PODCAST · religion
Stefano Fontana - BastaBugie.it
by BastaBugie
Approfondimenti del professore Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riguardo ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione)
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Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la trappola dell'Ucoii
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8545LE FESTE ISLAMICHE COME PASQUA E NATALE, LA TRAPPOLA DELL'UCOIIdi Stefano Fontana Il presidente dell'Ucoii, a nome dei musulmani che vivono in Italia, ha chiesto il riconoscimento pubblico della religione islamica nel nostro Paese. La pretesa non è solo di tipo sindacale ma è una sfida religiosa alla politica, soprattutto per il richiesto «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Alcuni quotidiani hanno efficacemente semplificato le cose così: le due festività islamiche principali equiparate a Pasqua e Natale. Del resto, è quello che ha scritto la stessa Ucoii nella sua lettera aperta sull'argomento. Su La Verità di ieri, 4 maggio, Gianluigi Paragone finiva il suo articolo sull'argomento con queste parole: «vediamo chi è in grado di elaborare una risposta culturale». Noi ci proviamo.Una festa nazionale è un momento in cui un intero popolo si riconosce in alcuni valori fondanti la propria comunità. Ciò vale per le festività nazionali laiche, come l'anniversario della conclusione di una guerra o della fondazione dello Stato, ma anche in caso di festività religiose. Per esempio, da quest'anno è stata ripristinata la festività nazionale di san Francesco del 4 di ottobre. Di questo tipo sono anche le feste locali nel giorno del santo Patrono. In queste occasioni è usanza che anche le autorità civili e militari siano presenti in chiesa davanti all'altare o in processione pubblica per le vie cittadine. In questi casi la festa è religiosa e tale resta, ma produce effetti anche civili pubblicamente riconosciuti. Ciò sta a significare che la religione di riferimento di quella festività - in questo caso quella cattolica - è riconosciuta come fortemente significativa anche per la comunità politica, anzi spesso addirittura fondativa, quando il santo che vi viene venerato è considerato Padre fondatore e Defensor civitatis.DIMENSIONE PUBBLICA DELLA RELIGIONESi dirà che ormai queste manifestazioni si sono secolarizzate e il senso diffuso di questa dimensione pubblica fondativa della religione si è molto ridotto o è addirittura scomparso. Oppure si può osservare che questi appuntamenti riguardano fatti del passato che risentono dei tempi in cui vennero istituiti. Così, se ora c'è una consistente comunità islamica è giusto riconoscere le loro festività accanto alle nostre e aprire ai minareti accanto ai campanili. Però nessuna cosa è vera o falsa, buona o cattiva, in base al consenso che riceve o se sia conforme alle mode del tempo.La dimensione politica della religione, nelle feste religiose nazionali ma anche nel suono delle campane, ha ragioni molto più profonde, non solo storiche o sociologiche. Essa esprime la convinzione della ragione politica che quella religione propone delle verità e un comune sentire senza di cui non ci può essere bene comune, che quella religione, con i suoi principi validi sempre, corregge le disfunzioni della politica stessa, confermandone i limiti e nello stesso tempo spingendola coraggiosamente in avanti. Ci sono valori che la politica ha preso dalla religione e che finisce per dimenticare se la religione non glieli ricorda: si pensi al concetto di "persona".IL RUOLO PUBBLICO DELLA RELIGIONE CATTOLICAIl ruolo pubblico della religione cattolica, evidente anche nelle feste nazionali, non deriva solo dalle usanze del passato o dal folclore di cui sarebbero le ormai residuali manifestazioni. La politica deve cercare la religione vera, quella che conferma le sue verità naturali e le fortifica purificandole. Se in Italia ci sono feste religiose con una valenza nazionale è perché la politica le considera espressioni di una religione vera, indispensabile per aiutare a perseguire il bene comune. Non è un favore dedicato ad una religione a caso, oppure a quella che per motivi storici è nel cortile di casa.Con queste parole abbiamo individuato come le cose dovrebbero andare, non come vanno. Oggi la politica non sembra in grado di fare ciò, incapace, come sembra essere, di distinguere tra le religioni, considerate, in virtù di un male inteso diritto alla libertà religiosa, un atto di volontà personale da garantire pubblicamente in ogni caso da parte dello Stato. Le religioni, però, non sono solo una scelta personale, ma hanno dei contenuti, di cui la politica non può disinteressarsi. Si conceda pure la libertà di fede religiosa, ma non la legittimità pubblica d'ufficio delle cose credute. Molte religioni propongono forme di vita contrarie al bene comune e spesso non si tratta solo di norme specifiche ma della civiltà globale stessa che quella religione porta con sé. Questo è precisamente il caso dell'islam.La laicità liberale moderna non è in grado di affrontare questo problema e il riferimento ai diritti degli individui ad avere riconosciuta pubblicamente la propria religione qualsiasi essa sia, la spingerà a cadere nella trappola della "discriminazione" (in questo caso islamofobia) da evitare. La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell'uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l'improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica.Il tema della richiesta dell'Ucoii, per questi motivi, sarà dirimente: dopo aver fatto questa nostra proposta culturale, siamo curiosi di vedere se mai qualche partito la interpreterà. Ma confessiamo di essere piuttosto pessimisti.
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Il Papa in Africa, echi Bergogliani e piccole correzioni di rotta
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8527IL PAPA IN AFRICA, ECHI BERGOGLIANI E PICCOLE CORREZIONI DI ROTTAdi Stefano Fontana Papa Leone è tornato ieri dal suo viaggio in Africa. Ha visitato quattro Paesi - Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale - ha pronunciato molti discorsi, ha presieduto celebrazioni liturgiche, ha incontrato varie categorie di persone, si è fatto amare da molte folle, ha visitato molte realtà concrete della vita sociale ed ecclesiale di quei Paesi. Ha trovato anche il tempo di parlare di Dottrina sociale della Chiesa, sia direttamente, spiegando cosa essa è, sia trattando alla sua luce molti problemi sociali presenti nei Paesi visitati.Riprendendo in mano tutti i suoi interventi, ora che è tornato a casa, è possibile formare un quadro di sintesi, non sull'intero viaggio ma almeno sui suoi interventi legati alle problematiche care alla Dottrina sociale della Chiesa.I media si sono interessanti del viaggio del Papa soprattutto nei primi giorni, quando era scoppiata la questione Trump, subito raffreddata da papa Leone. Per il resto, il viaggio è continuato abbastanza liscio e quasi scontato, nel generale entusiasmo dei popoli africani che lo hanno ospitato e nelle cronache di routine dei giornali.Qualcuno cercava qualche accenno di novità rispetto a Francesco, cosa che però non è avvenuta. Leone XIV ha ripetutamente citato Francesco, addirittura con riferimento ai suoi discorsi ai Movimenti popolari che, a suo tempo, avevano suscitato perplessità. La cosa può essere spiegata in tre modi. Prima di tutto per la coincidenza con il primo anniversario della sua morte, caduta proprio durante il viaggio in Africa, cosa che rendeva Francesco "presente". In secondo luogo, perché, a quanto sembra, lo staff che ha materialmente steso i discorsi è rimasto in gran parte quello del precedente pontificato. In terzo luogo, perché il primo a non voler manifestare delle novità è proprio Leone, sia per esigenze di continuità istituzionale, per così dire, sia per convinzione personale.UNA DIMENSIONE DIPLOMATICAI discorsi in eventi di questo genere hanno sempre una dimensione "diplomatica", non possono fare diagnosi dirompenti. In tutti i suoi interventi in Africa il Papa ha messo in evidenza le potenzialità del Continente, la necessità che la sua società civile si renda protagonista dello sviluppo, ha condannato le profonde forme di esclusione che ancora essa vive, in Angola ha denunciato la "logica estrattivistica" di sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, data l'attuale situazione di guerra nel mondo ha vituperato l'uso del nome di Dio per giustificare la guerra, ha affermato la necessità di garantire lo Stato di diritto e di vincere la corruzione e, naturalmente, ha più volte citato Agostino sul significato corretto del potere.Sono stati interventi edificanti e di speranza, però anche prevedibili e attesi. Questa linea ha favorito una interpretazione di questo viaggio nel senso di una normalità che procede naturalmente e senza scosse. Questo nonostante l'Africa offrisse diversi argomenti per uno scatto di novità. Per esempio, molti governi africani si stanno opponendo agli pseudo-valori occidentali (e "democratici") sulla vita e la famiglia. Per esempio, la maggiore opposizione alla Nota Fiducia supplicans del cardinale Fernández era arrivata dall'episcopato africano. Per esempio, la retorica del dialogo interreligioso è messa in questione proprio in Africa dalle violenze, a base religiosa, contro i cristiani.Pur dovendosi muovere tra simili difficoltà, Leone XIV ha qua e là espresso delle valutazioni fuori riga, segno che non ha un solo ghost writer ma più di uno e di diverso orientamento teologico e pastorale. Facciamo tre esempi.MALABO (GUINEA EQUATORIALE)Il 21 aprile, parlando al mondo della cultura a Malabo (Guinea equatoriale), nel Campus Universitario dell'Università Nazionale che porta il suo nome, ha parlato dell'albero della conoscenza in rapporto ad altri due alberi, quello dell'Eden e quello della Croce. «Il problema - ha detto - non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un'intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure». A sanare questa disfunzione concorre l'albero della Croce, «non come negazione dell'intelligenza umana, ma come segno della sua redenzione». Si è trattato di un vero e proprio colpo d'ala dell'intelligenza della fede: «Cristo non appare come una via d'uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà». Un discorso dalle grandi conseguenze, e non solo in Africa, se letto e vissuto.Il 17 aprile, a Youndé (Camerun), durante l'incontro con il mondo universitario nella Università cattolica dell'Africa Centrale, ha detto ai giovani studenti: «di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d'essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d'anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno». Un accenno, questo, che comporterebbe un cambiamento totale di prospettiva dell'intero quadro delle migrazioni.Ricordiamo infine il richiamo diretto alla Dottrina sociale della Chiesa fatto a Malabo, il 21 aprile durante l'incontro con le Autorità. Qui il Papa ha detto tra l'altro: «Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le "cose nuove" che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l'annuncio del Vangelo, l'offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell'autonomia dei popoli e dei loro governi». Anche questo un discorso importante, soprattutto perché non ha dimenticato né l'annuncio del Vangelo né la ricerca del Regno di Dio e quindi non ha ridotto la Chiesa ad una agenzia di etica sociale.Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Stefano Fontana, nell'articolo seguente dal titolo "Cosa ha detto Leone XIV all'incoerente Partito Popolare Europeo" racconta quando il 25 aprile il Papa ha parlato ad un gruppo di europarlamentari del PPE, partito che si ispira al cristianesimo ma senza applicarne i principi.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 aprile 2026:Sabato scorso, 25 aprile, papa Leone XIV ha rivolto un discorso ad un gruppo di europarlamentari del Partito Popolare Europeo. A questo stesso uditorio, anni fa, Benedetto XVI aveva parlato dei «principi non negoziabili» in politica, una delle sue dottrine più contestate allora e poi completamente dismesse e dimenticate con Francesco.Il PPE ha al proprio interno diverse anime nazionali che non pensano allo stesso modo. Ciò però non esclude una valutazione complessiva del suo posizionamento politico e, soprattutto, di come esso intenda ora il rapporto tra il cristianesimo, a cui esplicitamente si ispira, e la politica. Il PPE ha governato a lungo l'Unione Europea insieme a Socialisti e Verdi, contribuendo in modo rilevante ai suoi deragliamenti ideologici. Attualmente guida ancora la maggioranza eletta alle ultime consultazioni ed è ancora al governo della Commissione Europea con Ursula von der Leyen e da quella posizione continua la medesima precedente politica per resettare dolorosamente l'economia con l'utopia ecologista, per contrastare le giuste rivendicazioni identitarie delle nazioni, infine per continuare ad imporre una ideologia etica di tipo radicale. In altre parole, il PPE pone problemi molto pesanti al principio di coerenza tra fede cristiana e politica.Se osserviamo i partiti italiani che aderiscono al PPE troviamo conferma di questa valutazione. Forza Italia, a proposito dei gravissimi temi etici sul tappeto, altro non ha saputo fare che proclamare la libertà di coscienza per i suoi parlamentari. In altre parole, su suicidio assistito, eutanasia, aborto, famiglie omosessuali il partito non vuole avere una linea, ossia considera questi argomenti non come politici ma come privati. Maurizio Lupi, del partito Noi Moderati, nel 2016 aveva votato a favore della legge Cirinnà sulle unioni civili. Dietro c'è una valutazione errata della cosiddetta laicità.Venendo ora al discorso del Pontefice, bisogna riconoscere che egli ha detto cose interessanti, ma anche che non ha proseguito sulla linea di Benedetto XVI. Questo a proposito di due argomenti: i principi negoziabili e la religio vera. Forse la ripresa dell'espressione e del concetto dei principi non negoziabili avrebbe contribuito a chiarire la posizione non accettabile del PPE su alcuni temi centrali della politica. L'utilizzo dell'espressione religio vera per indicare il cristianesimo avrebbe forse permesso di ricordare che la libertà di religione – che nel discorso viene ricordata – non contraddice la verità della religione cristiana, né quindi la sua unicità rispetto alle altre. Verità e unicità che comportano diritti propri nello spazio pubblico. Sappiamo bene che questo discorso vale principalmente per i cattolici e che nel PPE confluiscono anche i protesta
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No, il popolo non ha sempre ragione
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8496NO, IL POPOLO NON HA SEMPRE RAGIONEdi Stefano Fontana "Il popolo ha sempre ragione". Questa frase è rimbalzata in molte interviste sull'esito del referendum sulla giustizia, soprattutto dalla parte che ha perso, come dichiarazione di democraticità. "Il popolo ha parlato" è stato anche detto, come se si trattasse di un pronunciamento oracolare. E davanti al popolo che parla, tutti devono tacere, perché quella è la verità.Il realismo, però, mostra chiaramente che, in questa votazione come in altre occasioni, il pronunciamento popolare non è stato motivato da esigenze razionali, quanto piuttosto da una anarchia dei ragionamenti o addirittura da nessun ragionamento. Una stretta minoranza ha votato sul merito del quesito referendario. Altri hanno votato per i più disparati motivi. Molti hanno votato No perché "la Meloni è complice del genocidio a Gaza" o perché è "amica di Trump che ora bombarda l'Iran". Altri perché la Costituzione non si tocca. La cantante Fiorella Mannoia perché "chi sono io per giudicare la Costituzione?". Molti magistrati hanno votato no per mantenere le loro posizioni all'interno dei tribunali. Chi ha seguito le indicazioni di partito ha votato No per ottemperare alle indicazioni di partito. Però c'è anche stato chi ha votato No per creare problemi al proprio partito: i riformisti del Partito Democratico hanno detto di votare per il merito della questione ma certamente volevano anche creare qualche disturbo alla Schlein e alla sua linea politica. Una eguale defezione interna c'è stata anche in Forza Italia e Lega. I napoletani hanno forse votato per Gratteri, le cui intemperanze in campagna elettorale hanno certamente portato voti al fronte del No. Ci sono poi quelli che votano perché Tizio o Caio sono simpatici, oppure perché sono antipatici. C'è chi ha voluto essere coerente con il proprio passato, e chi invece ha scelto l'incoerenza e mentre un tempo era a favore della divisione delle carriere ora, per inediti motivi, si è schierato contro. Forse qualcuno ha votato No perché, secondo lui, la Premier non doveva esporsi. Molti cattolici avranno votato No perché avevano capito che Zuppi e la Cei questo volevano e forse anche nelle loro parrocchie avevano percepito sottili indicazioni. Ai referendum si vota, o non si vota, anche perché l'amico vota o non vota. Durante la campagna elettorale sono state dette molte bugie e molti hanno votato in un certo modo perché conquistati da delle bugie.Jurgen Habermas aveva dedicato la sua vita di pensatore a tracciare le linee della democrazia come un dibattito pubblico razionale aperto a tutti. Ma non teneva conto che l'uomo moderno, spesso, nello spazio pubblico non ragiona. Qui sta tutta la debolezza della democrazia moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato.Ci hanno abituato a pensare che il popolo sia un unico individuo che ragiona con una sola testa, invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille cervelli. Anzi, spesso, i cittadini agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello. Però la democrazia moderna ha bisogno di "credere" nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote dell'infallibilità.A proposito di costruzioni artificiali, non si pensi che questo concetto di popolo sia nato il giorno prima del recente referendum. Nel XVII Secolo Thomas Hobbes scriveva nel De Cive che «Nella democrazia i singoli pattuiscono tra di loro di obbedire al popolo, il popolo stesso non è obbligato verso nessuno». Un patto convenzionale sta sotto sia all'obbedienza al popolo, sia al principio che il popolo ha sempre ragione. Di conseguenza si capisce la conclusione che ne trae Carl Schmitt: «La maggioranza non commetterà mai ingiustizia, ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità». Davanti a queste assolutizzazioni del popolo, colpisce per il suo triste realismo il rammarico di Chesterton: «La fede democratica è questo: si devono lasciare in mano a uomini comuni le cose di massima importanza». A fine Ottocento Leone XIII aveva già visto questi esiti quando parlava nella Immortale Dei della «moltitudine arbitra e moderatrice di se stessa».Il tema del recente referendum, alla fin fine, non toccava problemi etici fondamentali. Si trattava di questioni importanti per la vita politica ma che rientrano nelle problematiche che "possono stare anche diversamente", ossia che si possono affrontare in modi diversi. Il principio, però, del popolo che ha sempre ragione viene ormai abitualmente applicato a temi ben più dirompenti dal punto di vista morale, antropologico e religioso. Mi riferisco ai temi della vita e della famiglia. Nei giorni scorsi il "popolo che ha sempre ragione" ha deciso che nel Regno Unito si può uccidere il concepito fino alla nascita. In Spagna i rappresentanti di quel popolo vogliono inserire l'aborto nella Costituzione. È quindi importante non dimenticare che il popolo, nella versione moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e che la sua volontà è una costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di ragione.
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La gazzarra su Ventotene è la prova del fallimento europeo di oggi
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/i8113LA GAZZARRA SU VENTOTENE E' LA PROVA DEL FALLIMENTO EUROPEO DI OGGI di Stefano Fontana Grande gazzarra in aula alla Camera ieri sul Manifesto di Ventotene al punto che il Presidente Fontana ha sospeso la seduta. La premier Giorgia Meloni è stata chiara e dura su quel documento, dissociandosene dicendo «nella manifestazione di sabato a piazza del Popolo e anche in quest'aula è stato richiamato da moltissimi partecipanti il Manifesto di Ventotene: spero non l'abbiano mai letto, perché l'alternativa sarebbe spaventosa». Durante le manifestazioni romane per l'Europa di sabato scorso era riemerso il Manifesto di Ventotene come guida ideale per i partecipanti. Dal palco di piazza del Popolo, Corrado Augias aveva detto: «Oggi questa piazza è di nuovo Ventotene».Ventotene è stato il bollino di qualità posto sulla manifestazione, evidentemente accettato anche dalle associazioni cattoliche presenti. Però se si va a rileggere il Manifesto "Per un'Europa libera e unita" che Spinelli, Rossi e Colorni hanno scritto esuli nell'isola di Ventotene nel 1941 si capisce che ben poco è accettabile di quanto propone. In quelle righe, tra l'altro, si leggono puntualmente le premesse per il fallimento europeo di oggi.Un primo elemento del Manifesto è di avere carattere rivoluzionario nel preciso senso socialista del termine: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista». La democrazia per cui ci si deve battere è vista come uno strumento di questo obiettivo rivoluzionario e non come il fine dello stesso. Il Manifesto supera il concetto comunista di rivoluzione, sia perché condanna la violenza fisica, sia perché ritiene che in quel modo la classe operaia rimarrebbe chiusa in se stessa e non si collegherebbe con le rivendicazioni degli altri ceti, sia perché sarebbe un modo per allarmare preventivamente i conservatori e permettere loro di organizzarsi per evitarla.IL SOCIALISMO DI VENTOTENEIl Manifesto non usa parole dolci verso il comunismo: i comunisti «nelle crisi rivoluzionarie, [sono] più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto». Nonostante ciò, però, il socialismo di Ventotene concorda con gli obiettivi rivoluzionari di fondo del comunismo. Basti considerare cosa dice dell'abolizione della proprietà privata: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». La negazione del diritto naturale alla proprietà privata rimane, ma deve essere perseguita in modo dolce. Il progetto si colloca sulla linea che verrà battuta anche dal comunismo postbellico italiano di un socialismo che accetta la democrazia come strumento della rivoluzione, non come alternativa alla rivoluzione.Il carattere rivoluzionario di Ventotene è diretto ad eliminare le nazioni dalla scena politica. La cosa viene fatta pregiudizialmente mediante l'equazione: nazione, nazionalismo, totalitarismo. La sua analisi dei totalitarismi di allora risente dell'animosità del momento e per questo è poco lucida, risente però anche della posizione ideologica assunta, con l'errore conseguente di considerare i totalitarismi come eccezione alla civiltà moderna anziché, come è stato dimostrato, come sua accelerazione.Il Manifesto mette in guardia dalla restaurazione, dopo la guerra, dello Stato nazionale che, secondo le previsioni dei due autori, avverrà mediante la strumentalizzazione del sentimento patriottico. Lo scopo, invece, deve essere «la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani». La lettera e lo spirito del Manifesto inducono a pensare che questo superamento della nazione non debba essere limitato ad una situazione e ad un tempo, ma che abbia una dimensione europea avendone una globale - «in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo» - e che miri anche al superamento del concetto di patria. Il suo progetto di un'Europa federale ha questi inquietanti connotati.LA DEMOCRAZIA È UN INGOMBRORossi, Spinelli e Colorni vogliono quindi la rivoluzione socialista. Accettano in via di principio la democrazia, ma la considerano anche un ingombro nei momenti di tensione politica. Un concetto, questo, espresso in modo molto chiaro: «Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi». Quando il popolo fosse immaturo e diviso al proprio interno, guidato da «tumultuose passioni» più che dalla freddezza politica, «la metodologia democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria». Da qui al passaggio alle guide politiche illuminate è breve. Il popolo dovrà essere fatto oggetto di opera di convinzione dall'alto da «capi che guidino sapendo dove arrivare». Quest'opera di convinzione e guida deve passare anche dalla lotta alle pretese della Chiesa cattolica. Il Manifesto propone l'abolizione del concordato, l'affermazione della pura laicità dello Stato e la supremazia dello Stato sulla società civile. In altri termini: un nuovo dirigismo ideologico.Dalla lettura del Manifesto emergono molte preoccupazioni più che fiduciose sicurezze. Di più: molti dei danni prodotti dall'Unione Europea derivano proprio da quelle impostazioni debitamente aggiornate. I "capi" guidano dall'alto senza essere eletti, gli intellettuali organici all'europeismo di Ventotene indottrinano le masse, il laicismo delle élites di Bruxelles è diventato aria da respirare per la gente comune, la "sovranità assoluta degli Stati nazionali" ha assunto dimensioni europee, un "ceto assolutamente parassitario", che il Manifesto voleva eliminare col federalismo europeo, ha allignato proprio lì.Anche il "burocratismo" e, oggi, il "militarismo" che a Ventotene venivano presentati come la peste, riemergono in sede europea "... per costruire un largo Stato federale, il quale disponga di una forza armata propria al posto degli eserciti nazionali".Nota di BastaBugie: Eugenio Capozzi nell'articolo seguente dal titolo "Il feticcio di Ventotene e l'europeismo verticistico delle sinistre" spiega perché la Meloni, citando Ventotene, ha mostrato impietosamente i limiti di quello che è diventato un "feticcio", un mito politico, dopo il crollo del modello comunista: l'europeismo.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24 marzo 2025:Leggendo nell'aula di Montecitorio alcuni passi palesemente illiberali del Manifesto di Ventotene redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e dichiarando che «questa non è la nostra Europa», Giorgia Meloni ha toccato veramente uno dei nervi più scoperti e sensibili della sinistra italiana. Perché ha mostrato impietosamente i limiti di quello che negli ultimi decenni è diventato un "feticcio", un mito politico, dopo il crollo del modello comunista: l'europeismo, declinato non tanto come modello di assetto politico-istituzionale, ma come dogma religioso, visione escatologica secolarizzata di una possibile redenzione collettiva. Come sono stati declinati il multiculturalismo, l "dirittismo", l'ambientalismo "gretista".Hanno formalmente ragione quanti sostengono, criticando i modi dell'intervento della presidente del Consiglio, che un documento storico come il Manifesto dovrebbe essere adeguatamente contestualizzato per comprenderne il significato e il valore. Ma, appunto, una valutazione storica implica un esame critico, un'analisi che porti a distinguere "ciò che è vivo e cià che è morto" in esso, per dirla con la formula di Benedetto Croce. E questo è esattamente il contrario della mitizzazione che la cultura politica progressista da tempo fa del Manifesto, elevato in blocco a "testo sacro" supremo dell'ideale europeista. Ed è assolutamente incompatibile con l'indignazione, le lacrime, le accuse di "blasfemia", addirittura le richieste di mea culpa rivolte a chi si permette di evidenziare come molte delle idee espresse in quel testo siano in contraddizione con un modello di democrazia liberale fondato sulla limitazione rigorosa del potere, sul pluralismo e sulla sovranità popolare.Se si vuole comprendere adeguatamente il Manifesto di Ventotene nel suo contesto storico, allora, va sottolineato innanzitutto che il pronunciamento di Spinelli, Rossi e Colorni non fu né il primo né l'unico programma per la costruzione dell'unità o del federalismo europeo nella sua epoca. Esso si inseriva, viceversa, all'interno di un vasto movimento politico-culturale in quella direzione, iniziato alla fine della prima guerra mondiale e proseguito fino alla fine della seconda. Che, a partire dal trauma profondo causato da quei conflitti e dall'ascesa dei regimi dittatoriali, indicava nel superamento strutturale della contrapposizione tra le nazioni europee la via per arrivare alla pace, e per salvare i princìpi di fondo della civiltà del continente.Se proprio si vuole cercare un "padre fondatore" in questo senso lo si può trovare proprio in Italia, in Luigi Einaudi, che tra il 1918 e il 1919 nelle sue "Lettere di Junius" sul Corriere della Sera contestava l'internazionalismo della Società delle Nazioni per invocare un ordinamento federalista che archiviasse definitivamente, a tutti i livelli dell'organizzazione politica, lo Stato modernocome unica autorità legittima riconosciuta e l'idea della sovranità assoluta. Tra le due guerre
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Mattarella presidente, dieci anni di fallimenti
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8107MATTARELLA PRESIDENTE, DIECI ANNI DI FALLIMENTI di Stefano Fontana Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena compiuto 10 anni di mandato. È stato eletto il 31 gennaio 2015 e rieletto il 29 gennaio 2022. Dati i cambiamenti avvenuti nell'esercizio di fatto della presidenza della Repubblica, sempre meno notarile e sempre più politica, la durata di sette anni stabilita dalla Costituzione è troppo lunga, figuriamoci poi 10 o 14 anni nel caso di un secondo mandato come in questo caso.Se il Presidente fa il notaio allora i problemi non ci sono, ma se fa il politico, se nell'esercizio di fatto del suo potere avvicina l'Italia ad una repubblica presidenziale, se gestisce la prerogativa di sciogliere il Parlamento in base a valutazioni politiche e non solo istituzionali, se rimbecca indirettamente i governi sul loro operato, se interviene sulla composizione dei governi stessi con un potere contrattuale, allora un mandato così lungo è un peso per la nazione. La presidenza Mattarella sembra godere di un favore quasi generale, ma l'ombra (troppo) lunga del suo mandato ha complicato, piuttosto che agevolato, i processi politici nel Paese.DRAGHI, L'UOMO DEL PRESIDENTEMattarella ha tenuto duro a lungo prima di concedere le elezioni politiche, proseguendo sulla strada avviata da Giorgio Napolitano. Dopo le dimissioni di Matteo Renzi a seguito della bocciatura del referendum costituzionale, non ha sciolto il Parlamento ma ha accettato - e concordato - il governo fotocopia di Paolo Gentiloni nel dicembre 2016, con quasi tutti i ministri precedenti. Quando nel 2019 il governo giallo-verde di Conte e Salvini entrò in crisi, Mattarella favorì il Conte-bis con l'ingresso nella coalizione di governo del Partito Democratico, che era stato sconfitto alle precedenti elezioni politiche del 4 marzo 2018 e che ora tornava in pista. Quando nel 2021 anche questo secondo governo Conte entrò in crisi, ancora una volta Mattarella non sciolse il Parlamento, ma chiamò Mario Draghi, che ripropose gran parte dei precedenti ministri, tra cui il contestatissimo ministro della Sanità Roberto Speranza.E intanto il Partito Democratico continuava a governare. Non c'è dubbio che, prima di sciogliere le Camere, il Presidente debba verificare se ci siano nuove maggioranze, però la gestione di questo principio costituzionale è avvenuta in modo chiaramente politico, perfino designando un "uomo del Presidente" come Draghi. E gli italiani, alle elezioni del 2022, lo hanno indirettamente denunciato.LO SCANDALO PALAMARASempre sul piano politico, ma inteso in senso più ampio, Mattarella compì due gravi errori a proposito dello scandalo Palamara e a proposito della cosiddetta pandemia da Covid-19. Il Presidente della Repubblica è presidente di diritto del Consiglio superiore della magistratura. Il cosiddetto scandalo "Palamara", dal nome dell'allora membro di questo organo costituzionale, aveva messo in luce un sistematico accordo tra i vertici del Partito Democratico e il Consiglio stesso sulla nomina nelle principali e più calde Procure del nostro Paese.Si sa che il partito erede del PCI ha costruito negli anni legami organici soprattutto con tre centri di potere: sindacati, scuola e università, magistratura. Infatti, oggi è proprio da questi nuclei di potere che emergono i principali attacchi al governo Meloni. Ebbene, non risulta che il Presidente della Repubblica abbia detto e fatto granché per denunciare e contribuire a risolvere quella scandalosa concertazione sulle nomine nelle Procure.IL BIENNIO COVIDL'altro ambito fallimentare è stato il biennio Covid. Mattarella, nel messaggio alla nazione di fine anno 2020 ha affermato che «vaccinarsi è un dovere». All'università di Pavia, il 5 settembre 2021, ha rincarato: «Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione, perché quella invocazione equivale alla richiesta della licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui». Il 31 dicembre 2021, nel discorso di fine anno, ha aggiunto: «Rifiutare il vaccino è un'offesa a chi non l'ha avuto». Ancora il 4 ottobre 2022, egli ha confermato la sua linea: «La pandemia non è definitivamente sconfitta, anche se l'azione dei vaccini e la risposta responsabile degli italiani ne hanno frenato l'espansione».Oggi sappiamo come sono andare veramente le cose per cui non possiamo dimenticare che il Presidente ha tollerato, in quella occasione, violazioni dei diritti costituzionali come hanno poi testimoniato gli esiti di tanti ricorsi, un potere esorbitante assunto dalla Presidenza del Consiglio, decisioni governative di occultazione dei dati e di manipolazione delle informazioni, oltre ad aver condiviso l'uso ideologico della scienza e il mancato rispetto di alcuni elementari principi di legge naturale. Il tragico fenomeno degli "effetti avversi" non ha meritato nemmeno una nota dal Quirinale. Una prestazione decisamente fallimentare, la sua.Sergio Mattarella è cattolico. Quando è stato eletto, la Bussola non era contenta, avrebbe preferito un non-cattolico ben sapendo che il nuovo Presidente, per la sua formazione, avrebbe disconosciuto le ragioni stesse dell'impegno pubblico dei cattolici in quanto tali. Il rispetto delle istituzioni sarebbe stato l'unico vangelo. E infatti nel 2016 il Presidente Mattarella firma la legge Cirinnà sulle unioni civili comprese quelle di coppie omosessuali. Il suo essere cattolico cedeva il passo al suo essere Presidente. Il messaggio che egli ha dato ai cattolici in questi dieci anni è sempre stato questo, che poi è il messaggio dei cosiddetti cattolici democratici di origine dossettiana.Dieci anni, destinati a diventare 14, sono troppi, si diceva all'inizio. Nel frattempo, il mondo è cambiato, le posizioni di Mattarella sono state sconfessate - si pensi al suo europeismo stantio -, emergono dalla memoria i rimpianti e i rimorsi.
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Le elezioni in Germania e in Romania: la democrazia come finzione
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8094LE ELEZIONI IN GERMANIA E IN ROMANIA: LA DEMOCRAZIA COME FINZIONE di Stefano Fontana La democrazia europea dimostra sempre più di avere alla base una finzione. Le recenti elezioni politiche in Germania lo hanno evidenziato ancora una volta. I partiti che hanno perso andranno con grande probabilità al governo con il partito che ha vinto. Chi ha preso solo una manciata di voti ottiene lo stesso risultato di chi ha fatto il pieno. Era successo così anche a seguito delle elezioni del Parlamento europeo. Anche in quel caso socialdemocratici e verdi, molto ridimensionati alle urne, sono stati cooptati nella maggioranza di Strasburgo e nel "governo" (le virgolette nel caso dell'Unione europea sono d'obbligo) di Ursula von der Leyen.C'è poi il fatto che, data ormai la grande astensione dal voto per una diffusa disaffezione diversamente motivata, chi viene eletto raccoglie solo una piccola parte dell'elettorato. Le percentuali di consensi che i partiti sbandierano riguardano non gli aventi diritto al voto ma quanti si sono recati alle urne, quindi sono la maggioranza sì ma di una minoranza, ossia minoranza anch'essi. Il principio di maggioranza è diventato il principio di minoranza. A questo si aggiunge il problema del "parlamentarismo", un vanto delle democrazie europee ma che si regge anch'esso su una finzione. Il parlamentarismo, principio secondo il quale la centralità della vita politica starebbe nel parlamento, permette quello che è successo a Strasburgo e che probabilmente succederà a Berlino, vale a dire gli accordi per stabilire una maggioranza cooptando i perdenti. È evidente che tutto questo sfilaccia la democrazia e il bello è che lo fa democraticamente.CHI PERDE GOVERNANon si deve pensare che queste magie democratiche, per cui chi perde governa, siano casuali. Alla loro base c'è una finzione, anzi più di una, che ne caratterizza la natura. Se non viene riveduta a fondo, la nostra democrazia non può che essere una finzione.Uno dei filosofi della politica che hanno influenzato in modo particolare la democrazia europea recente è stato Hans Kelsen. Egli era un giurista e un politologo "positivista", negatore dell'esistenza di un diritto naturale. Era anche dell'idea, come Max Weber, che i valori fossero solo atti di volontà, e fautore di una "dottrina pura del diritto", ove per "pura" egli intendeva appunto una dottrina priva di valori e derivante solo da una Grundnorm, o norma fondamentale, semplicemente posta dal potere.Nella sua opera La democrazia, risalente agli anni Venti del XX secolo, Kelsen giustifica una prima finzione, ossia il passaggio dalla democrazia diretta alla democrazia partecipativa. Si tratta di una finzione perché la volontà di tutti viene ceduta alla volontà di alcuni, ritenuti, appunto tramite la finzione, ugualmente espressione della volontà generale. È vero che per Rousseau la volontà generale non è sinonimo di maggioranza numerica né della espressa volontà di tutti, ma per una visione positivista come quella di Kelsen dovrebbe essere così, perché altrimenti si cadrebbe nelle mani di valori assoluti indipendentemente dal voto dei cittadini come avviene nei totalitarismi.LE TRE FINZIONIQuindi prima si è costretti a fingere che la volontà di chi si reca alle urne abbia il valore della volontà di tutti, e poi si è costretti a fingere che la volontà degli eletti rappresenti la volontà di tutti. Si tratta di una doppia finzione procedurale che, secondo Kelsen, non contraddice i presupposti democratici perché renderebbe applicabile nel concreto il patto iniziale col quale i cittadini hanno fondato la società.Così, però, emerge un'altra finzione, anzi la finzione fondamentale, perché questo supposto patto, con cui tutti i cittadini avrebbero dato vita alla società sottoponendosi ad una norma fondamentale posta dal potere in loro nome, non è mai esistito. E così nel novero delle finzioni siamo arrivati addirittura a tre. Di tutte e tre, la principale è quest'ultima, perché è quella fondativa, le altre vengono di conseguenza.Agli inizi della moderna Dottrina sociale della Chiesa, pontefici come Leone XIII avevano messo in evidenza come la democrazia liberale fosse una finzione. Avevano detto che l'errore originario era di fingere che il popolo fosse "moderatore di se stesso", in quanto origine e fondamento, tramite un presunto patto, della vita sociale. In base a questa finzione, chi è sottomesso all'ordine sociale sarebbe anche l'autore di quello stesso ordine. In questo modo si pensava di dare tutto il potere al popolo, ma poi si finse che degli eletti dal popolo ugualmente esprimessero per convenzione il volere del popolo, si finse anche che questa delega fosse valida anche se fatta da un'esigua minoranza, e che fosse pienamente democratica anche se fatta da un'aggregazione qualsiasi – nata in parlamento – di partiti diversi. L'artificio originario del popolo moderatore di se stesso si prolungò quindi nelle altre finzioni convenzionali fino agli esiti delle elezioni tedesche dei giorni scorsi.Scriveva Kelsen: «L'unità del popolo rappresenta un postulato etico-politico che l'ideologia politica assume come reale con l'aiuto di una finzione tanto universalmente accettata che ormai non si pensa più di criticare». Sarebbe invece il caso di riprendere a criticarla.Nota di BastaBugie: Luca Volontè nell'articolo seguente dal titolo "Romania, Georgescu arrestato a tre mesi dal voto. Non è democrazia" racconta cosa sta succedendo in Romania in una democrazia europea, democrazia per modo di dire.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 febbraio 2025:Non è democrazia, non è Stato di diritto ciò che sta accadendo in Romania in vista delle auspicabili elezioni presidenziali, ormai oggetto di appropriazione indebita da parte delle burocrazie europee e delle camarille socialiste, liberali e centriste del paese. L'Europa che si è risentita, a torto, delle parole di JD Vance, dovrebbe ora e prima che sia troppo tardi, fare un serio esame di coscienza. Non è con l'eliminazione politica o giudiziaria dei partiti e candidati delle destre popolari e patriottiche e finanche dei semplici dissenzienti verso le imposizioni centraliste di Bruxelles che le istituzioni europee possono rifiorire, anzi il modo di procedere degli ultimi mesi in Romania è un chiaro ritorno ai metodi sovietici e totalitari contro i quali l'Europa stessa è nata.Diverse persone, tra cui il potenziale ri-candidato alla presidenza rumena Călin Georgescu, sostenuto anche dal partito conservatore Aur, sono state arrestate e mercoledì 26 febbraio sono state effettuate numerose retate nelle proprietà dei suoi collaboratori, tra cui la sua guardia del corpo personale Horaţiu Potra, ex capo di un gruppo mercenario in Africa. Georgescu, che si è candidato come indipendente alle elezioni presidenziali dell'anno scorso, si era assicurato una sorprendente vittoria al primo turno di votazioni a novembre, come abbiamo descritto su La Bussola. Tuttavia, dopo le semplici accuse, tutt'ora senza alcuna prova che le sostengono, di interferenza russa, la Corte costituzionale della Romania aveva prima validato il voto, successivamente e anche su pressione europea, aveva annullato i risultati e annullato il secondo turno di votazioni.Le interferenze antidemocratiche e le violazioni della sovranità popolare erano considerate così 'naturali, che l'ex commissario europeo Thierry Breton aveva ammesso, in un'intervista televisiva alla emittente francese Bfm Rmc del 9 gennaio che la Corte costituzionale rumena (Ccr) era stata condizionata nella sua scelta di annullare le elezioni presidenziali grazie alle pressioni dell'Ue e solo solo perché al primo turno era in vantaggio il candidato di destra, euroscettico e contrario al continuo rafforzamento della Nato, Călin Georgescu. Infine, dopo le dure critiche di JD Vance a Monaco e alla Cpac dei giorni scorsi sul caso romeno del 14 febbraio e, pochi giorni prima, la visita di dell'incaricato di Trump per le missioni speciali Richard Grenell a Bucarest, come abbiamo descritto su La Bussola, con le dimissioni del Presidente Klaus Iohannis del 10 febbraio pareva che la situazione del paese e, soprattutto, la garanzia di trasparenza e rispetto delle regole democratiche per il voto presidenziali del prossimo maggio fosse garantita.Tutt'altro, le vicende accadute ieri gettano una coltre di nebbia sull'intero sistema democratico rumeno e accrescono i sospetti delle formidabili complicità delle istituzioni europee per impedire che si svolga un voto libero e democratico e venga eletto dal popolo un Presidente della Repubblica scelto dagli elettori. Sconcertanti le grida di giubilo delle ambasciate di Francia, Germania e Paesi Bassi che hanno pubblicato giovedì 27 febbraio sulla piattaforma X, messaggi di sostegno e fiducia nel sistema giudiziario della Romania e nel rispetto dei valori democratici.Ebbene, le accuse rivolte a Georgescu sono tanto gravi quanto generiche e, per alcuni aspetti ridicole. La Procura generale ha annunciato ieri l'avvio di un procedimento penale contro Călin Georgescu che è indagato per incitamento ad azioni contro l'ordine costituzionale (manifestazioni di piazza che da dicembre si svolgono per chiedere il ripristino del voto presidenziale), false dichiarazioni sulle fonti di finanziamento della campagna elettorale e promozione di idee fasciste e legionarie. Questi i reati di cui è accusato nel dettaglio: Incitamento ad azioni contro l'ordine costituzionale, diffusione di informazioni false, fa
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Cattolica e radicale, le incompatibili identità della Roccella
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8022CATTOLICA & RADICALE, LE INCOMPATIBILI IDENTITA' DELLA ROCCELLA di Stefano Fontana Il ministro per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Roccella, ha rilasciato una lunga intervista a La Stampa su tanti argomenti connessi con il suo ruolo nel governo Meloni: donne, famiglie, figli, natalità, rapporti tra maschi e femmine. Il cuore dell'intervista è però lei stessa e la sua identità che così sintetizza: «femminista, cattolica, radicale, di destra». Roccella osserva a questo proposito che «non si capacitano di come io possa essere radicale e cattolica: chissà per quale delle due cose mi odiano di più», per poi precisare meglio: «Il femminismo è la mia vera, profonda appartenenza identitaria». Quindi: radicale, cattolica, di destra... ma prima di tutto femminista. Noi non nutriamo odio verso di lei per queste sue proclamate identità, però ci permettiamo qualche osservazione sulla possibilità di questi accostamenti: radicale, cattolica, femminista.Più volte Roccella si è detta radicale raccontando la sua storia personale, da ultimo nel romanzo Una famiglia radicale (Rubbettino), libro che doveva presentare a Torino ma è stata censurata da gruppi sociali estremisti. Ma è stata radicale oppure è radicale? L'intervista conferma che lo è stata e ancora lo è. Elogia le battaglie radicali degli anni Settanta quando, a differenza di adesso, a suo dire "il confronto restava aperto e possibile", rivendica di essere stata allieva di Ida Magli e di aver collaborato con lei per la depenalizzazione dell'aborto, elogia la legge 194 che considera una legge «equilibrata», dice di aver votato a favore della legge 40 sulla fecondazione assistita, difende tuttora quella legge anche dopo le sue trasformazioni giurisprudenziali, considerando che permette un uso della «tecnologia dentro uno schema di generazione naturale» nel senso che «Lo Stato ti aiuta se hai un problema, non consente ciò che in natura non è possibile». Non sempre in questi ragionamenti tutto fila liscio, ma una cosa emerge in modo chiaro: Roccella non solo è stata ma è radicale.RADICALISMO & LIBERTÀOra, in cosa consiste il radicalismo? Come dice la parola stessa, esso consiste nel condurre alle estreme conseguenze - alla radice appunto - il concetto assoluto della libertà. Cosa rende assoluta la libertà? La sua separazione dalla verità e da un ordine naturale e finalistico delle cose, attuata nella forma della identificazione tra libertà e volontà. Il radicalismo esprime una volontà priva di ragioni. Considerato in questo modo essenziale, il radicalismo è completamente incompatibile con la fede cattolica. Questa, infatti, esige che la ragione si muova per conoscere questo ordine naturale in quanto frutto della creazione divina e, così facendo, si apra a Dio stesso e alla sua provvidente volontà salvifica. Accettare il divorzio, l'aborto e la fecondazione artificiale, appoggiare un femminismo radicale che investe la donna di una libertà addirittura precedente al suo essere donna, significa negare l'esistenza di un ordine naturale su queste materie così importanti per la vita umana e sociale.Qualcuno però potrebbe sostenere che di radicali ce ne sono di diverse specie. Infatti, nessun movimento politico è uniforme ed omogeneo ma articolato in diverse correnti più o meno, ci si passi il bisticcio, radicali. L'ideologia iniziale e fondativa, l'archetipo originario - si dice spesso - è una cosa, mentre i movimenti storici che da esso derivano sono un'altra cosa ed è possibile che essi si allontanino dalla matrice o che, addirittura, la rovescino. La storia cambia e l'adattamento alle nuove situazioni può corrompere la rigidità dogmatica delle origini. Questo potrebbe essere il caso anche di Eugenia Roccella. Vediamo alcuni esempi.RADICALE BUONA?Nell'intervista di cui ci stiamo occupando, il ministro afferma che «l'aborto esula dal territorio del diritto». Una simile affermazione può essere vista come espressione di un radicalismo moderato o addirittura di nuovo conio, lontano dalle intransigenze ideologiche di Pannella, Bonino, Cappato o Magi. Su questa base si potrebbe fondare la battaglia affinché esso non venga contemplato nella Costituzione e infatti Roccella si dichiara contraria a questa ipotesi. Allora - si può pensare - lei sarà anche radicale, ma una radicale "buona" o almeno moderata e di buon senso. Il suo essere radicale sarebbe sostenibile anche per un cattolico. Un altro esempio è costituito dalla posizione verso la legge 40 già vista sopra: quella legge sarebbe valida perché inserirebbe l'intervento tecnico in laboratorio «dentro uno schema di relazione naturale». Questa espressione può venire intesa come la conferma del riferimento a quell'ordine naturale e finalistico di cui parlavo sopra e collocare in pieno il ministro Roccella dentro la visione del realismo cattolico.Le stesse cose si possono dire per il suo femminismo, dato che Roccella appartiene a quella corrente del femminismo che combatte la prescrizione della parola "donna" da parte dei gruppi LGBT e denuncia l'attuale "frammentazione della gravidanza" tramite la compartecipazione di più persone al concepimento e, con l'utero in affitto, anche alla gestazione.Roccella è una radicale "diversa", però si dice sempre radicale. Il fatto è che non è vero che i movimenti storici allentino sempre l'ideologia originaria o se ne distacchino positivamente, liberandosi dai suoi errori. Molto più spesso i movimenti storici finiscono per realizzare meglio gli obiettivi ideologici proprio perché li separano da inutili zavorre, riuscendo così ad essere più penetranti proprio perché meno avvertiti. Le socialdemocrazie hanno realizzato in modo più radicale gli obiettivi del socialismo, solo hanno chiesto più tempo. Roccella se la prende contro la rarefazione delle famiglie e la solitudine educativa, però rimane convinta della bontà del divorzio e dell'aborto che le ha prodotte. Si dice preoccupata della denatalità ma dice nulla sull'aborto che ne è la causa principale. Dice che l'aborto si colloca al di fuori del diritto ma ammette la 194 che invece lo tira dentro al diritto in modo sbagliato.Rimane radicale e femminista però sembra esserlo un po' meno degli altri e, proprio per questo, apre nuove strade al radicalismo, perfino avvalorandolo come cattolico.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Roccella certifica la resa al credo arcobaleno" conferma quanto sostenuto da Stefano Fontana nel precedente articolo.Ecco l'articolo completo di Tommaso Scandroglio pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 dicembre 2024:Il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, intervenuta a novembre all'incontro Per merito, per amore, per libertà organizzato da Fratelli d'Italia a Riccione, così ha dichiarato: «vorrei chiarire una cosa: essere un buon genitore prescinde ovviamente dall'orientamento sessuale».Lasciamo perdere il fatto che c'è una montagna di studi che provano il contrario e veniamo ad altro, al fatto che nell'immaginario comune la Roccella è un'integralista cattolica e questo ci dimostra quanto i più ne sappiano di cattolicesimo; che elogiare l'omogenitorialità per un ministero che si occupa della natalità è come elogiare la resa per il Ministero della Difesa; che quell'«ovviamente» è la certificazione che non solo la salvezza non verrà dalla politica e non solo ormai il tasso di corruzione culturale in seno alla destra difficilmente si distingue da quello in seno alla sinistra, ma che il sole dell'omosessualità dovrà per sempre splendere sopra le nostre teste e guai a farsi ombra; che il politicamente corretto è diventato il doverosamente corretto; che le prove di buona condotta di fronte al Supremo Tribunale LGBT non sono mai sufficienti per uscire dal carcere dell'omofobia e che il giuramento di fedeltà al credo gaio deve essere ripetuto più volte in ogni sede pena l'ostracismo e lo stigma sociale; che l'ossessione arcobaleno condiziona ogni uscita pubblica di ogni personaggio pubblico; che indietro non si torna perché la lezione che l'amore è amore al di là degli orifizi usati per dimostrarlo è stata ampiamente, democraticamente, estensivamente, massicciamente assimilata da tutti, dall'infante al ministro della Repubblica italiana; che gli attuali principi non negoziabili sono l'esatto opposto degli autentici principi non negoziabili; che la realtà non va in direzione opposta alla politica, ma sta addirittura su un altro pianeta di un'altra galassia e ruota secondo altre orbite; che se la sana educazione prescinde dall'orientamento sessuale noi prescindiamo dal ministro Roccella; che il vero buon genitore avrebbe molte cose da dire al Ministro della Famiglia; che ormai siamo convinti che l'evidenza è stata ridotta ad un mistero orfico, patrimonio esclusivo di pochissimi adepti.E così sia.
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Il dogma dell'Immacolata Concezione
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8039IL DOGMA DELL'IMMACOLATA RICORDA CHE L'ORIGINE DI TUTTI I MALI SOCIALI E' IL PECCATO di Stefano Fontana Quella dell'8 dicembre è una grande solennità per la Chiesa. In essa si celebra il concepimento immacolato di Maria Santissima; nell'assenza di peccato della Madre di Dio la Provvidenza ci mostra realisticamente l'umanità redenta. La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione fu fatta da Pio IX l'8 dicembre 1854 tramite la bolla Ineffabilis Deus che affermava: «Dichiariamo, pronunciamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la Beatissima Vergine Maria, sin dal primo istante del concepimento, per singolare grazia e privilegio di Dio e in vista dei meriti di Gesù Cristo salvatore del genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certa e immutabile per tutti i fedeli». Il Papa aveva preventivamente consultato tutti i vescovi del mondo con l'enciclica Ubi primum. La data dell'8 dicembre corrisponde esattamente a nove mesi prima della nascita della Vergine fissata per l'8 settembre.Le fonti rivelano che, mentre nella basilica di San Pietro gremita di fedeli veniva letto il testo della bolla, un fascio di luce investì Pio IX. Questo fenomeno, attestato da molti testimoni oculari, risulta materialmente inspiegabile perché da nessuna finestra quel raggio poteva raggiungere la posizione in cui si trovava il Papa. Il dogma dell'Immacolata Concezione fu "confermato" nelle apparizioni mariane di Lourdes a Bernadette Soubirous. Alla sedicesima di queste apparizioni, iniziate l'11 febbraio 1858, la "bella Signora" definisce se stessa come "l'Immacolata Concezione". L'autenticità delle apparizioni di Lourdes fu approvata poco dopo, il 18 gennaio 1862.EFFETTI SOCIALI E POLITICILa proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima ha certamente una enorme rilevanza dal punto di vista della fede cattolica e un significato profondamente religioso, ma deve essere anche considerata nei suoi effetti sociali e politici. La Dottrina sociale della Chiesa, che proprio in quei decenni riceveva la sua formulazione moderna e veniva rilanciata, ha un vero e proprio "carattere mariano". La Ineffabilis Deus è anche una risposta alle ideologie perverse della modernità, una risposta come solo la Chiesa sa e può fare, ossia in modo dogmatico. Infatti, nella storia del movimento cattolico l'8 dicembre era l'occasione per gli appartenenti all'Azione Cattolica di pronunciare solennemente davanti all'Altare il loro giuramento di impegno cattolico nella società e nella politica.Se torniamo con la mente all'anno 1854 e cerchiamo di ricostruire le minacce di allora alla società umana e alla Chiesa, possiamo comprendere questo particolare significato del dogma dell'Immacolata Concezione. Da quando Rousseau aveva decretato che l'uomo nasce buono e libero mentre è la società che lo perverte e lo mette in catene, il peccato venne cancellato da ogni considerazione di carattere politico e la salvezza degli uomini fu affidata a riforme o a rivoluzioni. La filosofia politica moderna, sfociata poi nella Rivoluzione francese e nei moti rivoluzionari ottocenteschi, abolisce il peccato originale e la stessa idea di peccato e non ritiene più di avere bisogno del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto, per conseguire la salvezza.QUOD APOSTOLICI MUNERISIn quell'anno 1854 erano da poco avvenuti i moti del '48, Marx aveva pubblicato il Manifesto del Partito comunista, proponendo una salvezza terrena portata dalla classe proletaria, nuova salvatrice dell'umanità, Ernst Renan aveva scritto proprio in quegli anni L'avvenire della scienza, ossia il manifesto della liberazione da ogni male grazie allo sviluppo scientifico, Auguste Comte, che morirà qualche anno dopo nel 1857, aveva prefigurato un progresso storico che sarebbe confluito in una nuova religione dell'umanità fondata sul sapere scientifico che avrebbe eliminato tutte le precedenti illusioni religiose e filosofiche perché gli uomini si sarebbero finalmente attenuti ai soli fatti, l'anarchismo di Bakunin predicava la eliminazione di ogni autorità familiare, politica o religiosa. Tutte queste ideologie che diedero vita a movimenti storici lavoravano alacremente per eliminare Dio dalla pubblica piazza. Leone XIII, nell'enciclica Quod apostolici muneris (1878), le condannerà una ad una. Tra il 1854 e l'uscita della Rerum novarum (1991) con cui inizia la moderna Dottrina sociale della Chiesa, quei movimenti anticristiani avevano consolidato la loro pericolosità: il positivismo materialista e scientista la faceva da padrone nei licei e nelle università pubbliche, il comunismo trovava una sua prima realizzazione concreta nella Comune di Parigi del 1870, in questo stesso anno i bersaglieri italiani aggredirono ed occuparono lo Stato della Chiesa, le politiche dei governi massonici abolirono gli ordini contemplativi e ne incamerarono i beni, approvarono leggi contrarie alla famiglia come quella sul matrimonio civile o sul divorzio, sviluppando un capitalismo selvaggio provocavano l'abbandono delle campagne per le città dove i nuovi arrivati venivano rieducati alla rivoluzione e all'immoralità.LA RISPOSTA DELLA CHIESA: I DOGMILa Chiesa rispose su molti piani ad un attacco così articolato e profondo. Ma il principale di questi piani rimane quello del dogma. Davanti al mondo che peccava di superbia ritenendo di potersi salvare da solo mentre con ciò si condannava ad una atroce perdizione, la Chiesa proclamò l'Immacolata Concezione, con cui rammentava al mondo che l'origine di tutti i mali sociali e politici era il peccato, che le ingiustizie sociali non erano la causa prima delle difficoltà come la rivoluzione politica non ne era la soluzione, che le autorità devono la loro legittimazione da Dio e, davanti all'abiura della società contemporanea, non proponeva soluzioni umane ma divine. In Maria Santissima Dio aveva proclamato la propria provvidente grandezza, aveva indicato nel peccato l'origine di tutti i mali, aveva dichiarato che senza la religione cattolica e senza la Chiesa la comunità umana non poteva fare altro che condannarsi. La rinascita della Dottrina sociale della Chiesa con Leone XIII è figlia della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione da parte di Pio IX. Le encicliche di Leone XIII non sono una raccolta di indicazioni operative - anche se contengono anche questo - ma un piano di rievangelizzazione, ben sapendo che "fuori del Vangelo non c'è soluzione alla questione sociale" e "il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione".Ribadendo dogmaticamente l'inconciliabilità tra Dio e il peccato del mondo, Pio IX ribadiva che il fine principale del mondo e della storia non è la celebrazione del progresso umano ma è la gloria di Dio. Questo insegnamento è molto attuale anche oggi, dato che assistiamo ad una progressiva secolarizzazione della Dottrina sociale della Chiesa. A riprova che questo era il messaggio contenuto nel dogma proclamato nel 1854, ricordo che la proclamazione dell'Immacolata Concezione va collegata storicamente con l'enciclica Quanta cura e con il Sillabo, nonché con l'apertura del Concilio Vaticano I. Tutti gli avvenimenti ora ricordati sono avvenuti in data 8 dicembre: nel 1854 la proclamazione del dogma, nel 1864 la Quanta cura e il Sillabo e nel 1870 il Concilio. Tutti insieme esprimono la risposta di Pio IX al peccato moderno.EFFETTI SPIRITUALI MA ANCHE STORICI, SOCIALI E POLITICILa proclamazione di un dogma ha sempre enormi effetti non solo spirituali ma anche storici, sociali e politici. C'è una grande discussione, in atto da decenni, sulla cosiddetta "storicità" dei dogmi nella quale qui non intendo entrare. Si può comunque dire che il dogma ha anche un aspetto "storico" proprio per gli effetti sociali che rende possibili. I dogmi fanno la storia. Spesso si pensa che la Chiesa partecipi alla storia con il suo attivismo sociale o con le sue improvvisazioni pastorali, mentre essa ha plasmato la civiltà con i propri dogmi, definiti nei suoi Concili ecumenici e nelle definizioni del magistero. A titolo di esempio, ricordiamo la condanna dell'arianesimo e la definizione della natura umana e divina di Cristo contro la gnosi. Con questa lotta dogmatica la Chiesa ha preservato l'umanità dalle catastrofi del catarismo non solo medievale ma di tutti i tempi, ossia, tra l'altro, dal rifiuto del matrimonio e della procreazione: se il catarismo avesse avuto la meglio l'umanità si sarebbe estinta. Oggi l'ideologia gender è ancora figlia del catarismo gnostico, per cui il corpo è uno strumento e l'omosessualismo celebra una sessualità sterile, secondo quegli stessi dettami. Si rimane molto colpiti dal fatto che oggi la Chiesa, davanti ai nuovi problemi dell'umanità, pensi ad istituire commissioni e ad organizzare convegni, oppure si metta a progettare nuovi piani pastorali, mentre un tempo essa proclamava dogmi.Tutti i dogmi della fede cattolica fanno da fondamento alla Dottrina sociale della Chiesa e all'impegno sociale e politico dei fedeli, compresi quelli mariani, ai quali però non si dà solitamente molta importanza in questo senso. Questi ultimi sono importanti perché preservano sia dallo spiritualismo che dal materialismo. È, infine, molto importante ricordare ai movimenti mariani che la loro devozione a Maria ha anche un forte collegamento con la Dottrina sociale della Chiesa. Non a caso la Caritas in veritate di Benedetto XVI si conclude con una preghiera alla Madonna Speculum iustitiae e Regina pacis.
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La finanziaria il supremo atto del Leviatano
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8037LA FINANZIARIA, IL SUPREMO ATTO DEL LEVIATANO di Stefano Fontana In questi giorni il Parlamento sta impastando la torta natalizia della legge finanziaria. Il voto definitivo al Senato sembra previsto per il 28 dicembre ma non è escluso che si vada anche oltre. Alla "manovra" - come viene anche chiamata - ci mettono le mani un po' tutti, o almeno ci provano. La parte principale è svolta dalla maggioranza, ma anche l'opposizione propone e spesso ottiene che siano approvati i propri emendamenti. La ricetta della torta, ammesso che ci sia, non viene applicata con precisione, qualcuno prova a metterci ingredienti non previsti, altri cercano di togliere quelli già inseriti e addirittura già mescolati. Nonostante il tira e molla durante l'impasto e poi la cottura, alla fine comunque la legge finanziaria sarà approvata e, da quel momento, diventerà la principale espressione della forza dello Stato o dello Stato come forza.Anche quest'anno, come ogni anno, essa sarà ancora una volta l'atto politico principale e dal valore assoluto del Leviatano che dall'alto della sua sovranità, non avendo altri e altro sopra di sé, stabilisce come dovranno vivere i cittadini, le famiglie, le imprese, i corpi intermedi nel prossimo anno 2025. La trepida discussione in aula, le pressioni provenienti dalle corporazioni della società civile, le azioni di disturbo e gli scambi di voti combinati sui vari emendamenti, l'infuocata lotta sui giornali e nei talk-show, le accuse reciproche, le previsioni di vantaggi o di svantaggi per il Paese... tutto questo sta lì a comprovare che si è in attesa della Voce del Potere, che la finanziaria è come il tuono di Giove con cui il "Gelido Mostro" (come lo chiamava Nietzsche), il Leviatano come lo designava Hobbes, detta definitivamente la sua legge, impone il suo volere in via impositiva, stabilisce ciò che doveva essere stabilito.LA FINANZIARIA È COME UNA CELEBRAZIONE LITURGICALo Stato moderno, anche se scalcinato come accade nelle nostre post-democrazie, pretende ancora di essere il Dio in terra e la finanziaria è la sua più alta celebrazione liturgica, il Grande Animale che si nutre delle tasse prodotte dai suoi sudditi, la Grande Macchina che con la sua tentacolare burocrazia diffonde la linfa vitale dei finanziamenti in tutte le cellule del corpo politico e lo mantiene in vita, il Grande Individuo (o Persona Civitatis) che sa bene che la società è fatta di tanti individui come lui, solo che lui è più Grande e quindi solo lui, dopo le discussioni e i litigi concessi alle marionette della politica politicante, emetterà il Verbo finale della legge finanziaria. Pensa che i cittadini non siano in grado di intessere tra loro dei legami sociali da soli e nemmeno di autofinanziarsi, di educarsi, curarsi o di costruirsi una televisione, ritiene invece che spetti solo a lui, allo Stato, tenere uniti i cittadini secondo un progetto di reductio ad unum che nella finanziaria trova un punto nevralgico. Con questa legge lo Stato dice che noi dipendiamo da lui e che spetta a lui tenerci uniti, fissando d'imperio i dati materiali che ci permetteranno di vivere l'anno prossimo. Cosa significhi dare a ciascuno il suo, in cosa consista la giustizia sociale e spesso perfino quella retributiva è stabilito dallo Stato con la sua manovra annuale. Esso, stabilendo i dati materiali delle relazioni sociali, ossia chi avrà di più e chi di meno, chi può continuare a sperare e chi no, fissa anche i criteri del bene e del male. La finanziaria stabilisce le priorità a cui tutti devono attenersi.PIANIFICAZIONE NEI MINIMI DETTAGLICon la legge finanziaria lo Stato pianifica fino ai minimi dettagli la vita quotidiana della nazione. Questo è per certi versi l'aspetto più stupefacente. Certo, ci sono i grandi finanziamenti ma poi c'è anche una miriade di rivoli che cercano di intercettare anche i bisogni minimi e di penetrare negli interstizi della vita sociale. Lo Stato si occupa dei problemi all'ingrosso ma anche al dettaglio. Naturalmente si occupa della difesa e dell'ordine pubblico, della costruzione delle infrastrutture e dell'amministrazione della giustizia e con la legge finanziaria alimenta tutte queste sue attività. Poi però vuole anche entrare nell'acquisto degli elettrodomestici, finanziare lo psicologo in classe, incentivare l'acquisto del pellet. Non solo 1,4 miliardi in più per il ponte sullo Stretto o 200 milioni per la linea Sibari-Catanzaro, ma anche lo sconto all'asilo nido comunale, gli stanziamenti per le attività di screening, gli aiuti ai non vedenti per il mantenimento dei cani-guida, il ritocco della detrazione per chi frequenta le scuole paritarie, i bonus elettrodomestici e per i bebè. Non c'è un ambito della vita civile - per piccolo che sia - che non venga disciplinato dalla legge finanziaria e debitamente pianificato. Lo Stato provvede a tutti i bisogni, dal più grande al più piccolo. Ogni volta che un cittadino farà qualcosa lungo il nuovo anno dovrà ringraziare o rimproverare Lui, lo Stato, dal quale tutto dipende nel bene e nel male.Ogni singolo cittadino, ogni famiglia, ogni artigiano e ogni impresa, ogni pensionato e ogni pensionabile, ogni dipendente, ogni commerciante, ogni partita Iva, ogni malato in ospedale, ogni pensionato, ogni neonato, ogni scolaro e studente, ogni contadino, ogni venditore di elettrodomestici, ogni viaggiatore, ogni turista... sa che la propria vita nel prossimo anno dipenderà dalle supreme decisioni dello Stato e dalle misure, vantaggiose o svantaggiose per gli uni o per gli altri, che esso inserirà in questa legge finanziaria, altissima manifestazione della sua forza.
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La religione zombi e la religione zero
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8003LA RELIGIONE ''ZOMBI'' E LA RELIGIONE ''ZERO'' di Stefano Fontana Il libro di Emmanuel Todd La sconfitta dell'Occidente (Fazi, Roma 2024) ha molti aspetti di interesse. Qui ne sottolineo uno in particolare. Nell'esaminare la situazione fatta emergere dalla guerra in Ucraina l'autore si sofferma sulla "sconfitta dell'Occidente", come dice il titolo, e sul "suicidio assistito" dell'Europa. Quale principale causa di tutto questo egli indica il crollo del cristianesimo, soprattutto protestante ma non solo. Questa «estinzione religiosa in ultima analisi ha condotto alla scomparsa della morale sociale e del sentimento collettivo». Già questo è di notevole interesse, perché si tratta di una causa immateriale mentre di solito gli analisti della geopolitica si soffermano solo su quelle materiali. Todd non disdegna queste ultime ma non le mette al primo posto.Ancora più interessante è un corollario di questa tesi. Egli distingue tra religione "attiva, zombi e zero". La religione "zombi" si ha quando la religione non esiste già più però i suoi effetti sociali sono ancora sentiti dalla popolazione e permangono delle credenze sostitutive che svolgono la stessa funzione della religione. La religione "zero", invece, è quando c'è un «vuoto religioso assoluto in cui gli individui sono privi di qualsiasi credenza collettiva sostitutiva». Qui la religione si è ormai disintegrata. Proprio questo, secondo lui, rende fragile l'Occidente nella guerra con la Russia. Ora, da quali segni si vede se si è giunti allo stadio irreversibile di religione "zero"? Questa è l'interessante osservazione che intendo evidenziare. I criteri sono tre: la scomparsa del Battesimo, la cremazione e il "matrimonio" omosessuale (p. 164). Nella fase di religione "attiva" si va ancora alle funzioni domenicali, in quella "zombi" non si va più a Messa ma si continua a far battezzare i bambini, a seppellire i morti e a considerare importante il matrimonio anche se nella forma civile. Nella fase "zero", infine, scompare il Battesimo, aumenta massicciamente la cremazione e il "matrimonio" tra persone dello stesso sesso viene considerato equivalente a quello tra persone di sesso diverso.I tre criteri sono chiari e condivisibili. Sta ad ognuno di noi applicarli alla situazione che stiamo vivendo per verificare a quale dei tre stadi siamo arrivati.
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Ora di religione la Cei progetta il ritiro
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8001ORA DI RELIGIONE, LA CEI PROGETTA IL RITIRO (IN NOME DEL PLURALISMO) di Stefano Fontana Insegnamento della religione cattolica (Irc) nella scuola statale: la Chiesa si ritira, non per fare altro e meglio, si ritira e basta. Questo è il senso vero della proposta lanciata dal vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, che è anche presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (Cei): abolire l'ora facoltativa di Irc e sostituirla con un'ora obbligatoria di «pluralismo religioso». Queste le sue parole contenute in un articolo pubblicato sulla Rivista del clero italiano: «Non più un'ora di religione cattolica, facoltativa, quanto piuttosto un insegnamento obbligatorio del fenomeno religioso in chiave plurale per abituare lo studente a diventare un cittadino capace a meglio comprendere la società in cui si trova». In questo modo la Chiesa «potrà fare un passo indietro, rinunciando ad uno spazio che le spetta di diritto per far fare alla società un passo avanti. Il pluralismo religioso, inteso come tema educativo, aiuta a ripensare la laicità in termini inclusivi».Il passo indietro veramente necessario sarebbe che la Chiesa ponesse fine a questa equivoca storia dell'Irc nella scuola statale, sciogliendosi da questo abbraccio mortale con lo Stato, per realizzare veramente il proprio diritto ad educare in pubblico senza più i compromessi e i vincoli che l'accordo con lo Stato richiede. Invece il passo indietro proposto dal vescovo Olivero è la dichiarazione di non voler più educare, è una rinuncia ad insegnare in pubblico le verità della religione cattolica, è la richiesta che la Chiesa non faccia più la Chiesa. Peggio ancora, è l'idea che, quando la Chiesa insegna le proprie verità, fa del male ad alunni e studenti: se la Chiesa insegna in pubblico, la società va indietro, se la Chiesa non si fa più presente nell'educazione la società fa un passo in avanti. È come dire che l'insegnamento di verità soprannaturali indebolisce anziché rafforzare le relazioni sul piano naturale. Per Olivero la Chiesa deve astenersi dall'educare per non essere, così facendo, diseducativa.L'Irc fa più male che bene alla Chiesa. La filosofia della scuola di Stato è una laicità ideologica secondo la quale ogni cittadino - in questo caso ogni alunno o studente - ha il diritto costituzionale ad abbracciare ciò che egli considera vero e buono. La presenza di un Irc, in un simile contesto di pensiero, non ha diritto ad esistere, se non trasformandosi in modo innaturale. L'accordo sull'Irc tra Chiesa italiana e Stato si basava sull'idea dell'importanza di questo insegnamento per capire la storia e la cultura italiane. Si trattava di un'argomentazione storica, che non poteva reggere a lungo davanti all'avanzata del nuovo senso falsamente democratico, liberale e individualistico (per non dire relativistico) di laicità.Per decenni si è così protratto un grande equivoco. Si disse che non bisognava fare catechismo ma favorire un approccio culturale alla religione cattolica: ma come farlo se non riprendendo in aula le fondamentali verità teologiche che la identificano? Si disse che quell'ora di lezione doveva essere di formazione al confronto critico e di aiuto al dialogo: ma come riuscirci evitando di insegnare i criteri cattolici del confronto critico e del dialogo? Si scese così dal piano religioso a quello etico, ritenendo che questo genere di questioni fossero più nelle corde dei giovani: ma come trattare adeguatamente in modo cattolico questo piano senza riferimento a cosa dice la religione cattolica sul bene? C'è stato quindi un lungo calvario durante il quale si è completamente persa di vista la natura "disciplinare" di quest'ora di lezione, spesso riempita dai più vari contenuti a libera scelta dei disorientati docenti, lì inviati da disorientati uffici scolastici delle diocesi. Così quell'ora di lezione ha finito per non avere più niente di cattolico, per questo era ed è meglio fare un passo indietro per riprendersi in autonomia la questione educativa.Per fare una scelta simile c'era bisogno di una chiarezza di fede, di intelletto e di volontà che nel frattempo era andata dispersa. La Chiesa stessa aveva perso la convinzione che la fede fosse capace di generare una cultura e una civiltà. La Chiesa non credeva più che la fede fosse una forma di conoscenza e che, come tale, avesse un suo posto nel quadro del sapere. Aveva ripreso questa idea Benedetto XVI all'Università di Ratisbona, ma la nuova teologia era su posizioni contrarie e la mentalità ecclesiale diffusa era cambiata. Del resto, anche ammettendo per assurdo che la Chiesa avesse fatto la forza di denunciare l'accordo con lo Stato sull'Irc e avesse pensato di fare da sé, cosa avrebbe fatto poi? Di quali contenuti avrebbe riempito la riconquistata libertà educativa? La secolarizzazione e la laicità erano ormai ampiamente accettate anche dentro di essa, compreso il nuovo dogma del pluralismo religioso. Da tempo la Chiesa ha perso di vista il suo essere Maestra. Al punto da farsi ammaestrare dai cambiamenti sociali anziché il contrario. Il vescovo Olivero, infatti, su cosa fonda la necessità del passo indietro? Sul fatto che le adesioni all'Irc diminuiscono e che la società è ormai multireligiosa. Dati di fatto, questi, e non di diritto; essere, non dover-essere.La proposta di Olivero è la triste conclusione di questo processo. Essa può però avere anche una conseguenza positiva: la sua applicazione farebbe aumentare il numero dei genitori cattolici che ritireranno i propri figli, a vantaggio di vere scuole cattoliche libere.
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Il sinodo farsa ridefinisce i peccati
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7929IL SINODO FARSA RIDEFINISCE I PECCATI di Stefano FontanaIl Sinodo sulla sinodalità sta tornando. I lavori in aula di questa seconda sessione dal titolo «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione» si svolgeranno dal 2 al 27 ottobre. Già nei giorni precedenti, però, i sinodali parteciperanno nella basilica di San Pietro a due appuntamenti: un ritiro spirituale che si protrarrà per due giorni (dal 30 settembre al 1° ottobre), e poi una Liturgia penitenziale che, secondo le indicazioni della Segreteria generale del Sinodo, prevede la confessione pubblica di alcuni peccati così elencati: contro la pace; il creato, le popolazioni indigene, i migranti; contro gli abusi; contro le donne, la famiglia, i giovani; contro il peccato della dottrina usata come pietra da scagliare contro; la povertà, la sinodalità ossia mancanza dell'ascolto, della comunione e partecipazione di tutti.Questo Sinodo non gode di buona salute. Una ricerca demoscopica, subito cancellata dal Vaticano, aveva attestato che la grande maggioranza degli intervistati non si attendeva niente di buono dal sinodo. La fragilità teologica su cui pretende di fondarsi, le tattiche di politica ecclesiastica di cui è fatto oggetto, la prassi di un dialogo pilotato e includente e, soprattutto, la percezione che il suo punto di arrivo sia stato già deciso e che tutti questi percorsi siano strumentali hanno fatto adoperare la parola "farsa". Ci si avvicina, quindi, alla seconda sessione con una certa stanchezza.Il Sinodo sulla sinodalità si dimostra una forzatura, uno strumento per far evolvere la prassi ecclesiale verso qualcosa di nuovo senza dirlo, un progetto pratico per inserire una nuova sensibilità, un modo di fare che cambi il modo di essere, un modo di sentire che cambi il modo di pensare la fede. Come abbiamo già osservato altrove, ciò è evidente anche nell'Instrumentum laboris redatto per questa seconda sessione, e ne troviamo conferma in quel farsesco elenco di peccati di cui chiedere perdono nella Liturgia penitenziale del 1° ottobre.PROBLEMI DI DOTTRINAI peccati qui elencati mancano di forma, non hanno la fattispecie, per cui il fedele non è in grado di valutare cosa significhi peccare nel senso di quei peccati. La forma del furto è appropriarsi di una cosa altrui. Ma qual è la forma del peccato contro i popoli primitivi o contro gli immigrati? Non ci si può pentire e chiedere perdono di qualcosa che non si riesce a definire e, quindi, a valutare. Peccare contro la pace, il creato, le popolazioni indigene, i migranti... in generale, senza valutare i contenuti dell'azione, le circostanze e le intenzioni, risulta superficiale e moralmente non indicativo. C'è di più: apre facilmente le porte a contenuti politici o ideologici e, alla loro luce, finisce per chiamare peccato quanto magari è invece buon senso.Nell'elenco della Liturgia penitenziale appaiono incomprensibili soprattutto due peccati: quello della "dottrina usata come pietra da scagliare contro" e quello contro la sinodalità. Quella espressione sulla dottrina è stata adoperata, come noto, più volte da Francesco, ma altro non è che uno slogan, una frase ad effetto che risulta difficilmente traducibile in un linguaggio teologico. È una frase polemica, per colpire qualcuno, per stigmatizzare ogni atteggiamento di fedeltà alla dottrina contro le minacce di una pastorale avventata, un modo di dire la priorità della prassi sulla dottrina senza affermarlo esplicitamente, o per liquidare quanti ritengono che i fondamenti dottrinali non cambino mai.COS'È UN PECCATO CONTRO LA SINODALITÀ?La frase che pretende di esprimere questo peccato segue la stessa logica della lotta agli hate speeches, ai discorsi d'odio, che in fondo è un modo per colpevolizzare chi dice verità che non garbano al potere. Oppure assomiglia alla condanna delle fake news: il potere è il primo ad adoperarle, poi però chiama alla lotta contro di esse quando esprimono verità sgradite. Spesso le fake news sono le uniche verità che si sentano. Dovremo chiedere perdono per aver richiamato qualche principio dottrinale confutando chi lo vuole cambiare? Chi ricorda le verità di sempre sarà assimilato ad un lanciatore di pietre?Ancora più farsesco è il peccato contro la sinodalità. Se c'è un punto chiaro sulla sinodalità è che nessuno sa cosa sia. Lo stesso establishment ecclesiastico afferma che la sua natura è di essere processo: non abbiamo un Sinodo, siamo Sinodo e quindi siamo processo e percorso, e sarà durante questo percorso che scopriremo, ma mai definitivamente, cosa sia la sinodalità. Essa non avrà una forma definita, ma sarà una prassi da sperimentare.Su queste basi come si può stabilire un peccato contro la sinodalità? Quando l'autorità stabilisse che questa o quest'altra azione è peccato contro la sinodalità, il processo sinodale si sarà nel frattempo evoluto e a peccare contro di essa potrebbero allora essere i censori. Quando si assume una logica storicistica - come fa la sinodalità come processo -, niente è più peccato, perché quando il peccato viene visto come tale lo si è già superato e non c'è più.
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Una società post familiare, l'utopia della sinistra
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7911UNA SOCIETA' POST-FAMILIARE, L'UTOPIA DELLA SINISTRA di Stefano FontanaMicroMega, diretta da Paolo Flores D'Arcais, come si sa, è la rivista di punta della sinistra italiana. Essa parla a nome di un intero mondo culturale e politico e, in molti casi, ne traccia le linee culturali e operative. Il numero attualmente in uscita (4/2024) lo fa a proposito della famiglia, dando precise indicazioni per una società post-familiare. Il titolo del fascicolo è molto chiaro: Contro la famiglia. Critica di un'istituzione (anti)sociale. La chiarezza è sempre un fatto positivo, perché permette a tutti di posizionarsi consapevolmente. Dobbiamo quindi sapere che la cultura della sinistra non vuole più la famiglia e pensa ad una società priva di essa. Ne trarremo le conseguenze?BUGIE CONTRO LA FAMIGLIATutti i 17 contributi vogliono dimostrare che la famiglia non produce socialità, ma la corrode e la impedisce. Prima di tutto si dice che la famiglia è luogo di violenza e di oppressione: i bambini imparano lì le gerarchie e i ruoli sociali di genere e introitano il conformismo. Nella famiglia molte sono le vittime di abusi e i membri vengono educati all'omertà, alla fedeltà clanica, alla subordinazione. Verso la società ampiamente intesa, le famiglie agiscono come mondi chiusi e trasferiscono le proprie logiche nella società, colonizzandola: la scuola oggi è una guerra tra genitori e insegnanti. La famiglia favorisce e perpetua le disuguaglianze sociali ed economiche mediante i patrimoni che vengono trasferiti ereditariamente, mediante le reti delle relazioni familistiche che favoriscono alcuni rampolli a svantaggio di altri, mediante le possibilità di istruzione che non tutte le famiglie hanno nella stessa misura. La famiglia, quindi, non produce mobilità sociale ma perpetua l'esistente, trasmettendo ai figli di domani gli stessi privilegi e svantaggi che ci sono oggi.Sulla base di questa analisi, ecco poi le proposte. Innanzitutto, secondo MicroMega, bisognerebbe non parlare più di "famiglia naturale" dato che tale famiglia non esiste perché non esiste la natura. Secondariamente si deve parlare di famiglia come "concentrato di convivenza", come l'area delle "soluzioni dello stare insieme" che possono essere molto diverse tra loro. Bisogna anche superare il modello industriale italiano composto in gran parte da piccole imprese dominate da un atteggiamento familistico. Il lavoro di cura bisognerebbe toglierlo alle famiglie per evitare la sua proiezione privatistica sui servizi pubblici. Si dovrebbe anche disciplinare in modo nuovo le successioni e le donazioni in vista di "un'eredità universale". Infine, un intervento sulla scuola parentale la boccia completamente vedendola come atteggiamento antisociale ed espressione del figlio inteso familisticamente come "proprietà" dei genitori.UNA IDEOLOGIA PRECONFEZIONATATutte queste osservazioni e valutazioni sono evidentemente cieche di fronte alla realtà e proiettano su di essa la luce deformante di una ideologia preconfezionata. La messa in ridicolo del concetto di natura da parte di Telmo Piovani si fonda su una rozza visione naturalistica: l'antropologia culturale mostra molti tipi di famiglia ergo la famiglia naturale non esiste. Evidentemente egli non possiede il concetto filosofico corretto di "natura". Anche altri autori utilizzano in modo ideologico l'antropologia culturale, parlando ad esempio dei Nuer del Sud Sudan che hanno superato la marginalità della donna che non poteva avere figli, inventandosi che essa può, in alternativa, comportarsi da uomo, diventare "marito" e "padre". In tutto il fascicolo si dimentica che l'antropologia culturale non è una scienza normativa, essa dice eventualmente cosa c'è e non cosa ci deve essere, per cui deve essere sottoposta alla filosofia morale. Perfino gli animali vengono presi come norma del corretto comportamento "naturale" umano, a cominciare dai pinguini che frequentemente sarebbero omosessuali.Il più grande errore di impostazione è però un altro: indicare eventuali disfunzioni della famiglia - a cominciare dalla violenza in casa - come conseguenza della famiglia naturale, mentre sono conseguenza della sua distruzione sistematica. È qui che l'ideologia di MicroMega si mostra perversa nel rovesciamento della realtà. L'impresa familiare, che realizza nel modo migliore il rapporto tra famiglia e lavoro e che è giustamente un vanto del nostro Paese, allora deve essere eliminata. Il lavoro di cura di chi è in difficoltà bisogna affidarlo completamente ai servizi sociali quando è ovvio che la migliore badante è colui che ci è più vicino nel nucleo familiare. Lo Stato dovrebbe collettivizzare i benefici dei trasferimenti ereditari e non i soggetti naturali quali sono appunti gli eredi. Dalla mancanza di realismo nascono sempre le utopie ossessive.Se guardiamo in filigrana i provvedimenti suggeriti da MicroMega, ci accorgiamo che sono forme di neo-socialismo, di statalismo e centralismo, di indottrinamento politico dei cittadini dal centro, di sostegno ai grandi poteri economici, di sradicamento e di collettivizzazione. Ossia riduzione degli spazi di protagonismo, di responsabilità e di vera libertà.
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Moltmann, il padre degli errori della teologia contemporanea
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7824MOLTMANN, IL PADRE DEGLI ERRORI DELLA TEOLOGIA CONTEMPORANEA di Stefano FontanaIl 3 giugno scorso è morto a Tubinga all'età di 98 anni il teologo protestante Jürgen Moltmann. Egli viene di solito ricordato come "il teologo della speranza" a motivo della sua opera principale Teologia della speranza, pubblicata nel 1964 in Germania e nel 1970 in Italia da Queriniana. Ricordarlo in questo modo non è sbagliato o riduttivo perché quel volume non intendeva trattare un capitolo della teologia, appunto la speranza, ma aveva l'intento di riformularla per intero.Dalla speranza derivava una nuova spiegazione di tutti i temi teologici tradizionali: la rivelazione intesa non tanto nel suo carattere dottrinale quanto in quello storico, la trascendenza intesa in senso temporale come futuro anziché in senso spaziale, il peccato come rifiuto della speranza, la grazia come dono della possibilità e della capacità di sperare, la conversione come avversione al presente e conversione al futuro. Da qui l'impatto rivoluzionario della sua teologia, legato all'idea tutta protestante del mondo diventato adulto, della secolarizzazione come fenomeno cristiano, della necessità di transitare verso una teologia secolare come l'anno seguente, il 1965, avrebbe sostenuto anche Harvey Fox con il suo libro The Secular City. Storia, speranza, futuro, prassi: queste le coordinate della nuova teologia che ritroviamo poi in tutta la teologia, anche cattolica, successiva.UNA TEOLOGIA SECOLARE DAL LINGUAGGIO POLITICOSia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, secondo Moltmann, Dio non è inteso come consacrazione di tempi e luoghi ma collegato con una parola di promessa. La promessa vincola l'uomo alla storia che sta tra la promessa e il suo compimento. Questo è lo spazio per la responsabilità umana, per il futuro, la morale e la prassi. La teologia della speranza è elaborata in chiave escatologica, affidando d'ora in poi al teologo non il compito di «interpretare il mondo, la storia e la natura umana, bensì di trasformarli nell'attesa di una trasformazione divina». Il luogo della rivelazione di Dio diventa la storia e Dio si rivela tramite promesse storiche e con eventi storici, a cominciare dall'Esodo. Compito del cristiano non è tanto di chiedersi chi Dio sia e quali siano i suoi attributi, ma individuare dove Dio sia all'opera nella storia e partecipare attivamente alla sua opera di redenzione. Bisognava eliminare ogni dualismo metafisico e ogni visione spaziale di Dio, creare una teologia secolare dal linguaggio politico: «questo implica che noi discerniamo dove Dio è all'opera, e quindi ci uniamo al suo lavoro: quest'azione incessante è un modo di parlare: facendo ciò il cristiano parla di Dio». La verità diventa azione. Chi è Dio non lo dirà il teologo attraverso discorsi, ma lo dirà la prassi dei cristiani.Con Moltmann la dimensione della storia entra nella teologia e ne sconvolge i connotati. Il già citato Harvey Fox si avvicinerà alla teologia della speranza e sosterrà che «Dio ama il mondo e non la Chiesa» e si serve del mondo e non della Chiesa, e nel suo libro Il cristiano come ribelle nota che «Il baseball professionistico e non la Chiesa ha fatto i primi passi verso l'integrazione razziale. Siamo molto in ritardo in tutta questa faccenda. Dobbiamo correre per metterci al passo con ciò che Dio sta già facendo nel mondo».LA VERA SVOLTA INNOVATIVA DELLA TEOLOGIA CONTEMPORANEACome si vede, la "Chiesa in uscita" ha origini lontane. Le nuove suggestioni di Moltmann verranno riprese da Johann Baptist Metz nella sua "Teologia politica" e anche Karl Rahner farà propri gli stessi presupposti, a cominciare dalla secolarizzazione che impone di pensare che la rivelazione di Dio avviene nella storia dell'umanità prima che nella Chiesa. Si può pensare che la vera svolta innovativa della teologia contemporanea sia stata provocata da Moltmann. Tutte le altre teologie infatti seguiranno la strada inaugurata da lui. La teologia della speranza si può paragonare quindi ad uno scoppio che ne ha provocato altri a catena. Egli ha potuto occuparsi di teologia della rivoluzione e della liberazione, ha tenuto a battesimo la teologia nera e la teologia femminista. Inoltre, è stato al centro del dialogo tra cristiani e marxisti.Questo ultimo spunto ci conduce ad un altro importante capitolo della vicenda Moltmann. Mi riferisco al dialogo di pensiero con il filosofo marxista della Germania orientale Ernst Bloch, che ha tanto influito sulla teologia di Moltmann poi e su quella successiva. Il principio speranza di Bloch e Teologia della speranza di Moltmann si richiamano a vicenda. Bloch riformula il marxismo sotto la categoria dell'utopia, vede tutta la realtà come governata dal futuro e spinta a superarsi, legge la Bibbia come espressione di un "trascendere senza trascendenza", il futuro e la storia sono i caratteri della religione cristiana come lo sono di questo mondo secolarizzato, il Dio di Israele è il Dio dell'ottavo giorno «che non è ancora stato e quindi è più autentico» e Cristo non ha nulla di spirituale, ma è l'uomo che si è seduto non alla destra di Dio ma al suo posto perché il cristianesimo è liberatorio e quindi ateo. In questo modo Moltmann si incontra non solo col marxismo ma col nichilismo ateo della modernità.Dare un giudizio sulla teologia di Moltmann comporta darlo anche su tanta parte della teologia contemporanea. Celebrarne il pensiero esaltandolo vorrebbe dire avallare i grandi errori di questa teologia e di quelle che ne sono seguite. Mi sono limitato a richiamarne qui alcuni assunti di base. Il lettore, se crede, può esercitarsi a individuare i loro effetti negativi sulla teologia di questi decenni e anche sulla prassi della Chiesa di oggi.
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Tornare indietro, ma quanto Meloni sfida il leviatano UE
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7801TORNARE INDIETRO, MA QUANTO? MELONI SFIDA IL LEVIATANO UE di Stefano FontanaL'intervento di Giorgia Meloni alla convention di Vox, il partito della destra spagnola, alla presenza di Marine Le Pen della destra identitaria francese, ha proposto una critica piuttosto incisiva dell'attuale Unione, anche se non proprio radicale, avendo poi adombrato la possibilità di una maggioranza parlamentare di centro-destra che vada dalla Le Pen alla Von der Layen passando per Giorgia.Molte le frecce lanciate contro Bruxelles dal podio della convention, ma forse la novità più interessante, anche perché formulata per via sintetica e per questo più incisiva, la Meloni l'ha detta rispondendo ad alcune domande di Tgcom 24: «In questi anni l'Europa ha messo in atto una limitazione della libertà degli Stati nazionali da cui si deve tornare indietro. L'Europa può dare degli obiettivi, ma non può impegnarsi su questioni di lana caprina... sappiamo come cucinare gli insetti ma non abbiamo una politica estera comune». Questo spunto ha il merito di rimettere in questione l'Unione stessa come finora è stata intesa, ma ha anche bisogno di alcuni chiarimenti.L'UNIONE EUROPEA NON È L'EUROPAPrima di tutto va ricordato che l'Europa (e quindi anche l'Unione Europea, a patto che non voglia rompere con l'Europa come finora è avvenuto) non è prima di tutto e soprattutto un insieme di Stati, ma di popoli e di nazioni e che a loro volta quei popoli e quelle nazioni sono una unione di famiglie, di comunità locali e di aggregazioni sociali. La storia dell'Europa è stata fatta dal basso, anche se in collegamento con una dimensione universale sia politica che religiosa, almeno fino alla pace di Augusta del 1555 e soprattutto alla pace di Westfalia del 1648, quando emersero nel continente appunto gli Stati in un significato nuovo fondato su una sovranità politica stabilita in modo innaturale.Lo Stato Leviatano, mostro gelido, dio in terra, assoluto e soprattutto "sovrano", si proponeva come fondamento della società politica, delle famiglie, delle comunità locali e delle nazioni che tali erano perché esso, lo Stato, le costituiva tali e non viceversa, come si pensava in precedenza. La nozione di sovranità - non riconoscere niente al di sopra di sé - è stata incarnata dallo Stato moderno ispirato da Lutero, teorizzato da Hobbes, realizzato da Napoleone, descritto da Weber, e che in Europa si assise al di sopra di quanto fino a quel momento si pensava stesse sotto, a suo fondamento e giustificazione.Questo offre alcuni criteri per valutare la visione di Giorgia Meloni. Cedendo parte della propria sovranità alle istituzioni europee, soprattutto nel passaggio dalla Comunità all'Unione con i Trattati di Maastricht e di Lisbona, gli Stati europei hanno trasferito all'Unione Europea la loro stessa struttura sovrana, sicché era inevitabile che anche l'Unione tendesse a diventare un nuovo Leviatano. Gli Stati membri stessi avevano una struttura centralistica e artificiale, organizzata dall'alto verso il basso, per niente sussidiaria, irrispettosa delle autonomie naturali, sociali e territoriali.UN POTERE CENTRALIZZATO, ARTIFICIALE E IDEOLOGICOSe queste sotto sotto sono sopravvissute, pur se fortemente indebolite, lo si è dovuto alla resistenza della dimensione naturale della convivenza sociale nonostante gli interventi violenti, innaturali e artificiosi della politica di vertice. L'Unione europea è senz'altro un potere centralizzato, artificiale e ideologico, ma lo erano e in parte lo sono anche gli Stati che l'hanno costituita e vi fanno parte. Il modello centralistico degli Stati europei moderni è stato trasferito all'Unione Europea e da essa peggiorato, reso più artificioso e volutamente ingarbugliato, maggiormente dipendente dai grandi centri del potere privato e dalle corporazioni di interessi.Nelle parole di Giorgia Meloni c'è giustamente il rifiuto di uno Stato europeo talmente sovrano da togliere anche quel po' di sovranità che ancora mantengono gli Stati nazionali, bisognerebbe però attuare il cambiamento anche dentro gli Stati, ossia di ristrutturarsi valorizzando le società naturali come la famiglia, i municipi, le regioni e le nazioni. Se a Bruxelles si pretende di dirci come cucinare gli insetti, di lasciare i campi incolti, o che tipo di auto acquistare, non è difficile elencare una lunga serie di esempi simili interventi statali astrusamente obbliganti i comportamenti dei cittadini, e senza nemmeno ricorrere al biennio Covid.Una Unione Europea che tornasse ad essere "comunità di comunità" - interessante quel "si deve tornare indietro" della Meloni che chiede però un chiarimento su quanto indietro - , ispirandosi non al modello dello Sato moderno ma a forme di vita politica precedenti, avrebbe anche bisogno di un collante culturale e religioso. Fa piacere sentir parlare a questo proposito di "radici cristiane" o di "famiglia" e su questo piano qualsiasi altra maggioranza farebbe con poco sforzo meglio dell'attuale. Ma la risposta all'attuale europeismo nichilista dovrebbe essere più consistente e le stesse forze politiche chiamate a raccolta da Giorgia Meloni nella convention di Vox non soddisfano pienamente, per esempio, sul tema della difesa della vita.Come si vede, queste elezioni europee ci costringono a misurarci non solo con questo o quest'altro ambito della politica, ma con la politica in quanto tale. Sono elezioni politicamente esigenti, perché chiamano in causa i fondamenti della politica sia europea che nazionale.
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Divorzio, una tragedia sociale dimenticata
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7793DIVORZIO, UNA TRAGEDIA SOCIALE DIMENTICATA di Stefano FontanaUna brevissima storia del divorzio in Italia può farci capire alcune cose importanti. Agli inizi del XIX secolo il Regno d'Italia napoleonico e il Regno di Napoli, recependo il Codice civile di Napoleone, introdussero per primi il divorzio. Cadute queste realtà politiche non si parlò più di divorzio fin verso la fine del secolo, quando varie proposte di leggi divorziste furono presentate nel 1878, 1882, 1883, 1892 ma senza trovare successo. Nel 1902 Zanardelli presentò un progetto di legge che fu respinto con un voto massiccio. Poi ancora vari decenni di silenzio, fino al 1954 e al 1958 con le proposte Sansone, che non vennero nemmeno discusse in aula.La svolta avvenne nel 1965 quando Loris Fortuna presentò una proposta di legge attorno alla quale si mobilitarono i Radicali. La legge Fortuna-Baslini fu approvata dal Parlamento alla fine del 1970. Quattro anni dopo un referendum popolare la confermò. Loris Fortuna era socialista e radicale, Antonio Baslini era liberale. È bene notare, di passaggio, che la Costituzione repubblicana dice sì che la famiglia è fondata sul matrimonio, ma non afferma che il matrimonio è indissolubile.Questa breve storia può favorire alcune altrettanto brevi riflessioni.Innanzitutto, le origini della questione divorzio sono da collegarsi con la fine della cristianità, in atto già da tempo ma giunta al capolinea con il pensiero politico moderno, la Rivoluzione francese e il nuovo tipo di Stato inaugurato da Napoleone e imitato poi da tutti gli Stati del XIX secolo. La possibilità del divorzio comporta l'abbandono del diritto naturale e l'acquisizione della visione della società come "convenzione".Secondariamente è da notare che per lungo tempo i tentativi di introdurre nell'ordinamento giuridico italiano lo statuto del divorzio finirono in un fallimento. Il motivo è che il senso del diritto naturale continuò a vivere sia nella popolazione sia addirittura nei politici "illuminati" i quali, pur essendo irreligiosi o anticlericali, consideravano il matrimonio come un istituto di diritto naturale.La cosa può essere interpretata in due modi:1) finito il fondamento religioso del matrimonio è possibile che permanga comunque quello naturale;2) venendo a mancare il fondamento religioso del matrimonio si finirà con il venire meno anche di quello naturale, solo bisogna aspettare un certo tempo.Io sono più favorevole alla seconda interpretazione. Infatti, quel momento è poi arrivato, tardi rispetto ai primi tentativi, ma è arrivato.Una terza osservazione riguarda la confluenza su questo tema del socialista Fortuna e del liberale Baslini e, dietro di loro, dei rispettivi partiti e movimenti culturali e sociali. Socialismo e liberalismo sono due facce della stessa medaglia e convergono fisiologicamente nel radicalismo. Dopo di allora ne abbiamo avuto innumerevoli prove. Un'ultima sottolineatura: la Costituzione italiana ha molti punti neri, uno di questi è di non aver blindato il matrimonio dichiarandone l'indissolubilità. L'avrebbero raggirata lo stesso, intendiamoci, ma con maggiori difficoltà.A distanza di tanti anni, nessuno in Italia si permette più di spendere una parola di critica del divorzio, Chiesa cattolica compresa.
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Come l'Islam sta conquistando la Germania
VIDEO: Belgistan, l'islam in Europa ➜ https://www.youtube.com/watch?v=t51wYGE0KH4&list=PLolpIV2TSebW0v_67SEYHJFlDZvH9rc9ZTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7795COME L'ISLAM STA CONQUISTANDO LA GERMANIAIn alcune scuole sono musulmani l'80% degli alunni ed allora accade che i ragazzi si convertono all'islam per sentirsi integrati con i coetanei: è l'inizio della fine dell'Europa (VIDEO: Belgistan, l'islam in Europa)di Stefano FontanaNei giorni scorsi sono circolate due interessanti notizie sull'islam europeo.La prima è stata lanciata dal tabloid tedesco Bild e poi ripresa da altre testate, anche italiane, secondo la quale in alcune zone della Germania ad alta presenza musulmana - in molti casi la popolazione scolastica è musulmana per l'80% - si nota il nuovo fenomeno di bambini e ragazzi tedeschi che si convertono alla religione islamica. Il motivo indicato dal servizio sarebbe che in questo modo i ragazzi tedeschi possono integrarsi, altrimenti rischiano di rimanere emarginati e vittime della paura. L'interesse della notizia sta nel fatto che, in questo caso, non sono i ragazzi musulmani a trovare difficoltà di integrazione, ma sono quelli tedeschi. Il gruppo sociale islamico non è integrato nella società tedesca, ma è molto integrato in sé stesso e può essere quindi integrante anche al di fuori di sé. Si tratterebbe di un espansionismo esplosivo all'interno del Paese ospitante.La seconda notizia è che, sempre in Germania, gli islamici chiedono il Califfato. Una manifestazione di un migliaio di cittadini tedeschi di religione islamica tenutasi ad Amburgo ha pubblicamente affermato che il Califfato islamico è l'unica forma di Stato che un musulmano possa accettare. Per "Califfato" si intende lo Stato in cui la legge coranica è anche legge civile, le autorità religiose sono anche autorità civili, la comunità musulmana coincide con la comunità civile e dove è impedita ogni altra religione diversa da quella islamica.Si potrebbe pensare che questa seconda notizia rimandi ad un gruppo estremista e che quindi rimanga una posizione isolata e marginale rispetto alla presenza musulmana diffusa in Germania. Se però la colleghiamo con la prima notizia il quadro cambia, perché si constata un allargamento della civiltà islamica in Germania non solo tramite una dimostrazione di piazza di tono estremista che inizia e finisce subito, ma nella vita quotidiana.Il filosofo Rémi Brague, grande conoscitore della cultura islamica, aveva detto che l'islam non è una religione, bensì una civiltà.
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Decreto Valditara: la controproposta dell'estate parentale
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7760DECRETO VALDITARA: LA CONTRO-PROPOSTA DELL'ESTATE PARENTALE di Stefano FontanaIl decreto con cui il ministro (della pubblica istruzione e del merito) Giuseppe Valditara ha finanziato l'apertura delle scuole di istruzione primaria e secondaria durante l'estate avrà senz'altro ottenuto molti apprezzamenti. Lo Stato che fa la mamma anche d'estate, dato che le mamme non cessano di lavorare l'8 giugno quando termina l'attività scolastica, piace senz'altro a molti. A me invece non piace e penso che le famiglie dovrebbero starne alla larga ed eventualmente pensare a soluzioni alternative.Le attività previste e finanziate dal decreto Valditara riguardano percorsi "di aggregazione e formazione". I destinatari e i contenuti potranno essere fissati anche in collaborazione con università, enti locali e organismi del terzo settore. Alla base del decreto c'è il "Programma nazionale scuola e competenze 2021-2027" che prevede il finanziamento di attività sportive, musicali e teatrali legate alla "sostenibilità". Altri fondi arriveranno dal PNRR per la formazione alle discipline STEM.La novità Valditara non è assoluta. I comuni già sono da anni su questa strada dell'utilizzo degli edifici delle scuole primarie per dei "grest" laici. Il fatto è che alunni e studenti a scuola ci stanno già troppo e non è buona cosa aumentare il tempo in cui le famiglie mettono i propri figli nelle mani dello Stato-Educatore. È naturale che non si tratterà solo di intrattenimento ludico, finalità estranea di per sé alla scuola, ma le attività saranno condite con finalità formative e educative che potrebbero essere anche discutibili. Dietro l'educazione all'integrazione può nascondersi di tutto.NESSUNA NEUTRALITÀSotto l'educazione alla sostenibilità pure. Dietro la formazione alle discipline STEM in pratica si nasconde l'avviamento alla digitalizzazione. Nessuna garanzia di neutralità educativa, dunque. L'eventuale collegamento con le università o gli enti locali, più che tranquillizzare, preoccupa, data la caratterizzazione ideologica di molti di questi enti, che comunque fanno sempre parte del sistema statale e articolano ma non diminuiscono la centralizzazione educativa. Nemmeno il riferimento all'eventuale collaborazione con gli enti del terzo settore può mettere l'anima in pace, perché il terzo settore in Italia ha scarsissima autonomia progettuale in quanto è anch'esso finanziato dallo Stato, direttamente o indirettamente, ed è campo di militanze ideologiche molto accentuate. Alle attività estive nelle scuole statali saranno certamente cooptati enti del terzo settore allineati a quelli che oggi si intendono essere i "valori civici" politicamente corretti.In ogni caso si tratta di un ulteriore declassamento della famiglia, naturalmente con la scusa di aiutare la famiglia. Lo Stato si prende i figli dalla culla all'università, emargina i genitori dal compito educativo e li relega nel mondo del lavoro e siccome nove mesi non bastano, ora si prende anche i tre mesi estivi. È doloroso constatare che questa cultura dell'educazione pubblica è presente in tutte le forze politiche ed è in grado di sopravvivere al susseguirsi delle maggioranze.UNA VIA D'USCITAVista la cosa in questo modo, però, può manifestarsi anche una via d'uscita alternativa. Sarebbe cosa buona che alcune famiglie si organizzassero in proprio, fuori dallo Stato, per gestire in autonomia il periodo estivo in forma "parentale". Accertata una comune visione cristiana dell'educazione, le famiglie potrebbero programmare la giornata dei propri figli dopo la fine delle lezioni a scuola. A curarsi dei figli potrebbero essere di volta in volta diverse figure: una mamma che non lavora, figli maggiori che possono dedicare qualche ora togliendola allo studio universitario, qualche nonno ancora attivo e propositivo, amici che hanno del tempo libero insieme a delle competenze nel campo educativo. Una specie di "scuola parentale estiva", alla cui espressione però sarebbe meglio togliere la parola scuola, che qui adopero per far capire il concetto di fondo. Non si tratterebbe solo di sostituire un centro estivo parrocchiale o statale con un altro, sarebbe piuttosto un radicale cambiamento di prospettiva, espressivo della consapevolezza di rompere il circolo vizioso: io Stato ti distruggo la famiglia e poi intervengo con le mie strutture in suo aiuto, tu pensa a lavorare che ai tuoi figli ci penso io, anche d'estate.Questa proposta mi sembra interessante anche per un altro motivo. Organizzare una vera e propria scuola parentale è difficoltoso, ma organizzare una custodia educativa dei figli per i tre mesi estivi può essere un obiettivo fattibile. Certo non semplice, ma fattibile sì. Da questa esperienza può consolidarsi la convinzione di un "fai da te" educativo e sussidiario e, chissà!, qualche gruppetto di famiglie potrebbero poi essere incoraggiate a mettere in piedi anche una vera e propria scuola parentale. Intanto riappropriamoci dei figli durante l'estate, poi potremmo passare a riprenderceli anche negli altri nove mesi, non si sa mai.
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Fusaro, il turbo-marxista che incanta i cattolici
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7722FUSARO, IL TURBO-MARXISTA CHE INCANTA I CATTOLICI di Stefano FontanaIl filosofo Diego Fusaro è marxista, anche se di un certo tipo, ed è piuttosto ascoltato tra i cattolici, soprattutto quelli di un certo tipo, che ambiscono alla sua presenza in occasione di presentazioni di libri o di convegni e vedono molte convergenze tra la sua analisi della situazione attuale del mondo e della Chiesa e la visione cattolica. Verrebbe da pensare ad una nuova fase del dialogo tra marxismo e cristianesimo. Negli anni Settanta del secolo scorso questo dialogo tendeva a far convergere i cristiani su posizioni rivoluzionarie, adesso si pensa che sia il neo-marxismo alla Fusaro a convergere verso posizioni cattoliche conservatrici.Fusaro scrive molto ed è anche molto presente nel web e in tv. I suoi interventi vogliono rovesciare le canoniche posizioni della sinistra borghese progressista. Per esempio egli è critico del Sessantotto ("liberazione non dal capitale ma del capitale"); sembra tenere molto alle identità nazionali e rimprovera la sinistra di demonizzare il nazionalismo chiamandolo fascismo; recupera, anche se a suo modo, il concetto di "patria" che invece è inviso al cosmopolitismo della sinistra; si ritiene populista mentre questo termine viene demonizzato dal neosocialismo liberale; parla della comunità come luogo delle "radici etiche" e accusa la sinistra di pensare più agli omosessuali che agli operai; denuncia il nuovo globalismo finanziario delle élites internazionali, è contrario alla cancel culture, al reddito minimo garantito, all'abbandono dei simboli del crocefisso e del presepe e vuole che si torni al concetto di verità... Capita così che molti cattolici che non siano "cattolici democratici", apprezzino e condividano queste sue novità, perfino (o forse soprattutto) quando egli critica la linea di Papa Francesco, valutandola come obbediente alle logiche dei Soros e degli Schwab. Le sue invettive contro il "turbocapitalismo", che elimina le identità e che genera una classe di sconfitti (il "popolo degli abissi") e una di dominanti "demofobi", ossia che odiano il popolo come scrive nel libro Demofobia, sono considerate conformi ad un certo cattolicesimo comunitarista e solidarista.Questo risulta ad una lettura di superfice, ma invero le cose non stanno così.FIGLIO DEL NEMICO CHE VUOLE COMBATTERELa principale contraddizione che si può riscontrare in Fusaro è che egli rimane all'interno della prospettiva di pensiero che intende contrastare. La cosa è evidente anche dal semplice esame dei suoi autori di riferimento. Le citazioni spaziano su un numero infinito di pensatori moderni, ma non c'è dubbio che i maestri di Fusaro siano Hegel, Marx e Gramsci. Soprattutto quest'ultimo al punto che Fusaro si propone come il nuovo Gramsci. Ora, la prospettiva degli autori di riferimento di Fusaro deriva dal modernismo filosofico, ma a quella stessa eredità di pensiero fanno riferimento anche i fenomeni che egli contesta - dal turbocapitalismo all'"open space della società liquida cosmopolitica", come egli scrive. Per questo motivo è lecito sostenere che egli si contraddica e, soprattutto, che non dia vita ad una vera alternativa.A questo proposito, esaminiamo la proposta di Fusaro nella sintetica formulazione datane da lui stesso: "populismo integrale socialista e democratico". L'espressione contiene i tre concetti di popolo, di socialismo e di democrazia che Fusaro accoglie e ripropone nei significati dati loro dalla modernità successiva alla Rivoluzione francese e che quindi contraddicono il significato che la dottrina politica cattolica assegna loro. Il popolo, per lui, è quanto "sta sotto" (ceti medi e classi lavoratrici), in contrapposizione a quanto sta "sopra" (le élite), sicché l'appartenenza al popolo è un dato sociologico e "di classe". Infatti, egli contrappone l'"oligarchismo liberista" e il "populismo socialista". Il popolo di Fusaro manca di due elementi che gli sono invece essenziali per la visione cattolica: avere una base naturale, ossia essere l'insieme di una serie di società naturali e non solo sociologiche, prima di tutto la famiglia, ed essere unito dai fini naturali e, soprattutto, dal fine ultimo. Anche il concetto di "lotta di classe", che Fusaro ripropone nella nuova versione della guerra tra élite e popolo, è estraneo al pensiero sociale cattolico, dato che il bene comune suppone la concordia e non la lotta.Il socialismo e la democrazia radicale vengono poi congiunti tra loro perché questo "popolo degli abissi", secondo Fusaro, deve essere aiutato da un "moderno principe" (ecco che torna prepotente Gramsci) ad esprimere una "volontà collettiva" affinché le diverse domande sociali presenti nel popolo si trasformino in soggettività politica. Le forze eterogenee presenti nel popolo vanno aiutate a transitare verso il "blocco egemonico e storico". Questo darebbe luogo ad una democrazia che Fusaro chiama "radicale" o "compiuta" e che fa tutt'uno con lo Stato sovrano, in modo che populismo e sovranismo coinciderebbero. Come esempi di questo processo, Fusaro indica il movimento 5 Stelle e lo spagnolo Podemos. Mai degli esempi hanno potuto essere così negativamente eloquenti.Egli prefigura quindi un popolo culturalmente egemonizzato da un nuovo socialismo, plasmato culturalmente e guidato da un nuovo "moderno principe" che fa capo ad uno Stato sovrano: tutti concetti, compreso questo di "sovranità", assolutamente alieni dalla dottrina sociale della Chiesa e figli, o nipoti, delle categorie politiche moderne. Del "turbocapitalismo" egli non riesce a spiegare le origini: se lo facesse le troverebbe nello stesso ceppo di pensiero a cui lui stesso attinge.LA FINE DEL CRISTIANESIMO?Tornando alle numerosissime citazioni con cui Fusaro apre ogni capitoletto dei suoi libri, si nota che tutte finiscono per sostenere le sue tesi, anche se ad esprimerle sono autori molto lontani tra loro. Il capitolo del libro La fine del cristianesimo dal titolo "Senza Dio, il nuovo spirito del capitalismo", è introdotto da una frase di Marx ed Engels, come se costoro non avessero contribuito ad un mondo senza Dio ma, al contrario, ne avessero messo in guardia. Quello di Fusaro è una specie di melting-pot delle citazioni, un sincretismo dei riferimenti che si traduce in un accostamento spericolato delle varie filosofie. Secondo lui il "fanatismo economico" del turbocapistalismo si oppone al "comunismo realizzato", all'"etica borghese", alla "lotta di classe planetaria", agli "Stati sovrani nazionali" e... alla "prospettiva religiosa", facendo così di ogni erba un fascio, dato che anche il comunismo realizzato o lo Stato moderno assoluto si oppongono alla prospettiva religiosa. Questo modo di procedere è particolarmente evidente quando Fusaro tratta del cristianesimo nel libro già citato. Alcuni esempi possono essere eloquenti.Dopo aver criticato l'"assalto al cielo" del neocapitalismo che ha ridotto gli uomini ad "atomi disumanizzati", Fusaro affida ad Hegel il compito di spiegare questo fenomeno e di fornire la risposta. Ad Hegel, che è il principale responsabile della riduzione della religione a mondo. Come alternativa all'appiattimento della realtà sull'esistente e all'uomo "resiliente", ossia che si adatta (come da lui illustrato nel libro Odio la resilienza), egli parla di Thomas Müntzer e del millenarismo protestante, di Ernst Bloch e della "corrente calda" del marxismo, e di Gioacchino da Fiore, tutti autori che però hanno storicizzato la trascendenza e, quindi, che hanno contribuito a produrre quell'"attacco al cielo" che Fusaro lamenta. Se ne lamenta da marxista e quindi fa questi errori.Prendendosela con le "logiche adattive" dello spirito di resilienza, Fusaro fa rientrare in questa categoria sia l'empirismo di Locke che il realismo di San Tommaso con la sua visione della verità come adaequatio rispetto alla realtà. Di fatto li appiattisce l'uno sull'altro, mentre stanno ad una distanza siderale. Sono riferimenti confusi che impediscono di distinguere nelle direttive culturali del pensiero moderno il vero e il falso. I pochi autori cristiani citati - manca completamente San Tommaso - finiscono nel tritatutto del fusaro-sincretismo.Nel libro sulla fine del cristianesimo, Fusaro parla molto di Benedetto XVI e di Francesco. Celebra il primo, che avrebbe mantenuto l'alternativa al mondo, e critica il secondo, con il quale la Chiesa sarebbe diventata subalterna al mondo, il cristianesimo si sarebbe auto-neutralizzato, la neo-chiesa sarebbe diventata una succursale del nuovo ordine mondiale, e con il millenarismo green avrebbe obbedito alle istituzioni mondialiste, trasformando i credenti in consumatori. L'attuale situazione "scismatica" è considerata conseguenza di questo "bivio". Da qui il nuovo auspicio: "Il cristianesimo può tornare ad essere rivoluzionario, come lo fu in origine, se saprà organizzarsi come corrente calda di opposizione alla civiltà del nulla, riaffermando la civiltà dell'uomo come imago Dei e della comunità solidale come unità delle creature, nonché l'esigenza di un'attuazione in terra del regno dei cieli". Belle parole, che Fusaro, con un gioco di prestigio, fa risalire - poteva non essere così? - ad Antonio Gramsci. Ma in questo modo alla Chiesa non sarà riservato altro compito che "divenire parte integrante della protesta contro la falsità universale del regime del tecnocapitalismo". Troppo poco per invitare così spesso Fusaro ad eventi cattolici.
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Libertà di religione? No, grazie!
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7693LIBERTA' DI RELIGIONE? NO, GRAZIE! di Stefano FontanaLe preposizioni, siano esse semplici o articolate, hanno grande importanza nell'espressione in lingua italiana. Così capita anche per le tre espressioni che riguardano la libertà religiosa nella vita pubblica: libertà di religione, dalla religione, della religione. Esse esprimono tre visioni completamente diverse per cui bisogna fare attenzione, quando si parla di questi argomenti, ad usare bene le preposizioni.1) LIBERTÀ DI RELIGIONEQuesta è la versione liberale della libertà religiosa. Di religione vuol dire di ogni religione e quindi si riconosce a tutte le religioni un eguale diritto ad esprimersi in pubblico, non distinguendo tra di esse nessuna più vera di un'altra. La società diventa così il supermercato delle religioni, con tutti i prodotti religiosi sugli scaffali a disposizione dei singoli cittadini che prenderanno questa o quella. La libertà, qui, è intesa come libertà immotivata di scelta. L'autorità politica tutela solo questa e non fa propria nessuna religione specifica. Essa tutela anche il diritto del cittadino non solo a sceglierne una ma anche a riportarla sullo scaffale quando se ne fosse stancato per prelevarne un'altra. Questa società sembra a prima vista aperta al fatto religioso, ma in realtà è chiusa. Infatti, essa considera le religioni come tutte uguali, ossia come tutte vere e come tutte false nello stesso tempo. Le considera come indifferenti alla vita politica e fuori degli interessi dell'autorità politica. La libertà di religione è in fondo una posizione atea.2) LIBERTÀ DALLA RELIGIONEQuesto modo di intendere il fatto religioso consiste nell'escluderlo completamente dalla vita pubblica, impedendone ogni manifestazione nella pubblica piazza. Ogni religione sarebbe un limite alla libertà umana, sociale e politica, perché introdurrebbe nella vita pubblica degli assoluti, fonte di intolleranza. La libertà è considerata come indipendenza da costrizioni esterne alla coscienza, possibilità di espandere la ricerca razionale senza dover seguire dei dogmi, consapevolezza che esistono sì opinioni in dialogo tra loro ma non verità, le quali bloccherebbero il dialogo. Questa libertà religiosa è quindi ostile alle religioni, esprime un laicismo accentuato e un anticlericalismo appuntito. Inizialmente lo fa per motivi umanistici (difendere l'uomo da Dio come fonte di alienazione) ma poi finisce anche per liberarsi dell'uomo, visto anch'esso come fonte di una nuova religione, seppure non più trascendente. All'umanesimo ateo segue la fine dell'umanesimo.3) LIBERTÀ DELLA RELIGIONEQuesta terza impostazione riconosce che esiste una religio vera, la quale ha diritto alla propria libertà non tanto e non solo in nome di una generica libertà di religione, ma in virtù della propria verità e della sua necessaria presenza nella vita pubblica per garantire al meglio la sanità di vita della politica stessa. La religio vera ha la pretesa di essere unica e indispensabile non solo per la salvezza eterna delle anime ma anche per la costituzione e il mantenimento della vita sociale in armonia con le finalità autentiche dell'essere umano. Essa, in quanto vera, interpella anche la verità della politica, spingendola ad essere politica nel modo migliore. Questo richiede che la politica sia sensibile alla libertà di questa religione, che la protegga anche per garantire sé stessa, e che tolleri a certe condizioni le altre religioni, ma senza porle sul suo stesso piano. Il criterio per valutare la verità delle religioni da parte della politica non sarà un criterio religioso ma di ragione politica ispirata al diritto naturale, ben sapendo, tuttavia, che il custode ultimo anche del diritto naturale è la religio vera e non la politica.
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L'ora di religione la fede in balia delle opinioni
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7687ORA DI RELIGIONE: LA FEDE IN BALIA DELLE OPINIONI di Stefano FontanaIn questo periodo dell'anno famiglie e studenti devono scegliere se avvalersi o meno dell'insegnamento della religione cattolica (IRC). Le diocesi fanno quindi la loro promozione. Talvolta intervengono direttamente i vescovi, altre volte i responsabili degli uffici diocesani e si stampano manifesti che vengono collocati agli ingressi delle chiese parrocchiali. Gli argomenti per convincere sono sempre gli stessi: si esclude che sia un indottrinamento, si precisa che non è catechismo, si conferma che l'approccio deve essere culturale e non confessionale, che il clima è di dialogo, che si vuole dare spazio alle domande dei giovani, che si affronteranno temi di vita concreta, che verrà analizzato il fenomeno religioso in senso lato, che si favorirà una apertura mentale per poter comprendere la storia e la cultura della nazione e così via.Al di là di queste belle parole, l'IRC nella scuola pubblica non è affatto un mondo di rose e fiori. In molti casi gli insegnanti scelgono questa attività in via provvisoria, in attesa di migliori sistemazioni. Qualcuno di loro ha frequentato un Istituto di Scienze Religiose ma molti non hanno una preparazione specifica in campo teologico. La selezione dei docenti avviene da parte del rispettivo ufficio diocesano, che in certi casi procede con criteri poco trasparenti. Il docente, pur se nominato dalla diocesi, deve essere gradito anche al dirigente scolastico, in caso contrario costui può richiederne la rimozione.1) NON SI PARLA DI RELIGIONE CATTOLICACiò crea un certo imbarazzo nel docente che spesso si vede costretto a "compiacere" alle linee educative della dirigenza scolastica della scuola in cui insegna. Il dirigente è avvantaggiato perché le "pratiche", comprese le sostituzioni in caso di assenza, sono a carico della diocesi e non della propria segreteria, ma nello stesso tempo è preoccupato che i docenti in questione non esprimano posizioni di cultura religiosa troppo forti e alternative. Ci sono poi i dirigenti militanti che nell'orario settimanale collocano le ore di religione cattolica nelle posizioni più adatte a disincentivare l'adesione degli studenti. Del resto, con una quarantina di minuti a disposizione alla settimana, togliendo poi le sospensioni o i rimaneggiamenti del calendario per molti motivi, cosa si può riuscire a dire di fondato?Le difficoltà ora accennate non sono comunque le più importanti. Il fatto principale è che alla fine non sembra che l'IRC nella scuola pubblica insegni veramente la religione cattolica. Le ore di questo insegnamento vengono riempite da docenti nel modo più vario. Si parla di tutto e, spesso, senza mai parlare della religione cattolica. Si parla di sessualità e amore, di altre religioni cristiane e non cristiane, di fatti di cronaca, di problematiche morali, di educazione civica, di guerra e pace, di ecologia, di politica, di temi scottanti (sempre quelli) come l'evoluzionismo, le crociate o l'inquisizione, di "nuovi diritti"... Ci sono docenti che preparano un programmino organico, ma altri entrano in classe ed improvvisano, spesso lasciando che gli studenti pongano qualche problema per poi suscitare un dialogo attorno ad esso. Alla varietà dei temi trattati, corrisponde la varietà delle convinzioni teologiche dei docenti che sono cattolici in modo spesso molto diverso tra loro.2) SI PARLA CONTRO LA RELIGIONE CATTOLICAVa riconosciuto che in molti casi non solo non si parla di religione cattolica, ma si parla anche contro la religione cattolica. I responsabili dei progetti gender nelle scuole statali sono spesso i docenti di religione cattolica, naturalmente senza che l'ufficio diocesano competente abbia nulla da dire. Questo anche perché spesso questi docenti, per avere un "riconoscimento" vero della loro presenza nella scuola, essendo quello di insegnante di religione cattolica piuttosto debole, si impegnano in funzioni di coordinamento didattico.Sta di fatto che non si ha alcuna certezza che questo insegnamento serva alla religione cattolica. Anzi, si può legittimamente temere che, in generale, la danneggi deformandola e adattandola al gradimento degli studenti, riducendola quando va bene ad un confronto di opinioni, una specie di talk-show scolastico. Per essere accettato, l'insegnante di religione deve adattarsi alle campagne per le quali di volta in volta il potere decide di mobilitare gli studenti: ieri la verità per Giulio Regeni, oggi le tesi di Greta Thunberg o il femminicidio.La problematica in questione ha anche a che fare con gli Istituti di Scienze religiose. L'ultimo numero della rivista della Facoltà Teologica del Triveneto Studia Patavina riferisce che in Italia sono circa 10 mila i frequentanti questi Istituti e la maggioranza lo fa in vista dell'IRC nella scuola statale. Se questo insegnamento si riducesse sarebbe un guaio perché gli Istituti di Scienze religiose imploderebbero.Il 10 gennaio scorso il cardinale Zuppi e il ministro Valditara hanno firmato l'accordo per l'immissione in ruolo di cica 6400 insegnanti. La situazione dell'IRC illude la Chiesa italiana di essere efficacemente sul campo quanto a formazione, ma così non è. Essa dipende dallo Stato e dalle ideologie che entrano nella scuola statale. Lo stato di salute di questo insegnamento ci dice che con esso la Chiesa si riduce ad una minoritaria agenzia formativa di una non meglio precisata etica umanisticheggiante. Peccato che non si intravveda alcuna spinta a educare e istruire in proprio.
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No al DDL Roccella sulla violenza alle donne
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7620NO AL DDL ROCCELLA SULLA VIOLENZA ALLE DONNE di Stefano FontanaIl nostro Osservatorio esprime una valutazione molto negativa del cosiddetto ddl Roccella (dal nome del ministro della famiglia e delle pari opportunità), approvato definitivamente dal Senato nei giorni scorsi e avente ad oggetto "Disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica". Sia il governo che il parlamento hanno preferito seguire l'emozione della pubblica opinione costruita ad arte dopo l'omicidio di Giulia, aderendo a una visione della problematica distorta dall'ideologia e approvando delle misure nell'ambito della educazione e della pubblica istruzione decisamente inaccettabili. La maggioranza parlamentare e il si sono adeguati, per carenza di criteri culturali alternativi, alla corrente di pensiero di sinistra e radicale, rumorosa e tendenziosa ma non per questo attendibile.La drammatica e riprovevole vicenda dell'omicidio di una giovane donna, rubricata sotto l'etichetta ideologica di "femminicidio", corrisponde ad una realtà volutamente deformata a cui si sono prestate le maggiori testate giornalistiche e, soprattutto, le televisioni nazionali sia private che statali. Tutti hanno recitato con pressante insistenza e pervasività lo stesso copione. Nelle scuole statali si è iniziata una propaganda a senso unico. Anche il mondo cattolico vi ha ampiamente aderito, se i settimanali diocesani non hanno avuto dubbi a parlare di "violenza di genere", accodandosi alla versione "ufficiale", e se nelle omelie domenicali i sacerdoti hanno ampiamente ripreso questo fatto, dopo aver nascosto invece quello di Indi Gregory. La linea culturale è stata dettata dalla sinistra sociale e dal movimentismo femminista e omosessualista secondo i quali il "femminicidio" è un disastro diffusissimo, le donne sono vittime in quanto donne, essere donna è la più recente delle forme di discriminazione, la colpa è del maschio in quanto tale, questi fatti avvengono prevalentemente in famiglia e tra le mura domestiche, sono in pericolo i diritti delle donne ma anche quelli di ogni "diverso", la rivoluzione femminista e di genere non è ancora finita perché in Italia c'è un rigurgito di "fascismo", di sessismo e di visione patriarcale. Peccato, come dicevo, che il governo e i parlamentari abbiano assunto acriticamente queste invenzioni funzionali a far passare una linea culturale radicale.I fenomeni di uccisione di donne per motivi di relazione con il partner maschio sono molto più limitati di quanto si dice, come ha anche affermato di recente il prefetto di Padova. Il movimentismo sociale di sinistra, femminista e omosessualista, ha compiuto un vero e proprio attacco terroristico alla sede romana di Pro Vita e Famiglia - cui va la nostra solidarietà -, con un atto proditorio che nessuno di quell'area sociale e politica ha condannato. Segno, questo, che c'è una regia dietro questa messa in scena del femminicidio e che la polemica è destinata ad altre finalità. Nell'attuale cultura woke la tesi del femminicidio assume il carattere della condanna del maschio in quanto maschio e del padre in quanto padre e quindi viene finalizzata alla distruzione della famiglia naturale. A questo proposito, i dati delle situazioni rubricate come "femminicidio" dimostrano che si tratta quasi sempre di relazioni più o meno irregolari e disturbate, ma ciononostante l'opinione pubblica viene indotta ad accusare la famiglia in quanto tale, considerandola fonte di violenza in se stessa - anche il titolo della legge parla di "violenza domestica" -, mentre la causa vera è la crisi della famiglia programmata e caparbiamente portata avanti. L'assunzione della donna come simbolo del "diverso" discriminato conduce ad allargare per analogia il discorso ad altri supposti "diversi" come sessuali e transessuali. Le vere situazioni di violenza contro le donne, dall'aborto selettivo all'utero in affitto, non vengono minimamente ricordati.Il ddl Roccella accoglie tutto questo, dato che è impossibile assumere la ratio del "femminicidio" così come oggi viene impostata senza accogliere anche tutti questi suoi effetti collaterali. È molto grave che, su questa base, si sia pensato di dover intervenire nella scuola pubblica con percorsi obbligatori di educazione alle relazioni sentimentali e alla diversità. Molto grave prima di tutto perché è una nuova ingerenza dello Stato in ambiti non di sua competenza, tagliando fuori ancora una volta i genitori e imponendo una educazione che ha tutte le caratteristiche di una ri-educazione ideologica voluta e attuata dal potere centrale. Di tutto abbiamo bisogno ma non di un ulteriore accentramento statalistico, soprattutto in campo educativo. Molto grave, poi, perché questi percorsi di educazione forzata saranno riempiti di contenuti assolutamente negativi, prima di tutto dal punto di vista morale. Data la composizione del corpo insegnante della scuola statale, che coltiva in massima parte una cultura ideologicamente di sinistra, relativista e irreligiosa, è inevitabile che il nuovo insegnamento venga riempito di contenuti diseducativi. Purtroppo, ciò varrà anche per le scuole cattoliche paritarie, integrate come sono nel sistema pubblico di istruzione, le quali non si sottrarranno all'inganno essendo già ora permeate della stessa cultura post-naturale di quelle statali strettamente intese. Chiesa e cattolici in genere non hanno nulla da obiettare, perché dovrebbe obiettare un preside di una scuola cattolica paritaria? Il ddl Roccella è una nuova spinta ad uscire dal sistema mediante la scuola parentale cattolica.
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Per essere tutti uguali, si deve togliere la libertà
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7571PER ESSERE UGUALI, SI DEVE TOGLIERE LA LIBERTA' di Stefano FontanaLa Dottrina sociale della Chiesa è a favore dell'uguale dignità degli esseri umani, ma discorda dall'egualitarismo come ideologia, non pensa che tutto debba essere uguale. L'ugualitarismo ideologico è sempre stato una minaccia per l'umanità e per la Chiesa, a cominciare da quell'eritis sicut dii della Genesi: "uguali a Dio". La filosofia classica aveva sempre contrastato questa visione egualitarista, riscontrando nel cosmo una gerarchia di esseri che doveva essere in qualche modo replicata nella vita della Polis. Il Cristianesimo parla della creazione del mondo da parte di Dio come espressione di gloria e di sapienza che sono esaltate dalla diversità degli esseri creati. Dio ama tutte le cose, ma il suo amore è all'origine creativa della loro diversità. Sia nella Chiesa che nella società non tutti sono uguali, i laici sono diversi dai chierici e anche tra i chierici c'è una gerarchia, come del resto tra sudditi e autorità nella vita politica. A richiederlo non è solo l'esigenza di diversità ma anche quella di unità. Sembra che una società di eguali sia più unita, ma così non è, perché manca dell'autorità gerarchica che conferisce unità al tutto, non con la forza del potere ma con l'ordinamento di tutti al bene comune. Il bene comune richiede la diversità, perché non è unico per tutti ma è analogico.Col pensiero moderno le cose cambiano. Gli uomini sono pensati originariamente come uguali nel senso di privi di ordine e di legge, ossia delle cose che differenziano e stabiliscono le gerarchie. Gli uomini sono individui irrelati, delle unità numeriche e come tali sono tutti uguali. Sono anche però disuniti e conflittuali, per cui serve la reductio ad unum, l'unità deve essere imposta. Il primo a dirlo è stato Marsilio da Padova nel suo Defensor Pacis e dopo di lui tutti i proto-pensatori della modernità. Per Rousseau tutti sono uguali sotto la Volontà generale, la disuguaglianza è un prodotto sociale ed egli voleva ripristinare nella società la stessa uguaglianza che c'era nella natura. Hobbes dice che «tutti gli uomini sono uguali per natura. La disuguaglianza ora presente è stata introdotta dalla legge civile». Per il comunismo tutti sono uguali sotto lo Stato/partito. Per la socialdemocrazia tutti devono essere resi uguali mediante la pervasiva presenza del Welfare statale dalla culla alla bara. Tutti sono uguali per la società di massa industriale e soprattutto postindustriale, nella quale le élite spariscono. Oggi si dice che tutti gli orientamenti sessuali sono uguali, che sentirsi maschio o femmina deve essere considerato uguale, che tutti hanno diritto al figlio, l'ecologismo impone comportamenti uguali per tutti, la società del controllo verifica che questi uguali comportamenti vengano veramente rispettati da tutti. Anche nella Chiesa si parla di egualitarismo, sospendendo la differenza tra Chiesa docente e Chiesa discente e quella tra sacerdozio universale e sacerdozio ordinato.Dostoevskij aveva visto bene gli enormi pericoli dell'egualitarismo nel suo libro I demoni: «Là ogni membro della società sorveglia l'altro ed è obbligato alla delazione. Ciascuno appartiene a tutti, tutti appartengono a ciascuno. Tutti sono schiavi e nella schiavitù sono tutti uguali. Nei casi estremi c'è la calunnia e l'omicidio, ma l'essenziale è l'eguaglianza. Come prima cosa si abbassa il livello di istruzione, delle scienze e degli ingegni. Un alto livello delle scienze e degli ingegni è accessibile solo alle capacità superiori, ma non occorrono capacità superiori! Gli uomini di capacità superiore si sono sempre impadroniti del potere e sono stati dei despoti. Gli uomini di capacità superiore non possono non essere despoti e hanno sempre pervertito più che non abbiano giovato; essi vengono cacciati o giustiziati. A Cicerone si taglia la lingua, a Copernico si bucano gli occhi, Shakespeare viene lapidato».
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Giorgio Napolitano, il presidente della repubblica in sintonia con i poteri forti
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7551GIORGIO NAPOLITANO, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA IN SINTONIA CON I POTERI FORTI di Stefano FontanaGiorgio Napolitano è stato un valido esempio della transizione del Partito Comunista Italiano dal comunismo delle prime ore, ancora filosovietico nella forma, anche se nella sostanza già imbevuto di togliattismo più che di gramscismo, e il neosocialismo dell'Italia e dell'Europa postmoderne, dall'ideologia evanescente e camaleontica e dalla completa sintonizzazione sulle decisioni dei poteri forti. Siano essi ideologici, economici o politici.Nel 1956 Napolitano esaltava l'invasione dell'Ungheria e difendeva il compito mondialista dell'Unione sovietica, il 20 febbraio 1974 in un articolo su L'Unità egli spiegava perché la cacciata di Aleksandr Solzhenitsyn dall'Urss fosse la «soluzione migliore» che il Partito comunista sovietico potesse adottare... per giungere, in tempi più recenti, ad appoggiare il bombardamento della Libia da parte di Francia e Inghilterra a nome della NATO iniziato il 19 marzo 2011, e architettare dal Quirinale, sempre nello stesso anno, un cambiamento di governo in ottemperanza alle richieste di chi comandava allora, e comanda tuttora, nell'Unione Europea.Il "migliorismo", l'ideologia di cui era sostenitore e principale protagonista nella omonima corrente del Partito Comunista, mostrava essere così una concezione politica cinicamente pragmatistica, in coerenza del resto con la linea di sviluppo dell'adattamento del comunismo all'Occidente democratico e secolarizzato. Pragmatismo e secolarizzazione che guidarono anche la sua azione nel caso di Eluana Englaro, con la quale la sua presidenza si macchiò di un'altra pesante colpa.BOMBARDAMENTI ALLA LIBIANella vicenda dei bombardamenti alla Libia è certo che la posizione di Napolitano fosse decisamente favorevole all'intervento, come egli stesso ebbe a dichiarare in seguito, confermando che, invece, almeno in origine, la posizione del presidente del Consiglio Berlusconi era contraria. È anche accertato che, in quei momenti di incertezza politica che caratterizzava tutti i partiti con passi in avanti e repentini ripiegamenti indietro, la posizione di Napolitano fu ferma e decisiva per garantire l'appoggio dell'Italia. Si sa ormai che i motivi per far fuori Gheddafi erano altri rispetto a quelli dichiarati allora, e che erano soprattutto di natura monetaria: la Libia stava lavorando per dar vita ad una moneta non dipendente dal dollaro.Anche nel caso del disarcionamento di Berlusconi dal governo alla fine del 2011 la mano di Napolitano si fece sentire in modo molto pesante e attraverso un piano ben congegnato e perseguito a tappe. Dapprima la borsa enfatizza il famoso scarto con i bond tedeschi, poi il 23 ottobre 2011 la Merkel e Sarkozy sorridono di Berlusconi in pubblico delegittimandone l'immagine internazionale, quindi Napolitano nomina Monti senatore a vita non si sa per quali meriti, e poi spinge Berlusconi, che teme per i riflessi borsistici sulle proprie aziende, alle dimissioni e incarica Monti di formare il nuovo governo. Il migliorismo in questo caso è consistito in un rigido pragmatismo politico, trasformando il ruolo della presidenza della Repubblica a soggetto politico attivo, linea che sarà poi proseguita da Mattarella.ELUANA ENGLARONel caso di Eluana Englaro, Napolitano ha avuto la responsabilità di avere aperto la prima significativa porta verso l'eutanasia, quando fece avvertire il Consiglio dei ministri in seduta - cosa assolutamente inusuale - che non avrebbe firmato un decreto legge che impedisse l'esecuzione della giovane come stabilito dai giudici. Si trattava di una minaccia e di un ricatto preventivi e, quindi, di un atto politico. Anche in questo caso l'ideologia migliorista produceva un comportamento crudamente pragmatico.Napolitano è stato il primo presidente della Repubblica ad essere rieletto, come avvenne il 18 aprile 2013. Rimase in carica per due ulteriori anni. La cronaca dice che il motivo è stata la situazione politica molto frammentata a seguito delle elezioni politiche avvenute in quell'anno. Però quella frammentazione politica si rispecchiava nel Presidente rieletto, figli l'una e l'altro di una degenerazione della politica che aveva radici lontane e profonde. Napolitano, nel suo discorso dopo la rielezione, redarguì aspramente i partiti, quegli stessi partiti che egli aveva però delegittimato durante la sua prima presidenza.Non va dimenticato che con la nomina di Monti alla presidenza del Consiglio nel 2011, inizia la storia dei leader governativi non eletti, ma decisi dal presidente della Repubblica. Dalla situazione di caos politico di allora emerse Letta, subito messo da parte però dallo stesso Napolitano che ad un certo punto gli preferì Renzi. Dietro al famoso "Enrico, stai sereno!" c'era Napolitano.Mercoledì 20 settembre, durante l'udienza in Vaticano, papa Francesco ha invitato a pregare per Giorgio Napolitano. Nel febbraio 2016 il pontefice aveva espresso una sorprendente, e per molti irritante, valutazione del suo operato politico. Aveva annoverato Re Giorgio tra "i grandi d'Italia" insieme ad Emma Bonino. In particolare egli si riferiva all'accettazione della rielezione, «quando ha accettato per la seconda volta, a quell'età, e sebbene per un periodo limitato, di assumersi un incarico di quel peso, l'ho chiamato e gli ho detto che era un gesto di eroicità patriottica».Sulla preghiera siamo d'accordo. Su questa valutazione politica no.
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Libertà di religione e doveri politici
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4153LIBERTA' DI RELIGIONE E DOVERI POLITICI VERSO LA VERA RELIGIONE di Stefano FontanaOggi la libertà di religione viene intesa nel seguente modo. L'uomo si trova davanti alle varie religioni, compresi l'agnosticismo o l'ateismo, e può scegliere l'una o l'altra. Il potere politico deve garantire questa sua libertà di scelta e questo lo può fare solo rimanendo indifferente a quale scelta venga fatta. L'individuo ha un libero arbitrio che precede la scelta di una religione o di un'altra e questo libero arbitrio è quanto la legge e il potere politico devono garantire. Non si garantisce una scelta ma la libertà di scegliere. La libertà di religione è intesa come la possibilità di scegliere, e poi di professare, liberamente la religione scelta.Il potere politico è quindi agnostico verso la religione e le religioni, non entra nel merito, non la considera una dimensione a se confacente. Il motivo per sostenere questo, di solito, è il principio di laicità al quale dovrebbe attenersi il potere politico. Se esso distinguesse tra religione e religione eserciterebbe una specie di protettorato per l'una o per l'altra.PERCHÉ QUESTA CONCEZIONE È SBAGLIATAQuesta concezione è sbagliata. In questo modo, la libertà di scelta è indifferente al contenuto di verità delle varie religioni. Se viene pubblicamente riconosciuta all'individuo la possibilità di scegliere ogni religione, vuol dire che non c'è una religione più vera di altre né una religione che contenga degli errori pericolosi per l'uomo e per la società. Ognuna potrebbe essere sia vera che falsa. [...]Così facendo, sia il singolo individuo che il potere politico accettano di non avere dei criteri razionali di verità per valutare le religioni. Questo significa che o le religioni non sono soggette a criteri di verità o che l'individuo e il potere politico pensano che la ragione sia così debole da non capire se una religione è più vera di un'altra. È evidente che, in ambedue i casi, c'è una separazione tra ragione e religione.Ecco allora perché questa versione della libertà di religione non può essere accettata. Essa implica la separazione tra libertà e verità (delle religioni) e tra ragione e religione. Una simile separazione non può essere accettata né dalla ragione né dalla religione (cattolica).LIBERTÀ E VERITÀConcentriamoci ora sulla concezione di libertà che sta alla base della visione della libertà di religione che abbiamo appena visto. Si deve distinguere tra libero arbitrio e libertà. Il primo è la pura capacità di scegliere, la seconda è l'esercizio della scelta secondo il bene. Fare il male comporta la perdita della propria libertà. Il libero arbitrio è una pura capacità di scelta e, quindi, è moralmente non significativo e assolutamente astratto. La libertà vera si ha nella scelta fatta secondo il bene; la schiavitù vera consiste nella scelta del male. San Paolo o Socrate in carcere erano liberi, un terrorista o uno stupratore fuori dal carcere non sono liberi.L'esistenza di una libertà precedente il bene e il male è l'idea della modernità, ma non è l'idea cristiana. Si tratta di una libertà astratta, vuota e assoluta, che diventa essa stessa giudizio del bene e del male. Se una cosa non è scelta liberamente è male, una cosa scelta liberamente è bene solo per il fatto di essere scelta liberamente. In questo caso Maria Santissima non sarebbe stata libera, dato che libertà era già tutt'uno con la verità. Invece la libertà è resa tale non solo dallo scegliere ma anche dalla scelta: essa ha a che fare fin da subito con la verità. Non può quindi esistere una libertà di scelta indifferente alla verità di quanto viene scelto. Ciò avviene anche nel caso della scelta della religione. Quando si sceglie una religione si compie un atto di libertà connesso fin da subito con il problema della verità. La verità delle religioni che si scelgono assume così un'importanza fondamentale per la vera libertà della scelta. La verità vi farà liberi.LIBERTÀ DI RELIGIONE E LEGGE MORALE E NATURALEUna evidente dimostrazione di questo è la possibilità di scegliere religioni che contraddicono principi di legge morale naturale. Una religione che richiedesse di sacrificare esseri umani agli dèi, l'uccisione degli infedeli, le mutilazioni genitali, oppure che impedisse le trasfusioni di sangue per motivi di salute, o subordinasse la donna all'uomo, che prevedesse il diritto del marito di stuprare la moglie, che imponesse forme di governo teocratiche, che prevedesse la prostituzione sacra oppure il plagio delle menti degli adepti, oppure i matrimoni combinati con bambine, oppure la poligamia o la poliandria o che ritenesse lecita l'omosessualità, oppure che prevedesse percorsi di spersonalizzazione... non rispetterebbe la legge morale naturale. Queste religioni conterebbero elementi di falsità e non di verità, di male e non di bene. Chi le scegliesse perderebbe (liberamente) la propria libertà.Il potere politico non può allora porsi come indifferente rispetto alla varie religioni, ma deve esaminarle alla luce della ragione pubblica e dell'autentico bene comune. Non può allora ammettere un indiscriminato diritto alla libertà di religione. Ci sono religioni - oppure aspetti di alcune religioni - che non hanno diritto a essere professate in pubblico. Certo che, per fare questo, bisognerebbe che il potere politico non avesse rinunciato, come purtroppo ha fatto, all'idea che la ragione politica possa conoscere il bene comune. L'indiscriminata tolleranza per tutte le religioni è figlia della debolezza della ragione in generale e della ragione politica in particolare. Ma non si creda che ciò non dipenda anche dall'aver smesso di pensare pubblicamente che possa esistere una religione vera. La politica è incapace di concepire un bene comune che faccia da criterio di valutazione delle religioni perché ha perso di vista il suo rapporto con la religione vera. Questo è un punto su cui torneremo: il rapporto con la religione vera permette alla ragione di valutare razionalmente la verità delle religioni.IL SILLABOSi capisce da quanto detto che la visione preconciliare del Sillabo aveva le sue legittime motivazioni. Il bene comune della società umana implicava il rispetto della legge morale naturale. Elementi di legge morale naturale ci sono più o meno in tutte le religioni ma solo la religione cattolica la garantisce completamente. Inoltre la legge morale naturale, che in linea di principio è accessibile anche alla retta ragione, di fatto ha bisogno della religione cattolica sia per essere adeguatamente conosciuta sia per essere adeguatamente rispettata. Per questo fa parte del bene comune non solo la legge morale naturale ma anche la religione cattolica, senza della quale anche i vincoli della legge morale naturale vengono meno. Papa Francesco ha scritto nella Evangelii Gaudium che c'è un diritto a conoscere il Vangelo. Dogmi cattolici hanno fatto la storia e le eresie avrebbero distrutto la società. Ecco perché lo Stato riteneva di dover proteggere la religione cattolica e impedire le altre religioni.I ragionamenti ora visti sono stati condotti dal punto di vista della ragione politica. Dal punto di vista della religione cattolica si deve aggiungere che la vita sociale e politica non è indifferente alla salvezza eterna delle anime. Certamente lo Stato non è la Chiesa e anche San Tommaso diceva che non si devono impedire per legge se non i peccati più gravi. Ma è evidente che l'organizzazione della vita terrena può impedire gravemente la salvezza delle anime. Tale vita terrena non ha solo un significato strumentale verso quella eterna, ha anche una sua propria dignità dovuta alla creazione, eppure, dentro l'unicità della vocazione alla salvezza, gioca un ruolo fondamentale per la salvezza o la perdizione.Faccio notare che tutti i concetti ora visti sono rimasti perfettamente tali nel magistero successivo e odierno: che esista una legge morale naturale, che tale legge morale naturale abbia bisogno della religione cristiana, che non esista un ordine naturale completamente autonomo rispetto a Dio, che la religione cristiana abbia la pretesa di essere la religione vera, che del bene comune faccia parte la religione vera, che le persone e le società (per gli Stati vedremo poi) abbiano dei doveri verso l'unica vera religione è considerato dottrina anche oggi. In altre parole la regalità sociale di Cristo è tuttora dottrina della Chiesa. [...]CONCLUSIONEPer paradossale che possa sembrare, è solo il rapporto privilegiato tra ragione politica e fede cattolica che garantisce la vera libertà di religione a tutte le religioni. La fine dello Stato confessionale, la deriva violenta più che garantista dell'indifferentismo religioso, la grave intolleranza praticata da chi pretende di essere tollerante ma non tollera chi pensa che non tutto si possa tollerare
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Dottrina sociale della Chiesa: l'eredità tradita di Leone XIII
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7452DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: L'EREDITA' TRADITA DI LEONE XIII di Stefano FontanaIn questo 2023 ricorrono i 120 anni dalla morte di papa Leone XIII, avvenuta il 20 luglio 1903. Gli anniversari sono sempre occasione di bilanci. In questo caso il bilancio riguarda il fondatore della Dottrina sociale della Chiesa nell'epoca moderna, non solo per la Rerum novarum ma anche per il coro di altre otto encicliche che fanno da cornice a quella sulla questione operaia e che Leone XIII stesso elencò nell'enciclica Annum ingressi nel 1902, ad un anno dalla sua morte. Il numero ora in uscita del "Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa" le presenta una per una sotto il titolo generale "Il progetto sociale di Leone XIII". Siamo rimasti fedeli a quel quadro di riferimento, almeno negli aspetti sostanziali?Alla base del suo approccio alla questione sociale stava l'enciclica Aeterni Patris (1879) che riproponeva la filosofia del realismo tomista in contrapposizione alle filosofie del tempo, soprattutto il positivismo materialista, invitando tutte le scuole cattoliche a farla propria nell'educazione. E oggi? Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI i punti fondamentali di quel quadro filosofico sono stati sostanzialmente conservati, dato che è stato mantenuto il rapporto tradizionale tra la ragione e la fede. Più di recente, invece, il magistero ecclesiastico sembra essersi allontanato da quei presupposti filosofici, assumendo una razionalità incentrata sull'esistenza e la storia. Su questo punto, di Leone XIII è rimasto veramente poco o nulla.L'ENCICLICA SULLA MASSONERIAPapa Pecci aveva scritto ben quattro encicliche e tre lettere apostoliche sulla massoneria, la più nota delle quali è stata la Humanum genus (1884). La massoneria veniva da lui considerata come relativista, libertaria, naturalista e diabolica. Oggi la Chiesa sembra aver cambiato rotta. Soprattutto dopo la famosa lettera del cardinale Gianfranco Ravasi ai "fratelli massoni" del 14 febbraio 2016. Non si può però dire che la natura e gli obiettivi della massoneria siano nel frattempo cambiati, né che si siano addolciti. Ancora oggi essa lavora per una religione universale dell'umanità priva di dogmi e combatte la Chiesa sia dall'esterno che dall'interno. Anche su questo punto il cambiamento è ben evidente.Leone XIII aveva rivendicato per la Chiesa il diritto ad una autorità originaria ed esclusiva su alcune materie, come la legislazione sul matrimonio e l'educazione. Secondo la Arcanum divinae sapientiae (1880), il matrimonio doveva e poteva essere solo religioso, perché, una volta sganciato da quel fondamento soprannaturale, si sarebbe via via degradato anche sul piano civile, come infatti abbiamo visto accadere. Quanto all'educazione, il papa sosteneva che la Chiesa avesse una funzione "sopraeminente", come disse poi anche Pio XI, in quanto incarnante una "maternità soprannaturale", di ordinare l'educazione dei bambini e dei giovani alla religione vera, che avrebbe garantito anche la ragione vera. Quindi nessun monopolio sovranista dello Stato in materia di matrimonio e di scuola. Oggi siamo lontanissimi da queste posizioni e non solo i laici ma anche i cattolici considerano giusto e naturale che il matrimonio e la scuola siano governati dello Stato. Anche qui nessuna continuità.Leone XIII pensava e insegnava nelle sue encicliche sociali che l'autorità viene da Dio e non dal popolo sovrano. Non negava in modo assoluto la democrazia, ma pensava che un potere sovrano, come è anche quello del popolo e non solo quello dei despoti assoluti, fosse inaccettabile e molto pericoloso. Chi è sovrano non dipende da altri sopra di sé, quindi può fare quello che vuole. E infatti oggi il popolo delle democrazie moderne fa quello che vuole (o si illude di farlo). Agli occhi di Leone XIII, ma anche di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la nostra democrazia attuale ha molti aspetti totalitari. Se l'autorità viene da Dio, allora il potere politico non è indipendente e autosufficiente, ha bisogno di porsi in relazione con la religione vera. Ma oggi questo principio è ampiamente abbandonato.OBBEDIRE A DIO PIUTTOSTO CHE AGLI UOMINIA proposito di religione vera ... Leone XIII non pensava che tutte le religioni avessero la stessa capacità di fondare e animare, pur rispettandone la legittima autonomia, la società e la politica, ma che questo scopo potesse essere agevolmente e proficuamente raggiunto solo dalla religione cattolica. Con variazioni e qualche problema lasciato aperto, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si attennero sostanzialmente a questo criterio. Oggi, invece, la Chiesa, per rispetto del principio dalla libertà di religione su cui Leone XIII avrebbe diverse perplessità, assegna a tutte le religioni la stessa capacità di animare e guidare la società civile, facendosi paladina dell'indifferentismo religioso, o al massimo del dialogo pubblico tra tutte le fedi. La distanza rispetto a Leone XIII qui è molto grande.Nell'enciclica Sapientiae christianae (1890), Leone XIII sosteneva che i primi tre doveri del cittadino cristiano nella società fossero i seguenti: è necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini; difendere la fede cristiana; obbedire ai pastori e alla Chiesa. Giovanni Paolo II ancora si atteneva - con le debite varianti - a queste indicazioni, dato che riteneva essere la Dottrina sociale della Chiesa un "annuncio di Cristo nelle realtà temporali", ma oggi questi doveri sono posti dopo altri e addirittura sono taciuti o eliminati. La talpa della secolarizzazione ha ben fatto il suo lavoro sotterraneo.Che dire allora a 120 anni dalla morte di Leone XIII? Limitiamoci a dire questo: bisognerà insistere col darsi da fare per capire quello che è avvenuto nel frattempo.
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Muore Berlusconi a 86 anni, tra meriti politici e limiti culturali
VIDEO: I processi di Berlusconi ➜ https://www.youtube.com/watch?v=mynoOO-QI6MTESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7442MUORE BERLUSCONI A 86 ANNI, TRA MERITI POLITICI E LIMITI CULTURALI di Stefano FontanaNon è cosa facile, ma vorrei ugualmente tentare una valutazione della presenza nell'arena politica di Silvio Berlusconi, presenza durata un trentennio, senza mescolare troppo le vicende private con quelle pubbliche. Non è cosa facile, perché all'origine di ambedue c'è la stessa personalità esuberante che, in fondo, non ha mai distinto tra i due piani, e i fatti privati sono diventati automaticamente pubblici certamente per la speculazione degli oppositori ma anche per volontà dell'interessato. Tuttavia, rimane possibile fare una disamina dell'influenza di Berlusconi sulla politica italiana, ponendo l'accento su quest'ultima piuttosto che sulle serate nella villa di Arcore.Quando, nel 1993, Berlusconi decise di "scendere in campo" eravamo nel pieno dell'inchiesta/manovra di Mani Pulite che aveva travolto la Democrazia cristiana e il Partito socialista, ma non il Partito comunista italiano. Secondo logica sarebbe dovuto accadere il contrario. In quegli anni il comunismo sovietico crollava, ma a subirne le conseguenze negative non erano i comunisti italiani ma i loro storici oppositori: democristiani e socialisti craxiani. Questo perché l'inchiesta del pool di Milano era condotta a senso unico. Era infatti un disegno politico. In quella situazione, con le barriere anti-sinistra divelte e con il Partito comunista di Occhetto pronto a schierare la propria macchina da guerra elettorale, Berlusconi ha riempito un vuoto e svolto un ruolo storico. Gli va anche riconosciuto il merito di aver sdoganato la Lega di Bossi e il MSI di Fini, che poi divenne Alleanza Nazionale, anche se in seguito dovette pagare cara questa alleanza, sia col "ribaltone" di Bossi sia con i continui ricatti di Follini (Udc) e Fini che indebolirono i governi da lui presieduti.IL PROCESSO INNESCATO DA BERLUSCONIAi meriti di Berlusconi in questa prima fase della sua presenza pubblica va anche aggiunto un utile movimentismo culturale che egli riuscì allora a creare in Italia, nel tentativo di rompere l'egemonia della sinistra. Nacquero nuove riviste, come "Ideazione", la rivista culturale di Forza Italia, e "Liberal" che, diretta da Ferdinando Adornato, esprimeva le idee di un pensiero liberale equilibrato e responsabile, utile antidoto al pensiero liberal della sinistra. Nacque Magna Charta di Pera e Quagliarello e capitò anche che Antonio Socci creasse in TV il suo programma "Excalibur" ove si parlò perfino di apparizione mariane. Gli intellettuali di corte rimanevano dall'altra parte, e anzi deridevano la presunta sprovvedutezza culturale del produttore di programmi televisivi come "Drive In", però intellettuali come il già citato Marcello Pera poterono esprimere in pubblico una voce nuova.Dopo quella fase iniziale, però, il processo innescato da Berlusconi si affievolì fino ad arenarsi. Egli si riferiva ad un elettorale moderato, quello della vecchia Democrazia cristiana, oltre che dei socialisti non massimalisti. L'elettorato del partito cattolico, tuttavia, soprattutto nella fase della segreteria di De Mita negli anni Ottanta, aveva subito un accentuato processo di secolarizzazione. Quella di Berlusconi era una proposta scolorita sul piano dei valori, che corrispondeva a quello che quell'elettorato moderato pensava sul piano dell'etica pubblica.Il moderatismo politico era figlio di un moderatismo culturale che non lasciava spazio ad impennate sui principi. Non ricordo battaglie decise e convinte di Berlusconi sui temi di frontiera etica che proprio allora stavano emergendo. Nel caso Englaro, alla fine, egli decise di non approvare il decreto legge necessario per bloccare la sentenza di morte. Napolitano aveva impropriamente avvertito il Consiglio dei ministri in seduta che non avrebbe firmato quel decreto. Berlusconi doveva e poteva farlo approvare lo stesso, ma non lo fece. Forza Italia e i governi Berlusconi non fecero mai nessuna battaglia né culturale né politica nel settore della vita e della famiglia. Da moderati, cercarono al massimo di moderare. Ma i tempi richiedevano ben altro.BERLUSCONI E I CATTOLICINei confronti dei cattolici e del mondo cattolico in genere, Silvio Berlusconi rappresentò una pietra di inciampo. Dopo il fallimento del Partito popolare di Zaccagnini, i cattolici si divisero in due parti contrapposte. Quelli che, come Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione, scelsero di collaborare con lui, e quelli della sinistra cristiana che lo odiavano politicamente. Egli era visto come un pericolo della democrazia, come il prevalere del privato sul pubblico, come l'ostacolo principale all'incontro storico tra cattolici e comunisti che da Franco Rodano in poi molti non avevano mai smesso di perseguire.Comunione e Liberazione lo appoggiò, ma Don Giuseppe Dossetti scrisse il suo pamphlet "Quanto resta della notte", Scalfaro si incaricò, da presidente della Repubblica, di tenerlo a bada, Francesco Saverio Borrelli invitò a "resistere, resistere, resistere!", Romano Prodi scese in campo contro di lui quale rappresentante del dossettismo della sinistra cattolica come se si trattasse dello scontro tra morte e vita. Del resto, già anni prima, Sergio Mattarella ed altri ministri della sinistra DC si erano dimessi per protesta contro la concessione delle licenze TV a Mediaset, paventando una dittatura mediatica. Pietro Scoppola, nel libro "La nuova cristianità perduta" aveva accusato le TV di Berlusconi di essere state la prima causa della secolarizzazione del popolo italiano, secolarizzazione che avrebbe addirittura resa obsoleta la "nuova cristianità" di Jacques Maritain.Il moderatismo etico-politico di Berlusconi, il suo liberalismo di convenienza, combattivo ma sempre rispettoso del sistema, ebbe un guizzo di fortuna in un primo momento, ma in seguito mancò di prospettiva, come è evidente anche dal fatto che non sia riuscito a creare una classe dirigente all'altezza dei compiti che egli stesso si proponeva. Portare in politica i propri protetti poteva avere una giustificazione nell'emergenza dell'inizio, ma poi non più. Per questo possiamo dire che non esista una vera e propria eredità di Berlusconi in politica, per due motivi: l'identificazione tra pubblico e privato e la debolezza di un liberalismo moderato della convenienza nel mentre la politica diventava l'arena di scontri radicali sempre più accesi sul piano dei valori.Nota di BastaBugie: Ruben Razzante nell'articolo seguente dal titolo "Berlusconi, c'è stata anche persecuzione giudiziaria" parla dei processi, anche mediatici, a Silvio Berlusconi, spesso sfociati nel nulla.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 13 giugno 2023:La morte di Silvio Berlusconi per tante ragioni è un evento epocale. Per giorni i media parleranno prevalentemente della scomparsa dell'ex premier, che ha segnato la storia italiana in tanti campi, da quello imprenditoriale a quello politico, da quello calcistico a quello dei costumi e dell'informazione. Tra gli aspetti più controversi della sua figura c'è il rapporto con la giustizia. Dal 1993, anno della sua discesa in campo, è iniziata tra Silvio e alcune procure, in particolare quella di Milano, una guerra senza esclusione di colpi, che ha condizionato profondamente le dinamiche politiche nazionali, alterando e turbando l'equilibrio tra i poteri.Di quel giustizialismo, che ha alimentato per anni un cortocircuito tra giustizia e informazione, di cui Berlusconi è stato il principale bersaglio, restano solo macerie. Una parte politica, la sinistra, ha sperato per anni di beneficiare delle disgrazie giudiziarie dell'eterno rivale, ma quasi mai ci è riuscita, anzi il clima giustizialista che ha dominato la scena politica italiana negli anni del berlusconismo ha prodotto solo livore, cattiveria e odio sociale.Ci si chiede se non sia esagerata l'espressione «persecuzione giudiziaria» applicata a Silvio Berlusconi. Probabilmente non lo è, perché l'accanimento nei suoi confronti da parte di settori altamente politicizzati della magistratura ha raggiunto livelli di guardia per molti anni, ispirando inchieste pretestuose che hanno inciso sulle casse del già dissestato pianeta giustizia e che abbiamo pagato tutti quanti noi cittadini di tasca nostra. Fiumi di denaro pubblico sono stati utilizzati per combattere battaglie di natura politica spesso sfociate in nulla, anzi paradossalmente servite a far apparire Berlusconi come un martire anche quando forse non lo era.Circa 30 anni di procedimenti che hanno visto implicato il leader di Forza Italia e più di un centinaio di avvocati che hanno lavorato per Berlusconi e le sue società. Decine di processi e più di 4.000 udienze per tentare di incastrarlo perfino sulle sue amicizie femminili.Ma si era capita subito l'aria che tirava quando entrò in politica. Già il 22 novembre 1994, pochi mesi dopo il suo trionfo elettorale del 27 marzo 1994, mentre presiedeva come presidente del Consiglio a Napoli il vertice Onu sulla criminalità transnazionale, a Silvio Berlusconi fu notificato dal pool di Mani Pulite un a
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La vera scuola cattolica: seconda giornata del Van Thuan sull'homeschooling
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7393HOMESCHOOLING, E' IL MOMENTO DELLA VERA SCUOLA CATTOLICA di Stefano FontanaLa prima via d'uscita dal sistema pervasivo che ci attanaglia è l'educazione. Certo, anche altri, a partire dall'informazione a cui si dedica la Bussola, informazione che, comunque, è anche formazione e quindi educazione. Valori e comportamenti oggi vengono largamente imposti. L'educazione nella scuola statale corrisponde - quando non vada ben oltre! - al patriottismo costituzionale, il che alla fine significa che i nostri figli devono condividere i principi repubblicani, anche quando vanno contro la legge naturale: buon cittadino e uomo buono si divaricano e il primo vince sul secondo.Media e social educano sì, ma nel senso che diseducano: non esiste un serial televisivo che non contempli l'omosessualità e che non presenti le famiglie divise o allargate come cose normali. Per rendere possibili i propri obiettivi, il sistema di oggi deforma sistematicamente l'educazione sull'ambiente, sulla procreazione, sulla religione, sulla salute, sull'identità maschile e femminile, sui fatti, raccontati secondo le narrazioni di regime, sulla storia...Anche nella Chiesa le cose non vanno troppo bene. Limitata e spesso scadente l'educazione religiosa, frequente l'omologazione ai criteri del mondo, presa di distanza dall'educare a giudicare la realtà. Quella che anni fa si chiamava "emergenza educativa" è ormai esplosa.Ci sono educatori - sia genitori che insegnanti, ma anche sacerdoti e religiosi - che si pongono seriamente questo grave problema. Sono genitori e insegnanti cattolici nella scuola di Stato, sono genitori e insegnanti cattolici nelle scuole paritarie cattoliche, sono genitori e insegnanti che stanno dando vista a scuole parentali e ad esperienze di homeschooling (scuola domestica, scuola fatta a casa). I primi si sentono abbandonati e fanno veramente fatica ad andare avanti in un contesto sistematicamente ostile e che percorre altre strade. I secondi resistono, ma si rendono conto che la scuola cattolica paritaria deve pagare un certo dazio al sistema imperante. I terzi sono più motivati e scaltriti, più alternativi al sistema e per molti rappresentano una chance positiva e da incoraggiare.C'è quindi un mondo dell'educazione che "non ci sta", soprattutto il mondo delle scuole parentali o domestiche. Questo mondo rappresenta la principale e forse unica speranza che abbiamo oggi davanti all'omologazione dei cervelli e dei cuori dei nostri figli e nipoti. Non c'è bisogno di attendere l'intelligenza artificiale, già oggi i cervelli e i cuori vengono plagiati sistematicamente. Questo mondo dell'educazione non è però solo un fatto educativo, è anche una mobilitazione sociale, prefigura un diverso assetto della polis, i suoi soggetti pensano ad una diversa presenza della religione cattolica e della Chiesa nella società. Sono quindi anche un fenomeno etico e teologico, che la Chiesa ufficiale, purtroppo, sta trascurando, mentre invece rappresenta un futuro di vera libertà.Se questo mondo è ben più che un semplice fenomeno educativo, esso richiede di essere visto dentro l'intero quadro della Dottrina sociale della Chiesa. Ha bisogno di essere valorizzato come germe di una società cristiana, tramite l'educazione ma oltre la sola educazione. È un ampio fenomeno in atto di costruzione della civiltà cristiana. In un momento storico in cui la Chiesa ufficiale dice che non bisogna impegnarsi per una società e civiltà cristiane, proprio questo sta invece facendo questo movimento della scuola cattolica. I genitori, gli insegnanti, le scuole cattoliche, soprattutto parentali, riconsegnano alla Chiesa e alla religione cattolica il primato educativo nella pubblica piazza, anche se la Chiesa ufficiale di oggi respinge l'offerta.Sabato 29 aprile 2023, si terrà a Lonigo (Vicenza), presso la Villa San Fermo dei Padri Pavoniani, la Seconda Giornata nazionale della Vera scuola cattolica, organizzata dall'Osservatorio cardinale Van Thuân sulla dottrina sociale della Chiesa. Essa fa seguito ad una analoga iniziativa dell'anno scorso da cui era emerso il Manifesto dal titolo "È il momento della vera scuola cattolica" sottoscritto da molte scuole, soprattutto parentali, nonostante molte di esse non amino comparire per evitare vessazioni e boicottaggi nei loro confronti. Questa prossima seconda Giornata riprende il cammino e l'evento sarà poi anche ripetuto in altre parti d'Italia. Essa sarà sia un momento di riflessione sui contenuti della vera educazione cattolica, sia un momento di incontro, dialogo e confronto sulle problematiche pratiche. Tutto il mondo che ho descritto sopra è invitato.Il filo conduttore della Giornata del 29 aprile sarà "A scuola di verità. Il quadro del sapere e le discipline". Il tema è fondamentale: la fede interpella la ragione e, quindi, le discipline - le "materie" scolastiche, si diceva una volta. Questo richiede che la fede sia considerata come un "sapere", altrimenti non può pretendere di interloquire con le discipline di insegnamento. La vera scuola cattolica fa passare l'annunzio anche attraverso le discipline, i saperi particolari. In gioco c'è la possibilità o meno di un "universo del sapere", senza del quale i nostri figli saranno sperduti e soli.
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La medicina pervasiva come nuovo potere assoluto
VIDEO: Dovete credere! ➜ https://www.youtube.com/watch?v=e6b22FCDwbM&list=PLolpIV2TSebVtj34zS7A0AabuQ9cf1Uxp&index=3TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7324LA MEDICINA PERVASIVA COME NUOVO POTERE ASSOLUTO di Stefano FontanaPer comprendere che tipo di potere si celi sotto il nuovo "potere terapeutico" è utile fare quattro passaggi concettuali.Prima di tutto bisogna prendere atto che la medicina ha investito tutta la vita sociale, ben oltre i limiti della pura e semplice lotta alla malattia e "quando noi vogliamo fare ricorso a un campo che crediamo esterno alla medicina, ci rendiamo conto che è stato medicalizzato", "La medicina non ha più oggi un campo che le sia esterno". Come scrive dom Giulio Meiattinni, l'esperienza Covid ha attestato il passaggio dal "sanatorio appartato al sanatorio pervasivo" La medicina ci educa a come alimentarci, a come utilizzare il tempo libero e le vacanze, a dove abitare, a come costruirci la casa e a mille stili di vita. Essa pontifica sui rapporti tra psiche e corpo e ci induce a consumare integratori naturali per le più svariate finalità. Ci induce a modificare chirurgicamente il corpo per fini estetici e a imbottirci di steroidi e cocktail proteici. Veicola una artificiosa ideologia naturalista. La scuola viene progressivamente medicalizzata, con la trasformazione dei problemi educativi in problemi clinici. La medicina diventa oggetto di consumo e di costume. Essa investe il lavoro con la medicina del lavoro, o lo sport con la medicina dello sport. La terapia psicanalitica ha sostituito la religione. Oggi chi entra in una farmacia lo fa per mille motivi - dall'aborto chimico alla cosmesi - e non più solo per la tradizionale cura della malattia.Il fatto di maggiore impatto di questo ampliamento di campo è costituito dalla medicina preventiva, che interviene prima dei sintomi e non dopo. Secondo Meiattini le politiche Covid hanno avuto due conseguenze: l'assorbimento nel cittadino della categoria del paziente e la sparizione della categoria del guarito" Con la vaccinazione di massa, le modifiche del dna nei concepiti in provetta, l'eugenetica, le strutture sanitarie a disposizione della disforia di genere nei bambini, il blocco della pubertà per dilazionare il momento della scelta del genere… la medicina diventa un preconfezionamento dell'umanità futura nei cui confronti la prevenzione dalle malattie è solo uno strumento mentre il fine è il transumanesimo.LA MEDICINA COME POTEREEccoci allora al secondo passaggio. Da tutto ciò è facile capire il nuovo significato politico della medicina. Essa rappresenta un enorme potere di controllo e pianificazione della popolazione. In questo potere trovano appuntamento le grandi case farmaceutiche, le fondazioni tecnologiche globali e i poteri politici. La medicina diventa così un sistema di governo politico, elemento fondamentale del Deep State. Le case farmaceutiche finanziano la ricerca, facendole dire quello che esse desiderano. I grandi media veicolano le narrazioni concordate. Il potere politico implementa le disposizioni necessarie a indirizzare i comportamenti dei cittadini.Questo nuovo potere sistemico, tuttavia, nelle democrazie occidentali ricerca il consenso dei cittadini che chiedono essi stessi di essere soggetti al controllo del potere sanitario/politico. È questo il significato dell'espressione "società palliativa". Il controllo sanitario, fin dalla metà del XVIII secolo, ha fatto emergere il soggetto della "popolazione" che in precedenza non esisteva dal punto di vista sociologico. Ora è la popolazione stessa che chiede di essere controllata e fonda a sua volta il potere sanitario. Così nelle democrazie occidentali si formano dittature sanitarie consensuali. Nel caso del biennio covid, nemmeno le dichiarazioni della Pfizer che attestavano come il lancio del prodotto fosse avvenuto fin dall'inizio nella consapevolezza della sua inefficacia è bastato perché la popolazione cominciasse a porsi qualche domanda, tanta era la convinzione prodotta in essa dal potere palliativo. Al concetto di società palliativa, va accostato poi quello di "psicopolitica" perché nell'occidente democratico la sorveglianza, il controllo e l'indirizzamento dei comportamenti si fa agendo sulle menti e non più sui corpi. Infine, va notato che il nuovo potere terapeutico si fonda sulla paura indotta, ma non la paura per le imposizioni o sanzioni del potere politico/sanitario, che invece si presenta e viene accettato come liberatorio dalla paura, bensì come paura dalle emergenze sanitarie e in particolare dai nuovi pericoli sanitari che, invece, proprio il potere sanitario produce.LA MEDICINA UCCIDEUna volta stabilito che la medicina è ormai pervasiva e che rappresenta un potere terapeutico, bisogna fare un terzo passo in avanti e comprendere che la medicina uccide: "la medicina uccide, ha sempre ucciso e ha sempre avuto coscienza di farlo". Non uccide per le sue carenze, per certe falle di ignoranza scientifica, per disfunzioni operative o per inadeguatezza degli operatori: "la medicina può essere pericolosa non a causa della sua ignoranza, ma per il suo sapere, proprio perché essa è una scienza".Oggi la medicina uccide tramite l'aborto di Stato, in applicazione delle leggi sull'eutanasia e il suicidio assistito, uccide gli embrioni umani prodotti in eccesso durante la fecondazione artificiale, i feti per trarne organi e cellule staminali per la ricerca. Durante la pandemia ha ucciso in vari modi: con la trascuratezza per gli effetti avversi, con l'applicazione obbligata di protocolli assurdi, con la negazione delle cure e la scelta ideologica e assoluta per il vaccino, facendo penare nell'isolamento tante persone anziane ricoverate, togliendo risorse ad altri reparti sanitari senza più la possibilità di garantire in essi la normale prevenzione e cura.A questi tre passaggi bisogna infine aggiungerne un altro. Il nuovo potere terapeutico si è integrato in un sistema economico politico che per alimentarsi e riuscire a mantenere il proprio potere ha bisogno che la società vanga concepita come composta da malati permanenti. L'onere della prova della malattia non deve più spettare al potere sanitario, ma al cittadino, da considerarsi malato fino a prova contraria da lui stesso prodotta. Ma siccome i criteri della prova sono stabiliti dal potere, il cittadino non è in grado di provare di non essere malato. Se non abbiamo la febbre è perché non ce la siamo ancora misurata. Il potere politico ha bisogno di malati "a priori", perché tutti possano rientrare nella sfera delle sue funzioni. Su questo esso fonda la prevenzione, come prefigurazione totale di una società futura. Ecco perché la società è come una immensa farmacia, o un immenso ospedale, dove le malattie si presuppongono e, per evitarle, si riprogramma l'essere umano. Se la malattia è permanente anche la paura è permanente e la paura rende permanente il potere.
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Il centrodestra svela il suo volto abortista
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7304IL CENTRODESTRA SVELA IL SUO VOLTO ABORTISTA di Stefano FontanaIl voto del 24 gennaio con cui la Camera (a grandissima maggioranza) ha "congelato" la legge 194 sull'aborto di Stato da ogni tentativo parlamentare, non solo di abolirla, ma anche di legiferare su quanto da essa disposto, ha rappresentato per la maggioranza uscita dalle recenti elezioni politiche uno schianto culturale e politico difficilissimo da recuperare. Si può parlare di fallimento.Dopo questo voto, il centro-destra ha un volto deturpato, o non ha più un volto. Il tema della difesa della vita non è un argomento settoriale della politica, esso è un "principio" e, come tutti i principi, non è negoziabile. Negoziare sui principi o, peggio, negare i principi vuol dire perdere i punti di riferimento fondanti, senza dei quali tutto cade perché diventa in-fondato. E se niente è fondato, tutto diventa manovrabile, cambiabile, sovvertibile, adattabile a seconda delle circostanze e degli interessi. Una maggioranza che non sa difendere nemmeno il fondamento della vita, perde di dignità politica anche in tutti gli altri campi e nei suoi confronti non fidarsi diventa d'obbligo.In questo frangente il centro-destra ha confermato di non avere una cultura politica. Infatti si è totalmente appiattito sul "fiore all'occhiello" della cultura del post-illuminismo borghese, dell'individualismo narcisistico, dell'emotivismo etico, della cultura postmoderna dei nuovi diritti: l'aborto. Se Meloni e Roccella la pensano come la Schlein su questo punto, che è un punto di luce per tutto il resto, come potranno pensarla diversamente sul resto? Con questo voto in aula, la coalizione che ha vinto le elezioni ha perso sul fronte della cultura politica.LA SINISTRA HA VINTO LA BATTAGLIA CULTURALELa sinistra, che ha perso le elezioni, governa ancora il Paese con le sue idee. La maggioranza di governo ha perso con le proprie mani. La grande questione è: se ne è accorta? Oppure l'assimilazione della cultura neo-borghese ha ormai preso il posto di una cultura di destra assente? Vincere per poi fare quello che dicono gli avversari, pensando per di più di averlo deciso in conformità alla propria cultura, è la peggiore delle sconfitte. Perdere pensando di vincere non ammette riscosse.La cultura del centro-destra non c'è, a ben pensarci però non c'era nemmeno alle elezioni. La Serracchiani, il giorno successivo all'esito elettorale, disse che nel Paese la sinistra era maggioranza. L'avevano derisa ma aveva ragione. La Meloni ha vinto perché PD e Terzo Polo non avevano trovato l'accordo. La Meloni non è stata eletta per la cultura alternativa di centrodestra che essa esprimeva, perché questa cultura non c'era. È stata eletta per mille motivi (giustissimi) di stanchezza, dopo la recita collettiva a copione prestabilito durata tanti anni.Se almeno la maggioranza leggesse più spesso quanto scrive Marcello Veneziani potrebbe trovare qualche strada, ma dubito che lo faccia. E i cattolici che ora siedono in Parlamento sugli scranni del centro-destra alzano la mano per approvare questa rinuncia pubblica alla verità del fondamento della vita, come nelle precedenti legislature di sinistra l'avevano alzata per la legge Cirinnà e iniziative legislative analoghe.PUO' UN CATTOLICO VOTARE CENTRODESTRA?Nel suo famoso libro del 1981 Dopo la virtù, Alasdair MacIntyre aveva sostenuto che se si rifiuta la possibilità di attingere a fondamenti etici impersonali e oggettivi e ci si rifugia nell'emotivismo secondo il quale la coscienza di ognuno è inconfutabile, si finisce per cancellare qualsiasi distinzione tra azioni sociali manipolative e non manipolative. L'aborto è una azione sociale manipolativa, in quanto l'altro non viene trattato come un fine ma come un mezzo.Con il voto sulla 194 la Camera della Repubblica ha fatto questa scelta, che è poi la scelta di gran parte del pensiero politico vincente nella modernità, secondo il quale "i valori sono creati dalle decisioni umane", come dicevano in tanti, da Weber ad Aron, da Nietzsche a Sartre, da Moore ad Hare. Ma è proprio da questa visione che una cultura di destra che voglia dirsi alternativa dovrebbe schiodarsi, ritornando invece ad una cultura dei fondamenti, ad una concezione che pone alla base della politica l'adesione ad un ordine impersonale. Proprio quanto con il recente voto sulla 194 non ha fatto.Nessun aiuto potrà venire in questo senso da Forza Italia, che possiede una (debolissima) cultura neoliberale. Non tutti i liberali sono uguali. Ci sono anche quelli che vogliono una "nuova costituente" o che, ricorrendo magari ad un Locke male interpretato, affermano di aver bisogno di Dio per fondare i diritti. Forza Italia non riesce nemmeno ad immaginare simili avventure intellettuali.Qualcuno poteva sperare qualcosa dalla Lega, che nei tratti originari aveva qualche elemento legato all'ordine naturale. Il punto di forza della coalizione poteva essere Fratelli d'Italia. Non certo per il discorso del fascismo che, anzi, fu storicamente un macro-fenomeno di secolarizzazione dell'Italia e di modernizzazione forzata, ma per il riferimento alla famiglia e alla nazione. Nel frattempo, la cultura politica alternativa alla sinistra modernista ancora attende.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "A destra abortisti come a sinistra: la 194 è intoccabile" racconta come con 257 sì e tre astenuti, la Camera ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a non intaccare, nemmeno indirettamente, la legge sull'aborto.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 26 gennaio 2023:Atena dagli occhi azzurri, Odisseo ricco d'astuzie, il piè veloce Achille. Tutti attributi che vengono chiamati epiteti e che identificano un personaggio in modo peculiare, così peculiare che questi epiteti seguono sempre l'eroe in ogni circostanza, tanto da diventare la sua seconda pelle (Achille rimase il piè veloce Achille anche quando si trovava seduto).Qual è l'epiteto che più si confà alla legge 194 sull'aborto? Intoccabile. Un epiteto coniato prima nelle piazze, poi sui media e nei corridoi della politica e, infine, ora anche in Parlamento. Infatti il 24 gennaio scorso il M5S, in occasione della proposta di legge per l'istituzione della Commissione bicamerale sul femminicidio, ha proposto il seguente ordine del giorno, dopo una riformulazione del testo, assai più radicale nella sua forma originale, chiesta dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari: "La Camera impegna il Governo ad astenersi dall'intraprendere iniziative di carattere anche normativo volte ad eliminare o limitare il sistema di tutele garantito dalla legge n. 194 del 1978". L'odg è stato votato quasi all'unanimità dalla Camera (solo tre astenuti).Un odg che impegna il Governo non solo a non toccare gli articoli della 194, ma anche ad evitare, seppur alla lontana, possibili intralci alla sua applicazione. Ad esempio la compagine meloniana non potrà più proporre disegni di legge per il riconoscimento della soggettività giuridica del concepito o per l'aiuto economico alle donne con gravidanze indesiderate (verrebbe letto come deterrente all'aborto); non potrà più appoggiare iniziative provenienti dal mondo pro-life, né tutelare l'obiezione di coscienza. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.Interessante leggere alcuni stralci dei paragrafi introduttivi dell'odg (cfr. pp. 32-33) per capire come tutti i parlamentari di ogni schieramento siano riusciti nell'impossibile, ossia siano riusciti a saldare una proposta di legge per istituire una commissione contro il femminicidio con l'aborto: "In tale contesto culturale riferito alla tutela della dignità delle donne il nostro ordinamento si è dotato, tra le altre, della legge 22 maggio 1978 n. 194". Nel giorno in cui viene approvata una Commissione sui femminicidi, il Governo si impegna a non modificare una legge che avrà soppresso almeno 3 milioni di bambine nel ventre materno e avrà ucciso nell'anima circa il doppio di donne, perché avrà ucciso la loro parte materna, quella più essenziale in ogni donna. Come la 194 possa tutelare la dignità delle donne rimane un ossimoro.L'odg prosegue dichiarando che la 194 "ha riconosciuto, da una parte, il diritto alla vita dell'embrione e del feto, e dall'altra, la tutela del diritto della donna alla salute fisica o psichica". La tutela della "vita umana sin dal suo inizio", enunciata all'art. 1, è rimasta sulla carta, è solo uno specchietto per le allodole. È come se avessimo una legge che all'art. 1 dichiarasse che lo Stato tutela i minori e nei seguenti articoli ti dicesse come sterminare questi minori quando la salute psicofisica delle loro madri è in pericolo.
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Cosa si aspettano gli italiani dalla Meloni
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7152COSA SI ASPETTANO GLI ITALIANI DA GIORGIA MELONI di Stefano FontanaPrima delle elezioni politiche la Bussola aveva auspicato un voto di cambiamento. Cambiamento netto rispetto ad un sistema di governo strutturatosi da lungo tempo e pericoloso. Bisognava porre la parola fine alle politiche disastrose nel campo della famiglia e della vita, al sistema di potere della sinistra e alle mille connivenze nei suoi confronti, a quello della eccessiva dipendenza dalla Commissione europea che tramite le parole della sua Presidente, a ridosso delle elezioni, ha perfino intimidito gli italiani, ai governi cooptati dall'alto e dal di fuori, alla ideologia dei "migliori" che soli sanno interpretare il senso della storia, alle politiche di controllo sociale messe a punto sotto l'insegna del Covid, alle narrazioni inventate dal potere e fatte passare dalla stampa strutturalmente complice come verità indiscutibili.La vittoria elettorale del centro-destra non garantisce fino in fondo questo cambiamento secondo i nostri auspici ma, come scrivevamo, apre degli spiragli dentro i quali è auspicabile si possano inserire forze nuove, provenienti anche dalla società civile e da una cultura alternativa che nel Paese c'è ma veniva costretta alla clandestinità. Si spera che sarà possibile dire parole nuove finora interdette, motivare prospettive nuove finora bloccate sul nascere, sottrarsi ad una cultura di sistema priva di verità. In altre parole, si riapre la partita, mentre con le precedenti maggioranze il sistema chiudeva i ranghi a soffocare ogni dissenso. Una partita dagli esiti non scontati, ma almeno ora si può sperare di poter almeno giocare.CHI FRENA IL CAMBIAMENTORagionando in termini realistici, si sa bene che alcuni elementi rimarranno a frenare il cambiamento. Il primo è il contesto internazionale. Ursula Von der Leyen ha detto che verranno adottare delle adeguate misure se in Italia le cose dovessero andare in un cero senso, ossia nel senso in cui sono andate. Meloni e Berlusconi, in campagna elettorale, avevano detto di voler garantire questo europeismo e questo atlantismo, con le conseguenti ripercussioni sulla guerra. Espressioni più problematiche e prese di posizione meno rigide non avrebbero guastato.Il secondo è il sistema di potere della sinistra, che non è evaporato come neve al sole dopo l'esito elettorale, ma che resiste nella società e nelle istituzioni e, passata la sbornia e sostituito Letta con Bonaccini, si mobiliterà in modo strettamente coordinato. La nuova maggioranza dovrà attendersi una lunga lotta: dalla mobilitazione degli studenti alla resurrezione dei sindacati, dall'impegno di certa magistratura "impegnata" alla disinformazione e deformazione della grande stampa e dei notiziari TV, che già in campagna elettorale si sono ben schierati.Il terzo è interno alla stessa coalizione di centro-destra. L'indebolimento della Lega, motivato dalla forzata convivenza delle sue due anime, quella istituzionale e quella popolare, soprattutto nel periodo del governo Draghi, non favorisce prese di posizione alternative, specialmente sul tema immigrazione. Lo stesso capiterà a seguito del "moderatismo" di Forza Italia. Quanto a Fratelli d'Italia, il partito è nascosto dietro a Giorgia Meloni, non si sa quale sia la sua classe dirigente, e quindi costituisce una incognita. Su alcuni temi di fondo, quindi, non solo c'è da aspettarsi posizioni diverse tra i tre partiti, ma dello stesso Fratelli d'Italia non è certo fino in fondo come la pensi.NUOVE POSSIBILITÀCon tutte le cautele del caso, va accolto comunque favorevolmente l'esito elettorale che ha riaperto i giochi politici e culturali nel nostro Paese dopo tanto tempo. Si apriranno spazi nuovi per realtà nuove. A testimoniare il cambiamento dovrà però essere prima di tutto Giorgia Meloni. Spetta a lei dare qualche segno inequivocabile del cambiamento promesso, indicando subito almeno tre temi di immediato intervento da parte della futura maggioranza. Gli elettori sentono il bisogno di avere almeno tre esempi concreti e chiari che indichino una svolta altrettanto concreta e chiara. Su questo intendiamo anche noi fare delle proposte.Giorgia Meloni dica subito che il ddl Zan non verrà approvato da questa maggioranza parlamentare. Lo dica come indicazione politica, come impegno dei parlamentari eletti dal centro-destra. Lo dica nonostante nel programma della coalizione non fosse scritto un impegno chiarissimo su questi argomenti. Serve coraggio, perché dentro i partiti alleati (ma forse anche dentro FdI, questo popolo politico ancora non molto conosciuto) si trovano senz'altro spinte diverse. Sarebbe importante per qualificare una complessiva posizione sulla famiglia (naturale).Giorgia Meloni dica subito che l'Italia desidera la pace e auspica un dialogo tra le parti in causa in Ucraina per arrivare a quel risultato. Sarebbe un modo per marcare la diversità rispetto al "draghismo" che si era invece fortemente impegnato nell'acuire il conflitto anziché smorzare le braci, e porrebbe le basi per successive auspicabili decisioni di ritiro degli aiuti militari.Infine, Giorgia Meloni dichiari la cifra che, una volta al governo, si impegna ad erogare per finanziare la riduzione dei costi dell'energia, riservandosi di indagare più a fondo e con calma sulle cause del fenomeno.Tre parole: famiglia, pace, energia. Da dire subito. Per il cambiamento.
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Può un cattolico votare il centrodestra?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7138PUO' UN CATTOLICO VOTARE IL CENTRODESTRA? di Stefano FontanaIn campagna elettorale gli interventi dei leader dei partiti cercano di intercettare interessi, opinioni, gusti diversi per ampliare il consenso. Questo è un lato della medaglia. L'altro è che in questo modo la loro proposta politica perde di chiarezza e intensità. Ciò è pericoloso sempre, ma soprattutto in questo momento di grande scontentezza, di forti problematiche sociali e di voglia di cambiamento.Giorgia Meloni aspira ad essere il leader del centrodestra e, in caso di vittoria alle elezioni, addirittura di guidare il governo. Sui temi etici, però, è piuttosto ondivaga, ora si dice convinta della necessità di sostenere famiglia e vita, ora apre alle coppie gay, dice che né la 194 né la Cirinnà saranno toccate, e concede qualcosa all'adozione di minori da parte di persone single o di coppie omosessuali. Queste variazioni danno l'idea di una visione poco unitaria, culturalmente dipendente da altri e scarsamente alternativa. Da notare poi che le incertezze della Meloni si accompagnano a quelle degli altri due partiti del centrodestra e ciò rende meno affidabile la coalizione, a vantaggio dei partiti minori che, almeno sulla carta, fanno proposte più decise e incisive. Per la Meloni, però, fare il gioco dei partitini minori vuol dire fare indirettamente il gioco della sinistra, dato che quelli i voti li tolgono a lei, non a Letta.DUE INTERVENTI DISCUTIBILIDi recente Meloni ha fatto due interventi molto discutibili sul tema della famiglia, della procreazione e dei minori. Ieri Giorgia ha risposto a Luca Trapanese, assessore del comune di Napoli, a proposito delle adozioni dei minori da parte di persone single o di coppie omosessuali. Partendo dal presupposto (sbagliato) che una persona single o una coppia omosessuale può voler più bene ad un bambino che una famiglia naturale, Giorgia Meloni si è dichiarata interessata ad esaminare la problematica al riguardo. Certo, ci possono essere di fatto famiglie naturali che non trattano bene i bambini adottati, ma questi casi sono una eccezione rispetto alle esigenze naturali per le quali il luogo umanamente più idoneo per crescere un bambino è una famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Invece, le adozioni da parte di single o di coppie omosessuali non possono strutturalmente, e non solo in via di eccezione, fare il bene del bambino, perché innaturali.L'altro suo recente intervento risale a qualche giorno fa, quando Giorgia scrisse una lunga lettera al giovane attivista LGBT che l'aveva interrotta e contestata sul palco durante una manifestazione elettorale a Cagliari. Nella lettera scriveva: "Anche io penso che siamo tutti uguali e tutti Fratelli e penso che ciascuno abbia diritto ad amare chi vuole, e che lo Stato debba farsi i fatti suoi. Oggi ci sono le unioni civili e in Italia puoi tranquillamente legarti ufficialmente con chi vuoi; non proporrei di togliere questo diritto". Aveva poi continuato, confermando la sua contrarietà a concedere la possibilità di adottare bambini alle persone single, che nella polemica con Trapanese diventa molto più sfumata e aperta.IO SONO GIORGIA, SONO UNA MADRE, SONO ITALIANA, SONO CRISTIANATutti ricordano, però, anche che il 20 ottobre 2019, alla manifestazione unitaria del centrodestra a Roma, Giorgia Meloni aveva tuonato contro il pensiero unico che ci vuole tutti come dei "codici" privi di identità per dominarci meglio: "Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana, non me lo toglierete! Mi vergogno di uno Stato che non fa niente per le famiglie... non credo in uno Stato che mette i desideri legittimi di un omosessuale di adottare un bambino di fonte al diritto di quel bambino di avere un padre e una madre semplicemente perché quell'omosessuale vota e il bambino no". Allora le sue posizioni erano diverse.Non intendo qui tanto criticare le contraddizioni elettorali di Giorgia Meloni e fare l'esegesi dei suoi vari comizi dal palco calibrando le parole da lei adoperate. Intendo piuttosto portare in evidenza una debolezza di Fratelli d'Italia e del centrodestra intero, che fatica ad esprimere una cultura politica a tutto tondo, senza sbavature, e che si traduca in proposte complessive e veramente alternative alla sinistra. Non hanno un quadro. Sul tema della famiglia il centrodestra non è capace di dire qualcosa di alternativo e gli interventi di Giorgia Meloni ora visti lo confermano. Non si limitino a dire che la 194 o la Cirinnà vanno applicate nella loro forma migliore, dicano che non corrispondono alla loro visione della vita e della famiglia e dicano quale sia quest'ultima.Queste osservazioni non riguardano solo il tema famiglia, adozioni & affini. Se la Meloni e il centrodestra vogliono stare nell'Unione Europea senza però mettere in discussione "questa" Unione Europea, non dicono niente di diverso da Letta e finisce che Letta trova i suoi oppositori più nella sinistra della propria coalizione che non nella coalizione avversaria. Sul problema energetico il centrodestra denunci le vere cause per cui siamo arrivati a questa situazione, contrasti decisamente la "transizione ecologica" voluta dalla sinistra e faccia non solo le giuste proposte per bloccare le bollette, ma dia anche una visione complessiva di un modo diverso di affrontare l'intero complesso problema. Per la scuola, non si limiti a pretendere l'abolizione delle mascherine in aula - che comunque il governo disporrà, almeno per motivi elettoralistici - ma dia una sferzata all'idea stessa di scuola oggi dominante, in modo coraggioso che rompa con lo statalismo.Altrimenti dovremo aspettare il prossimo contestatore di sinistra ad un comizio della Meloni per assistere a nuove sbavature nella sua proposta politica.
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Elezioni politiche del 2022: dove sono i cattolici?
VIDEO: Criteri cattolici per un voto cattolico ➜ https://www.youtube.com/watch?v=DYulz37i9bU&list=PLolpIV2TSebURQLIBppY4bAc0bO7DbkRTTESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7126ELEZIONI POLITICHE DEL 2022: DOVE SONO I CATTOLICI?I cattolici sono ormai irrilevanti nella politica italiana, ecco perché molti non andranno a votare (VIDEO: Criteri cattolici per un voto cattolico)di Stefano FontanaAndrea Riccardi, sul Corriere della Sera del 18 agosto, ha detto che ormai i cattolici sono "irrilevanti" in politica e bisogna chiedersi perché. Rispondiamo volentieri all'invito, non senza far notare, però, che il nuovo partito cattolico DemoS, espressione di Sant'Egidio di cui Riccardi è fondatore e curatore, ha finito per chiedere al Partito Democratico un seggio da qualche parte, il che dimostra una grande volontà di essere rilevanti. Ma a parte il contesto, l'affermazione di Riccardi è vera e seria e merita un qualche tentativo di risposta anche da parte nostra.Prima di tutto: i cattolici sono irrilevanti perché sono sempre meno. Nelle grandi città la frequenza alla messa domenicale si attesta sul 4 per cento. Nei centri più modesti le cose migliorano, ma in generale, come diceva Benedetto XVI in Portogallo, la fede sembra essere un lumicino senza più alimento e in via di spegnersi. Gli aspetti quantitativi non sono mai decisivi e i cattolici potrebbero essere creativi e influenti pur essendo in pochi. Tuttavia, la loro esiguità numerica evidenzia anche un aspetto qualitativo: l'evangelizzazione è trascurata perché scambiata con il proselitismo, le parrocchie spesso sono comunità di solidarietà e non di missione, e la Dottrina sociale della Chiesa, nei rarissimi casi in cui vi si fa riferimento, non viene minimamente intesa come "strumento di evangelizzazione". Per questo i "pochi" cattolici diventano anche "sparuti" e, come tali, non possono certo incidere.MANCA LA FORMAZIONE ALLA DOTTRINA CRISTIANAIn secondo luogo, in questo (limitato) mondo cattolico la formazione dottrinale è in gravissima crisi, spesso anche per volontà degli stessi pastori. Prevalgono devozione e pastoralismo, ma i principi di riflessione e i criteri di giudizio non vengono più trasmessi. La formazione alla dottrina cristiana è molto carente, spesso non c'è per motivazioni teologiche che riprenderò più avanti, altre volte non c'è perché sacerdoti e laici sono impreparati a sostenerla, quando c'è si rivolge a piccoli o piccolissimi numeri. La maggioranza dei fedeli è lasciata senza formazione. Come pretendere che il cattolico sia presente in modo consapevole nella scena pubblica se ha idee confuse sulle principali questioni dottrinali? E cosa pretendere se molto spesso sono i pastori stessi a porre dubbi che destabilizzano le poche convinzioni che si hanno? La "rilevanza" politica è a valle, ma senza le condizioni a monte è irrealistico pretenderla.E così arriviamo al punto veramente decisivo. Quando alcuni fedeli cattolici - necessariamente pochi per i motivi visti sopra - sentono una spinta ad occuparsi dell'ambito politico, si trovano privi del collegamento tra la loro fede personale con le ragioni di quell'ambito politico. Siamo ancora - o addirittura la situazione è peggiorata - alla famosa mancanza di una coerenza tra Vangelo e vita, tra fede e cultura e, soprattutto, tra fede e politica. Al punto che, in molti casi, è meglio che questi fedeli non si impegnino in politica: produrrebbero meno danni.Conosco molti cattolici che sono militanti di +Europa, il partito di Emma Bonino, del PD che vuole il "matrimonio egualitario", dell'estrema sinistra che vuole il gender e il socialismo di Stato. Viene a mancare l'anello che lega la fede soggettiva alle verità oggettive credute, le quali hanno anche ripercussioni sulla vita politica e permettono quella "coerenza" tra fede e impegno politico di cui parlava la (tanto vituperata) Nota Ratzinger del 2002. Nessuna parrocchia e nessuna diocesi insegna la Dottrina sociale della Chiesa correttamente intesa, vale a dire non ridotta a parlare di ecologia.IL SINDACO DI VERONAPuò essere un esempio efficace il caso del nuovo sindaco di Verona, Damiano Tommasi, eletto alle recenti amministrative. La persona è apprezzabilissima, cattolico da sempre impegnato nell'associazionismo ecclesiale, marito e padre di sei figli, onesto, generoso ed equilibrato. Però si è posto a capo di una coalizione di sinistra e ha aperto ai nuovi diritti, subito dopo la sua elezione c'è stato in città un gay pride di ringraziamento, ha affermato di voler inserire il comune di Verona nella rete Re.a.di. che collega i comuni che intendono promuovere iniziative di educazione sessuale nelle scuole secondo l'ideologia gender e l'omosessualismo. Il vescovo uscente di Verona, mons. Giuseppe Zenti, purtroppo per lui in modo maldestro e fuori tempo, ha richiamato alla coerenza: i cattolici non possono sostenere l'agenda gender, ma è stato zittito, ridicolizzato e considerato "irrilevante".Oggi si pensa che i cattolici possano sostenere qualsiasi agenda politica. Anche DemoS, come abbiamo visto sopra, darà una mano al partito che - parole di Letta - vuole il matrimonio egualitario, il suicidio assistito, la legge Zan e la cannabis legale. Del resto, se Francesco loda Emma Bonino, apprezza Biden contro Trump, si dice amico di molti leader comunisti latinoamericani, appoggia padre James Martin... perché un cattolico non può militare nei partiti che la pensano così? Ma se un cattolico può militare indifferentemente in tutti i partiti, allora la sua fede non possiede contenuti politici dirimenti e irrinunciabili, cioè non dice alla politica niente di più di quanto la politica possa dire a se stessa. Ecco l'irrilevanza vera e il suo ultimo fondamento. I cattolici si pongono nell'ambito politico nudi, vuoti e disponibili.Tutto ciò semplicemente capita o è voluto? È voluto. Che i cattolici si sciolgano, come tutti gli altri, in un generico e mondano "camminare insieme" oggi è teorizzato dai teologi che contano ed è insegnato dal magistero. Ma perché allora lamentarsi dell'irrilevanza dei cattolici? Bisognerebbe esserne contenti.
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La vera scuola cattolica homeschooling e scuole parentali
VIDEO: L’educazione cattolica ➜ https://www.youtube.com/watch?v=XAbc8uk2RVw&list=PLolpIV2TSebURQLIBppY4bAc0bO7DbkRTTESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7092LA VERA SCUOLA CATTOLICA: HOMESCHOOLING E SCUOLE PARENTALI di Stefano Fontana150 persone provenienti da una decina di provincie italiane dal Piemonte al Lazio, otto sacerdoti presenti, molte scuole parentali cattoliche ed esperienze di homeschooling, pedagogisti, insegnanti e genitori di scuola paritaria e statale desiderosi di togliersi la camicia di forza, tre relazioni di contenuto e poi una fitta rete di contatti e scambio di esperienze. Questa in sintesi la riuscita Giornata nazionale sull'Educazione cattolica realizzata dall'Osservatorio cardinale Van Thuân sabato scorso 4 giugno a Lonigo (VI) nella ospitalità del convento di San Daniele dei Frati Minori.Il titolo del convegno era allarmante e propositivo: "È il momento della vera scuola cattolica", illustrato ancora meglio dal sottotitolo: "Uscire dal sistema per essere se stessi". Le tre relazioni di Stefano Fontana, don Samuele Cecotti e don Marco Begato sono state concordi nel constatare che esiste ormai un sistema ben collaudato e che si muove con coerenza non per educare ma per diseducare, per togliere i figli ai genitori, per impedire alla Chiesa di continuare a considerarsi primario soggetto educativo e non solo collaboratrice esterna e occasionale dopo aver delegato l'educazione ad altri e soprattutto allo Stato. Questo sistema si chiude a riccio per impedire vie di fuga, approfitta delle emergenze per implementare forme di controllo educativo, [...] interviene massicciamente sull'educazione perché da lì si controlla poi l'intera società e la politica.Nella platea del convegno molti insegnanti che hanno lottato, subendone le conseguenze, per la libertà di educazione durante il Covid, di genitori che hanno iniziato esperienze coraggiose di homeschooling per "salvare l'anima" ai loro bambini, di gruppi di mamme e papà cattolici che hanno adibito clandestinamente un sottotetto ad una scuola parentale per un gruppettino di loro figlioli. Era presente anche qualche istituto religioso che ha sentito l'impellente chiamata di dare vita ad una scuola parentale veramente cattolica e veramente libera, con la pronta adesione di molte famiglie. Molte e diverse le esperienze, alcune già collaudate altre sulla linea di partenza: in tutti la convinzione che la strada è quella giusta, la strada della vera libertà sia secondo ragione che secondo fede.USCIRE DAL SISTEMAUscire dal sistema significa uscire dallo Stato e anche dalle strutture della Chiesa quando queste sono funzionali al nuovo regime educativo statalista. Come spesso purtroppo accade. La Chiesa oggi, è stato detto al convegno, è ancora interessata all'educazione, ma non più all'educazione cattolica. Qui la testimonianza dei partecipanti è stata unanime: nessun aiuto dalle istituzioni ecclesiastiche, quando va bene c'è il silenzio e quando va peggio l'ostilità.La Chiesa sembra aver stabilito di non avere nessun dovere/diritto originario di educare tutte le genti fino agli estremi confini della terra, ha cominciato a pensare di averlo fatto in passato per spirito di supplenza e che ora è giusto che siano le pubbliche istituzioni a provvedervi. In questo modo, però, la Chiesa rinuncia a quanto le è proprio per natura: come ha segnalato al convegno don Cecotti, la Chiesa insegna la verità rivelata, però questa si basa sulla ragione e quindi ha titolo originario anche per educare la ragione, in un unico progetto educativo perché unico, anche se distinto, è il progetto salvifico. Purtroppo, l'influenza di tante correnti della teologia contemporanea condizionate dalla prospettiva protestante ha rotto il rapporto tra fede e ragione sicché oggi si pensa che alla ragione debba pensare lo Stato e alla fede la Chiesa. Da qui il ritiro di quest'ultima dalla pubblica piazza.LO STATO MAMMAChe poi magari lo Stato insegnasse ad usare la ragione. Oggi, anche se non da oggi, avviene il contrario. Come hanno segnalato le relazioni mattutine al convegno, dapprima lo Stato si è dichiarato neutro da principi e valori, poi ha cominciato a combattere coloro che pretendevano ancora di tenere formi principi e valori pubblici, quindi ha iniziato a fare violenza imponendo i propri principi e i propri valori. Come è avvenuto da qualche tempo con l'istituzione dell'insegnamento dell'Educazione Civica in ogni ordine di scuola pubblica. Lo spunto del convegno nazionale di sabato scorso è stata proprio la pubblicazione del libro dell'Osservatorio "Manuale per la buona Educazione Civica" che intende contrapporsi alla nuova religione civile con la quale il potere intende plagiare e rieducare i nostri giovani ad un concetto di cittadinanza da esso artificialmente prodotto. Il libro - e il convegno che ne è nato - si vuole opporre allo Stato Educatore, Formatore, Plasmatore... allo Stato Mamma.I poteri reali però sono oggi più grandi dello stesso Stato, che impone l'educazione all'ideologia ambientalista per soddisfare le esigenze politiche ed economiche di chi vuole la transizione ecologica globale, che impone l'educazione digitale per soddisfare equivalenti esigenze politiche ed economiche di controllo globale dei movimenti, dei pensieri e dei desideri.È il sistema, bellezza! Sì, ma bisogna uscirne.
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La sentenza della Corte Suprema è solo una tappa, non la vittoria finale contro l'aborto
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7086LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA E' SOLO UNA TAPPA, NON LA VITTORIA FINALE CONTRO L'ABORTO di Stefano FontanaDopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha dichiarato incostituzionale il diritto all'aborto, molti si sono mossi per renderlo costituzionale, ossia per inserire nella Carta dei rispettivi Paesi quel diritto. Anche il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in questo senso. Ciò non rende controproducente la decisione della Corte americana, come è già stato opportunamente chiarito, però impone di fare qualche riflessione di approfondimento sul costituzionalismo applicato all'aborto.La sentenza americana ha avuto veramente dei meriti storici, questo è fuori discussione. Va però tenuto presente che essa afferma che nel testo costituzionale non c'è alcun riferimento al diritto all'aborto, mentre non dice che l'aborto è costituzionalmente impedito. Tanto è vero che essa rimanda la palla alla legislazione dei singoli Stati. Per questo qualcuno ha parlato di una vittoria della democrazia. Però, a pensarci bene, in teoria tutti i singoli Stati dell'Unione potrebbero legiferare a favore del diritto ad abortire. In questo caso non sarebbe per niente una vittoria della democrazia. Il discorso della Corte Suprema si è attenuto strettamente al testo della Costituzione americana, non ha fatto alcun riferimento a qualcosa" che la preceda, come per esempio il diritto naturale alla vita del concepito. Ha stabilito che la costituzione non impone il diritto all'aborto agli Stati dell'Unione, ma ha anche certificato che la Costituzione nemmeno dice il contrario, ossia che il diritto all'aborto non può essere da loro previsto per legge. La Corte si è attenuta alla Costituzione, facendone quindi il punto di riferimento primo ed ultimo della vita giuridica e politica dell'Unione. Questa è, in fondo, una forma di costituzionalismo: intendere la carta costituzionale come non bisognosa di altro, essa stessa origine del diritto e della legge. Torno a dire che queste considerazioni non eliminano l'importanza del fatto, tuttavia meritano una riflessione per impostare una strategia appropriata per l'immediato futuro.L'ABORTO NON È UN DIRITTO, MA È ANCHE UNA INACCETTABILE INGIUSTIZIALa reazione di coloro che, in risposta alla Corte americana, vogliono costituzionalizzare il diritto all'aborto, si muove pure nel campo del costituzionalismo, ma con una impostazione più radicale. La Corte americana non ha decretato che l'aborto è vietato, ma solo che non è obbligatorio per gli Stati prevederlo, questi invece vogliono che le carte costituzionali decretino che è un diritto, e quindi un obbligo da rispettare. Tra le due posizioni c'è quindi una asimmetria, che potrebbe essere colmata solo se si facesse dire alla costituzione, non solo che l'aborto non è un diritto, ma anche che è una inaccettabile ingiustizia. La prossima ondata di tentativi di costituzionalizzare il diritto all'aborto non è contrastabile mantenendo solo la posizione espressa dalla Corte americana. Occorrerà passare alla costituzionalizzazione del divieto di abortire. Ma come si fa se la costituzione nulla dice a questo proposito? Bisognerà allora riferirsi a qualcosa che preceda" la Costituzione, ma questo è proprio quanto la Corte americana non ha fatto. Quella posizione, quindi, se è stata molto importante per rompere una tendenza e riaprire i giochi, non può essere la soluzione definitiva: solo facendo riferimento a una dimensione che possiamo chiamare, per capirci, di diritto naturale, sarà possibile contrastare la prevedibile ondata di pressioni per costituzionalizzare l'obbrobrio dell'aborto. Da un punto di vista culturale, questo mi sembra molto importante, perché noto come un soddisfatto appiattimento sulla decisione della Corte che non tiene conto che la lotta sarà molto dura e siamo non alla fine ma agli inizi. La chiarezza sui criteri per cui lottare è quindi molto importante.NON È STATO PROCLAMATO CHE IL MALE È MALEQuando il potere politico si mette sulla strada dell'ingiustizia legale, ossia di considerare giusto per legge quanto è invece ingiusto, non si può fermare a metà strada, non potrà lasciare aperte fessure per poter tornare indietro, dato che in questo caso il Male prende l'assolutezza del Bene. Quando lo Stato considera un diritto ciò che è invece è un torto, dovrà poi assolutizzare quel diritto, imporlo, educare i cittadini a considerarlo tale, insegnarlo ai bambini nelle scuole fin dalla tenera età, impedire che venga messo in discussione, punire come reato di opinione chi lo critica o lo contesta. Questo deve fare il Leviatano, anche nelle cosiddette democrazie liberali.La sentenza della Corte americana ha messo in discussione questo percorso, ma non ha portato a termine il processo di rovesciamento: non è stato proclamato che il male è male, si è detto solo che la costituzione americana non lo prescrive e non lo impone. Ma i militanti nel fronte avverso continueranno invece a dire che il male è un bene, e che se è un bene lo Stato ha il diritto di prescriverlo e di imporlo. Per non limitarsi a dire che la Costituzione non impone il male, e dire invece che il male è male e che la Costituzione lo deve impedire, bisogna andare a qualcosa che precede" la Costituzione. Questo è il compito che nell'immediato futuro devono assumersi i movimenti pro-life. La Corte americana ha riaperto i giochi, ora bisogna giocare.
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Lo scisma c'è, ma non lo si può più riconoscere
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6995LO SCISMA C'E', MA NON SI PUO' PIU' RICONOSCERE di Stefano FontanaDa quando è cominciato il Cammino sinodale tedesco, la parola "scisma", come uno spettro ibseniano, continua ad aleggiare nella Chiesa. I vescovi polacchi hanno segnalato il pericolo ai loro confratelli tedeschi. Settanta vescovi dalle varie parti del mondo hanno scritto loro una lettera aperta, mettendoli in guardia. Diversi cardinali, anche moderati come Koch, hanno segnalato il precipizio verso il quale ci si sta dirigendo. Ma né il cardinale Marx né il presidente dei vescovi della Germania Bätzing danno segni di voler accogliere gli inviti alla prudenza. Il primo ha affermato che il Catechismo non è scritto sulla pietra, il secondo ha accusato i vescovi preoccupati di voler nascondere gli abusi che invece il sinodo germanico vorrebbe affrontare e risolvere (a suo modo).Di fronte a questo quadro di disgregazione, ci si può chiedere se lo scisma possa essere evitato o meno. La domanda principale, a questo proposito, sembra la seguente: la Chiesa ufficiale di oggi possiede ancora le nozioni teologiche che permettano di affrontare il dirompente nodo, oppure ha perduto le categorie capaci di inquadrare il problema e mostrare la soluzione? Più di preciso: il pericolo dello scisma è ancora percepito dalla teologia della Chiesa ufficiale di oggi come un gravissimo pericolo? Su cosa sia uno scisma c'è condivisione? Sul perché bisogna evitarlo, su chi dovrebbe intervenire quando il pericolo fosse alle porte e come, c'è oggi una comunanza di visione?A preoccupare molti non è tanto il pericolo scisma, quanto la percezione che il quadro teologico ed ecclesiale per affrontare il problema sia sfilacciato e abbia ormai dei contorni molto imprecisi. Il che prelude alla immobilità e a lasciare che gli eventi procedano per conto loro.Quando il cardinale Marx sostiene, a proposito della pratica omosessuale, che il Catechismo non è scritto sulla pietra e lo si può criticare e riscrivere, altro non fa che esprimere in linguaggio giornalistico quanto i teologi ormai dicono da decenni. Ossia che il deposito della fede (e della morale) è soggetto ad un processo storico, perché la situazione da cui lo si interpreta entra a far parte a pieno diritto della sua conoscenza e formulazione. Usando questo criterio, che possiamo definire in senso lato "ermeneutico", e secondo il quale la trasmissione dei contenuti della fede e della morale non supera mai lo stato di una "interpretazione", la categoria teologica di scisma perde di consistenza, fino a scomparire. Ciò che oggi consideriamo scisma (e anche eresia), domani può diventare dottrina.Sul piano della Chiesa universale ci sono stati di recente tre fatti molto interessanti da questo punto di vista. Il primo è stato l'accordo tra il Vaticano e la Cina comunista. L'accordo è segreto, tuttavia si può dire che in questo caso è stata assunta nella Chiesa cattolica e romana una chiesa scismatica. Il confine tra scisma e non scisma è diventato più impreciso dopo l'accordo con Pechino.Il secondo è stato il cambiamento della lettera del Catechismo a proposito della pena di morte. Questo cambiamento ha diffuso l'idea che il Catechismo non fosse scritto sulla pietra, proprio come dice il cardinale di Monaco. La motivazione principale per giustificare il cambiamento è stata la presa d'atto che la sensibilità pubblica su questo punto morale era cambiata. La sensibilità pubblica, però, è solo un dato di fatto che non dice niente sul piano assiologico o dei valori. Ora, su questi presupposti come negare che anche nella Chiesa tedesca possa essere maturata una nuova sensibilità sui temi dell'omosessualità e del sacerdozio femminile? Come chiamare tutto questo "scisma", se si tratta invece dello stesso fenomeno approvato altrove?Il terzo esempio è l'abolizione della dottrina morale della Chiesa sugli "intrinsece mala" contenuta di fatto nell'Esortazione apostolica Amoris laetitia. Risulta molto difficile, dopo questo documento, tener fermo l'insegnamento precedente circa l'esistenza di azioni intrinsecamente cattive che non si devono mai fare. Ma venendo meno questa nozione sarà ancora possibile confermare il tradizionale insegnamento della Scrittura e della Chiesa sulla pratica omosessuale?Sembra che la Chiesa faccia fatica a tenere per ferme alcune sue verità. Del resto, se il Catechismo non è scritto sulla pietra, allora anche la definizione di "scisma" in esso contenuta, può essere rivista e quello che ieri era considerabile come scisma ora potrebbe non esserlo più. Addirittura di scisma potrebbero essere accusati coloro che tengono ferme le verità del Catechismo come se fossero scritte sulla pietra. Negare che il Catechismo non sia scritto sulla pietra potrebbe essere considerato un pronunciamento scismatico. Nella perdita dei confini tutti i paradossi diventano possibili. Quanto detto può essere esteso anche all'eresia e all'apostasia, concetti anche questi dai dubbi confini oggi. Si pensi solo ad un fatto: il "dubbio ostinato" può essere considerato apostasia secondo il n. 2089 del Catechismo, eppure oggi si insegna ai fedeli il dubbio sistematico, invitandoli a non irrigidirsi nella dottrina.
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Enzo Bianchi: dalle stelle alle stalle
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7004ENZO BIANCHI: DALLE STELLE ALLE STALLE di Stefano FontanaOgni fedele cattolico, proprio perché sa di essere purtroppo incoerente, apprezza negli organismi della Chiesa la coerenza. A proposito degli ultimissimi sviluppi del caso Enzo Bianchi questa coerenza non si è vista e a farne le spese, ancora purtroppo, sono gli organi ecclesiastici vaticani, in questo caso la Segreteria di Stato.Quali sono questi ultimissimi sviluppi? È venuta alla luce, in quanto pubblicata dal quotidiano il "Domani", una lettera del Segretario di Stato Pietro Parolin del gennaio 2020 nella quale si invitano i vescovi italiani a considerare se sia opportuna la presenza di Enzo Bianchi in diocesi come conferenziere o predicatore. Nella sua lettera Parolin fa riferimento ad alcune nuove "testimonianze" e "documentazioni" che sarebbero arrivate alla Segreteria di Stato dopo il decreto, risalente a due anni fa, con cui la Santa Sede estrometteva Bianchi dalla Comunità di Bose da lui fondata. La lettera non chiarisce quali siano queste novità, ma esprime una chiara insistenza affinché a Enzo Bianchi sia tolta la platea. In altre parole una messa al bando dalla Chiesa visibile.Non ho avuto mai simpatia per le posizioni teologiche e morali espresse in tutti questi anni da Enzo Bianchi - tutt'altro! - però non si può non notare il repentino cambio di prospettiva da parte della Chiesa ufficiale che lascia molto perplessi proprio in fatto di coerenza.DALLE STELLE...Enzo Bianchi è stato per anni osannato. La formazione del clero di Biella, la diocesi del monastero di Bose, era completamente in mano sua. Fior fiore di cardinali si recavano in pellegrinaggio a Bose per avere i suoi consigli. Non c'era convegno ecclesiale nel quale Bianchi non fosse relatore ufficiale. Si era perfino parlato di una sua ordinazione cardinalizia. Le vetrine delle librerie delle Paoline da decenni espongono soprattutto i libri di Enzo Bianchi, che per presenza in primo piano ha senz'altro battuto perfino il cardinale Ravasi, che da questo punto di vista sembrerebbe non essere secondo a nessuno. Il suo faccione barbuto ha campeggiato nella copertina dei suoi numerosissimi libri, che gli editori cattolici si contendevano, come una grande icona ecclesiale, il biglietto da visita del cattolicesimo moderno e del futuro. Il monastero da lui fondato non aveva veste giuridica ecclesiale, Bianchi non era (come non è) né religioso né sacerdote, eppure era considerato un punto di riferimento insostituibile del cattolicesimo.Egli collocava i suoi concetti sempre sul confine dell'eterodossia. Quando Benedetto propose i suoi principi non negoziabili, Bianchi elencò i propri, naturalmente diversi da quelli del papa. Gridò di smetterla con tutti questi discorsi contro l'omosessualità, dato che Cristo non ne aveva mai parlato. Nonostante tutto questo - anzi proprio per tutto questo - però la sua stella rimaneva in ascesa, gli inviti alle conferenze e ai convegni continuavano e nessun Segretario di Stato o Prefetto di qualche dicastero vaticano si era mai permesso di criticarlo né naturalmente di interdirne la presenza nelle diocesi. Certo, c'è stato anche chi lo ha accusato pubblicamente di dire cose sbagliate, come ha fatto senza timori reverenziali mons. Antonio Livi, ma l'opinione pubblica ecclesiale era dalla parte di Bianchi e non da quella di Livi.... ALLE STALLEOra, invece, gli viene interdetto di parlare in pubblico. E per di più non risulta che ciò sia dettato da motivi dottrinali. Il riferimento della lettera di Parolin a fatti che in questi ultimi anni sarebbero venuti a galla e che non ci è dato di conoscere, motivano il riserbo. Tuttavia da qualche affermazione della lettera, sembra che l'esilio sia motivato non da errori dogmatici espressi da Enzo Bianchi, ma da comportamenti scorretti dal punto di vista disciplinare e pastorale, nel campo dell'esercizio dell'autorità e delle relazioni umane. Si sarebbe capita una dichiarazione della Congregazione della Fede su gravi passaggi di alcuni suoi libri e, di conseguenza, l'invito ai vescovi a non invitarlo più in diocesi. Questo invece non si è verificato, mentre ora arriva la chiusura dei microfoni e lo spegnimento dei riflettori non per errori dottrinali del suo pensiero, ma per taluni comportamenti. Questo segno ecclesiale dei tempi di oggi lascia perplessi: un vescovo oggi viene destituito non perché insegna dottrine erronee, ma perché non collabora pastoralmente con i suoi confratelli all'interno della Conferenza episcopale. Così Enzo Bianchi è da isolarsi non perché abbia espresso una teologia inattendibile e pericolosa, ma per comportamenti inadatti (e non specificati).Contemporaneamente all'allontanamento di Enzo Bianchi e al suo isolamento, tantissimi altri Enzo Bianchi sono lasciati al loro posto a pontificare. La Germania di oggi è piena di teologi, professori, conferenzieri, vescovi che le dicono anche più grosse di Enzo Bianchi. Nessun podio viene interdetto al famoso gesuita James Martin. Le vetrine delle librerie delle Paoline, ora che devono togliere i libri di Enzo Bianchi, rimarranno lo stesso piene di testi problematici, inaffidabili e spesso sul crinale dell'eterodossia esplicita.
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Cosa dice la Chiesa a proposito della guerra
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6923COSA DICE LA CHIESA A PROPOSITO DELLA GUERRA di Stefano FontanaLa Dottrina sociale della Chiesa si è molto occupata della pace e quindi anche della guerra. In questo momento di pericolo e tragedia possiamo attingere ancora una volta ai suoi criteri di giudizio. È bene cercare di capire i fatti e i comportamenti degli attori e studiare gli antecedenti dei conflitti, Per non perdersi, però, nella complessità della casistica rimane fondamentale rifarsi ai principi. La Dottrina sociale della Chiesa dà i propri insegnamenti alla luce del diritto naturale elevato e purificato, ma mai negato o soffocato, dalla morale evangelica delle beatitudini.La guerra può essere di aggressione o di difesa. La guerra di aggressione è sempre da condannarsi e sempre va confermato il diritto alla legittima difesa della patria, come sempre vale il diritto alla legittima difesa della famiglia da chi la minaccia gravemente. L'uso delle armi, anche in caso di una chiara motivazione difensiva, è comunque sottoposto a limiti etici. Il danno provocato dall'aggressione deve essere "durevole, grave e certo". Si richiede inoltre che siano stati fatti senza esito tutti i passi necessari per evitare la necessità dell'uso delle armi anche per difendersi. che ci siano "fondate condizioni di successo" onde evitare il sacrificio di una interna nazione e, infine, che l'uso delle armi non provochi danni e disordini maggiori del male da evitare. I due criteri principali sono quindi quello della necessità e quello della proporzionalità. Non esiste un diritto alla guerra di aggressione, ed anche la guerra di difesa è sottoposta a criteri molto esigenti.LE ALLEANZE DIFENSIVEIl diritto delle nazioni alla difesa può permettere forme di alleanze tra Stati affinché anche i più deboli possano essere protetti. Le alleanze difensive, però, non devono trasformarsi in alleanze offensive e minacciose per la pace. Il ricorso agli armamenti per motivi difensivi non deve avvenire trascurando i doveri di cercare strenuamente accordi internazionali per il disarmo bilanciato e progressivo. Il possesso degli armamenti per la difesa non è quindi indifferente dal punto di vista morale e politico, come se la questione si ponesse solo per il loro uso. Il possesso non è una variabile indipendente, esso trova la sua legittimazione nello sforzo mai interrotto di concordare un progressivo disarmo al fine di ridurre anche i limiti del possesso. I due criteri della necessità e della proporzionalità riguardano quindi non solo l'uso delle armi ma anche il loro possesso, nell'impegno di alzare progressivamente la soglia dei due criteri. Senza questo impegno reale la corsa agli armamenti diventa colpevole. Non vale nemmeno l'accumulo di armi per scopi di deterrenza, ossia per trattenere o dissuadere gli avversari da possibili aggressioni. La deterrenza diventa uno stimolo alla rincorsa verso armamenti sempre maggiori e fa aumentare il pericolo.La Dottrina sociale della Chiesa ha posto limiti molto rigidi non solo all'inizio di una guerra ma anche all'uso delle armi dopo lo scoppio di una guerra, da qualsiasi parte in conflitto. Nel rispetto del diritto internazionale umanitario devono essere preservati i civili, sia da parte dell'eventuale aggressore sia da parte di chi organizza le azioni militari di difesa. L'uso di milizie civili e di resistenza civile, soprattutto l'utilizzo di donne e bambini, deve essere evitato dalle parti belligeranti. Coloro che cercano rifugio in altri Paesi per fuggire dalla guerra che ha colpito il proprio devono poter contare su corridoi riservati e sull'aiuto della comunità internazionale. In queste occasioni si deve porre particolare attenzione a non dividere le famiglie.L'INGERENZA UMANITARIA NON È UN DIRITTO, MA UN DOVEREÈ possibile che una minoranza sia sottoposta a gravi minacce non solo per la sua libertà, ma anche per la sua stessa sopravvivenza. In questi casi la comunità internazionale ha un dovere di ingerenza umanitaria, sulla base del quale intervenire a protezione delle vittime e per impedire violenze sistematiche che talvolta arrivano anche al genocidio. In questi gravissimi casi si può anche non rispettare la sovranità degli Stati, bisogna però porre grande attenzione perché quello all'ingerenza umanitaria non è un diritto, è un dovere. Quindi è sottoposto ai principi generali che rendono legittima la guerra già visti sopra nonché al diritto internazionale.Le sanzioni, soprattutto quelle economiche, possono essere assunte solo a determinate condizioni e finalità. Devono indurre alla trattativa e al dialogo, non devono gravare sulla popolazione come una punizione indiscriminata, devono essere limitate nel tempo, saggiamente monitorate affinché non facciano soffrire l'intera popolazione.Ogni guerra ha una storia dietro le spalle. Si è trattato di una serie di incomprensioni, violenze e ingiustizie accumulatesi e diventate poi "strutture di peccato" (Giovanni Paolo II). Le iniquità producono danni lungo il tempo e lasciano tracce che pesano sul futuro. È doveroso risalire all'indietro, riprendere il passato, chiarirlo alla luce della ragione e perdonarlo alla luce della fede. Ideologie politiche atee e disumane sono state e sono tuttora grandi cause di guerre. La verifica e purificazione del passato comporta anche di liberarsi da esse. L'Europa, in particolare, ne è ancora molto gravata e questo ha comportato e comporta ancora forme di "guerra civile" europea da superarsi.
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Tornare al non expedit: per un cattolico oggi non ha più senso andare a votare
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6697TORNARE AL NON EXPEDIT: PER UN CATTOLICO OGGI NON HA PIU' SENSO ANDARE A VOTARE di Stefano FontanaAgli inizi della storia moderna del movimento cattolico il rapporto con lo Stato era di resistenza e contrasto. Il non expedit, ossia l'indicazione di non partecipare alle elezioni e di prendere le distanze dal nuovo Stato anticlericale, fu applicato per la prima volta nel 1868. Fu ulteriormente formalizzato da Pio IX, mantenuto da Leone XIII, poi allentato e infine tolto nel 1919 da Benedetto XV. Da allora, attraverso vicende complesse, i cattolici accettarono lo Stato moderno, collaborandovi. Da un lato il magistero cercò di teorizzare dottrinalmente la questione ribadendo le linee fondamentali della concezione corretta dello Stato, come per esempio Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, dall'altro si cercò di correggerne l'esistenza dall'interno ma senza più mettere in questione i suoi presupposti.Ai giorni nostri, però, il volto dello Stato (italiano prima di tutto, ma non solo) si mostra tragicamente truce e non solo per motivi contingenti, bensì proprio perché sta mettendo in luce i suoi presupposti sbagliati. La questione è talmente evidente che i cattolici dovranno riprendere in mano il tema del loro rapporto con lo Stato, andandosi a rivedere i motivi dell'ottocentesco non expedit.IL VOLTO TOTALITARIO DELLO STATOQuesta epoca di Covid e di vaccinazione ha mostrato il volto totalitario dello Stato, la sua volontà impositiva, pianificatrice dal centro, invasiva anche in aree non di sua diretta competenza come la salute, il suo disprezzo politico della scienza, la propaganda di regime per convincere con mezzi truffaldini le coscienze, la sospensione a tempo indeterminato di molte libertà, l'asservimento della chiesa trasformata in Chiesa di Stato che applica i decreti governativi senza battere ciglio, la supremazia dell'esecutivo sul legislativo, il controllo e la sorveglianza dei cittadini in aree delicate della loro vita, la loro schedatura tramite il Green Pass, l'uso di una "legislazione premiale" per indurre in modo di fatto obbligatorio certi comportamenti. Una fase, questa, che viene utilizzata per rafforzare ancor di più il centralismo burocratico, lo statalismo e una specie di "collettivismo sanitario" e politico: creare cittadini dipendenti dal sistema sanitario pubblico e, quindi, dal sistema politico.Le "angherie di Stato" non sono però una novità dell'epoca della pandemia di Stato, dato che esse sono da molto tempo tragicamente evidenti nel campo della vita e della famiglia. Nel nostro Paese c'è un "aborto di Stato" e guai a chi lo contesta, c'è ormai una "eutanasia di Stato" anche se non viene chiamata con questo nome, c'è una "procreazione di Stato" tramite la fecondazione artificiale e c'è anche un "gender di Stato" dato che a spese pubbliche si possono fare interventi di rettifica sul proprio corpo. La procreazione è apparentemente libera, ma di fatto lo Stato la condiziona e impone che oltre i due figli non si può andare se non per eroismo di coppia, che la morale di Stato condanna e ridicolizza.Dato che c'è una "scuola di Stato" a servizio della ideologia dello Stato, tutte le questioni relative alla vita e alla famiglia sono insegnate nelle sue aule, sia in forma diretta e, a breve, anche con il sostengo di una legge specifica come il ddl Zan), sia in forma indiretta dato che, quando va bene, di vita e di famiglia non si parla mai tra i banchi per non offendere le opposte visioni in materia nel segno di una finta "tolleranza di Stato". La scuola di Stato è quantomeno a-familistica. Per questo parlare di matrimonio o diritto alla vita oppure di famiglia naturale nella scuola di Stato è o impedito di fatto oppure contraddetto apertamente da insegnamenti contrari. Da quando i desideri ingiusti sono diventati diritti, lo Stato diventa una macchina che li impone con tutti gli strumenti a sua disposizione. Per questo oggi lo Stato (italiano) è un "sistema-Stato", una piovra, un "grande animale", una macchina dai mille tentacoli alla quale non si sfugge.TOTALITARISMO DEMOCRATICOSi tratta di uno Stato democratico, ma democraticamente è impossibile incidere su di esso. Soprattutto perché alla sua base c'è una visione puramente quantitativa della democrazia: contano i numeri indipendentemente da contenuti, verità, valori, giustizia. Ma nella democrazia di oggi diventa impossibile ottenere anche i numeri, perché le elezioni sono condizionate da mille interferenze, condizionamenti, pressioni... e soprattutto c'è una "cultura di Stato" che condiziona tutti, sicché cambiano le maggioranze ma con esse non cambia nulla. La democrazia è oggi estremamente oligarchica. Singoli candidati affidabili vengono poi assorbiti nel partito, un partito potenzialmente affidabile viene poi assorbito nelle convenienze tattiche e nei condizionamenti elettorali. Il sistema di Stato tiene e in Italia il principale guardiano e garante di questo sistema di Stato è da qualche tempo il Presidente della Repubblica: anche da noi possiamo dire che ci siano un uomo solo al comando.Ora, davanti a questo quadro, qui delineato con poche e insufficienti pennellate, i cattolici dovrebbero riconsiderare il loro rapporto con lo Stato. Quando si è davanti ad un sistema - il grande animale di Hobbes - diventa impossibile non collaborare al male, perché quanto può apparire in sé un bene, diventa funzionale al male complessivo che la piovra produce.Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Stefano Fontana, nell'articolo seguente dal titolo "Totalitarismo all'italiana", evidenzia le forme di totalitarismo che il potere politico ha ormai assunto nel nostro paese.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 luglio 2021:A cominciare dal marzo 2020, il potere politico italiano ha considerato se stesso come inamovibile, ha proclamato prima e prolungato poi uno stato di emergenza che aumenta i suoi poteri, ha governato principalmente o per decreti amministrativi del Presidente del Consiglio oppure per decreti-legge, il parlamento è stato messo da parte e, anzi, si è tentato - approfittando della distrazione sui temi della cosiddetta pandemia - di far passare leggi profondamente ingiuste come il ddl Zan. La cosiddetta emergenza è stata utilizzata per bloccare la situazione politica, per garantire il posto in parlamento di tanti deputati avventizi (parvenu), per portare alla presidenza del Consiglio un uomo delle istituzioni politiche e finanziarie come trampolino per la sua elezione alla presidenza della Repubblica.Questi "pieni poteri" prima di Conte ed ora di Draghi, non sono però stati adoperati per predisporre le cure domiciliari e immediate al Covid-19, ma solo per lanciare un grande piano di profilassi - in accordo con i grandi centri di potere globali - tramite la vaccinazione. Le cure a casa sono state impedite, i medici di base non ricevevano i pazienti, le proposte di terapie alternative sono state aprioristicamente escluse, i medici che le hanno praticate, salvando vite umane, lo hanno fatto a proprio rischio e pericolo, l'unica via praticata era stata quella della spedalizzazione, salvo poi lamentare l'intasamento dei reparti di terapia intensiva e usare questo dato per terrorizzare la gente. Del resto proprio la spedalizzazione era stata la principale causa della mortalità nei primi mesi del contagio, quando l'intubazione faceva più danni che benefici.Come avviene nei totalitarismi, le informazioni non sono state date ai cittadini secondo criteri di trasparenza e veridicità. All'inizio erano state scoraggiate le autopsie sui corpi dei deceduti, poi furono secretati i verbali del Comitato tecnico scientifico, poi sono stati sistematicamente gonfiati i dati circa il numero dei decessi per Covid, ascrivendo a questa causa ogni morte avvenuta. Durante tutta la pandemia e ancora oggi, i principali media introdotti nelle stanze del potere, a cominciare dai telegiornali RAI, hanno fornito dati assoluti e non relativi: per esempio i dati dei nuovi contagi senza dare anche il dato del numero dei tamponi effettuali, oppure il dato dei contagiati senza chiarire che tipo di gravità costoro segnalassero. Il regime ha fatto pensare che contagiato significasse malato e, più ancora, malato grave o addirittura in fin di vita.I due ambiti più preoccupanti di questa somministrazione contraffatta dei dati da parte del potere riguardano la natura del vaccino stesso e la vaccinazione dei giovani. I vaccini a mRNA somministrati nella campagna vaccinale non sono propriamente vaccini. Cioè non consistono nell'introdurre nel corpo umano virus uccisi o attenuati per attivare la risposta anticorpale. Essi possono invece determinare cambiamenti nell'organismo umano al fine di ridurre la possibilità di prendere il virus. Le due cose sono molto diverse, ma su ciò non c'è stata nessuna informazione ufficiale. Quanto alla vaccinazione dei giovani e dei bambini le fonti del potere totalitario non hanno fornito i dati da cui deriva la completa inutilità della cosa, dato che nei paesi dove non c'è stato lockdown è risultato che il tasso di trasmissibilità nei giovani è ridicolo.Del resto quali scelte dei nostri governi sono state dettate e suffragate da prove scientifiche? La composizione del Comitato tecnico scientifico è sospetta, i video-virologi hanno detto tutto e il contrario di tutto, perfino l'uso della mascherina all'aperto non ha fondamento scientifico, e nemmeno il famoso metro di distanza sociale. Perfino il fatto che la vaccinazione di massa aveva un carattere sperimentale è stato messo in sordina. Che sia assurdo vaccinare per un virus in mutazione, che non ci sia certezza che la vaccinazione eterologa sia priva di danni, che i vaccinati non fossero completamente immunizzati è stato tenuto nell'ombra. Appartiene ai regimi totalitari la strumentalizzare la scienza.
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Pena di morte: papa Francesco cambia la dottrina che la Chiesa ha sempre insegnato
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5281PENA DI MORTE: PAPA FRANCESCO CAMBIA LA DOTTRINA CHE LA CHIESA HA SEMPRE INSEGNATO di Stefano FontanaIeri abbiamo appreso che il Papa ha deciso di cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica approvato da Giovanni Paolo II nel 1992 nel punto che tratta della pena di morte. Il motivo principale a sostegno del cambiamento è che la persona, anche se compie delitti disumani mantiene la sua altissima dignità e quindi la pena di morte è da considerarsi inammissibile in quanto appunto lesiva di questa dignità. Rimangono confermati alcuni motivi precedentemente indicati dal magistero in attenuazione del principio. Per esempio il fatto che oggi ci sono forme di riparazione e di deterrenza tali che la pensa di morte è diventata superflua. Argomento, come si vede, legato alla evoluzione storica e quindi non direttamente dottrinale. Viene confermato anche il motivo secondo il quale la sensibilità dell'uomo di oggi è cambiata e la pena di morte viene vista in modo diverso dal passato. Anche questo è un aspetto non dottrinale, dato che la Chiesa è chiamata a proclamare la verità e non quanto suona bene alle orecchie delle varie generazioni.Papa Francesco non si è però limitato a questi argomenti, come già fatto dai suoi predecessori, ma ha enunciato il motivo dottrinale di fondo: quello della dignità intangibile di ogni persona e dell'idea che la morte inflitta dalla legittima autorità politica dopo una condanna per crimini atroci a tutela del bene comune sia da considerarsi una inaccettabile mancanza di rispetto per la dignità della persona umana.DAVVERO PANNELLA HA RAGIONE E SAN TOMMASO D'AQUINO TORTO?Prima e anche senza entrare nel merito, la notizia ha fatto rimbalzare diversi sentimenti. Infatti, la prima cosa che un fedele si chiede quando l'autorità ecclesiastica cambia qualcosa di importante nella dottrina della fede e della morale è: ma allora prima la Chiesa aveva sbagliato? Non è una novità, intendiamoci. Ma sempre la domanda nasce pronta e difficile da evitare. Viene in mente quanto segnalava il cardinale Ratzinger a proposito della riforma liturgica e delle modalità con le quali era stata posta in atto, vietando quella precedente: una istituzione che oggi dice che quanto diceva ieri è sbagliato perde di credibilità.Dopo che la Dignitatis humanae ha proclamato il diritto alla libertà religiosa, quanti si saranno chiesti: ma prima i Papi non avevano tenuto conto dei diritti della persona umana? Allo stesso modo, oggi che il Papa rivede una dottrina da sempre insegnata dalla Chiesa, non mancheranno di certo coloro che si chiederanno perché mai la Chiesa abbia sbagliato così a lungo, sia arrivata così tardi e non abbia mai visto che la pena di morte va contro la dignità della persona.C'è poi un altro aspetto che sorprende il povero semplice fedele. La Chiesa questa dottrina sulla pena di morte, l'ha sempre insegnata da secoli. Su questo tema si sono cimentati i più grandi teologi e giuristi, tutti d'accordo sul punto. San Tommaso d'Aquino, dalla cui dottrina alcuni pontefici avevano intimato di non discostarsi minimamente, aveva le idee chiare sulla pena di morte.Fa pensare questo scarto tra un pensiero tradizionale che ha attraversato i tempi e il cambiamento attuale, come fa pensare che "Nessuno tocchi Caino" e il pensiero di Marco Pannella sul punto in questione abbiano anticipato la Chiesa cattolica. Va bene che lo Spirito spira dove vuole e che esso spira anche fuori della Chiesa anagraficamente intesa, ma il semplice fedele non comprende bene perché per la Chiesa di oggi San Tommaso abbia torto e Marco Pannella ragione: cosa è andato storto?UNA NUOVA POSIZIONE DOTTRINALECome sappiamo, l'insegnamento della Chiesa non può contraddirsi. I simboli della fede sono più di uno, il simbolo apostolico è diverso da quello niceno-costantinopolitano. Però non si contraddicono. Quando è entrato in vigore il Catechismo di Giovanni Paolo II, il nuovo testo non contraddiceva in nessun punto il Catechismo Maggiore di San Pio X, il quale continuava a rimanere in vigore e il fedele che avesse continuato a farsi regolare la vita cristiana da quel catechismo sarebbe stato perfettamente in regola. Il catechismo nuovo non abolisce quello precedente. Ma adesso, il fedele che volesse farsi regolare la vita cristiana dal Catechismo di Giovanni Paolo II o da quello di Pio X sarebbe fuori regola. Infatti, il Catechismo di Papa Sarto, alla domanda "Vi sono casi nei quali è lecito uccidere il prossimo?", risponde così: "È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta, quando si eseguisce per ordine dell'autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto, e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore". Pio X ammetteva la pena di morte, ora il nuovo Catechismo la vieta: ma la fede cattolica può sopportare due catechismi in contrasto tra loro?Quando il magistero attua variazioni della dottrina, tenendo conto di queste banali e nello steso tempo profonde domande del semplice fedele, deve anche assolvere un compito a ciò conseguente. Deve spiegare i motivi teologici della nuova posizione dottrinale e deve anche spiegare perché essa non è in contrasto con la tradizione. Per far questo deve dar prova di avere tenuto conto di tutti gli elementi del quadro e spiegare che tutti questi elementi vengono salvaguardati dalla nuova posizione dottrinale e in più anche approfonditi ed elevati. Inoltre - e questa è la questione più delicata - deve assicurarsi ed assicurare di essersi attenuto alla medesima logica interna al ragionamento teologico della tradizione e non aver assunto altre categorie logiche, filosofiche e teologiche. Parere di un povero semplice fedele.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio, nell'articolo seguente dal titolo "Dignità, ma senza riparazione. Ogni pena allora è ingiusta" riflette sulla decisione del Papa che cambia la pena di morte nel Catechismo e che quindi diventa un'azione intrinsecamente malvagia, un assoluto morale mentre prima era lecita solo come extrema ratio e assolveva alle funzioni riparatrici della giustizia: retributiva, rieducativa e dissuasiva. Così, rifacendosi al concetto di dignità personale, non si vede perché non contestare anche gli altri tipi di pena detentiva. Anche l'ergastolo, la carcerazione temporanea. Se togliere la vita ad un reo offende la sua dignità, perché così non dovrebbe essere anche quando gli togliamo la libertà? Dubbi legittimi e inquietanti.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 agosto 2018:Il Santo Padre l'11 maggio scorso ha approvato una nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicato alla pena di morte. Nella nuova versione si legge che "la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che 'la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona', e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo". I motivi per cui la pena di morte sarebbe sempre illecita vengono indicati dal nuovo numero nel fatto che la sanzione capitale non è adeguata alla dignità della persona umana e nelle attuali circostanze storiche: infatti oggigiorno rispetto al passato "sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi".Infine il nuovo numero fa riferimento ad "una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato". Il riferimento, ha spiegato ieri la Congregazione per la Dottrina della Fede, è ad un maggior peso da assegnare alla funzione rieducativa della pena - che per Francesco è intesa esclusivamente come reinserimento nella società civile del reo - rispetto a quella retributiva (che invece dovrebbe essere la principale, cfr. M. Ronco, Il problema della pena, Giappichelli, 1996) e alla funzione di deterrenza. In sintesi la pena di morte è illecita moralmente perché contraria alla dignità della persona, inutile oggigiorno ed esclude la possibilità di ravvedimento del reo.Ieri la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato una lettera indirizzata a tutti i vescovi del mondo che intende esplicitare ancor di più il senso di questa inversione di rotta dottrinale. Su un primo fronte si afferma che c'è stato uno sviluppo dottrinale in merito alla relazione tra dignità della persona e pena di morte, sviluppo già portato avanti da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: "la nuova formulazione del n. 2267 del Catechismo esprime un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero". In realtà così non è, tanto che si è deciso di abrogare il vecchio n.2267. Entrambi questi pontefici, come i loro predecessori, avevano tenuto fermo la liceità della pena di morte, ma altresì avevano sottolineato un aspetto connaturato alla medesima liceità della pena di morte: questa deve essere l'extrema ratio. Se esiste uno strumento che difenda la collettività dall'aggressività del reo senza ricorrere alla pena di morte è necessario usare tale strumento, altrimenti è illecito mettere a morte il reo. E' il principio di proporzione alla base di ogni azione buona: i mezzi per soddisfare un fine buono devono essere adeguati al fine («un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» Tommaso D'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). La lettera della Congregazione prosegue proprio sottolineando questo principio di proporzione, affermando che oggi esistono "sistemi di detenzione più efficaci che assicurano la doverosa difesa dei cittadini".
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Muore Hans Kung, il teologo che voleva distruggere la Chiesa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6532MUORE HANS KÜNG, IL ''TEOLOGO'' CHE VOLEVA DISTRUGGERE LA CHIESA di Stefano FontanaIeri è morto, all'età di 93 anni, il teologo Hans Küng, nella sua casa di Tubinga, in Germania. Nato a Sursee, in Svizzera, nel 1928, Küng aveva scelto di dedicarsi allo studio della teologia e a 32 anni era diventato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia cattolica dell'università di Tubinga.Chiunque, anche chi non sa pressoché nulla di teologia, conosce almeno il nome di Hans Küng e se lo figura come l'antagonista per eccellenza della dottrina cattolica. Da questo punto di vista la vita teologica di Küng è l'esatto opposto delle prescrizioni date dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nella sua Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo Donum veritatis del 1990. Qui si chiedeva a teologi prudenza, si suggeriva di non rivolgersi ai media, di non ostentare posizioni teologiche contrarie al magistero, di non discutere nemmeno più sulle questioni da esso precisate e definite. Küng si è invece sempre posto sulla scena, fin da quando accompagnava il cardinale di Vienna König in Vaticano per il Concilio e non ha certo mai usato la prudenza "ecclesiale" che il magistero chiede ai teologi.Quando in un teologo accade questo, come nel caso di Küng, forse significa che, in modo più o meno consapevole, quel teologo pensa che il futuro della Chiesa dipenda da lui, o almeno soprattutto da lui. Questo atteggiamento personale inclina poi verso una teologia storicistica e progressista, e questa a sua volta anima teoricamente quell'atteggiamento personale. Il suo compagno Karl Rahner dichiarò apertamente di voler essere l'iniziatore di una nuova Chiesa e, a giudicare dalla sua vita e dalla sua teologia, allo stesso modo la pensava anche Hans Küng. La personalità si salda così con la teologia professata e viceversa, nella idea cara ai riformatori e agli eretici che la salvezza è nel futuro, che il futuro è la salvezza e che loro hanno le chiavi del futuro.IL CONCILIO VATICANO IIIKüng è stato filosoficamente molte cose, ma soprattutto è stato hegeliano. In questa chiave la realtà della Chiesa coincide con l'autocoscienza della Chiesa e questa - l'autocoscienza - è continuamente in divenire. Non che essa divenga, piuttosto essa è divenire e il divenire è guidato dal futuro non dal passato, sicché non può esistere nessuna valida nozione teologica che non sia anche nuova. È quanto temeva Réginald Garrigou-Lagrange nel 1946, quando si chiedeva dove andasse la Nouvelle theologie - di cui anche Küng è in fondo figlio, anche se più scapestrato di altri - e, ancora più drammaticamente, si chiedeva se fosse ancora possibile una teologia vera anche se non nuova. Si deve anche a Küng se moltissimi teologi, senza sapere di essere kungiani, oggi la pensano così: una qualsiasi posizione teologica per essere veramente tale deve essere nuova. La pensa così anche il presidente dei vescovi tedeschi mons. Georg Bätzing. Küng era svizzero di nazionalità ma tedesco di teologia.Hans Küng era sintonizzato su un Vaticano III e ansioso di incontrare un Giovanni XXIV. Credeva che la Chiesa si costituisse dal basso e pure dal basso si rinnovasse. Diceva che la nuova Chiesa dal basso era già cominciata. Accusava la Chiesa di maschilismo e avrebbe desiderato una riconquista femminile dei diritti delle donne, dalla contraccezione al sacerdozio. I vescovi avrebbero dovuto venire eletti dal basso e in libertà. Spinse molto per un nuovo e più radicale ecumenismo, denunciava quanto egli chiamava l'"ostinazione a sottolineare le differenze", chiedeva l'abolizione delle condanne contro Lutero e Calvino e con le Chiese riformate voleva far valere una "ospitalità eucaristica come espressione di una comunione di fede già realizzata". Riteneva insostenibile, da parte della Chiesa Cattolica, che si desse una sola religione legittima e vedeva questo atteggiamento come conseguenza del "colonialismo europeo e dell'imperialismo romano". Secondo lui la Chiesa doveva accettare la sfida della pretesa di verità delle altre religioni.LE PRIME PAGINE DEI GIORNALIAl proprio interno, poi, essa avrebbe dovuto rendere autonome le Chiese regionali e locali in onore alla "ricchezza della varietà" contro la "prepotenza dogmatica", l'"immobilità dogmatica" e la "censura moralistica". La Chiesa doveva vivere, secondo lui, un "rapporto comunitario" e abbandonare il modello di una Chiesa "dall'alto, ostinata, rassicurante, burocratizzata". Come l'URSS aveva riabilitato i propri dissidenti, anche la Chiesa avrebbe dovuto riabilitare i propri, da Heldel Camara a Leonardo Boff. Il futuro della Chiesa, oltre che nell'ecumenismo, era da lui visto anche nel pacifismo e in un nuovo ecologismo.I teologi di punta, nel senso di appuntiti, guadagnano le prime pagine dei giornali quando le sparano grosse e loro infatti le sparano spesso grosse. Come quando Küng se la prese con l'infallibilità del Papa: tutti lo ricordano. Ma non è detto che il loro lascito stia lì, nelle sparate che accendono i riflettori. La loro semina avviene quando i riflettori si spengono e nella prassi della Chiesa le loro indicazioni vengono tacitamente vissute e incarnate, al buio delle luci della ribalta. Si provi a rileggere la breve rassegna delle posizioni di Küng del paragrafo precedente. Nella Chiesa tedesca di oggi e nel suo cammino sinodale le ritroviamo tutte. Qualcuna è detta con maggiore garbo, ma le ritroviamo tutte. Spostiamoci allora alla Chiesa universale. Anche qui le ritroviamo, più o meno, tutte: Leonardo Boff scrive le encicliche pontificie e di Mons. Camara si vuole la canonizzazione, molti pensano che si sia già nel Vaticano III e che un Giovanni XXIV sia già arrivato, Lutero e Calvino sono stati riaccolti nell'ovile, l'ospitalità eucaristica è di prassi e le donne si avvicinano all'altare. Mentre i media si occupavano delle sue sparate, Hans Küng era impegnato a seminare.
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Il discorso di Draghi al senato? Inquietante!
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6491IL DISCORSO DI DRAGHI AL SENATO? INQUIETANTE!Mario Draghi ha totalmente ignorato la famiglia e la crisi demografica, ha contraddetto la sussidiarietà, ha mostrato una concezione statalista della scuola e dirigista nell'economiadi Stefano FontanaA leggere [...] il discorso pronunciato ieri in parlamento dal presidente incaricato non si trova nessuna traccia dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, anzi si trova il loro contrario. Se dopo l'incarico a Draghi avevamo scritto della possibilità di un governo pericoloso, ora, dopo aver letto il suo discorso programmatico, possiamo parlare di un governo inquietante.Cominciamo dai due vuoti più macroscopici. In tutto il discorso non c'è la parola famiglia. Eppure, pur non esperto di Dottrina sociale della Chiesa, Draghi sa bene che le difficoltà di questo momento sono sopportate soprattutto dalle famiglie e lo saranno ancor di più quando cesserà il blocco dei licenziamenti. Eppure nella strategia del nuovo governo non c'è una parola sulle politiche familiari.L'altro vuoto macroscopico è quello della lotta alla denatalità. Molta parte del discorso riguardava il "Next generation EU", ossia il grande piano europeo di finanziamenti per la ripresa, ma la "nuova generazione" in Italia sarà sempre più striminzita in assenza di politiche demografiche adeguate e quella sarà la principale nostra povertà.SCUOLA SOTTO IL CONTROLLO DELLO STATOUn altro principio della Dottrina sociale della Chiesa assente o deformato è la scuola: il principale dovere di una comunità politica è di educare nel bene i propri figli, rispettando l'originaria titolarità dei genitori in questo campo. Così come nel discorso di Draghi non ci sono né la famiglia né la procreazione, della scuola si parla solo in senso statalistico e in funzione operativa, ossia in adeguamento alle nuove esigenze della tecnologia, del digitale e dell'ambientalismo.Non solo si ribadisce che la scuola è unicamente quella statale, ma si afferma anche il dovere del governo di introdurre nuove discipline didattiche, con buona pace di chi crede ancora al principio di sussidiarietà specialmente nel delicato campo dell'educazione. Il governo non solo rivedrà le date dell'anno scolastico ma anche i contenuti dell'insegnamento in vista di una necessaria "transizione culturale". E non c'è da preoccuparsi?Un altro principio della Dottrina sociale della Chiesa completamente disatteso è l'importanza dell'autonomia dei corpi intermedi rispetto allo Stato. Qui intendo sia le comunità locali sia le comunità sociali, ambedue forme di corpi intermedi cui garantire prerogative e diritti. Nel suo discorso però Draghi le assorbe nello Stato e nell'Unione europea: non c'è nessuna realtà locale di cui valorizzare l'autonomia, né c'è alcuna comunità sociale di cui valorizzare il protagonismo.Questa mancanza è particolarmente evidente nel campo della politica economica. Le imprese vorrebbero essere lasciate (finalmente) libere, dopo mesi di restrizioni, di inventarsi il proprio futuro e quello dell'economia italiana, invece Draghi dice che "il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche". Secondo lui la politica economica del governo dovrà scegliere "quali attività proteggere e quali accompagnare al cambiamento". UNO STATALISMO OPPRIMENTELa reinvenzione dell'attività economica non sarà quindi frutto dell'autonomia e della creatività dei corpi intermedi, ma nascerà da direttive governative. Lo Stato stabilisce quali imprese devono andare avanti e quali no, e sempre lo Stato stabilisce quali materie devono essere insegnate a scuola e quali no. Le situazioni di crisi, siano esse sanitarie o ambientali o economiche, sono adoperate dal potere per rafforzare se stesso. Tutto ciò trova conferma nel discorso di Draghi. L'ideologia manifestata è ancora espressione del connubio PD-5Stelle, ossia un social-capitalismo statalista e istituzionale di adeguamento (transizione) guidato dall'alto del nostro Paese verso gli standard già decisi dai poteri sovranazionali.Con Draghi nasce un nuovo partito d'azione, Gramsci e Gobetti infinitamente depotenziati ma tuttora concordi su una strada da percorrere insieme nella centralità delle istituzioni repubblicane. Inquieta ma non stupisce, in questo quadro, la frase di Draghi: "Prima di ogni nostra appartenenza viene il dovere della cittadinanza". Così non è: ci sono molte appartenenze tra gli uomini che vengono prima della cittadinanza conferita dallo Stato: appartenenze familiari, locali, nazionali, di affinità sociali, morali, religiose... veri e propri presupposti della cittadinanza non sue manifestazioni collaterali.Draghi sostiene che l'euro è irreversibile, che l'Unione europea non si discute, loda la nuova amministrazione americana, lamenta le sorti dei diritti umani in Russia ma non in Cina, assume in pieno l'ideologia ambientalista, compresa l'assurda pretesa di eliminare i gas a effetto serra entro il 2050, adeguandosi a tutti i luoghi comuni della "crescita verde e sostenibile". Vuole una Nuova Ricostruzione, una Ricostruzione già decisa. E questo ci inquieta.Nota di BastaBugie: per capire come mai il governo Draghi non promette niente di buono si può leggere il seguente articolo.IL GOVERNO DRAGHI E' IDEOLOGICO E PERICOLOSOSembra impossibile, eppure rischia di fare più danni dei precedenti governi (VIDEO: Chi comanda il mondo)di Stefano Fontanahttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6469 Titolo originale: Governo Draghi, le premesse sono inquietantiFonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18-02-2021Pubblicato su BastaBugie n. 705
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Il governo Draghi è ideologico e pericoloso
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6469IL GOVERNO DRAGHI E' IDEOLOGICO E PERICOLOSOPochi se ne accorgono, ma rischia di fare ancor più danni dei precedenti governidi Stefano FontanaIl governo Draghi non promette niente di buono. Anzi, con la scusa della solidarietà nazionale (attuata tuttavia e come sempre con il manuale Cencelli) e con la retorica dei competenti, rischia di fare ancor più danni dei precedenti. Naturalmente, tutto dipende da cosa uno vuole da un governo in generale e da questo governo in particolare.Ma per chiarirci le idee basta che ci poniamo alcune semplici domande: sarà ancora possibile criticare l’Unione europea, l’euro e la moneta a debito? Rivendicare un briciolo di sovranità nazionale e di identità? Chiedere il controllo delle migrazioni e lo sbarramento dei porti? Aprire alla scuola non statale? Promuovere la famiglia naturale? Chiedere politiche ambientali libere dall’ideologia ambientalista? Pensare ad una digitalizzazione senza controllo centralistico? Diminuire drasticamente le tasse e difendere la proprietà privata? Pensare ad una lotta al Covid non soggiogata alla ideologia vaccinista?Chiunque si faccia queste domande e cerchi una risposta scorrendo i nomi che compongono il nuovo governo deve concludere con un no: su questi temi fondamentali non ci si può attendere nulla da questo governo, anzi ci si deve attendere il contrario di quanto sarebbe giusto e bello fare.Il presidente Draghi ha distribuito le poltrone “politiche” secondo il bilancino del peso dei partiti e, tirando di qua e mollando di là, ha voluto accontentarli tutti. Peccato che la cosa pesi non solo sul metodo poco innovativo e inadeguato alla grandezza messianica del personaggio, ma anche sui contenuti. Il bilancino di Draghi ha lasciato al loro posto la Lamorgese agli Interni, Speranza alla Sanità e la Bonetti alla Famiglia. La politica dei porti attuata dalla prima non ha soddisfatto per niente. Durante la pandemia ne sono entrati tanti e poi tanti.LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE ENTRATENemmeno la politica anti-pandemica di Speranza può essere considerata soddisfacente: improvvisazioni terapeutiche, lentezze sulle cure domiciliari e sulle protezioni, esclusione inspiegabile di terapie, uso strumentale della scienza: c’è chi propone la sua denuncia alla Corte internazionale di giustizia. Senza contare poi della liberalizzazione voluta da Speranza della pillola abortiva. Del resto un esponente della sinistra comunista al ministero della sanità in questi tempi nevralgici per le tante questioni etiche in ballo non può che produrre disastri per motivi ideologici.La politica della famiglia della Bonetti non si è nemmeno vista, le sue convinzioni personali in proposito lasciano molto a desiderare e, per di più, il suo ministero si chiama “per le Pari opportunità e la Famiglia”, ossia la famiglia è collocata dentro le pari opportunità che tutti sappiamo essere oggi non solo quelle tra maschio e femmina ma anche quelle relative ad altri generi.Il quadro ideologico di fondo di questo governo è uguale al precedente: un socialismo illuminato, uno statalismo individualista, un tecnicismo centralistico, un paternalismo costituzionale, un europeismo ideologico. Gli innesti non lo hanno cambiato, semmai lo hanno rafforzato rendendolo ancora più preoccupante. Il nuovo ministro della Pubblica istruzione Patrizio Bianchi ha già fatto affermazioni di dedizione, sostegno e rilancio della scuola statale. Niente di male, ma in Italia non c’è - né deve esserci - solo la scuola statale. Per avere il centralismo educativo dello Stato bastava la Azzolina e l’ideologia neo-giacobina 5Stelle-Pd. E siccome Bianchi è più competente della Azzolina forse potrà fare anche di peggio, dal punto di vista di chi crede nella scuola libera delle famiglie.LE TRANSIZIONI ECOLOGICA E DIGITALEPoi ci sono le due “transizioni”, quella ecologica e quella digitale. Qui stiamo parlando di ambiti pericolosissimi per il bene dell’uomo. La transizione digitale può trasformarci tutti in ultimi terminali di una rete. Può anche renderci dipendenti da un forte controllo centrale e impedire la nostra libertà, quella di pensiero prima di tutto. Può fornire al potere la possibilità di creare dei database su tutti noi, se già non è avvenuto. Che garanzie offre Colao, il nuovo ministro della transizione digitale, su questo delicatissimo fronte? La competenza tecnica? Non è certo sufficiente perché è proprio la tecnica a dover essere guidata.La transizione ambientale è ugualmente preoccupante. L’idea era venuta da Grillo - e la fonte non depone a favore dell’idea - e Draghi l’ha subito accolta. Questo ministero - guidato da Roberto Cingolani - sarà il principale tra tutti, non solo perché assorbirà l’ambito dell’energia ma soprattutto perché guiderà un comitato interministeriale essendo la transizione ambientale trasversale a tutti i ministeri e a tutte le politiche governative. Ora, siccome l’ambientalismo è una nuova ideologia e una nuova religione che si fonda su molti dogmi, poco brilla di buon senso ed è funzionale al grande reset mondiale, c’è molto da preoccuparsi.Se il governo precedente assomigliava a dei concorrenti allo sbaraglio, questo invece ha maggiori pretese che non solo sopravvivere, è più ideologicamente determinato, più autorevole si dice in gergo. e quindi lascerà aperte meno fessure in cui potersi insinuare o forse nessuna fessura. È un governo blindato e funzionale a far transitare il Paese secondo le esigenze dominanti oggi. Che non sono le nostre. Titolo originale: Ambiente, famiglia, scuola, digitale: questo governo è pericolosoFonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14-02-2021Pubblicato su BastaBugie n. 704
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Il ''trionfo'' di Emma Bonino: libertà senza verità
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6233IL ''TRIONFO'' DI EMMA BONINO: LIBERTA' SENZA VERITA' di Stefano FontanaDomenica scorsa 12 luglio il Corriere della Sera ha pubblicato una lunga intervista ad Emma Bonino. Una specie di retrospettiva della vita politica sua e dell'Italia laudativa di sé e dei Radicali. In questa scontata esaltazione dei grandi risultati ottenuti da una sparuta pattuglia di militanti - Aglietta, Spadaccia, Pannella, Bonino... - c'è tuttavia qualcosa di vero: aver cambiato l'Italia.La Bonino è molto chiara a questo proposito e non si può darle torto: "La vittoria sul divorzio, di cui Mauro Mellini fu un protagonista, è stato uno dei più importanti cambiamenti della storia civile italiana. Da lì in poi la società si è come liberata da catene antiche. E non si è più tornati indietro... È difficile negare che le nostre battaglie abbiano cambiato il volto e il modo di vivere di milioni di italiani". Questo giudizio è in sé assolutamente vero anche se la valutazione del processo che da lì è partito è opposta a quello della Bonino.LA DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA HA DISTRUTTO LA SOCIETÀTogliendo il matrimonio come base della famiglia è finita a poco a poco anche la famiglia, e con la famiglia una visione umana e non tecnica della sessualità, la natalità, i legami non artificiali, l'idea stessa di un ordine naturale da rispettare nelle politiche e nelle leggi, e un rapporto essenziale e non accidentale della Chiesa con la società. Dopo l'approvazione del divorzio è rimasto solo l'individuo come unità numerica e con relazioni diversamente fungibili, interscambiabili, reversibili, artificiali, a tempo, una società usa-e-getta, liquida e pagana. Tutte le altre forme di post-naturalismo per le quali anche la cultura gay risulta essere ormai troppo rigida, ne sono state la conseguenza.Secondo Emma Bonino, Pannella e Spadaccia erano molto interessati alla religiosità "come diritto individuale. Il diritto a credere in quello che si vuole, il contrario dell'integralismo". Si ritorna quindi al "diritto di scelta", come nel divorzio o nell'aborto: "L'obiettivo della mia esistenza è sempre stato di combattere gli ostacoli alle possibilità, di ciascuno, di scegliere in modo autonomo e sovrano la propria vita. Per questo ho combattuto le mutilazioni genitali femminili, per questo sento tanto la questione dei migranti". Un motivo del successo radicale, allora, è stato di proporre una libertà fondata solo su se stessa, ossia senza ragioni, un diritto di scelta coerente solo con se stesso, ossia privo di coerenza: perché le mutilazioni genitali no e la mutilazione esiziale dell'aborto sì? Al nascituro il diritto di scelta è stato concesso?.UNA LIBERTÀ SENZA VERITÀEmma Bonino si vanta di aver sempre lottato per lo Stato di diritto, in realtà i Radicali hanno distrutto lo Stato di diritto se con tale espressione si intende lo Stato che risponde ad un ordine indisponibile di fini e di valori. I Radicali, che erano un piccolo gruppo di cultura liberale, avevano bisogno di un partito radicale di massa. Questo fu il PCI. Nell'intervista al Corriere la Bonino dice che con i comunisti il rapporto era difficile perché i Radicali parlavano dei diritti dell'individuo e i comunisti di quelli delle masse e consideravano divorzio a aborto "frivolezze radical-chic". Ma sbaglia sapendo di sbagliare. Il PCI era in potenza un partito radicale di massa e lo diventò progressivamente e in modo sempre più radicale.I voti nei referendum del 1974 e del 1981 non vennero dai pochi liberali, ma dai comunisti e da un popolo italiano che il comunismo - con il considerevole aiuto dei democristiani - aveva secolarizzato. Come per la modernità, anche in questo caso i Radicali si posero all'avanguardia di processi più grandi di loro, stimolandoli a loro volta e godendone i frutti, al punto che oggi non ce n'è nemmeno più di bisogno: Partito Democratico e Cinque Stelle fanno delle "frivolezze radical-chic" l'essenza della loro politica.Circa i rapporti col mondo cattolico, la Bonino glissa. In realtà i Radicali furono molto sostenuti dai progressisti cattolici della contestazione che scesero in piazza e in parlamento con i comunisti, ma poi spinsero per i diritti borghesi dei Radicali. Il 23 marzo 1974 si tenne a Roma il Convegno "I cattolici democratici contro l'abrogazione della legge sul divorzio" e gli Atti pubblicati allora dalla Coines Edizioni fanno un elenco di intellettuali cattolici aderenti che da solo occuperebbe lo spazio di questo articolo. I due referendum su divorzio e aborto divisero il mondo cattolico - e la stessa Chiesa - in modo da toccare con mano e da allora la ferita si è sempre più allargata.La piccola pattuglia ha sfruttato l'onda lunga di processi molto più grandi di essa: l' "impulso alla libertà assoluta e alla pienezza assoluta come individuo" (come scrisse Baget Bozzo) propria della modernità, la transizione opulenta, irreligiosa e borghese del comunismo italiano, il progressismo cattolico postconciliare. Più approfittatori che creativi anticipatori, più esecutori testamentari che produttori di nuove risorse.Nota di BastaBugie: negli anni abbiamo pubblicato molti articoli su Emma Bonino e i radicali.EMMA BONINO PARLA DAL PULPITO DI UNA CHIESA, MENTRE GLI ANTIABORTISTI SONO CACCIATI FUORILa leader radicale ha parlato della necessità di accogliere gli immigrati per colmare il calo demografico ''dimenticando'' di essere la paladina dell'aborto libero che ha ucciso 6 milioni di italianidi Giuseppe Tettohttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4795EMMA BONINO E' STATA SCELTA (UNICA ITALIANA) TRA LE ''150 DONNE CHE MUOVONO IL MONDO'' RIUNITE NEL 2012 A NEW YORKIn passato anche il direttore di Avvenire si accodò al coro di lodi per la radicale che propaganda aborto, eutanasia, droga libera, sesso scelto in base al desiderio, legalizzazione della pedofilia...di Danilo Quintohttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2264EMMA BONINO MINISTRO DEGLI ESTERI: QUATTRO MOTIVI PER PREOCCUPARSICome può occupare un posto chiave del governo chi fa parte di un partito che è stato votato dallo 0,19% (cioè 64.709 voti) senza nessun rappresentante in Parlamento?di Stefano Fontanahttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2749&RADIO RADICALE VIENE FINANZIATA DAL PARLAMENTO OGNI ANNO CON 10 MILIONI DI EURO: SONO I NOSTRI SOLDI, I MIEI E I TUOI!Vediamo i nomi dei politici cattolici (o presunti tali) che appoggiano ogni anno il finanziamento di Pannella, Bonino e compagnidi Danilo Quintohttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1865&
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Le ingerenze dello stato nella vita della chiesa, corsi e ricorsi storici
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6176LE INGERENZE DELLO STATO NELLA VITA DELLA CHIESA, CORSI E RICORSI STORICI di Stefano FontanaIl covid-19, tra i tanti suoi effetti, ha anche provocato una nuova secolarizzazione della religione cristiana nel nostro Paese. Il divieto di inginocchiarsi, la sostituzione dei banchi con le sedie, la comunione obbligatoriamente in mano, i sacerdoti con i guanti, la chiusura delle chiese, pezzi di liturgia appaltata al governo, poliziotti che interrompono la messa, il mancato rispetto del Concordato... tutta una serie di piccoli/grandi interventi che senz'altro hanno tolto alla liturgia domenicale qualche risonanza di sacro.Per indicare questi atteggiamenti dello Stato gli storici hanno creato i termini di giuseppinismo, regalismo e giurisdizionalismo, ossia l'allargamento delle prerogative statali - allora regie ora repubblicane - a danno della Chiesa. CORSI E RICORSI STORICINella lunga storia della Chiesa, le ingerenze dello Stato sono state copiose. Può essere utile leggere l'agile libretto di Giovanni Turco dal titolo "Il problema dei cattolici tra Italia e Germania", edito da Solfanelli nel 2019. Lì si può vedere i molti tentativi di secolarizzazione della religione cattolica, certamente più acuti ed aspri di quelli di oggi ma con alcuni aspetti dii comune interesse.Già gli Stati italiani precedenti l'unità si erano molto impegnati nel settore. Nel Granducato di Toscana, nelle regioni italiane dell'Impero e nel Regno di Napoli il potere politico arrivava a decidere il numero dei novizi da ammettere nelle congregazioni religiose, la nomina dei docenti nei seminari, la regolamentazione dell'uso delle campane, la lunghezza delle candele votive, fino al condizionamento degli indirizzi teologici nella formazione del clero. L'uso del placet e dell'exequatur, ossia del consenso governativo alla nomina dei vescovi, accompagnò spesso il sostegno all'eterodossiaCon la nascita del nuovo Stato italiano unitario, dal 1861 al 1867, vennero soppresse tutte le congregazioni religiose e i loro beni incamerati dallo Stato. Nel meridione "conquistato" le Opere pie vennero soppresse, le mense vescovili eliminate, limitate le funzioni religiosi vespertine e notturne, abolita l'esenzione dei chierici dal servizio militare, ostacolato l'obolo di san Pietro, imposto il giuramento ai cattolici dichiarati. Nel 1864 ben 34 vescovi vengono estromessi dalle loro sedi per ordine governativo per non avere sottoposto al governo le Bolle pontificie e chiesto l'exequatur.DIFFERENZE TRA IERI ED OGGIIn Germania, durante il Kultukampf voluto da Bismark tra il 1871 e il 1874, ci fu un'ondata laicizzatrice sulla scorta del principio del primato dello Stato. Per essere designati ad un incarico ecclesiastico bisognava essere tedeschi, giurare obbedienza alle leggi del Reich ed avere il permesso dello Stato. Venne esclusa ogni giurisdizione del Papa in Germania. Tutti gli ordini religiosi vennero aboliti, ad eccezione di quelli ospedalieri e fu esteso alle scuole religiose il controllo statale. I vescovi sostenitori del dogma dell'infallibilità pontificia vennero colpiti. La legge "del pulpito" vietava di accennare qualsiasi critica alle leggi ecclesiastiche dello Stato durante le omelie.In Svizzera nel 1874 fu fatto divieto di fondare nuovi conventi, furono soppresse le giurisdizioni ecclesiastiche e fu stabilito il matrimonio civile.In tutte queste vicende si nota una costante, che rappresenta un punto interessante anche oggi. Parti consistenti di Chiesa resistettero, ma sempre ci fu una parte che dall'interno della Chiesa appoggiava il laicismo di Stato. In Austria i vescovi cattolici coraggiosamente si rifiutarono di obbedire alle legge che imponeva loro di consegnare allo Stato i registri dei matrimoni, rinunciando così alla giurisdizione della Chiesa sul matrimonio. Ma in Germania gruppi di cattolici scelsero il lealismo nei confronti del Reich. Anzi, tutte le leggi del Kulturkampf provenivano dai membri cattolici del Reichspartei. Alfonso Maria de' Liguori si schierò contro la soppressione dei Gesuiti e contro i giansenisti e i "novatori" che dall'interno della Chiesa invece la appoggiarono.È sempre stato così e ancora adesso è così. Ci sono solo due differenze. La prima è che quei territori interni alla Chiesa sono già stati ampiamente invasi e rimane ormai ancora poco da invadere. Il secondo è che, contrariamente ad oggi, a quei tempi coloro che resistevano erano in molti e i "novatori" in pochi.
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Conte e Mattarella spingono per l'approvazione della legge Zan sull'omofobia
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6136CONTE E MATTARELLA SPINGONO PER L'APPROVAZIONE DELLA LEGGE ZAN SULL'OMOFOBIA di Stefano FontanaUna legge contro l'omofobia sarebbe distruttiva della convivenza sociale e porterebbe con sé forme politiche di totalitarismo. Tutto il contrario, in altre parole, di quanto detto dal presidente Mattarella e dal premier Conte in occasione della "Giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia" del 17 maggio con i quali siamo in totale e pieno disaccordo.In Parlamento giace una proposta di legge - la famosa o famigerata legge Zan - che renderebbe perseguibile qualsiasi opinione o considerazione sull'omosessualità o su altri cosiddetti orientamenti sessuali non allineata a quanto stabilito dallo Stato-etico.In altre parole, sarebbe obbligatorio aderire alla visione morale dello Stato che da un lato si proclama laico e neutro e dall'altro pretende di insegnare ai cittadini cosa sia la sessualità, l'identità di maschio e di femmina, la procreazione, la famiglia, la cura dei figli. Oltre ad insegnare la morale, però, come fanno gli Stati totalitari, punisce chi dissente sentendo esso il dovere, come tutti gli Stati totalitari, di rieducare i cittadini e di cambiare la loro natura, come prevedeva Rousseau, grande antesignano di queste cose.OGNI LIBERTÀ SESSUALE È BUONA?Gli interventi di Mattarella e di Conte nella Giornata del 17 maggio sono stati due forti spinte all'approvazione di questa legge riprovevole, una specie di richiamo all'ordine per un Parlamento - poveretto! - già ridotto a bivacco di mascherine e al fantasma di se stesso dai DPCM per il coronavirus.Si dirà che proprio perché lo Stato è neutro e laico deve tutelare la dimensione pubblica della libertà sessuale in tutte le sue versioni. Qui però subentrano due grosse difficoltà.Dire che ogni libertà sessuale è buona significa non avere criteri per valutare il valore o il disvalore pubblici della libertà sessuale. Se tutti hanno il diritto non solo di fare (in privato) tutto quello che vogliono (il che cade sotto la morale ma non sotto il diritto o la politica) ma anche il diritto che a ciò sia riconosciuto uno statuto pubblico (il che cade sotto il diritto e la politica), allora qualsiasi tipo - diciamo così - di performance dovrebbe essere giuridicamente e politicamente riconosciuto e contemplato. A questo punto però Mattarella e Conte dovrebbero rispondere a questa domanda: davanti a quale atteggiamento sessuale lo Stato deve fermarsi e dire di no, non avendo esso nessun criterio per fermarsi e dire di no? Perché non disciplinare giuridicamente e politicamente la pedofilia? Perché dire no al matrimonio combinato tra un anziano e una bambina? Perché non contemplare anche in Italia l'incesto? Perché non tutelare le relazioni sessuali con un animale o un albero? Perché non permettere la masturbazione o anche l'attività sessuale in pubblico?Se la laicità consiste nel proteggere da discriminazioni la libertà sessuale, qualsiasi espressione di libertà sessuale dovrebbe essere tutelata. Uno Stato che non conosce il limite fa paura. Uno Stato che sa dire tanti no, ma non quelli giusti, fa paura.LA TOLLERANZA INTOLLERANTELa seconda difficoltà è ancora più stringente. Se lo Stato assume in assoluto il principio della lotta all'intolleranza, è destinato a diventare intollerante. Questa è la malattia delle democrazie senza valori - come diceva Giovanni Paolo II - che sono destinate a trasformarsi necessariamente in totalitarismo. Gli interventi di Mattarella e Conte dicono che in campo sessuale non c'è nessun valore che non sia la completa libertà sessuale. Dicono anche che ammettere questo principio è tolleranza, mentre ritenere che nella vita sessuale ci siano dei valori da rispettare come condizione per assegnare a quella vita sessuale una dignità pubblica sia intolleranza. Quindi essi devono impedire a chiunque di dire che ci sono dei disvalori che non si possono tollerare, e impedendo di dire questo in pubblico diventano intolleranti. Conte e Mattarella devono essere intolleranti se conseguenti con quanto dicono, devono cioè impedire per legge a chi sostiene che ci siano dei disvalori da non tollerare di dirlo e di impegnarvisi. Ed ecco la legge Zan, che serve proprio a questo, a tappare le bocche.Ma la loro contraddizione è anche più profonda. Ammettendo nella pubblica piazza tutte le performance sessuali e negando in questo campo l'esistenza di disvalori che non possano essere tollerati, loro malgrado (e a loro modo) enunciano un valore: quello della libertà senza criteri, quello dell'equivalenza di tutte le performance sessuali. In questo modo prima di tutto si contraddicono, dato che una volta affermano che non esistono valori e un'altra dicono che esiste un valore, quello secondo cui non esistono valori, ma anche si condannano da soli, perché questo valore essi lo pongono come un valore assoluto, ossia intollerante, non ammettono deroghe nei suoi confronti. La tolleranza viene quindi imposta in modo intollerante il che - almeno fino a che rimane ancora in vigore il principio omonimo - è una contraddizione. La tolleranza assoluta è intollerante perché deve vietare di pensare che non tutto si debba tollerare.Chiedo la libertà vera di tollerare il tollerabile e di non tollerare l'intollerabile. E sono sicuro che a determinare ciò che è tollerabile o intollerabile non possono essere né Conte né Mattarella, né lo Stato che essi rappresentano. Quando lo fanno - e lo hanno fatto il 17 maggio - sono intollerabili.
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L'abbraccio letale dello stato alla Chiesa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6034L'ABBRACCIO LETALE DELLO STATO ALLA CHIESA di Stefano FontanaIl problema c'è ed è serio. È stato riportato sotto i riflettori da una emergenza contingente, ma comunque è serio. Non appena governo e regioni hanno emanato le loro disposizioni in materia di limitazioni anti-contagio, i vescovi italiani hanno subito obbedito anche per quanto riguarda l'aspetto più essenziale e centrale della vita della Chiesa, la sospensione della celebrazione della Santa Messa.1) LA CHIESA HA UN RUOLO PUBBLICO NELLA POLITICA E NEL MATRIMONIOIl caso serio è proprio questo: la Chiesa che obbedisce allo Stato in quanto è ad essa più proprio, la Chiesa che si concepisce come un elemento della comunità politica e non come il fondamento di quella società politica. In altri tempi essa pensava di essere il Sole che dava luce alla Luna, riteneva di godere della "plenitudo potestatis", la pienezza del potere, e che il potere spirituale fosse originario e supremo rispetto a quello secolare. Poi c'è stata la secolarizzazione e la situazione di fatto è mutata, ma questo non significa che la Chiesa debba rinunciare a difendere, con prudenza e lungimiranza, alcune prerogative e pretese che le appartengono per natura e sottomettersi allo Stato, accettando che sia esso a definire il perimetro e il senso della sua missione che, essendo divina, precede lo Stato e infatti un tempo si diceva che non c'è autorità se non da Dio.La Chiesa ha ceduto allo Stato la propria giurisdizione, originaria e non derivata, sul matrimonio. Nel 1929 il cardinale Gasparri aveva tenuto fermo questo punto, mentre dalla revisione del 1984 le cose si sono fatte confuse, compresa la questione degli effetti civili del matrimonio religioso. Teniamo presente, tra l'altro, che il Concordato, assunto dalla Costituzione con l'articolo 7, è un testo extra-costituzionale e può essere modificato in qualsiasi momento senza che ciò comporti una modifica della Costituzione.2) LA CHIESA HA UN RUOLO PUBBLICO NELL'EDUCAZIONEHa anche ceduto allo Stato il proprio diritto originario di svolgere, non per concessione statale ma in virtù della sua "maternità soprannaturale", un ruolo pubblico nell'educazione. Il sistema scolastico paritario colloca l'attività delle scuole cattoliche dentro il quadro costituzionale e legislativo dello Stato. L'esame di Stato legato al valore legale del titolo di studio impone alla Chiesa di accettare parametri educativi posti dall'esterno. È vero che - così almeno si dice - rimane una buona fetta di libertà educativa, ma ogni intervento legislativo dello Stato contiene, ove più ove meno, anche delle ripercussioni sulle relazioni educative e le scuole cattoliche devono adeguarsi, riducendo progressivamente l'idea di avere una originaria specificità e, soprattutto, una originaria legittimazione ad esistere che non può derivare dallo Stato. Oggi si può arrivare a motivare il dovere/diritto delle scuole cattoliche ad esistere al massimo con riferimento al dovere/diritto dei genitori ad educare i loro figli, il che, però, è insufficiente e può rivelarsi una trappola. E se i genitori volessero un insegnamento gender anche nelle scuole cattoliche, su cosa si dovrebbe fondare un no? Il motivo ultimo della scuola cattolica è il dovere/diritto originario della Chiesa in campo di educazione pubblica, che però oggi viene dimenticato in questa sottomissione allo Stato.3) LA CHIESA HA UN RUOLO PUBBLICO CON I SUOI TRIBUNALIUn altro punto in cui il trapasso è evidente riguarda il tema degli abusi. Sembra che la Chiesa abbia scelto la strada di rimettere le questioni man mano che emergono immediatamente e solo nelle mani dello Stato, rinunciando al dovere/diritto di procedere prima di tutto con i propri strumenti di indagine e secondo il proprio sistema giuridico. Le nuove normative in fatto di abusi impongono di denunciare subito una eventuale denuncia alla Procura, con il conseguente abbandono dei membri del clero eventualmente coinvolti e delle stesse presunte vittime appunto nelle mani dello Stato. Storicamente parlando, il diritto civile occidentale è nato, oltre che da altre fonti, soprattutto romane, anche dal diritto canonico, ma ora il rapporto viene rovesciato.4) IL SOSTENTAMENTO ECONOMICO E LA SOLIDARIETÀ DELLA CHIESASono tanti altri i settori in cui l'abbraccio dello Stato alla Chiesa appare evidente. Pensiamo per esempio che il sostentamento economico della Chiesa dipende dal sistema dell'8 per mille e che maggioranze governative diverse potrebbero domani riconsiderare la legge attualmente in vigore, esercitando un potere di ricatto della politica verso la Chiesa che lascia molto preoccupati. Oppure pensiamo alle attività di solidarietà svolte oggi dalla Chiesa. Un tempo essa ne deteneva il monopolio e le esercitava, almeno sul piano di diritto, senza dover subire ingerenze politiche. Oggi l'attività della Caritas contro varie forme di disagio, avviene in convenzione con lo Stato e i comuni, seguendo le direttive delle Prefetture e in un regime di dipendenza dallo Stato.Tutto questo trova il suo quadro teorico nell'ossequio alla Costituzione, che spesso viene proposto nella Chiesa come uno dei principi fondamentali - secondo alcune correnti di pensiero superiore allo stesso Vangelo - dell'agire della Chiesa e dei cattolici nella società.Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Stefano Fontana, nell'articolo seguente dal titolo "Chiesa e biopolitica: le quattro strategie fallimentari" spiega come mai, per far fronte all'attacco senza precedenti costituito dalle sfide alla bioetica, le strategie messe in campo dalla Chiesa sono deboli e alla prova dei fatti dannose. Le quattro strategie sono: valorizzazione degli aspetti positivi di leggi ingiuste, difesa dell'obiezione di coscienza, approvazione del male minore e appellarsi alla Costituzione.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 febbraio 2020:La Evangelium vitae (1995) di Giovanni Paolo II aveva posto le questioni bioetiche dentro la questione sociale. Da qui il nesso tra bioetica e Dottrina sociale della Chiesa. Se osserviamo la realtà attuale bisogna però riconoscere che il messaggio non è stato recepito e che quell'incontro non è avvenuto.Dalla Nota dei vescovi italiani del 2007 sulle copie di fatto, nonostante la schiera di leggi innaturali approvate soprattutto in questi ultimi cinque anni - Cirinnà, divorzio express, fine vita, suicidio assistito, diritto al figlio concepito in provetta - , ben più dirompenti e ingiuste di quella sulle coppie di fatto, l'episcopato italiano non ha più prodotto nessun documento in materia. Mentre le leggi andavano sempre più in fondo alla questione e l'offensiva si radicalizzava, la Chiesa si ritirava sempre più alla superfice della questione. Bisogna poi ricordare che tutte le leggi sopra ricordate sono state approvate con il voto dei cattolici presenti in Parlamento. La Dottrina sociale della Chiesa dichiarava così la propria sconfitta, causata più dal fronte interno che da quello esterno, dato che "le cose buone non muoiono che per suicidio".Se la Dottrina sociale della Chiesa non assume in sé la bioetica e tutti gli aspetti che questo comporta, termina di svolgere la propria funzione anche come Dottrina sociale della Chiesa. Purtroppo è proprio questo che sembra stia accadendo. Se esaminiamo le strategie messe in campo dalla Chiesa e nella Chiesa di fronte all'attacco senza precedenti costituito dalle sfide alla bioetica, notiamo la loro debolezza e la loro funzionalità, nel lungo termine, al fronte opposto. Le metto in evidenza per far risultare la validità e l'urgenza di scelte opposte.1) VALORIZZAZIONE DEGLI ASPETTI POSITIVI DELLE LEGGI INGIUSTEUna prima strategia consiste nel lottare per la completa applicazione delle leggi in vigore su tematiche bioetiche. Si tratta delle tattica che consiste nel valorizzare eventuali aspetti positivi contenuti in leggi negative. Il caso più tipico riguarda la 194 che disciplina l'aborto. I cattolici pensano di mantenerla e di applicarla nei punti che, secondo loro, sono positivi. Quasi nessuno infatti parla più di abrogazione della legge e chi lo fa viene snobbato e deriso.2) DIFESA DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZAUna seconda strategia consiste nel darsi da fare affinché nelle leggi ingiuste sia riconosciuto il diritto all'obiezione di coscienza. In questo modo non si tiene conto che il fatto di prevedere l'obiezione di coscienza non rende giusta una legge ingiusta. Se la legge prevede l'obiezione ciò non dispensa dal combatterla fino all'abrogazione. L'obiezione di coscienza non è un fatto individuale, ma politico, ossia un modo per resistere di fronte all'ingiustizia e per lottare per la giustizia, altrimenti esprime un relativismo morale: io voglio che mi si riconosca il diritto di fare come voglio e io, a mia volta, riconosco il diritto agli altri di fare come vogliono.3) LAVORARE PER IL MALE MINOREUna terza strategia è di lavorare per il male minore. I vescovi francesi hanno invitato i parlamentari a "migliorare" la legge sulla bioetica poi approvata dal senato il 20 gennaio scorso, come se il male fosse migliorabile. I vescovi italiani hanno sostenuto la proposta di legge sul suicidio assistito che, in cambio del mantenimento del fatto come reato, lo depenalizzava quasi completamente. Nel dibattito parlamentare sulla legge Cirinnà, molti deputati cattolici hanno votato a favore della legge dopo aver ottenuto che essa non prevedesse la stepchild adoption, vantandosi così di averla migliorata e di aver evitato il male maggiore. Anche i "certi casi" in cui si prevede il diritto dopo la sentenza della Corte costituzionale sono destinati ad ampliarsi. Ciò che oggi sembra il male maggiore da evitare mediante l'accettazione del male minore, diventerà domani il male minore che verrà accettato per evitare un male ancora maggiore.
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Il cattolico deve essere moderato o estremista?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6022IL CATTOLICO DEVE ESSERE MODERATO O ESTREMISTA? di Stefano FontanaVorrei dire due parole sull'estremismo dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Credo infatti che essa venga solitamente intesa così, come moderata e non estremista. Forse nell'immaginario collettivo opera l'idea che i cattolici in fondo sono sempre stati di centro, che le ali estreme della Chiesa, sia a destra che a sinistra, sono sempre state minoranza e per di più combattuta. Forse influisce l'idea che il cattolico deve essere sempre rispettoso dell'autorità, come invita a fare San Paolo, e che il suo modo di fare debba sempre essere aggregante, conciliante, solidale, accogliente, rispettoso. Il cattolico non dovrebbe gridare mai, ma sempre dialogare compostamente. Sta di fatto che, per questi e per mille altri motivi, per molti le esigenze della Dottrina sociale della Chiesa non sono estremiste.COSA DEVE FARE IL CATTOLICO?Sul piano politico la cosa viene spesso declinata nel seguente modo: il cattolico non deve dare il proprio voto alle forze politiche che si contrappongono al sistema, che esprimono radicali insoddisfazioni, che stanno stretti in queste regole, che vogliono cambiamenti radicali. Quindi: la Costituzione non si tocca, l'Unione Europea è cosa buona, se c'è qualcosa da cambiare facciamolo insieme senza bracci di ferro, in accordo con le istituzioni nazionali e internazionali. Per evitare l'estremismo si cessa di essere alternativi e si cerca di disturbare il meno possibile, alzando la voce solo sui temi davanti a cui tutti la alzano. [...]Questo modo di fare non solo non ha niente a che vedere con la Dottrina sociale della Chiesa, ma si scontra con una evidente realtà: cosa succede se è ormai proprio il sistema ad essere estremista? In modo molto istituzionale, in modo molto democratico, in modo molto educato... ma estremista? Senz'altro è una forma di estremismo negare la legge di natura. Non è estremismo impedire di nascere ai bambini concepiti? Non è estremismo insegnare ai bambini che possono diventare indifferentemente maschio e femmina se lo vogliono? Non è estremismo far profondamente soffrire i bambini con il divorzio dei genitori? Non è estremismo difendere e promuovere l'omosessualismo? Il diritto al figlio concepito in modo artificiale? L'utero in affitto? Non è estremismo tassare al 60 per cento negando così il principio del diritto alla proprietà privata? Non è estremismo imporre una sovranità sovranazionale negando dignità e diritti alle nazioni? Potremmo continuare con l'utero in affitto, con il divorzio lampo e via dicendo: tutte forme di estremismo violento.LA POSIZIONE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESALa Dottrina sociale della Chiesa si oppone a tutto questo. Bisogna accusarla di estremismo? Chi si oppone a questo estremismo è estremista? In questo caso i cattolici dovrebbero essere estremisti. Oggi l'estremismo vero è quello istituzionalizzato e democraticamente pianificato. Se i cattolici che si ispirano alla Dottrina sociale della Chiesa pensano di dover essere moderati non vi si opporranno per paura dell'accusa di estremismo. Ma collaborare con questo estremismo vuol dire essere estremisti. Il cattolico che, per essere moderato e per non adoperare parole ostili, collabora con chi promuove leggi estremiste e violente, anche lui diventa estremista e violento anche se crede di essere moderato e se usa le buone maniere.La Dottrina sociale della Chiesa non è un manuale per i buoni comportamenti civici, non si sofferma sulle forme esteriori ma va ai contenuti, specialmente quando contenuti sbagliati, sovversivi ed estremisti vengono presentati in forme urbane e ricche di bon ton e trovano compiacenza nei servizi di informazione statali all'ora di cena, cioè nel momento più a modo, tranquillo, conciliante che ci sia, davanti alla famiglia riunita a tavola o sul divano. Quella stessa famiglia che l'estremismo istituzionalizzato tenta in realtà di demolire. La Dottrina sociale della Chiesa fa riferimento a un ordine sociale finalistico. I veri sovversivi sono coloro che lo vogliono sovvertire, non chi lo vuole difendere.
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Criteri per il voto in Emilia Romagna
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5990CRITERI PER IL VOTO IN EMILIA ROMAGNA di Stefano FontanaLe prossime elezioni regionali in Emilia Romagna previste per domenica prossima 26 gennaio non faranno eccezione: anche in questo caso non si tratterà solamente di esprimere un rito civico di cui si nutre la nostra democrazia formale, ma si tratterà di prendere posizione sui contenuti e quindi sui fini della politica qui, lungo la via Emilia.Inutile continuare a dire, per cavarsela, che la politica è l'ambito del relativo. La politica intercetta anche molti principi assoluti e valori indisponibili, tali che nemmeno la politica ha diritto di maneggiarli.Non soffermiamoci solo sul dovere di votare, concentriamoci sul dovere di votare bene. Anche il voto, come ogni altra azione umana, non si giustifica in sé ma per i contenuti che promuove e i fini che persegue. Se uno va a votare ma vota male, nel senso che con il suo voto apre la strada a politiche o leggi disumane, non ha fatto il suo dovere, anche se formalmente ha fatto felice Mattarella. I numeri dell'affluenza al voto di per sé non dicono niente: se sono alti può essere una iattura nel caso appoggino cause sbagliate. Non dobbiamo fermarci al come, ma andare al cosa: se questo è giusto allora anche il come conta.UNA QUESTIONE DI COERENZAUn cattolico dovrebbe adoperare sia la sua retta ragione che i contenuti della sua fede anche per decidere dove mettere la crocetta. Altrimenti la coerenza dove va a finire? Questa coerenza ci porta facilmente a concludere che non tutti i temi politici sono uguali. Famiglia e lotta alla povertà: quale dei due è più importante? La crisi della famiglia è la principale causa di povertà oggi. Il divorzio diffusissimo impoverisce. La formazione del capitale umano nei rapporti tra generazioni è in gravi difficoltà. I figli di famiglie monoparentali o divise fanno peggio a scuola e crescono fragili. Ai disagi preoccupati dalla distruzione della famiglia rispondiamo con il gonfiamento di costosi e spesso autoreferenziali apparati di welfare. Non ci sono i soldi per la famiglia perché li spendiamo nei Sert. La denatalità seguita alla rarefazione delle famiglie è fattore di povertà economica, di scarsa fiducia nel futuro, di carenza di propulsione nei consumi veramente produttivi.Si capisce allora che la famiglia non può mancare dalle politiche di lotta alla povertà, mentre le politiche della famiglia non devono essere impostate come forma di lotta alla povertà. La famiglia infatti è una risorsa e non una forma di disagio. Tornando alla domanda: quale dei due criteri viene prima? La risposta è evidente e dovrebbe essere tenuta presente soprattutto in Emilia Romagna, date le inquietanti politiche familiari qui portate avanti.La famiglia è un contenuto che deve venire prima di altri, perché è innestato in modo sostanziale nel bene comune, il quale non ci può essere se manca la famiglia, mentre è compatibile con varie forme di lotta alla povertà, o di disciplina delle immigrazioni o di altri temi politici. Il giudizio sui partiti non può non tenere conto di questi contenuti - famiglia, vita, libertà di educazione - che hanno una loro assolutezza in quanto indispensabili al bene comune mentre altri sono importanti ma non indispensabili e, comunque, vanno perseguiti insieme a questi e non indipendentemente o contro questi.PRINCIPI NON NEGOZIABILINell'analizzare i partiti in vista della cabina elettorale, allora bisogna prima di tutto vedere se questi contenuti centrali e indisponibili sono difesi o se sono messi in pericolo, prima di tutto nel testo del programma e poi anche dalla cultura e dalla storia del partito. Se un partito scrive chiaro e tondo che vuole manometterli non è votabile per nessun motivo. Se poi la cosa è confermata dalla sua cultura e dal fatto che finora ha sempre fatto così, allora ancora meno. Però ha fatto cose buone... ma non può averle fatte se non ha rispettato questi contenuti imprescindibili per fare cose buone. Saranno state cose apparentemente o limitatamente buone, ma non costruttive di bene comune. Se un partito non lo scrive nel programma ma la sua cultura e il suo passato dicono che comunque farà così, non è votabile, perché vuol dire che l'omissione è dovuta a tattica.Un altro elemento di valutazione utile e interessante riguarda la distinzione tra fare una legge e fare una politica. È molto più grave approvare una legge contro la famiglia naturale piuttosto che togliere risorse alla famiglia per assegnarle ad altri capitoli di bilancio. La legge, infatti, è qualcosa di strutturale, rimane ed è difficile eliminarla, disciplina i comportamenti collettivi per lungo tempo, obbliga le istituzioni ad agire in un certo modo. Un partito può non aver fatto tutto quello che doveva essere fatto per la famiglia, e va criticato ma lo si può votare, ma un partito che ha prodotto leggi, magari in forma seriale, contro la famiglia come può essere votato?Nei criteri di voto il candidato viene per ultimo. Se è una brava e competente persona ma, una volta eletto, si collocherà in un partito che promuove politiche e leggi contro la famiglia - per continuare con questo esempio - anche lui, pur dissociandosi di quando in quando, porterà acqua a quel mulino. Nemmeno che il candidato si dica "cattolico" può essere un criterio primario. Si pensi che oggi per alcuni cattolici la 194 non si tocca, per altri la si deve mantenere ma applicandola bene, per altri ancora va abolita. Dirsi cattolico oggi in politica non significa più nulla. Anche qui bisogna andare ai contenuti e ai fini.Nota di BastaBugie: per ulteriori informazioni si consiglia di consultare il dossier di BastaBugie "Politica & religione" con i migliori articoli sul rapporto tra fede e politica.DOSSIER "POLITICA & RELIGIONE"Le religioni possono godere di un vero rispetto solo dentro una civiltà in cui politica e fede cattolica tornino a saldarsihttp://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_politica
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La regalità sociale di Cristo e i doveri della politica
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5959LA REGALITA' SOCIALE DI CRISTO E I DOVERI DELLA POLITICA di Stefano FontanaDobbiamo guardare in faccia la realtà: oggi ricorre la Solennità di Cristo Re, ma sulla "Regalità di Cristo" ci si divide. Esistono infatti due interpretazioni teologiche diverse tra loro che si contraddicono sul punto fondamentale della regalità "politica" di Cristo: se essa esista o no. Ovviamente adopero l'aggettivo politica non nel senso dei partiti politici, ma per chiedere se la politica, come organizzazione della vita comunitaria in vista del bene comune, abbia un dovere verso Cristo, la religione cattolica, la Chiesa. La Dignitatis humanae del Vaticano II parla di un dovere "delle persone e delle società nei confronti dell'unica vera religione di Cristo", ma non parla di un dovere della comunità politica. Per una certa teologia tale dovere non esiste, per un'altra teologia esiste e su questo dissidio ancora non c'è pace.IL DOVERE DELLA POLITICA VERSO L'UNICA RELIGIONE VERALa parola dovere va intesa in senso forte. Dire che esiste un dovere della politica verso la religione vera, significa sostenere che non per motivi contingenti, occasionali o accidentali, ma per motivi essenziali, la politica non può stare senza la religione di Cristo, pur senza identificarsi con essa. Come dire che la politica non riesce ad essere vera politica se si separa dalla religione di Cristo. Per fare l'esempio dell'Italia: la politica italiana dovrebbe avere un rapporto essenziale con il cristianesimo non perché la nostra storia e la nostra cultura sarebbero irriconoscibili senza il cristianesimo, come spesso si dente dire, ma per l'apporto veritativo fondante che la fede cristiana dà alla politica stessa. Per continuare con gli esempi: nelle scuole si dovrebbe insegnare la religione cattolica non come generica istruzione religiosa di tipo culturale o per apprezzare il contributo del cristianesimo alla nostra cultura, ma per la sua verità e indispensabilità per la vita comunitaria, come se senza quella la comunità politica non potesse stare in piedi.Si capisce bene perché su questo tema c'è dissidio e perché la lotta teologica sia su ciò ancora molto aspra. Se si intende la "Regalità sociale di Cristo" nel senso di questo dovere della politica verso la religione vera, la comunità politica dovrebbe avere con il cristianesimo un rapporto preferenziale ed unico, che andrebbe contro il principio della libertà religiosa come lo si intende oggi. La vita politica non sarebbe più laica nel senso che si attribuisce oggi a questo termine. Il bene comune non sarebbe più deciso da una maggioranza democratica, ma corrisponderebbe ai fini naturali delle persone, delle società naturali e dei corpi intermedi conosciuti dalla ragione ma ultimamente garantiti dalla religione. Il matrimonio religioso sarebbe l'unica forma di matrimonio pubblicamente riconosciuto. L'educazione sarebbe prima di tutto un dovere della Chiesa e non dello Stato. E così via. Insomma, ammettere questo dovere della politica verso la religione vera comporterebbe rivedere alla radice alcuni principi fondamentali della politica come la si intende oggi.NON C'È SOLUZIONE ALLA QUESTIONE SOCIALE FUORI DEL VANGELOLa regalità di Cristo e questo dovere della politica sono stati sempre affermati dai Pontefici da Pio IX a Pio XII. Il Vaticano II ha introdotto nuove prospettive, ma sia nei testi conciliari che nel magistero postconciliare, nessun Pontefice ha formalmente negato il principio. Se ne è parlato di meno e in modo meno deciso, ma non lo si è mai negato. Così che tra i nuovi principi, come quello della libertà religiosa, e l'antico mai negato principio della regalità politica di Cristo si è creato un corto circuito che aspetta ancora di essere aggiustato. Non si capisce infatti come sia possibile annunciare Cristo nella politica, nell'economia e nella società - cosa sempre richiesta dai papi postconciliari - senza annunciare anche la sua Regalità, privarlo di un vero Potere, negarne la funzione di Legislatore e di Fondamento dell'autorità... il che equivarrebbe a negarne la divinità. Non si capisce come si possa "ordinare a Dio le cose temporali", come devono fare i laici secondo il Concilio, e nello stesso tempo, come ammette il numero 423 del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, evitare di generare "una discriminazione d'ordine civile o sociale per altri gruppi religiosi". Ammettere la regalità di Cristo non è compatibile col creare una società multireligiosa o atea.Per evitare questi spinosi problemi, la strada che viene seguita è di stemperare i toni della "regalità" e di affievolire le sue pretese. All'espressione si assegna un significato spirituale, oppure escatologico, oppure vagamente pastorale, ma non sociale e politico. Eppure non si sfugge al problema: se Benedetto XVI scrive che il cristianesimo non è solo utile, ma indispensabile alla soluzione della questione sociale, non ripete quanto diceva Leone XIII secondo cui non c'è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo? Dicono ambedue la stessa cosa, quindi rimandano ambedue ad un dovere della politica verso la vera religione. Però allora si tiravano delle conseguenze che ora non si tirano più, almeno non si tirano più fino in fondo.
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Approfondimenti del professore Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riguardo ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione)
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