EPISODE · Apr 6, 2026 · 18 MIN
Dai video virali alla guerra dell’informazione: dentro la macchina comunicativa iraniana
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di Maria PappiniTra clip in stile Lego e campagne sulle piattaforme social, l’Iran sta ridefinendo le proprie strategie di comunicazione. Non più semplice propaganda, ma una macchina narrativa che combina intelligenza artificiale, immaginario religioso e apparato militare, proiettandosi nello spazio globale della guerra dell’informazione. Krisis ne ha parlato con Pierluigi Franco, già corrispondente Ansa da Teheran, che analizza struttura, obiettivi e contraddizioni del sistema. Una comunicazione sempre più sofisticata, ma non ancora in grado di colmare la distanza tra potere e società.IN BREVENon solo propaganda L’Iran non produce contenuti isolati. Costruisce un sistema narrativo integrato, dove tecnologia, religione e potere convergono.Estetica virale I video memetici sono il risultato visibile di una lunga tradizione narrativa persiana, aggiornata ai linguaggi digitali globali.Pasdaran al centro La comunicazione non è autonoma: riflette il potere. I Guardiani della rivoluzione guidano sempre più la produzione e la diffusione del racconto.Sciismo come grammatica Martirio, sacrificio e memoria non sono solo religione. Diventano strumenti politici e simbolici per mobilitare consenso.Il più noto è quello che, a partire dai nativi americani, inizia mostrando le vittime della potenza statunitense: da Hiroshima al Vietnam, da Gaza all’Iran, passando per l’isola di Epstein. E si conclude con un missile iraniano che distrugge a Manhattan una versione demoniaca della Statua della Libertà (testa di Baal con corna). Ma ce n’è anche uno che mostra una caricatura di Donald Trump bebé. Senza contare quello in cui Trump e Netanyahu vengono spinti verso gli inferi da un esercito di bambine velate (chiaro riferimento alle oltre 165 vittime della scuola di Minab) assieme a bambine bionde con cartelli che recitano «Epstein files».Dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, le piattaforme social sono state invase da un’ondata di video iraniani che traducono la guerra in un linguaggio visivo ibrido, mescolando ironia, violenza e cultura meme. Non si tratta di episodi isolati. Come mostrano molti post circolati su X, questi video seguono ricorrenti schemi estetici, narrativi, simbolici, raggiungendo milioni di visualizzazioni. Intercettano soprattutto un pubblico giovane e globale, abituato a un consumo rapido e visuale dell’informazione. Non a caso, molti utenti, occidentali ma anche cinesi, hanno espresso sorpresa per la qualità tecnica dei video, arrivando a dire che produzioni simili difficilmente verrebbero realizzate nei loro stessi Paesi.Un recente articolo del The New Yorker ha portato all’attenzione internazionale uno dei collettivi coinvolti, Explosive Media. Il raffinato settimanale ha parlato di una nuova forma di propaganda digitale, capace di combinare automazione, estetica memetica e diffusione virale. Ma fermarsi alla definizione di «nuova propaganda» rischia di essere riduttivo.Ciò che colpisce non è solo la forma, ma la ripetizione. I video non appaiono come prodotti improvvisati: si muovono dentro un ecosistema coerente, in cui linguaggi diversi, religioso, politico, militare, tecnologico, convergono in una stessa narrazione. La viralità, in questo senso, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo: il segnale visibile di una capacità più profonda, quella di tradurre un immaginario consolidato in codici contemporanei, adattandolo ai pubblici globali senza perdere coerenza interna.È qui che il caso iraniano diventa particolarmente interessante. Questi contenutisembrano inserirsi in un sistema in cui la produzione narrativa non è separata dal potere, ma ne costituisce una componente strutturale. Per comprenderlo, però, non basta analizzare i video. Bisogna interrogarsi su ciò che li rende possibili: il rapporto tra Stato e comunicazione, il ruolo dell’apparato militare, il peso della dimensione religiosa e la capacità di tenere insieme lunga durata storica e innovazione tecnologica.È a partire da queste domande che Krisis ha intervistato Pierluigi Franco, giornalista con oltre 30 anni di esperienza all’ANSA. Già capo del servizio ANSAmed e capo dell’ufficio di corrispondenza a Teheran, Franco è stato uno degli ultimi osservatori occidentali ad aver vissuto dall’interno la realtà iraniana.I video propagandistici sono solo un’evoluzione tecnologica o riflettono qualcosa di più strutturato del sistema iraniano?«In parte è sicuramente un’evoluzione tecnologica, ma ridurre tutto a questo rischia di essere fuorviante. Il punto è che in Occidente spesso non si comprende davvero che cos’è l’Iran. C’è una tendenza diffusa a immaginarlo come un Paese arretrato, quasi fuori dal tempo. In realtà, dal punto di vista dell’istruzione e della preparazione scientifica, l’Iran è tutt’altro che marginale. È uno dei Paesi con il più alto numero di laureati in discipline scientifiche e, dato ancora più significativo, con una percentuale altissima di donne in questi ambiti, si parla di circa il 70%. Questo significa che esiste una base tecnica e culturale molto solida, che si riflette inevitabilmente anche nella produzione mediatica. La qualità di questi contenuti non nasce dal nulla: è il prodotto di competenze reali, diffuse, e di un sistema che sa mobilitarle.Per questo motivo, più che di semplice “aggiornamento tecnologico”, bisognerebbe parlare di una capacità strutturata. L’Iran non sta improvvisando una nuova propaganda, ma sta utilizzando strumenti avanzati all’interno di un impianto già esistente, adattandolo ai linguaggi contemporanei».Quanto pesa il ruolo dei Pasdaran nella macchina comunicativa iraniana?«Le diramazioni mediatiche dei Pasdaran esistono eccome, ma il punto vero è che oggi non si può più leggere l’Iran soltanto come il “paese degli Ayatollah”. Per molti aspetti, è diventato il Paese dei Pasdaran. La componente clericale resta decisiva sul piano della legittimazione ideologica e religiosa, ma il vero baricentro della forza del sistema si è spostato da tempo verso i Guardiani della Rivoluzione. Questo fu uno dei grandi intuiti di Khomeini: costruire un corpo armato ideologicamente fedele alla rivoluzione, alternativo all’esercito regolare, di cui il nuovo potere non si fidava fino in fondo. Da allora i Pasdaran non sono rimasti una semplice forza militare: sono diventati una struttura di potere complessiva. Hanno un peso militare superiore a quello dell’esercito regolare, controllano segmenti fondamentali dell’economia e, proprio per questo, è del tutto naturale che abbiano un ruolo centrale anche nella macchina comunicativa. In Iran la comunicazione non è separata dal potere: ne è una sua estensione. Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, questo processo si è ulteriormente accentuato. La successione di Mojtaba Khamenei non sembra aver riequilibrato il sistema a favore del clero, semmai ha confermato il peso ormai preponderante dell’apparato pasdaran nella gestione concreta del potere. Per questo credo che i Pasdaran non abbiano soltanto proprie diramazioni mediatiche: credo che siano ormai uno dei principali registi dell’intera macchina comunicativa iraniana. La dimensione religiosa continua a fornire il quadro simbolico e la legittimazione, ma la capacità di organizzare, dirigere e diffondere il racconto passa sempre più attraverso l’apparato costruito attorno ai Pasdaran».Questa capacità narrativa affonda le sue radici nella guerra Iran-Iraq, nella cosiddetta «Sacred Defense», con cui il regime raccontò il conflitto come difesa sacra della rivoluzione islamica?«Io andrei ancora più indietro, perché il rischio è sempre quello di leggere l’Iran solo a partire dall’attualità politica. In realtà, per capire questa capacità narrativa bisogna guardare alla lunga durata della civiltà persiana. Parliamo di una tradizione che ha prodotto figure come Avicenna, Al-Khwarizmi, e grandi poeti e scienziati come Omar Khayyam e Ferdowsi: una civiltà che da più di mille anni costruisce sapere, linguaggio, immaginari. Per questo la capacità di produrre narrazioni forti non è un fenomeno recente. Un po’ come noi europei ci percepiamo eredi della tradizione greco-romana, allo stesso modo l’Iran si pensa dentro una continuità persiana molto profonda. A questo si aggiunge un elemento spesso dimenticato: una forte autocoscienza storica. Pensiamo a Ciro il Grande e al cosiddetto cilindro, spesso interpretato come una delle prime formulazioni di diritti. Detto questo, la svolta decisiva sul piano della comunicazione moderna arriva con la guerra Iran-Iraq e con la cosiddetta Sacred Defense. È lì che il regime costruisce un vero linguaggio narrativo contemporaneo: il martirio, il sacrificio, la dimensione epica della guerra diventano elementi centrali e sistematici. Quella stagione non solo consolida il potere dopo la rivoluzione del 1979, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, ma crea un immaginario collettivo che ancora oggi viene continuamente riattivato. Ed è qui che entra in gioco un elemento fondamentale, spesso sottovalutato in Occidente: il ruolo dello sciismo. È proprio lo sciismo, con la centralità del martirio e della memoria del sacrificio, a fornire la grammatica simbolica che rende questa narrativa così potente e duratura».Quanto incide la dimensione sciita nel modo in cui l’Iran costruisce la propria narrazione?«Incide moltissimo, ma va capita nel modo giusto, altrimenti si rischia di semplificare.L’Iran non nasce sciita: lo diventa nel XVI secolo, con la dinastia safavide, che impone lo sciismo come religione di Stato. È un passaggio fondamentale, perché lega per la prima volta in modo strutturale identità politica e appartenenza religiosa. La vera svolta contemporanea, però, arriva con la rivoluzione del 1979. È lì che lo sciismo non è più soltanto un elemento identitario, ma diventa il linguaggio stesso del potere: un sistema capace di organizzare il consenso, costruire simboli e dare senso all’azione politica. Detto questo, bisogna evitare un equivoco molto diffuso in Occidente: identVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Maria PappiniTra clip in stile Lego e campagne sulle piattaforme social, l’Iran sta ridefinendo le proprie strategie di comunicazione. Non più semplice propaganda, ma una macchina narrativa che combina intelligenza artificiale, immaginario religioso e apparato militare, proiettandosi nello spazio globale della guerra dell’informazione. Krisis ne ha parlato con Pierluigi Franco, già corrispondente Ansa da Teheran, che analizza struttura, obiettivi e contraddizioni del sistema. Una comunicazione sempre più sofisticata, ma non ancora in grado di colmare la distanza tra potere e società.IN BREVENon solo propaganda L’Iran non produce contenuti isolati. Costruisce un sistema narrativo integrato, dove tecnologia, religione e potere convergono.Estetica virale I video memetici sono il risultato visibile di una lunga tradizione narrativa persiana, aggiornata ai linguaggi digitali globali.Pasdaran al centro La comunicazione non è autonoma: riflette il potere. I Guardiani della rivoluzione guidano sempre più la produzione e la diffusione del racconto.Sciismo come grammatica Martirio, sacrificio e memoria non sono solo religione. Diventano strumenti politici e simbolici per mobilitare consenso.Il più noto è quello che, a partire dai nativi americani, inizia mostrando le vittime della potenza statunitense: da Hiroshima al Vietnam, da Gaza all’Iran, passando per l’isola di Epstein. E si conclude con un missile iraniano che distrugge a Manhattan una versione demoniaca della Statua della Libertà (testa di Baal con corna). Ma ce n’è anche uno che mostra una caricatura di Donald Trump bebé. Senza contare quello in cui Trump e Netanyahu vengono spinti verso gli inferi da un esercito di bambine velate (chiaro riferimento alle oltre 165 vittime della scuola di Minab) assieme a bambine bionde con cartelli che recitano «Epstein files».Dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, le piattaforme social sono state invase da un’ondata di video iraniani che traducono la guerra in un linguaggio visivo ibrido, mescolando ironia, violenza e cultura meme. Non si tratta di episodi isolati. Come mostrano molti post circolati su X, questi video seguono ricorrenti schemi estetici, narrativi, simbolici, raggiungendo milioni di visualizzazioni. Intercettano soprattutto un pubblico giovane e globale, abituato a un consumo rapido e visuale dell’informazione. Non a caso, molti utenti, occidentali ma anche cinesi, hanno espresso sorpresa per la qualità tecnica dei video, arrivando a dire che produzioni simili difficilmente verrebbero realizzate nei loro stessi Paesi.Un recente articolo del The New Yorker ha portato all’attenzione internazionale uno dei collettivi coinvolti, Explosive Media. Il raffinato settimanale ha parlato di una nuova forma di propaganda digitale, capace di combinare automazione, estetica memetica e diffusione virale. Ma fermarsi alla definizione di «nuova propaganda» rischia di essere riduttivo.Ciò che colpisce non è solo la forma, ma la ripetizione. I video non appaiono come prodotti improvvisati: si muovono dentro un ecosistema coerente, in cui linguaggi diversi, religioso, politico, militare, tecnologico, convergono in una stessa narrazione. La viralità, in questo senso, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo: il segnale visibile di una capacità più profonda, quella di tradurre un immaginario consolidato in codici contemporanei, adattandolo ai pubblici globali senza perdere coerenza interna.È qui che il caso iraniano diventa particolarmente interessante. Questi contenutisembrano inserirsi in un sistema in cui la produzione narrativa non è separata dal potere, ma ne costituisce una componente strutturale. Per comprenderlo, però, non basta analizzare i video. Bisogna interrogarsi su ciò che li rende possibili: il rapporto tra Stato e comunicazione, il ruolo dell’apparato militare, il peso della dimensione religiosa e la capacità di tenere insieme lunga durata storica e innovazione tecnologica.È a partire da queste...
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