EPISODE · Apr 12, 2026 · 13 MIN
Da dove viene la pace del Risorto? - Omelia 2a domenica di Pasqua BVI
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Viviamo questa seconda domenica Pasqua come un dono immenso, una sorgente di consolazione e di gioia proprio nel momento in cui sentiamo più forte il bisogno di speranza. La liturgia di questa domenica ci raggiunge in profondità e ci rigenera interiormente, come dice la Prima lettera di Pietro: siamo rigenerati per una speranza viva. Sentiamo che questa parola non è astratta, ma entra dentro il nostro presente, nelle nostre fatiche, nelle nostre paure, nelle nostre attese. Per questo accogliamo questa domenica come un vero regalo del Signore: non solo una celebrazione, ma un’esperienza concreta di rinascita. In mezzo alle inquietudini che portiamo nel cuore, questa Pasqua ci ricorda che la speranza cristiana non delude, perché nasce dalla presenza viva di Cristo risorto. Gesù viene in mezzo a noi e ci dona la sua pace Nel Vangelo vediamo Gesù che, la sera di Pasqua, viene in mezzo ai suoi discepoli e dice: “Pace a voi”. Questo gesto è carico di significato: Gesù non resta distante, ma viene, si ferma, si mette in mezzo ai suoi. La sua presenza è già di per sé una risposta al loro smarrimento. I discepoli sono impauriti, chiusi, ancora feriti dal trauma della croce. Non hanno ancora compreso ciò che è accaduto. Sono disorientati, forse anche disuniti: Tommaso non c’è, forse mancano anche altri. È un gruppo segnato dalla paura e dalla fragilità. E proprio lì, dentro quella paura, arriva Gesù. Riconosciamo che anche noi spesso ci troviamo così: chiusi, impauriti, smarriti davanti a ciò che accade nel mondo e nella nostra vita. Per questo sentiamo che quel “Pace a voi” è rivolto oggi anche a noi. Nelle iniziative di preghiera proposte dalla Chiesa, dal Vescovo e dal Papa, riconosciamo un invito concreto a ritrovarci, a pregare insieme, a riscoprire la bellezza della comunione, della supplica condivisa, della carità reciproca. Anche noi abbiamo bisogno di questo dono di pace. Le ferite del Risorto: il segno dell’amore che salva Gesù non dona la pace soltanto con le parole: mostra ai discepoli le mani e il fianco, mostra le sue ferite. Le piaghe diventano così il segno concreto della sua identità e del suo amore. Sono la prova che il Crocifisso è davvero il Risorto. Ripensiamo anche al segno del cero pasquale: nella Veglia si traccia la croce e si inseriscono le piaghe, perché il cero rappresenta Cristo stesso. Quelle ferite raccontano tutto ciò che Gesù ha patito per amore nostro. E tuttavia proprio da quella croce scaturisce la luce della Pasqua. La sofferenza non è cancellata, ma trasfigurata. Per i discepoli questo è decisivo: essi avevano sperimentato l’amore profondo di Gesù, fino al gesto estremo della lavanda dei piedi e del dono totale di sé. Ma la croce aveva spezzato ogni sicurezza. Ora, vedendo le sue ferite gloriose, comprendono che quell’amore non è stato sconfitto. Le piaghe diventano fonte di pace e di gioia, perché dicono che colui che li ha amati è vivo, presente, fedele. Anche per noi le ferite hanno questo significato. Nelle relazioni umane, quando ci facciamo vicini a chi soffre, quando tocchiamo con mano le ferite dell’altro, quando ci lasciamo coinvolgere davvero nel dolore altrui, lì nasce un amore più vero, più profondo, più consolante. Le ferite, condivise e accolte, possono diventare luogo di comunione autentica. Tommaso e il coraggio di mostrare le nostre fragilità Comprendiamo allora meglio anche Tommaso. La sua richiesta di toccare le ferite di Gesù non è semplicemente ostinazione o incredulità: nasce da un amore ferito, da una fedeltà rimasta bloccata al dramma della croce. Tommaso aveva amato profondamente il Signore, fino al desiderio di seguirlo anche nella morte. Per questo ha bisogno di ritrovare proprio lì, nelle ferite, la prova che quell’amore non è finito. In Tommaso vediamo anche noi stessi. Anche noi spesso restiamo fermi davanti alle nostre ferite, ai dolori non superati, alle delusioni che ci bloccano. Ma il Vangelo ci insegna che proprio lì può avvenire l’incontro con il Risorto. Per questo sentiamo che siamo chiamati a non nascondere le nostre fragilità. Dobbiamo imparare a mostrarle, a lasciarci aiutare, a chiedere sostegno, a permettere agli altri di starci accanto. Nella verità delle nostre ferite può nascere una comunione più profonda. È proprio così che la gioia dei discepoli diventa possibile: essi gioiscono quando vedono il Signore così com’è, ferito e glorioso. La pace ricevuta diventa missione di perdono Gesù ripete una seconda volta: “Pace a voi”. Questo secondo dono della pace è legato a una missione precisa: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Ricevere la pace di Cristo significa essere inviati nel mondo come portatori della sua stessa logica. Il cuore di questa missione è il perdono. Gesù soffia lo Spirito Santo sui discepoli e affida loro il potere di rimettere i peccati. Questo ci rivela che il perdono non è un ideale irraggiungibile, ma una possibilità concreta resa possibile dallo Spirito. Non possiamo dire che sia impossibile: il Signore ci dona davvero la forza di farlo. Capire questo cambia il nostro modo di vivere le relazioni. Chiedere perdono e perdonare non sono gesti secondari: sono il centro della rigenerazione dei rapporti umani. Se non entriamo in questa logica, restiamo prigionieri della chiusura, del risentimento, della distanza. La comunità cristiana: alternativa concreta alla logica della guerra In un tempo segnato dalla guerra, dalla violenza e dall’aggressività, comprendiamo ancora di più quanto il Vangelo del perdono sia urgente. Pensiamo ai drammi dell’Ucraina, del Medio Oriente, di Gaza, del Libano, dell’Iran: il mondo sembra spesso dominato dalla logica dello scontro e della distruzione. Di fronte a tutto questo, Gesù ci indica una strada opposta: la pace, la vicinanza, l’ascolto reciproco, il cammino condiviso. E questa strada non è un’utopia. Lo vediamo già nella pagina degli Atti degli Apostoli, dove la prima comunità cristiana viveva perseverando nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera. Riconosciamo che questa è anche la nostra vocazione: stare insieme, pregare, ascoltare la Parola, spezzare il pane, ricevere la vita da Cristo. La semplicità della vita comunitaria non è debolezza: è la grande alternativa alla violenza del mondo. Stare insieme, condividere, custodire relazioni vere, vivere la preghiera comune: tutto questo è già testimonianza di pace. Pensiamo anche alle piccole comunità cristiane che vivono in mezzo alla distruzione, come quella di Gaza: pur circondate dalla sofferenza, riescono a conservare il sorriso, la pace, la fraternità. Questo ci mostra che la pace del Risorto è reale, concreta, possibile anche nelle situazioni più dure. Il nostro sì al dono della pace Per questo oggi sentiamo il bisogno di ringraziare profondamente il Signore. Lo ringraziamo per questa domenica, per il dono dello Spirito, per la nostra vita comunitaria, per le nostre famiglie, per il nostro pregare insieme. Vogliamo offrire con sincerità la nostra disponibilità a diventare operatori di pace e di perdono. Vogliamo lasciarci trasformare dal Risorto, accogliere la sua pace e portarla nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità. Come Tommaso, anche noi desideriamo arrivare a una fede concreta, vissuta dentro la realtà della vita, fino a poter dire con tutto il cuore: “Mio Signore e mio Dio”. Perché questo è il Signore che incontriamo: colui che viene in mezzo a noi, resta con noi e ci dona la sua pace.
What this episode covers
Viviamo questa seconda domenica Pasqua come un dono immenso, una sorgente di consolazione e di gioia proprio nel momento in cui sentiamo più forte il bisogno di speranza. La liturgia di questa domenica ci raggiunge in profondità e ci rigenera interiormente, come dice la Prima lettera di Pietro: siamo rigenerati per una speranza viva. Sentiamo che questa parola non è astratta, ma entra dentro il nostro presente, nelle nostre fatiche, nelle nostre paure, nelle nostre attese. Per questo accogliamo questa domenica come un vero regalo del Signore: non solo una celebrazione, ma un’esperienza concreta di rinascita. In mezzo alle inquietudini che portiamo nel cuore, questa Pasqua ci ricorda che la speranza cristiana non delude, perché nasce dalla presenza viva di Cristo risorto. Gesù viene in mezzo a noi e ci dona la sua pace Nel Vangelo vediamo Gesù che, la sera di Pasqua, viene in mezzo ai suoi discepoli e dice: “Pace a voi”. Questo gesto è carico di significato: Gesù non resta distante, ma viene, si ferma, si mette in mezzo ai suoi. La sua presenza è già di per sé una risposta al loro smarrimento. I discepoli sono impauriti, chiusi, ancora feriti dal trauma della croce. Non hanno ancora compreso ciò che è accaduto. Sono disorientati, forse anche disuniti: Tommaso non c’è, forse mancano anche altri. È un gruppo segnato dalla paura e dalla fragilità. E proprio lì, dentro quella paura, arriva Gesù. Riconosciamo che anche noi spesso ci troviamo così: chiusi, impauriti, smarriti davanti a ciò che accade nel mondo e nella nostra vita. Per questo sentiamo che quel “Pace a voi” è rivolto oggi anche a noi. Nelle iniziative di preghiera proposte dalla Chiesa, dal Vescovo e dal Papa, riconosciamo un invito concreto a ritrovarci, a pregare insieme, a riscoprire la bellezza della comunione, della supplica condivisa, della carità reciproca. Anche noi abbiamo bisogno di questo dono di pace. Le ferite del Risorto: il segno dell’amore che salva Gesù non dona la pace soltanto con le parole: mostra ai discepoli le mani e il fianco, mostra le sue ferite. Le piaghe diventano così il segno concreto della sua identità e del suo amore. Sono la prova che il Crocifisso è davvero il Risorto. Ripensiamo anche al segno del cero pasquale: nella Veglia si traccia la croce e si inseriscono le piaghe, perché il cero rappresenta Cristo stesso. Quelle ferite raccontano tutto ciò che Gesù ha patito per amore nostro. E tuttavia proprio da quella croce scaturisce la luce della Pasqua. La sofferenza non è cancellata, ma trasfigurata. Per i discepoli questo è decisivo: essi avevano sperimentato l’amore profondo di Gesù, fino al gesto estremo della lavanda dei piedi e del dono totale di sé. Ma la croce aveva spezzato ogni sicurezza. Ora, vedendo le sue ferite gloriose, comprendono che quell’amore non è stato sconfitto. Le piaghe diventano fonte di pace e di gioia, perché dicono che colui che li ha amati è vivo, presente, fedele. Anche per noi le ferite hanno questo significato. Nelle relazioni umane, quando ci facciamo vicini a chi soffre, quando tocchiamo con mano le ferite dell’altro, quando ci lasciamo coinvolgere davvero nel dolore altrui, lì nasce un amore più vero, più profondo, più consolante. Le ferite, condivise e accolte, possono diventare luogo di comunione autentica. Tommaso e il coraggio di mostrare le nostre fragilità Comprendiamo allora meglio anche Tommaso. La sua richiesta di toccare le ferite di Gesù non è semplicemente ostinazione o incredulità: nasce da un amore ferito, da una fedeltà rimasta bloccata al dramma della croce. Tommaso aveva amato profondamente il Signore, fino al desiderio di seguirlo anche nella morte. Per questo ha bisogno di ritrovare proprio lì, nelle ferite, la prova che quell’amore non è finito. In Tommaso vediamo anche noi stessi. Anche noi spesso restiamo fermi davanti alle...
NOW PLAYING
Da dove viene la pace del Risorto? - Omelia 2a domenica di Pasqua BVI
No transcript for this episode yet
Similar Episodes
Mar 26, 2026 ·1m
Jan 2, 2026 ·47m
Dec 21, 2025 ·46m