EPISODE · Apr 10, 2026 · 21 MIN
Dall’acqua ai fertilizzanti: in Medio Oriente il petrolio non è più tutto
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di Paola OttinoDai rincari record dell’urea agli attacchi informatici contro i dissalatori, la stabilità regionale non dipende più solo dal greggio, ma dalla tenuta delle catene logistiche e tecnologiche. Nel Medio Oriente segnato da crisi sistemiche, la sicurezza non riguarda più il solo possesso di materie prime, ma la protezione dei flussi globali. Quando le rotte marittime si bloccano, l’instabilità non è prodotta esclusivamente dalla scarsità fisica delle risorse. Il rischio risiede piuttosto nella vulnerabilità di reti digitali e infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.IN BREVEOltre il barile La sicurezza regionale non dipende più solo dal greggio. Poggia anche sul controllo di flussi invisibili e reti digitali che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.Flussi virtuali L’importazionedi cereali compensa l’aridità locale, trasformando la scarsità ambientale in vulnerabilità geopolitica legata alla stabilità delle rotte marittime globali.Fame chimica Il sistema alimentare mondiale è appeso alla produzione di ammoniaca e urea. Si tratta di filiere fragili dove energia e acqua si intrecciano alla stabilità dei mercati internazionali.Infrastrutture sensibili I dissalatori e le gigafarm digitalizzate sono i nuovi target strategici. Un attacco informatico può negare l’accesso alle risorse primarie, senza distruggerle fisicamente.Effetto domino Nodi strategici come Hormuz rendono le crisi locali una minaccia sistemica, dove il blocco di una rotta commerciale si traduce in instabilità esistenziale globale.Per gran parte del Novecento, il Medio Oriente è stato rappresentato come lo spazio geopolitico per eccellenza delle «guerre del petrolio». Questa lettura, pur ancora rilevante, non è più sufficiente a spiegare le tensioni contemporanee. Le crisi più recenti mostrano un cambiamento profondo in cui si assiste alla fine delle classiche guerre per le risorse. Il conflitto non si concentra più soltanto sul controllo diretto delle materie prime, ma sulle infrastrutture e sui sistemi che ne permettono la produzione, la trasformazione e la distribuzione.In questo nuovo contesto, acqua, cibo e energia non possono più essere analizzati separatamente poiché costituiscono un complesso integrato, fragile e altamente interdipendente in cui una perturbazione locale può produrre effetti globali. Le tensioni attorno ai nodi strategici di Hormuz e di Bab el-Mandeb ne sono un esempio emblematico. Questi passaggi marittimi concentrano una quota significativa dei flussi mondiali di petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e derrate alimentari. Ma anche i recenti attacchi agli impianti di dissalazione nella regione del Golfo evidenziano come queste strutture, e indirettamente anche l’acqua, sono diventati obiettivi strategici nei conflitti in Medio Oriente.Le guerre contemporanee non colpiscono più soltanto risorse tangibili, ma sistemi complessi e, spesso, invisibili. Non si tratta semplicemente di chi possiede una risorsa, bensì di chi controlla, o è in grado di interrompere, le reti che la rendono accessibile. È in questa trasformazione che si inseriscono le nuove dinamiche di conflitto in Medio Oriente.Acqua virtualeIl Medio Oriente è una delle regioni più aride del pianeta, con precipitazioni estremamente limitate e una disponibilità idrica naturale tra le più basse al mondo. Secondo il World Resources Institute, circa l’83% della popolazione in Medio Oriente e Nord Africa è esposta a livelli di stress idrico estremamente elevati e si prevede che raggiungerà il 100% entro il 2050.In molti Paesi, la produzione agricola interna è insufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione rendendo necessaria una massiccia dipendenza dalle importazioni alimentari. Questa dipendenza può essere riletta attraverso il concetto di «acqua virtuale», cioè l’acqua dolce utilizzata per produrre, confezionare e trasportare alimenti e beni di consumo[1]. Ad esempio, quando un Paese importa grano sostanzialmente sta anche importando l’acqua necessaria per produrlo. In una regione dove l’acqua è scarsa, produrre localmente cereali richiederebbe uno sforzo idrico enorme e spesso insostenibile.L’acqua virtuale diventa così una strategia di sopravvivenza poiché molti Paesi mediorientali, scegliendo di importare alimenti di base (grano, riso, mais) da regioni più ricche d’acqua, preservano le scarse risorse idriche locali per usi essenziali (acqua potabile, igiene). In pratica, invece di usare la propria acqua per coltivare, importano indirettamente l’acqua necessaria alla produzione.Al tempo stesso, però, questa strategia introduce una nuova forma di vulnerabilità. In sostanza, crea una dipendenza dall’esterno che nel Medio Oriente è particolarmente delicata, essendo collegata, oltre che alla dipendenza dai mercati globali, anche ai rischi geopolitici e alla sicurezza alimentare. L’acqua virtuale rappresenta, pertanto, un passaggio da una vulnerabilità ambientale a una vulnerabilità geopolitica.I Paesi del Golfo importano circa l’85% del loro fabbisogno alimentare, gran parte del quale transita attraverso i nodi strategici marittimi. Ciò implica che la sicurezza alimentare di questi Stati dipende quasi totalmente dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Quando queste rotte vengono minacciate, come sta accadendo nei recenti conflitti regionali, il rischio non è soltanto economico, ma esistenziale.Le tensioni militari nell’area del Golfo hanno portato a una riduzione del traffico marittimo e a un aumento dei costi di trasporto, costringendo alcuni Paesi a ricorrere alle riserve strategiche alimentari. Ad esempio, dal 3 marzo scorso l’Iran ha dovuto sospendere le esportazioni di tutti i prodotti alimentari e agricoli per preservare le riserve interne e garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Questi contesti evidenziano come l’acqua, pur invisibile, rimanga al centro delle dinamiche di sicurezza regionale ma in una forma completamente trasformata: non più come risorsa naturale locale, bensì come flusso globale mediato dal commercio.Fertilizzanti & gasSe l’acqua virtuale rappresenta il primo livello della dipendenza, i fertilizzanti costituiscono un secondo livello, meno evidente ma altrettanto cruciale. La produzione agricola moderna si basa in larga misura su fertilizzanti sintetici, in particolare quelli azotati, la cui produzione dipende direttamente dal gas naturale. Alla base di tutto il sistema c’è l’ammoniaca, composto chimico essenziale da cui derivano prodotti come urea e nitrati. Questi fertilizzanti sono fondamentali per sostenere la produzione alimentare mondiale da cui dipendono circa 3,8 miliardi di persone.L’ammoniaca viene prodotta principalmente tramite un processo chimico che combina azoto atmosferico e idrogeno[2]. Ed è proprio qui che risulta nuovamente, come elemento critico, l’acqua. L’idrogeno necessario viene ottenuto soprattutto dal gas naturale attraverso processi che richiedono acqua, oppure direttamente dall’acqua tramite elettrolisi. Di conseguenza, la produzione di fertilizzanti azotati dipende non solo dall’energia, ma anche in modo significativo dalla disponibilità di risorse idriche.I Paesi che importano cibo, dunque, dipendono non solo dalle rotte commerciali, ma anche dalla disponibilità di fertilizzanti nei Paesi produttori. A loro volta, questi fertilizzanti sono legati al gas naturale e alla stabilità geopolitica delle regioni in cui vengono prodotti. Ne risulta una catena di interdipendenze in cui energia, acqua, agricoltura e commercio sono strettamente intrecciati. Come evidenziato da analisi del World Economic Forum, un’interruzione nella fornitura dei fertilizzanti può tradursi rapidamente in un aumento dell’insicurezza alimentare globale.La dipendenza del settore da 406 grandi impianti geograficamente concentrati in soli 61 Paesi aumenta ulteriormente la vulnerabilità poiché eventuali carenze idriche locali possono ridurre la produzione di ammoniaca e propagarsi a livello globale attraverso reti commerciali altamente interconnesse. Inoltre, cinque esportatori (Cina, Russia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar) rappresentano circa la metà dell’export globale di fertilizzanti, collegando la sicurezza alimentare di 637 milioni di persone a produzioni spesso situate in aree soggette a stress idrico (vedi figura qui sotto).In questo sistema, il Medio Oriente occupa una posizione centrale sia come produttore di gas sia come esportatore di fertilizzanti. Circa il 30% del commercio globale di questi prodotti passa ancora una volta attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo l’intero sistema estremamente vulnerabile a interruzioni. Non a caso, la riduzione del traffico nello stretto ha avuto effetti immediati sui mercati internazionali e anche i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati, con incrementi particolarmente marcati in Paesi già fragili. Tali incrementi si trasferiscono poi lungo la filiera alimentare, contribuendo a un rialzo dei prezzi dei generi alimentari su scala globale. Nel marzo 2026, il prezzo dell’urea è aumentato del 29,82%, e del 94,37% rispetto allo stesso periodo del 2025 (vedi figura qui sotto).A tutto ciò si aggiunge un ulteriore fattore di rischio legato alla produzione stessa dei fertilizzanti. Eventuali interruzioni in grandi impianti, come nel caso di uno dei massimi stabilimenti di urea al mondo in Qatar[3], possono ridurre in modo significativo l’offerta globale. TrattandosiVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Paola OttinoDai rincari record dell’urea agli attacchi informatici contro i dissalatori, la stabilità regionale non dipende più solo dal greggio, ma dalla tenuta delle catene logistiche e tecnologiche. Nel Medio Oriente segnato da crisi sistemiche, la sicurezza non riguarda più il solo possesso di materie prime, ma la protezione dei flussi globali. Quando le rotte marittime si bloccano, l’instabilità non è prodotta esclusivamente dalla scarsità fisica delle risorse. Il rischio risiede piuttosto nella vulnerabilità di reti digitali e infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.IN BREVEOltre il barile La sicurezza regionale non dipende più solo dal greggio. Poggia anche sul controllo di flussi invisibili e reti digitali che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.Flussi virtuali L’importazionedi cereali compensa l’aridità locale, trasformando la scarsità ambientale in vulnerabilità geopolitica legata alla stabilità delle rotte marittime globali.Fame chimica Il sistema alimentare mondiale è appeso alla produzione di ammoniaca e urea. Si tratta di filiere fragili dove energia e acqua si intrecciano alla stabilità dei mercati internazionali.Infrastrutture sensibili I dissalatori e le gigafarm digitalizzate sono i nuovi target strategici. Un attacco informatico può negare l’accesso alle risorse primarie, senza distruggerle fisicamente.Effetto domino Nodi strategici come Hormuz rendono le crisi locali una minaccia sistemica, dove il blocco di una rotta commerciale si traduce in instabilità esistenziale globale.Per gran parte del Novecento, il Medio Oriente è stato rappresentato come lo spazio geopolitico per eccellenza delle «guerre del petrolio». Questa lettura, pur ancora rilevante, non è più sufficiente a spiegare le tensioni contemporanee. Le crisi più recenti mostrano un cambiamento profondo in cui si assiste alla fine delle classiche guerre per le risorse. Il conflitto non si concentra più soltanto sul controllo diretto delle materie prime, ma sulle infrastrutture e sui sistemi che ne permettono la produzione, la trasformazione e la distribuzione.In questo nuovo contesto, acqua, cibo e energia non possono più essere analizzati separatamente poiché costituiscono un complesso integrato, fragile e altamente interdipendente in cui una perturbazione locale può produrre effetti globali. Le tensioni attorno ai nodi strategici di Hormuz e di Bab el-Mandeb ne sono un esempio emblematico. Questi passaggi marittimi concentrano una quota significativa dei flussi mondiali di petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e derrate alimentari. Ma anche i recenti attacchi agli impianti di dissalazione nella regione del Golfo evidenziano come queste strutture, e indirettamente anche l’acqua, sono diventati obiettivi strategici nei conflitti in Medio Oriente.Le guerre contemporanee non colpiscono più soltanto risorse tangibili, ma sistemi complessi e, spesso, invisibili. Non si tratta semplicemente di chi possiede una risorsa, bensì di chi controlla, o è in grado di interrompere, le reti che la rendono accessibile. È in questa trasformazione che si inseriscono le nuove dinamiche di conflitto in Medio Oriente.Acqua virtualeIl Medio Oriente è una delle regioni più aride del pianeta, con precipitazioni estremamente limitate e una disponibilità idrica naturale tra le più basse al mondo. Secondo il World Resources Institute, circa l’83% della popolazione in Medio Oriente e Nord Africa è esposta a livelli di stress idrico estremamente elevati e si prevede che raggiungerà il 100% entro il 2050.In molti Paesi, la produzione agricola interna è insufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione rendendo necessaria una massiccia dipendenza dalle importazioni alimentari. Questa dipendenza può essere riletta attraverso il concetto di «acqua virtuale», cioè l’acqua dolce utilizzata per produrre, confezionare e trasportare alimenti e beni di consumo<a target="_blank"...
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