VANITOSO
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Prova d'amore - Favola Africana Legge lagipe
Prova d'amoreFavola africana C'era una volta un re che aveva una figlia ammirata da tutti per la sua bellezza e bontà.Molti venivano a offrirle gioielli, stoffe preziose, noci di kola, sperando d'averla come sposa. Ma la giovane non sapeva decidersi.- A chi mi concederai? - chiese a suo padre.- Non so - disse il padre - Lascio scegliere a te: sono sicuro che tu, giudiziosa come sei, farai la scelta migliore. - Facciamo così - propose la giovane - Tu fai sapere che sono stata morsa da un serpente velenoso e sono morta. I membri della famiglia reale prenderanno il lutto. Suoneranno i tam-tam dei funerali e cominceranno le danze funebri. Vedremo cosa succederà.Il re, sorpreso e un po' controvoglia, accettò.La triste notizia si diffuse come un fulmine. Nei villaggi fu un gran parlare sommesso, spari di fucile rintronavano in segno di dolore, mentre le donne anziane, alla porta della stanza mortuaria, sgranavano le loro tristi melopee. Ed ecco arrivare anche i pretendenti della principessa. Si presentarono al re e pretesero la restituzione dei beni donati.- Giacché tua figlia è morta, rendimi i miei gioielli, le stoffe preziose, le noci di kola.Il re accontentò tutti, nauseato da un simile comportamento. Capì allora quanto sua figlia fosse prudente. Per ultimo si presentò un giovanotto, povero, come appariva dagli abiti dimessi che indossava.Con le lacrime agli occhi egli disse:- O re, ho sentito la dolorosa notizia e non so come rassegnarmi. Porto queste stoffe per colei che tanto amavo segretamente. Non mi ritenevo degno di lei. Desidero che anche nella tomba lei sia sempre la più bella di tutte. Metti accanto a lei anche queste noci di kola perché le diano forza nel grande viaggio.Il re fu commosso fino al profondo del cuore. Si presentò alla folla, fece tacere ogni clamore e annunciò a gran voce:- Vi do una grande notizia: mia figlia non è morta. Ha voluto mettere alla prova l'amore dei suoi pretendenti. Ora so chi ama davvero e profondamente mia figlia. E' questo giovane! E' povero ma sincero.Dopo qualche tempo si celebrarono le nozze con la più bella festa mai vista a memoria d'uomo.I vecchi pretendenti non c'erano e non si fecero più vedere.
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La Falena e le Stelle di James Thurber - Legge Angela Rizzo
LA FALENA E LA STELLA di James ThurberUna falena giovane e sensibile si invaghì una volta di una certa stella. Si confidò con sua madre, che le consigliò di invaghirsi piuttosto di un lume da salotto.“Le stelle non sono cose da starci dietro”, disse, “i lumi son le cose a cui bisogna star dietro.”“Solo così approderai a qualcosa”, disse il padre della falena, “se vai a caccia di stelle, non approderai mai a niente.” Ma la falena non volle dar retta ai consigli di nessuno dei suoi genitori. Ogni sera, al crepuscolo, quando la stella spuntava, l’insetto spiccava il volo verso di essa; e ogni mattina, all’alba, si trascinava di nuovo a casa, sfinita dalla sua vana fatica. Un bel mattino suo padre le disse:“Non ti sei bruciata un’ala da mesi, ragazza mia, e mi hai l’aria che non te la brucerai mai. Tutti i tuoi fratelli si sono bruciati malamente, svolazzando attorno ai lampioni, e tutte le tue sorelle si sono terribilmente ustionate svolazzando attorno ai lampadari. Andiamo, su, fila via di qui, e procurati una buona scottatura! Una falena grande e grossa come te, senza neppure una cicatrice!”La falena abbandonò la casa paterna, ma non volle saperne di svolazzare attorno ai lampioni e non volle saperne di svolazzare attorno ai lampadari. Tirò dritto per la sua via, ostinandosi a raggiungere la stella, che era alla distanza di quattro anni luce e un terzo; ossia di venticinque trilioni di miglia. La falena viceversa credeva che fosse soltanto impigliata fra i rami più alti di un albero.Non raggiunse mai la stella, ma non cessò di tentare, notte per notte, e quando fu diventata una vecchia, vecchissima falena, cominciò a illudersi di avere veramente raggiunto la stella e lo andava raccontando in giro. Ciò le procurava un piacere profondo e durevole, e visse fino a tardissima età. I suoi genitori, e i fratelli, e le sorelle, si erano tutti bruciati a morte in età ancora assai giovane. Morale: Meglio sperar galline per domani, che avere un uovo putrido stamani. (da La notte degli spiriti, trad. di A. Severino, Corbaccio, Milano, 1992)
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Migliaia di mondi primordiali - Gaspare Polizzi
Migliaia di mondi primordialifavola ebraica
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Il Contadino e l'Aquila - Primula
IL CONTADINO E L'AQUILA
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La gallina saggia - Angela Rizzo
La saggia gallina Dall’Asia centrale (Tajikistan)Un giorno una gallina stava becchettando e razzolando sotto un albero, fuori dal villaggio, quando uno sciacallo corse verso di lei. Era molto affamato e già si rallegrava al pensiero di una saporita pollastra per pranzo. Ma la gallina lo vide e volò sull’albero.- Buondì, piccola gallina, - disse lo sciacallo – hai sentito le ultime notizie?- Che notizie? – chiese la gallina.- Che notizie? La più grande notizia di tutti i tempi: tutti gli animali hanno fatto la pace tra loro. Ora gli animali sono amici, e nessuno deve più temere l’altro. Perciò puoi scendere tranquillamente da quell’albero, non ti mangerò. -Ma la gallina era saggia, sapeva in che conto tenere le parole dello sciacallo, e rispose:- Sono contenta di non doverti più temere, ma quassù c’è una vista migliore. Posso vedere tutte le strade del mio villaggio. –- E cosa c’è di speciale da vedere nel tuo villaggio? – le domandò lo sciacallo.- Nulla di speciale, solo un gruppo di cani che corre in questa direzione. -Come sentì ciò lo sciacallo balzò in piedi e scappò via.- Ma perché scappi? – gli gridò dietro la gallina. –Hai appena detto che tutti gli animali hanno fatto la pace tra loro! I cani non ti daranno nessun fastidio!-- Pensi che non conosca quegli stupidi cani del villaggio? Certamente non sanno ancora la notizia! – gridò lo sciacallo e sparì in un baleno. (da Enciclopedia della favola. Estate, a cura di Gianni Rodari, Editori Riuniti)
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L'agnellino davanti al trono di Dio - Gaspare Polizzi
L'AGNELLINO DAVANTI AL TRONO DI DIOFavola Ebraica
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L'ambizione punita della LUNA - Favola Ebraica - Legge Gaspare Polizzi
L'ambizione punita della LUNA Favola Ebraica Immagini tratte da http://www.megghy.com/
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LA LEPRE CHE SCONFISSE IL LEONE di GIANNI RODARI - Legge ANGELA RIZZO
LA LEPRE CHE SCONFISSE IL LEONE di GIANNI RODARINel cuore della foresta viveva un grosso leone, malvagio e crudele. Faceva a pezzi ogni animale che incontrava, e gli abitanti della foresta erano terrorizzati dalla sua presenza. Un giorno decisero di implorare pietà da lui. L'elefante, la scimmia, la lepre e tutti gli altri andarono dal leone, si inchinarono e dissero: – Salve, potente re del Mondo degli Animali! Perché ci uccidi quando ci incontri? Hai già decimato la foresta: cosa mangerai quando saremo morti tutti? Abbi pietà di noi e non ucciderci piú, e noi ti promettiamo che ogni giorno ti manderemo una creatura da divorare. Il leone accettò la loro offerta. Il primo giorno gli mandarono per pranzo un elefante, e il leone se lo divorò tutto. Il giorno seguente una scimmia, poi un pappagallo, ed infine venne il turno della lepre. Ma la lepre non aveva nessuna voglia di lasciarsi divorare, e meditava di ingannare il leone. Pensa e pensa, quando arrivò dal leone era già passato mezzogiorno. – Cosa hai fatto in tutto questo tempo? – ruggí il leone alla lepre. – Non sai a che ora mangio? – Sí, lo so, potente re del Mondo degli Animali, ma non è stata colpa mia se lui mi ha trattenuta cosí a lungo, – rispose la lepre. – Chi ti ha trattenuta? – ruggí il leone. – Il leone, – rispose la lepre. – Quale leone? Vuoi dire che c'è qualche altro leone, oltre me, in questa foresta? – Sí, Sire, e dice di essere piú forte di te, potente re degli Animali! Mi ha incaricata di dirti che quando ti incontrerà ti farà a pezzi e ti divorerà. – Cosa? – ruggí furibondo il leone. – Portami subito da questo leone, e gli mostrerò io chi è il piú forte! La lepre si avviò e condusse il leone ad un pozzo: – Potente Re degli Animali, guarda in questo pozzo, perché l'altro leone vive qui. Il leone guardò giú nel pozzo e vide effettivamente un leone. Digrignò i denti, lanciò un terrificante ruggito e si lanciò nel pozzo, dove naturalmente annegò. E cosí l'abile lepre ingannò il potente leone e salvò tutti gli altri animali della foresta. Fiaba tratta da ENCICLOPEDIA DELLA FAVOLA Fiabe di tutto il mondo per 365 giorni Raccolte da Vladislav Stanovsky e Jan Vladislav Edizione italiana a cura di Gianni Rodari Editori Riuniti (www.editoririuniti.it) (I edizione collana Matite italiane: ottobre 2002) Traduzioni di Maria Lucioni Diemoz, Franco Prattico e Gianni Rodari Visual editor Alberto Ruggieri, Art director Luciano Vagaggini, Impaginazione Marco Spaziani ISBN 88-359-5288-3 Progetto a cura delle Biblioteche di Roma in collaborazione con gli Editori Riunitiimmagini tratte da http://www.webgraffiti.it/
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Cenerentola - Legge Francesca
CENERENTOLA
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LE DOMANDE DEL TOPO - Maria e Figlio
LE DOMANDE DEL TOPO
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La Lepre e le Rane - Legge Primula
LA LEPRE E LE RANE Le lepri, si sa, sono animali molto timidi, ma nel bosco ne viveva una che era più timida di tutte le sua compagne.Tremava di paura anche se vedeva cadere una foglia. Ogni volta immaginava che chissà quali nemici stessero per saltarle addosso.-Povera me!- esclamava sempre. -Sono sola e abbandonata da tutti! Nessuno che mi difenda! Se almenno potessi avere un po' di coraggio!Di coraggio, prorpio non ne aveva, e trascorreva tremando quasi tutta la giornata nascosta nella tana. Un giorno stava brucando un po' di erbetta tenera, quando un leggero rumore la fece trasalire. Era solo una ghianda caduta da una quercia, ma, come al solito, la lepre si sentì in dovere di fuggire. Mentre scappava verso la tana, passò vicino alla riva di uno stagno dove alcune rane riposavano al sole.Vedendo passare quella furia, le rane, spaventatissime, si tuffarono nell'acqua. Allora la lepre si fermò di colpo:-Come?- pensò -Le rane hanno avuto paura di me? Allora... allora anch'io valgo qualcosa!Apettò un po' di tempo e poi provò ad avvicinarsi di nuovo allo stagno, facendo un gran fracasso. Le rane fuggirono ancora.-Evviva, hanno proprio paura di me!- gridò la lepre quasi non credendo ai propri occhi. Tutta eccitata, si provò a spaventare le rane ancora un'altra volta. I poveri animaletti non facevano che tuffarsi in acqua, pieni di spavento. Da quel giorno la lepre non fu più timida come prima, anzi diventò prepotente con gli animaletti più piccoli di lei.
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L'ANELLO MAGICO - Legge Fernando
L'ANELLO MAGICO
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I TRE CEDRI 1/3 - Legge Masaniello
I TRE CEDRI 1/3di Ginabattista Basile C'era una volta, tanto e tanto tempo fa, nella ricca città di Torrelunga, un re con un unico figlio, di nome Vincenzo, che era tutta la sua speranza. Non vedeva l'ora che si sposasse per dare un erede al trono, ma il principe era un tipo così solitario e selvaggio, che quando il re suo padre gli diceva di sposarsi scuoteva la testa, e se ne andava a caccia per una settimana.Accorgendosi di diventare vecchio, il povero re tentò in tutti i modi di convincere suo figlio a cambiare idea, ma Francesco non si lasciò commuovere né dal suo dolore, né dai consiglieri che gli spiegavano la necessità di assicurare un erede al trono, né dalle preghiere dei suoi sudditi.Ma un giorno, quando ormai il vecchio re aveva perso tutte le speranze, accadde che, mentre erano riuniti intorno alla tavola, il principe pensava alle cornacchie nere che passavano in cielo e tagliava a metà una ricotta: si tagliò un dito e due gocce di sangue, cadendo sulla ricotta, fecero un abbinamento di colori così bello e pieno di grazia che se ne innamorò. Decise di trovarsi una sposa bianca e rossa come quella ricotta colorata dal suo sangue, e disse al re:"Padre mio, se non riesco a trovare una fanciulla così per farne la mia regina, morirò di dolore. Per nessuna mi è mai battuto il cuore, e ora lo sento correre per il desiderio di una bellezza che abbia il colore del mio sangue. Fammi partire, la cercherò fino ai confini del mondo, e quando l'avrò trovata ritornerò".Il vecchio re si sentì mancare il fiato, e con un fil di voce gli disse:"Figlio mio adorato, speranza della mia vita, che pazzia è questa? Non hai voluto sposarti per darmi un erede al trono, e ora per sposarti vuoi vedermi morire di dolore? Non abbandonarmi, non lasciare la tua casa, lascia questa pazzia, rimani in questo reame che senza di te andrà in malora!".Ma era come se parlasse al vento, e quando vide che non c'era modo di farlo rinunciare al suo desiderio, il re gli diede una borsa di monete d'oro, qualche servitore, e la sua benedizione. Da un balconcino del suo palazzo il re guardò Francesco che si allontanava, lo salutò finché riuscì a vederlo col canocchiale, e poi si mise a piangere a vite tagliata.Il principe Francesco cavalcava e trottava per boschi e per campagne, per colline e per vallate, attraversava pianure e saliva su alte montagne, vedeva paesi e città e conosceva gente diversa, tenendo gli occhi ben aperti per trovare la fanciulla dalla pelle bianca come la ricotta e rossa come il suo sangue, ma inutilmente. Dopo alcuni mesi di viaggio, arrivò a una lontanissima città di mare, dove si fermarono i suoi servitori, perché si sentivano male, mentre il principe si imbarcò su un naviglio genovese, e navigò per tanto tempo. Viaggiò per i mari e per gli oceani, cercando in tutti i reami, le regioni e le province, guardando in ogni piazza, in ogni palazzo, in ogni villa, in ogni casupola, la fanciulla di cui portava sempre l'immagine nel cuore.E tanto navigò e viaggiò che arrivò finalmente all'Isola delle Orche, dove, appena la nave gettò l'ancora, il principe Francesco scese a terra e incontrò una vecchia, secca secca e brutta brutta.Il principe, dopo averla salutata gentilmente, le spiegò dopo quale lunghissima avventura era arrivato all'isola, e la vecchia rimase incantata, sentendo come si era innamorato perdutamente di una fanciulla che non aveva mai visto, ed era andato a cercarla per tutte le terre e per tutti i mari, affrontando tanti rischi e tante fatiche.Allora disse a Francesco: "Figlio mio, fila via, scappa, perché se dai nell'occhio a tre figli miei, che sono golosi di carne umana, la tua vita non varrà un soldo: tutta la tua avventura avrà fine nella loro pancia, dopo che ti avranno arrostito! ma se ti metti a correre come una lepre, senza metter tempo in mezzo, un po' più in là troverai la tua fortuna".Rabbrividendo dalla paura il principe Francesco seguì il consiglio della vecchia, e corse senza fermarsi finché non arrivò in un altro paese, dove trovò una vecchia ancora più vecchia della prima. Appena le ebbe raccontato la sua storia per filo e per segno, la seconda vecchia gli disse:"Scappa a gambe levate, se non vuoi diventare lo spuntino dei miei figli orchetti, ma corri, perché la tua situazione è proprio nera, e un po' più in là troverai la tua fortuna".Il povero principe si mise a correre come se avesse il diavolo alle spalle, e dopo un po' di tempo arrivò da un'altra vecchia, che stava a sedere su una ruota con un paniere infilato nel braccio, pieno di pastine e confetti. Dava da mangiare queste leccornie a un branco di asini, che poi saltavano in riva a un fiume e tiravano calci a dei poveri cigni.Francesco, dopo aver cortesemente salutato e riverito la vecchia con tanti inchini, le raccontò la storia del suo lungo viaggio, e la terza vecchia, consolandolo con buone parole, gli diede una squisita colazione, e Francesco si leccò anche le dita. Quando si alzò da tavola, la vecchia gli diede tre cedri che parevano appena colti dall'albero, e gli diede anche un coltello, dicendo:"Puoi tornare nel tuo reame, perché ormai la tua ricerca è finita: hai quello che cercavi. Va', e quando sarai vicino a Fiumefreddo fermati alla prima fonte che trovi e taglia un cedro, ne verrà fuori una fata che ti dirà: 'Dammi da bere!'. Dovrai essere sveltissimo con l'acqua, sennò la fata scomparirà come l'argento vivo. Se non sarai abbastanza svelto la prima volta, aprirai un altro cedro, e se non ce la farai nemmeno con la seconda fata prova con l'ultimo cedro, ma bada di essere prontissimo con la fanciulla perché non ti sfugga fra le dita: solo se riuscirai a dissetarla in tempo avrai la sposa del tuo cuore".Il principe tutto contento baciò cento volte la mano grinzosa e pelosa della vecchia, e dopo averla salutata lasciò l'Isola delle Orche, navigò per l'oceano e per il mare e finalmente approdò a un porto che era distante un giorno di cammino dal reame di Torrelunga.
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I TRE CEDRI 2/3 - Legge Masaniello
I TRE CEDRI 2/3 A un certo punto si trovò in un bellissimo boschetto, dove gli alberi erano così fitti che tenevano sempre all'ombra i prati e trovò una fonte dalle acque così fresche che invitavano a bere: si fermò, prese in mano il coltello e cominciò a tagliare il primo cedro.In un batter d'occhio apparve una fanciulla bellissima, bianca come la ricotta e rossa come il sangue, che disse:"Dammi da bere!".Francesco rimase a bocca aperta, incantato dalla bellezza della fata, non fu tanto svelto a darle l'acqua, e quasi nello stesso istante in cui era apparsa la fanciulla scomparve. Il principe si sentì come se lo avessero bastonato: come sa chi, dopo aver tanto desiderato e cercato una cosa, la perde proprio quando la sfiora con le dita.Tagliando il secondo cedro gli successe la stessa cosa, e sentì lo stesso colpo. Mentre dai suoi occhi sgorgavano tante lacrime che anche lui pareva una fontana, diceva: "Accidenti a me, sono proprio un disgraziato! due volte me la sono fatta scappare, due volte, come se fossi senza mani! dovrei correre come una lepre, e invece sono più lento di una lumaca! se non mi sveglio perdo tutto, dopo l'uno e dopo il due c'è solo il tre, e se con questo coltello non avrò la mia fanciulla, mi pianterò la lama nel cuore".Tagliò il terzo cedro e uscì la terza fata, dicendo come le altre due: "Dammi da bere!", ma questa volta Francesco nello stesso istante le diede l'acqua.Finalmente gli rimase accanto una fanciulla dalla pelle morbidissima e bianca come la ricotta, con le guance rosse come il sangue, di una bellezza mai vista al mondo, con i capelli d'oro fino, così affascinante che incantava chiunque la guardasse. Il principe non capiva com'era potuto succedere, e guardava al colmo della meraviglia quell'incanto venuto dal taglio del cedro, non sapendo se sognava o era desto, domandandosi come avesse fatto a uscire dal frutto asprigno una cosa più dolce del miele, come fosse venuta fuori da un frutto tanto piccolo una fanciulla così grande e ben formata.Alla fine, realizzando che non era solo un sogno, perché la fanciulla del suo desiderio era viva e vera accanto a lui, la abbracciò a lungo e la coprì di baci. Dopo mille tenerezze, il principe le disse:"Non voglio, anima mia, portarti dal re mio padre senza le vesti preziose che sono adatte alla tua bellezza e senza il corteo degno di una regina. Perciò, sali su questo albero di cedro dove i rami sembrano un nido pronto per te, e aspetta comodamente il mio ritorno. Io correrò al palazzo di mio padre come se avessi le ali ai piedi, e sarò presto di ritorno per condurti al palazzo reale, vestita, ornata e scortata come si conviene". Poi la salutò e partì.Proprio allora venne alla fonte una schiava brutta e nera con una brocca: mentre la riempiva, guardando nell'acqua, vide riflesso il bellissimo viso della fata, e credendo che quell'immagine fosse la sua si rimirò e disse:"Cosa vedono i miei occhi! Sono così bella e devo affaticarmi a riempire la brocca? ma neanche per sogno!". Presa dalla collera scaraventò sui sassi la brocca che andò in frantumi, e andò a casa.Alla sua padrona disse: "La brocca si è rotta sui sassi!".Il giorno dopo la schiava nera fu mandata ad attingere acqua con un barilotto, e appena si chinò sull'acqua rivide il bel viso.Sospirò e disse: "Una fanciulla bella come sono io non deve certo stancarsi a portare un barilotto d'acqua!", poi sfasciò il recipiente e tornò a casa brontolando.Quando disse: "Un asino per via mi ha rotto il barilotto", la padrona andò in collera, prese una scopa e la riempì di botte. Il giorno dopo le diede un otre e la rimandò alla fonte, dicendole che se questa volta non fosse tornata con l'acqua l'avrebbe sistemata.Ma, arrivata alla fonte, la schiava rivide la bellissima immagine riflessa nell'acqua, e gridò: "La mia bellezza non ha rivali! Dovrei sposare un principe, non stare qui a faticare per una padrona che mi maltratta: ora ci penso io".Si levò uno spillone dai capelli e tutta inviperita cominciò a bucare l'otre di qua e là, tanto che l'acqua zampillava da tutte le parti.Sul cedro la fata si era divertita vedendo cosa succedeva, e a quel punto non riuscì a trattenere una risata. La schiava allora guardò in su, vide la fanciulla tra i rami, e finalmente capì di chi era il bel viso che si specchiava nella fontana.Disse tra sé e sé: "Per colpa di quella ho rotto una brocca, una barilotto, un otre, ho preso le bastonate, e ora mi prende anche in giro", poi le chiese: "Che ci fai lassù bella fanciulla?".La fata, che era gentile quanto bella, le raccontò tutta la sua storia, e le spiegò che da un momento all'altro sarebbe tornato il principe per condurla a palazzo con vesti sontuose e un corteo regale.La serva pensò che poteva fare la sua fortuna, e le disse: "Mentre aspetti il tuo sposo, fammi salire sull'albero con te, ti pettino ben bene e ti faccio diventare ancora più bella!".Dopo averle detto: "Che tu sia la benvenuta, amica mia!", la fata porse la sua manina bianca e morbida alla schiava, che la agguantò con la mano secca e nera e si tirò su.Ma mentre le accarezzava i capelli, le piantò lo spillone nel capo, e la fata, sentendosi trafiggere, gridò:"Colomba, colomba!", e trasformatasi in una colombina bianca prese il volo.Allora la schiava nera si levò i suoi brutti vestiti, li scaraventò lontano, e si accoccolò fra i rami ad aspettare.
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I TRE CEDRI 3/3 - Legge Masaniello
I TRE CEDRI 3/3 Dopo poco tempo, con un corteo di dame e cavalieri, arrivò il principe Francesco, che trovando la brutta serva nera dove aveva lasciato la candida fata, rimase a lungo senza fiato. Poi prese a lamentarsi della sua disgrazia, perché quando credeva di aver raggiunto il suo paradiso dopo tanto peregrinare, si sentiva all'inferno, e mentre credeva di unirsi per sempre alla fata del suo cuore gli toccava una schiava così brutta che nessuno avrebbe voluto vederla.Ma la donna nera gli disse: "Ehi, principe! sta' buono, io sono fatata: un anno lo passo chiara e un anno lo passo scura".Il povero Francesco, visto che non c'era rimedio, mandò giù questo boccone amaro, e, fatta scendere dal cedro la schiava nera, la vestì, l'adornò da regina, e la condusse a palazzo in pompa magna.Quando la videro il re e la regina, si dissero che il loro unico figlio aveva viaggiato come un pazzo, per il mondo intero, per trovare una colomba bianca, e poi aveva portato a casa una cornacchia nera. Ma comunque, come avevano stabilito, rinunciarono al regno, e il principe Francesco ascese al trono mettendo la corona d'oro sul capo di una regina nera come il carbone.Si preparavano grandi festeggiamenti per le nozze, e mentre il cuoco, le fantesche e gli sguatteri correvano per le cucine reali spennando oche grasse, frollando fagiani, marinando cinghiali e caprioli, mescolando creme e besciamelle, montando panna e chiare d'uovo, tritando noci, mandorle, pinoli e canditi, una colombella bianca entrò da una finestra della cucina e disse: Cuoco che cuoci da mane a sera,cosa fa il re con la donna nera? Dapprima il cuoco non ci fece caso, ma la colombina tornò poco dopo, e quando lo fece per la terza volta, ripetendo sempre le stesse parole, il cuoco corse a tavola per raccontare di questa apparizione sorprendente.Appena sentì, la regina nera ordinò che la colomba fosse immediatamente catturata, spennata e gratinata in padella. Allora il cuoco si diede da fare, finché acchiappò la colombella, e, eseguendo l'ordine, le tirò il collo, la tuffò nell'acqua bollente per spennarla meglio, e la mise al fuoco. Buttò l'acqua e le penne nel vaso che stava su un balconcino, e dopo tre giorni spuntò un ramo di cedro che cresceva a vista d'occhio: il re affacciandosi a una finestra da quella parte vide il bell'albero che prima non c'era, e cominciò a domandare chi l'avesse piantato.Il cuoco gli raccontò tutta la meravigliosa storia della colombella, e il re Francesco, sospettando qualcosa, gli ordinò:"Nessuno osi toccare questa pianta, pena la vita! e fa' in modo che sia ben curata, di tutto punto!".Dopo pochi giorni apparvero tra i rami tre cedri come quelli che gli aveva dato l'orca: il re aspettò che fossero ben maturi, li colse, si chiuse in camera sua con una grande coppa d'acqua fresca, e, con il solito coltello che portava sempre alla cintura, cominciò a tagliare.Col primo cedro e col secondo gli capitò come l'altra volta, ma la terza volta fu pronto a dare l'acqua alla fanciulla nello stesso istante in cui gliela chiedeva, e gli rimase fra le braccia la più bella, uguale all'immagine che aveva sempre nel cuore, bianca come la ricotta e rossa come il suo sangue.Era la stessa fata che aveva lasciato sull'albero, e gli raccontò tutto il male che le aveva fatto la schiava nera.Nessuno riuscirebbe a raccontare l'allegria e la soddisfazione di Francesco, che non riusciva a stare nella pelle dalla contentezza, e non avrebbe mai smesso di abbracciare e di baciare la fata rinata dal cedro. Poi le fece indossare una veste regale, le pose un prezioso diadema sui biondi capelli, la prese per mano e la portò nel salone dove erano riuniti tutti i cortigiani per festeggiare le nozze. Li chiamò uno a uno, chiedendo loro:"Ditemi, che pena dareste a chi facesse del male a questa meravigliosa creatura?".I cortigiani e tutti i nobili invitati rispondevano che se qualcuno le avesse fatto del male avrebbe meritato una corda intorno al collo, o una sassaiola mortale, o un veleno, o il rogo, o di essere messo in una botte chiodata e rotolato lungo una montagna, o di essere buttato in mare con una pietra al collo.Infine il re lo chiese alla regina nera, e lei rispose: "Meriterebbe di essere bruciata e le sue ceneri andrebbero buttate dalla cima della torre!"."Tu hai pronunciato la tua condanna", disse il re Francesco, "è proprio questa la fanciulla che hai infilzato con lo spillone, è lei la colombella che hai fatto sgozzare e gratinare! chi fa il male, il male aspetti".
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La Zanzara e il Leone - Esopo - Leggono Maria, Roberta, Francesca, Masaniello
LA ZANZARA E IL LEONEC'era una piccola zanzara assai furba e spavalda. Stanca di giocare con le solite amiche, decise un giorno, di lanciare una sfida al Re della foresta. Si presentò così davanti al sovrano che era il leone e lo salutò con un rispettoso inchino. Il grande Re che era intento a schiacciare uno dei suoi pisolini più belli lungo la riva di un fiume, lanciò una distratta occhiata all'insetto. "Oh! Buongiorno".Rispose Sua Maestà spalancando la bocca in un possente sbadiglio. La zanzara disse: "Sire, sono giunta davanti a Voi per lanciarvi una sfida!" Il leone, un po' più interessato, si risvegliò completamente e si mise ad ascoltare.'Voi " continuò l'insetto "credete di essere il più forte degli animali eppure io dico che se facessimo un duello riuscirei a sconfiggervi!" Il Sovrano divertito disse: "Ebbene se sei tanto sicura,proviamo!" In men che non si dica il piazzale si riempì di animali d'ogni genere desiderosi di assistere alla sfida. Il " Singolar Tenzone" ebbe inizio. L'insetto andò immediatamente a posarsi sul largo naso dell'avversario cominciando a pungerlo a più non posso. Il povero leone preso alla sprovvista tentò con le sue enormi zampe di scacciare la zanzara ma, invece di eliminarla, egli non fece altro che graffiarsi il naso con i suoi stessi artigli. Estenuato, il Re della foresta, si gettò a terra sconfitto. Così, la piccola zanzara fu acclamata da tutti i presenti. Levandosi in volo colma di gioia, la zanzara non si accorse però della tela di un ragno tessuta tra due rami e andò ad imprigionarvisi proprio contro. Intrappolato in quell'infida ragnatela l'insetto scoppiò in lacrime, consapevole del pericolo che stava correndo. Fortunatamente il leone, che aveva assistito alla scena, con una zampata distrusse la tela e liberò la piccolina dicendo:"Eccoti salvata mia cara amica. Ricordati che esiste sempre qualcuno più forte di te! E questo me lo hai insegnato proprio tu!" La zanzara, da quel giorno imparò a tenere un po' a freno la propria spavalderia.Le persone troppo sicure di sé riescono, a volte, a superare gli ostacoli più grossi ma inciampano spesso nelle difficoltà più piccole.
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L'ELEFANTE PREPOTENTE - Teatron78
Una leggenda Africana: Perchè l'elefante è il più grande degli animali Narra una leggenda africana che, all'origine del mondo, l'elefante aveva la statura degli altri animali, nonostante ciò era il più prepotente, voleva comandare su tutti ed essere servito e riverito come un re. Gli abitanti della savana, stanchi delle sue prepotenze, si riunirono di nascosto in assemblea e dissero: - Non vogliamo più sopportare le angherie dell'elefante, tutti noi viviamo nel terrore, ogni protesta e ogni ragionamento non sono serviti a niente. E' ora che facciamo qualcosa per fargli capire le nostre ragioni. Discussero a lungo fino a che, di comune accordo, decisero di dargli una sonora lezione. Invitarono il prepotente in un'ampia radura dove gli avevano apprestato un ricco banchetto per abbonirlo e per tenerlo occupato. L'elefante aveva accettato ben volentieri, tutto contento di essere così ossequiato; mentre era assorto a gustare il pranzo, gli animali lo circondarono e cominciarono a dargli tante botte con le zampe e con le corna sino a gonfiarlo tutto, da capo a piedi! Il malcapitato, alquanto malconcio, andò a tuffarsi nel vicino fiume per dare refrigerio alle tante ferite che aveva sul corpo. Gli ci vollero parecchi giorni per guarire e, quando i dolori furono passati e le piaghe rimarginate, l'elefante, specchiandosi nell'acqua del fiume, vide che il suo corpo era rimasto tutto gonfio, enorme, pesante! Soltanto le orecchie erano rimaste come prima e certamente non facevano bella figura in quel suo grande testone! Era diventato il più grande animale della savana, ma il suo potere era finito! Ora non avrebbe più potuto comandare nemmeno sugli animali più piccoli perché la sua grande mole avrebbe ricordato a tutti la lezione avuta nella radura. E fu così che l'elefante, da quel giorno, prese a camminare con le orecchie abbassate… per la vergogna.
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La Pulce e il Bue - Esopo - Leggono Masaniello, Rita, Teatron78
LA PULCE E IL BUEEsopo Quel giorno una piccola pulce sembrava meno vivace del solito. Le sue minuscole alette non avevano voglia di scuotersi e le zampettine che normalmente la portavano a saltellare avanti e indietro, erano pressoché immobili. Era una pulce graziosa e nervosetta, anche se quel mattino la noia pare va essersi impossessata di lei. Per vivacizzare le sue ore decise di andare a trovare il bue della fattoria. Il grande animale pascolava quieto nelle verdeggianti distese erbose che circondavano le stalle, scuotendo di tanto in tanto la sua lunga coda sotto i caldi raggi del sole.Con agili piroette l'animaletto andò a posarsi davanti a lui. "Salve " Strillò con un vocino acuto. "Oh, buongiorno". Rispose gentilmente il bue avvicinando il suo grosso muso al minuscolo corpicino dell'insetto. "Sai", disse la piccolina "avevo voglia di chiacchierare con qualcuno" "Bene, e di cosa vogliamo parlare?" Chiese il bue. "Non so..., raccontami un po' del tuo lavoro ""Io lavoro per l'uomo e svolgo duri compiti. Il mio padrone é un contadino e per lui tiro l'aratro, obbedendo a ogni suo ordine". Spiegò il bue. "Che buffo!" Squittì la piccola pulce "Io invece non prendo ordini da nessuno e mi riposo quando ne ho voglia. L'unica cosa a cui devo fare attenzione è di non essere schiacciata dalle manacce di qualcuno. Ma tu cosa ne ricavi da tanta fatica?" Il bue, con un moto di commozione nella voce, mormorò: "Ecco vedi, quelle mani di cui tu hai paura, si trasformano per me in tenere carezze". Mentre parlava alcune lacrime di gioia gli scivolarono lungo il muso. "L'uomo apprezza il lavoro che svolgo per lui e mi ripaga con tanto affetto." La pulce, stupita dal pianto del suo amico, si allontanò piano ripensando a quanto udito. Chissà, forse quell'affetto di cui il bue parlava con tanta commozione era veramente un bel premio.A volte è difficile comprendere come per certe persone realmente disinteressate l'affetto possa costituire la migliore ricompensa del loro operato.
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IL NIBBIO E IL SERPENTE - Esopo - Leggono Teatron78, Masaniello, Sophie
IL NIBBIO E IL SERPENTELLOEsopo Un giovane serpentello se ne andava tranquillo strisciando fra una pietra e l'altra, godendosi i caldi raggi del primo sole primaverile. L'aria era tiepida e carica di un buon profumo di fiori e ogni animale si sentiva rasserenato da quel clima dolce. Il piccolo serpente si muoveva piano nel prato quando all'improvviso una spaventosa ombra si proiettò sul suo cammino. L'animale preoccupato alzò il testino per guardare da dove provenisse la macchia scura e solo allora scopri che un terribile nibbio stava puntando dritto dritto su di lui!Il poverino non ebbe nemmeno il tempo di scappare perché in un lampo il volatile gli piombò addosso afferrandolo con il becco. Il serpente fu, così, sol levato in cielo da quel rapace che, senza avere pietà per le sue grida volò via il più velocemente possibile."Lasciami andare!" Implorava lo sfortunato animaletto "Non ti ho fatto niente!" Ma il nibbio non l'ascoltò neppure.A quel punto il serpentello si rivoltò su se stesso e con un'abile mossa diede un morso al suo nemico. Finalmente il volatile colpito dal veleno della sua preda fu costretto ad aprire il becco liberando il serpente che cadde a terra senza farsi male Il nibbio invece, con la vista annebbiata e senza più forze a causa del morso velenoso, precipitò sul terreno a peso morto riportando parecchie ferite. Quando il volatile era ancora stordito, il serpentello gli si avvicinò e gli disse: "Ben ti sta! Io non volevo farti del male ma tu mi ci hai costretto e adesso ne paghi le conseguenze!" Trascorsero due giorni interi prima che il nibbio potesse riprendere a volare ma, a partire da quella volta egli si tenne sempre ad una certa distanza da tutti i serpenti!Chi si dimostra prepotente e malvagio prima o poi paga di persona per le sue cattiverie.
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LA PRINCIPESSA RANOCCHIA - Legge Masaniello
LA PRINCIPESSA RANOCCHIAC'era una volta... In un antico e remoto regno dell'impero dello Zar di Russia, dove di preciso non è noto, viveva un principe regnante con la principessa sua moglie. Essi avevano tre figli giovani, tutti e tre bravi e coraggiosi oltre misura. Il minore si chiamava Ivan. Un giorno il padre disse loro: "Miei cari figlioli, prendete un arco per ognuno e tirate una freccia, ciascuna in tre diverse direzioni; là dove cadranno, troverete la vostra sposa." La freccia del figlio maggiore cadde nel cortile di una nobile famiglia; la freccia del secondogenito andò a finire invece nel cortile rosso di un ricco mercante, dove proprio là era seduta un ragazza, che era la sua figliola. Al più giovane, il coraggioso Ivan, toccò la sfortunata sorte di lanciare la freccia in un fangoso acquitrino, e in bocca a una rana gracidante. Allora il giovane principe andò a lamentarsi dal padre: "Come posso sposare una rana? Può forse essere pari a me? Non credo proprio..." "Non ti preoccupare" rispose il padre, "evidentemente il destino vuole che tu sposi proprio quella rana". E così tutti e tre i fratelli si sposarono: il primo con la nobildonna, il secondo con la figlia del commerciante, e il terzo con la rana. Dopo qualche tempo, il principe padre chiamò a sè i suoi tre figli e disse loro: "Che le vostre mogli preparino una bella pagnotta per domani mattina". Ivan ritornò a casa, visibilmente preoccupato e corrucciato. "C-R-O-A-K! C-R-O-A-K! Mio caro marito principe Ivan, che ti è successo? Perchè sei così triste?" chiese gentilmente la rana. "E' successo qualcosa di brutto al palazzo?" "Qualcosa di brutto...?" rispose Ivan, "lo Zar mio padre dice che tu devi cuocere una pagnotta entro domani mattina". "Non preoccuparti, mio principe. Vai pure a letto; la notte porta consiglio ed è ben più proficua del giorno." Il principe seguì il consiglio di sua moglie e andò a dormire. Allora essa si liberò della sua pelle di rana, per trasformarsi in una bellissima e dolce ragazza, di nome Vassilissa. Si affrettò fuori nel cortile e richiamò ad alta voce: "Venite tutti, servi e cameriere, venite da me subito a preparare una pagnotta di pane bianco per domani mattina, esattamente dello stesso tipo di pane che mangiavo al palazzo di mio padre." Il mattino dopo il principe Ivan si svegliò al canto del gallo, e come sapete il gallo canta molto presto al mattino. Il pane era già pronto, e cosìbello e indescrivibilmente invitante come quello delle fiabe, bello bianco come la neve e leggero come una piuma. Lo Zar fu molto compiaciuto del risultato, e il principe fu molto ringraziato. "Ora vi dò un altro compito" disse sorridente "Che le vostre mogli tessano un tappeto per domani". Il principe Ivan tornò a casa, di nuovo corrucciato e preoccupato. "C-R-O-A-K! C-R-O-A-K! Caro principe Ivan, mio signore e padrone, come mai ancora cosìin pensiero? Cos'è successo, questa volta? Lo Zar vostro padre non era soddisfatto e contento?" "Non si tratta di questo, ma come potrei essere tranquillo, dal momento che ha ordinato che tu gli faccia un tappeto per domani?" "Non preoccuparti, principe. Vai pure a dormire. Il mattino ha l'oro in bocca." Di nuovo la rana si trasformò in Vassilissa, la bella principessa, e di nuovo richiamò a voce alta: "Cari servi e fedeli cameriere, venite da me, perchè c'è ancora del lavoro per voi. Dovrete tessere un bel tappeto di seta, come quello del trono di mio padre." E ancora una volta, detto e fatto. Al canto del gallo, Ivan si alzò, e proprio là ai suoi piedi vi era un bellissimo tappeto di seta, talmente ben fatto e accogliente da non potersi descrivere. Grandi quantità di oro e argento erano intessute tra i fili di tessuto colorato, e questo rendeva il tappeto ancora più bello da ammirare. Lo Zar fu ne fu deliziato, ringraziò calorosamente il figlio, ed emanò un nuovo ordine. Voleva ora vedere insieme le tre mogli dei suoi bei figli, perciò essi avrebbero dovuto portare le loro spose il giorno seguente. Il principe Ivan tornò a casa, questa volta ancora più truce delle volte precedenti. "C-R-O-A-K! C-R-O-A-K! Principe, mio caro marito e signore, perchè sei così triste? E' successo qualcosa di spiacevole al palazzo?" "Abbastanza spiacevole! Lo Zar mio padre ci ha ordinato di presentargli tutti e tre insieme le nostre mogli. Ora dimmi, come posso andarci domani e presentare te?" "Non è così difficile, dopotutto, e avrebbe potuto andare peggio," rispose con un gentile gracidare, la rana. "Andrai avanti tu, e io ti seguirò. Quando sentirai un rumore, un forte rumore, non ti spaventare, e dì semplicemente: 'Ecco qui la mia umile ranocchia nella sua umile gabbia' ". I due fratelli maggiori arrivarono per primi con le loro mogli, entrambe belle, affascinanti e allegre, e riccamente agghindate, e i fratelli si presero gioco del povero Ivan. "Come mai da solo, fratello?" chiesero ridendo. "Perchè non hai portato la tua sposa con te? Non dirci che non avevi un indumento per coprirla? Perchè non ci mostri questa tua bellezza? Sicuramente in tutto il regno di nostro padre non può esserci un'altra al pari di lei e della sua beltà". E ridevano alle sue spalle. All'improvviso si udì un fragore spaventoso, a tal punto che il palazzo tremò e i suoi ospiti si spaventarono a morte. Solo il principe Ivan rimase quieto e calmo e disse: "Non vi preoccupate; è la mia umile ranocchia nella sua umile gabbia." Nel cortile arrivò una carrozza d'oro guidata da sei splendidi cavalli bianchi, e Vassilissa, bella oltre ogni misura, giunse tendendo la mano al suo sposo. Egli la condusse alla tavola imbandita di ricche e meravigliose pietanze, pari alle tavole delle fiabe, e tutti insieme sedettero a mangiare e a chiacchierare allegramente. Vassilissa bevve vino, e versò la rimanenza nella sua manica sinistra. Mangiò un po' di carne di cigno fritto, e ne conservò le ossa nella manica destra. Le mogli dei cognati videro quel che faceva, e fecero anch'esse così. Quando il lungo e lieto pasto ebbe fine, gli ospiti cominciarono a ballare e a danzare. La bella Vassilissa si fece avanti, luminosa come una stella, s'inchinò davanti al sovrano e agli altri ospiti, e danzò con il felice marito, il principe Ivan. Mentre danzava, la manica sinistra di Vassilissa fluttuava e un grazioso laghetto apparve nel mezzo della sala e rinfrescò l'aria. Fece ondeggiare la manica destra e dei bei cigni bianchi nuotavano nell'acqua. Lo Zar e tutti i membri della famiglia, compresi i servi e persino il gatto grigio che sedeva in un angolo, si sorpresero moltissimo e rimasero a bocca aperta per lo stupore. Le cognate invidiarono Vassilissa, perchè anche loro, durante il ballo, fecero ondeggiare le loro maniche sinistre, con la differenza che al contrario, sparsero vino dappertutto. Fecero ondeggiare le maniche destre, e invece di cigni nel lago, gettarono ossa e ossicini in faccia allo Zar, il quale, in collera, le fece allontanare dal palazzo. Nello stesso momento, il principe Ivan riuscì a sgattaiolare via e andò a casa; trovò la pelle di rana e la buttò ad ardere nel fuoco. Vassilissa, rientrando, cercò la sua pelle di rana e quando non riuscì a trovarla, il suo bel volto felice s'intristì molto e i suoi occhi luminosi si riempirono di lacrime. Disse a Ivan: "Oh, principe mio, cos'hai fatto? Dovevo portare quella brutta pelle ancora per poco. Il momento era vicino e noi avremmo potuto essere felici per sempre. Ora sono costretta a dirti addio. Devo andare in una terra lontana e sconosciuta, dove non ci sono strade, al palazzo di Kostshei l'Immortale." E Vassilissa si trasformò allora in un cigno bianco e volò via dalla finestra. Il principe Ivan pianse amare lacrime, pregò il buon Dio, e facendosi il segno della croce, partì verso terre lontane. Nessuno ha mai saputo quanto lungo fu il suo viaggio, ma un giorno egli incontrò un uomo vecchissimo. S'inchinò e questi disse: "Buon dì, baldo giovane. Che cosa vieni cercando, e dove stai andando?" Ivan si confidò a cuore aperto su quello che gli era accaduto, senza nascondere nessun dettaglio. "E perchè hai bruciato la pelle di rana? Hai fatto male a farlo. Adesso ascoltami. Vassilissa è nata ancor più saggia di suo padre, e siccome egli invidiava la sua saggezza, l'ha condannata ad essere una rana per tre lunghi anni. Io ho pietà di te, e voglio aiutarti. Questa è una palla magica. In qualunque direzione la palla andrà, seguila senza paura". Ivan ringraziò il buon vecchio, e seguì la palla, la sua nuova guida. La strada era lunga, molto lunga. Un giorno in un vasto campo fiorito egli incontrò un orso, un grande orso russo. Ivan afferrò il suo arco, pronto a scagliare una freccia contro l'animale, per difendersi. "Non uccidermi, gentile principe", disse l'orso. "Tu forse non sai che io potrei esserti utile." E Ivan non gli fece alcun male. Poi nel cielo arrivò in volo un'anatra, una bella anatra bianca. Di nuovo Ivan fu pronto con l'arco, ma l'anatra gli disse: "Non uccidermi, buon principe. Sicuramente potrà esserti d'aiuto un giorno o l'altro". Anche questa volta Ivan obbedì al comando dell'anatra e la lasciò in vita. Continuando per la stessa strada, il principe incontrò un bel leprotto grigio che sbattendo le ciglia lo pregò di non ucciderlo: "Lasciami vivere, coraggioso principe. Ti proverò la mia gratitudine a breve." Così Ivan non lo uccise, ma proseguì il cammino. Andò avanti molto a lungo, continuamente, sempre dietro alla palla magica, e giunse fino al mare profondo e blu. Sulla sabbia c'era un pesce. Non ricordo il nome del pesce, ma era un pesce grande, e stava per morire sulla sabbia ardente. "Oh, principe Ivan!" pregò questi, "abbi pietà di me, buttami presto nell'acqua." Ivan lo fece subito, e poi camminò lungo il litorale. La palla, rotolando, condusse Ivan verso una piccolissima e strana capannuccia che stava in piedi sopra una zampa di gallina. "Izboushka! Izboushka!" - questo il nome in russo delle piccole capanne - ""Izboushka! Izboushka, girati davanti a me!" gridò Ivan, e la capanna si voltò subito verso di lui. Ivan entrò e vide una strega, una delle più brutte streghe mai viste al mondo. "Oh, il principe Ivan! Cosa ti porta qui?" disse la strega. "Tu, vecchia strega insolente!" gridò Ivan dalla rabbia. "E' questo il modo di fare nella sacra Russia davanti ai propri ospiti? Fare domande prima di rifocillare e dare da bere all'ospite, e dell'acqua pulita per levarsi di dosso la polvere?" Baba Yaga, la strega, diede un buon pasto al principe, e acqua calda in abbondanza per potersi lavare e rinfrescare. Presto tornò socievole e cordiale, e raccontò la meravigliosa storia del suo matrimonio. Raccontò per filo e per segno come avesse perso la sua cara sposa, e quanto desiderasse ritrovarla."So tutto a riguardo", rispose la strega. "Ora si trova al palazzo di Kostshei è l'Immortale, e tu devi sapere che Kostshei + terribile. Lui la vigila giorno e notte e nessuno può avvicinarsi. La sua vita dipende da un ago magico. Questo ago si trova vicino a una lepre; la lepre si trova in un grande baule; il baule è nascosto nei rami di un'antichissima quercia; e la quercia è vigilata dallo stesso Kostshei che la tiene tanto vicina quanto la stessa Vassilissa, il che vuol dire più vicino a sè di qualsiasi altro suo tesoro." Quindi la strega spiegò a Ivan come e dove trovare la quercia. Ivan corse al palazzo. Quando giunse presso l'albero, però, si scoraggiò un po', perchè non sapeva cosa fare e da dove cominciare. E lì, la sua vecchia conoscenza, che lui aveva risparmiato, l'orso russo, venne correndo, giunse all'albero, lo sradicò e fece cadere il baule che si ruppe. Ne uscì fuori un leprotto, e corse via veloce. Ma un altro leprotto, quello che Ivan aveva incontrato, arrivò subito dopo correndo, prese il leprotto del baule e lo fece a pezzi. Dalla lepre fuoriuscì un'anatra, un'anatra grigia che volò molto in alto nel cielo e fu quasi invisibile, ma la bella anatra bianca corse all'inseguimento di quella, colpendo la sua nemica, che perse un uovo. L'uovo cadde nel mare profondo. Nel frattempo Ivan stava osservando ansiosamente i suoi fedeli amici che lo aiutavano, ma quando vide che l'uovo era sparito nelle acque blu del mare scoppio a piangere. D'improvviso un pesce enorme venne a nuoto, lo stesso che egli aveva salvato e gli portò l'uovo. Come fu felice, allora, Ivan! Ruppe l'uovo e dentro vi trovò l'ago, l'ago fatato dal quale dipendeva il suo destino. Nello stesso momento Kostshei perse il suo potere e la sua forza per sempre. Ivan entrò nel suo vasto dominio, lo uccise con l'ago magico, e in uno dei palazzi trovò la sua cara sposa, la sua bella Vassilissa. La riportò a casa con sè e vissero a lungo felici e contenti.
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I TRE ANELLI - Masaniello
I TRE ANELLIdi Luigi Capuana C'era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell'altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po' difficile a trovarsi.Un giorno questo povero padre pensò d'andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:- Sorte, o Sorte!Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:- Perché mi hai tu chiamata?- Ti ho chiamata per le mie figliuole.- Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani.Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:- La vostra fortuna è trovata!E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:- La prima scelta tocca a me. Sceglierò il meglio!Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:- Sorte, o Sorte!Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:- Perché m'hai tu chiamata?- Ecco la mia figliuola maggiore.La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d'oro, uno d'argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:- Scegli, e Dio t'aiuti!- Questo qui.Naturalmente prese l'anello d'oro.- Maestà, vi saluto!La vecchia le fece un inchino e sparì.Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due:- Diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!Il giorno dopo andò col padre l'altra figlia.Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d'argento ed uno di ferro:- Scegli, e Dio t'aiuti!- Questo qui.E, s'intende, prese quello d'argento.- Principessa vi saluto!La vecchia le fece un inchino e sparì.Tornata a casa, quella disse alla maggiore:- Se tu sarai Regina, io sarò Principessa!E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:- Che volete? Chi tardi arriva male alloggia. Dovea venire al mondo prima.Lei zitta.Il giorno dopo andò col padre la figliuola minore.Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:- Scegli, e Dio t'aiuti!- Questo qui.Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.La vecchia non le disse nulla, e sparì.Per la strada il sarto continuò a brontolare:- Perché non quello d'oro?- Il Signore m'ispirò così.Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.- Facci vedere! Facci vedere!Come videro l'anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono.E lei, zitta.Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a vederle. Rimase ammaliato dalla maggiore:- Siate Regina del Portogallo!La sposò con grandi feste e la menò via.Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.- Siate Principessa!La sposò con grandi feste e la menò via.Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno.Un giorno, finalmente, si presentò un pecoraio:- Volete darmi questa figliuola?Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e rispose:- Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo.Stava per passare un altr'anno. La minore restava sempre in casa, e il padre non faceva altro che brontolare giorno e notte:- Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di ferro.E all'anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:- Volete darmi quella figliuola?- Prendila - rispose il sarto. - Non si merita altro!Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la menò via.Allora il sarto disse:- Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina.La trovò che piangeva.- Che cos'hai, figliuola mia?- Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo, ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio.- Ma l'anello della buona fortuna non giova a nulla?- Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: "Se fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te!". Son certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa.Quel povero padre, come potea rimediare? E partì per far visita alla figliuola Principessa. La trovò che piangeva.- Che cos'hai, figliuola mia?- Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni.- E l'anello della buona fortuna non giova a nulla?- Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: "Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai a te!". Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar di casa!Quel povero padre che potea farci? E partì.Per via gli nacque il pensiero d'andar a vedere l'altra figliuola, quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante, prese con sé quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle contrade lontane.Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò a chi appartenesse.- È il palazzo del re Sole.Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi da una finestra:- Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare.Montò su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette degli oggetti da vendere.- Vi sentite male, poverino? - gli disse la Regina.- Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!Lei, che l'aveva riconosciuto, non permise che le si gettasse ai piedi, e lo ricevé tra le braccia:- Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito.Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:- Questi doni son per voi. Questa nocciuola è per la sorella maggiore: questa boccettina di acqua per l'altra. La nocciuola, dee inghiottirsela col guscio; l'acqua, dee berne una stilla al giorno, non più. E che badino, babbo!Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore e videro quella sorta di regali che loro inviava, arsero d'invidia e di dispetto:- Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell'acqua!La maggiore buttò la nocciuola in terra, e la pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue. C'era dentro un bambino piccino piccino: lei gli aveva schiacciata la testa!Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino schiacciato:- Olà! - gridò - levatemela d'innanzi; mozzatele il capo!E, senza pietà né misericordia, la fece mettere a morte.L'altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo alla boccetta e, affacciatasi a una finestra, n'avea versata tutta l'acqua.Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano un gatto morto. L'acqua cadde su questo, e il gatto risuscitò.- Ah, scellerata! - urlò il Principe. - Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!E in quel momento di furore, la strangolò colle sue mani.Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò, piangendo, quelle disgrazie.- Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. Appena avrò buone notizie, vi manderò a chiamare.La sera tornò re Sole, e lei gli domandò:- Maestà, che cosa avete visto nel vostro viaggio?- Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa. Se lo meritavano.- Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi negate questa grazia!- Vedremo! - rispose re Sole.Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov'era seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e disse:- Tu che stai sotto terra,Mi manda la tua sorella;Se dal buio volessi uscire,Del mal fatto ti déi pentire.- Rispondo a mia sorella:Sto bene sotto terra.Dio gli dia male e malanno!Vo' la nuova avanti l'anno!- Resta lì, donnaccia infame!E il re Sole continuò il suo viaggio. Arrivato dov'era stata sepolta la Principessa, picchiò sulla fossa e disse:- Tu che stai sotto terra,Mi manda la tua sorella;Se vuoi tornare da morte a vita,Del mal fatto sii pentita!- Rispondo a mia sorella:Sto bene sotto terra.Male occulto o mal palese,Vo' la nuova avanti un mese!Resta lì, donnaccia infame!Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.Stretta è la foglia, larga è la via.Dite la vostra, ché ho detto la mia.
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IL FAGIOLO MAGICO - Legge Masaniello
I FAGIOLI MAGICIC'era una volta un ragazzo di nome Giacomino che, dopo la morte di suo padre, viveva con la mamma in una piccola fattoria. Erano molto poveri e possedevano solo una mucca dalla quale ogni giorno mungevano il latte. Ma, ahimé, arrivò il giorno in cui neanche la mucca fu più in grado di offrir loro qualcosa e così la madre di Giacomino decise di venderla. Se la mucca non poteva fare più latte, vendendola, avrebbero almeno ricavato un po' di denaro per poter mangiare.Giacomino si avviò verso il mercato con precise istruzioni per ricavare il più possibile dalla vendita della loro mucca. Non aveva ancora percorso un chilometro quando al margine della strada vide uno strano omino, che rivolgendosi a Giacomino disse:"Che bella questa mucca!"."Sì, lo è!", confermò Giacomino, "sto andando al mercato per venderla"."Dalla a me", disse l'omino "prendi questi cinque fagioli in cambio. Piantali con cura e loro faranno la tua fortuna".Prima ancora che Giacomino potesse rispondere, l'omino aveva preso la mucca ed era sparito.Solo in quel preciso istante Giacomino cominciò a pensare di aver commesso un errore. Cosa avrebbe detto sua madre?... Mentre si avviava verso casa sentiva il suo cuore battere forte al pensiero di quello che sua madre avrebbe detto o fatto."Come? Sei già di ritorno?", esclamò sua madre, "quanto hai guadagnato dalla vendita della mucca?""Cinque fagioli magici", rispose Giacomino."Cosa? Stai scherzando? Abbiamo bisogno di denaro per comprare da mangiare, come puoi essere stato così idiota da accettare un simile scambio?".Detto questo afferrò i fagioli e li gettò fuori dalla finestra e il povero Giacomino andò a letto senza cena.Il giorno dopo, quando Giacomino si svegliò, vide qualcosa di strano. Nella sua stanzetta filtrava dalla finestra una insolita luce verde. Giacomino corse verso la finestra e cosa vide? Una scena straordinaria... i fagioli avevano germogliato dando vita ad un enorme albero con un lunghissimo fusto che saliva in alto... ma tanto in alto da perdersi nelle nuvole.Senza farsi sentire da sua madre, Giacomino scavalcò il davanzale e iniziò ad arrampicarsi sul possente tronco perché lui era sicuro che sulla sua cima avrebbe trovato quella fortuna che l'omino gli aveva promesso.Giacomino saliva sempre più in alto cercando di non guardare mai in basso per non soffrire di vertigini. Giunto in cima vide una lunga strada; vi si incamminò e dopo averla percorsa per diverso tempo si trovo dinanzi ad un castello. Giacomino si fece avanti, bussò alla porta e un'enorme donna gli aprì."Scappa via di qui", disse lei, "mio marito è un gigante e se scopre che tu sei salito fin quassù cercherà di prenderti""Oh, per favore, sia gentile. Ho tanta fame. Vorrei qualcosa da mangiare", implorò Giacomino.La moglie del gigante ebbe pietà di lui; lo fece accomodare in cucina e gli diede un po' di pane e formaggio. Il ragazzo aveva appena finito di mangiare quando udì un pesante rumore di passi che si avvicinavano e una voce tuonante che diceva:"Ucci, ucci,sento odor di cristianucci.Che sia grande oppur piccino,io mi faccio un bel panino"."Poveri noi! E' mio marito!" gridò la moglie del gigante."Svelto ragazzo, nasconditi nel forno!"L'enorme donna impaurita cercò di calmare il marito e lo convinse che stava sbagliando."Devi aver annusato l'odore della tua minestra d'avena", gli disse, mettendo a tavola la scodella del gigante.Lui grugnì e si sedette a tavola. Quando ebbe finito di mangiare prese alcuni sacchetti dalla credenza della cucina e li rovesciò sul tavolo, facendone uscire diverse monete d'oro. Cominciò a contarle e mentre contava si addormentò.Giacomino aveva osservato tutto dall'oblò del forno e decise di approfittare di quel momento per salire sopra il tavolo ed impossessarsi di uno di quei preziosi sacchetti di monete d'oro cercando di allontanarsi alla svelta.Giacomino e sua madre vissero a lungo senza stenti grazie a quell'oro, ma anche quello finì. Allora Giacomino decise di tornare in cima al magico albero.La moglie del gigante riconobbe immediatamente Giacomino e gli chiese cosa era successo a quel sacchetto di monete d'oro."Te lo dirò, se mi fai fare colazione", disse Giacomino.La donna lo fece entrare e gli offrì del cibo. Poi si udì ancora quel pesante rumore di passi che si avvicinavano e Giacomino corse a nascondersi. Dopo il pranzo la signora portò a suo marito la sua gallina preferita."Deponi le tue uova, piccola gallina", comandò il gigante, e subito questa depose un uovo puro e luccicante.Poi il gigante si addormentò.Giacomino sgusciò fuori dal suo nascondiglio, prese tra le mani la meravigliosa gallina, uscì dal castello e si lasciò scivolare giù per l'enorme albero cadendo sano e salvo nel giardino di casa sua.La mamma di Giacomino rimase sbalordita dalla preziosa gallina che deponeva uova d'oro."Non saremo mai più poveri!" esclamò.Ma non passò troppo tempo che Giacomino decise di arrampicarsi in cima all'albero magico. Sapeva però che la moglie del gigante non sarebbe stata contenta di vederlo ancora, perciò giudicò opportuno di non farsi vedere neanche da lei. Entrò in cucina mentre la donna era intenta a lavare e si nascose dentro una grossa pentola. Il gigante arrivò e, annusando l'aria urlò:"Ucci, ucci, sento odor di cristianucci"Ma la moglie lo rassicurò come sempre e gli servì il pranzo. Il gigante ordinò poi a gran voce:"Moglie, portami l'arpa".Lei corse a prenderla e l'appoggiò sulla tavola."Suona, arpa!", comandò il gigante, e l'arpa iniziò a suonare dolcemente fino a quando il suo padrone non si addormentò.Giacomino uscì silenziosamente dal suo nascondiglio, saltò sul tavolo, si impadronì dell'arpa e scappò via. Ma questa volta ebbe una sgradita sorpresa. L'arpa chiamò ad alta voce:"Padrone! Padrone! Padrone!" e il gigante si svegliò.Giacomino correva come il vento, ma il gigante, inferocito, gli era subito dietro. Il ragazzo si aggrappò al tronco del grande albero di fagioli, ma così fece pure il gigante, tanto che per il trambusto sembrava di essere nel bel mezzo di una tempesta!Giacomino saltò a terra per primo, ma anche il gigante stava per arrivare."Mamma", urlò, "corri a prendere l'ascia!"Presa in mano l'ascia Giacomino iniziò a colpire con forza il tronco dell'albero e, dopo alcuni colpi ben precisi, riuscì a spezzarlo.Con un grande boato crollarono al suolo l'albero e il gigante, formando una buca talmente profonda che da essa nessuno avrebbe mai potuto risalire.Il magico albero di fagioli non crebbe mai più e del resto ormai anche Giacomino e sua madre non ne avevano più bisogno perché l'arpa suonava meravigliosamente e la gallina continuava a produrre uova d'oro, quindi nessuno dei due sarebbe più stato povero.
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L'ARROSTO FATATO - Legge Masaniello
L'ARROSTO FATATOUna sera d'inverno, marito e moglie stavano parlando dei loro vicini, che erano più ricchi di loro. "Se potessi avere tutto quello che desidero, sarei di certo più contenta di loro", disse la donna. In quel momento apparve una fata che disse: "Esprimete tre desideri, ma tre soltanto". "Vorrei essere bella, ricca e raffinata" rispose la moglie. "Io vorrei salute, allegria e una vita più lunga" disse il marito. "Perchè vivere a lungo, se si e' poveri?" disse la donna. "Fino a domani pensiamo a quello che ci serve di più e chiediamoglielo" propose l'uomo. "Va bene" disse lei. "Con questo bel fuoco vorrei avere un pezzo di arrosto per la nostra cena! disse la donna senza pensarci. E infatti dalla cappa del camino cadde un pezzo enorme di carne. "Per colpa tua, ora ora ci restano soltanto due desideri!" disse la moglie. "Mi fai così arrabbiare che vorrei che ti venisse un bubbone sul naso!" gridò il marito. E infatti così accadde. "Chiederò di diventare ricchissimi così ti faro curare" disse l'uomo. "Sei matto, io voglio che subito il bubbone cada per terra" disse la donna. Il bubbone si staccò e la donna, che era furba, disse al marito: "La fata ci ha voluto insegnare una lezione. E' meglio avere meno voglie e prendere le cose come vengono". E quella sera cenarono in allegria con un ottimo arrosto.
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La Giraffa Vanitosa - Legge Teatron
Una favola Africana: LA GIRAFFA VANITOSAIn una foresta viveva una giraffa dal collo alto alto. Era bellissima, agile e snella. Tutti gli animali l'ammiravano e le facevano i complimenti. Ma la giraffa aveva il difetto di essere molto vanitosa cosi' passava tutto il suo tempo a guardarsi negli specchi d'acqua senza mai stare in compagnia degli altri animali. E quando questi avevano bisogno di un favore, era troppo presa a guardarsi allo specchio per aiutarli. Cosi' un giorno una scimmietta decise di darle una lezione e le disse: "Esiste un albero che ha tanti frutti dolci dolci. Con il tuo collo potresti mangiarli. Vieni che ti faccio vedere qual e'". La giraffa si mise sotto l'albero ma era cosi' alto che neppure allungando il suo collo gia' lungo riusciva a mangiare i frutti. La scimmietta allora le salto' sul dorso, poi le sali' sul collo fino alla testa e con le sue manine prese il frutto e glielo regalo'. Ma le disse anche: "Vedi, nella vita arriva il momento per tutti di aver bisogno di un amico". E la giraffa vanitosa imparo' la lezione.
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ABOUT THIS SHOW
Un podcast dedicato interamente alla letturae scrittura di favole e fiabe in lingua italiana.Senz'ape il girasole non potrebbe fiorire rigoglioso.A lei guardiamo quando raccontiamo ai bambini,perché imparino ad illuminarsi, sempre.
HOSTED BY
Accademia dei Sensi
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